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Exihomer.versus 08 febbraio 2009

we are not monster we are just ahead of its time


Exihomer.versus Exihomer.versus

VERSUS2009 Testo critico di Valeria Cassol

.OMINO71 vs MR. KLEVRA Frankenstein contro The Wolf Man Dunque, uno scontro: Omino71 e Mr. Klevra. Scontro che è sempre e comunque un incontro. Perché scontrarsi con qualcuno o qualcosa significa condividere quel momento, nel bene e nel male. Significa essere nello scontro insieme all’altro, incontrandolo. E senza scontro nessun incontro è possibile. Come quando camminando per la strada improvvisamente, distratti, ci scontriamo con qualcuno. Ci scontriamo allora con la socialità del mondo, il suo essere prima di tutto fatto sociale, spostamento, percorrenza dell’uomo. Incontriamo così la società a tutti gli effetti, incontriamo l’Altro. E in esso incontriamo anche quel sottile «trait d’union» tra il nostro essere inglobati al mondo e l’appropriazione che nello stesso scontro-incontro abbiamo di esso. La città è città e basta, mero insieme di edifici fisicamente dislocati sulla superficie. L’edificio qui, l’altro edificio lì. Lo spazio urbano è spazio percorso dagli uomini, vissuto quotidianamente in tutte le sue possibili aperture. Siamo noi che corriamo per prendere un autobus, un treno, siamo noi che indugiamo davanti una vetrina, noi che attraversiamo una piazza. L’«urbe» è spazio vivo, di giorno in giorno plasmato dalle nostre vite, dalle nostre vicissitudini. Senza noi la città si svuota di quella sua caratteristica tipica quale è l’«urbanità» e muore. Perciò stesso è in questo scontro-incontro tra la sua entità fisica e le nostre vite che essa diviene città urbana. E’ in essa che ogni giorno noi ci scontriamo-incontriamo con il mondo. Cioè con l’Altro. Ma quale confine? Quale confine tra l’uno e l’altro? Quale raffronto? Frankenstein come colui che rivive da morto. O come l’uomo che si trasforma in mostro. The Wolf Man come colui che vive due vite. O come l’uomo che si trasforma in lupo. Entrambe figure comunemente entrate a far parte della cultura popolare che, talvolta grazie anche alla vasta cinematografia, si è sostanziata delle varie interpretazioni e declinazioni sul tema. Ricomposizione mostruosa contro licantropia. Ricombinazione contro trasformazione. Ri-creazione contro tras-formazione. Creazione nuova contro formazione trasversale.


Exihomer.versus .OMINO71 Frankenstein Continua reiterazione del sé come piccolo-uomo-bmbino attraverso la produzione di stickers e poster raffiguranti un bambino che ci guarda e che indica nella nostra direzione con un dito gocciolante di vernice. Fatto, questo, che esprime direttamente lo stupore nei confronti di una continua colante linfa vitale, linfa di creatività sempre sgorgante, sempre rinnovata. Ed infatti spesso egli esclama «WOW! Was all of this my finger?»; cioè, «Era tutto contenuto in questo mio dito?» «E’ uscito tutto ciò dal mio dito?». C’è stupore, sempre nuovo, rinnovantesi. Ma il dito potrebbe essere visto anche come sangue che cola, in tutte le sue interpretazioni possibili. E’ questa l’immagine simbolo di Omino71 che si presta continuamente a cambi di luogo: dai muri o i portoni o le stazioni nel contesto urbano ai vinili agli spray alle street bag. Reiterazione come affermazione plurima e infinita, attraverso uno stile sintetico ma morbido al tempo stesso. E, non meno importante, sempre suscettibile di modificazioni cromatiche o di accostamento. Piccolo-uomo-bambino talvolta compare insieme a faccine dal segno grafico infantile e scevro da ogni intento realistico; talvolta si accompagna a sfondi colorati dove possono comparire insetti, case, pseudoangeli, animaletti, soli e margherite sorridenti, tutti espressivamente connotati (occhi asimmetrici, denti squadrati, finestre che ridono, palazzi che si contorcono in smorfie, in specie nella serie dei poster Was all of this my finger? O nello stencil acrilico e poscapen su vinile Blue urban night). Particolarmente «urbano» nel caso in cui – come nel lavoro più recente – questo piccolo-uomobambino si fa stencil su mattonella. E’ un piccolo-uomo-bambino in continuo viaggio, in continuo percorrere spazi e superfici. Lampioni della luce, portoni, muri, cartelli stradali, parchimetri, cassette della posta, mezzi di trasporto come automobili o Vespe. Principalmente punti strategici di sosta o di fermata della socialità urbana, momenti temporali di attesa - un cartello di STOP o una panchina - o ponti verso altri spazi - porte portoni e serrande, ad indicare un dentro ed un fuori, un prima ed un dopo; una cassetta della posta, limite fisico tra lo spazio del qui ed ora e quello del futuro viaggio di ciò che verrà impostato. O soggetti di percorrenza attiva come i mezzi di trasporto. Nonostante all’origine dei lavori di Omino71 vi sia l’apprezzamento per l’opera di Keith Haring – opera dal grafismo sintetico e bizzarro, dove il segno grafico diviene più spesso vera e propria figura grafica, personalità centrale della poetica graffitista degli anni Ottanta – il risvolto è forse maggiormente legato alla Pop Art. Nello stile, immediato, serigrafico, dai colori accesi e sintetizzati in precise tonalità senza sfumatura, e nella modalità di «inquadrare» il reale. Il Pop è un preciso modo di «fare»: lavorare su e con oggetti e/o immagini che circolano nel circuito di distribuzione di massa. Oggetti e immagini che nella cultura medio-bassa – cioè popolare e quindi accessibile a tutti - sono pane quotidiano. Sono tutto ciò che si trasmette attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Sono tutto ciò a cui la popolazione ha incondizionato accesso, giornali, poster, oggetti, fumetti, icone mass-mediatiche… Omino71 quando lavora su tela con acrilico e poscapen è Pop. Nel taglio, nei colori, nel riecheggiare vignette fumettistiche. Ma queste facce fanno anche smorfie, sono espressive, e le lacrime ora sono verdi, ora rosse, ora possono divenire azzurre, ora le bocche si aprono, ora si storcono, ora digrignano. Molto debitore dell’opera di Roy Lichtenstein, questa parte del lavoro di Omino71 sembra essere quasi più un rétropop che un Pop nuovo. Un quasi letterale sguardo al Pop, mantenendone lo stile. …E dandogli allo stesso tempo un’impronta espressiva nuova. Espressività tutta riconducibile al contesto graffitista. Direttamente ispirato a Drawning Girl (1963). Di ispirazione Pop anche la serie tratta dalla cover dell’album Without you I’m nothing dei Placebo. Serie di variazioni sul segno grafico (che appare e scompare) e sull’accostamento cromatico.


Exihomer.versus Anche il lavoro di Costantin Brancusi può fungere da ispirazione. Non solo «cose» dunque, ma anche opere dal sistema storicizzato dell’arte anche se con uno spirito di «divulgazione popolare». L’opera The kiss (1908), esempio di sintesi astratta della forma, diviene un abbraccio; la forma si fa grafica essenziale di quelle linee-forma base della scultura di partenza. Omino71 gioca poi sul tema con delle piccole variazioni di linea, di colore, di tecnica e di formato, a seconda dei casi, risultando ora più grafico, ora più serigrafico. E’ continuo gioco di reiterazione, sempre e comunque nuova, di un qualcosa di geneticamente unico nella sua formazione come la scultura di Brancusi. Prassi comunque applicabile a qualsiasi altra creazione aulica «tratta» dalla storia dell’arte, da Michelangelo a Leonardo (vedi la Gioconda o l’Uomo Vitruviano spesso presi a prestito dalla street-art) a Caravaggio o qualsivoglia artista significativo. Nuova interpretazione grafico-espressiva e riproduzione in serie attraverso tecniche varie, le caratteristiche di questa prassi. Momento molto più caotico ed esplosivo quello della Flayer Art, di cui Omino71 è l’iniziatore. Flayer Art, o l’arte di assemblare flayer, volantini, deplian a creazione di un collage sul quale intervenire successivamente con acrilico o poscapen, creando sagome o figure stilizzate. Protagonista assoluto, il flyer diventa l’oggetto attraverso cui si va a creare l’opera, perdendo la sua funzione prima e ricontestualizzandosi entro qualcosa d’altro. Perde il suo potenziale informativo perché non interessa più e nel contempo ridefinisce i propri colori, lettere ed immagini entro l’insieme variopinto della nuova superficie. Altro versante dell’attività di Omino71 è quello dell’oggetto. Poetica tipicamente anni Ottanta - basti pensare agli oggetti in acciaio di Jeff Koons o all’assemblaggio di piccoli oggetti riciclati a formare immagini cromaticamente sfumate di Tony Cragg – trova realizzazione nei Kinder, nei Toy, ma soprattutto nel Cubismo di Rubik. Tutto questo è gioco. Prima di tutto perché prende direttamente dalla realtà il gioco stesso e lo utilizza per giocare a sua volta. L’ovetto Kinder è per noi innanzitutto sorpresa, cioè quell’uovo giallo con cui giocheremo una volta scartato e mangiato l’ovetto, e che ancora non conosciamo. Ma che può diventare un’ulteriore sorpresa: quella di una piccola scultura-oggetto coloratissima e buffa. Una nuova sorprendente miniscultura. La serie dei Toy è invece un vero e proprio giocare a «dare sembianze» a tanti toy, tanti giocattoli, tanti «pupazzi», uno differente dall’altro, quasi a crearne una collezione potenzialmente senza fine. Non meno gioco è l’assemblaggio dei cubi di Rubik. Quei cubi che tutti conosciamo fungono da nuovo pennello, o meglio, nuovo pixel: sono il punto, l’elemento puntiforme (a sua volta costituito da sei più piccoli quadrati colorati) attraverso cui si crea l’opera-oggetto finale. Anche qui si tratta di un tipo di creazione sempre uguale a se stessa, ma dalle infinite possibilità, dalla reiterazione infinita. Dal sempre identico – il cubo – al sempre nuovo – la nuova immagine costituita caso per caso. Dalla continua possibilità di smembramento alla continua possibilità di ricombinazione. Omino71 si diverte ad assemblare fantasmini di tutti i tipi, Mickey Mouse, sino ad arrivare a mosaici parietali di spugne. Esplicito tributo a Space Invaders, l’iniziatore del movimento del cosiddetto Cubismo di Rubik. Tutto il lavoro di Omino71 si dirige sempre e comunque alla realtà concreta, immettendosi nella concretezza delle cose, cercando di aderirvi. E lo fa sempre in termini di divertimento e gioco, nel senso che le sue creazioni sono sempre qualcosa di divertito e divertente, brioso e multicolore. Il nocciolo graffitista permane comunque, e forse più nell’atteggiamento ricettivo nei confronti della realtà che non nel suo sviluppo artistico vero e proprio, maggiormente improntato al Pop.


Exihomer.versus .Mr.Klevra The Wolf Man Mr. Klevra presenta un lavoro fatto principalmente di «visione». E’ un vedere la realtà attraverso un particolare taglio immaginifico e darle sfogo, come un terreno fertile dal quale possono nascere buoni frutti. Terreno che propone diverse tipologie di pietanze, sempre e comunque accomunate da un retrogusto di fondo. Si va dall’orrorifico al futuribile, dal mostruoso allo spettrale. Ma si sonda anche un terreno di sacralità vissuta soggettivamente anche nei momenti più inaspettati. Con qualche guizzo nel gioco. Componente fondativa del lavoro di Mr. Klevra è questo costante rapporto con la linea, il disegno. Una linea che via via definisce inevitabilmente l’immagine che, passo dopo passo, viene resa viva entro forme ora precise, concrete, ora suadenti, sfuggenti. Non a caso ne nasce un’iconografia molto caratterizzata non solo nella linea ma anche nei colori. Lavori come Insane art attack, David VS Golia, Queen of?, Man VS Mescaline, sono qualcosa di più che disegni: sono immagini vere e proprie con una propria storia e una propria fantasia, immagini di pensiero concretizzato. E’ questo il Mr. Klevra «iconografo», quello cioè che costruisce l’immagine in ogni suo dettaglio secondo un proprio alfabeto riscrivendo ogni volta un libro nuovo. Sono le immagini dai profili importanti, dall’occhio ingrandito o dagli occhi multipli, dall’espressione schiacciata, stralunata, «faticosa». O sono immagini dove un gatto con ali e corona sta per Golia ed un topo sta per David. O dove mezzibusti rilasciano le viscere penzolanti; o dove sembra essere la Regina a rincorrere la corona più che la corona stare sulla sua testa; corona che, pesante e preziosamente gemmata, sembra invece sfuggirle via dalla chioma tra cavi elettrici e formazioni «metalloidi». Tecnologia e progresso – antiche preziosità, antichi privilegi. Una storia «antica» contro una storia «nuova». Un «Homo Modernus» sbilanciato nella pesantezza delle proprie cervella, diviso tra «Io» e «non-Io», tra l’esser «Io» e il non esserlo. Tra la propria istintività naturale e i dettami di un mondo moderno che identifica un «sé» esclusivamente nel lavoro, nella sua concezione come mero elemento di produzione, quindi di arricchimento nella massimizzazione di risparmio tempo. «Tu» sei il tuo lavoro, «Tu» sei il tuo conto in banca, mero meccanismo di arricchimento. Schiacciato da un pensiero che non ti può far sentire parte di un Cosmo incommensurabile. Perché egli supplisce in realtà alla misurazione di un gigantesco compasso, strumento di definizione di spazi, preciso, impeccabile. Traccia di confine, di area chiusa. Limite. Tra il «sé» e Dio. Impossibilità di raggiungere Dio. Impossibilità di vita. E poi Porca puttana, immagine della più grande illusione in cui tutti noi viviamo. E’ un uomo, affranto, curvo - disperante? pesante? pe(n)sante? - per cui delle poche forze rimaste si fa tesoro per tenere in mano un papiro: «Porca puttana…un’intera generazione che pompa benzina, serve ai tavoli o schiavi con i colletti bianchi…la pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto, non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale. La nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinto che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene…Siamo consumatori. Siamo sottoprodotti di uno stile di vita che ci ossessiona. Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventano sono le celebrità sulle riviste. La televisione con 500 canali. Il nome di un tizio sulle mie mutande. I farmaci per capelli. Il viagra.» Queste le parole tratte dal libro Fight club di Chuck Palahniuk, scrittore statunitense dalla cui fatica è stato tratto anche il celebre film di David Fincher. Parole simbolo di un certo «stare delle cose» decisamente condiviso da Mr. Klevra. L’immagine che Mr. Klevra dà è dunque quello di una realtà di fatica e schiacciamento. E a ricordarcelo anche i colori: i coloriti dei volti sempre smunti, grigiastri, verdastri, come da mal di stomaco. Questo continuo groviglio di viscere e inclinazioni di corpi come quasi a esser colpiti da qualcosa.


Exihomer.versus Dello stile «iconografico» si può dire far parte anche quell’insieme di lavori decisamente contrapposti a quelli precedentemente elencati sia per tema che per stile. Si tratta infatti di opere dai temi cristiani di Madonna col Bambino o Crocifissioni. Affascinante salto di poetica, ma non per questo da intendersi come incoerenza, questi lavori sono qualcosa di luminoso. Distensione e precisione della linea che qui si fa secca e dura, rigida nel definire profili e forme. Sono opere di fede, nelle quali si apre alla speranza e alla fiducia. E’ ben visibile come il mondo di Mr. Klevra sia fitto di commistioni tra alto e basso, aulico e greve, sacrale e dis-sacrale, nonché di ibridazione trasversale tra registri diversi. Spesso aureole compaiono in mostri dalle forme orride, spesso spuntano loro ali «angiolesche», spesso troviamo luci «cosmiche», splendori e bagliori impossibilmente terrestri (e forse, più che ultraterrestri, extraterrestri?). E’ un pensiero che si traduce in immagini talvolta anche molto diverse tra loro ma non per questo concettualmente dissociate. E’ l’uomo che deve fare i conti con la realtà della scienza, della tecnologia, dei mass-media, del corpo e dei corpi, del privato e del pubblico, del tempo che s-corre via, sempre più «via», distante da noi, a non poterlo più afferrare. Come se il nostro tempo non fosse più il nostro. E invece fosse quello, per esempio, della Biomeccanica, della scienza sì, ma in un’«altra» scienza, quella non definita e non definibile, parallela a quella vera. Scienza finta, ma verissima nella sua stessa finzione. Scienza per cui la Meccanica può trarre dalla Vita la linfa vitale per sé. Meccanicismo vitale, autosustanziale, che vive da sé, senza necessitare dell’uomo. Uomo e Macchina allo stesso tempo. Macchina fattasi Uomo. Trasversali formazioni. Eccesso di visioni strabordanti, come se da un momento all’altro dovesse esplodere di fronte a noi ciò che vediamo. Dal foglio, nello spazio. Deflagrare nello spazio a noi circostante. Girarsi, voltarsi, improvvisamente sentirsi scivolare nel Passage g… Linea che spinge, forza che da dentro spinge fuori la linea, esplosiva, implosiva. Linea che si dilata. Linea che si assottiglia. Linea che si contorce. Linea che si libera. Linea che afferra. Linea che stritola. Linea che allenta. Organicità fluttuose. Ora leggere ora pesanti. Organicità orrorifiche. Ora caldo slancio ora freddo distacco. Organicità cinetiche. Geometriche. A-geometriche. Tubi spasmodici. Tubi catodici. Bio born machine. Occhi lucenti, splendenti. Labbra accese, golose. Shy is… Luce e oscurità. Ampiezza e dettaglio. Visioni biomeccaniche, tra la Vita e la Macchina. Tra esigenze di vita e pretese perfezioni meccaniciste.


Exihomer.versus La macchina perfetta che vive da sé, non più guidata e manovrata dall’uomo ma autonomo organismo in tutto e per tutto. E’ per questo tipo di lavori che Mr. Klevra si ispira all’immaginario fantascientifico che vede protagonisti Uomo e Macchina in un continuo scontro-incontro, nelle varie possibili declinazioni. Si guarda allora al cinema, con un apprezzamento particolare per l’opera di Hans Rudolf Giger, pittore svizzero creatore degli effetti speciali del primo Alien per la regia di Ridley Scott (1979). E tutti noi ricordiamo di sicuro la bestia mostruosa protagonista del film, scaturita appunto dalla mano di Giger. Il tema Uomo-Macchina si fa allora declinazione più precisa nei cosiddetti Bioorganic: organismi viventi a metà tra il mostruoso, l’alieno, l’anatomia umana o luoghi ambivalenti tra qualcosa di vivo e di morto al tempo stesso. Fluidi e viscere, duodeni e fauci. Affascinante è quando Mr. Klevra ci svela il lato «orrorifico» della nostra società attraverso una lucida e trasparente sottigliezza di linea e di visione. l’horror del circuito delle immagini pubblicitarie, ma anche l’horror di tutta quella bellezza costruita e continuamente consumata. Invano. Ma anche la bellezza stessa dell’horror. Dietro la maschera l’orrore. Ecco che allora campagne pubblicitarie di Armani, di Chanel, Diego Dalla Palma, divengono eleganti e raffinatissimi giochi di linee e chiaroscuri che dicono di quel che «sta sotto». Ma con grazia, e con coerente bellezza. In primis: l’immagine Recarlo. Volto femminile diviso tra la «bellissima bellezza» apparente e un «bellissimo orribile» insospettabile e suadente «sotto». Nuovi santi: icone cinematografiche come Chuck Norris, Derek Dinyard di American history X , Tyler Durden di Fight Club, il Joker de Il Cavaliere Oscuro, ultima saga dei vari Barman che si impongono come i nuovi «salvatori» ognuno dei quali con propria aureola a decretarne la santità. E siamo al guizzo nel gioco, o perlomeno a quella produzione più spensierata. Mr. Klevra produce stickers attraverso i quali impronta di sé il mondo. Che si tratti di un finestrino d’autobus o un muro di una via centrale di qualsiasi città o angolo di questa. Porta dunque se stesso nello spazio urbano attraverso un’immagine di sé come «cane rabbioso» (Mr. Klevra dall’ebraico si traduce proprio così), un bull terrier che spesso compare con aureole ed ali a testimonianza di una forte fede. Fede nell’Uomo, nel Mondo. Fede in Dio. La produzione «giocosa» si rivolge anche ad oggetti come skateboard e scarpe Adidas. Skate sui quali compaiono oltre che immagini-stile-Klevra immagini di iconologia cristiana. Il gioco diviene palese quando si creano dei veri e propri giocattoli: pupazzi decorati, che divengono oggetti di design o bull terrier resi tridimensionali. E non si tralasciano neppure i vinili. In definitiva, mondo visivo anche scontroso, ma non meno «fascinoso» e «affascinato» dalla visione in tutta la sua forza dirompente e la sua grazia fluente. Con un retrogusto tipicamente post-moderno.


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VERSUS2009 Comunicat o Stam pa di Omino71

.OMINO71 vs MR. KLEVRA STICK MY WORLD presenta "Omino71 versus Mr.Klevra", urban street art expo, vernissage domenica 8 febbraio @ Maud Gallery - Via Capo d'Africa 6 (zona colosseo), a partire dalle ore 19. Prima tappa di VERSUS2009, ciclo di "personali a due" organizzate ed autogestite contemporaneamente in tutta Italia dagli stessi "urban/street artist" partecipanti e che coinfluiranno alla fine di giugno nell'omonima collettiva presso la galleria MondoPop di Roma, nonchè nel terzo appuntamento di StickMyWorld presso il Circolo degli Artisti di Roma. Per l'occasione quattro mani che riutilizzano oggetti di uso comune e li trasformano in "cose colorate" alternando le tinte sature e decisamente pop degli uniposca alle sfumature visionarie e fantasy dell'aerografo, in un percorso nel quale medium e soggetto si confrontano continuamente tra vecchie tavole da skate e dischi usati, street bag e vinyl toy, cubi di rubik e tradizionali tele, in tutto ciò che trova espressione sulla strada quale nuova forma di "folclore urbano". Durante la serata verranno inoltre raccolti i poster per il Madrid Poster Festival che si terrà il 27 marzo all'Espora Art Gallery di Madrid (progetto gemellato con Stick My World) Omino71 si risveglia a Roma in una fredda notte di inizio millennio con un poscapen in mano. Da quella notte non c''e' spazio pubblico su cui non abbia lasciato il suo segno che tradisce l'origine del suo nome (piccolo-uomo-bambino). Le sue icone colorate vengono riprodotte con un approccio che si riconosce nelle c.d. tendenze "post-graffiti", dosando le forme tipiche della "street art" con le discipline convenzionali della "comunicazione di massa", nella ricerca di un sempre maggior confronto con esperienze ed artisti legati alle c.d. "arti maggiori" e non solo al gusto del "graffito". Lo pseudonimo di Mr. Klevra deriva dalla traduzione in ebraico dell'espressione cane rabbioso, ed infatti il personaggio ricorrente nelle sue composizioni dettagliate di ispirazione fantasy e street, al contempo, è un Bull Terrier con la caratteristica testa oblunga. Da quando ne ha ricordo disegna, tutto in maniera autodidatta, i sui stili passano dall'illustrazione visionaria, alla ortodossissima iconografia bizzantina, passando per lo stile biomeccanico. Ogni superfice può diventare una tela nelle sue mani che si popolano di creaturine infide, scevre da buonismi ma delineate con cura meticolosa da illustratore di razza."


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Mr.Klevra www.klevra.com www.myspace.com/klevra www. flickr.com/photos/klevra

Omino71 www.flickr.com/photos/omino71 www.myspace.com/omino71 http://omino71.exibart.com

Versus2009 omino vs mr.klevra  

testo critico expo VERSUS2009 "Omino vs Mr.Klevra"

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