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OSSERVATORIOPIEMONTE Periodico indipendente di politica, cultura, storia. Supplemento a - Guida a destra - aut. tribunale di Torino n° 5554 del 2-11-2001 sede legale Cantavenna di Gabiano (AL) Editore: Piemonte Futuro - Redazione: via Borgone 57 – Torino c/o Circolo Cavour di Futuro e Libertà - Direttore Responsabile: Enzo Gino. Per informazioni, collaborazioni, pubblicità e contatti: posta@osservatoriopiemonte.info - tel . 335-7782879 – fax 1782223696 - Distribuzione gratuita - Finito di stampare nel mese di febbraio 2011. www.osservatoriopiemonte.info -

febbraio 2011

Il Mietitore di Enzo Gino Dopo la defezione di diversi parlamentari di Fli che ha colpito particolarmente il Piemonte, in cui tutti i tre esponenti sono tornati da dove erano venuti, ci pare doveroso fare alcune riflessioni. Dopo il congresso fondativo di Rho dell’11-12-13 febbraio abbiamo assistito alla diaspora di numerosi parlamentari aderenti a Fli, ad oggi ne abbiamo contati fra Senatori e Deputati una dozzina circa, con quelli che già a dicembre in occasione del voto di fiducia al Governo avevano aperto la strada. Su questo i media, specialmente quelli di proprietà o sostenuti dalla famiglia del Presidente del Consiglio, hanno scritto ovviamente intere pagine. E’ evidente infatti che Futuro e Libertà è una spina nel fianco del P.d.L. in quanto è l’unico partito di centrodestra fuori dal recinto (o dalle inferriate) di quello che vorrebbe essere il partito unico di quell’area. Altrettanto evidente quindi l’aggressività nei suoi confronti da parte del mancato partito unico, specialmente nel momento della cosiddetta incubazione, il momento in cui si stanno aggregando le persone e il nuovo partito si sta strutturando sul territorio e le idee prendono forma di politiche e proposte alternative. Ed, aggiungiamo noi, proposte molto efficaci, incisive per certi versi devastanti nella cultura del pensiero unico del PdL. Basta pensare al rapporto che la destra storicamente ha sempre avuto con i valori del diritto, del rispetto delle istituzioni, o al valore che per essa rappresenta l’Unità d’Italia e la Patria per capire la distanza fra PdL e destra. Allora perché questa diaspora, perché proprio coloro che hanno dato vita a futuro e Libertà che ricordiamo è nato dai gruppi parlamentari, lo stanno lasciando? E come mai questa trasmigrazione non coinvolge la Base dei militanti ? Se è vero che la barca berlusconiana sta affondando perché i topi come dice l’on. Granata si stanno imbarcando?

Sul sito di OP : www.osservatoriopiemonte.info è stata attivata, con il contributo di Dario Pagano, la rassegna stampa sui principali articoli di Futuro e Libertà per l’Italia

Sono due le risposte che mi pare si possano dare: 1) E’ certo che quando ci saranno le elezioni anche nelle più rosee ipotesi immaginabili il PdL perderà numerosi parlamentari, i famosi 100 parlamentari in più rispetto alle opposizioni non ci saranno certamente più. E’ facile par qualcuno fare il conto della serva e aspettarsi che al di là di una ricandidatura ben difficilmente conquisterà il seggio. Meglio quindi tenere in piedi più a lungo possibile la legislatura e portare a casa quanto più possibile in termini di incarichi vari. In questo campo l’attuale Presidente del Consiglio è assolutamente imbattibile; nessuno più di lui con il suo governo e il suo impero economico può offrire di più. 2) Fini nel momento in cui ha dato vita a Fli poteva seguire due orizzonti: fare la guerra al presidente, come tanti ingiustamente gli imputano, ed in questo caso bastava dare garanzie ai parlamentari che lo avevano seguito, confermando le loro posizioni acquisite sia in Parlamento che nel costituendo partito e presentare una prospettiva futura di crescita e successo. Avrebbe certamente mantenuto i parlamentari e probabilmente li avrebbe accresciuti. E’ la politica del piede in due, o più, scarpe per cui si era in maggioranza “ma anche” critici, si era di destra “ma anche” di centro o di sinistra (appellandosi al principio delle categorie superate dalla storia), si era con Berlusconi “ma anche” alternativi, si tenevano i ministeri e gli incarichi di governo “ma anche” si criticavano le leggi dello stesso governo. Siamo certi che con questo atteggiamento i parlamentari sarebbero piovuti numerosi e tutti i giornali avrebbero celebrato il Peana del grande statista Fini. Miopi! Chi vive nelle istituzioni, chi fa politica da tanti anni sa che le strutture tendono a consolidarsi, a cristallizzarsi a fossilizzarsi, e se non le rompi da piccole: quando si sono formati solo i primi cristalli, poi diventa impossibile, ci si trova imprigionati dai “colonnelli” che dopo tanti anni di politica ma anche di agi, potere, tendono a creare (sovra)strutture anche a livello organizzativo più orientati all’autotutela che al cambiamento della società. Per chi pensa al “dopoberlusconi”, e poco gli (Continua a pagina 11)


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Gente di Mirafiori, gente come noi Carlo Di Giacomo e Luisa Di Giacomo Sebbene umanamente distratti da altre e più amene vicende di attualità, sarebbe quanto meno irrispettoso dimenticare con leggerezza e far passare in cavalleria i recentissimi accadimenti che hanno sconvolto lo stabilimento torinese FIAT Mirafiori. Ed è per questo che non solo non vogliamo dimenticare, ma anzi vogliamo esprimere i nostri sentimenti dedicati a tutta la gente di Mirafiori, gente come noi, che mai come in questi giorni è stata chiamata a svolgere un ruolo dirimente nella gestione del mercato del lavoro italiano. Sentimenti di solidarietà, prima di tutto, ma di gratitudine in particolare. Quindi grazie, Mirafiori. Anzi, tre volte grazie. Il primo “grazie”, di cuore, a tutti quelli che hanno votato SI al referendum. Sappiamo bene che l’hanno fatto con spirito di sacrificio, per il futuro delle proprie famiglie e della nostra città. Non è facile per nessuno dover rinunciare a piccole o grandi conquiste, ottenute in tanti anni di lotte sindacali, per salvaguardare il proprio posto di lavoro. E’ un atto di responsabile altruismo, che merita la nostra gratitudine e il nostro rispetto. È un atto di coraggio che attende, ora, di essere ricompensato con gli investimenti che sono stati promessi e con la certezza di una continuità lavorativa per un futuro meno precario. Possiamo solo provare ad immaginare quale sia stata la tensione all’interno della cabina elettorale mentre operai, padri di famiglia, che hanno dedicato gli anni migliori della loro vita a “mamma FIAT” si accingevano a indicare il proprio SI, senza la certezza del risultato. Senza nessuna certezza, per la verità, ma solo con la consapevolezza che, in caso di vittoria, con il loro voto avrebbero determinato un mutamento incontrovertibile nelle condizioni di lavoro, mutamento che avrebbe richiesto nuovi ulteriori sacrifici; diversamente, in caso di vittoria del fronte dei “duri e puri”, di chi aveva avuto il coraggio, o la pazzia, secondo alcuni, di votare NO, si sarebbero portati dentro l’umiliazione di non aver saputo sostenere i propri colleghi nello sfidare la controparte. A tutti voi grazie, non vi saremmo mai sufficientemente grati per quanto avete fatto, perché avete saputo mettere nello scontro l’altruismo, merce da troppo tempo fuori commercio, e dominare i sentimenti di ribellione che certamente ribollivano nel vostro animo, per offrire a tutto il Paese un esempio di come “il bene comune” vada oltre i propri legittimi interessi. Il secondo “grazie”, senza il cuore, ma con profonda ammirazione, a tutti quelli, e sono tanti, che hanno votato NO. A tutti quelli che hanno saputo dimostrare a coloro che, ogni giorno, in ben più vantaggiose posizioni, cedono ai compromessi per il proprio egoistico interesse, che la dignità dell’uomo non ha prezzo. E’ una lezione che si dirige senza esitazioni allo squallido 2

“mercato” che ha avuto la ribalta della scena politica lo scorso 14 dicembre 2010 alla Camera dei Deputati, in occasione della mozione di sfiducia al Governo Berlusconi. Non crediamo che nessuno di coloro che ha rischiato tutto (e quando diciamo “tutto” non è una figura retorica, ma una certezza grammaticale) votando NO, avesse alternative nel caso il risultato finale fosse stato quello che loro stessi auspicavano. Erano tutti perfettamente coscienti che, in caso di vittoria dei NO, il loro futuro e quello dei loro figli sarebbe stato più nero, e nonostante questo pensiero hanno ritenuto di preservare per sé e per le proprie famiglie la dignità, senza se e senza ma. A tutti voi, grazie per la lezione dataci. Il terzo “grazie” lo rivolgiamo al Sergione nazionale, l’ineffabile Marchionne, per la spietata determinazione con la quale ha gestito il confronto, consapevole dei sacrifici che stava imponendo per il bene di FIAT, che è il bene dell’intero Paese, e chi pensa o dice il contrario pensa o dice una stupidaggine, e lo sa. Da troppo tempo, la classe dirigente imprenditoriale di questo nostro amato Paese, pur nella consapevolezza della necessità di profondi cambiamenti nelle relazioni industriali, resi indispensabili dalla globalizzazione dei mercati, aveva rinunciato ad una lotta potenzialmente disastrosa a favore di un inutile quieto vivere, apparentemente più vantaggioso nel brevissimo periodo. Sergio Marchionne, invece, ha avuto il coraggio di sfidare le consuetudini ed ha posto sul tappeto un problema che da troppo tempo aspettava di essere affrontato. Ora, per lui arriva il momento più difficile, perché non si tratta solo di realizzare gli investimenti promessi, su quelli nessuno nutre alcun dubbio, ma soprattutto di concretizzare quelle condizioni capaci di offrire nuove e più solide basi per un recupero normativo ed economico per tutti gli operai che, oggi più che in passato, hanno maturato il diritto di essere affrancati da uno stato di sudditanza nei confronti dei loro colleghi tedeschi, che da sempre godono migliori condizione economiche. Occorre ritornare ai tempi in cui le paghe dei nostri operai erano ai livelli più alti nella graduatoria europea e le loro condizioni contrattuali ad un livello di dignità che uno Stato civile dovrebbe garantire alla classe produttiva del proprio Paese. Ed infine, dopo i ringraziamenti, un augurio. Speriamo che ciò che è accaduto a Torino sappia far riflettere la nostra classe politica, tutta quanta. Che Roma, come Mirafiori, sappia accantonare i propri vantaggi e i propri privilegi per affrontare le sfide di cambiamento di cui il Paese ha bisogno per un’inversione radicale di rotta. Le riforme necessarie, a cominciare dalla legge elettorale, dagli interventi sul debito pubblico per recuperare le risorse necessarie, (Continua a pagina 11)


OSSERVATORIOPIEMONTE LEGITTIMITA’ E LEGALITA’ DEL POTERE: LA DISTINZIONE NECESSARIA di Matteo Scainelli La riflessione politica nel nostro Paese risulta sempre più frequentemente violentata da un uso spregiudicato e disinvolto delle parole. In un recente lavoro dal titolo”la manomissione delle parole”, Gianrico Carofiglio sottolinea come l’Italia degli ultimi vent’anni sia stata: “ […] più che mai dominata dalla ripetizione di slogan volgari ma virali e di metafore grossolane”. Tra queste, particolarmente pericolosa mi sembra essere l’espressione “il presidente eletto dal popolo”. A tal proposito, ritengo sia necessario riscoprire la distinzione classica tra il concetto di legalità e il concetto di legittimità del potere. Mentre il primo riguarda l’esercizio del potere, il secondo rinvia alla titolarità di quello stesso potere. In altri termini, mentre il tema della legittimità serve a distinguere il potere di diritto dal potere di fatto, il concetto di legalità serve a distinguere il buongoverno dal malgoverno, il potere legale da quello arbitrario (1). Può quindi darsi il caso di un potere legittimo (perché democraticamente derivante, per esempio, da una vittoria ottenuta in libere e corrette elezioni) ma non legale, in quanto esercitato oltre la legge, al di sopra della legge, contro la legge. È altresì possibile, in modo paradossale, che un potere illegittimo (perché derivante, un caso su tutti, da un colpo di Stato) scelga di agire nel solco della legalità. È utile precisare, a scanso di equivoci e di strumentalizzazioni, che con queste righe non si intende in alcun modo sottovalutare l'importanza della volontà degli elettori, la cui libera espressione rappresenta il punto più alto e solenne di qualsiasi processo democratico degno di questo nome. Bisogna però con fermezza condannare una visione miope, asfittica e mortificante di una democrazia mutilata che si esaurisce in una cabina elettorale, abdicando al successivo diritto di controllare e di stigmatizzare le eventuali mancanze da parte dei beneficiari del consenso dei cittadini, quasi si trattasse di reato di lesa maestà. Alla luce di quanto scritto, si capisce quanto sia fuorviante e scorretto l’ossessivo riferimento al consenso popolare, inteso come lavacro capace di cancellare per incanto gli abusi di una gestione arrogante ed autistica del potere. La nostra Costituzione, all’articolo 1, recita: “ La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Si tratta quindi di riscoprire il valore delle procedure condivise, delle forme che sono sostanza, dei limiti oltre i quali non è accettabile spingersi. Solo così agendo è possibile rivendicare il consenso popolare, perché solo in questo modo ci si rende degni di una così importante investitura e le si rende onore. m.scainelli@email.it

1 - Cfr. Norberto Bobbio, Teoria generale della politica, a cura di Michelangelo Bovero, Einaudi, 1999, pag. 661.

LA PRIMAVERA DI FUTURO E LIBERTA’ di Diego Zavattaro Le speranze dei sostenitori di Futuro e Libertà sembravano dover essere divorate, annientate , demolite ed inghiottite da quello spaventoso buco nero che inaspettatamente si è manifestato, con grande stupore di tutti, proprio a poche ore dalla chiusura del Congresso di Milano. Il buco nero si è concretizzato in uno smottamento delle posizioni di FLI in Senato e alla Camera; una slavina in apparenza inarrestabile ed irreversibile. Giornali, Radio e tv, hanno inondato di inchiostro e di parole, la nostra penisola, descrivendo con dovizia di particolari le pene e l’agonia di un soggetto appena nato, ma purtroppo già in fin di vita. Sistematicamente, con una tempistica scientificamente scadenziata e con una frequenza quasi programmata si diffondevano le notizie degli ammutinamenti tra deputati e senatori, a brevi intervalli di tempo l’uno dall’altro, come la goccia che insistente e ripetitiva, pare poter incidere anche la roccia. Gli allontanamenti erano dovuti ad un non condiviso organigramma di FLI? Si sarebbe potuto aprire un confronto interno al partito, per discuterne, ma abbandonare la nave a Congresso appena celebrato avrebbe destato sicuramente più scalpore ed avrebbe “pagato” maggiormente le ambizioni dei “due volte dissidenti”. Quale migliore favore si poteva fare al mondo di Berluscopoli? Se il PdL già a fine dicembre annunciava di parlamentari di FLI in partenza, è lecito pensare che, sottobanco, alcuni accordi erano già stati presi da tempo? Quale occasione poteva essere migliore, per aumentare le fila della maggioranza, provando ad annientare contestualmente le speranze dei futuristi? Concordare il deflusso di parlamentari dai gruppi FLI, in concomitanza con la celebrazione del primo Congresso, avrebbe potuto rivelarsi strategico. Ma per fortuna la primavera è ormai vicina. Già da alcune settimane abbiamo notato l'allungarsi delle giornate, che porta un risveglio generale delle nostre piante, delle nostre coscienze e del nostro acume. Quella che inizialmente pareva essere una condizione di difficoltà oggettiva, si trasformerà inesorabilmente in una condizione di forza da spendere per la nostra causa. Prima del famigerato 14 dicembre scorso, la situazione creatasi in campo aveva originato la necessità di uno scontro frontale, che richiedeva una contrapposizione numerica tra i due diversi schieramenti: favorevoli a Berluscopoli da una parte e contrari a Berluscopoli dall’altra; perciò anche imbarcare soggetti discutibili, arruolando “lanzichenecchi”, rientrava nella logica che “il fine giustifica i mezzi”. Oggi dobbiamo rifuggire dallo scontro frontale che si è dimostrato perdente, le idee non si comprano, ma gli uomini a volte si, specialmente quando sono uomini di per sé già discutibili. Questo non è più il momento dei numeri, ma è l’ora della prova muscolare delle idee. Lasciamo che chi è povero di idee, vada dove meglio crede: la base del nuovo partito c’è ed è pronto all’impegno sociale, per ripristinare l’Italia e per ridare agli italiani il diritto di sognare. Per la potatura dei rami secchi di Futuro e (Continua a pagina 11) 3


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Contro il nucleare in Italia? Dott. Carlo Zanolini (Consigliere Comunale al Comune di Torino per FLI) Siccome, pur essendo un convinto antinuclearista, vorrei che si iniziasse un dibattito serio circa il nucleare in Italia, basato su presupposti scientifici, economici ed ambientali, non vorrei qui spezzare una lancia contro, ma elencare i vari punti che riguardano le problematiche sulla energia da fissione atomica e che inviterei tutti a voler considerare. Sovente ci si ferma solo su un aspetto singolo del problema: ad esempio si afferma che il nucleare è energia pulita perché non vi sono emissioni di CO2: questa è solo una considerazione marginale del problema, che non tiene conto di tutti i processi intermedi che portano al passaggio finale della produzione nucleare. Sovente, a causa della complessità di certi temi, rimane più facile dare giudizi su un aspetto o una parte di un sistema piuttosto che ragionare in termine di tutto il sistema. Faccio l’esempio classico di chi addossa la colpa del ritardo di un tram al conducente e non considera le criticità possibili del sistema dei trasporti urbano in toto, il quale deve prevedere traffico, incidenti stradali, mancanza improvvisa di corrente, condizioni atmosferiche avverse, indisposizione del conducente ecc. Proverò dunque ad elencare alcune delle principali questioni che riguardano il nucleare: A. CONSIDERAZIONI ECONOMICHE • Il costo attuale della solo costruzione di una centrale si aggira sui 3 miliardi di euro Come gli esperti sanno, i costi indu• striali debbono però tenere conto di tutto il processo di vita produttivo (investimenti in conto capitale, interessi bancari, mancati guadagni da interesse da capitale, spese burocratiche, spese di personale, gestione, materie prime, smaltimento dei rifiuti e delle scorie, costi assicurativi, ecc) • Il costo in conto capitale già così elevato, in base ad osservazioni su quanto realizzato negli ultimi anni, alla fine può sforare il budget anche del 300%, poiché si aggiungono costi dovuti a contingenze collegate al lungo tempo di costruzione, che se negli anni ’70 era di circa 10 anni, ora può allungarsi fino a 30 e più anni dal momento in cui si decide di iniziare coi progetti, l’identificazione dei luoghi, la localizzazione delle scorie ecc. Le centrali nucleari hanno una media di vita di • circa 31 anni: dopo di che occorre smantellarle: il costo dello smantellamento è il doppio di quello investito nel costruirlo (dato certo riferito alla centrale nucleare di Yankee Rowe, Massachusset, costruita nel 1960 e chiusa nel 1991) • Vanno aggiunti i costi delle Assicurazioni per eventuali incidenti e per eventuali ritardi di realizzazione dovuti a cambiamenti di governi con diversa propensione a costruire le centrali (la qual cosa inciderebbe molto sul prezzo finale) Altri costi devono essere previsti per istituire, • 4

strutturare e rendere operativa una Agenzia Nazionale per la Sicurezza delle Centrali Nucleari (istituzione riconosciuta come indispensabile per garantire sicurezza e trasparenza amministrativa al processo costruttivo e alla gestione produttiva) • Dal punto di vista economico, poi, la gestione dello smaltimento delle scorie radioattive (identificazione del luogo di smaltimento previa concertazione con gli Enti Locali, costruzione e sorveglianza della struttura di smaltimento) è un impegno di energie ed economico gravosissimo. • Altri costi si devono aggiungere per recuperare il combustibile nucleare “usato” da riportarsi ai Paesi produttori, perché non possa essere riutilizzato per usi bellici • Ora i calcoli si fanno sul costo attuale del combustibile nucleare (uranio). Non è detto che il costo rimanga stabile: un’improvvisa carenza di tale metallo (vedi la teoria del “Picco dell’uranio” e le previsioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica – AIEA – secondo cui le riserve di uranio fissile non durerebbero per più di 35 anni) potrebbe far schizzare il prezzo verso l’alto e i danneggiati saranno i Paesi non produttori che i ogni caso saranno sempre dipendenti da quelli produttori e in loro balìa: la stessa cosa che si sta verificando con il petrolio. B. CONSIDERAZIONI AMBIENTALI • E’ vero che una centrale nucleare è “pulita” ovvero non produce CO2. Ma se si considera la produzione di CO2 e l’inquinamento di tutto il ciclo di vita produttivo (inquinamento da estrazione, trasporto, processi costruttivi della centrale e dei luoghi di smaltimento, movimentazioni e logistiche correlate, ecc) ci si accorge che alla fine essa tanto “pulita” non è. Anche se un recente studio ha evidenziato come inquinamento e produzione di CO2 per Kwatt prodotto da una centrale nucleare sono sovrapponibili a quelli necessari per produrre fotovoltaico. Le energie rinnovabili e alternative (geotermia, • solare termico, solare fotovoltaico, eolico, idrico, ecc) sono sicuramente più “naturali”. Un loro incremento, anche a parità di costo potrebbe essere da subito realizzato • Una sinergia di azione con investimenti adeguati per produrre quantità di energia uguale a quella prodotta dal nucleare con politiche di risparmio energetico (abitazioni e veicoli a basso consumo energetico) e politiche di incentivazione delle energie rinnovabili, unite ad investimenti per la ricerca in tali campi, agirebbe in pochissimo tempo. C. CONSIDERAZIONI POLITICHE • L’attuale situazione politica che vede un’Italia divisa e spaccata in due fazioni renderebbe ancora più difficile e lungo il processo di nuclearizzazione del Paese (si ricorda che ancora oggi non si sono individuati i (Continua a pagina 11)


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Perché diciamo “SI” al Nucleare Ing. Marco Gerace (Direttivo Circolo Cavour) 1) L’unica alternativa praticabile per mantenere il livello di benessere al quale siamo abituati. (A. Zichichi) 2) I dati ufficiali di TERNA, dicono che nel 2009 (per ora sono i dati più recenti disponibili pubblicamente) abbiamo importato in Italia circa 45 TWh, pari al 14% del fabbisogno di energia elettrica. 3) Il basso costo dell’energia elettrica in Francia è invece una diretta conseguenza delle scelte strategiche di quel paese, che oggi trae dal nucleare oltre il 76 per cento dell’energia elettrica prodotta . (200 KM da Torino). 4) Senza quel 23% di nucleare non si riuscirà mai a tagliare le emissioni di gas climalteranti. 5)Le previsioni vedono un mercato in fase ascendente per la CO2. L’annuncio di un possibile accantonamento del surplus della Fase 2, infatti, dovrebbe favorire il rialzo dei prezzi delle EUA, che già dal 15 febbraio dovrebbe superare la soglia dei 15 €. 6) Se gestita correttamente, l'energia nucleare è una fonte molto pulita, non rilascia gas inquinanti nell'atmosfera, utilizza poco materiale di costruzione (per kWh) rispetto al solare ed all'eolico, produce molto pochi rifiuti (pressoché totalmente confinati) e non contribuisce all'effetto serra (non emette anidride carbonica). A.A.P.N. 7) Le dosi di radioattività rilasciate nell’ambiente dalle centrali nucleari in esercizio sono paragonabili o inferiori a quelle rilasciate da analoghi impianti a combustibile fossile (in particolare a carbone). Per quanto riguarda lo sviluppo di malattie neoplastiche nei dintorni delle centrali, dagli anni Ottanta a oggi sono stati effettuati e pubblicati oltre cinquanta studi pubblicati in almeno sei paesi (Francia, Stati Uniti, Germania, Giappone, Svezia e Israele) che non ha riscontrato un aumento di malattie per effetto dell’attività delle centrali. Fa eccezione il Rapporto tedesco Kikk, pubblicato nel 2007, che rileva un aumento delle leucemie tra i bambini con meno di cinque anni nei pressi di alcune centrali in Germania. Un’indagine commissionata dal ministero dell’Ambiente, pubblicata nel 2008, contraddice il Rapporto Kikk affermando che in nessun caso l’aumento delle leucemie può essere messo in relazione con l’attività degli impianti. Un recente documento del ministero della Sanità tedesco ribadisce analoghe argomentazioni. 8) Il reattore di una centrale nucleare può scaldarsi fino a temperature molto elevate, in casi può persino fondere (come è avvenuto a Three Mile Island nel 1979), ma non può esplodere come una bomba atomica. Sono le leggi di natura a impedirlo. 9) Nel corso dei decenni, anche grazie alle pressioni dell’opinione pubblica, nell’industria nucleare si è imposta una cultura della trasparenza e del controllo pubblico che non esiste in alcun altro settore industriale. Ogni minimo malfunzionamento viene segnalato alle autorità internazionali, viene valutato da gruppi di esperti e studiato in modo approfondito. Questo ha

consentito nel corso dei decenni un processo incessante di miglioramento degli impianti esistenti e dei progetti futuri. 10) L’ultimo Rapporto sulle scorie nucleari pubblicato nel settembre 2010 da una centrale Fermi di Trino commissione del Mit sostiene che vetrificare i rifiuti radioattivi per sistemarli definitivamente all’interno di depositi sotterranei potrebbe essere un errore. La commissione sostiene che non è ancora chiaro se le scorie radioattive debbano essere considerate ‘rifiuti o risorse per il futuro’. Gli esperti del Mit suggeriscono di mettere in sicurezza i residui radioattivi in depositi controllati e temporanei, magari nei pressi delle centrali, per qualche decina di anni. E propongono di finanziare nuove ricerche per capire se quelle sostanze solo parzialmente esauste potrebbero trasformarsi in una riserva strategica di energia per il futuro da utilizzare all’interno di centrali di nuova concezione.

OSSERVATORIOPIEMONTE Periodico indipendente di politica, cultura, storia. Supplemento a - Guida a destra aut. tribunale di Torino n° 5554 del 2-112001. Sede legale Cantavenna di Gabiano (AL). Redazione: Via Borgone, 57 - Torino c/o Circolo Cavour di Futuro e Libertà per l’Italia http:// www.osservatoriopiemonte.info Direttore Responsabile: dott. Enzo Gino Comitato di Redazione e collaboratori: TORINO: Andrea MARISCOTTI - Erik PALENI Domenico IDONE - Marco GERACE Christian MARI - Riccardo MANZONI, Matteo SCAINELLI, Carlo ZANOLINI. ALESSANDRIA: Enzo GINO; ASTI: Massimiliano PETTINO, Diego ZAVATTARO; VERCELLI: Gilberto BORZINI per informazioni, collaborazioni, pubblicità e contatti: posta@osservatoriopiemonte.info - tel . 3357782879 Finito di stampare nel mese di febbraio 2011 5


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La costituzione materiale ed il materiale della Costituzione Di Massimiliano Pettino Montesquieu, nel lontano 1748, indicava ne L'esprit des lois i canoni del governo dello stato, definendo “repubblica” quella forma istituzionale fondata sulla virtù, cioè sull’amor della patria e sull’uguaglianza, dove il popolo è al contempo suddito e sovrano. Teorizzava, inoltre, un principio diventato pietra d’angolo di tutte le democrazie moderne e cioè il principio della separazione dei poteri. In sintesi, affinché in uno stato non vi sia la dittatura ma la democrazia, i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, devono essere attribuiti a tre organi diversi: Parlamento, Governo e Magistratura, ognuno indipendente ed autonomo dagli altri, in grado di esercitare, l’un verso l’altro, un’azione di reciproco controllo; è la teoria del “bilanciamento dei poteri” o “dei pesi e contrappesi”. Questo principio è stato uno dei lumi ispiratori della Costituzione Repubblicana Italiana, approvata il 22 dicembre del 1947. Questa legge è ormai divenuta obsoleta! Sua Emittenza, il Cav. Silvio Berlusconi, ha ben pensato, per la serenità di tutti gli asserviti d’Italia, di crearne una nuova, al passo con i tempi: la leggendaria costituzione materiale! Dimenticate la Carta del dopoguerra! Ne ha confezionata una versione al passo con le attuali esigenze di prosperità, serenità e semplificazione, coralmente sentite da tutti gli italiani. Non affannatevi a cercarla su Gazzette Ufficiali o altre fonti di cognizione! Non è stata mai scritta...almeno per ora! Siamo più precisi, diciamo che, unitamente ad un consesso di cultori del diritto fantasia, grassatori specializzati nel settore impunità e ballerine dal pedigree giuridico (tutte alte personalità di sua cernita e nomina), ha inserito nell’agenda del Consiglio dei Ministri 10 minuti di discussione da dedicare all’adempimento di questa formalità scritta, pretesa, bizantinamente, da quegli incontentabili legulei delle opposizioni multicolor. Priva del vincolo ab sustiantiam, la carta farlocca, è tuttora vigente, ed aleggia, da un po’, tra le nebbie della mente del suo inventore, dei suoi vassalli e sulle labbra di chi, non conoscendo quella dei padri fondatori, la cita copiosamente quasi fosse un bonus da spendere nei dibattiti politici di tutti i salotti televisivi. Provare per credere! La sola declamazione della costituzione materiale dovrebbe, in maniera dirompente ed incontrollabile, far sembrare intelligente il propalatore, 6

far impennare l’audience della trasmissione e lasciare di stucco gli astanti intervenuti (tipo la “matta” nel sette e mezzo!), macchiatisi, ahiloro, di vile fellonia, avendo manifestato, ingiustificatamente, un fazioso (e comunista) sdegno avverso l’agire dell’incarnazione del “sogno degli italiani”, proferendo frasi oltraggiose del tipo "ma non è possibile!!! Questo è incostituzionale!". A chi ama la Costituzione, come Noi, o a chi almeno l’ha letta, il dialettico rodomonte appare come un pupazzetto parlante, ridicolo nel suo anfanare in discorsi nei quali pensa gli sia consentito dire tutto ed il contrario di tutto, invece di seguire il caro vecchio adagio popolare che consiglia: a volte, è meglio stare zitti e dare l'impressione di esser stupidi che proferir parola e togliere ogni dubbio! Ma scendiamo nel dettaglio della nuova carta fondamentale! Per iniziare, la costituzione berlusconiana non prevede la figura del Presidente del Consiglio, ma quella emblematica del Premier! L'Italia è diventata il paese dei presidenti, dai circoli di scopone fin alla “vetta” della Repubblica. Basta! Il Premier, invece, ha un respiro internazionale, meno provinciale! E così, oltre a svecchiare la figura di capo dell'esecutivo, il Gran Califfo d’Italia rompe, finalmente per lui, l’assunto dell’art. 92 cost.: la collegialità del Governo. Il Premier è il primus super pares, la personificazione dell'esecutivo! E’ di immediata percezione l’ispirazione common law dell’evoluzione istituzionale, peccato che, rispetto al sistema Westminster, manchino i relativi bilanciamenti di potere, come ad esempio, il governo ombra. Ops, I’m sorry! Il nostro Premier ha poi coraggiosamente affrontato la questione che turba il sonno degli italiani: il Presidente della Repubblica ha il potere di sciogliere le Camere? Il Governo ha finalmente smascherato anche questa leggenda metropolitana (dopo quella del coccodrillo cresciuto nelle fogne e dei segni degli zingari sulle porte delle case da derubare). Nella costituzione materiale, l’imperium di sciogliere le camere o una delle due, spetta esclusivamente al Premier, per via della sua nomina popolare. E’ inoltre turpe, spregevole e ripugnante il pensiero che il Presidente della Repubblica (quel comunista!) possa destituirlo e conferire l’incarico di formare un nuovo governo, con la stessa o un’altra maggioranza, ad una diversa personalità politica! Non dobbiamo nemmeno pensarlo!!! Senza di Lui ci sarebbero solo tenebre, tramutazione dell’acqua in sangue, invasioni


OSSERVATORIOPIEMONTE di rane, pidocchi, mosconi e cavallette, moria del bestiame, ulcere diffuse e stragi dei primogeniti! Amen. Il sangue e le lacrime della manovra economica di Tremonti, al confronto, apparirebbero una carezza amorevole di mamma con tanto di bacino sulla fronte! Peccato che nella Costituzione, quella vera, esistano gli artt. 67 ed 88 che prevedano l’esatto contrario. Tanto, chi lo sa? E poi, non è forse vero che, ripetendo insistentemente, attraverso i media e i giornali una bugia, questa si tramuta magicamente in verità? Illusionismo sofista! Proseguiamo la discesa negli inferi. Le assemblee parlamentari sono elettive...e chi l'ha detto? Nella nuova costituzione materiale, grazie a leggi elettorali che da questa traggono ispirazione ( Porcellum….mai nome fu più azzeccato), gli “eletti” dal popolo sovrano si trasformano in “nominati” dai candidati premier! I maligni insinuano che tale scelta sia propedeutica ad un parlamento servile e votata a sistemare i famosi “amici degli amici”, ma queste sono le solite indegne mistificazioni! L’intento del Premier operaio è esclusivamente il bene collettivo! La parola d’ordine è semplificazione! Perché stressare i cittadini con inutili sforzi mnemonici di nomi, simboli, alleanze ecc.! Basta scegliere il simbolo col suo nome e lui, munifico manlevatore, sceglierà dalla sua scuderia di purosangue e giumente, ciò che di meglio ha da offrire la gioventù italiana! Meravigliose intelligenze in aggraziati corpi. Altro che i soliti cisposi professionisti della politica! Piccolo particolare, se i politici scelgono i “nominati” (e quindi se stessi), viene meno un elemento essenziale della democrazia: la responsabilità politica. Si rescinde cioè il legame necessario tra la popolazione di un territorio ed il proprio rappresentante in parlamento. L’elettore a chi potrà affidare le proprie aspettative e manifestare i propri bisogni? Risposta ovvia: solo a lui, il Premier, per via del mandato in bianco conferito dal voto sulla scheda. Ed addebitare l’eventuale insoddisfazione? A nessuno, perché lui vive nel migliore dei mondi possibili nel quale tutti siamo felici e non esistono problemi di sorta ed i suoi soldatini del listone precotto, non devono render conto agli elettori ma solo al loro mentore - guida! Wow! Comodo, veloce e senza alcuna contestazione! Domanda: visto che il disagio della società civile ha ormai rotto gli argini del tubo catodico, led o plasma del televisore ed è dilagato in ogni casa italiana, atteso che le istanze di tutti i settori produttivi non vengono rappresentate in parlamento per indifferenza degli interlocutori istituzionali, considerato che il governo fa finta di non accorgersi dello sdegno degli italiani e non si dimette impegnato com’è a conservare immunità e privilegi e a vivacchiare con una campagna acquisti di deputati e senatori da far invidia ad una squadra di calcio, quale strumento costituzionale ha oggi il popolo italiano per spodestare il discinto Cesare e la suburra politica del suo seguito? Nessuno. Patologie come queste, oggi, nel nostro Paese, o guariscono da sole implodendo o l’unica medicina si chiama rivoluzione. Algeria, Egitto e Libia docunt. Occhio Berlusca! Dulcis in fundo, i rapporti con la Magistratura. La costituzione materiale risolve anche questo equivoco

alimentato dalle opposizioni. In realtà, la tematica in argomento, non evidenzia alcun contrasto di poteri; infatti la carta fantasiosa lascia intonso il contenuto della Costituzione Italiana. Ovviamente, si rende necessaria una lettura sistematica e coerente con i precedenti argomenti. L’art. 101 cost. recita: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Seguite il sillogismo: la legge è preparata e proposta dal Governo e fatta approvare dalla maggioranza del Parlamento che, grazie al premio di maggioranza, alla nomina dall’alto dei suoi componenti ed alla compravendita di deputati e senatori (ahimè anche tra le nostre fila), si limita a ratificare esclusivamente i disegni dell’esecutivo; l’esecutivo è personificato dal Sultano - Premier; ergo, i giudici sono sottoposti a Berlusconi. E’ tanto semplice! Ma concediamoci uno sguardo al futuro. Nella testa tricologicamente depressa del capo dell’esecutivo, fervono fantasiose idee innovative, come ad esempio, la futuribile e fantomatica modifica dell’art . 41 cost. Grazie a questa opera di ammodernamento, l’iniziativa economica sarà libera di fare tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge, l’economia italiana potrà tornare a crescere in maniera esponenziale ed il benessere potrà scendere dal cielo, su tutti noi consociati, come la manna di memoria biblica! Tre/quattro abrogazioni ad hoc e finalmente il made in italy sarà estendibile alla compravendita di schiavi (ovviamente riportanti marchio a fuoco delle griffe nazionali), potranno riaprire le case chiuse (con dettagliato mercuriale ministeriale esplicito in prezzi e prestazioni – questa è la garanzia del consumatore!), i lavoratori potranno prestare il loro servizio per 20 ore al giorno (con 4 ore di straordinario obbligatorio) e finalmente sarà introdotta, in ogni azienda come nella formazione del Governo, la norma che reintroduce lo ius primae noctis, esperibile dal imprenditore per ogni neo assunta con contratto a tempo indeterminato! Questo è progresso! Questo è incentivo all’occupazione e stimolo dell’economia! Queste sono le pari opportunità! Concludo gelando i vostri sorrisi, perché l’ironia svegli il pensiero ma non alimenti la rassegnazione. Siamo di fronte ad una emergenza democratica. Il nostro Paese è davvero in pericolo. Chi non rispetta la nostra Costituzione viola la nostra Storia, i principi fondamentali del nostro essere italiani, le regole comuni di civiltà che elevano semplici uomini a cittadini liberi, nei confronti degli altri consociati così come dai poteri dello Stato. Noi di FLI abbiamo abbracciato una missione epocale, non per mera propaganda ma per seria preoccupazione: difendere la Nostra Carta. A chi continua a insultare la mia intelligenza cercando di convincermi che la Costituzione Italiana sia soltanto una legge anacronistica, riposta in una teca per l’interesse di antiquari, rispondo con la voce accorata di Piero Calamandrei: « Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione. » Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria, Milano, 26 gennaio 1955. 7


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Istriani scampati alle foibe Ricordiamo una delle pagine più tristi della storia nazionale, quella dei rapporti con gli esuli provenienti dalla ex Jugoslavia: Istria, Fiume e Dalmazia negli anni del dopoguerra. Riportiamo attraverso un breve cenno queste vicenda in cui si intrecciano pulizia etnica, accoglienza negata, persecuzione ideologica e politica, oltre alla constatazione che di fronte al primato del partito anche la solidarietà operaia veniva meno. Oggetto di tanto vituperio da parte della sinistra e dei sindacati ad essa legati non erano stranieri, ma… italiani.

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er comprendere il contesto stiamo parlando di circa 250-300.000 profughi che dalle città ex italiane passate poi alla Jugoslavia scelsero di tornare in patria sostanzialmente per tre motivi: - la paura di morire nelle foibe - il rifiuto del comunismo - il nazionalismo di Tito che intendeva sopprimere ogni altra nazionalità a partire dal quella italiana. L’esodo coinvolse tutta l’Istria, Fiume e la Dalmazia e nonostante le angherie che doveva subire chi voleva partire, intere città si svuotarono: Zara da 21-24.000 abitanti passò a 5.000, da Fiume in 5 anni dal 1925 al 1950 ben 25.000 italiani la lasciarono (su 53 mila abitanti di cui 42.000 italiani e 11.000 croati), Pola su 34.000 abitanti 30.000 se ne andarono, poi i centri minori Parenzo, Rovino, Albona; da Pirano partirono quasi tutti i 7.000 abitanti. Fra essi non vi erano certamente soltanto Profughi istriani che si imbarcano sul "Toscana" il piroscafo che fascisti come denunciava la propaganda li avrebbe riportati in Patria Comunista in Italia ma vi erano molti ope1300 profughi istriani presso la ex caserma Passalacrai ed ex partigiani che potevano portare con loro coqua. me stabilito dalle autorità Jugoslave di Tito solo 50 kg di bagaglio oltre a 20.000 lire di valuta per il capofamiglia e 5.000 lire per ogni famigliare. Resoconto giornalistico In Italia vennero bollati dall’allora PCI come fascisti A Bologna il treno degli esuli fu preso a sassate. che rifiutavano di vivere nel “paradiso” comunista del Era una fredda domenica, quella dei 16 febbraio dei maresciallo Tito e i sindacati fecero di tutto per ves'47, quando da Pola s'imbarcò con i sacchi, le pentole, sarli: ad Ancona il 16 febbraio 1947 attraccò il piroscale ultime lenzuola e un piccolo tricolore il quarto confo Toscana adibito ad trasporto dei profughi e i porvoglio marittimo di esuli. Qualcuno aveva voluto portatuali si rifiutarono di scaricare i loro bagagli, a Bologna re con sé le ossa dei morti. Tutti avevano gli occhi il 18 febbraio dello stesso anno impedirono alla trarivolti alla città che sempre più rimpiccioliva. "Era codotta di fermarsi per ottenere i pasti caldi destinati me voler trattenere dentro l'incomparabile visione delsoprattutto a vecchi e bambini predisposti da parte la nostra cittadina. Nessuno poteva immaginare quello della Pontificia Opera di Assistenza: se il treno si fosse che ci attendeva in madrepatria". fermato sarebbe scattato lo sciopero dei ferrovieri. A A ricordarlo è uno di quei profughi, Lino Vivoda, allora Venezia venne fischiata persino la salma di Nazario quindicenne, che s'era imbarcato con i genitori sul Sauro portata via da Pola. piroscafo "Toscana". Una delle tante storie di addio a Ad un comizio per le elezioni del 18 aprile 1948 un una terra amata e cancellata per sempre vissuta da dirigente della CGIL urlò dal palco: “in Sicilia hanno il chi, a guerra finita, scelse l'esilio per continuare a senbandito Giuliano, noi abbiamo i banditi giuliani!” Meritirsi italiano. "Ad Ancona l'impatto fu tremendo. C'era tano per contro di essere ricordati altri personaggi un cordone dell'esercito a proteggerci e tanta gente positivi in particolare il sindaco di Tortona Mario Silla, che scendeva dalla parte alta della città. Noi, dal poncontadino, già costretto alle dimissioni dalla carica di te della nave, agitavamo le mani in segno di saluto, sindaco dai fascisti nel 1920 e rieletto sindaco dopo la con le bandiere al collo, anche perché faceva freddo, liberazione che si definiva non “sindaco comunista” ma nevicava. E loro rispondevano col pugno chiuso". Pos“comunista sindaco” all’inizio del 1947 scontrandosi sibile che nessuno la pensasse diversamente, che non con i compagni del partito accolse nella sua città ben sentisse fratelli quei "veneti di la de mar?" Uno episo-

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OSSERVATORIOPIEMONTE dio, toccante ci fu. "Da quella folla vennero fuori in i tedeschi. La maggioranza di loro prese parte all'esotre, due con la fisarmonica, e cominciarono a cantare do". vecchie canzoni istriane. Erano esuli pure loro, accetC'era chi istigava all'odio anche dalle colonne dei giortati per aver combattuto a fianco dei partigiani. Una nali. "Tommaso Giglio che allora scriveva per l'edizione scena commovente che un po' ci rincuorò. Anche chi ci milanese dell'Unità e che poi diresse l'Espresso, in quei insultava per un po' smise. giorni firmò tre articoli . In uno titolò "Chissà dove Da lì partimmo con un lungo treno di vagoni merci la finirà il treno dei fascisti?"". Bruno Saggini, fiumano, sera di lunedì 17 febbraio, sdraiati sulla paglia, attraresidente a Bologna, unica città italiana in cui, fino a verso l'Italia semisepolta dalla neve. Dopo innumerepochi anni fa, non esisteva una sola via dedicata all'Ivoli soste in stazioncine secondarie arrivammo a Bolostria e alla tragedia dell'esodo, sottolinea la forte vagna. Era martedì, poco dopo mezzogiorno. La Pontifilenza ideologica di episodi come quello dei treno. "Gli cia Opera di Assistenza e la Croce Rossa Italiana aveattivisti di sinistra non capivano che gli italiani abbanvano preparato un pasto caldo, atteso soprattutto dai donavano in massa le loro terre d'Istria, Fiume e Dalbambini e dai più anziani". Ma dai microfoni "rossi" mazia per sfuggire alla snazionalizzante dittatura slauna voce gridò: "Se i profughi si fermano, lo sciopero vocomunista. Chi aveva fatto questa scelta doveva per bloccherà la stazione". Poco prima il convoglio, che i forza essere etichettato come fascista". ferrovieri chiamavano il "treno dei fascisti", era stato Articolo di Gian Aldo Traversi tratto da "Dossier" suppl. preso a sassate da un gruppo di giovanissimi che del Quotidiano Nazionale settembre 2004 "Il tricolore sventolavano le bandiere con la falce e il martello. Ci a Trieste" fu perfino chi, per eccesso di zelo, versò sui binari il latte destinato ai bambini già in grave stato di disidratazione. Il treno scomparve nella nebbia con il suo carico di delusione e di fame: la meta finale sarebbe stata una caserma di La Spezia. I pasti della Poa nel frattempo vennero trasportati a Parma con automezzi dell'esercito e distribuiti dalle crocerossine. "Vi giungemmo a tarda sera, la gente potè rifocillarsi dopo 24 ore di viaggio. C'erano tanti poveri tra noi, ma per i comunisti i poveri non avevano neanche il diritto di essere poveri". A inquadrare la dram- Il piroscafo Toscana effettuò in tutto dieci viaggi, alcuni in più rispetto ai promatica vicenda del grammati, trasportando a Venezia e ad Ancona complessivamente non meno "treno della vergogna" di 13.056 profughi tra uomini donne, bambini e vecchi, nonché le ceneri di in un contesto storico Nazario Sauro, di Giovanni Grion e della madre, di due caduti del sommergibipiù ampio è Guido Ru- le “F 14”, e relativi cimeli. mici, goriziano, ricercatore di Storia ed economia regionale, autore di Riportiamo i contenuti della lapide che verrà esposta "Infoibati", "Fratelli d'Istria" e "Istria cinquant'anni alla stazione di Bologna in ricordo di quei tragici evendopo il grande esodo" per i tipi di Mursia. "Si trattò di ti: un episodio nel quale la solidarietà nazionale venne "Nel corso del 1947 da questa stazione passaromeno per l'ignoranza dei veri motivi che avevano cauno i convogli che portavano in Italia esuli istriasato l'esodo di un intero popolo. Partirono tutte le ni, fiumani e dalmati costretti ad abbandonare i classi sociali, dagli operai ai contadini, dai commerloro luoghi dalla violenza del regime nazionalcianti agli artigiani, dagli impiegati ai dirigenti. Un'intecomunista jugoslavo e a pagare, vittime innora popolazione lasciò le proprie case e i propri paesi, centi, il peso e le conseguenze della guerra indipendentemente dal ceto e dalla colorazione politica d'aggressione intrapresa dal fascismo. In seguidei singoli, per questo dico che è del tutto sbagliata e to, Bologna seppe accoglierli, come è nelle sue fuori luogo l'accusa indiscriminata fatta agli esuli di tradizioni, molti di essi facendo suoi cittadini. essere fuggiti dall'Istria e da Fiume perché troppo Oggi vuole ricordare quei momenti drammatici coinvolti con il fascismo. Pola era, comunque, una citdella storia nazionale. Bologna 1947-2007" tà operaia, la cui popolazione, compattamente italiana, La lapide è stata contestata in quanto non faceva cenvide la presenza di tremila partigiani impegnati contro no ai fatti accaduti realmente. 9


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Apocalypse ? di Gilberto Borzini Fantascienza?, fantapolitica?, pensiamo a quante volte è capitato che la realtà superasse la fantasia: le armi di distruzione di massa in Iran che non c’erano?, i messaggi top secret di ambasciatori e potentati del mondo su internet?, Sicuri che è tutto impossibile? Non credo si tratti dall'arrivo dell'apocalisse, anche se manca poco al 21 dicembre 2012 e se siamo nella zona cesarini del "mille e non più mille" iniziando a contare dalla data di crocefissione di Gesù. L'apocalisse di Giovanni se la prendeva in particolar modo con Roma, la grande prostituta, obiettivo principe dell'ira divina. La città non ha cambiato molto le proprie abitudini e il Vaticano non sembra prestare troppa attenzione alla dannazione giovannea. Però siamo sicuramente alle soglie di un mutamento epocale. Molti, io compreso, si domandano "chi ci sia dietro" ai grandi sommovimenti medio orientali e nord africani che segnano queste giornate convulse. Certo non sembra per nulla casuale che i moti popolari coinvolgano Nazioni che controllano geograficamente il Mediterraneo (per il quale transitano oggi il 18% di tutti gli scambi commerciali mondiali, oltre a gasdotti e oleodotti essenziali per la sopravvivenza europea), il canale di Suez (Egitto a nord, Yemen e Djibuti a sud), lo stretto di Ormuz (El Baharain): in sostanza chi controllerà questi Paesi avrà il Potere di scegliere quali merci far passare, quali petroliere far transitare, quanta energia commerciare. Un Potere assoluto. I Greci mossero guerra a Troia con la scusa di Elena. Ma Troia controllava lo stretto dei Dardanelli e praticava la pirateria a svantaggio del commercio greco. Elena fu il pretesto. Le crociate avvennero per conquistare i porti e le vie del commercio con le Indie. Venezia e Genova, repubbliche marinare, disponevano di interi propri quartieri a Costantinopoli e svariate isole nel mediterraneo orientale, per tutelare i propri commerci. Venezia, grazie a quella forza, mantenne l'indipendenza dal 1200 al 1815. Mille bergamaschi traghettarono da Genova a Marsala con l'appoggio della marina inglese. Note a margine ? No, per nulla: chi controlla i punti di transito del commercio controlla il Potere economico, e come recitano i manuali di strategia militare, i Continenti si controllano dal mare. Ovvio quindi che i "movimenti popolari" attualmente in atto hanno una regia, così come la ebbero i moti di Solidarnosc che provocarono l'effetto domino negli stati del Patto di Varsavia nel 1989. La novità di queste ore è che per Suez transitano vascelli militari iraniani e, mi sia consentito, questa non è affatto una buona notizia. L'Iran, recentemente approdato al grado di potenza nucleare, è diventato in quanto tale "inattaccabile", con il supporto tecnologico della Russia. La Russia è leader mondiale di materie prime e negli ultimi dieci anni ha accumulato fantastiliardi esportando gas e petrolio. Potrebbe essere la Russia il grande burattinaio ? Po10

trebbe. La Cina ha immensi interessi in Africa ed è il maggiore esportatore di prodotti industriali del mondo. Potrebbe essere la CIna il grande burattinaio ? Potrebbe. Gli USA si sono visti ridurre il dominio incontrastato delle 7 sorelle del greggio da quando Russia, Algeria, Libia e Kazakhistan hanno deciso di fare da sole. Potrebbe essere Washington il grande burattinaio ? Potrebbe. I tre Super Potenti hanno ottimi motivi per puntare ad un nuovo assetto geo-politico degli snodi strategici del commercio. Potrebbe essere un informale G3 il grande burattinaio ? Potrebbe. Il fatto che nè l'MI 5, il servizio segreto inglese, né il Mossad, potentissima organizzazione israeliana, nè i francesi (che pure qualche interesse nel Maghreb ce l'hanno) abbiamo fin qui detto "bah" suggerirebbe questa possibilità. Nel putiferio attuale, nella ridda di voci e nei clamori forse, in effetti, dovremmo prestare più attenzione ai silenzi che alle grida. Nessuno dei più celebrati servizi di intelligence occidentali, e mettiamoci anche gli eredi del KGB, aveva avuto sentore di quanto stava per accadere in Nord Africa ? Possibile ? Davvero si vuol far credere che tribù carovaniere berbere e modestissimi sottoproletari arabi si collegassero su "twitter" per ordire un movimento popolare capace di detronizzare Ben Ali, Mubarak e (forse) Gheddafi trovando il consenso dei rispettivi eserciti, il tutto nel giro di un mese ? Ma dai... Ma per favore...! Sorprende anche la cautela con cui Washington, Londra, Tel Aviv, Parigi, Mosca e Pechino hanno reagito agli avvenimenti. Troppa diplomazia, troppa cautela, troppa condiscendenza, troppa non-chalance per essere vera sorpresa. Chi rimane col cerino in mano è, al solito, Cenerentola Europa. La "riorganizzazione" del mondo avviene alle porte di casa nostra lasciandoci probabilmente due scomode eredità. La prima riguarda l'aumento della bolletta energetica, con previsioni di assestamento del greggio a 120 dollari al barile. La seconda è la gestione delle ondate migratorie che potremmo dovere affrontare, rendendo più opportuno e conveniente investire pesantemente nella industrializzazione del nord Africa, per quanto ne derivi una ulteriore riduzione del lavoro in casa nostra e un immenso punto di domanda nella gestione del welfare nostrano. Ma questo è l'immediato futuro, ed è molto incerto, proprio perché incerto è il burattinaio del presente. Se poi il grande burattinaio fosse l'estremismo Sciita con El Qaeda, allora dovremmo dare ragione a Giovanni dell'Apocalisse e ai Maya. Ma si sa che le profezie non sono molto affidabili. O almeno lo spero !


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Nucleare in Italia?

Il Mietitore

(da pagina 4)

(dalla prima pagina)

siti di smaltimento delle scorie delle centrali nucleari del passato e queste sono ammassate in situazioni di rischio ambientale, senza controllo, in Piemonte. Si accenna anche qui alla “semplice” organizzazione dello smaltimento dei rifiuti “normali” a Napoli) • Ci sono antinuclearisti nel centrodestra e nel Centrosinistra, come ci sono dei nuclearisti nel Centrodestra e nel Centrosinistra: la trasversalità politica e partitica è caratteristica dell’antinuclearismo e del nuclearismo. • Al momento è ancora valido il referendum del 1987 che stabilì l’abbandono del nucleare in Italia Tutte queste considerazioni spero che possano entrare con pacatezza nel dibattito sul grande problema dell’energia che sta investendo l’Italia e tutta l’umanità.

Gente di Mirafiori (dalla seconda pagina) hanno necessità di un bagno di umiltà della nostra classe politica a favore del bene comune. Chissà che, come spesso accade, i più deboli non siano di esempio ai più forti e le vicende di Mirafiori, oltre a fissare un nuovo punto di partenza per una ripresa di FIAT, non siano anche capaci, in qualità di esempio virtuoso da seguire, di dare una lezione di etica e di altruismo a coloro che dovranno mettere mano alle riforme strutturali dell’Italia. Siamo nel 150° anniversario dell’Unità e non c’è miglior momento simbolico, per chi crede nei corsi e ricorsi storici, per rilanciare proprio ciò che oggi vogliamo celebrare, ossia l’Unità di questo Paese. Sarebbe il miglior omaggio che la Politica potrebbe fare a tutti noi, Italiani delusi ed insoddisfatti, al di là dei retorici (e inutili) riti di celebrazione.

La primavera di FLI (dalla terza pagina) Libertà dobbiamo ringraziare lo stesso mondo di Berluscopoli; non tutti i mali vengono per nuocere. Oggi quelle forme che già ci apparivano poco equilibrate, grazie alle potature fortunatamente subite, appaiono più armoniche e sensate; è stato favorito inevitabilmente lo sviluppo di molti nuovi germogli. I cittadini sono stanchi dell’ambiguità e della politica sterile ed incapace di risolvere i problemi. Forse da oggi, ripuliti dai numeri fittizi, dai trasformisti, dagli attori in carriera, ma ancora più forti della nostra idea di un possibile centrodestra lontano da Berluscopoli, possiamo dire a testa alta che da “Futuro e Libertà” rinasce la speranza di una nuova Italia e di un reale cambiamento.

interessano le vendette personali, è più importante creare i presupposti per un vero partito in grado di introdurre quei cambiamenti e riforme che da anni l’Italia attende e che nessuno è sino ad oggi riuscito a fare e solo grazie al quale si possono raccogliere ampi consensi. Questo può venire solo da un ricambio generazionale, da un ricambio istituzionale che veda cervelli nuovi, parlamenti nuovi, regole nuove. Tutte cose che i “baroni” della politica non potranno fare, o meglio potrebbero fare se si liberassero di quel pesante zaino che si portano dietro la schiena in cui ci sono gli interessi, i bisogni, i rapporti, le esperienze, le sicurezza accumulate in decine di anni di politica. Uno zaino pesante, difficile da scaricare e che impedisce di procedere. Lo vediamo proprio in questa diaspora. Dove stanno andando se a destra ci sono due sole realtà una, in costruzione Fli e una, il PdL in avanzata decomposizione ideale e inevitabilmente come logica conseguenza, temporalmente successiva, anche elettorale e politica. Da persona e politico certamente superiore alla media Fini, seguendo giustamente la concretezza, e non le suggestioni di chi guarda il contingente (sia esso costituito dall’umiliazione del “nemico” o dalla rappresentazione mediatica del momentaneo vincitore), ha ingranato un meccanismo che ha solo bisogno di tempo e perseveranza e che inevitabilmente darà i suoi frutti, (fra i quali anche le vendette che possono essere un gratificante accessorio mai un obbiettivo). Così il partito nato dall’alto ora sta crescendo dal basso. I gruppi parlamentari erano essenziali per avere un impatto sia nel Parlamento che sui media ed, in ricaduta, sull’aggregazione della base, ora che questa è strutturata con i mille o quel che sono circoli, qualche parlamentare che lascia non è più così importante. Quel che poteva dare lo ha dato, se può dare altro, che è quello che gli viene richiesto da partito e che non necessariamente è legato a ciò di cui lui ha bisogno, lo dia, altrimenti è giusto che se ne vada. Tutti i partiti che sono nati in Italia negli ultimi anni e sono tanti, pensiamo ai Radicali, ai Verdi, all’Italia dei Valori sono partiti SOLO da una base che si riconosceva in una idea forte, il gruppo parlamentare è venuto dopo. Fli ha tanti vantaggi: una idea e ideali forti che reggono proposte politiche forti, ha anche ed ancora dei Parlamentari non inchiodati al loro passato e soprattutto ha un leader che magari non sa raccontare le barzellette, ma conosce la politica ed i palazzi, sa usare il cervello e non solo per far soldi. Per cui amici di Fli siate forti e consapevoli, se continueremo a lavorare insieme a costituire circoli a incontrarci, discutere, litigare, partecipare, se ci daremo regole chiare e trasparenti, se sapremo coniugare ideali e politica, sono più che certo che (con)Vinceremo. Guardando da lontano può sembrare che laggiù qualcuno si agiti e si sbracci scompostamente, ma basta avvicinarsi un po’ per vedere che quei gesti sono i movimenti di un mietitore che sta affilando la lama della sua falce e che ogni movimento è preciso e studiato. 11


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Grandi infrastrutture e sindrome di Nimby

Not In My Back Yard ovvero: non nel mio giardino. E’ la motivazione che sottende l’opposizione alla

realizzazione di tante infrastrutture in Italia da molti anni. Dal Tav del Piemonte, ai rifiuti di Napoli, dal Mose di Venezia alle centrali eoliche in mezzo al mare, la costruzione di nuovi impianti diventa l’occasione per dispute e scontri infiniti fra promotori ed enti locali e popolazioni. Ecco una proposta per superare l’impasse che da anni inchioda l’Italia.

L’Italia più di ogni altro paese occidentale incontra sempre più difficoltà ad attuare un serio programma di realizzazione di grandi infrastrutture giudicate indispensabili per favorire un corretto e tangibile sviluppo della attività produttive, dei commerci e degli scambi sia interni che intenzionali. La difficoltà nasce spesso dall’opposizione delle realtà locali che vedono questi interventi come invasivi nel territorio, se non addirittura dannosi sino al limite della sopportabilità sociale. Basta pensare alle vicende delle discariche a Napoli piuttosto del Tav il treno ad alta velocità in Piemonte. Non a caso il Governo ha introdotto sin dal 2001 la cosiddetta legge obiettivo che ha lo scopo di definire il programma delle infrastrutture strategiche e di snellire le procedure per la loro approvazione e finanziamento. La legge non ha però risolto il problema delle contestazioni e delle opposizioni territoriali, che vengono semplicemente attribuite a frange estremiste sempre contro ogni infrastruttura a prescindere. Chi ha potuto seguire per anni l’evolversi dei processi di progettazione, approvazione e in qualche caso di realizzazione di queste grandi opere sa che se pur esiste una opposizione ideologica alle grandi opere, questa da sola non potrebbe impedirne la loro attuazione. Non bastano le manifestazioni degli Antagonisti, dei Disobbedienti o dei Centri sociali per impedire l’avvio dei lavori delle grandi opere non fosse altro per la loro scarsa consistenza numerica. Ciò che può bloccare la realizzazione di una grande infrastruttura sono i sindaci, i cittadini le associazioni di categoria: coldiretti, sindacati che riescono a mobilitare decine di migliaia di persone. Se ci si confronta con le argomentazioni poste, l’elemento di fondo che ostacola il consenso e la condivisione per la realizzazione di una grande opera è sostanzialmente riconducibile a uno: la sfiducia nelle istituzioni. Qualunque impegno assunto dai promotori, dalle amministrazioni sovraordinate a partire dal governo si scontra infatti con l’assoluta sfiducia che quegli impegni vengano mantenuti. E diventa fin troppo facile per chi contesta chiedere l’attuazione di interventi propedeutici da attuarsi nel breve periodo, anche non eccessivamente impegnativi sotto il profilo economico ma che dimostrino la buona volontà del governo o dei proponenti l’opera, per vederli disattesi, rafforzando così l’idea della inaffidabilità delle istituzioni e quindi l’opposizione all’opera. A questo poi va aggiunto che di prassi le progettazioni vengono realizzate da soggetti tecnici, i proponenti appunto, siano essi Rfi, piuttosto che la società autostrade, Enel o altri grandi gruppi che oltre a non coinvol12

gere nella progettazione gli enti locali, perché non previsto dalle leggi, operano secondo una cultura che mette al centro della progettazione l’infrastruttura rispetto alla quale il territorio circostante si deve adeguare con le cosiddette misure di mitigazione e quando queste non sono possibili o completamente possibili, con le compensazioni. E’ necessario invece ripensare le procedure per realizzare le grandi infrastrutture prevedendo il coinvolgimento diretto dei territori interessati sin dalle prime fasi di progettazione, inoltre è necessaria una evoluzione culturale anche da parte dei progettisti che devono introdurre criteri di progettazione delle grandi opere che considerano l’insieme di infrastruttura, ambiente e territorio circostante. Componenti con pari dignità che devono esser armonizzati fra loro e non subordinati all’opera, semplicemente come un insieme di difficoltà da affrontare e superare. In questo contesto è opportuno e necessario prevedere nel contesto della progettazione e realizzazione delle grandi opere interventi territoriali che risolvano eventuali criticità anche storiche e favoriscano opportunità e sinergie presenti e latenti o non sviluppate nei territori interessati dalla grande opera. Si tratta di introdurre misure di accompagnamento che consentano ad esempio il ricorso alla manodopera ed alle imprese locali, anche attraverso processi di formazione, all’utilizzo delle risorse edilizie e turistiche locali attraverso opportuni convenzionamenti per l’insediamento delle maestranze che lavorano nei cantieri anziché i tradizionali campi base. I progetti stessi devono essere strutturati in modo che a corollario del progetto master vi siano parti che possano essere realizzate indipendentemente da imprese di medio-piccole dimensioni anziché tutto da un unica stazione appaltante di grandi dimensioni. Sono operazioni che hanno spesso costo zero ma che trasformano una grande infrastruttura da opere calata dall’alto nell’interesse nazionale su un territorio che dovrebbe sacrificarsi per interessi superiori che facilmente posso esser messi in discussione , in un’opera che favorisce lo sviluppo locale e la soluzione di problemi territoriali o ambientali atavicamente irrisolti. Un nuovo modo di procedere quindi nell’affrontare la localizzazione e la progettazione di una grande infrastruttura che passi dal coinvolgimento diretto delle realtà locali. Se infine questo processo non dovesse comunque dissolvere opposizioni e contestazioni ideologiche e preconcette riteniamo che il ricorso al referendum locale quale estrema ratio per l’affermazione del diritto democratico debba esser preso in considerazione più come regola non come fatto eccezionale.


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