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Corriere della Sera Mercoledì 9 Dicembre 2009

DOPO LE POLEMICHE

Dopo le polemiche, pare tornato il sereno tra Milan Kundera (nella foto) e la sua terra di origine. La città natale dello scrittore ceco naturalizzato francese, Brno (in Moravia), lo ha nominato ieri cittadino onorario. L’interessato non era presente, ma secondo il sindaco di Brno, Roman Onderka, Kundera ha scritto di essere pronto a ricevere il titolo, ma di non poter venire personalmente a ritirarlo per motivi di salute. Sarà quindi Onderka a

«Cittadino onorario»: tregua tra Kundera e la Repubblica Ceca

consegnarglielo a Parigi, dove Kundera vive e scrive in francese sin dalla sua emigrazione nel 1975, dopo la quale era stato privato della cittadinanza dal regime comunista «normalizzatore» di Gustav Husák, imposto dai sovietici in seguito al soffocamento, nel 1968, della «primavera di Praga» di Alexander Dubcek. Il riconoscimento a Kundera viene dopo le pesanti accuse rivoltegli un anno fa dal settimanale «Respekt» e da alcuni studiosi, secondo cui lo

Cultura

scrittore sarebbe stato un confidente della polizia segreta comunista (Stb) negli anni Cinquanta. Kundera ha sempre smentito tale circostanza, ma l’episodio ha contribuito a peggiorare i suoi rapporti con il Paese d’origine, tanto che nel maggio scorso aveva preferito disertare un convegno tenuto a Brno in suo onore. Antonio Carioti © RIPRODUZIONE RISERVATA

Carlotto sbanca la Fiera di Roma L’amore del bandito di Massimo Carlotto (Edizioni e/o) è il libro più venduto alla Fiera della piccola e media editoria «Più libri più liberi», che si è conclusa ieri a Roma. Circa 55 mila i visitatori, il 10 per cento in più rispetto al 2008, con un aumento del 20 per cento delle vendite negli stand.

Omaggi

Il re del noir e il cantore di Brooklyn di MATTEO PERSIVALE

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LIDO PIER Quella è una famiglia a cui capitano tante cose strane. Una Buick di loro proprietà sta galleggiando nell’acqua intorno al Lido Pier Da «Il grande sonno»

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ROSSMORE ARMS Guardò sua moglie, ma lei volgendo lo sguardo altrove infilò il ferro da calza in una palla di lana. Senza dire una parola Da «La signora nel lago»

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IL MUNICIPIO Ormai mi teneva per i polsi. Mi rifilò un calcione sfasciaschiena e io mi piegai sulle ginocchia. Mi piego, io. Non sono il municipio Da «Addio mia amata»

Luoghi Un libro fotografico dimostra come l’hard boiled del detective Marlowe sia soprattutto un modo di osservare

La Los Angeles di Chandler: un sogno popolato da fantasmi di JONATHAN LETHEM

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ll’inizio de La signora nel lago Raymond Chandler scrive: «Il Treloar Building si trovava, e si trova tuttora, a Olive Street, vicino alla Sesta, sul west side. Il marciapiede di fronte era stato assemblato con blocchi di gomma bianca e nera. Adesso li stavano togliendo per restituirli al comune e un uomo pallido senza cappello con una faccia da custode del palazzo li guardava lavorare. E aveva lo sguardo di qualcuno a cui stavano spezzando il cuore». Ecco Los Angeles come Utopia — marciapiedi di gomma! — perennemente in pericolo di essere smontata e fusa e rinconvertita in automobili o pistole. Se il posto che spetta di diritto alla California nella storia americana è quello di destinazione — che è di conseguenza anche una fine — è anche il punto d’arrivo d’un viaggio da sogno, prima di inabissarsi nel Pacifico, dove gli orizzonti di gloria diventano orizzonti angosciosi. E allora Los Angeles è un bluff, una proposta che non sta in piedi, un luogo costruito così in fretta che i nervi di tutti

sono ancora scossi dalla sua apparizione sulla scena e dall’obbligo di fingere che esso esista davvero. Notate la prima esitazione di Chandler — il Treloar «si trovava, e si trova tuttora» a Olive Street — forse i suoi lettori temevano che il palazzo si fosse mosso? E già che ci siamo, chi è quell’uomo pallido e senza cappello che osserva i lavori? Viene descritto solamente come qualcuno con «una faccia» da custode, anche se non c’è nulla che gli impedisca di essere davvero il custode del palazzo. E ancora più importante, forse, è l’uomo che descrive quest’uomo: l’uomo che guarda, la presenza Chandler-Marlowe che soffonde la scena in un modo onnipresente ma non rivelato da ombra invisibile. Perché gli interessano tanto il Treloar e quel marciapiede di gomma? Difficile dirlo. In Chandler lo stile hard boiled diventa soprattutto un modo di osservare, non molto differente da quello di una macchina fotografica. La facilità con cui Philip Marlowe varca confini, il suo passaggio costante tra le scene d’amore, le scazzottate e gli omicidi che riempiono i libri di Chandler lo rendono si-

mile a una macchina fotografica. O a un fantasma. Nelle sue misteriose apparizioni, Marlowe diventa una presenza i cui movimenti, seppure momentaneamente soggetti al potere dei poliziotti o dei desideri umani, sono in ultima analisi a essi troppo fragilmente vincolati, come se questi poteri fossero soltanto brevi contrattempi. «Marlowe-un-delitto-al-giorno» ha sempre un appuntamento da rispettare, una stanza o una strada da occupare nel suo in-

Ritratti Da sinistra, Jonathan Lethem, nato a Brooklyn nel ’64 (foto Napolitano), e Raymond Thornton Chandler, originario di Chicago (1888-1959)

sonne catalogo dell’impermanenza degli affari umani. E, poiché questa è Los Angeles, ciò che egli osserva nella luce accecante come un flash al magnesio, quella luce del sole allucinata e visionaria, è anche la falsa permanenza dei luoghi che queste vite umane hanno finito per occupare e la falsa indifferenza di questi luoghi per le catastrofi umane rappresentate tra quelle mura e quei confini. Se l’architettura è destino, allora quello di Marlowe è stilare un elenco dei destini pensierosi di Los Angeles. Le fatali, splendide finzioni di glamour e serenità, le storie di princisbecco che vengono rievocate negli stupidi cocktail tenuti insieme da colla e lustrini. Rimuovere le carcasse dei morti, e quelle dei vivi, come ha fatto Catherine Corman nel suo catalogo così evocativo di luoghi stregati, fa sì che il potere di osservazione di Chandler diventi ancora più urgente e terribile: queste strade, che come questi palazzi sono state costruite per dare un ordine alle nostre solitudini, per evitare che si impilassero, insopportabilmente, una sopra l’altra, stanno facendo di tutto per dimenticarci. E che cos’è un fantasma, alla fine, se non una sorta di custode? Almeno finché quei luoghi non verranno smontati e riciclati in automobili e pistole. © RIPRODUZIONE RISERVATA

o scrittore più newyorchese e quello più losangeliano. Costa Est e costa Ovest. Jonathan Lethem e Raymond Chandler. Il cantore di Brooklyn senza madre (Il Saggiatore) e della Manhattan spettrale di Chronic City ora racconta il maestro del noir nato a Chicago, cresciuto in Inghilterra, ma trapiantato nella Los Angeles che ha poi reso immortale in tanti libri. E a volte, stranamente, la distanza permette di vedere meglio. Tanto che da New York Lethem riesce a illuminare gli angoli più remoti della città trasfigurata da Chandler, e lo fa commentando una serie di fotografie in bianco e nero: i luoghi chandleriani ripresi da Catherine Corman, il cui libro Daylight Noir è appena uscito negli Usa (pubblicato da Charta, pagine 128, $ 39,95: sito Internet www.daylightnoir.com). La città di Chandler secondo Lethem è un luogo popolato di fantasmi, dove i marciapiedi per qualche motivo sono fatti di gomma, una città troppo grande nata troppo rapidamente tra la sabbia del deserto e l’acqua dell’oceano. Giungla d’asfalto e di celluloide, città dove i sogni del cinema prendono forma e proprio per questo non riesce a essere reale, come se avesse un peccato originale: un debito di realtà impossibile da saldare. E la vecchia Los Angeles di Chandler così diventa un po’ la zia matta della Manhattan appena descritta da Lethem in Chronic City — l’isola dove una fitta nebbia avvolge la zona intorno al World Trade Center dall’autunno del 2001, dove una gigantesca tigre — forse meccanica — si aggira per le strade demolendo palazzi storici, dove il «New York Times» viene venduto in un’edizione speciale priva delle notizie di guerra. Un’altra città artificiale, come Los Angeles. Ma se Chandler il moralista ci insegna che sotto il sole della California l’unica cosa davvero reale è il crimine, nella Manhattan dell’umanista Lethem, isolata dal mondo come se fosse nello spazio, l’unica cosa vera, invece, è l’amicizia. © RIPRODUZIONE RISERVATA


Chandler