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TARSIE E INTAGLI D’ITALIA

A R R E D I DA PA R ATA

ovvero “il finimento da pompa” del Doge Renier GALLERIE DI LEGNI ANTICHI

dalle Xiloteche ai Musei del legno SEGNALAZIONI E A P P U N TA M E N T I

Il legno nell’arte nuova serie - Antiga Edizioni - Quadrimestrale - Anno I - n. 1 - Ottobre 2005 - € 15,00

Soprintendenze per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico


E D I TO R I A L E

AI LETTORI P I E R L U I G I B AG AT I N

L

a rivista riprende il suo viaggio con rinnovato fervore e più larghi orizzonti. Il tempo che è passato è servito a condividere con altri amici lo spirito e gli intendimenti de “Il legno nell’arte”. Uno di questi – l’editore Antiga di Cornuda, presso cui si stampa la rivista – è diventato compagno di cordata di Antilia nella titolarità del periodico. È un segnale di stima che ci onora e ci impegna, venendo da professionisti affermati e amanti del loro mestiere, tanto da aver fondato e organizzato vis-a-vis degli stabilimenti Antiga tra Treviso e Feltre un Museo del carattere e della tipografia che si è giustamente attirato nel giro di pochi anni apprezzamenti da qualificati ambienti nazionali e di Oltr’alpe. Il confronto delle opinioni ha fatto emergere un progetto editoriale diverso, che punta ad offrire in ogni numero una panoramica storico-culturale variegata e insieme un efficace collegamento con le iniziative promosse da Istituzioni e da Enti pubblici e privati del Belpaese. L’intenzione è quindi duplice e convergente: dare spazio ad articoli di approfondimento e di illustrazione di temi e di opere insigni dell’arte lignea in Italia nelle diverse età, e dall’altro garantire rubriche che diano il quadro della produzione scientifica, così come delle evenienze espositive più significative, dei più importanti recuperi collegati al restauro ligneo. Il censimento bibliografico resta obiettivo non rinunciabile, ma la rassegna degli studi secondo lo schema avviato nel 2° fascicolo verrà arricchita dall’avvicendamento di volta in volta con una vetrina dei cataloghi delle mostre, e con la segnalazione degli articoli presenti nelle più diffuse riviste scientifiche nazionali. Riguardo alla cadenza di uscita, per una maggiore funzionalità calenderiale, “Il legno nell’arte” è stata ricalibrato secondo un piano quadrimestrale. E oltre che per abbonamento la sua diffusione sarà curata da una griglia limitata di librerie. Queste in estrema sintesi le linee operative del prossimo cammino della rivista. Un cammino, un programma che ci convince, ci incuriosisce e ci alletta. Un grazie sincero è fin d’ora per quanti avranno la cortesia di aiutarci nelle diverse maniere: collaborando con gli articoli, con le foto, con le informazioni, con le autorizzazioni ... e perché no?, con la pubblicità e con gli abbonamenti. La nostra è prima di tutto e sopra tutto un’avventura di studio e di ammirazione. Come ben sa chi ci ha seguito fra gli stalli del coro di fra Giovanni a Monte Oliveto Maggiore, o nel rarefatto perimetro dello studiolo del Duca ad Urbino, ci guida la bussola del godimento di un’arte tanto tradizionale ma dagli echi sempre nuovi la cui poesia brilla nel mosaico delle fibre e dei colori delle essenze li-

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E D I TO R I A L E

gnee intarsiate, o si accampa nella forma scolpita a tutto tondo o a basso rilievo dai ferri e dai mazzuoli dell’intagliatore. Chi leggerà le pagine seguenti, che compongono il primo numero della nuova serie, avvicinerà ambiti diversi ed affascinanti. Potrà seguire passo passo le acrobazie di un restauro raffinato e difficile quale quello della “croce dipinta” di Verucchio squassata dal crollo di una trave, e affidato alle espertissime cure dei tecnici dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e del laboratorio di Marisa Caprara di Bologna. Potrà godere dell’“oro di Venezia”, cioè dei fastosi arredi da parata veneziani del ’700, nelle sensibili pagine di Clara Santini. Potrà apprezzare l’amore per il legno prossimo a materializzarsi in un museo storico presso l’azienda Scandiuzzi di Montebelluna, leader nel suo genere in tutt’Italia: il “Legno d’Epoca”. Potrà apprezzare il valore di ricerche condotte nel silenzio degli archivi, e che talora dipanano segreti secolari. L’olivetano fra Giovanni da Verona, acclamato maestro d’intaglio e di tarsia nel Rinascimento, dove si formò, dove operò prima di brillare con tanto sapiente maestria a Santa Maria in Organo e a Monte Oliveto Maggiore? e da quale casato veronese proveniva? Le indagini di Stefano Felicetti negli archivi umbri danno finalmente risposta a questioni da lungo tempo irrisolte. Lo scandaglio bibliografico di Elisabetta Baesso offre alla nostra banca dati altri 150 titoli. La rubrica delle Segnalazioni e degli appuntamenti ci informa su alcune iniziative delle Soprintendenze, sull’ageda di alcune case d’asta leader in Italia nel settore dell’antiquariato, su tre importanti mostre prossime venture. Buona lettura.

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SOMMARIO

E D I TO R I A L E

AI LETTORI

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I COLORI DEL LEGNO

I L R E S TA U R O D E L L A C R O C E D I P I N TA D I V E R U C C H I O

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I N C À V I E TA S S E L L I

A R R E D I D A PA R ATA O V V E R O I L “ F I N I M E N T O D A P O M PA ” DEL DOGE RENIER

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DOCUMENTI

F R AT E G I O VA N N I D A V E R O N A « M AG I S T E R L I G N A M I N I S « I N U M B R I A . N U O V E AC Q U I S I Z I O N I D O C U M E N TA R I E ( 1 4 8 1 - 1 4 8 8 ) F R A G I O VA N N I “ D E TAC H I S ” D A V E R O N A O L I V E TA N O

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OUR AGE

GALLERIE DI LEGNI ANTICHI: D A L L E X I L O T E C H E A I M U S E I D E L L E G N O. UN ESEMPIO NEL “LEGNO D’EPOCA” DI MONTEBELLUNA BIBLIOGRAFIA

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AG G I O R N A M E N T I B I B L I O G R A F I C I S E G N A L A Z I O N I E A P P U N TA M E N T I

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Particolare del volto di Cristo dopo il restauro. A destra: Particolare della zona fratturata.


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I L R E S TA U R O D E L L A C R O C E D I P I N TA D I V E R U C C H I O M A R I S A C A P R A R A restauratrice, Bologna

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ttribuita dalla critica ad un artista della scuola riminese del Trecento (con evidenti echi della lezione di Giotto), la Croce dipinta di Verucchio nel corso del 2001 ha subito un grave danneggiamento. Temporaneamente ricoverata nella sacrestia della Chiesa Collegiata (ordinariamente invece è collocata nel presbiterio del tempio), la croce è stata investita in pieno da una trave caduta nel crollo del soffitto a causa di una tromba d’aria. La rottura della carpenteria, aggravata dal fatto che la croce era appoggiata su un piano orizzontale, si è manifestata in modo particolarmente pesante nella parte inferiore dell’incastro tra il braccio verticale e quello orizzontale e in numerose minute ma pericolose microfratture della travatura verticale. Anche gli strati pittorici sono risultati dissestati in più punti. Prima di por mano alla loro restituzione, si è reso necessario un restauro del supporto ligneo particolarmente «originale ed innovativo» al quale hanno collaborato la Soprintendenza di Bologna (nella persona della dott.ssa Armanda Pellicciari), l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze (diretto dalla dott.ssa Cristina Acidini) e in particolare il settore dei dipinti su tavola (con responsabile il dott. Marco Ciatti e i tecnici Ciro Castelli, Mauro Parri, Andrea Santacesaria), il laboratorio Caprara di Bologna con il suo staff operativo. “OPD Restauro”, la rivista dell’Opificio delle Pietre dure e Laboratori di Restauro, ha dedicato all’intervento un accurato e ben documentato articolo (n. 16, 2004, p. 167-177). Per gentile autorizzazione della direzione del periodico – che qui si desidera ringraziare vivamente – riprendiamo la relazione stesa da Marisa Caprara, che consente di ripercorrere passo passo le asperità del recupero, superate grazie alla conoscenza maturata nel settore delle croci dipinte dall’Opificio e alla convergente scelta delle professionalità coinvolte nella definizione di un’appassionante quanto efficace metodica d’avanguardia (P.L.B.).

Il forte urto, provocato dal crollo dell’orditura lignea primaria e secondaria del coperto e la conseguente caduta dei materiali della copertura, aveva causato la rottura del supporto e delle due traverse del ritto all’altezza del costato del Crocefisso. Il duplice violento urto, accusato soprattutto nella zona sopraddetta, aveva accentuato la separazione delle commettiture dei bracci col ritto e la riapertura di tre antiche fenditure passanti. I margini della fenditura che interessava per intero la testa del Crocefisso, non si trovavano più sullo stesso piano, mentre le due lacerazioni che coinvolgevano una la zona omero-scapolare e toracica e l’altra il braccio sinistro, si erano ulteriormente allargate. La materia pittorica, adiacente lo squarcio del ritto, si presentava frantumata e completamente distaccata dall’incamottatura di tela che incamicia per intero l’opera; inoltre, a causa delle forti tensioni, il tessuto si era notevolmente lacera-

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La zona centrale vista dal davanti e dal retro. In basso: Frammenti della Croce.

to, deformato e distaccato dal supporto ligneo. Due porzioni lignee, di forma triangolare, facenti parte dell’estremo superiore ed inferiore, si erano spezzate e gravemente danneggiate nei punti di connessione. Il forte effetto di rimbalzo aveva causato, in più punti, la lacerazione e lo stacco di tratti della cornice perimetrale, in gran parte non originale, determinando lo sbriciolamento della gessatura decorata con foglia d’oro. La tragica situazione in cui versava l’opera trecentesca ci ha obbligato a lunghe, meditate riflessioni su come saremmo dovuti intervenire per recuperare tutto ciò che d’originale era fino a noi pervenuto, sia sotto il profilo della materia pittorica, sia per quanto concerne il recupero del supporto e della traversatura originali. La peculiare tecnica impiegata per l’ancoraggio della carpenteria al supporto e la tipologia d’esecuzione del supporto stesso rendevano la realizzazione del nostro intervento di ripristino assai problematica. Le molteplici esperienze, acquisite in anni di lavoro, impegnati quasi esclusivamente nel campo della ristrutturazione di dipinti su tavola, non sono bastate ad individuare una soluzione idonea per risolvere il grave trauma occorso al supporto ed al sistema di traversatura originale. Causa la tipizzazione della frattura subita, era apparso subito evidente che ci si doveva consultare con operatori la cui specificità e rigorosità d’intervento avrebbero assicurato un valido aiuto alla ricerca della metodologia più 6

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corretta da applicare. La fondamentale, ininterrotta, collaborazione con la direzione ed i tecnici di settore dell’Opificio delle Pietre Dure, ha rappresentato, per tutti noi, occasione di maggiore approfondimento e riflessione che ci ha consentito di individuare nuove e più valide soluzioni, così da approdare agli obiettivi che coralmente c’eravamo proposti. L’opera misura complessivamente 306,6 cm in altezza e 238 cm in larghezza ed è costituita da due tavole in essenza pioppo, di taglio tangenziale, di spessore variabile da 3,5/4 cm; l’unione tra l’incrocio dei bracci con il ritto è eseguito con


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Fasi del restauro.

la tecnica del mezzo legno. Il ritto è sostenuto da due lunghe traverse verticali e sette orizzontali, i bracci da due lunghe e quattro corte, tutte in essenza abete; la larghezza di questi elementi varia da 9,5/10 cm e lo spessore da 4,5/5. Le unioni tra le verticali e le orizzontali sono anch’esse ottenute a mezzo legno. Il sistema d’aggancio della traversatura al supporto è costituito da quarantaquattro lunghi chiodi, di sezione rettangolare con testa circolare, conficcati sulle travature e ribattuti sul verso del supporto anteriore. Allo scopo di ottenere uno strato ammortizzante, tra la chiodatura e la materia pittorica, le zone di supporto, circonvicine le chiodature, sono state scavate e le punte dei chiodi, prima surriscaldate, sono state di seguito ribattute. Successivamente gli scassi sono stati suturati con tasselli lignei e rettificati assecondando l’andamento circostante del supporto; tutte le superfici sono state protette con incamiciatura di tela. Esattamente sotto il titulus, si rileva un taglio netto del supporto. Durante il restauro del 1935, la ricongiunzione del ritto è stata ottenuta apportando alcune modifiche alle due traverse verticali originali; a maggiore garanzia di tenuta, nello spazio esistente tra le due traverse, è stato inoltre applicato uno spezzone di legno, fissato al supporto tramite cinque grosse viti. All’infuori del tratto ora preso in esame, la regolarità tra gli spazi e gli incroci delle traverse danno luogo a moduli standard ricorrenti. Questa particolarità, som-

mata al diverso spessore esistente tra il supporto della parte superiore al taglio e quello sottostante, fa ritenere che questo sia stato effettuato allo scopo di accorciare la parte alta della Croce. Molte sono state le appassionate disamine occorse per conseguire il risultato desiderato. Si trattava di progettare una metodologia d’intervento atta al recupero totale di tutta la carpenteria e delle tavoIL FORTE, DUPLICE le che compongono il supporto. U R T O A V E VA Per addivenire a questo era necessario attuare lo C A U S AT O L A R O T T U R A stacco ed il totale recupeDEL SUPPORTO E ro delle due traverse verticali che si mostravano feDELLE DUE TRAVERSE se, spezzate ed assai indebolite dall’attività rosiva di DEL RITTO larve xilofaghe. L’asporto delle due traverse avrebbe consentito, inoltre, la separazione del mezzo anteriore del supporto da quello posteriore. Per conseguire l’obiettivo ci si doveva avvalere di uno strumento atto ad eseguire il carotaggio delle chiodature e che, nel contempo, permettesse di potere salvare la carota perfettamente adesa, sia al chiodo, sia al supporto.

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La parte inferiore del supporto con i longheroni asportati.

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Ci si è avvalsi quindi di un’elettrofresa verticale, a velocità variabile, alla quale è stata montata una punta a tagliente circolare, avente un diametro interno di due millimetri più largo delle teste dei chiodi. Per mantenere l’attrezzo meccanico in perfetto assetto, è stata costruita una struttura alla quale è stato fissato l’utensile. Questo ha permesso ai due abilissimi operatori d’intervenire con assoluta precisione all’isolamento dei diciassette chiodi interessati dalla travatura. Causa il deperimento organico delle due traverse, durante la fase di carotaggio, il legno circostante due chiodature originali si era irrimediabilmente distrutto. Si è quindi intervenuti con la ricostruzione di due cilindri, il cui interno è stato modellato seguendo la sagomatura dei due chiodi originali. Ad operazione avvenuta, le due traverse sono state agevolmente rimosse L A M AT E R I A e risanate. Si doveva fare P I T T O R I C A A D I AC E N T E in modo di conferire alle stesse continuità e resiLO SQUARCIO stenza per sostenere il ritto. Il problema è stato riD E L R I T T O, S I solto tramite due nuove traverse lignee inserite nel P R E S E N TA VA parziale svuotamento delF R A N T U M ATA E le originali. Con lo scopo di evitare che durante C O M P L E TA M E N T E l’opera di svuotamento si potessero causare eventuaD I S TAC C ATA li danneggiamenti, su tre D A L L’ I N C A M O T TAT U R A lati delle traverse originali è stata costruita una cassaDI TELA CHE forma di contenimento. Per consentire la separaINCAMICIA PER zione dell’area, compresa I N T E R O L’ O P E R A tra l’incrocio dei bracci con il ritto, e procedere al risanamento delle fenditure che interessavano il volto ed il torace del Crocifisso, sono state effettuate alcune radiografie che hanno evidenziato le chiodature originali di fissaggio del ritto con i bracci. La visione radiografica e lo spazio esistente tra il ritto e i bracci hanno consentito l’intromissione di appositi seghetti, utilizzati per la separazione delle chiodature originali. I molteplici risanamenti, effettuati sul mezzo legno del ritto, hanno permesso di riportare allo stesso livello tutti i margini delle fenditure e di recuperare perfettamente l’immagine del volto del Crocefisso. Con lo scopo di creare una buona superficie di contatto, le differenze di livello, esistenti tra il supporto del mezzo legno dei bracci, con quello del ritto, sono state rettificate tramite tassellatura in legno di pioppo antico. L’unione dei due supporti è stata ottenuta con l’interposizione di colla vinilica pura e piccoli perni di legno di faggio. In seguito è stata eseguita la ricollocazione delle due porzioni sagomate degli estremi, superiore ed inferiore, e la rein-

tegrazione della parte alta delle due traverse, assemblate nel 1935. La traversatura è stata ricollocata sul supporto avvalendosi dei cilindri di legno originale, rimasti adesi alle chiodature. Il fissaggio è stato ottenuto tramite l’uso di resine sintetiche (Araldite AW 106, indurente Hardener HV 953 e Araldite SV 427, indurente HV 427), iniettate negli spazi compresi tra il cilindro e la traversa. Sono intervenuti: ing. Miltiadis Avgerinos; Arnaldo Boldrini; Marisa Caprara; Renato Carnevali; Direttore dei lavori: dott.ssa Armanda Pellicciari.

La parte inferiore del supporto con i longheroni asportati. I L L E G N O N E L L’ A R T E

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I COLORI DEL LEGNO

I M O LT E P L I C I RISANAMENTI HANNO CONSENTITO DI R I P O R TA R E A L L O STESSO LIVELLO I MARGINI DELLE FENDITURE E DI RECUPERARE P E R F E T TA M E N T E L’ I M M AG I N E D E L VO LT O D E L CROCIFISSO

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La Croce dopo il restauro vista di fronte e dal verso (pagina accanto).

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Particolare della poltrona, manifattura veneziana, terzo decennio del XVIII secolo. Venezia, Ca’ Rezzonico. A destra: Ludovico Gallina, Il doge Paolo Renier, olio su tela (cm 276 x 164), 1779. Padova, Museo Civico.


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A R R E D I D A PA R ATA O V V E R O I L “ F I N I M E N T O D A P O M PA ” DEL DOGE RENIER C L A R A S A N T I N I studiosa, specialista in storia dell’Arte e delle Arti minori, perito d’Arte, Reggio Emilia

el 1779 il pittore bresciano Ludovico Gallina – morto appena trentacinquenne a Venezia nel 1787 – eseguiva un imponente ritratto a figura intera di Paolo Renier. Le spalle regalmente ammantate di vaio ed il corno dogale sul capo, emblemi della conquistata dignità, il neoeletto doge è effigiato accanto ad una poltrona nell’atto di indicare con la destra alcuni oggetti sistemati in bell’ordine sul piano di una console. È proprio questo il “mobile-scultura” in noce dorato1 che Giuseppe Morazzoni ritrovava, nel 1927, nella raccolta veneziana del conte Donà dalle Rose insieme ad un altro tavolo da muro, simile ma non identico, pubblicandoli entrambi con una generica, quanto cauta datazione alla prima metà del ’7002. Anche quest’ultima console, oggi a Ca’ Rezzonico, aveva goduto del privilegio di tramandare ai posteri la gloria del Renier in un più modesto bozzetto (Milano, Civiche Raccolte d’Arte), licenziato dal Gallina in quello stesso 1779. È del tutto lecito, a questo punto, chiedersi in seguito a quali vicissitudini pervenissero nella raccolta Donà in palazzo Michiel ai Santi Apostoli i sontuosi arredi appartenuti al doge Renier e da questi, con tutta probabilità, destinati ad ammobiliare le proprie stanze in Palazzo Ducale all’indomani della nomina. Andrea Renier, unico figlio ed erede di Paolo, aveva sposato Cecilia Manin3. Da questa unione era nata Giustina Teresa Maria Renier, andata in sposa nel 1775 al patrizio veneziano Marcantonio Michiel, nella cui PREZIOSO dimora ai Santi Apostoli era stato, appunto, trasferito il FINIMENTO DALLA mobilio in questione. Alla sua morte (1832) palazzo e arredi FA S T O S A erano pervenuti al nipote, COMPOSIZIONE E Leopoldo Martinengo, e da questi passati, per via ereditaD AG L I I N TAG L I ria, al conte Antonio Donà D I R A R A B E L L E Z Z A dalle Rose. Nel 1934, in occa-

sione dell’ormai celeberrima vendita Donà dalle Rose, quello che nel catalogo veniva designato come “arredamento da pompa” Renier veniva messo all’asta insieme ad una congerie di pezzi che, a dirla con Alvar González-Palacios4, “contano fra le più alte espressioni della mobilia italiana del diciottesimo secolo”. Composto dalla summenzionata coppia di tavoli da parete e da dodici poltrone5, il prezioso finimento reca un’altisonante attribuzione ad Antonio Corradini, avvalI L L E G N O N E L L’ A R T E

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lata, stando agli autorevoli comN E L L’ E B R E Z Z A pilatori del volume, Lorenzetti e BAROCCA DEL Planiscig, dalla “rara bellezza degli intagli” e dal “fasto della TUTTO TONDO UN composizione”6. 7 Il nome dello scultore veneziano UNICO FILO è indissolubilmente legato alla CONDUTTORE mitica impresa del Bucintoro settecentesco8, divorato dalle I N VO LV E L A fiamme appiccate dai francesi 9 sulle sponde del Lido nel 1797 . NARRAZIONE Senza dubbio episodio tra i più PLASTICA cospicui della storia della scultura in legno del secolo, la messa in opera di questa vera e propria “reggia galleggiante” interamente dorata10 dovette esigere il concorso massiccio di tutti gli intagliatori allora attivi a Venezia. Responsabile a partire dal 1719 dell’ideazione del complesso apparato ornamentale11 – più di tremila fra figure e pannelli scolpiti stando alle cronache del tempo – il Corradini ne coordinò senz’altro la realizzazione. È, inoltre, presumibile che eseguisse modelli in cera, fornendo talvolta anche dei disegni, ma nessuna testimonianza documentaria sinora emersa comprova che, in prima persona, avesse intagliato alcunché. Ma se l’attribuzione del finimento Renier al celebre scultore veneziano non è suffragata da alcun indizio concreto, è, comunque, evidente come l’opera graviti all’interno della sua stretta cerchia culturale, segnando, all’altezza del terzo decennio del

Tavolo da muro, manifattura veneziana, terzo decennio del XVIII secolo. Venezia, Ca’ Rezzonico.

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Particolare del tavolo da muro, Michele Fanoli, 1701. Soragna (Parma), Rocca, Collezione Meli Lupi di Soragna.

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Settecento, la tappa estrema dell’evoluzione del gusto barocco lagunare verso arredi d’impianto ostentatamente scultoreo, modellati in aggrovigliati tutto tondo dai memorabili esiti scenografici, non dissimili da quelli messi a punto in città come Roma e Genova. Nel 1701 l’intagliatore veneziano Michele Fanoli – vissuto fra il 1659 ed il 1737 e collaboratore del Corradini, insieme al figlio Lorenzo, in occasione dell’allestimento del Bucintoro settecentesco – portava a termine il basamento, potentemente scolpito nel noce e quindi dorato, dei due tavoli da parete con stupefacenti piani ad intarsio per l’anticamera dell’appartamento nobile al primo piano della Rocca di Soragna12. L’enfatico recitativo fra Nettuno e Galatea, con l’interludio di una Nereide, appare come chiaro indizio dell’evoluzione del gusto barocco lagunare verso una magniloquenza espressiva di matrice romana, ricalcata di lì a poco pure da Matteo Calderoni, che nel 1731 realizzava la Peota reale (Torino, Museo Civico) di Carlo Emanuele III di Savoia. Era probabilmente parente di costui quell’Ottavio Calderoni, intagliatore veneziano, che il 30 aprile 1701 veniva ricompensato per la fattura di dodici seggioloni da parata in legno di noce dorato13, ancora una volta espressamente commissionati a Venezia dal marchese Meli Lupi per la Rocca di Soragna.

“VIVIAMO ALLA MERCÉ DEL D E S T I N O E D E L C A S O, N O N A V E N D O A LT R O CHE UN PENSIERO: L A P R U D E N Z A .” ( PA O L O R E N I E R , DOGE DI VENEZIA)

Pagina a sinistra: Particolare del tavolo. Sotto: Tavolo da muro, manifattura veneziana, terzo decennio del XVIII secolo. Collezione privata.

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Gli undici sedili superstiti documentano l’evoluzione dell’astratto schema strutturale del continuum vegetale ad intreccio, amplificato, agli esordi del Settecento, con l’introduzione della figura umana: due putti carnosetti mascherano l’imposta dei braccioli a diversioni sdrucciole, mentre un altro anima la traversa a festone, che raccorda i sostegni ad ampollose volute, da cui germogliano vigorosi torsi maschili. Gli opulenti seggioloni segnano, inoltre, il passo verso più ardite, virtuosistiche soluzioni: dalle otto poltrone della Wallace Collection di Londra14, con morbide ninfe a siglare il flessuoso accartocciarsi delle zampe, a quella della chiesa di San Trovaso a Venezia15, sino al fragoroso “trono da parata”16 di Ca’ Rezzonico, in legno di noce scolpito e dorato.

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Databile attorno al 173017, è senz’altro da ascriversi al medesimo milieu culturale dell’anonimo intagliatore che pose mano al grandioso “arredamento da pompa” del penultimo doge della Serenissima Repubblica, che viene, così, ad ancorarsi saldamente al terzo decennio del XVIII secolo. Nell’ebbrezza barocca del tutto tondo, un unico filo conduttore involve la narrazione plastica che sostanzia le teatrali partiture lignee dello scranno e della console già Donà dalle Rose, entrambe ricoverate nella cosiddetta “Sala del Trono” di Ca’ Rezzonico in un ammiccante vis-à-vis. Finimento “grandioso”, quello Renier, che non poteva certo limitarsi ad una coppia di tavoli da parete e a dodici poltrone. González-Palacios si cimentava nel rimpolparne il numero,


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In alto: Particolari del tavolo.

Tavolo da muro, manifattura veneziana, terzo decennio del XVIII secolo. Pagina a sinistra: Particolare centrale del tavolo.

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In questa pagina: particolari del trono da parata, manifattura veneziana, attorno al 1730.

aggregandovi una coppia di candelabri scolpiti e dorati di provenienza Donà dalle Rose18, dieci sedie en suite19, una mensola da parete già nella raccolta Hirschel de Minerbi, resa nota dal Morazzoni20 e due tritoncini reggitenda in collezione privata veneziana21. Del fornimento fanno ancora parte uno stupefacente guéridon battuto all’asta da Semenzato nel 1990 e reso noto da Enrico Colle22, così come una coppia d’inedite, preziosissime lumiere in legno di cirmolo dorato, con specchi finemente incisi. La medesima, possente eppur cedevole, tessitura esornativa contraddistingue una fastosa console in collezione privata, in legno di noce scolpito e dorato. Già resa nota dal Morazzoni23, è realizzata en suite con la coppia di tavoli da parete Donà dalle 20

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Pagina a fianco: trono da parata, manifattura veneziana, attorno al 1730. Venezia, Ca’ Rezzonico.

Rose, dai quali si differenzia solo per la difforme orchestrazione dei dettagli ornamentali entro la sostanziale omogeneità del progetto d’insieme. In accanite, elegantissime variazioni sul tema della metamorfosi, cariatidi femminili con filamentose estremità di sirene, invischiate alle sonanti volute che inarcano i sostegni, reggono il piano in marmo brecciato, eroso da calligrafiche sequenze fitomorfe ad intaglio. Maschera l’intersezione delle traverse un incontenibile tripudio di tritoncini a cavalcioni di guizzanti nervature, con putti che sgambettano su drappi preziosi, increspati da minuti ghirigori “alla Berain”. Ma ecco tornare alla ribalta il ritratto del doge Paolo Renier. Il vedervi pomposamente ostentati elementi del fornimento ha indotto González-


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Palacios a porre in relazione la commissione del prezioso insieme con la nomina a doge del Renier, ipotizzandone una datazione all’altezza del 1779, anno appunto della di lui elezione. La manifesta incongruenza fra l’enfasi trionfalistica tardo-barocca che sostanzia il finimento e la sua forzosa, quanto “imbarazzante” collocazione entro la parabola estrema del rococò, ovvero nella compagine “umbratile” del barocchetto lagunare, già riottosamente incamminato verso una mal digerita solennità espressiva, troverebbe motivazione, a parere dello studioso, nel “curioso e persino inspiegabile ritardo di molte espressioni artistiche veneziane”. Ma non è senz’altro questo un caso di anacronismo. Si tratta, piuttosto, di un episodio eclatante di programmatico appello alla tradizione. Ed il fornimento Renier doveva essere tutt’altro che fuori moda nel 1779, quando riesumare le glorie del passato significava eludere le miserie del presente ed il fasto ostentato mascherava una magnificenza in declino. Espressione dell’estrosa stagione artistica veneziana che, a cavallo fra Sei e Settecento, aveva piegato il mobile a squisito pretesto per virtuosistiche, stupefacenti divagazioni plastiche, quegli arredi, doviziosamente scolpiti e dorati, potevano ben comparire come intramontabile emblema di sfarzo e potenza, anche a più di quarant’anni di distanza dalla loro realizzazione, nel solenne ritratto a figura intera del penultimo Doge della Repubblica, quello stesso che lamentava: “Non abbiamo più forze terrestri, non abbiamo più forze di mare, non abbiamo più alleanze; viviamo alla mercè del destino e del caso, non avendo altro che un pensiero: la prudenza”24.

Pagina a sinistra: Poltrona da parata, Ottavio Calderoni, 1701. Soragna, (Parma), Rocca, Collezione Meli Lupi di Soragna. Sotto: Poltrona, manifattura veneziana terzo decennio del XVIII secolo. Venezia, Ca’ Rezzonico. A destra: Particolare della poltrona da parata.

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Alessandro Longhi, Ritratto di Nicolò Marcantonio Erizzo, olio su tela, 1797. Verona, Fondazione Museo Miniscalchi - Erizzo.

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Bernardo Castelli, Ritratto di Pietro Barbarigo, olio su tela, attorno al 1775. Venezia, Ca’ Rezzonico.

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1 Attualmente conservato nella Collezione Cini di Venezia. 2 G. Morazzoni, Il mobile veneziano del Settecento, Milano - Roma - Firenze 1927, tavv. XLVIII-LIV. 3 Sorella di Ludovico, l’ultimo doge della Serenissima Repubblica. 4 A. González-Palacios, Il Tempio del gusto. Le arti decorative in Italia fra classicismo e barocco. Il Granducato di Toscana e gli Stati settentrionali, Milano 1986, p. 333. 5 Quattro di esse sono oggi a Ca’ Rezzonico, mentre s’ignora l’ubicazione delle rimanenti. 6 G. Lorenzetti - L. Planiscig, La collezione dei conti Donà dalle Rose a Venezia, Venezia 1934, p.77, nn. 362-375. 7 Nato nella parrocchia di San Vio a Venezia il 19 ottobre 1688, Antonio Corradini risulta iscritto all’Arte dei Tagliapietra a partire dal 1711. Nessun appiglio documentario conforta l’affermazione del Temanza che lo vuole allievo dell’intagliatore e scultore Antonio Tarsia, uno dei pochi indizi utili a confermare una qualche attività in materia d’intaglio dello scultore che, peraltro, del Tarsia sposava la figlia, Maria, tra il 1717 ed il 1719. La fama raggiunta gli valse il trasferimento a Vienna, nel 1730, dietro invito dell’imperatore Carlo VI, ove si trattenne, in qualità di Hofstatuarius, sino al 1741, per poi recarsi a Roma, dopo un breve soggiorno a Venezia (1742) e di lì a Napoli. Vi giunse nel 1748 in compagnia di Giovanni Battista Piranesi e ivi attese al progetto decorativo della cappella Sansevero, commissionatogli dal principe Raimondo di Sangro. Morì il 12 agosto 1752, lasciando incompiuta la mirabile opera. 8 Glorioso emblema dei fasti della Serenissima, sull’imbarcazione salivano, il giorno dell’Ascensione, il doge e la Signoria per suggellare il tradizionale sposalizio del mare. Progettato dall’architetto navale Michele Stefano Conti e varato nel 1728, l’ultimo Bucintoro salpò per la prima volta verso il Lido il 25 maggio del 1729. 9 Se ne conservano frammenti superstiti al Museo Storico Navale di Venezia e al Civico Museo Correr. 10 In un’anonima incisione settecentesca, la raffigurazione dell’ultimo Bucintoro è accompagnata da una nota che precisa: “La invencione è del Sig. Antonio Coradin Scultore, la doratura è del Sig. Donà Giuliato in Campo a S. Apostoli et il Sig. Zuane d’Adamo in Frezaria ambi e uguali Compagni e Appaltadori” (C. Alberici, Il mobile veneto, Milano 1980, p. 279). 11 Sulla prora, in corrispondenza della pelle di leone che pendeva alle spalle della Giustizia, un’iscrizione recitava: “ANTONII CORADINI SCULPTORIS INVENTUM” (A.M. Luchini, La nuova regia sull’acque nel Bucintoro. Nuovamente eretto all’annua solenne Funzione del giorno dell’Ascensione…Descritta e dedicata al Serenissimo Prencipe Alvise Mocenigo Doge di Venezia…, Venezia 1729, p. 32). 12 Questi veri e propri “incunaboli del mobile veneziano barocco”, come li ebbe a definire Alvar González-Palacios (1986, p. 327), furono commissionati a Venezia dal marchese Niccolò Meli Lupi. Varrà la pena di rammentare che costui aveva sposato nel 1691 Cecilia Loredan, patrizia veneziana, dando così avvio ad una serie considerevole di acquisti per l’avita residenza nel parmense. Sempre al 1701, in-

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fatti, risalgono i pagamenti ad Anzolo Busi per una seconda coppia di tavoli, destinati alla camera da letto dell’appartamento – ove tuttora si trovano –, la cui prorompente ossatura in noce, dorato da Domenico Besi, appare suggellata dal grifagno emblema del casato, l’aquila dei Meli Lupi. I registri delle Spese fatte dai marchesi di Soragna per la Rocca e Palazzo di Parma, conservati nell’archivio della Rocca, riportano fedelmente, in data 30 aprile 1701, i pagamenti a Sebastiano Novale “per li duoi primi tavolini di madriperle”, Michele Fanoli “per li duoi piedi di legno intagliati e figurati de sodetti tavolini” e Ventura Longa “per l’indoratura delli piedi intagliati delli sudetti duoi tavolini” ed ancora a Giovanni Calegari “per duoi altri tavolini di madriperle”, Anzolo Busi “intagliatore per li piedi intagliati delli sodetti duoi tavolini” e Domenico Besi “per l’indoratura delli sodetti duoi piedi” (G. Cirillo - G. Godi, Il mobile a Parma fra Barocco e Romanticismo 1600-1860, Parma 1983, p. 268). 13 Nel “Ristretto delli conti fatti qui oggi in Soragna delli denari spesi dall’Ecc.za del sig.r Marchese Giuseppe” è, infatti, diligentemente registrato a questa data il pagamento all’intagliatore veneziano Ottavio Calderoni “per carreghe n°12 di legno intagliate”, a “Ventura Longhi indoratore per aver indorato le careghe n° 12”ed, infine, al “bolzaro, o sia sellaro Alouise Barbazza per tela, imbottitura, brochette” (Cirillo - Godi, 1983, p. 268). 14 González-Palacios, 1986, p. 328, fig. 765. 15 Alberici, 1980, p. 247, fig. 3 48. 16 Appartenuto alla famiglia Grassi di Chioggia, ci si mise a sedere papa Pio VI, nel 1782, in occasione della sua visita a Venezia. 17 A. González-Palacios, Il mobile nei secoli. Italia, II, Milano 1969, fig. 12. 18 Lorenzetti-Planiscig, 1934, p. 81, nn. 423-424. 19 Di queste, sei, fino al 1948 nel Victoria and Albert Museum di Londra, furono imprudentemente alienate, finendo tra le mani del re di Libia; due si conservano nella Wallace Collection di Londra, mentre la rimanente coppia veniva individuata dal González-Palacios presso Colnaghi (Londra). 20 Morazzoni, 1927, tav. CCXCIII. 21 González-Palacios, 1986, pp. 333-341. Lo studioso collega al gruppo in esame anche la monumentale cornice “da parata” che, nella Sala del Trono di Ca’ Rezzonico, attualmente racchiude il ritratto del doge Pietro Barbarigo, dipinto da Bernardo Castelli (1750-1810) ivi adattato nel corso dell’Ottocento (RomanelliPedrocco, 1995, p. 33). Proveniente da Palazzo Barbarigo a Santa Maria del Giglio, passata poi nelle collezioni di Marcantonio Michiel nel suo palazzo a Santa Sofia, finì all’asta, nel 1934, con l’intera raccolta Donà (Lorenzetti - Planiscig, 1934, p. 114, n. 813). Col suo magniloquente apparato scultoreo che plasticamente deborda dalla sagoma rocaille, scenografica rielaborazione dei modelli del rococò inglese – come quelli incisi da Lock e Copland, per esempio, o da Thomas Chippendale (F. Sabatelli, a cura di, La

cornice italiana dal Rinascimento al Neoclassico, Milano 1992, pp. 246-247, cat.79) –, questa rutilante macchina allegorica illustra una tipologia “da pompa” in voga all’altezza degli anni Settanta del Settecento. Vi rientrano altri due esemplari molto noti: la cornice del Ritratto del Procuratore Morosini, già nel Palazzo Morosini a Santo Stefano, resa nota da Pompeo Molmenti (La storia di Venezia nella vita privata, III, Bergamo 1927-1929, p.137) e quella del Ritratto del Procuratore Francesco Contarini in Palazzo Mocenigo a San Stae (Alberici, 1980, pp.271-272). Ne preconizza i moduli decorativi la monumentale cornice in legno di tiglio intagliato e dorato a foglia che inquadra solennemente il ritratto di Nicolò Marcantonio Erizzo, eseguito nel 1767, in occasione della nomina a procuratore di San Marco, da Alessandro Longhi (Venezia, 1733-1813). Cimata dall’arma degli Erizzo (V. Coronelli, Blasone veneto o gentilizie insegne delle famiglie patrizie oggi esistenti in Venezia, Venezia 1706, tav. 47), pomposamente paludata da figurazioni volte alla caratterizzazione iconografica del personaggio effigiato – una sorta di “decoro personalizzato”–, pervenne nel veronese Palazzo Miniscalchi in seguito al matrimonio, celebrato nel 1808, di Luigi Miniscalchi con Marianna Erizzo, una delle ultime tre discendenti dell’insigne famiglia dogale (G.P. Marchini, Il Museo Miniscalchi - Erizzo, Verona 1990, p. 31). 22 E. Colle, Il mobile rococò in Italia. Arredi e decorazioni d’interni dal 1738 al 1775, Milano 2003, p. 348, scheda n. 83. Lo studioso aggrega con formula dubitativa al finimento Renier anche un inginocchiatoio in collezione privata, che, a prima vista, non sembrerebbe rientrare nella serie in questione. Un’affermazione circostanziata in proposito richiederebbe, tuttavia, l’analisi diretta del pezzo. 23 G. Morazzoni, Il mobile veneziano del ’700, I, Milano 1958, tav. CLVI; C. Santini, Mille mobili veneti. L’arredo domestico in Veneto dal sec. XV al sec. XIX, III. Venezia, Modena 2002, pp. 158-159, cat. 214-216. 24 N. Jonard, La vita a Venezia nel XVIII secolo, Milano, 1967, pp. 33-34.

Pagina a fianco: Lumiera, manifattura veneziana, terzo decennio del XVIII secolo. Collezione privata.


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ARREDI DOVIZIOSAMENTE S C O L P I T I E D O R AT I E M B L E M A D I S FA R Z O E POTENZA


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FRATE GIOVANNI DA VERONA «MAGISTER LIGNAMINIS» IN UMBRIA. NUOVE ACQUISIZIONI DOCUMENTARIE (1481-1488) S T E FA N O F E L I C E T T I archivista paleografo, Spello

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indagine documentaria sull’attiva presenza in Umbria di frate Giovanni di Marco da Verona si è concentrata in alcuni archivi di Perugia e di Spoleto, dopo una necessaria verifica delle notizie già note e anche sulla scorta delle indicazioni fornite dalla bibliografia recente1. In questa occasione sono stati effettuati spogli sistematici nell’archivio notarile sia di Perugia sia di Spoleto, con buoni esiti nel primo caso; meno fruttuosi si sono invece rivelati alcuni sondaggi, sia pure mirati, nel fondo ‘Corporazioni religiose soppresse’ dell’Archivio di Stato di Perugia e nel cospicuo archivio capitolare del capoluogo umbro. La ricerca non può certo dirsi conclusa, perché è possibile che la lunga e quasi ininterrotta (1480-1481, 14831488) permanenza di frate Giovanni in queste zone dello Stato Pontificio abbia lasciato altre tracce documentarie. Ad ogni modo ce n’è abbastanza per tentare di delineare, almeno in parte, un quadro inedito e articolato degli anni che hanno segnato la formazione e gli esordi professionali di frate Giovanni, perché le notizie finora raccolte sembrano spaziare su più fronti. Senza voler entrare nel merito della questione, mi limito a segnalare in particolare l’inedito rogito perugino dell’11 agosto 1483, che contestualmente svela non soltanto – e per la prima volta – il patronimico completo del maestro, ma anche alcune delle modalità con cui egli organizzava il cantiere di lavoro (in questo caso le spalliere della chiesa cistercense di Santa Giuliana) e gestiva la collaborazione di altri magistri lignaminis. I singoli documenti, disposti in ordine cronologico, sono corredati di numero progressivo, datazione (cronica e topica) e regesto; seguono la segnatura archivistica, la relativa bibliografia, laddove esistente, e il testo integrale o parziale del documento. Quanto alla trascrizione si precisa che sono stati utilizzati i seguenti criteri: le abbreviazioni e le sigle sono state sempre sciolte, come di consueto; maiuscole, minuscole e interpunzione sono state normalizzate secondo l’uso moderno; le lettere e le parole redatte in corsivo indicano emendamenti a parole espresse ma dalla lezione poco probabile o non accettabile, oppure non espresse per svista, per dimenticanza o per lapsus calami;

tre puntini tra parentesi quadre segnalano i brani del documento volutamente omessi in sede redazionale; tre asterischi indicano gli spazi lasciati in bianco dall’estensore; le parentesi quadre includono integrazioni al testo per lacune materiali (fori, macchie ecc.); il punto interrogativo (?) indica parole di dubbia lettura; il (sic) evidenzia parole di sicura lettura ma ‘anomale’. DOCUMENTI 1 [1481] febbraio 3, Perugia I frati del monastero di Santa Maria di Montemorcino di Perugia si riuniscono in capitolo, su mandato di frate Lorenzo da Modena priore. Uno degli intervenuti è frate Giovanni da Verona. Archivio di Stato di Perugia, Archivio notarile di Perugia, Protocolli, 213, not. Francesco di Giacomo, 1481, cc. 67v-68v. Eisdem millesimo, indictione et pontificatu, die tertio februarii. Actum in capitulo monasterii et fratrum Sancte Marie de Monte Morcino extra muros perusinos […]. Convocato, congregato et quohadunato (sic) publico et generali capitulo fratrum Sancte Marie de Monte Morcino ordinis Sancti Benedicti Congregationis Montis Oliveti extra muros perusinos in loco predicto, ubi capitulum dicti loci convocari, congregari et quohadunari (sic) solet, de licentia, presentia et voluntate reverendi patris fratris Laurentii de Mutina prioris dictorum fratrum, capituli et conventus cum concessione, consensu, licentia, presentia et voluntate2 reverendorum patrum fratris Bartolomei Cambi de Florentia et fratris Bartolomei de Mantua visitatorum Congregationis Montis Oliveti presentium […] in quo quidem capitulo et conventu interfuerunt infrascripti fratres, videlicet prefatus reverendus pater frater Laurentius prior, frater Angelus de Novis de Ianua, frater Ieronimus de Perusio, frater Nicolaus de Francia, frater Franciscus de Perusio, frater Maurus de Urcis, frater Placidus de Salerno, frater Herculanus de Perusio, frater Baldasar de Perusio, frater Leonardus de Brissia, frater Bartolomeus de Mantua, frater Benedictus de Perusio, frater Iohannes de Verona, frater Petrus de Pensauro, frater Tomas de Perusio, frater Iohannes Franciscus de Perusio, frater

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Iohannes de Neapoli, frater Paulus3 de Sancta Maria in Gallo fratres et professi dicti capituli et conventus costituentes duas partes et ultra dictorum fratrum et totius capituli dicti loci4 […]. 2 [1481] aprile 2, Perugia Lorenzo di Antonio di Benedetto da Torgiano, chiamato frate Lorenzo dell’ordine di San Benedetto della Congregazione di Monte Oliveto, cede alla madre Maria il diritto di disporre liberamente dei beni ereditari paterni, a condizione che la donna consegni un ducato al priore del monastero di Santa Maria di Montemorcino di Perugia per l’acquisto di un breviario ad uso dello stesso Lorenzo. Uno dei testimoni presenti è frate Giovanni di Marco da Verona. Ivi, Archivio notarile di Perugia, Protocolli, 213, not. Francesco di Giacomo, 1481, c. 122v. Eisdem millesimo, indictione et pontificatu, die secundo aprilis. Actum in monasterio Sancte Marie de Monte Morcino extra muros perusinos, presentibus religiosis et honestis viris fratre Nicolao Polceti de Francia, fratre Petro Petripauli de Pensauro, fratre Iohanne Francisco Iacobi Becti de Perusio, fratre Iohanne Marci de Verona, fratre Paulo Antonii de Monte Sancte Marie in Gallo et fratre Paulo Stefani de Papia testibus ad infrascripta habitis, vocatis et ab infrascripto donatore rogatis […]. 3 1483 gennaio 31, settembre 2-1485 maggio 30, Perugia Il camerario del monastero di San Pietro di Perugia paga don Giovanni di Marco da Verona maestro di legname per la costruzione dell’ancona, dell’armario della tavola e dell’anconetta della chiesa, e della cassa di abete destinata al cardinale legato di Perugia. Fondazione per l’Istruzione Agraria in Perugia, Archivio del monastero di San Pietro di Perugia, Libri economici, 4, Libro mastro, 1483-1485, cc. 50v, 51r, 99v, 100r, 105v, 106r, 163v, 164r, 178v, 179r. ROSSI 1872, pp. 69-70, “nota” al doc. 18 (segnalazione). c. 50v: MºCºCºCºCºLXXXIII Don Giovanni de Marcho da Verona mastro da legnami de’ dare a dì XXXI de genaio soldi doi a bolognini 40, sono per mine sei de5 grano dato per lui per sua poliza a Lucha fornaio, mesurò Matheo, leva Mariotto figliolo de ditto Lucha, como al libro segnato M c. 4, in questo granaio c. 38 avere – fio. II, lib., sol., den. E de’ dare a dì II de setembre fiorini otto a quaranta, sono per la valuta de mine dodice de grano dato per lui per sua poliza a Mariotto de Lucha fornaio, levò ditto, mesurò ***, como al libro segnato M c. 14, in questo granaio del monasterio c. 74 avere – fio. VIII, lib., sol., den. E de’ dare a dì VI de setembre fiorini otto a 40 che tante aute in doi volte da don Theodoro contante, disse per comparare legname per la nostra anchona, como al libro segnato M c. 26 e a uscita segnato M c. 108 – fio. VIII, lib., sol., den. E de’ dare a dì XXX de setembre fiorini uno a 40 ebbe contanti da me don Daniello, disse volea per comparare legname per lo vaso che va in cima a la anchona, como a uscita segnata

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M c. 110 – fio. II, lib., sol, den. E de’ dare a dì VIII di ottobre fiorini doi, soldi dece, sono per mine tre de grano dato per lui a Mariotto de Lucha fornaio, como al libro segnato M c. 16, in questo granaio de monasterio c. 74 – fio. II, lib., sol. X, den. E de’ dare a dì XVII de ottobre fiorini 2 a 40 ebbe contanti da me don Daniello per commandamento de don Theodoro, disse volea per comparare legname, como a uscita segnata M c. 110 – fio. II, lib., sol., den. c. 51r: MºCºCºCºCºLXXXIII Don Giovanni de contra de’ avere fiorini vinte tre, soldi dice, sono che de tante lo poniamo in questo debitore c. 100 – fio. XXIII, lib., sol. 10, den. c. 99v: MºCºCºCºCºLXXXIII Don Giovanni de Marcho da Verona de’ dare fiorini vinte tre, soldi diece, sono per resto de una sua ragione, como in questo c. 51 posto avere – fio. XXIII, lib., sol. X, den. E de’ dare a dì IIII de novembre fiorini uno ebbe da me don Daniello per commandamento del priore, disse per comparare aguti, como ad uscita segnata M c. 112 – fio. I, lib., sol., den. E de’ dare a dì XXVI de novembre libre sette, soldi quindece, sono per la valuta de mine doi de grano dato per lui de sua volontà a Benedetto de Antonio, levò ditto, mesurò uno, como al libro segnato M c. 20, in questo granaio del monasterio c. 25 avere – fio. I, lib. II, sol. XV, den. E de’ dare a dì XXVII de novembre libre sette, soldi vinte cinque, sono per la valuta de mine tre de grano dato per lui de sua volontà a Lucha fornaio, levò ditto, mesurò ***, como al libro segnato M, in questo granaio magiure soma c. 25 avere – fio. II, lib. I, sol. V, den. E de’ dare a dì primo de dicembre fiorini doi, libra una, soldi cinque, sono per la valuta de mine tre de grano dato per lui de sua volontà a Lucha fornaio, levò Mariotto suo figliastro, mesurò Matheo, como al libro segnato M c. 20, in questo granaio del monasterio c. 95 avere in magiure somma – fio. II, lib. I, sol. V, den. E de’ dare a dì IIII de dicembre soldi trenta cinque, sono per quarto de olio de salsa, levò Cesaro suo garzone, mesurò Menicho, como al libro segnato M c. 20, in questo olio c. 101 avere – fio., lib. I, sol. XV, den. E de’ dare a dì VIII de dicembre fiorini uno, soldi cinque, sono per la valuta de mina una, quarti doi de grano dato per lui de sua comessione a Cesaro de Pietro da Mongevino, levò ditto, mesurò Agostino, como al libro segnato M c. 20, in questo granaio c. 95 avere – fio. I, lib., sol., den. E de’ dare a dì X de dicembre soldi trenta cinque per lui de sua commessione a Cesaro de Pietro da Mongevino, ebbe contanti da me don Daniello, como a uscita segnata M c. 114 – fio., lib. I, sol. XV, den. E de’ dare a dì XI de dicembre soldi doi a 40 portò contanti, disse per legname et segatore, como a uscita segnata M c. 115 – fio. II, lib., sol., den. c. 100r: MºCºCºCºCºLXXXIII Don Giovanni de contra de’ avere fiorini trenta, libre quatro,


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soldi diece, sono che de tante le poniamo in questo debitore c. 106 dare – fio. XXXIII, lib. IIII, sol. X, den. c. 105v: MºCºCºCºCºLXXXIII Don Giovanni de Marcho da Verona de’ dare fiorini trenta tre, libre quatro, soldi diece, sono per resto de una sua ragione, como in questo c. 100 posto avere – fio. XXXIII, lib. IIII, sol. X, den. E de’ dare a dì XXIIII de dicembre fiorini II ebbe contanti da me don Daniello per commandamento de don Theodoro, disse per andare a Roma, como a uscita segnata M c. 115 – fio. II, lib., sol., den. 14846. E de’ dare a dì XVI de genaio ‘84 soldi trentadoi ebbe contanti dal patri priore più dì fa, como disse ditto priore, como a uscita segnata M c. 118 – fio., lib. I, sol. XII, den. E de’ dare a dì XXVII de settembre fiorini tre, soldi quindece quali ebbe contanti in più volte da don Bernardo fiorentino nostro sacristano et da don Bernardino da Genova per parte de una ancoretta, como appare per una poliza per mano de ditto Bernardino posta in filza, como al libro segnato M c. 35, in questo spese de sacristia c. 108 avere – fio. III, lib., sol. XV, den. E de’ dare a dì XXVI de ottobre libre tre, soldi diece fatte bone per lui a Bernardino calzolaio per la valuta de doi paia de scarpe et doi de pianelle, cioè uno paio de scharpe et pianelle per Lodovicho suo garzone et l’atre per sé, in questo Bernardino c. 91 avere – fio., lib. III, sol. X, den. E de’ dare a dì VI de novembre fiorini uno a 407 per lui contanti a Cecho de Pietro dal Ponte de Pattolo per parte de legname, como a uscita segnata M c. 133 – fio. I, lib., sol., den. E de’ dare a dì ditto fiorini uno a 40 et per lui contante a Giovanni de Matheo dal Ponte de Pattolo per resto de legname, como a uscita segnata M c. 133 – fio. I, lib., sol., den. E de’ dare a dì XVII de novembre ducati tre de camera quali ebbe contanti da me don Daniello, disse volea dare a uno schodiero del legato, como a uscita segnata M c. 134, valuta – fio. IIIIº, lib., sol. VIII, den. E de’ dare a dì XXIIII de novembre fiorini uno, denari tre, sono per la valuta de mina, una quarti doi de grano dato per lui a Goro de Mariotto macelatore, levò ditto, mesurò Vicho, in questo granaio c. 153 avere – fio. I, lib., sol. I, den. II. c. 106r: MºCºCºCºCºLXXXIII Don Giovanni de contra de’ avere fiorini cinquanta uno, libre una, soldi otto, denari nove, sonno che de tante se pone in questo c. 174 debitore – fio. LI, lib. I, sol. VIII, den. VIIIIº. c. 163v: MºCºCºCºCºLXXXIII Don Giovanni de Marcho da Verona de’8 dare fiorini cinquanta uno, libre una, soldi otto, denari nove, sono che tante aute più volte, como in questo c. 106 posto avere – fio. L, lib. I, sol. VIII, den. VIIII. E de’ dare a dì VII de dicembre ducati uno larghi per lui a Alfano de Diamante, portò contante Pierogentili de Bartholomeo, como a uscita segnata M c. 135 – fio. I, lib. I, sol. XVIII, den. E de’ dare a dì VIIII dì ditto fiorini quatro a 40 per lui a Francesco de Rocche et li compagne lanare, quali portò da me don

Daniello Teveruccio de Andrea9, como a uscita segnata M c. 135 – fio. IIIIº, lib., sol., den. E de’ dare a dì XV de dicembre libre quatro, soldi sette, denari sei et per lui a Fioravante de Simoni, portò contante Giapecho de Marino suo compagno, como a uscita segnata M c. 136 – fio., lib. IIIIº, sol. VII, den. VI. E de’ dare a dì ditto ducati doi larghi et per lui a ser Francesco de l’arte de la lana, quali li portò contante Mariotto de mastro Magio per uno mantello che avea impegnato dì ditto don Giovanni, como a uscita segnata M c. 136 – fio. II, lib. III, sol. XVI, den. E de’ dare a dì XVI de dicembre fiorini doi, soldi doi, denari sei, sono per la valuta de mine tre de grano dato per lui a Carlo de Nichola sartore et per parte de fiorini quatro, soldi vinte uno devea avere da lui, como al libro segnato M c. 39, in questo granaio c. 153 avere – fio. II, lib., sol.10 II, den. VI. E de’ dare a dì XVIIII dì ditto soldi trenta cinque fatte bone per lui a Bernardino per uno paio de pianelle et scharpe per Lodovicho suo garzoni, in questo Bernardino c. 91 avere – fio., lib. I, sol. XV, den. E de’ dare a dì XX de dicembre libre quatro et per lui contante a Fabricio de Pietro, portò da me don Daniello, como a uscita segnata M c. 136 – fio., lib. IIIIº, sol., den. E de’ dare a dì XXI dì ditto soldi fiorini uno et per lui a Cecho dal Ponte de Pattolo per legname, portò contante da me don Daniello, como a uscita segnata M c. 136 – fio. I, lib., sol., den. E de’ dare a dì XXVIII11 dì ditto fiorini uno dato per lui a una monecha de Sancta Giuliana, portò contante Bernardo loro garzoni, como a uscita segnata M c. 137 – fio. I, lib., sol., den. E de’ dare a dì XXVIIII dì ditto fiorini uno a 40 quale ebbe contante da me don Daniello, disse per dare a certo soi credetore, como a uscita segnata M c. 137 – fio. I, lib., sol., den. E de’ dare a dì ditto fiorini doi et per lui a Francesco12 et Galiotto de Oddo, quali portò contante da me don Daniello Cipriano loro garzone, como a uscita segnata M c. 137 – fio., lib., sol., den. E de’ dare a dì XXVIIII de dicembre fiorini quatro, libre tre, soldi diciotto, quali ha aute contante in più volte, como al quaterno segnato M c. 56, a uscita segn. M c. 138 – fio. IIIIº, lib. III, sol. XVIII, den. E de’ dare a dì XXX dì ditto libre doi dati per lui a Cecho dal Ponte de Pattolo, como a uscita segnata M c. 138 – fio., lib. II, sol., den. E de’ dare a dì ditto fiorini doi a 40 dati per lui contante a Parisse orfo et per lui a la Sebastiana sua donna, quali ebbe contante da me don Daniello, como a uscita segnata M c. 138 – fio. II, lib., sol., den. [148513]. E de’ dare a dì III de gennaro libre quatro et per lui a l’erede de ser Nicholò de ser Iacomo, portò contante Pietro loro garzone, como a uscita segnata M c. 139 – fio., lib. IIIIº, sol., den. c. 164r: Don Giovanni de contra de’ avere a dì XVII de dicembre fiorini sei, libre doi, quali ebbe io don Daniello contante in deposito, como a intrata segnata M c. 13 – fio. VI, lib. II, sol., den. E de’ avere fiorini settanta uno, denari nove, sono che de tante s’è posto in questo c. 179 debbitore – fio. LXXI, lib. I, sol., den. VIIIIº.

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c. 178v: MºCºCºCºCºLXXXV Don Giovanni de Marcho da Verona de’ dare fiorini settanta uno, libre una, soldi nove, quali sono per resto de una sua ragione, como in questo c. 164 posto a credetore – fio. LXXI, lib. I, sol., den. VIIII. E de’ dare a dì IIII de febraio fiorini doi a 40 dati per lui a Matheo de Agostino da la Spina, ebbe contante da me don Daniello, como a uscita segnata M c. 140 – fio. II, lib., sol., den. E de’ dare a dì X de febraio libre nove, soldi quindece sono per la valuta de mine tre de grano dato per lui14 et per sua parola a Francesco de Roche et compagni, quali levò Teveruccio de Andrea, mesurò Francesco, como al libro segnata M c. 41, in questo libro c. 172 avere – fio. I, lib. IIIIº, sol. XV, den. E de’ dare fiorini otto a 40 fatti15 bone per lui a Matiolo de Beo per la pegione de la casa, in questo ditto Matiolo c. 72 avere – fio. VIII, lib., sol., den. E de’ dare a dì XVIII de febraio fiorini tre a 40 et per lui contante a Pieromatheo de Gostanzo, sono per la valuta de pie cento de legname, como a uscita segnata M c. 141 – fio. III, lib., sol., den. E de’ dare a dì VIIII de marzo libre tre per lui a Matheo de Gostanzo, portò contanti per doi tavoloni per lo armario de la tavola, como a uscita segnata M c. 142 – fio., lib. III, sol., den. E de’ dare a dì XV de aprili fiorini doi a 40 et per lui a Matheo de *** da la Spina, portò contante da me don Daniello per parola de ditto don Giovanni, como a uscita segnata M c. 145 – fio. II, lib., sol., den. E de’ dare a dì VI de maggio fiorini doi a 40 et per lui contante a Merchiorri de Antonio da Reggio de Lombardia, portò contante da me don Daniello, como a uscita segnata M c. 146 – fio. II, lib., sol., den. E de’ dare a dì XXX dì ditto libre doi, soldi sedece, quale ebbe contante da me don Daniello de certe denare aute in deposito, como a uscita segnata M c. 147 – fio., lib. II, sol. XVI, den. E de’ dare fiorini otto16, soldi diciasette quali ha aute contante in più volte, como al quaterno segnato M c. 66 et a uscita segnata M c. 148 – fio. VIIIº, lib., sol., den. E de’ dare soldi vinte quali ebbe contante, como al quaterno segnato M c. 70 et a uscita segnata M c. 149 – fio., lib. I, sol., den. c. 179r: MºCºCºCºCºLXXXV Don Giovanni de contra de’ avere a dì XXV de maggio libre nove, ebbe io don Daniello dal ditto, como a intrata segnata M c. 16 – fio. I, lib. IIIIº, sol., den. E de’ avere fiorini novanta sette, libre quatro, soldi otto, denari nove, posto al libro B segnato M c. 26 debbitore – fio. LXXXXVII, lib. IIIIº, sol. VIII, den. VIIII. Foglietto volante tra le cc. 178v e 179r: Nota che17 se annotò a conto di mastro Giovanni la cassa de abeto che se fece per lo reverendo cardinale legato di Perusia a dì 29 di dicembre 1484. 4 1483 aprile 14 e 18, luglio 6, Perugia La cameraria del monastero di Santa Giuliana di Perugia paga maestro Giovanni, già frate di Montemorcino, per la costruzione del coro dell’altare maggiore (?) della chiesa.

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Archivio di Stato di Perugia, Corporazioni religiose soppresse, Monastero di Santa Giuliana di Perugia, 73, Entrate e uscite varie, 1483-1488, c. 21v. Esspesa (sic) per l’aconciare la capella de l’altare che cadia ennel 1483. A dì 14 d’aprile 1483 avemo dato a mastro Giovagnie che fo frate de Monte Morcino per comparare lengniame, gesso, encolore e agute e honn’altra cosa necessario a quissto fiorini 5, libre 2, soldi 12, denari 6 e ditti denare avemo dati en più partite, monta in tutto – lib. 27, sol. 12, den. 618. Avemo dato a dì 6 de luglio al ditto mastro Giovagnie per la sua manefattura fiorini 10, libra 1 contanti, ed è fornito de pagare – lib. 51, sol. Avemo dato a dì 18 d’aprile a le sacristane Andreia e Batissta una brocha d’olio e some 6 de grano per dare al mastro che fa19 el coro, el ditto grano el mettemmo a 18 bolognini la mina e l’olio a uno fiorino el meçolino, che monta in tutto – lib. 40, sol. 12. 5 [1483] agosto 11, Perugia Giovanni di Marco de Tachis da Verona maestro del legno, essendo impegnato in altri lavori, assegna a maestro Melchiorre di Antonio da Reggio l’incarico della costruzione di spalliere ad modum cori nella chiesa di Santa Giuliana di Perugia, da terminare entro quattro mesi e secondo il disegno già approvato dalle monache. Ivi, Archivio notarile di Perugia, Protocolli, 319, not. Pietro Paolo di ser Bartolomeo, 1481-1489, c. 73v. Eisdem millesimo, indictione, pontificatu, die XI augusti. Actum Perusii in audientia artis Cambii, presentibus ser Angelo Tome Contis et Mateo Vilani de Perusio porte Sancti Angeli testibus. Cum hoc sit, prout infrascripte partes asseruerunt, quod magister Ioannes Marci de Tachis de Verona magister lignaminis conduxerit ad faciendum quasdam spallerias ad modum cori pro ecclesia Sancte Iuliane de Perusio cum pactis, modis et condictionibus, prout conventum inter moniales ditti monasterii et ipsum magistrum Ioannem et secundum designum inter eos factum, et dictus magister Ioannes asserat pro nunc non posse satisfacere ob nonnullas alias occupationes et nichilominus cupiat observare premissa20, composuit se et convenit cum Melchiorre Antonii de Regio magistro lignaminis hoc modo, videlicet quod dictus Melchior pro se etc. ob se etc. promisit et convenit ditto magistro Ioanni facere et componere dictas sedias seu spallerias secundum designamentum (sic) ut supra sumptibus ditti magistri Ioannis infra quatuor mensium futurorum et dictus magister Ioannes promisit eidem providere domibus, rebus necessariis, videlicet lignamine, ferramentis et colla et aliis rebus necessariis, et pro eius magisterio et labore solvere et cum effectu satisfacere ad rationem L bolonenorum pro qualibet sedia perfecta seu spalleria et tempore in tempus secundum quod laborabit ita quod finito tempore sit eidem Melchiorri integre solutum et satisfattum. Renuntiaverunt etc. iuraverunt etc. pena dupli etc. et promiserunt facere confessionem etc. 6 [1483] agosto 26, Perugia Maestro Giovanni di Marco da Verona promette a Teodoro, sin-


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daco del monastero di San Pietro di Perugia, di costruire una tavola di legno con spalliera per l’altare maggiore della chiesa, in cambio di 70 fiorini. Ivi, Archivio notarile di Perugia, Bastardelli, 429, not. Luca di Agostino di Luca di Nino, 1483-1484, c. 32v. ROSSI 1872, p. 69, doc. 18 (regesto). Die XXVI augusti. Actum Perusii in audientia Merchantie, presentibus Orlando Laurentii et Guaspare magistri Matei testibus etc. Magister Ioannes Marci de Verona per se etc. ob se etc. promixit et convenit donno Thiodoro sindico dicti monasterii Sancti Petri de Perusio recipienti pro dicto monasterio omnibus suis sumptibus, excepta pictura, facere et intalgliare unam tabulam lignaminis pro altare magno dicte ecclesie21 secundum formam cuiusdam designi in quodam foleo regali designato,22 prout in ipso continetur, et spallerium et ipsam componere et facere omnia23 ad iuditium24 peritorum. Et hoc fecit pro eo quia prefatus sindicus ob res et bona dicti monasterii promisit et convenit eidem magistro Ioanni presenti etc. dare florenos LXX ad rationem XL bolonenorum pro floreno hoc modo, videlicet inpresentiarum florenos octo ad dictam rationem et quatuor salmas grani pro valuta que ad presens valet, et florenos sex ad dictam rationem hinc ad duos menses proximos futuros si dictus magister Iohannes continuaverit laborerium, et residuum finito et composito laborerio et ipso perfecto ad iuditium peritorum, et ab inde in posterum ad petitionem dicti magistri Iohannis. Renumptians etc. iurans etc. sub pena dupli etc. Et promiserunt facere confessionem etc. 7 [1484] dicembre 14, Perugia Maestro Giovanni di Marco da Verona e Melchiorre di Antonio da Reggio, entrambi abitanti a Perugia, si impegnano a non litigare per un certo periodo, con la fideiussione, rispettivamente, di Alessandro di Selvaggio e di ser Giovanni Simone di Giovanni da Perugia. Ivi, Archivio notarile di Perugia, Bastardelli, 777, not. Matteo di Corradino di Filippo, 1477-1484, c. 479v. Eisdem mi[llesimo], indictione et pontificatu et die XIIII mensis decembris. Actum Perusii in palatio potestatis, in c***,25 presentibus donno Iohanne rectore ecclesie Castri Plani, Cornelio Caroli Cinaglie testibus. Magister Iohannes Marci de Verona habitator Perusii ex una parte et Melchior Antonii de Regio habitator Perusii ex altera parte per eos etc. vel eosdem promiserunt inter se ad invicem non offendere in persona tamen per se26 per totum tempus presentis potestatis et XV dies ultra dictum tempus, pro quo magistro Iohanne27 Alisander Selvagii et pro dicto Melchiorre ser Iohannes Simion Iohannis de Perusio fideiuserunt sub pena quinquaginta ducatorum etc. 8 [1485 giugno 8], Perugia Gregorio da Genova abate del monastero di San Pietro di Perugia conferma la titolarità e il possesso di alcuni benefici. Uno dei

testimoni presenti è Giovanni di Marco da Verona abitante a Perugia maestro del legno. Ivi, Archivio notarile di Perugia, Bastardelli, 430, not. Luca di Agostino di Luca di Nino, 1485, cc. 1v-2r. Dicto die. Actum Perusii in monasterio Sancti Petri de Perusio, presentibus Mateo Petri de Perusio porte Solis, parochie Sancti Severi et magistro Iohanne Marci de Verona habitatore Perusii magistro lignaminis testibus ad infrascripta vocatis, habitis et rogatis […]. 9 1485 settembre 8-1488 aprile, Spoleto Il camerario della chiesa di Santa Maria Assunta di Spoleto paga maestro Giovanni da Verona per la costruzione del coro. Archivio di Stato di Perugia-Sezione di Spoleto, Archivio dell’Opera del Duomo di Spoleto, 1, Entrate e uscite, 1465-1505, cc. 177r-184v. FAUSTI 1926, pp. 304-305 (segnalazione e trascrizione parziale). Addì dicto [1485 settembre 8] Pagose de volontà de dicti operali ad mastro Iohanni da Verona per la locatione allui facto dello coro, come appare per mia mano, per parte firini vinti dui et mezo, cioè ducati quindici de carlini, li dicti – fio. 22, sol. 50. Pagose al dicto mastro Iohanni per tavole, conparò a Francesco de Pontano, firini28 tre et bolognini trentadui, li dicti – fio. 3, sol. 80. […] Pagose al dicto magistro Iohanni per la locatione predicta firini dice ad bolognini quaranta per fiorino, vaglio – fio. 10. […] Addì 14 de iennaro 1486 Pagose de volontà de dicti operali, cioè per le mani de Alberto operale predicto, ad lo dicto magistro Iohanni per la dicta locatione dello coro firini quaranta dui ad bolognini quaranta per fiorino, i delli quali29 quindici per le mani de dicto Alberto avuti per lui da Andrea de Bionda computati in dicti quaranta due, li dicti – fio. 42. Addì 21 de iennaro 1486 Pagose al dicto mastro Iohanni per le mani de dicto Alberto operale firini octo ad bolognini 40 per fiorino – fio. 8. Pagose al dicto mastro Iohanni per dicta cascione firini dudici per le mani de dicto Alberto avuti da ser Paulo Pontano in presto, cioè – fio. 12. Pagose de volontà de dicti operali allo dicto mastro Iohanni per la dicta cascione firini dece quali foro avuti da Benedicto de messer Iohanni per lo lassito de ser Atriani – fio. 10. Pagose allo dicto mastro Iohanni de volontà de dicti operali firini vinti avuti dallo dicto Benedicto, cioè dece, et dece da Antonio de Montelione per la dicta cascione, li dicti fiorini – fio. 20. Pagose de volontà de dicti operali allo dicto mastro Iohanni per lo dicto choro firini cinque – fio. 5. […] Pagose allo dicto mastro Iohanni uno firino, lu dicto – fio. 1. […]

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Al nome de Dio, amen. Addì 7 de marzo 1486 Pagose de volontà de dicti operali ad lu dicto mastro Iohanni un firino alla dicta cascione, quale ebbe Ludivicho sou garzone, li dicti – fio. 1. Addì Pagose ad mastro Iohanni predicto de volontà de dicti operali firini tre ad bolognini 40 per fiorino – fio. 3. […] Addì 15 de marzo Pagose ad lo dicto mastro Iohanni firino uno et mezo quale paga ad Ludivicho sou garzone per certi ferri, li dicti – fio. 1, sol. 50. […] Addì 18 de marzo Pagose de volontà de dicti operali ad lo dicto mastro Iohanni per la dicta cascione firini dui, li dicti – fio. 2. […] Addì 25 de marzo Pagose de volontà de dicti operali ad lo dicto magistro Iohanni per la dicta cascione firino uno ad dicta rascione – fio. 1. Addì 6 de30 aprile Pagose allo dicto mastro Iohanni firino uno, lu dicto – fio. 1. […] Pagose addì dicto [aprile 8] de volontà de dicti operali allo dicto mastro Iohanni firini tre et mezo ad bolognini 40 per fiorino, li dicti – fio. 3, sol. 50. Pagose addì dicto allo dicto mastro Iohanni firini sei et mezo ad dicta cascione, li dicti – fio. 6, sol. 50. […] Addì 9 de magio Pagose de volontà de dicti operali ad lo dicto mastro Iohanni dallo coro per la dicta cascione firini sei ad bolognini 40 per fiorino – fio. VI. […] Addì 23 de magio Pagose de volontà de dicti operali et per commessione de dicto mastro Iohanni dallo coro ad mastro Andrea lombardo31 per lo lavoro facto socto allo coro, per mactonato et petre messe illi, firini dui ad bolognini quaranta per fiorino, li dicti – fio. 2. Pagose ad dicto mastro Andrea lombardo per scomborare calcinacci et prete lavorate delle sedii dello coro fiorini 0, bolognini dudici – fio. 0, sol. 30. […] Addì dicto [1486 maggio 27] Pagose de volontà de dicti operali ad mastro Iohanni predicto firini dece ad bolognini 40 per fiorino – fio. 10. […] Pagose allo dicto mastro Iohanni firini 6 ad bolognini quaranta per fiorino – fio. 6. […] Pagose addì 20 de luglio 1486 allo dicto mastro Iohanni dallo

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coro fiorini dui et bolognini vinti quali foro renduti ad Alberto che l’avia pagati allui, li dicti – fio. 2, sol. 50. Pagose allo dicto mastro Iohanni addì dicto firini dui ad bolognini 40 per fiorino – fio. 2. […] Addì 12 d’agusto 1486 Pagose de volontà de dicti operali al dicto mastro Iohanni per la dicta locatione tre firini ad dicta cascione, cioè – fio. 3. […] Addì 19 d’agusto Pagose de volontà de dicti operali allo dicto mastro Iohanni dallo coro firini vinti quatro ad bolognini 40 per fiorino, li dicti in presentia de Francesco de Pontano, che fo li denari della cena – fio. 24. Pagose ad dicto mastro Iohanni per moratura, mactonatura, concime de prete et calcina et per la dicta locatione firini undici, li dicti – fio. 11, sol. 0. [1486 post agosto 19] […] Item che pago ad mastro Iohanni da Verona che fa lu coro in piò partite, como fo saldato tra loro, firini dudici et mezo ad la dicta rascione, vaglio – fio. 12, sol. 50. Pagose allo dicto mastro Iohanni per dicta cascione firini cinque ad bolognini 40 per fiorino – fio – 5. Pagose per me ad mastro Iohanni dallo coro firini due restituiti ad Antonio da Montelione per lui de sua commessione et volontà, li dicti – fio. 10. […] [1486 ottobre-dicembre 6] […] Pagose de volontà de dicti operali allo dicto mastro Iohanni dallo coro firino uno quale ebbe da Alberto, monta – fio. 1. […] Pagose allo dicto mastro Iohanni dallo coro per la dicta cascione firini quatro in piò partite, cioè bolognini sexanta et vinti bolognini, quali ebbe Iacho de Piermario, et dui firini in dui partite – fio. 4. Addì XI de novembre Pagose allo dicto mastro Iohanni per la dicta cascione firino uno alla dicta rascione – fio. 1. Addì 15 Pagose allo dicto mastro Iohanni per la dicta cascione firini dui, quale ebbe per mani de frate Berardino sta ad Baiano, li dicti – fio. 2. Addì 22 de novembre Pagose allo dicto mastro Iohanni per la dicta cascione un firino, alla rascione predicta – fio. 1. Addì 28 de novembre Pagose allo dicto mastro Iohanni de volontà de dicti operali un firino, quale portò Ludovicho sou garzone, lu dicto – fio. 1.


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Pagose allo dicto mastro Iohanni addì 29 de novembre, che portò Piernichola et Filippo, un firino – fio. 1. Addì 3 de dicembre 1486 Pagose de volontà de dicti operali allo dicto mastro Iohanni per la dicta rascione uno firino, portò Ludivicho, monta – fio. 1. Addì 6 de dicembre Pagose allo dicto mastro Iohanni de volontà de dicti operali firino uno ad dicta rascione, lu dicto – fio. 1. Pagose per oncie cinque di serapino ebbe dicto mastro Iohanni da Baltassarre de Thomasso, bolognini dece – fio. 0, sol. XXV. […] [1486 post dicembre 6-1487 febbraio 3] MCCCCLXXXVI Pagose allo dicto mastro Iohanni dallo coro de volontà de dicti operali bolognini sexanta – fio. 1, sol.33 50. […] Pagose allo dicto mastro Iohanni dallo coro per dicta rascione in dui partite un firino – fio. 1. Pagose allo dicto mastro Iohanni dallo coro in panno mantiarino (?) bolognini octo et terzo uno, firini dece, vaglio – fio. 10. Pagose allo dicto mastro Iohanni dallo coro per la dicta rascione firini quindici renduti per lui ad Iacho de Colantonio da Spoliti – fio. 15. Pagose allo dicto mastro Iohanni firini dui et bolognini dui pagati ad Ruffirello ebreo per lui, monta – fio. 2, sol. 5. […] Pagose allo dicto mastro Iohanni dallo coro de commessione de dicti operali, che à avuti in piò partite come appare allibro B in34 panni, quali montano d’accordo tra lui et me firini vinti dui a bolognini quaranta per fiorino, li dicti – fio. 22. Pagose allo dicto mastro Iohanni che ebbe quando andò ad Roma firini sei ad dicta rascione – fio. 6. Pagose allo dicto mastro Iohanni che pagai per lui ad Piernichola dui firini, monta – fio. 2. Pagose allo dicto mastro Iohanni che foro pagati per lui ad Salvatore de Mercatante firini tre ad bolognini 40 per fiorino – fio. 3. Pagose allo dicto mastro Iohanni firini dui in contanti avuti addì 3 de febraio et firino uno35 et bolognini vinti septe in panno nargentato (sic), monta in tucto firini tre et bolognini 2 – fio. 3, sol. 67, den. 6. [1487 aprile] […] Pagose ad mastro Iohanni che fece lu choro de Sancta Maria firini cinque ad bolognini 40 per fiorino pagati ad Andrea de Bionda suo creditore – fio. 5. […] Pagose de volontà de dicti operali ad Pierranaldo de Zucharo creditore de mastro Iohanni dallo choro fiorini cinque et bolognini septe – fio. 5, sol. 17, den. 6. Pagose de volontà de dicti operali ad lu priore de Sancta Maria creditore de dicto mastro Iohanni fiorini dice septe ad bolognini 4036, monta – fio. 17, sol. 0. […] Pagose ad lu priore de Sancto Angelo per mastro Iohanni dallo coro fiorini uno ad bolognini 40, monta – fio. 1.

Pagose ad lo dicto mastro Iohanni dallo coro quali ebbe per le mani de Iannocto, como appare ad mia intrata, firini dudici ad rascione predicta, li dicti – fio. 12. […] Addì 30 de37 aprile Pagose de volontà de dicti operali ad Casciolo de Dolce che sta alla ponticha de Periohanni de Mathio per cose avute da lui per mastro Iohanni, cioè azurro, oro38 et altre cose per l’opera, como appare per una scripta che c’è de suo mani, in tucto firini undici et bolognini trenta cinque, vaglio – fio. 11, sol. 87, den. 0. […] MCCCCLXXXVII Pagose de volontà de dicti operali ad Berardino de Sapuro spetiale per azurro avuto da lui per mastro Iohanni dallo coro firini dui ad bolognini 40 per fiorino – fio. 2, sol. 0. […] Pagose de volontà de dicti operali ad Pierdominico da Busano creditore de mastro Iohanni che fece lo choro firini dui et bolognini sidici per grano ebbe da lui, monta – fio. 2, sol. 40. Pagose de volontà de dicti operali ad Pierranaldo de Zucharo per resto de credito aviva (sic) con lo dicto mastro Iohanni firini nove et bolognini trenta tre, vaglio – fio. 9, sol. 82, den. 6. Pagose de volontà de dicti operali ad Casciolo de Dolce quale sta nella ponticha de Periohanni de Romano firini octo et bolognini trenta, quali era creditore de dicto mastro Iohanni per cose avia avuti da lui – fio. 8, sol. 75. Pagose de volontà de dicti operali ad Francischo fabro per bolle aviva (sic) avute dicto mastro Iohanni fiorino uno et bolognini dece – fio. 1, sol. 25. Pagose de volontà de dicti operali ad Berardino de Langiro de Liverato per denari diviva (sic) havere lui et lu figliolo de Perfilippo de San Paolo dallo dicto mastro Iohanni firini quatro et bolognini sidici, vaglio – fio. 4, sol. 40. Pagose de volontà de dicti operali ad Antonio da Montelione merciaro fiorini dece per parte de denari divia havere dallo dicto mastro Iohanni, monta – fio. 10. […] Pagose de volontà de dicti operali ad lo priore de Sancta Maria per resto de denari era creditore de dicto mastro Iohanni dallo coro firini sexanta octo ad bolognini 40 per fiorino, monta in dui partite39 – fio. 68, sol. 0. Pagose ad Lorenza moglie ià de Iuliano de Thomasso Biancho bolognini sexanta quali era creditrice de dicto mastro Iohanni dallo coro per pescione di lecto, monta – fio. 1, sol. 50. Pagose de volontà de dicti operali allo dicto mastro Iohanni dallo coro in panno pagonazo de grana ebbe da me, che montò firini vinti tre ad bolognini 40 per fiorino, monta – fio. 23, sol. 0. MCCCCLXXXVIII […] Pagose ad Antonio da Montelione merciaro fiorino uno et mezo per resto delle robbe decte ad mastro Iohanni dallo coro – fio. 1, sol. 5. Pagose de volontà de dicti operali ad mastro Iohampiero da Venetia per mastria della scala che sale allo polpito sopre lo coro fiorini tre, vaglio – fio. 3, sol. 0. […]

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Pagine predenti: particolari di tarsie di fra Giovanni in Santa Maria in Organo (Verona) collocate nella sagrestia 3a, p. 28; a 7 p. 32; 8a p. 38) e nel coro (8a di dx, p. 33 e n. A, p. 37). In questa pagina: porta intagliata del Palazzo Comunale di Monte San Savino.

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MCCCCLXXXVIII [aprile] […] Pagose per le mani dello priore de Sancta Maria per tavole ad Salvatore bolognini dicidocto (sic), ad Saporoso dallo Belfone per certi ferri bolognini quindici per la serratuta della camera con dui chiave, bolognini dudici ad Andrea de Bionda per una anella vinti bolognini et per una serratura dello armario dello coro bolognini septe et per una anella dello ostio dello capitulo bolognini tre, monta in tucto – fio. 1, sol. 87, den. 6. MCCCCLXXXVIII […] Pagose ad mastro Andrea lombardo per ultimo pagamento della acconciatura delli sedii et impalmentato fiorini cinque, bolognini vinti cinque – fio. 5, sol. 62, den. 0. […] MCCCCLXXXVIII […] Pagose ad mastro Angelo fiorintino bolognini vinti per certi sedii acconciò nello coro vechio – fio. 0, sol. 50.

NOTIZIE SU ALTRI MAESTRI DEL LEGNO CITATI NEI DOCUMENTI ANGELO DI MARIOTTO DA FIRENZE, 1483-1498 È documentato anche con il ruolo di lapicida e di maestro del ferro. Negli anni 1483 e 1488 ripara la campana maggiore del duomo di Spoleto40. Il 10 aprile 1486 il nobile spoletino Pietro Filippo Orsini gli commissiona omnes et singulas imbussulatas e le finestre, con capitelli et alia ornamenta, nella sua casa41. Nel 1487-1488 si occupa della costruzione della sala capitolare, ancora su incarico dell’opera del duomo di Spoleto42. Da un rogito del 19 marzo 1489 emerge che i frati del convento di San Salvatore di Spoleto gli avevano affidato il rifacimento del tetto della chiesa43. Il 15 novembre 1490 l’architetto Rosso di Francesco da Settignano gli assegna il completamento della costruzione di un ponte sul fiume Nera, nei pressi di Ferentillo, che entrambi avevano iniziato poco tempo prima su commissione dell’abbazia di San Pietro in Valle44. Il 22 gennaio 1498 viene pagato per il rifacimento di un sedile nel coro del duomo di Spoleto45. MELCHIORRE DI ANTONIO DA REGGIO EMILIA, 1484-1485 Nel 1484 (25 giugno, 31 agosto e dopo il 27 novembre) viene pagato dalle monache di Santa Giuliana di Perugia per alcuni lavori eseguiti in chiesa, tra cui la costruzione di un armario46. Il 4 gennaio 1485 i sindaci del convento e della fabbrica di San Domenico di Perugia gli commissionano la realizzazione di un sedile nel coro della chiesa, al quale stavano lavorando sin dal 1476 Polimante di Cola (Nicola) da Spina, Giovanni Schiavo e Crispolto di Polto da Bettona47. MATTEO DI AGOSTINO DA SPINA (contado di Perugia), 1487-1509 Il 13 luglio 1487, essendo in lite con il perugino Polimante di Nicola (anch’egli originario di Spina) per una causa presentata al camerario dell’ars magistrorum lapidum et lignorum, nomina

arbitri i maestri lignari Simone di Paolo e Angelo Francesco di Valentino; la sentenza viene emessa il 21 luglio da un terzo arbitro, il giureconsulto Cristoforo di Piermatteo, che condanna Polimante al versamento della somma di 8 fiorini e 40 soldi a favore di Matteo48. Il 13 agosto 1493 è documentato nel monastero di Santa Maria di Montemorcino di Perugia, assieme al suddetto Polimante49. L’11 febbraio 1496 ottiene la cittadinanza perugina50. Prima del 1501 si iscrive nella locale arte della pietra e del legname51. Da una quietanza del 2 giugno 1509 risulta che aveva lavorato per quasi nove mesi alla costruzione delle banche e delle spalliere del capitolo del monastero di San Pietro di Perugia, accanto a Marcantonio di Francesco da Cerqueto (contado di Perugia) e Salve di Bartolomeo52. BIBLIOGRAFIA CITATA ROSSI 1872 = [A. ROSSI], Maestri e lavori di legname in Perugia nei secoli XV e XVI, in “Giornale di Erudizione Artistica”, 1, 1872, pp. 33-40, 65-73, 97-106, 121-133, 153-161, 185193, 217-225, 313-325, 345-357. FAUSTI 1926 = L. FAUSTI, Il Duomo di Spoleto (notizie storiche). Cap. VI. - Le vicende del Duomo dal secolo XIII al 1600, in “Il Duomo di Spoleto. Bollettino mensile in preparazione al VII Centenario della Canonizzazione di S. Antonio di Padova (30 Maggio 1232-30 Maggio 1932)”, 3, VII, 1926, pp. 303-306. NESSI 1992 = S. NESSI, Nuovi documenti sulle arti a Spoleto. Architettura e scultura tra romanico e barocco, Spoleto 1992. BENAZZI 1994 = La Cappella delle Reliquie. Una sacrestia cinquecentesca nel Duomo di Spoleto, a cura di G. Benazzi, Assisi 1994. BAGATIN 2000 = P. L. BAGATIN, Preghiere di legno. Tarsie ed intagli di fra Giovanni da Verona, Firenze 2000. ELENCO DELLA DOCUMENTAZIONE SOTTOPOSTA A SPOGLIO ARCHIVIO DI STATO DI PERUGIA Archivio notarile di Perugia, serie Protocolli – rogiti degli anni 1483-1485 – pezzi n. 56 Archivio notarile di Perugia, serie Bastardelli – rogiti degli anni 1483-1485 – pezzi n. 60 Corporazioni Religiose Soppresse, fondo Santa Giuliana – anni 80 del sec. XV – pezzi n. 4 Corporazioni Religiose Soppresse, fondo Monteluce – anni 80 del sec. XV – pezzi n. 3 Corporazioni Religiose Soppresse, fondo San Domenico – anni 80 del sec. XV – pezzi n. 4 ARCHIVIO DI STATO DI SPOLETO Archivio notarile di Spoleto, serie prima – rogiti degli anni 14851488 – pezzi n. 32 ARCHIVIO CAPITOLARE DI SAN LORENZO DI PERUGIA Entrate e uscite della sagrestia – anni 1482-1485 – pezzi n. 2.

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1 Bagatin 2000. Ringrazio l’autore, che ha seguito la presente ricerca, favorendone la pubblicazione. Ringrazio altresì la dott.ssa Giordana Benazzi, alla quale si deve l’individuazione di due superstiti pannelli del perduto coro eseguito da frate Giovanni nel duomo di Spoleto (Benazzi 1994, p. 19). 2 Corretto da voluntatarum. 3 Esito di correzione. 4 Nell’interlinea. 5 Nell’interlinea. 6 Nel margine sinistro. 7 Segue et depennato. 8 Segue de depennato. 9 Segue de ripetuto e non espunto. 10 Segue X depennato. 11 V nell’interlinea. 12 Segue fiorini depennato. 13 Nel margine sinistro. 14 Esito di correzione. 15 Corretto su fatto. 16 Nell’interlinea, in sostituzione di quatro nel testo depennato. 17 Segue che ripetuto e non espunto. 18 Su rasura. 19 Su rasura. 20 Con segno abbreviativo, superfluo, di promissa. 21 pro … ecclesie nel margine sinistro. 22 Nell’interlinea, con segno di intersezione nel testo. 23 Nell’interlinea, con segno di intersezione nel testo. 24 Segue facto nell’interlinea e con segno di intersezione nel testo, entrambi depennati. 25 La lacuna potrebbe essere integrata con

Coro di Santa Maria in Organo, tarsia 9a sin.

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l’espressione c[amera primi collegii], come si legge, ad esempio, nella datazione topica di un atto dell’11 dicembre registrato nella c. 478v dello stesso bastardello notarile. 26 Segue ipsos et eosdem depennato. 27 Segue ser Iohannes Simion Iohannis de Perusio porte Sancti Petri et pro dicto Melchiorri Alis depennato. 28 Segue quat depennato. 29 Nell’interlinea. 30 Segue marz depennato. 31 ad … lombardo nel margine sinistro, con segno di intersezione nel testo. 32 Preceduto da loro depennato. 33 Segue fio. depennato. 34 Esito di correzione. 35 Nell’interlinea. 36 Segue fiorini superfluo e non espunto. 37 Segue gen depennato. 38 Nell’interlinea. 39 in … partite nell’interlinea. 40 Fausti 1926, p. 306. 41 Archivio di Stato di Perugia-Sezione di Spoleto, Archivio notarile di Spoleto, serie prima, 31, not. Bartolomeo di Marco Bruni, 1484-1489, c. 74rv. 42 Fausti 1926, p. 306. 42 Archivio di Stato di Perugia-Sezione di Spoleto, Archivio notarile di Spoleto, serie prima, 47, not. Ponziano di Giordano, 1487-1489, c. 274r. 44 Nessi 1992, p. 131. 45 A dì 22 de gennaro. Pagose de vuolontà delli operali a mastro Angiro fiurintino per uno sedio che refece nello coro, che l’ò pagati bolingnini quatro, che vaglio – fio. 0, sol. 10, den. 0 (Archivio di Stato di Perugia-Sezione di Spoleto, Archivio

Coro di Santa Maria in Organo, San Zeno, tarsia D.

dell’Opera del Duomo di Spoleto, 1, Entrate e uscite, 1465-1505, c. 213r). 46 Avemo speso a dì 25 de giugnio per uno armario del chiostreciulo fra legniame, feramenti e manefatura e honn’altra cosa libre 3, soldi 2, el ditto laurio el fe mastro Merchiorre, monta in tutto – lib. 3, sol. 2. Avemo speso a dì ultimo d’agossto per agute per refermare la canpana grossa uno bolognino, quale aconciò el sopraditto mastro – sol. 2, den. 6 […] Avemo speso soldi 5 per agute per aconciare l’uscio del campanile quale aconciò mastro Merchiorre – sol. 5 (Archivio di Stato di Perugia, Corporazioni religiose soppresse, Monastero di Santa Giuliana di Perugia, 73, Entrate e uscite varie, 1483-1488, c. 41rv). 47 Rossi 1872, pp. 66-67, 70-71, docc. 12, 20, 22. Il contratto del 1485 riferisce che Melchiorre abitava nel rione perugino di porta San Pietro (Archivio di Stato di Perugia, Corporazioni religiose soppresse, Convento di San Domenico di Perugia, 1, Istromenti diversi, 1480-1505, c. 4v). 48 Ivi, Archivio notarile di Perugia, Bastardelli, 806, not. Bernardino di Angelo di Antonio, 14741487, cc. 71v-74v. 49 Actum in monasterio Sancte Marie de Monte Morcino extra muros perusinos, presentibus magistro Polimante Cole carpentario de Perusio porte Heburnee et Mactheo Augustini de castro Spine comitatus Perusii testibus rogatis […] (Ivi, Corporazioni religiose soppresse, Monastero di Santa Maria di Montemorcino di Perugia, 3, Istromenti diversi, 1408-1493, c. 140r.) 50 Rossi, 1872, p. 130, “nota” al doc. 13. 51 ibidem. 52 ibidem.

Coro di Santa Maria in Organo, tarsia 1a sin.


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F R A G I O VA N N I “ D E TA C H I S ” DA V E R O N A O L I V E TA N O P I E R L U I G I B AG AT I N

La prima fase dell’attività di fra Giovanni da Verona è stata fino ad oggi coperta da un riserbo rotto solo dalle ipotesi degli studiosi, in mancanza di indizi espliciti sulla formazione e sugli esordi di uno dei più validi intarsiatori del Rinascimento (1456 circa-1525). La stessa cappa di mistero ha gravato sulla sua provenienza famigliare, visto che il casato d’origine non è stato finora rivelato da documenti o da cronisti. Entrato a neanche diciannove anni come novizio fra gli Olivetani di San Giorgio di Ferrara, lo si ritrova nel corso degli anni Novanta impegnato nei lavori del coro di Santa Maria in Organo e, fianco a fianco di fra Sebastiano di Rovigno, nelle realizzazioni (poi perdute) per Sant’Elena di Venezia. Allora è già – come diceva Vasari – un «gran maestro di commessi di prospettive di legno» e insieme «sculptor» capacissimo, «valente di disegno e d’opera», e «persona veramente eccellente e rara». Le Familiarum Tabulae, cioè i registri di composizione delle comunità olivetane così come venivano definite nei capitoli della congregazione che si tenevano nel mese di maggio, aggiungono mistero a mistero. Fra Giovanni da Verona nel corso degli anni ’80 ha una presenza intermittente nelle Familiarum Tabulae (cfr. vol. ab anno 1459 ad 1517 = vol. II, Archivio dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore). Non vi figura nell’anno 1479-80; vi riappare nell’anno successivo, nella comunità di Santa Maria di Monte Morcino fra i conventuali, ma senza essere ancora presbyter (c. 82v) e nel 148182 con l’assegnazione a Monte Oliveto Maggiore (c. 85r). Non compare invece negli anni successivi 1482-83, 1483-84, 1484-85, 1485-86 e 1486-87. Per l’anno 1487-88 a Verona, in Santa Maria in Organo, c’è un «frater Joannes da Verona novitius» (c. 122r) ma è dubbio che si tratti dell’intarsiatore. L’anno successivo 1489-90 il «magister lignaminis» fra Giovanni da Verona è sicuramente a Sant’Elena di Venezia, accanto a Fra Sebastiano da Rovigno, con la qualifica di sculptor e di presbyter (c. 130v). Questo iato notevole nelle registrazioni monastiche, o quanto meno l’intermittenza dell’assegnazione di fra Giovanni alle comunità, non imputabili né l’uno né l’altra a distrazioni dei compilatori delle Familiarum Tabulae, ha incuriosito i ricercatori, che si sono comunque espressi con prudenza sull’argomento, fondandosi su documentazioni esterne all’Ordine. Nel marzo 1872 Adamo Rossi pubblicò sul “Giornale di erudizione artistica” una serie di regesti di documenti archivistici sui Maestri e lavori di legname in Perugia nei secoli XV e XVI (p. 69-70). Citò fra gli altri un rogito del notaio Luca di Agostino Nini in data 26 agosto 1483 in cui figurava un «maestro Giovanni di Marco da Verona» che si obbligava col Sindaco del Monastero di San Pietro di Perugia a «fare ed intagliare a tutte sue spese una tavola di legname con sua spalliera per l’altare grande della chiesa, secondo le forme disegnate in un foglio reale». In nota rilevava che «il

Sodoma, Fra Giovanni da Verona, particolare di un affresco del Chiostro grande (Monte Oliveto Maggiore).

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nome di questo maestro nelle partite di pagamento registrate nei libri dell’abbazia, è costantemente proceduto da un “don”». Di qui proponeva un’ipotesi affascinante ma dubitosa: «a que’ dì il famosissimo Giovanni da Verona già da sette anni aveva professato in Monte Oliveto; ma l’abito religioso che si sappia gli meritò il titolo di “fra”, mai quello di “don”». Va ricordato infatti che fino al 1545 gli Olivetani usarono l’evangelico «frater», poi si uniformarono al «don» (o «dom»: da «dominus», signore) usato da tempo dagli altri benedettini (la regola di san Benedetto lo riservava inizialmente solo all’abate, cap. 63: «dominus et abbas vocetur»). Lo storico olivetano Placido Lugano nel 1905 fece tesoro dell’indicazione di Rossi, superando il problema dell’appellativo «fra» tipico degli Olivetani. Lavorando per

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il monastero benedettino cassinese di San Pietro era logico – secondo Lugano – che fra Giovanni venisse citato alla maniera benedettina, da cui il «don» dei «libri dell’abbazia». Il placet è passato anche nella storiografia successiva, per cui il misterioso settennio in cui fra Giovanni non è presente nelle Familiarum Tabulae olivetane viene sciolto in una prolungata presenza in terra umbra presso i cassinesi di San Pietro. Prima conseguenza di questa identificazione è stata la collocazione di fra Giovanni in stretta vicinanza con gli ambienti artistici lignari toscani che suggerirebbe – come dice lo storico dell’arte Massimo Ferretti (1982) – insieme agli spostamenti indicati nelle Familiarum Tabulae - «qualche ragione della sua precoce affinità con gli intarsiatori della Toscana meridionale, dell’Umbria, delle Marche». In questo nebuloso avvio della carriera artistica e religiosa di fra Giovanni va registrata un’ulteriore segnalazione, peraltro poco divulgata nel dibattito generale. Attiene al coro coro della Cattedrale di Spoleto per cui Luigi Fausti nella sua rubrica di Notizie storiche de Il Duomo di Spoleto (in “Il Duomo di Spoleto. LE RICERCHE DI Bollettino mensile in preparazione al VII centenario F E L I C E T T I G E T TA N O della canonizzazione di S. Antonio da Padova, 30 LUCE SULLA PRIMA maggio 1232-30 maggio FA S E D E L L’ AT T I V I T À 1932”, a. III, luglio 1926, n. 7, p. 303-306) riscontrava D I F R A G I O VA N N I E che i libri mastri dell’Opera attribuivano il rifacimenSVELANO LA SUA to del coro a «maestro GioFA M I G L I A D ’ O R I G I N E vanni da Verona» pagato per tal lavoro fra il 1485 e il 1487. Sia pur dubitativamente il costruttore del coro del Duomo spoletino veniva identificato con fra Giovanni da Verona, il “celebre intagliatore in legno” come lo definiva Adolfo Venturi. Nessun dubbio sussisteva anche per Giordana Benazzi nel 1994. Illustrando la cinquecentesca cappella delle reliquie del Duomo, dopo aver richiamato le fonti sia di Perugia che di Spoleto relative a Giovanni da Verona, riconosceva in due pannelli intarsiati i resti «di quella che fu la più importante opera di legname realizzata a Spoleto verso la fine del Quattrocento» cioè appunto il coro della Cattedrale opera del grande intarsiatore olivetano fra Giovanni da Verona (in G. Benazzi, La cappella delle reliquie. Una sacrestia cinquecentesca nel Duomo di Spoleto, Associazione amici del Duomo di Spoleto, Assisi, Minerva, 1994, p. 16-19). Sulla linea della Bennazzi si tiene anche Paola Mercurelli Solari nella voce su I lavori in pietra e legname e le opere d’arte del Quattrocento pubblicata nel 2002 nel contesto dell’impegnativa pubblicazione su La cattedrale di Spoleto. Storia, Arte, Conservazione (a cura di G. Benazzi e G. Carbonara, Spoleto-Fondazione Cassa di Risparmio, Milano, p. 256, 259). Il dubbio era comunque rimasto sospeso, anche al di là del-


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la mancata sutura fra il filone perugino e quello spoCOMMESSI... letino, appeso alla valenza diversa degli appellativi VA L E N T E D I D I S E G N O «fra» e «don» ragguagliati con tanta serena sicurezza E D’OPERA... dal Lugano, o anche alP E R S O N A V E R A M E N T E l’identità del «maestro» dei documenti di Spoleto, diE C C E L L E N T E E R A R A ” zione che deponeva per una specifica appartenenza al( G I O R G I O VA S A R I ) l’arte dei legnaioli. Ma faceva parte ancora della comunità olivetana o benedettina il «maestro» Giovanni attivo nella cattedrale spoletina? Perché pur lavorando per committenti esterni (i cassinesi, le monache, l’Opera o il cardinale legato di Perugia) fra Giovanni non aveva mantenuto la residenza nel vicinissimo monastero olivetano di Santa Maria di Monte Morcino di Perugia dove aveva già soggiornato tra il 1480-81? Le brillanti ricerche archivistiche di Stefano Felicetti rappresentano la svolta sperata in questa questione. Il manipolo dei documenti da lui compulsati tra Perugia e Spoleto, e pubblicati nelle pagine precedenti, hanno un doppio sostanziale merito: di dare la conferma ragionata delle ipotesi di Rossi, Lugano e Fausti, spianando motivatamente le difficoltà che si ergevano alla loro piena accettazione; di offrire un portato nuovo, cioè la scoperta del patronimico di fra Giovanni. I documenti 1 e 2, regestati e trascritti summatim da Felicetti dal Notarile dell’Archivio di Stato di Perugia, sono l’anello di congiunzione con le Familiarum Tabulae olivetane e la successiva documentazione umbra da lui scoperta. Nel capitolo del monastero extraurbano («extra muros perusinos») di Santa Maria di Monte Morcino di Perugia, riunitosi il 3 febbraio 1481 su mandato di frate Lorenzo da Modena priore, è presente fra Giovanni da Verona (Archivio notarile di Perugia, Protocolli, 213, not. Francesco di Giacomo, 1481, cc. 67v-68v) giusta l’indicazione sopracitata delle Familiarum Tabulae che in quest’anno qui davano incardinato il monaco veronese. L’altro documento fornisce una indicazione chiave per la sua identificazione. Frate Giovanni «di Marco da Verona» è uno dei testimoni presenti ad un atto redatto nel monastero. Il 2 aprile 1481 Lorenzo di Antonio di Benedetto da Torgiano, chiamato frate Lorenzo dell’ordine di San Benedetto della Congregazione di Monte Oliveto, cede alla madre Maria il diritto di disporre liberamente dei beni ereditari paterni, a condizione che la donna consegni un ducato al priore del monastero di Santa Maria di Montemorcino di Perugia per l’acquisto di un breviario ad uso dello stesso Lorenzo (Archivio notarile di Perugia, Protocolli, 213, not. Francesco di Giacomo, 1481, e. 122v). Per la prima volta fra Giovanni è detto figlio di tale Marco da Verona; ed è ancora olivetano come indicato dalle Familiarum Tabulae. Mancano sue tracce nella documentazione relativa a maggio 1481-maggio1482 (fra Giovanni è segnalato

“GRAN MAESTRO DI

dalle Familiarum Tabulae a Monte Oliveto Maggiore) mentre non risulta assegnato per l’anno 1482-83 fino – s’è ricordato più su – all’anno 1489-1490. In sintonia con i vuoti delle Familiarum Tabulae fra Giovanni ricompare nel gennaio 1483 al lavoro per il monastero di San Pietro di Perugia. Vien chiamato «don Giovanni de Marcho da Verona maestro di legname». A lui sono annotati vari pagamenti (per gli anni 1483-1485) da parte del camerario del monastero che gli salda compensi per la costruzione di un’ancona, dell’armario della tavola e dell’anconetta della chiesa, di una cassa di abete destinata al cardinale legato di Perugia (Felicetti, n. 3: Libri economici c/o la Fondazione per l’Istruzione Agraria in Perugia, Archivio del monastero di San Pietro di Perugia, 4, Libro mastro, 1483-1485, cc. 50v, 51r, 99v, 100r,

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105v, 106r, 163v, 164r, 178v, 179r). Il patronimico «de Marcho da Verona» àncora saldamente l’artista al fra Giovanni delle altre testimonianze, mentre il benedettino «don» che viene utilizzato nei pagamenti di S. Pietro lo situa in uno stato intermedio fra la religiosità e la laicità. Chi segue ad esempio le liquidazioni nota che gli vengono pagate mine per il grano fornito dal “granaio del monastero”, dunque «fra» o «don» Giovanni doveva essersi ritirato su posizioni extramonasteriali per condurre la sua arte. Acquista materiali e attrezzature per esigenze lavorative e quotidiane: legname (da «Cecho dal Ponte de Pattolo», da «Pieromatheo de Gostanzo»), «aguti», «olio de salsa», «doi paia de scarpe et doi de pianelle»; ha garzoni (Cesare «de Pietro da Mongevino», «Lodovicho»); paga l’affitto di una casa («a Matiolo de Beo per la pegione de la casa»); riceve soldi «per uno manD O C U M E N TAT I F R A tello che avea impegnato dì ditto (15 dicembre 1483)», IL 1481 E IL 1488 per darli «a certo soi credetore», «a una monecha de L A VO R I A P E R U G I A Sancta Giuliana», «a ParisE A S P O L E T O, se orfo et per lui a la Sebastiana sua donna»); per reV I AG G I A R O M A carsi a Roma («per commandamento de don Theodoro» il 23 dicembre 1483). Ha al servizio lavoranti e collaboratori (tra cui affiorano i nomi di Alfano de Diamante, Francesco «de Rocche», Fioravante de Simoni, Francesco et Galiotto de Oddo). Il rapporto più stretto sembra essere stato quello con Melchiorre di Antonio da Reggio Emilia, per il quale sono state individuate da Felicetti alcune significative testimonianze. La prima in ordine di tempo e di importanza risale all’11 agosto 1483. È un rogito inedito (Felicetti, n. 5: Archivio notarile di Perugia, Protocolli, 319, not. Pietro Paolo di ser Bartolomeo, 1481-1489, c. 73v) che ha il pregio di svelare per la prima volta il cognome del padre di fra Giovanni: Marco “de Tachis” da Verona. Come si vedrà non era famiglia sconosciuta nella città scaligera. Riguardo al contenuto dell’atto, maestro Giovanni, essendo impegnato in altri lavori, assegnava a maestro Melchiorre l’incarico della costruzione di alcune spalliere «ad modum cori» nella chiesa delle cistercensi di Santa Giuliana di Perugia, da terminare entro quattro mesi, secondo il disegno già approvato dalle monache. Fra Giovanni gli avrebbe trovato casa, legname, ferramenta colla e altre cose necessarie, e gli avrebbe riconosciuto un compenso di 50 bolognini per ogni stallo con spalliera. L’intarsiatore veronese aveva avviato già da tempo rapporti con il monastero cistercense. Nei libri di contabilità di Santa Giuliana, maestro Giovanni, di cui si ricordava significativamente la recente vita religiosa a Montemorcino («a mastro Giovagnie che fo frate de Monte Morcino»), risultava essere pagato dalla cameraria del monastero in data 14 e 19 aprile, 6 luglio 1483 per la costruzione del coro dell’altare maggiore della chiesa (n. 5: Corporazioni religiose soppres-

Sopra: Spalliera della sacrestia di Santa Maria in Organo, tarsia 6ª sin. Pagina a fianco: Coro di Santa Maria in Organo, particolare della tarsia 8ª sin. Pagine precedenti: Coro di Santa Maria in Organo, particolare della tarsia 8ª dx. Leggio portacorali di Santa Maria in Organo, particolare della tarsia sullo sportello.

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Coro del Duomo di Siena, tarsia 4ª sin.

Coro del Duomo di Siena, tarsia 16ª sin.

se, Monastero di Santa Giuliana di Perugia, 73, Entrate e uscite varie, 1483-1488, c. 21v). Forte dell’accordo con Melchiorre, fra Giovanni poteva assumere altri incarichi: il 26 agosto [1483] «maestro Giovanni di Marco da Verona» prometteva a Teodoro, sindaco del monastero di San Pietro di Perugia, di costruire una tavola di legno con spalliera per l’altare maggiore della chiesa, in cambio di 70 fiorini, in due mesi (n. 6: Archivio notarile di Perugia, Bastardelli, 429, not. Luca di Agostino di Luca di Nino, 1483-1484, e. 32v). La tensione con Melchiorre doveva essere sempre lì lì per esplodere se il 14 dicembre 1484 «maestro Giovanni di Marco da

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Coro del Duomo di Siena, tarsia 17 dxª.

Verona» e Melchiorre di Antonio da Reggio, entrambi abitanti a Perugia, si impegnavano a non litigare per un certo periodo, con la fideiussione, rispettivamente, di Alessandro di Selvaggio e di ser Giovanni Simone di Giovanni da Perugia (n. 7: Archivio notarile di Perugia, Bastardelli, 777, not. Matteo di Corradino di Filippo, 1477-1484, c. 479v). L’ultimo documento perugino relativo a fra Giovanni lo vede testimone l’8 giugno 1485 alla conferma di Gregorio da Genova, abate del monastero di San Pietro di Perugia, della titolarità e del possesso di alcuni benefici (n. 8: Archivio notarile di Perugia, Bastardelli, 430, not. Luca di Agostino di


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Luca di Nino, 1485, cc. 1v-2r). L’ultimo manipolo di testimonianze su fra Giovanni riguarda la sua presenza a Spoleto. Come già rilevato da Luigi Fausti, i mastri della Camera del Duomo negli anni 1485-1488 hanno svariati riferimenti a maestro Giovanni da Verona «per la locatione allui facto dello coro» (Felicetti, n. 9: Archivio di Stato di Perugia-Sezione di Spoleto, Archivio dell’Opera del Duomo di Spoleto, 1, Entrate e uscite, 1465-1505, cc. 177r-184v). Il sodalizio con Melchiorre era stato rotto, tanto che l’emiliano non compare più negli atti spoletini. È ancora presente invece «Ludovicho sou garzone». Giovanni vive in casa d’affitto visto che «pagose ad Lorenza moglie de Iuliano de Thomasso Biancho bolognini sexanta quali era creditrice de dicto mastro Iohanni dallo coro per pescione di lecto». Come da Perugia, così anche da Spoleto fra Giovanni va a Roma (alla fine del 1486) per motivi che non dovettero essere L A FA M I G L I A strettamente personali se “ TAC C O ” O erano a carico del datore di lavoro. “ D E TAC H I S ” La presenza attiva di fra Giovanni a Spoleto si stemA P PA R T E N E VA pera nel primo semestre del D AG L I I N I Z I D E L ’ 4 0 0 1487. Ci fu dunque tutto il tempo per il rientro nella COME NOBILE «religione» (di qualunque natura fosse stata la ragioAL CONSIGLIO DI ne che l’aveva portato a laVERONA vorare fuori delle mura dei loca dei figli del beato Bernardo Tolomei) e per la professione definitiva. A maggio 1489 il “magister lignaminis” fra Giovanni da Verona è nel monastero olivetano di Sant’Elena di Venezia, qualificato come sculptor e presbyter (Familiarum tabulae, c. 130v). Con l’apporto documentario di Felicetti un fascio di luce è stato gettato sul periodo degli esordi di Fra Giovanni. Acquista sodezza definitiva la sua ascendenza umbro-toscana (già sostenibile per motivi di stile nel prosieguo della sua carriera), così come fanno pensare in termini di apertura ai temi classici i suoi viaggi a Roma centro dello Stato della Chiesa (e dello Stato Pontificio faceva parte direttamente l’Umbria) ma anche sempre più dichiaratamente capitale culturale dell’antico. L’operosità di fra o dom o maestro Giovanni anche per una committenza non esplicitamente olivetana, amplia il ventaglio della sua produzione, includendovi opere per monasteri o personaggi legati alla nomenklatura ecclesiastica romana. L’esempio più pregnante da includere d’ora in poi nel suo catalogo è rappresentato dalle squisite porte intagliate e scolpite di Monte San Savino. La sua personalità, per la qualità dei lavori richiesti in Umbria e per il modus operandi che sarà poi sempre suo tipico nell’istruzione di una bottega di collaboratori, dà conto di un spirito pienamente maturo, in grado di seguire molteplici e importanti lavori a Sant’Elena e a Santa Maria in Organo nel corso degli anni Novanta del Quattrocento. Non stupisce dunque la

Monte Oliveto di Napoli, Oratorio di Sant’Anna dei Lombardi, tarsia 15ª sin.

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Spalliera della sacrestia di Santa Maria in Organo, part. della coppia di colonne 8a sin.

Spalliera della sacrestia di Santa Maria in Organo, part. della coppia di colonne 7a sin.

più che discreta notorietà professionale se il 5 marzo 1492 venne invitato a fare la stima del coro della Certosa di Pavia. Di quale famiglia veronese fra Giovanni fosse, presto è detto grazie alle proficue notizie passateci dal cortesissimo prof. Marco Pasa, dell’Archivio di Stato di Verona. La sezione Testamenti dell’Antico Archivio Registro ha aperto spiragli decisivi sui “De Tachis” (o Tacca) presenti fra le famiglie nobili di Verona almeno sin dai primi anni del dominio della Serenissima. Obizzo e «Antonius Gentilis» Tacco (o «de Tachis») appartennero come nobili al consiglio veronese rispettivamente negli anni 1405, 1409, 1410 e 1411, e 1412 (cfr. scheda della famiglia “Tacca” presso la Commissione Araldica, fra le famiglie della nobiltà veronese estinte, Verona, Archivio di Stato, n. 235). Il nobile Obizzone quondam Antonio de Tachis fece testamento per ben tre volte: la prima il 24 luglio 1419 (Testamenti, mazzo M, n. 95), la seconda il 14 agosto dello stesso anno (Testamenti, mazzo M, n. 102) e la terza il 6 marzo 1425 (Testamenti, mazzo XVII, n. 28). Dalla lettura del primo atto risulta che era residente nella contrada di Clavica e disponeva di essere sepolto nel monastero di Santa Anastasia di Verona, una delle chiese – ancor oggi – più prestigiose della città. Qui la famiglia aveva una sua tomba con lastra in pietra. E a Santa Anastasia Obizzo lasciava legati per tutti e cinque gli altari: santa Trinità, santa Maria, san Giovanni Battista, santi Apostoli e sant’Antonio. Nel terzo testamento imponeva di mantenere l’altare dei Santi Apostoli dove era costruita la sua tomba. Suoi eredi in eguali porzioni erano nominati Giovanni e Jacobo, nipoti e figli del quondam Antonio già figlio di Obizzo, e Bartolomeo, pupillo, suo nipote e loro fratello. Giovanni «de Ta-

chis» dettava il suo testamento il 6 settembre 1426 nella casa in contrada Chiavica (Testamenti, mazzo 18, n. 134). Vi si definisce «scapezzator» (il che equivale a digrossatore della pietra). Disponeva anche lui di essere sepolto nella chiesa di Santa Anastasia dei frati predicatori di Verona, lasciando beni in possedimenti e danari soprattutto a Jacobo «de Tachis» suo fratello assente da Verona ed ai suoi discendenti maschi. Il 2 maggio 1490 nella casa in contrà Chiavica era la volta di Antonio «de Tachis» del fu Matteo a disporre le sue ultime volontà. Dopo aver nominato i suoi santi protettori (Teodoro, Sebastiano, Rocco, Cristoforo e Bernardino) chiedeva pure lui di essere sepolto nella chiesa di Santa Anastasia, nel sepolcro ove riposavano le ossa degli antenati. Lasciava 200 ducati d’oro e terre alla figlia Diamante, e nominava erede il figlio Giovanni. Non appare nei documenti Marco padre di fra Giovanni. Ma non sembra verosimile che fra Giovanni non abbia conosciuto i parenti nella dolce città natale, né che non abbia sostato davanti alla loro tomba in Sant’Anastasia. Gli archivi sono granai di notizie, che vivono nel grembo della storia. Arriveranno ancora – ne siamo convinti – altre novità da Verona e dalle carte umbre sull’eccellente, discreto, e perché no?, un tantino sorprendente artista olivetano, pronto a lasciare per qualche tempo l’ordine monastico per seguire le ragioni dell’arte.

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Pagina a fianco: Spalliera della sacrestia di Santa Maria in Organo, particolare della coppia di colonne.


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GALLERIE DI LEGNI ANTICHI: DALLE XILOTECHE AI MUSEI DEL LEGNO. UN ESEMPIO NEL “LEGNO D’EPOCA” DI MONTEBELLUNA

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n tronco spezzato palesa la storia dell’albero che fu. La trattiene dentro di sé nella mappa degli anelli e delle fibre, come segno perenne degli anni trascorsi, degli adattamenti al luogo e alle stagioni. Le tracce di una vita singola si incastonano nella trama uniforme dei segni genetici, che individuano una gamma straordinariamente ricca di essenze lignee, forse quarantamila in tutto il mondo. Un atlante sterminato che la scienza naturalistica è impegnata da secoli a conoscere e a censire, distinguendo le specie spontanee e autoctone delle varie nazioni, da quelle rare ed esotiche introdotte per fini ornamentali o produttivi e presenti magari in pochi esemplari negli orti botanici o in raffinati giardini nobili. Gli identikit delle diverse piante sono stati fissati dagli studiosi prima di tutto in gallerie lignee formate da rodelle più o meno spesse del tronco, da tavolette tagliate radialmente o tangenzialmente, da spezzoni dell’albero, con o senza corteccia, levigati o al naturale. Pezze d’appoggio che hanno consentito di determinare per ogni specie i dati primari: il colore, il peso, le venature, la porosità, il ritmo di accrescimento. La collezione dei legni per fini di studio e documentazione, detta alla greca “xiloteca” (“xilon” vale appunto come legno), è così divenuta nella realtà museologica internazionale una presenza diffusa, come ha ben illustrato di recente Enrico Baldini in Legni da ebanisteria (2002). La ratio scientifica è stata naturalmente l’esigenza prevalente, che ha improntato la costituzione di raccolte dalle dimensioni ragguardevoli. Il riferimento massimo in Italia è la xiloteca fiorentina del Museo Botanico dell’Università e dell’Istituto per la Ricerca sul Legno del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che vanta oltre 11.000 campioni lignei, corrispondenti a circa 7.000 generi, raccolti in viaggi di studio o tramite scambi con altre istituzioni scientifiche. A queste spesso plurisecolari xiloteche di rodelle e tavolet-

Biblioteca del Centro Studi per l’ambiente alpino. Particolare della collezione di libri in legno.

te in alcuni paesi dalle amplissime aree boschive e forestali assomigliano come funzione le “banche del legno”, attivate proprio per fini produttivi, per consentire riscontri a chi vuole lumi su natura, età e comportamenti dei legni, vale a dire sui loro aspetti tassonomici, dendrocronologici e tecnologici. Con la stessa asetticità scientifica che contraddistingue i cosiddetti “atlanti” lignei, vale a dire le raccolte di legni tagliati in trance o fogli sottili. Un pizzico di freschezza proviene invece da alcune originali xiloteche, che allo scopo naturalistico e tecnologico assommano un vezzo storico e artistico. Il primo pensiero va al Centone, uno stipo donato nel 1682 da un naturalista olandese, Giorgio Everardo Rumph, a Cosimo III, granduca di Toscana. Glielo aveva mandato dalla remota Amboina ed era fatto con cinquantacinque legni esotici. Il che rende evidente perché fu soprannominato così il particolarissimo mobi-

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le, “centone” di legni, come “centone” di poesie era una composizione mista di versi di più poeti, come “centone” era un panno fatto di pezzi di stoffa di più generi. Ma del Centone ligneo fiorentino, dopo un’onorata esposizione a Palazzo Pitti durata un secolo e mezzo, si son perse le tracce ad inizio Ottocento. Non si è invece dissolto il “comò della raccolta dei legni del paese” commissionato nel 1788 da Vittorio Amedeo III, re di Sardegna, all’ebanista di corte Giovanni Galletti: un cassettone con un coperchio intarsiato esternamente con legni americani e internamente con settantotto essenze indigene provenienti da Piemonte, Sardegna, Savoia e Nizza. Mobili nello stile del tempo, a tutti gli effetti, il Centone e il comò, e insieme tautologicamente campionari di legni. L’atmosfera dello studio aleggia in alcune particolari biblioteche, in cui i libri ci sono e ben allineati, ma senza pagine e tutti di legno. Erano stati i botanici tedeschi nel corso del Settecento a dar vita a questa pratica didattica e documentaria che fluttua tra Accademia e “Wunderkammer”, attraverso “libri di legno” fatti sostanzialmente in due maniere: nella prima i “libri” hanno sui due lati minori la scorza cioè la corteccia, così da ricordare l’aspetto tipico dell’albero e insieme richiamare la costola di un volume; nell’altra i piat-

ti dei tomi diventano (all’interno) teche per reperti vegetali come foglie, infiorescenze, frutti e semi della pianta da cui il legno era stato tratto. La maggiore “biblioteca di legno” italiana, messa insieme da un appassionato cultore come Raffaele Cormio (1883-1952) e donata al Museo Civico di Storia Naturale di Milano, è ricca di oltre cinquecento “libri di legno” delle due tipologie. Mentre l’altra grande raccolta italiana, quella dell’Università di Padova, ora conservata a San Vito di Cadore presso il Centro per lo Studio dell’Ambiente Alpino, è fornita di cinquantasei volumi del secondo tipo: la costa del libro, su cui è riportato il nome scientifico e volgare della specie, riporta la corteccia della pianta; i piatti della copertina sono ricavati con un taglio radiale del legno, mentre gli altri lati del libro-astuccio sono ricavati da sezioni longitudinali e trasversali. In appositi spazi, all’interno, sono collocate delle “urnette” contenenti la plantula, rametti con le foglie, fiori, semi, campioni della cenere o della segatura, cubetti di legno per la determinazione del peso, pezzetti di carbone, una pergamena con la “distinta dei reperti stilata in italiano”. Quale dei due sentimenti prevalga nei costruttori e nei fruitori dei “libri di legno”, quello didattico e funzionale o quello della curiosità per una fattura peculiare, è domanda aper-

Soffitto a cassettoni piemontesi e lombardi dipinti del 1600.

Parte della raccolta di soffitti dipinti visibile presso il Museo.

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IL LEGNO ANTICO AT T R A E N E L L’ O S T E N S I O N E D E L L’ E T À , NELLA BELLEZZA PITTORICA DELLA TEXTURE, NELLA MAESTOSITÀ DI UNA CARPENTERIA, NELLA LEGGIADRIA DI UNA BOISERIE Alcuni esempi di soffitti di Alta epoca depositati nei magazzini del Museo.

ta, anche se entrambi sono frutto di un medesimo amore per le piante da parte di silvicoltori e botanici, quello stesso trasporto che li spingeva a crescere alberi esotici in serre particolari, che si appassionava all’esposizione di rodelle di sequoie dal diametro di oltre tre metri, solcati dal giro degli anelli secolari. Rammentando caso mai quello che Leonardo aveva giustamente annotato a loro proposito nel Trattato della pittura: “... li circuli delli rami degli alberi segati mostrano il numero delli suoi anni, e quali furono più umidi e più secchi secondo la maggiore o minore loro grossezza. E così mostrano gli aspetti del mondo dov’essi erano volti: perché più grossi sono a settentrione che a meridione...”. Il legno antico esercita la sua carica attrattiva anche al di là della ostensione della sua età. Crea ragioni di interesse e di passione con la sua forte duttilità, la sua vitalità fragrante, la bellezza pittorica della sua texture nelle delicate cromie delle tessere di un intarsio, nella maestosità di una carpenteria, di una travatura, di un fastoso soffitto, nella leggiadria di una boiserie, nella profondità scabra intagliata nel cirmolo o nel noce o nell’olivo o in una delle tante essenze lignee su cui calano le sgorbie e il mazzuolo dello scultore. In tutte queste molteplici epifanie lignee – grandi o piccole, pubbliche o private – si rifrangono i bagliori di un rapporto intenso quanto durevole, che accompagna senza mai staccarsene la vita dell’uomo, della società, della cultura, dell’arte. Le sensazioni profonde e piene di fascino che promanano dai manufatti antichi, si ridestano puntualmente anche in chi visita i vasti locali di un

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particolare museo del legno antico raccolto in oltre quarant’anni da Tarcisio Scandiuzzi titolare di una ditta di Montebelluna che nome più esplicito non potrebbe avere: Legno d’epoca. Al legno il titolare ha dedicato la sua vita, da quando ragazzino di 12/13 anni preferì il laboratorio di falegnameria agli studi ordinari. Orientò la sua attività alla produzione di arredamenti completi, con particolare attenzione a soffitti, boiseries, stube, condividendo via via il lavoro con il figlio Sebastiano e un pugno di giovani ma validissimi collaboratori. Accanto alle realizzazioni con legni di taglio recente, che riproponevano forme e modelli antichi, l’azienda cercò di mettere insieme per i suoi clienti una serie di arredi antichi originali, con una paziente ricerca in case e castelli d’Europa, soprattutto in Tirolo e nell’alta Italia. Si è così costituita nell’arco di quarant’anni una raccolta davvero strepitosa. Basta dare un’occhiata alle moltissime travature, di varie sezioni, scolpite in alto e bassorilievo, con motivi decorativi di varie tradizioni. Alcune sono gotiche, altre di ascendenza tirolese mnanifestano dimensioni fuori dal comune. In alcune si nota la bisellatura, cioè la smussatura dello spigolo vivo ottenuta con un taglio inclinato, una lavorazione tipica dei solai lignei storici, con funzione estetica e di prevenzione nei confronti degli agenti xilofagi, in quanto l’alburno era più attaccabile rispetto al durame centrale. Non poche di queste travi sono decorate da pitture a nastri bianchi e rossi, mentre gli altri elementi del soffitto, cioè i travetti e le tavole compresi i regoli per convento, sono dipinti a motivi geometrici-floreali


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Retro delle formelle dipinte.

Particolare di una trave del 1500.

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a tonalità pastello (azzurro, giallo, rosa-rosso) su fondo bianco. Per dirla in cifre nei locali della ditta Scandiuzzi destinati alla conservazione c’è legno antico per 1.500/2.000 metri cubici, soprattutto in abete, rovere e larice. Ammontano a più di 100 i soffitti gotici (il più antico dei quali, completo in tutte le sue parti, risale al IX secolo, il tempo di Carlo Magno); alcuni sono montati, altri riposti ordinatamente, suddivisi nelle loro componenti. E ancora: ci sono tutti gli elementi di più di 300 tra stube e boiseries d’epoca, le specchiature di oltre un migliaio di porte di abitazioni e ante di stipi di varie dimensioni comprese tra il X e il XIX secolo. È una raccolta davvero singolare che è andata al di là dei fini dello sfruttamento economico di un trapianto in case o edifici attuali. Assurge così – ed è intenzione non troppo nascosta degli Scandiuzzi – a vero e proprio museo del legno antico. Una tappa nuova e da non perdere sia per cultori di xiloteche e musei d’arte lignea, sia per esploratori della storia degli arredi nell’Italia settentrionale e nel Tirolo tra Medioevo ed Età moderna.

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Sopra: Particolare di una trave gotica portante, con mensolone di sostegno di rovere della stessa epoca, scolpito lateralmente, con modellatura a ricciolo. Pagina a destra: Soffitto gotico con travi modellate a più motivi e pannello fra trave e trave: Travi massicci portanti di culmine e rompitratta modellati sul lato lungo e mensolone di sostegno sottostante. Nella zona bassa, l’angolo pranzo con tavolo e sedie tirolesi. Sulla parete di fondo, raccordato con il tetto, un mobile contenitore per i servizi da pranzo, con portea pannello con cornice perimetrale.


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BIBLIOGRAFIA

AGGIORNAMENTI BIBLIOGRAFICI a cura di E L I S A B E T TA B A E S S O studiosa, Rovigo

(Le notizie bibliografiche dal n. 1 al n. 150 sono state pubblicate sul n. 2 prima serie de “Il legno nell’arte”)

GENERALE 151 Antiche sculture lignee in Bologna. Dal sec. XII al sec. XIX, trattazione generale ed analisi estetica delle opere di Paolo BIAVATI e Gaetano MARCHETTI, traduzione in lingua francese di Jeanne ORIOLI VAN DEN BOSSCHE, Bologna, Officina grafica bolognese, 1974, 518 p., ill. 152 Roberto ANTONETTO, Minusieri ed ebanisti del Piemonte. Storia e immagini del mobile piemontese, Torino, Daniela Piazza editore, 1985, 405 p., ill. 153 L’arte della tarsia a Rolo. Mobili, tecniche, materiali, a cura di Graziano CASTAGNARO, Davide FERRETTI e Gianni TRUZZI, fotografie di Pellegrino CATTANI e Sergio NASI, con una introduzione di Luisa BANDERA, Rolo (RE), Comune di Rolo, 1996, 329 p., ill.

n. 152

154 L’artigianato a Prato. Esempi delle collezioni civiche e private, Prato, Museo civico, Sezione didattica, 1988, 134 p., ill.

159 Manuela CATARSI, Archeologia a Fidenza. Le case di legno di Via Bacchini, Bologna, Ante Quem, 2003, 19 p., ill.

155 Artisti del legno. La scultura in Valsesia dal XV al XVIII secolo, a cura di Giovanni TESTORI e Stefania STEFANI PERRONE, Borgosesia (VC), Valsesia editrice, 1985, 331 p., ill.

160 Aline CENDON - Loris DILENA, Venezia. Il legno, Ponzano (TV), Vianello Libri, 2005, 184 p., ill.

156 Elisabetta BARBOLINI FERRARI - Giorgio BOCCOLARI, Arredo domestico. Secoli di cultura popolare nell’Emilia Romagna, Bologna, Calderoni, 1998, 216 p., ill. 157 La bottega dei Fantoni. Intaglio e scultura tra ’400 e ’700, testi e ricerche di Lidia RIGON, direzione artistica e progetto grafico di Tito TERZI, Clusone (BG), Ferrari, 1988, 173 p., ill. 158 Enzo CARLI, Scultura lignea senese, Milano; Firenze, Electa, 1951, 187, [1] p., ill.

161 Civiltà del legno. Per una storia del legno come materia per costruire dall’antichità ad oggi, a cura di Paola GALETTI, Bologna, Clueb, 2004, 170 p., ill. 162 Sergio CLAUT, Francesco Trilli ed altri scultori del legno nel Feltrino tra Rinascimento e Barocco, Catalogo della mostra (Feltre (BL), S. Lorenzo, 7-21 agosto 1988), Feltre (BL), Castaldi, 1988, 71 p., ill. 163 Dagli Sforza al design. Sei secoli di storia del mobile. Il Museo delle Arti decorative del Castello Sforzesco, Catalogo della mostra (Milano, Castello Sforzesco, Sale Ducali, 11 giugno 2004-12 giugno 2005), a I L L E G N O N E L L’ A R T E

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BIBLIOGRAFIA

173 Alvar GONZÀLES-PALACIOS, Il mobile nei secoli. 10. Paesi bassi, paesi iberici, Russia, paesi nordici, Milano, Fabbri, 1969, 96 p., ill. 174 Imago urbis. Dalla città reale alla città ideale, testi di Cesare DE SETA, Massimo FERRETTI, Alberto TENENTI, prefazione di André CHASTEL, Milano, Franco Maria Ricci, 1986, 193 p., ill. 175 Rosario JURLARO, Il coro della cattedrale di Brindisi. La scultura figurativa in legno dei secoli XVI e XVII in Puglia, con prefazione di Angelo LIPINSKY, Brindisi, Lions Club, 1969, 169, [3] p., ill.

n. 176

176 Legni da ebanisteria, a cura di Gabriele BORGHINI e Maria Grazia MASSAFRA, Ministero per i beni e le attività culturali/Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, Roma, De Luca, 2002, 406 p., ill.

cura di Claudio SALSI, Cinisello Balsamo (Milano), Silvana editoriale, 2004, 48 p., ill.

177 Il libro internazionale del legno, Milano, PEG, 1989, 275 p., ill.

164 La deposizione lignea in Europa. L’immagine, il culto, la forma, a cura di Giovanna SAPORI, Bruno TOSCANO, Perugia, Electa editori umbri associati, 2004, 836 p., ill.

178 Graziano MANNI, Mille mobili emiliani. L’arredo domestico in Emilia-Romagna dal sec. XVI al sec. XIX, introduzione di Luisa BANDERA, Bologna, Consorzio fra le banche popolari cooperative dell’Emilia-Romagna, 1980, 283 p., ill.

165 Piera FERRARO - Alessandro GAMBA, L’arte del legno a Padova. Norme, tecniche e opere dal Medioevo all’età moderna, Padova, Il Prato, 2003, 152 p., ill.

179 Giuseppe MARCHETTI - Guido NICOLETTI, La scultura lignea del Friuli, Milano, Silvana editoriale, 1956, 373 p., ill.

166 Alessandro FIORENTINO, L’arte della tarsia a Sorrento, Napoli, A. De Dominicis, 1982, 155 p., ill.

180 Il mobile in Europa dal Medioevo al 1925. Italia, Spagna, Portogallo, Paesi Scandinavi, Russia, Milano, Fabbri editori, 1982, 154 p., ill.

167 Gabriella GENTILINI, La xilografia. L’arte di incidere il legno, Firenze, Pietro Chegai Editore, 1997, 63 p., ill. 168 Guglielmo GIORDANO, Manuale tecnico del legno. Gli impieghi preferenziali delle varie specie legnose, Reggio Emilia, Consorzio Legnolegno, 2005, 530 p., ill. 169 Alvar GONZÀLES-PALACIOS, Il mobile nei secoli. 1-3. Italia, Milano, Fabbri, 1969, 3 v., 100 + 96 + 96 p., ill.

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BIBLIOGRAFIA

AUTORI AGNELLINI, Maurizio 79, 94 AITA, Sandro 101 ALCE, Venturino 52, 191, 192 ALESSI, Cecilia 271 AMATI, Ferruccio 102 ANSELMI, Naldo 103 ANTONETTO, Barbara 69 ANTONETTO, Roberto 152 APRA, Nietta 231 ARRIGHETTI TOMASONI, Elisabetta 104 ARRIGHETTI, Attilio 104 BACCHESCI, Edi 77, 79 BACCHI, Andrea 208, 250 BAGATIN, Pier Luigi 39, 40, 41, 42, 107, 193, 194 BALBONI BRIZZA, Maria Teresa 17 BALDI, Renato 114 BALDINI, Francesco 272 BALDINI, Umberto 214 BANDERA, Luisa 2, 15, 38, 153, 178 BANDERA, Sandrina 43 BARACCHINI, Clara 31, 142 BARBOLINI FERRARI, Elisabetta 81, 82, 156 BARGELLI, Stefano 106 BASILE, Giuseppe 107 BAUSSANO, Antonio Angelo 273 BAXANDALL, Michael 195 BAYLEY, Stephen 91 BECCHI, Massimo 12 BEGNI REDONA, Pier Virgilio 190 BELLABARBA, Marco 208 BENACCHIO, Maria Giovanna 96 BERETTI, Giuseppe 70, 71 BERGONZI, Antonio 108 BERNARDI, Adriana 109 BERTI, Michele 110 BERTOLOTTI, Anna 48 BIAVATI, Paolo 151 BINAGHI OLIVARI, Maria Teresa 45 BIONDI, Paola 91 BISCONTIN, Guido 118 BOCCOLARI, Giorgio 81, 156 BOGGERO, Franco 219 BOIDI SASSONE, Adriana 254 BOLOGNA, Ferdinando 188 BON VALSASSINA, Caterina 143 BONETTI, Luca 227 BONOMI, Alfredo 234 BONSANTI, Giorgio 276 BORGHINI, Gabriele 176 BOROLI, Marcella 196 BORRELLI, Gennaro 232 BORRELLI, Gian Giotto 233 BOTTARO, Silvia 255 BRAZZALE, Giancarlo 96 BRESCIANI, Luigi 234

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BRIZZI, Giovanni 197 BROGGI, Silvia 196 BROGI, Maria Grazia 111 BROGIOLO, Mario 234 BULGARELLI, Augusto 82 BURRESI, Mariagiulia 61 CALEGARI, Grazia 19 CALORE, Andrea 198 CAMPANELLA, Luigi 112 CAMPARA, Walter 218 CAPRARA, Otello 274 CARGNONI, Marialisa 234 CARLETTI, Lorenzo 46 CARLI, Enzo 158, 197, 199, 211 CARMONINI, Quinto 3 CASADIO, Paolo 115 CASCIARO, Raffaele 47 CASELLI, Eugenia 32 CASTAGNARO, Graziano 153 CASTELNUOVO, Enrico 195, 208 CASTRI, Serenella 208 CATARSI, Manuela 159 CATTANI, Pellegrino 153 CAUMONT CAIMI, Lodovico 72 CAUSA, Raffaello 188, 228 CAVALLITO, Luisa 11 CENDON, Aline 160 CERA, Maurizio 4 CESCHI LAVAGETTO, Paola 200, 279 CHASTEL, André 174 CHIARUGI, Simone 84 CHIESA, Guido 216, 267 CHIGIOTTO, Giuseppe 85 CIATTI, Marco 113, 276 CIOL, Elio 115 CLAUT, Sergio 162 COLLE, Enrico 5, 21, 49, 50, 59, 73, 78, 86, 87, 92, 93, 236 CORONA, Elio 116, 117 CORTESI BOSCO, Francesca 202 COTTINO, Alberto 238 COZZI, Elisabetta 257 CREMONA, Marina 121 CUOMO, Daniela 146 D’AMATO, Gabriella 7 D’AMICO, Rosalba 139 DAL COLLE, Maurizio 118 DAL POGGETO, Paolo 55, 193 DANIELE, Umberto 66 DAVID, Paola Rafaella 118 DE CSILLAGHY, Nicola 88 DE FRANCOVICH, Gèza 205 DE FUSCO, Renato 258 DE GUTTRY, Irene 8, 89, 90, 259 DE SETA, Cesare 174 DEL MAR ROTAECHE, Maria 131 DI TONDO, Sergio 293 DILENA, Loris 160 DISERTORI, Andrea 9, 239, 260 DONATI, Andrea 10

DONATI, Pietro 219 DONNINI, Giampiero 55 DORFLES, Gillo 261 ERLINDO, Vittorio 105 FACHECHI, Grazia Maria 29, 30, 51 FARANDA, Franco 126 FEDELI, Andrea 119 FELETTI, Ingrid 120 FERRARI BARASSI, Elena 117, 123, 124, 136, 141 FERRARIS, Giancarlo 74 FERRARO, Piera 165 FERRETTI, Davide 153 FERRETTI, Massimo 174, 280 FERROZZI, Valeria 121 FIACCADORI, Gianfranco 54 FIDANZA, Giovan Battista 28 FIOCCO, Giuseppe 204 FIORAVANTI, Marco 122 FIORENTINO, Alessandro 22, 166, 253 FOGLIA, Andrea 38 FOI, Leonardo 44 FONDELLI, Mario 281 FOSSALUZZA, Giorgio 64 FRIGESSI, Delia 195 FURLAN, Caterina 115 GAIFAS, Bianca 101 GALASSI, Cristina 37 GALEOTTI, Carlo 262 GALETTI, Piero 161 GAMBA, Alessandro 165 GAMBETTA, Anna 123 GENTILINI, Gabriella 167 GENTILINI, Giancarlo 215 GHELARDINI, Armando 181 GIACOMELLI, Luciana 250 GIANNATIEMPO LOPEZ, Maria 6, 182 GIANNINI, Marcello 275 GIANNOTTI, Paolo 19 GIOMETTI, Cristiano 46 GIORDANO, Guglielmo 12, 124, 168 GIUSTI, Anna Maria 125, 274, 281 GONZÁLES-PALACIOS, Alvar 13, 59, 70, 74, 169, 170, 171, 172, 173, 240, 241, 242 GOVI, Gilberto 103 GRAMIGNA, Giuliana 91, 263 GRATTONI D’ARCANO, Maurizio 54 GREGORI, Mina 15 GRIFFO, Massimo 207, 243, 244, 245, 264 GRITELLA, Gianfranco 56 GUGLIELMETTI, Angela 53 GUGLIELMI, Guglielmo 221 GUIDI, Giuseppe 282 HERZOG, Thomas 23 IACOBINI, Antonio 182 JANNEAU, Guillaume 24 JORIO, Piercarlo 20


BIBLIOGRAFIA

JURLARO, Rosario 175 KLAINSCEK, Walter 64 KLARMANN, Ulrich 16 LAINI, Marinella 117, 123, 124, 136, 141 LAZZARIN, Paolo 16 LENSINI, Fabio 197 LETO BARONE, Giovanni 128 LIOTTA, Giovanni 128, 129, 286, 287, 288 LIPINSKY, Angelo 175 LORENZELLI, Jacopo 203 LORENZELLI, Pietro 203 LUNGHI, Elvio 57 MACCARINI, Stefano 81 MACINA, Francesco 145 MAGAGNATO, Licisco 218 MAINO, Maria Paola 8, 89, 90, 259 MANNI, Graziano 58, 178 MARCHETTI, Gaetano 151 MARCHETTI, Giuseppe 179 MARCHETTI, Patrizia 289 MARCHINI, Gian Paolo 36 MARGAROLI, Rossella 23 MARIACHER, Giovanni 187 MARTINI, Luciana 44 MASETTI BITELLI, Luisa 139 MASSAFRA, Maria Grazia 18, 176 MASSINELLI, Anna Maria 130 MATTALONI, Claudio 76 MATTONE, Manuela 290 MELEGATI, Luca 4 MOLAJOLI, Bruno 188 MONOPOLI, Eugenio 237 MONTEVECCHI, Benedetta 29 MORENI, Eugenio 108 MORMONE, Raffaele 246 MOROZZI, Cristina 95 MUNAFO, Placido 291 NASI, Sergio 153 NATALE, Vittorio 226 NATTERER, Julius 23 NECCHI DISERTORI, Anna Maria 9, 239, 260 NERI, Damiano 247 NICOLETTI, Guido 179 NOVELLI, Leandro 213 OLIVARES, Corrado 71, 256 ORAZI, Roberto 292 ORDÓÑEZ, Cristina 131, 132 ORDÓÑEZ, Leticia 131, 132 ORIOLI VAN DEN BOSSCHE, Jeanne 151 PAGELLA, Enrica 206 PAGNANO, Giuseppe 294 PALTRINIERI, Gabriella 277 PANDOLFO, Antonello 133 PANSERA, Anty 97 PANTEGHINI, Ivo 234 PAOLINI, Claudio 98, 134, 214 PAPAGNI, Antonio 237

PARMINI, Giovanni 31 PASCUZZI, Santino 135 PASSAMANI, Bruno 208 PENNASILICO, Alessandro 33 PERRICCIOLI SAGGESE, Alessandra 183 PERUSINI, Giuseppina 63, 137 PILLON, Lucia 64 PIVA, Domenico 14 POLLI, Vittorio 60 PONTE, Alessandra 248, 249, 268 POZZI, Giovanni 203 PRADA, Paolo 184 PRIULI, Gherardo 1 PUPPI, Lionello 96 QUINZI, Alessandro 64 RACHELLO, Emanuele 145 RAMOND, Pierre 24 RASARIO, Giovanna 138, 278 RAVAGLIA, Lida 120 REGIS, Giuliano 38 RENZI, Chiara 99 RENZI, Giovanni 99 RENZI, Renzo 191 RENZI, Sergio 108 RICOTTINI, Giulia 120 RIGHETTI, Marina 229 RIGON, Lidia 157 ROCCHETTA-SCALA, Mario 208 ROGNINI, Luciano 217, 218 RUBERTI, Guido 186 RUOTOLO, Renato 15 SABATELLI, Franco 50 SALSI, Claudio 163 SAN PIETRO, Silvio 95 SANTINI, Clara 25, 26, 27 SAPORI, Giovanna 164 SCANTAMBURLO, Barbara 220 SCARDINO, Lucio 269 SCATENA, Giovanni 221 SCHMIDT ARCAGELI, Catarina 66 SCHOTTMULLER, Frida 222 SEIDEL, Max 227 SGARBI, Vittorio 48 SICILIANI, Martino 65 SIMONETTI, Farida 94 SPADA, Silvia 208 SPIAZZI, Anna Maria 80 STAZI, Alessandro 291 STEFANI PERRONE, Stefania 155 SURDICH, Francesco 255 TACELLI, Laura 144 TAMPONE, Gennaro 110, 112116, 119, 120, 122, 127, 128, 129, 140, 145, 146, 147, 150, 284, 285 TANGERMAN, Elmer John 32 TENENTI, Alberto 174 TERZI, Tito 157 TESTORI, Giovanni 155 TIELLA, Marco 148

TIRIBILLI, Michelangelo 42 TOSCANO, Bruno 164 TREVISAN, Mariagrazia 149 TRIONFI HONORATI, Maddalena 34 TROTTA, Giampaolo 285 TRUZZI, Gianni 153 UZIELLI, Luca 141 VACCARI, Alberto Vincenzo 35 VACCARI, Renzo 35 VAGLIA, Ugo 251 VALBONETTI, Fausto 300 VALERIANI, Roberto 13, 74 VECA, Alberto 203 VERDUCCI, Giovanni 3 VEZZOLI, Giovanni 190, 252 VILLA, Roberta 48 VIO, Ettore 66 VOLPIN, Stefano 118 VOLPINI, Leonardo 100 VOLZ, Michael 23 VONDRACEK, Radim 83 WALKER, Aidan 11 WANNENES, Giacomo 270 ZAMBRANO, Patrizia 50 ZANCHI, Mauro 68, 230 ZANONE POMA, Edoardo 56 ZANONI, Renzo 33 ZANUSO, Susanna 21 ZARRI, Franco 283 ZUFFANELLI, Alberta 150

E R R ATA C O R R I G E (fascicolo 2/settembre 2002) n. 23: non “MANGAROLI” ma “MARGAROLI” 24: non “JANNEA” ma “JANNEAU” p. 10, n. 56: non “GRITTELLA” ma “GRITELLA” n. 61: non “BURROSI” ma “BURRESI” p. 19, n. 127: non: “Legno e restauro: ricerche e restauri su architetture e manufatti lignei, Atti del 2° Congresso Nazionale (Firenze, 8-11 novembre 1989) a cura di Gennaro TAMPONE, v. I, Firenze, Nardini, 1989, 352 p., ill.”ma: “Legno e restauro. Ricerche e restauri su architetture e manufatti lignei, Catalogo della mostra tenutasi in occasione del 2° Congresso nazionale di restauro del legno (Firenze, Ospedale degli Innocenti, 8-11 novembre 1989), a cura di Gennaro TAMPONE, Firenze, Messaggerie toscane, 1989, 318 p., [8] c. di tav., ill.”.

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S O P R I N T E N D E N Z E P E R I L PAT R I M O N I O S T O R I C O A R T I S T I C O E D E T N O A N T R O P O L O G I C O ingraziamo i funzionari e i Soprintendenti che hanno cortesemente risposto alla richiesta di informazioni sui restauri di manufatti lignei nel territorio di competenza. La dott.ssa Laura Martini della Soprintendenza di Siena (diretta dalla dott.ssa Lucia Fornari Schianchi) informa che nel corso del primo semestre 2005 sono stati ultimati i restauri del coro intagliato ed intarsiato (1462) della Cattedrale di Pienza, dei mobili da sagrestia (sec. XVIII) della Basilica di S. Domenico di Siena, di due cassapanche (sec. XVI-XVII) del Museo della Collegiata di Cianciano. Si è concluso anche l’intervento di manutenzione su tre cassapanche (sec. XVI-XVII) e su una spalliera con pannello dipinto (XVI sec.) del Palazzo Piccolomini di Pienza. La dott.ssa Lucia Siddi della Soprintendenza di Cagliari ed Oristano fa sapere che sono stati portati a conclusione i restauri di quattro sculture lignee policrome (sec. XVII-XVIII) della Cattedrale di Ales (OR), del S. Cristoforo (XVII) della Chiesa di S. Antioco di Cuglieri (OR), di due sculture lignee (sec. XVIII) e degli scomparti di retablo (XVI sec.) della Chiesa parrocchiale di S. Elena di Quartu S. Elena, di dieci sculture policrome (sec. XVII-XIX) della Chiesa parrocchiale di Tramatza (OR), di sette sculture policrome (sec. XVII-XIX) della Cattedrale di Iglesias, di sei sculture (sec. XVI-XVIII) della Parrocchiale di Villaurbana (OR), del retablo pittorico di Calice (primi XVII sec.) della Parrocchiale di Villamar (CA), di due sculture lignee policrome e dorate (sec. XVII-XVIII) della Parrocchiale di Busachi (OR).

FIRENZE

30 SETTEMBRE - 9 OTTOBRE 2005

M O S T R A M E R C AT O

Conferma il successo a Palazzo Corsini della X X I V B I E N N A L E - M O S T R A M E R C A T O I N T E R N A Z I O N A L E D E L L’ A N T I Q U A R I AT O giunta alla XXIV edizione. Novanta gli espositori per quella che si è meritata sul campo la qualifica di grande mostra europea: occasione non perdibile per gli antiquari e gli addetti ai lavori ma anche manifestazione culturale di grande qualità per il pubblico in genere. Parte del ricavato la Biennale l’ha devoluto al restauro di un importante mobile delle collezioni medicee: lo stipo d’Alemagna, donato al Granduca Ferdinando II dall’Arciduca del Tirolo in occasione di una visita del signore di Firenze a Innsbruck. Il bellissimo stipo, interamente rivestito d’ebano e di pietre dure, venne realizzato da ebanisti tedeschi di Augusta fra il 1616 e il 1626. Esposto in un primo tempo agli Uffizi, dopo l’Unità d’Italia approdò al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti.

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MILANO

21 OTTOBRE 2005 - 29 GENNAIO 2006

MOSTRA

Dal 21 ottobre 2005 al 29 gennaio 2006 è in programma nelle Sale Viscontee del Castello Sforzesco la mostra M A E S T R I D E L L A S C U LT U R A I N L E G N O N E L D U C AT O D E G L I S F O R Z A , che raccoglie per la prima volta una selezione di circa 80 opere tra le più importanti della scultura lignea realizzate in Lombardia tra Quattrocento e Cinquecento. Risultato di una vasta campagna di studi e restauri, l’esposizione rappresenta un passo fondamentale nella rivalutazione della scultura lignea, che caratterizza la produzione artistica rinascimentale in una regione – la Lombardia – i cui confini si estendevano dal Piemonte occidentale fino all’Emilia settentrionale e dove la città di Milano, sede della corte ducale sforzesca, era centro aggregativo e propulsivo di fenomeni culturali ed artistici. Il percorso espositivo viene articolato in quattro nuclei incentrati sulle più significative realizzazioni che videro convergere i maggiori artefici dell’epoca (tra cui i De Donati e i Del Maino): a) il Cantiere del Duomo di Milano; b) l’altare di Santa Maria del Monte sopra Varese; c) le grandi ancone per importanti luoghi di culto a Milano, Lodi, Pavia, Como, in Valtellina e in territorio ticinese negli anni Ottanta e Novanta del Quattrocento; d) i grandi complessi devozionali allestiti tra Piacenza, Pavia, Como, Varese, la Valtellina all’inizio del Cinquecento. Frutto di un attento lavoro di ricerca condotto da un Comitato scientifico presieduto da Giovanni Romano e costituito da Claudio Salsi, Marco Albertario, Raffaele Casciaro, Daniele Pescarmona e Francesca Tasso, la mostra è promossa dal Comune di Milano Settore Musei e Mostre – Civiche Raccolte d’Arte Applicata del Castello Sforzesco, in collaborazione con la Regione Lombardia – Dip. Culture, Identità e Autonomie.

VERCELLI

29-30 OTTOBRE - 1 NOVEMBRE 2005

Sabato 29, domenica 30 ottobre e martedì 1 novembre i saloni della Casa d’Aste piemontese M E E T I N G A R T si vestono di fascino per una vendita all’incanto dedicata all’antiquariato ed agli arredi antichi con quasi 400 lotti che ripercorrono secoli e stili tra pezzi d’arredo, vetri, ceramiche, porcellane, dipinti ed icone. La prima sessione mostra un importante nucleo di mobili genovesi del Settecento e dell’Ottocento tra i quali si fa notare il raro cassettone con ribalta lastronato in legno di rosa e palissandro che si colloca nel terzo quarto del XVIII secolo. Le stupende tarsie realizzate in legni di diverse essenze formano i famosi quadrifogli che contraddistinguono la produzione ligure. Base d’asta 15.000 euro. Davvero rarissime le quattro poltrone in noce proposte in un unico lotto con gambe scanalate a torchon (periodo Luigi XVI). Sempre proveniente dall’antica repubblica marinara è il delizioso tavolino “a tulipano” come si evince dalla linea snella e sinuosa dei suoi profili. Medesimi legni e periodo per questo “esemplare” interamente decorato a fibre contrapposte. Offerta minima 12.000 euro. Da segnalare anche il tavolo da gioco rettangolare, lastronato in palissandro con filettature in acero e cassetti (da 6.000 Euro) e le cinque sedie in noce con schienali incannucciati. La seconda parte della seduta di domenica 30 ottobre è dedicata al mobile pie-

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montese con una serie di cassettoni “formellati” (ovvero con forme in rilievo) ed una bellissima ribalta settecentesca, lastronata con intarsi in radica di ulivo e palissandro che partirà da 10.000 euro di base d’asta. L’ultima sessione offre ai collezionisti mobili di diversi stili e periodi come il gueridon francese del XVIII secolo con intarsi floreali, il piccolo cassettone a ribalta emiliano dello stesso secolo ed il divano stile Impero con figure zoomorfe. In catalogo tra cineserie, avori, pezzi sacri, pendole del Settecento, porcellane di Meissen, maioliche di Castelli d’Abruzzo, dipinti antichi (XVII-XVIII sec.) figurano anche specchi dalle ricche cornici in legno intagliate e dorate (spesso con cimasa a conchiglia) e console come quella piemontese dorata a mecca. Tra le rarità è inclusa pure una magnifica cassapanca del ’500 – ottimamente conservata – con figure cesellate e in rilievo. Tutte le sessioni sono trasmesse in diretta dall’emittente piemontese Primantenna e sul satellitare dal canale 884 di Sky. Il collegamento in tempo reale è garantito dal sito Internet www.meetingart.it dal quale è possibile seguire l’asta ed inoltrare offerte dopo essersi iscritti gratuitamente.

A S TA

VENEZIA - ROMA - MILANO F I N A R T E S E M E N Z AT O S . P. A . , casa d’aste leader del mercato italiano, agli inizi del 2005 ha rinnovato il suo Consiglio di amministrazione, che vede ora alla presidenza Giorgio Corbelli, Franco Semenzato vicepresidente, Lorenzo Riva amministratore delegato. Completano il Consiglio: Giuseppe Gazzoni Frascara, Giuseppe Lazzaroni, Sergio Marchese e Carlo Polizzari. Variazioni nel corso dell’anno anche per quanto riguarda alcune sedi: al veneziano Palazzo Correr si sono aggiunte la nuova sede romana del Teatro dei Dioscori e Palazzo Busca a Milano. Numerose come tradizione le tornate d’asta dedicate ai mobili e agli arredi curate dai due Dipartimenti “Mobili e arredi antichi, Maioliche e porcellane” e “Mobili, Oggetti rinascimentali e sculture di alta epoca” sotto la responsabilitàà rispettivamente di Marco Semenzato e Bruno Botticelli. Segnaliamo tre pezzi passati nelle recenti battute d’asta.

Cominciamo con uno stipo genovese a bambocci della fine del XVI- inizi XVII secolo, in noce scolpito ed ebanizzato, di struttura rettangolare con cappello a teoria di unghiature a base modanata. Bella la cornice superiore, dotata di puttini ignudi, scolpiti a tutto tondo, e disposti singolarmente o accoppiati. I putti campeggiano anche sulle lesene angolari, mentre al centro sorreggono uno stemma nobiliare sormontato da celata alata. La parte centrale dello stipo è caratterizzata da tre antine che celano dei “segreti”, dotate a loro volta di cornici intagliate e nicchie con figure inginocchiate; all’intorno ci sono numerosi tiretti. Bellissima è poi la monumentale specchiera eseguita nel 1863 dall’intagliatore zoldano Valentino Pancera Besarel (1829-1902), che si guadagnòò vasta fama nella statuaria monumentale e nel mobilio di rappresentanza, con una produzione di altissima qualità che gli fruttò numerosi riconoscimenti alle Esposizioni NazionaI L L E G N O N E L L’ A R T E

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li e Internazionali dell’ultimo quarto dell’Ottocento. Mobili e cornici di Besarel, splendidamente intagliati, impreziosirono non poche residenze nobiliari e reali delle maggiori case regnanti del continente; notevole è anche la produzione sacra, conservata in molti luoghi di culto del bellunese. La specchiera passata per Finarte Semenzato è monumentale, di ben cm 280x200, di forma ovale, e scolpita in legno di cirmolo parzialmente dorato. Fu realizzata nel 1863, come ricordano le iscrizioni alla base. Si fraziona in tre ordini di decori concentrici: a teoria di palmette, a racemi di quercia concatenati con bacche e, all’esterno, da lunghe foglie lanceolate ed arricciate. Su questa fitta trama fitomorfa, si inseriscono puttini alati, scolpiti a tutto tondo. Paffuti e dai volti rubicondi, si prestano a ritrarre felici allegorie della Pittura a sinistra, e della Musica a destra; mentre, in numero di tre, al vertice, sorreggono uno stemma, con il Trionfo della famiglia nobiliare. Alla base, su due ampie volute fogliacee, stanno accucciati due levrieri con collare di foglie di quercia, trattenuti alla catena da altri due angioletti giocosi. della priCompletiamo questa rapidissima e curiosa galleria con un raro ma metà del XVIII secolo, dell’area lombardo-piemontese. Il mobile è in noce, e finemente intarsiato in avorio a creare una fitta trama decorativa a contrasto cromatico. L’alzata, chiusa da uno sportello a specchio centinato, presenta una cimasa sagomata con cornice modanata ed ebanizzata e, posta al centro, c’è una fanciulla danzante con cimbali. L’anta cela numerosi vani a giorno ed uno sportellino con puttino che poggia su una base a colonna. La fascia mediana è dotata di una tablette scorrevole. Il corpo inferiore ha il fronte mosso, suddiviso in tre cassetti ed una calatoia centrata da stemma nobiliare sorretto da due dragoni. La ribalta svela tre tiretti, vani a giorno ed una tavoletta scorrevole celante un segreto. Sui fianchi compaiono divinità femminili entro nicchie e amorini. La fascia inferiore è a gola aggettante; i piedi a mensola; mentre completano l’eccezionale decoro a raffaellesche, di matrice rinascimentale, arpie, grifi, mascheroni, coppe, pendoni di campanule e corolle di fiore. Il calendario delle prossime aste di arredi antichi di Finarte Semenzato prevede appuntamenti a Venezia (palazzo Correr), il 5-6 novembre, il 10-11 dicembre; a Milano (Palazzo Busca) il 19-20 ottobre e il 15-16 dicembre; a Roma (Teatro dei Dioscuri) il 25 ottobre e il 13 dicembre.

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Le idee sono libere di volare e sono in continua espansione. Per dare forma ai nostri pensieri occorre essere in sintonia con il mondo in cui viviamo e con il mondo che vive in noi. Per questo ci proponiamo come solida realtà al servizio delle vostre idee.

… QUANDO STAMPARE è COMUNICARE. Grafiche Antiga srl 31041 Cornuda (Treviso) via Canapificio, 17 Tel. 0423 665050 r.a. Fax 0423 665103 info@graficheantiga.it www.graficheantiga.it


IL LEGNO NELL’ARTE Tarsie e intagli d’Italia. Nuova serie Rivista quadrimestrale ISSN 1594-7009 Direttore responsabile: Pier Luigi Bagatin Redazione: Elisabetta Baesso, Giovanna Baldissin, Marisa Caprara, Alessandro Fiorentino, Clara Santini. Sede operativa redazione: presso la direzione (vicolo Santa Barbara, 24 - 45100 Rovigo; tel. 0425 26773) Editore: Antiga Edizioni/Grafiche Antiga Srl, via Canapificio, 17 - 31041 Cornuda (TV) illegnonell’arte@graficheantiga.it Autorizzazione del Tribunale di Treviso n. 1124 del 22.03.2001 © ottobre 2005 Tutti i diritti riservati. La traduzione, la riproduzione, la memorizzazione, l’adattamento totale o parziale con qualsiasi mezzo (inclusi i microfilm, le copie fotostatiche ed ogni altro tipo di supporto) sono consentiti previa autorizzazione scritta dei detentori del copyright.

Referenze fotografiche: Archivio Marisa Caprara (Bologna) (autorizzazione Soprintendenza ai beni artistici di Bologna e Opificio delle Pietre Dure di Firenze): p. 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11. Comune di Monte San Savino (Ar): p. 40. Guerra, Antonio (Lendinara): p. 28, 32, 33, 37, 38, 40, 42, 43, 44, 48, 49. Legno d’Epoca (Montebelluna): p. 3, 52, 54, 55, 56, 57, 58, 59. Lensini, Fabio (Siena): p. 45, 46, 47, 50, 51. Museo delle Arti Decorative del Castello Sforzesco (Milano): 67. Parmeggiani, Pietro (Correggio): prima di copertina, p. 1, 2, 3, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 60, 72, 77. Si ringraziano per la gentile autorizzazione all’uso dei testi l’Opificio delle Pietre Dure (Ufficio Studi) e il Poligrafico Artioli di Modena. CONDIZIONI DI ABBONAMENTO Abbonamento annuo (tre numeri): Italia: euro 40,00 - Estero euro 50,00. Arretrati: numeri singoli euro 20,00; (comprese spese di spedizione). L’abbonamento decorre dal numero in corso con diritto

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NEL NUMERO DI

Febbraio 2006

>> U N R E S TA U R O R I V E L ATO R E >> DAVA N T I A L L’ A LTA R E D E L L E S TAT U I N E >> I L C O R O D E I C A N O Z I >> M A G I E D E L M A G G I O L I N I >> L’ U S O D E I L E G N I N E L L’ A N T I C H I T À >> O U R A G E >> G I R O P E R L E L I B R E R I E >> B I B L I O G R A F I A >> S E G N A L A Z I O N I E A P P U N TA M E N T I

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