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Titolo originale dell’opera The darkness of Wallis Simpson © 2005 by Rose Tremain Traduzione di Davide Martirani © Omero Editore, Roma 2013. Tutti i diritti riservati. Alcuni racconti di questa raccolta sono apparsi per la prima volta nelle seguenti pubblicazioni: How it Stacks Up (Come si ammucchia una pila), prima pubblicazione col titolo The Stack, in “New Yorker” © Rose Tremain 1996. The Beauty of the Dawn Shift (La bellezza del turno dell’alba), prima pubblicazione in New Writing 5 © Rose Tremain 1996. Death of an Advocate (Morte di un avvocato), prima pubblicazione in Radio 3’s The Verb © Rose Tremain 2004. Nativity Story (Natività), prima pubblicazione col titolo One Night in Winter, in Country Life © Rose Tremain 1999. The Over–Ride (L’Over–Ride), prima pubblicazione nel “Sunday Express” © Rose Tremain 1999. Moth (Falena), prima pubblicazione in Good Housekeeping © Rose Tremain 1998. The Cherry Orchard, with Rugs (Il giardino dei ciliegi, con tappeti), prima pubblicazione in “The Times” © Rose Tremain 2004. Peerless (Peerless), prima pubblicazione in Prospect © Rose Tremain 2005. The Dead Are Only Sleeping (I morti stanno solo dormendo), prima pubblicazione in “The Guardian” © Rose Tremain 2005.

www.omero.it Isbn: 978-88-96450-17-8 Impaginazione e grafica Luigi Annibaldi


THE DARKNESS OF WALLIS SIMPSON Rose Tremain Traduzione di Davide Martirani


A Vivien Green, con amore e gratitudine


Le tenebre di Wallis Simpson

L’amore è breve, dimenticare è lungo Pablo Neruda

Dicono che è gaga, rimbambita. Così li ha sentiti dire. Gaga. Sembra una parola che userebbe un bambino. Sa che si trova a Parigi, la città dei sogni. La persona che le fa compagnia nella penombra della stanza, che le bacia la fronte e le accarezza le mani, continua a dirle che ha il dovere di non morire, non ora, non ancora. “Wallisse...” mormora, ha l’odore di una donna con l’alito che sa di menta, ma le sue guance sono dure come quelle di un uomo. “Walisse... non permetterò che tu muoia finché non avrai ricordato”. Ricordare cosa? Ci sono tante domande che Wallis vorrebbe fare, ma non riesce a farle uscire. Maledizione. Le parole prendono forma nella sua mente. Di solito sono nell’ordine giusto. Solo che non riesce quasi mai a pronunciarle. Ha una malattia alla gola. Dalla bocca le esce solo la saliva. La saliva e un buffo, incomprensibile linguaggio. Afrikaans, forse? 7


La donna-uomo che le fa compagnia la tira su a sedere nel grande letto, la culla poggiandosela addosso, sul suo corpo massiccio e compatto come una balla di cotone pressato, e le spazzola i capelli. “Belli...” sussurra quella massa mentre muove la spazzola. E Wallis cerca di dire: “Oh sì, sono sempre stati molto belli. In effetti erano la mia qualità migliore, scuri e lucenti come quelli di una fanciulla di Shangai. Mi trasformavano. Merito del sangue. Non il mio sangue. Il grosso bicchiere di sangue di bistecca cruda, che ogni giorno mi facevano bere dopo scuola, per scongiurare la tubercolosi, e mia madre diceva: ‘Bevilo tutto, Bessiewallis. Ti farà splendere tutti i riccioli’ ”. Ma le frasi si riducono in poltiglia. Il cuscino puzza di gigli. E la stanza è così maledettamente buia, e solo quei movimenti leggerissimi, lì dentro, quelle ombre che non riesce a distinguere. È frustrante, come guardare una vecchia immagine televisiva che sfarfalla, o nemmeno guardare, è come se fosse intrappolata dentro un vecchio televisore, un fantasma fatto di luce che muore dal desiderio di entrare nel mondo che sta al di là dello schermo, il mondo degli spettatori, rosa come caramelle, caldi e rotondi, seduti vicini sul divano di chintz con le cosce che si sfiorano. Come sembrano attraenti, con quei colori accesi! Come se nulla potesse mai toccarli. Come se da un momento all’altro dovessero alzarsi per ballare la conga con le mani sul sedere, ondeggiando da una parte all’altra del soggiorno, cantando i diesis e i bemolle, senza curarsi di nulla, senza pensare al domani, carambolando nell’atrio, svegliando la servitù, aprendo il portone per uscire fuori, a ballare scuotendo le spalle sotto la luna d’estate. 8


Ma fuori dove? La donna massiccia le ha detto nel suo inglese strano, difficile da capire: “Wallisse, per te questo stato di dimenticanza è un peccato mortale. Un peccato mortale! Vuoi morire con questa macchia peccaminosa sulla tua anima?”. “Macchia peccaminosa”. No, certo che non vuole morire con quella roba addosso. Ha un suono rivoltante. Ma cos’è che dovrebbe ricordare, una ragazza? Prova a dire: “Mi ricordo Baltimora in primavera. È sufficiente?”. Ma la donna non risponde mai. E ora è uscita dalla porta, l’ha chiusa e ha fatto girare la chiave, lasciando Wallis sola, prigioniera. E il suono di quella chiave nella serratura è il suono più triste del mondo, il suono che può risvegliare l’Incubo... Wallis stringe nei pugni le lenzuola. Una volta nascondeva le mani troppo grandi nei guanti bianchi; ora le sue mani sono piccole, come le zampe di una scimmietta: un altro mistero. Grida: “Non lasciarmi da sola!” ma sente il suono che le esce dalla bocca. Non sono vere parole, ma solo dei versi bizzarri. Nessuno risponderebbe al verso di un animale. Penseranno che al Bois de Boulogne sono tornati i lupi. La porta rimane serrata. Ed ecco che l’Incubo arriva. Sempre la stessa scena. Le palme della Florida. Un bagliore bianco intenso all’estremità della veranda. E Wallis seduta sulla sedia di vimini, che aspetta. Il numero 6 di Admiralty Row, a Pensacola. Aspetta che suo marito torni a casa. È il 1916. Aspetta a braccia conserte, il vestito di lana in perfetto ordine, la sottoveste tre centimetri più corta del 9


vestito, il fermacapelli di tartaruga che tiene a posto le soffici onde della sua lunga, bellissima chioma... Con che orgoglio aspetta! Aspetta di vedere la sua ombra che lo precede su per Admiralty Row, diretta verso di lei, e lei tutta in ghingheri come deve essere sempre una moglie della Marina Militare degli Stati Uniti. Quando l’aveva conosciuto aveva telegrafato a sua madre a Baltimora: Ieri sera ho ballato con l’aviatore più affascinante del mondo. Povere compagne di scuola, povere debuttanti di Baltimora, povera Mamma, povere ragazze americane di ogni dove, che non avevano mai conosciuto l’abbraccio di Earl Winfield Spencer Jr. E ora era suo, suo marito, e da un momento all’altro l’avrebbe rivisto: strisce dorate sulle spalline, baffi scuri, pelle scottata dal sole. Lui avrebbe sorriso al primo vederla, la sua sposa, la sua Wallis, che stava imparando da sola a cucinare con il Ricettario della Scuola di Cucina di Boston di Fannie Farmer, e già era in grado di insaporire la zuppa Campbell e di fare la salsa senza grumi, e stava per passare alle omelette e alle crostate di frutta. Ma poi. Il bagliore intenso del sole sulla veranda è svanito. Il sole sta tramontando sulla baia. Le case sull’altro lato di Admiralty Row sono già immerse nell’ombra. L’aria sta rinfrescando. È inverno. E la salsa perfetta di Fannie Farmer non si può ancora fare perché l’affascinante aviatore non è tornato a casa. Alla Stazione Aeronavale di Pensacola c’è un gong che suona ogni volta che un aereo va giù. Un gong. Come se stesse per iniziare un film al cinematografo, eccetto per il fatto che allora 10


non c’erano film. Ma sulla base cade il silenzio, le mogli si stringono l’un l’altra e si può sentire l’odore della paura attraverso il borotalco, e tutto ciò che si può fare è resistere, tutte voi giovani mogli insieme, con il cuore che batte forte. Resistere finché non lo verrete a sapere. E il vento soffia. Sembra sempre che ti stia soffiando sabbia negli occhi e in alto, fra le palme, la senti: la morte che amoreggia con le foglie.

Ma quella sera il gong non suona. Si fa buio e Wallis rientra e tira fuori dal forno l’arrosto di manzo e lo fissa, il giallo del grasso che è diventato marrone, il sangue nel tegame. Non sa cosa fare per evitare che si rovini, allora lo mette sullo scolatoio. E poi si accorge che ha freddo, che la sera è fredda, e va in camera da letto a cercare uno scialle, uno bianco che stia bene col suo vestito bruno e beige. In camera da letto non ci arriva perché Win è all’ingresso. Lo sente che picchia con la chiave sulla serratura, e sa cosa significa. Quando arrivarono al Greenbrier Hotel di White Sulphur Springs, la prima notte di nozze, Win ordinò di mandare in camera del whiskey, ma l’impiegato al banco disse: “Mi dispiace signore, l’alcol è illegale in West Virginia”. E Win si mise a imprecare, imprecare come un dannato. Disse: “Immagina una cosa del genere che succede a un uomo in luna di miele!” e prese una fiaschetta d’argento dalla valigia, si buttò in poltrona e si mise a bere, bevette fino all’ultima goccia, e Wallis tentò di protestare: “Win, è una cosa che ferisce i sentimenti di una donna, 11


baciare quella vecchia fiaschetta quando potresti baciare la tua sposa...”. E lui rispose: “Non ti azzardare. Non dire mai a un uomo quello che deve o non deve fare”. Il fiato di Win brucia e le scotta la faccia, ma nel resto del corpo ha i brividi. Perché non ha preso lo scialle nell’armadio? Perché è corsa alla porta, per aprire a Win e dirgli: “Oh, Win, credevo fossi morto! Aspettavo di sentire il gong”. L’uniforme bianca ha una macchia gialla sul davanti. Gli occhi di Win sono dilatati e accesi. “Aspettavi di sentire il gong? Allora mi vuoi morto, eh? Certo che lo vuoi, maledizione”. “Oh, non dire così...”. “Tanto vale essere morti che vivere con te. Stronza frigida”. La spinge via con una spallata e va in cucina. Lei lo segue, lo vede aprire il frigo e tirare fuori il bricco del latte e mettersi a bere dal bricco. Poi lui vede la carne sullo scolatoio e dice: “Cos’è quel pezzo di escremento?”. – Win, – dice lei – è la nostra cena. Devo fare la salsa... – Parla al passato – dice lui. – Non la mangio quella roba – Tira su l’arrosto che sgocciola grasso già per metà freddo, e glielo tira addosso. Wallis si scansa ma il pezzo di carne la colpisce in testa, le ferisce un orecchio rovinando l’acconciatura attentamente studiata. Questo la fa infuriare. Infuriare con lui perché non vede gli sforzi che fa per essere una brava moglie – la cucina, l’aspetto impeccabile, per non parlare di quello, che accetta di fare per lui anche se a lei brucia e basta, dentro – e allora gli si scaglia addosso e lo colpisce sul petto coi pugni. È 12


suo marito però non la tratta mai come una moglie, e questo la rende furiosa, furiosa e triste. Ma è un uomo forte. Le afferra le braccia. Le torce come se volesse spezzarle, le sue braccia esili nel vestito di lana. Wallis grida ma questo non lo intenerisce. La spinge avanti, la prende a calci, costringendola a camminare. La sua mano, che puzza di qualcosa di amaro, ora le copre la bocca. Nella gabbia di quella mano maleodorante il suo grido si spegne. Come è possibile che il matrimonio sia questo? Indossava una gonna di velluto lucido bianco, un corsetto ricamato con perle e una sottoveste fatta col pizzo che si tramandavano in famiglia da generazioni. Un lungo strascico le ricadeva giù dalle spalle. Un diadema di boccioli d’arancio incoronava la sua bellissima chioma... Win la tira su e la porta in bagno. La getta nella vasca bianca e fredda. Wallis sente il dolore alla spina dorsale. Piange e implora. – Sono tua moglie... Tua moglie... – Lui la tiene giù nella vasca con un piede, la scarpa pesante sullo stomaco. Si sbottona la patta. Wallis urla più forte, si copre la faccia. L’urina bollente la inzuppa. Soffoca. È la moglie di un animale. Ma come può essere, quando all’altare sembrava un uomo così bello, quando, mentre percorreva la navata diretta verso il suo sposo brillante e onesto, lei aveva in mano un bouquet di orchidee bianche e mughetto, tenuto insieme da nastri di seta bianca...? Wallis piange senza interruzione. Pensa che non smetterà mai di piangere finché vive...

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* Poi viene la notte. Riversa sul pavimento del bagno col vestito fradicio. Con la nausea e i brividi. Sola. Sola come non è mai stata. Sola al buio, perché Win ha strappato via la lampadina, ha preso la chiave e l’ha girata nella serratura. Sola per sempre? Perché quale motivo avrebbe, un uomo capace di fare questo, per tornare indietro a salvarla? Win ha portato via gli asciugamani. Lei non può asciugarsi, non può avvolgersi con nulla. Si toglie il vestito e la biancheria intima (che lava ogni giorno con scaglie di sapone, per assicurarsi di essere sempre una giovane sposa pulita e fragrante), fa scorrere l’acqua calda e torna nella vasca. Rimane stesa immobile, sente il calore che torna. Ma l’acqua si fredda. Ne fa scorrere ancora. Anche questa si fredda. Wallis esce dalla vasca e si stende sul tappetino del bagno, prova ad avvolgersi in quello straccio grigio e sdrucito. Ha ventun’anni. Lontano, in Europa, gli uomini muoiono in una guerra che sembra senza fine. Vorrebbe che Winfield Spencer volasse laggiù e precipitasse con l’aeroplano nella neve, e che i pezzi del suo corpo si disperdessero in tante pozze di sangue sulla dura crosta della Francia settentrionale. Il suo Incubo è come una guerra. Non ha fine. La segue attraverso gli anni dal 1916. Come se se lo meritasse, come se la società avesse decretato: Bessiewallis, nata Warfield, figlia della compianta Alice Montague e del povero malaticcio Teackle Warfield, che morì di tubercolosi prima che la figlia fosse in 14


grado di pronunciare il suo bizzarro nome, la bella Bessie dagli occhi viola, questa ragazza col nome da mucca porterà il giogo della vergogna. Gli uomini le sputeranno addosso. E faranno anche di peggio. E quando tutto sarà finito, resterà completamente sola. Wallis muore dalla voglia di dormire. Anche se le coperte le pesano addosso, perché ormai in lei quasi non c’è più la morbida carne, solo ossa e tendini, Wallis a volte riesce a scivolare nel sonno, portata da una corrente di pensieri confortanti. Eccone uno: è a Baltimora, nel cortile della casa di sua nonna, al 34 di East Preston Street. Ha quattordici o quindici anni. Tra i capelli scuri ha un nastro luminoso (suo Zio Sol la chiama ‘Minnehaha’ come una pellerossa). Sta aiutando Ruby, la cameriera di colore, a stendere le lenzuola nel vento salmastro, in quel vento che viene dal mare e che fa tanto bene ai polmoni, e che uno dovrebbe inspirare novantanove volte al giorno per tenere lontana la Malattia di cui non si deve più dire il nome. E lei obbedisce e respira. Il vento si muove nel grande tiglio, con i piccoli germogli delle foglie non ancora aperti. I gabbiani planano in circolo, su nel cielo azzurro di Baltimora. Il vento continua a spingere le lenzuola appese al filo verso il corpo di Wallis, come se qualcuno la toccasse, ed è così bello, quasi meraviglioso. Si potrebbe scrivere una poesia su una sensazione del genere, se uno riuscisse a far dire alle parole quello che prova. A pranzo chiede alla nonna: – Potrei scrivere una poesia, Nonna? 15


– Siediti dritta, Bessiewallis – le risponde la nonna. Poi, dopo un po’ di tempo e con una smorfia, dichiara: – Scrivere fa molto male al portamento. Non molte donne lo fanno, fortunatamente. In America le poesie le lasciamo agli uomini. Nonna Anna Emory Warfield sta dritta come un fuso sulla sedia, al punto che nemmeno un millimetro della sua spina dorsale tocca lo schienale. E vuole che Bessiewallis segua il suo esempio, che rispetti le sue origini del Sud, che si ricordi di essere una signora, che cerchi di non essere mai noiosa, che si sforzi di essere spiritosa, ma che guardi anche gli altri, che impari da loro, che li ascolti e che li coinvolga nella conversazione: – Così, un giorno, sarai una brava padrona di casa, tesoro, a capo di una tavola scintillante. Una tavola scintillante? Bessiewallis immagina un milione di candele che brillano e tremolano; le gialle fiamme che lambiscono la cristalleria, la cera che si raccoglie in pozze, gocciola e cade nella zuppa, la tovaglia che prende fuoco... – Dove sarà questa tavola scintillante? – chiede. E vede l’ombra di un sorriso attraversare il volto di Anna Emory Warfield. – Dove sarà? Be’, non saprei, cara. So solo che sarà sicuramente al Sud. Sposare uno Yankee non funzionerebbe mai. Matrimonio. Quella è la parola a cui tutti pensano. E il tempo vola, plana giù come i gabbiani. È questo che gli adulti sottintendono sempre. Non avanza un momento per la poesia. Non c’è tempo per giocare ad acchiapparella con Ruby, tra le lenzuola stese ad asciugare. Non c’è tempo per nessun gioco. Le sue bambole di carta, Mrs Astor e Mrs Vanderbilt, col loro guardaroba di vestiti da cocktail di carta, sono tornate al buio 16


nella polvere dell’armadio, insieme a tutte le altre cianfrusaglie della sua infanzia. A volte ci ripensa con malinconia, a Mrs A e Mrs V, tutte sole, senza soirées a cui partecipare. Ma il tempo accelera ancora, come le nuove automobili su Preston Street. Entro tre anni Wallis sarà una debuttante. Indosserà un vestito di pizzo e danzerà al Bachelor’s Cotillion. E in quella folla di giovani cavalieri, con le cravatte bianche e i sorrisi nervosi e i capelli lucidi di brillantina, lì lo troverà, il suo Unico e Solo. Il pranzo è finito e adesso, mentre Bessiewallis esce fuori nel sole di Baltimora per andare al mercato di Richmond con sua nonna, a Parigi arriva il mattino, prima come una presenza grigia nella stanza, qualcosa che ancora non ha deciso di rimanere, poi come un raggio di luce, soffice e dorato alla finestra, nel punto in cui le tende pesanti sono tirate indietro di qualche centimetro. Wallis guarda il raggio. Ha dormito senza sognare. Si sente un po’ meglio. Riesce a vedere chiaramente la maledetta finestra. Pensa che oggi potrebbe riuscire a dire qualche parola in un inglese comprensibile. La sua compagna è lì. Ha la pelle di un bruno pallido, con delle lentiggini qua e là, tutta tesa sopra il cranio. Tira su Wallis nel letto. Le alza la camicia da notte. Una ragazza con l’uniforme e il grembiule, che Wallis non ricorda di aver visto prima, le infila sotto una padella. Fais pipi, ma Duchesse dice la compagna. Fais un petit pipi pour moi. Oh, Dio. Francese. Come se parlare non fosse abbastanza difficile. Parlare in americano. Come se già non fosse una fatica. – Parla inglese – ordina Wallis. E sì, oggi la sua voce funziona. 17


La donna-uomo sorride per la sorpresa. – Va bene – dice (è una donna, giusto? O è un uomo in costume? Un uomo con un grande petto?). – Vedo che la mia Duchesse si sente di nuovo sé stessa. Brava. Molto bene. Adesso fai i tuoi bisognini, cara, che poi ò delle cose da mostrarti. Cose che ti aiuteranno a ricordare. Credo che oggi sarà il giorno in cui ricominci a capire”. Wallis fissa la compagna (– Non fissare mai le persone, Bessiewallis – consiglia Nonna Anna. – È da maleducati. Se vuoi interrogare qualcuno nel profondo, ti basta uno sguardo rapido e intenso al suo viso. Ma accidenti. È morta da un pezzo, Anna Emory Warfield. Baltimora è cambiata. Da marrone a grigia. Il tiglio è stato abbattuto. Perché non fissare quello che è rimasto?). I capelli della compagna sono corti, spessi e grigi. Le sue mani sembrano dure. La ragazza col grembiule si aggira per la stanza, mette a posto quello che sembra già abbastanza a posto. Lei, per lo meno, pensa Wallis, ha la decenza di non fissarmi mentre cerco di pisciare. La compagna è senza vergogna invece. Mi accarezza la mano, mi bacia i capelli, tutto mentre me ne sto seduta su questa cazzo di padella. – Vattene – dice. Per un attimo la donna-uomo sembra terribilmente ferita, come se le fosse arrivata una pugnalata nel cuore. Ma non si allontana, continua invece ad accarezzare e a baciare e poi di nuovo il francese: Oui, ma Duchesse, oui, oui. Mais tu sais que tu ne comprends rien. Je suis la seule qui est là pour toi... 18


Indice

Le tenebre di Wallis Simpson Come si ammucchia una pila La bellezza del turno dell’alba Morte di un avvocato Natività L’over-ride La mano d’ebano M’ama, non m’ama Falena Il giardino dei ciliegi, con tappeti I morti stanno solo dormendo Peerless

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The darkness of Wallis Simpson Rose Tremain Nei suoi racconti Rose Tremain ti prende per mano con gentilezza per accompagnarti in un mondo che non è il tuo ma che potrebbe esserlo. Un mondo fatto di persone che si risvegliano dal torpore della loro vita, per vedere o intravedere qualcosa. In queste pagine sei un uomo di 46 anni che il giorno del suo compleanno si sente sbranato dalla vita come una bistecca. Sei una guardia di confine a Berlino Est che ha ucciso troppe persone. Oppure sei innocente come un neonato con le ali, troppo attratto dalla luce per sopravvivere a un mondo pieno di risvolti oscuri. Sei magico, sei quello che l’autrice sogna per te. Nel racconto che dà il titolo a questo libro, The Darkness of Wallis Simpson, la Tremain ci racconta il disperdersi dei ricordi di Wallis Simpson, la donna divorziata che portò scompiglio in Gran Bretagna sposando Edoardo VIII – personaggio così carismatico e controverso che ha ispirato anche Madonna per il suo W.E. Edward e Wallis. Per acquistare l’intero libro: www.omeroeditore.it 12€ – pp. 224 – 12x17cm www.omero.it

The darkness of Wallis Simpson  

Nei suoi racconti Rose Tremain ti prende per mano con gentilezza per accompagnarti in un mondo che non è il tuo ma che potrebbe esserlo. Un...

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