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Trickster - Rivista del Master in Studi Interculturali - lingue_future:rizzuto_parlare

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Parlare una sola lingua significa lasciarla sola L’esperienza della casa-officina di Palermo

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Giuseppe Rizzuto e Maura Tripi L’associazione Officina Creativa Interculturale ha sede a Palermo e si occupa di educazione interculturale. Nel 2009 ha inaugurato la casa-officina, uno spazio in cui i fondatori vivono e portano avanti la loro ricerca educativa. La scelta di una casa-officina è nata dall’esigenza di costruire pratiche educative all’interno di un contesto accogliente e ospitale. Se è vero che noi abitiamo le lingue che parliamo, abbiamo fatto in modo che molte lingue abitassero la casa-officina, anche a nostra insaputa. Questa coabitazione ha un doppio valore: pratico e teorico. Da una lato dà corpo alle esperienze, dall’altro stimola la riflessione. La presenza di più lingue nello spazio vissuto è innanzitutto rassicurante, perché vivere in una sola lingua è vivere con una lingua sola, in una solitudine potenziale e a volte reale del pensiero e delle relazioni. Inoltre garantisce a chi vive in più lingue che la libertà di immaginare non finisca quando finiscono le parole date. A volte infatti le parole mancano proprio quando ne avremmo più bisogno, quando sentiamo la mancanza di qualche altro senso, di qualcun altro per guidarci in qualche spazio non conosciuto, ancora non raccontato. Sappiamo bene che tutti, in un modo o in un altro, abitiamo più lingue e linguaggi (anche rappresentati come varianti colte o popolari, ufficiali o dialettali) e che già una sola lingua ci apre infinite possibilità di espressione. Ma spesso tutto questo rimane implicito, taciuto e inconsapevole sino a che non appare una lingua diversa, una lingua straniera che per noi è quasi sempre un’apparizione imprevista e non trasparente.

La biblioteca Nella casa-officina le lingue coabitano sugli scaffali della biblioteca costituita dai nostri libri raccolti durante i viaggi e dalle donazioni di amici, parenti e sconosciuti. La biblioteca ospita testi per bambini in lingua straniera come messaggi da decifrare. Polacco, giapponese, inglese, urdu, portoghese, cinese, arabo, norvegese, turco, greco. Ma anche svedese, sloveno, tagalog e francese. Ancor prima di un lettore che sappia decifrare e riprodurre segni e suoni, la presenza di questi libri è già un messaggio. Solitamente quando i bambini arrivano nella casa-officina si mettono subito a curiosare tra gli scaffali a loro dedicati. Con grande curiosità aprono i libri, ma con maggiore stupore si accorgono che quel testo non si può leggere o se si prova a leggere “non si capisce niente”. Appare così ai loro occhi in maniera immediata che c’è qualcos’altro al di là delle loro parole. La reazione dei bambini è sempre sorpresa e divertita. Poi, basta una parola rassicurante, una risposta incoraggiante per dare inizio ad una scoperta del libro, una esplorazione ancora più avida di conoscenza. Molti adulti, spinti da un’esigenza puramente comunicativa, percepiscono un libro scritto in una lingua sconosciuta come illeggibile e quindi inutile. L’intuizione che proviene dai bambini è invece che un libro scritto in una lingua straniera è immediatamente leggibile nella misura in cui apre un mondo sconosciuto. Anche se incapaci di decifrare quelle frasi, i bambini leggono ugualmente che esistono altre parole che vivono in altre persone, che provengono da altri luoghi. In quel momento di scoperta non interessa la comunicazione e l’utilità immediata di quel testo ma l’espressività; non ciò che quel libro non comunica nella sua assenza di significato ma quello che il libro esprime nella sua presenza in quello spazio comune. La lingua sconosciuta viene letta attraverso la diversità, le immagini e le domande che ci pongono. Sembra che i bambini leggano quel libro, abitino quella lingua o quanto meno cerchino il luogo immaginario dove quella lingua può essere abitata. Trickster - Rivista del Master in Studi Interculturali - ISSN 1972-6767 Dipartimento di Storia, Università di Padova, via del Vescovado 30, 35141 Padova - trickster@lettere.unipd.it - SkypeMe - Informativa sulla privacy - Entra

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28/10/2010


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La narrazione Ci sono diversi modi di abitare le lingue. Se la biblioteca è lo spazio fisico della lingua che si incontra in forma scritta, la narrazione è lo spazio della lingua ascoltata. Alcuni incontri della casa-officina infatti sono dedicati alla narrazione plurilingue.

Officina creativa interculturale - La notte dei racconti Le lingue che vivono intorno a noi sono molte ma per paura o noncuranza quasi mai le ascoltiamo. Spesso ci limitiamo a prestare attenzione solo a ciò che siamo in grado di comprendere, e non ci accorgiamo che per comprendere di più dobbiamo in qualche modo spingerci oltre quello che è per noi facilmente riconoscibile. Saltare oltre questo muro di timore e comodità apre orizzonti nuovi. Ma più che lo spazio nuovo che si apre è l’esperienza del saltare l’aspetto più importante. Nelle narrazioni bilingue prepariamo una storia per bambini e la raccontiamo in due lingue contemporaneamente. Una lingua è l’italiano, l’altra è di una persona che abita una diversa lingua madre. Turco, rumeno, inglese, l’importante è che la storia scorra attraverso più lingue. I bambini di solito dicono di aver compreso la storia solo a metà, ma intuiscono che in quello che non si è compreso non vi era un vuoto, anzi. Di quello spazio rapiscono suoni nuovi, imparano con velocità inaspettata espressioni e parole di una lingua mai studiata tra i banchi di scuola. La narrazione in due lingue apre spazi di comprensione piuttosto che chiuderli, chiarisce piuttosto che confondere. Questo perché in primo luogo è necessaria molta attenzione. I bambini e gli adulti sono chiamati ad un ascolto attivo: per entrare nel racconto e nella lingua è necessario buttarsi dentro anche se non si sa nuotare. In secondo luogo perché lo spazio “altro” non è mai vuoto: vi sono suoni, anche se strani; intonazioni, da cogliere nelle differenti altezze; parole che ritornano nella storia. Questi appigli sono i frammenti su cui immaginare quello che manca. La lingua che non conosciamo viene abitata, fraintesa, inventata ma alla fine ci accorgiamo che non è più sola perché entra a far parte di noi. I bambini ricordano dopo molte settimane alcune parole raccolte durante la narrazione. Ma non solo. I bambini sono entrati tra quelle parole e vi sono rimasti, hanno dormito e forse sognato in quella lingua, dentro quella lingua, in continua trasformazione tra immaginazione e ricordo. Giuseppe Rizzuto si è specializzato in Antropologia culturale e ha studiato lingua e cultura cinese a Bologna e a Pechino. Ha insegnato italiano come lingua straniera in Italia e in Cina. Attualmente vive a Palermo dove collabora con la Scuola di Italiano per Stranieri dell’Università di Palermo, insegna lingua cinese moderna ed è cofondatore dell’associazione “Officina Creativa Interculturale” che si occupa di ricerca e pratiche sperimentali nel campo dell’educazione interculturale. Ama la musica brasiliana e la ricotta dentro i dolci. Maura Tripi si è laureata in Semiotica a Bologna e ha conseguito con merito il Master in Studi Interculturali dell’Università di Padova. Ha realizzato ricerche sul campo in Grecia, sulle relazioni tra bambini autoctoni e stranieri, e in Cina, sul sistema scolastico e le metodologie didattiche. Attualmente vive a Palermo, dove collabora con la Scuola di Italiano per Stranieri dell’Università e sperimenta pratiche creative nel campo dell’educazione interculturale e dell’italiano L2, in nidi d’infanzia, scuole materne e primarie. È cofondatrice dell’associazione “Officina Creativa Interculturale”.

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parare una sola lingua significa lasciala sola  

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