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MICROFONO ACCESO Un dialogo sulla professione dell’architetto, gli stili e la tecnologia

Cino Zucchi a cura di Francesca Guidolin Francesca Guidolin è architetto e dottoranda di ricerca in Nuove tecnologie per il territorio, la città e l’ambiente – Tecnologia dell’architettura. e-mail: arch.francesca.guidolin@gmail.com

Cino Zucchi è uno degli architetti italiani più influenti. Conseguito il Bachelor of Science in Art and Design al MIT (Cambridge, Massachussetts), fonda la firma CZA Cino Zucchi Architetti. Visiting professor presso la Graduate School of Design di Harvard nel 2013, è oggi Professore Ordinario di Composizione Architettonica e Urbana al Politecnico di Milano. Lo abbiamo incontrato all’evento MarmoMacc 2015 in occasione della lectio magistralis “Materia+Forma” e in occasione della presentazione della sua installazione New Karnak in collaborazione con l’azienda Grassi Pietre.

Cino Zucchi is one of the most influential architects in Italy. The colloquy with him reveals his approach to the philosophy of architecture, his work and his way of conceive the practice of design. “We live today is a dichotomy between the construction practices of the past – say Cino Zucchi - with stone used as a grounding structure, and the same material used today as a coating, with its colors its weavings, where the formal ways of the previous era, and although no longer correspond to the truth, remain in filigree as a long-term memory.” Cino Zucchi earned a B.S.A.D. at the Massachusetts Institute of Technolog y (Cambridge, Mass.) in 1978 and a Laurea in Architettura at the Politecnico di Milano in 1979, where he is Chair Professor of Architectural and Urban Design. He was visiting professor at the Harvard Graduate School of Design, at the Syracuse University in Florence, the ETH in Zürich and the Universidad Politécnica in Madrid.

C’è una ricetta per avere successo nel mondo dell’architettura? Io penso che nell’arte (anche se non so ancora se l’architettura lo sia, essa naviga in un campo intermedio tra le arti tecniche e quelle figurative) il successo sia, e debba essere, una sorta di “effetto collaterale” al dovere di fare bene. Parlo del successo dell’autore, mentre il successo di un’opera deve ubbidire a molte condizioni diverse, spesso in reciproco conflitto. Non esiste quindi a mio parere una procedura meccanica per trasformare i dati di un progetto in una risposta architettonica. I dati non producono l’architettura, ma la “collaudano” in un processo di affinamento progressivo. Nello iato e quindi nella libertà che esistono tra dati del problema e la sua risoluzione sta l’atto architettonico, che non può che avvenire attraverso un’interpretazione; questa interpretazione contiene sia la freschezza della scoperta sia la cultura stratificata della nostra disciplina. In merito a questa questione, quale consiglio darebbe a uno studente? Trovo che gli studenti oggi siano in media molto bravi e maturi e spesso vedo nel mio laboratorio lavori di cui sarei orgoglioso se fossero prodotti dal mio studio. Gli studenti hanno tuttavia spesso ancora remora di natura “adolescenziale”, quella di affermare l’identità del progetto come originalità, come se il progetto volesse affermare “I’m not like everybody else”; anche se poi questa appare più come un’intenzione e non si rendono conto di stare usando i cliché figurativi che ogni epoca produce e diffonde. Io spesso consiglio ai miei studenti di sostituire al concetto di originalità quello di individualità, e di vedere i limiti del progetto come risorse. Non so come, ma penso che i progetti più belli siano quelli che hanno avuto condizioni molto vincolanti e sono quindi stati costretti a decidere quale fosse il loro elemento portante e a ripulirsi da altri temi puramente accessori.

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OFFICINA*13  

lug-ago 2016

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