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L’editoriale

B

di Claudia Sangalli

uongiorno Carducciani! Spero abbiate lasciato da parte qualche uovo di cioccolato, perchè in questo ultimo mese potrebbe rivelarsi il vostro più caro amico. Maggio bussa alla porta con violenza, urla e sbatte i piedi per attirare l’attenzione. E’ un mese difficile, pieno di insidie che vogliono farvi saltare i nervi: occorre essere armati fino ai denti! So bene cosa significa avere il serbatoio pieno di ansia, insicurezza e confusione totale, le giornate bombardate da interrogazioni o verifiche che spesso distolgono la vostra attenzione da ciò che invece è più importante... Nel frattempo i fiori sbocciano, il sole si mostra in tutto il suo splendore e i bambini riprendono a mangiare gelati, e noi? Noi siamo reclusi in casa e piegati sui libri, con occhiaie come uniche compagne di viaggio. E’ la maledizione di essere studente. Ma per sopravvivere, dobbiamo ricordare che noi non siamo i voti che ci danno.

Quelli sono una misera consolazione del nostro lavoro individuale, un’illusione che a qualcuno importi qualcosa delle ore che spendiamo per prepararci al meglio. Dobbiamo dare il giusto peso alla scuola, alle sue valutazioni, ai suoi insegnamenti: impegnarsi il necessario, sentirsi soddisfatti se pensiamo di aver fatto un buon lavoro. Tutto qui. Noi ci troviamo tra queste quattro mura per noi stessi, per poter affrontare il mondo una volta fuori senza crollare al primo soffio di vento. Ma ricordate di dare più importanza alle relazioni, ai compagni di banco che vi trovate accanto ogni santo giorno, perchè sono le persone che un domani potranno aiutarvi nella vita, non un otto in greco. Dunque in questo ultimo mese, mentre correrete al riparo dai debiti, ambirete a una media iperbolica, piangerete per l’avvento della maturità, non fate lo sgambetto a chi corre insieme a voi per arrivare prima, ma cercate sempre una collaborazione: vedrete, arriverete più lontano.

all’attenzione del lettore

Qualche tempo fa, su iniziativa dei redattori di “Attenzione”, giornalino scolastico del Sacro Cuore, è stato fatto girare in alcuni licei milanesi un questionario che raccoglieva le opinioni degli studenti in merito alla scuola. I dati sono stati poi elaborati e discussi durante un incontro tenutosi il 6 maggio nella Sala della Provincia di via Corridoni, aperto a studenti, insegnanti e giornalisti. Di lì a pochi giorni il “Corriere della Sera” ha pubblicato un articolo nel quale, raccontando dell’intero progetto, si faceva il nome dell’Oblò sul Cortile come giornale scolastico che aveva collaborato alla sua realizzazione. Come redazione dell’Oblò smentiamo tale notizia e ci dissociamo dall’intero progetto, che non ci ha mai visti coinvolti come gruppo e del quale il docente referente non era stato informato. Il malinteso potrebbe essere sorto dal momento che alcuni di noi erano stati informati e contattati, ma poiché non abbiamo partecipato né alla stesura e alla diffusione del questionario, né alla elaborazione dei dati raccolti, e non eravamo presenti all’incontro del 6 maggio, ci è sembrato scorretto che il nostro nome venisse impropriamente citato.

La redazione dell’oblò

redattori | Cleo Bissong, Bianca Carnesale, Giulio Castelli, Julia Cavana, Rebecca Daniotti, Alice De Gennaro, Federica Del Percio, Letizia Foschi, Sofia Franchini, Alice de Kormotzij, Martina Locatelli, Edo Mazzi, Beatrice Penzo, Francesca Petrella, Carlo Polvara, Beatrice Sacco, Claudia Sangalli, Andrea Sarassi, Sara Sorbo, Alessia Tesio, Alessandra Venezia vignettisti | Leonardo Zoia, Silena Bertoncelli copertina | Francesco Bonzanino DIRETTRICE | Martina Brandi Capo redattore | Chiara Conselvan Docente referente | Giorgio Giovannetti Collaboratori esterni | Francesca Bassini, Bianca Brinza, Filippo Lagomaggiore, Matteo Lorenzi, Marco Recano 2

L'Oblo' sul Cortile | Anno VIII, n° 5

Pag

sommario

3-5 euroscettici

6-7 europee 2014

8 9

rom

10 orientamento

11 12

emergency orientamento

munch: non solo urlo

13

scritte sui muri

1415

cinema

1617

cinema

audiophiles

18 19 ai dissing 20

un nuovo giocatore black out

21

2223

storie di rorschach

2425

another dance

26 fumetti bakeka

27

28

ostriche tweet anatomy

29

3031

giochi

32 ciss


euroscettici

non fascisti o antieuropeisti di Matteo Lorenzi

C

i stiamo avvicinando alle elezioni del parlamento europeo, la campagna elettorale è iniziata e finalmente s’intravedono alternative al PUDE. Il PUDE? Esatto, il Partito Unico dell’Euro, che per anni, pur nascondendosi sotto diversi colori, ha dominato la scena politica europea. Con ogni probabilità alla fine di questo articolo sarò accusato di essere fascista, leghista o, nel migliore dei casi, grillino. Mi auguro che, almeno all’interno della scuola dove mi sono state insegnate le basi per avere un giudizio critico sulla realtà, non si senta la necessità di etichettare un’idea differente dalla propria per non scontrarsi con i fatti. Voglio lo stesso fare una premessa non scontata: essere contro l’Euro, o euroscettici, non significa essere antieuropeisti. Non rinnego il valore dell’Europa come è stata pensata nel secondo dopo guerra. Inoltre, un’eventuale uscita dall’Euro non significherebbe uscire anche dall’UE, a meno che l’Euro non sia davvero l’unica base su cui poggia ormai quest’Europa. Negli incontri con il professor Noera le classi quinte hanno approfondito il tema della crisi economica dell’Eurozona, scoprendo che la causa della catastrofe finanziaria che stiamo vivendo non è stato il debito pubblico (in Spagna e in Irlanda il rapporto debito/ pil era più basso che in Germania) nè la spesa pubblica improduttiva, ma un eccesso di debito privato verso l’estero. Come afferma Krugman, tale indebitamento incontrollato da parte degli Stati della periferia europea nei confronti delle banche del centro ha provocato uno squilibrio nel bilancio dei pagamenti dei paesi del sud Europa (periferia). Tale divario si è riversato sui conti pubblici per via della crisi dei subprime che ha fatto chiudere i rubinetti alle banche del nord

(centro). Da qui lo Spread, l’austerità, Monti, eccetera. I Paesi in crisi hanno in comune una variazione positiva del debito estero, soprattutto privato, come si può notare nel primo grafico. Tutto ciò è stato possibile perché Paesi con caratteristiche macroeconomiche differenti si sono uniti sotto un’unica moneta, eccessivamente forte per alcuni e artificialmente debole per altri, in concomitanza con la deregolamentazione finanziaria. In questa analisi bisogna tenere conto che il nostro principale competitore nell’esportazione di beni è la Germania. In una situazione di cambi flessibili, cioè prima dell’Euro (ma non durante lo SME), quando un paese G particolarmente forte esporta molto, la sua moneta viene richiesta dai mercati internazionali per comprarne le merci. In questo modo i prodotti di G diventano più cari per il resto del mondo. Al contrario, un paese debole I, che si trova in un momento di difficoltà e ha un calo di esportazioni, troverà la sua moneta deprezzata,

perché meno richiesta sui mercati, perciò i suoi prodotti diventeranno più convenienti per l’estero. Con questo meccanismo di rivalutazionesvalutazione viene riequilibrato il divario macroeconomico tra Stati da dopo Bretton Woods. Con l’Euro, il naturale processo dei cambi tra gli stati dell’Eurozona non è più possibile. Al momento dell’ingresso nell’Euro, la Germania si è trovata un cambio molto deprezzato e ciò ha favorito il suo export; l’Italia, invece, si è scontrata con una moneta molto più forte della vecchia Lira e ciò ha inevitabilmente messo in crisi l’apparato produttivo del Paese. Quelli che dicono che l’Euro prima del 2008 stesse funzionando bene o non guardano i dati o sono in malafede: risalgono proprio agli anni precedenti alla crisi i problemi che stiamo pagando ora. Nella teoria economica esistono studi riguardo alle Aree Valutarie Ottimali (in inglese OCA, Optimum Currency Area), ovvero quelle aree

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Attualità che possono permettersi di adottare una moneta unica senza gravi danni. Le caratteristiche principali di un’Oca sono: grande mobilità del lavoro, flessibilità dei salari, ridistribuzione fiscale e convergenza dei tassi d’inflazione. Negli Stati appartenenti all’Eurozona, tra la lingua e la cultura differenti, è per ora impensabile una grande mobilità del lavoro come è avvenuto negli USA; la flessibilità dei salari implicherebbe che i lavoratori degli Stati più deboli accettassero di farsi diminuire i salari (cosa che stanno tentando di fare i vari governi), mentre che negli Stati più forti venisse attuata una politica espansiva e crescessero i salari, esattamente il contrario di quello che è stato fatto in Germania; la ridistribuzione fiscale italiana che si attua da nord a sud è un esempio, ma personalmente preferirei che i PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) non diventassero il Sud Europa come per noi è il Sud Italia. Come avete notato, l’Europa è davvero lontana dall’essere un’Area Valutaria Ottimale e dall’avere le condizioni per sostenere la moneta unica, e gli eurotecnocrati lo sapevano. In più, l’Italia ha perso in questi anni di Euro almeno venti punti percentuali d’inflazione rispetto alla Germania, che, nonostante il costante surplus nel bilancio dei pagamenti (ha esportato molto di più di quanto ha importato), è riuscita a mantenere tassi d’inflazione bassi comprimendo la domanda interna, come si può notare nel secondo grafico. Solo in quest’ottica si spiega la deflazione, la disoccupazione e i tagli al welfare. E’ evidente che uscendo dall’Euro e svalutando il cambio nominale, si perderebbe potere d’acquisto verso l’estero, ma paragonando questo svantaggio coi benefici mi sembra chiaro da che parte penda la bilancia.

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Nella letteratura economica esiste un’altra teoria, il “ciclo di Frenkel”, elaborata dall’economista argentino Roberto Frenkel, che spiega perfettamente cosa è successo nell’Eurozona sia durante lo SME sia dopo nell’Unione Monetaria. Nel Sistema Monetario Europeo il cambio nominale venne fissato a una moneta virtuale chiamata ECU, che inizialmente permetteva all’Italia un’oscillazione del 6%, ma la cui la riduzione nel 1991 al 2,5% portò alla crisi; nell’Euro, invece, il cambio viene fissato tramite l’adozione di una moneta unica: le due situazioni sono pressoché analoghe dal punto di vista di un’analisi monetaria. Lo studio vuole che quando in un’area valutaria non ottimale il cambio di un Paese più debole (periferia) viene agganciato alla moneta di un Paese forte (centro), il sistema va in crisi: viene liberalizzata la circolazione dei capitali, arrivano grandi finanziamenti alla periferia dal centro, che investe dove i tassi sono più alti ma non c’è più il rischio del cambio, il paese della periferia è drogato dal debito estero e crescono quindi Pil, occupazione e consumi; di conseguenza aumentano l’inflazione e il debito privato e a causa di uno shock esterno i paesi del centro, spaventati, chiudono i finanziamenti: quindi arriva la crisi. Inizia così un circolo vizioso tra calo del Pil e aumento del debito pubblico, mentre la recessione viene aggravata da tagli di spesa e aumento della tasse; infine diventa insostenibile e il paese debole si sgancia dall’unione valutaria. Sembra esattamente il copione di quanto accaduto in Europa dopo il fallimento di Lehman Brothers nel 2008. Di recente mi sono accorto che, tra l’ammettere i danni che ci ha recato l’Euro e ritenere che bisogni uscirne,

c’è un abisso. Che l’Euro sia stato anzitutto un progetto politico prima che economico penso sia ormai sotto gli occhi di tutti. Della sua potenziale dannosità erano al corrente tutti, tant’è vero che molti attuali sostenitori dell’Euro prevedevano già ai tempi le nefaste conseguenze della moneta unica. Ma perché farla allora? Quale logica vi sottostà? L’idea era che, adottando una moneta comune, gli stati più deboli sarebbero stati costretti a fare le riforme per equilibrare l’Eurozona e accelerare il processo d’integrazione politica. La convinzione dilagante che “gli italiani non possono governarsi da soli” ha giustificato la soluzione alla nostra “inadeguatezza”: porci un “vincolo esterno” che ci costringesse a fare “quello che dovevamo fare”. Ecco il paternalismo che sta alla base di questa Unione Europea. I tecnocrati hanno deciso dall’Alto quale fosse il Bene Superiore per i popoli europei, ponendo un vincolo esterno che costringesse “a fare la cosa giusta” (ed evidentemente non ha funzionato). Effettivamente, se pensate alle riforme varate sotto il governo Monti, appena caduto (o fatto cadere?) Berlusconi, vi accorgereste che non sarebbero mai state approvate in una situazione di lucidità mentale. Lascio a voi trarre le dovute conclusioni. Fare una moneta unica prima di creare le condizioni per la sua sostenibilità, di fronte a evidenze storiche che testimoniavano i rischi di una scelta simile, è stata un’azione molto poco lungimirante. Uscire dall’Euro è possibile. Sottrarci a questo strumento di potere, paternalista, antidemocratico e vessatorio è possibile. L’ideale sarebbe che ciò avvenisse in maniera coordinata, ovvero che si creasse nel parlamento europeo una maggioranza tale da permettere uno smantellamento coordinato. I metodi tecnici per uscire lasciamoli a chi di dovere. Ciò che preme di dire in questa sede è che la maggior parte dei cataclismi preannunciati in televisione se uscissimo dall’Euro sono infondati (e spesso descrivono, come conseguenza, quella che è proprio la situazione attuale). Il problema dell’inflazione non sarebbe così grande come vorrebbero farci credere, perché inflazione e


svalutazione non coincidono, come si può vedere nell’ultimo grafico. Nei paesi avanzati non si è mai assistito a iperinflazione anche a seguito di grandi svalutazioni, senza considerare che in un momento in cui i consumi sono bassi per via della crisi è difficile che i prezzi aumentino così tanto. Inoltre, a livello di costi umani, è più sopportabile un po’ d’inflazione che la deflazione che ci aspetta nell’Euro. Non è vero che andremmo sicuramente in default perché nessuno comprerà più i nostri titoli: “l’Italia storicamente ha avuto meno bisogno rispetto ad altri Paesi di ricorrere al risparmio estero per finanziare la propria economia; e anche se la svalutazione venisse considerata default, le esperienze storiche dimostrano che i Paesi che riportano la propria economia su un sentiero sostenibile ritrovano rapidamente la fiducia dei mercati” (“Il tramonto dell’Euro”, Alberto Bagnai). Inoltre, recuperando la sovranità monetaria potremmo finanziarci a tassi d’interesse più bassi e reintrodurre nelle banche vincoli di portafoglio, senza considerare che l’Italia è uno dei paesi con

saldo primario più elevato (sempre da Bagnai). Inoltre, continuando su questa strada, il default prima o poi arriverà ugualmente, così come l’uscita dalla moneta unica: si tratta solo di limitare i danni. Se anche venissero fatti gli Eurobond o l’Italia, come vuole la teoria keynesiana, andasse in deficit per far ripartire l’economia, non verrebbe risolto il problema di fondo: la liquidità messa in circolo andrebbe a squilibrare ulteriormente la bilancia dei pagamenti, perché i prodotti esteri rimarrebbero più competitivi dei nostri e più comprati dagli italiani. E’ necessario precisare che nessuno in questa sede sostiene che uscendo dall’Euro tutti i problemi dell’Italia verrebbero risolti. No! Di lavoro da fare ce n’è molto e non possiamo sottrarci. Che spendiamo male i soldi pubblici è un dato di fatto, così come la corruzione che grava sulla nostra amministrazione pubblica, il problema legato alla produttività, l’evasione fiscale, lo squilibrio tra nord e sud d’Italia, l’elevata pressione fiscale, l’assenza di una

vera politica industriale... Tutto ciò è reale, ma non è la vera causa della crisi. Uscire dall’Euro è condizione necessaria, ma non sufficiente, per risollevare il nostro Paese dal baratro in cui sta penosamente cadendo. Quanto affermato in questo articolo non sono mie teorie, ma quanto appreso avendo seguito per tutto l’anno il dibattito sull’Euro. Di particolare importanza è stata la lettura de “Il tramonto dell’Euro” di Alberto Bagnai, ma anche l’aver seguito in streaming numerose conferenze tenute dallo stesso Bagnai, da Claudio Borghi e da Antonio Maria Rinaldi. Da un iniziale scetticismo nei loro confronti, ha vinto col tempo la forza delle loro argomentazioni. Inoltre, benché noi non ne siamo al corrente, fuori dall’Eurozona, in cui è iniziato molto recentemente a divenire reale argomento di discussione, il dibattito sull’Euro è attivissimo da anni (anche in Inghilterra), e molti sono i Premi Nobel che hanno espresso perplessità sulla moneta unica. I paraorecchie e i paraocchi, volutamente o no, li hanno solo i media europei.

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Attualità

europee 2014

come, cosa, perchè votare? di Martina Brandi Cari colleghi maggiorenni, siamo qui riuniti oggi per scambiarci due amichevoli parole sulle elezioni europee che si terranno da qui a pochi giorni e che per noi rappresentano la prima vera occasione di esercitare il nostro diritto di voto. Non sarò certo io a dovervi spiegare quanto questo famoso diritto sia altrettanto prezioso ma ci terrei a ricordare, come G. faceva sempre, che “libertà è partecipazione”. Dunque, tornando al diritto di voto, andare a mettere crocette sui nomi più eufonici non mi sembra il modo migliore di farne uso; d’altra parte su queste elezioni circolano informazioni così vaghe e confuse che non è facile farsi un’idea su chi, cosa e perché andare a votare né si ha ben chiara la portata dell’evento. In merito, perciò, vorrei spendere qualche considerazione. Tra il 22 e il 25 maggio si voterà in tutti i 28 Stati membri dell’Unione Europea per eleggere i nuovi membri del Parlamento Europeo (EP), 751 deputati che per i prossimi cinque anni rappresenteranno gli interessi di 500 milioni di cittadini in sede europea. L’EP, infatti, è l’unica istituzione dell’UE eletta direttamente dai cittadini. I seggi sono ripartiti tra i vari Stati in base alla consistenza demografica; all’Italia spetta così la nomina di 73 deputati. In ogni Paese si voterà secondo la legislazione nazionale, dal momento che gli unici vincoli imposti dall’Unione sono il suffragio universale diretto, gratuito e riservato. In Italia vige un sistema proporzionale puro a liste aperte, il che significa che gli elettori potranno indicare una preferenza per uno o più candidati della lista (massimo 3), purché di sesso diverso, pena l’annullamento della terza preferenza. In aggiunta, in occasione delle europee, il territorio italiano sarà suddiviso in cinque circoscrizioni elettorali (Nord-Occidentale, NordOrientale, Centro, Sud, Isole), ciascuna delle quali eleggerà un numero di deputati proporzionale al numero di abitanti. In base a questo criterio alla circoscrizione Nord-Occidentale, di cui fanno parte Lombardia, Piemonte, 6

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Liguria e Valle d’Aosta, spetta la nomina di 21 dei 73 eurodeputati italiani. I candidati provengono per la maggior parte da partiti nazionali o movimenti preesistenti (Partito Democratico, Forza Italia, Nuovo Centrodestra, Movimento 5 Stelle, Lega Nord, Fratelli d’Italia), ma alcuni si candidano con liste costituitesi appositamente in vista delle europee, quali Scelta Europea, nata dall’unione di partiti e movimenti politici liberali tra cui Scelta Civica, e L’altra Europa con Tsipras. I partiti che voteranno i cittadini di ciascuno Stato, dunque, a parte eccezioni, non sono partiti europei, bensì partiti nazionali che hanno adottato nei confronti dell’Europa una determinata posizione politica, posizione che, portata in Parlamento, influirà sulle strategie politiche dell’Unione. Sarà nel giorno delle elezioni europee che gli elettori decideranno, attraverso il voto, i rapporti di forza tra le varie parti politiche. Nel Parlamento Europeo converge dunque una vasta gamma di opinioni e nazionalità. Per convogliare tale varietà in un sistema funzionale, l’EP è organizzato in gruppi politici transnazionali, composti cioè da membri provenienti da paesi diversi ma con convinzioni politiche simili. In base alle regole del Parlamento, infatti, i deputati legati da una stessa “affinità politica” possono organizzarsi in un gruppo politico, purché esso comprenda un minimo di 25 membri provenienti da almeno un quarto degli Stati rappresentati (dunque 7). Cooperare con colleghi di altri paesi, che in linea di massima condividono le opinioni politiche, è infatti il modo più efficace per i deputati per raggiungere i loro obiettivi a livello europeo. È presente anche una minoranza di “non iscritti”, alla quale appartengono tutti coloro che non vogliono o non possono aderire ad alcun gruppo. I deputati italiani provenienti dalle diverse forze politiche nazionali, dunque, una volta eletti si inseriranno nel gruppo politico all’interno dell’EP che maggiormente rispecchia la linea politica del loro partito di provenienza, o, nel caso dei candidati “indipendenti”, gli obbiettivi della propria lista. Tuttavia, con l’emergere di nuove correnti

ideologiche nel tessuto dell’UE, non è da escludersi la possibilità che nuovi gruppi politici nascano o modifichino la loro composizione. Attualmente in seno al PE esistono sette gruppi politici, che riassumono in sé le principali correnti ideologiche spaziando attraverso tutto lo spettro politico; in essi confluiscono i rappresentanti di oltre 160 partiti nazionali. Alcuni di questi gruppi, poi, sono affiliati a partiti politici europei. A differenza dei gruppi politici, i partiti europei non sono vere e proprie istituzioni parlamentari, direttamente coinvolte nelle manovre politiche; il loro compito, infatti, si svolge al di fuori del Parlamento e consiste nel formare una coscienza politica europea tra i cittadini dell’Unione. Essi, infatti, nascono dall’unione di più partiti nazionali (anche più d’uno per Paese) che, accomunati da uno stesso orientamento politico, si aggregano in macro-partiti per diffondere e concretizzare una comune idea di Europa. Ciascun partito, inoltre, è chiamato a presentare un candidato alla carica di presidente della Commissione, l’esecutivo dell’UE. Ad oggi esistono 13 partiti europei. Tra questi, i due maggiori schieramenti politici in campo sono indubbiamente i partiti europeisti PPE (Partito Popolare Europeo) e PSE (Partito del Socialismo Europeo), il “centro-destra” e il “centrosinistra” europeo. Per le elezioni del 2014 il PPE ha proposto come candidato alla Commissione Jean-Claude Juncker; l’idea portata avanti da Juncker prevede un’Europa unita ma non centralizzata, che sia in grado di uscire dalla crisi economica attraverso un programma di riforme “talora difficili” ma necessarie, come si è rivelata la politica di austerity portata avanti dal 2008. In ambito lavorativo il PPE s’impegna a creare condizioni atte a favorire le piccole e medie imprese e vede nella mobilità del lavoratore attraverso i Paesi dell’Unione un diritto assoluto, da cui trarrebbero profitto le persone quanto le aziende. Considera l’Euro una moneta affidabile, che garantisce stabilità e rende competitivi a livello internazionale. Valuta inoltre


le liste italiane

possibile un eventuale ampliamento dell’Unione, purché questo della tenga conto della sua capacità di integrazione, e ambisce a una maggior cooperazione tra i paesi dell’UE in materia di gestione dei confini per dimostrare solidarietà a quei paesi coinvolti in prima linea nel fenomeno dei flussi migratori. In Italia fanno riferimento al PPE i partiti nati dalla scissione del PdL: Forza Italia (Berlusconi) e Nuovo Centro Destra (Alfano). Il PSE, invece, appoggia la candidatura di Martin Schulz e con lui un programma per l’Europa incentrato maggiormente sul lavoro: di primaria importanza sono l’occupazione, specialmente giovanile, i diritti dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali, un salario minimo stabilito per legge in tutta Europa e la tutela dei diritti umani e degli standard ambientali sul lavoro. Ritiene inoltre che la realizzazione dell’Unione economica e monetaria sia ancora da completare attraverso l’attuazione di un reale coordinamento delle politiche economiche e fiscali della zona euro e un’ulteriore regolamentazione del settore bancario. Appoggia un’Europa che sostenga una ridistribuzione equa ed efficace della ricchezza e delle opportunità tra gli Stati membri, più democratica nelle strategie politiche e attenta alle problematiche ambientali, alfiere nel mondo dei principi fondamentali di pace e rispetto per i diritti umani: un’Europa che agisca da attore globale. In Italia al PSE è associato il Partito Democratico. Altra storia è quella dell’EAF (Alleanza Europea per la Libertà), l’europartito di estrema destra. Fino ad oggi poco rilevante all’interno del panorama

politico europeo, potrebbe quest’anno ottenere una forte vittoria elettorale a seguito del recente affermarsi di forze nazionaliste in diversi Paesi dell’UE. Se ciò dovesse accadere, nascerebbe in Parlamento un nuovo gruppo politico anti-europeista e anti-euro, che si batterebbe per porre fine ai prestiti agli Stati in difficoltà, i quali dovrebbero essere liberi di uscire dalla moneta unica, reintrodurre i dazi doganali, far sì che solo gli Stati si occupino di come gestire i flussi migratori, senza alcuna intromissione da parte dell’UE, e infine riconfigurare il peso dei singoli Stati nelle politiche europee. Attualmente, l’EAF è composto dai partiti euroscettici “più temuti” in Europa: Lega Nord in Italia, Front National in Francia, United Kingdom Independence in Gran Bretagna, Partito per la Libertà in Olanda, Alba Dorata in Grecia. Marine Le Pen avrebbe dovuto essere il candidato dell’EAF, ma la candidatura è stata ritirata per non dare l’idea che l’estrema destra legittimi un’istituzione che invece contesta alle radici. Anche il partito italiano Fratelli d’Italia (guidato da Meloni, Crosetto, La Russa) ha da poco gettato le basi per un’alleanza con la Le Pen, candidandosi alle europee con un programma che appoggia innanzitutto un’Europa dei popoli e propone altresì l’uscita dall’euro e la revisione del Trattato di Lisbona. Un caso particolare è poi quello della lista italiana L’Altra Europa con Tzipras, formatasi in vista delle Europee del 2014 per appoggiare la candidatura di Alexis Tsipras, leader del partito greco Syriza. L’idea è stata lanciata il 17 gennaio dagli intellettuali Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli, Barbara Spinelli e Guido

Viale, tramite un appello pubblicato su “il manifesto”. L’appello è stato accolto da diversi partiti, tra cui SEL, PRC, Azione Civile di Antonio Ingroia, e altre organizzazioni della sinistra radicale, che hanno approvato la proposta decidendo di costituire una lista unitaria per le elezioni europee. La lista Tsipras chiede la fine immediata delle politiche di austerità imposte dall’UE agli Stati membri, che hanno diviso non solo gli Stati ma anche i popoli. Altri punti fondamentali del programma della lista sono: la contrarietà alla costruzione della TAV in Val di Susa, il potenziamento del budget destinato all’educazione e alla ricerca scientifica, la tassazione delle transazioni finanziarie, la promozione dell’agricoltura biologica e la tutela della biodiversità, il potenziamento dei poteri del Parlamento Europeo. Tra i nomi noti dei candidati italiani ci sono Giuliana Sgrena, Moni Ovadia, Curzio Maltese, Barbara Spinelli ed Ermanno Rea. Un’altra lista costituitasi appositamente in vista delle Europee è Scelta Europea, che riunisce al suo interno i movimenti liberali e liberal-democratici italiani tra cui Scelta Civica. Fortemente europeista, essa appoggia Guy Verhofstadt, candidato a presidente della Commissione per ALDE (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa) per un Europa di stampo federale, sempre più forte e meno frammentata, autorevole sullo scenario mondiale, basata su una vera democrazia, attenta ai diritti e alla sicurezza dei suoi cittadini. Infine vi è il Movimento 5 Stelle, candidato autonomamente senza riferimenti ad alcun partito europeo e dal programma non ben definito.

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Attualità

italia, terra d’emergenza Anche in Italia il diritto alla cura è spesso un diritto mancato.

di Rebecca Daniotti

“ 32

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. (articolo della Costituzione Italiana)

Emergency. Al sentire questa parola si pensa subito alle zone di guerra colpite dalla fame, dalla povertà e dalla distruzione. E si collega all’Italia solo perché è nata qui e perché i suoi fondatori, Gino Strada e la moglie Teresa Sarti, sono italiani. Invece Emergency è da collegare all’Italia perché anche la nostra terra è bisognosa di assistenza. È estremamente bisognosa di assistenza. Infatti, sebbene in Italia il diritto alle cure sia riconosciuto dalla legge, nella pratica migranti, stranieri e poveri non hanno accesso alle cure a causa della scarsa conoscenza dei propri diritti, delle difficoltà linguistiche, dell’incapacità di orientarsi all’interno di un sistema sanitario complesso e a volte per paura di essere denunciati se irregolari. Per assicurare in modo tempestivo cure mediche a chi ne ha bisogno, dal 2006 la Onlus ha distribuito in Italia i poliambulatori, strutture nelle quali vengono somministrate cure gratuite a tutti coloro che ne hanno bisogno. In questi centri, a eccezione di alcune figure che garantiscono la continuità e l’organizzazione del 8

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servizio, il personale opera a titolo gratuito; inoltre sono sempre presenti mediatori culturali. Poiché lo spirito del Poliambulatorio è di collaborazione e integrazione con il Sistema sanitario nazionale, al suo interno viene anche svolto un servizio di orientamento dei pazienti verso le strutture pubbliche, quando necessario. È dal 2006 quindi che Emergency con le sue strutture ha come obiettivo quello di fornire cure alle persone in stato di bisogno. Il primo poliambulatorio nasce a Palermo, per aiutare gli immigrati che sbarcano numerosi sulle coste. Da sud a nord: nel 2010 nasce il secondo centro a Marghera (Ve): due pullman sono trasformati in ambulatori mobili e portano assistenza sanitaria ai migranti impegnati nell’agricoltura. Nel 2012 l’organizzazione umanitaria apre a Sassari uno sportello di orientamento socio-sanitario e nel 2013 iniziano le attività di quello di Polistena (RC). Da un mese anche le prostitute sono diventate una priorità di Emergency, infatti la Onlus ha dato vita a un progetto interamente dedicato alle donne che si prostituiscono nel Casertano. L’obiettivo è quello di far conoscere le malattie sessualmente trasmissibili e i comportamenti da tenere per evitare situazioni a rischio. Nella prima settimana di attività sono state contattate 65 donne di diverse nazionalità, tra cui una donna al quinto mese di gravidanza che non

aveva mai effettuato un controllo. Solo poche di loro hanno un medico di base o si sono rivolte in passato a un ambulatorio; la maggior parte non ha mai avuto accesso al Servizio sanitario nazionale, non sa che cosa sia un consultorio, né conosce i propri diritti in tema di salute. Emergency ha allestito anche quattro ambulatori mobili che prestano servizio per determinati periodi di tempo in aree con forte presenza di migranti, come quelle agricole, nei campi nomadi o nei campi profughi. Ovviamente anche le cure erogate da questi ambulatori sono gratuite. E fino a oggi sono state effettuate oltre 23.000 visite. I poliambulatori mobili hanno viaggiato soprattutto in Puglia, dove oltre all’assistenza ai braccianti agricoli, hanno affrontato le situazioni di indigenza delle aree urbane e aiutato le fasce più vulnerabili della popolazione, uomini senza permesso di soggiorno impiegati nell’agricoltura e nell’edilizia e molto spesso in condizioni di pesante sfruttamento. A Napoli è già in programma la creazione di un poliambulatorio per migranti, poveri e senza fissa dimora. Qui collaboreranno i volontari di Emergency, che si occuperanno della gestione con la presenza di tre medici della Asl Napoli 1. Fino a oggi, nelle sue strutture in Italia Emergency ha offerto oltre 80 mila prestazioni gratuite. E noi?


rom: un altro punto di vista

di Alessandra Venezia

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a domenica di Pasqua mi è capitata una cosa strana: dopo la consueta abbuffata con lasagne, agnello, colombe, uova di cioccolato, zii, nonni, cugini e parenti vari, proprio nel momento della pennichella sul dondolo in giardino, la mia attenzione è stata attirata da una musica allegra e vivace, proveniente dai campi dietro casa. Una delle poche fortune di abitare in un paesino di periferia, ai confini del mondo, dove non arriva neppure la metropolitana, è che ci sono molti spazi verdi e campi dove giocare e andare in bicicletta. Ebbene in questi campi, almeno tre o quattro volte all’anno, si stanzia una comitiva rom. È divertente avere dei vicini occasionali, oltre a quelli soliti che dopo un po’ diventano pure noiosi, perché prima di tutto non ci si sente soli e poi si scoprono un sacco di cose. Per esempio questa della discoteca pasquale. È fantastico vedere come cambiano le tradizioni da popolo a popolo. A pasqua noi abbiamo i pranzi infiniti, loro le ballate a piedi nudi sull’erba. Dopo lo strano pomeriggio a base di musica gitana ho iniziato a interessarmi alla cultura rom, concentrandomi non sulla paura che essi scatenano negli italiani, bensì sulla paura per le loro vite. I Naga (un’associazione di volontariato laica e apartitica, costituitasi a Milano nel 1987 allo scopo di promuovere e difendere i diritti dei cittadini stranieri) hanno pubblicato sulla rivista “Epidemiologia e prevenzione” una ricerca effettuata dal 2009 al 2011, analizzando quattordici campi

irregolari, cioè non autorizzati, a Milano. La ricerca testimonia quanto siano pessime e totalmente al di sotto della media di decenza le condizioni di vita e di socialità in questi campi. Sono 1142 i rom visitati dai Naga nel corso di questa ricerca. Il 54% è costituito da donne, il 45% da uomini. I fattori di rischio per la popolazione rom sono più alti di quelli della popolazione italiana. Sono loro che hanno un problema di sicurezza ed è un problema strettamente legato alla vita. Per esempio sono pochissimi i bambini rom che frequentano regolarmente la scuola, la media è di cinque anni e sono molti gli analfabeti. Un quinto dei ragazzi fra i sei e i quattordici anni non è mai andato a scuola. Il problema è fondamentalmente culturale, ma interviene anche il fattore dell’integrazione. Per quanto riguarda il lavoro, il 16% delle persone visitate dichiara di avere un’occupazione, sono soprattutto uomini e svolgono attività di muratori o operai. I dati, sia della scolarizzazione che del lavoro, potrebbero non essere precisi a causa del fatto che solo una parte della popolazione si è fatta visitare e quindi ha rilasciato informazioni e inoltre alcuni lavorano in nero e non hanno dunque parlato per non dover dichiarare di avere un lavoro non regolare. Sicuramente l’emergenza più grave è nell’ambito sanitario: non esistono strutture ospedaliere nei loro campi e quasi nessuno è iscritto al servizio sanitario italiano e neppure ha la tessera di assicurazione europea. Sono dunque totalmente scoperti da questo punto di vista.

È solo grazie al sostegno dei Naga e di altre associazioni di volontariato che queste persone ricevono cure e medicine. I Naga, infatti, organizzano delle spedizioni notturne nei campi, con medici e mediatori culturali, così da sottoporre la popolazione rom almeno a visite e controlli. Le nascite rappresentano un altro disagio: una ragazza rom su quattro dai quattordici anni in su ha subito almeno un’ interruzione di gravidanza, spesso è già madre. La sposa più giovane fra quelle visitate aveva appena tredici anni. Nei campi mancano anche i beni primari, come l’acqua, che è potabile solo in cinque zone su quattordici. L’igiene è spaventosa, in molte aree non viene nemmeno ritirata la spazzatura e i campi sono spesso sovraffollati. Sono ormai due decenni che i Naga si occupano dei rom. Dai loro studi risulta evidente che non esiste un’emergenza rom, come invece vogliono farci credere alcuni politici. I rom oggi a Milano sono circa 5000, così com’erano 5000 vent’anni fa. In media un rom si ferma nella stessa area per circa sedici anni, poi si sposta. Quella dei rom non è un’emergenza attiva, bensì passiva. Non è la nostra vita ad essere messa in pericolo, è la loro. Certo i cambiamenti non possono venire solo da noi, è forse necessaria una rivoluzione culturale. Però, per lo meno, noi abbiamo il dovere di informarci e approfondire prima di dare giudizi: sono loro in pericolo e sono loro che hanno bisogno di aiuto. È il momento di cambiare il nostro punto di vista.

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cronache carducciane

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ingegneria

osa fare dopo, questo è il dilemma. Beati quelli, pochi, che sin dalla prima elementare hanno già idea di “cosa fare da grandi” e fin da allora non hanno fatto altro che perseguire quel sogno. Per gli altri comuni mortali, invece, arrivati solitamente a questo punto della vita, il futuro si prospetta come un grosso punto di domanda, a partire dalla scelta dell’università. Ecco dunque che mille dubbi si affollano nella testa. Ed è proprio questi dubbi che le seguenti pagine di orientamento tentano di risolvere, almeno parzialmente. Si succederanno, perciò, di numero in numero, le risposte che ex carducciani hanno dato alle nostre domande, ogni volta in merito a facoltà universitarie diverse, una scientifica e una umanistica. Purtroppo, per motivi di spazio, alcune risposte sono state tagliate; troverete tuttavia la versione integrale sulla pagina facebook dell’Oblò, unitamente agli scritti di altri ex carducciani. Tutti loro, inoltre, hanno dato la disponibilità a essere contattati privatamente per ulteriori chiarimenti. Buon orientamento!

le domande 1) Dopo un percorso di 5 anni al Carducci, quali difficoltà si riscontrano scegliendo la facoltà di (...) dal punto di vista della preparazione ai contenuti, del metodo e delle ore di studio? In cosa invece si è facilitati? 2) A cosa va incontro lo studente che sceglie la facoltà di (...)? Che cosa si studia, di fatto? Quali competenze si assumono? A quali aspettative risponde un tale corso di studi? 3) Quanto è impegnativa questa facoltà in termini di ore di lezione + ore di studio individuale? Ci sono materie riconosciute dalla maggior parte come particolarmente ostiche? 4) E’ previsto un test d’ammissione? Se sì, quanto lo hai trovato difficile, quanto e come ti sei preparato, quanto il risultato incide sulla possibilità di essere ammessi o meno all’università? In generale, quali competenze sono richieste allo studente di (...), in cosa dev’essere portato? 5) Quale università (milanese/ italiana/estera) frequenti? Come hai trovato la qualità dell’insegnamento? Quali servizi (laboratori/stage/scambi....) offre la tua università? Com’è l’ambiente che si viene a creare fra gli studenti? 6) Sei soddisfatto della scelta che hai fatto? Perché? Consiglieresti la tua facoltà (o il tuo corso nello specifico)? Perché? 7) Se sei al terzo anno: quali sbocchi concreti per il futuro offre il tuo corso di studi? Sai già cosa vuoi fare dopo?

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maria zanoni, ingegneria dei materiali e delle nanotecnologie al politecnico, i anno

1) Scegliendo la facoltà di ingegneria la difficoltà maggiore che ho riscontrato il tipo di studio: negli ultimi anni di liceo, infatti, lo studio diventa sempre più teorico e per prepararsi ai compiti o alle interrogazioni è necessario leggere, comprendere e ripetere i contenuti; studiando materie scientifiche, invece, è necessario affiancare alla fase di comprensione della teoria molto tempo dedicato allo svolgimento di esercizi che richiedono un tipo diverso di attenzione e comprensione. I 5 anni trascorsi al Carducci mi hanno dato una buona capacità di concentrazione e un buon metodo che mi ha permesso di adattarmi presto alle nuove esigenze dello studio. Anche le ore di lavoro non sono aumentate di molto, ma è aumentata la responsabilità che mi è chiesta nella gestione del tempo poiché la verifica avviene solo nel momento dell’esame e sta alla capacità di ciascuno trovare e gestire il tempo necessario allo studio. 2) Scegliendo la facoltà di Ingegneria si va incontro ad uno studio inizialmente teorico e impegnativo con esami di analisi matematica e fisica, necessari all’acquisizione di un linguaggio tecnico e alla comprensione degli argomenti che si affrontano negli anni successivi, sempre più specifici e più rivolti ad un’applicazione pratica: vero obbiettivo di questo corso di studi. Anche al primo anno, comunque, si introducono in piccolo degli aspetti applicativi frequentando laboratori, ad esempio, di chimica o elettrotecnica, o attraverso gli esempi dei professori a lezione. 3) La facoltà è molto impegnativa poiché le lezioni, pur non avendo obbligo di frequenza, sono fondamentali per la comprensione degli argomenti e occupano buona parte della giornata in università; anche lo studio individuale è molto importante: durante la settimana per la ripresa dei contenuti spiegati a lezione e specialmente nel periodo di sessione. La facoltà presenta alcune materie particolarmente complesse, ma anche la possibilità di ripetere l’esame in più appelli e i docenti/esercitatori sono spesso disponibili per la soluzione di eventuali dubbi. 4) È previsto un test di ammissione che, se sostenuto nelle date anticipate, è semplice da superare poiché è sufficiente conseguire un punteggio di 60/100. L’ingresso è più difficile nelle date di settembre perché per essere ammessi è prevista una graduatoria. Io ho superato il test in una delle date di maggio e per prepararmi ho sfruttato il testo messo a disposizione della stessa università, per superare il test di settembre è però possibile partecipare anche ai pretest organizzati da alcuni studenti (quest’anno nelle date 25-27 agosto). Lo studente che desidera iscriversi a ingegneria deve essere portato, ma soprattutto avere interesse, per le materie scientifiche e per la loro applicazione alla risoluzione di problemi pratici. Vengono richieste alcune conoscenze pregresse nelle materie scientifiche, questo richiede un maggiore impegno nei primi mesi ad alcuni studenti, in particolare a coloro che non provengono da un liceo scientifico, ma le differenze con i compagni di corso si livellano spesso dopo il primo semestre. 5) Io frequento il primo anno di Ingegneria dei Materiali e delle Nanotecnologie al Politecnico di Milano. La qualità dell’insegnamento è nel complesso buona e l’università offre laboratori e possibilità di esperienze in università/aziende all’estero o in Italia, possibilità che si concretizzano in particolare per studenti con un buon rendimento. L’ambiente tra gli studenti è sereno, non particolarmente competitivo e vengono offerte, grazie ai laboratori, occasioni di lavorare in gruppo. Inoltre le organizzazioni di studenti offrono in alcuni periodi dell’anno un servizio di aiuto allo studio e propongono visite in luoghi di interesse per i vari indirizzi (come aziende, impianti, cantieri...) 6) Per quello che ho potuto vedere finora sono soddisfatta della mia scelta, poiché questo tipo di studio risponde all’interesse che avevo di vedere e scoprire la natura della materia che ci circonda e poter lavorare su di essa per renderla sempre più rispondente alle necessità di utilizzo. Consiglierei la mia facoltà, e il mio corso nello specifico a tutti coloro che hanno voglia di studiare le materie scientifiche per metterele in campo nella risoluzione di problemi pratici; inoltre questo indirizzo di studio (in particolare il ramo di nanotecnologie), si colloca in un settore ancora poco esplorato e promettente per il futuro.


lingue

STEFANO GRASSO, LINGUE E LETTERATURE STRANIERE in statale, ii anno

1) Avendo scelto un indirizzo umanistico Lingue e Letterature Straniere devo dire che non ho riscontrato difficoltà particolari. Il tipo di studio è diverso rispetto a quello del liceo, si trattano argomenti più in profondità, ma spesso se ne trattano anche meno rispetto al liceo, o meglio gli argomenti generali trattati sono più ridotti. Perciò riguardo alle ore di studio posso dire che, personalmente, credo di aver studiato più al liceo. Certo tutto dipende dal come si vuol affrontare la questione e molto sta anche nell’organizzazione del tempo a livello individuale. 2) Chi scelga la facoltà di Lingue e Letterature Straniere va incontro a corsi che mirano a studiare la cultura di paesi europei –ed extraeuropei tramite studi sulle loro colonie- tramite la storia della letteratura, per affrontare la quale viene data una base di conoscenza linguistica. La preparazione linguistica è affidata a professori madrelingua molto preparati e, per quel che riguarda la mia esperienza, capaci di insegnare e con voglia di aiutare i ragazzi, siano questi principianti o meno. All’inizio del triennio vengono scelte due lingue, delle quali ogni anno si devono dare esami di letteratura, grammatica/conversazione/composizione e storia della lingua. Nel corso del triennio è poi possibile scegliere una terza lingua. 3) Teoricamente il corso di laurea non prevede lezioni a frequenza obbligatoria, anche se spesso la frequenza aiuta a superare gli esami, come nel caso di lingua, dove la frequenza caldamente consigliata permette di dare esami parziali durante l’anno, che, se superati, danno la possibilità di non dare l’esame totale, più lungo e impegnativo. Non ci sono materie particolarmente e universalmente ostiche; personalmente gli esami di lingua sono i più difficili, forse anche perché i più diversi rispetto a ciò che ho fatto fin’ora –al contrario degli esami di letteratura, quelli di lingua, ovviamente, devono essere sostenuti in lingua-. Le ore di studio individuali, come ho accennato prima, proprio in quanto individuali variano da persona a persona. La cosa ottimale sarebbe studiare le lingue ogni giorno, anche solo mezz’ora; credo già questo aiuti molto e permetta di vivere meglio l’anno scolastico. 4) Non sono previsti test d’ammissione. 5) Frequento l’Università Statale di Lingue e Letterature Straniere a Milano. La qualità dell’insegnamento mi è sempre parsa molto alta, con professori preparati e sempre disponibili per chiarimenti e quant’altro. La facoltà offre la possibilità di esperienza Erasmus; vedo annunci di stage come traduttore anche se non so come funzionino poiché spesso rivolti agli studenti della specialistica biennale. Sono offerti laboratori su argomenti vari, necessari per maturare il numero di crediti formativi per potersi laureare. L’ambiente dei ragazzi è piuttosto eterogeneo, il che non rende difficile trovare persone con cui socializzare e legare, facendo nascere rapporti che vadano oltre le aule universitarie. 6) Sono soddisfatto sì della scelta che ho fatto. Consiglierei la mia facoltà perché dà strumenti in più per conoscere il mondo, credo aiuti a tenere aperti gli orizzonti e offra continui stimoli su più aspetti.

alice pinti, mediazione linguistica in statale, iii anno

1) Le facoltà di lingue sono per molti versi uno dei percorsi più sensati dopo 5 anni di liceo classico. Se si ha una certa predisposizione e passione per le lingue, non si trovano particolari difficoltà. Il metodo di studio imparato al Carducci facilita notevolmente nella preparazione di grandi esami, come possono essere diritto o le culture relative alle lingue, mentre gli anni passati a studiare e analizzare versioni sono un ottimo punto di partenza per lo studio della linguistica. 2) Le lingue che si possono studiare nei curricula sono inglese, francese, spagnolo, tedesco, russo, hindi, cinese, giapponese e arabo. Lo studio delle lingue inizia sempre dal livello base, ma nel caso di inglese, consiglio di avere già un livello medio per non rimanere indietro. Al posto delle letterature relative alle lingue scelte, ci sono i corsi di cultura, il cui argomento può variare di anno in anno per concentrarsi su un particolare aspetto. Dal secondo anno si può scegliere tra 2 curricula, di cui uno più linguistico e uno più incentrato sugli studi internazionali. In realtà la differenza è poca e c’è molta libertà nella scelta degli esami. Ci sono quindi corsi di diritto internazionale, sociologia, antropologia, linguistica, storia, economia. Lo scopo di tali corsi è fornire una formazione adatta ad un ambito lavorativo internazionale o di incontro tra culture. 3) Rispetto ad altre facoltà, non ritengo Mediazione Linguistica particolarmente impegnativa. Ci sono certamente esami più pesanti da preparare, come possono essere quelli di economia e diritto, per cui servirebbe una preparazione più approfondita. Ma ovviamente per poter parlare bene una lingua, serve molto lavoro personale, le lezioni in sé bastano a far passare gli esami, ma per raggiungere un livello alto, soprattutto per le lingue iniziate da zero, è necessario molto lavoro a casa e iniziativa. Sono necessari tempo e pazienza, dopo solo 3 anni non è possibile passare da A2 a C2 per nessuna lingua. Vi porto il mio esempio, io studio inglese e russo. L’esame del primo anno di inglese è livello B2. Per russo la questione è molto diversa, partendo da zero al terzo anno il nostro livello è tra A2 e B1. 4) Non c’è test di ammissione, ma essendo una facoltà a numero chiuso – 600 posti all’anno – l’ammissione va in base al voto di maturità. Non tutti quelli che hanno passato la graduatoria finiscono però per iscriversi e ogni anno molti posti si liberano. Ad ottobre si tiene un ripescaggio a cui bisogna essere fisicamente presenti, i posti liberi vengono assegnati fino ad esaurimento, sempre seguendo la posizione in graduatoria. L’ammissione varia molto in base al numero delle pre-iscrizioni, ci sono stati anni in cui sono stati ripescati tutti, quindi anche fino ai voti più bassi, e anni in cui si è scesi massimo a 70-80. 5) Io sono iscritta all’Università degli Studi di Milano, e devo dire che seppur per certi versi l’organizzazione potrebbe essere migliorata, non ci si può lamentare. Alcuni corsi sono tenuti meglio di altri, in base alle capacità e competenze dei professori. Russo è tenuto molto bene, non ho particolari critiche. Di inglese invece non sono completamente soddisfatta, il corso nei 3 anni diventa per certi versi molto ripetitivo, a causa forse dell’alto numero di partecipanti che non consente un approccio troppo diretto alla lingua. L’università è inoltre sede dell’Istituto Confucio e del Centro Russo, per gli studenti di lingua cinese e russa. 6) Nel complesso sono abbastanza soddisfatta della mia scelta, e consiglierei la facoltà a chi come me è appassionato di lingue e culture differenti. Ma bisogna tener conto che alla fine della triennale non ci si deve aspettare di finire con una formazione perfetta. La vera specializzazione avviene dopo, attraverso esperienze lavorative, o continuando il percorso di studi, in Italia e all’estero. 7) Dopo Mediazione di sbocchi ce ne sono tanti, partendo dalla traduzione specialistica, al lavoro in azienda o in ambito internazionale e sociale. Ma essendo appunto un campo abbastanza vasto, sta poi alla singola persona capire in che direzione puntare e dimostrare le proprie capacità. Personalmente, essendo al terzo anno e avendo in programma di laurearmi il prossimo autunno, ho intenzione di cercare lavoro con l’EXPO 2015 e successivamente proseguire con una laurea magistrale all’estero.

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cultura

munch:

non solo urlo

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di Chiara Conselvan

a mostra di Munch a Genova è stata aperta al pubblico il 6 novembre e sarebbe durata fino al 27 maggio, se non fosse che la grande affluenza di pubblico ha regalato una settimana in più all’esposizione. Circa un’ora e mezza di percorso che offre una piacevole mattinata tra diverse sale divise per tema, tutte da godersi con le immancabili audio guide comprese nel prezzo del biglietto. L’accoglienza è consueta: un video esauriente racconta la vita dell’artista lasciando molto spazio agli eventi tragici che hanno segnato la sua arte, come la morte della madre e della sorella e le numerose crisi depressive che, a partire dal 1908, lo hanno progressivamente isolato dal mondo. I primi dipinti appaiono nella sala successiva, grande e piena di paesaggi di stampo naturalistico. Il messaggio che ha voluto trasmettere questa mostra è che la grandezza di Edvard Munch non deriva solo dal suo ben noto “Urlo”, non presente all’interno dell’esposizione, ma da un percorso molto caratteristico in quanto unico nel suo genere. Munch è infatti un artista isolato, che non si riconosce in alcun movimento e neppure ne fonda uno: questo è il frutto della sua natura riflessiva e concentrata su di sé, ma anche di una cultura nordeuropea. Tale singolarità non indica, però, che l’artista norvegese non abbia subito influenze. Infatti, i paesaggi di stampo naturalistico sono il frutto del primo approccio di Munch con l’arte di Krogh, pittore di paesaggi, che aveva il predominio culturale a Kristiania (nome di Oslo fino ai primi del ‘900). Ed è dalla stessa Kristiania che Munch presenta per la prima volta al pubblico “La bambina malata”, nel 1886. Tale esposizione avviene dopo il suo viaggio a Parigi dal quale, incuriosito dalla forza dell’Impressionismo francese, torna con un tocco più leggero e una luce più viva, senza però essersi fatto conquistare dai soggetti impressionisti e dalla pittura “en plein air”. Dal momento in cui rientra in Norvegia si può dire che la sua pittura sia già per lo più formata: dal punto di 12

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vista tematico non avrà mai dubbi nel dipingere ciò che proviene dalla sua interiorità, mentre dal punto di vista stilistico rimarrà uno sperimentatore per tutto il corso della sua vita. Le sale sono divise per temi e ciò deriva dal fatto che Munch, una volta riconosciuta l’importanza di un soggetto, lo rappresenta in modo quasi ossessivo, non limitando la ripetizione dell’opera a un determinando periodo, ma, come nel caso della già citata “La bambina malata”, riproducendola fino alla morte. A tale tema, infatti, è dedicata una sala intera, piena di schizzi, bozzetti e oli su tela, tutti simili, ma concentrati ognuno su particolari diversi: in uno il profilo della bambina viene osservato con più attenzione, lasciando la madre che le tiene la mano in un groviglio indefinito, in un altro, invece, anche il viso della bambina si fa più pallido e bianco, quasi tutt’uno col cuscino su cui appoggia il capo. La sala successiva, forse quella più ricca, contiene dipinti che hanno come soggetto la donna e ne evidenziano la brutalità. La donna domina l’opera, mostrando la sua supremazia sull’uomo che lascia inerte dietro o sotto di sé. Manifesta in questo la sua crudeltà come “femme fatal” e il suo erotismo spiazzante. “Madonna” è l’opera che più incarna

queste caratteristiche, assai facilmente paragonabile alla “Giuditta” di Klimt, almeno nelle intenzioni. Le due donne sono le indiscusse protagoniste, mostrano con orgoglio il volto segnato dal piacere e il petto fiero, sicure della loro forza. La vera “chicca” della mostra è la sua conclusione: due sale dedicate alla serie di opere “Warhol after Munch”. L’artista pop, infatti, affascinato dalle innovazione tecniche introdotte dal pittore norvegese e già abituato a rivisitazioni di opere di maestri antichi e moderni, ha riprodotto diverse stampe a partire dall’opera di Munch, senza modificarne il soggetto, come invece era solito fare. L’esempio senza dubbio più interessante e originale è la rivisitazione di “Eva Mudocci”: immagine di una donna che in questo caso non sembra impersonare completamente la “femme fatal”, ma appare fragile e insicura. Warhol la carica di colori forti che rendono la sua presenza ingombrante e carica di significato. La novità è stata, per me, anche il considerevole numero di quadri: può sembrare un appunto banale, ma ultimamente si notano esposizioni sempre più curate nei minimi dettagli, ma con un numero ridicolo di opere e questa mostra è la testimonianza che si possono combinare entrambe le cose senza appesantire il percorso.


scritte sui muri CHE LIMITI DI COLORI HA LA LIBERTÁ DI PAROLA?

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di Alessia Tesio

olti attribuiscono la colpa dei muri imbrattati da disegni o altro ai giovani d’oggi; potrebbe sembrare incredibile, ma non è così. Infatti, l’arte dei graffiti, murales e scritte ha origini lontane nella storia. Esempi di questi ‘’sfoghi artistici’’, se così possiamo definirli, possiamo ritrovarli anche nel 1848, ai tempi della primavera dei popoli, quando sui muri dei vicoli del nostro paese, si scriveva ‘’ viva VERDI’’. Questo che a prima vista poteva sembrare un grande incitamento alla musica del contemporaneo musicista Giuseppe Verdi, in realtà era un semplice acronimo che serviva per ingannare,le autorità, le quali non avrebbero di certo apprezzato le scritte ‘’viva Italia’’. Difatti, se ci si presta un pochino di attenzione, non ci vuole molto a smascherare il trucco: basta aggiungere dei punti tra le lettere , diventando così ‘’viva V.E.R.D.I.”; di conseguenza se le attribuissimo alle iniziali di un nome, scopriremmo che ce ne ricorda uno in particolare, sulla bocca di tutti a quei tempi:Vittorio Emanuele Re D’Italia. Ci risulta anche qualche testimonianza di opposizione al fascismo, sempre espressa con questo sistema; non essendoci, infatti, la libertà d’opinione si ricorreva a questa pratica per esprimere il proprio

disappunto. Insomma, l’arte ha sempre avuto un valore secondario, che andava oltre il primo sguardo. La vera domanda, tuttavia, sta nel chiedere ‘’ oggi possiamo considerare forme d’arte i disegni in cui ci imbattiamo mentre camminiamo per strada, e che fino a poco tempo fa occupavano le pareti delle nostre aule, ora ridipinte?’’ Come sempre, la verità non è né bianca né nera, in questo caso poi può essere molto colorata: un radicale ‘’no’’ da parte di coloro che hanno un certo tipo di parere sul decoro urbano, o, al contrario, un convinto “sì” da parte di ‘’artisti urbani’’ possono entrambi essere facilmente messi in discussione. La legge italiana prevede che ogni imbrattatura dei muri è considerata motivo valido d’arresto per l’eventuale colpevole colto in fragrante. Le scritte o le raffigurazioni volgari nelle nostre vie, a primo impatto, si potrebbero considerare senza ritegno, ed è così; ma ovviamente gli autori dei misfatti nella maggior parte dei casi si auto-giustificano citando la legge, che permette la libertà di parola. In questi casi si potrebbe pensare ad altri modi per diffondere i nostri pensieri, chissà, magari riprendendo quelle abitudini che ormai le nuove generazioni hanno in parte perso con l’uso frequente di telefonini o di social - network: esprimere direttamente le proprie idee

in appositi comizi e manifestazioni, che già si svolgono nelle nostre città, oppure utilizzare la scrittura come mezzo per rielaborare e diffondere le nostre opinioni, senza dover imbrattare i muri delle nostre città. Fortunatamente non siamo nel periodo del fascismo o nell’età della Restaurazione, e per esporre liberamente le nostre idee, disponiamo di molti mezzi. Il vero dilemma si ha, invece, quando ci si trova a discutere davanti ai grandi e spettacolari disegni, che certe volte si estendono per metri e metri, così colorati che è impossibile non notare. In passato, molti pittori hanno iniziato così il loro debutto, e infondo tutt’ora non si può certo negare che basta andare vicino alle stazioni metropolitane newyorkesi per rimanere a bocca aperta di fronte alle loro opere. Nella nostra città, si nota che i graffiti sono più popolari nelle periferie, dove l’eleganza del centro città si dissolve e non vi arriva, o arriva solo in parte. In questi casi di spettacolari raffigurazioni che non presentano elementi di volgarità o insulti, non si può certo negare che siano una forma di arte urbana. Insomma, il dibattito sulla risposta alla precedente domanda è tutt’ora aperto e molto discusso; il punto è se schierarsi dalla parte di un colore netto come la propria decisione, o se invece preferire le sfumature.

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INGLORIOUS REVIEWERS

Noah

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di Cleo Bissong n principio, decisi di andare al cinema. La scelta era il film Transcendence, con Johnny Depp e Morgan Freeman. All’ingresso vidi la locandina del film Noah, sulla quale riconobbi i visi di Emma Watson e Logan Lerman. Pensai al divertimento di vedere attori, i cui visi avevo impresso in precisi luoghi, in altri contesti, e allora dissi: “Sia Noah!”. E Noah fu. E il film iniziò e finì. Quindi, con la mente pregna di battute ridicole causate da tale visione, uscii dal cinema. Tornata a casa, mi sedetti davanti al computer per la scrittura di un articolo e allora dissi: “Sia demenzialità!”. E qualcosa di vagamente simile al demenziale fu. E mi avvidi che non era stata cosa buona e giusta. Il film, diretto da Darren Aronofsky, è tratto dal primo dei due libri della famosissima saga La Bibbia, L’Antico Testamento, scritta da svariati autori e conclusa nel corso di circa millecinquecento anni. Il film è incentrato sul primo capitolo del libro, La Genesi, e narra di come il protagonista, Noè abbia costruito un’enorme Arca grazie alla quale è stato possibile mettere in salvo la maggior parte degli esseri viventi. Noè aveva avuto da Dio stesso le istruzioni: il Creatore avrebbe mandato un diluvio per lavare il peccato dalla terra e sterminare i peccatori discendenti del fratricida Caino. Noè si dimenticò però di un particolare vagamente rilevante: gli esseri umani. Difatti, l’unica donna destinata a sopravvivere, oltre a sua moglie, era Eilah, la compagna di Sem, il primogenito, purtroppo sterile

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a causa di un’antica ferita ma che in seguito tornerà miracolosamente fertile, avvenimento che sarà la causa di vari problemi. Un'altra questione piuttosto ingombrante della trama è quello creato dalla tribù di uomini malvagi che, venuta a sapere dell’imminente fine del mondo, vuole mettersi in salvo salendo sull’arca di Noè. La questione verrà parzialmente risolta grazie ad una alleanza con gli Angeli Caduti, trasformati in giganti di pietra dal Creatore stesso. Dal punto di vista cinematografico, Aronofsky ha voluto dare la sua interpretazione della Genesi rendendo l’episodio ancora più fantasy di quanto già non sia. Ad esempio, la battaglia tra i giganti di pietra e la tribù, pur essendo molto scenografica e ben realizzata, mi ha portato a pensare che probabilmente una battaglia tra dei Transformer e qualche flotta di Galli sarebbe molto simile. La computer grafica, come si può immaginare, è stata molto usata. Confesso di non intendermene molto, ma posso dire che in alcuni punti, come nell’arrivo degli animali all’arca, mi è tornata in mente la grafica utilizzata nella serie di videogiochi di The Sims 3. Invece, i sogni o le allucinazioni di Noè, o i vigilanti di pietra sono resi in modo piuttosto realistico. Dal punto di vista interpretativo devo confessare che non riesco a togliermi dalla testa Emma Watson come Hermione di Harry Potter, sebbene essa abbia recitato, come sempre, egregiamente. Ciononostante ho fatto un paio di congetture basate sulla mia idea fissa riguardo all’identità

cinematografica dell’attrice: Eilah (Emma Watson) è in realtà Hermione Granger che ha conservato nei precedenti dieci anni un pezzo della pietra filosofale, e lo presta alla moglie di Noè, Naamah, dal momento che essa non invecchia mai in tutta la durata del film. I protagonisti passano anni a costruire un’arca e a navigare e rischiano più volte di morire. Se non sono i vigilanti di roccia a tentare di ucciderli all’inizio del film, sono una legione di disperati molto ben armati, un’inondazione, o Noè stesso che si convince che il volere di Dio sia lo sterminio del genere umano. Alla fine però –a dieci anni dall’inizio della trama- Naamah resta senza un filo di capello bianco in capo e senza alcuna ruga. Non c’è altra spiegazione logica alla sua eterna giovinezza se non l’utilizzo della pietra filosofale. Di miracoli ce ne sono stati già in abbondanza. Confesso di aver formulato alcune ipotesi molto simili a quella sopraccitata anche su Cam, interpretato da Logan Lerman, già protagonista della saga di Percy Jackson, per quanto meno impresso nella mia memoria rispetto alla Watson. Se però fosse stato effettivamente un semidio, figlio del signore dei mari, Poseidone, avrebbe potuto benissimo risolvere il problema “diluvio”. In conclusione posso dire di aver apprezzato l’interpretazione moderna di Aronofsky del testo, nonostante, e non perché siano presenti nel testo originale, alcuni aspetti della storia restino inesplicabili.


revolutionary road

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di Julia Cavana

iamo in America e sono gli anni '50. Quando April e Frank vanno a vivere nel pulito sobborgo Revolutionary Hill tutti credono siano speciali: sono giovani, carini, colti e sofisticati; lui ha un buon posto da impiegato e lei è una casalinga dai modi garbati, i due bambini adorabili completano il delizioso quadretto. E sarebbe tutto meravigliosamente giusto se, tra i dialoghi composti e serrati, i movimenti morbidi, gli sguardi caldi, le pettinature ordinate e i colori pastello, non si avvertisse l'imminente ingiallimento di una fotografia felice. Crescere, sposarsi, avere dei figli, andare a vivere in un posto piacevole, circondati da gente piacevole, questa sembra l'unica ambizione dell'americano medio della media borghesia. E se i vicini dovessero chiedere, è così semplice inscenare un sorriso e convincersi di credere alla favola della vita perfetta, tra fiocchetti rosa, torte e feste di compleanno. “Se uno vuole giocare alla casa deve trovarsi un lavoro, se uno vuole giocare alla casa molto carina, una delizia di casa, allora deve avere un lavoro che non gli piace.” Ad April e Frank scappare in Europa sembra la soluzione, sembra finalmente un tuffo nella verità, nei loro sogni e nelle loro ambizioni, con la certezza di essere davvero “speciali”, affinché la vita non passi loro semplicemente accanto, ma li prenda in pieno travolgendoli. Non ci vuole troppo tempo perché ci si accorga di quanto sia potente il risucchio conformista dell'America degli anni '50, di quanto poco spazio ci sia per sgranchire le ali. Ad un certo punto ci si rende conto di non essere poi così diversi e superiori agli altri, ma di essere tutti uguali,

tutti tragicamente coinvolti nello stesso gioco, tutti tormentati dallo stesso desiderio di essere felici. “La nostra intera esistenza qui è basata sulla grande premessa che noi siamo speciali e superiori a tutto il resto, ma non lo siamo, siamo tali e quali agli altri. Guardaci, abbiamo accettato la stessa ridicola illusione, l'idea che uno deve ritirarsi dalla vita e sistemarsi nel momento in cui ha dei figli...e ci stiamo punendo a vicenda per questo.” April rimane incinta, il sogno crolla, la nascita di una nuova vita evidentemente ne ostacola un'altra. E fuggire da se stessi è comunque impossibile. Dietro l'immobilità di entrambi pulsa una vita soppressa e sostituita con un prototipo facile di vita conformista, imposta da occhi conservatori ma anche dai propri, dietro l'immobilità

della loro vita perfetta si annida un dolore più profondo: la fine di un amore, l'incapacità di afferrarsi e comprendersi, l'insoddisfazione, il risentimento, la paura, il bisogno di uscire dal guscio. Lentamente ma inesorabilmente tutto si deteriora, marcisce e ingiallisce; deve arrivare un “folle” che mastica la verità più

di quanto lo facciano i “sani” per far scoppiare il palloncino pieno di tensioni represse. John Givings, figlio dei vicini di casa, ricoverato in psichiatria, rovescia addosso alla coppia la verità non più filtrata da altre lenti, gliela offre direttamente, senza chiedere il permesso; accende la luce su tutto quel buio e le ferite iniziano a sanguinare. Quando la maschera “famiglia felice” cade e dietro le immobili tendine di pizzo della casa di Revolutionary Road si inizia ad intravedere il disagio e il dolore covati così a lungo, ormai non c'è più nulla da salvare, e la tragica fine di April che muore dopo aver cercato di procurarsi un aborto, è una fine aspettata con rassegnazione, una fine prevista, incombente sin dalla scena iniziale del film. Sam Mendes ha creato qualcosa di molto simile a un capolavoro, utilizzando le contrapposizioni e rendendole il punto forte del film: con i colori pastello dall'azzurro al beige ha raccontato il grigiore, attraverso la staticità ha descritto la tempesta, con gli sguardi ha parlato di quello che le bocche non dicevano. Nient'altro si può dire sulle interpretazioni della Winslet e Di Caprio se non che risultano perfette, profonde, spontanee, approfondite, sicure, appassionate. Revolutionary Road non è solo la storia di com'era l'America conservatrice del dopoguerra e di una coppia che soccombe ad essa, Revolutionary Road è un grande interrogativo sulla felicità vera e quella immaginata, sui rapporti, sulla comunicazione, sulla comprensione, sulle verità omesse. Questo film è un invito a guardarsi allo specchio, per scoprire che forse anche noi siamo come April e Frank, vivi e immobili, solo che non ce ne accorgiamo.

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INGLORIOUS REVIEWERS

divergent

di Bianca Carnesale

D

ivergent (USA, 2014), diretto da Neil Burger, tratto dall’omonimo romanzo di Veronica Roth, prima parte di una trilogia fantascientifica, ha ricevuto più critiche che consensi, da parte sia della critica –che ne ha salvato solo la cupa ambientazione scenografica– sia del giovane pubblico, che pur ha riempito le sale. In un futuro apocalittico gli abitanti di Chicago, si sono divisi in base a differenze caratteriali in cinque fazioni: Abneganti (sono al governo, visto che in loro non prevalgono mai interessi personali su quelli della collettività), Intrepidi (coraggiosi, vestiti di nero, abitanti del sottosuolo, pronti ad ogni impresa), Candidi (onesti, incapaci di mentire), Eruditi (intellettuali, dediti alla sapienza, ma in realtà manipolatori, grazie alla loro superiore intelligenza e assetati di potere e conoscenza) e Pacifici (i cui valori sono l’amicizia e la concordia). Al compimento dei sedici anni, ogni ragazzo viene sottoposto ad un test, dal quale si desume a quale fazione è più adatto, ma i ragazzi possono poi scegliere il gruppo a cui sentono di appartenere. Pochi ragazzi risultano avere caratteristiche di più fazioni: sono i Divergenti, che, se scoperti, sono condannati a morte perché costituiscono un pericolo sociale. L’eroina Beatrice Prior, interpretata da Shailene Woodley, figlia di Abneganti, risulta Divergente, ma le viene evitata la morte grazie ad una falsificazione del risultato. Pur inserita negli Abneganti, Beatrice sceglierà di entrare negli Intrepidi e di chiamarsi Tris. Tra prove di iniziazione sotto la guida del misterioso Quattro, salti dal treno in corsa, tentativi di colpi di Stato da parte degli Eruditi contro gli Abneganti, rivelazioni sulla natura violenta del capo degli Abneganti Marcus, padre di Quattro (così chiamato dalle sue quattro paure), la trama si articola in un crescendo di cupa tensione che, però, ad ogni passo svela nuove contraddizioni. Pur avendo in linea teorica tutti gli elementi per affascinare (una società rigidamente costituita in cui la protagonista deve 16

L'Oblo' sul Cortile | Anno VIII, n° 5

trovare il proprio ruolo, abbandonando la sicurezza della famiglia, il difficile percorso di scelta e di crescita, l’incontro e l’innamoramento con un altro personaggio Divergente, il coinvolgimento in un’azione mirata a sconvolgere l’ordine costituito, la consapevolezza superiore della protagonista proprio perché Divergente, quindi più umana, rispetto agli altri), la storia è forse eccessivamente ricca di riferimenti e di continui colpi di scena, che la rendono più adatta ad una serie televisiva (Arrow, Tomorrow People), ma difficilmente trasponibile nel linguaggio cinematografico. Divergent è stato paragonato a Hunger Games e a Harry Potter, ma a ben guardare l’unico aspetto in comune è quello del pubblico al quale si rivolgono. Anche le opere che nascono come operazioni commerciali possono riuscire o fallire: dove Harry Potter portava per mano i suoi lettori fin da bambini in una lotta contro il male all’interno di una realtà parallela, dove Katniss di Hunger Games, in un futuro dalle esasperate contraddizioni sociali, lottava non solo per la propria sopravvivenza, ma per una migliore umanità, in Divergent Beatrice/Tris è coinvolta in troppe e poco lineari vicende, da lei osservate e subite, più

che vissute consapevolmente. Il personaggio di Tris affascina perché in un mondo rigido è l’unico veramente umano, con tutte le sue contraddizioni e debolezze: simile a noi, mostra come l’essere umano nella sua imperfezione sia comunque migliore di quanto non siano gli esseri umani modificati attraverso l’esaltazione assoluta di caratteristiche positive, che si rivelano poi inadeguate a creare una società migliore. Gli Intrepidi, che appaiono agli occhi di Tris e degli spettatori come la fazione migliore per lo spirito di libertà che li anima, finiscono col diventare burattini nelle mani degli Eruditi, perché in loro il coraggio non si accompagna alla consapevolezza delle paure. Solo i Divergenti mantengono la loro autonomia, consapevoli dei propri limiti e delle proprie fobie, unici umani, il cui tratto caratteristico è proprio questo: non essere univoci, essere contradditori, contenere in sé una ricchezza di scelte possibili, superando qualsiasi determinismo e costrizione. Essere umano è essere Divergente, quindi non lineare, non buono né cattivo, intrepido ma con paure nascoste, abnegante ed egoista, erudito e a volte saggio. Fortunatamente, restiamo umani e siamo tutti Divergenti.


il grande gatsby

S

di Francesca Petrella

i è fatto conoscere con “Romeo+Juliet” e ha incantato con “Moulin Rouge”. Ci ha sorpreso ancora una volta grazie alla trasposizione cinematografica del romanzo di Scott Fitzgerald. “Il grande Gatsby” è un film effervescente di Baz Luhrmann che mostra la passione che egli nutre per danze sfrenate, musica e giochi pirotecnici. Questa sua attenzione gli ha fatto guadagnare l’Oscar per i Migliori Costumi. Il film sembra conservare la forte componente visiva e visionaria per la quale Luhrmann è diventato famoso: visiva perché riesce a colpire lo spettatore grazie alle luci, colori e suoni, mentre è visionaria perché riesce a cogliere e a trasmettere quella visione che era il sogno americano. Siamo nell’America degli anni ’20, epoca di sregolatezze, dove imperano il jazz sfavillante e la Borsa di Wall Street. Da questo scenario dissoluto e ricco di eccessi emerge la figura enigmatica di Jay

Gatsby, interpretato dal superbo Leo Di Caprio, che di segreti ne ha troppi da celare. Per alcuni è contrabbandiere, per altri ricco di famiglia… nessuno sembra sapere la verità. Il film verte sulla sua vita, soprattutto sul sogno incorruttibile: Daisy Fay, vecchia fiamma. Accompagnato dal coprotagonista narratore Nick Carraway, un inedito Tobey Maguire, Luhrmann evidenzia come quest’America sregolata sia priva di affetti autentici, di comunicazione, come crolli il mito del protagonista. Soprattutto, si afferma con violenza la solitudine. Una solitudine terribile, resa evidente in una frase del romanzo, in occasione del funerale di Gatsby: “non venne nessuno”. Tre parole che segnano il destino di quest’uomo controverso, dotato di un’incredibile forza vitale che lo contraddistingue. Forse, per chi ha studiato latino,

ricorda un po’ il ritratto di Catilina di Sallustio: “Vastus animus immoderata, incredibilia, nimis alta semper cupiebat”, “Il suo animo insaziabile anelava alle cose smisurate, incredibili, troppo grandi”. Gatsby organizza feste sfarzose piene di gente, frequenta persone della migliore società, ma è un uomo profondamente solo. È in preda dei suoi sogni, irrealizzabili, convinto di poter replicare il passato. Il romanzo, in un certo senso anche il film, si conclude con questa frase: “Cosi continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato”.

Spider-Man 2

P

di Alice de Kormotzij

eter Parker torna nei panni dell’uomo ragno nel secondo capitolo del sequel. Ormai egli non è più il supereroe impacciato del primo capitolo, ma è pienamente consapevole dei suoi poteri e si trova perfettamente a suo agio a saettare tra i grattacieli di Manhattan. La sua vita però è molto movimentata: il suo potere comporta una grande responsabilità, risaltata dalla presenza di Gwen Stacy, figlia del tenente, il cui fantasma compare ovunque e al quale Peter ha promesso di sorvegliare la figlia. Tutto si complica con l’arrivo di Harry Osborne (Dane Dehaan), amico di vecchia data, che diventa il presidente della Oscorp. A nuove scoperte sugli esperimenti condotti da suo padre, la vicenda si intreccia con la comparsa di Electro (Jamie Foxx), manipolatore di elettricità e avversario per l’eroe. Marc Webb, dietro la macchina da presa anche in questo secondo capitolo, si

distacca dai precedenti film di Raimi. Punto centrale diventa a coppia Peter-Gwen (Andrew Garfield ed Emma Stone), analizzata in tutte le sue dinamiche che, ben orchestrate, fanno emergere la psicologia dei personaggi. Spider-Man appare come l’eroe tormentato senza però cadere nella banalità, mentre Gwen è un notevole protagonista femminile, una ragazza bella, intelligente e testarda, che non è disposta a sottomettersi a Peter. Non mancano i momenti d’azione: eccezionali grazie alla computer grafica sono le inquadrature soggettive di Spider-Man, che ondeggia tra i grattacieli di Manhattan; eccezionali a tal punto da diventare in alcuni momenti molto simili a un videogioco, cosa che toglie realismo alle inquadrature e fa perdere punti al film. Un altro punto debole rilevante

è il ruolo di secondo piano che i villain principali, in primis Electro, assumono nel film. Questa subordinazione dei cattivi è probabilmente dovuta ad un’analisi più approfondita del rapporto tra Peter e Gwen e del passato di Richard Parker, che però, a mio parere, non costituiscono affatto una giustificazione. Il film risulta dunque un connubio di romanticismo e azione che, nei suoi pur lunghi 160 minuti, regala emozioni e immerge in un’atmosfera veramente irripetibile, soprattutto se in 3D e magari, se ne avete l’occasione, in IMAX.

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musica

audio philes

“Mosh now or die/If I get sniped tonight you know why/ Cause I told you to fight” (Eminem, Mosh) Eminem Encore (Shady Records, 2004)

Sixto Rodriguez Cold Fact (A&M Records, 1970)

di Andrea Sarassi

di Edo Mazzi

I

l 16 novembre 2004 Marshall Bruce Mathers III elaborò un disco dall’esplicito linguaggio di denuncia politica, sociale e musicale. La copertina dell'album, che mostra il rapper mentre s'inchina davanti ad una platea, esprime la sua intenzione di voler abbandonare presto la carriera da musicista. Ciò è suggerito anche dal finale della title track, in cui Slim Shady ( letteralmente 'un uomo magro e losco, l'alterego musicale di M&M) uccide il pubblico con una pistola e poi si sucida. La quinta traccia,“Like Toy Soldiers”, è un'aperta denuncia della ventennale faida tra East e West Coast,: «This ain't what I'm in hip-hop for,/ it's not why I got in it /That was never my object for someone to get killed/Why would I wanna destroy something I help build?/ It wasn't my intentions, my intentions was good(...)». “Slim Shady esprime tutto il suo rammarico per come al giorno d'oggi ogni singola rima sia politicizzata fino a causare vendette e assassini in nome del hip hop, genere musicale che, paradossalmente, è stata la via di salvezza per molti uomini, nati in estrema povertà e destinati a un destino di illegalità o a una morte prematura. Subito dopo segue “Mosh”, traccia in cui M&M sfoga il suo malcontento per la mala politica dell'ex-presidente Bush: «No more blood for oil/we got our own battles/to fight on our own soil(...) assemble our own army /To disarm this Weapon of Mass Destruction/That we call our President». Em', riferendosi alla Guerra del Golfo, incita tutto il popolo americano a sollevarsi contro un presidente guerrafondaio dall’ «evil grin». Dalla denuncia politica Slim passa alla critica sociale con “Just Lose It”, in cui accusa pesantemente Michael Jackson di pedofilia, rappando ironicamente, però, che «That's not a stab at Michael/That's just a metaphor, I'm just psycho/ I go a little bit crazy sometimes/I get a little bit out of control with my rhymes». Il beat cambia e le rime diventano più sofferte e personali nella sedicesima traccia, “Mockingbird”. Parla della relazione di Eminem con sua figlia Hailie Jade, e delle difficoltà ad accudirla insieme all'ex-moglie Kim. Le parole all’inizio e il testo riassicurano ad Hailie che, malgrado le difficoltà di famiglia, "it will be all right" perché ci sarà sempre suo padre ad aiutarla e ad amarla: «And if you ask me too/ Daddy's gonna buy you a mockingbird / I'mma give you the world /I'mma buy a diamond ring for you /I'mma sing for you /I'll do anything for you to see you smile». 18

L'Oblo' sul Cortile | Anno VIII, n° 5

C

old Fact è il primo dei due soli album di Sixto Rodriguez, un cantautore statunitense di origini messicane. Del tutto sconosciuto in America, e in Occidente, ma conosciutissimo in Sudafrica; Le sue canzoni di denuncia sociale, scritte nel grigio ambiente della città industriale di Detroit, sono state, infatti, in Sudafrica, gli inni della popolazione nella lotta contro l’Apartheid. L’album inizia, e subito Rodriguez si rivolge, in “Sugar Man”, a uno spacciatore: «Sugar man you're the ansie/That makes my questions disappear». Arpeggi di chitarra e percussioni aprono le danze di “Crucify Your Mind”, e dolorosi risuonano i veWWrsi: «Soon you know I’ll leave you/And I’ll never look behind/ ‘Cos I was born for the purpose/That crucifies your mind». Le parole di “This Is Not A Song, It's an Outburst: Or, The Estabilishment Blues” sono piene di rabbia e denunciano il degrado di una città, Detroit, nelle mani della mafia, e abbandonata dalle autorità politiche; « Politicians using people, they've been abusing/The mafia's getting bigger, like pollution in the river». Nel disco la melodia, semplice e poco elaborata, passa in secondo piano, e lascia spazio ai testi delle canzoni. Sixto Rodriguez è un cantautore, e sono la sua voce e le sue parole le protagoniste –una voce che ricorda molto quella di un certo Bob Dylan-. Nel lato B emerge un bagliore di speranza con la spensieratezza di “I Wonder”, che sembra far dimenticare dolore, e problemi: «I wonder how many times you've had sex/And I wonder do you care who'll be next» Un’altra curiosa canzone è “Gomorrah (a Nursery Rhyme)”, che si apre con arpeggi al basso, e la voce di Sixto, che, nei ritornelli, si confonde con quella di un malinconico coro di puerili voci stonate. Il disco si chiude con “Jenny S. Piddy”, che mi fa pensare a “La Canzone del Sole” del nostro Battisti; al termine di questa è possibile udire Sixto pronunciare la frase: «Thanks for your time/And you can thank me for mine/And after that's said/Forget it». Per sapere di più sull’umile uomo che si cela dietro la figura di questo straordinario artista, vi consiglio la visione del film-documentario “Searching for Sugar Man” di Malik Bendjelloul; la singolare vita cantante, ma innanzitutto di un uomo, che con le sue parole ha saputo dar voce ai profondi disagi sociali dell’America degli anni 70 attraverso le sue parole, la sua musica, le sue canzoni.


dalla

poesia bucolica ai dissing

di Andrea Sarassi

N

el termine «Βουκολιασδομεζα», si racchiude una tradizione della Grecia arcaica fondamentale per la nascita e lo sviluppo di tutta la poesia successiva, ovvero “gareggiare in canti bucolici”. Prima che i Greci organizzassero la loro vita in grandi e popolose 'polis', la maggior parte della popolazione viveva nelle campagne, avendo come principale forma di sostentamento l'agricoltura. La vita di un pastore greco di allora era caratterizzata da tre costanti principali: il contatto con la natura, la vita dei campi e un grande isolamento. Infatti, uno o piccoli gruppi di pastori trascorrevano il più del loro tempo a prendersi cura dell'agricoltura o dell'allevamento, rimanendo molto isolati dagli altri uomini. Fu proprio questa condizione di solitudine che li spinse a raccontare, in rima, il loro ritmo di vita e le loro vicissitudini; i temi principali sono amori non corrisposti e la bellezza della natura. L'inventore di questo genere letterario è considerato Teocrito, il primo che vi si cimentò e vi diede una forma. Un esempio emblematico di questo genere di poesia è l'agone bucolico, tratto dal quinto idillio del poeta appena citato, nel quale due pastori, Comata e Lacone, intraprendono una sfida all'ultimo verso cantando in esametri le loro vicissitudini d'amore; lo scopo dei due contendenti è sminuire la concezione di bellezza dell'altro. Il testo tradotto dei versi 90-99: « Lac. Anche a me, il pastore, fa impazzire Cratida, dalle guance liscie quando mi viene incontro; splendente sul collo ondeggia la chioma Com. Ma la rosa selvatica e l'anemone non sono confrontabili con le rose che

crescono in aiuole al riparo dai muretti. Lac. Nè le mele montane con le ghiande:queste dal leccio ricevono la buccia fine, ma quelle sono dolci come il miele. Com. Alla ragazza presto donerò una colomba, tirandola giù dal ginepro; la si è posata. Lac. Ma io un morbido vello per vestito io voglio senz'altro donare a Cratida, quando toso quella pecora nera ».

Questo genere di poesia ebbe così successo nella letteratura antica che fu molto ben tramandato nei secoli successivi, al punto tale da influenzare la letteratura medievale europea. Celebre è la tenzone poetica tra Dante Alighieri e Forese Donati, cugino della moglie. È costituita da tre sonetti di Dante e tre di Forese, dei quali due sono i seguenti: Dante a Forese «Chi udisse tossir la mal fatata moglie di Bicci vocato Forese, potrebbe dir ch’ell’ha forse vernata ove si fa ’l cristallo ’n quel paese. Di mezzo agosto la truovi infreddata; or sappi che de’ far d’ogn’altro mese! E no·lle val perché dorma calzata, merzé del copertoio c’ha cortonese. La tosse, ’l freddo e l’altra mala voglia no·ll’adovien per omor’ ch’abbia vecchi, ma per difetto ch’ella sente al nido. Piange la madre, c’ha più d’una doglia, dicendo: «Lassa, che per fichi secchi messa l’avre’ in casa il conte Guido!».

se fu di Salamon o d’altro saggio. Allora mi segna’ verso ’l levante: e que’ mi disse: «Per amor di Dante, scio’mi»; ed i’ non potti veder come: tornai a dietro, e compie’ mi’ viaggio. Dante da'della donna di strada alla moglie, per questo motivo raffreddata, di Forese, che, in risposta, immagina di compiere un viaggio durante il quale vede il rivale morto, impiccato, in una fossa. Ovviamente, il tono è solamente scherzoso e volutamente provocatorio. La tradizione di queste tenzoni continua ancora nei giorni nostri con le piccole differenze che a misurarsi non sono più poeti bensì rapper e che ora queste sfide vengono chiamate 'dissing'. Particolarmente recente è quello avvenuto tra i rapper Fabri Fibra e Vacca, della quale tenzone riporto un parte qua sotto. Vacca a Fibra «Io in 11 minuti ho capito che sei ridicolo Che sei sei scemo, sei sei sei una groupie di Lucifero Sei un artista insensato, figurarsi come uomo Stai da 10 anni a Milano e non hai ancora visto il Duomo (vergogna) Tu sei il capo di nessuno, non sei un boss, non sei un vip». Fibra a Vacca «Tu non hai le rime, lo stile, hai testi flosci vali tanto quanto un giornaletto di gossip questa qui è la prova che non sei un vero artista in Italia, in Giamaica, sei solo un turista resti intrappolato in mezzo a questi due mondi in entrambi i casi stai a secco, non sfondi».

Forese a Dante L’altra notte mi venn’ una gran tosse, perch’i’ non avea che tener a dosso; ma incontanente dì [ed i’] fui mosso per gir a guadagnar ove che fosse. Udite la fortuna ove m’adusse: ch’i’ credetti trovar perle in un bosso e be’ fiorin’ coniati d’oro rosso, ed i’ trovai Alaghier tra le fosse legato a nodo ch’i’ non saccio ’l nome,

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Racconti

un nuovo giocatore continua dallo scorso numero...

di Silena Bertoncelli

A

vete presente quando l’atmosfera intorno a voi vi attanaglia? La sentite dentro, la filtrate attraverso la pelle? I loro sguardi sono come i due capi di una corda di violino, l’aria è tesa: una nota sbagliata e salta. «Siamo arrivati» e dà due pugni al furgone per far segno di salire a Rusty, che apre lo sportello e con un filo di voce «Devo proprio..?» «Rusty..» riesce ad avere quel tono fermo e greve ma dolce che non puoi non fare come dice. «È piena di sorprese questa Sally2, il reparto travestimenti me l’ero perso»: ha in mano un vestito da sera e un giubbotto dell’FBI. «Perché devi sempre rompere, Marcus?» «Ehi Rusty non fare il liceale, stavo solo..» «Ficcanasando dove non devi, come sempre. E non è una “NUOVA Sally”, nessun furgone potrebbe sostituirla dopo che tu me l’hai distrutta» ‘Fa’ qualcosa prima che la situazione degeneri!’ «Ragazzi, non ora: Marcus, credo tu ci debba delle spiegazioni.» «Certo! Sempre così: io mi ritrovo ammanettato in un furgone e sono io a doverti spiegazioni» «Perché eri alla mostra?» «Senti babe, vuoi davvero che risponda alla domanda ‘cosa fa un ladro d’arte ad un’asta coi controfiocchi’?» «Si, considerato che antiquariato e pezzi d’epoca non sono nel tuo campo d’interesse. Inoltre non c’era solo la Polizia a starti alle costole: alto, rasato, tatuaggio sul collo, ah, eh, sì: una 9 millimetri con silenziatore nel fodero sotto la giacca blu Yves Saint Laurent» «Non ti sfugge niente, allora in fondo non sei cambiata d’una virgola. Parliamone davanti a un gin tonic, inizio a soffocare qua dentro» Fa una lunga sorsata, poi: «Dopo il caso Woodstock ho installato un sistema d’allerta in caso qualcuno cercasse in rete informazioni su di me» «Vuoi dire il MIO sistema d’allerta» «Oh, beh, come preferisce, re dei nerd. Comunque funziona benissimo: sono risalito ad un server. Non cercava me: 20

L'Oblo' sul Cortile | Anno VIII, n° 5

stava indagando su di te» «E i russi in tutto questo cosa c’entrano?» «Mi hanno commissionato un lavoro in città: pensavo di fare un salto da quel ficcanaso, fare quattro chiacchiere» «E poi? Cazzotti e minacce? Davvero, Marcus? Di Dumont mi sono occupata io, i fascicoli sono al sicuro e lui non ha nulla in mano, dovresti conoscermi ormai» «Dumont? Quali fascicoli?» «Lucas Dumont, investigatore per la Limier Assicurazioni, moro, completo su misura e Testoni in cervo navy con cucitura norvegese » «Il capellone-occhi sognanti, terza colonna nordest? Non sapevo chi fosse fino a poco fa» Gelo nella stanza. Quando tutto acquista forma il castello di carte crolla. ‘In cosa ci stiamo imbarcando? Devo risolvere la cosa’: «Che nome hai, allora?» «Nessun nome, solo un indirizzo, nei pressi del porto a nord di Île Seguin» ‘Come poteva mancare il suo sandwich doppio formaggio ad un appostamento?’ «Certe abitudini non muoiono mai» «Siamo qui da ore, concedi zuccheri al mio cervello» «Oh, allora com’è che è così grande quel panino?» «Piuttosto,vogliamo stare qui tutto il giorno o entriamo a dare un’occhiata?» «Non prima di un sopralluogo, non entro al buio» «Beh, questa non è la te che mi ricordo, quella di Tijuana, 2002 se non erro» «2001. Rusty?» toccando con il dito il suo auricolare «Secondo i miei radar è pulito, no telecamere, dispositivi di allarme o movimenti all’interno» «Ok. E tu: stammi dietro e non fare cavolate» «Che lo spettacolo cominci» ‘Appunto.’

‘Qualcosa mi puzza, troppo facile forzare quel lucchetto’. Spalancata la pesante porta in lamiera si accende un sistema di lampade al neon, di cui una tremolante: i corpi si pietrificano guardandosi intorno. Le pareti traboccano di foto sue, recenti, copie dei fascicoli di Dumont, piantine, grafici e scritte che riguardano i suoi furti, i suoi agganci, la sua vita. «Ragazzi, cosa succede? Non vorrei interrompere nulla ma un pick-up rosso ha appena parcheggiato qui fuori..» Dal palazzo di fronte si ha una visione perfetta dell’ingresso e della porta, soprattutto con il suo binocolo: «Rusty, riscontro facciale: donna, sui trenta» «E che donna! Dammi quel coso» «Bionda, alta circa 1,70» ‘Non l’ho mai vista e non so cosa voglia’ «Wowo un momento, è arrivato un uomo, Rusty, l’entrata non è tua?» «Scusa se ho solo un paio di occhi per cinque monitor. Cerco subito il suo volto se si toglie dal palo» «Non ce n’è bisogno: è Milad Afanasyev, Izmajlovskaja» «Perché una delle più antiche organizzazioni criminali di Mosca ha un magazzino tappezzato della mia storia?» Lui è sgomento, attonito e pallido «Cercano te per punire me. Ho un debito di gioco con loro» «A quanti zeri?» i russi non scherzano mai. «Ehi ascolta: io ti ho messo in questo guaio, io ti ci tiro fuori». D’altronde da queste parti senza guai ci sia annoia.


Black out il racconto di un redattore ispirato al quadro “il bacio” di edvard munch (1892)

di Claudia Sangalli

M

i sveglio urlando. Provo ad aprire gli occhi, ma l’oscurità che avvolgeva i miei sogni avvolge anche la realtà. Questa notte la città ha perso la sua luce. L’unico bagliore che riesco a scorgere dalla finestra della mia camera è quello della luna. Era molto che non la notavo: solitamente la luce artificiale dei lampioni inghiotte tutto il suo splendore, rubandole la scena. Ora però è lei la protagonista. Mi ricorda tanto Iris: candida, pallida. E bianca: come il nostro rapporto. Due anime incatenate da un matrimonio combinato, combinato come il guaio di un bambino che ha rotto il vaso pregiato dei genitori, e non si può più aggiustare. Ci siamo conosciuti in fuga: per anni abbiamo condiviso gli stessi nascondigli, le stesse speranze di salvezza. Fuggivamo da ombre. Ombre silenziose e invisibili, di cui non potevamo liberarci perché penetravano nella mente, come un veleno. Io scappavo dalla figura di mia madre, la donna che mi ha dato la vita e voleva donarmi anche la morte; Iris voleva lavarsi gli occhi e il cuore dall’immagine di un fratello morto tra le sue braccia.

Siamo stati compagni in un viaggio difficile. Siamo entrati in simbiosi, e grazie a quello che ci sembrava amore, siamo usciti dal baratro. Lontani anni luce da qualunque luogo avessimo mai chiamato casa, ci siamo ricostruiti una vita lasciando alle spalle le paure del passato. Ora vivo in una casa spoglia. Non penso rimarrò molto da queste parti. Sono alla ricerca di qualcosa tra la folla del mondo. O di qualcuno, chissà. Ma per stasera mi godo la città buia, seduto su un letto, ancora avvolto da un sogno. Il vento che mi accarezza mi provoca brividi e ricordi. Iris era accanto a me, tempo fa. Comprava cianfrusaglie per colorare la nostra casa, o forse servivano a colorare il nostro rapporto. Il posto dove vivevamo era abbastanza grande da permetterci di ignorarci. Ognuno aveva le sue stanze, linee di confine da non oltrepassare per non rischiare una guerra sanguinosa. Le nostre anime erano molto vicine, ma non riuscivano a trovarsi. Vagavano in una nebbia di indifferenza soffocate dal nostro egoismo, senza sapere che poco più in là esisteva il sole, esisteva un abbraccio capace di trasmettere calore: un semplice contatto tra corpi, tessere di uno stesso mosaico che, se solo avessero voluto, avrebbero

combaciato perfettamente, dando vita a una forma d’arte meravigliosa. Ma non ne siamo stati capaci, e le nostre anime ormai sono disperse. Io sono disperso, da quando non sei con me. Pioveva, il giorno in cui te ne sei andata. Le gocce che picchiettavano sui vetri delle finestre tuonavano nel mio cuore come pugnalate. Se avessi guardato fuori avrei visto un ombrello giallo allontanarsi, come un sole che lasciava la mia terra. Mi avevi avvisato. Il nostro ultimo bacio ti aveva causato un crisi di nervi. “Troppo freddo”, avevi gridato. “Vuoi stare lontano dalla finestra perchè ti vergogni di me, perchè non vuoi che il mondo ci veda insieme. Ma cosa vuoi che veda, il mondo? Due persone incatenate dall’abitudine, senza sentimento, senza un briciolo di identità, abbandonata per strada man mano e portata via dal vento o calpestata dai passanti. Ora vorrei soltanto andarmene, ritrovare me stessa e ricominciare a vivere.” E così ha fatto. Non ho più pace, da quel giorno. Vago senza speranza, con l’immagine di lei stampata negli occhi. E’ una sorta di rischio professionale per le anime gemelle: una non vale molto, senza l’altra.

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Racconti

STORIE DI RORSCHACH #2 continua dallo scorso numero...

di Andrea Sarassi

U

n tepore alcoolico mi appesantisce gli occhi fissandoli sulla foto e, soprattutto, sulla donna. Chissà chi sarà mai stata; a giudicare dalla data potrebbe essere una parente di questo cupo barista che, muto, mi serve da bere oppure, persino, un suo vecchio amore. Pensare alla felicità altrui, sebbene antica, mi sveglia improvvisamente e inizio a sollevare gli occhi dalla cornice. Il lento ma progressivo sollevarsi del mio sguardo coincide con una brusca e progressiva presa di coscienza a al punto che, quando oramai il volto di Alberto è ben centrato nel mio campo visivo, ho riconquistato perfettamente la padronanza di me stesso. Ora gli occhi blu dell’uomo sono piantati nei miei e per un lungo ma singolo istante intravedo quella che potrebbe essere l’ultima onda del mare della sua anima. Devo sembrare particolarmente ubriaco perchè Alberto, sorridendo, distoglie lo sguardo e dice: « Ti vedo allegro, perfetto. Adesso possiamo parlare di affari. Rammenti il mio viaggio di due anni fa a Barcellona?» Annuisco.« Beh,» continuò «in quell’occasione mi accadde un’esperienza davvero singolare. Il mio datore di lavoro, mecenate teatrale, mi raccomandò di andare al teatro ‘De Libertad’ per assistere e recensire la performance di un’attricetta del luogo, una tale Carmen Esperanca....Insomma, assistei allo spettacolo e ne rimasi meravigliato! Quale pathos! Quale interpretazione!...». «Cosa c’entra tutto questo con me?» lo interruppi bruscamente, «Fammi finire, per favore» soggiunse TRUCEmente e 22

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poi continuò «Tutta questa storia ti riguarda per un semplice e strabiliante motivo. Per quanto possa sembrare assurdo e incredibile, ti giuro che quell’attricetta da due soldi è la sosia perfetta della tua donna! Carmen è del tutto uguale a Lumiè!». Nei pochi istanti che seguirono a questa frase l’alcool che avevo ingerito ribollì nelle vene e mi uscì dalla bocca sotto

forma di parole di ira «Ma come ti permetti?! Non osare prendermi in giro! Quella donna non può essere lei! Non può! Sai benissimo che Lumiè si è trasferita in qualche città francese a me sconosciuta ed è per questo motivo che ora mi trovo a Gràs». Alberto scosse la testa in segno di dissenso e immediatamente mi riprese « Questo è quello che sapevo e pensavo anche


io, ma, credimi, non è così. Credi forse che tirerei in ballo questa storia se non fossi del tutto sicuro di quello che ho visto? Sapevo non mi avresti creduto per questo ho portato una prova». «Quale prova?!» tuonai io; «Una foto: guarda e convinciti» disse e, immediatamente dopo, mi allungò la fotografia. Vi era ritratta una giovane donna inchinata su un grande palcoscenico in direzione del pubblico in atti di giubilo e festa. Nonostante la posa oscurasse un poco le sue fattezze, il volto e le sembianze della donna si distinguevano perfettamente e.... Lumiè! Quella donna o era Lumiè o l’esatta sua copia! Mentre ammiro sbalordito la foto in cerca di qualche differenza che possa confutare i fatti, Alberto finalmente mi espresse la proposta di lavoro per cui mi aveva incontrato: « Io non sono completamente certo che sia lei, ma sicuramente questa faccenda merita una conferma. Ho parlato col mio capo che, col falso pretesto di aver io trovato nell’attrice un grande talento e di voler, perciò, rivederla, mi ha concesso un altro viaggio a Barcellona. Ecco, io questo viaggio lo

dono a te. Avrai una settimana di tempo per incontrarla e scoprire se è davvero lei la donna che agogni tanto. Te la senti?». Avevo gli occhi ancora incollati sulla foto quando questa proposta mi scosse letteralmente dallo sgabello. In un attimo un miscuglio di brutte sensazioni e ricordi mi balenò in mente e si trasformò in una singola e ben precisa volizione, un desiderio che solo una parola poteva esprimere « Si». Si, si si si si! Avevo deciso! Forse per la prima volta nella mia strana e disperata

vita avevo deciso, e sapevo esattamente cosa fare! Dovevo andarmene, partire e lasciare tutto e tutti, solo per inseguire il sogno di una donna, della mia donna. Un sogno che così inaspettatamente aveva fatto capolino nel mondo reale e che mi avrebbe finalmente dato la svolta che aspettavo. Ognuno sa cosa lo rende felice, ognuno sa dove rifugiarsi nei momenti di crisi. Da quel giorno anche io lo scoprì e, da allora, io non fui mai più lo stesso.

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sport

ANOTHER DANCE IS IT THE LAST?

di Marco Recano e Filippo Lagomaggiore

G

ara-6, 18 Giugno 2013, American Airlines Arena, casa Miami Heat. San Antonio è avanti nella serie finale per 3-2 e nel punteggio per 95-92 a pochi secondi dalla sirena. La tripla della speranza di LeBron James va ad incocciare sul ferro prima e sulla tabella poi, rimbalzo per Bosh, palla della disperazione scaricata all’infinito Ray Allen che arretra nell’angolo, e tira in precario equilibrio: ciuf. 95 pari a 5.2 dalla fine. Il contraccolpo psicologico è troppo forte e gli Spurs perdono la partita all’overtime e il titolo NBA in gara 7. “The end of an era”, tuonano nei giorni successivi i principali giornali sportivi Usa. Tutti hanno pensato: “questa era l’ultima chiamata, ora il telefono dell’Nba riattacca e rivedranno i titoli solo nei dvd”. Ma non si può chiudere così, non si può continuare a sognare gara-6 tutte le notti: una rivincita è obbligatoria, bisogna provarci un’altra volta, questo è l’unico pensiero degli Spurs. La vera storia della franchigia del Texas inizia nel 1996 (sebbene gli annali dicano 1967), anno che coincide con l’avvento sulla panchina 24

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dei neroargento di Gregg Popovich (Ginobili) si sono allora guardati e che, scegliendo Timothy Duncan al chiesti: “why not?”: che sia il 2014 Draft del 1997, e non solo, cambia “the last dance”, una rivincita per sempre la storia della squadra. è obbligatoria, bisogna prpvarci Nel 1999, infatti, gli Spurs un’altra volta. E cosí la regular conquistano il primo anello della loro season 2013-14 dice 60 vittorie - 22 storia grazie alla coppia composta sconfitte, secondo miglior record dal caraibico e da David Robinson. di franchigia di sempre; vincitori Coach Pop prende poi con sè nel della Western Conference, record 2001 il francese Tony Parker e nel dell’intera lega e testa di serie 2002 l’argentino Emanuel Ginòbili, numero 1, per l’ennesima volta, ai due scelte che si rivelano visionarie: playoffs. Gli Spurs sono tornati e lo è grazie a loro (e a Tim Duncan) che dimostra il loro gioco: Parker se non è gli Spurs vincono il miglior playmaker i titoli del 2003, della lega, è il 2005 e 2007. Di lì in primo a parimerito Ma non si può poi, i “vecchietti” con chi volete. Di chiudere così, neroargento fianco a lui, Danny non si può vengono dati ad continuare a sognare Green continua a ogni inizio stagione gara-6 tutte le notti: tirare a ripetizione per finiti, e dall’arco: dalle una rivincita è durante ogni postFinals dell’anno obbligatoria, season riescono a scorso non ha più bisogna provarci far ricredere gli smesso. Con il un’altra volta, scettici; accade numero 3 gioca questo è questo fino al giugno Kawhi Leonard: l’unico pensiero 2013, al termine di braccia tentacolari, degli Spurs. quella che doveva capacità di marcare essere l’ultima indifferentemente stagione, sublimata dall’ultimo qualsiasi avversario e una grande titolo, la ciliegina sulla torta. Il motivazione: gioca a basket per destino, invece, era diverso. Il il padre, ucciso nel 2008, mentre 9 (Parker), il 21 (Duncan) e il 20 lavava la macchina da non-si-


sa-chi. L’ala grande è sempre, “infinitamente, meravigliosamente” Tim Duncan, giunto alla sua 17esima stagione Nba: 14 volte All-Star, leader di franchigia per punti, minuti giocati e rimbalzi catturati, è stato nominato da Sports Illustrated “Miglior giocatore della decade 2000-2010”. Lui può tutto e con la sua leadership continua a guidare i compagni: la palla in mano a “Timmy” equivale a “money in the bank”. Il centro è quel Tiago Splitter passato agli albori della cronaca sportiva più per un monster block ricevuto da LeBron James la scorsa stagione che per propri meriti: sul fatto che sia un buon giocatore non ci sono dubbi, che non sia al livello dei compagni di quintetto, pure. Il segreto dei neroargento, però, sta in panchina: sí, perché oltre a Pop (eletto coach dell’anno per la terza volta dopo il 2003 e il 2012), in panchina siedono sua maestà Manu Ginobili, guardia “di riserva” e “sesto uomo” del secolo, Boris Diaw, un francese con la passione per la buona tavola e con mani da principe del parquet, Patty Mills, “nano” di 1.83 che ha più punti nelle mani di ¾ dei playmaker titolari della lega, e Marco Belinelli, orgoglio italiano nell’Nba, vincitore del Three-Point Shootout all’All Star Saturday. Al

primo turno dei playoffs gli Spurs ora hanno trovato i Mavericks di Ellis e dell’infinito Wunder-Dirk Nowitzki: ogni serie però è complessa, sarà veramente dura, soprattutto se si pensa che “Timmy”, l’uomo della cui carriera si parlerà anche fra 200 anni, l’uomo che ha dato alla pallacanestro quanto i Beatles hanno dato alla musica inglese, ha 39 anni. Forse non arriveranno in finale, gli altro sono più giovani e prestanti, ma una rivincita è obbligatoria,

bisogna provarci un’altra volta. E poi, chi ha detto che questa debba essere per forza “The Last Dance”? Un ringraziamento speciale va alla pagina Facebook “La Giornata Tipo”, fonte di ispirazione per l’articolo.

Follow us on Twitter: @FLagomaggiore @Marcorek96

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vari e

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LA VOSTRA

BAKEKA

Se vuoi pubblicare un messaggio in bakeka, lascia un biglietto nella scatola dell’Oblo’... la trovi in ingresso presso il banco della signora Elena.

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ostriche senza perla

Quanto spesso quei signori che vogliono parire dotti e ineccepibili ai vostri occhi si tradiscono nel modo più brutale ed esilarante? Inviaci a nche tu le peggiori frasi dei TUOI prof... SUL FUTURO DEGLI STUDENTI Prof: Quindi voi avete scelto medicina eh? X, Y, Z: sì! Prof: Prima bisogna vedere se medicina ha scelto voi! A MAGGIO SUL LIBRETTO DEI RITARDI INIZIA A COMPARIRE “Non è suonata la sveglia” “Dormivo” “Stavo facendo un sogno bellissimo: era domenica” DURANTE LA LEZIONE DI STORIA Prof: Gli Aztechi non conoscevano la ruota...al che uno si domanda se non fossero scemi... DURANTE LA LEZIONE DI ARTE Prof: Gli artisti più importanti di questo periodo sono Raffaello, Michelangelo e Leonardo...come le tartarughe ninja! COME CATTURARE L’ATTEZIONE DELLA CLASSE...O FORSE NO Prof, parlando di Ludovico Gonzoga che se la spassava con le donne: Ma neanche quando parlo di sesso state più attenti?!? NON C’E’ PIU’ TEMPO Prof: X quando pensi di farti interrogare, il 9 di Giugno??? X: Prof siamo al 9 di Maggio, c’è ancora un mese! Prof: E allora perchè non andiamo tutti quanti allo zoo comunale? PROBLEMI DI ALLERGIA Prof (che continua a soffiarsi il naso): Ragazzi non sono cocainomane. PROF CHE NON CE LA FANNO PIU’ Prof (a X beccato col cellulare): metti via il cellulare! Y: E certo, ad alcuni lo ritira e ad altri no.... Prof: Ti ritiri tu tarataratà! FISCHI PER FIASCHI Prof a X:Ti risento la prossima volta, ma vedi di cambiare atteggiamento! Y: Prof non la viva male, è solo un po’ iraconda... Prof: Eh certo, un’anaconda!! IRONIA DEL PROF X (interrogato in greco): E questo verbo significa “parlare”... Prof: AHAHAHAHA no. VERSIONE IN CLASSE Prof: Questa versione si intitola “il citaredo”, che era colui che suonava la cetra. X:Prof mi scusi chi era il citaredo? Prof: Colui che suonava la cetra. Y: Prof chi era il citaredo? Prof: Colui che suonava la cetra Z (leggendo “o cutaredos”): Prof mi scusi ma Ocutaredos era una persona? 28

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tweet anatomy Verba volant, screenshot manent...

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preside

pasqua è passata da un pezzo ma la succulenta foto che è arrivata in redazione dal paese delle uova di cioccolato non potevamo non pubblicarla! pare che il preside si sia rifugiato quaggiù durante le sue vacanze...

vari e


i ch g io Il cadavere di una donna è ancora riverso sul marciapiede. Ci sono quattro uomini indiziati per l’omicidio. Alle prime domande della polizia rispondono ANTONIO: Ho visto Carlo e Dario sul luogo del delitto, quindi uno di loro è l’assassino. DARIO: è stato Bernardo. L’ho visto mentre fuggiva. CARLO: è stato Dario. L’ho visto sparare. BERNARDO: Non sono stato io.

Se solo l’assassino ha mentito, chi è il colpevole? Aprile - Maggio 2014 | L'Oblo' sul Cortile

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come ogni anno, in occasione del festival del giornalismo, si è tenuto a perugia il convegno italiano di stampa studentesca. come ogni anno la redazione dell’oblò ha partecipato con alcuni suoi membri per presentare il giornalino al di fuori delle mura scolastiche e confrontare il proprio lavoro con quello di altre redazioni studentesche di tutta italia. come ogni anno è stata un’occasione per imparare molto e conoscere persone nuove.

QUINTO NUMERO, Aprile/Maggio, a.s. 2014/2015  
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