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© 2013 Ornella Calcagnile I edizione: febbraio 2013 © 2013 UteLibri Tutti i diritti riservati. Stampata da: Prontostampa srl Via Praga, 1 24040 Verdellino Zingonia (Bergamo) In copertina: Woman © branislav ostojic /Depositphotos Progetto grafico: Comunika - G&P Consulting 978-88-6736-0437

Questo libro è un’opera di fantasia. I personaggi e i luoghi di questo libro sono invenzione dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone, vive o defunte, è assolutamente casuale. I riferimenti a personaggi ed eventi storici sono funzionali alla storia e sono anch’essi basati su di uno sforzo di fantasia.

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Ornella Calcagnile

HELENA


Non esiste un solo mondo, una sola società, un solo tipo di famiglia. Come non esistono certezze. La vita può cambiare e non sempre in meglio, l’importante è reagire.


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1 § Fino a quel momento

È strano come la tranquillità e la quotidianità perdano valore con il tempo. Si sottovalutano le piccole cose, che per altri invece sono importanti. Non avevo capito quanto la mia vita, seppur piatta e im- perfetta, fosse per certi versi fortunata. Ero una ragazza co- mune, con tanti sogni da realizzare e tanti dubbi sul futuro. Vivevo a Londra, vicino a Regent’s Park, in un quartiere che era sempre stato tranquillo da quando ero nata ventitré anni fa. Mio padre era commercialista, aveva uno studio e ge- stiva il lavoro a suo piacimento. Se non gli andava di la- vorare, bastava chiudesse baracca e burattini per tornare a casa a riscaldare il divano. Ormai, era un pigro ultra- cinquantenne che aveva perso la voglia di lavorare, ma an- cora indeciso sull’andare in pensione. Mia madre, anche lei sulla cinquantina, aveva un aspetto giovanile, faceva la segretaria in uno studio legale, un lavoro poco soddisfa- cente per una laureata in legge, ma non molto impegnativo e giustamente remunerato, che lasciava anche spazio per la famiglia, alla quale ha sempre preferito dedicarsi. Infine, c’era mia sorella minore Irene, una piccola peste bassina e smilza come un’acciughina, che aveva tutti i difetti degli attuali adolescenti: un caratteraccio, pessimi modi e manie di grandezza. Frequentava il liceo e stava perennemente

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al telefono con le amiche di scuola, oppure era su qualche chat a sparlare delle cose successe durante la giornata. Era graziosa, curava molto il suo aspetto, soprattutto i suoi lun- ghi riccioli scuri. Spesso, se non si vedeva per casa, era in bagno ad acconciarsi le ciocche ricciolute o a farsi qualche trattamento di bellezza. Era capace di stare ore in bagno davanti allo specchio. Irene aveva avuto vita facile come adolescente, la strada spianata su qualsiasi cosa: coprifuoco, appuntamenti e ob- blighi scolastici. Io come primogenita avevo faticato per i miei diritti e mi ero sentita spesso sotto pressione. Ottene- re tutto troppo facilmente aveva reso mia sorella piuttosto viziatella e difficile da gestire, tanto che i miei genitori si lamentavano spesso in mia presenza del suo comporta- mento, cercando in me un appoggio e mediazione; ma ero attenta a tenermi alla larga da certe questioni. Non volevo peggiorare i rapporti con Irene, che già erano instabili, data la nostra diversità e la differenza d’età. Non era il caso di mettere altra legna sul fuoco. Riguardo me, che ero un tipo fin troppo tranquillo, potevo definirmi quasi una ragazza casa e chiesa, se solo fos- si stata effettivamente praticante. Non ero molto religiosa e, probabilmente, per i miei questo era il mio difetto più grande. Per il resto, non avevo mai dato un pensiero. Men- tre i miei genitori erano contenti di una figlia così diligen- te, mia sorella odiava questa situazione perché era spesso paragonata alla sua super sorella tranquilla e responsabile. Irene e io a modo nostro ci volevamo bene, anche se ci parlavamo appena. Lei aveva le “sue cose”, io le mie. Litiga- vamo spesso, la pensavamo in modo diverso su un’infinità di argomenti; tuttavia, ci saremmo buttate nel fuoco l’una per l’altra e poi ci salvava l’aver due stanze separate, perché la convivenza tra due opposti sarebbe stata infernale. Io vivevo in un mondo tutto mio fatto di sogni, ma an-

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che obiettivi concreti: ero una ragazza molto posata. Forse proprio per questo a volte sentivo la monotonia, la man- canza di novità e di stimoli che mi lasciava l’amaro in boc- ca e spesso mi chiedevo se non mi fossi persa qualcosa in quegli anni. Non mi ero mai ubriacata, non avevo mai par- tecipato a un concerto o a un veglione, mai visto l’alba con gli amici, non avevo mai fatto le ore piccole, sembrava non fossi mai stata adolescente. Dire che ero insoddisfatta pro- babilmente era esagerato ma mi mancava qualcosa, sentivo che non c’era quel brio, quella scintilla che solitamente fa sentire appagata una persona. Le cose peggiorarono dopo il liceo: le mie giornate presero a essere uguali e persi i contatti con quasi tutti i compagni di classe e per questo le mie uscite si ridussero notevolmente. Durante i corsi tornavo a casa solo per cena e durante il periodo degli esami prendevo il ritmo di una catena di montaggio; i giorni trascorrevano con uno sche- ma orario ben preciso, quasi inverosimile. Solitamente mi alzavo verso le 8.00, verso le 9.30 iniziavo a studiare, una pausa a metà mattinata, poi di nuovo a studiare, pranzo, un po’ di svago, ancora a studiare, pausa caffè, di nuovo sui libri fino a cena e, infine, telefonata con il mio ragazzo prima di andare a letto. Insomma, una ripetitività davvero pesante. Quando la sera mi mettevo a letto, mi angosciava l’idea del mattino dopo. Ormai laureanda, le mie imprese universitarie stavano per concludersi e, a breve, avrei terminato quel capitolo della mia vita per iniziarne un altro con il mio ormai fidan- zato, nonché futuro sposo, Manuel. Ero elettrizzata all’idea, ma anche nervosa al pensiero di questo grosso impegno. Lo amavo e non mi spaventava l’idea di legarmi a un’uni- ca persona, ma avevo il terrore di imboscarmi in un’altra routine. Dal primo sguardo, dal primo abbraccio, dal primo sfio-

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rarsi di labbra, avevo capito che Manuel era il ragazzo giu- sto per me e che mi avrebbe accompagnato all’altare. Era il mio principe azzurro, come l’avevo sempre desiderato: pelle leggermente abbronzata, capelli bruni mossi, larghe spalle e fisico snello adatto alla sua stazza. Era alto quasi due metri, proprio un gran ragazzone. Il viso era dolce, il naso perfetto, le labbra carnose e morbide. Che cosa avrei potuto desiderare di più? Direi proprio nulla. Manuel è stato il mio primo vero ragazzo, escludendo uscite e frequentazioni poco proficue al liceo. L’ho cono- sciuto in stazione mentre stavo tornando a casa con il mio pacco di dispense. Era un orario cruciale, pausa pranzo, uscita di scuola, c’erano persone che sbucavano ovunque e ragazzi scalmanati che correvano e si muovevano senza prestar attenzione. Ero continuamente spintonata, come se la gente avesse i paraocchi. Per un attimo pensai di esser diventata trasparente. All’ennesimo urto, una spallata de- gna di un lottatore di sumo, la mia cartellina strapiena di fogli cadde e sembrò quasi esplodere all’impatto col suolo. «Maledizione!» esclamai stizzita e limitando le impre- cazioni ad alta voce. Nessuno si fermò ad aiutarmi; anzi, c’era chi passava allegramente sulle mie preziose pagine, ignorando completamente che io fossi per terra a racco- glierle come una disperata. Ero in ginocchio a racimolare più in fretta possibile il mio fardello di carta, mormorando silenziosamente parole poco carine, quando vidi una mano raccogliere un foglio dopo l’altro. Eccolo il principe in soc- corso della principessa. Alzai lo sguardo e rimasi incantata da due profondi occhi bruni. «La gente si fa sempre gli affari propri», esordì l’affasci- nante sconosciuto. «Non tu…», precisai. «Io non sono la gente, io sono Manuel», si presentò. «Cornelia, Cornelia Call», mi presentai a mia volta.

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Manuel, sin dal primo momento, si dimostrò gentile nei miei confronti. Dopo avermi aiutato, mi offrì da bere e, da quel giorno, iniziò la nostra storia. Un giorno indimenti- cabile. Eravamo entrambi un po’ impacciati e ci sorrideva- mo in continuazione come due ebeti, ma fu una situazione molto carina. Iniziammo a uscire, anche se non spesso, ma Manuel si rivelò subito un tipo molto serio, responsa- bile e premuroso. Sapevo di potermi fidare di lui in ogni circostanza. Per questo non ero mai stata gelosa, anche se in ufficio era circondato da segretarie molto carine in minigonna. Lavorava in un’azienda che sviluppava nuo- ve tecnologie, lui era uno dei tecnici: testava, assemblava, risolveva le anomalie e, nel suo piccolo, era diventato un pezzo grosso e io ero fiera di lui. Lo presentai subito a casa, così da stare tranquilla e non subire il terzo grado da mia madre. Manuel fu accolto bene da tutti. Non poteva esse- re altrimenti, era uno dei pochi bravi ragazzi rimasti sulla faccia della terra. Il mio destino ormai sembrava scritto, marchiato a fuoco sulla pelle e non avrei mai potuto immaginare che uno sguardo, un semplice scambio di battute in un incontro fu- gace, mi avrebbe portato via dal sogno e fatto cadere in un atroce incubo. Mai lontanamente avrei pensato di rimpian- gere le mie monotone giornate di studio. Il giorno in cui tutto cambiò, avevo l’intenzione di recar- mi all’università per ultimare la documentazione per la tesi e salutare qualche amico. Mi svegliai presto, mi preparai una ciotola di cereali, feci una rapida doccia e aggiustai i capelli. Quando fui pronta a uscire, presi la borsa con le va- rie scartoffie e partii. Era Venerdì, lo ricordo ancora. L’uni- versità non era molto lontana, mi bastava una passeggiata per arrivare a destinazione e in quel periodo dell’anno era anche piacevole. L’aria primaverile ormai si faceva sentire. In facoltà, incontrai un paio di compagni di corso, in-

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tenti a informarsi sulle date d’esame e su alcuni libri di te- sto. Ovviamente avevano i nervi a fior di pelle, speravano in date non troppo vicine, non troppo ammassate nello stesso periodo e pregavano mentalmente per riuscire a or- ganizzarsi lo studio. Nella mia testa gongolavo, perché ero finalmente libera da quell’ansia pre-esame e, presto, non avrei più avuto a che fare con file interminabili in segrete- ria, litigate con i distributori automatici e rimandi infiniti di lezioni. Questo mi dava un senso di libertà immenso, anche se c’era sempre il pensiero della cerimonia di laurea che, seppur una formalità, infondeva una leggera agitazio- ne. Passai un po’ di tempo con i miei quasi ex colleghi, ri- cordando i momenti trascorsi a studiare, a ridere e scher- zare tra le aule dell’università. Quando mi chiesero cosa avrei fatto dopo la laurea, iniziai a vantarmi dei miei splen- didi progetti: del mio matrimonio un anno dopo, del mio futuro marito così speciale da essere una divinità e delle varie sciocchezze che fanno parte delle fantasie di una ra- gazza della mia età. Già immaginavo come sarebbe stato il matrimonio, il mio abito, la casa, l’arredamento, i nomi per i nostri figli e tutto ciò che aleggiava intorno al pensiero delle nozze. Restai in facoltà finché non si fece ora di pranzo. Ab- bracciai e salutai frettolosamente i miei amici e filai verso casa. Il week-end era alle porte e dovevo sistemare la stanza degli ospiti, perché quella sera Manuel avrebbe passato la notte da me. Ormai era parte della famiglia e si fermava spesso e volentieri a dormire da noi nei fine settimana. Il cielo era limpido, era una bella giornata di primavera, anche se il sole era alto nel cielo, non disturbava affatto, non faceva per niente caldo, anzi, c’era un’aria gradevole accompagnata da un leggero venticello. Ero sovrappensie- ro quando inavvertitamente urtai qualcuno, probabilmen-

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te una roccia tanto l’impatto fu forte, quasi da buttarmi per aria, come se avessi sbattuto contro un muro di cemento armato. Rimbalzai come una pallina di gomma. Mi girai e vidi che quel “qualcuno” era un vero e proprio armadio. Un ragazzo alto, esile, dalla pelle chiarissima. Il viso era marcato da zigomi ben in evidenza, le guance era- no pressoché inesistenti per la magrezza, mentre il naso era stretto e leggermente a punta. Spiccavano sul candore della pelle gli occhi di un marroncino acceso che sfioravano il rossiccio e una bella chioma tra il bronzo e il ramato che a ogni movimento del capo ondeggiava nell’area sprezzante, come la criniera di un leone. Il suo fisico longilineo non era il classico magro-scheletrico, ma un magro scolpito nei punti giusti. Le spalle non erano molto grosse, ma proba- bilmente la maglia scura nascondeva una buona dose di addominali su quel fisico snello. Al suo collo brillava una croce d’argento con ornamenti incisi nel metallo. Era un ragazzo affascinante, non il mio tipo, però non potei fare a meno di rimanere colpita e allo stesso tempo perplessa nel guardarlo. Non so perché, ma il suo sguardo mi trasmi- se un certo timore, non avevo mai visto una persona così particolare. «Stai attenta tu, sei fortunata che vado di fretta!» Pronunciò quelle parole con estrema durezza, in contrasto con la sua voce calda e incantevole, quasi fosse una melodia di seduzione. Quel tono da super uomo, però, mi fece arrabbiare non poco, mi sarei scusata volentieri se con lo sguardo severo non mi avesse paralizzata e con la sua risposta maleducata mi avesse stizzita. Un mio difetto era di non tenermi nulla, ero impertinente e potevo essere alquanto odiosa e indisponente con chi si dimostrava ar- rogante nei miei confronti. Solitamente ero una portatrice sana di buone maniere, ma quel ragazzo non meritava una risposta né simpatica né garbata. Con uno sguardo di sfi-

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da gli risposi come si meritava: «Be’, magari se anche tu avessi prestato attenzione non ci saremmo neanche sfiorati e avremmo evitato questa spiacevole situazione. Spiegami, perché sarei fortunata? Non ti sei neanche scusato, sei un maleducato! Volevi anche buttarmi giù dal marciapiede? O ti basta avermi risposto in malo modo senza alcun motivo? Sei grande e grosso ma non per questo hai la preceden- za, per strada non ci sei solo tu!» Conclusi incrociando le braccia al petto. Quella statua di marmo mi guardò stranita, poi puntò i suoi occhi infuocati nei miei e sembrò analizzarmi. Le sue labbra si piegarono in un leggero sorriso beffardo, poi fece per andarsene e sogghignando esclamò: «Ci rivedremo e sicuramente non mi risponderai più in questo modo». Si fermò prima di avanzare il passo. «Mi piaci ragazzina, non sai quanto». Continuò poi per la sua strada. Andò via deci- so e con le mani in tasca. Che ragazzo strano. Prima di tutto mi chiamò ragazzina e lui sinceramente non sembrava chissà quanto più grande di me. E quella frase poi: «Ci rivedremo e sicuramente non mi risponderai più in questo modo.» Non capii cosa fosse. Una minaccia? O era una sorta di avance il cui scopo era di farmi cadere ai suoi piedi usando l’alone di mistero? Ma- gari voleva gli corressi dietro, ma si sbagliava di grosso se sperava una reazione del genere. Modestia a parte, ero una bella ragazza, perciò era facile ricevere frecciatine e allusio- ni dall’altro sesso. Anche se non ero una bellezza particolare, potevo vantare un certo fascino. Il punto di forza erano i miei occhi marroni da cerbiatta e i capelli castani lunghi, lisci e setosi. Di solito mi vestivo in modo carino, con abiti che risaltassero le mie forme e i miei colori, senza sfociare nel volgare o nell’inappropriato. Insomma mi sapevo va- lorizzare, ma non lo facevo per essere ammirata, solo per sentirmi bene con me stessa. Se pensavo di farmi bella, era

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solo per il mio fidanzato. Dopo lo sgradevole e inquietante incontro, anche se in realtà era da catalogarsi più come scontro, tornai a casa e non pensai più né al ragazzo rosso né alla sua frase ambigua. Varcata la soglia, non trovai solo mia madre e mia sorella, ma anche Manuel, uscito prima da lavoro per farmi una sorpresa. Era molto affascinante in tenuta da ufficio con l’aria un po’ sfatta per la stanchezza. Aveva la cravatta allentata, la camicia bianca sbottonata ai primi bottoni che risaltava sulla sua pelle dolcemente scura e i capelli arruffati. Per i miei occhi non c’era una vista migliore, le mie attenzioni erano tutte per lui. Non avevo mai provato sentimenti così forti per nessuno prima ed era bello sentirsi profondamente legati a qualcuno. Mi lanciai verso di lui in un affettuoso abbraccio e poi ci mettemmo comodi in salotto. Passammo il pomeriggio insieme, senza staccarci un attimo, piazzati sul divano a guardare la televisione. Le sue labbra mi sfioravano la fronte di tanto in tanto con lievi baci, era una delle piccole attenzioni che più amavo, mi faceva sentire importante. Spesso, mi chiedevo se davvero guardasse la televisione o, se come me, si godesse la tranquillità del nostro stare insieme. Poco dopo il tramonto tornò mio padre da lavoro, che interruppe l’idillio e mi spodestò dal divano. Non mi chiese chiaramente di alzare i tacchi, ma era una di quelle cose implicite che si comunicano con un’occhiata. Mio padre adorava Manuel, aveva trovato in lui il figlio maschio che non aveva mai avuto e, infatti, a volte mi trascuravano per fare i loro discorsi da “maschi”: sport, corse, elettronica e motori, tutte cose che non capivo o mi annoiavano a morte, quindi ero anche ben felice di lasciarli soli a confabulare. Mentre i miei due uomini si misero a guardare un programma sportivo parlando del più e del meno, io ne approfittai per mettermi qualcosa di più comodo e dare una

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mano in cucina. Cenammo come al solito, tra battute e commenti giornalieri. Quando si fece una certa ora e tutti scapparono a letto, esausti della settimana di lavoro o di scuola, Manuel e io rimanemmo soli e decidemmo di in- trattenerci in terrazza. Andammo silenziosamente verso il salone, cercai di aprire la portafinestra cigolante e difetto- sa, ma alla fine lasciai fare a lui, che la aprì con un rapi- do gesto, un unico movimento secco che non fece nessun rumore. Scarseggiavo in quanto a forza, ero sempre stata gracilina. La serata era illuminata da una luna piena e chiara, c’e- rano molte stelle e l’aria era fresca e piacevole sulla pelle. Una volta fuori, fui cinta da un forte e caloroso abbraccio: «Continuerai ad amarmi sempre come mi ami ora?», chie- se Manuel stringendomi forte. «Certo, lo sai bene», gli risposi senza un attimo d’esita- zione. Ogni tanto il mio ragazzo era attraversato dall’insi- curezza, ma questa tenerezza era parte del suo fascino. «Mi amerai sempre, finché morte non ci separi giusto?» Domandò ancora. «Anche oltre e in tutte le prossime vite se ce ne saran- no», lo rassicurai. Ero proprio una romanticona sdolcina- ta. A quelle parole mi baciò e come sempre mi abbandonai completamente alle sue labbra. Dopo il nostro momento d’intimità, lo accompagnai nella stanza degli ospiti, ci demmo la buonanotte e, guar- dandolo negli occhi, capii che neanche lui voleva allonta- narsi da me. «A domani allora», lo salutai tentennante. «A domani tesoro», rispose assonnato. Dopo una giornata di lavoro era ovvio fosse stanco. Avremmo tanto voluto dormire insieme abbracciati l’uno all’altra, come si vedeva nei film; però, finché eravamo sotto il tetto dei miei genitori, era una possibilità lontana 16


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anni luce. Così un saluto, un casto bacio e ognuno nella sua stanza. Andai in camera, mi cambiai e velocemente m’infilai sotto le lenzuola. Quella notte, dormire fu difficile perché sognai di nuovo l’incontro di quella giornata, che mi aveva segnata più di quanto pensassi. L’inquietante espressione di quel tipo alto e pallido mi era rimasta impressa nella mente. Nel sogno però la nostra lite non finiva con quella sorta di minaccia. Venivo spinta verso la strada fino a ca- dere in terra violentemente. A quel punto un’automobile puntava decisa verso di me, non accennando a fermarsi. La scena scorreva piano, fotogramma dopo fotogramma e, mentre tremavo di paura sull’asfalto della strada, inchioda- ta al suolo dal panico, quella figura inquietante con un sor- riso derisorio stampato in volto si divertiva, quasi godesse sadica della mia paura. Cercai di muovermi, di spostarmi, ma appena tentai di alzarmi, il ragazzone si gettò su di me bloccandomi a terra con il suo corpo. Iniziai a gridare, ma inutilmente perché intorno a noi non c’era nessuno. Al momento dell’impatto con l’auto, mi risvegliai bruscamen- te con il cuore a mille e la gola secca. Sembrava tutto così reale che non riuscii a riprendere sonno. Decisi di alzarmi, feci un gran respiro e pensai di bere un po’ d’acqua; magari mi sarei calmata, anche se una brutta sensazione sembrava perseguitarmi. Ero una persona che s’impressionava facil- mente, troppo emotiva e sensibile, anche un semplice in- cubo riusciva a sconvolgermi. Speravo di riprender sonno una volta tornata a letto. I miei occhi si abituarono all’oscurità e pian piano, a piedi nudi per non far rumore, andai verso la cucina. Mi fermai nel corridoio e mi venne in mente di andar a sbir- ciare Manuel, magari, se l’avessi trovato sveglio, mi avrebbe tranquillizzata e fatto passare la pelle d’oca. Percorrendo il salone, notai la portafinestra della terraz-

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za di nuovo aperta. Fatto molto strano, perché ricordavo benissimo di averla chiusa. Uscii e un leggero venticello mi accarezzò il viso, come una mano invisibile m’invitò ad affacciarmi. Mi avvicinai alla balaustra e l’aria umida del- la notte mi fece venire qualche brivido. Tutte le luci erano spente, uffici, abitazioni, solo i lampioni offrivano visibi- lità. Apparentemente in strada non c’era anima viva, solo qualche auto parcheggiata ai margini dei marciapiedi. Sta- vo per rientrare quando lo sguardo mi cadde in un angolo semi buio della strada, illuminato parzialmente da un lam- pione. Riconobbi la sagoma di una persona che sembrava essere quella di un uomo. Rimasi a fissarla, mi parve fami- liare e mi venne in mente il ragazzo di quella mattina per l’altezza e per i contorni della sua silhouette. L’individuo sembrò alzare il capo e rivolgere lo sguardo verso di me. Mi stropicciai gli occhi per assicurarmi di non avere le alluci- nazioni. Un battito di ciglia e la figura che poco prima cre- devo di aver visto scomparve nel nulla. Forse stavo diven- tando paranoica, ma sembrava proprio quel tale. Possibile che mi avesse pedinato? Ma, anche se fosse, era insensato appostarsi nel cuore della notte, e poi a quale scopo? Come avrebbe potuto sapere che a una data ora mi sarei alzata e affacciata al balcone? «Sono tutte sciocchezze!» Mi dissi entrando in casa. Chiusi la portafinestra e andai verso la stanza dove riposa- va Manuel. Aprii con attenzione la porta della camera per non farlo svegliare di soprassalto e, per un attimo, pensai di sognare ancora e di trovarmi in un incubo.

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2 § Un’altra realtà

Era troppo orribile per essere vero. Lanciai un urlo con tutto il fiato che avevo in corpo, il cuore mi scoppiò nel petto e mi sentii morire. Sul pavimento si estendeva una grossa macchia di sangue e Manuel era disteso proprio nel mezzo. Mi buttai su di lui senza pensarci. «Manuel, Manuel, che ti succede? Manuel?» Lo chiamai più volte con le lacrime agli occhi, quasi non riuscivo a ve- der nulla. Disperata, lo scossi a lungo per cercare di riani- marlo, ma fu tutto inutile. Il suo corpo era esanime, il suo petto completamente immobile, non c’era l’ombra di un re- spiro. Il suo viso, le sue braccia, erano straziati da profondi graffi e aveva una grossa lacerazione sul collo. Sentivo il sangue sulle mie mani e inorridivo per quella sgradevo- le sensazione, per quel bagnato così viscido che quasi mi dava allo stomaco e stava per farmi svenire. Mi alzai dal pavimento e mi pulii le mani sulla camicia da notte. Com- pletamente macchiata, lasciai Manuel e corsi in camera dei miei genitori in cerca d’aiuto. Aprii la porta della loro stanza con violenza, accesi immediatamente la luce e ad aspettarmi c’era un’altra scena raccapricciante. Urlai di nuovo. C’era sangue dappertutto e i miei genito- ri distesi senza vita sul loro letto, le lenzuola prima bianche erano quasi completamente rosse e la parete era cosparsa di schizzi e macchie. Non sapevo cosa fare, cosa pensare,

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come reagire. Iniziai a tremare e lo stomacò sembrò anno- darsi, chissà come non mi venne da vomitare per quelle scene agghiaccianti. Rimasi paralizzata per qualche istante, incollata alla parete e con una mano davanti alla bocca cer- cando di trattenere i singhiozzi. Appena ebbi un attimo di lucidità, andai di corsa in camera di mia sorella, rischiando di scivolare e rompermi l’osso del collo. Sentivo i piedi vi- scidi, erano impregnati di sangue. Il mio passaggio lasciava scie rossastre sul pavimento chiaro e spiccavano fin trop- po per i miei gusti. Aprii la porta della cameretta di Irene, pensando di trovarmi davanti a un altro assassinio, un’altra atrocità ma, questa volta, non c’era nulla, né sangue né mia sorella. Caddi sulle ginocchia quasi incosciente e da quel momento in poi tutti i ricordi si annebbiarono. Nella mia mente rimasero le sirene della polizia, le tante luci rosse e blu e io così piccola in mezzo a quel disastro in una casa violata e deturpata. Mi trovarono rannicchiata per terra, mi portarono via di peso, non riuscivo a parlare e muovermi era anche peggio. I suoni erano confusi, ovat- tati, quasi come se mi trovassi sott’acqua. Qualunque cosa mi dicessero, per me, in quel momento era incomprensibi- le. Mi coprirono con una coperta e mi caricarono in auto. Passai dall’ambulanza alla macchina della polizia, di perso- na in persona, di mano in mano, come un pacco che non trovava ricevente. L’interrogatorio fu un momento terribile, dovevo ricor- dare tutti i tragici attimi di quella sera e, pur sforzandomi, la mia mente si rifiutava di mettere a fuoco l’accaduto. La mia testa era invasa da flash, da immagini, da macchie ros- se e da sensazioni disgustose. Non potevo credere di non rivedere più i miei cari, di non poter condividere con loro la mia vita. Era terribile quello che mi stava succedendo, volevo sparire dalla faccia della terra e smettere di provare quel dolore. Come se non bastasse, sentivo nei miei con-

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fronti sguardi carichi di pietà o peggio, accusatori. Sentivo bisbigliare persone che mi davano della psicopatica, della poverina, dell’assassina! Mi guardavo intorno spaurita e di tanto in tanto rispondevo alle domande che l’agente di fronte a me continuava a ripetermi. Per tutti ero la colpevo- le: completamente ricoperta di sangue, mani, piedi, cami- cia da notte e non avevo un alibi, non avevo nulla da dire, le mie risposte non erano esaurienti e questo infastidiva i poliziotti. Raccontai la verità, di non aver sentito nulla, mi ero solo svegliata per prender dell’acqua, ma era difficile per loro credermi. Com’era possibile che non avessi sentito il verificarsi di quel massacro, non aver udito nessun urlo, nessun rumore di passi o di porte. A prima vista non c’era stato scasso quindi ipotizzarono che l’assassino o fosse già all’interno o avesse accesso alla casa. Le loro ricerche era- no incentrate sull’arma del delitto, che sembrava essere un lama, anche se le dimensioni dei tagli erano variabili e non definite. Ovviamente, ero la prima indiziata e cercarono in tutti i modi di farmi confessare qualcosa che, in realtà, non avevo fatto. La mia vita sarebbe andata avanti tra galera e proces- si, per non parlare dell’assalto mediatico. Avrebbero scritto di me sui giornali come il mostro che aveva distrutto la sua famiglia. Chi avrebbe avuto la forza di difendersi? Io no di certo. Quasi non m’interessava di andare in prigione, ero talmente disperata che vivere tra le sbarre non mi sembra- va poi così terribile, perché ormai tutto quello che avevo era stato cancellato in poche ore. Magari mi sarei lasciata morire in cella. Mentre le parole del poliziotto divennero un fastidioso brusio per le mie orecchie, le luci della stazione di polizia si fecero intermittenti, poi si spensero del tutto creando il caos. Tenni gli occhi ben aperti non sapendo cos’altro aspettarmi. Iniziò a entrare del fumo dai condotti d’aria,

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non riuscii a capire se fosse gas o vapore. Due agenti grandi e grossi mi presero e mi trascinarono via come un sacco di patate. All’improvviso, intravidi delle figure emergere dal fumo e scagliarsi contro le guardie che mi stavano scortan- do. I due poliziotti mollarono la presa dalle mie braccia per difendersi, ma inutilmente perché furono messi al tappeto con due colpi ben assestati. Chi diavolo erano quei tipi? Pensavo sarebbe toccata anche a me la stessa sorte. Non riuscivo a stare in piedi, mi tremavano le gambe, mi ap- poggiai al muro per non ritrovarmi sul pavimento e all’im- provviso mi sentii sollevare, con un garbo tale da non ac- corgermene quasi. Tutt’altra cosa rispetto all’indelicatezza dei poliziotti di poco prima. Non riuscii a reagire, mi feci trasportare. Avevo la bocca paralizzata e gli arti come atro- fizzati. L’unica cosa che mi sembrò quasi familiare era il calore di quel corpo che mi stringeva, che trovai quasi ras- sicurante. Era una presa forte ma dolce e sembrava volermi proteggere, proprio come faceva Manuel quando mi teneva stretta a sé. Uscimmo dal retro, c’era una macchina ad at- tenderci col motore acceso e un terzo individuo al volante. Ricordo solo questo, perché poi gli occhi ancora grondanti di lacrime mi si chiusero tra le braccia dello sconosciu- to. Pregai di non svegliarmi o di svegliarmi nel mio letto, come se niente fosse accaduto, il mio ultimo pensiero fu per la mia famiglia e il desiderio di non perderla. Quando ripresi i sensi, ero adagiata su un lettino triste e ruvido di un hotel da quattro soldi. Le pareti di un color paglierino e i mobili dozzinali confermarono la mia sup- posizione, senza contare la luce al neon dell’insegna che entrava dalla finestra e si rifletteva nella stanza. Avrei voluto fosse tutto un incubo, ma la mia camicia da notte ancora sporca di sangue, ormai secco, mi ricordava che era tutto dolorosamente vero. Guardando fuori notai esser ancora buio. Tre giovani erano seduti intorno a un 23


tavolino e mi fissavano aspettando una mia reazione. Ero spaventata, non sapevo chi fossero e cosa volessero da me. Balzai dal letto con un’agilità che non mi sarei mai aspetta- ta e mi precipitai verso la porta. I ragazzi non si scompo- sero per fermarmi, perché ovviamente la porta era chiusa dall’interno: tirai, rigirai, sbattei la maniglia per un bel po’ prima di rendermi conto di quanto fosse inutile. «Ciao bambolina ti sei svegliata finalmente, accomoda- ti. Per stasera non andrai da nessuna parte», disse in tono amichevole il ragazzo con la felpa grigia e i capelli castani leggermente scompigliati. Dalla felpa, capii che era stato lui a portarmi fuori in braccio dalla stazione di polizia, lui che mi aveva preso delicatamente quando stavo per crollare in quella nube di fumo e di confusione. «Stai tranquilla, sei al sicuro», continuò dicendo, con uno sguardo buono e le labbra sottili piegate in un mezzo sorriso. Aveva il viso fine e gli occhi scuri dai quali si riu- sciva a percepire un animo gentile. Mi riavvicinai al letto e presi coraggio: «Chi siete? Che cosa volete da me?» Chiesi con un filo di voce. «Bambolina devi sapere tante cose, ma non ora, sei trop- po sconvolta», rispose sempre il ragazzo cordiale, mentre gli altri due sembravano voler mantenere un certo distacco. Uno era un omone dagli occhi azzurri e i capelli rasati, che sembrava il duro della situazione. Il viso era segnato dallo stress e l’accenno di barba mi faceva capire che non aveva il tempo o la voglia di curarsi. Dalla postura rigida mi ricor- dava un soldato e anche fisicamente era ben piazzato. Da sotto il giaccone, sulle braccia, si delineava la forma di un bicipite bello gonfio e le spalle erano possenti come anche il suo torace sicuramente ricoperto di muscoli. L’altro era un ragazzino, aveva gli stessi occhi blu zaffiro del gigante e il naso piccolo e arrotondato. Il suo fisico era snello ma non scheletrico; anzi, come gli altri ragazzi era in forma.

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«Voglio sapere ora! Vi prego, devo capire cosa è succes- so questa notte, ho davvero bisogno di spiegazioni», dissi guardandoli con le lacrime pronte a scivolarmi nuovamen- te sul viso. Il più grosso mi guardò con sguardo serio e dispiaciuto, come se stesse per darmi la notizia più sconvolgente del mondo: «Vedi, non so come mai, ma la tua famiglia è sta- ta presa in “antipatia” da qualcuno… Almeno è quello che pensiamo sul tuo caso.» Quelle parole per me non avevano senso. Il mio era un caso tra tanti? Voleva dire che non era capitata solo a me una cosa del genere? «Che significa?» Domandai. Prese parola il ragazzo gen- tile: «Bambolina ascolta, non ci crederai, ma la tua fami- glia è stata sterminata da...» Esitò per un attimo e prese un gran respiro «Vampiri! E il perché abbiano fatto quello scempio a casa tua, è ancora un mistero. Di solito sono di- screti, sembra una sorta di vendetta, di gioco, oppure di sfida, non lo sappiamo ancora. I vampiri hanno un modo di fare molto particolare.» Concluse. Si rivolgeva a me con riguardo e continuava a chiamarmi bambolina. Poco dopo, quel bravo ragazzo scoprii chiamarsi Sam, mentre gli altri due Brian e Tommy. «Vampiri? Ma di cosa state parlando? Siete pazzi, vi prendete gioco di me? Io non posso credere a ciò che mi state dicendo, è tutto così assurdo!» Esclamai incredula e con una voce molto vicina al nevrotico. «Secondo te scherzeremmo su un massacro? E poi è strano tu non l’abbia notato ma hai un segno sulla mano, guarda sull’anulare. Sei stata morsa da un vampiro, lo vedi?» Disse il ragazzo rasato, che mi sembrava sempre più, essere il capo. Guardai le mie mani e sull’anulare sinistro notai una specie di morso, un segno già cicatrizzato che sembrava contornarmi il dito. Non me ne ero accorta fino a quel mo-

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mento, eppure avrei dovuto sentirlo. «Non abbiamo una certezza ma, probabilmente, significa che sei stata lasciata in sospeso», aggiunse. «Io credo… Credo... Che sto per svenire», dissi appoggiandomi al letto. «Abbiamo dato un’occhiata ai corpi, quello del giovane è stato dissanguato completamente, ed era più malconcio rispetto agli altri che, al contrario, erano solo parzialmente svuotati e avevano un’unica ferita profonda e qualche graffio sparso», continuò Brian facendomi saltare il cuore in gola e riportandomi alla mente la scena di tutto quel sangue. Scossi il capo come per farla uscire dalla testa, ma era impossibile cancellare quell’orrore. «Devi andare in un posto sicuro, hai dove nasconderti bambolina?» Chiese Sam. In quel momento non ero lucida, la confusione regnava nella mia testa: ero sola, di fronte a degli sconosciuti che parlavano di cose incredibili e soprannaturali. Ammesso fosse tutto vero, andando da parenti avrei messo la loro vita in pericolo o, comunque, avrebbero potuto denunciarmi, rendendo vana la mia fuga. In sostanza ero in gabbia, condannata a fuggire e alla solitudine. Chi avrebbe ospitato una ricercata? Chi avrei dovuto condannare a una possibile morte? Avvilita, esclamai: «Oh, magari fossi morta anch’io!» Adirato, Brian mi rimproverò severamente: «Non dire sciocchezze sei stata fortunata, hai una chance di sopravvivere! Per ora non dovresti correre rischi e noi dobbiamo cacciare, perciò, non possiamo farti da babysitter, devi trovarti una sistemazione!» Il suo vocione mi scosse; era vero, ero fortunata a essere viva, anche se mi sentivo persa e avvilita in quel momento. «Ci sono mostri del genere ovunque?» Chiesi con voce tremolante e lagnosa.

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«Sì, ma la maggior parte si è adattata a vivere tra gli umani, famiglie come quelle che inseguiamo fanno ecce- zione», mi spiegò. «Inseguite i vampiri?» Chiesi insicura, non ero ancora convinta di quello che stavo ascoltando. «Noi come molti altri», rispose Brian. «Quante famiglie di questo tipo ci sono in giro? Cioè, sono molti i vampiri?», domandai spaventata al solo pensiero di milioni di esseri sanguinari sparsi per il pianeta. Brian iniziò così un piccolo racconto che m’introdusse al mondo dei vampiri. «Sono innumerevoli, ragazzina. Le famiglie più pericolose finora conosciute, che regnano e dettano legge su tutta la razza, sono divise per continente. Ovunque, persone come noi danno loro la caccia per salvare la vita di chi non è in grado di proteggersi. Si lavora in gran segreto per consentire al resto del mondo di vivere come se niente fosse, ma diventa sempre più difficile. Come per gli umani, anche tra i vampiri ci sono buoni e cattivi ma, purtroppo, sono in maggioranza quelli pessimi e spietati. Quando i clan o le antiche famiglie si trovano ai ferri corti, per proteggersi trasformano un numero considerevole di uomini in loro seguaci, mettendo insieme dei veri e propri eserciti. In questo modo si tutelano e disorientano i cacciatori. Specialmente i neo-vampiri sono un problema perché sono lasciati soli e in preda ai loro istinti, c’è chi riesce a dominarli, ma la maggior parte di loro è feroce. Ovviamente ci sono anche vampiri che uccidono e trasformano per puro divertimento, che non sono legati a casate e ai clan. Ormai sono talmente tanti questi esseri immondi, che la rete di trasformazione si è infittita e a noi non resta che fare il possibile per mantenere sotto controllo le morti. Fortunatamente non ci siamo mai imbattuti nei discepoli delle casate, le famiglie di vampiri più antiche e temute sia dai vampiri sia

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dai cacciatori. Dai racconti che si tramandano, sembrano esseri onnipotenti, da tenere alla larga il più possibile se non si hanno un buon piano e un gruppo di cacciatori ar- mati fino ai denti. In città di solito si trovano i clan, fami- glie minori simili alle cosche mafiose, sono più gestibili e la loro forza è nettamente inferiore. La società dei vampiri segue una gerarchia e noi cacciamo a metà della scala.» «Come siete arrivati a me?» Domandai. «In città ci sono state alcune morti sospette e stavamo indagando, quando il piccolo Tommy ha intercettato la radio della polizia e hanno parlato di pluriomicidi insoliti e di un superstite, siamo corsi a verificare e a salvarti, se così si può dire», spiegò Brian con un tono meno autoritario e più vicino al fraterno. Non avevo mai pensato a un mondo soprannaturale, mi sembrava pazzesco sentire storie del genere. «Portatemi con voi!», esclamai, pensando di non avere altra scelta. «Cosa?», domandò Brian con una voce notevolmente stupita, staccandosi dalla parete cui era poggiato. Probabilmente non aveva mai udito una proposta del genere prima di allora. «Non ho dove andare e non saprei cavarmela contro un vampiro. Non sarò d’intralcio alle vostre ricerche o qualunque cosa siano.» «Noi uccidiamo ragazzina, affrontiamo la morte quasi ogni giorno, non è uno scherzo», rispose di nuovo trattan29


domi come una bimbetta scema che non capiva la gravità della situazione. «Io ho capito bene e ho capito che se resto da sola durerò poco. Volete portarmi sulla coscienza? Non volete darmi neanche una possibilità?», replicai più decisa, anche se le lacrime pungevano dietro i miei occhi. La proposta li spiazzò ed erano tutti molto titubanti;

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Brian era il più contrario, l’unico bendisposto nei miei confronti sembrava essere Sam. «Andiamo Brian, pensaci! Come potrebbe cavarsela senza una mano?» Cercai di far valere le mie motivazioni, di far leva sul loro senso di responsabilità e, alla fine, la mia determina- zione li convinse. «Vi aiuterò in tutti i modi: cucinerò, porterò i vostri bor- soni, farò qualunque cosa per rendermi utile. L’ultima cosa che voglio è essere un peso.» «Io penso che si possa provare, no?», disse Sam rivol- gendosi a Brian che, dopo un po’, pronunciò il suo verdetto. «D’accordo Sam, ma al primo problema è fuori! E non sarà la nostra colf, dovrà diventare una di noi. Non sarà facile ragazzina, quindi preparati al peggio», fece minac- cioso, ma io tirai un sospiro di sollievo e Sam mi lanciò un sorrisetto d’intesa. Il terzo ragazzo, dall’aria più giovane, aveva sui diciotto anni e si chiamava Tommy. Fino a quel momento aveva più che altro osservato e mugugnato, ma dopo la sentenza di Brian sfilò un notebook da una sacca e iniziò a digitare freneticamente. «Allora dobbiamo farti “rinascere” con un nuovo nome e altri documenti», disse senza neanche guardarmi. Le sue dita picchiettavano veloci sulla tastiera del portatile, era una scheggia e dava tutta l’impressione di sapere esatta- mente cosa fare, al contrario di me che non sapevo a cosa andassi incontro. «Va bene per te il nome Helena? Prenderai il nostro co- gnome di copertura: Black», si rivolse per la prima volta direttamente a me, guardandomi addirittura in faccia. «Che vuoi m’importi del nome? Andrà benissimo He- lena», risposi senza dare troppa importanza a quella che sarebbe stata la mia nuova identità. «Allora è andata!», commentò rimettendosi a digitare

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velocemente. Mentre Brian andò a riposare, Sam e il giovane Tommy mi prepararono psicologicamente sul da farsi. Avrei viaggiato in lungo e in largo, non avrei potuto instaurare rapporti umani, avrei dovuto fortificarmi, imparare a difendermi e a combattere. Non c’era più tempo per piangere e ricordare, dovevo passare oltre e pensare a sopravvivere. «Sarà dura, dovrai essere molto, e sottolineo molto, motivata. Altrimenti ti ridurrai uno straccio», mi avvertì Sam. Ero preoccupata, in cuor mio avevo paura di fallire, ma non potevo darlo a vedere, altrimenti mi avrebbero mollata su due piedi, così risposi con aria convinta: «Ce la farò!». Meglio sudare sangue, piuttosto di rimanere sola aspettando la morte per mano di vampiri. Vampiri. Era quasi impossibile per me credere alla loro esistenza, ma probabilmente erano l’unica spiegazione plausibile a quello sterminio. Per forza qualcosa di soprannaturale doveva essersi introdotto in casa mia per “fare quello che aveva fatto” senza lasciar una sola traccia. Guardai la mia camicia da notte e inorridii, non potevo più sopportare la vista di quel sangue. Non dissi nulla, ma Sam intuì qualcosa e dal suo zaino tirò fuori un enorme felpa. «Puoi metterti questa, il bagno è quello se vuoi darti una ripulita», disse indicando la porta della toilette. Non parlai, annuii solo col capo, presi la felpa e corsi a lavarmi. Almeno fuori avrei cancellato le impronte di quella sera, ma per “il dentro” probabilmente solo il tempo avrebbe potuto porre rimedio. Almeno era quello che speravo. Scoppiai a piangere come una bambina ma credo che fosse il minimo in quella situazione. Promisi a me stessa che da quel momento in poi avrei ridotto le lacrime al minimo. Non volevo che i tre ragazzi mi abbandonassero, era

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proprio l’ultima cosa che mi ci voleva. Stava per iniziare un nuovo capitolo della mia vita, ma non quello che mi ero prefissato. Quella sera il mio futuro si offuscò. Se prima sapevo benissimo cosa aspettarmi dal giorno successivo, quello che seguiva era diventato un enorme buco nero. In un certo senso Cornelia Call era morta nel massacro, lasciando il posto a una nuova ragazza che ancora dovevo conoscere: Helena, Helena Black.

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3 § Dal giorno della rivelazione

I vampiri, esseri di cui non avrei mai considerato l’esi- stenza, avevano annientato la mia famiglia, cambiato la mia vita in modo irreversibile. Vivono tra noi, alcuni pacifici, altri sanguinari e io avevo avuto la sfortuna di imbattermi in uno dei più malvagi e spregevoli della terra, una bestia che senza pietà e senza scrupoli si era divertita a uccidere tutti i miei cari e aveva lasciato me per ultima, facendomi soffrire le pene dell’inferno. Per gioco, per errore, ero viva e dovevo preparami a combattere, essere pronta per quan- do l’assassino che mi aveva morso sarebbe tornato a farmi fuori. Non ero più la tranquilla ragazza casa e studio, non ero più l’esserino indifeso che quella sera si sentì debole e impotente, ero incattivita e desiderosa di vendetta. Dopo aver creato la mia nuova identità e aver ottenuto dei documenti falsi, lasciammo per un po’ la zona capitoli- na, rifugiandoci nella contea di Cumbria. Il viaggio fu este- nuante, più di sei ore in auto. Mi portarono in una casa in montagna, un cottage a due piani, con rivestimenti esterni in legno e un gran giardino diserbato sul retro provvisto di un serratissimo capanno per attrezzi. Sembrava essere più robusto della casa. Se non avevo capito male, la proprietà apparteneva a Brian e non era di recente costruzione, quasi certamente apparteneva ai nonni o a lontani parenti. Appena si entra34


va, ci si trovava in un salotto con angolo cottura, molto tra- dizionale, tutto in legno e pelle scamosciata. Il vano infe- riore era diviso a metà da una scala che portava alle camere e al bagno principale, poco più grande di quello al piano terra. A parte le circostanze, era tutto molto piacevole. I miei nuovi amici scelsero di dormire nella stessa stan- za e lasciarmi un’intera camera per mettermi il più pos- sibile a mio agio. Come se una camera tutta mia potesse facilitarmi le cose. Accettare l’esistenza dei vampiri, di non avere più una famiglia, era un dolore perenne. Mi sentivo inadeguata, fuori posto e vuota. Come se dentro non avessi più nulla. I primi tempi della mia nuova vita furono molto duri. Una volta giunti nella nostra nuova e provvisoria dimo- ra, quasi non ebbi il tempo di disfare le valige che subi- to mi ritrovai ad allenarmi. Il sigillatissimo capanno non era altro che un ripostiglio di armi e attrezzature che pian piano avrei dovuto utilizzare. Le lezioni cominciarono im- mediatamente, non potevamo permetterci di perdere nep- pure un attimo, perché più si rimaneva fuori dal giro, più si perdevano vite umane. I ragazzi continuarono a cacciare facendo i pendolari, a turni andavano a caccia in coppia, ma non potevano continuare in questo modo per sempre, era faticoso e un cacciatore spossato non era un cacciatore efficiente. Il problema era soprattutto con le segnalazioni nelle grandi città come Liverpool, Manchester e in parti- colar modo Londra, che era un bel po’ distante. Gestire le ronde e contemporaneamente il mio addestramento di- ventava ogni giorno più complicato per i miei compagni. Così, cercai di darmi da fare come una brava scolaretta, memorizzando in fretta e portando a termine i “compiti”. La prima cosa che fecero fu quella di sfatare alcuni miti: i vampiri sono creature diurne e notturne, al contrario di ciò che affermano molte leggende. I primi vampiri scelsero

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di vivere nell’ombra perché diversi, perché mostri e questo negli anni li ha resi insofferenti al sole. Quando decisero di venire allo scoperto, vivere alla luce tra gli umani, inizia- rono ad adattarsi e negli anni si sono evoluti e rafforzati. C’è chi tollera di più la luce del sole, chi ancora non riesce a sopportarla, chi non può esporsi per niente e chi addi- rittura usa la protezione totale per uscire di casa, perché talmente delicato da ustionarsi. Di casa… Che strano pensare a dei vampiri che vivono in un appartamento, in una casetta, o in una villa fuori cit- tà. Di solito s’immaginano nelle cripte o in qualche vecchio castello pieno di ragnatele e polvere, magari in una bara o in una botola sotterranea. La loro razza è un mistero, forse non sono dei morti- viventi come milioni di racconti fantasy li descrivono, ma “semplicemente” esseri evoluti capaci di rigenerare i loro tessuti se feriti, con un corpo in grado di sfidare le leggi della natura. Resistenti, freddi, che non producono sangue ma, che a tutti gli effetti, vivono come umani grazie al san- gue di cui si nutrono. Troppo forti, troppo veloci per essere umani e troppo umani per essere animali. Per molti di loro, noi mortali facciamo semplicemente parte della catena ali- mentare e siamo prede, pasti e divertimento, come il topo lo è per il gatto. Infatti, mi sentivo proprio un topolino con cui qualcuno si stava divertendo a giocare per poi finire il tutto con il colpo di grazia. Come si uccidono? Uccidere già e difficile di per sé, almeno per me che vivevo lontano da quell’orrore. Fare a pezzi, bruciare, decapitare, trafiggere, rendeva tutto più cruento e complicato. Questi esseri potevano morire es- senzialmente in quattro modi: strappando loro il cuore, operazione quasi impossibile; decapitandoli, cosa relati- vamente semplice ma che dipende molto dalle lame e dal tipo di vampiro che si ha di fronte; dandogli fuoco, una

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bazzecola se si ha il necessario; infine, trafiggendo il loro cuore con un pezzo di legno acuminato. Non si conosce la ragione per cui il legno riesca a uccidere e a nuocere ai vampiri. C’è la credenza che reputa il legno materia prima della natura e quindi dotato del potere di ledere i vampiri perché essi, al contrario, sono esseri contro natura. Trapas- sando il loro cuore con armi di altro tipo si ottiene solo una paralisi più o meno incisiva del loro corpo. Io preferivo at- taccare direttamente alla testa, ma immobilizzarli era una buona alternativa in caso di necessità e, a ogni modo, un espediente in più per sopravvivere. Da quel giorno, che definisco il giorno della rivelazione, cambiarono molte cose e non fui più chiamata con il mio vero nome; Cornelia Call non esisteva più. Sam e Brian iniziarono ad addestrarmi a giorni alterni, per forgiare il mio corpo. Dovevo sottopormi a duri alle- namenti e bizzarri esercizi per essere una cacciatrice. Do- potutto, era inevitabile: una gracilina come me si sarebbe fatta spezzare in due dal più stupido dei vampiri. I primi allenamenti furono estenuanti e dolorosi, perché il mio fisico non era abituato. Non potevo lamentarmi o lasciar- mi andare in piagnistei, così ogni graffio, ogni bruciore o indolenzimento, lo tenevo per me. A volte Sam si accor- geva della sofferenza che provavo e cercava di alleviarmi i dolori con impacchi e medicinali, ma volevo resistere an- che senza. Non potevo essere considerata debole. Cambiai completamente: corporatura, personalità, stile di vita. La mia pelle così curata, liscia e vellutata, iniziò a screpolar- si, a riempirsi di ferite e lividi. Le mie mani affusolate con unghie e la manicure sempre perfetta, divennero mani da lavoratore, rovinate e dure. I capelli erano quasi sempre raccolti, arruffati, secchi e sfibrati, un lontano ricordo la folta chioma morbida e il parrucchiere almeno una volta al mese. Gli allenamenti non mi consentivano di essere una

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ragazza, ma solo un soldato, proprio come sembrava Brian. Correvo sotto la pioggia, nel fango, sotto il sole di mezzo- giorno, non avevo un attimo di pace. Sollevavo, lanciavo e mi muovevo con pesi sempre più grossi. Imparai a sfonda- re porte, aprirle con attrezzi e a usare il computer per truffe ed escamotage. Il piccolo Tommy aveva visto in me del po- tenziale e in qualche ritaglio di tempo m’insegnava come superare protezioni e scoprire password. La mia giornata era abbastanza impegnativa. L’alimentazione cambiò radicalmente: dovevo mangiare molti carboidrati per sostenere lo sforzo fisico e quando eravamo in giro per la pratica sul campo, si mangiava roba da fast-food sicuramente poco salutare. Le mie care diete frutta e verdura erano il passato. Adesso la priorità era so- pravvivere e l’arte dell’arrangiarsi diventò la mia arte. Dopo aver messo un po’ di muscoli a braccia e gambe, presi a maneggiare le armi. Passai da quelle più piccole e leggere a quelle più massicce come asce, o complesse come balestre. Mi esercitai per migliorare la mira, la velocità, la prontezza di riflessi. Era stancante e distruttivo per una ragazza sottoporsi a tutti quegli sforzi, però la sofferenza divenne rabbia e la rabbia divenne forza, caricandomi al massimo per sostenere la pressione fisica e psicologica. Quei sentimenti erano il motore che mi faceva andare avanti. Quando fui pronta, uscii dall’isolamento di montagna e intrapresi la via della pratica sul campo. Cambiammo più volte zona, vidi diverse città e iniziai a uccidere. Al primo cuore trafitto, alla prima testa staccata dal corpo, sentii come un senso di nausea e disgusto e le mani non poteva- no far a meno di tremare. Esitavo a infierire, anche se sul corpo di un mostro. Prima di colpire mi capitava di chiudere gli occhi, azio- ne sbagliata e pericolosa, perché essere vigile è una delle

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prime regole del cacciatore. Fortunatamente ero sempre assistita e avevo le spalle coperte in caso di difficoltà, ma a ogni errore mi beccavo una gran ramanzina da Brian. Finché non fossi diventata un’assassina professionista, non sarei mai rimasta sola; quindi non correvo pericoli, ma do- vevo imparare a gestire quei loschi affari anche senza una spalla. Se questa anteprima ti è piaciuta, puoi acquistare il romanzo sui principali distributori di E-Book tra cui: Amazon http://www.amazon.it/Helenaebook/dp/B00BEASBHE/ref=sr_1_1?s=digitaltext&ie=UTF8&qid=1360850508&sr=1-1 La Feltrinelli http://www.lafeltrinelli.it/products/9788867360444/Hele na/Ornella_Calcagnile.html In Mondadori http://www.inmondadori.it/Helena-OrnellaCalcagnile/eai978886736044/ E-Book e Cartaceo su Ute Libri http://www.utelibri.it/storie.htm Pagina Facebook http://www.facebook.com/HelenaUrbanFantasy? ref=ts&fref=ts Blog http://ornellacalcagnilefantasy.blogspot.it/

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Helena  

Anteprima Helena - Romanzo Urban Fantasy - Primi 3 Capitoli

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