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Mario Ritrovato – Michele Rinaldi

Vivere la tradizione

Vent’anni del gruppo folk “I Castellani”

della scuola media statale “Alessandro De Bonis” di San Giovanni Rotondo


Questo libro porta con sé qualcosa di “miracoloso”. Sfogliarlo significa toccare con mano un pezzetto di storia di San Giovanni Rotondo, ritrovare i volti di 400 giovani che hanno portato in tutta Italia le tradizioni del Gargano, constatare il successo di un progetto educativo che ha saputo conciliare la trasmissione alle giovani generazioni di quel patrimonio intangibile che sono le tradizioni popolari, con un aspetto più ludico e gioviale. In queste pagine però si manifesta qualcos’altro che non può sfuggire al lettore. In ognuna di esse emerge la passione vera e sincera del prof. Mario Ritrovato che ha preteso, non c’è verbo più azzeccato, di terminare e pubblicare questo libro. Voleva sigillare così un suo personale sogno, condiviso profondamente con l’amico di sempre Michele Rinaldi e la sua famiglia, e fare un regalo ai suoi amatissimi alunni, oltre che alla sua scuola e alla città intera.


Mario Ritrovato – Michele Rinaldi

Vivere la tradizione

Vent’anni del gruppo folk “I Castellani”

della scuola media statale “Alessandro De Bonis” di San Giovanni Rotondo

I


Tale pubblicazione è stata realizzata grazie al contributo dell’Assessorato alla Cultura e allo Spettacolo del Comune di San Giovanni Rotondo e alla partecipazione del Credito Cooperativo Cassa Rurale e Artigiana di San Giovanni Rotondo. Coordinamento editoriale e redazionale Lucia Ritrovato. Progetto grafico e impaginazione Stefano Orfei. Foto Archivio fotografico del Gruppo folk “I Castellani”. Si ringrazia sentitamente per la consulenza e il supporto morale Giovanna Ritrovato Michelina Capuano Matteo Tamburrano. Copyright © 2008 Degli autori. Stampa Grafiche Grilli srl, ottobre 2009. Per eventuali omissioni, errori di citazione o riferimenti presenti nella pubblicazione, gli Autori si scusano e sono a disposizione degli aventi diritto. Lo stesso dicasi per eventuali riproduzioni fotografiche.

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A

tutti quei ragazzi che hanno fatto parte del Gruppo, e che hanno cercato nel “passato� il loro presente, nella speranza che vivano nel migliore dei modi il loro futuro.

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Presentazione Premessa Parlare del gruppo folk “I Castellani” della scuola media statale “A. De Bonis” è sempre un’impresa ardua, sia per l’impegno profuso dai promotori dell’iniziativa, sia per i risultati ottenuti nell’arco di tanti anni di attività. Il Gruppo, che rappresenta il fiore all’occhiello della nostra Istituzione scolastica, ha sempre avuto di mira un fine educativo e didattico. Ha voluto essere un punto di riferimento per le generazioni che si sono susseguite, essere un luogo dove trascorrere delle ore abbinando momenti di sano divertimento con momenti di ricerca culturale, per recuperare le

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fondamenta delle nostre radici e non perdere la memoria storica delle tradizioni, degli usi e costumi delle comunità di appartenenza. Ha voluto inoltre salvare i giovani da un passivo adeguamento ad una società arida e tecnicodipendente, attraverso un consapevole recupero di un nuovo umanesimo. Rivivere, attraverso questa pubblicazione, i tanti significativi successi ottenuti, riconoscere i volti degli alunni che si sono alternati, riscoprire i loro atteggiamenti, i loro sentimenti e le loro emozioni, sicuramente dona a noi adulti, che abbiamo contribuito alla loro

Premessa


crescita, una grande soddisfazione. Ma anche una infinita riconoscenza per aver fatto conoscere la nostra cittadina e la nostra scuola, con le sue molteplici attività, ad altre realtà nazionali che non hanno lesinato di gratificare l’impegno dei ragazzi e dei collaboratori con riconoscimenti di alto valore sociale e culturale, senza i quali è difficile poter pensare ad un mondo migliore. L’augurio e la speranza è quello di far sì che il Gruppo continui nel tempo con lo stesso entusiasmo e senso di responsabilità e che, al di là dei successi che può ancora conseguire, non

Premessa

perda mai di vista l’obiettivo pedagogico per il quale è nato e con il quale deve poter convivere in modo sinergico per lo sviluppo della crescita umana e personale che richiede tanta creatività e forte spirito di sacrificio. Ciò lascerà sicuramente una traccia indelebile nella memoria di ognuno.

Prof.ssa Nunziata Bisceglia Dirigente scolastico scuola media statale “A. De Bonis”

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Sguardo buono, voce pacata, sorriso aperto, atteggiamento rassicurante. Mario Ritrovato così mi apparve nel 1994 quando, con il Gruppo folk “I Castellani”, partecipò per la prima volta alla rassegna “Ragazzi in Gamba”. E con la musica, le parole, i canti, le movenze, i ritmi e i costumi apparvero colori e profumi, storie e leggende, feste e tradizioni, fede e speranze di quella terra del Gargano che lui profondamente amava e di cui era fedele e originale espressione. E fu un amore a prima vista tra “Ragazzi in Gamba” e quel professore di matematica di San Giovanni Rotondo che alla razionalità della materia che insegnava sapeva unire, quasi a voler educare a tutto tondo, l’inventiva dell’espressione artistica e la vivacità del folklore. Perché fondamentalmente Mario più che insegnante era educatore. E come tale aveva intuito anzi tempo che la salvaguardia delle radici culturali, dell’originalità e delle tradizioni di un popolo è l’unico modo per rendere positivo l’incipiente e ineluttabile fenomeno della globalizzazione. Fu con questa sensibilità che Mario seppe

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cogliere subito in “Ragazzi in Gamba” la preminenza dell’aspetto educativo, il valore della persona, l’efficacia del percorso che partendo dal “Bello” e passando per il “Vero” si orienta verso il “Buono”. Seppe cogliere la gioia umanizzante, la spiritualità in punta di piedi, il senso profondo dell’amicizia che sono anche le caratteristiche del suo Gruppo folk. Per questo il felice connubio ebbe successo nel 1994 e due anni dopo, sempre nella festa nazionale di Chiusi. Era un’esperienza da non dimenticare ed alla quale si riaffacciò nel 2004 a Taranto. Ha voluto partecipare anche alla rassegna del 2008, non tanto per dare un addio ma quanto per condividere, insieme a tanti altri, quei valori in cui profondamente credeva e che colorano la vita di Bellezza.

Marco Fé Presidente della Rassegna Nazionale “Ragazzi in Gamba”

Premessa


L’Associazione Culturale “Arte per la Pace” ha intrapreso, se pur con denominazioni diverse nel corso degli anni, un percorso culturale che si dispiega dal 1988 ai giorni nostri, coinvolgendo centinaia di scuole nel progetto di educazione alla pace e alla solidarietà tra i popoli. In questo lungo viaggio sul treno di “Arte per la Pace” che percorre le varie regioni italiane, ogni anno, alla stazione di San Giovanni Rotondo è salito il Gruppo “I Castellani” guidati sapientemente dal prof. Mario Ritrovato, Michele Rinaldi e altri collaboratori. Il Gruppo ha sempre presentato spettacoli compiuti, dotati di una circolarità rappresentativa, segno di una maturità artistica che li ha posti a livello quasi professionale facendogli vincere più volte il primo premio. Se è vero che l’Arte è il rispetto delle regole e che nulla viene lasciato al caso, allora possiamo dire che gli spettacoli presentati dal Gruppo sono stati sempre “un’opera d’Arte”. Al ritmo della “tarantola” e della quadriglia, gli alunni del prof. Ritrovato si sono sempre mossi

Premessa

spediti, con una sincronia da fare meraviglia. Padroneggiano lo spazio scenico come artisti che abbiano calcato il palco da sempre. Presentando le danze ed i riti più significativi della tradizione folkloristica garganica questo Gruppo si propone come tramite di una cultura che, benché in continua trasformazione, sente forte il richiamo delle proprie radici, ascolta l’insegnamento della storia che, come la natura, “non fa salti”. Ognuno dei ragazzi che ha avuto la fortuna di parteciparvi e che si ritroverà in questo libro, creerà il proprio futuro in modo disuguale, ognuno darà i propri frutti, ma nessuno di loro scorderà e romperà, grazie all’esperienza vissuta, l’anello di congiunzione con le generazioni precedenti, anello essenziale per la costruzione dell’ identità della propria persona.

Silvia Manetta Presidente dell’Associazione “Arte per la Pace”

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Premessa Indice Presentazione_ _ _________________________________________________________________ pag. 10 Gli autori_ _ _ _ _ _ _ _________________________________________________________________ pag. 12 La nostra storia

Il gruppo folkloristico “I Castellani”__ _________________________________________ Il progetto “Vivi la tradizione”__ _______________________________________________ Regolamento del Gruppo folk “I Castellani”_ _________________________________ I protagonisti_ _______________________________________________________________

pag. 16 pag. 26 pag. 32 pag. 38

I nostri lavori

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Cultura vinicola______________________________________________________________ Storia di San Giovanni Rotondo_______________________________________________ Breve viaggio nel mondo antico_ _____________________________________________ Curre quanta vù_ ____________________________________________________________ Lu Scazzamurèdde_ _________________________________________________________ Nu spusalizie cumbunate_ ___________________________________________________

pag. 42 pag. 46 pag. 54 pag. 56 pag. 74 pag. 82


Le nostre tradizioni

I costumi_ _ _ _ _ _ _ ____________________________________________________________ Strumenti musicali_ ________________________________________________________ I balli__ _ _ _ _ _ _ _ _ _ ____________________________________________________________ I canti_ _ _ _ _ _ _ _ _ _____________________________________________________________

pag. 100 pag. 102 pag. 108 pag. 116

I protagonisti

I protagonisti nel tempo_____________________________________________________ pag. 138 I partecipanti _ _ _ ____________________________________________________________ pag. 144

Hanno parlato di noi_ ___________________________________________________________ pag. 160 Bibliografia essenziale__________________________________________________________ pag. 172

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Premessa Presentazione Quando vent’anni fa alcuni genitori avanzarono la proposta della costituzione di un gruppo folkloristico nell’ambito della scuola media “A. De Bonis”, nessuno avrebbe scommesso tanto su questo progetto che oltre a rivelarsi longevo si è imposto come strumento educativo e di trasmissione delle tradizioni popolari. L’idea di scrivere una biografia è dunque un tributo e un dovere verso i circa 400 alunni che negli anni si sono succeduti, verso chi ha creduto nell’idea sostenendola nei fatti e per la storia del nostro paese. Nel Gruppo abbiamo voluto metterci le esperienze didattiche ed educative frutto di un progetto a classi aperte avviato ancor prima che le varie riforme scolastiche introducessero questa nomenclatura. Una intuizione oseremmo definirla, che non rappresenta, però, una

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novità nella “De Bonis” che ha accolto negli anni altre esperienze simili, come i laboratori teatrali e lo studio del territorio fatto attraverso ricerche per classi parallele. Ma le classi aperte sono divenute, grazie al Gruppo folk, scuole aperte perché esso ha stabilito rapporti con numerosi istituti del territorio nazionale, con i quali si è gemellato e con cui, a distanza di anni, si tengono ininterrotti rapporti di collaborazione. È il caso di scuole di Salerno, Taranto, Teramo, Montorio al Vomano (TE), Monte S. Angelo (FG), Chiusi (SI), Alatri (FR), Ponte Di Legno (Bs), Mattinata (FG), Boscoreale (NA), Pescina (AQ), S. Demetrio nè Vestini (AQ), Bellaria di Romagna (RN), Vieste (FG), Naso (ME), Atri (TE), Albano Laziale (RM), Velletri (RM). Ma, soprattutto, il Gruppo vanta l’aver portato

Presentazione


delle novità nel campo delle ricerche sulle tradizioni popolari, presentandole in forma diretta con l’ausilio del teatro: non a caso questo modo di fare spettacolo lo ha portato a vincere vari concorsi nazionali. Un altro punto di forza è stato sicuramente lo spirito di volontariato che ha accomunato, sin dalla sua nascita, i componenti. Il gruppo dirigente, composto inizialmente da genitori e insegnanti ha sacrificato ore ed ore per portare avanti le finalità educative stabilite dal Regolamento. In questa pubblicazione, oltre a riportare le notizie sul Gruppo, ripercorrendo la sua storia dalle origini nel lontano 1989, descriviamo tutti gli elementi che lo caratterizzano: dai costumi, agli strumenti e canti. Abbiamo ritenuto opportuno inoltre, trascrivere tre copioni

Presentazione

elaborati sulla base di ricerche avvenute nella nostra scuola e che rappresentano un concentrato delle nostre tradizioni. In appendice vengono riportati i canti che, nel corso degli anni, i ragazzi hanno eseguito e che fanno parte del repertorio tradizionale, o composti da Autori contemporanei che, magistralmente, hanno attinto alle nostre tradizioni. Questo libro speriamo sia per tutti un viaggio dove, attraverso la storia del Gruppo, ognuno possa ritrovare qualcosa di sé, di quello che è stato. Per questo motivo abbiamo voluto arricchirlo di tante foto, testimonianza di viaggi, spettacoli e moltissimi alunni che si sono succeduti. Gli Autori

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Gli Autori Michele Rinaldi Ufficiale vice comandante di Polizia Municipale, ha curato dal 1966 una raccolta di audiocassette di canti di tradizione orale e ricercato registrazioni di anni precedenti. Dopo un inizio circoscritto all’area sangiovannese, ha ampliato la ricerca in tutto il Gargano. Verso la fine degli anni ’80 incomincia con Salvatore Villani, allora laureando in D.A.M.S., una lunga ricerca sulla chitarra battente e ne diventa uno dei migliori esecutori dell’area Garganica. Ha partecipato a diversi concerti e lezioni-concerto sulla serenata nel Gargano, presso l’Università di Bologna e Bari. Annualmente la sua presenza, con i Cantatori di San Giovanni Rotondo, è molto richiesta nei raduni di Gruppi di tradizione orale in vari ambiti, come Andria, Bari, Bologna, Fasano, Genova, Bellaria, Carpino, Rignano, Manfredonia, Arsita, Chiusi, Pontedilegno, Teramo, Calimera, Ischitella, Deliceto, Cagnano. È stato promotore e fondatore del Gruppo folk “I Castellani” nella scuola media “A. De Bonis” di San Giovanni Rotondo, dopo una breve

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esperienza nelle scuole elementari, e da allora collabora nel settore musicale incessantemente a titolo completamente gratuito e volontario. Ha pubblicato: - Li Strapulètte, canti popolari a San Giovanni Rotondo; - Ce stèva ‘na vota, storie popolari a San Giovanni Rotondo, (Michele Rinaldi, Salvatore Ritrovato); - Cultura vinicola a San Giovanni Rotondo e sul Gargano, (Antonio Cascavilla, Michele Rinaldi, Mario Ritrovato); - Piccolo vocabolario sangiovannese (Michele Rinaldi, nota grammaticale di Salvatore Ritrovato); - Canti e balli di San Giovanni Rotondo, (Michele Rinaldi, Mario Ritrovato). Ha collaborato alle pubblicazioni di Salvatore Villani: La chitarra battente nel Gargano, La serenata a San Giovanni Rotondo, Cantatori e suonatori di Carpino, La guitarre battente du Gargano.

Gli autori


marIo rItroVato Insegnante di Scienze matematiche nella scuola media statale “A. De Bonis”, ha curato ricerche insieme a classi o gruppi-classe sulle tradizioni sangiovannesi. Appassionato di teatro popolare, ha tradotto alcune di queste ricerche in azioni teatrali rappresentate dagli alunni e che hanno riscosso successo soprattutto come proposte educative. Per alcuni anni ha curato una trasmissione in una radio locale sulle tradizioni popolari e sulle origini di San Giovanni Rotondo. Ha promosso la fondazione del gruppo folk “I Castellani” e ne è stato il Direttore e responsabile delle Pubbliche Relazioni. Ha pubblicato: - Bon natale, Papanò!, commedia in un atto sulle tradizioni natalizie a San Giovanni Rotondo; - I promossi... spesi, farsa in un atto, con le migliori gag spontanee di alunni delle scuole medie; - I Conti...tornano, commedia storica in due atti sulle origini di San Giovanni Rotondo;

GLI autorI

- La sdrèja, commedia in tre atti sulle superstizioni garganiche; - Cultura vinicola a San Giovanni Rotondo e sul Gargano (Antonio Cascavilla, Michele Rinaldi, Mario Ritrovato); - Curre quanta vu’..., recital folk in un atto; - Lu Scazzamurèdde, recital folk in un atto; - Li mise dell’anne, recital folk in un atto (Michele Rinaldi, Mario Ritrovato); - Chernute & mazziate, farsa in due atti. - Calendari tradizionali 1991, 1992 e 1995. Ha inoltre collaborato a diverse pubblicazioni, quali: Li strapulètte, Ce stèva ‘na vota, Piccolo vocabolario sangiovannese, Il mio paese: San Giovanni Rotondo (a cura del modulo didattico 5aF e 5aH della Scuola Elementare “Dante Alighieri”), A tavola con i nonni (di Grazia Privitera), La mia Storia (di Michele Ciociola). Ha scritto per il mensile Il Pirgiano orizzonti garganici, I Protagonisti, Il Quotidiano di Foggia e Gargano & Tavoliere.

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La nostra storia


La nostra storia

Il gruppo Il gruppo folklorico folkloristico “I Castellani” Nel 1989 alcuni esperti di musiche, canti e danze, usi e costumi e di genitori cultori delle antiche tradizioni di San Giovanni Rotondo, decisero di costituirsi in un “Comitato Promotore” per la fondazione di un gruppo folk giovanile, esclusivamente scolastico. Alcuni di questi infatti, anni prima, fecero analoga esperienza in una scuola elementare, con esiti positivi e partecipando ad alcune manifestazioni a Sannicandro Garganico, Barletta e San Giovanni Rotondo. Lo scopo di tale iniziativa era quella di educare i ragazzi alle tradizioni, usi e costumi del proprio paese, di diffonderne la conoscenza con pubbliche rappresentazioni, anche al di fuori di San Giovanni Rotondo e di fornire loro una alternativa di svago, facendo attività di prevenzione contro i pericoli che la società presenta, offrendo modelli culturali ed educativi sani. Nel Collegio degli insegnanti dell’11 novembre 1989, il prof. Mario Ritrovato avanzò la proposta di costituzione del Gruppo con l’inserimento, oltre che di insegnanti della scuola, anche di collaboratori esterni. Non mancarono dubbi ed ostacoli da parte dei colleghi che non credevano nel progetto, ma soprattutto, non vedevano positivamente l’ingresso di elementi esterni alla scuola che potessero sminuire l’operato di insegnanti di alcune discipline.

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La proposta comunque passò anche se con una stretta maggioranza di consensi. I dubbi riemersero anche l’anno dopo, nel Collegio del 25 ottobre del ’90, quando, però, nel Comitato Promotore si inserirono alcuni insegnanti con figli intenzionati a frequentare il Gruppo. Il gruppo dirigente, designato dal Collegio, era costituito dai prof. Mario Ritrovato, Antonio Gravina, Raffaele Palladino e Nunzia Longo. Negli anni successivi non si manifestarono più ostacoli, anzi, la prof.ssa Nunziata Bisceglia, subentrata nella dirigenza al preside Matteo Roberti, ne incoraggiò l’iniziativa e nel primo consiglio di istituto da lei presieduto deliberò una certa autonomia, sia nella gestione economica che nella decisione di trasferte per le manifestazioni alle quali il comitato decideva di partecipare. Il “Comitato Promotore” piuttosto nutrito e gli Organi Collegiali accettarono e condivisero la proposta avanzata nel Consiglio di Istituto, includendo tale attività nella propria programmazione, dando anche la disponibilità, in orario extrascolastico, di alcuni locali, stabilendo che di questa attività ne potessero usufruire, in massima parte ed in forma gratuita, gli alunni della propria scuola. Il Collegio designò, quindi, i docenti nell’ambito

La nostra storia - Il gruppo folkloristico “I Castellani”


GruPPo FoLK eLementare, 1987

del Comitato e determinò che la rappresentanza del Gruppo, nei rapporti ufficiali, venisse assunta dal Preside della scuola, e che esso assumesse in via provvisoria il nome di “Gruppo Folkloristico della scuola media statale don Alessandro De Bonis”. Infine auspicò che qualsiasi forma di collaborazione, sia di esperti che dei docenti, fosse data in forma volontaria e gratuita. Il Comitato Promotore era costituito da Michele Rinaldi, Paolo Savino e Antonio Steduto, esperti

VIeste, 1993

di musiche tradizionali, nonché genitori di alunni frequentanti la “De Bonis”, Grazia Pia Capuano, sociologa ed esperta in etnologia, Mario Ritrovato, Antonio Gravina, Leonardo Gravina e Raffaele Palladino, docenti e genitori, Maria Savino, costumista, Silvana Capuano, Michelina Capuano e Francesca Savino, coadiuvanti, acconciatrici e truccatrici. Alla prima presidenza, affidata all’inizio al Preside Matteo Roberti, succedette la prof.ssa Nunziata Bisceglia, tuttora in carica.

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La nostra storIa - Il gruppo folklorIstICo “I CastellanI”

All’interno del Gruppo furono costituiti un Comitato artistico-direttivo, un Comitato tecnicooperativo ed un gruppo di ricerca. Nei primi anni fu data molta importanza alla parte vocale e strumentale, ma con l’ingresso di Franco Gorgoglione, esperto di danze popolari, e successivamente di Alberto Seri, Mimmo Lecce e Gaetano Paolantonio, si cominciò a lavorare molto anche nell’ambito coreografico ed il Gruppo iniziò a farsi conoscere con maggiore incisività anche fuori San Giovanni Rotondo. Un notevole contributo dal punto di vista musicale lo hanno dato e continuano a darlo Salvatore Sassano, Matteo Merla, Antonio Fraticelli, Mariopio Cocomazzi, Salvatore Vangi e Saverio Padovano, oltre a quelli che per motivi di studio hanno lasciato gli incarichi. Anno dopo anno, il lavoro di ricerca ha dato i suoi frutti, per cui si preparò anche un tipo di spettacolo che variava a seconda del tema

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svolto, ma gli argomenti dominanti sono stati sempre: il lavoro dei campi, i lavori pastorali ed artigianali, l’amore e la gelosia, le serenate, i giochi, i personaggi della fantasia popolare e le feste. Il Gruppo si compone in media di 55 elementi a classi aperte, con punte anche di 70, tra ballerini, canterini ed orchestrali: anno dopo anno i ragazzi di terza media vengono sostituiti con altri della prima media, per cui esso è in continua evoluzione. Dal suo nascere è stato un crescendo in qualità e professionalità tanto da affermarsi presto oltre a livello locale, anche nazionale ed internazionale. Le prime timide comparse sono state nelle feste patronali e sagre paesane; in campo nazionale le uscite iniziali furono effettuate nel ’90 e ’91 a Teramo, Montemesola (TA) e L’Aquila, in occasione del concorso “Castellarte per la Pace”.

aLBano LazIaLe, 1995


La nostra storIa - Il gruppo folklorIstICo “I CastellanI”

nel 1992 è arrivato il primo importante riconoscimento a livello nazionale: il premio “Celestiniano” nel concorso nazionale tradizioni popolari ad Atri. L’anno successivo il Gruppo invece si classificò al primo posto ad Albano Laziale (RM) vincendo il premio per la categoria “Scuole Medie”, affermazione che ha ripetuto nel 1995. Intanto dal 1992 il Gruppo ha assunto definitivamente la denominazione di Gruppo folkloristico “I Castellani”, della scuola media “A. De Bonis”, nome che vuole rievocare gli antichi abitanti che vissero sul Monte Castellano (la montagna della Crocicchia che sovrasta il paese) e che successivamente discesero a valle alla ricerca di acqua. nel 1994 e 1996 il Gruppo decise di fare un altro tipo di esperienza partecipando ad una rassegna nazionale a Chiusi, in provincia di Siena: la manifestazione, denominata

chIusI, 1996

“Ragazzi in Gamba”, vede tuttora coinvolte scuole di tutta Italia in una festa che dura tre giorni ed è una grande occasione per instaurare rapporti di amicizia e scambi culturali con realtà di diversa provenienza. Nell’aprile del 1997 per il Gruppo arrivò un’altra prestigiosa affermazione a San Giovanni Rotondo, in occasione del raduno nazionale indetto dalla FITP, la Federazione nazionale dei gruppi folkloristici. Con la ricerca “Le tradizioni vinicole nel Gargano”, “I Castellani” hanno vinto il primo premio nazionale, ex equo, “per l’importante recupero della cultura vinicola locale, supportato da significative immagini fotografiche”. In quella occasione hanno ottenuto anche un premio speciale per “l’apprezzabile attenzione agli aspetti della cultura locale, con particolare riferimento alla danza per guarire il morso della tarantola”.

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atrI, 1992

Tale riconoscimento gli è stato conferito per l’interpretazione del rituale della Tarantata, ballo che fa parte del repertorio del Gruppo. L’interpretazione, cioè il modo di presentare i balli e i canti si è rivelata uno dei punti di forza de “I Castellani”: infatti, grazie all’esperienza maturata nell’ambito della compagnia di teatro popolare “Il Clan di Cocktail”, Mario Ritrovato ha cominciato a stilare alcuni copioni teatrali che, inglobando i canti e i balli, hanno costituito un grosso elemento di successo. Il copione, in realtà, ha avuto il compito, tramite la recitazione, di eliminare il personaggio del presentatore dando la possibilità esclusiva ai personaggi di spiegare ciò che il Gruppo andava rappresentando. Nell’anno scolastico 1996/97 e 1997/98, perseguendo questa nuova impostazione, venne messa in scena la commedia in un atto, che potremmo definire un musical popolare, dal titolo “Curre quanta vu’...” rappresentata per la prima volta nel Carnevale Santificato indetto dai Frati del Convento dei Cappuccini. Il successo andò al di là di ogni rosea aspettativa e fu tributato da spettatori che spesso si sono rivelati i più critici: i genitori dei ragazzi che frequentavano il Gruppo. Attraverso il copione si racconta la storia di due ragazzi che si innamorano contrastati dai genitori di lei, ma

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che, dopo varie vicissitudini, coronano il loro sogno d’amore. Una storia semplice, in cui sono inseriti dei canti tradizionali, altri di composizione più recente e dei balli che sanciscono il successo della manifestazione. Lo spettacolo fu proposto in vari ambiti, come alla Rassegna nazionale del folklore di Alatri (FR), a Mattinata (FG) e a Teramo, dove vinse il primo premio nel concorso “Arte per la Pace”, edizione del 1998. L’anno successivo lo spettacolo cambiò impostazione, affidando tutta la conduzione al personaggio de Lu Scazzamurèdde, e che ha avuto per tre anni, come interprete, Raffaele Strizzi. Il protagonista durante lo spettacolo, è continuamente proteso al coinvolgimento del pubblico, poiché si muove tra di esso, pone domande, fa dispetti a chiunque gli capiti sotto tiro. Sono 80 minuti di tale intensità che lo spettatore ne è fortemente preso. Anche questo spettacolo è stato presentato per la prima volta nella sala “Voce di P. Pio” e, successivamente, a Mattinata, nelle fasi eliminatorie per il concorso “Arte per la Pace”, dove il Gruppo si è classificato, ancora una volta, al primo posto. Successivamente venne proposto nella Rassegna nazionale di Pontedilegno, in provincia di Brescia, in edizione ridotta, dove ha impressionato

La nostra storIa - Il gruppo folklorIstICo “I CastellanI”


aLatrI, 1997

positivamente pubblico e giurati per la struttura dello spettacolo che, senza un attimo di interruzione, presentava la recitazione, i canti, i balli, i giochi, i lavori e le tradizioni del Gargano in maniera completa. Lo stesso spettacolo fu ancora presentato nella rassegna nazionale “Musicainsieme” che si tiene annualmente a Salerno: in tale occasione il Gruppo fu invitato anche nella serata conclusiva come ospite d’onore. nel 2000, oltre alla partecipazione al Premio Bisanum e al Carnevale Santificato, il Gruppo partecipò al Carnevale Sangiovannese, proponendo l’animazione delle periferie, che notoriamente vengono escluse dalla grossa manifestazione. Nello stesso anno, dopo la partecipazione alla nuova edizione della Rassegna “Musicainsieme”, il Gruppo superò le qualificazioni per il concorso “Arte per la Pace” a Pescina (AQ) e nella finale, tenutasi a Teramo, vinse il primo premio per la categoria ed il trofeo assoluto che ancora gli mancava. La vittoria consentì al Gruppo di usufruire del premio messo a disposizione dall’organizzazione, e cioè un soggiorno gratuito nel Parco Nazionale degli Abruzzi, precisamente a Cortino, dove i ragazzi hanno tenuto poi numerosi spettacoli nelle varie frazioni dei Monti della Laga.

Lu scazzamurÈdde, 1999

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BeLLarIa (rn) , 2001

All’inizio dell’anno scolastico 2000/01 si è presentata un’altra occasione con la nuova Amministrazione comunale a cui il Gruppo ha voluto partecipare: la manifestazione “Allo stadio per P. Pio”, un incontro di calcio a scopo benefico tra i consiglieri comunali e la squadra nazionale degli Attori. Con il 2000 si è inoltre concluso il progetto “Vivi la Tradizione”, redatto l’anno precedente dai Servizi Sociali del Comune per la prevenzione dei minori a rischio. nel 2001 si è affacciata una nuova esperienza rispetto a quelle tradizionali: la manifestazione “La borgata che danza”, a Bellaria di Romagna. Conosciuta anche come “La festa della Borgata”, la manifestazione vede esibirsi i migliori Gruppi Popolari non scolastici, provenienti da tutta Italia. “I Castellani”, invitati insieme con il Gruppo di Cantatori di San Giovanni Rotondo, sono stati molto apprezzati, tanto che ballarono anche in una scuola media, protesa ad iniziare un progetto simile. Un’altra affermazione risale al maggio del 2002 a Teramo, dove il Gruppo vinse il “Premio della Critica” per le migliori coreografie, con i balli della “Tarantata” e “Lu Luprianare”, con una giuria di esperti composta da Paolo Londi, Luciana Savignano e Simona Atzori, ballerina di fama internazionale, priva degli arti superiori che ha avuto il privilegio di esibirsi in presenza di Papa Giovanni Paolo II e nella serata inaugurale delle Paraolimpiadi di Torino del 2006. Sempre al concorso “Arte per la Pace”, l’anno successivo a “I Castellani” venne assegnato l’incarico di “Custodi e messaggeri di Pace” per il periodo maggio 2003 - maggio 2004, con il compito di diffondere nel proprio territorio il messaggio di pace che annualmente parte dalla manifestazione nazionale. Tale incarico in realtà non l’hanno più lasciato, anche quando negli anni successivi hanno passato il testimone: nei loro spettacoli il tema della pace è diventato uno dei fili conduttori. Giungiamo così al 2004, anno intenso di manifestazioni, a cui il Gruppo non sa esimersi.

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In questo anno scolastico all’intera squadra si è aggiunto il prof. Giuseppe Cassano, insegnante di sostegno, il cui aiuto divenne subito prezioso. Nel mese di marzo il Gruppo partecipò alla manifestazione “Il fanciullo ed il folklore” tornata a svolgersi a San Giovanni Rotondo. Il tema da sviluppare e rappresentare riguardava l’educazione e l’apprendimento dei fanciulli nella tradizione orale, ovvero una ricerca sulle filastrocche, canti, proverbi, modi di dire, orazioni e ninne nanne. Negli otto minuti

La nostra storIa - Il gruppo folklorIstICo “I CastellanI”


concessi i ragazzi hanno dato un saggio della loro ricerca, racchiusa in un fascicolo dal titolo “Riti e lavoro”. La Consulta scientifica così giudicò la performance: “Il Gruppo sviluppa con coerenza il tema del progetto, prestando particolare attenzione allo stile vocale. Essenziali le figurazioni coreografiche pienamente funzionali al repertorio proposto. Da annotare la partecipazione di cinque giovanissimi fisarmonicisti che danno vivido risalto alle parti strumentali”. Verso la fine di aprile, a distanza di 8 anni, “I

Castellani” sono tornati a Taranto per la Rassegna “Ragazzi in Gamba”: un gradito ritorno, accolto con entusiasmo da Marco Fé, presidente dell’associazione. Nel mese di maggio, nella finale di “Arte per la Pace” ad Atri, il Gruppo vinse il primo premio per la categoria delle scuole medie, titolo già conquistato più volte nelle passate edizioni, ma, questa volta, particolarmente sentito perché ha coronato un anno intenso di spettacoli in cui “I Castellani” sono stati promulgatori di pace.

La nostra storIa - Il gruppo folklorIstICo “I CastellanI”

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Il 2005 ha visto il Gruppo ancora coinvolto nel progetto di diffusione della Cultura della Pace nella Provincia, con spettacoli e lezioni-concerto in vari paesi, quali San Marco in Lamis, Carpino, Vico del Gargano, San Severo e Sannicandro Garganico, dove ha partecipato anche alla Terza Festa della scuola, indetta dall’Associazione ANAPIE, che coinvolge molti istituti non solo d’Italia ma anche dei Paesi dell’Est, quali la Romania, la Turchia e l’Ucraina. Per la sezione dedicata al folklore “I Castellani” si aggiudicarono inoltre il Primo Premio Internazionale nella giornata del 1 Maggio 2005. Nel settembre del 2006, con il ritorno a scuola, il Gruppo ha organizzato la giornata dell’accoglienza per i ragazzi della prima media: un modo gioioso per non far sentire il disagio del primo giorno di scuola ai circa 150 nuovi allievi. Nel corso di quell’anno scolastico la scuola si è gemellata con l’Istituto comprensivo di Rignano Garganico e, successivamente si preparò per il concorso “Arte per la Pace”. Dopo aver superato la selezione di Saviano (NA), nella finale di Teramo si è aggiudicato il Primo Premio Nazionale per la categoria dedicata alle scuole medie. Il grosso exploit è stato in parte oscurato dai festeggiamenti del 25° anniversario della nascita della “De Bonis”, ma proprio questa occasione ha dato lo spunto di un ulteriore riconoscimento alla scuola, poiché l’Associazione Nazionale “Arte per la Pace” ha voluto essere partecipe con una targa ricordo per la fedeltà dimostrata dalla nostra scuola alle manifestazioni da loro portate avanti. All’inizio del nuovo anno scolastico il Gruppo si è subito impegnato nell’organizzare l’accoglienza al vescovo Domenico D’Ambrosio, in visita pastorale nelle scuole di San Giovanni Rotondo. Il ballo della Pace, presentato al suo arrivo, ha offerto a Sua Eccellenza lo spunto per iniziare la conversazione con gli studenti della scuola media “De Bonis”, dimostrando di apprezzare molto la dinamicità culturale in ambito territoriale dell’Istituto.

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Il reclutamento delle nuove “leve” in quell’anno si presentò piuttosto problematico ma, grazie alla partecipazione dei “vecchi” alunni, si stilò un programma annuale che comunque ebbe le sue soddisfazioni a cominciare dalla significativa serata con i diversamente abili del Centro Polivalente Comunale di via Lauriola, la lezioneconcerto nella sala S. Giuseppe e la partecipazione alla V Festa Internazionale della Scuola a Sannicandro Garganico, dove “I Castellani” sono stati ancora una volta premiati. La partecipazione alla XVI edizione del concorso “Arte per la Pace” e alla giornata della Solidarietà hanno concluso l’anno scolastico. Nel 2007 le difficoltà nel reperire nuove adesioni si sono accentuate: il Gruppo che aveva in passato avuto anche 75 elementi, ha registrato in quell’anno appena 11 nuovi iscritti, per cui risultò composto di 26 unità. Le cause furono da ricercarsi soprattutto nella mancanza di interesse da parte dei ragazzi per le varie attività: in effetti anche per gli altri progetti scolastici che la “De Bonis” ha proposto si annotarono diverse iscrizioni sistematicamente disdette dopo un primo periodo di frequenza. Ma l’attività ha continuato ininterrotta e a fine gennaio 2008 lo spettacolo fu pronto; “I Castellani” parteciparono a due giornate del Carnevale sangiovannese, ricevendo dalla Pro loco il riconoscimento di gruppo più “effervescente” della manifestazione. Sempre nel periodo di carnevale c’è stata una memorabile serata passata in compagnia degli ospiti della Casa di cura “P. Pio” e con gli anziani del Centro “P. G. Frassati” della parrocchia S. Giuseppe Artigiano. Arrivando richieste di partecipazione da parte di numerose organizzazioni, i dirigenti decisero di selezionare le uscite, anche per mancanza di fondi e per non pesare troppo sui bilanci familiari. Dopo la partecipazione alla VI edizione della Festa Internazionale della Scuola indetta dall’ANAPIE e relativo primo premio per la categoria dedicata al folklore, ci sono stati due graditi ritorni dopo alcuni anni di assenza: a

La nostra storia - Il gruppo folkloristico “I Castellani”


“Mattinata del Gargano”, per le selezioni di Arte per la Pace, e a Chiusi per la Rassegna “Ragazzi in Gamba” rendendo felice il presidente Marco Fé, che ha sempre stimato ed ammirato “I Castellani” per la briosità che nelle scorse partecipazioni aveva regalato alla manifestazione. In vent’anni di vita il Gruppo non ha teso dunque soltanto alla diffusione della cultura garganica, ma ha sempre unito a questa fini educativi molto specifici che potrebbero sfuggire ai lettori più superficiali. Sono state circa 400 le persone che ne hanno fatto parte, compresi gli insegnanti che, dopo la loro esperienza, ne sono usciti per pensionamento o per impegni e genitori, che hanno fatto parte del gruppo dirigente. Tutti, senza dubbio, possono affermare di aver vissuto un’esperienza arricchente ed unica per duplici motivi. Il Gruppo ha dato la possibilità ai ragazzi di intrecciare rapporti di amicizia sani, di

centro PoLIVaLente VIa LaurIoLa, 2008

vivere scambi culturali e gemellaggi con oltre 400 scuole italiane e 30 straniere. Nell’ambito locale ha permesso loro di toccare con mano e conoscere tutte le realtà del paese: si sono esibiti infatti nell’Ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza”, nella “Casa di Cura P. Pio”, per i diversamente abili del centro di via Lauriola, durante varie edizioni del Premio Bisanum, in tre edizioni del Festival Internazionale del Folklore, nel reparto di Pediatria Oncologica. E ancora: durante il raduno nazionale del Volontariato Civile, nelle feste parrocchiali o patronali, nelle scuole che ne hanno fatto richiesta o che si sono gemellate con la “De Bonis”, per la raccolta di fondi per la nuova chiesa di P. Pio, per manifestazioni contro la droga e giornate della solidarietà ed anche per i Giochi della Gioventù della scuola elementare “Dante Alighieri”. Ovunque il Gruppo ha portato allegria, cultura e passione per le tradizioni.

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La nostra storia

Il progetto “Vivi la tradizione” Nel 1998 l’Amministrazione Comunale di San Giovanni Rotondo, guidata dal Sindaco, prof. Davide Pio Fini, tramite l’Assessore dott.ssa Maria Falcone e la responsabile dell’ Ufficio Servizi Sociali Rosa Merla, riconoscendo l’alto valore educativo del Gruppo folk operante nella scuola media “A. De Bonis” ed i suoi fini, preparò un progetto rifacendosi alla Legge n° 216 trasformata, ampliata e modificata in n° 285, per inserire nel suo ambito ragazzi di famiglie a rischio o con problemi. In un colloquio franco e sincero con i responsabili del Gruppo, la preside Nunziata Bisceglia accettò il coinvolgimento dei nuovi ragazzi. Qui di seguito viene presentato il progetto inoltrato dal Comune alla Prefettura, comprendente la programmazione svolta, la formazione dei gruppi di lavoro, le manifestazioni svolte in quel periodo e la relazione finale della dottoressa Merla. Grazie alla realizzazione dell’ iniziativa, il Gruppo si è dotato di 15 costumi tradizionali maschili e 15 femminili. Durante una delle tante

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prove è intervenuto il noto percussionista Alfio Antico che si è intrattenuto con molto piacere con i ragazzi, specie con quelli che seguivano le lezioni di tamburello. L’inserimento di alunni disagiati, voluto dai Sevizi Sociali e soprattutto i risultati ottenuti con la loro frequenza, ha stimolato i responsabili a continuare su quella scia, per cui gli insegnanti di sostegno della scuola spesso hanno coinvolto i loro ragazzi a partecipare alle attività del Gruppo. Da allora la collaborazione con i Servizi Sociali non si è mai interrotta. Di questa realtà si è interessata la stampa locale e nazionale, che ha parlato de “I Castellani” come unico Gruppo in Italia che pratica la “Folkterapia”. Ne hanno scritto: il quotidiano“Italia oggi”, “Aesse-Azione Sociale” mensile delle ACLI, l’agenzia stampa “Redattore Sociale”, il quotidiano on line “Affari Italiani”, e le testate locali “Il Pirgiano, orizzonti garganici”, “Sangiovannirotondonet.it”, “Garganopress”, “Il Grecale”.

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Comune di San Giovanni Rotondo Provincia di Foggia PROGETTO VIVI LA TRADIZIONE (ovvero: recuperiamo le nostre radici) Ambito di intervento Utilizzo di strutture scolastiche per attività extra-scolastiche in orari non dedicati alle attività istituzionali e nel periodo estivo, per iniziative che privilegiano la crescita di autonomia e di autorganizzazione del minore per sviluppare attitudini emergenti nella sua personalità (artistiche, musicali, motorie). Premessa Lo scopo che ci prefiggiamo è quello di fare attività di prevenzione e di offrire dei modelli culturali ed educativi sani, nel convincimento che non sono solamente a rischio quei ragazzi riconducibili a categorie standardizzate, come quelli che vivono nei quartieri poveri, con genitori disoccupati o con problemi di giustizia, ma tutti quei ragazzi nei confronti dei quali la famiglia, la scuola, i servizi sono latenti. Lo spirito del Progetto è quello di dare autonomia, responsabilità e capacità di gestione ai ragazzi, attraverso attività teatrale-folkloristica di scoperta del mondo antico. Beneficiari del Progetto I destinatari del Progetto sono 30 ragazzi di ambo i sessi, dai 11 ai 15 anni che cominciano ad imporsi all’attenzione della scuola e dei Servizi Sociali, con i loro comportamenti aggressivi nei confronti degli altri (atti di vandalismo), con il loro atteggiamento di rifiuto, oppositivo. Durata La durata del Progetto è di un anno, per quattro ore settimanali, compresi i mesi estivi. Contesto San Giovanni Rotondo è passato bruscamente da una economia prettamente agricola, fiorente fino agli anni ’70, a quella turistico-religiosa

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dovuta allo sviluppo del turismo attorno al Santuario Santa Maria delle Grazie, alla presenza della Tomba del venerato Padre Pio e all’offerta di lavoro proveniente dall’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza. Questi due eventi hanno creato una frattura che a lungo andare sta sortendo effetti deleteri, poiché chi non è riuscito ad approfittare di queste due grosse opportunità, è rimasto imbrigliato in una situazione socio-economica al limite, creando forme di disagio e povertà. Il Progetto è rivolto soprattutto ai ragazzi provenienti da quel contesto socio-familiare non integrato nel tessuto socio-economico-culturale del Paese. La scuola media “De Bonis”, nel cui interno si intende realizzare il Progetto, è ubicata in una zona che, nella parte periferica (sud-est), è tra le più dimenticate, raccoglie le famiglie meno abbienti e dove più volte è stato segnalato spaccio di stupefacenti ed episodi di microcriminalità. Obiettivi Il Progetto intende perseguire i seguenti obiettivi: - recuperare l’attenzione degli alunni culturalmente e socialmente svantaggiati o già etichettati come piccoli delinquenti; - offrire al ragazzo un’altra opportunità di riprendere la fiducia nei confronti della Istituzione Scuola; - offrire tempo e spazi coinvolgenti sul piano emotivo che possano sostituire la strada, l’alcool ed il tabacco; - offrire un apprendimento attivo; - dare l’opportunità, attraverso la conoscenza del mondo antico e della tradizione, di interiorizzarne i Valori; - scoprire le risorse più evolute del minore e trovare un possibile canale di liberazione attraverso le attività folkloristiche. Contenuto Il Progetto vedrà impegnati 30 e più ragazzi, di ambo i sessi, nella realizzazione di un Gruppo Folkloristico stabile che opererà in media per 4 ore settimanali.

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Si farà in modo da favorire negli alunni la comunicazione, la consapevolezza personale, la cooperazione, la socializzazione, l’autonomia e la costituzione di un’immagine positiva di sé, per far sì che il ragazzo stia bene con se stesso e con gli altri. Si attueranno delle ricerche per conoscere le abitudini di un tempo, degli usi e dei costumi del passato, si studieranno i canti e le danze per capirne i contesti in cui sono nati. Si conosceranno gli strumenti tradizionali e si imparerà a suonarli e, con l’aiuto di artigiani locali, si passerà alla costruzione degli stessi. Si allestiranno degli spettacoli da portare in vari ambiti e si produrrà una audiocassetta di canti tradizionali con allegato fascicolo esplicativo. Si raccoglieranno, altresì, i risultati delle ricerche. Il Gruppo parteciperà a Rassegne e Concorsi che si svolgono in varie parti d’Italia e che sono indetti dall’Unicef o da altri Enti sotto il Patrocinio del Ministero della Pubblica Istruzione. Infine saranno avviati scambi culturali con altre realtà nazionali ed internazionali. Partners del Progetto 1. L’Amministrazione Comunale attraverso i Servizi Sociali indicherà i nominativi dei ragazzi e delle famiglie per le quali si rende necessaria una tale esperienza. Raccorderà le competenze e la disponibilità dei vari attori del Progetto: ragazzi, famiglia, scuola, gruppi folkloristici, associazioni culturali, esperti ed insegnanti. Cercherà di superare gli ostacoli di tipo logistico ed organizzativo che si presenteranno nella realizzazione del Progetto. Sensibilizzerà gli Insegnanti delle scuole medie inferiori e del biennio della scuola media superiore ad utilizzare il Progetto come strumento per aiutare determinati alunni a riappropriarsi delle loro capacità. 2. La scuola media inferiore “De Bonis” che metterà a disposizione del Progetto le aule, garantirà l’apertura delle strutture e la pulizia, nonché gli insegnanti coordinatori del Progetto. Gli insegnanti avranno il ruolo di

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indirizzare, orientare, incentivare la partecipazione al Progetto dei ragazzi che loro riterranno particolarmente bisognosi di avere un punto di riferimento educativo alternativo alla strada. 3. Le famiglie dei ragazzi saranno coinvolte nel Progetto come soggetti di ricerca per la organizzazione del Gruppo, per la realizzazione dei costumi, partecipando alle uscite, prestandosi come educatori del Gruppo in aiuto alle figure degli insegnanti. Gestione del Progetto Il Progetto sarà portato avanti da provati studiosi del folklore locale, tra i quali alcuni che hanno condotto un’accurata indagine sulla Chitarra Battente, antico cordofono, ormai presente nella sola area garganica, mentre sta scomparendo nelle zone in cui tempo fa era diffusa, cioè la Campania e la Calabria. Un gruppo di ragazzi sarà avviato allo studio di questo particolare strumento, mentre altri saranno avviati a studi di arte culinaria tradizionale, proverbi, indovinelli e favole, con la collaborazione del Centro Studi Tradizioni Popolari del Gargano. A coordinare il tutto ci saranno educatori che hanno avuto esperienze simili nell’ambito della scuola media “De Bonis”. La struttura da utilizzare sarà la scuola media “De Bonis” che, come detto, è la scuola del quartiere in cui si deve attuare il Progetto. Il Progetto avrà la durata di un intero anno scolastico, compreso il periodo estivo e i ragazzi saranno impegnati in media 4 ore settimanali. Nel contesto del monte ore non si ritiene necessario preventivare le uscite che il Gruppo effettuerà sia in Italia che, eventualmente, all’Estero. Parte delle ore saranno dedicate allo studio degli strumenti tradizionali e alle ricerche. Le famiglie dei ragazzi più a rischio saranno coinvolte nel Progetto come soggetti di ricerca, per la organizzazione del Gruppo, per la realizzazione dei costumi, potranno partecipare alle varie uscite, prestando la loro opera dove occorra.

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Impatto e diffusione dei risultati Il Progetto è intrinsecamente orientato alla diffusione dei risultati attraverso: - spettacoli durante le feste e le sagre paesane; - spostamento del Gruppo nei paesi vicini durante le feste patronali e nei periodi estivi; - partecipazione a Concorsi e Rassegne di portata nazionale o internazionale; - produzione di cassette registrate delle musiche e dei canti e di videocassette dei momenti folkloristici riprodotti dai ragazzi, da proporre ai turisti che inondano il nostro paese quasi per tutto l’anno solare. Criteri di valutazione La riuscita del Progetto si dedurrà: - dall’assiduità della frequenza alle prove e alla preparazione; - dalla produzione degli spettacoli; - dalle uscite nei paesi vicini; - dai risultati ottenuti con le partecipazioni a Concorsi e Rassegne nazionali ed internazionali; - dalla produzione di cassette audio e video. Responsabile del Progetto per i Servizi Sociali dott.ssa Rosa Merla L’Assessore Delegato dott.ssa Maria Falcone Il Sindaco prof. Davide Pio Fini Per l’attuazione del Progetto, come operatorieducatori sono stati nominati: Barbano Alessandro, Merla Matteo, Cisternino Michele, Gorgoglione Franco e Villani Salvatore. La costumista è stata la sig.ra Ciccone Anna. Tutti gli incarichi sono stati affidati dall’Amministrazione Comunale a giovani precari, sentiti i pareri dell’Assessore delegato ai Servizi Sociali e della responsabile del Progetto. Gli altri componenti del Gruppo hanno continuato a prestare la loro opera a titolo completamente gratuito.

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RELAZIONE CONCLUSIVA Il Progetto “Vivi la Tradizione” ha visto il proprio svolgimento con regolarità e dedizione dal novembre 1999 al novembre 2000. Si è svolto, come da programmazione, presso i locali della scuola media “A. De Bonis” e si è rivolto a quanti presentavano particolari problemi di inserimento scolastico, scarse motivazioni per lo studio, un entroterra familiare problematico. Questi non hanno avvertito la stigmatizzazione della loro situazione in quanto alle attività hanno partecipato alunni che non presentavano alcun problema di adattamento ed erano dotati di particolari attitudini. Gli educatori, esperti e volontari, caratterizzati da una particolare e coinvolgente passione per le musiche, i canti, la cultura popolare, sono riusciti ad interessare circa cinquanta ragazzi e molte famiglie. Le attività svolte sono state varie: canti popolari, laboratori teatrali, danze popolari, studio della chitarra battente, dell’organetto, della fisarmonica e del flauto. Il Gruppo ha partecipato a svariate manifestazioni, spettacoli, rassegne sia locali che nazionali ed ha realizzato successo, apprezzamento e stima. Ciò ha contribuito a rendere “solido” il gruppo dei ragazzi, a stimolare l’entusiasmo degli educatori esperti e volontari, a creare assiduità e continuità nelle attività. Il responsabile del Gruppo ha presentato una relazione delle attività svolte, qui di seguito allegata, inoltre si è preso visione del quaderno delle presenze. San Giovanni Rotondo, 22 dicembre 2000 L’Assistente Sociale Merla Rosa

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PROGRAMMAZIONE SVOLTA La sottoscritta Nunziata Bisceglia, coordinatrice del Progetto “Vivi la Tradizione”, svoltosi il Lunedì ed il Venerdì, dalle ore 17,30 alle 19,30, nell’ambito della scuola media “A. De Bonis” di cui è il Dirigente Scolastico, fa presente che il programma è stato svolto secondo il presente schema: Gruppi di lavoro Chitarra e chitarra battente: - Villani Salvatore, Steduto Antonio, Cisternino Michele e Rinaldi Michele, istruttori. - Dragano Giuseppe, Dragano Michele, Marcucci Michele, Melchionda Gabriele, allievi. Organetto e fisarmonica: - Merla Matteo, Ferrantino Marco e Rinaldi Michele, istruttori. - Di Nauta Angelo, De Nittis Antonello e Rinaldi Stefano, allievi. Flauto: - Barbano Alessandro e Petruccelli Michele, istruttori. - Rinaldi Marco, Di Fiore Stefania e Biancofiore Antonio, allievi.

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Danze Popolari: - Gorgoglione Franco, Lecce Mimmo, Seri Alberto e Centra Nunzio, istruttori. - Gli allievi sono stati tutti gli alunni. Tradizioni Popolari: - Ritrovato Mario, Rinaldi Michele e Villani Salvatore, istruttori. - Gli allievi sono stati tutti gli alunni. Canti Popolari: - Rinaldi Michele e Steduto Antonio, istruttori. - Gli allievi sono stati tutti gli alunni. Laboratorio teatrale: - Ritrovato Mario, istruttore. - Strizzi Raffaele, Cassano Angela, Rinaldi Stefano, Di Fiore Stefania, Dragano Giuseppe, Germano Simone, Manzella Matteo, Miscio Marialucia, allievi. Manifestazioni - Dicembre 1999: raccolta fondi Telethon, per conto della BNL di Foggia. - 22 gennaio 2000: spettacolo per i disabili nell’ambito del Premio Bisanum, presso l’Hotel Parco delle Rose.

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- 29 febbraio 2000: Animazione delle periferie, nell’ambito del Carnevale sangiovannese. - 29 febbraio 2000: Spettacolo serale nella Sala “Voce di P. Pio” nell’ambito del Carnevale Santificato - 11 aprile 2000: Selezione Nazionale del concorso “Arte per la Pace” a Pescina (L’Aquila). - 27 aprile 2000: Rassegna nazionale “Musicainsieme” a Salerno e gemellaggio con la scuola media “XX settembre”. - 6 maggio 2000: Partecipazione, come ospiti d’onore, alla premiazione del concorso “Musicainsieme” a Salerno. - 10 e 11 maggio 2000: Finale del concorso nazionale “Arte per la Pace” a Teramo. Primo premio nazionale per la categoria Scuole Medie e Trofeo Nazionale Assoluto. Durante la permanenza a Teramo, il Gruppo ha tenuto altri due spettacoli, uno di beneficenza, nell’ambito de “La sagra dell’olio d’oliva” e l’altro in un Istituto Superiore, con annesso Laboratorio di Musica Popolare. Il premio vinto è stato una vacanza nel Parco Nazionale degli Abruzzi.

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- 10 e 27 giugno 2000: I ragazzi del Laboratorio Teatrale partecipano allo spettacolo teatrale “I promossi...spesi”, di Mario Ritrovato. - Dal 6 al 10 luglio: Vacanza premio a Cortino, sui monti della Laga, nel Parco Nazionale degli Abruzzi, con spettacoli nelle frazioni di Pagliaroli e Padula. - 14 settembre 2000: Spettacolo di beneficenza nell’ambito della Festa dell’Addolorata. - 30 settembre 2000: Ospiti d’Onore nella manifestazione sportiva “Allo Stadio per P. Pio”. - 9 ottobre 2000: Spettacolo per il Gruppo di Preghiera di Cervia, presso l’Hotel S. Pietro. Tutte le lezioni si sono svolte con regolarità e la frequenza è stata molto assidua. Il Dirigente Scolastico Nunziata Bisceglia

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La nostra storia

Regolamento del gruppo folk “I Castellani” Dopo i primi anni di vita del Gruppo, nell’ambito del Collegio degli insegnanti, sorse l’esigenza di stilare un “regolamento” che delineasse i rapporti con l’Ente scuola, i ragazzi, i genitori ed istruttori, sia per la partecipazione alle uscite, sia per la collaborazione nelle giustificazioni in occasione di manifestazioni, compiti non svolti, ed altro. In realtà di esso non se n’è mai fatto uno strumento scrupoloso od oppressivo se non in rarissime occasioni, quando, per esempio, il Gruppo arrivò a contare 75 unità: infatti i piccoli problemi che sorgevano venivano risolti in maniera tranquilla, con semplici colloqui tra gli interessati. Tra le righe del regolamento bisogna cogliere

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però soprattutto uno scopo educativo, che potrebbe sfuggire in un primo momento: i ragazzi hanno bisogno, specie nell’età adolescenziale, di capire che per ogni attività, gioco o altro, esistono delle regole da cui non si può prescindere e a cui bisogna adeguarsi. Senza di esse non si formerebbe mai un “gruppo” inteso come tale, cioè un insieme di persone che vanno in un’unica direzione, con degli obiettivi e passioni comuni. Abbiamo pensato di riportarlo qui di seguito perché è un documento importante, parte integrante della storia del Gruppo. Attraverso la sua lettura, si potranno scoprire curiosità che, probabilmente, sono sfuggite nella stesura della pubblicazione.

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REGOLAMENTO DEL GRUPPO FOLKLORISTICO “ALESSANDRO DE BONIS” poi “I CASTELLANI” Nell’anno 1989, un gruppo di esperti di musiche, canti e danze, usi e costumi popolari, e di genitori cultori delle antiche tradizioni di San Giovanni Rotondo, decise di costituirsi in “Comitato Promotore” per la formazione di un gruppo folkloristico giovanile. Lo scopo preminente di tale iniziativa era quello di “educare” i ragazzi alle tradizioni, usi e costumi del nostro paese, di diffonderne la conoscenza con pubbliche manifestazioni anche al di fuori di San Giovanni Rotondo, di fare azione di prevenzione contro la dispersione scolastica, offrendo modelli culturali piacevoli, onde evitare i pericoli della strada, impegnando i ragazzi in orario extrascolastico. Detto “Comitato”, su proposta di alcuni insegnanti della scuola media “don Alessandro De Bonis”, avanzò la proposta alla suddetta scuola, ed essa fu accettata e condivisa dagli Organi Collegiali, che: - concretizzarono la collaborazione richiesta includendo tale attività anche nella propria programmazione scolastica; - diedero la disponibilità, in orario extrascolastico, di alcuni locali, a condizione che di questa attività ne potessero usufruire in massima parte, e in forma gratuita, gli alunni della propria scuola; - designarono alcuni docenti in seno al Comitato Promotore a garanzia delle Istituzioni Scolastiche, pur riconoscendo al Gruppo autonomia operativa, compatibilmente con le attività scolastiche. Il Comitato Fondatore, così integrato, determinò: - che la rappresentanza legale del Gruppo Folkloristico, nei rapporti ufficiali, venisse assunta dal Preside della scuola media “De Bonis”;

- che il Gruppo assumesse in via provvisoria la denominazione di “Gruppo Folkloristico Alessandro De Bonis”; - che gli esperti, i Docenti e tutti i collaboratori prestassero la loro opera in forma volontaria e gratuita; - che si adottasse un regolamento per definire i rapporti fra il Gruppo e la Scuola, le competenze, ecc. In considerazione di quanto sopra esposto e degli impegni di lavoro di ogni elemento del “Comitato” per la funzionalità e la continuità delle attività del Gruppo, decise di organizzarsi meglio a livello operativo, attribuendo ad ogni suo componente specifiche mansioni da svolgersi all’interno del Comitato. Da tutto ciò scaturì il Regolamento di seguito riportato che definisce i compiti attribuiti ai Comitati e le persone che ne fanno parte. Art. 1 Comitato Fondatore Il Comitato Fondatore del Gruppo è costituito da esperti, genitori e docenti, come di seguito riportati: 1. Rinaldi Michele 2. Savino Paolo 3. Steduto Antonio 4. Capuano Grazia Pia 5. Ritrovato Mario 6. Gravina Antonio 7. Gravina Leonardo 8. Palladino Raffaele 9. Savino Maria 10. Capuano Silvana 11. Capuano Michelina 12. Savino Francesca Art. 2 Organi del Gruppo Il Gruppo, per svolgere le sue attività, si avvale dei seguenti Organi: 1. Il Presidente 2. Il Comitato artistico-direttivo 3. Il Comitato Tecnico-operativo 4. Il Gruppo Stabile

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Art. 3 Il Presidente Il Presidente del Gruppo Folkloristico è il Preside della scuola media “Alessandro De Bonis”. Ad egli spetta la rappresentanza ufficiale e legale del Gruppo. Inoltre presiede il Comitato artistico-direttivo (C.A.D.). Art. 4 Il Comitato artistico-direttivo Il Comitato artistico-direttivo è formato da sette componenti così suddivisi: - tre esperti; - due docenti, segnalati dal Collegio degli Insegnanti e designati dal Consiglio di Istituto della scuola media “A. De Bonis”; - due genitori eletti dai genitori dei ragazzi partecipanti al Gruppo in quell’anno. Il Comitato artistico-direttivo viene eletto annualmente. Ha funzioni di coordinamento di ogni attività del Gruppo, decide il programma delle attività da svolgere, cura le Pubbliche Relazioni e l’organizzazione logistica del Gruppo. Decide l’ammissione di nuovi aderenti su segnalazione di esperti e può chiedere la consulenza e la collaborazione di altri eventuali esperti. Art. 5 Esperti È compito degli Esperti, sentito il parere dei Docenti facenti parte del C.A.D.: - selezionare i ragazzi che formano il Gruppo stabile per le esibizioni ufficiali, per i concorsi e per tutte le altre manifestazioni; - svolgere l’attività di preparazione del Gruppo, compatibilmente con le attività scolastiche; - scegliere il programma artistico; - decidere circa la composizione delle sezioni del Gruppo Stabile. Le decisioni operate dagli Esperti sono insindacabili. Art. 6 Comitato tecnico-operativo Il Comitato tecnico-operativo (C.T.O.) è formato da sei componenti effettivi e da un numero variabile di componenti aggiunti. Il Comitato degli effettivi è così suddiviso: - un esperto etnologo

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- una sarta costumista - un acconciatrice - un coadiuvante - due genitori-coadiuvanti Il C.T.O. segue il Gruppo in ogni sua manifestazione e trasferta: cura la perfetta tenuta dei costumi, il trucco e provvede ad ogni eventuale esigenza dei componenti. Secondo le esigenze del momento, tale Comitato può essere integrato da un numero adeguato di altri genitori che richiederanno di prendere parte alle manifestazioni e che, comunque, opereranno sotto la guida del C.T.O. effettivo. Date le esigenze sopra esposte, e comunque intuibili, faranno parte del C.T.O preferibilmente genitori di sesso femminile. Art. 7 Gruppo Folkloristico Stabile Data la variabilità annuale di richiesta di iscrizione dei ragazzi, il Gruppo Stabile accetterà fino ad un massimo di 60 unità, suddivisi in varie sezioni: Sezione danza: tutti i ragazzi hanno l’obbligo di imparare i balli e le danze che il Gruppo esegue nel corso degli spettacoli, gradualmente entro il primo anno di frequenza. L’incapacità, ma soprattutto lo scarso impegno possono essere motivo di esclusione o di allontanamento dal Gruppo. Sezione canto: tutti i ragazzi hanno l’obbligo di imparare i canti che fanno parte dello spettacolo, di modo che possono partecipare alle parti corali. Saranno selezionati tre ragazzi e tre ragazze a cui saranno affidati incarichi di solisti. Sezione musici: il numero dei musici è composto da un minimo di sei unità. Di essa fanno parte, oltre agli esperti, anche ragazzi che avranno mostrato particolari attitudini per la musica. Annualmente degli esperti avranno il compito di istruire i ragazzi che intendono farne parte, anche imparando a suonare strumenti particolari e tradizionali. Gli elementi che compongono le varie sezioni del Gruppo Stabile vengono selezionati e

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scelti dagli Esperti tra i ragazzi che aderiscono all’attività del Gruppo e nei confronti delle loro decisioni non è ammesso reclamo. Art. 8 Reclutamento e selezione All’inizio di ciascun anno scolastico gli Esperti, coadiuvati dagli Insegnanti, verificano le vacanze effettive determinatesi in seguito alla uscita specie dei ragazzi di terza media e procedono al reclutamento e alla selezione preferibilmente nelle classi prime, per un numero possibilmente uguale a quello dei posti resisi vacanti. L’elenco dei selezionati , così come prescritto dall’Art. 4, verrà sottoposto all’approvazione del C.D.A. in una fase successiva corrispondente alla fine del 1° quadrimestre. Dopo il normale periodo di addestramento gli esperti opereranno la scelta degli elementi che faranno parte delle varie sezioni. Coloro i quali non vengono prescelti, pur continuando a partecipare alle attività di preparazione, affinché possano essere pronti e disponibili ad eventuali sostituzioni, non potranno partecipare a pubbliche rappresentazioni, pur avendo l’obbligo di indossare il costume tradizionale. Quelli che non riescono ad essere inseriti il primo anno di frequenza, avranno priorità di inserimento nell’anno successivo. Nella prima fase si potranno avere esclusioni dal Gruppo per scarso rendimento o per qualsiasi situazione che il C.D.A. riterrà grave e motivo di allontanamento. I genitori dei nuovi iscritti saranno convocati dal C.D.A. per discutere il regolamento e per assumere l’impegno della frequenza al Gruppo dell’iscritto. Saranno comunicati i giorni e gli orari delle prove e illustrate le finalità dell’attività. In una fase successiva saranno nominati i genitori che faranno parte dei successivi C.D.A e C.T.O. Art. 9 Costumi Il Gruppo nelle sue manifestazioni indossa il costume tradizionale di San Giovanni Rotondo. Non avendo la scuola disponibilità, ogni elemento provvederà a dotarsi del costume

tradizionale. I costumi indossati sono quelli de Lu Cafone, per i maschi, e La Pacchiana per le donne. Le caratteristiche di tali costumi sono le seguenti...(omissis). Art. 10 Adesioni al Gruppo Possono aderire alle attività del Gruppo tutti gli alunni che frequentano la scuola media “De Bonis”, che ne faranno richiesta scritta e che supereranno la selezione curata dagli esperti. La richiesta sarà firmata da uno dei genitori che ne seguirà l’andamento didattico e disciplinare, dato che l’Attività sarà valutata alla fine dell’anno scolastico con informazione al Consiglio di Classe cui l’aderente appartiene. Potranno altresì partecipare alle attività del Gruppo, e a giudizio del C.D.A.: gli alunni che hanno terminato il corso di studi presso la scuola media “De Bonis” e che intendono proseguire sotto la diretta responsabilità dei genitori, anche con incarichi diversi da quelli contemplati nelle varie sezioni; gli alunni di altre scuole medie che supereranno la selezione, nel limite massimo di due. Anche questi parteciperanno alle attività del Gruppo sotto la personale responsabilità dei genitori e stipulando un’assicurazione per le uscite e manifestazioni varie; gli alunni delle scuole elementari che supereranno la selezione per un limite massimo di tre. Anche per loro valgono le stesse condizioni del punto precedente. Art. 11 Gestione del Gruppo La partecipazione alle attività del Gruppo è gratuita, in quanto si confida nel contributo di Enti esterni, sia pubblici che privati. In qualsiasi caso, per le uscite fuori città, che prevedono partecipazione a concorsi, rassegne o manifestazioni benefiche, potrebbe rendersi necessario un contributo spese da parte del partecipante quantificabile nella misura del 50-60% circa la spesa totale individuale. Gli eventuali contributi vanno inseriti nel bilancio della scuola, ma finalizzati alle spese del Gruppo. Un insegnante del C.D.A. terrà

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rapporti con il Direttore Amministrativo per seguire il bilancio del Gruppo. Nessun ulteriore contributo è a carico della Scuola, che si impegna a rendere disponibili i locali e farli tenere puliti dal personale addetto. In casi eccezionali il Gruppo potrà programmare manifestazioni ed esibizioni per il reperimento di fondi che saranno messi sempre a disposizione dei ragazzi per diminuire la partecipazione alle spese. In altri casi potrà aderire a manifestazioni gratuite presso gli Enti pubblici o privati utili alla crescita culturale e umana degli elementi del Gruppo. Art. 12 Trasferte Nelle trasferte si darà la precedenza di partecipazione: - ai componenti del Gruppo stabile, nel caso in cui il numero sia elevato rispetto ai posti disponibili, il C.D.A. selezionerà i componenti effettivamente occorrenti allo spettacolo; - ai componenti effettivi del Comitato tecnicooperativo, nel caso di posti disponibili, i componenti aggiunti del C.T.O., con partecipazione totale alle spese, previsti nell’Art. 6; Tutti gli altri genitori e parenti potranno organizzarsi in proprio, avvisando il C.D.A., che potrà far usufruire, qualora fosse possibile, delle stesse agevolazioni dei componenti il Gruppo. Art. 13 Norme di prima attuazione In fase di prima attuazione ed in considerazione del ruolo svolto dal Comitato Fondatore di cui all’Art. 1 del presente Regolamento, i Comitati sono così composti: - COMITATO ARTISTICO-DIRETTIVO Rinaldi Michele, esperto etnomusicologo; Savino Paolo, esperto etnomusicologo; Steduto Antonio, esperto etnomusicologo; Gravina Leonardo, docente; Palladino Raffaele, docente; Gravina Antonio, genitore; Ritrovato Mario, genitore; Matteo Roberti, preside e presidente protempore.

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- COMITATO TECNICO-OPERATIVO Capuano Grazia Pia, sociologa ed etnologa; Savino Maria, sarta e costumista; Savino Francesca, acconciatrice e truccatrice; Capuano Silvana, genitore e coadiuvante; Capuano Michelina, genitore e coadiuvante. N.B. Il signor Gorgoglione Franco, subentrato in una fase successiva, ha assunto la responsabilità del coordinamento della sezione Danza. La prof.ssa Nunziata Bisceglia, preside della scuola media “De Bonis”, dopo il trasferimento del Prof. Roberti, ha assunto la presidenza pro-tempore ed è in carica a tutt’oggi. Art. 14 Norme finali I componenti dei suddetti Comitati vengono surrogati annualmente allorquando si verificano delle vacanze per dimissioni o per perdita dei requisiti. I docenti vengono designati dal Consiglio di Istituto, su proposta del Collegio degli Insegnanti, mentre i componenti del C.D.A. e del C.T.O., gli Esperti e i genitori vengono segnalati e integrati dal Comitato artistico-direttivo, a maggioranza dei voti. Il seguente regolamento può subire variazioni: le modifiche vengono apportate in aggiunta al presente, con maggioranza assoluta di voti dai Comitati artistico-direttivo e dal Comitato tecnico-operativo riuniti in seduta comune. Il presente regolamento viene sottoscritto dal Comitato fondatore e approvato dal Consiglio di Istituto. Il Comitato fondatore Il Presidente del Consiglio di Istituto

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sannIcandro GarGanIco (FG), 2008

saLa “Voce dI Padre PIo” san GIoVannI rotondo, 1990

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La nostra storia

I protagonisti

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Gruppo Dirigente

Strumentisti

- Prof.ssa Nunziata Bisceglia, presidente ordinario; - Prof. Mario Ritrovato, presidente e addetto alle Pubbliche Relazioni; - Prof. Giuseppe Cassano e Michele Rinaldi, responsabili del settore musicale; - Antonio Steduto, direttore dei canti; - Franco Gorgoglione, responsabile delle danze e coreografo; - Alberto Seri, Mimmo Lecce e Gaetano Paolantonio, collaboratori settore danze; - Maria Savino, responsabile settore costumistico; - Michelina Capuano, responsabile settore costumistico;

- Michele Rinaldi, chitarra battente, organetto, tamburello, zighedeb첫; - Antonio Steduto, chitarra francese, chitarra battente, tamburello; - Franco Gorgoglione, tamburello e tamorra; - Matteo Merla, fisarmonica, flauto; - Mario Ritrovato, castagnole, mortaio di bronzo, tricche-ballacche; - Francesco Rinaldi, tamburello, scisciolo; - Salvatore Vangi, fisarmonica; - Salvatore Sassano, tamburello; - Silvestro Solimeno, tamburello.

La nostra storia - I protAGONISTI


Posta deL FaLco (san GIoVannI rotondo), 1991

chIusI, 2008

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I nostri lavori


I nostri lavori

Il gruppo folklorico Cultura vinicola “I Castellani” Nel 1993, il responsabile del CRSEC (Centro Regionale Servizi Educativi e Culturali), dott. Antonio Del Vecchio, diede a tre istruttori del Gruppo, l’incarico di tenere un seminario di lingua dialettale, avente per tema “La lingua e la cultura sangiovannese”. Il seminario si tenne il 30–31 agosto e 1° settembre, presso la scuola media “A. De Bonis”. L’attività è stata diretta ai ragazzi componenti del Gruppo folk “I Castellani” e a chi ne ha fatto richiesta. Si è trattato di un esperimento pilota, il cui scopo

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prevalente è stato quello di tipo linguistico, oltre che artistico-culturale: i docenti sono stati Mario Ritrovato, Antonio Cascavilla e Michele Rinaldi. Gli stessi ebbero, l’anno successivo, l’incarico di condurre una ricerca sulle Tradizioni Vinicole nel Gargano in collaborazione con i ragazzi del Gruppo. Il tutto si è concretizzato con la pubblicazione di un fascicolo riguardante “La Cultura Vinicola a San Giovanni Rotondo e nel Gargano”, che è stato diffuso dal Centro Regionale.

I nostri lavori - Cultura vinicola


CULTURA VINICOLA A SAN GIOVANNI ROTONDO E SUL GARGANO Tratto dalla presentazione degli autori: Il lavoro è nato da una ricerca condotta da tre componenti, nonché responsabili del Gruppo folkloristico “I Castellani” della scuola media “A. De Bonis” di San Giovanni Rotondo, ed è stato concepito nell’ambito delle varie iniziative che il CRSEC (Centro Regionale Servizi Educativi e Culturali), distretto 27, prende periodicamente per lo studio del territorio, con l’ausilio di studiosi locali. La ricerca, avente per oggetto la Cultura Vinicola a San Giovanni Rotondo, che poi si può estendere al resto del Gargano, ha avuto due obiettivi preminenti: in primo luogo ha cominciato a fissare concetti che altrimenti sarebbero andati perduti, dato che non ci sono pubblicazioni in merito; in secondo luogo ha tentato, con discreto successo, di trasmettere i risultati ottenuti alle nuove generazioni in modo diretto. I primi ad usufruire di questo “esperimento” sono stati i ragazzi del Gruppo folk, che sono stati coinvolti direttamente in incontri per la conoscenza dell’argomento ed in lezioni di dialetto tenute dai tre responsabili e aventi, come fine, la conoscenza degli usi e dei costumi della vendemmia. In particolare, il Prof. Antonio Cascavilla, docente di Educazione Tecnica presso l’Istituto, ha curato gli aspetti tecnici dell’argomento, dalla preparazione del terreno alla piantatura e alla raccolta dell’uva, mentre il prof. Mario Ritrovato, docente di Scienze matematiche della stessa scuola, ha curato la parte tradizionale e culturale. Infine Michele Rinaldi, etnomusicologo e ricercatore, ha curato l’aspetto ludico dei canti legati alla vendemmia. Il lavoro che ne è scaturito, pur presentando dei limiti che i tre Autori riconoscono, costituisce senz’altro una base per un approfondimento futuro, da parte degli stessi o di chi ne volesse intraprendere gli studi. Gli Autori

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Si è ritenuto opportuno riportare qui di seguito, un estratto del lavoro che più direttamente ha interessato i ragazzi del Gruppo. Essi sono stati coinvolti nella ricerca di proverbi attinenti al tema che è stato affrontato anche perché questi riguardano l’aspetto più tradizionale dell’intera pubblicazione ed è stato oggetto di lezioni sulla lingua dialettale di San Giovanni Rotondo anche negli anni successivi. PROVERBI E MODI DI DIRE I proverbi sono espressione dell’esperienza e della saggezza popolare, e non deve risultare strano che alcuni di essi riguardano il vino, la vendemmia, la coltivazione della vite. Con una massima efficace, con una rima, un’assonanza facilmente memorizzabile, con una immagine originale, essi si sono tramandati nei secoli fino a noi. E così noi li leggiamo come tracce di una cultura ormai lontana, per capire la mentalità del contadino, che attraverso gli strumenti del suo lavoro, riferisce una concezione essenziale della vita. Ne presentiamo alcuni, suggerendo, però, una lettura più ingenua dei suoi stessi aspetti espressivi. Pota curte, vigna allonga. La potatura di tralci molto corti, purché non si tagli troppo la vite, permette di allungare la durata del vitigno, perché dà più vigore alla pianta stessa. Adôva nen ce sta vine e nen ce sta vunte, ce ne va’ lu pane sanza cunte. Vino e olio sono sinonimi di abbondanza. Se mancano ci vuole pane in quantità per potersi saziare. Vigna e iôrte ce vo’ l’ôme môrte. Sia la vigna che l’orto richiedono la presenza costante del contadino, perché c’è da lavorare in qualsiasi periodo dell’anno.

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L’acqua de lugghje, la vigna ‘nsubbugghje. L’acqua d’auste, jogghje, manna e muste. Le piogge di Luglio danneggiano la vigna, mentre quelle di Agosto garantiscono abbondanza. Figghje da nu signore nate, ce vève lu vine sope la ‘nzalata. Il sapore del vino viene esaltato se bevuto dopo aver mangiato l’insalata. Lo sanno bene i figli dei signori! Casa jinte a casa, vigne jinte a vigne. Le case e le vigne isolate, possono essere più facilmente soggette a furti, al contrario delle case e delle vigne raccolte. O jogghje o vine, sampe ci’affine. Con lo scorrere del tempo, la persona buona di cuore viene fuori e si conosce praticandola. Sope lu fenôcchje ce ne va ‘na côcchja. Il sapore intenso del finocchio esalta quello del vino e invita il bevitore a fare il bis. Secondo alcuni, però, il finocchio nasconde i difetti che i “cantinèri” cercavano di occultare somministrando vino mediocre e facendolo bere con i gambi della verdura a mo’ di cannuccia. Sope l’accia, vine te sacce. Altro metodo sicuro per gustare il vino, è quello di accompagnarlo con il sedano. Allu tozzele delli vutte, li jaddine ce sfètene tutte. Nel periodo della vendemmia, mentre le botti rotolano nelle case e per le strade, le galline rallentano la loro attività, producendo meno uova del solito e sempre più piccole (sfetatora).

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“Salute e frasche” ha ditte la crapa lu mèse d’auste: “Culla carna mia nu bèlle arruste, culla padda carrèia lu muste”. Agosto è il mese in cui la carne di capra è più saporita, sia perché essa è magra, sia perché le erbe di cui si nutre l’animale sono più aromatiche: ecco, allora, l’invito a mangiare una capra arrostita con del buon vino, portato in otri di pelle, in modo da svuotarli per trasportare, a breve, il nuovo mosto. Quanne ce zappa e quanne ce puta, nesciune ziane e nesciune nepute. Quanne iè tèmpe de vedegnà, Zezì da qua e zezì da ddà. I parenti e gli amici si vedono solo quando c’è da raccogliere e da festeggiare, non quando c’è da lavorare. Il proverbio si addice anche quando è in gioco l’eredità. Vine amare, tenime care (o vinneme care). Il vino che tende all’amaro sarebbe, secondo una opinione diffusa, un vino pregiato e che si conserva per molto tempo. Questo proverbio si usa anche per l’olio (ioggje amare, tineme care): infatti, ad ogni annata di olio amaro, seguirebbe una di carestia, nella quale la produzione è estremamente bassa, oppure di cattiva qualità. La vollepa che nen ci’arriva all’uva, dice che iè cèrreva. Proverbio di antica origine e con molte varianti. Esso significa che quando una persona non riesce in un determinato intento, prende delle scuse banali per nascondere la propria incapacità. Lu vine bbône ce vènne sanza fruscia. Un tempo si soleva appendere un ramoscello sulla soglia della casa e al capostrada per segnalare la vendita del vino buono e novello. Ma quando una cosa è buona o una persona possiede delle virtù, sostiene il proverbio, non c’è bisogno di pubblicità.

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La mègghja votta ce n’è juta d’acite! Il vino che nella botte migliore inacidisce è una allegoria e sta significare che la persona fidata ha disatteso le aspettative, tradendo la fiducia in lei riposta. Jinte li votte menènne ce sta lu vine bbone. Nelle piccole botti, in genere, si mette il vino pregiato: allo stesso modo nelle persone piccole, ma anche umili, è facile trovare bontà e purezza d’animo. Va truvanne la votta chjèna e la mugghjara ‘mbriaca. È l’illusione del tirchio: avere tutto, senza spendere niente. Quanne arriva alla sessantina, lassa li fèmmene e pigghja lu vine. A sessant’anni diventa difficile per l’uomo appagare il desiderio sessuale: allora è meglio sbollire le fantasie in un buon bicchiere di vino. Lu vine fa male a chja nen ce lu sape vève. Non basta bere, bisogna saper bere, cioè dosare il vino, se non si vuole danneggiare la salute. Lu mègghje vine iè cudde che ce vève alla casa dell’àute. È l’equivalente de “l’erba del vicino è sempre migliore”, anche se non bisogna tralasciare il senso del risparmio del proprio prodotto a discapito di quello che si può trovare altrove. Mo’ pe une, mo’ pe n’àute, la vigna ce ne va ‘ndesèrte. Quando non si ha il senso di responsabilità e di collaborazione, la vigna va in rovina. Il proverbio allude al gioco dello scaricabarile, in cui ognuno si affida o si fida dell’altro, e può essere esteso ad ogni tipo di situazione, anche politica.

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Sta juste juste. Si dice quando una persona è brilla al punto giusto. L’ome de vine, nen vale nu Carrine. L’uomo che è dedito al vino, non è affidabile. Il Carlino era una moneta coniata ai tempi di Carlo D’Angiò. Vigne sope a vigne, sampe chjante e ma’ vedigne. Quando si estirpa un vitigno, si sconsiglia di ripiantare sullo stesso posto la vite, poiché non si otterrebbe un buon risultato. Infatti, dopo l’estirpazione, i sali minerali di cui ha bisogno la vite, sono scarsi ed hanno bisogno di un po’ di tempo per riformarsi. Ma oggi il problema è stato superato: la vigna vecchia viene regolarmente sostituita, effettuando uno “scasce” profondo e con la concimazione del terreno. Chja vo’ ajènchje li vutte, zappa a funne e puta a curte. Chja vo’ vedè lu muste, zappa la vigna lu mèse d’auste. Nenn’arrecogghje né pane, né muste, chja puta de Magge o d’Auste. Tre consigli che l’esperienza secolare dei contadini raccomanda per ottenere un buon prodotto della vendemmia. Jè ghjute alla chjèsia! Va facianne li sebbulleche! Due modi di dire riferiti agli amanti del vino, che girano tutte le cantine con lo stesso impegno con cui il fedele visita le chiese e i Santi Sepolcri il Giovedì Santo.

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Storia di San Giovanni Il gruppo folklorico Rotondo “I Castellani” Ricerca compiuta dai ragazzi dell’anno scolastico ‘98-‘99

La “Storia di San Giovanni Rotondo” è stata tratta da una ricerca, integrata negli anni successivi, condotta durante l’anno scolastico 1998-99 dagli alunni della scuola media “A. De Bonis”, che hanno partecipato a due concorsi scolastici indetti dall’Amministrazione Comunale di San Giovanni Rotondo, Assessorato alla Cultura e alla Pubblica Istruzione, e dalla sezione locale dell’ Archeoclub d’Italia. Temi del concorso erano: “Un monumento da conoscere, la Chiesa di Sant’Egidio di Pantano” e “Un monumento da conoscere, Chiesa di San Giovanni Battista, La Rotonda”. Nella prima occasione gli alunni della II C, sotto la guida della prof.ssa Rosa Fiorentino, hanno costruito dei plastici con una affascinante “Ipotesi di ricostruzione della Chiesa di Sant’Egidio di Pantano”, mentre l’alunno Ciociola, della III D, con un suo lavoro sulle condizioni attuali della costruzione, ha vinto il primo premio. L’anno successivo, ancora sotto la guida della prof.ssa Fiorentino e del

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prof. Francesco Gravina, gli alunni del corso C, hanno costruito ben tre plastici della Chiesa della Rotonda. Con la “Ipotesi di ristrutturazione” di una pittura muraria della Madonna con Bambino, condotta dal prof. Enzo Lagonigro, la Scuola ha vinto il primo premio. L’anno successivo i componenti del gruppo “I Castellani” hanno seguito il ciclo di conferenze organizzate dall’Archeclub, dal quale hanno desunto ulteriori appunti utili alla ricerca. Le conferenze sono state tenute dal mese di marzo ad ottobre del 2000 dai proff. Silvio Carella, Pasquale Corsi, Mario Spedicato, Giuseppe Poli, Teresa De Padova e Maria Nardella. Altre notizie riguardanti soprattutto il battistero medievale di San Giovanni Battista sono state tratte, successivamente, dal volume: Il battistero di San Giovanni Rotondo. Elementi di storia e di archeologia medievale, a cura di Pasquale Corsi, Foggia 2000, mentre numerose altre dalle pubblicazioni di Salvatore Grifa.

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IPotesI dI rIcostruzIone deLLa chIesa dI s. eGIdIo dI Pantano

IPotesI dI rIstrutturazIone dI una PIttura murarIa deLLa madonna con BamBIno

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La storia di San Giovanni Rotondo è comune a quella di parecchi centri garganici, ed affonda le sue origini in epoche lontanissime. Già nell’era neolitica (VI – V millennio a.C.) sorgevano vari villaggi capannicoli ai piedi della catena montuosa che attraversa in senso Est-Ovest tutto il Gargano: siti sono stati segnalati alle Coppe, alle Castéllera, nella zona Piscine, valle Grande, valle dell’Inferno, lago Sant’Egidio e Pozzocavo. È probabile che il lago di Sant’Egidio (Pantano) dovette prestarsi già durante il Paleolitico Medio ad attività di caccia e di pesca. Infatti in zona sarebbe da collocare una presenza di industria litica musteriana (Palma di Cesnola, 1963). A partire dal Neolitico e fino all’età del Bronzo ed oltre, insistono sul territorio numerosi insediamenti (Valle dell’Inferno, Valle Grande, il Castello alle Coppe, Valle Granara). In questi casi ci si può imbattere in resti non molto evidenti di recinzioni di pietrame a secco affioranti sul terreno roccioso. Senz’altro il complesso preistorico della Valle dell’Inferno a Est-Sud Est del paese, costituisce, insieme ai due sovrastanti pianori laterali (Coppa Masselli e Chiancata Avatra), un comprensorio di grande interesse; infatti sia i pianori che le grotte evidenziano un’intensa frequentazione dalla preistoria all’età romana, e fino al Medio Evo (Gravina, 1994). Una discreta conoscenza si ha del sottosuolo del centro abitato. Da una serie di tombe incontrate durante lavori stradali e costruzioni di case, venne, in passato, evidenziata la presenza di ceramica geometrica dauna, policroma, databile tra il sesto ed il quarto secolo a.C. Da questa documentazione, si potrebbe far risalire alla metà circa del primo Millennio a.C. il primo insediamento da cui ebbe origine il futuro paese (Battaglia, 1956). Da altre pubblicazioni viene segnalato materiale di età diversa, di derivazione ellenistica (Grifa, 1989). Secondo tali pubblicazioni ed altre successive dello stesso Autore, un sito molto importante per la storia del paese sarebbe stato quello posto

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sul monte Castellano, denominato Gargaros. Infatti, sembra che nel II millennio a.C., tutto il territorio sia stato frequentato da gruppi di popolazioni provenienti dalla Tracia, dall’Illiria, dalla Frigia e dalla Troade. Proprio una tribù della Troade, i Paiones, si sarebbe stabilita definitivamente sul monte Castellano, ove avrebbe fondato la città di Gargaros (città posta sul monte), che avrebbe dato il suo etimo di Gargaro a tutto il Gargano. Nel X – IX secolo a.C., sarebbe nato, ai piedi del monte Castellano, un nuovo villaggio nei pressi di sorgenti e di zone lacustri. Il gruppo tribale insediato, sarebbe stato formato dai Dauni che colonizzarono tutto il promontorio dopo aver fondato le città di Siponto, Arpi e Salpi. Questo nuovo insediamento avrebbe richiamato e concentrato a sé quasi tutti gli abitanti sparsi sul territorio, compreso quelli del Monte Castellano-Crocicchia, che però avrebbe continuato ad essere frequentato, anzi addirittura munito di mura per la sua invidiabile posizione strategica. Con la completa romanizzazione, ad est del villaggio dauno Gargaros sarebbe stato edificato un tempio rotondo dedicato ad Apollo, poi a Vesta ed infine a Giano, il dio bifronte. Nel secondo secolo a.C. il villaggio avrebbe preso il nome di Bisanum, proprio in onore del dio a due facce (Bis-Ianum), mentre quello posto sul monte (Castel Bisanum) sarebbe stato sempre meno frequentato. L’esistenza del tempio in età precristiana viene fortemente messo in discussione da una recente pubblicazione (S. Carella, M. Fiorentino, S. Ritrovato, 2003), che ne attesta le origini medievali. Senz’altro più agevole risulta seguire lo svolgimento della storia del territorio in età Medioevale, soprattutto in riferimento alle vicende della Via Sacra Langobardorum, l’importante serie di tracciati stradari di pellegrinaggio, che da Benevento conduceva alla sacra Grotta di San Michele Arcangelo. Questo itinerario, che si snodava presumibilmente lungo direttrici già tracciate in età romana (Alvisi, 1970), subì, con gli anni, graduali trasformazioni, e

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L’antIco corso dI san GIoVannI rotondo

I nostrI LaVorI - storIa dI san gIoVannI rotondo

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sorsero parecchi punti di sosta per il ristoro dei pellegrini che compivano il loro viaggio per lo più a piedi. Nel territorio di San Giovanni Rotondo una strada doveva passare per il centro abitato e fare poi posta alle chiese di Sant’Egidio e di San Nicola, entrambe sul lago di Sant’Egidio, per poi inoltrarsi nel territorio di Monte Sant’Angelo. Soprattutto in questa zona si concentra la presenza di sepolcreti ipogei, di romitori e di cappelle rupestri (ad esempio la necropoli ad inumazione di età incerta nella zona di Cassano, in località San Simeone e Sedia Regina; Battaglia, 1957). Più a sud, nella zona denominata Castéllera, è stata segnalata la presenza di sepolture ipogee paleocristiane. Le origini della fondazione del Casale di San Giovanni Rotondo sono da ricercarsi all’inizio della conquista Normanna. Infatti nella precedente diplomatica bizantina non si trova mai menzionato ‘San Giovanni Rotondo’, ma ‘Castellano Buzzano’ o ‘Bizzano’. Solo nel 1095, in un Diploma del normanno conte Enrico compare per la prima volta il nome di San Giovanni Rotondo, verosimilmente derivato dalla forma circolare dell’antico battistero longobardo di San Giovanni, che sorge tuttora alla periferia est del paese (Carella, 2000). Fin dal suo sorgere, il Casale fu feudo dell’Abbazia benedettina di San Giovanni in Lamis. Il primo a porre in discussione l’assetto giuridico della badia di San Giovanni in Lamis fu Federico II di Svevia. Questi nel 1220 sottrasse al controllo di quella, il territorio di San Giovanni Rotondo, dichiarandolo terra di Regio demanio. Ma fu solo a partire dalla reintegra angioina, successiva al tramonto della dinastia sveva, che la popolazione di San Giovanni Rotondo decise di cingere di mura il casale: tra il 1220 ed il 1397 esse furono erette, comprendenti 15 torri un po’ sporgenti sul piano delle stesse e tutte quadrangolari, eccetto una di forma cilindrica, divenendo, così, una vera fortezza. Di queste oggi sono chiaramente visibili solo i resti di tre torri (Fiorentino, 2000).

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In seguito San Giovanni Rotondo subì non sempre passivamente l’avvicendarsi ininterrotto di signori o condottieri che, di volta in volta, erano preposti al governo di questa terra, pur riuscendo ad imporsi per una notevole capacità commerciale del suo ceto medio, di estrazione agro-pastorale. Intorno al 1460 pare che il paese dovette subire il saccheggio da parte delle truppe di Giovanni D’Angiò (Nardella, 1895) che, sceso in Italia, assediò numerose città che gli dimostrarono resistenza. In questo periodo si colloca l’intervento del capitano albanese Giorgio Castriot, detto Scanderberg, figlio del principe d’Albania, che venne in aiuto del sovrano aragonese Ferdinando nella lotta contro gli Angioini. Per la vittoria riportata, Ferdinando donò in signoria al capitano San Giovanni Rotondo. Il dominio di questo capitano viene ricordato come ‘tirannia albanese. Questa cessò nel momento in cui Ferdinando I, re di Napoli, riassegnò il ‘castrum’ al regio demanio. Negli anni successivi la popolazione conobbe un periodo di relativa calma e si assistette ad un lungo periodo di crescita economica. Il territorio era vasto circa quarantamila ettari e la gente, legata da vincoli ed interessi di lavoro, finì per fondersi ed amalgamarsi in un centro comune che divenne l’emporio del commercio pugliese. Per molti anni in San Giovanni Rotondo, l’11 giugno, in occasione della Fiera di Sant’Onofrio, veniva stabilito il prezzo dei cereali per tutto il Regno, alla presenza dei funzionari del Re. Nel 1497 San Giovanni fu dato in signoria al capitano spagnolo Ferdinando Consalvo di Cordova e i cittadini sangiovannesi ottennero la concessione di poter ripristinare la “fiera di Sant’Onofrio”, che aveva conosciuto alcuni anni di tregua, ma successivamente, nel 1649, fu trasferita definitivamente a Foggia. Nel 1604 il feudo di San Giovanni Rotondo fu venduto a don Pietro Cavaniglia. La ripresa economica e demografica, costante per tutto il cinquecento, subirà, nel corso di tutto il seicento, un brusco calo a causa delle

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ripercussioni che ebbe sulla popolazione la crisi agraria. Per tutto il secolo imperversarono diverse epidemie e pestilenze, culminate con l’epidemia di peste del 1656-57, che ebbe effetti devastanti in tutto il Regno di Napoli, ma che sembrò quasi sorvolare il paese, causando solo 16 decessi (De Padova, 1995). Una buona ripresa economica e demografica si ebbe nel corso del Settecento. Durante questo secolo si portarono a termine i lavori di costruzione del campanile annesso alla Chiesa di San Leonardo Abate, si ricostruì l’antico

chIesa dI s. onoFrIo

convento di San Francesco, oggi sede del Municipio, e si avviarono i lavori per la costruzione di nuove abitazioni per la popolazione in crescita. Nel corso dell’Ottocento, con il passaggio dall’ancien règime al governo napoleonico, si ebbero i primi effetti delle nuove leggi emanate dai sovrani francesi: furono chiusi il convento dei Conventuali, situato nel paese, e quello dei Cappuccini ad ovest. Nello stesso periodo si iniziò la lottizzazione del territorio agricolo e fu istituita la Pretura. Nei secoli successivi la vita trascorse senza

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significative tensioni. Ma sotto il dominio borbonico la città conobbe uno degli episodi più tragici della sua vita: nel mese di ottobre del 1860, ventiquattro sangiovannesi furono trucidati nelle carceri da concittadini filoborbonici all’annuncio che truppe garibaldine stavano arrivando in paese per liberarli. Nei giorni successivi, dopo gli arresti dei colpevoli, dieci sbandati, anch’essi sangiovannesi, furono fucilati, mentre altri vennero condannati a vari anni di carcere. Un altro grave episodio di lotta fratricida si verificò nel 1920, allorquando i socialisti, avendo vinto le elezioni, si recarono al palazzo di città per erigere la bandiera in segno di vittoria. Provocati da alcuni Popolari, ci fu una reazione a cui le forze dell’ordine risposero aprendo il fuoco sui dimostranti disarmati: alla fine della sparatoria 14 furono i morti, tra i quali un carabiniere, e più di 80 i feriti. I due episodi, sia quello del 1860 che del 1920, mostravano chiaramente le profonde lacerazioni che il problema della Terra aveva prodotto nella coscienza del popolo, incidendo profondamente nel tessuto culturale, sociale, economico e politico di tutta una città ed operando, ancora, disarmonie e fratture insanabili. Sia nel 1860 che nel 1920, è sempre la Terra ad essere protagonista. Da una parte coloro che avevano accumulato, durante i secoli della vergogna, privilegi, diritti e proprietà, dall’altra coloro che invece avevano vissuto nel silenzio, senza un nome, una voce, un volto (Grifa, 1998). Le due guerre mondiali videro molti figli della Terra di San Giovanni Rotondo morire nelle trincee, sui campi di battaglia assolati o innevati: 176 furono i caduti nel primo conflitto e 86 nel secondo. Nel 1916 arrivò Padre Pio da Pietrelcina, che con la sua presenza ha cambiato il tessuto spirituale, sociale ed economico della città: grazie a lui molte sono le opere sociali realizzate, la maggiore delle quali sicuramente è la Casa Sollievo della Sofferenza, poderosa città ospedaliera, tempio di Fede e di Scienza.

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Dopo un anno dalla sua morte, avvenuta nel 1968, è iniziato il processo di beatificazione ed il 18 dicembre 1997 papa Giovanni Paolo II lo ha dichiarato Venerabile, il 2 maggio 1999 è stato proclamato Beato e il 16 giugno 2002 viene elevato agli onori degli altari. Oggi San Giovanni Rotondo è una città che si sta sviluppando a vista d’occhio: numerosi sono gli alberghi che sono sorti per ospitare i molti pellegrini che annualmente vengono per visitare la tomba di P. Pio e per ricevere conforto spirituale. L’ospedale è divenuto il centro trainante dell’economia del paese, ma non bisogna dimenticare che dagli anni quaranta sino al 1973 l’economia sangiovannese si è basata soprattutto sul lavoro offerto dalla Miniera di Bauxite della società Montecatini, che ha visto impiegati sino ad 800 operai pagando, oltretutto, un forte tributo di sangue, poiché 27 lavoratori morirono, per cause diverse, nel corso degli anni. Tra i luoghi più importanti da visitare dobbiamo ricordare il Santuario di Santa Maria delle Grazie, con annessa la Chiesetta Antica, la via Crucis monumentale di Messina, il nuovo Santuario dell’architetto Renzo Piano, aperta al culto dal 1° luglio 2004, che accoglie numerose Opere di famosi Artisti contemporanei, e tutti i luoghi di Padre Pio, mentre in città sono degni di nota la chiesetta di San Giovanni Battista, la Chiesa di San Leonardo, di Sant’Onofrio, il Monumento a Padre Pio di Fazzini, il Museo biografico di Padre Pio, il bellissimo, ma trascurato, Centro Storico. San Giovanni Rotondo, inoltre, essendo inserito nel Parco Nazionale del Gargano, presenta bellezze naturali tutte da scoprire, scegliendo opportunamente i percorsi suggeriti dall’Ente Parco.

I nostri lavori - Storia di San Giovanni Rotondo


Padre PIo e Padre tarcIsIo

I nostrI LaVorI - storIa dI san gIoVannI rotondo

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Breve viaggio nel mondo antico Nel mese di marzo del 2004 San Giovanni Rotondo ha ospitato, nell’ambito della manifestazione “Il fanciullo ed il folklore”, gruppi scolastici provenienti da tutta Italia. Il tema in concorso scelto per quell’anno è stato “Filastrocche, canti, proverbi, modi di dire, orazioni, ninne nanne”, ed il gruppo “I Castellani”, negli otto minuti messi a disposizione per l’esibizione, ha presentato un piccolo saggio ed una raccolta documentata da una pubblicazione dal titolo “Breve viaggio nel mondo antico”. Durante l’esibizione, accompagnata da un canto e un ballo, i ragazzi hanno recitato filastrocche e mostrato giochi infantili, entusiasmando il pubblico presente soprattutto con la magnifica voce di Michela Cusenza, che ha cantato “a cappella” una ninna nanna. Nel giudizio, l’attenta Consulta scientifica, ha valutato in maniera eccellente il gruppo musicale, che presentava, in quell’occasione, oltre agli strumenti tradizionali, ben cinque ragazzi che suonavano la fisarmonica. Qui di seguito presentiamo un estratto della raccolta effettuata dai ragazzi sotto la guida dei responsabili e degli insegnanti.

Ninna nanna Ninna ninna ninna ninna vola Custu meninne mia addurmi ce vole. Ninna ninna ninna ninna vola iè morta la jaddina sôpe l’ova. iè morta la jaddina cecerina, quèdda che facèva l’ova la matina. Ninna ninna ninna ninna vola Custu meninne mia ha da ì alla scola Ha da ì alla scola pia Dova ci ha da ‘mparà l’avummaria.

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Vine sônne vine alla ‘ncarrèra Vine a cavadde e nen venì all’appède. Vine a cavadde a nu cavadde ghjianche la sèlla d’ore e li sprune d’argènte. Ninna ninna ninna ninnarèlla lu lupe ci ha magnate la picurèlla. Picurèlla mia côme faciste Quanne ‘mmôcca lu lupe te truvaste. Sante Necola pe lu munne jèva tutte li creiature l’addurmèva.

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Allucca mia Martina Allucca allucca mia Martina Lu cavadde e la reggina La reggina jè ghjuta a spanne Sôtta li castagne Li castagne nen so’ cotte E magnamece la recotta. La recotta nen è cotta E magnamece a maste a brôde Maste a brôde dice la mèssa Màmmeta iè badèssa Isce tu che si’ na fèssa. La lotta Iame alla chjazza a ‘ccattà li cappucce Pigghjène une e vall’ammuccia Vall’ammuccia jinte lu pagghjare Dda ce stèva nu pucurare Pucurare magna recotta Ianna qua che ci hamma fa na lotta Tu cu li pède e ji cu li mane Paffete ntarra lu pucurare. Patre nôstre allattumate Patre nôstre allattumate Jì te vôgghje allattumà E pe die e pe lu sôle E pe sante e Salvatôre. Vedde na barca jinte mare Jinte sunavene de Pasqua e de Natale. Jinte ce stèva la Vergene Maria Panne de sèta tagghjava e cuscèva Venne lu figghje dalla scola “Mamma mamma che fa ddò?” “Figghje figghje nen tagghje e nen côsce Male sônne m’haje sunnate Crone d’ore t’hanne luuate Crone de spine t’hanne ‘nchjuvate” “Mamma mamma nenn’è buscia” Chja lu dice tre vote lu dia Nen ha paura de malatia.

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Ammèze la funtanalla Ammèze la funtanalla Ce sta na palummalla Palummalla ghjanca e nèra Che fa’ l’ôve matina e sèra. Custu la spara Custu la spènna Custu la coce Custu ce la magna Pe stu povere peccerille Nen ce sta nu scianchetille. Li dita della mana Custu iè lu piripinèdde Custu iè lu sciôre d’anèdde Custu iè lu chjù lônghe de tutte Custu iè lu lècca tejame Custu iè lu sona campane. Alla Madonna Bonasèra Madonna mia Tutte lu munne a vuia se ‘nclina Bèlle frutte ce dunaste Tutte lu munne rallegraste Rallegraste l’annema mia Bonasèra Madonna mia Madonna mia benediceme, famme sante Mitteme sôtta lu tuo mante. Li iurne della settimana Lunedì ntì ntì Martedì pure a ccuscì Marculedì spacca semmana Giuvedì cape canale Venardì lu ventuluse Sabbete varva e caruse La dumènneca te spuse.

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Il gruppo folklorico Curre quanta vù “I Castellani” L’idea di un musical popolare è scaturita quasi per caso all’inizio dell’anno scolastico, nel 1996/97, quando, tra i brani che erano stati inseriti nel contesto dello spettacolo che il Gruppo aveva deciso di portare in cartellone, si notò una stretta relazione sequenziale, per cui si pensò di creare un substrato recitato, naturalmente in dialetto, che inglobasse le canzoni stesse. Ne è scaturita una commedia della durata di un’ora e mezza circa che racconta la storia di Seppine, un ragazzo piuttosto timido, innamorato di Maria, una ragazza semplice, che lo contraccambia. Il padre della ragazza, tipo alquanto violento e conosciuto in tutto il paese per il suo intrattabile carattere, ne contrasta l’amore, minacciando la figlia, fino a costringerla ad allontanarlo. La reazione di rassegnazione della ragazza contrasta con quella avuta da Seppine, il quale si invaghisce di Filomena, donna piuttosto facile, che è sulla bocca di tutti per la facilità con cui cambia innamorati. In tutta la vicenda si inserisce un personaggio fantastico, Lu Scazzamurèdde, che cerca di riportare sulla buona strada il giovane, riuscendoci. Tutto finirà per il meglio, con tanto di matrimonio finale. Il musical alterna fasi molto divertenti a messaggi sani, tendenti ad evidenziare quei valori che da alcuni anni a questa parte sono trattati

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con superficialità, come la famiglia, l’amore, la religiosità, la semplicità ed il lavoro. I ruoli dei giovani innamorati sono stati affidati ai fratelli Grifa, Giusy e Matteo, due ragazzi rivelatisi completi, capaci di suonare, cantare, ballare e recitare, tanto che, usciti dalla scuola media, hanno spesso avuto a che fare con il mondo del teatro e della musica. Per la prima volta compare, negli spettacoli del Gruppo, il personaggio de Lu Scazzamurèdde, ben interpretato da Marcantonio Giuliani. Altri interpreti molto apprezzati sono stati Stefano Cirella e Silvana Martino, reduci da un grosso successo per l’interpretazione, come protagonisti, della farsa “I Conti...tornano”, che racconta, in chiave umoristica, la storia di San Giovanni Rotondo. Il tutto si accompagna con musiche e canti tradizionali o di Autori contemporanei, come P. Savino, M. Capuano, G. Fiorentino, G. Scarale e M. Pirro. Rappresentato per la prima volta il 16 febbraio 1997 nella sala “Voce di Padre Pio” nell’ambito del Carnevale santificato, è stato più volte replicato in vari ambienti. Di esso esiste una versione ridotta di 30 minuti, con l’introduzione di un narratore e l’eliminazione della parte recitata, per consentire la partecipazione ai concorsi nazionali con limiti di tempo e dove il dialetto avrebbe creato problemi di comprensione.

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curre Quanta VÙ...! Musical popolare - Atto Unico di Mario Ritrovato Rappresentato per la prima volta al Carnevale Santificato, presso la sala “Voce di Padre Pio”, nel mese di febbraio 1997. Esiste una versione ridotta, della durata di 30 minuti, con un narratore, per consentire al Gruppo di partecipare ai concorsi nazionali con limite di tempo. Personaggi seppine, giovane innamorato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ............................................................... Matteo Grifa tunine, suo amico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ........................................................ Domenico Turco scazzamurèdde . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .......................................................... Marco Giuliani maria, fidanzata di Giuseppe . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ................................................................. Giusy Grifa fulmiuccia, sua madre . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ....................................................... Annalisa Urbano francische, suo padre . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .......................................................... Stefano Cirella matteiucce, fratello di Maria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ....................................................... Michele Maruzzi nannina, amica di Maria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ......................................................... Silvana Martino filumena, rivale in amore di Maria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .................................................... Antonella Augello franchine, amico di Filomena . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ......................................... Francesco Maraschiello nunziatina, amica di Filomena . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ................................................ Antonella Placentino lucietta, amica di Filomena . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ......................................................... Anna Di Cosmo dunate, amico di Filomena . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ....................................................... Massimo Marino fornaio (fuori scena) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .................................................................................... A sipario chiuso cominciano le note di “La tarantalla de li sventurate” di Paolo Savino. Quando il sipario si apre in scena ci sono dei ragazzi e delle ragazze che si stanno apprestando a ballare “Lu Frizzecarole”, ballo che si faceva davanti agli slarghi delle masserie per dimostrare quale era la coppia più valente a ballare. In disparte c’è Giuseppe che osserva con insistenza Maria. Mentre le coppie si stanno formando, Giuseppe intona la canzone. L’haje canesciuta a Sangiuuanne, l’haje curteggiata pe tutte LA-

DO

MI7

LA-

RE-

DO

MI7

A prima m’ha fatte nu surrise e me so’ sentute ‘mparavise. LA-

DO

Vurrìa farla mi a RE- SOL

DO MI7

MI7

LA-

sposa,

LA-

LA7

RE-

DO

MI7

vurrìa avé tanta criature,

RE-

MI7

LA- MI7

LA-

LA-

l’anne...

LALA7

LA7

ma ji nen rièsche a dichiararme, nen sacce c’haja fa... RE-

SOL

DO MI7

LA-

RE-

MI7

LA-

Più volte egli si avvicina a Maria invitandola a ballare, ma lei, sorridendo, rifiuta. Inizia il ballo e Giuseppe fa coppia con un’altra, ma quando si compongono le coppie per dimostrare la bravura nel ballo, Giuseppe invita Maria a “uscire” con lui, ma Maria ancora una volta rifiuta. Finisce il ballo e, mentre tutti escono, Giuseppe rimane, mentre la scena cambia.

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La scena si svolge in una strada del centro storico e Giuseppe passeggia nervosamente su e giù in evidente attesa di qualcuno. Dopo un po’ sente rumore di passi. Si lascia prendere dall’agitazione. Vorrebbe scappare o nascondersi, poi prende la decisione di affrontare la persona attesa, ma rimane fortemente deluso nel vedere Tunine. tunine – Uè, Giusè! giuseppe – Uè Tunì, tu sì!? tunine – No! So’ cudd’ aute! Cumme iè, che fa’ a cusse spentone? giuseppe – Nante, Tunì. Stènghe aspettanne nu cumpagne. tunine – Nu cumpagne o...’na cumpagna? giuseppe – Ia chi t’ ha criuse! Tine l’oseme pèje de nu cane da caccia. Nen te pozze ammuccià nante...Tunì...a tè lu pozze dice. Haje decise: massèra me mènghe allu zumpe! tunine – Ah! Veramente!? Augurie! So’ cuntènte pÈ tè. E famme sentì: chia iè la sfurtunata che t’ hadda fa zumpà? giuseppe – Iè Maria, la figghja de Francische Raspaporta, che iabbeta jinte lu scaforchje de sante Dunate. tunine – Ehhh! Una mègghje nen te la putive truà? giuseppe – Tunì... tunine – No...no...nen capanne a male! Vulèva dice: una che nu patre mègghje nen te lu putive truà? Cudde iè nu mèze salevagge...già have accettiate nu pare de giune che cementavene la figghja...Nenn’è che pure tu hada fa’ la stèssa fina? giuseppe – E mò ce lu diche che cagnasse patre...Se iè pÈ cusse pure la mamma me pare che nen iè tanta leggitema, ma ji mica m’ haja spusà a lore. Ji alla figghja haja fa’ dumanda! tunine – Scì, come se nen lu sapisse come vanne li cose a Sangiuuanne! Sampe hada parlà cu lore...Ma dimme ‘na cosa: tine qualche speranza? Vogghje dice, cu ièssa ci’ ha parlate calche vota? Insomma, ve site date audènzia? giuseppe – Macché...ièva n’anne che nen ce pozze venì da sope. Ma dumènneca ce sime truate a ‘na fasta e iè succèsse cudde che da tanta tèmpe aspettava: Tunì, Tunì, m’ have spiate! tunine – E ce iè sckantata! E tu, mò, sule pecché t’ have spiate... giuseppe – Tunì: o la va o la spacca...massèra me facce sotta! tunine – T’ hada fa’ sotta?! T ’hada piscia ‘ncodde!? Come te sì arraddutte! Tu, mò, gione gione! giuseppe – Ma c’ha capite, caca! Me facce sotta...me facce nnanze. Uagliò, tu quanne nen vù capì nen te sfurze pennante! tunine – Ma quèdda iè nu mosse abbruvugnosa! Quèdda appèna te fa ‘nnanze ci’hadda gerà e ce n’ hadda fuje! giuseppe – E ji, invèce, so’ cunvinte che pure ièssa me vo’! Tunine – E allora fatte fa’ dumanda tu da ièssa! giuseppe – Scì, so’ cagnate li staggiune...li pacura vanne apprèsse li mentune! Ji so’ secure che pure ièssa me vo’! tunine – Se lu dice tu! Ma tu, diche mo’ ji, sta’ tanta bone accuscì! Mo’ t’ hada mètte cuss’aute penzère pella capa. Arresiste n’auta...quarantina d’anne! giuseppe – Po’ scì che m’averrìa piscià sope li pède! tunine – Uagliò! Uardete dalli fèmmene, che quidde hanne ‘ngannate li diavule! Ji pè cusse nen me vogghje spusà!

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giuseppe – Tu nen iè che nen te vù spusà...tu nen te pu’ spusà, pecché nen te ne pu’ truà una! Meh! Mò vattinne che quèdda mò funisce dalla sarta e te la vide che vane...Statte bbone! tunine – Statte bbone...(quasi tra sé) – Povre matte, se ji me vulèva spusà, me pigghjava la mègghie de Sangiuuanne... giuseppe – Quanne la jatta nen ci’ arriva allu larde dice che iè de ràncete! (Tunine esce) – Stu Tunine iè bone e care, ma li fatte so’ nen ce li sape propria fa’! Va bone che a Sangiuanne nesciune ce li sape fa’ li fatte so’! Allora, turname a nuia, famme repassà la lizziona! Appena aiasce dallu scaforchje ji me facce sotta...cioé...’nnanze...e se ièssa ci’aggira...ji la pare da ‘nanze, all’aute quarte, e se ci’aggira ancora...ce facime la quadriglia...Marì! Marì! E fèrmete nu poche, mo’ me fa’ aggerà la capa...Uh! Uh! Madonna mia...la vì, la vì...Curagge, Seppì, iè arrevata l’ora! (dopo un attimo, come ripensando a quello che ha detto) – Oh! Che iè arrevata l’ora! Che m’haja murì! Mica haja ì alla fucilazione! ‘Na fèmmena haja ‘ncuntrà! Coraggio e basta! maria – (entra mentre parte la musica di “Lu stregneture”, si accorge di Giuseppe e tende a camminare abbassando la testa).

LU STREGNETURE * Musica: Paolo Savino; testi: Michele Capuano RE- SOL- RE- SOL- RE- LA7 RE- DO FA - DO RE- DO FA DO LA7 RE-

giuseppe (cantando) – Uè uè, che bèlla stacca iènne asciuta a passeià RE- SOL-

RE-

Sta bèlla carmusina mo’ facitela passà. SOL-

RE-

LA7 RE-

maria (cantando) – Se tu te mitte ‘nnanze come facce a cammenà RE- SOL-

RE-

Nen tine chjù creianza nen ce sape che vù fa’. SOL-

RE-

LA7 RE-

giuseppe (ritornello) – Alé alé, nen pozze chjù campà, la vita mia ce struje apprèsse a tè. RE- SOL-

RE-

Alé alé, vedime de cagnà se vu’ scansà li fosse ‘nnanze a tè! RE- SOL-

RE-

DO RE- LA7 RE- DO RE- LA7 RE- DO FA DO RE- DO FA LA7 RE-

giuseppe – Se t’haja da’ lu passe nu bacètte vogghje mò Lu vogghje a mmia a mmie se no doppe nen ce po’. maria – Te pozze da’ la mana pÈ nen farrete arrajà Che quèsta preputènza che te nchjova adova stà! giuseppe – E mèna lu capisce che la bèlla mia sì tu Nu uasce a pizzechille pè ‘na vota e nante chjù! maria – Vattinne, aisce fore, ma vedite c’haja fa’, Che custe jaleiotte che nen pozze iavetà!

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(ritornello)

(ritornello)

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giuseppe – Marì, ‘na cosa sola te vurrìa fa’ capì Qua nen ce sta nesciune, stame sule tu e ji. maria – Vabbone, hamme capite che nu tipe com’e te Iè mègghje sta’ d’accorde se la pace vu’ tenè! giuseppe – Alé alé, da quanne haje viste a tè Jinte ‘sta capa esiste sule tu. Alé alé, nen vogghje chjù parlà Pu’ corre cucce cucce ‘mbracce a mè! maria – (sorride, lui le porge la mano, lei esita, poi la prende, lo guarda negli occhi e va via). giuseppe – (rimane solo ed è raggiante di gioia) – Sci, m’ ha ditte che sci! So’ l’ome chjù felice dellu munne...Maria m’ ha ditte che scì...e chja iè chjù felice de mé! (mentre gira per la scena trova dei soldi per terra, li raccoglie) – Solde!? E chja l’arrave parse! E so’ pure assà! Ma ioje iè propria ‘na jurnata furtunata: prima Maria, mo’ li solde...no...no... haja truà chja l’ ha parse... scazzamurèdde – (entrando) – L’ haje parse ji...ma pÈ farteli truà a tè! giuseppe – (un po’ spaventato) – E tu chja sinne? Pecché sta’ vestute tutte rusce come nu Scazzamurèdde? scazzamurèdde – Stènghe vestute come nu Scazzamurèdde...pecché ji so’ lu Scazzamurèdde! giuseppe – (scettico) – Sci, lu Scazzamurèdde! Che Scazzamurèdde! (cambia, incredulo) – Lu Scazzamurèdde! La bona aùra della casa! PÈ quèsse ioje so’ tanta furtunate...Ma pecché m’ha fatte truà tutte quiste solde!? scazzamurèdde – Pecché me sì simpateche! giuseppe – (un po’ timoroso) – Iènne alluare che se te lavene la scazzettola da ‘ncape tu p’avèrla chicce tanta solde?! scazzamurèdde – Sci. Ma iè pure alluare che chja nen ce chemporta bone, ci’abbuscka tanta despètte ...e paliatune. giuseppe – Ma pecché sta’ qua...pecché sì venute accata mè? Pecché te fa’ vedè da mè? scazzamurèdde – Tenive besogne de ‘na mana pÈ Maria e ji l’ haja fatta decide...A proposito, mo’ tine ‘na respunsabilità, hada accumunzà a pensa’ alla famigghja, hada lassa’ li joche, l’amice, li devertemènte...Hada pensa’ a Maria. giuseppe – Giuste! Li respunsabbeletà! Ji e Maria hamma fa’ ‘na famigghja. Tu pozze addummannà ‘na cosa? scazzamurèdde – Dimme tutte. Sono tutto orecchi! giuseppe – Nen ce manche vèdene, che stanne ammucciate dalla scazzettola. scazzamurèdde – (gridando) - Ti stènghe sentanne! giuseppe – Nen t’ arrajanne! Prima de pigghjarme tutte quiste respunsabbeletà, pozze ì pÈ l’utema vota a farme doie joche cull’amice mia? scazzamurèdde – Vabbone...Ianze che ianze ce vènghe pure ji...Vogghje vedè vuia giune come ve devertite, e me vogghje devertì pure ji... giuseppe – Allora iammecinne...Sope lu Puscenone ce starravene ancora doie cumpagne mia, nen fa nante che iè tarde. scazzamurèdde – E se iè tarde li facime ruspugghja’!

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tunine – (entrando) – Uè, Seppì, ancora qua sta? Allora, famme sentì, come iè ghjuta? giuseppe – (cerca di mettersi davanti allo Scazzamurèdde per nasconderlo) – Ammuccete derate a mè... tunine – (che non vede lu Scazzamurèdde) – Pecché m’ haja ammuccià derate a tè? Ce stanne li carbunère? giuseppe – No...no...nun ce l’avèva cu tè... tunine – E cu chja? Sule ji e tè ce stame qua! scazzamurèdde – Nen te priuccupanne pè mè. Cusse nen me vède e nen me sante. giuseppe – Ah! Nen te vède e nen te sante?! tunine – Chja iè sante? giuseppe – Nante...nante...Haje ditte nante. Qua nesciune iè sante. Allora, che me stive decianne ? tunine – Cu’ Maria, come è andata. Che t’ ha ditte! giuseppe – Andevina! M’ ha ditte che scì, Tunì, m’ ha ditte che scì! tunine – Meh! Rengrazia lu Segnore... giuseppe – Haja rengrazià lu Segnore...e lu Scazzamurèdde... tunine – Sci, lu Scazzamurèdde...Che Scazzamurèdde! Quanta sì matte! Tu cride ancora alli Scazzamurèdde! (mentre ride lu Scazzamurèdde gli dà un calcio e lo fa cadere per terra) – Giusé, che iè succèsse? Pecché me trove ‘ndarra? giuseppe – (ridendo) – Iè state lu Scazzamurèdde... tunine – (si rialza) – Vallu pigghja a Rignane, tu e isse! (mentre esce lu Scazzamurèdde gli fa lo sgambetto e Tunine va di nuovo per terra). Ma che me sta succedanne!? giuseppe – O iè lu Scazzamurèdde...o sta’ vivete! (Tunine esce) – (rivolto allu Scazzamurèdde) - Allora, ce n’ hamma ì? scazzamurèdde – Iammecinne...iame a ruspugghjà li cumpagne to’! I due escono di scena per rientrare subito dopo che gli amici si sono posizionati per il ballo successivo de “Lu Scazzamurèdde” le cui coreografie sono improntate sui giochi tradizionali di S.Giovanni Rotondo. Svegliati gli amici, si uniscono a loro per ballare e giocare. Al termine, la scena cambia totalmente, perché essa si svolge nella casa di Maria. Il padre, Francische, la madre, Fulmiuccia ed il fratello Matteiucce sono alle prese con Maria, perché hanno saputo di Giuseppe. C’è un’aria piuttosto pesante intorno a lei. francische – (passeggiando nervosamente) – Allora, famme sentì, signurì. Chja iè ‘ssu ‘ncappamosche che t’aggira turne turne?! (non avendo risposta) – Uè, stènghe parlanne cu tè, respunne! fulmiuccia – Chja iènne?! Iènne Gesappe, lu figghje de ‘Ncurnata... francische – Lu figghje de ‘Ncurnata, che lu marite iè ‘Nzaccarecotta ? fulmiuccia – Cudde mica ‘nzacca sule la recotta...(fa segno che beve). francische – Ah! Bèlla rrobba! Te l’ ha’ capate propria da mèze! Se lu figghje iè come lu patre, te l’ha’ capate propria bone. Nen ci’avvasta ‘na cantina tra tutte e duie! (dopo una pausa) – Uè, iènne propria alluare cudde c’ ha ditte mammeta!? (non ottenendo risposta) – Oh! Ji parle cu tè! fulmiuccia – Scine, iènne isse! francische – Ma tu vu’ sta’ citta nu poche? Fa parla’ a ièssa, che la lènga nen li manca, quanne vo’! Allora, parla!

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fulmiuccia – Oh, ma nen capisce! Iènne isse! francische – N’ auta vota satte! Ma tu, cumme iè che sa’ tutte a ‘ssi cose e nenn’ ha ma’ ditte nante? fulmiuccia – L’ haje sapute e basta! maria – Te l’ ha ditte quèdda sdrèja de ‘Ndunialla, la pelata, che nen ce fa ma’ li fatte so’! fulmiuccia – E pure se fosse?! Nenn’ è sule ièssa che t’ ha vista l’auta sèra allu spentone... matteiucce – ...derate lu mugnale... maria – (rivolto al fratello) - Iè state pure cust’aute ruffiane, che iènne pèje de ‘Ndunialla la pelata... matteiucce – Uè, chja iè ruffiane! Tu t’ammuccive e te suchive li ciammariche derate lu mugnale, avvunita che cudde scème e ji tenèva paura ancora te facèva male... francische – Come...come...come...famme capì bone lu fatte delli ciammariche! matteiucce – Cudde, papà, derate lu mugnale facèva brutte assà! Ce sentèva nu brutte remore...nu remore com’e custe (si bacia la mano facendo rumore) – com’e quanne tu te suche li ciammarecadde! francische – Iaute che ciammarecadde! Sta figghja de bona scorcia! E tu accuscì te desunuranne...pÈ derate li mugnale!? matteiucce – Te fusse misse jinte lu pertone... francische – Ji te stocche li rècchje a tè e cudde sfatiate, rubbusciate e magna pane a trademènte! fulmiuccia – Tu a cudde nen lu canusce bone... matteiucce – Fatte da’ la carta de ‘ndindinnintà! fulmiuccia – Tane chjù de vent’anne e ancora nen ce trova ‘na fatìa...Stava a patrone e nen li piacèva pecché ce guadagnava poche...Iè ghjute a uardà li pacura e l’ hanne cacciate pecché ce ièva addurmanne pÈ derate li maciare, sotta li frabbecature nenn’ ha velute capì...Apprèsse a cusse nen te ne fa’ de famigghja. Te l’ hamma truà nuia une bbone, cu’ ‘na posizione, cu nu stepèndie fisse e no cusse jattamosce e accoppatitte... maria – Mammà, ma tu sì secura che lu canusce bbone? Me pare che parlate de n’aute crestiane! francische – Dimme a chja sì figghje e te diche l’assummigghje! Tale patre, tale figghje! maria – Vuia arraggiunate sampe all’antica! PÈ vuia come so’ li patre accuscì so’ li figghje... francische - ...cèrte vote so’ pure pèje! maria – Se accuscì fosse, ji e Matteiucce assammera ì cammenanne cull’accetta mmane a ì stuccanne li rècchje alli crestiane! francische – Nen te permettanne de parlà accuscì cu me, sennò te stocche li...sennò t’abbotte lu muse... matteiucce – E pure ji tabbotte lu muse! maria – E tu n’aute ranavozze che nen te fa’ ma’ li fatte tò! fulmiuccia – ‘Sta brutta scrianzata, accuscì ce parla a tuo patro?! matteiucce – ‘Sta brutta scrianzata, accuscì ce parla a tuo frato?! maria – E vuia come parlate? La vita iè la mia e me l’ haja cumannà ji! Ji lu sacce a chja m’ haja pigghà! francische – Giuuné, iènne alluave, la vita iè la tò, ma te l’ haje data ji! fulmiuccia – (quasi tra sè) – Bèllu sforze c’ ha fatte! francische – (che ha sentito) – Che vulisse dice mò tu! fulmiuccia – Nante, nante! E che vogghje dice! Non mi posso lamentare! (Cambia tono)

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- Marì, nuia sapime la famigghja chja iènne e te putime cunsiglià: lu nunne de cusse iè state pure carcerate! maria – E che m’ haja spusà lu nunne! matteiucce – Nen te lu pu’ manche spusà pecché iè morte. maria – Statte citta tu, che doppe ce facime li cunte! matteiucce – C’ haja preparà carta e penna? francische – Statte citta tu, vattinne a jucà. Nen te mettanne ammèze li descurse delli grosse. matteiucce – Pecché nen m’ha cacciate quanne t’ haje ditte lu fatte delli ciammarecadde!? francische – (tenta di dargli un calcio, ma Matteiucce scappa uscendo fuori scena) – ‘Stu gnettecute! Che lènga have asciute, isse e quèst’auta signurina! (guardando la moglie con intenzione) – Vurrìa vedè a chja tirene tutte e duie! fulmiuccia – (tra sé) - Ce sta chja tane la lènga longa e chja li mane...longhe! francische – (rivolto a Maria) - E tu, sciurta! Prima che te stocche li rècchje! maria – Ji a Seppine lu vogghje e me l’ haja spusà! fulmiuccia – Te ne pu’ fa’ ‘na frecata! Arrecurdete che se nen lu lisse, jinte sta casa nen ce mitte chjù pède. Te ne facce ì cu’ ‘na mana ‘nnanze e una derate, come ‘na pezzanta...la dota me la vaje a vènne...e te lave pure la massarìa che ji e patete t’avamme strementata. maria – Nen me n’emporta né della dota né della massarìa, né delli solde...Ji vogghje a Seppine. franchische – Vu’ a Seppine? E po’ vedime se nen ve stocche li rècchje a tutte e duie! (esce con la moglie. Maria rimane sola, piange, si affaccia alla finestra, poi torna indietro, si siede e appoggia la testa sullo schienale della sedia e s’addormenta. Dopo un po’ si sente Giuseppe cantare dalla strada e lei si alza, correndo alla finestra).

AFFACCETE, MARÌ! * Tradizionale giuseppe – (cantando) Affaccete, Marì, ch’è fatte jurne LA-

MI7

Cantene l’aucèdde jinte la caiola

RE-

MI7

LA-

Lu sciore iè ‘sseccate e nenn’addora

LA7

RE-

Affaccete, Marì, nu quarte d’ora.

LA-

MI7

LA-

maria – (cantando) Seppine, ohi Seppì, me sò affacciate M’ ha ruspegghjate quèsta serenata Però tu tanta forte nen cantanne Tènghe paura che ruspigghje a mamma. giuseppe – Ji cantarrìa pÈ te duie tre iore Alluccarria chjù forte de nu tenore L’allucche arrevarriene fine e ‘ncièle

I nostrI LaVorI - Curre quanta Vù

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Ruspigghjarria tutte lu munne intère. maria – M’ ha ditte aière sèra la mamma mia Che m’hadda dà pÈ dota la massaria Però se spose a te nenn’ haja avé nante M’ hadda fa ascì da qua come na pezzanta. giuseppe – Nen vogghje né dota né massaria Vogghje che tu venisse alla casa mia Nen vogghje né lenzola né parure Vogghje lu core tò a me vecine. maria e coro – Scorda lo mio beni, scorda lo mio cori, mi t’ami tanto, mi t’ami tanto, mi t’ami ancor. (bis) giuseppe – (rimane di sasso, nel mentre che Maria chiude la finestra) – Maria, Maria, Nen chiudanne. Maria, Maria...E come ce fa a scurdarete...Doppe cudde che c’è state tra de nuia...So’ quasa duie anne che t’ haje fatte dumanda e tu m’ ha’ ditte subbete che sci... pecché pure tu me vulive...Lu sacce ji cudde c’ haje patute...Po’, l’auta sèra, doppe tanta tèmpe, finalmente m’ ha’ date nu uasce derate a cudde mugnale...E iè state lu jurne chjù bèlle della vita mia. Se nen ièva pÈ cudde sfrancidde de fratete te n’averria date n’aute e sarriene state duie...une ogne ianne che sime state zite e zite...Ji nen me pozze scurdà de te...Come ce fa...come ce fa a scurdarmene de te...come me la pozze scurdà... filomena – (entra in scena canticchiando). giuseppe – (continua il suo pianto, finché si accorge di lei) - ...come me la pozze...Ué, buongiorne, Filomè... filomena – Buongiorne pure a tè e stame pace. giuseppe – Adova te ne va accuscì prèste, stammatina? filomena – Haja ì a Pezzecave, adova tane li tarre patreme. Aière hanne fenute de mate lu rane e mò vogghje ì a speculà nu poche, sennò quèst’anne nen ce magna! giuseppe – Hada ì a speculà! Brava! E a speculà ce va’ da sola? filomena – E mica m’ hanna magnà. Ji nen tènghe paura. Ji me sacce bène a reuardà! E po’ alli tarre ce stanne li cumpagne mia... A SPICOLARE Tradizionale giuseppe – (cantando) Eh! Filomena, dove vai (bis) RE

LA7

RE

Eh! Filomena, dove vai... LA7

filomena – (cantando) Io vado alla ristoccia a spicolar.

RE-

giuseppe – E se sapève che ive sola (bis) E se sapève che ive sola

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I nostrI LaVorI - Curre quanta Vù


Te venèva accumpagnà! filomena – Ji cumpagnia nen ne vogghje (bis) Ji cumpagnia nen ne vogghje Me sacce bène a reuardà! E la restoccia me ciaca l’occhje (bis) E la restoccia me ciaca l’occhje E lu sole me fa ‘ncantà! giuseppe e filomena – E lu rane che nuia facime (bis) E lu rane che nuia facime Tutte e duie ce l’hamma magnà! giuseppe – Eh! Filomena dove vai (bis) Eh! Filomena dove vai giuseppe e filomena – Nuia iame alla ristoccia a spicolar... Filomena e Giuseppe giungono nella terra dove devono spigolare. Ci sono altre donne e uomini che stanno raccogliendo le spighe. Si salutano e anche loro iniziano la spigolatura. Ogni tanto si scambiano sguardi compiaciuti. Ad un tratto Filomena viene morsa da una tarantola e lancia urla di dolore: cade per terra, contorcendosi e gridando. franchine – (si avvicina con un’amica lasciando le spighe per terra) – Filomé...Filomé...che iè succèsse!’ filomena – La tarantula...m’ ha muccecate la tarantula...(sviene nelle braccia dell’amica). nunziatina – (alzandole la testa) – Filomé, Filomé...Uh, mamma mia, questa iè morta! filomena – (rinvenendo) – La tarantula...m’ ha muccecate la tarantula! Che delore! nunziatina – (dopo aver guardato intorno) – La tarantula...la vì...la vì dda! franchine – (si avvicina alla parte indicata da Nunziatina) – Te vonne accide! Morte a te...e saluta a nuia! (la schiaccia sotto i piedi. Nel frattempo entrano altri amici ed amiche con le spighe in mano). dunate – Cumme iè, che iè succèsse!? Hamme sentute gredà! nunziatina – A Filomena l’ ha muccecate la tarantula! Madonna mia, come hamma fa! lucietta – L’ ha muccecate la tarantula! Allora l’ hamma fa’ abballà! Uagliù, l’ hamma fa’ abballà, muviteve. L’ hamma fa’ abballà come fanne a S.Paule de Galatina! dunate – Scì, scì...facimela abballà: s’abballa e suda lu velane della tarantula ce n’aiasce da ‘ncorpe e ce uarisce! Ma hamma fa’ subbete! lucietta – Allora, aiauzamula! E mèna, aiutateme! Dai, Filomé, abballa, abballa! (Filomena ormai si è alzata, ma barcolla). Filomé, hada ballà, t’ hada sfurzà! (comincia a ballare ed invita Filomena a fare altrettanto). franchine – (mentre Filomena ricade a terra) – None, Filomé! T’ hada aiauzà! Abballa, come facime nuia...(si mette a ballare con gli altri dopo aver rialzato Filomena. Tutti la invitano a fare altrettanto). nunziatina – Balla, Filomé, ce doppe t’hada sentì ‘na frecaccia mègghje! Comincia il rito dell’Attarantata. Entrano altre coppie che si aggiungono alle precedenti. Durante il ballo le ragazze sventolano fazzoletti rossi sul viso di Filomena che, mano mano che passa il tempo, si riprende. Ha altri attimi di sbandamento: entra un uomo tutto vestito di

I nostrI LaVorI - Curre quanta Vù

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rosso che le fa aumentare il ritmo di ballo, fin quando, esausta, cade per terra. Mentre il ballo sta finendo rialza la testa sorridendo, mentre Giuseppe si avvicina, la fa alzare ed insieme escono fuori scena, mentre dalla parte opposta entrano Maria e Nannina. maria – (mani ai fianchi) – Nen parde tèmpe, stu brutte ‘nzallanute, rubbusciate! Nen vedèva l’ora! Nenn’ ha parse tèmpe! Già ha truvate come cunsularce... nannina – Ha capite a Seppine! Na cantata e na sunata e Filomena te l’ ha frecate! Marì, nen ce pensanne. Chja ce vane a parde iè sampe isse! Chja lassa la via vècchja pella nova, sape cudde che lassa e nen sape cudde che trova! maria – Iè tanta tèmpe che stame avvunita e mò m’ha lassata. Come nen lu sape che li mamme e li patre vonne iasse cunvinte!? E ji a mammà sampe l’avèva cinvince. M’ ha fatte passà li pène dellu ‘nfèrne e dellu Priatorie e mò c’è ghjuta a mètte cu’ quèdda meccosa de Filomena la Pelosa! nannina – Ma de che ne iènne ‘nnammurate! Quèdda sta sampe jettata ammèze a quisse chjazze...Nen sape fa’ li ricchjetalle, nen sape fa’ lu lètte. Ogne tanta aiasce a speculà, ma lu sacce ji che va speculanne: va speculanne iommene! maria – Quèdda stoteca mò ci’ hadda ì pure avvantanne che m’ ha fatte la furcèdda, li corna, ma nen lu sape che ji mò, propria mò haja ì alla chjèsa...(trattiene a stento il pianto) – Haja ì alla chjèsa p’appiccià la cannèla alla Madonna pella grazia che m’ ha fatte... (piange). nannina – Meh! Nen facianne accuscì! Nen chjagnanne! Cudde mo’ te sape a forte pecché lu fatte iè friscke! Cullu tèmpe te n’ hada accorge che iè state mègghje accuscì! Che lu vonne allampà! Cudde mò ce putèva sestemà bone. Che te manca mò a te ?! Sti giune mudèrne nen li fraca nante se na fèmmena sape cosce, se sape mètte lu file all’ache, se sape fa’ li pedule delli cauzètte...Niente...Basta che vèdene a una che scudèja nu poche, ci’ abbijene apprèsse e ce fanne ‘ngappà come surece jinte lu mastrille!

MATREMÔNIE SCUMBENATE Testi: G. Scarale; musiche G. Fiorentino maria – (cantando) Me sò arraddutte a na peddècchja uasta RE

LA7

PÈ cudde ‘nzallanute e rubbusciate: RE

iott’anne ci’ hamme amate e m’ ha lassate LA7

iott’anne de Priatorie e de tumpasta maria e coro – (ritornello) Vurrìa vedé se sape fa li panne, SOL

RE

trumbà li ricchjetalle e fa lu lètte SOL

RE

e se prepara bone la mutanna LA7

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RE

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e se prepara bone la mutanna. MI7

LA7

maria – Mo’ ci’ ha pigghjate a n’auta, ‘na meccosa, lu file all’ache manche sape mètte. e li pedule delli cauzètte li fa quèdda masciocca de Pelosa. (ritornello) maria – La furcèdda ci’ avvanta che m’ ha fatte, nen sape che ji ghjute a mètte nu quatre pella grazia suddesfatta nu quatre pella grazia suddesfatta. (Ritornello, durante il quale Maria piange) Il cambio di scena successivo deve dare l’idea che sia passato parecchio tempo dagli ultimi fatti. Giuseppe, entrando, si trascina lentamente, con le mani in tasca, dando ogni tanto un calcio a dei sassi sul selciato. È triste e spesso si mette le mani nei capelli. giuseppe – Iè passate quasa n’anne da quanne ji e Maria ce sime lassate...che po’ nenn’ haje ancora capite se m’ha lassate ièssa a mè o l’ haje lassata ji! Chisà che faciarrave! (si siede su un muretto). Chisà se sta ‘mpegnata...N’ haje gerate tanta de fèmmene. (pausa) – Filomena? Ha durate ‘na settemana, pigghja e nen pigghja! Rosetta? Rosetta, tutta lasciami stare. Rachela, nen ne parlame! Forse l’ haje fatte pÈ luvarme dalla capa a...Maria. Maria...quèdda iè come nu tamburre, vatte sampe qua jinte! Maria... com’e ièssa...nen lu sacce...Maria ièva ‘na cosa speciale...pennante com’e l’aute! M’ ha date tanta amore e nen l’ haje capita. Massèra so’ state mmetate a ballà a ‘na vanna da nu cumpagne mia...ce sta pure ièssa...Maria! Ma ji me n’abbrevogne a ì...(mentre sta parlando entra lu Scazzamurèdde. Si accorge della sua presenza) – Uè! Tu qua sta? Che sì venute a rempruverarme? (lu scazzamurèdde fa cenno di no) – No? Però me lu meretarrìa, che dice? scazzamurèdde – A che iora hamma ì a ballà? giuseppe – Mò stava decianne che nen ce vogghje ì pecché me n’abbrevogne! scazzamurèdde – Ha accise a qualchedune? Quidde ce n’averrìene abbrevugnà! Muvete, e nen perdime tèmpe! giuseppe – Allora pozze sperà...scì. insomma, se vaje alla fasta, Maria m’hadda da’ audènzia? M’ hadda speià ‘nfaccia doppe tutte cudde che l’ haje fatte? scazzamurèdde – Provece, Seppì, provece. Chja lu po’ sapè...Iammecinne: via Zara, nummere 36. giuseppe – (uscendo con lu scazzamurèdde) – Pure la via sape! Ia chi t’ha criuse! Comincia il canto Preièzze e despètte della tarantalla. Entrano in scena canterini e danzerini che ballano la tarantella. Dopo un po’ entrano anche Giuseppe e lu Scazzamurèdde e partecipano al ballo. In particolare più volte Giuseppe tenta l’approccio con Maria, spronato dall’amico.

I nostrI LaVorI - Curre quanta Vù

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PREJÈZZE E DESPÈTTE DELLA TARANTALLA Testi e musiche di Michele Pirro Introduzione

DO, SOL7, DO, SOL7, DO, SOL7, DO, SOL7, DO

soprani – Ueh! Lariulì SOL7

DO

soprani – Ueh! Lariulì SOL7

DO

Bassi – Ueh! Lariulà! SOL7

SOL7

DO

DO

Coro – Hamma ballà la tarantalla sangiuvannara SOL7

DO

Come cardille hamma vulà, lu sole mia ci’ hamma ‘ncuntrà SOL7

DO

Bassi – Come cardille hamma vulà, cu lu sole mia ci’ hamma ‘ncuntrà SOL7

DO

Coro – Hamma ballà, quatte zumpe ci’hamma fa SOL7

DO

Faccia a faccia ci’ hamma truvà nu pezzecucce l’ haja dà! SOL7

DO

Bassi – Faccia a faccia ci’ hamma truvà nu pezzecucce l’ haja dà! SOL7

DO

ripetizione dell’introduzione 1a strofa La tarantalla sangiuvannara ruspigghje lu core iè na cosa rara

DO-

SOL7

DO-

Culli tamburrède e culli castagnole, li strapulètte delli muntagnole.

DO-

SOL7

DO-

Coro –Zompa lariulì, zompa lariulà, turne turne trullallà FA-

DO- SOL7

DO-

Zompa lariulì, zompa lariulà, che gran festa trallallà.

FA-

DO- SOL7

DO

Gira da qua, gira da là, faccia a faccia ci’ hamma truvà SOL7

DO

SOL7

DO

Gira da, qua gira da là, che preièzza trallallà! SOL7

DO

SOL7

DO

Introduzione e coro

(coro e introduzione)

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2a strofa Quanne abballe culla zita mia ce lagge all’occhje la gran furbaria: m’arronze atturne come nu pavone, cu na vussata statte bone patrone.

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(coro e introduzione)

(coro, introduzione, finale)

3a strofa Oh, quanta rise, quant’allegria te sinte da tutte la cumpagnia. Oh, tarantalla tu si’ despettosa, mègghje pÈ se stèva a repose. 4a strofa Oh, che fertuna pÈ li segnure abballene strinte sanza paura: nuia cafune sime sventurate, ci’abballa sckitte sanza abbracciate. ueh! Lariulì, lariulì, lariulà ueh! Lariulì, lariulì, lariulà lariulì, lariulà

Finito il ballo, mentre Giuseppe comincia a cantare Lu Mariulì, gli altri si dispongono a semicerchio. Verso il finale preparano la scena successiva in casa di Maria. Durante il canto, Giuseppe più volte tenta di prendere la mano di Maria, sospinto dallu Scazzamurèdde. Verso la fine finalmente Maria si decide e si tengono per mano sino alla fine. LU MARIULÌ Tradizionale giuseppe – Haje fatte nu lunghe camine, sonne arrevate allu spuntà ‘lu sole, MI-

SI7

MI-

SI7

MI-

ma com’e te, bèlla figghjola ji nen l’ haje petute truvà. LA-

MI-

SI7

MI-

ritornello Lu mariulì, lu mariulà, sime uagliule e l’amore hamma fa’! (bis) LA-

MI-

SI7

MI-

giuseppe – Li stèlle che stanne ‘ncièle l’ haje cuntate a une a una Ma se Die me dà fertuna una de quiste me l’ haja pigghjà! (ritornello)

(ritornello)

(ritornello)

Jinte lu partajalle dda ce stanne duie core Ma se nuia facime l’amore da duie core nu core hamma fa’! La luna jinte lu puzze me pare già na mèzanotte Nennèlla mia iè fatte notte iame allu lètte a repusà!

Cambia la scena e in casa di Maria la madre, con altre due ragazze, sta preparando la “fazzatora” e le altre attrezzature per fare il pane. Entra Maria, tutta trafelata ed allegra.

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maria – Mammà...mammà... fulmiuccia – Ueh! Te sì arretrata, finalmente! Nen funèva chjù ‘ssa fasta. Lu sa’ che iora so’?! PÈ poche venèva prima lu furnare! maria – Mammà...Seppine, Seppine iè turnate...m’ ha ditte che me vo’ ancora...m’ ha chièste de perdunarlu! fulmiuccia – (compiaciuta) – Stu zompafosse! Tèmpe c’è velute, ma, come ce dice: curre quanta vu’ che qua t’aspatte! Mo’ ha fenute de ì facianne sebbulleche e iè turnate alla chièsia madre! Famme sentì: tu che l’ ha ditte? maria – (tra sé) – E chja ce lu fa sfuie chjù! fulmiuccia – Come ha ditte? maria – Ma’, doppe tutte cudde che iè succèsse, vogghje addummannà a tè lu cunsiglie, prima che sbaglie n’ auta vota. fulmiuccia – (prendendole le mani) – Marì, tu hada decide. A tè iè sembrate sencère...scì, insomma: t’è sembrate che te vo’!? E tu lu vù? maria – Lu dice pure, ma’! Francische – (entrando con delle frasche in mano guarda la scena, curioso) – Uè, che bèlle quadrètte! Mamme e figghje inte la buttigghja! Iè succèsse qualche cosa? fulmiuccia – Iè succèsse che... maria – (interrompendola) – No, mammà, tocca a me. francische – (dopo un po’ di attesa) – Meh! Abbasta che ve decidite! maria – Papà! Giuseppe iè turnate e ha ditte che me vo’ spusà! Francische – Giuseppe iè turnate!? Adova sta, adova sta, che l’ haja stuccà li rècchje cull’accetta! fulmiuccia – A chja hada stuccà li rècchje! Tu nen sì bone manche a ‘ccide chjù manche ‘na mosca! maria – Papà, nen vogghje fa’ lu stèsse sbaglie c’ haje fatte tanne. Giuseppe me piace e me l’ haja spusà! Se sbaglie, sbaglie ji! Pecché nu jurne o l’aute m’ hata fa maledice chja nenn’ ha velute la mia felicità!? francische – Ma cudde... fulmiuccia – Uè! Statte citta, sennò l’accetta l’ haja pigghjà ji! Giuseppe, me so’ ‘nfurmate, nenn’è cudde che pinze tu. E po’, pure se fosse, iè ‘na frecaccia mègghje de tanta giune scapestrate che vanne cammenanne la chjazza! maria – La fatìa la tane e guadagna bunarèdde. E po’, papà, ji lu vogghje bane, e isse pure. Nenn’avvasta? fulmiuccia – Avvasta, avvasta! Avvasta e ci’avvanza lu rèste. Marì, pigghja la farine e accumunza a ‘mpararete a trumbà, che nenn’ hada fa feiure cullu zite to’ e cu...socreta! Stanotte facime lu pane...ma qua nenn’ hadda scappà tèmpe c’ hamma trumbà pure li prupate! francische – Che se no pigghje l’accètta... fulmiuccia – Accuscì accuminze a spetazzà l’agnèlle pullu spusalizie...(tutti ridono) fornaio – (fuori scena, bussa) – Fulmiù...accuminze a trumbà, s’ hada fa’ lu pane... Entrano altre ragazze e ragazzi e cantano tutti insieme disponendosi per la successiva quadriglia.

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I nostrI LaVorI - Curre quanta Vù


LU PANE Musiche: G.Fiorentino; testi: G. Scarale Introduzione

MIB, MIB-, SIB, FA7, SIB

1 Tuppe tuppe lu furnare tuzzulèia pe li porte

SIB

FA7

E ce mètte a gredà forte “Uè lu pane l’ ha da fa’!” SIB

Jinte la casa tuzzulata sinte subbete remure: FA7

piatte, frasche e culature e persune cammenà. SIB

_!

Chja sbrogghja lu cresciante, chja côla li patane LA

RE-

LA

RE-

Chja attizza, chja mantane e ce mèttene a prejà: DO7

FA

DO7

FA

_!

“Pane bèlle, pane d’ore, jinte li spine t’ haje truvate DO-

FA

DO-

FA

Cu sedore t’ haje pegghjate allu sole a fatià. FA7

SIB

FA7

SIB _!

2 Crisce crisce pella casa come pane de sant’Anna Quanne ì tutta susanna pÈ Maria vesetà”. Po’ ce tromba e quèdda pasta nerrevosa, tutta abballa Sotta a quèdda tarantalla de manate e de buntà. Fore è notte e dalli stèlle scègne e ‘nchjana l’angiulicchje Citte citte e sanza picchje, mo’ ce mètte a cuntemplà. E retorna lu furnare grannezzuse e sconciaiole E repète la parola: preparate a resenà! 3 Tavulèdde e cestaradde, fazzelètte e lajanare “E la pizza allu cumpare” dice e fanne la pe là. La massara mammaruta mentre tutta ‘ncennerata Ammappulèia li sckanate e li mètte ‘nfila ddà! E ce portene lu pane, come fosse ‘npricissiona La cannèla iè lu Steddone che cuntinua a zennejà. All’autare dellu furne la massara mammaruta Ce sta tèsa e ‘nsegnuruta cunsulannece a uardà.

I nostrI LaVorI - Curre quanta Vù

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4 e ddà vède la furnacia cu la vampa lenguacciuta che sbalèia e iè perduta dalla vôgghja de scallà Lu furnare cu li mane pigghja e nfôrna cu la pala E lu pane ce ne cala cu lu fôche a mureggià Li sckanate a file a file, tutte cagnene chelôre Ghjanche rôscie, grigge e scure e qualcuna iè cotta già Cu li tavule li giune annarcannece li spadde Tavulèdde e cestaradda vanne e portene uelà finale Che prefume cullu sole ce deffonne pelli vie E ce panza alli fatìe che so’ gioie e caretà.

Verso la fine del canto Maria esce di scena per rientrare alla fine con Giuseppe, quando inizia la Quadriglia, che viene ballata da tutti, mentre ogni tanto si sente qualcuno che grida: evviva gli sposi! •

F

I

N

E

* Per esigenze di copione, i tre testi sono stati leggermente modificati in alcuni loro passaggi.

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I nostrI LaVorI - Curre quanta Vù


taranto, 2004

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I nostri lavori

Il gruppo folklorico Lu Scazzamurèdde “I Castellani” Nel settembre 1998, nel Chiostro Comunale, fu rappresentato “Sogno di una notte di mezza estate”, di William Shakespeare. La sapiente regia era affidata a Michele Urbano, dell’Accademia di Arte Drammatica dell’Università della Calabria. Interprete d’eccezione, tra gli altri, Pio Cisternino, un ragazzo, anche lui diplomato nell’Università della Calabria, che si stava imponendo all’attenzione dei critici per la versatilità delle interpretazioni. In quella occasione fu impegnato anche un ragazzo che faceva parte del Gruppo, Raffaele Strizzi, che vestiva i panni di Puck, il buon diavolo che, a tutto campo spaziava per la scena, colloquiando spesso con il pubblico. Nella mente dei presenti questo personaggio sembrava ricalcare le fattezze e i movimenti de Lu Scazzamurèdde, il fantasioso personaggio già presente negli spettacoli de “I Castellani”. Alla fine dello spettacolo Raffaele fu informato che avrebbe interpretato il folletto nel prossimo spettacolo, che era già nella mente di Mario Ritrovato. La prima, come altre volte, venne messa in scena nella sala “Voce di Padre Pio” e fu un successo: Raffaele faceva la sua comparsa dal fondo della scena, combinandone di tutti i colori. Saliva sulle sedie, sedeva sulle ginocchia delle

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persone, dava schiaffi, toglieva cappelli, scompigliava capelli, il tutto mentre egli raccontava ed interpretava il suo personaggio. Poi saliva sul palco e maltrattava o scherzava con i ragazzi del Gruppo che non lo vedevano e, quindi, subivano “inconsapevoli” i suoi dispetti. Tra una canzone e l’altra o tra un ballo e l’altro, egli interveniva a spiegare quello che gli spettatori avevano visto o che si apprestavano a vedere, ma sempre con ritmo incalzante. Questa volta il testo, in italiano, era alla portata di tutti, tanto che lo spettacolo fu portato in varie manifestazioni nazionali: ove richiesto per motivi di tempo, esso risultava più breve, ma mai perdeva il filo conduttore che l’Autore si era prefissato. Le repliche si sono susseguite a San Giovanni Rotondo, Mattinata, Salerno, Monte Sant’Angelo, Pontedilegno (BS), Vieste, Bellaria di Romagna, Montorio al Vomàno e Teramo, ove è stato rappresentato tre volte in due giorni. Singolare è stata la rappresentazione per un gruppo di studenti tedeschi, ospiti del Liceo Linguistico “Maria Immacolata”, che ha suscitato molto interesse e curiosità tra gli intervenuti. Per molti anni, anche dopo la sua uscita dal Gruppo per limiti di età, Raffaele si è reso disponibile per interpretare il malizioso folletto.

I nostri lavori - Lu scazzamurèdde


Lu scazzamurÈdde

I nostrI LaVorI - lu sCazzamurèdde

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Lu scazzamurÈdde

Musical popolare – Atto unico di Mario Ritrovato All’apertura del sipario la scena è vuota. Inizia la musica dell’ENTRATA ed inizia anche lo spettacolo con le coppie che eseguono il ballo. Verso la fine di esso, tra il pubblico si aggira Lu Scazzamurèdde, che, movendosi a scatti e repentinamente, scherza con il pubblico, toglie berretti, sposta sedie, solletica bambini. Quando la musica cessa, i ballerini si dispongono a semicerchio sul palco. scazzamurèdde - Uh, che bel bambino! (lo solletica sotto il mento, poi si sposta) E che bella signora! Oh! Mi scusi, signorina. Ma io anticipo i tempi, io indovino: lei presto sarà signora. (si sposta) Che faccia simpatica ha questo signore!(si sposta) Questo mi è antipatico! (si sposta) E sorrida, diamine! Se le hanno incendiato la casa corra dai pompieri, non stia qui! (sta andando via, poi si gira di scatto) Come chi sono?! Veramente non lo sa? Strano, credevo d’essere famoso. (si rivolge ad un altro) Neanche lei lo sa! Chieda al signore a fianco! (additando mano mano che parla) Lei lo sa, lei non lo sa. Lei lo sa, lei non lo sa! Lei lo sa, lei non lo sa! (si mette davanti al palco con le mani alzate) Facciamo un po’ di conti? (ondeggiando con le mani alzate) La metà lo sa e la metà non lo sa! Allora facciamo così: la metà che lo sa si tappi le orecchie, gli altri mi ascoltino bene. (Sale su una sedia, salta e fa una piroetta) Io sono LU SCAZZAMURÈDDE, uno spirito folletto conosciuto in tutta Italia e in Europa, tranne a questi con le orecchie non tappate. (Corre nella direzione di una persona e le parla negli occhi) Nella tradizione del mio paese sono lo Spirito di un bambino, (altra piroetta) tutto vestito di rosso, come vedete, compreso il copricapo, la SCAZZETTOLA. (Corre verso un’altra persona e la solletica sotto il mento) Amo scherzare con i bonaccioni e… (come se stringesse un bimbo in braccio) voglio bene ai bambini e alle bambine, (corre in altra direzione) faccio i dispetti ai furbi e a quelli che si credono furbi. (fa un gesto con il dito sulla sua faccia. Va verso un bambino) Se un bambino mi è simpatico gli faccio trovare i soldi, tanti soldi, ma non lo deve dire a nessuno, altrimenti la volta successiva gli faccio trovare... ehm... ehm... gli faccio trovare... (rivolgendosi ad un adulto) Lei lo sa che gli faccio trovare? Bravo! Gli faccio trovare la cacca... (ad un altro bimbo) Anche ai cattivi gli faccio trovare la cacca, (rivolgendosi ad un signore) vero, signore? Bravo! (sta andando via, poi si gira) E lei come fa a saperlo? Ahhh! L’ho sgamato! L’ ha trovata pure lei, cattivone! (sale su una sedia e salta) Sono anche il buon augurio delle case nuove, e ogni volta che si trasloca sono contento (va verso una persona) e cerco di portare lì dentro la buona fortuna. (piroetta). La cosa più preziosa che ho è... la mia? Ragazza? No, no. Alla larga dalle ragazze! No, no! Non pensate che io sia... così (si tocca l’orecchio)! La ragazza giusta al momento giusto! (sale sulla sedia e ci rimane) - La cosa più preziosa che ho è la mia Scazzetta rossa, questa che ho in testa! (salta e va verso un bambino) Se qualcuno riuscisse a togliermela sarei proprio fregato! Farei di tutto per riaverla.(rivolgendosi ad uno in particolare) Lei non mi guardi così, ché non è facile togliermela... ci ho messo la colla. (cambiando tono di voce) L’ultima volta me l’hanno tolta un signore di Peschici e poi uno di Grottaglie*, che in cambio sai cosa hanno voluto…. Hanno voluto... sei stupidi numeri. Poveri scemi! Potevano chiedermi un sacco di soldi, invece hanno voluto… sei stupidi numeri!

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(salta sul palco) Questi che vedete sul palco, con i vestiti da PACCHIANA e da CAFONE sono miei amici. (gira intorno ad essi facendo sbucare la testa ora qua ora là) In fondo in fondo sono dei bravi ragazzi, (si dirige verso i suonatori che sono indaffarati nelle loro cose) ma fanno arrabbiare spesso i suonatori e i maestri di danza. Sanno ballare (accenna ad un passo di danza), sanno cantare, ma hanno un difetto grossissimo: (facendo finta di battere le mani) se non sentono gli applausi di un caloroso pubblico si bloccano, non si avviano. (va verso il bordo del palco piegato su un ginocchio e parlando al pubblico) Grazie alle mie facoltà... spiritose, questa sera voi mi potrete vedere e loro no, (si dirige verso i ragazzi del Gruppo) perciò mi voglio proprio divertire… (spinge uno, toglie il cappello ad un altro, etc…) scherzando con loro. (di nuovo sul bordo del palco) Vi voglio far sentire questi ragazzi come sanno cantare e questi signori come sanno suonare... (rivolgendosi ad uno del pubblico lontano) lei signore, dico a lei, signore… si, proprio lei: si può togliere le mani dalle orecchie altrimenti loro si offendono e io le faccio trovare la ca...ca...camicia sporca. Chiaro? Allora, applaudite e ascoltate, cioè, ascoltate e applaudite! Canto: ALL’AULIVE**, di Michele Rinaldi e Paolo Savino. (Dopo il canto, Lu Scazzamurèdde fa su e giù per il palco, pavoneggiandosi) Avete visto come sono bravi? (di scatto, verso il pubblico) Dovreste vedere come sono frizzicaroli! Come? Frizzicaroli! Non sa che significa? (giù dal palco) Adesso ve lo spiego io. (ad uno del pubblico) Frizzicaroli vuol dire frizzanti, pimpanti. Allegri e pimpanti. (di scatto verso un altro) Non tutti sono frizzicaroli allo stesso modo, (cambia soggetto) qualcuno più imbranatello c’è sempre, anche tra i miei amici. (sul palco passeggiando velocemente) Sapete cosa succedeva nelle vecchie masserie tanti anni fa? I lavoranti, dopo una interminabile giornata di fatica, trovavano ancora la forza di ballare (balla) al ritmo di chitarre, armoniche e tamburelli. (smette di ballare e si rivolge ad uno del pubblico) Ma ballavano non certo per riposarsi, anzi! (va da un chitarrista, fa un gesto magico e si sente suonare, mentre lui balla e recita) La musica partiva lentamente, a ritmo di tarantella, ma poi accelerava vertiginosamente: (si ferma di colpo) una vera e propria gara di resistenza per vedere qual era la coppia più frizzicarola. (al pubblico) Il più delle volte si faceva molto tardi, ma per il padrone non c’erano scuse: (impostando la voce) all’alba di nuovo tutti a lavorare nei campi! (girando tra i ragazzi del Gruppo) Vogliamo vedere tra questi miei amici qual è la coppia più frizzicarola? Si? Bene, allora fatemi ammaestrare i musicanti e partiamo. (va verso i musici, fa un gesto magico e parte la musica) Ballo: LU FREZZECAROLE (Dopo il ballo, togliendo il berretto ad un ragazzo ed asciugandosi il sudore) Mamma mia, che faticata! (ad uno del pubblico) Per me non è facile stabilire la coppia più brava! Ce ne sono parecchie! Voi che dite? Beh! Allora applaudite! (Come raccogliendo le idee e passeggiando sul palco) Fino a qualche anno fa nel Tavoliere

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e sui pianori del Gargano il grano si mieteva con le falci. (accompagna il tutto imitando con i gesti) Con le spighe si formavano i covoni che poi passavano alla “pesatura”: asini o cavalli, girando intorno intorno per giornate intere, li schiacciavano sotto gli zoccoli per separare il chicco dal resto. Con l’aiuto del vento si completava l’opera: la paglia da un lato ed il grano dall’altro. (fissando uno del pubblico) C’era molta miseria e fame, (alternativamente fissa vari soggetti) perciò nei giorni successivi alla mietitura le donne andavano a spigolare (accompagna con i gesti) per raccogliere le spighe sfuggite al raccolto. Ma spesso una insidia si nascondeva nelle stoppie (la indica) la Tarantola, un grosso ragno velenoso che... zac... poteva mordere il piede di una di esse. (accelerando la recitazione e i movimenti) Se ciò capitava, poveretta! Il dolore atroce la faceva dimenare come una ossessa! Allora doveva essere soccorsa dalle amiche e sottoposta al rito dell’Attarantata sotto la protezione di San Paolo di Galatina. Venivano chiamati dei suonatori di chitarra, violino, di tamburelli e di organetti e la malcapitata era costretta a ballare per ore ed ore o tra due specchi, o in una stanza coperta di panni rossi o tra coppie di danzatori, fino a che, stremata, cadeva per terra ormai guarita. Infatti si pensava che il sudore della poveretta facesse fuoriuscire il veleno della Tarantola. Come faccio a sapere tutto questo? (fissando uno del pubblico) Come faccio a sapere tutto questo, dice lui! Ebbene, una volta mi trovavo in un campo di grano con delle donne che spigolavano e... Canto: A SPICOLARE**, Anonimo, tradizionale-popolare. Dopo il canto, alcune spigolatrici stanno raccogliendo le spighe del grano. Ad un tratto una di esse viene morsa da una Tarantola. Urla per il dolore e viene soccorsa dalle amiche per essere sottoposta al rito della TARANTATA. Ballo: LA TARANTATA Eh, si! Asciugatevi pure il sudore, vi sarete sicuramente stancati. Ehi! Ma che fate? Non facciamo scherzi, ragazzi! Non andate a dormire, ché adesso viene il bello! Dai, facciamo qualcosa insieme, divertiamoci! E poi c’è il pubblico, mica lo lasciamo così?! Divertiamoci come quando eravate più piccoli, con i giochi che facevano i vostri genitori. Dai, giochiamo alli mazzarèdde, allu cèrchje, a s’auza ‘ncodde, allu sckaffe! Dai, anche voi (Rivolto ai suonatori) non dormite! Cominciamo a svegliare questo. (rivolto al tamburellista, che non suona subito, ma quando Lu Scazzamurèdde è di spalle, facendolo spaventare. Piano piano, poi, si mette a danzare). Ballo: LU SCAZZAMURÈDDE Canto: SERENATA**, di Michele Capuano e Paolo Savino

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(A metà ritornello, di colpo la scena diventa buia. Si sente un urlo disumano: è il Lupomannaro che irrompe tra i ragazzi, che fuggono spaventati. Inizia il ballo, mentre anche lu Scazzamurèdde fugge spaventato. Di tanto in tanto fa capolino, specie quando il Lupomannaro è per terra, ma scappa non appena questi si muove). Ballo: LU LUPRIANARE (uscendo da dietro il suo nascondiglio) Se n’è andato? Si? Allora posso uscire? Si? Mamma che paura! (con una recitazione concitata e rivolgendosi spesso a qualcuno del pubblico) Penso che l’avete capito tutti chi era quello lì! Esatto, era il Luprianaro, il Lupo Mannaro, l’uomo con il male della luna piena. Pensate che nel nostro paese, nel periodo di Natale è pericoloso andare in giro di notte, specie quando c’è la luna piena! (si gira spesso indietro come se avesse paura) Si corre il rischio di essere ammazzati da questi indemoniati. Eppure di giorno sono delle persone normali! Allora perché si trasformano? Ma, soprattutto, chi subisce questa metamorfosi? Sono quegli uomini che sono stati concepiti nel giorno dell’Annunziata e che nascono la notte di Natale, a mezzanotte in punto! La maledizione se la portano per tutta la vita e ad ogni Natale, nel periodo di luna piena, diventano lupi mannari. Perché? Secondo la tradizione a nessuno è permesso nascere la stessa notte in cui è nato Gesù Cristo! (come se rispondesse a qualcuno) Certo che si può guarire, ma solo momentaneamente. (come se rispondesse ad un altro) Come? Bisogna pungerlo con un coltello, come hanno fatto i nostri bravi ragazzi. Basta una goccia del suo sangue e l’uomo diventa normale. Però il suo male non deve essere svelato a nessuno e i due diventano compari di San Giovanni. Canto: NINNA NANNA**, di Michele Capuano e Paolo Savino Ah, l’amore, l’amore! Che si fa per amore! Che si fa per amore? Che si faceva per amore! Tanto tempo fa il giovane che voleva vedere la ragazza, la doveva aspettare all’uscita della chiesa, la domenica, oppure le doveva portare la serenata, con il rischio di prendersi qualcosa di liquido o di solido in testa (si copre la testa come per ripararsi da qualcosa). Altre volte si recava alle feste da ballo (balla) e, per potersi dichiarare alla sua amata, aspettava la tarantella, che è il tipico ballo di corteggiamento. La tarantella sembra che derivi, secondo qualcuno, dal nome della città di Taranto, mentre per altri deriva dalla tarantola, quel pericoloso ragno che morde e costringe il malcapitato a saltellare. A quest’ultima ipotesi la Chiesa non credeva, anzi la riteneva una scusa per cimentarsi in questa danza che riteneva diabolica, tanto che l’ ha sempre combattuta. Sapete che cosa è successo una volta? Sentite questa. Un vescovo di una città pugliese, Polignano, per convincere il popolo che il morso della tarantola era solo un pretesto per darsi a questo rito pagano, che cosa ha fatto? Si è fatto mordere da una tarantola! Non l’avesse mai fatto! Si è messo a ballare e a dimenarsi sino all’alba, radicando ancora di più la credenza nell’animo dei pugliesi.

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Ma adesso voglio fare anch’io uno scherzo ai miei amici: li voglio pizzicare la coscia facendogli credere che è stata la tarantola, voglio proprio vedere cosa succede... (va a pizzicare le gambe dei ragazzi e parte la tarantella). Ballo: LA TARANTELLA Canto: LA CANZONA DELLI VIGNARULE**, di G. Scarale e G. Fiorentino (tra il pubblico, saltellando e facendo scherzi) Lo sapete che i Francesi sono stati anche nel nostro meridione? Ah, si? Bravi! E lo sapete che erano invidiosi della nostra tarantella? Ah, no? Ciucci! La ritenevano il ballo dei poveri, della bassa plebe. Nelle feste di palazzo essi ballavano esclusivamente la quadriglia, (camminata regale) e, siccome ai nostri avi piaceva, hanno cominciato ad impararla, apportando sempre delle variazioni scherzose, proprio perché non riuscivano bene. (davanti al pubblico) Originariamente essa veniva eseguita da quattro coppie. Successivamente si diffuse con più coppie, seguendo, però, sempre i multipli di quattro. Quattro, quattro, quattro, quattro. Anche nel comandare e nel ballare si cercava di scimmiottare il modo di fare aristocratico dei francesi. (si avvicina a una donna) Vous permettez, madame? Promenade! (porge la mano e passeggia con o senza la dama, poi lascia la dama e corre sul palco). Nell’ultimo secolo, specie nelle feste di nozze, il compare aveva il compito di comandare la quadriglia (sale sulla sedia) e dall’alto della sua sedia, decideva anche chi doveva ballare e chi no. (salta dalla sedia) Quindi era conveniente tenerselo buono, altrimenti si rischiava di restare all’asciutto. Saranno capaci i miei amici di ballare la quadriglia? Ma. si! Loro sono bravi! Anzi loro faranno una coreografia particolare, grazie a questi sventurati, (rivolto ai musici), per mettere anche in risalto i bei vestiti che indossano. Ballo: QUADRIGLIA Ballo: USCITA

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______________ * Peschici e Grottaglie sono due paesi della Puglia, protagoniste di grossissime vincite al Superenalotto negli anni in cui è stato rappresentato per le prime volte lo spettacolo. ** I testi delle canzoni si trovano nella sezione dei canti.

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carneVaLe In PIazza deI martIrI, san GIoVannI rotondo, 2008

montemesoLa (ta), 1991

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I nostri lavori

Il gruppo folklorico Nu spusalizie cumbunate “I Castellani” Durante l’anno scolastico 1997/98, nell’ambito del Progetto “Ragazzi 2000”, la scuola media “De Bonis” ha realizzato un percorso didattico riguardante Lu spusalizie, finalizzato al recupero dei valori della famiglia e del matrimonio, alla luce della tradizione sangiovannese, abbracciando il periodo che va dalla fine dell’800, sino al 1960. Al programma hanno collaborato gli insegnanti della scuola, spinti dal desiderio e dal piacere di rinverdire i ricordi del passato del proprio paese. Le classi, poi, guidate dai rispettivi insegnanti, si sono attivate per rispondere alle necessità della ricerca, con la raccolta nell’ambito familiare di fotografie degli sposi, abiti nuziali, attrezzi casalinghi, mobili, tutti risalenti al periodo di riferimento. Le attività svolte si sono concretizzate secondo un complesso e minuzioso programma, che ha visto la partecipazione di tutte le componenti scolastiche. Anche la popolazione sangiovannese ha preso parte alla manifestazione, apprezzandone l’organizzazione e le motivazioni. Infatti il primo giugno ’98, dalle ore 16, c’è stato il trasporto del corredo della sposa e, successivamente, il corteo nuziale, con gli invitati in costume d’epoca, a coppie, che lanciavano i classici confetti. La sfilata, partita da via Carducci, ha attraversato tutto il centro storico, fino al Palazzo

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di Città, per poi arrivare alla scuola, dove era allestita la camera da letto degli sposi. Tutto il materiale trasportato è stato sistemato nell’Aula Magna ed esposto al pubblico sino al 6 giugno, insieme con una mostra di fotografie di scene di matrimonio dai primi del ‘900 sino al 1960. Naturalmente c’è stata la festa di matrimonio, con i classici dolci e prupate ottenuti dai due enormi cuori intrecciati. L’arredo della casa comprendeva il letto di metallo cromato, completo di cuscini, materassi, lenzuola e coperte, pentole, attrezzi per la panificazione, braciere e asciugapanni, catino con sostegno in ferro battuto, corredo per la sposa e per lo sposo, mentre in un angolo erano sistemati abiti da sposa, alcuni dei quali molto antichi, e abiti della parola. Nell’ambito della Mostra molta curiosità ha suscitato un documento che riproduce un “Contratto di matrimonio” che il prof. Leonardo Gravina gentilmente ha messo a disposizione della presente pubblicazione e che noi riportiamo alla fine del testo. Esso rappresenta un raro esempio di contratto notarile, ove almeno un contraente è benestante. Nella maggioranza dei casi esso era un vero e proprio “parlamèntè”, contratto a voce, che spesso finiva con il fallimento delle trattative, come si evince anche in alcune fasi della rappresentazione.

I nostri lavori - Nu spusalizie cumbunate


La sFILata

Il 3 giugno nel cineteatro Palladino, alla presenza di Autorità civili e scolastiche, si è tenuto lo spettacolo “Nu matremonie cumbenate”, che ha riassunto, in breve, le varie fasi che precedevano un matrimonio, attraverso la storia dei due giovani protagonisti della sfilata precedente. La partecipazione del gruppo folk “I Castellani” è servita soprattutto per dare un tono di spettacolarità e sintetizzare i vari modi che un

I PruPatI

giovane escogitava per avvicinare la ragazza, come la fermata, la serenata e l’asciuta a ballà. Alcuni protagonisti della rappresentazione sono stati componenti del Gruppo. Alla stesura del testo hanno collaborato Mario Ritrovato, Rita Antonacci, Matteo Leggieri, Rosa Natale, Tullio Lecce, Eugenio Fini, Cristina Cella, Nunzia Mangiacotti, Antonio Cascavilla, Rosa Fiorentino e Maria Perna.

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nu matremonIe cumBunate Commedia musicale in cinque scene Rappresentata il 3 giugno 1998. Personaggi ed interpreti: ‘nteniucce scioscialupe, padre dello sposo........... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Giovanni Buenza peppenalla scòffela, madre dello sposo ................ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Maria Ritrovato saturine scioscialupe, lo sposo ............................... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Michele Russo nannò o mamma ‘gnora, la nonna .......................... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Grazia Pia Cirella ‘ncurnatalla, la sposa ................................................ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Anna Maria Zarrelli la menènna, sorella minore della sposa ................ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Raffaella Bocci fulumaia, madre della sposa ................................... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Isabella Urbano Ceccille mommappicce, padre della sposa ............ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Matteo Taronno zi’ luiggine, lo zio ....................................................... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Matteo Urbano marietta la ‘nzanzana, la mezzana .......................... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Maria Olimpia Longo la presentatrice .......................................................... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Simona Masiero Il narratore ........ ........................................................... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Francesco Centra INTRODUZIONE ALLA RAPPRESENTAZIONE presentatrice: Al Provveditore agli Studi, Dott. Felice Grassi, agli Ispettori, prof. De Lallo e Vairo, al Signor Sindaco, prof. Davide Pio Fini, all’Assessore alla Pubblica Istruzione, dott. ssa Maria Falcone , ai Presidi, alle Autorità ed a tutti i presenti va il nostro benvenuto. La scuola media “De Bonis”, nell’ambito del Progetto “Ragazzi 2000”, ha realizzato un percorso didattico finalizzato al recupero delle tradizioni Popolari riguardanti il Matrimonio. La rappresentazione a cui state per assistere ripercorre le tappe fondamentali dell’organizzazione del Matrimonio al tempo dei nostri nonni e bisnonni. La Commedia, realizzata in cinque scene, è resa vivace dalla presenza del Gruppo folkloristico della nostra scuola “I Castellani”, che, con i loro canti e danze, creano l’ambiente ideale per far incontrare i due futuri sposi. Auguriamo a tutti un Buon Ascolto. narratore: La prima struttura sociale nella quale si nasce è la famiglia. Il modo in cui è strutturata una famiglia cambia a seconda dei periodi storici; nella società contadina, infatti, l’organizzazione della struttura familiare non è la stessa che nella società industriale. La famiglia in cui viviamo oggi è molto diversa da quella in cui sono vissuti i nostri nonni. Le funzioni di assistenza e di solidarietà per l’anziano, il malato, il parente in difficoltà, erano assolte all’interno della famiglia. In essa venivano custoditi gelosamente tutti quei valori che forse oggi vengono in buona parte accantonati. La fedeltà coniugale, la sottomissione filiale, il rispetto, il sacrificio, la rinuncia, l’amore, l’onestà, erano i pilastri della famiglia. Oggi, purtroppo, la famiglia tende a disgregarsi soprattutto per i cattivi modelli proposti dai mass media e per la cultura tipica dei Paesi industrializzati, che mette in primo piano il dio denaro, dando più importanza ai valori materiali che a quelli morali, più all’apparire che all’essere.

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I nostrI LaVorI - nu matremonIe CumBunate


SCENA PRIMA (Casa dello sposo. Peppenalla sta preparando da mangiare, mentre suo marito ‘Nteniucce e il figlio Saturine si stanno lavando e vestendo perché sono appena tornati dal lavoro. La nonna è seduta a grattugiare il formaggio). peppenalla – ‘Nteniù, m’ haje fatte nu sônne criuse, stanotte. M’ haje sunnate alla bonalma de cummara Tanalla, requia matarna, che stava jinte la chièsa de sant’Ursula e iè venuta terata terata da mè che me vulèva uascià. Ji me so’ arrecurdata che ièssa ièva morta e me so’ scanzata...Me so’ accuscì sckantata che me so’ ruspugghjata une bagne d’acqua. ‘nteniucce – Ma...t’have uasciata? peppenalla – Ia chi t’ ha criuse! T’haje ditte che me so’ terata ‘ndrate! saturine – Ma côme!? Dda povra cristiana te vulèva uascià e tu ha refiutate! peppenalla – Mègghje accuscì: quanne nu môrte te uascia ‘nsônne, iè brutte sègne, pecché te chjama allu Campesante! ‘nteniucce – Panza a campà! S’avèssema ì apprèsse alli sônne, fussammera môrte già cènte vote. E po’ li sônne so’ valiate, o capeta sampe lu cuntrarie. peppenalla – Scì, però ji manche me sante tanta bona: stènghe chjèna de cigghje e ogne tanta me fa male la rugnunata...Me sante tutta sdeluffata! Aière so’ stata mèza jurnata sôpe la tina, a struzzulià li rrobbe a cusse giajante. nannò – Pefforza! Nenn’ è che cusse ci’ hadda decide a ‘nzurarce! Qua lu trattate troppe bbône! Iè fatte de ventecinc’anne e ancôra nen ce trova na zita! Quanne t’ hada ‘nzurà, quanne chjove e nen fa lôta? saturine – E chja tane lu tèmpe pè truarce na zita?! Ji m’ajauze la matina ben de notte, fatìe tutta la jurnata fise e quanne cala lu sôle e la sera nen me n’afide manche ascì. Nannò, nen ce sta tèmpe pelli zite. nannò – Lu uì! Pulègna, nen ce ‘nzôra pè tèmpe! ‘nteniucce – Figghje mia, ji a quèssa iètà tenèva già tre figghje! Pure ji fatiave dalla matina alla sera. Tu, se vulisse, avôgghja che lu tèmpe lu truve! Ce vo’ sule lu penzère! peppenalla – Uagliô ! Se ci’arrivene a scappà li pède a nuia, sacce come hada fa’! nannò – E ji... e ji, côme haja fa’? ‘nteniucce – Te purtame cu nuia! Ma tu, nante nante, ce vulisse accumpagnà allu Campesante!? peppenalla – Pecché nen te mitte cullu penzère, figghje mia! Stanne tanta bèlle uagliole. Prôpria aière, allu furne de Cioccalonga, haje viste alla figghja de ‘Nzaccarecotta, Tanalla. Nu pèzze de giôna che te la pu’ vève jinte nu bucchère d’acqua! nannò – Jinte nu bucchère?! Jinte na cônca! peppenalla – Quèdda sape trumbà lu pane, sape fa’ li ricchjetalle, li lentrôccele...na cosa de tutte! Iè ghjuta alla maiastra e sape côsce e recamà! nannò – Abbasta che nen sape tagghjà! saturine – Hate fenute? Mammà, ma tu l’ ha spiata bbona?! Tane nu pare de jamme che ce mmannene allu paièse una cull’auta! La uagliola me l’haja truà ji, nen ve ne ‘ntrecate! nannò – E quanne iènne! ‘nteniucce – Ce sta pure questa faccefrônta, la figghja de Magnambricule. Almèna la canuscime! E pô...tane nu rusce che lu pu’ tagghjà cu nu curtèdde. nannò – Ji avrìa piacère pella figghja de Palummèdde, quèdda vecine la Purtadda. Quèdda tane pure nu môsse de rubbuciadda...

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‘nteniucce – Lu sa che ce sta, uehi mà? Se te la pigghje jinte la chjazza vive a bucchère; se te la pigghje jinte lu paièse vive alla buttigghja; se pô te la pigghje frustèra vive a trufele, che nen sa’ cudde che ce sta jinte! saturine – Ma cumme iè, ve site misse cullu penzère de cacciarme da casa? Mô sentiteme a mè, viste che stame padre, figghje e spirde sante! Ve vôgghje dice na cosa... pure ji tènghe nu mèze penzère... nannò – E mèna... chisà lu mèze penzère devanta sane! saturine – Haje misse l’ôcchje ‘ncôdde alla figghja de Mommappicce... ‘nteniucce – Uè! Allôra hamma chjamà li pompière?! nannò – Ahhh! Scì... Brave! La famigghja iè bona. Ci’ hadda sta pure lu Sangiuanne pè mmèze. A ièssa nen la canôsche, parò se iè figghja de jatta hadda ‘ngappà li surece! ‘nteniucce – Abbasta che nen iè figghja de zocchela... saturine – (sbuffando) – Ièva mègghje che me stèva citte! Lu uì côme site vuia!? Subbete ve ne iate pè tutte! peppenalla – (rivolta al marito) – Pecché nen la chjude ‘ssa furnaciadda! Quanne pirle tu fa sampe dammaje! (si rivolge al figlio) – L’ ha già fermata? saturine – Nô... L’haje vista e me piace, ma nenn’haje ma’ truate l’accasiône... nannò – Nenn’è che te n’abbrevugne?! saturine – Pure... Tènghe paura ancôra sta già ‘mpegnata, o tane lu penzère pè qualchedun’aute e me dice che nô! nannò – Putassammera fa’ scanigghjà a Mariètta, la Cagnanèsa. Quèdda sape tutte...fa la ‘nzanzana. Lu sa’ quanta parentate ha cumbunate! saturine – Se prôpria ce tenite... ‘nteniucce – Vide che si’ tu che ce tine chjù de nuia. peppenalla – Sentite, lu sa che ce sta? Me la vèje ji e vuia faciteve li fatte vôstre. Cu vuia iômmene nen ce quagghja ma’ nante! FINE DELLA PRIMA SCENA narratore – Il matrimonio a volte era la conclusione di una scelta personale o di una storia d’amore, mentre il più delle volte veniva combinato dalle rispettive famiglie. Tuttavia, nel primo caso come nel secondo, i genitori avevano sempre un ruolo primario sia nell’assumere informazioni sul partito e sulla famiglia con cui si doveva imparentare, sia nel fare opera di persuasione o di dissuasione a seconda che la scelta fosse ritenuta conveniente o meno. Difficilmente i giovani si permettevano di fare di testa loro, perché i consigli dei genitori venivano tenuti in grande considerazione. La scelta del fidanzato o della fidanzata veniva fatta in base alla dote o alle doti fisiche e morali. Al giovane si richiedeva l’attaccamento al lavoro e alla famiglia, la mancanza di vizi, come il bere ed il giocare, la capacità di destreggiarsi nei lavori manuali. La ragazza, invece, doveva essere possibilmente prosperosa, segno di salute e di benessere, secondo il detto popolare: la carna luntana dall’ossera iè sampe chiù bèlla. Oltre all’avvenenza fisica, la ragazza doveva avere doti di massaia: saper fare il pane, la pasta (ricchjetalle, lentroccele, làine, strascenate), il bucato, rammendare, rattoppare, filare, fare calze e maglie di lana, ricamare e contribuire all’economia familiare con una saggia gestione delle risorse, ma, soprattutto, saper allevare i figli, dal momento che il capofamiglia era poco presente per motivi di lavoro.

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presentatrice – Una figura caratteristica della società dei nostri nonni e bisnonni, figura oggi scomparsa ed in parte sostituita da apposite agenzie specializzate, era lu ‘nzanzane, ossia il mediatore. In genere questi era una persona istruita, molto abile nel parlare e scaltra nel trovare in ogni circostanza una soluzione a qualsiasi problema dovesse presentarsi. Egli era tenuto in buona considerazione dalla comunità, di cui si conquistava la stima in base ai risultati più o meno positivi dei suoi servizi. Era un personaggio presente praticamente in ogni contrattazione, giacché la società del tempo versava in condizioni di forte ignoranza dovuta all’analfabetismo ancora imperante, mentre lui, con le sue abilità linguistiche e la competenza nel disbrigare le fastidiose e complicate pratiche burocratiche, sempre presenti ed incomprensibili ai più, si rendeva pressocché indispensabile. Anche per gli affari matrimoniali esisteva la figura di uno specifico ‘nzanzane, molto spesso di sesso femminile, che si proponeva come il mediatore assolutamente necessario per combinare matrimoni spesso definiti altrimenti “impossibili”. In genere, infatti, non c’erano difficoltà nel combinare e portare a termine matrimoni tra vicini che si rispettavano e stimavano a vicenda, soprattutto se c’era in vista una combinazione patrimoniale tra le due famiglie, o tra pari grado, giacché il consenso dell’onore era molto elevato e la consapevolezza delle proprie condizioni sociali del tutto realistica. Ma quando, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, la vecchia e onnipotente nobiltà terriera cominciò a decadere, mentre cominciò a formarsi una borghesia, plebea si, ma sempre più ricca, la ricerca di una combinazione vincente, che potesse dare corpo alle finanze esauste dei nobili e lustro alle ambizioni di titolo dei ricchi borghesi, divenne sempre più frequente. Lo stesso dicasi dei poveri braccianti, che avevano, però, la fortuna di avere una figlia molto bella, o non di rado anche un figlio abbastanza affascinante, i quali avevano la speranza di sistemarli in quello che era definito un buon partito, ossia con un membro di una famiglia più ricca o nobile, che li facesse uscire da quella che sembrava una condizione ineluttabile e che tale era in passato. Ecco, dunque, che il nostro ‘nzanzane appariva come un professionista di tutto rispetto, e per ciò meritevole di ricompensa, che, con la sua abilità bizantina, la sua scaltrezza, la sua prudenza ed il suo non di rado cinismo raffinato, si presentava come colui che era in grado di far realizzare quelli che ai più apparivano dei veri e propri sogni. SCENA SECONDA (In casa della sposa: attorno al braciere ci sono Filomena, che sferruzza una calza e la figlia piccola, che sta facendo i compiti sull’asciugapanni). filomena – (mentre sta sferruzzando, si appisola e lascia cadere la calza). menènna – (bagna il dito sulla lingua e cancella sul quaderno, sbuffando) – Uffa! Li zencune so’ asciute bbône, ma li siggiuladde vanene tutte sgaieddate. (si rivolge, quindi, verso la madre) – Uhei, ma’! Ancôra fa’ appiccià la cauzètta! filomena – (destandosi di scatto) – Uh, Madonna mia! M’ è scappate lu sônne! Ma quanta sape fine lu sônne atturne allu vrascère. Tu a che punte sta? Funisce, prima che ci’arretira patete. Cudde, ha viste côme iè!? Quanne vane te fa parde la via che vo’ magnà. menènna – Stènghe funanne, ma li siggiole nen m’aiascene. M’ hada aiutà, ma’? filomena – Scì! E a mè chja m’aiuta! Nen sacce tenè manche lu lapse ‘nmane. Lu sa’ che ji nen so’ gghjuta alla scola?! Biata vuia che tenite ‘ssa fertuna!

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menènna – Biata nuia! Biata vuia che nen tenavate ‘ssi ‘mbicce! filomena – Figghja mia, quanne ièva quanta e tè, a mè già m’avèvena asciuta a fatià, o a fa’ la pungianta o a speculà. marietta – (senza bussare, si affaccia alla porta e poi entra) – Uè, chja ce sta?! C’è permèsse? menènna – Sì trasciuta! filomena – Uhè, Mariè, trisce, trisce! Che va facianne pè quisse vie? Mò, pigghja na sèggia, menè! marietta – So’ gghjuta nu mumènte qua d’auta, alla Giallechèra. So’ gghjuta a ‘ddummannà quanne pozze macenà. Ascegnanne, haje viste la vetrina ‘ntraparta e...haje ditte: chisà che faciarrave cummara Fulumaia!? Che facite? State tutte quante ‘bbône? filomenna – Uh! Cummare so’! Ce cummatte! Stava facianne dôie pedule pè mariteme... Cudde alla campagna chenzuma assà. Sacce se so’ li scarpune o a côme mèna li pède... menènna – (ha preso la sedia e la porge a Marietta) – Vatte fraca siggiuladde! marietta – Cumme iè, tanta so’ grassa?! Vi’ quanta iè cresciuta sta menènna, benedica! Me fijure la giôna chjù grossa, ‘Ncurnata! Chisà quanta muscagghjune tenarrave turne turne! menènna – Quanne la carna ci’accumanza a ‘mbuzzunì, tanne ci’avvecinene li muscagghjune! filomena – (dopo un’occhiataccia alla Menènna) – Avisse vôgghja, cummare sô! Li serenate, na sera scì e na sera nô... Ma ji, nen sia pe nutata, nen la facce ‘mbizzà manche ‘nnanze alla porta! menènna – (rivolgendosi con tono ironico verso Marietta) – Cummà, te l’haje ditte, ci’hadda ‘mbuzzunì! filomena – Fatte li lizziune, tu... Sampe culli rècchje côme na cacciuna! Chjuttôste, pigghja lu sicchje e va pe iacqua alli puscine. Portete pure la cùcuma e ajinchjela, ché patete va truvanne l’acqua frèscka, quanne vane. menènna – E iame a pigghjà l’acqua...Tanta ji l’haje già capite c’ hata dice cose che nen pozze sentì! (esce stizzita dopo aver preso un secchio). filomena – Muvete e statte citta! Tane na lènga ‘sta uagliola! Tutte lu cuntrarie della grossa. quèdda nen la sinte manche adôva sta chjantata. Mô sta ianne alli monneche a ‘mpararece a recamà. Lu sa’ che tane già nu bèlle poche de biancaria? Questa, nmèce, nen sape manche mètte lu file all’ache... marietta – E va bbône! Iènne ancôra menènna. Che classia fa? filomena – Fa la prima, ma tane satt’anne. L’anne passate avèva accumunzate a ì alla scola... po’ li iè venuta la viscerale...po’ iè morta la maiastra... e po’ me l’ haja arreterata pentutte! marietta – E mo’ ‘Ncurnatalla nen ce sta? filomena – Nô, ancôra nen vane. Quidde a vent’ôra funiscene de recamà, ce dicene lu resarie e ci’arretirene. Mô ci’ hadda ‘rreterà pure mariteme dalli Matine. Ha ditte che vo’ ì accata lu varrevère, sennô, côme nen lu sa, cudde ci’arretira lu sabbete sabbete. marietta – Eh! La vita de campagna iè tosta! Biata chja lu tane nu pôste fisse. A stu pajèse fatìa nen ce ne sta e li giune stanne tutte spèrte pè ‘ssi vosche a alli Custaradde o alli Matine. filomena – Cummare Mariè... tu lu sa pecché haje ‘mmiate la menènna a pigghjà l’acqua? Mô, prima che ci’arretira, vide che m’hada dice, tanta haje capite che tine qualche cosa da diceme... marietta – L’haje sampe ditte, cummara Filumè, che tu si’ fina fina...pigghje li padde all’aria. Allôra, viste c’hamma parlà chjare, mô aiasche lu stracurse... (dopo una breve

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pausa, riprende con voce sommessa) – Cummare ‘Ncurnatalla tane lu penzère...tenite lu penzère pè chicche d’une...o nô? filomena – Te l’ haje ditte già prima! De giune ce ne stanne assa’, ma pè mô nen ce ne parla! La vagliola iè bona figghjola, sanza malancamènte dell’aute, ma se ci’hadda ammaretà, ce vo’ nu giône che l’hadda fa sta mègghje della casa sô. marietta – Eh, cummà! L’ome a quanne vo’ e la fèmmena a quanne trova... Filomena – Pè figghjema cusse che dice nen ci’azzècca prôpria pennante, pecché ce po’ capa’ chja vo’... marietta – Ji lu tenarrìa une pelli mane, cummare Filumè... filomena – A sci? E chja iènne? marietta – Cummà, lu partite iè bône assà: la famigghja iè bona, lu mestière lu tane, sta pure nu poche de rubbuciadda pellu mèze...li piace assà la fatìa e nen tane vizie... filomena – E...cummà, dimmulu, chja iè ‘ssu giajante? marietta – Iè lu figghje de...(si sentono rumori di passi) – Citta, cì! Stamece citte! menènna – (entrando) – So’ straccuate li vracce... (osserva le due donne mute ed imbarazzate) – Cumme iè che nen parlate chjù? (fa una pausa e torna a guardare le due) – Haja ì a pigghjà n’aute poche d’acqua? C’haja anghjì na conca, na tina, pè farve funì lu stracurse?! filomena – Nône... chjuttôste va a pigghja na palèdda de fôche faccefrônta... menènna – Pecché cusse jinte lu vrascère nenn’avvasta? Nen ce vôgghje ì pè fôche! filomena – (dopo aver dato un’occhiata di disappunto a Marietta, d’un tratto sente un pianto di una bimba) – Pecché nen va a nazzecà la menènna d’Assunta? La sinte côme chjagne? Quèdda povra crista nen rièsce a fa’ nu sruizie! Quèdda, ha viste, te da’ sampe calche cosa, na vainadda, nu cutugne, nu murianate, na ficura sècca... menènna – Mammà! E mô l’acqua, e mô lu foche, e mô lu nazzecamènte... parlate, se vulite parlà, lu sacce ji adôva me n’haja ì! Me vaje a fa’ li lizziune accata la cumpagna mia... Haje capite! Li rècchje mia so’ troppe innocènte pè sentì li stracurse de vuia vècchje! (prende il quaderni e si dirige verso la porta). filomena – E faciteve li liziune! Nen ve mettite a jucà allu ssarà fise e quanne fa scurda... menènna – E vuia nen ve mettite a tagghjà fise e quanne fa scurda. (esce) marietta – Ma tu uarda che lènga tane ‘ssa mustiola... filomena – Cummà, funime lu stracurse prima che trasce chicchedun’àute o vane mariteme. Famme sentì, allôra, chja iè ‘ssu giône!? A chja iè figghje? marietta – Iè figghje a cudde de Scioscialupe, che iave a Peppenalla Scoffela, che stanne pè casa sotta l’arche. L’avrissa sapè: la famigghja iè bona assa’, so’ crestiane unurate, ci’hanne sampe fatte li fatte lore e nen so’ ma’ state sôpe la vôcca de nesciune. filomena – Ma... t’hanne mannate lore o iè nu penzère c’ ha fatte tu? marietta – Veramente haje sentute dice dalla cunsuprina de Peppenalla che lu giône ce vurrìa ‘nzurà... filomena – E sci, ce vo’ ‘nzurà! E chia te dice che li giune ci’hanna piacé? Cusse, mô quallu iènne, lu prime o lu seconde? marietta – Iè lu prime. Sta a patrone accata Bramante, alli Quatte Carre, ma tane na porca a Pantane. Ce sumanta de tutte: vùngule, pesidde, catalogne, pemmedore, sckattapignate... Jinte a quèdda casa, tra patre e figghje, ce sta veramente la grascia. Lu partite iè propria bbône, cummà! filomena – E cumme iè che t’è venute ‘ncape propria a figghjema!?

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marietta – Veramente iè nu penzère che iè venute a mè, pecché haje viste che la tenèva a mmante nu poche troppe quanne ascèva dalla messa, e... qualche vota l’haje viste pure passà da qua vecine... filomena – Mariè, nuia hamma pigghjà lu labbre cullu carre: balle balle. Nen te mettanne penzère. Nuia nen tenime furia d’ammaretarla: iènne ancôra uagliola. Però pozze pruà a scanigghjà a mariteme e a figghjema pè vedè che faccia fanne... marietta – Allôra, sanza che parlame troppe, se ce stanne nuvetà me fa chjamà. Tramanze, se te fa piacère, ji accumanze a scanigghjà all’àute quarte. Se ce sta lu destine...(si appresta ad uscire) menènna – (entra cantando mentre Marietta esce) Giro giro tondo: a cavalle alla ritonda. Centocinquanta la gallina canta: canta sôla sôla l’angiule va alla scola. Scola e sculicchje mô passa Giase Criste. Giase Criste iè passate, la Madonna iè ’ngiunucchjata ’ngiunucchjata sôpe lu lètte... zicchete e zicchete lu turnalètte... filomena – (riflettendo tra sé e sé ad alta voce) – Sta a patrône accata Bramante alli Quatte carre, tane na porca a Pantane...vulèsse lu Ddi’! Sarrìa na bona cosa...lu partite iè propria bbône... menènna – (continuando a cantare, in modo canzonatorio ed in atteggiamento malizioso) – Diadò, diadò, sta na fèmmena che te vo’, na ballata e na sunata ‘Ncurnatalla jinte la pegnata! filomena – (accorgendosi del tono malizioso, prende la ciabatta e rincorre la figlia). FINE DELLA SECONDA SCENA narratore – Al rientro del marito, Filomena, con molta circospezione, lo informa sulla venuta di Marietta e su quanto è stato detto. Il marito, seppure vagamente, lascia intravedere il suo consenso riguardo alla possibile sistemazione della figlia. Da questo momento tutti i personaggi si muovono per la concretizzazione del tutto. Intanto... facciamo in modo che i due fidanzati si incontrino. Un sistema a cui si ricorreva spesso era la serenata: il fidanzato organizzava una vera e propria orchestrina per cantare o far cantare il suo amore alla ragazza. Altre volte l’incontro poteva avvenire durante una festa da ballo. Il ballo più in voga era la tarantella, vera e propria danza di corteggiamento. Qualche volta il pretendente si faceva coraggio e aspettava al varco, allu strigneture, la ragazza per dichiararle il suo amore.

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SCENA TERZA Interviene il gruppo folkloristico “I Castellani” che esegue una Serenata al capostrada dove abita ‘Ncurnatalla, alla quale partecipa Saturine. Successivamente viene eseguita la tarantella, a cui partecipano verso il finale i due fidanzati. Infine c’è la canzone Lu strigneture. Sono le tre ipotesi descritte in precedenza dal Narratore. FINE DELLA TERZA SCENA narratore – Gli sposi, senza l’aiuto delle rispettive famiglie, non avrebbero potuto metter su casa e, pertanto, i genitori di entrambi si impegnavano, mediante un contratto, a fornire una dote ai propri figli. Il tutto veniva definito lu parlamènte, cui seguiva, se si concludeva positivamente, con l’accordo, la trasciuta. Spesso, però, un disaccordo sulla dote poteva mandare a monte il matrimonio. SCENA QUARTA La scena si svolge nella casa della fidanzata dove avverrà lu parlamènte. Ci sono i genitori della ragazza, cioè Filomena e Ceccille, la Menènna e zi’ Luiggine. Zi’ Luiggine e il “sapiente” della famiglia, quello che per lo meno sapeva scrivere o discorrere in casi controversi, come era, appunto, la trasciuta. Stanno chiacchierando, del più e del meno, in chiara attesa di qualcuno. filomena – A quanta ci’ ha ditte Marietta, avriena sta a curte a venì. Me raccumanne, Ceccì, nen facianne troppe storie...e tu, Luiggì, mitte na parola justa all’uccurrènza... menènna – Ma se te sta citte fa mègghje, zi’ Luiggì, pecché tu parle mèze sangiuannare e mèze ‘ndialètte! zi’ luiggine – Che vorrebbo dire, che non saccio parlare? (Si sente bussare). filomena – (a voce bassa) – Citte, cì! Li si’, hanna iasse lore! (alzando il tono della voce) – Avanti, avanti! Trascite, trascite! (entrano ‘Nteniucce, Peppenalla e Marietta) – Pigghia li sègge, Menè! Assettateve. Hate viste quanta fa fridde fore!? Mo’, sbrasciame lu fôche. Mettiteve vecine all’assucapanne, scallateve nu poche. ‘nteniucce – Sci, cummà, mugghjarema sta nu poche scagnata. ‘Ncallete! (Peppenalla va vicino al braciere e si scalda le mani, ma tutti restano in piedi, piuttosto imbarazzati). Ceccille – Che ce dice pè cusse munne? Tu sta sampe a patrône accata Bramante? ‘nteniucce – Sci! Adôva vulime fuje! Cusse iè lu destine nôstre. ‘Ngrazia a Ddì che ce sta nu môsse fatìa! filomena – Vi’ che bèllu scialle, cummara Peppenà! Iè bèlle pesante! Che cusse sci che lu friche lu vèrne! peppenalla – Sci, cummare sô, iè calle assà. Custe me l’ha lassate mamma ‘gnôra e iènne ancôra nôve nôve. No p’avvantarme, ma jì li sacce tenè li rrobbe! Custe, la bonalma lu tenèva uascia e repunne! (silenzio imbarazzante)- E vide che bèlle mure de rama! ‘Nteniucce – (con tono malizioso) – Eh, cummà! Accumanzulu a spônne da ddà sôpe e vide a chja ce l’hada dà! filomena – E videtulu! E sentitulu allu cumpare! Se li cose ce mèttene bbone, iaute che rama! Se ‘Ncurnata ce dà onôre, nuia li dame lu juste! marietta – Mèh! La chjacchjera è longa e la pricissiona camina! Viste che lu descurse l’hamma asciute, assettanmece, che sime rumaste côme e lampiune, tise tise.

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Assettamece, c’hamma parlà de cose sèrie e ‘mpurtante (si siedono). ‘nteniucce – Sime venute apposta apposta. E pô ci’ hamma pure spiccià, ché figghjeme ce sta ‘ntesecanne dda fore. marietta – Pecché nen lu facime trascì, prima che ce ’ntruzzurèja?! filomena – Eh, nô! Manche a dirlu. Li cose l’ hamma fa balle balle: prima truvame l’accôrde e po’ trasce! zi’ luiggine – (tenta di parlare in italiano) - Certamento. Abbiamo fare li cose per bene. marietta – Allora, venime a nuia. (rivolgendosi a Filomena) – Tu che li dà a figghjeta? filomena – Figghjema ièva assà che ci’arrecama lu currède e tane na cascia de rrobbe. Hadda avè tutte li rrobbe a cinche... peppenalla – A cinche?! E quèssa iè tutta la cascia de rrobbe! Sta cascia sta mèza vacanta! O iè ‘na cascetadda! Che ce vo’ a cunsumarla? A cinche, sinte a quèssa... filomena – Cummà, ognune sape li fatte sô. De chjù nen ce po’! peppenalla – Nen ce po’ ?! E che te cride che accuscì te ne vurrisse ascì, pe sanza nante! L’auti li danne pe lu manche a sèie! (rivolgendosi al marito) – Povere figghje mia, ci’ hadda ì a feccà jinte lu fumère! Nen ce stèvene chjù de fèmmene... Che ci’ hadda pigghjà na cule scuparta! (con tono deciso) - Iammecinne, ‘Nteniù, nenn’hamme ditte nante! (prende lo sciarpone e i due si alzano decisi e vanno verso la la porta). filomena – (tra l’offeso e l’arrabbiato) – Ueh, abbada a côme pirle! Ancora mô me vanene li cinche menute! A figghiema “cule scuparta” nen ce l’ha ditte ma’ nesciune! Figghjema nenn’è stata desunurata da nesciune e nen tane la trippa ‘nnanze! Cusse iè, se lu vulite. Ji nen me pozze ì a mena jinte na crava pè vuia! marietta – Ih! Che me facite sentì! Aspettate e calmateve! C’hanna dice li cristiane! Nen ce magna pèsce che tanta ‘nteriôra! Venite qua, assettateve e arraggiuname! (rivolgendosi a Filomena) – Quidde ianne pure raggiona: a cinche so’ propria poche. Facite n’aute sfôrze... Lu pruèrbie, ha viste come dice: “Nu tezzône nen fa fôche, duie tezzune appiccene lu fôche, tre e quatte tezzune te fanne la fanoia!” E mèna, nen facime rire li cristiane pè na fessaria. Mettiteve d’accôrde. Vedite de fa allu manche a sèie! ‘nteniucce – A cinche, a sèie...c’ hamma jucà alla morra?! (togliendosi la coppola e sbattendola sulla coscia) – Pè la maiolleca! Hanna iasse pe lu manche a sèie...e basta! filomena – (verso Marietta) – Mariè, che m’ha cumbunate! Che fijura me fa fa’! Ceccille – Ueh! Quisse chjaranzate jinte la casa mia nen ce so’ ma’ state! Figghjema nen ce vènne! V’hata spusà la rrobba o a figghjema ? E pô lu sa che ve diche? Ji nen vogghje ì a funì sôpe la vôcca de tutte. Li vulite a sèie! E sia! Parò la fasta dellu cunsènte nen ce fa! Zi’ Luiggine – Eh no! La fasta si devo fare, pella bona aùra! Bône bône facite nu ‘nciappetèdde e facite le cose per beno. marietta – (rivolta ai genitori di lui) – Meh! Hate sentute? C’è sestemate tutte, assettateve e cuntunuame lu parlamènte. peppenalla – (esitante) – E vabbô! ‘Nteniù, assettamece! (si siedono). ‘nteniucce – Allôra, turname a nuia! Li rrobbe hamme ditte a sèie, e pô? filomena – E pô li dènghe la cuparta ammuttita de sèta a duie chelure: ce l’ hamme fatta fa’ a quèdda de Sbracasante. Po’ lu saccône, na partita de pupe p’anghjì lu saccône, quatte cuscine de lana, li trispete e la ‘nferriata. Pô li dènghe lu cumò d’anôce, li culunnètte e la cascia. Accuscì la cammera da lètte sta a pôste! peppenalla – Ah, sta a pôste? E a capezzale c’hamma mètte? Ce vularrìa almèna nu Giase Criste!

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filomena – Iaute che Giase Criste! Mettime Gesù, Gisappe e Maria...tutta la sacra famigghja hamma appanne! zi’ luiggine – E certamento si! La binidiziona della sacra famigghja ci vole! peppenalla – E l’angiulicchje sôpe li culunnètte? filomena – E c’hamma scasà tutte lu Paravise!? peppenalla – Meh, famme sentì: quanta apparate l’hada da’? filomena – Embà, duie: une pe ‘ngnurne e une pella fasta. peppenalla – Mmm! E quanta cuparte? filomena – La cuparta de chettône, quèdda de vellute, quèdda de sèta color de rosa e quèdda dellu spusalizie. T’avvasta? peppenalla – M’avvasta? E che me l’haja mètte ji? Sampe figghjeta ce l’hadda jôde! filomena – E pure figghjete, se Ddia vo’ ! Chjuttôste... e figghjete che porta? peppenalla – Figghjeme porta quatte cauzunètte, quatte magghie de lana pesanta, dace pare de cauzètte de lana de pacura, dace de cuttunine che ce l’ ha fatte la nonna, sèie camisce de fustaggene, dôie cavezune pella fatìa e nu pare pella fasta. Pô porta lu vestite de vellute, lu cammesciuline, dôie camisce de chelôre pella fatia e dôie gghjanche pella fasta. A parte pô la cappa, lu peddecciône e lu uardamacchja. A vôgghia a vastece! filomena – Meh! De ‘mpannà l’ hamme ‘mpannate. Mô vedime d’addutarli nu poche, almèna che li cuprime la ciocca! Nuia tenime sule stu jusarèdde... e già facime allita pè trascì. Ji se nen tenèsse lu susadaute e lu fôsse sotta lu lètte, ci’ avessammera ì a cucà fore! zi’ luiggine – Tieno raggione! Ora non ci capiamo manco in un palazzo con il juso e il suso! E penzare che una volta ci avevamo puro la scrofa sotta il letto che ci faceva li porcelli! Ceccille – Ha raggiona! Ji panze a quanne, a Natale accidavamme lu porce. Quanta grascia e che fasta! ‘Nzôgna, sfringiule, soppressata, sauzicchje, la bomma...E po’ li uagliule ci’attreppavene de sanguenate culli pàssule. Iaute che li panettune de mô! filomena – Eh, sci! Quidde li sôlde ièvene fuianne, ma li grascie ièvene assa’! Se Ddia vo’, pure a quiste uagliule nen l’ hamma fa’ mancà nante. L’ hamma sestemà e l’ hamma ‘nguattà la ciocca. ‘nteniucce – Cummara Fulumà, tu nen t’ hada scunfudà pennante. La ciocca Saturine la tane già ‘nguattata: tane nu sôrte de juse cullu cièle, alla chiazza Ranna, c’ haja avute dalla bonalma. La chiazza iè larja, ce pô arrevà pure cullu traìne. Ceccille – Ah, ‘mbah! ‘Ngrazia a Ddì, tutte li cose ci’ aggiustene. Parò sampe ce l’ hada strementà! Lassa ì che mènene na cucchjara de caucia, almèna sapene che iè la lore! ‘Nteniucce – Eh, quanta ne va truvanne! La jaddina ce spanna morta, no viva! Che nen tenite feducia? Da ddà nen li caccia nesciune. Mô hamma ì sprecanne tanta sôlde pellu strumènte... quanne ce l’hamma dà allu State... marietta – E sci! Pecché hamma fa’ ‘ngrassà lu nutare? Ce li mettime ‘ncôdde a lore. Ci’ hanna vulè tanta sôlde pellu parentate... Ha viste, come ce dice: chja nen frabbeca e nen marita... zi’ luiggine – Tanto non cambia niento. Non interessa in petto a chja sta lu juso. Lu proverbio come dice: la rrobba non è de chi ce la fa, ma di chi ce la jode! peppenalla – E brave a zè Luiggine! Côme ce vède che sape de pènna. Arraggiôna propria culli cocche ‘ncape! marietta – Meh! So’ cuntènta che li cose ce stanne mettanne bbone. Nuia hamma fa’ li cose che nen l’ hanna sentì né lu sôle né la luna. Intanta, deciarrìa ji, facimulu trascì a ‘ddu criature, che ce sarrave ‘ntesecute cu quèssa voria che mèna...

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‘Nteniucce e Peppenalla – (si guardano e, rivolgendosi a Filomena e Ceccille) – Ma sci, facimulu trascì! Ceccille – E ia’! Chiamatulu, accuscì accumunzame a vedè che cèra tane. marietta – (si copre, esce un attimo e rientra con il giovane titubante, quasi trascinandolo) – La vi’ la vèra prupriètà adôva sta! Lu vi’ lu bèlle giône nostre. Viata quèdda casa adôva na coppela trasce! saturine – Bonasera! C’è permèsse? zi’ luiggine – Trasca, trasca. Non ti n’ abbrovognare! Ormai si’ uno di famigghja! filomena – Figghje mia, cullu nome de Ddì, hamme accresciute famigghja. Pè mé tu si’ côme n’àute figghje...Sante Martine, benedica, fammete tuccà: si’ prôpria nu bèlle giône! peppenalla – Uè, ancôra me l’affascenate! filomena – Manche a dirlu! Haje ditte sante Martine e l’ haje pure tuccate...Meh, viste che iè trasciute Saturine, tranta e duie ventotte, facime trascì pure a figghjema. (rivolgendosi verso Marietta) – Mariè, aiuta a chiamà a ‘Ncurnatalla. Sta accata cummara Assuntina, faccefrônta. (Marietta esce con la Menènna). zi’ luiggine – E mô, prendiamo una seggia anche allu giône! (esegue e lo fa sedere). marietta – (rientra con ‘Ncurnatalla e la Menènna) – Vide chja ce sta qua? menènna – E che t’ acride, che nen lu sapèva! Ièva mô iave che lu spiava da derate la vetrina! zi’ luiggine – (andando verso ‘Ncurnatalla e mettendole affettuosamente la mano sulla spalla) – Bella a zezì, vieno qua! Iè trasciuta la zitaralla nostra! (volgendosi ai presenti) – Sanza avvantamenti, pure questa iè una bella giona, ah? ‘ncurnatalla – Bonasera...Piacere...piacere...(dà la mano a tutti, meno che a Saturine). zi’ luigine – E ‘mbè? ‘Ncurnatalla, perché non dai la mano a Saturino? Su, non fare la brivognosa, oramai abbiamo strinto! (i due si danno la mano timidamente). menènna – (rivolgendosi a Saturine) – E a mè nen me la da’ la mana, o so’ troppo menènna? saturine – (sorridendo, esegue). marietta – Meh, uagliù, qua hamma chenclude! La rrobba l’hamme misse a pôste. Mô parlame delli festine. Allôra, parola...e...cunsènte? Ceccille – La parola tocca a nuia, lu cunsènte pure. Lu spusalizie attocca a vuia! Faciteme sentì: l’hamma fa’ li prupate? peppenalla – Embà! Ddà sta lu bèlle: hamma pesà la cannalla e hamma ballà. Hamma fa’ tutte li prijèzze che ce vonne!? nteniucce – Uagliò, li maccarune ce magnene calle calle. Giacché ce truvame, hamma decide prima lu jurne dellu spusalizie. Mô stame accurte Natale. Ji diciarrìa la settemana subbete doppe Pasqua. Vabbône? tutti – (a soggetto) – Sci, vabbône! filomena – Ceccì, quanne e crà iame a parlà cull’Accepraute e ci’ accumanzene a caccià li carte. zi’ luiggine – Scì, bisogna andaro allu municipio a caccià lu stratte de nascita e alla chiesa pellu giustificato di battezzo. menènna – Ma’, ha ditte cummara Assuntina che la rajanata iè cotta. C’ hamma fa: l’hamma ì a pigghià, ancôra ce frachene qualche pèzze. Ceccille – E scì, accuscì hamma fa’! Iatela a pigghà che iè propria iôra. Tènghe li vedadda che sckamene pella fama e la rajanata culli lampasciune me vôdde ‘nganna.

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marietta – Mè, lu sa che ce sta? Lassame li cose accuscì, mettime la tàula e pigghjameciulu ‘ssu veccône! filomena – Menè, meh! Accumanza a pigghià li furcine e lu musale. Ceccì, smuvete nu poche, pigghia la buffètta e li scannetèdde. Ji vaje a pigghjà la rajanata juse a cummara Assuntina. zi’ luiggine – E il fuluppône? Ce ne sime scurdate? Mèh, vuol dire che il vino lo mecco io. Ci’ ho un carafone di due litri che iè la fine del mondo. Così potiamo brindare alla salute di questi sposi! (tutti si allontanano e la scena si svuota). menènna – E tu, Mariè, quanne t’ hada menà allu zumpe? Sarrìa pure iôra! Cumbine tanta matrimunie e une pè tè quanne l’hada cumbenà? O te l’ haja truvà ji nu zite?! marietta – Hadda arrevà lu sicchje alli prate, nen te priuccupanne. Ji stènghe tutte li jurne a prijà a San Pasquale e li diche: San Pasquale Bailonne, protettore delli donne, famme truvà nu bèlle marite, ghjanche, rusce e sapurite. E se nen me lu fa’ truvà, San Pasquale t’ haja stunà! FINE DELLA QUARTA SCENA narratore – Con la Trasciuta e la rajanata cominciano le varie feste in vista del Matrimonio: lu cunsènte, la parola, la pesatura della cannalla, li prupate. Ogni occasione era buona per mettere festa da ballo e la parte principale ce l’aveva il compare di fede che andava ad invitare le ragazze, comandava le coppie che dovevano ballare, accompagnava la zita alla messa una delle tre domeniche precedenti il matrimonio, comprava gli anelli ed il lampadario della camera da letto. SCENA QUINTA Il Gruppo folk esegue la canzone “Tuppe tuppe lu furnare”, mentre la scena è piena di ragazze con fazzoletti in testa e grembiuli. Al centro una “fazzatora” una “sckanatôra”. Le ragazze pestano la cannella e, dopo il canto, portano il tempo di una tarantella che si sente in sottofondo. I ragazzi gironzolano intorno alle ragazze e le invitano a ballare la tarantella. Naturalmente ci sono anche i due fidanzati. Una volta iniziato il ballo, entrano anche i ragazzi del Gruppo folk e tutti si uniscono ad essi. •

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contratto dI matrImonIo, 1864 Nel giorno ventisette gennaio milleottocentosessantaquattro, in san Giovanni Rotondo, Vittorio Emanuele secondo per Grazia di Dio e per volontà della nazione Re d’Italia, innanzi di noi Michele Bramante fu Antonio, pubblico notaio residente in questo comune di San Giovanni Rotondo con lo studio nella contrada Porta del Lago, e delli sottoscriventi testimoni del Comune istesso, a noi ben noti e forniti di tutte le qualità dalla Legge richieste, si sono personalmente costituiti da una parte Antonio D’Errico del fu Francesco, nonché la di lui figlia nubile per nome libera maria, e dall’altra don antonio lecce fu Tommaso. I primi di condizione proprietari, e quest’ultimo di professione legale, tutti qui domiciliati, maggiori di età, tranne la sola Libera Maria, la quale è minorenne, per cui viene assistita a quest’atto dal suo precisato suo genitore, e noti abbastanza a noi notaio e testimoni infrascriventi. Desse parti hanno spontaneamente dichiarato di essersi conchiuso matrimonio tra la donzella surriferita Libera Maria, ed il signor Don Antonio Lecce, da celebrarsi tra breve, secondo il rito di Santa Chiesa Cattolica. E siccome il matrimonio porta con se dei grandi pesi ed obbligazioni, così il padre della futura sposa si crede nel dovere di assegnarle dei beni, che vanno qui a presso a descriversi minutamente, i quali per volontà espressa di essi contraenti assumono il titolo di beni parafernali, di libera disposizione, e quindi non soggetti ad ipoteca legale contro del signor Lecce e sono cioè distinti nel modo seguente: - Lire cinquemilacinquecentoventiquattro, e centesimi ottantasei, pari a ducati milletrecento vengono dal D’Errico sborsati prontamente in moneta d’argento a favore di essa sposa dicenila al suo futuro consorte signor Lecce, di cui se ne accusa da essi ricezione, - Lire duemilanovecentosessantaquattro, e centesimi novantasei, equivalenti a ducati settecento, il D’Errico promette e si obbliga in virtù di quest’atto di soddisfarli ai medesimi nel dì del trentuno di agosto del corrente anno, senza corrispondersi interessi di mora, ed ove ad un tale adempimento non si dasse luogo dal D’Errico, in questo caso si obbliga di cedere a favore dei surriferiti a godimento il palazzo che possiede in questo abitato, sito nella pubblica piazza, attaccato a levante a Giovanbattista Limongelli, da mezzogiorno a Michele Ricci, e da borea e ponente con la strada pubblica e riportato in questo catasto provvisorio allo articolo 815, sotto il nome di Pennelli Michele, alla sezione K, numero 237, in conformità dello allegato Estratto ai termini di Legge; e con spiega che rimarranno vicendevolmente compensati gli interessi moratori della suddescritta somma con la rendita che si ricaverà dal palazzo istesso. Fa d’uopo però notare, che il D’Errico si riserba un sottano sottoposto al suddescritto palazzo, da farne quell’uso che meglio gli aggrada, ed è propriamente quello, che si tiene in fitto da Michele Fini per l’uso di bottega. Si conviene inoltre per comune consentimento di essi contraenti, che le dinotale lire duemilanovecentosettantaquattro e centesimi novantatre, ossia ducati settecento, restino ipotecati sul palazzo istesso summenzionato per sicurezza scambievole di essi sposi e ciò fino a che non si effettuisca il cennato integrale pagamento. - Ed infine lire millesettecentoquarantaquattro e centesimi sedici, uguali a ducati quattrocentodieci e grana quaranta risultano per importo di oggetti corredali, consistenti in oro, argento e biancheria, che si sono consegnati in potere di essi sposi, di cui ne fanno compiuta ricevuta, e che si descrivono come segue: piedistalli di ferro, lettiera, fodera per paglione e materasso,

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lana per materasso e guanciali chilogrammi quaranta, lenzuola di panno di casa paia sei, lenzuola fini paia due, una coltre imbottita, idem bianca per la stagione estiva, coverture di guanciali paia sei, idem di sassonia paia uno, idem di cambino paia uno, tovaglie di panno di casa numero sette, idem una fina, salvietti numero otto, mensali braccia dodici, camice numero trenta, calzette paia trenta, fazzoletti numero trenta, fazzoletti di seta otto, veste di castoro, idem di segovia, idem di marinosso, idem di valgramma, idem di cassinetto, sotto vesto bianche due, idem una di cottone e lana, fazzolettoni con seta numero tre, idem raso numero uno, idem di casimiro due, un vesticello di segovia, antiseni di seta numero tre, idem di marinosso numero cinque, idem di valgramma numero sette, busti di seta al numero di tre, busti diversi numero sei, idem di marinosso dieci, oro drappesi cento cinquanta, corona di argento, comò uno, caldaja e tiella, candeliere di ottone, catena fumaria. Tutti i suddetti oggetti corredali ammontano nell’insieme, come sopra, a lire millesettecentoquarantaquattro, e centesimi sedici, pari a ducati quattrocentodieci e grana quaranta, e sebbene si è dati ad essi un valore, pure la stima non vale per vendita; giacché gli sposi sidetti ne avranno l’uso comune, ed in caso di premorienza della sposa senza legittima prole, trovandosene, si consegneranno a chi di diritto invecchiati ed usoconsunti. Così si è convenuto ed accettato scambievolmente, e per l’osservanza i contraenti eleggono domicilio nelle proprie abitazioni. Fatto e pubblicato il presente atto in San Giovanni Rotondo, provincia di Capitanata, Circondario di Sansevero, nella casa di abitazione di essa sposa, ove di unita all’inserto si è da noi letta a voce chiara, alta ed intelliggibile ad esse parti, presenti per testimoni Antonio Tortorelli del fu Giulio, di condizione pizzicagnolo, e Michele Palumbo, fu Giacinto, barbiere, domiciliati in questo predetto comune, i quali si sono firmati in unione di Noi notaio, del signor Lecce, e della Signora Libera Maria, ad eccezione del padre di costei, che ha dichiarato di non sapere scrivere, Antonio Lecce, Libera Maria D’Errico, Antonio Tortorelli testimone, Michele Palumbo testi, ed in fede da noi notaio Michele Bramante fu Antonio residente in San Giovanni Rotondo si è apposto il nostro segno del Tabellionato. Vista impresso, specifica, carta fogli due condocimo, redazione e repertorio 1.1:87, diritto di archivio lire due e centesimi dodici, bonario gratis. Sono lire sei e centesimi venti, salvo l’imposta di registro, notar Michele Bramante. San Giovanni Rotondo lì undici Febbraio 1864. Visto il sindaco Leandro Giuva Il segretario Municipale Antonio Carrabba

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Le nostre tradizioni


Le nostre tradIzIonI

Il gruppo folklorico Costumi “I Castellani” I costumi indossati dal Gruppo nelle sue manifestazioni ed esibizioni sono quelli risalenti al tardo Seicento. L’abito maschile (Cafone) è formato da un gilet a coste, di velluto color nocciola, e da brache dello stesso colore, con chiusura anteriore a ponte, aderenti alle gambe sopra il polpaccio, con bottoni dorati. Le calze sono di lana ruvida, bianche e spesse, fissate sotto il ginocchio da un legaccio pure di lana e che termina agli estremi con un fiocco multicolore. Ai piedi anticamente si usavano gli scarponi di pelle,

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con punta rialzata (li zampitte), allacciati con stringhe di peli di capra. Per varie esigenze di tipo pratico, il più delle volte i ragazzi usano pantofole di color nero. Il copricapo dei giorni feriali è uno zuccotto di lana lavorato a mano, di colore bianco e terminante con un lungo fiocco, mentre nei giorni di festa viene indossato un cappello a cupola tonda di color nero, che si foggia a pan di zucchero. Il petto è ricoperto da una camicia bianca, con ampie maniche strette ai polsi, ed un largo collo alla Robespierre, su

L’aBIto maschILe caFone


IL costume deLLe raGazze PacchIana

cui spicca un bel foulard con disegni a colori, disposto a triangolo dietro la schiena e fissato sul davanti con un anello. Il tutto è completato da una fusciacca di lana rossa che serve a tenere su le brache e che scende con i due pizzi sul fianco sinistro. Il costume delle ragazze (Pacchiana) è caratterizzato da una lunga gonna a cintura con pieghe, di panno o di raso rosso, da cui scendono numerosi nastrini di vario colore. Sulla gonna scende un grembiule di tela o di tulle bianco a figure geometriche. La baschina è

LI zamPItte

anch’essa rossa ed attillata, a maniche lunghe e ricamata ai polsi con fili d’oro, mentre sotto la camicia bianca presenta piccole crespe lungo il giro del collo di colore rosso sotto il corpetto a scollatura quadrata. Le calze sono rosse, mentre ai piedi si usavano le pianelle rosse con punta nera. Sempre per esigenze pratiche, le ragazze del Gruppo usano pantofole di colore rosso. Sulle spalle è disposto a triangolo un foulard di colore bianco, mentre i due capi bianchi che scendono sul petto sono fissati da un grosso fermaglio. Un altro fermaglio a forma di rosa tiene stretto a sinistra del capo un nastrino a cremisi, mentre grossi orecchini pendono sopra le spalle e lunghe collane sul petto. Alcuni personaggi della tradizione e della fantasia popolare sono stati inseriti in balli particolari e non indossano i suddetti costumi. In particolare Lu Scazzamurèdde veste completamente di rosso, con camicia libera sopra i pantaloni ed il copricapo, la scazzettola, anch’essa rossa (immagine a pag. 75). Ai piedi indossa pantofole nere o rosse. Lu Luprianare ha un pantalone bianco su cui scende la camicia anch’essa bianca. Ai piedi le solite pantofole nere. La Tarantata esegue il suo ballo con la sola camicia bianca.

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Le nostre tradizioni

Il gruppo folklorico Strumenti musicali “I Castellani” Gli strumenti, che il gruppo de “I Castellani” utilizza e che accompagnano i canti ed i balli, sono i più svariati e vanno da quelli tipici della nostra zona a quelli di concezione più moderna o comuni ad altre aree geografiche. Essi sono: la fesarmonneca (la fisarmonica), lu ferlarute (il flauto), lu fesckètte (lo zufolo), lu tamburrèdde (il tamburello), l’armòneca (l’organetto), lu scisciule (il sisciolo), li castagnole (le castagnole), lu zighede-bù (cupa cupa), lu murtale cullu pesature (il mortaio con il pestello), lu tricche-ballacche, la chetarra francèsa (la chitarra francese), la battanta (la chitarra battente), lu mezzètte, la racanadda.

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Lu tamBurrÈdde

Lu scIscIuLe

Lu tamBurrÈdde

Lu scIscIuLe

È il tipico strumento artigianale, costituito da un telaio in legno piegato a cerchio, sul quale viene fissato una pelle di capretto o di agnello opportunamente preparata. Nel telaio vengono ricavati degli incavi nei quali si sistemano dei sonagli metallici di diametro variabile dai tre ai quattro centimetri, ricavati da recipienti metallici o tappi di bottiglie. Lungo il telaio si applicano nastrini colorati, mentre la pelle costituisce il piano battente della mano per la percussione. Nella versione più grande è conosciuto con il nome di Tamborra.

È costituito da due pezzi di legno e viene chiamato ironicamente anche “il violino del povero”, perché si suona in maniera simile al noto strumento. I due pezzi hanno una misura che varia dai quaranta ai cinquanta centimetri. Il primo è semplice e non presenta nessuna particolarità: viene tenuto ad un estremo con la mano, mentre l’altro estremo si appoggia sulla spalla. L’altro pezzo è dentellato lungo tutto un lato, mentre sulla parte opposta sono sistemati dei sonagli metallici. Il suono è prodotto dallo scorrere del pezzo con i sonagli su quello appoggiato alla spalla.

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Lu zIGheLe-BÙ

LI castaGnoLe

Lu zIGhede-BÙ

LI castaGnÓLe

Molto diffuso nell’area meridionale, è, per questo, anche molto vario nella costruzione. A volte si usa, come cassa di risonanza, un recipiente di latta o di creta (fusine o canteri) o di legno (barilotti). Il piano armonico è in pelle di agnello o di capra opportunamente trattata. Al centro viene posta un’asta di legno, in genere canna o pungitopo (scopa frusciala). A seconda della grandezza dello strumento, il suono viene prodotto sfregando con una o due mani l’asta, dall’alto verso il basso, utilizzando soprattutto i palmi di esse. Il suono sarà più cupo se si avrà cura di bagnare periodicamente la mano con acqua o saliva. Per quelli più grossi ci si aiuta anche con una spugna per lo sfregamento.

Ricordano spesso le nacchere e si chiamano così perché il miglior legno con cui costruirle è il castagno. La castagnola è composta da due pezzi con una grandezza che varia dai due ai cinque centimetri. Mentre la parte esterna è bombata, quella interna è incavata e funge da cassa sonora. Le due parti vengono legate a coppie, con le facce incavate combacianti e fissate alle dita della mano nella parte esterna di essa o, a seconda dell’abilità del suonatore, anche nella parte interna. Secondo informatori più anziani, le castagnole si distinguevano in maschio e femmina ed erano di diversa grandezza. Il suonatore impugnava la più grande con la mano destra e la più piccola con la sinistra. Ciò provocava un diverso suono, più cupo in quella più grande. Si intravede, anche in questo, la credenza secondo cui la mano destra, che impugna la castagnola maschio, domina la femmina. La parte esterna e quella superiore il più delle volte sono oggetto di sculture che richiamano il mondo contadino.

Le nostre tradIzIonI - strumentI musICalI


chetarra Battanta

chetarra Battanta È composta essenzialmente da una cassa di risonanza e da un manico tastato a cinque ordini di corde. Il profilo assume la forma di un otto allungato come nelle chitarre antiche. Non esiste un tipo standard di chitarra battente sul territorio garganico, dall’aspetto formale e dalle dimensioni immutabili. Attraverso lo studio organologico di esse, si è giunti a classificare lo strumento in più tipologie, giustificate dal fatto che i costruttori erano di paesi diversi e non professionisti dell’arte liutaria. Il primo tipo, detto anche chitarrino, contiene soprattutto strumenti costruiti dalla famiglia Borraccino di Cerignola o loro imitazioni: il loro fondo è piatto, le fasce non molto alte, il piano convesso in prossimità del ponticello mobile, contiene tre fori di risonanza, uno più grande al centro e due più piccoli posti ai lati. La paletta contiene dieci o dodici alloggiamenti per le corde, mentre il manico ha dieci tasti. Il secondo tipo, costruito dalla famiglia Cozzola di Carpino, si differenzia dal primo perché ha il fondo bombato, le fasce centrali molto alte, il piano armonico possiede un solo foro e la paletta contiene cinque fori di alloggiamento per le corde. Il manico ha dieci tasti.

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Il terzo tipo, costruttore sconosciuto, si differenzia notevolmente dai primi due: il fondo è piatto come nel primo, il piano armonico piatto con il ponticello fisso contiene due fori di risonanza a forma di “cuore” vicino al centro della chitarra. La tastiera montata sul manico continua sul piano armonico e si ferma nei pressi dei fori di risonanza. La paletta possiede dodici fori di alloggiamento per le corde. La tecnica esecutiva prevalentemente usata nel suonare lo strumento è quello detta “battente”, da qui il nome di chitarra battente, consistente nel produrre più suoni o note contemporaneamente, colpendo le corde con una o più dita della mano destra. In misura minore viene utilizzato il pizzicato, consistente nel produrre i suoni toccando i cori singolarmente con le dita della mano destra. La chitarra battente, presente in tempi passati in Calabria, nel napoletano e sul Gargano, sta rivivendo nella nostra zona un nuovo periodo di diffusione grazie al grosso impegno di Salvatore Villani e Michele Rinaldi che, oltretutto, sono riusciti ad interessare alcuni artigiani garganici nella costruzione di questo singolare strumento.

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L’armÒnneca

L’armÒnneca È un organetto ed ha la caratteristica di possedere pochi bassi, da due a otto per le note diatoniche. È uno strumento molto usato in Abruzzo e si è diffuso nel nostro territorio grazie alla Transumanza.

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Lu murtaLe cuLLu Pesature

Lu murtaLe cuLLu Pesature È il comune mortaio di bronzo con il pestello che, in tempi più remoti, è in legno. Era usato per pestare il sale grosso, ma anche la cannella durante la preparazione dei prupate prima del matrimonio. Siccome questa era un’occasione di festa e quindi si ballava con organetti e chitarre, il mortaio veniva usato per ritmare le tarantelle o le quadriglie: si univa, così, l’utile al dilettevole.

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Lu mezzÈtte

Lu mezzÈtte Il mezzetto è una unità di misura per cereali e simili, pari a circa 22 kg. È, in pratica, un contenitore di legno o di ferro a forma di tronco di cono, con la base d’appoggio più larga. Riempito di pietruzze o noccioli di olive e albicocche, viene agitato producendo un suono che serve d’accompagnamento agli strumenti principali. La base superiore viene chiusa con una tela piuttosto robusta.

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La racanadda

La racanadda È uno strumento di legno, composto essenzialmente da due pezzi incastonati. Il primo, che presenta anche l’impugnatura, termina con una ruota dentata, l’altro fa da piccola cassa di risonanza, con una linguetta, sempre in legno, che viene mossa dalla ruota, emettendo un suono simile al gracchiare delle rane.

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Le nostre tradizioni

Il gruppo folklorico I“Iballi Castellani” I balli e le danze che il Gruppo esegue, si rifanno alla tradizione Garganica e del Tavoliere, ma nell’ambito del nostro Gruppo il più delle volte essi sono stati ricostruiti e realizzati in modo da mettere in evidenza determinati fatti o personaggi, oppure per accompagnare canti descrittivi di attività e lavori particolari della nostra gente. In qualsiasi caso sono sempre presenti i passi caratteristici dei balli tradizionali, come quello della tarantella, della pizzica e della quadriglia, con varianti a volte impercettibili anche all’occhio dell’esperto. LU LUPRIANARE Lu Luprianare è il leggendario Lupo Mannaro, l’uomo, cioè, con la sindrome del male della luna piena. Colui che ne è affetto viene preso da veri e propri attacchi epilettici e durante queste crisi può diventare pericoloso e ammazzare qualcuno. Il nome deriva dal latino lupus hominarius, ed è quel malato che nelle notti di plenilunio ritiene di trasformarsi in lupo, imitandone l’andatura e gli ululati. Durante la crisi, egli viene assalito da isterismo e da malinconia e la sua psicopatologia è nota come licantropia, nome che deriva dal greco Licaone, re dell’Arcadia, che, avendo immolato uno dei suoi cinquanta figli in onore di Zeus, per l’empietà del gesto fu trasformato in lupo dallo stesso nome. Col passare degli anni, l’identità del licantropo assunse quella ancora oggi tramandataci dalla tradizione, che gli attribuisce due nature: una bestiale e l’altra umana. Nel medioevo ci fu una vera e propria caccia al licantropo perché

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la loro follia era sollecitata ed incoraggiata da quelle epidemie di satanismo che funestarono in quel periodo mezza Europa. Durante le loro crisi, essi si allontanavano dai loro simili e si rifugiavano nei boschi, dove venivano perseguitati, cacciati e messi al rogo. Non erano rari i casi in cui anche semplici ammalati di asma venivano scambiati per Lupi mannari e ammazzati. Nella tradizione sangiovannese, lu Luprianare è colui che viene concepito il giorno dell’Annunziata e nasce la notte di Natale: il male sarebbe una conseguenza del fatto che a nessuno è permesso di nascere lo stesso giorno in cui è nato Nostro Signore. Narrano i nostri avi che uno di questi, durante una notte di luna piena, ha tentato di ammazzare un uomo, che è riuscito a salvarsi perché si rifugiò sulle scale di una chiesa, le quali, per essere parte di un luogo sacro, non possono essere violate da un “indemoniato”. Dato

Le nostre tradizioni - I balli


Lu LuPrIanare

l’allarme, i compaesani si sono messi alla sua ricerca e, trovatolo, lo hanno punto con un coltello: secondo la credenza basta una sola goccia del suo sangue per farlo ritornare normale, a patto che non si riveli la sua identità a nessuno. Infatti la frase tipica che ricorreva, era: “pe’ Sangiuanne nen me numenà!”. Il segreto non veniva svelato, per cui difficilmente si sapeva chi aveva questo male. Da allora il colpitore ed il malato diventavano “compari di San Giovanni”, legame che durava tutta la vita. Numerosi sono gli episodi riferiti su presunti Lupi Mannari nel nostro paese: uno dei più ricorrenti riguarda un minatore che, ritornando dalla Montecatini* dopo il turno serale, fu assalito da un suo conoscente in preda ad un attacco di Licantropia. Riuscito a sfuggire ed avvertito i parenti e le guardie, questi si sono messi alla sua ricerca e, trovatolo, lo hanno punto ad

* La Montecatini è una miniera dismessa, da cui si estraeva la bauxite. Essa ha dato lavoro sino ad 800 operai e si trovava a 8 chilometri da San Giovanni Rotondo, sulla strada che si collega con Foggia. La forte concorrenza, per l’importazione del minerale dai paesi esteri, ha indotto la Società Montedison a chiuderla nel 1973. Molti minatori furono collocati a riposo con proposta di prepensionamento, mentre altri furono trasferiti in miniere del Nord Italia.

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un braccio, facendolo momentaneamente guarire. A questo episodio è ispirato il ballo che il Gruppo esegue, la cui musica è stata composta dall’orchestra dell’Eco del Gargano. Lu FrIzzecaroLe Lu Frizzecarole è un tipico ballo contadino che veniva molto spesso eseguito la sera, davanti alle masserie, dopo una interminabile giornata di lavoro. Le grosse masserie padronali un tempo erano molto popolate durante tutta la settimana, escluso il sabato, quando alcuni lavoratori e lavoratrici, a turno, ritornavano in paese per concedersi una giornata di riposo. Con essi ritornavano anche i figli, che dall’età di 6-7 anni già uscivano a lavorare, accudendo agli animali, come pecore, tacchini, galline, con una paga che consisteva semplicemente nel pane quotidiano o un litro di olio al mese. Era normale, quindi, che la sera ci fosse il desiderio di intrattenersi e scambiare quattro chiacchiere. Dopo la breve cena, perciò, i lavoranti spesso trovavano ancora la forza di cantare e ballare al suono di una chitarra battente e di una armonica. Lu frizzecarole è il giovane che più degli altri mostra vivacità nel ballare: infatti il ballo inizia abbastanza tranquillamente, ma con il passare

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Lu FrIzzecaroLe

dei minuti assume il carattere di gara di resistenza, di bravura e di velocità, e questa dura fino a che si elegge il “frizzicarolo” della giornata o la coppia più frizzicarola. Durante l’esecuzione, quelli che non ballavano sfottevano e fischiavano coloro che danzavano, specie se questi non erano molto bravi. Alla fine si andava tutti a dormire, perchè all’alba si doveva tornare a lavorare ed il padrone non ammetteva scuse di nessun genere. La musica che accompagna questo ballo è in parte di Paolo Savino ed in parte tradizionale.

denaro a chi gli è simpatico, ma guai a rivelarlo ad altri: si avrebbe la sgradita sorpresa di non trovarne più o di trovare, nella peggiore delle ipotesi, degli escrementi in sua vece. Riuscire a togliere il copricapo allo Scazzamurèdde, anche se rappresenta un’impresa difficile, può fare la fortuna di chi ci riesce: infatti il folletto è disposto a concedere qualsiasi cosa pur di riaverlo. Inoltre, egli rappresentava il buon augurio della casa (la bona aùra). Quando la famiglia cambiava abitazione, lu Scazzamurèdde seguiva il trasferimento,

Lu scazzamurÈdde Numerose sono le leggende che parlano di esseri soprannaturali e fantastici, specie nel nostro Gargano. Lu Scazzamurèdde è lo spirito folletto presente come figura in molti paesi d’Italia e d’Europa e corrisponde ai latini Lemures, spiriti abitatori delle case. La fantasia popolare lo immagina come spirito vagante per l’aria, non malefico, ma fastidioso e pazzerello. Si narra, infatti, che sia l’anima di un ragazzo morto per cause accidentali. Nella tradizione sangiovannese, lu Scazzamurèdde è lo spirito di un bambino, tutto vestito di rosso, che ama scherzare con i bonaccioni e con i ragazzi. È di bassa statura ed ha un copricapo, anch’esso rosso. Spesso fa trovare del

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Lu scazzamurÈdde


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mettendosi seduto sull’ultima cesta di biancheria, cantando: ce ne iame a casa nova, ce ne iame a casa nova! Il ballo non ha origini tradizionali, ma è stato ideato per mettere in evidenza il personaggio tipico della fantasia popolare che ama giocare e scherzare con i ragazzi: nel caso specifico mostra anche alcuni giochi che ormai fanno parte del passato e che sempre più raramente si vedono, come lu sckaffe, la mammana, cavadde longhe, lu carrozze, palla prigioniera, lu ‘ssarà, alla zoca, tinghe e tengozze, lu cèrchje, li mazzarèdde, lu curle, alla ‘mmuccia. La musica che accompagna questo ballo è stata composta dall’orchestra dell’Eco del Gargano. La tarantata Una ragazza va a spigolare il grano e, come spesso succedeva nei tempi passati, viene morsa da una Tarantola, un grosso ragno velenoso, un tempo frequente nella nostra Puglia. Essa viene presa dall’irresistibile voglia di dimenarsi ritmicamente, di danzare furiosamente a tempo di pizzica. Soccorsa da alcuni amici, dopo molte ore di danza e fissando un colore, in genere il rosso, riesce finalmente a liberarsi da questa ossessione. Secondo alcuni, la danza aveva il compito di espellere, con la sudorazione, il veleno che il ragno inoculava nella malcapitata.

La tarantata

Il tutto, come riferisce Michele Vocino, avveniva sotto la direzione di un capo attarantato, che guidava i musici nelle frenetiche danze, mentre la persona colpita ballava tra due specchi o tra coppie di ragazze, assistita dai parenti. Il santo protettore dei tarantati è San Paolo e, fino a qualche anno fa, nel giorno della sua ricorrenza, tutti i tarantati si davano convegno nella cappella sconsacrata di Galatina per chiedere al Santo la grazia, bevendo, al pozzo miracoloso della chiesetta, l’acqua nella quale la gente vedeva pullulare gli animali di San Paolo, cioè serpi, scorpioni, scorzoni, tarante ed altri animali aderenti al suolo, mordenti e velenosi. Chi beveva quell’acqua vomitava il veleno e risanava. Ma alla fine degli anni ’50 esso fu chiuso per una ordinanza del Sindaco che la ritenne inquinata per l’alterazione del colore. Il fenomeno del tarantismo è notevolmente diminuito col tempo. Ecco come lo studioso napoletano Ernesto De Martino descrive una delle ultime tarantate da lui osservata: «Entrata nella cappella, essa emette un grido fortissimo, esasperato ed agghiacciante, poi inizia a cantare. Per cinque ore canta e balla, sfoggiando un patrimonio di memorie culturali ancestrali, fondendo insieme canti gregoriani, patriottici, pizziche contadine, vocalizzi improvvisati, accompagnata ed assistita dai parenti. Giuseppina, questa il suo nome, si sdraia su una coperta e canta, imita la tarantola, i gesti delle zampe, divenendo essa stessa un ragno. Poi si alza improvvisamente e con un fazzoletto bianco inizia a fare grandi segni nell’aria, come se volesse schiacciare il ragno. Corre intorno alla coperta, gira attorno all’altare e grida, come se parlasse con il santo: “non posso darti la taranta, come posso dartela; è morta e seppellita da tanto tempo, come posso fare!” Con il passare delle ore arrivano altre donne e Giuseppina si sposta con esse all’esterno e lì continua il rito». Secondo gli studiosi, le tarantate sono le vittime di una terra arida ed avara, le donne del lavoro a domicilio, le vedove bianche dell’emigrazione, le orfane dell’assenza totale di strutture sociali

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Le nostre tradIzIonI - I BallI

e sanitarie. Più che il morso della tarantola, è il rimorso per non aver potuto e saputo realizzarsi. «Oggi noi sappiamo» - dice De Martino - «che il morso non è l’assalto di un demone, ma il cattivo passato che torna e si propone alla scelta riparatrice di un interiore rimordere, sintomo cifrato di conflitti operanti nell’inconscio. Ecco perché il tarantismo ci riguarda da vicino e sfida, ancor oggi, le insidiate potenze della nostra modernità». Nella tradizione, invece, il tarantismo è dovuto al veleno della lycosa tarentula, che scavava le sue tane dentro gallerie sotterranee nel terreno, dove spesso uomini e donne camminavano scalzi durante i lavori estivi. Oggi esse non se ne vedono più, perché le tane vengono distrutte dai motori, mentre gli anticrittogamici fanno il resto. La musica che accompagna questo ballo è la suonata tradizionale alla cannellèsa, con chitarra battente e tamburello, mentre, verso la fine, si aggiunge la fisarmonica. La QuadrIGLIa La quadriglia è uno dei balli più spettacolari e coreografici del Gruppo. Si tratta di una danza di origine francese, molto in voga nel XVIII e XIX secolo. Veniva ballata da varie coppie, derivava dallo sviluppo dei balli campestri e si componeva di quattro figure:

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La QuadrIGLIa

passo d’estate, gallina, pastorella e pantalone. Ad esse si aggiungevano un finale a boulangère ed un galoppo, ambedue con movimenti molto veloci. Essa ha avuto una vasta diffusione nel Meridione durante le occupazioni francesi in Italia. I nostri avi, prendendo spunto da questi movimenti, l’hanno cominciata ad imitare, ma il più delle volte facendolo a sfottò, sia nelle figure che nei comandi pseudo francesi, che sono giunti fino a noi. Oltre ai movimenti tradizionali che abbiamo visto eseguire in varie feste dagli adulti, il Gruppo ha aggiunto una coreografia più elaborata, per mettere in risalto la bellezza del costume indossato. La QuadrIGLIa tradIzIonaLe sanGIoVannese La quadriglia strettamente tradizionale, che a volte il Gruppo esegue, non si basa su un passo particolare, ma su una camminata dondolante e dei movimenti dati da chi la comanda. Normalmente anche costui danza in coppia, oppure se ne sta in disparte per entrare in momenti “studiati”. Qui di seguito si riportano i comandi, a volte in un francese molto maccheronico, che danno il via ad alcuni movimenti, precisando che la quadriglia tradizionale durava parecchio tempo, dipendeva


dall’abilità e dalla fantasia del conduttore ed era un ballo che aveva un unico scopo: quello di divertirsi. Formiamo le coppie e, con la dama sotto braccio, promenade: l’intero corpo di ballo percorre il giro della sala in fila. Arrouler: le coppie si dispongono in cerchio, tenendosi per mano e alternandosi maschi e donne. Au contraire: La formazione gira al contrario. Questo comando può essere dato più volte. Con la propria dama danser: ogni coppia balla liberamente, senza uno schema fisso. Arrouler un’altra volta: si riforma il cerchio e si ripetono i movimenti precedenti. Con la dama sotto braccio, promenade: ogni dama prende il cavaliere sotto braccio e la formazione cammina in fila. Attenzione: questa tane la faccia della luna, cagnamene una: il cavaliere abbandona la propria dama e si lascia prendere sotto braccio da quella che le sta davanti. Questa tane la faccia dellu sole, cagnamene doie: il cavaliere avanza di due dame. Questa tane la faccia delle rré, cagnamene tre: il cavaliere passa avanti di tre dame. Con questa dama danser: si balla liberamente. E mò tutte le dame da quella parte e i cavalieri da questa: le donne si dispongono in riga e i cavalieri di fronte. Il primo cavaliere danzi con una dama: un cavaliere si sceglie la dama e balla. Questo si ripete per tutti i cavalieri. Il capo danza decide la durata, anzi a volte, nel momento in cui il cavaliere sta per prendere la dama, gli ordina di tornare al suo posto. E ora tutte le dame al centro e giré!: le donne formano un cerchio al centro, mentre gli uomini ne formano uno concentrico all’esterno e danzano in senso contrario ad esse. Attenzione! Sotto la dama: restando in cerchio e tenendosi per mano, le donne alzano le braccia e gli uomini si infilano sotto, senza rompere il cerchio, formando, così, un cerchio unico. Arrouler: tutto il cerchio gira. Au contraire: si gira in senso contrario.

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Con un piede: si continua a girare saltellando sul piede destro. Au contraire: si gira in senso contrario. Changer lu piède: si cambia il piede e tutto si ripete come prima. A volte, per scherzo il comando è quello di girare intorno, sollevando tutti e due i piedi contemporaneamente. Le dame al centro: senza scomporre il cerchio, le donne alzano le braccia, fanno uscire i cavalieri e tornano al centro girando in senso contrario agli uomini. Attenzione! Le dame sopra: gli uomini alzano le braccia senza lasciarsi le mani e le donne infilano la testa , di modo da formare un cerchio unico. Si ripetono alcuni movimenti. Con la propria dama danser: si balla liberamente. Arrouler n’auta vota: si riforma il cerchio. La dama avanti con le mani in alto: sempre in girotondo, la dama alza le braccia ed il cavaliere le prende le mani nella zona delle dita. E...pirulé: si compie una piroetta, in modo che la donna si trovi dietro il cavaliere con le mani in alto che vengono, così, prese dal cavaliere che le sta dietro. E...pirulé ancora: si ripete il movimento fin quando il capo danza ritiene o giunge alla dama preferita. Le mani sulle spalle della dama: il cavaliere pone le mani sulle spalle della dama che lo precede. Le mani ai fianchi: il cavaliere pone le mani sui fianchi della dama che lo precede. Le mani sulle cosce, e mi raccomando!: si esegue. Le mani al ginocchio: si esegue. Le mani allo spozziddo: si esegue. Con la propria dama danser. E adesso la dama sottobraccio e fermatevi in fila. Facciamo il ponte: i componenti la coppia si pongono uno davanti all’altro, in modo da formare un arco, sotto cui passano ordinatamente le coppie, partendo dalla prima, mentre le altre scalano in avanti per fare posto agli altri. Nel passare sotto “il ponte” frequentemente la

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Le nostre tradIzIonI - I BallI

coppia prende pugni sul dorso. Il tutto continua fino a che la prima coppia si ritrova all’inizio. arrouler mano a mano. e mo’ destra alla dama!: le donne girano in senso orario, porgendo la mano destra al cavaliere, che gira in senso antiorario. La dama dà poi la sinistra al successivo cavaliere e poi la destra all’altro, e così via, fino ad arrivare alle coppie d’inizio. Una variante è quella che vede il capo danza uscire dal cerchio e ordinare di danzare. Una dama resta senza cavaliere e viene esclusa dal ballo. Successivamente dà di nuovo l’ordine di dare la destra alla dama e all’improvviso rientra nel cerchio ordinando di danzare. Resta un cavaliere in più che esce dal ballo, e così via. arrouler: si riforma il cerchio con le coppie rimaste e si gira intorno. attenzione alla catena: il capo danza spezza il cerchio alla sua sinistra e, passando sotto l’ascella dell’ultimo anello, comincia a formare la catena. Dopo che tutti sono passati sotto il primo anello, si passa al secondo, poi al terzo e così via, fino a che tutti rimangono incatenati. A questo punto la quadriglia finisce, ma di nuovo il capo danza prende la parola e chiede agli spettatori se c’è qualcuno che vuole comprare la catena. Cominciano a rispondere alcuni, che però vogliono verificare la solidità della stessa per poterla acquistare. Allora, mentre il capo danza resta al suo posto, l’acquirente si pone all’altro capo della catena e insieme tirano, tirano, tirano, fino a che tutta la catena, pezzo per pezzo, cede. La musica che accompagna questo ballo è presa dal repertorio nazionale.

diabolico a questa forte volontà di dimenarsi e si affannavano a studiare da vicino il fenomeno. Si racconta che uno di questi, un vescovo di Polignano, sperimentò in prima persona il fenomeno, facendosi mordere. Ne uscì sconfitto, radicando ancor di più la credenza nell’animo dei Pugliesi: infatti anche lui fu preso da una forte smania e danzò per tutta la notte. Nel ballo è molto frequente il passo all’indietro, piuttosto cadenzato, quasi come se i ballerini pestassero la terra. Alcuni studiosi lo fanno risalire al fatto che i contadini, per sgranare i semi delle leguminose, specie di piselli, ceci e fave, ma anche le spighe di frumento, adoperassero questo metodo strano e bizzarro: mentre alcuni suonavano la tarantella, altri, uomini e donne, pestavano furiosamente la terra con i pesanti zoccoli, con la faccia rivolta verso il sole e verso gli strumenti musicali. Tale pratica, successivamente fu

La taranteLLa La tarantella è un ballo originario dell’Italia Meridionale. L’etimo farebbe derivare il nome dalla città di Taranto, la credenza popolare, invece, la fa derivare dalla Tarantola, pericoloso ragno che provocherebbe numerosi disturbi a chi viene morso. La tarantella avrebbe azione terapeutica, facendo guarire il malcapitato. La Chiesa ha sempre lottato contro questa credenza, perché i prelati attribuivano qualcosa di

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La taranteLLa


Le nostre tradIzIonI - I BallI

sostituita con la pesatura, cioè con il pestaggio da parte di animali, specie asini o cavalli, legati ad un palo, che con i loro zoccoli sgranavano i semi. La tarantella con il tempo è diventata anche un rito di corteggiamento che si esegue a coppie miste, in numero di otto. Sono aggiunte anche delle figurazioni particolari per dare al ballo un tono di spettacolarità. La musica che accompagna questo ballo è la suonata tradizionale con organetto, chitarra battente, tamburello e castagnole. IL BaLLo deLLa Pace Nel maggio del 2003, nel concorso Arte per la Pace tenutosi a Cellino Attanasio, il Gruppo viene insignito, in rappresentanza della scuola media “A. De Bonis”, del titolo onorifico di “Custode e Messaggero di Pace”. Più che di un titolo si è trattato di un grosso incarico di responsabilità,

IL BaLLo deLLa Pace

che ha investito i Castellani del ruolo dei messaggeri di Pace nell’ambito territoriale. Nelle proprie esibizioni i ragazzi hanno distribuito agli spettatori messaggi di Pace elaborati dai componenti, di cui, poi, ognuno ne è diventato custode e messaggero. L’incarico è stato ceduto, nel maggio del 2004, ad altra scuola partecipante al concorso. I responsabili delle danze, Franco Gorgoglione, Gaetano Paolantonio, coadiuvati da Alberto Seri, hanno ideato una coreografia inneggiante alla Pace, sulla base di un ballo mai eseguito dall’Eco del Gargano e che presenta figurazioni molto spettacolari. Il ballo viene eseguito con 18 ballerini, che sventolano dei fazzoletti bianchi con la scritta “Pace”, mentre la coppia centrale balla con fazzoletti con i colori dell’arcobaleno, e con dei passi variati ed incalzanti sulle note di una frenetica musica, composta da Antonio Fraticelli e Antonio Steduto.

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Le nostre tradizioni

Il gruppo folklorico I“Icanti Castellani” I canti che vengono eseguiti ed interpretati nelle varie esibizioni del Gruppo folk “I Castellani”, sono in parte di tradizione orale ed altri di Autori vari Sangiovannesi. I canti di tradizione orale sono eseguiti fedelmente secondo modelli documentati nelle ricerche curate da Michele Rinaldi e Salvatore Villani. Essi vengono accompagnati con strumenti popolari fedelmente riprodotti (chitarra battente, tamburello, organetto, castagnole). I componimenti di Autori popolari Sangiovannesi vengono eseguiti nelle rappresentazioni teatrali e musicali. Essi sono stati scelti, nella maggior parte, per il contenuto del testo che si addice alle vicende rappresentate. Tra i componimenti presentati ed eseguiti negli spettacoli, sono di tradizione orale: 1) Zia Monneca; 2) La Reggina, 3) Li mise dell’anne; 5) La via li funtanalle; 6) Affaccete, Marì!; * 7) A spicolare; * 8) Lu Mariulì. *

Sono di autori sangiovannesi: 1) La Vennègna; 2) La dumènneca a matina; 3) La zita mia (Rusì); 4) Lu squarciône; 5) A Sangiuuanne la notte; 6) La Quarantana; 7) La canzôna delli vignarule; 8) Tant’anne so’ passate; 9) La vadda lu ‘nfèrne; 10) Ninna nanna; 11) All’aulive; 12) Serenata; 13) Lu strigneture; * 14) Matremônie scumbenate;* 15) Prejèzze e despètte della tarantalla; * 16) Lu pane. *

* I testi e le musiche sono inseriti negli spettacoli riportati nelle pagine precedenti.

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Le nostre tradizioni - I Canti


zIa monneca Tradizionale Passe e strapasse pe sôtta a sta cèlla LA-

MI7

me sante chjamaie zìa munachèlla LA-

(bis)

monneca tu, mònneche jì RE-

LA-

monneche e sante e sèrve de Dìie MI7

LA-

Dope chjamate me fèce nchjanà, vìde a zia mònneca che me faie fà. E nchjana tu che nchjanche ji, nchjaname nsième, zia monneca mia. Dope nchjanate me fèce assettà, vide a zia monneca che me faie fà. T’assitte tu, m’assitte jì, ‘ssettamece nsième, zia monneca mia. Dope assettate me fèce mangià, vide a zia monneca che me faie fà. E mangia tu che mange jì, mangiame nsième, zia monneca mia. Dope mangiate me fèce cucà, vìde a zia monneca che me faie fà. Te cuche tu me côche jì, cucamece nsième, zia monneca mia.

(bis) (bis) (bis) (bis) (bis) (bis) (bis) (bis) (bis)

È il classico canto tradizionale che parla di un amore che in passato fu contrastato. Il giovane spasimante passa sotto la celletta del Convento, dove si trova la donna amata che, per volere dei genitori, è andata in quel luogo per cercare la vocazione. “Passo e ripasso sotto questa cella e mi sento chiamare”. E l’invito viene accolto. Non è raro trovare, nell’area meridionale, canti che s’ispirano alla figura del “frate” o della “suora” in atteggiamenti peccaminosi. Nelle nostre zone se ne conoscono almeno altri due con la stessa tematica. Il clero era molto spesso bersagliato dal popolo contadino, per invidia o gelosia: allora si cercava di metterlo in cattiva luce, canzonandolo, come nella maniera qui riportata.

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La reGGIna Tradizionale Se te pigghje a mè, ji t’ haia fa’ reggina, LA

MI7

LA

(bis)

t’ haia preparà na stanza e na cucina. RE

LA

Vola palomma vola, vola se vu’ vulà MI7

LA

T’ haia preparà na stanza e na cucina, cu la fenestradda a riva de lu mare Vola palomma vola, vola se vu’ vulà T’ haia preparà nu campe e nu velline, cu li pucuradde vecine allu ciardine. Vola palomma vola, vola se vu’ vulà Mammeta nen vo’ che tu te spuse a Gine, cudde t’aspatta tutte li matine. Vola palomma vola, vola se vu’ vulà Se te pigghje a mè, ji t’ haia fa’ reggina, cu lu parapà, tutte li matine. Vola palomma vola, vola se vu’ vulà.

(bis) (bis) (bis) (bis) (bis) (bis) (bis) (bis) (bis)

Classico canto tradizionale, che nella musica sembra risentire degli influssi del vicino Abruzzo. Con esso, lo spasimante alletta la ragazza con promesse, non solo d’amore, ma anche materiali, come la possibilità di avere una stanza con cucina, un campo con villino e pecore da pascolare, ma, soprattutto promettendole una vita agiata, come una regina.

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LI mIse deLL’anne Tradizionale Jì so’ jennare cu lu putature e ciache l’ôcchje a tutte li pasture LA-

SOL7

DO

MI7

LA-

SOL DO

MI7

LA-

SOL7

Li corna rômpe a ogne pecurare e pure a chia sparla de Jennare LA-

SOL7

DO

MI7

LA-

SOL DO

MI7

LA-

SOL7

DO DO

Jì so’ Febbrare e Febbrare me chjame e so’ lu cape de la primavèra E se li jurne mia fôssere tutte, jì faciarrìa ielà lu vine jinte li vutte. Jì so’ Marze, re de la zappètta, a pane e iacqua facce li dejùne. Nen te fedanne de li mia fumètte, so’ nate alla mancanza de la luna. Jì sonne Abbrile cu lu ramagliètte: sciuriscene li marse e li vaddune Mo’ me li vogghje fa duie mazzètte, Abbrile jè fatte pe li giuvunètte. Jì so’ Magge e so’ maggiôre a tutte, so’ maggiôre a tutte l’alimènte A ôgne porta ce sona e ce canta, pure li ciucce stanne allegramènte. Jì so’ Giugne cu la mia serrècchja e mo’ me l’ haia fa na gran metuta: Se l’ haie a tire calche donna vècchja, l’ haia suttecà cu la serrècchja. Jì so’ Lugghje cu lu carre rutte: lu carre me l’ hanne rutte li majise. Tocca cumpagne mia che vane assutte, se arriva a chjove ce perdime tutte. Jì sonne Auste cu la malatìa, lu mèdeche m’ ha scritte na jaddina ì me ne magne dôie ben chemposte, alla saluta mia e alla faccia vostra. Jì so’ settèmbre cu la fica môscia e iuva muscatalla no’ funisce Me stipe nu varile de muscate, ‘ncora stu vèrne avèssa sta malate. Jì sonne Attobbre e so’ vennegnatôre e mô me l’ haia fa na vedegnata Me vôgghje fa nu poche de vine bône, pe farte mantenè lu latte frische. Jì so’ Nuvèmbre e so’ semmenatôre e mô me l’ haia fa na semenata E se quest’anne vane bôna l’arrecota ve facce anchjì la trippa de prupate. Jì so’ Decèmbre e me ne vènghe addrate: alli iurne iotte iè la ‘Mmaculata, Alli iurne tridece iè Santa Lucia, lu ventequatte nasce lu Redentôre Scanna lu porche e nen avè delôre. Testo tradizionale, molto ricercato dagli studiosi, per la ricchezza dei proverbi che sono condensati nell’arco dell’anno e che caratterizzano ogni mese, mettendo in risalto il tipo di lavoro di quel periodo, il clima e le usanze. Ancora oggi, nel linguaggio comune, spesso si ricorre a citazioni prese dalla filastrocca dei mesi dell’anno.

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La VIa LI FuntanaLLe Tradizionale Nu jurne ièva all’acqua alla via della funtanèlla

(bis)

truvaie tre fèmmene bèlle

(bis)

LA-

RE-

SOL

LA-

LA- DO

che lavavene li panne. SOL

LA-

E ji me la capaie la chjù bèlla de tutte la pigghje e me la mètte sope lu mie cavalle.

(bis) (bis)

Quanne so’ rrevate alla metà la via tu bèlla damme nu uasce nen me fa’ murì.

(bis) (bis)

Nen te lu pozze dà che ce n’addona mamma: e ianna dumane matina quanne mamma nen ce sta.

(bis) (bis)

Lu craie a matetine uè bèlla so’ venute ascigne e damme nu uasce nen me fa murì.

(bis) (bis)

E m’ ha tenute nnanze e nen m’ ha fatte nante abbada pe’ n’auta vota mittece li sènse.

(bis) (bis)

Ji t’ haja fa’ gerà come gira lu sole adova te trove trove te jatte ntarra e te cave lu core.

(bis) (bis)

E ji che stènghe jinte stènghe tutta secura e tu che sta ddo fore uardete li mura.

(bis) (bis)

È un canto diffuso in tutta l’area garganica, e parla dell’incontro di un giovane con tre ragazze che vanno a lavare i panni alle fontanelle. Lui sceglie la più bella, che ricambia e lo invita a casa sua, quando la mamma non c’è. Ma il finale è piuttosto inaspettato: infatti la ragazza gli rinfaccia il fatto di essere stati da soli in casa e che lui non ha saputo approfittare dell’occasione propizia, perciò lo caccia.

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La VennÈGna Testi e musiche di M.Pirro Iè trasciute l’autunne, la staggiôna de li vignarule RE

SOL LA7 RE

LA7

RE

iuva ficura e chelùmmere, la preièzza de li uagliule SOL LA7

ritornello

RE

LA7

RE

Canta uagliola e va, cu canestrine mmane MI7

LA7

SOL LA7

RE

alla vigna va, uagliola preiata sta. MI7

LA7

SOL

LA7

RE

Li strapulètte sinte cantà SOL

LA7

RE

robba nostra de gran raretà LA7

SOL

LA7

RE

tutte li core fanne ruspegghjà SOL

LA7

RE

uagliule e iuva che felicità. LA7

SOL LA7

RE

A vedegnà...a vedegnà. SOL-

RE

LA7

RE

2 Vide tutte li matine a frotte a frotte li cuntadine cu li ciucce varile e tine, cu cancèdde e canestrine.

(Ritornello)

3 Côme statue pumpeiane so’ li brune sangiuuannare: mane a fianche e cônche ‘ncape, scène bèlle da fa’ ‘ncantà

(Ritornello)

Parole e musica di questo canto, come di altri qui riportati, sono di Michele Pirro, che fu impiegato comunale, componente della banda cittadina e del Gruppo folk degli anni ’30. A lui si devono molte composizioni, alcune delle quali molto cantate nel nostro paese. La presente lirica descrive, con dovizia di particolari, il rito della vendemmia così come era nel passato, ma, soprattutto, si nota l’allegria che si creava intorno a quel tipo di lavoro che non era, poi, molto leggero. Più gioioso e completo è il canto riportato successivamente degli Autori Giovanni Scarale e Giuseppe Fiorentino, che descrive ancora più minuziosamente, le varie fasi della vendemmia.

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La dumÈnneca a matIna Testi e musiche di M.Pirro Introduzione: SOL, RE, LA7, RE, SOL, RE, LA7, RE, LA7, RE alti: La dumènneca a matina

Bassi: i - i - na,

i - i - na

sona a fasta matetine

i - i - ne,

i - i - ne

Coro: ueh!! La dumènneca a matina

i - i - na,

i - i - na

scègne a mèssa Cuncettina

i - i - na,

i - i - na

RE

LA7

RE

RE7

quant’armunìa jinte la casa sta, iè nu jurne pe me cunsulà. FA#

RE

SI-

MI7

LA7

LA7

RE

RE7

ritornello: Oh che preièzza jinte lu core sta, cu la zita mia ci’ hamma cunfruntà SOL

RE

LA7

RE

Ce vulìme bane ma hamma aspettà pecchè la mamma sta a cuntrastà SOL

RE

LA7

Introduzione: La dumènneca a matina bèlla pare Cuncettina: lu scialle a pizze sape purtà, da pavône ce po’ cuncertà Coro: ueh!! La dumènneca a matina vèie l’ombra de Cettina La dumènneca a matina sôle e luna ci’avvecina: iè n’acclisse che fa’ sunnà a duie core la felicità Coro: ueh!! La dumènneca a matina me chensôla la spusina.

RE

i - i - na, i - i - na,

i - i – na i - i – na

i - i - na, i - i - na,

i - i – na i - i – na (Ritornello) i - i – na i - i – na

i - i - na, i - i - na,

i - i - na, i - i - na,

i - i – na i - i – na (Ritornello)

Canto d’amore, in cui traspare la frenetica attesa della domenica mattina, quando i giovani aspettavano le ragazze all’uscita della chiesa, in due file, per costringerle a passare in mezzo. Era una delle poche occasioni in cui il ragazzo poteva scambiare uno sguardo significativo con la ragazza desiderata. Qui il ragazzo, tornato dalla campagna la sera precedente, aspetta la sua bella, nonostante le contrarietà manifestate dalla madre di lei, che non vede di buon occhio lo spasimante della figlia.

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Le nostre tradIzIonI - I CantI


La zIta mIa (rusÌ) Testi e musiche di M.Pirro Introduzione: DO, FA, DO, SOL7, DO, FA, DO, SOL7 , DO 1 La vi’ mo’ passa la luna chjèna, DO

lu pètte iè tunne côme na palômma, SOL7

DO

l’òcchjera lucènte côme nu fôche m’ have appecciate lu core a me, RE7

SOL7

lu core a me, lu core a me.

SOL7_/

ritornello: Rusì, Rusì, nen me facianne chjù suffrì DO

SOL7

FA

SOL7

DO

so’ li spaseme d’amôre sule tu li pu’ uarì FA

DO

FA SOL7

DO

Introduzione: 2 Quanne ajìsce pe ì alla mèssa a mè me pare na gran duchèssa cu la vèsta nòva spezzellata a tutte quante fa’ ncantà fa ncantà, fa’ ncantà

(Ritornello)

Introduzione: 3 Vurrìa tutte li iurne fasta pe te vedè passà. Tu si’ pe mè la calamita e nen me pozze chjù speccecà, chjù speccecà, chjù speccecà.

(Ritornello)

Il canto rievoca in qualche modo una scena frequente nel passato, quando l’innamorato aspettava la festa per vedere la sua bella, specie quando si recava a messa o quando usciva dalla chiesa. Erano momenti molto attesi, attimi, che suscitavano, però, una gioia indescrivibile nel ragazzo e nella ragazza se l’amore era ricambiato. Le parole, semplici e non ricercate, inneggiano alla bellezza della protagonista che è, appunto, Rusì.

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storneLLI dIsPettosI (Lu sQuarcIÔne) Testi e musiche di M.Pirro Introduzione:

MI7_/ LA-_/ SIB-_/ LA-_/ MI7, LA-

1° strofa Cafuncèlla:

Tu purte lu cappèdde alla squarciôna, te cride figghje a na persôna bona

Coro:

spelône spara pane

Cafuncèlla:

nen fa pe mè, statte luntane

LA-

MI7

SIB

MI7

LA-

LA-

ritornello Arteggiane: Cafuncèlla: Coro: Cafuncèlla:

si’ nata alla Matine pe uardà vicce e iaddine te viste alla pacchjana pe’ ncapparte l’artegiane Ah! Ah! Ah! Côme haia fa povera me làsseme sta Ah! Ah! Ah! Lu cafône lu cafône m’ haia pegghjà! Va’ zumpettina busciarda e malandrina, quanne pisse vecine a mè tutta bèlla vu’ parè Sinte vine qua, ssu capricce lassa sta, cu core ci’ hamma amà cafuncèlla e arteggiane Ah! Ah! Ah! Côme haia fa, lasseme sta! (Introduzione)

2° strofa Cafuncèlla: Coro: Cafuncèlla:

Tu purte lu vestite arrezelate, pe farte bèlle tu te si’ sfrenate spelône spara pane nen fa pe mè statte luntane (Ritornello, poi introduzione)

3° strofa Cafuncèlla: Coro: Cafuncèlla:

li scarpe purte cu lu sckame sôtta pe’ farte ammerà da cape a sôtta spelône spara pane nen fa pe’ mè statte luntane (Ritornello, poi introduzione)

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4°strofa Cafuncèlla: Coro: Cafuncèlla:

la secarètta appicce allu cerìne e sbuffe côme nu segnurine spelône spara pane nen fa pe me statte luntane (Ritornello, poi introduzione)

5° strofa Cafuncèlla: Coro: Cafuncèlla:

te ndusce a marcià da prencepine, ma sanza sôlde jinte lu saccuccine spelône spara pane nen fa pe’ mè, statte luntane (Ritornello, poi introduzione)

Stornello a dispetto in cui c’è lo scontro tra la cafoncella e l’artigiano, categoria da sempre mal vista dalle altre. Molto colorito il linguaggio, nel quale la ragazza mette in evidenza tutti i difetti che il giovane dimostra, nonostante cerchi di attrarre la sua attenzione. Ma, dice un proverbio: chi disprezza, compra, e probabilmente la ragazza segretamente è attratta dal giovane artigiano.

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a sanGIuanne La notte Testi: F. P. Fiorentino – musiche: G. Fiorentino Introduzione: LA-, MI-, SI7, MI-, LA-, MI-, SI7, MIA Sangiuuanne la notte nen ce dorme, ma ce sonna MI-

SI7

MI-

SI7

li marciapiède tôste so’ chjù cenède de li mègghje lètte. MI-

MI-7

DO

DO7

LA-6

FA#7

SI7

A Sangiuuanne la notte nen ce dorme ma ce sonna MI-

SI7

MI-

SI7

nu tridece allu pallône e la vita de lu padrône MI-

MI7

DO

DO7

LA-6

SI7

MI-

MI7

Lu côrse iè nu salotte, dôva ce tagghja dôva ce sfôtte MI7

LA-

MI7

LA-

la voria grida alla notte, ma alli ‘mbreiache nen ce ne mporta. RE7

SOL

FA#

FA#7

SI7

Da jinte nu capechjazze ce sante alluccà, qualchedune iè môrte MI7

LA-

MI7

LA-

da jinte nu scafôrchje ce sante sunà, qualchedune fa fasta RE7

SOL

FA#

FA#7

SI7

(Ritornello) Nen passa chjù lu furnare nen ce aiusa chjù a trumbà lu pane pe Melane iè partute pe nen murì de fame. Lu sônne nen ce ne vane, stame aspettà fine a dumane, l’allôrge de lu cumune sona sona so’: già li duie. Nuia sime li mègghje lu munne pecchè nen murime côme chi dorme E sôtta lu cèle nire la morte no’ nen tane vôcia. L’amice m’hanne lassate jinte li case ce so’ nfurchjate camine chjane chjane e de la notte so’ lu padrône

(Ritornello)

(Ritornello)

Il canto è un inno al “popolo della notte”, a cui ognuno è appartenuto in gioventù. Il testo di Francesco Paolo Fiorentino descrive minuziosamente i particolari più ricorrenti durante le escursioni notturne con la “cricca” dei suoi amici: il sogno del tredici alla schedina, interrotto dalle grida per la morte di qualcuno o dalla suonata di una serenata in uno scaforchio. Ma traspare anche la constatazione dell’assenza del fornaio che non gira più per le case e quella di alcuni amici che sono da tempo sposati e ormai “prigionieri” del loro stato.

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La Quarantana Testi: G. Scarale – musiche: G. Fiorentino Introduzione:

DO, SOL7 DO

Sôpe na fenestradda ce sta nu pupazzèdde

DO

SOL7

DO

cu satte pènne e na patana sôtta

DO

SOL7

e cu na crôna mmane DO

ritornello:

la quarantana, la quarantana

DO

SOL7

DO

la quarantana, la quarantana

DO

SOL7

DO

La voria la fracca, la nfônne tutta l’acqua e ièssa persuasa ntruntulèia pe satte settemane Pe ôgne settemana li lavene na pènna suspirene li giune e li uagliule cu paciènzia chjane E l’ôme che la vède ce lava lu cappèdde e cu nu zinne dice allu vecine e cu na faccia strana E pe tutte li nutte e li iurnate sane praia la gènte e penetenzia faie pe satte settemane

(Ritornello)

(Ritornello)

(Ritornello)

(Ritornello)

Era usanza, nel periodo di Quaresima, appendere un pupazzo vestito da vedova tra due balconi di una strada. Attaccata ai piedi, veniva messa una patata con sette penne nere di gallina o di tacchino, tante quante le settimane che mancano alla Pasqua. La Quarantana veniva messa per ricordare il periodo di penitenza cui ogni buon cristiano doveva sottoporsi per la Quaresima. Ogni domenica veniva tolta una penna e i ragazzi aspettavano con ansia che anche l’ultima venisse tolta per festeggiare la Resurrezione e i giovani per riprendere i contatti con la ragazza amata.

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La canzÔna deLLI VIGnaruLe Testi: : G. Scarale – musiche: G. Fiorentino Introduzione: FA, DO, SOL7, DO, FA, DO, SOL7, DO Mô ce ne vane Settèmbre bèlle bèlle DO

SOL7

e ìè lu tèmpe de lu sôle ncanta DO

passa lu traienère sule e canta DO7

FA

cu la catarra nu sunètte bèlle DO

SOL7

DO

FA

cu la catarra nu sunètte bèlle DO

SOL7

DO

Ueh ! ueh ! ueh ! stagnate li tenadde

DO

SOL7

Ueh ! ueh ! ueh ! aggiusta lu cancèdde DO

Ueh ! ueh ! ueh ! aggiusta lu cancèdde DO7

FA

Ueh ! ueh ! ueh ! assuca lu vascèdde SOL7

DO

(Introduzione) Passa lu traienère alla marina v’accatta l’uva nèra quèdda fina Iè l’uva de Canôsa e l’Aprucina dôva ce fanne assà li vine fine Ueh ! ueh ! ueh ! ueh bèlla giuvunè Ueh ! ueh ! ueh ! repazza la vantèra Ueh ! ueh ! ueh ! po’ te la purte mbraccia Ueh ! ueh ! ueh ! la cônca de venaccia (Introduzione)

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Ncape de iotte iurne ce ne vane cu lu traìne careche de iuva E cu na frenesia jinte lu core che te la fa vedè quanne camina Ueh ! ueh ! ueh ! scarcate li cascètte Ueh ! ueh ! ueh ! pegghjate lu cancèdde Ueh ! ueh ! ueh ! pegghjate lu cancèdde Ueh ! ueh ! ueh ! mettiteve a pesà

(Introduzione)

Sante Martine e che chelôre bèlle tane stu vine côme nu crestalle Ce l’hamma jôde a Pasqua Bufania, cu tutta quèsta allègra cumpagnia Ueh ! ueh ! ueh ! vevite che ce avasta Ueh ! ueh ! ueh ! vevite na mantègna Ueh ! ueh ! ueh ! che iôie iè la fasta Ueh ! ueh ! ueh ! la fasta della vennègna. Ueh ! ueh ! ueh ! che iôie iè la fasta Ueh ! ueh ! ueh ! la fasta della vennègna.

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tant’anne so’ Passate (rusÈLLa BÈLLa Fatta) Testi M. Capuano e G. Fiorentino – musiche: G. Fiorentino Introduzione: DO, FA, SOL7, DO Rusèlla bèlla fatta, capìdde de Madonna, DO

FA

SOL7

iôcchje de calamita

LA7

DO SOL-

pètte de sanghe e latte.

RE-

SOL7

DO

Tant’anne so’ passate, ma m’arrecorde ancôra DO

FA

SOL7

DO

SOL-

de li parole bèlle che me decive allôra

LA7

RE-

SOL7

DO

Iè n’anne mo’ fa n’anne SOL-7

DO7

ma prime che lu mmanne

che facce lu retratte FA

FA7+

n’avrìia ascì matte

DO-6

RE7

SOL7

Vestina strètta e tônna cammenatura ardita DO

FA

SOL7

DO

vestina strètta e tônna cammenatura ardita

LA7

RE-

SOL7

Ièvene parole dôce

SOL-7

Suspire appassiunate DO-6

SOLDO

ièvene parole ardènte

DO7

FA

RE7

SOL7

Ma po’ tutte è passate l’amôre ce ne ghjute DO

FA

FA7+

prumèsse e giuramènte

SOL7

DO

SOL-

e sanza chjante amare fra nuia tutte è fenute.

LA7

RE-

SOL7

DO

fra nuia tutte è fenute, fra nuia tutte è fenute. SOL7

DO

SOL7

DO

fra nuia tutte è fenute

SOL7

DO

Canto melodico, in cui un giovane ricorda con nostalgia la ragazza che tanto ha amato e le sue bellezze, a distanza di un anno dalla separazione. Ma poi tutto è passato, l’amore se n’è andato e, senza pianti amari, tutto tra loro è finito.

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Le nostre tradIzIonI - I CantI


La Vadda Lu ‘nFÈrne Testi: F. P. Fiorentino – musiche: G. Fiorentino Introduzione: RE-, SOL- DO7, FA, SIB, SOL-, MI7, LA7 Jinte la vadda de lu ‘nfèrne, jinte la vadda de lu ‘nfèrne RE-

SOL-

RE-

LA7

RE-

nen fa l’astate nen fa lu vèrne, nen fa l’astate nen fa lu vèrne SOL-

RE-

LA7

RE-

la vadda de lu ‘nfèrne è nèra nèra nèra DO7

FA

SIB

DO7

FA

la vadda de lu ‘nfèrne è nèra nèra nèra MI7

LA-

RE-

MI7

LA7

dalla matina già ce fa sèra, dalla matina già ce fa sèra RE-

SOL-

RE-

LA7

RE-

(Introduzione) ce sta na rotta jinte a sta vadda na rotta frèdda la palummadda ce sta nu giône jinte a sta rotta tane li iamme la capa rôtta currite patre, lu mia patre (Introduzione) quanta pasture ce ne so’ ghjute li chjante mia nen l’hanne sentute. Vulà vulèva côme n’aucèdde drate li spadde nen tenèva li scèdde jinte la vadda de lu ‘nfèrne nen fa la stata nen fa’ lu vèrne (Introduzione)

È un canto molto triste, composto da F. P. Fiorentino in occasione della tragica scomparsa di un suo caro amico nei pressi della Valle dell’Inferno, località piuttosto tetra nei pressi di San Giovanni Rotondo. Vissuto nell’incomprensione di molti, il giovane per un attimo ha soddisfatto un suo grande desiderio: quello di volare come fanno gli uccelli.

Le nostre tradIzIonI - I CantI

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nInna nanna Testi: M. Capuano – Musiche P. Savino Introduzione: MI-, SOL, RE, MI-, SOL, RE, MI _/ SOL RE, SOL, RE, MI- SI7, RE, DO, LA, SI7, MI- SOL, RE, MI- SOL RE, MINinnna nanna la notte ce sposa cu la luna e cu tutte li stèlle

MI-

RE

MI-

SOL

RE

MI-

figghje bèlle ramètte nuvèlle fa’ la ninna la nanna e reposa SOL

SI7

MI-

RE

MI-

(bis)

Se tenisse qua jinte na fiamma, nu lettine cu duie lenzola

MI-

RE

MI-

SOL

RE

MI-

E na scuffia lejata alla jola, oh! Che fasta trasore de mamma SOL

ritornello

SI7

MI-

RE

MI-

(bis)

Ma lu vèrne ce sfrèna pe fore e te mitte a tremà pure tu SOL

RE

MI-

SI7

E patisce e suspire o Gesù cu dda cèra sblendènte d’amôre SOL

RE

MI-

Gesù mia Gesù pure, tu pure tu LA

SI7

MI-

RE

DO

SOL, RE, MI-, SOL, RE, MI _/

(Introduzione) Vu vedè che mô pinze alla stèlla che sengala la via alli Magge Alla luna ‘ncerchjata de ragge che ce’mmanna la bôna nuvèlla Allu ciucce allu vôve e allu cane ‘ngenucchjate dda jinte alla rotta Alli gènte che arriverne a frotta da vecine a da tanta luntane.

(Ritornello)

La ninna nanna a Gesù Bambino è un brano lirico che rievoca la Natività nella grotta di Betlemme. La notte è chiara, ma fredda e s’alza nel cielo per sposarsi, simbolicamente, con la luna e le stelle. Paolo Savino ha rivestito di note poetiche gli altrettanto poetici versi di Michele Capuano: una simbiosi di fascino e delicatezza di pensieri.

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Le nostre tradIzIonI - I CantI


aLL’auLIVe Testi M. Rinaldi – musiche P. Savino Introduzione: RE-, LA7, SOL- DO, FA, SOL-, DO, FA, RE-,SOL-, LA7 Tutte li Sante so’ arrevate lu vènte fridde iè vutate de l’aulive a poche a poche accumenzame l’arrecota prima che sona matetine già tanta so’ li cuntadine che ce mèttene ‘ncamine p’arrevà prèste alli Matine e nuia abbeiamece subbete subbete ci hamma speccià ritornello

mitte la rachena sôtta

SIb

FA

SIb FA

sfila la rama gentila

DO-

SOL7

DO-

SOL7

iauza la scala alla cima

SIb

SOL7

DO- SOL7

sfilela côme na crôna DO-

FA7

SIb

FA7

sôpe la rachena scapa tutte li frusce e li prate

SIb

FA

SIb FA

SIb

SOL7

DO-

SOL7

jinchje nu bèlle canistre, mittulle jinte lu sacche

DO-

SOL7

DO- SOL7

DO-

FA7

SIb

ah ! po’ ce ne iame chjane chjane a speculà

MIb-

Introduzione

SIb-

FA7

SIb-

FA7 LA7

Li mane frèdde e ‘nceppenute e cu li dite addermute E tarra tarra l’arrecugghje jinte la lôta e tra li spine Nu bèlle fôche ce appecciame e nu callèdde preparame Cu la sceniscia ce arrestime quatte aulive fine fine e mèna abbeiamece subbete subbete ci hamma speccià

(Ritornello)

Canto descrittivo di un tipico lavoro del periodo di novembre nelle nostre zone: la raccolta delle olive. È, questo, un lavoro che accomuna più persone, che si dividono i compiti , tra un discorso e l’altro. Chi mette i teli sotto l’albero, chi le scale, chi sale per far cadere le olive e chi, sotto, toglie le foglie e, infine, chi le mette nel canestro per versarle nel sacco. Naturalmente, se il freddo è intenso, non mancherà chi accende il fuoco, che servirà anche per preparare un po’ di pane e olive arrostite.

Le nostre tradIzIonI - I CantI

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serenata Testi: M. Capuano – musiche: P. Savino Introduzione: LA-, RE-, MI7, LA- SOL7, DO, SOL7, DO, MI7, LA-, MI7, LAScigne li scale muve li vracce iannema mia scigne a parlà

LA-

RE-

LA-

SOL

FA

DO

Jisce qua nnanze iauza la faccia, rosa de Magge fatte uardà FA

DO

RE-

MI7

Lassa la raia famme la faccia chjù creianzôsa che me pu’ fa RE-

LA-

RE-

MI7

Viva l’amore, viva la vita, viva lu zite viva la zita LA

FA#

SI-

MI7

LA

l’annema canta rire lu core viva la vita, viva l’amore FA#

SI-

MI7

LA

viva la faccia li fèmmene zite RE

LA

‘nnammurate côme e me MI7

LA

LA-

(Introduzione) Mo’ che m’ ha viste côme so’ fatte, famme la grazia fèrmete qua damme na mana a strègne lu patte sanza fa’ storie sanza sciatà vineme mbracce côme na jatta vine alla fasta fatte chjù qua (Ritornello) Sôle de Magge sôle lucènte tu me cunsule stanne cu me chjù te cuntèmple, luna d’argènte, chjù me ‘nnammôre sule de te stèlla de ‘ncièle stèlla lucènte nen me lassanne statte cu me (Ritornello) È sicuramente una delle più belle liriche di Michele Capuano, medico, scrittore e ricercatore delle tradizioni popolari, che assume maggiore rilevanza per la musica che Paolo Savino ha scritto per incorniciare questo inno all’amore e alla vita.

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Le nostre tradIzIonI - I CantI


camPo sPortIVo dI san GIoVannI rotondo, 2000

teramo, 2002

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I protagonisti


I protagonisti

I protagonisti Il gruppo folklorico “I Castellani” nel tempo Ci sono delle persone in particolare che il Gruppo l’hanno visto nascere e crescere. C’erano nelle prime timide esibizioni e quando ha cominciato ad affermarsi a livello nazionale. Sono loro, assieme ai ragazzi, i veri protagonisti. Con la presenza, gratuita, l’impegno costante, dividendosi ciascuno tra lavoro e famiglia, il Gruppo è cresciuto in professionalità e si è imposto come progetto educativo per i giovani. A loro va il nostro più sentito e semplice “grazie”. Vent’anni di storia non li avremmo mai raccontati senza la passione che hanno dimostrato verso le tradizioni di San Giovanni Rotondo e verso i ragazzi.

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I protagonisti - i protagonisti nel tempo


Antonio Pio Steduto

Franco Gorgoglione

Socio promotore del Gruppo, ha iniziato la sua esperienza nelle scuole elementari, trasferendo le sue abilità nella “De Bonis”, quando iscrisse il figlio alle medie. Suonatore di chitarra, ha successivamente appreso la chitarra battente, di cui è diventato uno dei migliori esecutori. Ha evidenziato buone qualità di educatore, per cui facilmente entra nelle simpatie dei ragazzi. Impiegato postale, occupa il suo tempo libero nella ricerca delle tradizioni popolari e fa parte del Gruppo dei Cantori del Gargano.

È entrato a far parte dei Castellani nel 1991 con le mansioni di istruttore di danze popolari. Convinto sostenitore dell’azione educativa e degli scopi del Gruppo, stabilisce legami affettivi permanenti con i ragazzi, che continuano anche dopo la loro uscita dalla scuola media. Ha ideato alcune coreografie che gli hanno fatto ottenere due riconoscimenti a livello nazionale: la prima volta nel concorso “Il fanciullo ed il folklore” a San Giovanni Rotondo, nel 1996, e la seconda nel concorso Arte per la Pace, a Teramo, nel 2002.

I protagonisti - i protagonisti nel tempo

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Matteo Merla

Alberto Seri

Non ha frequentato la scuola “A. De Bonis”, ma dalla seconda media ha fatto parte del Gruppo come suonatore di fisarmonica, che strimpellava sin dalle elementari, grazie soprattutto all’interessamento del nonno Matteo. Le sue capacità musicali gli sono state riconosciute in ogni ambito ove il Gruppo si è esibito, soprattutto per i virtuosismi di cui è capace.

Insieme con Franco, costituisce un tandem di esperienza, simpatia e affiatamento. Ha maturato le sue capacità di istruttore di danze nell’ambito del gruppo folk “Eco del Gargano”, di cui ha fatto parte per molti anni. Nel tempo ha costruito legami affettivi indissolubili con i ragazzi che si sono avvicendati nel Gruppo.

I protagonisti - i protagonisti nel tempo


Gaetano Paolantonio

Giuseppe Cassano

È l’ultimo entrato in ordine di tempo nella conduzione dei balli, da quando il figlio frequenta la prima media. Anche lui proviene dal gruppo folk “Eco del Gargano” e si alterna agli altri come istruttore delle danze popolari. Nella direzione è molto esigente, ma viene apprezzato per questo, sia dai ragazzi che dal resto della “squadra”.

Si è “intrufolato” nel Gruppo perché è una persona piacevolmente attiva e carismatica e tale esperienza gli mancava. Come per altre situazioni, dà il massimo anche in questo settore dove lui ritiene di non avere competenze. È stato insegnante di sostegno della scuola “A. De Bonis” dove si è distinto per le numerose novità che è riuscito ad apportare nel campo tecnico e scientifico. Mostra anche notevoli capacità nell’approccio con i ragazzi che frequentano il Gruppo, raccogliendo sempre rispetto e simpatia.

I protagonisti - i protagonisti nel tempo

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I ProtaGonIstI - I protagonIstI nel tempo

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mImmo Lecce

saLVatore sassano

Il suo sorriso e la sua ironia fanno sì che Mimmo sia tra i più amati collaboratori. Arrivato nella “squadra” nel 1999 si è subito inserito tra i coordinatori di balli assieme a Franco e Alberto. Esperto anche lui delle più note coreografie popolari riesce soprattutto nel coinvolgimento dei ragazzi. Presente nelle prove così come nelle trasferte, garantisce, coordinandosi tra lavoro e famiglia, continuità al Gruppo in cui ha dimostrato di credere molto.

Appassionato di musica popolare è arrivato ne “I Castellani” nel 2004. Il suo fedele compagno è il tamburello che suona magistralmente accompagnando tutti i balli e i canti. Come tanti altri, oltre a rispettare il suo ruolo di “strumentista”, si impegna lì dove c’è bisogno. Coordina i ragazzi, ha un occhio di riguardo per le coreografie quando mancano i suoi colleghi, ed è presente nelle trasferte, dove il suo aiuto è fondamentale.


I ProtaGonIstI - I protagonIstI nel tempo

aLessandro BarBano In prima media, nel 1991, ha iniziato come danzatore, ma, siccome frequentava una scuola privata di musica per l’apprendimento del clarino, ha iniziato a far parte degli orchestrali, introducendo un tipo di suono non tradizionale, ma alquanto gradevole all’ascolto. Perfezionatosi anche come componente della banda cittadina ha fatto parte del Gruppo per altri dieci anni.

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I ProtaGonIsItI

Il gruppo folklorico I“Ipartecipanti Castellani”

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An to ne lla Au B ge llo Cl au d Al ia B es s an An and dil to ro li n Do io Bar na Bia ba M to B nco no ar f ia ia io M So nco re ic he fia fior N le Bia e un B nc z ia Te iata nco ofio re r f s Bi io e Lu a B sce re ig isc gl i i N Bo egl a at cc ia a i M lina ic he Bo La la cci cr Bu im cc i a Bu rl c ak u M ar t M ina iri Ca am lo Ca ’ lv an o

a

Dall’inizio della sua fondazione ad oggi, anno scolastico 2008/2009, i ragazzi che hanno fatto parte del Gruppo e qui di seguito riportati, sono stati circa 400. Ci corre il dubbio di dimenticarne qualcuno e ce ne scusiamo. Nell’elenco sono citati anche gli adulti che hanno collaborato, o che continuano a collaborare, nel Comitato artistico e quello tecnico-operativo.

I ProtaGonIstI - I parteCIpantI


Ca rm Da en ni Ca e Co la mp nc Ca an m i Cr etta pa le is n C ti a il Da an pp e ni Ca ucc p e Fe le pu i de Ca cc p i r Fr ica pu an C cc i c a Lu es ppu c ci a o C cc Gr Ca ap i az pp pu i c M a C ucc ci ic ap i he u Si lin an lva a o n C M a C apu as a s p an An imi uan o to an o a n Da io C ni Ca apu el sc r An a a so ge Ca vill s a M la C cav at i a l te s la Em o C san o a an s M ue san ar le o ia C Gi Ca av us v or s e o N ppe rsi i un zio Ce Ce ntra nt ra

chIusI, 1996

I ProtaGonIstI - I parteCIpantI

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Ro sa An Cia to va Fr nia rel an Pi la a M ces Ci ar co lib ia e Gr nn Cili rti az a C be r M ia P ioc ti ic ia io h l St ele Cire a ef Ci ll a a r Em no ell a C a ir Iva nue ella l no a M Ci Pia ic st C h e is La ele rnin ter ur Ci o ni no s Ad a C ter i n u ria f f in El na red o en Co a a Gi Co com ov c a o az Gi nn ma zi ov i d zz i a i Gi nn Fili ul i d pp ia i Lu Co Mic o C ci co he oco a M Co ma le C ma ar c zz o zz co i io o i Si Pi ma m m o zz az on Co i zi La e c zz Co om ar nt az o e zi Pi o Cu se nz a

I ProtaGonIstI - I parteCIpantI

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M ic h N ela ico C l u Ro a C sen be us za Va rta enz ne Cu a ss se a Cu nza se d nz a Ca rm Ca ela ro D ’ Gi lina Add us D e t e ’ M pp Add ta ar e c D ett N o D ’Ad a ico ’A d d et l Or a D det ta ne ’Ad ta C An An St Ne M Gi An M M G An Fr Gi Fr G An El Ro M G M ris lla P det ge ge efa lla att us na ari ari ius to an us an ius to sa sa ich iov att tin ia ta lis ep n eo ep ce ep ce ep n D la lo ni D e an eo a D D’A D a Dr Di a D Di C D pe i C Di B a D pe io D sco pe sco pe ello e G e B lang ni D ’ i De D D D en o el De ’Ar Ang ma ag N i F os C Di os ia ’E De el D e e n o a t di o na is e an u io m sm Co m se rr l S So e B P N N De on é elo o ic P o o ta re o o or rdo Vito ado ad itti itti ro o sm Bo is do s va ov s o ni a s

I ProtaGonIstI - I parteCIpantI

L’aQuILa, 1991

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M at te Sa o G ve at r t M io G a at a te t An o S ta ge im M lo G one ar c iul Ge M anto ian rm ar i an ia nio o N Fr G ico a iu n l l c i Al a G esc ani ice iu li a G Ca Go ani iul ia m rgo ni Fr illa gli an Go on c r e Ro o G go ss or glio An ella gog ne to G lio o n n Cr io rgo e is Gr gl t a i Da ina vin one ni Gr a el av a Gr ina av in a

N A P S M L G M S A M G N N L F Il Sa e ra An icol dria atri aria raz aril ara arc ucia lex aria ian oem ico eon tefa p i l z F o n a e a a a F n Es to p ni Fio a F ia F Pia nna na err Fe ia ato Fan iero i Fa Fa rda ia F po M o F n r F i l F l i st ar Fr ren ore ore io Fi er ant ran en e ia Fa co con Fag acc o n o n re io at ti gi ior nt e re ro ino tin uta ia e n i F M an u i c o n o r e ic at ll o el sso he ic i li le el Fr li itt G el la

M Lu La Giu ic he cia zza sep le Dr rin pe Dr ag a D ag an Dr rag an o ag an an o o o

PIazza deI martIrI (san GIoVannI rotondo), 2005

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Gi ov a Gi nni us G r y Gr Gr avi az av na i i Le ana na on G r Pa ard avi sq o G na Pi uale rav o i G G na Ta rav rav ni in ina a a Gi Gr ac av o i Gi mo na us G r e Ch pp azi ia e G an o r Co a G raz st rif ian a a o Da nz ni o G l Fa o G rifa bi rif a a Fo no rt Gr u i Gi na fa us Gr y i M Gr fa ar ifa ia M gio at te van Sa o G na lva ri Gr f ifa Ca tor a rla e G Gu rifa rg og lio ne


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Ponte dI LeGno (Br), 1999

M ar ia Fr nn an a M An ces ale c to a rb n An ell Pia a to a M Ma n An io an lizi to di gia a n G Fi io iov cot lip di an ti po Ni ni M col Ma an a n gi Ma gia ac n co g ot ti iac tti ot ti

St N I Ro Gr Fr Nu M L ef un ss az an nz ich an zi Da an ia ce ia ele ia a I s lil a L Lat co La L Im mp a a p i a L a pa ag ro Fr M La ti n a im u an o tia ci at gl lia n r o ia m no a ta te tel An o iola lli li to Le n M io cce at Le te g Pa o L gie tr eg ri i Ba zia gie rb Le ri o Gi ara ne us L e o Lu pp mb ig e L ar i d M Lo ong i ar ng o ia o Lo ng o m

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Gi an Ire car ne la M Ma Man ar n ia g gi M M iaco aco ar an t tt ik g ti i M a M iac at te an ott M o M gia i au c r an o N izio gia tti el la M co N Ma ang tti un n ia g z c Pa io M iac ott i o sq a n tt Ra ual gia i ffa e M co Ro ele an tti sa M gia a Sa Ma ng cot lva ng iac ti St tore iaco otti ef a M tti M nia ang at M ia te a Fr o M ng cott an a iac i n M ces ze otti ic co lla he M M le as M ara a s s M imo rcu chi e ar g M cci llo An her arin to ita o n Ch ell Ma ia a M rte ra l M arti la ar no tin o

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An An Al Le Ga Co Fl Vi Si M G D Ca Ca M Gi M An Si N M M M Gr Fra M na ge ess on bri nc oria ttor mo aria iuse anie ter rm aria anl iche ton lvan unz aria aria arc azi nce o at m lo ia ar el et u a in e s n io n p i a ia g l l te a P M do e M ta M a M M a M Ter pe e M a M la M Gra igi M e M o M M pia iov Mic Ma nna co Ce o M ria io a a e er M a a z r a h M a a a ia a r rt M n e ti M Pio r M M l a s a el elc elc ass sie sie sa le ch hi h a ro ro M sci cial scia scia Ma rzo uzz uzz ino art na M la M no art Ma st erl er er a as al e Ce in a in in i la la i io on ion le le rz o ar art o rtin ci e nd da d le a d o tin in al a st i o a e o Fe in Vi o de a M nce Gi rica igl nzo i ov an Mig onic Mig ni lio o lio M ni ni ig co co lio ni co

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PaduLa (te), 2000


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Lu ca Ra Na ffa rde Le ella lla on N Fi ard ard lip a e p N ll M o N asu a ar ia at to Ro El ale sa isa Ad Na bet ria ta ta l Na An na e ta ge No le Ca la N tara rm ot ng en ara elo No ng ta elo ra ng el o

Ci ro M Mis at ch te i N o M tell un i i z s Pa ia M chit e ol o is ll An M chi i na isc tel M ros hite li ar a ia M lli Es luc isc te ia io r Ja Mo Mis co n ci d o Al Mo ell bi rc i M al uc di a n

aLBano LazIaLe (rm), 1993

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154 Sa ve r Lu io P ig ad i An Pa ova to gli no a n An io ra to di F n Ca io ran c rla di N es N Pa ico co ico ll a la Pa l Pa a P din Pal llad la ol all o di ino o a no Ra Pa din ffa lla o Ra ele din ffa Pa o Ro ella llad ss P in o a Sa ella lla lva P din a Ti tore lla o d zia n P in Sa a P alla o ra al din l An Pal adi o dr um no Ga ea P bo et ao a Gi no lan ov P to a a n M nn ola io iri i P nt a a o St na ola nio ef Pa nt an o o ia lan nio Pa to ol nio in o

P

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san GIoVannI rotondo, 1992


Ar ca n Ca ge ro la P Da lina azi ni Pa en e Do la zie za na Pa nz a Gi to P zien us a z e z a Pa pp ien ol e P za a An Pa azie dr zie nz Ar ea P nza a ca e n r Fe ge na de la P An rico er to P na n e M io rn ic Pe a he r Do le ron e m P R e er Sa Pi Gi Da r Te Na Va La Em Le Va Te So Fr Fi Fi An M An os nic rot a od ta le ur o ti lva o R an ni o le re n a lo lip t t s r or lia nti a anu nar nti sa ia P nce me po one ian oni ella Pe to ic fra ele P o n n o t g n l s d re ci nc R P e P P l l Pu Pia a P om le a P a P la ac co a P la a P ela Pi et rill i Ri ard o zz P rin pil Po ol la cen en Pl la ce la P rro ru o Ri ccia cc i t a i cc c n c ol rio c io m ig ce cc rd ia el pi no nt tino ino cen ent tino en rro an re ipe ia rd i t l li i r i i te tin n io ne no i no di o o

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S F G G A A F A Te R M M M L M M L G C A D A O A S Fr att ar uci ius iov ian arm nto nn nge nto tefa imo ob ich ar ar ore ran abr an nto lga nto res c an eo io a R ep an pa el ne arit la nio no na erta ele tina o R nzo ce izio ilo nio Ri nio a R R c p n An es Ro itr itro e R a R olo a R lla R a R Rit Ri Ri Ri Ri Ri Ri in Ri sco Ri Rin Pio cuc Ri icci dr co be ova va it itr Rit itr it itr rov po nal nal na na na ald na Ri na ald R ci cco ar r di r l o o ld na ld R r in di di ld ldi ldi i i An ea d os ti to to ova ova rov va ova va ato i i i al ld i to to ato to di to to dr i G an i e i An a d ius a ge i M epp An la d att e R ge i D eo us R s Ar la d iego us o ca i S R so n Fe ge alva uss o t de la R or Gi rica us e R an R so us u p so Li aol sso lia o n R M a R uss ar u ie s o Ri lla so cc R ar us do so Ru ss s o M ic h Sa aela lva S a Al tore ss an es S s a o An and ss ge ra ano El la P Sav ia n ia S ino Fr a Sa av an v ino ce ino sc a Sa vi no

PaGLIaroLI (te), 2000

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Gi an n Gr a S az av i i M ana no ar S ia a M Sa vin ar o v ie in Pa lla o ol Sa o Va Sa vino le vi n n Gi tina o us e Sa Fr ppi vin an na o c Al es Sca be co r r S al M to S car e ic he eri am uz Ro la zi be Sie Si rta na lve S s ie An tro na na So Gi lisa lim e ov a Sq no M nni uar ar ia Sq cel Fe Gr uar la de az ce i l Al rica a S la q es s St ua An and abil rce to ro ito lla n M io Ste ar St d ia ed uto St ut ed o ut o


centro storIco dI san GIoVannI rotondo, 1995

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M M M M G F A F A u Ti ich at ar ar ius ilip eli nn ng zia e te tin ia x a e p y l U na le o U a gra Ur o U rb isa la U Ur Urb rb Pia zia ba rba an Ur rb ba an ba an an U no o U no no o no o o rba rb V a no n o Sa lva M tor at e V te o ang Ve i rg ur z a N ico l Da a Z ni an n e M le ott ar Zi i ia p N Pi eto ico a l Z Ol a Z occ an or an da re o Zo tti rr et ti

Ra Vi Sim Ro Fr Do An M Gi Fi M Ar t ffa tto sa an m na ari us lom att ian o el ria na Tu ces eni lis a P epp en eo na e S a Ta Ta e rc co co a T ia St te Ste o Tu Tu ur Tos Tor Tor ron m ri zz dut dut rc rc an to to to no bu o o i o o rr re re o an lli lli o

centro storIco dI san GIoVannI rotondo, 1998

I ProtaGonIstI - I parteCIpantI

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Il gruppo folklorico Hanno parlato di noi “I Castellani” In venti anni di vita sono molti i mezzi di informazione che si sono interessati ed hanno parlato del Gruppo folk “I Castellani”. Ne hanno seguito le vittorie in giro per l’Italia o esaltato i principi educativi con il quale, in maniera così longeva ed unica, si è particolarmente distinto. Le soddisfazioni quindi non sono mancate e spesso il Gruppo si è ritrovato protagonista sulle più grandi emittenti televisive nazionali a partire da Rai Uno, Rai

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Due, Rai Tre, Canale 5, Rete 4, Raisat e ancora a livello locale su Telenorba, Teledue, Teleregione, Teleblu e Telefoggia. La carta stampata, in maniera più continua rispetto alle tv, ha dedicato spazi maggiori alla storia e alle vicende del Gruppo. Qui di seguito abbiamo deciso di riportare alcuni articoli che consegnano, grazie al potente mezzo dell’informazione, il Gruppo nella Storia, non solo di San Giovanni Rotondo, ma dell’Italia intera.

hanno parlato di noi


Gazzetta deL mezzoGIorno, 18.06.1991

hanno ParLato dI noI

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Gazzetta deL mezzoGIorno, 27.05.1994

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hanno ParLato dI noI


PIrGIano, LuG/aGo 1992

hanno ParLato dI noI

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Gazzetta deL mezzoGIorno, 15.05.1993

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hanno ParLato dI noI


Gazzetta deL mezzoGIorno, 27.05.1994

hanno ParLato dI noI

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PIrGIano, LuG/aGo 1998

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hanno ParLato dI noI


PIrGIano, LuG/aGo 1994

hanno ParLato dI noI

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PIrGIano, sett/ott 2000

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hanno ParLato dI noI


PIrGIano, LuG/aGo 2003

hanno ParLato dI noI

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IL nuoVo GarGano, 30.05.2002

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hanno ParLato dI noI


redattore socIaLe, 25.03.2008

hanno ParLato dI noI

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Bibliografia Il gruppo folklorico “I Castellani” essenziale - G. Scarale, Sciure de Roccia, San Giovanni Rotondo, Edizione L’Arcangelo, 1961. - G. Scarale, Sôtta l’ulme, San Giovanni Rotondo, edizioni Lo Sperone, 1968. - P. Cirpoli, Memorie storico diplomatiche sull’antico Castellan Pirgiano, oggi San Giovan Rotondo, Napoli, 1794. - F. Nardella, Memorie storiche di San Giovanni Rotondo, Brescia, 1961. - M. Ritrovato, I Conti…tornano, farsa storicodiplomatica sulle origini di San Giovanni Rotondo, San Giovanni Rotondo, 1995. - M. Rinaldi, M. Ritrovato, Canti e balli di San Giovanni Rotondo, CRSEC distr. FG/27, San Marco in Lamis, 1999. - M. Rinaldi, Li strapulètte, canti popolari di San Giovanni Rotondo, San Giovanni Rotondo, 1995. - M. Rinaldi, S. Ritrovato, Piccolo vocabolario sangiovannese, Crsec distr. FG/27, San Marco in Lamis, 1999.

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- A. Cascavilla, M. Ritrovato, M. Rinaldi, Cultura vinicola a San Giovanni Rotondo e sul Gargano, Crsec FG/27, San Giovanni Rotondo, 1996. - M. Capuano, Canti popolari della mia Terra, Foggia, 1954. - M. Capuano, Le Laude, Milano, 1959. - F. Morcaldi, San Giovanni Rotondo nella luce del francescanesimo, Parma, 1960. - S. Villani, La serenata a San Giovanni Rotondo, studi sul canto lirico, Bologna, 1997. - S. Villani, La chitarra battente nel Gargano, Bologna, 1989. - S. A. Grifa, San Giovanni Rotondo, storia di una città, tomo primo, secondo e terzo, San Giovanni Rotondo. - S. A. Grifa, Il Castello di San Giovanni Rotondo, San Giovanni Rotondo, 2000. - S. A. Grifa, La rivolta di San Giovanni Rotondo, San Giovanni Rotondo, 2001.

bibliografia essenziale


- S. A. Grifa, Il tempio di Giano nella terra di San Giovanni Rotondo, San Giovanni Rotondo, 2003. - M. Russo, Lavoro e cultura nella miniera di San Giovanni Rotondo, San Giovanni Rotondo, 1999. - A. A., Vivi la tradizione, breve viaggio nel mondo antico, ricerca de “I Castellani”, 2002. - E. De Martino, La terra del rimorso, Cuneo, 1994. - B. Ripoli, Il Canto dei Padri, San Giovanni Rotondo, 1995. - B. Ripoli, Tempo e memoria nei canti di un popolo, San Giovanni Rotondo, 2003. - Modulo did. 5aF e 5aH, Il mio paese, San Giovanni Rotondo, San Giovanni Rotondo, 1993. - M. S. Calò Mariani, La chiesa di S. Giovanni Battista a San Giovanni Rotondo. Note sulle pitture parietali, a cura dell’Archeoclub d’Italia, sede di San Giovanni Rotondo, Foggia, C. Grenzi editore, 1999.

bibliografia essenziale

- P. Corsi, Il Battistero di San Giovanni Rotondo, elementi di archeologia e storia medievale, a cura dell’Archeoclub d’Italia, sede di San Giovanni Rotondo, Foggia, C. Grenzi editore, 2000. - Archeoclub d’Italia, Un monumento da conoscere: la chiesa di Sant’Egidio di Pantano, S.Giovanni Rotondo, 1998, concorso scolastico. - Archeoclub d’Italia, Un monumento da conoscere: Chiesa di S. Giovanni Battista “La Rotonda”, San Giovanni Rotondo, 1999, concorso scolastico. - M. Pirro, Raccolta non pubblicata di componimenti con musiche e parole in dialetto sangiovannese.

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chIusI, 2008

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Festa Per La conseGna deGLI attestatI dI PartecIPazIone aL GruPPo FoLK, 2007

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L’immagine di copertina, ideata da Giovanna Ritrovato e Matteo Tamburrano, vede in primo piano due dei tanti ragazzi che hanno fatto parte del Gruppo folk “I Castellani”: Lucia Dragano e Luca Nardella durante l’esibizione a Pontedilegno (BR) nel 1999. Il palco che li accoglie ha come sfondo un sipario tra le cui pieghe si intravede uno scorcio del centro storico di San Giovanni Rotondo. “I Castellani” per vent’anni hanno calcato diversi palcoscenici portando le tradizioni popolari della città in tutta Italia, tramandandole di generazione in generazione. L’immagine vuole simboleggiare il “protagonismo” che esse hanno assunto grazie all’esistenza del Gruppo.


Vivere la tradizione


Vivere la tradizione