Alan Shoemaker - Ayahuasca Medicina

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Alan Shoemaker

AYAHUASCA MEDICINA Sciamanesimo e guarigione: dal San Pedro all'Ayahuasca, il mistero delle Sacre Piante dell’Amazzonia

Traduzione di Marina Pirulli

SPAZIO INTERIORE


Alan Shoemaker Ayahuasca medicina titolo originale: Ayahuasca medicine. The Shamanic World of Amazonian Sacred Plant Healing traduzione: Marina Pirulli revisione: Elisa Picozza © 2014 Alan Shoemaker © 2017 Spazio Interiore Italian language rights handed by the Italian Literary Agency, Milano Tutti i diritti riservati Edizioni Spazio Interiore Via Gabrino Fondulo 59 • 00176 Roma www.spaziointeriore.com redazione@spaziointeriore.com progetto grafico e copertina Francesco Pandolfi I edizione: ottobre 2017 ISBN 978-88-94906-06-6

Sebbene siano state prese tutte le possibili precauzioni durante la preparazione di questo libro, l’editore non si ritiene responsabile per eventuali errori o omissioni, né per eventuali danni provocati dall’utilizzo delle informazioni ivi contenute. La pubblicazione di tale opera, in nessuna sua parte può essere considerata quale invito alla sperimentazione di tali tecniche e sostanze, né alla violazione di alcuna norma del vigente ordinamento giuridico, nazionale e internazionale.


indice

Prefazione di Peter Gorman . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9

introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19 Capitolo 1

la ricerca . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23 Capitolo 2

sincronicitĂ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27 Capitolo 3

il dottor valentin hampjes . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31 Capitolo 4

san pedro

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Capitolo 5

abbattere le barriere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49 Capitolo 6

in cerca di un maestro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57 Capitolo 7

ritorno in ecuador . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71


Capitolo 8

don josĂŠ fĂĄtima . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 87 Capitolo 9

la miscela di don fernando . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 93 Capitolo 10

il potere degli icaros . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 103 Capitolo 11

don juan tangoa, ayahuasquero . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 109 Capitolo 12

il mondo degli spiriti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 125 Capitolo 13

la dieta . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 133 Capitolo 14

la mia iniziazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 137 epilogo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 147 Appendice 1

niente scorciatoie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 153 Appendice 2

imparare ha un prezzo

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Appendice 3

due icaros di don pedro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 159 glossario . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 163


Ai miei figli, Liam e Claire Shoemaker, e agli spiriti delle piante



PREFAZIONE di Peter Gorman

Alan Shoemaker arrivò per la prima volta a Iquitos (Perù) nel 1993, e lo fece in modo spettacolare, discendendo con alcuni amici il fiume Putumayo in una canoa lunga quindici metri scavata nel tronco di un albero, con un motore Yamaha da quaranta cavalli. Era partito dallo stato di Washington passando per l’Ecuador, dove aveva studiato con il dottor Valentin Hampjes, il celebre medico e curandero/sciamano che aveva familiarità tanto con il cactus San Pedro e l’ayahuasca quanto con gli antibiotici. La prima volta che venne a Iquitos, non avevo intenzione di dedicare chissà quanto tempo ad Alan Shoemaker. Facevo base in questa città fluviale per il mio lavoro nella giungla già da nove anni prima che lui vi mettesse piede. Avevo incontrato almeno una ventina di altri “Shoemaker”, che ogni volta arrivavano in città pensando di potersi arrangiare facilmente e poi, tre mesi dopo, si ritrovavano a chiamare parenti e amici chiedendo i soldi per tornare a casa. Tuttavia, quel gringo si dimostrò diverso dalla maggior parte degli altri sognatori che avevo conosciuto. Venne fuori che, come mi raccontò in seguito lo stesso Alan, mentre era incerto su dove andare per prendersi una pausa dal suo insegnante Valentin, aveva preso in mano una copia di Shaman’s Drum, la meravigliosa rivista diretta da Timothy White che si occupa di tutto ciò che riguarda lo sciamanesimo. Quel numero, in particolare, conteneva un articolo sull’ayahuasca 9


scritto da me. Era stato questo a condurre Alan a Iquitos, il mio rifugio. Ora, nel bene o nel male, io avevo scritto il primo articolo sull’ayahuasca diffuso a livello nazionale, e lo avevo scritto per la rivista High Times nel 1986. A dire il vero ne avevano già parlato Burroughs e Ginsberg nelle Lettere dello yagé, pubblicate nel 1963 dalla casa editrice City Lights di San Francisco, ma quella raccolta di corrispondenza e di altri scritti non aveva catturato l’attenzione nazionale come accadde invece al mio articolo dopo oltre vent’anni. In quell’epoca senza internet, il mio pezzo sull’ayahuasca ebbe gran risonanza e circolò da una persona all’altra, fino a raggiungere un milione di lettori o forse più. Il risultato fu che svariate migliaia di persone si misero in cerca della medicina. L’articolo che aveva letto Alan esercitava ancora un certo ascendente. E così, eccolo arrivare nella mia seconda patria. Ma era solo l’inizio. Dopo essere arrivato, nel giro di un mese o due lanciò a Iquitos il primo giornale in lingua inglese dell’era moderna. Pochi mesi più tardi, per la gioia degli abitanti locali, cominciò ad ammucchiare grosse partite di ayahuasca lungo la strada davanti a casa sua. Lavorò con diversi curanderos, ma sembrava particolarmente interessato a Juan Tangoa, che noi chiamavamo affettuosamente Juan Aeroporto perché abitava in un barrio vicinissimo all’aeroporto di Iquitos. Tuttavia Alan non si limitò a lavorare con Don Juan: fu il primo gringo a portare pubblicamente un curandero peruviano in tour per gli Stati Uniti e l’Europa. E se forse qualcun altro l’aveva già fatto in precedenza, Alan lo fece con stile, introducendo nel mondo la figura del curandero itinerante. E non solo quel tour, ma tutte le attività intraprese da Alan furono realizzate in grande stile. Di certo tutto ciò che sapete su Iquitos e sull’ayahuasca risente dell’influenza di Alan: secondo alcuni positiva, secondo altri negativa, ma nessuno mette in dubbio che l’influenza ci sia comunque stata. Nel giro di un 10


paio d’anni dal suo arrivo a Iquitos, Alan mise su un piccolo negozio di souvenir a poca distanza da quello che oggi si chiama “il boulevard”. Non molto tempo dopo, giunse in città una giovane donna che voleva provare l’ayahuasca. Finì per andare con Alan a bere la medicina insieme a Francisco Montes, in un posto che aveva rilevato la famiglia di Don Francisco al chilometro 18 dell’allora incompiuta strada per Nauta. La ragazza visse un’esperienza talmente significativa che volle dare ad Alan un extra di cinquecento dollari per il suo lavoro, ma lui rifiutò, suggerendole di consegnare invece quella somma a Don “Poncho” Francisco come investimento iniziale per aprire il primo giardino etnobotanico a Iquitos, a partire dall’identificazione e marcatura di tutte le piante medicinali presenti nella sua proprietà. La donna accettò e, da quei primi cinquecento dollari, nel 1990 prese vita il Giardino Etnobotanico Sachamama, il primo centro dedicato all’ayahuasca. Ogni altro centro che sia stato aperto da allora porta un debito di gratitudine non solo verso il Sachamama, ma anche nei confronti di Alan. Per me, il primo segnale che stava accadendo qualcosa di straordinario arrivò intorno al 1995. Verso la fine degli anni Ottanta, ogni volta che volavo da Miami a Iquitos con l’ormai defunta compagnia aerea Faucett, a bordo c’erano sempre due, tre o quattro malati di aids allo stadio terminale costretti sulla sedia a rotelle. Una volta atterrati a Iquitos, venivano sbarcati in tutta fretta dall’aereo e caricati in automobile, per poi dileguarsi rapidamente nella notte. Dopo aver assistito a questa scena forse per la terza volta, mi ero talmente incuriosito che riuscii a sgattaiolare fuori dall’aereo con alcuni di loro e a prendere un taxi per seguirli. Si fermarono in riva al fiume e furono caricati su una piccola barca, che subito dopo partì sparendo alla mia vista. C’era sotto qualcosa. Quei pazienti erano allo stadio terminale. Non avevano speranze di tornare a casa, a meno che non accadesse un miracolo. Così cominciai a fare domande in giro. 11


Raccattai qua e là informazioni su uno strano dottore burbero e quasi cieco che conduceva esperimenti su di loro, ma non arrivai mai a scoprire chi fosse. Sapevo che qualcosa bolliva in pentola, ma proprio non riuscivo a capire di cosa si trattasse. Poi, intorno al 1995, quando venni a trascorrere qualche mese a Iquitos, Alan mi disse che, a partire da ciò che gli avevo raccontato, era riuscito a localizzare il dottore che lavorava con i malati di aids. Si chiamava Roberto Inchaustegui, e curava quei moribondi con una miscela formata da vari ingredienti, tra cui una pianta medicinale dell’Alta Amazzonia. E anche se la maggior parte dei pazienti moriva comunque, ce n’erano alcuni che rimanevano in vita e certi tornavano addirittura in florida salute. Fu Alan a trovare il dottore che io non ero riuscito a individuare. E fu sempre lui, circa un anno più tardi, a presentarmi l’idea di utilizzare i poteri curativi dell’ayahuasca in un modo che non avevo mai preso in considerazione. Tenete presente che all’epoca circolavano alcuni libri sull’argomento, ma internet ancora non esisteva, perciò l’unica fonte di informazioni per fare ricerca era l’esperienza di quei pochi che avevano provato la medicina in prima persona. Un giorno Alan venne da me dicendo che sua madre stava per morire, e mi chiese di bere l’ayahuasca con lui a casa di Juan Aeroporto per vedere se riuscivamo a capire cosa stava uccidendo sua madre e cosa poteva aiutarla a rimanere in vita. Acconsentii con riluttanza, certo di non potergli essere d’aiuto. Quella sera, durante la cerimonia, ebbi una chiara visione della problematica di sua madre e intuii che l’unghia di gatto avrebbe potuto giovarle. Appuntai su un foglio ciò che avevo visto e al mattino seguente lo mostrai ad Alan, sicuro di essere completamente matto. Anche lui aveva preso appunti; sul suo foglio c’era scritto unghia di gatto, e poi jergón sacha. Alan spedì queste medicine alla madre, o forse gliele portò di persona – non ricordo – e dopo qualche mese i medici, gli stessi che le avevano dato poche settimane di vita, le dissero che non 12


vedevano alcun cancro e probabilmente avevano sbagliato diagnosi fin dall’inizio. Alan e io, però, sapevamo come stavano le cose. Diversi anni dopo, Alan accompagnò da Juan Aeroporto me e mia suocera Lydia, una donna peruviana discendente da una tribù che fino a due generazioni prima viveva nella giungla, per aiutarci a guarirla dal cancro. Funzionò. Lydia visse ancora per svariati anni in buona salute, proprio come era successo alla madre di Alan. Il più grande limite di Alan era che amava spiccare su tutti. E spesso lo faceva. Fu il primo gringo ad aprire ufficialmente a Iquitos una ditta esportatrice di piante. In passato se ne erano occupate alcune grandi aziende, ma nessuna ci aveva messo la faccia come Alan. Per riuscirci dovette imparare come si apriva un’azienda in Perù, quali documenti e permessi erano necessari, come adempiere agli obblighi burocratici statunitensi e a quelli delle Nazioni Unite. Ci vollero anni di minuzioso lavoro. In parte fu aiutato dal mio “burocrate” di famiglia, Jorge “Flaco” Panduro Perea, il più abile di tutta Iquitos nel maneggiare documenti. Non perdeva un colpo, allora come adesso. Grazie a lui Alan e la sua moglie di allora, Mariella, avviarono un’azienda unica nel proprio genere, in grado di far viaggiare piante in maniera legale dal Perù a ogni parte del mondo. A volte la vita, non si sa come, sembra mettere lo zampino nei momenti più impensati. Avevo un locale a Iquitos, il Cold Beer Blues Bar, di fronte al Puerto Mastranza, nel quartiere più malfamato della città. I turisti erano terrorizzati all’idea di metterci piede; la mia clientela era composta da espatriati, gente del posto, soldati delle Forze Speciali statunitensi e dipendenti della cia, della dea e della nsa che si trovavano a passare da Iquitos in un dato momento, più tutti gli spacciatori di droga, trafficanti di armi e chiunque altro fosse oggetto di attenzione da parte della cia/dea/nsa. Ebbene, si dà il caso che alcuni di quei giovanotti statunitensi avessero l’abitudine di ubriacarsi e 13


sfogare le proprie pene con il barista, che spesso ero io. Ora, che facessi il giornalista era cosa risaputa, e io dicevo a tutti che qualunque storia mi raccontavano al bar, se l’avessi ritenuta interessante, correva il rischio di essere pubblicata, quindi non ho mai fatto il doppio gioco. Malgrado ciò, durante i circa due anni di attività del locale, almeno due o tre operazioni clandestine furono improvvisamente bloccate dopo che ne avevo dato notizia sull’influente sito web www.narconews.com di Al Giordano. Dunque, il caso volle che due mercenari della cia, ex militari delle Forze Speciali della Marina degli Stati Uniti, si trovassero una sera nel mio locale, dove si teneva una festa per alcuni ospiti che dovevo accompagnare nella giungla. Ebbene, un’ospite del gruppo mi scattò una foto dietro il bancone del bar. Uno dei due ex militari, sospettando che la donna avesse fotografato anche lui attraverso gli specchi che si trovavano dietro il bancone, andò dritto verso di lei, le strappò la macchina fotografica dal collo e la calpestò, mandandola in frantumi. Il collega lo richiamò, e il mercenario ubriaco a quel punto mangiò un bicchiere. Proprio così: per la vergogna inghiottì un intero bicchiere, lì su due piedi. Ma prima mi raccontò cosa erano venuti a fare in città lui e il suo collega: avevano intenzione di risalire il fiume Putumayo per massacrare chiunque tentasse di sfuggire a un attacco a tenaglia pianificato per il mese successivo dalle forze armate statunitensi e dalle forze colombiane addestrate dagli Stati Uniti. Avrebbero ricevuto mille dollari in più per ogni persona uccisa, rivelò, che fossero combattenti o civili, uomini, donne o bambini. Raccontai tutto per iscritto e l’operazione fu annullata. Un paio di giorni dopo, mi trovavo al Gringo Bar del mio amico Jim. A un tavolo sedeva il secondo mercenario con una ragazza del posto. Mi unii a loro, mentre Alan rimase vicino al bancone. Il tizio mi disse che ero nei guai fino al collo per aver mandato a monte l’operazione. Gli risposi che rispettavo le forze armate, ma non l’idea di costringere i civili alla fuga con un 14


attacco pagato dagli usa contro i ribelli colombiani in una guerra civile che durava da trent’anni, permettendo a lui e ai suoi compari di far soldi massacrando i civili in fuga. Poi, per chissà quale ragione che in quel momento mi parve sensata, decisi di dare il soplar al tizio. Il soplar (“soffiare”) è una benedizione che consiste nel prendere in bocca un liquido magico e usarlo per spruzzare una nebbiolina sottile intorno al corpo e alla testa di qualcuno, per purificare la sua aura. Non avevo alcun liquido sacro a disposizione, perciò usai la birra. Il mercenario, tuttavia, non la vide come una benedizione: pensò che gli avessi sputato in faccia e in un istante mi fu addosso minacciando di uccidermi. Dissi ad Alan di spiegargli che non stavo sputando, ma impartendo una benedizione perché non uccidesse i civili. Alan, che spiccava su tutti, colse al volo l’occasione e gli scaricò in testa una valanga di merda, mettendo in chiaro che non solo poteva dire addio al suo ruolo, ma che con ogni probabilità si sarebbe ritrovato in un mare di guai per aver aggredito un giornalista del calibro di Peter Gorman. Il tizio lo prese sul serio. Mi lasciò andare, ma disse ad Alan che avrebbe pagato caro quell’incidente. E Alan lo pagò caro davvero. Qualche mese dopo, con in tasca tutte le autorizzazioni possibili e immaginabili, spedì un enorme carico di Banisteriopsis caapi (la liana di ayahuasca, trecento chili o forse più), chacruna (Psychotria viridis) e chaliponga (Diplopterys cabrerana, detta anche huambisa dal nome di una tribù), le piante che si miscelano per fare l’ayahuasca, insieme a tabacco nero del Perù (Nicotiana rustica, conosciuto anche come mapacho) e altro ancora all’indirizzo di Atlanta della sua ex moglie, che lavorava come avvocato all’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente, perché lo consegnasse al figlio. Ora, tutto questo era perfettamente legale. E se la dogana statunitense non avesse voluto accettare il carico, poteva dichiarare che le piante non erano ammesse negli Stati Uniti e a quel punto avrebbe avuto due opzioni: distruggere il carico o rispedirlo al 15


mittente addebitandogli le spese. Certo, se la merce non fosse stata contrassegnata correttamente si sarebbe trattato di contrabbando. Ma non era questa la situazione, poiché tutto il materiale riportava le diciture corrette sia in inglese che in spagnolo, con i nomi botanici locali e latini. Tuttavia, la dogana degli Stati Uniti lasciò passare il carico... e poi fece arrestare il figlio di Alan per averlo ritirato sotto casa propria. Nonostante questo incredibile abuso perpetrato dalla Procura degli Stati Uniti che, come venne fuori in seguito, aveva ricevuto ordine dal mercenario ex militare di «inchiodare Shoemaker e Gorman» (ordine ufficialmente messo agli atti della dea, l’agenzia federale antidroga), quando Alan provò a passare da Atlanta per raggiungere il capezzale della madre morente fu arrestato, caricato su un autobus e rinchiuso in prigione per trenta giorni. Sua madre morì due giorni dopo l’arresto. In seguito Alan fu messo ai domiciliari e gli fu vietato di lasciare gli Stati Uniti, o anche di allontanarsi più di un paio di isolati dalla casa della madre defunta. Rimase in quella situazione per poco meno di anno, il tempo massimo oltre il quale i procuratori federali dovevano contestargli un reato oppure lasciarlo libero. Ebbene, non c’era alcun reato da contestargli; l’unico reato era stato commesso dalla dogana degli Stati Uniti che aveva fatto passare un carico a norma di legge per poi arrestare Alan e suo figlio. Così, dopo trecentosessanta giorni – giorno più, giorno meno, ma comunque proprio a ridosso della scadenza – il procuratore degli Stati Uniti restituì ad Alan la sua valigia, con dentro il passaporto. L’arresto era avvenuto il primo aprile. Esattamente un anno dopo, gli fu comunicato per posta che erano decadute le limitazioni ai suoi spostamenti e che perciò era libero di lasciare il paese. Alan mi raggiunse in Texas e si trattenne a casa mia per un paio di settimane, il tempo di seguire uno studio condotto da un medico che voleva verificare se le piante medicinali utilizzate con successo a Iquitos per ridurre la glice16


mia si dimostravano altrettanto efficaci in un rigoroso esame di laboratorio. Nell’arco di quel periodo io contattai il giudice, il procuratore e ogni altra parte in causa, e tutti mi confermarono che Alan era libero di spostarsi, purché si fosse lasciato trovare se mai avessero deciso di procedere contro di lui. A quel punto Alan, che non vedeva la moglie e i figli da un anno, comprò un biglietto per volare a Lima e da lì a Iquitos. Chiesi un’ulteriore conferma al giudice e al procuratore. E infine, sapendo di aver registrato le dichiarazioni di tutti a garanzia che Alan poteva partire, accompagnai il mio amico all’aeroporto di Dallas-Fort Worth e lo mandai per la sua strada. Neanche una settimana dopo, il procuratore di Atlanta accusò Alan di essere fuggito per sottrarsi al processo: una menzogna ridicola, considerando che su un nastro era registrata la sua stessa voce che suggeriva ad Alan di andare a trovare la moglie in Perù. Per sua sfortuna, se Alan farà mai ritorno negli Stati Uniti dovrà rispondere a questa accusa prima di poter affrontare ogni altra accusa riguardante l’ayahuasca; in altre parole, a meno che non abbia da parte duecentocinquantamila dollari per le spese legali, sarà spacciato. Ma niente di tutto ciò servì ad abbatterlo. Tornando a Iquitos, Alan scoprì che la sua famiglia se l’era passata male senza di lui. Per tutta risposta, tirò fuori dal cilindro l’idea di un congresso sciamanico. Coinvolse oratori in grado di ispirare con i loro discorsi, radunò alcuni bravi curanderos che somministrassero medicine ai partecipanti, e lanciò quello che ora è diventato un evento annuale. E proprio da questi congressi ha preso vita il fiorente mercato del turismo dell’ayahuasca a Iquitos e Pucallpa. Dunque, tutto ciò che gira intorno all’ayahuasca a Iquitos porta su di sé l’impronta di Alan, più che di chiunque altro. Persino le splendide mantas, i prodotti tessili realizzati dagli indigeni Shipibo e venduti a Iquitos e Pucallpa, risentono della sua influenza: in occasione del primo congresso sciamanico, le 17


tessitrici incorporarono nelle loro opere il logo della Soga del Alma (“Liana dell’anima”), una sezione trasversale stilizzata della liana di ayahuasca – ideato da Alan e disegnato da Johan Fremin – e adesso quasi tutte le mantas vendute dagli Shipibo contengono raffigurazioni dell’ayahuasca. Anche la tribù dei Bora ha iniziato a riprodurre il logo immaginato da Alan. Alan è amato da molti. Al tempo stesso ha ricevuto tutti gli insulti possibili e immaginabili, da persone di ogni colore. Ma poche, tra queste persone, possono dire di aver passato in minima parte ciò che ha passato lui. Poche tra queste persone hanno mostrato il suo stesso coraggio. Io non sono sempre un suo entusiasta sostenitore. Avrei preferito che non avesse creato il Sachamama e tutti gli altri centri dedicati all’ayahuasca. Avrei preferito che tutto rimanesse segreto e venisse rivelato progressivamente nei cinquant’anni a venire, piuttosto che portato in piazza così. Ma ciò non vuol dire che io abbia ragione. Sarà la storia a deciderlo. L’importante è che si sappia questo: lui è mio fratello, forse buono, forse cattivo o a metà strada. E io difendo a spada tratta il suo diritto a distinguersi, spiccando su tutti. Godetevi la sua storia. Godetevi questo libro.

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INTRODUZIONE

La guarigione sciamanica esiste da millenni, e continuerà a esistere per altre migliaia di anni. Durante l’eurocentrica Età della Ragione, che ha visto nascere l’empirismo e il materialismo, siamo stati indotti a smettere di credere in ciò che non potevamo vedere e sentire, prendere in mano, toccare e misurare. Questa visione artificiosa della realtà si è fatta strada fino alle Americhe poco più di cinquecento anni or sono e, attraverso la forza delle armi, virus sconosciuti e l’Inquisizione Spagnola, ha fatto strage di culture e umiliato sciamani e guaritori, portando via le loro divinità e costringendoli a sottomettersi. Tuttavia, alcune anime audaci sopravvissero e continuarono a praticare la loro magia, al riparo dalle minacce di morte dei conquistadores. Presso l’Università Nazionale del Perù, a Iquitos, uno scienziato lavora alacremente nel suo laboratorio zeppo di provette per ridurre in polvere una delle Sacre Piante di Potere, l’ayahuasca. L’ayahuasca è un enteogeno, in grado cioè di “generare il Divino interiormente”; è una pianta medicinale che gli sciamani dell’Amazzonia utilizzano da millenni (vedi Appendice 1). Il nostro scienziato si dedica da anni a cercare di decifrare i segreti di questa antica medicina, ma le scoperte illuminanti sono state ben poche. Identificare i componenti alcaloidi che producono le famose visioni e allucinazioni dell’ayahuasca è stato facile; tuttavia, dice lo scienziato: «Non riusciamo ancora a spiegarci come sia possibile che cinque persone che bevono insieme la 19


stessa ayahuasca abbiano tutte la medesima allucinazione nello stesso momento». Poverino, è uno scienziato. «Stai tentando di misurare o calcolare qualcosa di impossibile» gli ho detto. «Per quanto cerchi di penetrare con l’intelletto tutti i segreti di questa medicina, ti mancherà sempre un tassello. Puoi fare qualunque cosa, condurre infiniti esperimenti o trovare innumerevoli composti chimici, ma il tuo metodo scientifico non ti porterà mai a fondo di questo mistero. Perché? Perché non si può misurare Dio, non si può calcolare il Divino». «Sì, lo so» ha risposto. «Ma io sono uno scienziato. È questo che devo cercare, è questo che devo fare». Che compito ingrato, cercare la Luce in una provetta! Come si può scomporre il Divino in una formula scientifica? Nell’ambito della fisica quantistica, la scienza si è imbattuta in un fenomeno interessante: l’esito di un avvenimento può essere influenzato da chi lo osserva. Gli scienziati hanno scoperto solo oggi quello che gli sciamani sapevano da sempre. La figura dello sciamano, il classico “creatore di miti” che tiene un piede in questo mondo e l’altro nel mondo degli spiriti, non va confusa con quella del brujo, o della strega, che danza con il male. Entrambi sono potenti. Ma lo sciamano è a stretto contatto con il Divino, funziona da tramite fra la realtà di questo mondo e il regno spirituale. Con il canto e la preghiera, infonde il Divino nei suoi rituali. Il mondo dello sciamano è un mondo di visioni e allucinazioni, di grazia e di follia. A Tarapoto, uno dei principali centri di produzione e vendita di cocaina in Perù, il dottor Jacques Mabit, francese, iniziò la sua avventura spirituale andando in cerca di un insegnante, tra guaritori e rituali con l’ayahuasca. Durante la ricerca, udì una voce che gli annunciava il suo futuro. Dopo sei anni di ricerche nell’Alta Amazzonia peruviana – la più grande zona di produzione di foglie di coca al mondo, nonché tra le principali basi dei consumatori di cocaina – nel 1992 Jacques aprì una clinica a Tarapoto per condurre ricerche sulle medicine tradizionali e 20


curare cocainomani e altri tossicodipendenti attraverso lo sciamanesimo e l’ayahuasca. Chiamò il suo centro Takiwasi. Al giorno d’oggi si avverte una pressante esigenza di mantenere forte il proprio sistema immunitario. La medicina allopatica ha confermato che l’ayahuasca e altre Sacre Piante di Potere sono in grado di farlo. Secondo alcuni guaritori in Messico, Ecuador e Perù, queste Piante Sacre potrebbero persino guarire dall’aids. Tutte le mitologie che ci sono state tramandate, dalle montagne delle Ande alle giungle dell’Amazzonia, contengono la stessa predizione: il cerchio si è ormai chiuso. Oggi stiamo vivendo un ritorno alla magia e alla spiritualità dei nostri antenati, e una rinascita dello sciamanesimo. È qui che potremo finalmente sanare tutte le nostre ferite, perché in questo regno anima, corpo e mente sono un tutt’uno e possono essere curati in maniera unitaria, non separatamente. Negli ultimi cinquecento anni, il nostro interesse per l’industrializzazione, la tecnologia e il “progresso” ci ha allontanati dalla fonte. Per quel che mi riguarda, ho fatto un gigantesco passo indietro, portando con me le conoscenze del presente, verso i pressoché dimenticati poteri medicinali e curativi delle piante e verso i guaritori che usano gli elementi della natura per purificare il corpo e che, entrando in contatto con le divinità e gli spiriti delle piante, ci aiutano a connetterci con la forza vitale universale che tutti portiamo dentro, purificando così anche l’anima. Più ciascuno di noi – nessuno escluso e in qualunque parte del mondo – comprende questo principio e prima diventiamo consapevoli che ogni malattia del corpo, della mente o dello spirito risiede nell’etere che circonda tutti noi, più probabilità avrà il genere umano di cominciare a vivere in salute, pace e armonia.

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Chacruna Vision, di Mauro Reategui Perez

nella pagina accanto Fiori di Heliconia dipinti da Mauro Reategui Perez. Perez è un artista di Pucallpa, Perù. È nato nel 1973, in una cittadina sulle sponde del fiume Ucayali. Allievo di Pablo Amaringo, Perez è oggi un insegnante alla Scuola Amazzonica di Pittura Usko-Ayar. I suoi dipinti della flora, della fauna e delle tradizioni sciamaniche aprono una finestra sullo straordinario mondo della mente e dello spirito. www.mauroart.com