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MICROFONO ACCESO

Architects of Justice di Francesca Guidolin* Traduzioni di Arianna Garatti** Abbiamo intervistato i tre giovani architetti fondatori dello studio AOJ - Architects of Justice - di Johannesburg in Sud Africa. L’interesse suscitato dal loro approccio alla progettazione architet� tonica, espresso nel progetto SEED library, si inserisce nella loro concezione di una “progressive architecture and design practice, founded on the principle of creating bespoke, responsible, client cen� tred architecture”1.Abbiamo posto loro delle domande che potessero illustrare un punto di vista giovane e multiculturale...

Quali sono gli insegnamenti che avete tratto nella vostra esperienza in quanto giovane studio di progettazione ? Costruire con il meno possibile non solo come materiali ma anche come “skills” (abilità). Una buona parte della manodopera con cui lavoriamo è al di sotto degli “skills” necessari (underskills). Proprio per questi motivi il processo edilizio nel nostro contesto è molto complicato. Molte persone arrivano nel cantiere, vengono assunte e licenziate, è una lunga ricerca. La questione da cui si parte, e che si può espandere, è proprio “learn to build with less”. Qual è l’importanza della tradizione per l’architettura che voi fate, come giovane studio? In che senso vi ispira? C’è ovviamente una storia post coloniale in Sud Africa e molte delle nostre città sono state organizzate sulla tipologia delle città occidentali. Per vernacolare intendiamo il contesto architettonico antecendente a noi. 350 anni prima di noi. In questo senso vi sono dei problemi riguardanti gli edifici più vecchi: essi sono costruiti con un orientamento scorretto. Non capivano come orientare le case perché il sole, differentemente dall’emisfero boreale è “north facing” e non “south facing”. È più una questione di imparare dal clima e di fatto gli edifici che noi stiamo facendo adesso sono molto diversi dagli edifici post-coloniali. In questo

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Bimestrale di Architettura e Tecnologia Novembre-Dicembre 2014

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