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Periodico del Gruppo Esperienza

Anno 15 - Gennaio 2011

Parrocchia S. Teresa di Gesù Bambino Via E. Nicolardi, 225 - Napoli

Il

27 GENNAIO è il GIORNO DELLA MEMORIA, l’anniversario dell’apertura del campo di sterminio di Auschwitz. Questo giorno credo debba rappresentare per ciascuno di noi l’inizio di un assillo, di un tormento duro, molesto ma assolutamente necessario: fissare nel cuore e nella mente, prendere consapevolezza e raccontare ciò che è stato. A lungo si è utilizzato il termine “olocausto” (rito sacrificale in cui l’offerta è interamente bruciata) per descrivere la distruzione degli Ebrei nei Lager, e questo anche sulla base dell’analogia con il passo della Genesi che descrive il sacrificio di Isacco per mano del padre Abramo. Tuttavia, nel Cap. 22 di Genesi, sacrificante (Abramo) e sacrificato (Isacco) condividono lo stesso spazio religioso, la stessa fede, il medesimo Dio. Applicare pertanto questo termine allo sterminio del popolo ebreo non è certo pertinente, e appare non solo fuorviante ma forse anche blasfemo, non volendo associare ad esso alcun atto religioso. Oggi dunque si preferisce utilizzare la parola "Shoah" per definire questa ineffabile tragedia, un’immane catastrofe che ha colpito il popolo ebraico e non solo...un “buco nero” della storia dell’umanità che ha avuto in Auschwitz il suo teatro più amaro ed efferato. Auschwitz. Un nome duro; quella “z” finale che sibila e fa terrore, che mette in moto un'onda di reazioni e di pensieri. Un luogo icona di tanti altri campi di sterminio, ove si è consumata la barbarie più cupa e atroce della storia. Una tragedia che incute ancora oggi timore e angoscia, che provoca rabbia e sgomento, che scava dentro di noi a interrogarci con nuove e vecchie domande, a soffiare forte sulle corde della Storia in generale, e su quelle ancora più prossime della "nostra" storia, della storia di ciascuno di noi che vive in questo mondo...perché lo straniero, il diverso, l’”altro” in generale ci

Alle 12.000.000 di vittime. Agli 80.000.000 di carnefici. Agli innocenti. Ai colpevoli. Al popolo martoriato di Israele. Al popolo redento di Germania. Affratellati nella Memoria dell'orrore, nell'orrore della Memoria. sono vicini, sono la nostra gioia ma spesso anche il nostro inferno, il nostro tormento...il nostro nemico: “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e non coordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo”. (Primo Levi) È necessario tuttavia affrontare la Shoah senza ritrarre lo sguardo, ancorché inorriditi, disgustati, atterriti: è la crudezza della storia, unita alla sua complessità e alla violenza dell'uomo sull’uomo che deve essere sondata, conosciuta, fatta gesto e parola, azione e memoria forte e viva, ben sapendo che certe esperienze di dolore non si comunicano, o certamente si comunicano non con la parola. Nulla di ciò che è accaduto in quei luoghi e in quel tempo deve essere taciuto. Mai. Come scritto in Isaia 56,5: "concederò nella mia casa e dentro le mie mura un luogo e un nome ... darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato”. Il termine “luogo” va qui inteso come mo-

numento, testimone di memoria.…Che anche nel nostro cuore ci sia perciò questo luogo, questo monumento. Che questa giornata ci abiti quale “testimone di memoria” per ricordare e trasmettere tutto: i luoghi, le storie degli innocenti, dei Santi e dei Giusti tra le Nazioni, dei bambini, degli ebrei, degli slavi e degli zingari, delle donne e dei vecchi, degli omosessuali, dei deformi, dei sopravvissuti e degli assassini, dei morti. Dell’altro. Raccontare tutto, soprattutto ai nostri figli: questo è il baratro in cui è capace di precipitare l’uomo, ciascun uomo; questo è il rischio di ritenere l’altro, il diverso, un “nemico”. Tuttavia, occorre ricordare e fare memoria di ciò che è stato dando un senso alla Memoria, perché non resti uno stantio o celebrativo racconto di fatti accaduti, di luoghi visitati; perché non diventi moralismo o peggio ancora una fredda retorica del tipo “...ricordare perché non accada mai più”. E se la possibile conseguenza della memoria è la banalizzazione, il prezzo della dimenticanza è molto più alto. Evitiamo dunque fratelli tutti gli atteggiamenti che non si traducono in espressioni di pensiero, perché il ricordo sappia divenire e trasformarsi in un organismo vivo, facendosi prospettiva, perché la maniera migliore per non dimenticare è costruire. Perché solo l’Amore crea (P. Massimiliano Kolbe).

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razie, allora, a tutti voi lettori se di questo numero del Sicomoro - fatto di nostre piccole esperienze e di cenni sul tormento interiore vissuto da testimoni sopravvissuti - vorrete prendere il rispettoso omaggio a tutte le vittime dei campi di sterminio, ed alla dignità di un popolo la cui elezione dura ancora oggi. Un ricordo non sterile, una memoria feconda ed attuale di tutte le vittime, dei 6.000.000 di Ebrei defunti, trucidati, massacrati. I nostri “fratelli maggiori”.

Paola Negro


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ELIE WIESEL L‟arrivo al campo di «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha sterminio fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l'eternità il desiderio di vivere. Deportato adolescente ad Auschwitz con tutta la sua Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e famiglia, insieme a 12.000 ebrei ungheresi, la i miei sogni, che presero il volto del deserto. maggior parte dei quali non sopravvisse. Wiesel vide Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto morire il padre, la madre e le tre sorelle. Scrittore, Dio stesso. Mai» nel 1986 riceve il Premio Nobel per la Pace. “Un sudore freddo mi copriva la fronte, ma gli dissi che non credevo che si bruciassero degli uomini nella nostra epoca, che l’umanità non l’avrebbe più tollerato… - L’umanità? L’umanità non si interessa a noi. Oggi tutto è permesso, tutto è possibile, anche i forni crematori… La voce gli si strozzava in gola. Papà - gli dissi - se è così non voglio più aspettare. Mi butterò sui reticolati elettrici: meglio questo che agonizzare per ore tra le fiamme. Lui non mi rispose. Piangeva. Il suo corpo era scosso da un tremito. Intorno a noi tutti piangevano. Qualcuno si mise a recitare il Kaddìsh, la preghiera dei morti. Non so se è già successo nella lunga storia del popolo ebraico che uomini

recitino la preghiera dei morti per sé stessi. - «Yitgaddàl veyitkaddàsh shemè rabbà»…«Che il Suo Nome sia ingrandito e santificato» - mormorava mio padre. Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me. Perché dovevo santificare il Suo Nome? L’eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva: di cosa dovevo ringraziarLo? Continuammo a marciare. Ci avvicinavamo a poco a poco alla fossa da cui proveniva un calore infernale. Ancora venti passi. Se volevo darmi la morte, questo era il momento. La nostra colonna non aveva da fare che una quindicina di passi. Io mi mordevo le labbra perché mio padre non sentisse il tremito delle mie mascelle. Ancora dieci passi. Otto. Sette.

Marciavamo lenta- La selezione mente, come dietro ad un carro funebre, seguendo il nostro funerale. Solo quattro passi. Tre. Ora era là, vicinissima la fossa e le sue fiamme. Io raccoglievo tutte le mie forze residue per poter saltare fuori dalla fila e gettarmi sui reticolati. In fondo al mio cuore davo l’addio a mio padre, all’universo intero e, mio malgrado, delle parole si formavano e si presentavano sulle mie labbra: «Yitgaddàl veyitkaddàsh shemè rabbà»… «Che il Suo Nome sia elevato e santificato»… Il mio cuore stava per scoppiare. Ecco: mi trovavo di fronte all’Angelo della morte … No. A due passi dalla fossa ci ordinarono di girare a sinistra, e ci fecero entrare in una baracca”. (Brano tratto da “La notte” di E. Wiesel)

La banalità del male! Questa l’ironica conclusione cui è giunta la storica Hannah Arendt: il volto del male è il volto della banalità, dell’inconsistenza e dell’assopimento di una coscienza che si ritaglia – accontentandosene – dei propri spazi di utilità. È quell’atteggiamento che mostra una totale assenza di capacità di riflessione, una correlazione tra pensiero, vita interiore, azione, sentimenti, e che è accompagnato, per contrasto, da una certa facilità all’osservanza di norme e codici precostituiti, ovviamente, in maniera acritica. Alla “radice” della banalità del male vi è un problema di relazione: l’incapacità di interessarsi alla vita ed alla sorte dell’altro, in quanto perfettamente ripiegati su se stessi, e perciò privi di quello sguardo che si fa attenzione, che si prende cura dell’altro. “Faceva giorno quando mi svegliai. Allora mi ricordai di avere un padre: dopo l’allarme avevo seguito la folla senza occuparmi di lui. Sapevo che era allo stremo delle forze, sull’orlo dell’agonia, eppure l’avevo abbandonato. Partii alla sua ricerca. Ma nello stesso istante nacque in me questo pensiero: «Purché non lo trovi! Se potessi sbarazzarmi di quel peso morto, così da poter lottare con tutte le mie

La vergogna e i sensi di colpa

forze per la mia sopravvivenza, occupandomi solo di me stesso». E subito ebbi vergogna, vergogna per sempre di me stesso”. (Brano tratto da “La notte” di E. Wiesel)

Paradossalmente gli unici a provare sensi di colpa sono i sopravvissu- di libertà, di essere stato risparmiato, equivale a confessare: “sono ti: “Per una strana ironia del destino, soltanto i reduci, i sopravvissuti contento che un altro se ne sia andato al mio posto”. È per non pensaerano, e sono, coscienti della loro parte di responsabilità. L'idea che li re a questo che i prigionieri, aiutati da un meccanismo di difesa, riuscidomina è concreta, straziante. Fa parte del loro essere. «Perché non vano a dimenticare così presto i loro compagni, i loro genitori seleziovi siete rivoltati? Perché non avete resistito? Eravate diecimila contro nati. Il sistema della “selezione” nei campi di sterminio non mirava dieci, contro uno: perché vi siete lasciati condurre al mattatoio come soltanto a decimare periodicamente la popolazione, ma anche a far sì bestiame?» Vivo, e quindi sono colpevole: se sono ancora qui è per- che ogni prigioniero dicesse a se stesso: “Quello avrei potuto essere ché un amico, un compagno, uno sconosciuto è morto al mio posto. In io; sono la causa, forse Lasciateci ricordare, lasciateci ricordare un mondo chiuso, questa certezza possiede una potenza distruttrice la condizione della morte gli eroi di Varsavia, i martiri di Treblinka, i dagli effetti facilmente intuibili”. Così il prigioniero risparmiato, scampa- altrui”. bambini di Auschwitz. Essi combatterono to alla selezione, non poteva reprimere uno spontaneo sentimento di (Brano tratto da “La da soli, soffrirono da soli, vissero soli, ma gioia. Passato un momento, una settimana, un'eternità, questa gioia nostra colpa comune” di essi non morirono da soli, per qualcosa in cui tutti noi morimmo insieme a loro. piena di ansia e di paura si trasforma in senso di colpa. Il sentimento E. Wiesel)


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l 9 ottobre 1997 era un giovedì. Direte voi embè?... Embè...era il 34° anniversario della tragedia del Vajont. (Per chi volesse approfondire, rimando al seguente link: http://video.google.com/videoplay? docid=8879734850960378650#).

Ho visto questa trasmissione - a metà tra il documentario e la rappresentazione teatrale (molti chiamano il genere orazione civile) - perché fu una sciagura rimasta nella memoria di mia madre allora 20enne, che quella sera mi «impose» di partecipare a questo evento televisivo. Ricordo che avevo visto la diga dal vivo in un nostro viaggio nell’estate del 1985, e quel ricordo di 12 anni prima, di una diga assurdamente in cima ad una montagna geologicamente non adatta ad ospitarla, ritornò così prepotente nella mia mente che rimasi incollato alla TV in attesa dell’orario per la commemorazione della tragedia celebrata da Marco Paolini (autore ed attore) proprio nel teatro ricavato sul piazzale della diga stessa. Torniamo a noi… quale sia la mia esperienza di come i tedeschi vivono questa giornata è difficile dirlo: ormai la società tedesca è così multi-etnica che qui si trova tutto e il contrario di tutto. Il 21 aprile del 2009 si celebra lo Yom HaShoah, Giornata del Ricordo della Shoah, che cade ogni anno il 27 di Nisan. Quel giorno mi trovai per caso nei pressi del monumento dedicato alla Shoah, costituito da un tratto di binario che termina con una rappresentazione in marmo di un camino. Vidi lì uno sparuto gruppo di ebrei tedeschi (ne sono rimasti pochi in Germania!) e, pochi metri più in là, sul piazzale antistante il magnifico Duomo in cui sono custodite le reliquie dei Magi, un ben più consistente gruppo di palestinesi che inneggiava alla cancellazione dello Stato di Israele, mostrando le malefatte del Governo e dell’esercito israeliano a carico della popolazione. Pensandoci bene, le due situazioni non erano poi così in conflitto; anzi, mostravano che, nonostante l’atroce passato di cui i nostri fratelli maggiori ebrei facevano memoria in quel giorno, poco o nulla era cambiato nel mondo, e un altro genocidio era ed è tuttora in

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atto. Giorno della Memoria o Memoria ogni giorno? Devo d i r e di Francesco Maria Caridei tuttavia che in Germania si respira un aria delle persone ogni mattina si rimbocca di “penitentiagite” cioè del “fare peni- le maniche e lavora, o va a scuola ad tenza” da parte dei Tedeschi discen- imparare quel lavoro che facilmente denti dei folli criminali che devastarono troverà dopo, e che - nel giro di pochi l’Europa tra il 1939 e il 1945, e che si anni di precarietà - si stabilizzerà fino a macchiarono di un tale efferato delitto diventare un lavoro a tempo indetermicontro gli Ebrei. Se non altro per come nato. Forse proprio con il loro lavoro tengono a bada le minoranze di estre- stanno riscattando l’ignominia di quei ma destra (i neo-nazifascisti), a cui Lager e di quelle morti. È quindi doveraramente autorizzano manifestazioni roso fare memoria anche con il proprio pubbliche, e se lo fanno appena comportamento, andando a combatte“sgarrano” - inneggiando a qualche re i pregiudizi del proprio cuore e quelli potenziale reato fatto in passato o da delle persone che ci sono attorno. fare - la manifestazione viene bloccata Nel mio piccolo ho desiderio di ined i manifestanti allontanati! In questo modo i Tedeschi curano la dagare su di un’altra storia, quella dei propria Memoria e rispettano la legge, militari italiani fatti prigionieri perché analoga a quella italiana, relativa all’a- dopo l’armistizio, trovandosi nella Repologia di fascismo ed alla ricostituzio- pubblica di Salò, avevano deciso di ne di un partito che porta lo stesso non aderirvici. Questi ufficiali, considerati traditori, furono inviati in Campi di nome di 70 anni fa. punizione (Straf-lager) in cui non esiNon ho mai sentito da alcun Tede- stevano né camini né camere a gas; e sco parlare di ciò che è stata la Shoah, uno di questi si trovava proprio qui a ma ne vedo i segni: interpretano quoti- Colonia! Poiché la loro condizione di dianamente con umiltà e in silenzio il prigionieri non era riconosciuta dalla motto che campeggiava sul cancello di Convenzione di Ginevra vissero in una Auschwitz: “Arbeit macht frei”, il lavoro condizione degradante. Tuttavia, querende liberi… in questa società ste persone furono affiancate da un sacerdote, e questo fu il primo embrione della Missione Cattolica Italiana a Colonia! (Spero che la nostra direttrice responsabile del Sicomoro acconsentirà a pubblicarne la storia appena sarà pronta!).

(nonostante ci siano fette di disoccupazione ed emarginazione) il lavoro è la prima cosa! Non solo perché il lavoro c’è, ma perché al lavoro sono implicitamente associati dignità, stabilità e garanzia per le famiglie. E come fa un paese europeo di questi tempi ad avere un basso debito pubblico, bassa disoccupazione (nella sola Germania Ovest, la percentuale di disoccupazione e il debito pubblico sono ridicoli!), ed un reddito medio soddisfacente? Perché la stragrande maggioranza

Come faremo memoria io e Raffaella quest’anno? Il 26 gennaio, alla vigilia della Giornata della Memoria, La7 trasmetterà un’opera proprio di Marco Paolini dal titolo “Ausmerzen (che significa “eliminare”, “sradicare”, “estirpare”) - Vite indegne di essere vissute”, che racconterà in diretta dall’ex-ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano la terribile vicenda dell’eliminazione dei disabili e dei malati di mente nella Germania nazista con la sperimentazione di tecniche di eliminazione di massa, le quali furono poi applicate nella soluzione finale contro gli Ebrei.


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PRIMO LEVI Si laurea con lode in Chimica; sul diploma di laurea la precisazione «di razza ebraica». Nel 1944 viene deportato in un ca mpo di lavoro vicino Auschwitz, impiegato in attività di laboratorio presso una fabbrica di gomma. L’annullamento della

personalità, il degrado dell‟essere umano alla condizione di animale, la privazione della dignità: tutto nei Campi era finalizzato al raggiungimento di questo obiettivo: dalla scritta sul cancello d‟entrata fino al numero marchiato sul braccio, come

bestie. Dietro quel numero non c‟è più un uomo, ma solo un oggetto, un “pezzo”. Se funziona, va avanti; se si rompe, è gettato via. Primo Levi è “il pezzo” n. 174517. Funzionante. Muore suicida nella sua casa di Torino.

Non può esistere libertà Ci toglieranno anche il nome: senza identità… e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga… perché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso. “Steinlauf mi vede e mi saluta, e mi domanda severamente perché non mi lavo. Perché dovrei lavarmi? Starei forse meglio di quanto sto? [...] Più ci penso, e più mi pare che lavarsi la faccia nelle nostre condizioni sia una faccenda insulsa, addirittura frivola: un’abitudine meccanica, o peggio, una lugubre ripetizione di un rito estinto. Morremo tutti o stiamo per morire: se mi avanzano dieci Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case, Voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per mezzo pane

minuti fra la sveglia e il lavoro, voglio dedicarli ad altro, chiudermi in me stesso, a tirare le somme, o magari guardare il cielo e a pensare che lo vedo forse per l’ultima volta. [...] Mi risponde: appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma

Che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, Senza capelli e senza nome Senza più forza di ricordare Vuoti gli occhi e freddo il grembo Come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: Vi comando queste parole.

della civiltà. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Dobbiamo quindi, certamente, lavarci la faccia senza sapone, nell’acqua sporca, e asciugarci nella giacca. Dobbiamo dare il nero alle scarpe, non perché così prescrive il regolamento, ma per dignità e proprietà. Dobbiamo camminare dritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire”. (Brano tratto da “Se questo è un uomo”)

Scolpitele nel vostro cuore Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi; Ripetetele ai vostri figli O vi si sfaccia la casa, La malattia vi impedisca, I vostri nati torcano il viso da voi (Tratto da “Se questo è un uomo”)

La zona grigia. Quelle persone I prigionieri privilegiati erano in minoranza entro i Lager, ma rappresenche per avere salva la vita si sono tano invece una forte maggioranza fra i sopravvissuti; infatti, anche se piegate fino a collaborare ... non si tenga conto della fatica, delle percosse, del freddo, delle malattie, va ricordato che la razione alimentare era decisamente insufficiente anche per il prigioniero più sobrio: consumate in due o tre mesi le riserve fisiologiche dell'organismo, la morte per fame, o per malattie indotte dalla fame, era il destino normale del prigioniero. Poteva essere evitato solo con un sovrappiù alimentare, e per ottenere questo occorreva un privilegio, grande o piccolo; in altre parole, un modo conquistato, astuto o violento, lecito o illecito, di sollevarsi al di sopra della norma. (Tratto da “I sommersi e i salvati”)

Quando piove bisogna cercare di muoversi il meno possibile perché non accada che qualche porzione di pelle venga a contatto con gli abiti zuppi e gelidi. È una fortuna che oggi non tira vento: in qualche modo si ha sempre l’impressione di essere fortunati, che una qualche circostanza, magari infinitesima, ci trattenga sull’orlo della disperazione e ci conceda di vivere. Oppure, piove e tira vento: ma sai che stasera tocca a te il supplemento di zuppa, e allora anche oggi trovi la forza di tirar sera. O, ancora, pioggia, vento, e la fame consueta, e allora pensi che se proprio dovessi, se proprio non sentissi altro nel cuore che sofferenza e noia, che pare veramente di giacere sul fondo, ebbene anche allora noi pensiamo che se vogliamo, in qualunque momento, possiamo pur sempre andare a toccare il reticolato elettrico, o buttarci sotto i treni in manovra, e allora finirebbe di piovere….

“Credo che nessuno sia autorizzato a L'ascesa dei privilegiati, nei Lager e in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: giudicarli, non chi ha conosciuto essi sono assenti solo nelle utopie. È compito dell'uomo giusto fare guerra Potere e privilegio: i Sonderkommandos l’esperienza del Lager, tantomead ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa è no chi non l’ha conosciuta…” una guerra senza fine. Nei Lager, la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l'ossatura, ed insieme il lineamento più inquietante. È una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due “Noi giacevamo in un mondo di morti e campi dei padroni e dei servi. Sonderkommandos (Squadre Speciali). Questa denominazione debitamente vaga di larve. L’ultima traccia di civiltà era indicava il gruppo di prigionieri - in massima parte ebrei - a cui era affidata la gestione dei crematori. A loro spet- sparita intorno a noi e dentro di noi. tava mantenere l'ordine fra i nuovi arrivati (spesso del tutto inconsapevoli del destino che li attendeva) che dove- […] non è uomo […] chi ha atteso che vano essere introdotti nelle camere a gas; estrarre dalle camere i cadaveri; cavare i denti d'oro dalle mascelle; il suo vicino morisse per togliergli un tagliare i capelli femminili; smistare e classificare gli abiti, le scarpe, il contenuto dei bagagli; trasportare i corpi ai quarto di pane […] e non è umana crematori e sovraintendere al funzionamento dei forni; estrarre ed eliminare le ceneri. L’aver concepito ed orga- l’esperienza di chi ha vissuto giorni in nizzato le Squadre è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo: si tentava di spostare sulle vittime il cui l’uomo è stato cosa vicino all’altro peso della colpa, talché, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti. uomo".


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“IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI”

essere un grido di dolore per tutte le vittime dell‟Olocausto. Subito dopo la zona più terribile, la concretizzazione ti, diseredati, denutriti, infreddoliti, della crudeltà umana: gli spogliatoi, le violati, ammonticchiati, privati della docce a gas e i forni crematori, dove vita? Immaginare uomini disperati, venivano “smaltite” vite…. scheletri semoventi in fila per grattare Dopo questo “tour dell‟orrore” la voresti di cibo da un pentolone, fa pensa- glia ti tirare un respiro e tornare alla re. Capacitarsi del fatto che tutto ciò vita di sempre è grande, ma inevitabilsia realmente accaduto, fa venire vo- mente un groppo alla gola mi prende, glia di vivere. assieme ad un senso di vuoto. Proprio Proseguo visitando i bagni, le sale in quest‟immenso piazzale dove un comuni, le baracche con le file di letti tempo si faceva l‟appello dei detenuti scarni e assolutamente piccoli, stretti e dove spesso si stabiliva la loro morte come scatole di fiammiferi; percorro per mano di simili, la paura ha la mequesti luoghi con il cuore chiuso in glio. I muri del campo sembrano coruna morsa. rere lontano e una distesa infinita di Nel campo di Dachau c‟è silenzio e male dà spazio all‟assenza di vita di angoscia, ovunque compassione e quel luogo, all‟incredibile dolore. E tu amarezza. A ridosso dei luoghi comu- diventi piccolo, incredulo, indifeso, ni vi è il monumento commemorativo incapace di reagire…Capisci allora per tutti coloro che persero qui la vita: che film e libri sull‟argomento non è una sorta di “circolo della sofferen- sono una esasperata visione dell‟accaza”, rappresentante esili corpi in ferro duto, ma una appena accennata ricobattuto disposti in maniera circolare, struzione della realtà. quasi a formare un abbraccio di amore L‟esperienza a Dachau mi ha cambiae disperazione. Di fronte, oltre un lun- ta, mi ha fatto crescere, mi ha insegnago viale, sono state edificate tre cap- to ad amare ogni piccola cosa della pelle: una evangelista, la centrale cat- mia vita, mi ha dato la forza di vedere tolica e la terza ebraica. le cose così come sono, senza nasconLa cappella cristiana è denominata dimenti, anche se mi fanno paura, an“La sofferenza di che se ho timore che l'orroCristo”, ma credo Dietro di me sentii il solito uomo re si riproponga: conscia che la posizione di domandare: «Dov'è dunque Dio?» che il mondo, in ogni epotutte e tre le cappel- E io sentivo in me una voce che gli ca, può ricadere nell'oblio e le, poste di fronte al rispondeva: «Dov'è? Eccolo: è che “il sonno della ragione monumento per i appeso lì, a quella forca”...» genera mostri” (F. Goya). defunti, vogliano

di Chiara Sellitto

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n cancello nero con la beffarda scritta “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi, mi apre alla vista di uno spiazzo di terra battuta, chiuso tra le torrette di guardia poste come mute sentinelle della storia. Tutto intorno i muri di cinta, che abbracciano senza speranza quello che rimane delle baracche; poi l‟immenso e silenzioso “Cortile dell‟appello”, luogo della raccolta degli ebrei deportati… luogo in cui giungevano uomini che di lì a poco avrebbero perso ogni sembianza e dignità umana per diventare un numero! E ovunque quella regolarità fastidiosa nella disposizione degli edifici, nelle distanze calcolate tra le baracche, nella simmetria delle docce della morte…Tanto senso dell‟ordine e della misura mi colpisce come uno schiaffo in pieno viso, perché contrasta paradossalmente con la smisurata follia di quello che è stato. Persino il sole che splende nel cielo limpido appare fuori luogo, come una nota stonata in questo contesto così grigio e buio, in questa oscura pagina di storia che suscita disgusto e che si vorrebbe tanto dimenticare. Ripercorrere attraverso immagini, filmati, visita al museo e testimonianze di sopravvissuti, la tristezza e la sofferenza della Shoah, fa male. D‟altronde come rimanere inermi di fronte alla narrazione e alla vista di corpi denuda-

(Tratto da La Notte di Elie Wiesel)

lotta intensa, una battaglia vinta!!! La Redditio della 34° Esperienza Rifiorisce la mia fede, il dono che mi salva e distrugge la gabbia che lla Redditio, innanzi a rintana il mio cuore e comprime l‟aCristo ed accompagnata more... per mano dai miei fratelli Così esplode l‟amore e comprendo il della 34° Esperienza, ho riavvolto il senso, il senso del mio esserci in nastro dei miei ricordi… tre anni questa storia… dell‟esserci sempre dall‟Esperienza ad oggi. Compare e stata, anche quando non c‟ero. scompare ogni immagine, ma con- Ringrazio i miei fratelli che hanno creto è il ricordo dei tanti tentativi di saputo cogliere ed accogliere questo fuga… fuga da me stessa, splendido dono di Dio e tutti quelli „carcerata‟, schiava del momento e che, contro le intemperie, hanno redei miei sentimenti di quel tempo…. sistito nell‟amore di Cristo…. ed impedita di raggiungere la verità… hanno resistito anche per me, per noi destinata a vivere nel mio deserto della 34° Esperienza e tanti altri anche non lasciava scampo. Eppure il cora. seme dell‟Esperienza germoglia: una Con gioia restituiamo, con un unico

AMEN

A

di Gabriella Dragotti cuore, gli insegnamenti ricevuti dai nostri catechisti, autentici strumenti di Dio. Percorrerò da domani la strada dell‟amore con quel coraggio che non mi appartiene…orientata da quell‟unica stella!!! Lascerò scorgere, insieme ad ognuno di voi, l‟attrazione dell‟Amore e lo slancio generoso della speranza a chi è ancora nel buio… ed io manterrò accesa, nel profondo, la nostra speranza: in questa vita tutti abbiano la gioia di esserci per essere illuminati dalla luce della Parola di Cristo e dal Suo amore senza confini che non ferisce… non tradisce, ma guarisce l‟anima!!!!


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EDITH STEIN Edith appartiene ad una famiglia ebraica ortodossa. Si professa atea fino all‟età di 21 anni. Nel 1921 legge per caso la “Vita” di S. Teresa d‟Ávila, rimanendone

Il nostro amore verso il Benedetta della Santa Croce. prossimo è la misura Nel 1942 Edith e la sorella Rosa del nostro amore a Dio. sono deportate ad Auschwitz, dove vengono uccise nelle all'eterno e giusto Iddio; a tutti camere a gas. coloro che si sentono uniti in Crivita - aveva risposto: "Non lo fate! Per- sto, Verbo di Dio incarnato. Tutti dobbiaché io dovrei essere esclusa? La giusti- mo trovarci in questo solidali: è in gioco zia non sta forse nel fatto che io non la dignità umana. Esiste una sola famitragga vantaggio dal mio battesimo? Se glia umana. Per i cristiani - e non solo non posso condividere la sorte dei miei per loro - nessuno è «straniero». L'amore fratelli e sorelle, la mia vita è in un certo di Cristo non conosce frontiere. Nel nosenso distrutta". Per amore di Dio e stro tempo la verità viene scambiata dell'uomo ancora una volta io levo un spesso con l'opinione della maggioranza. grido accorato: mai più si ripeta una simi- Inoltre è diffusa la convinzione che ci si le iniziativa criminale per nessun gruppo debba servire della verità anche contro etnico, nessun popolo, nessuna razza, in l'amore o viceversa. Ma la verità e l'amonessun angolo della terra! È un grido che re hanno bisogno l'una dell'altro. Suor rivolgo a tutti gli uomini e le donne di Teresa Benedetta ne è testimone. buona volontà; a tutti coloro che credono

conquistata: dopo aver chiesto e ricevuto il Battesimo si ritira dall‟insegnamento per entrare nel Carmelo di Colonia, scegliendo di chiamarsi Teresa

Dall’omelia di Giovanni Paolo II in occasione della canonizzazione di EDITH STEIN "Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo" (Galati 6,14). Le parole di S. Paolo ben si addicono all'esperienza umana e spirituale di Teresa Benedetta della Croce. Ci inchiniamo dinanzi alla memoria di Edith Stein, proclamando la testimonianza da lei resa durante la vita e soprattutto con la morte. […] Pochi giorni prima della sua deportazione Edith - a chi le offriva di fare qualcosa per salvarle la

ETTY HILLESUM Etty è ebrea. Durante gli ultimi anni della sua vita scrive un diario personale (che verrà pubblicato solo nel 1981) da cui traspare la sua forte propensione al dialogo interiore, “quella parte di me, la più profonda e la più ricca in cui riposo, è ciò che io chiamo Dio”. Nel 1942 i Tedeschi invadono l‟Olanda: gli ebrei

vengono licenziati, ma ad Etty viene offerta una grande opportunità di lavoro che le consentirebbe di avere salvare la vita. Etty però sceglie di non sottrarsi al destino del suo popolo, convinta che “l’unico modo per render giustizia alla vita sia quello di non abbandonare delle persone in pericolo e di usare la propria forza interiore

per portare luce nella vita altrui”. Nel 1943 sale volontariamente sul treno che la porta ad Auschwitz, dove muore dopo aver portato in quell'inferno di dolore il suo appassionato incanto per la bellezza della vita, nel desiderio di diventare “il cuore pensante della baracca”.

“Se sopravvivrò a questo tempo e se dirò: «La vita è bella e ricca di significato» bisognerà pur cre“Non sono i fatti che contano dermi. Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle nella vita, conta solo ciò che piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile. La miseria che c’è qui è terribile, epgrazie ai fatti si diventa” pure alla sera tardi mi capita spesso di camminare lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza una voce che dice: «La vita è una cosa splendida e grande, più tardi L‟umiliazione “Per umiliare qualcuno si deve essere in dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimidue: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si ne o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria. Restano soccombere». E se sopravvivremo a questo tempo, corpo e anima ma solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione angosciose” diritto di dire la nostra parola a guerra finita” . “L’odio non serve a Le minacce e il terro- "raccolta", concen- sopra quell'unico “È un problema attuale: il grande odio per i niente”... re crescono di giorno trata e forte. Questo pezzo di strada che tedeschi che ci avvelena l’animo. Espresin giorno. M'innalzo ritirarmi nella chiusa ci rimane c'è pur sioni come: «Che anneghino tutti, canaglie, che muoiano col gas» fanno ormai parte della nostra conversazione quotidiana; a volte fanintorno la preghiera cella della preghiera, sempre il cielo, tutto no sì che uno non se la senta più di vivere di questi tempi. Ed ecco come un muro oscu- diventa per me una quanto. Non possoche improvvisamente, qualche settimana fa, è spuntato il pensiero ro che offre riparo, realtà sempre più no farci nulla, non liberatore, simile a un esitante e giovanissimo stelo in un deserto mi ritiro nella pre- grande. Dappertutto possono veramente d’erbacce: se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, ghiera come nella c'erano cartelli che ci farci niente. quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda cella di un convento, vietavano le strada di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio ne esco fuori più per la campagna: ma La preghiera odio su un popolo intero”


Il Sicomoro - Gen 2011

IL DOVERE DELLA MEMORIA

nel maggio del 2007 e, anche se sono trascorsi di Davide Basile ormai più di tre anni e «La Repubblica italiana riconosce il mezzo da quel giorno, mai potrò dimenticare le cose viste e quelle sentite racgiorno 27 gennaio, data dell’abbatticontare in quelle ore. Davvero un‟espemento dei cancelli di Auschwitz, rienza toccante… e non è retorica… “Giorno della Memoria”, al fine di Visitando quei luoghi, teatro di uno dei ricordare la Shoah (sterminio del popopiù atroci massacri della storia, il penlo ebraico), le leggi razziali, la persecusiero non può che andare ai milioni di zione italiana dei cittadini ebrei, gli vittime e alle condizioni in cui venivano italiani che hanno subìto la deportaziocostrette a vivere quelle persone prima ne, la prigionia, la morte, nonché colodi essere condotte alle camere a gas: un ro che, anche in campi e schieramenti bagno (un buco nel terreno, in realtà) diversi, si sono opposti al progetto di per ogni casermone ospitante anche più sterminio, ed a rischio della propria di 100 persone... vestiti leggerissimi e vita hanno salvato altre vite e protetto i capelli rasati a zero per tutti anche duperseguitati.» Così recita la Legge della rante il freddo inverno polacco... poco Repubblica Italiana n. 211 del 20 luglio cibo... poche ore di sonno, per di più 2000. Purtroppo però il 27 gennaio è passate in letti a castello assurdamente sempre più un giorno come gli altri piutstretti e poco stabili con il rischio di tosto che il Giorno della Memoria della rimanere schiacciati e non svegliarsi Shoah. più. Ho visitato i campi di concentramento E precarie erano, ovviamente, anche le di Auschwitz e Auschwitz II-Birkenau condizioni psicologiche: sempre nel

Pag. 7 terrore di essere fucilati, ignari della fine che di volta in volta facevano i loro compagni che venivano portati “a fare una doccia”, messi l‟uno contro l‟altro in una continua lotta per la sopravvivenza. Oltre a tutto questo, però, ciò che mi resta impresso a caratteri speciali nella mente è l‟appello sentito della guida che ci ha accompagnò durante la visita: «Invitate quante più persone è possibile in giro per il mondo a visitare questi luoghi… Perché è importante che questi luoghi diventino luogo di educazione per le nuove generazioni… Per NON dimenticare!» Non bisogna dimenticare, soprattutto ora che quello stesso male è perpetrato in tante altre zone del mondo: Darfur, Somalia, Cecenia, Iraq, Afghanistan, e altre regioni del Sud America e dell‟Asia.

Liliana Segre, deportata e sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz Caricati su un camion fummo portati alla Stazione Centrale di Milano. Fummo fatti salire a calci e pugni, e piombati nei vagoni. Il viaggio durò una settimana. Eravamo ammassati l‟uno sull‟altro: un secchio per gli escrementi e un pò di paglia per terra, senza né luce, né acqua. Il 6 febbraio 1944 il treno si fermò ad Auschwitz. Ricordo il rumore osceno e assordante degli assassini intorno a noi, i fischi, i latrati; ricordo i comandi e ricordo quando fui separata per sempre da mio papà. Con altre 30 ragazze italiane, spaurite, stupite da questo destino, entrammo nel grande lager femminile di Birkenau. Era una città fantasma: una distesa senza fine di baracche spaventose. Il primo giorno fummo denudate, rapate a zero e ci fu tatuato un numero sul braccio. Questo numero sostituiva allora il nostro nome, ma è diventato negli anni una parte di me: si identifica per me con il dolore puro, con il violento cambiamento di ruolo che dovetti subire, da figlia a ragazzina disgraziata e sola in un lager.

schiavitù, umiliazioni, torture, esperimenti. Vivevo con una incessante paura, mi chiudevo sempre di più in me stessa, cercando di essere invisibile. Sul mio corpo di adolescente la pelle era cascante e le ossa sporgevano da tutte le parti. Non sapevamo che giorno e che ora fosse, non potevamo avere notizie di nessun genere. Vivevamo in assoluta promiscuità, senza rimanere un attimo sole. Dormivamo in 5, 6 per giaciglio, utilizzando i nostri zoccoli come cuscino. Ci servivamo dei gabinetti in 20, 30 contemporaneamente e, senza un cucchiaio, dovevamo inghiottire a sorsate, come animali, la zuppa che ci veniva data una volta al giorno. La lotta per la sopravvivenza era senza quartiere: le prigioniere affamate e disperate avrebbero fatto qualunque cosa per un pezzo di pane.

Passavano i mesi e noi obbedivamo ciecamente agli ordini, poiché volevamo vivere. Cercavamo di non perdere almeno il nostro cervello. Io tentavo di sdoppiarmi, immergendomi in un mondo irreale e mi sforzavo Imparai in fretta che lager significava morte, di non vedere e di non sentire. Di non vedere fame, freddo, botte, punizioni; significava i cadaveri nudi e scheletriti, ammucchiati in

attesa di essere bruciati; di non vedere le punizioni, la fiamma del camino, la neve sporca, i fili spinati percorsi da corrente elettrica. Di non sentire di notte le grida, i fischi, i comandi urlati; i racconti delle altre prigioniere sulle atrocità viste o subite. Alla fine del 1945, con l‟avvicinarsi dei russi, il campo fu in parte distrutto dai nazisti in fuga e tutti i prigionieri in grado di muoversi furono evacuati verso altri campi. Fui avviata con altre disgraziate come me, a piedi, sulle strade della Germania. Non mi voltavo a guardare le compagne che cadevano e che venivano finite con una fucilata alla testa. Andavo avanti e comandavo alle mie gambe di camminare. La strada era disseminata di morti senza tomba. Vive per miracolo, scheletri senza parvenza di femminilità, vedemmo fuggire i nostri aguzzini e giungere gli americani da una parte e i russi dall‟altra. Eravamo testimoni della Storia che cambiava sotto i nostri occhi, sconvolte, stanchissime ed emozionate. Tornai a Milano nell‟agosto del 1945 su un camion americano. Mi avviai alla mia casa di corso Magenta per vedere se c‟era qualcuno dei miei, ma le finestre rimasero chiuse per sempre.


Il Sicomoro - Gen 2011

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Testimonianza di Nedo Fiano, prigioniero numero A5405 Kapò ricominciava fino alla morte del prigioniero. Ad Auschwitz i prigionieri si alzavano alle 4 del mattino per Scrittore italiano di religione ebraica, sopravvissuto alla deporpoter uscire alle 7 fuori del campo: nella piazza d'appello, tazione nazista nel campo di concentramento di Auschwitz. che neppure Dante avrebbe potuto immaginare altrettanVi racconterò l'inferno. Avevo 18 anni quando sono stato to tragica, i prigionieri passavano 2 o 3 ore, anche più, sotarrestato e non avevo fatto nulla, nessuna colpa. Sono to la neve, la pioggia, le nerbate, la fame e la paura, unicastato messo in carcere. Dal carcere sono stato portato al mente per avere il diritto di uscire a lavorare per prendere campo di concentramento, e dal lì al campo di sterminio. un'altra dose di nerbate. I prigionieri dovevano stare rigidi, Dal campo di sterminio non si può uscire vivi, né morti, immobili. Non un uomo, fra 150 mila, osava fare il più picperché dal campo può uscire solo l'anima, perché tu colo movimento. Era quello il momento sacro della discipli«uscirai dal camino». In quel campo ho perso tutta la mia na germanica, dell'ordine, della ferocia di trasformare gli famiglia, 10 persone. Tutti sapevamo che non saremmo uomini in macchine, era la distruzione dell'umano, la crearitornati a casa, e se anche fossimo riusciti a tornare, non zione di un uomo che non è più uomo, la personificazione avremmo trovato nessuno. Questa è stata la terribile perfi- della paura. Noi non eravamo più niente, noi non esistevadia nazista. mo, eravamo stati annientati nel nostro essere più profonAuschwitz vuol dire soprattutto forni crematori, sicurezza do, eravamo soltanto alla ricerca disperata di mangiare, di quasi matematica di non arrivare a sera..., non a domani, a riposare, di metterci al riparo. Ma preferisco parlarvi delle sera. «Un pidocchio - la tua morte»: ogni 15 giorni i prigio- condizioni interiori. Un uomo, intanto, non esce più da nieri venivano sottoposti ad un attento controllo e chi aveva «quel» campo. Un uomo è sempre là. Chi ha sofferto fa un pidocchio veniva messo da una parte. Dopo 4 ore era sua la sofferenza degli altri, sente un'affinità con chi soffre. garantito cenere, né più né meno cenere, e tu sentivi la Chi non ha mai sofferto non sa che cosa vuol dire soffrire. morte che ti scendeva dentro, ti sentivi svuotato, non eri più Diceva Socrate: «Solo chi è stato schiavo può capire che un uomo, eri già cadavere. La più piccola infrazione veniva cos'è la libertà». Leggete la Storia, cercate di capire cos’è punita con 25 nerbate sui glutei o sui polpastrelli, e se il successo e perché, e sappiate donare agli uomini quello punito non era capace di contare fino a 25 in tedesco, il che è il dono più bello: l'Amore.

CHI NON CONOSCE LA STORIA, SARÀ COSTRETTO A RIVIVERLA “Il mio Rebbe soleva raccontarmi la storia di Tuoi comandamenti e santificare il Tuo no- sa volontà!»”. E queste sono anche le mie lui ebreo che era sfuggito con la moglie e il me. Tu però fai di tutto perché io non creda ultime parole per Te, mio Dio colmo d’ira: figlio all’Inquisizione spagnola, e con una in Te. Ma se con queste prove pensi di riu- Non Ti servirà a nulla! Hai fatto di tutto perpiccola barca, sul mare in tempesta, ché non avessi più fiducia in Te, aveva raggiunto un’isoletta rocciosa. «Credo nel sole, anche quando non splende; credo nell’amore, perché non credessi più in Te, io Cadde un fulmine e uccise sua mo- anche quando non lo sento; credo in Dio, anche quando tace». invece muoio così come sono glie. Venne una tempesta e gettò (Scritta sul muro di un cantina di Colonia, dove alcuni Ebrei si nascosero vissuto, pervaso di un’incrollabile suo figlio in mare. Solo e derelitto, durante la II Guerra Mondiale) fede in Te. Sia lodato in eterno il nudo e scalzo, stremato dalle tempeste e scire ad allontanarmi dalla giusta via, Ti av- Dio dei morti, il Dio della vendetta, della atterrito dai tuoni e dai fulmini, con i capelli verto, Dio mio e Dio dei miei padri, che non verità e della giustizia, che presto mostrerà arruffati e le mani tese a Dio, l’ebreo prose- Ti servirà a nulla. Mi puoi offendere, mi puoi di nuovo il suo volto al mondo, e ne scuoterà guì il suo cammino sull’isola rocciosa e de- colpire, mi puoi togliere ciò che di più prezio- le fondamenta con la sua voce onnipotente. serta, e si rivolse al suo Creatore con queste so e caro posseggo al mondo, mi puoi tortuparole: «Dio d’Israele, sono fuggito qui per rare a morte, io crederò sempre in Te. Sem- (Brano tratto da “Yossl Rakover si rivolge a Dio” di Zvi Kolitz). poterTi servire indisturbato, per obbedire ai pre Ti amerò, sempre, sfidando la Tua stesScritto a matita in un vagone piombato Qui in questo convoglio Io sono Eva con Abele mio figlio Se vedete mio figlio maggiore Caino figlio di Adamo ditegli che io

Autobiografia

(Poesia di Dan Pagis [1930-1986], poeta ebreo deportato ancora bambino in un campo di concentramento dal quale riuscì a fuggire nel 1944 )

La mia famiglia è onorata, un po’ grazie a me Mio fratello inventò il massacro, I miei genitori - il pianto Io - il silenzio.

(Poesia di Dan Pagis)

Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse in avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo. Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. (Lc 19, 1-6) Il sicomoro è l’albero su cui sale Zaccheo; è ciò che gli permette di vedere oltre il proprio punto di vista e i propri limiti e di lasciarsi “guardare” e scegliere da Gesù. e-mail: ilsicomoro.ebasta@hotmail.it

Sicomoro_Gennaio2011  

Il Sicomoro Gennaio 2011 - La shoah

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Il Sicomoro Gennaio 2011 - La shoah

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