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Artista visivo, scrittore e arteterapeuta, Satvat (Sergio Della Puppa) ha una vasta formazione come meditatore, terapeuta spirituale e cultore di simbologia. Il suo lavoro è intonato alle virtÚ dello Spirituale nell’arte, manifestando la viva forza dell’ispirazione. Sulla Via della creazione spirituale e artistica, Satvat ha sperimentato e sviluppato delle tecniche innovative per favorire operativamente l’evoluzione dell’essere umano. Con i suoi libri l’autore accompagna i lettori sui passi sottili, sorprendenti ed entusiasmanti della maturazione creativa del SÊ. Tra i testi da lui già pubblicati, L’Artista Interiore (Xenia 2005), Il Tao della Pittura (Bastogi 2009) e Manuale di scrittura creativa (Xenia 2011).

riprendiamoci l’anima!

SATVAT

riprendiamoci l’anima! Per essere vitali, presenti, gioiosi, creativi e ispirati

SPAZIOINTERIORE

L’idea stessa dell’anima – che non si vede ed è quindi apparentemente trascurabile, ma che è cosÏ afflitta dal tormento religioso – ci è venuta a noia, tanto è stata cucita con il filo spinato. Insomma, non ci chiediamo nemmeno piÚ se ce l’abbiamo, un’anima; ma ciò è decisamente un male, perchÊ essa è la nostra piÚ intima natura, dove sono riposti i nostri veri tesori e la potenzialità di fonderci consapevolmente con il Tutto. Infatti la confidenza con l’anima può condurci a realizzare il nostro piÚ alto potenziale; non in un ipotetico paradiso nel futuro, bensÏ nel riconoscimento di chi siamo qui-e-ora.

Satvat

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Questo libro intende guidare amorevolmente il lettore in un processo di caccia all’anima, attivando l’intuizione per superare consapevolmente le prigioni dei condizionamenti, i roveti che imbrigliano l’anima nell’Ombra, i blocchi, gli equivoci e gli smarrimenti, le rinunce al potere creativo e all’illuminazione interiore. Viene presentato un percorso di ribellione spirituale e di autoguarigione, arricchito da testimonianze ed esercizi di risveglio. Tale processo evolutivo è individuale ma assume oggi un’urgenza collettiva ed epocale, poichÊ è l’unica possibilità per superare la grande crisi mondiale che sottilmente è causata dalla negazione dell’Anima. Favorendo in noi stessi la nascita di un uomo nuovo e integrato, piÚ consapevole ed energetico, siamo in grado di dare qui e ora un senso reale alla nostra presenza nel mondo; allora, con creatività, amore, celebrazione e saggezza, possiamo salvarci dal gorgo inconscio della distruzione.

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satvat

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18 euro

riprendiamoci l’anima!


Satvat

RIPRENDIAMOCI L’ANIMA! Per essere vitali, presenti, gioiosi, creativi e ispirati

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Satvat Sergio Della Puppa Riprendiamoci l’anima! © 2013 Satvat Sergio Della Puppa © 2013 Spazio Interiore Tutti i diritti riservati Edizioni Spazio Interiore Via Vincenzo Coronelli 46 • 00176 Roma Tel. 06.90160288 www.spaziointeriore.com info@spaziointeriore.com illustrazione in copertina Satvat I edizione: marzo 2013 ISBN 88-97864-10-3


INDICE

Capitolo 1

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Capitolo 2

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la caccia all’anima

riflessioni sull’anima

Cos’è l’anima? • Le concezioni dell’anima • Anima e animus • L’identità dell’anima • Le quattro maschere dell’anima • Il daimon, genio dell’anima • L’Ombra • Il trickster • L’anima delle cose

Capitolo 3

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i poteri dell’anima

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Il potere dei sogni • Il volo dell’anima • Il Sogno sciamanico • Potere dell’anima, potere di donna • Il potere del caos • Il potere della catarsi • Il potere della danza • Il potere della ribellione e della ricettività • Il potere della visione • Il potere dell’intuizione e il non-agire • Il potere della creatività • Il potere della condivisione • Il potere della compassione • Il potere della risata • Il potere della meditazione • Il potere della preghiera • Il potere del silenzio

Capitolo 4

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le emozioni feconde dell’anima

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L’anima e le emozioni • Il dolore • Il piacere, la felicità e la gioia • L’amore • La devozione • Lo stupore

Capitolo 5

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l’espansione dell’anima

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Le leggi dell’espansione animica • Le modalità dell’espansione • Le influenze sull’espansione animica

Capitolo 6

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la buia notte dell’anima

La caduta dal Tempo • La depressione come risorsa

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Capitolo 7

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anima, malattia e guarigione

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Il disagio psichico come equivoco della coscienza • Le cause animiche della malattia • La malattia come comprensione dell’anima • La terapia sciamanica e panica • Il potere terapeutico dell’immaginazione creativa • La guarigione karmica • L’arteterapia come specchio dell’anima • L’arte è terapeutica?

Capitolo 8

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l’anima del mito

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La forza del mito • L’arte come creazione mitica • Eros e Psiche

Capitolo 9

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anima e arte

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L’Albero della Vita dell’arte • Il recupero creativo • Arte e immaginazione creatrice • La bellezza salverà il mondo

Capitolo 10

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anima narratrice

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La sincronicità • Le storie di Anima • I simboli dell’Anima • La narrazione simbolica • La narrazione fiabesca

Capitolo 11

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esercizi per fare anima

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Accoglienza e amore a se stessi • L’alchimia creativa • Il concerto delle emozioni • Il gibberish • Il lathian • Il kazuken-do • Meditazione dello specchio • Tanto grande, tanto piccolo • Una meditazione “lunatica” • Assaporare oltre i confini • La danza dell’anima • La meditazione nadabrahma

Bibliografia

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Dall’Anima all’anima, per risvegliare il ricordo eterno del suo essere Luce.


Capitolo 1

la caccia all’anima Questa crisi è un bene da un certo punto di vista, in quanto costringerà la gente a una scelta: «Volete morire oppure volete vivere una nuova vita?» Osho

Presso i nativi americani e in molte altre culture tradizionali sparse in tutto il mondo, si effettua con modalità similari un rituale di guarigione che si può genericamente denominare “la caccia all’anima”. L’infermo viene portato dall’uomo di medicina, lo sciamano, che per guarirlo entra in trance inoltrandosi in reami misteriosi per cacciare la sua anima perduta. In tali culture si ritiene infatti che la malattia si verifica quando, per qualche motivo, si perde l’anima o parte di essa. Può accadere in seguito a uno shock, o a un forte dispiacere, comunque quando si crea una frattura nel sottile equilibrio simbiotico di corpo e anima. A questo proposito, la sciamana Anatta Agiman ha scritto: «Vi è mai capitato, quando subite uno spavento, subite uno shock o sperimentate un abbandono o una perdita, di avere la sensazione che vi manchino le forze, che vi sentiate letteralmente “venir meno”, come se la linfa vitale avesse lasciato il vostro corpo? Ebbene, proprio in quel momento state sperimentando la parte di una perdita di voi, una parte di anima che vi ha lasciato e proprio attraverso la potentissima tecnica ritualistica del ritrovamento dell’anima, lo sciamano, chiedendo supporto ai suoi animali guida, aiuta la persona a recuperare le varie parti di anima “sparse, perse per il mondo”».1 1. A. Agiman, La porta sull’invisibile, Sperling&Kupfer 1998.

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Si deve intendere la perdita dell’anima come un’interruzione dell’interflusso armonico tra la nostra costituzione grossolana (fisica) e quella sottile (animica), la quale, per vari motivi, viene estraniata. Tale perdita è un evento grave, che porta conseguenze nefaste: il corpo deprivato dell’anima perde la vitalità psicofisica, non riuscendo a ripristinare lo stato di salute; invece l’anima è tanto rarefatta che si sperde in un’alterità nebulosa, da cui stenta a riconnettersi con il veicolo corporeo che è atto a radicarla. Nella visione sciamanica si afferma anche che, in quelle lande metafisiche in cui l’anima si trova a vagare confusamente, essa venga ingannata o costretta all’esilio da spiriti maligni. L’uomo di medicina sa seguirne le orme lungo gli indecifrabili sentieri ultraterreni, e la caccia con determinazione spirituale, sconfiggendo ogni opposizione per ricondurla al malato al fine di guarirlo. Molti potrebbero liquidare tutto ciò come un mito fantasioso, ma le guarigioni realizzate da secoli in tal modo impediscono conclusioni affrettate. Inoltre la medicina psicosomatica conferma che effettivamente il trauma psichico, il quale può avere molte diverse connotazioni, è causa di numerosissime malattie, anche gravi; ad esempio, la controversa Medicina Germanica del dottor Hamer ha studiato migliaia di casi clinici prima di affermare che persino il cancro ha una simile origine. Vedendo anche quanto ha efficacemente sperimentato la bioenergetica, insieme al vastissimo patrimonio di esperienze delle numerose arti olistiche di guarigione, possiamo risolutamente affermare che uno sfasamento della simbiosi corpo/anima è un evento con risultati nocivi. Ma che rapporto abbiamo con la nostra anima, e che parte ha nella nostra vita? Se ce lo chiediamo con sincerità, dobbiamo ammettere che non sappiamo se esiste, né come sia, né dove si trovi. Accorgendoci di tale ignoranza, potremmo pensare che l’abbiamo davvero perduta perché, se avessimo mantenuto con lei il contatto, qualcosa certamente ne sapremmo; non in teoria – di quelle ce ne sono a iosa – ma come reale esperienza esistenziale. Forse è per questo che ci sentiamo sempre fiacchi, demotivati, poveri di energie spirituali e creative, poco consapevoli delle nostre emozioni; in definitiva tanto infelici. E anche

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costretti a una vita priva di senso, d’intuizione e d’esultanza, nonché mancante di una promessa d’eternità. Riflettendoci bene, parrebbe proprio il caso che siamo incorsi in una simile perdita, la quale è una nostra responsabilità anche se dobbiamo pur riconoscere che l’epoca in cui viviamo ha forsennatamente rinnegato l’anima per instaurare la tirannia materialistica. Certo, il potere economico che domina il mondo non poteva proprio ammetterla, l’anima: così volubile per natura, fantasiosa, decisamente fuori dai ranghi, anarchica, temibile. Nonostante sia straordinariamente potente, l’anima è un po’ come un bambino: può svilupparsi e maturare, ma è anche volubile, capricciosa, disubbidiente, inconvincibile. Non si può venire a patti con l’anima, perché ha le proprie irriducibili ragioni; ma certamente ci hanno provato, e in modo costrittivo, soprattutto nell’ambito delle istituzioni religiose. I mistici autentici non si sono allineati alla dottrina canonica, ma hanno indagato coraggiosamente e individualmente – pur seguendo i sentieri della loro fede – nelle proprie profondità animiche. Nel misticismo cristiano, ad esempio, potremmo menzionare Francesco d’Assisi, Teresa d’Avila, Juan de la Cruz, Meister Eckhart e Jakob Böhme, ai quali dovremmo aggiungere una folta schiera, meno nota, di devoti, iniziati e alchimisti, la cui passione sincera è stata frequentemente bollata di scomunica. In tutte le religioni i grandi mistici hanno spesso subito l’ostracismo delle gerarchie ecclesiastiche, ma non è stato un prezzo troppo salato poiché essi hanno autenticamente cercato la Luce della Sorgente. Il ricercatore del vero rinuncia a ogni canone e a ogni sicurezza per approdare al mistico non-sapere in cui si viene permeati dalla grazia dell’inesauribile mistero. Diversamente, le religioni si rivolgono alle masse, che più di tutto desiderano certezze e consolazioni, per cui, sin dai tempi remoti, hanno imposto sull’anima i loro copyright, intessendo una camicia di forza fatta di dogmi, fallaci promesse e castighi. Se il corpo è limitato e mortale, l’anima invece è eterna, perciò proprio su di essa si è concentrato il massimo investimento; infatti ogni religione si è fatta forte soprattutto delle proprie idee sull’anima, tro-

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vando persino il modo di vendere, ai più sprovveduti, la promessa di paradisi celesti dove solo coloro che si mostrano pii (ossequiosi delle regole) possono approdare alla conclusione del loro transito terreno. Luoghi allettanti con fiumi di latte e miele, e bellissime donne, le huri, a loro totale disposizione; insomma, un godimento eterno per compensare le amarezze e l’espropriazione pagate in vita ai potenti della Terra. Possiamo sorriderne, ma questo è quello che viene promesso anche ai kamikaze musulmani. In generale, in nome del Paradiso sono state commesse atrocità senza limiti. Ha ragione Omar Khayyam: Dice la gente: «Bello il Cielo là, con angeli e huri». E dico io: «Bella è l’acqua, qua, l’acqua di vigna».2 Per asservirci, i preti di tutte le confessioni hanno propagandato, riguardo all’anima, drammatiche invenzioni di delizie e punizioni; però l’autentica scoperta dell’anima è l’occasione della liberazione. Loro, se siamo obbedienti, ci promettono un Cielo che è proiettato altrove: un’immagine allettante ma illusoria a cui sacrifichiamo la saggezza ribelle di vivere intensamente il presente. In realtà solo bevendo qui e ora «l’acqua di vigna» – attivando le potenze segrete dell’anima – possiamo essere ebbri dell’Essere Divino, espandendoci nell’amore. Tuttavia il millenario imbroglio religioso ci ha abituato ad appoggiarci ai dogmi della fede, e resi timorosi di indagare di persona poiché potremmo contravvenire ai comandamenti e meritarci la perdizione eterna. Il risultato di questa subordinazione infantile è che non sappiamo nient’altro da ciò che furbescamente ci hanno detto. Alla fine l’idea stessa dell’anima – che non si vede ed è quindi apparentemente trascurabile, ma che è così afflitta dal tormento religioso – ci è venuta a noia, tanto è stata cucita con il filo spinato. Insomma, non ci chiediamo nemmeno più se ce l’abbiamo, un’anima; ma ciò è decisamente un male, perché essa è la nostra più intima natura, dove sono riposti i nostri veri tesori e la potenzialità di fonderci consapevolmente con il 2. O. Khayyam, Quartine (Rob’aiyyat), Einaudi 1979.

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Tutto. Infatti la confidenza con l’anima può condurci a realizzare il nostro più alto potenziale; non in un ipotetico paradiso nel futuro, bensì nel riconoscimento di chi siamo qui-e-ora. Dal cuore e dalla penna di N.D. Walsch, Dio ci chiede: «State nutrendo la vostra anima? Vi siete almeno accorti di averne una? State crescendo o appassendo?»3 Abbiamo certamente un corpo che rivendica la nostra attenzione con mille bisogni. Un corpo che ci afferra con il piacere e con il dolore. Un corpo che pesa, che si vede, e per questo desideriamo ricostruirlo artificialmente come oggetto di rappresentanza. Esso è veicolo di umori e di vicissitudini che a volte glorifichiamo, ma anche di cui spesso ci vergogniamo; e, identificati con il corpo, intimamente tremiamo perché possiamo solo vedere che siamo mortali, pur se facciamo di tutto per dimenticarlo. Tentiamo infatti di stordirci senza misericordia, nella frenesia come nelle sabbie mobili dell’indolenza, sbilanciandoci sempre oltre ciò che saremmo naturalmente. Stiamo in questo corpo che ci è moralisticamente negato, e che laicamente è reso da noi alieno perché lanciato alla conquista di sempre nuovi e ingannevoli traguardi materiali. Pure nelle fattezze esso si discosta dall’impronta sensibile dell’anima, dato che è forzato dall’armatura caratteriale, oltre che spesso plastificato nel look, persino chirurgicamente. Da tutto questo traiamo un ottuso replicante che è imbalsamato dal precetto morale, oppure gongola nella frenesia e nel frastuono, nell’arroganza che nasconde il timore o nell’oblio fornito dalle droghe, per confondersi e stordirsi. Non diamo mai ascolto alla vera saggezza del corpo, non lo viviamo come il tempio della consapevolezza, non ne esploriamo gli intimi misteri; se lo facessimo, scopriremmo che è il veicolo prezioso e senziente dell’anima. La negazione dell’anima è la vera malattia della modernità, sebbene all’inizio del secolo scorso fosse ancora oggetto di dibattito. Alcuni medici, ad esempio, pesavano il corpo umano subito prima e subito dopo la morte per verificare un’eventuale variazione di peso dopo la supposta emigrazione dell’anima. Ma soprattutto la concezione dell’anima è stata appassionatamente discussa dallo spiritualismo che, a partire dalla 3. N.D. Walsch, Conversazioni con Dio, vol. 2, Sperling&Kupfer 2008.

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metà dell’Ottocento, ha profetizzato l’avvento di una Nuova Era. Altri tempi quelli dell’esoterismo dotto, per intenderci quello di Guénon, di Steiner, della Blavatsky, di Evola: tutt’altro dall’odierno supermercato della spiritualità new age. Allora il sentiero iniziatico era riservato a pochi, che lo calcavano con tenacia, studio e serietà. Una serietà che però può risultare categorica, eccessivamente mentale e caricata dal senso di un Io in cerca di sublimazione, il quale ha schematizzato lo Spirituale con la ratio. Sull’anima i dotti esoteristi hanno detto mille cose contraddittorie, ma in definitiva non ci hanno aiutato a scovarla né a farci amicizia. Nessuna teoria, per quanto affascinante ed esoterica, può infatti avviarci a una reale esperienza. Si è rivelato ogni stupefacente segreto – più o meno fondato – sui regni astrali come sui molteplici stadi dell’incarnazione umana, ed è facile coltivare un sogno spiritualista che ingombra la mente. Nonostante i nostri sforzi a crederlo reale, continueremo semplicemente a proiettarlo, senza potergli conferire una consistenza esistenziale. Le sagge indicazioni sono preziose sulla Via, perché possono aiutarci ad aggiustare la direzione di qualche grado, ma la bussola che dobbiamo seguire, rischiando il tutto per tutto, è il nostro cuore. La conoscenza che assumiamo dall’esterno non può davvero aiutarci a progredire, e i Maestri ci avvertono che si può procedere solo nell’innocenza del non-sapere, divenendo responsabili e svegli nel verificare noi stessi nella realtà del momento. Spesso lo spiritualismo, con coscienza biblica, ha inteso il corpo solo come un pupazzo di fango, seppure animato, invece che come un mistero vivente. Rifiutandolo, senza accorgersene, ha automaticamente allontanato la possibilità di un’autentica comprensione dell’anima, perché corpo/anima è nell’essere umano un’identità sincronica durante la vita. I Maestri ci avvertono che soltanto se incarnata l’anima ha la possibilità di fare esperienze e quindi di meditarle al fine di evolversi. Platone proclamava: «Il nostro morire è il nostro vivere; la morte del corpo dischiude la vera vita dell’anima».4 Secondo la concezione platonica che ha formato la nostra cultura, il corpo è stato visto come la 4. Platone, Tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Bompiani 2000.

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prigione dell’anima, quindi si è pensato che questa possa liberarsi solo tramite il suo annichilimento. Per quella che è la mia esperienza, direi invece che cercare la liberazione prescindendo dal corpo risulta essere un’idea fuorviante che ci aliena dalla saggezza dell’esperienza vissuta. Inoltre, se si eleva il livello della consapevolezza, ci si accorge che il corpo non è effettivamente un limite costrittivo: l’anima resta ineffabilmente libera e fluttuante, pur essendo in simbiosi con il corpo, ed è solo la carenza di comprensione che ci impedisce di vedere e vivere questa realtà. Anche Carl Gustav Jung, nel suo libro Psicologia e Religione, ha riconosciuto che «in grandissima parte l’anima non dimora all’interno del corpo».5 Ma è anche vero che, radicata nel corpo, l’anima individualizzata sente e vive dall’interno, affacciandosi su quella fantasmagorica giostra di eventi che è il mondo; è quasi inconsapevole di se stessa, è come un bambino piccolo che sta imparando tramite mille esperienze, e può farlo in virtù dell’atavica saggezza che custodisce al centro del proprio essere. In questo senso, il mondo fornisce una sfida all’autoconoscenza che può culminare nell’illuminazione. Una profonda esperienza del corpo e delle emozioni, che a torto sono state demonizzate, ci può consentire di contemplare la duplicità del mistero fisico/animico e di sublimarlo in una visione trascendente. In realtà la nostra rispondenza all’anima sarebbe spontanea e naturale – al livello elementare – se non ci lasciassimo condizionare. I bambini, fino all’età di sette anni, sono più animici che corporei: il corpo è per loro un prezioso veicolo di esperienze e imparano con totalità a gestirlo, tuttavia resta in qualche modo periferico al loro sentimento centrale di essere. Per questo sono così sorprendenti, gioiosi, energetici. In loro funziona prevalentemente l’emisfero cerebrale destro, che è ricettivo, intuitivo, non razionale, immaginativo e creativo, e tramite questo sono in connessione con il cuore e in simbiosi con l’anima, quindi con il flusso misterioso della Vita e con la Sorgente. Ma questo il mondo degli adulti non può accettarlo, poiché risulta ingovernabi5. C.G. Jung, Psicologia e religione, Bollati Boringhieri 1992.

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le, perciò i bambini vengono forzati a controllare il libero flusso delle emozioni. L’intero complesso educativo opera per nutrire la mente a discapito del cuore, e ciò causa un’attivazione ipertrofica dell’emisfero cerebrale sinistro, razionale, che non ha alcuna relazione con l’anima. La mente viene formata essenzialmente per classificare le informazioni e organizzarle in modo programmatico, mentre le facoltà ispirate e ludiche dell’emisfero cerebrale destro vengono sempre più emarginate. Pur se la logica è necessaria nella vita, quando diventa dominante esercita il più dannoso controllo che pietrifica la disposizione naturale a essere spontanei, vitali e creativi, quindi felici. A causa della coercizione del sistema educativo, dai sette ai quattordici anni dell’individuo viene perfezionato l’indottrinamento che arresta la rispondenza sensitiva con l’anima. Infine egli si trova trincerato in un ego, datogli dalla società, che è immerso fino al collo nel pantano relazionale dove si confronta/scontra con la moltitudine degli altri ego con cui viene in contatto. Tutti con le stesse ossessioni, soprattutto di dimostrare il valore della personalità posticcia, senza più saper assaporare la magia della Vita e vibrare per la profonda emozione che fa cantare l’anima. Avete mai sentito sgorgare nel petto quella canzone? Quando, da adulto, il mio cuore si è aperto e per la prima volta ha cominciato a cantare, non potevo crederci, ma era indubitabile e ho compreso che senza tale estasi la vita non è degna di essere vissuta; quell’estasi, intensa vibrazione dell’anima, è un nostro diritto di nascita che dobbiamo rivendicare e realizzare. Raggiunti i quattordici anni, si vuole che l’adolescente sia ben irreggimentato e senza più confidenza con la sua anima. Certo, non tutti sono docilmente disciplinati, e con l’attuale esaltazione dell’ego molti vanno contro le regole, ma la rispondenza animica è stata comunque interrotta e distorta in reattività, che è tutt’altro dalla spontaneità ribelle dell’essere se stessi. Si potrebbe dire che da quel momento l’anima svolazza intorno all’individuo, senza poter trovare una reale possibilità di comunicazione, dato che il canale costituito dall’emisfero cerebrale destro è stato ostruito dai condizionamenti indotti. Qualche modo per farsi sentire l’anima lo trova comunque, ad

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esempio nei sogni, nel corso di emozioni dirompenti e nei rari momenti d’intuizione. Con le donne ha una più agile connessione, dato che sono ben più intuitive ed emozionali degli uomini. Paradossalmente le varie Chiese hanno dibattuto a lungo se le donne – genericamente bollate come impure – avessero l’anima o meno; probabilmente perché ne hanno più del minimo che è moralisticamente consentito. Poiché l’anima è il loro pane quotidiano, gli artisti – almeno quelli che seguono l’intuizione – lavorano con passione per disserrare le barriere imposte all’attività dell’emisfero cerebrale destro. Bernard Shaw ha giustamente scritto che, come si usa lo specchio per vedersi il viso, l’essere umano può utilizzare l’arte per guardarsi l’anima; infatti non solo la pratica creativa dell’arte ma anche il suo partecipato apprezzamento facilitano l’approccio al mistero dell’Anima. E ancor di più sono i meditatori che si tuffano nelle sue acque abissali e rigeneratrici, imparandone le virtù nascoste che arricchiscono ed espandono il sacrario della Vita. Tuttavia la rabbia, la violenza e la cattiva coscienza che ci tormentano, non sono forse i frutti bacati dell’anima negata? Pensate a un bambino a cui non vengano dati l’amore e la cura che gli sono indispensabili per svilupparsi armoniosamente: diventerà molesto, irritabile, reattivo. Provochiamo lo stesso risultato quando ignoriamo e persino osteggiamo i richiami della nostra anima. Abbiamo detto che quella porta di intercomunicazione è stata chiusa, quindi potremmo chiederci in che modo si trasfonde in noi, con fenomeni anche feroci, l’effetto della nostra trascuratezza animica. Il fatto è che la soglia tra noi e la nostra anima risulta bloccata solo nel senso ascensionale, quindi se intendiamo raggiungere ispirazioni superiori e benefiche. Le emozioni pesanti e/o catartiche, come spiegheremo nel prossimo capitolo, circolano invece nel nostro sangue. Ignari come Faust, abbiamo venduto l’anima a un diavolo ingannatore che è un fantoccio senza altro potere che quello da noi stessi conferitogli, il quale ci dà in cambio trastulli tecnologici e un benessere ingannevole. Guardando la cosa nell’ottica della caccia all’anima, il cosiddetto progresso è lo spirito maligno che la incatena. Secondo un’antica leggenda colui che vende l’anima al diavolo perde la propria

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ombra, cioè diviene incapace di assorbire la luce, perché è da tale assorbenza che l’irradiazione tralascia lo spazio grigio dell’ombra. Se abbiamo avuto successo secondo i canoni vigenti, ossia se abbiamo prodotto ricchezza materiale, ci troveremo in case lussuose, piene di tutti i confort; ma privati dell’anima non potremo mai sentirci a casa. Per vantaggiosa che possa sembrare la nostra condizione, è comunque come trovarsi al buio, in un mondo alieno, artificiale, divenuti artificiali noi stessi perché siamo assenti nei nostri occhi, notoriamente specchio dell’anima. Eppure questa resta ineffabilmente con noi, solo che non guardiamo mai dalla sua parte, attratti come falene suicide dall’immenso luna park commerciale del terzo millennio. Via, un giro di giostra, e poi di corsa un altro, e un altro ancora, per non soffermarci mai a considerare la miseria che ci lasciamo imporre e che ci autoimponiamo. Eppure la nostra tristezza e la nostra sfiducia ce la ricordano incessantemente, e la crisi globale che stiamo attraversando la rende ancora più spinosa e meno nascondibile. Rinunciando alla propria anima, Faust è precipitato nella disgrazia personale; cosa accade quando l’intera umanità ha firmato il patto con il demone del falso progresso? La porta dell’inferno si è spalancata a livello globale e il genere umano sta scontando le sue mancanze con gli effetti catastrofici che sono sotto gli occhi di tutti. Già negli anni Sessanta, E.M. Cioran aveva scritto: «Non è affatto improbabile che una crisi individuale diventi un giorno la crisi di tutti e acquisti così un significato non più psicologico, ma storico. Non si tratta di una semplice ipotesi; vi sono segni che bisogna abituarsi a leggere».6 Anche i Maestri, ad esempio Osho, ci avevano avvertiti, ma abbiamo fatto finta di niente; avidamente in corsa per il progresso materiale abbiamo proceduto a cedere la nostra anima per un pugno di illusioni. Lo spettro più evocato dalla crisi finanziaria mondiale è quello dell’impoverimento, ed è quello che ci fa più paura; però non ci rendiamo conto che rinunciando all’anima abbiamo già perso tutto, ogni speranza di autentica felicità. Ci restano solo i divertimenti effimeri 6. E.M. Cioran, La caduta nel tempo, Adelphi 1999.

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che, avendo i soldi, si possono comprare, mentre avremmo bisogno della gioiosa presenza che può far brillare un mendicante più di un imperatore. Per capirci, la stessa di Diogene che era povero e nudo, ma capace di suscitare l’invidia di Alessandro il Grande. Avete mai guardato negli occhi di certa gente semplice che vive nei villaggi asiatici o africani, ovunque non si sia affermata la civiltà del denaro? Quelle persone non hanno niente, a fronte delle nostre ricchezze, eppure i loro occhi esprimono una presenza, una schiettezza e una gioia spontanea che ci sconcertano, perché quelle cose le abbiamo dimenticate. Accade poiché sono ricche delle loro anime. Invece dalle nostre parti si continua a mendicare attenzione per l’ego e a glorificare la sua arroganza; facciamo questo per tentare di colmare la voragine esistenziale che la mancanza dell’anima ha generato in noi stessi e nella società. Società che vorremmo indorata e funzionale, ma che con tale presupposto resterebbe comunque lo specchio triste delle nostre angustie: senza più umanità, senza amore, senza saggezza, senza cultura, senza fiducia. Hermann Hesse scrisse qualcosa che è di tremenda attualità: «E mi chiedo a nome di tutti: come salveremo le nostre vite in un mondo simile? Ci riuscirà di condurle in porto, di lasciarle fluire nei nostri gesti, nelle nostre parole? O ci rassegneremo, seguiremo la maggioranza inerte, tarperemo loro le ali e continueremo a portare l’anello al naso?»7 Per salvare le nostre vite, per culminare il senso segreto per cui siamo al mondo, dobbiamo ricolmarle di Anima. Per riuscirci dobbiamo innanzitutto comprendere perché e in che modo abbiamo permesso che l’anello della schiavitù fosse fissato alle nostre narici, e poi fare marcia indietro, fluidificando le energie bloccate per tornare a essere spontanei e innocenti. Allora scopriremo i nostri talenti, e le potenze invincibili dell’Anima, e le canzoni della Vita che inesauribilmente ci invitano alla danza. Aviva Gold, artista/sacerdotessa spirituale, ha scritto: «Ci troviamo in un periodo di sfide, dove ognuno ha necessità di tornare alla Sorgente delle sue proprie radici creative, al proprio sogno creatore di suggerimenti. [...] Apri il tuo cuore e la tua bocca e 7. H. Hesse, Il mio credo, Rizzoli 1980.

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fai uscire le tue canzoni; muovi il tuo corpo in una danza di preghiera. Insegna e ispira gli altri. Ogni dipinto, canzone, poesia, e danza crea la differenza nella guarigione del pianeta».8 Invece per la società l’anima è come un vaso di Pandora da cui essa teme l’insorgere del pericolo, di un’assenza di controllo che può minare le sue stesse basi. L’anima è selvaggia e – in prima istanza – individuale, non sociale: il cuore che fa pulsare è quello del coraggio, non quello del sentimentalismo; e ha climi, desideri, sogni unici, che non possono combaciare con il progetto di tessuto ordinato che la società tenta di costruire con il filo impoverito del senso comune. Per questo la società è da sempre nemica dei più dotati d’anima, il cui libero esprit è condannato come follia. In un certo modo è vero che questi rischiano di impazzire – come Nietzsche, Van Gogh e Reich – ma ciò spesso accade perché essi devono fronteggiare una forsennata opposizione. Vengono giudicati e repressi, impediti a maturare naturalmente le loro esperienze di outsider. Emarginati, vengono socialmente caricati di un peso crudele che minaccia di schiacciarli; inoltre l’opposizione la portano persino in loro stessi, come Ombra che agita tutto l’irrisolto. É un peso terribile da portare, a meno che non si attinga consapevolmente alle risorse meditative con cui si può alleggerirlo e persino vanificarlo. Tuttavia si dovrebbe riconoscere che sono gli individui più ricchi di anima a fornire le premesse dello sviluppo sociale, dato che sono i più creativi e i più innovativi; ma la società eventualmente li osanna solo dopo la loro morte, quando diventano in qualche modo catalogabili, mentre li aveva perseguitati quand’erano in vita. La storia ha tracciato un terribile elenco delle persecuzioni, delle ingiustizie e delle sofferenze che sono state imposte agli individui più geniali. Riflettendo su questo, dovremmo comunque evitare di compatirli, poiché hanno vissuto il senso autentico della loro incarnazione, hanno nonostante tutto esultato e vissuto con intensità. Superando l’avvilente mediocrità, ci hanno lasciato il loro insegnamento dando un nuovo impulso all’evoluzione dell’umanità; il loro esempio ci impegna 8. A. Gold, Dipingere con la Sorgente, Verdechiaro 2009.

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a essere noi stessi più autentici, avventurosi e totali. Infatti il tratto distintivo e ribelle del genio è presente in ogni essere umano, sempre in un modo squisitamente originale e creativo che può arricchire l’Esistenza di nuove dimensioni; ma, ovviamente, viene più o meno espresso. Al livello sociale, dovremmo rifiutare la piatta e frustrante educazione alla norma, e favorire in ogni modo l’apporto trasformativo del genio, la cui forza ribelle, radicata nell’Anima, è la nostra più autentica risorsa. Affinché ciò possa accadere, dovremmo disporci in una fiduciosa apertura, mentre invece si resta spesso bloccati nelle credenze e si reagisce per paura. L’era moderna si è aperta con l’annuncio ribelle del superuomo di Nietzsche, che intendeva essere una celebrazione del genio, ed effettivamente per un certo tempo si è verificato un intenso processo di individuazione che ha investito l’arte e la filosofia, innescando anche la pulsione all’autodeterminazione sul piano sociale. Tuttavia alla fine siamo precipitati nel suo opposto, in un’ossessione egotica strumentale che rinnega il genio ribadendo una conformità massificata in cui le uniche vette riconosciute sono quelle del materialismo consumista, e dove l’intero campo d’azione è lasciato a una psicologia malata e subumana, altro che superuomo! Decisamente qualcosa è andato storto, e la causa è stata proprio la negazione dell’anima. Il modo naturale della crescita è dall’interno verso l’esterno, ossia l’energia matura internamente sino a manifestare uno sviluppo esteriore. Ciò è valido per ogni forma vivente, ma l’essere umano ha imposto a se stesso una perniciosa censura del piano animico: esteriorizzando la totalità della propria esperienza, ha lasciato atrofizzare la percezione del mondo interiore, perciò ha reso impossibile la crescita verso lo sviluppo del genio, vivendo perciò – come diceva Marcuse – a una sola dimensione. Applicando prepotentemente il genio tecnologico, ha costruito meccanicamente all’esterno una realtà artificiale, mentre nella dimensione interiore si è avvizzito, mostrandosi sempre più incapace di ricchezza emotiva, percettiva e meditativa; in altre parole ha perduto l’anima. Per questo troviamo sempre più difficilmente le espressioni dell’amore, della dignità umana e della cultura. Stranieri a noi stessi, al prossi-

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mo e all’Anima del mondo, stiamo definendo un uomo-macchina che violenta se stesso e la Madre Terra avviandosi verso l’autodistruzione. Giustamente dobbiamo indignarci, ribellandoci alla logica del sistema; ma la ribellione più essenziale, quella che può realmente risanarci, sta nella nostra riconnessione animica. Più è espansa la consapevolezza del ribelle, più si rivela in dirompenza spirituale. Se la ribellione individuale è feconda sul piano contingente, dato che arricchisce il mondo di nuove prospettive e opportunità, infinitamente più preziosa è la ribellione dei grandi mistici che hanno trasceso l’individualità, poiché offre un’ispirazione che può affrancare l’anima dai vincoli contratti con lo spazio-tempo. Ma proprio perché è di tale portata, può scatenare il massimo ostracismo: la stupidità criminale dell’uomo ha crocifisso Cristo, ha lapidato Mansoor, ha avvelenato Socrate e Osho. Non sentiamoci innocenti: diamo cibo a quella belva cieca ogni qual volta rinneghiamo ciò che la nostra anima saggia sa essere vero. Come ho ascoltato da Osho, il ribelle è il sale della Terra, l’unico individuo che a pieno diritto può dirsi tale e che vive un’esistenza autentica che vale la pena vivere; vive seguendo la propria verità e la propria consapevolezza, così è l’araldo di un più luminoso futuro: «Il ribelle dovrà creare egli stesso una categoria, con la sua stessa vita, con le sue risposte, con la sua creatività, con il suo amore, con il suo atteggiamento di rifiuto verso qualsiasi compromesso, con il suo distacco dal passato. Il ribelle non avrà passato, non avrà storia. Avrà solo il presente e un futuro senza limiti, non soggetto a un passato che non è più».9 Ma il ribelle non deve essere confuso con il rivoluzionario. Il primo agisce in modo originale fluendo con l’Anima, affinando le proprie comprensioni e i propri talenti; così lui stesso evolve, e senza farsene carico giunge a creare il nuovo. Il secondo invece non può evolvere, perché è mosso in modo coatto dalla reattività a un sistema di cose che lo rende sofferente; la rivoluzione che cova in seno è distruttiva e – anche se a volte è necessario demolire il vecchio per costruire il 9. Osho, Il ribelle: il sale della Terra, Deltavideo 1992.

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nuovo – è incapace di essere creativa. Il rivoluzionario è proteso nel futuro con il desiderio di cambiare la società, e consuma la propria vita nello strenuo sforzo di riuscirci; ma anche se ci riuscisse non si troverebbe affatto nella situazione perfetta che aveva ipotizzato, come ci ha abbondantemente mostrato la storia. Al contrario, il ribelle vive qui e ora occupandosi principalmente di verificare se stesso, disfacendo i condizionamenti sino a ritrovare quella presenza traboccante e celebrativa che è il suo volto originale. Sa che non sono le condizioni esteriori a limitare la libertà essenziale dell’anima, la sua creatività, la sua empatia, il suo amore e la sua espansione; piuttosto riconosce che è l’ego la vera prigione. Perciò non si preoccupa più di tanto della società, la accetta nell’inevitabile imperfezione accomodandosi nei suoi interstizi, trovandosi a casa nella vasta bellezza del mondo che comunque intorno a lui respira; così si dispone a godere di una vita semplice, innocente e abbondante, scoprendo ed esprimendo creativamente i propri inalienabili tesori. Lo confesso, prediligo i momenti storici più ricchi di Anima, saturati da grandi fermentazioni spirituali, artistiche e umanisticamente innovative. Penso ad esempio all’India ai tempi del Buddha o della sovranità illuminata di Ashoka, all’antica Persia fecondata dal Sufismo, alle corti di Federico II e di Cristina di Svezia, al Rinascimento, al periodo delle avanguardie artistiche del Novecento. Ho avuto la fortuna di vivere alcuni periodi animicamente esplosivi, prima dell’attuale oscurantismo, ad esempio le fermentazioni degli anni Settanta: l’utopia rivoluzionaria, la ribellione giovanile, la musica, la cultura psichedelica. Poi, negli anni Ottanta, ho condiviso quella totalità della ricerca spirituale per cui, avulsi dal sorgente yuppismo, tanti viaggiavano in Oriente alla ricerca di un Maestro di Verità. Nel 1981 sono tornato dall’India vestito di rosso/arancione e con il mala con la foto di Osho al collo, incurante di che effetto avrebbe provocato quella tenuta nella mia vita di tutti i giorni, sul lavoro o in metropolitana. Non me ne curavo, perché seguivo un intenso richiamo dell’Anima. Questa è stata la mia esperienza, e tante altre persone hanno vissuto la passione spirituale anche su sentieri diversi; ciascuno seguendo l’impulso indi-

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viduale, pur se tutti insieme abbiamo vivificato la corrente di una non convenzionale ricerca di Verità. Per dirla con Jack Kerouac, formavamo una schiera ribelle di vagabondi del Dharma che rompevano gli steccati dogmatici della religione acquisita per scoprire una Via più autenticamente sentita; ci si incrociava sui percorsi spesso scomodi dell’avventura, ognuno con lo zaino colmo di aspirazioni, entusiasmo e sorrisi, col piacere di incontrarsi ma anche con l’esigenza di maturare la solitudine. Un cammino che per molti ha continuato ad approfondirsi con totalità, in mille esperienze differenti con il sapore unico della meditazione; per me ha significato un coinvolgimento esistenziale che ha unito la mia vita, la meditazione e la pratica dell’arte. Allora era diverso da oggi, non si aveva molto a disposizione; ad esempio, non c’era una fiorente editoria spirituale e scarseggiavano le occasioni per chi voleva approcciarsi alla meditazione. Soprattutto erano rari i veri Maestri, e non era possibile presenziare a un satsang con l’attuale facilità. Per chi cercava, fuori dalla massa, una fresca ispirazione, non era certo agevole orientarsi o trovare una guida. Eppure in qualche modo la totalità della ricerca compensava ogni mancanza. Oggi tantissimo è a disposizione per chi intenda avviarsi in un processo di crescita interiore, ma paradossalmente mi sembra che una totalità come quella sia diventata piuttosto rara: in molti casi si resta tiepidi, non seguendo l’impulso interiore sino al punto di stravolgere la propria vita. Alcuni si pongono sulla Via badando a non compromettersi troppo, e restano solo dei “simpatizzanti”; in tal caso ci si limita ad accendere il fuoco dell’anima in un camino cementato dall’io. Si suscita così un po’ di confortante calore, senza correre il rischio che la fiamma si propaghi senza controllo sino a bruciare la casa pretenziosa della personalità. Ma, dovremmo ricordarlo, il controllo è il freno a mano tirato che impedisce all’anima di fluire, e la personalità è l’ostacolo che separa dalla Verità. In realtà senza totalità e passione niente è possibile. Secondo me il potere magico dell’Anima è riconoscibile soprattutto dalla totalità e dalla passione, non si addice ai cuori fiacchi. Pensateci un attimo: dov’è oggi riscontrabile una grande passione? Intendo la passione vera, quella che cambia noi stessi e le nostre vite, che ci induce

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a volare sopra ogni ostacolo, a tuffarci nel fuoco dell’esperienza affrontando il pericolo, che ci porta a essere totali al punto di superare noncuranti tutti i limiti che pensavamo di avere. Ho l’impressione che oggi nemmeno nel sesso ci sia vera passione, che il suo fuoco conturbante sia spento dalla mente comune in una ginnastica del piacere momentaneo e senza incantesimo. E comunque io parlo di una passione più ardente del sesso, che scuote e rigenera le nostre fondamenta, affondando le nostre radici nell’Anima. Una simile passione sembrerebbe scomparsa, o perlomeno è rara in ogni campo: nelle occasioni del vivere, nella ricerca spirituale e in quella artistica, nella sottigliezza del pensiero creativo, persino in ambiti più prosaici come l’impegno politico e sociale. Pare che si sia diventati smagati, cinici e trafficanti; ma per fortuna sono molti i ribelli che continuano ad ardere di una passione elevata. Tutte le religioni hanno condannato la passione; lo hanno fatto senza investigare, senza osservarne le molte e significative sfumature. Però bisogna dirlo: c’è la sordida passione della mente, ma c’è anche la pura passione del cuore, che è creativamente ribelle; ovviamente questa è osteggiata dai sistemi religiosi e sociali che vogliono un gregge da pascolare a loro piacimento. La passione della mente è fanatica, ossessiva, proiettata a un risultato, ed è effettivamente distruttiva. Invece la passione del cuore sprigiona una fiamma d’amore che trasforma; scaturisce sempre nell’anima da un’intuizione, da una guida interiore che muove con forza i nostri passi a esplorare percorsi nuovi. Potrei dire che questa è la passione del ribelle, del ricercatore di Verità, ed è fonte di espressione, condivisione e liberazione. La passione della mente nasce invece da un condizionamento e non è mai originale, perché appartiene alla massa: è meccanica, reattiva, compulsiva; guida nelle guerre, negli scontri settari e nelle ossessioni private. Anche a fronte della crisi globale è venuto il momento di cambiare rotta, mettendo un impegno consapevole per ritornare a essere naturalmente umani e passionali, riappropriandoci dell’anima che è il nostro tesoro di vitalità spontanea e selvaggia. Sperimentandola in profondità, potremo maturare i suoi umori mutevoli e contraddittori sino a fiorire nell’estasi che è il passaporto per la nostra eternità.

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L’Ombra che ci soffoca individualmente e collettivamente – e che oggi ci sta portando a franare in una crisi senza speranza – deve essere riconosciuta e curata lasciando esprimere ogni aspetto dell’anima, anche il più oscuro, mediante un processo di meditazione creativa; infatti è la negazione irresponsabile di quell’energia bloccata che la rende tanto pericolosa, mentre la compassione può riconnetterla al flusso naturale della Vita, permettendole di evolvere. Di questo parleremo più avanti, inquadrando il tema da prospettive diverse, ma vorrei fosse chiaro sin d’ora che l’anima individualizzata, con le sue luci e le sue ombre, è la materia prima dell’alchimia spirituale. Un’anima negata, o confusa, o immemore di sé, si distacca dolorosamente dalla Sorgente divenendo opaca e asfittica, depauperando così l’intero complesso psicofisico dell’individuo. Gurdjieff, il Maestro caucasico che all’inizio del secolo scorso scosse la spiritualità fideista occidentale con il principio dell’attenzione, diceva provocatoriamente che l’essere umano non è automaticamente dotato d’anima, perché questa deve essere formata tramite un intenso lavoro di evoluzione personale. Infatti solo con tale cristallizzazione si può acquisire una presenza che non verrà annientata nemmeno dalla morte. Il Maestro dei sogni di Olga Kharitidi le dice: «Quando le tradizioni spirituali ti hanno insegnato che l’anima è eternamente viva e infinitamente presente, dicevano la verità. Ma quante persone durante la vita arrivano a conoscere la loro anima? Quante sanno distinguerla? Davvero poche. Per tutte le altre, la consapevolezza ordinaria del corpo è la sede dell’attenzione e per loro la consapevolezza individuale si esaurisce insieme all’annullamento del corpo».10 Senza effettuare una coraggiosa caccia all’anima, riappropriandoci della nostra realtà essenziale, non potremo nemmeno superare la crisi colossale che ci attanaglia. Per esserne capaci abbiamo bisogno di ribellione, di compassione, di condivisione, di empatia, di intuizione, di immaginazione, di creatività, di celebrazione, di stupore, di meditazione, di guarigione, e di altro ancora, tutte qualità speciali che sono connesse all’anima. Non interverrà un grande sciamano, un Salvatore, 10. O. Kharitidi, Il Maestro dei sogni, Mondadori 2002.

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per riportarcela; con urgenza, la Vita ci chiede di mostrarci adulti e responsabili nel ri-animare noi stessi potendo così ricrearci e concepire il nuovo. Pertanto vi invito a un’appassionante caccia all’anima, per disfare i condizionamenti che la imprigionano e per prendere con essa un’intima e vibrante confidenza. Non sono interessato alla teologia né allo spiritualismo, perciò ciò che esporrò sarà esistenziale, non religioso o new age. Si tratta della nostra vita, di questa nostra vita che soffre, oggi forse più che mai, di una perdita dell’anima che ci rende orfani della Vita e incapaci di comprenderci e di essere creativi. Come in ogni caccia all’anima, ci dovremo addentrare nei territori nebulosi e notturni del mito e del simbolo, ma conserveremo un’attitudine capace di leggerezza e corroborata dal buon senso, senza dimenticare che tutto ciò che può essere sperimentato ha un valore relativo e metodologico. Buddha dice che è vero ciò che funziona; ma tutto quello che al momento possiamo verificare come vero, perché funziona, può non essere più vero a un livello successivo. Il senso buono è quello intuitivo, che ci fa riconoscere empaticamente la verità che interiormente già sappiamo, ma abbiamo dimenticato. Oren Lyons, nativo americano Onondaga e guida spirituale, ha detto che «non c’è alcun segreto, non c’è alcun mistero, non c’è che il buonsenso».11 Insieme cercheremo di individuare consapevolmente le caratteristiche e i moti dell’anima. Dal Cantico dei Cantici: Anima della mia anima, mostrami dove pascoli e riposi, perch’io non vada errando in qua e in là dietro a greggi che non sono i tuoi. 12 L’Anima, come dicevamo, ha molteplici specchi in cui si rende visibile: la meditazione, il simbolismo, il mito, la favola, la creatività, l’arte, la psicologia, la virtualità terapeutica. Avvalendomi del mio vissuto, 11. AA.VV., Il Grande Spirito parla al nostro cuore, Demetra 2000. 12. Il Cantico dei Cantici, Einaudi 1973.

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ho cercato di esplorare ogni aspetto in modo efficace e trasmissivo. In questo testo, più che negli altri miei libri, presenterò nel dettaglio le fasi più significative della mia ricerca, condividendo le mie scoperte e soprattutto la viva forza dell’ispirazione. Certamente ogni percorso spirituale è individuale e unico, tuttavia le rivelazioni sulla Via sono eternamente le stesse; per questo la testimonianza sincera di una meditazione – pur non pretendendo d’essere esemplare – può suscitare assonanze e ispirazioni. I tentativi di spiegare l’Anima sarebbero fallaci, dato che la Verità non si presenta in modo univoco. Tuttavia si possono avviare molte riflessioni ed esperienze che possono aiutarci a maturare; ma solo se non le congeliamo in una fissità categorica. Per viaggiare alla scoperta della nostra anima abbiamo bisogno di sentieri, però ognuno di questi è come un filo di fumo, una traccia poetica che allude all’essenziale che resta inesprimibile. Pur se significativo, ciò che può essere detto è solo una seduzione a volare nel Cielo sconfinato. Ciascuno, percorrendo queste vie in modo originale e autentico, può attualizzare la propria anima e comprendere il senso profondo del proprio essere al mondo. John Keats ha scritto: «Chiamate, vi prego, il mondo la valle del fare anima. Allora scoprirete a cosa serve il mondo».13 La valle è femminile, ombrosa, piena di anfratti densi di umori, appare ingannevole e pericolosa; ma non deve intimorirci. È il grembo delle mille esperienze che, vissute con consapevolezza, ci consentono di evolvere. Come ha scritto Hillman: «Nel recipiente dell’anima tutto si cuoce, tutto viene accolto, tutto può diventare anima; e accogliendo nella propria immaginazione ogni sorta di eventi, lo spazio psichico cresce».14

13. Da una lettera di John Keats al fratello, riportata in J. Hillman, Fuochi blu, a cura di T. Moore, Adelphi 1996. 14. Ibidem.

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equilibrio ribelle


Artista visivo, scrittore e arteterapeuta, Satvat (Sergio Della Puppa) ha una vasta formazione come meditatore, terapeuta spirituale e cultore di simbologia. Il suo lavoro è intonato alle virtÚ dello Spirituale nell’arte, manifestando la viva forza dell’ispirazione. Sulla Via della creazione spirituale e artistica, Satvat ha sperimentato e sviluppato delle tecniche innovative per favorire operativamente l’evoluzione dell’essere umano. Con i suoi libri l’autore accompagna i lettori sui passi sottili, sorprendenti ed entusiasmanti della maturazione creativa del SÊ. Tra i testi da lui già pubblicati, L’Artista Interiore (Xenia 2005), Il Tao della Pittura (Bastogi 2009) e Manuale di scrittura creativa (Xenia 2011).

riprendiamoci l’anima!

SATVAT

riprendiamoci l’anima! Per essere vitali, presenti, gioiosi, creativi e ispirati

SPAZIOINTERIORE

L’idea stessa dell’anima – che non si vede ed è quindi apparentemente trascurabile, ma che è cosÏ afflitta dal tormento religioso – ci è venuta a noia, tanto è stata cucita con il filo spinato. Insomma, non ci chiediamo nemmeno piÚ se ce l’abbiamo, un’anima; ma ciò è decisamente un male, perchÊ essa è la nostra piÚ intima natura, dove sono riposti i nostri veri tesori e la potenzialità di fonderci consapevolmente con il Tutto. Infatti la confidenza con l’anima può condurci a realizzare il nostro piÚ alto potenziale; non in un ipotetico paradiso nel futuro, bensÏ nel riconoscimento di chi siamo qui-e-ora.

Satvat

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Questo libro intende guidare amorevolmente il lettore in un processo di caccia all’anima, attivando l’intuizione per superare consapevolmente le prigioni dei condizionamenti, i roveti che imbrigliano l’anima nell’Ombra, i blocchi, gli equivoci e gli smarrimenti, le rinunce al potere creativo e all’illuminazione interiore. Viene presentato un percorso di ribellione spirituale e di autoguarigione, arricchito da testimonianze ed esercizi di risveglio. Tale processo evolutivo è individuale ma assume oggi un’urgenza collettiva ed epocale, poichÊ è l’unica possibilità per superare la grande crisi mondiale che sottilmente è causata dalla negazione dell’Anima. Favorendo in noi stessi la nascita di un uomo nuovo e integrato, piÚ consapevole ed energetico, siamo in grado di dare qui e ora un senso reale alla nostra presenza nel mondo; allora, con creatività, amore, celebrazione e saggezza, possiamo salvarci dal gorgo inconscio della distruzione.

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riprendiamoci l’anima!

Riprendiamoci l'anima!  

Per essere vitali, presenti, gioiosi, creativi e ispirati Spazio Interiore 2013 272 pp.

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