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Artiste inuit contemporanee | Contemporary Inuit Women Artists | Artistes inuit contemporaines

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Women in Charge

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Women in Charge ar t i s t e i n ui t c o n t empo ran ee i n ui t c o n t empo rar y w o men ar t i s t s artistes inuit contemporaines


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popoli nativi del Canada hanno prodotto opere d’arte per migliaia di anni e tuttavia generalmente si pensa che l’arte inuit non sia stata “scoperta” fino al 1949, dopo una straordinaria esposizione di sculture e altre opere organizzata presso la Canadian Handicrafts Guild di Montreal. La risposta dei collezionisti all’esposizione fu tale che nel decennio successivo istituzioni pubbliche e private incoraggiarono e promossero questa nuova arte nascente. Per il successo di questi primi anni dobbiamo molto a James Houston, un giovane artista di Toronto con un “debole” per le storie incredibili e il gusto per le avventure romantiche, che abbandonò la vita di città con la moglie Alma e i loro due figli e visse la maggior parte dei successivi dieci anni a Cape Dorset, una comunità isolata nell’estremo sud dell’isola di Baffin. A quanto sembra James Houston era un accanito fumatore: un giorno Oshweetok Ipeelie, un abile cacciatore e scultore di zanne di tricheco, esaminando un pacchetto di sigarette vuoto espresse il suo apprezzamento per la grande pazienza e abilità dell’uomo che aveva disegnato con tanta precisione l’immagine di un marinaio su ogni pacchetto. Houston cercò di spiegargli la tecnica che rendeva possibile la produzione di più immagini da una matrice e quindi

passò a mostrargli i principi della stampa sfregando della fuliggine su una zanna di tricheco incisa. Premette poi qualche foglio di carta igienica sull’immagine e ottenne alcune semplici stampe mentre Ipeelie, stupito e ammirato esclamava: «Possiamo farlo». Iniziò così la ricerca dei mezzi indigeni adatti alla produzione di stampe. Negli anni Cinquanta gli uomini e le donne avevano quasi ovunque ruoli distinti e separati nella società e così mentre James Houston lavorava con gli uomini per creare sculture e stampe, Alma lavorava con le donne per produrre capi di vestiario e borse con applicazioni. Sebbene inizialmente gli stampatori a Cape Dorset fossero tutti uomini, le prime ispirazioni per i contenuti e le tecniche idonee per la stampa vennero dai disegni ritagliati nella pelle di foca per la decorazione di borse e abiti confezionati dalle donne nel laboratorio di cucito di Alma. Si producevano alcune edizioni limitate di stencil in pelle di foca ma si trattava ancora di un procedimento faticoso e insoddisfacente e si scoprì infine che la pietra locale usata per la scultura costituiva il mezzo ideale per la stampa in rilievo. Houston si recò in Giappone per studiare i principi della stampa su blocchi di legno e al suo ritorno si decise che l’Ukiyo-e, la pratica tradizionale di conversione

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he native peoples of Canada’s far north have been making art objects for thousands of years, yet it is generally recognised that Inuit art as fine art was not ‘discovered’ until 1949, following a remarkable show of carvings and crafts at the Canadian Handicrafts Guild in Montreal. The response by collectors to this exhibition was so overwhelming that the next decade saw a concerted effort by both public and private interests to encourage and promote this fledgling art form. Most of the credit for the success of those formative years belongs to James Houston, a young artist from Toronto with a penchant for tall tales and a taste for romantic adventure, who left the cosmopolitan south with his wife Alma and their two young sons in 1952 and lived the better part of the next 10 years in Cape Dorset, an isolated community on the southernmost tip of Baffin Island. Apparently, Houston was a heavy smoker and, one day, Osuitok Ipeelee, a skilled hunter and carver of walrus tusks, picked up an empty cigarette packet and remarked upon the supreme patience and skill of the man who drew with painstaking precision the identical image of a sailor on each and every pack. Houston tried to explain how multiple images are made and then began to demonstrate the fundamental principles of printmaking by rubbing soot over an incised walrus tusk. He then pressed a few sheets of toilet paper over the image and pulled a few simple prints, whereupon Ipeelee, amazed and delighted, exclaimed: ‘We can do that!’ Thus began a quest to find a genuine, indigenous and appropriate means of printmaking. As was the case nearly everywhere in the 1950s, men and women in Cape Dorset had separate and distinct roles in society, so, while James Houston worked with the men on developing prints and sculptures, Alma Houston worked with the women making clothes and appliquéd bags. However, even though all of the early printmakers in the hamlet were men, the very first inspirations for both the content of and a suitable technique for printmaking came from the cut-out sealskin designs for the bags and clothing that were being made by the women in Alma’s sewing shop. Although several small editions of sealskin stencils were produced, it was a cumbersome and limiting process, and, eventually, it was discovered that the local carving stone used for sculpture was an ideal medium for relief printing. Houston then went to Japan to study the

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es populations autochtones du Nord canadien ont produit des œuvres d’art durant des milliers d’années, mais l’art inuit lui-même n’a été découvert qu’en 1949, à l’occasion d’une exposition extraordinaire de sculptures et d’objets d’art organisée par la Canadian Handicrafts Guild à Montréal. L’enthousiasme des collectionneurs fut tel que, pendant les dix années qui suivirent, les institutions publiques et privées ne cessèrent d’encourager et de promouvoir ce jeune art. Une bonne partie de ce succès revient à James Houston, un jeune artiste de Toronto manifestant un réel penchant pour les défis et les aventures romantiques ; en 1952, il quitta le Sud cosmopolite avec sa femme Alma et leurs deux enfants pour aller vivre dix ans à Cape Dorset, dans une communauté isolée de l’extrême sud de l’île de Baffin. James Houston était, paraît-il, un fumeur acharné : un jour Oshweetok Ipeelie, bon chasseur et sculpteur de défenses de morse, ayant sous les yeux un paquet de cigarettes, admira la patience, l’habileté et la précision avec lesquelles l’image d’un marin avait été dessinée sur chaque paquet. Houston lui expliqua alors la technique de reproduction des images à partir d’une matrice, et lui

introduzione introduction introduction John Westren Dorset Fine Arts, Toronto

fit la démonstration de la technique de l’impression en frottant de la suie sur une défense de morse gravée. Il pressa du papier toilette sur l’image et en fit quelques simples copies pendant qu’Ipeelie, tout émerveillé, s’exclamait : « C’est ce qu’il nous faut ! » Et il se mit à la recherche d’outils. Comme presque partout à cette époque des années 1950, les hommes et les femmes avaient des rôles sociaux bien distincts ; James Houston travaillait avec les hommes à la production de sculptures et de gravures, pendant que sa femme Alma s’occupait avec les autres femmes de la production et de la décoration de sacs et de vêtements. À Cape Dorset les hommes furent les premiers à imprimer des gravures, mais c’est dans l’atelier de couture d’Alma que vint véritablement l’inspiration pour trouver les idées et la bonne technique à partir des dessins découpés dans des peaux de phoques utilisés pour les vêtements et les sacs créés par les femmes. Malgré la production de séries limitées de pochoirs en peau de phoque, le procédé restait à perfectionner, jusqu’au moment où on se rendit compte que la pierre utilisée pour sculpter pouvait être une base idéale pour l’impression en relief. Par la suite, Houston se rendit au Japon pour y étudier les principes de la xylographie.

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dei disegni in stampa da parte di un “maestro stampatore”, fosse il miglior modo di procedere a Cape Dorset. Questo metodo richiedeva la disponibilità di una consistente quantità di disegni tra i quali scegliere e la West Baffin Eskimo Co-op – appena costituita – distribuì carta e matite a chiunque nella comunità fosse interessato a cimentarsi nell’impresa. Presto il numero di donne impegnate nel disegno superò quello degli uomini. Il disegno era la forma d’arte ideale per le donne, poiché rispettava la loro indole e il loro ruolo tradizionale. Era un’attività che poteva essere svolta a casa, sul tavolo da cucina negli intervalli fra i pasti o sul tavolino del soggiorno senza perder d’occhio i bambini che giocavano. Gli strumenti preferiti per disegnare erano e sono ancor oggi una combinazione di matite, penne da disegno e matite colorate che rendono possibile un’espressione immediata e spontanea. Non lasciano residui da ripulire e possono essere riposti in un cassetto o in una scatola da biscotti facilmente accessibile. Disegnare con un oggetto appuntito è un fatto naturale per gli inuit: è compatibile, infatti, con le loro memorie cinetiche della foratura e della raschiatura più che con l’uso del pennello o delle tecniche usate per la ceramica.

Le realizzazioni e l’indubbio talento di questa generazione di artisti inuit hanno attratto molti studiosi, scrittori e artisti, giunti numerosi a Cape Dorset negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. I libri e i resoconti documentati di scrittrici come Marion Jackson e Dorothy Eber sono stati accolti con favore sia dal pubblico sia dal mondo accademico. Il successo delle Annual Print Collections e l’apprezzamento internazionale per queste opere hanno assicurato una richiesta costante di disegni e, nel 1992, più di 100.000 disegni acquistati dalla Co-op sono stati imbarcati su un aereo cargo e inviati alla McMichael Canadian Art Collection nei sobborghi di Toronto, per esservi conservati e documentati. In quel decennio Jean Blodgett e Susan Gustavison hanno curato numerosissime mostre e cataloghi dedicati a una selezione di opere tratte da questi preziosi archivi. Da allora molte altre migliaia di disegni sono stati prodotti e inviati alla Dorset Fine Arts (la divisione di marketing della Co-op a Toronto) dove, insieme a esemplari di stampa e di scultura vengono documentati, valutati e venduti alle gallerie d’arte di tutto il mondo. Mentre preparavo questo testo, speravo di poter includere qualche riferimento all’Italia e forse suggerire qualche collegamento

principles of woodblock printing, and, upon his return, decided that Ukiyo-e, the traditional practice of translating an artist’s drawing into a print by a master printmaker, would be the best way to proceed in Cape Dorset. This method required a good stock of drawings from which to choose and the newly established West Baffin Eskimo Co-op distributed papers and pencils to anyone in the community who was interested in trying their hand at it. Before long, there were more women drawing than men. Drawing was an art form ideally suited to the temperament and traditional roles of women. It was an activity that could be done at home on the kitchen table between meals or while sitting by the coffee table and watching the children playing in the living room. The preferred media for drawing was, and remains today, a combination of graphite pencils, drawing pens and coloured pencils. These allow for immediate and spontaneous expression. There is no messy clean up and they can be stored in a drawer or a cookie jar for easy access. Drawing with a hard, pointed object also feels more natural to someone with an Inuit heritage; it is compatible with the inherent kinetic memories of piercing, rubbing and scraping, rather than brushing or layering. The achievements and obvious talent of this generation of Inuit artists attracted many scholars, writers and artists to Cape Dorset in the 1960s, ’70s and ’80s. Books and documented histories by writers like Marion Jackson and Dorothy Eber were well received by both the public and academia. The success of the annual print collections and the worldwide acclaim these images have since received has ensured a continual demand for the drawings, and, in 1992, more than 100,000 of them, purchased by the Co-op over 35 years, were loaded onto a cargo plane and delivered to the McMichael Canadian Art Collection, outside Toronto, to be formally documented and cared for. During that decade, too, curators Jean Blodgett and Susan Gustavison developed an unprecedented series of catalogued exhibitions culled from these precious archives. Many thousands more drawings since then have been made and shipped down to Dorset Fine Arts (the marketing division of the Co-op), where, along with the prints and sculpture, they are documented, priced and sold to galleries around the world. While writing this foreword, I had hoped to include some reference to Italy and to perhaps suggest some relevant connection between à son retour on choisit pour Cape Dorset le procédé de l’ukiyo-e, la pratique traditionnelle utilisée par les maîtres graveurs pour traduire le dessin d’un artiste en gravure. Pour la mise en œuvre de cette technique, il fallait toutefois disposer d’un grand nombre de dessins, et la West Baffin Eskimo Co-op, tout récemment constituée, se mit à distribuer en long et en large du papier et des crayons de couleur. Le nombre de femmes intéressées par cette activité ne cessa d’augmenter, pour bientôt dépasser celui des hommes. Pour les femmes, il s’agissait en effet d’une forme artistique idéale, respectant à la fois leur disposition naturelle et leur rôle traditionnel, et pouvait être pratiquée à la maison, sur la table de la cuisine, entre les repas ou dans le salon, et sans perdre de vue les enfants. Les outils de base sont les crayons à mine, les stylos à dessin et les crayons de couleur permettant une expression libre et spontanée, faciles à nettoyer et à ranger dans un tiroir ou dans une boîte à biscuits. En outre, dessiner à l’aide d’objets pointus est tout à fait naturel pour les Inuit, car, bien plus que toute autre technique, cela renvoie à leurs gestes traditionnels, tels que percer, frotter, racler. Les résultats et le talent indéniable de cette génération d’artistes inuit ont attiré nombre d’experts, d’artistes et d’écrivains à Cape

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Dorset dans les années 1960, 1970 et 1980. Les textes et articles documentés d’auteures comme Marion Jackson et Dorothy Eber furent favorablement accueillis par le grand public aussi bien que par le milieu scientifique. Le succès des expositions annuelles et la renommée internationale ont assuré une demande constante d’œuvres, et en 1992 plus de 100 000 dessins, achetés en 35 ans par la Co-op, furent envoyés à la McMichael Canadian Art Collection de Toronto pour y être classés et conservés. Au cours de la même décennie Jean Blodgett et Susan Gustavison organisèrent un nombre sans précédent d’expositions et publièrent des catalogues consacrés à une sélection d’œuvres d’art provenant de ces archives. Depuis lors, des milliers de dessins ont été produits et envoyés à la Dorset Fine Arts (la division marketing de la Co-op à Toronto), où, avec d’autres gravures et sculptures, ils sont classés, évalués et vendus aux galeries d’art du monde entier. En rédigeant ce préambule, j’espérais en particulier pouvoir faire référence à l’Italie, et établir un lien entre les femmes artistes inuit contemporaines et la richesse de l’héritage culturel italien. L’entreprise me paraissait tout d’abord sans issue, mais un livre


rilevante fra le artiste Inuit contemporanee e alcuni aspetti del grande retaggio culturale italiano. Tuttavia, ogni possibile parallelo, anche vago, con i famosi artisti e designer dell’illustre storia italiana sembrava quasi inconcepibile. Mi trovavo in un impasse finché non ho visto per caso un libro su un ripiano della mia libreria intitolato Sei cose da ricordare per il prossimo millennio del famoso scrittore italiano Italo Calvino. È un libro di saggi scritto nel 1985-86, pensato come una serie di lezioni in cui Calvino indicava i sei valori che riteneva imperativi per il futuro della letteratura. Sono la Leggerezza, la Rapidità, la Precisione, la Visibilità, la Molteplicità e la Coerenza. Sebbene Calvino si concentrasse sulla parola scritta, ho incominciato a notare gli stessi sei valori in molti dei disegni presentati dalle donne artiste in questa esposizione. Il carattere fondamentale dell’arte inuit è, dopo tutto, il racconto di una storia. Per prima cosa, la scelta del mezzo rappresenta la Rapidità e la Precisione. La Leggerezza è suggerita dal fluttuare delle immagini centrali, in particolare nelle composizioni di Pitseolak Ashoona e di altre artiste della sua generazione. La Visibilità è evidenziata dall’interpretazione di storie e leggende nel lavoro di Ningeokuluk Teevee. Molti disegni di Shuvinai Ashoona consistono in molteplicità

simultanee che passano da un mondo a un altro, al di là dello spazio e del tempo. Ci sarebbero molti altri esempi calzanti, ma l’ultimo valore nell’elenco di Calvino – la Coerenza – credo sia il più importante. Non penso che si possa contestare che nella loro breve storia le artiste inuit abbiano mantenuto un’indiscutibile coerenza nell’espressione grafica. Durante questo periodo c’è stata anche una continuità nella presenza di donne eminenti che hanno appoggiato la causa di queste artiste. Alcuni nomi li ho già citati: Alma Houston, Jean Blodgett, Susan Gustavison, Marion Jackson, Dorothy Eber. Un grande contributo è stato dato anche da artiste e scrittrici come K. M. Graham, Marcia Connolly e, naturalmente, Leslie Boyd Ryan. Galleriste e curatrici come Pat Feheley, Nancy Campbell, Christine Lalonde e Darlene Wight hanno avuto un profondo impatto sulle carriere delle artiste grafiche di Cape Dorset. Potrei elencarne altre ma ora ci tengo specialmente ad aggiungere a questo illustre pantheon di donne il nome di E. Stefania Tiberini per la superba mostra Women in Charge. Artiste inuit contemporanee, messa a punto nel corso di diversi anni con passione, tenacia e dedizione.

contemporary Inuit women artists and an aspect of Italy’s rich cultural heritage. However, comparisons, even loose ones, to the great artists and designers of Italy’s illustrious history seemed all but inconceivable. I was at a loss until I stumbled upon a book on my bookshelf entitled Six Memos for the Next Millennium and written by the well-known Italian author, Italo Calvino. It is a book of essays written in 1985–86 and intended as a series of lectures in which Calvino outlined six values that he believed to be imperative to the future of emerging literature. These are: lightness, quickness, exactitude, visibility, multiplicity and consistency. While Calvino focused exclusively on the written word, I began to notice these same six values in many of the drawings represented by the women in this exhibition. Inuit art is, after all, about telling a story. Firstly, the choice of media ensures a degree of ‘quickness’ and ‘exactitude’. ‘Lightness’ is suggested by the central floating imagery, particularly in the compositions of Pitseolak Ashoona and other artists of the older generation. ‘Visibility’ is made evident through the interpretation of stories and legends in the work of Ningeokuluk Teevee. Many of Shuvinai Ashoona’s drawings consist of simultaneous ‘multiplicities’ spilling out from one world into other worlds beyond space and time. There are many more examples, but the last value on Calvino’s list – ‘consistency’ – is, I believe, the most important. I don’t think there can be any doubt that, throughout their short history, Inuit women artists have maintained a consistent quality of graphic expression. There has also been, throughout this time, a consistent theme of notable women furthering the cause of these women artists, the names of some of whom I have already mentioned: Alma Houston, Jean Blodgett, Susan Gustavison, Marion Jackson, Dorothy Eber. Significant contributions have also been made by artists and writers such as K. M. Graham, Marcia Connolly and, of course, Leslie Boyd Ryan. Gallerists and curators such as Pat Feheley, Nancy Campbell, Christine Lalonde and Darlene Wight have had a major impact on the careers of Cape Dorset’s graphic artists. I could list many others, but now I would especially like to add the name of Elvira Stefania Tiberini to this illustrious pantheon of influential women for her superb exhibition forged together over many years of passion, persistence and dedication and titled Women in Charge: Contemporary Inuit Artists.

dans ma bibliothèque attira mon attention : Six Memos for the Next Millennium [Lezioni americane, sei propose per il prossimo millenio / Leçons américaines : aide-mémoire pour le prochain millénaire, trad. de l’italien par Yves Hersant, Paris, Gallimard, 1992] du célèbre écrivain italien Italo Calvino. C’est un recueil d’articles rédigés en 1985-1986, dans lesquels il est question des six valeurs fondamentales, aux yeux de l’auteur, pour l’avenir de la littérature : la légèreté, la vitesse, la précision, la visibilité, la multiplicité et la cohérence. Bien que Calvino s’intéresse lui aux mots, j’ai commencé à repérer ces mêmes valeurs dans plusieurs des dessins des artistes dont les œuvres sont ici présentées. Finalement, ce qui est central dans l’art inuit, c’est qu’il raconte une histoire. La vitesse et la précision sont suggérées par les outils choisis ; la légèreté est évoquée par la fluctuation des images, en particulier dans les compositions de Pitseolak Ashoona et d’autres artistes de sa génération. La visibilité est une qualité perceptible dans l’interprétation des histoires et des légendes du travail de Ningeokuluk Teevee. De nombreux dessins de Shuvinai Ashoona consistent en des multiplications simultanées passant d’un monde dans d’autres, au-delà de l’espace et du temps. Il y aurait beaucoup

d’autres exemples à citer mais la dernière valeur dans la liste de Calvino, la cohérence, est à mes yeux la plus importante. Indubitablement, tout au long de leur histoire les artistes inuit ont gardé une cohérence sans faille dans leur expression graphique. Nous retrouvons de manière tout aussi cohérente un groupe de femmes éminentes ayant beaucoup soutenu ces artistes : Alma Houston, Jean Blodgett, Susan Gustavison, Marion Jackson, Dorothy Eber, ainsi que K. M. Graham, Marcia Connolly et bien sûr Leslie Boyd Ryan. Des galeristes et conservateurs comme Pat Feheley, Nancy Campbell, Christine Lalonde et Darlene Wight ont eu une grande influence sur la carrière des artistes graphiques de Cape Dorset. Je pourrais en citer bien d’autres mais je tiens surtout ici à ajouter à ce panthéon de femmes illustres E. Stefania Tiberini, pour la superbe exposition «  Women in Charge. Artistes inuit contemporaines », un véritable événement qui a été le noble fruit de la passion, de la ténacité et du dévouement qu’elle a déployés pendant de longues années.

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Ningeokuluk Teevee, Baby Walrus, 2010 inchiostro, matite colorate | ink, colored pencils | encre, crayons de couleur 33 x 33 cm | inch. 13 x 13

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Ningeokuluk Teevee, Three Guys, 2009 inchiostro, matite colorate | ink, colored pencils | encre, crayons de couleur 33,1 x 33,3 cm | inch. 13 x 13.1

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Ningeokuluk Teevee, Bed of Kelp, 2004 litografia | lithograph | lithographie 35,5 x 54,3 cm | inch. 14 x 21.4

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Ningeokuluk Teevee, Flight Pattern, 2006 litografia | lithograph | lithographie 56,5 x 46 cm | inch. 22.2 x 18.1

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Siassie Kenneally, Shallow Stream, 2006 inchiostro | ink | encre 51 x 66 cm | inch. 20 x 26

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