Page 1

ANNO XIX NUMERO 4 ● aprile 2013 (157)- Inserto speciale p. I

Anton i os eCritcoc oAnne t n e li o 1 2C0i° cd i m V .i A mtm In on c eolnl a e m a ocrut er ,a adciuVr .a Adm ra i irati

DUE LETTERE DI ANTONIO CICCONE ALL’ABATE RAFFAELLO LAMBRUSCHINI i tratta di due scritti inviati nel luglio del 1856 da Torino dove Ciccone viveva in esilio per la condanna subìta dopo i fatti del ’48 a Napoli. Il destinatario è l’Abate Raffaello Lambruschini, illustre pedagogista e, come Ciccone, fervido liberale, assertore della soppressione del potere temporale della Chiesa e d’una religione fatta d’interiorità nell’osservanza attiva del Vangelo. Il Lambruschini era nato a Genova nel 1788, ma all’epoca viveva a Figline Valdarno in Toscana, regione nella quale anche Ciccone aveva dimorato alcun tempo, per studiarvi la fisiologia del baco da seta, tanto che nel 1854, tornato a Torino, vi aveva pubblicato il Trattato teorico-pratico Della coltivazione del gelso e del governo del filugello, senza però mai perder contatto con illustri scienziati toscani che gravitavano intorno a diverse Società scientifiche, prima fra le quali la Regia Accademia Economico-Agraria dei Georgofili di Firenze. Oltre che numerose opere di pedagogia, infatti, il Lambruschini pubblicava anche studi di scienze naturali, interessandosi anch’egli al baco da seta. Negli Atti dell’Accademia dei Georgofili, ad esempio, si leggono un suo Rapporto intorno agli studj del signor Guerin-Meneville sui Bachi da seta affetti da Calcino; e un suo saggio Sulla malattia della foglia del gelso, detta “fersa”, “seccume”, o “marino”; mentre del 1852 è il volume di ben trecento pagine, autorevole e più volte ristampato, “Intorno al modo di custodire i bachi da seta - Istruzione composta da R. Lambruschini, nel qual “libricciuolo” - così lo definiva con modestia l’Autore - si dedicava specialmente «alla maniera di fare il seme; che oggi più che mai è cosa molto gelosa, e materia per la Toscana di profittevole traffico», onde si congratulava con se stesso «di aver potuto arrecare ai possidenti e ai contadini nostri un qualche giovamento...». In Italia, infatti, la bachicoltura era alla base dell’industria manifatturiera della seta, settore produttivo importantissimo sotto il profilo occupazionale, economico, ma soprattutto commerciale in quanto mirava a contrastar le massicce importazioni di seta dalla Cina, i cui costi incidevano pesantemente sui prezzi dei manufatti. Per tal motivo, anche il Ciccone s’era dato ad indagar sulle cause della morbilità diffusa fra i bachi da seta, e a rinvenir i relativi rimedi; indagine che riguardava l’entomologia, ovver la scienza degl’insetti, ch’egli aggrediva con particolar propensione avendo alle spalle un’eccellente professione medica, esercitata sia a livello ospedaliero che dalla cattedra universitaria a Napoli prima del ’48. In effetti, siffatti studi del Ciccone preludevano a quelli di natura prettamente economica e sociale, che, tornato a Napoli dopo il ’60, lo avrebbero visto Professore di Economia Politica nell’Università partenopea. Dalla lettura attenta delle due lettere, del Ciccone, fondate sulle cause della morbilità del baco da seta e sull’accoppiamento e sull’attività riproduttiva della farfalle, s’evince un corollario che sarebbe stato costante nella sua filosofia socio-economica: non c’è benessere sociale senza lavoro, né c’è lavoro produttivo di benessere senza la ricerca scientifica; la quale, a sua volta, è possibile solo grazie all’istruzione, quindi alla scuola che l’impartisce. Per questo, una politica pensosa del comun benessere, deve rivolger attenzione privilegiata prima di tutto alla scuola. Significativa, d’altronde, la lettera di risposta del Lambruschini, che qui similmente pubblichiamo, nella quale, pur nella dialettica dell’assunto, egli definisce il Ciccone «accurato osservatore e assennato interprete della natura», al quale tocca di «porgere all’arte la fiaccola della scienza» grazie alle sue «esperienze [che] sono diligentissime, quali ella sa farle: e vorrei che da tutti e sempre si procedesse così»; tanto più che «quando un’industria è alle mani di molti e di persone meno istruite, ed anco occupate in altri lavori; quello che più monta, è di trovare pratiche facili e che abbiano in sé medesime la ragione di una buona riuscita sostanziale». ■

I. 1 «Pregiatissimo Signore. Io serberò eterna la memoria della mia breve dimora in Toscana per la grata accoglienza che vi trovai; e lа conoscenza personale di alcuni uomini chiarissimi ha fatto, che a' sentimenti di stima e di venerazione che io avea pe' loro nomi, aggiungessi i sentimenti di affetto e di amicizia per le loro persone. Uscito di Toscana, avrei desiderato cogliere un'opportuna occasione per mostrare la riconoscenza del mio animo, e sperava trovarla in alcune ricerche sulle malattie de bachi e delle farfalle, che le avrei indirizzate come un omaggio a lei e a' suoi chiarissimi colleghi. Ma fino a questo momento non mi è riuscito trovare altro che la vera natura di quella malattia che il sig. Targioni chjama codette, e il risultamento di queste ricerche le indirizzo in questa mia: e dove ella stimi che il meritino, ne può fare una comunicazione all'Accademia.

ANTONIO CICCONE nel ritratto appositamente realizzato dal Prof. Eusebi del Liceo Scientifico di Morlupo (RM) in occasione del Centenario della morte celebrato a Saviano nei giorni 2-3-4 maggio 1993. Il disegno illustrò la prima di copertina del fascicolo Antonio Ciccone “Dall’ombra di cento anni”, che nella ricorrenza fu pubblicato dalla Scuola Media “Antonio Ciccone” di Saviano. ■ Ho raccolto alcune osservazioni sulle malattie che rendono i bachi maturi o assolutamente inetti a fare un bozzolo, o incapaci di farlo buono: ma non le ho ancora meditate, né confido di cavarne un costrutto per farne il soggetto di un'altra lettera o comunicazione. Da qualche giorno ho cominciato gli studii sulla nuova malattia delle farfalle, e spero di raccogliere un numero sufficiente di fatti ed osservazioni per farne l'argomento di un'altra nota. Ho pure ripigliato le sperienze sulla durata dell'accoppiamento per risolvere la questione, se meglio conferisca il limitarla a un certo numero di ore, ovvero di lasciarla alla discrezione dell'istinto naturale delle farfalle. Qualunque di questi soggetti di studio mi riesca soddisfacente, lo sottoporrò prima al di lei giudizio, e poi, se Ella lo stima, a quello dell'Accademia. Mi perdoni intanto la libertà che mi ho presa; stia sano, e mi creda Suo devotissimo Antonio Ciccone». I. 2 «Ella, nella sua preziosa Istruzione sul modo di custodire i bachi da seta, dice che «il Targioni chiama codette que' bachi che hanno al sedere una vescichetta trasparente e come gelatinosa; e pende e credere che sia la materia della seta, la quale per disposizione morbosa dell'animale sia uscita de' serbatoj e vada via per l'ano». A me non pareva punto accettabile la congettura del Targioni, ed aspettava la opportunità d'imbattermi in qualcuno di questi bachi così male affetti per indagare la natura di quella vescichetta e la cagion vera della malattia. l ne ho in quest'anno osservati tre casi: il primo baco l'ho ucciso e sparato, per veder la malattia nelle sue viscere; il secondo

l'ho abbandonato a sé medesimo per osservarne il corso e la terminazione naturale; al terzo ho tentato di applicare un metodo curativo, che perevami dettato dalla vera nozione del male, per vedere, se riuscisse a felice risultamento. Quella vescichetta non è altro che il prolasso del retto, cagionato da costipazione ventrale. Quando aprii il primo baco così malato, trovai il largo e lungo suo stomaco meno sopraccaricato di rosumi di foglia, e in qualche punto una specie di liquido gelatinoso: ma all'uscir dello stomaco, prima di entrar nel retto, trovai un nodo formato da cinque o sei cacherelli riuniti ed agglomerati insieme, che pel loro volume non poteano esser cacciati via pell'ano, e chiudeano la via all'uscita degli altri escrementi. Gli organi della seta erano in pieno svolgimento e perfettamente intatti. Ritirata su la membrana dell'intestino, rientrava la vescichetta e ne spariva ogni traccia. Ella può vedere da ciò, che non era mestieri di molto acume d'ingegno per qualificare la codetta come un prolasso del retto, provocato da costipazione ventrale per quel nodo di cacherelli che ostruiva l'intestino del baco: e se quella vescichetta conteneva un liquido giallognolo, non poteva essere altrimenti per la particolare organizzazione del baco, che in luogo di una vera circolazione ha una specie di ondeggiamento del sangue, che trovasi chiuso nell'ampia cavità del suo corpo, e tranne il canal dorsale, non ha vasi particolari: e però in quella vescichetta non è la materia della seta, ma bensì il sangue del baco che vi si accoglie e la distende, e le dà quel colore giallognolo. Poste queste cose, non è difficile intendere, come si generi questo male: perocché il baco, sentendo il bisogno di sbarazzarsi delle materie raccolte nel retto, fa tutti i suoi sforzi maggiori per cacciarle via; ma l'effetto de’ suoi sforzi, non potendo spiegarsi su quel nodo voluminoso di cacherelli, si spiega su quel tratto d'intestino che trovasi fra quel nodo e l'ano; onde accade che la parte estrema del retto si rovescia ed esce fuora. Insomma, così per la forma come pel modo di generarsi, ci ha la più grande analogia tra questa malattia e il prolasso del retto che non raramente, massime ne’ bambini, s'incontra nella specie umana. Comunque avessi preveduto qual sarebbe stata la fine del baco lasciato a sé medesimo, pure ho voluto vedere nel fatto, se le forze sole della natura valessero a liberarlo dal male e ricondurlo alla salute. L'ho collocato in uno scatolino a parte, e gli ho somministrato foglia sempre fresca; ma il baco ne' primi giorni vagava di qua e di là senza toccarla, poi si raccorciava e rattrappiva, dimagrava sensibilmente, e infine moriva. Le foglie rimanevano sempre intatte, e nello scatolino non, trovavo escrementi di sorta alcuna. Morto che fu, lo aprii, e la sezione mi svelò le medesime cose che avea scoperto nel primo baco, la vescichetta costituita dal retto rovesciato e disteso dal sangue, e il nodo de’ cacherelli che chiudeva la via dell'intestino fra lo stomaco e il retto. Scoperta la natura del male, trovate insufficienti a curarlo le semplici forze della natura, mi restava a tentare sul terzo baco qualche spediente che valesse a guarirlo. Palpando il baco sugli ultimi anelli del suo corpo, io sentiva la resistenza opposta da quel nodo di cacherellli che è la cagion prima della malattia: e facendo colle dita sul suo corpo una pressione continua, e scorrendo dall'anello precedente al nodo, giù verso dell'ano, mi riuscì di mandar fuori quel nodo. Intanto, anche dopo la espulsione de’ cacherelli rimaneva il prolasso del retto, e i primi tentativi per rimetterlo al suo posto mi riuscirono infruttuosi. Allora ricorsi all'azion del freddo che ajutasse l'opera delle dita, e ripetei il tentativo della riduzione sulla estremità del baco immerso nell'acqua fresca: l'intestino rientrò in un momento. Ma poco appresso si rinnovò il prolasso, né mi detti la [… pena?] di nuovamente ridurlo: e il baco, vissuto stentatamente alcuni giorni, finì come l’altro che avea lasciata a [sé] stesso. Ella saviamente osserva nel suo libro, che questi bachi son sempre in piccol numero, e non meritano che se ne faccia alcun conto. E veramente io non so qual frutto possa cavare un bacajo dall'aver conosciuto la vera natura di questa malattia, poiché, quand'anco si pervenisse a guarirli tutti, è così lieve la perdita che può derivare da questa malattia, che io non credo si trovi un solo bacajo che volesse pigliarsi la pena di curarti. Qual dunque sarà la [novità?] di questa notizia che le mando? una sola, quella aver sostituito una verità ad un errore. Torino, Luglio 1856».


ANNO XIX NUMERO 4 ● aprile 2013 (157)- Inserto speciale p. II

Antonio Ciccone nel 120° della morte, a cura di V. Ammirati II «Pregiatissimo Signore. Quando io le inviava una nota sulle codette che ho mostrato essere un prolasso dei retto, le scrivea pure che mi stava occupando di un lavoro sulle malattie che sogliono attaccare il baco maturo, che o non fa bozzolo o lo fa cattivo: ma, studiando le osservazioni raccolte, non mi son parse degne di presentarsi innanzi a lei, e però l'ho messe da canto. Le osservazioni che ho fatte sulla nuova malattia delle farfalle, se l'amor proprio non mi fa velo allo intelletto, le ho stimate meritevoli di qualche considerazione, e le ho indirizzate al Signor Marchese Ridolfi, quasi come un comento al rapporto che mi commise, quand’ero costì, su’ nuovi studj del Gera intorno a quella malattia. Un altro argomento che mi sono ingegnato di chiarire in quest'anno, è stato quello della durata dell’accoppiamento delle farfalle per averne uova di maggior quantità e di miglior qualità. E questo lavoro non posso indirizzare ad altri che a lei; perché, le sperienze che ho fatto, avendomi condotto ad un avviso differente da quello che Ella raccomanda nel suo pregevolissimo libro su’ bachi, avrò in lei un giudice severo, come giа seguace dell’avviso contrario, ma giusto, come spassionato e ardentissimo cercatore del vero. La questione è stata sempre di una grande importanza, perché è stato sempre uno dei più gravi interessi del bacajo quello di ottenere dalle farfalle la maggior quantità che potesse di seme migliore: ma oggi è diventata questione importantissima per la nuova malattia delle farfalle, che minaccia la distruzione della industria serica, perché ne avvelena la prima sorgente nelle uova del baco. Quindi è debito di ogni amatore di questa preziosissima industria, di cercar tutti i modi e tutte le vie per assicurare un buon seme, senza del quale non è da sperare un profittevole allevamento: e questo debito ho creduto io di adempiere, quando ho tentato di risolvere la proposta questione. Imperocché v’ha due metodi da seguire nel regolare l’accoppiamento delle farfalle: l’uno che chiamerò naturale, quello da lei patrocinato, permette alle farfalle di rimanere accoppiate tutto il tempo che vogliono; l’altro che dirò artifiziale, difeso da me, prescrive che le farfalle si spaino almeno dopo otto, al più dopo dodici ore di accoppiamento. Ma quando uno s’affibbia la giornea e scende in campo a contrastare con un avversario gagliardo come lei, dee prima; far bene i suoi conti, e provvedersi di buoni fatti e armarsi di salde ragioni: ed io ho fatto i miei conti, ho passato a rassegna i fatti e le ragioni, e mi son creduto ben fornito di armi; resta solo che sappia adoperarle. Una delle ragioni più comunemente messe innanzi per difendere il metodo naturale, è che in tutte le cose puramente naturali la natura sa operare assai meglio dell'uomo; e quando l'uomo ci mette le sue mani, anzi che perfezioni, ne turba e guasta l’opera. Ora non c’è cosa più naturale dell’accoppiamento degli animali; e niuno meglio della natura sa quanto debba durare perché sortisca il migliore effetto per la generazione: e se l’arte vi si mescola, non può fare altro che turbare la semplice e spontanea operazione della natura; ond’Ella scrivea “L’opera della natura sarà così condotta secondo le leggi che Iddio le ha prescritto”. Questo argomento, a mio avviso, è più specioso che sodo: imperocché, quando lo scopo che si propone l’uomo è un po’ diverso da quello della natura, l’arte dee servirsi de’ mezzi della natura, perché l’operazione naturale finisca anzi nello scopo dell’uomo che in quello della natura. La natura negligentissima dell’individuo, si mostra provvidentissima per la conservazione della specie: quindi negl’insetti, ne’ pesci, e in tutte le specie animali esposte ad una troppo facile distruzione non si trova alcun provvedimento per la conservazione di ciascun uovo e di ciascun individuo che ne nasce, ma il gran provvedimento per la conservazione della specie sta nell’immenso numero di uova che fa nascere nel loro seno. Lo scopo dell’uomo differisce da quello della natura in ciò che egli vuole, la conservazione e il miglioramento della specie, e cerca la conservazione del massimo numero possibile degl’individui sino a quel periodo della loro vita che li rende atti agli usi cui li destina. Che di migliaia di farfalle poche soltanto giungano a far le uova, poco monta per lo scopo della natura, perché bastan quelle poche ad assicurare la conservazione della specie: ma l’uomo, che vuole un certo numero di uova da un certo numero di farfalle, non si può contentare se ogni farfalla non gli dà il massimo numero delle uova che ha in corpo. Se adunque l’arte, quasi dominando e governando la natura, può fare in guisa che dallo stesso

numero di farfalle si ottengano più uova che non se ne avrebbero, lasciandole al loro istinto naturale, rende all’uomo un servigio economico. Mettiamo dunque da parte quest’argomento, che non ha nessun valore; cerchiamo di vedere, se col metodo artifiziale l’uomo abbia saputo governar la natura e farla servire al suo scopo e meriti quindi di esser preferito; ovvero se, contrariando la natura, ne turbi e guasti le operazioni, e pervenga ad uno scopo contrario a quello che si è prefisso, e però gli convenga ritornare al metodo naturale. Vediamo dapprima quello che accade nell’accoppiamento delle farfalle. Quando il farfallino si è congiunto alla farfalla, ed ha formato il congiungimento coll’ajuto di que’ due cornetti uncinati che insinua fra le ineguaglianze dell’ultimo anello della farfaIla stessa, comincia un batter d’ali, spesso ripetuto, con intervalli dapprima brevissimi, poi più lunghi, sino a che stanco giace in tranquillo riposo: indi ripiglia, poi torna al riposo: dopo alcune ore il farfallino resta quasi immobile nell'accoppiamento. Di quelle scosse del farfallino Malpighi ne contò fino e 130, e si presume che sieno il segno esteriore dell’atto con cui il farfallino schizza il liquor seminale nella vescichetta copulatrice

Aula consiliare del Comune di Saviano. Celebrazioni del primo Centenario della morte di Antonio Ciccone, 2-3-4 maggio 1993. Da sinistra nella foto V. Ammirati, Prof. Gilberto Marselli della facoltà di Scienze Agrarie dell’Università di Napoli (Portici), il Preside della Scuola Media di Saviano Prof. Francesco Sepe, e il sindaco di Saviano Dott. Antonio Ciccone. ■ della farfalla: la quale opinione non si può dimostrare, ma è molto probabile che sia vera. Se dunque il farfallino nelle prime sei od otto ore ha giа esausta la sua foga e versato la maggior parte del liquor fecondante in seno alla farfalla, tutto il tempo che rimane ancora in accoppiamento è un ozio beato pel farfallino, ma è un tempo perduto pel bacajo. E veramente molle coppie si spajano dopo alquante ore di congiungimento: e se i farfallini spesso continuano a frullar colle ale e soffregarsi presso ogni farfalla che incontrano, la farfalla ai contrario, soddisfatta dell'avvenuto accoppiamento, obbedisce all’altro istinto che diviene allora prepotente, e si dispone tranquillamente a deporre le uova. E invano il farfallino le gira intorno, l’eccita col frullar delle ale, la invita e la carezza co’ zampini, e la sollecita: ella si mostra dura e insensibile, e attende tranquillamente all’ultima opera che le rimane a fare, prima che muoja. Dunque in molti casi basta naturalmente alla farfalla un certo numero di ore per un efficace accoppiаmento. Ma io non mi son contentato di queste osservazioni che possono trarre facilmente in inganno, soprattutto quando si ha già nell’animo una idea preconcetta: e però ho cercato una prova diretta del fatto nelle viscere stesse della farfalla. La quale in tutto il tempo che dura l’accoppiamento riceve e serba nella vescichetta, che perciò han chiamato copulatrice, quella quantità di liquor seminale che vi schizza il farfallino. Quindi ho sparato farfalle vergini, per vedere lo stato di quella vescichetta che è appena visibile, essendo le sue membrane sottilissime e trasparenti: poscia ho aperto farfalle dopo otto ore di congiungimento, e ho trovato quella vescichetta gonfia, distesa e fatta opaca, in guisa che era la prima a mostrarsi quando apriva il ventre alla farfalla. E per conferma maggiore ne ho esaminato il contenuto al microscopio, e v’ho scorto un numero infinito di spermatozoi. Dunque quelle poche ore di accoppiamento sono state sufficienti, perché il farfallino avesse schizzato nella vescicbetta copolatrice la maggior quantità di liquor seminale che è capace di contenere, e che naturalmente dee bastare alla fecondazione di tutte le uova che saranno deposte. Se pertanto era questa nel mio animo una idea pre-

concetta, non c’era entrata a caso, ma vi era penetrata dopo alcune sperienze che tentai nel 1853, quando presi a ricercare il tempo necessario, perché l’accoppiamento riesca fecondo pel maggior numero delle uova che depone la farfalla. Allora io scelsi 60 coppie, e le divisi in 6 partite, di 10 ciascuna: alla prima partita accordai due ore di accoppiamento, alla seconda quattro, alla terza sei, alla quarta otto, alla quinta dieci, alla sesta dodici. Scoppiate che furono, posai le farfalle di ciascuna partita sopra carte distinte; e deposte le uova, attesi che il mutamento di colore m’indicasse le fecondate e le vane. E il risultamento di questa sperienza si fu, che le farfalle dopo due sole ore di accoppiamento mi lasciavano quasi la metà di uova non fecondate; dopo quattr’ore le uova infeconde non erano in gran numero, ma certo erano più numerose del giusto; dopo sei ore il numero delle uova infeconde non era sensibilmente maggiore, che non fosse dopo 8, 10 e 12 ore di accoppiamento. Allora io conchiudeva, che il Dandolo si era contentato della minima durata dell’accoppiamento efficace, quando prescrivea di spajar le farfalle dopo sei ore; e soltanto per maggior cautela, nel mio libro sulla coltivazione del gelso e sul governo del filugello, io consigliava di estendere almeno ad otto ore, al più dodici, la durata dell’accoppiamento. Ma, posto anco che sei ore bastino perché la vescichetta copulatrice riceva tanto liquor seminale che riesca sufficiente alla fecondazione di tutte le uova della farfalla, qual pregiudizio ne tornerebbe al bacajo, se lasciasse le farfalle accoppiate per tutto il tempo che vogliono? Se per cautela si concedono da due a sei ore di più, non sarebbe ancora una maggior cautela lasciarle indefinitamente accoppiate? il pregiudizio c’è, e non è lieve. Le farfalle hanno i lor giorni contati e son brevissimi: piene di vita e vigore allo sbucare del bozzolo, si serbano vispe e ardite per qualche giorno, ma poi s’indeboliscono a poco a poco, s’accasciano, e in fine muojono. L'accoppiamento e la deposizione delle uova debbono aver luogo ne’ primi giorni di vita piena e vigorosa e se la farfalla consuma nell’accoppiamento un tempo più lungo del giusto, facilmente può venir sorpresa dalla debolezza e dallo scadimento delle forze, quando è venuta l’ora della deposizione delle uova; e in questo caso s’arresta nella sua opera, e muore con un maggiore o minor numero d’uova in corpo. La farfalla è dominata da due istinti, l'accoppiamento e la deposizione delle uova: nel farfallino c’è soltanto il primo, ed è soprammodo prepotente. Quindi accade che lo spajarsi delle coppie vien quasi sempre dalla farfalla: la quale, allorché è soddisfatta nel primo istinto, dee cedere al secondo, e però fa sforzi per separarsi dal farfallino e dar poi opera alla deposizione delle uova. Quasi sempre vi riesce: ma in certi casi, o per debolezza della farfalla , o per troppo vigore del farfallino, o per tutt’e due queste ragioni , invano la farfalla inarca e contorce gli ultimi anelli del suo corpo, ché il farfallino vi si tien fermamente aggrappato per mezzo di que’ due cornetti adunchi, che sono fra’ suoi organi accessori dell’accoppiamento. lo ne ho osservato alcuni casi tra le farfalle lasciate in piena libertà di accoppiamento, ed ho visto che dopo essersi inutilmente sforzate per qualche tempo, son rimaste tranquillamente congiunte. E i bacai, che seguono il costume di spajar le farfalle dopo un certo tempo, sanno bene quanto sieno tenacemente attaccate certe coppie, e quanti sforzi sieno obbligati a fare per disgiungerle. Imperocché è tanto salace la natura de’ farfallini, che rimarrebbero accoppiati tutto quel poco tempo che lor rimane di vita: ed io ne ho visto due coppie morte e ancor congiunte, e sì fattamente che sollevandone una per le ale, trasportava seco la compagna: e in quest’anno m’è occorso di vedere cosa ancora più strana, una coppia cioè che mi parea di due farfallini, che ho messi da parte senza turbarli; e spajati dopo alcune ore per meglio assicurarmene, gli ho trovati entrambi maschi. Ecco dunque i danni che vengono dal lasciare intera libertà alle farfalle nell’accoppiamento: molte farfalle rimangono accoppiate assai più a lungo che non convenga, s’indeboliscono e muojono senza aver deposto tutte le uova; alcune poche muojono accoppiate con molte uova in corpo; i farfallini turbano la farfalla nell’atto che depone le uova; spesso le si accoppiano di nuovo prima che abbiа finito di deporle, Ie fan consumare nell'accoppiamento quel poco di vigore che le rimane, onde muore con molte uova in corpo. Contro questo mio concetto stava la di lei


ANNO XIX NUMERO 4 ● aprile 2013 (157)- Inserto speciale p. III

Antonio Ciccone nel 120° della morte, a cura di V. Ammirati autorità: e quando io leggeva nel suo libro, che facendo il seme secondo il metodo naturale ne ha 14 a 15 anella per ogni libbra di bozzoli, mentre da prima col metodo artificiale ne aveva appena 12 o meno, non potea rimaner soddisfatto pienamente di quelle ragioni, e sentiva il bisogno di cercar ne’ fatti lo scioglimento della questione. Giа fin dall'anno scorso avea cominciato le prime prove, che mi fecero sentire tutto il fastidio e la noja della esecuzione: ciò non di meno mi son fatto coraggio, e colla più umile pazienza e rassegnazione mi son messo a contare tutte le uova che rimanevano in corpo alle farfalle che avea lasciate in congiungimento per ott'ore, e alle altre che ebbero intera libertà di accoppiamento; 92 da una parte, 92 dall'altra. Ho cercato di evitare ogni vantaggio da una parte e dall'altra: e se c’è stato favore, è toccato alle farfalle accoppiate secondo il metodo naturale, perché tra le 92 ce n’ha 30 che appartengono all’allevamento dell’anno scorso, che fu esente dalla nuova malattia delle farfalle; le altre 62 sono nelle medesime condizioni delle 92 accoppiate secondo il metodo artifiziale, vale a dire buone mescolate a cattive. Nello specchietto che segue, troverà due cifre che meritano una spiegazione, 450 e 350. lo ho messo 450 come il numero totale ordinario delle uova delle farfalle; quando adunque trovava i canali delle ovaje pieni senza interruzione non contava le uova, e segnava le farfalle tra quelle che non ne aveano deposto nessuno: quando poi vedeva il ventre pieno d’uova, ma esaminando i canali delle ovaje vi scorgeva qualche notevole interruzione; notava le farfalle tra quelle che ne aveano deposte pochissime, e ho segnato arbitrariamente il numero delle rimaste a 350: in tutti gli altri casi le ho contate. Comprendo che sarebbe stato mio debito di contarle tutte in ogni caso; ma spero trovar perdono presso chi si è provato in quell’opera noiosissima; tanto più che la condizione è pari per l’una e l’altra partita.

malattie del baco messa in chiaro. Così fosse di tante altre, e più dannose, nelle quali siamo del tutto al bujo. Tocca a lei accurato osservatore e assennato interprete della natura, a porgere all’arte la fiaccola della scienza: ed io non saprei sollecitarla abbastanza a continuare perseverantemente quest’impoitante studio. La seconda sua lettera tratta di cosa più importante, e sulla quale io dirò a lei il pensiero mio con quella libertà che onora ambedue. Ella ed io cerchiamo ugualmente la verità: e per trovarla, si vuole appunto considerarla da più lati, anzi da’ lati opposti. Esporre così il pro e il contro di una questione è ufficio di vero filosofo; opporselo scambievolmente, fra due che sostengono contrarie sentenze, ed opporselo come noi facciamo, è ufficio di veri amici. Eccomi dunque da lei, per sostenere tuttavia la mia opinione che non credo abbattuta dai fatti e dalle considerazioni contenute nella sua seconda lettera. In primo luogo mi occorre determinare con precisione l’opinione mia. Io non impugno che in dati casi particolari un accoppiamento di alcune ore non possa bastare alla perfetta fecondazione: molto meno impugno questo, se l’accoppiamento abbia durato otto ore come ella ha

[Gli specchietti I° e II°, inseriti dal Ciccone nel testo della seconda lettera, sono entrambi qui alla p. IV]

Aula consiliare del Comune di Saviano. Celebrazioni del primo Centenario della morte di Antonio Ciccone, 2-3-4 maggio 1993. Il Prof. Aldo Masullo della facoltà di Filosofia dell’Università di Napoli. ■

Dopo il primo specchietto che segna il numero delle uova rimaste in ciascuna farfalla, ne seguita un altro che riunisce in gruppi le farfalle di ciascuna partita in ragione del numero d’uova non deposte, col numero rispettivo a ciascun gruppo delle uova deposte e delle uova restate in corpo; in fine c’è la somma delle une e delle altre, colla somma totale delle uova di ciascuna partita. Da questo secondo specchietto si può dedurre che di 41.400 uova, col metodo naturale ne restano in corpo alle farfalle 17.998, coll’artifiziale 13.534, vale a dire col primo metodo se ne perdono 4.461 più che non se ne perdono col secondo; circa un terzo di più. Io non ardisco conchiudere che questa sola esperienza basti a sciogliere la controversia: per me io son convinto che col metodo naturale si perdono più uova che.coll’artifiziale; per lei che mantiene l’avviso opposto, questa sperienza dovrebbe almeno instillarle nell’animo un po’ di sospetto e di dubbio. Ma non è soltanto la quantità di uova che dimanda il bacajo; ei vuole uova fecondate e perfette: e quando gli sia forza di far qualche scapito sulla quantità o sulla qualità delle uova, un bacajo accorto sceglierà sempre di farne, anzi poche e buone, che molte e cattive. In quanto al numero delle uova vane, non ho potuto scorgere una sensibile differenza tra l’una e l’altra partita: per la qualità intrinseca delle uova, non le saprei dir nulla, perché la sementa di quest’anno è tutta pessima. L'anno venturo spero aver l’agio di ripigliar queste osservazioni in circostanze migliori e in più grandi proporzioni, e mi farò un dovere di comunicarle a lei, che più d’ogni altro s’intende dм queste cose. Mi serbi intanto le sue grazie, e stia sano. Torino, Agosto 1856 Suo Dev. Servitore Antonio Ciccone». * RISPOSTA DEL SIGNOR LAMBRUSCHINI. «Riverentissimo Signore. lo non so rendere a VS. bastanti grazie della dimostrazione di stima e d’amicizia ch’ella mi ha dato, indirizzandomi le diligenti e fruttuose osservazioni fatte da lei sulla malattia dei bachi da seta, chiamati codette dal nostro Targioni, e sull’accoppiamento delle farfalle. Intorno al primo punto io non ho cosa da opporre né da aggiungere a quel ch’ella ha notato e così sagacemente spiegato. Ecco finalmente una delle tante

usato; e meno ancora, se duri 10 e 12, com’ella concede. Sostengo solamente che nella generalità può non bastare; e che perciò: quanto spetti a pratica, d’arte, e a pratica da seguirsi dai più; torni meglio seguire il modo consigliato da me e che veggo con gran piacere chiamato da lei naturale. In fatti io ho osservato che alcune farfalle si staccano dopo poche ore d’accoppiamento, anzi talune dopo brevi momenti. Ma ne ho vedute restar congiunte per 36 ore; ho veduto altresì le spaiate riaccoppiarsi o col primo o con altro maschio. Chi dice a noi, se tal farfalla sia pienamente fecondata al termine di quel tempo che noi le abbiamo prescritto? Chi ci dice, se gettate le prime uova giа feconde, non senta che altre gliene rimangono dentro bisognose ancora dell’aura di vita? So bene che i diligentissimi fra coloro che seguono il modo artifiziale, vigilano attentamente l’accoppiamento nelle ore da essi stabilite; e se le coppie si separano, le ricongiungono. Ma lasciato stare quanto pienamente ciò possa farsi, quando il lavorìo del seme sia grande; i diligentissimi di tal fatta non saranno molti. Dato pur dunque, che a tali e tali mani un accoppiamento.sufficientemente prolungato, come è quello di ore 6 fissato dal Dandolo; e motto più quello di ore 8 usato da lei, possa ben riuscire; non ne consegue, né che alle medesime mani l’accoppiamento libero non riuscisse ancora meglio, né che l’artificiale sia del tutto più conveniente come consuetudine da poter essere seguita dall’universale. In secondo luogo, per quanto io abbia scritto (e spero di poter confermare quest’anno con un esperimento più ampio) che con l’accoppiamento libero si ha maggior quantità di uova (intendo feconde), non è questo il precipuo fine, e la precipua utilità ch’io mi prefiggo e che ne aspetto. Il pregio sostanziale che mi fa preporre e consigliare quel modo, è il poter così ottenere nell’universalità de’ casi un seme più perfettamente fecondato; da cui vengano bachi più vigorosi. Se questo pregio è vero (ed ella circospetto e leale com’è, confessa non aver in mano argomenti per negarlo), poco rileva il perdere qualche poco di quantità, come VS. medesima è il primo a riconoscere. Dichiarata così, nel suo senso e ne’ suoi limiti, la mia sentenza; parmi di poter sostenere ch’essa non crolla pei fatti e per le ragioni da lei allegate. Lascio per ora da parte le considerazioni generali: ne toccherò alquanto da ultimo. Vengo subito alle sue esperienze. Elle sono diligentissime, quali ella sa farle: e vorrei che da tutti e

sempre si procedesse così; ma non provano contro il mio assunto. Già (come ho notato) quando pure provassero; toglierebbero al modo da me assurto la secondaria e meno da me curata utilità, cioè la quantità maggiore di uova. Ma conducono veramente a ciò? Non credo. Facciamo subito una considerazione, alla quale io non intendo attribuire troppo valore, ma non posso neppure non attribuirgliene affatto. Ella dice da ultimo che nel luogo ove ha fatto l’esperimento, la sementa quest’anno è tutta pessima, che è quanto dire: le farfalle non erano sane; erano […] di quella malattia regnante, uno dei cui sintomi […] esser le femmine non desiderose del maschio… [segue per buona parte della pagina, testo corrotto e parzialmente leggibile] Quando I’impedimento arrecato dall’accoppiamento libero, fosse cosa frequente, è chiaro per me che esso andrebbe contro l’intento della natura (intento da lei riconosciuto) di provvedere alla conservazione della specie per l’immenso numero di uova; e per conseguenza quest’impedimento sarebbe stato dalla natura anticipatamente remosso, dando ai farfallini come alle farfalle, I’istinto di separarsi. L’accidente adunque (se pure avviene) deve essere rarissimo, dev’essere un’eccezione alla regola: di che non possa aspettarsi ne’ casi ordinarj tal diminuzione di seme fecondo, da vincere l'abbondanza di uova gettate dall’universale delle farfalle. E che sia un’eccezione (quando pur sia) non me lo dice solamente la speculazione; me lo dice il fatto, e il fatto ch’io cavo dalle sue tavole medesime disposte con tanta avvedutezza. L’eccesso di uova rimaste in corpo alle farfalle abbandonate a sé, in paragone di quelle che furono spajate dopo otto ore, in quale dei suoi gruppi si avvera? Negli ultimi due, cioè in quelli dei quali può dirsi che la farfalla non ha gettato uova affatto, o ne ha gettate pochissime, come ella nota, e il cui numero fu da lei stabilito per induzione. Separiamo questi due gruppi, e facciamo la somma degli altri. Noi abbiamo per le farfalle di accoppiamento indefinito, N.° 1548 uova non gettate, e per le farfalle dell’accoppiamento di 8 ore, ne abbiamo 4.734: cioè 186 di più nelle seconde che nelle prime. Ora è manifesto che i primi 14 gruppi sono quelli che rappresentano i casi ordinarj: cosicché pel caso fortuito del non gettare le farfalle alcun uovo, o gettarne pochissime, bisogna trovare altre cause non attenenti alla durata dell’accoppiamento. E se io guardo al numero straordinario di farfalle che nelle sue esperienze non hanno fatto alcun uovo, e osservo che la differenza fra le due maniere di accoppiamento è di una sola unità, mi confermo sempre più nella persuasione che il male non derivò dalla durata dell’accoppiamento; e vengo in sospetto che fosse causato da malattia delle farfalle. Ora mi conceda di fare un’altra avvertenza. Ella ha rivolto le sue indagini sulle uova restate in corpo alle farfalle. lo vorrei che ne avesse rivolte altrettante e con eguale minutezza alle uova venute fuori. Non è veramente il maggior numero di uova quel che si debba desiderare; ma, sì, un maggior numero di uova fecondate. Ella non ha contato queste da sé, e le vane da sé; e solamente dice: in quanto al numero delle uova vane, non ho potuto scorgere una sensibile differenza tra l’una e l’altra partita. Su questo punto io non vorrei fidarmi del tutto al giudizio d'un’occhiata: vorrei invocare l’ajuto della non facile a tutti, ma virilmente sostenuta dai pari suoi, fatica e uggia del contare. E se non m’ingannano certe comparazioni da me fatte, mi parrebbe di poter presagire, che delle uova gettate da farfalle lasciate alla libertà d’accoppiamento, se non sarà stato maggiore il numero tra feconde e vane, sarà stato maggiore il numero delle feconde. Le cose da me esposte finora sono tutte di fatto; e a queste mi attengo, perché so pur troppo quanto nello scoprire i segreti della natura, siano guida fallace le considerazioni speculative. Pure giacché ella ne ha toccato, senza fermarvisi; mi conceda che anch’io ne tocchi di volo. Io ammetto volentieri con lei che non sempre dobbiamo, né possiamo seguire in tutto le leggi della natura, quando nelle industrie volgiamo a fini nostri particolari la cultura delle piagate e l’allevamento degli animali. lo medesimo mi valsi di questa avvertenza, a proposito appunto de’ bachi da seta, allorché parlando d’un’operetta del signor Castellani, mostrai che l’esporre i bachi a tutte le vicende della temperatura esterna, alle quali soggiacerebbero nelle loro condizioni native, non s’addiceva alle condizioni nuove in cui ci conviene, di porli per averne un prodotto maggiore, migliore e più certo. E allegava l’esempio delle piante selvatiche, le quali noi addomestichiamo con la cultura, e innestiamo. In ciò adunque convengo sostanzialmente con lei. Ma soggiungo che dalle leggi della natura ci dobbiamo scostare sol quanto basta per servire ai


ANNO XIX NUMERO 4 ● aprile 2013 (157)- Inserto speciale p. IV

Antonio Ciccone nel 120° della morte, a cura di V. Ammirati diversi nostri fini; e non dobbiamo scostarcene punto, se i fini sono i medesimi. Ora, quando si tratta della generazione, io non veggo diversità fra la natura e noi; almeno per quanto spetta alla vigorosa vitalità del germe con che si assicura la perpetuità e la sanità della specie. Di fatti, se alcuna pianta cominci a degenerare, non andiamo noi in cerca della consimile, ma salvatica, per innestarvi la degenerata? Se in ciò adunque siamo concordi con la natura; perché vorremo preterire le regole indicateci da lei negl’istinti che ci mostrano le farfalle? Tali istinti, gli è vero, sono due, e in qualche maniera opposti, come ella nota giudiziosamente. Ma in questa medesima opposizione io veggo la contemperanza. Veggo un ultimo effetto risultante dal cozzo e dalla vittoria. Da prima il farfallino e la farfalla hanno un medesimo appetito, la congiunzione. Poi nella femmina, succede la sollecitudine quasi materna della futura progenie, e vuol separarsi per deporre le uova contro le voglia del compagno intemperante. Ma ella ebbe appunto dalla natura il potere di resistere alle molestie di lui; e si scuote, si contorce, e tanto fa che lo scaccia. Può avvenire, sì, che non le riesca sempre; può avvenire, che più tardi il farfallino medesimo o un altro più ardito e più importuno sopraggiunga a violentarla. Ma sono eccezioni, che poco nuocono nell’universalità; che talvolta giovano a riparare al difetto di una prima non bastevole fecondazioni. Sono in ogni modo quei piccoli inconvenienti, ai quali ci conviene rassegnarci, per non perdere un bene maggiore. Ma a questi inconvenienti medesimi, per minimi ch’ei siano agli occhi miei, non concedo io forse che si

debba riparare, ed anzi non lo prescrivo? lo lascio, è vero, che la farfalla e il farfallino stiano insieme quanto a loro piace: perché da un canto non posso indurmi a chiamare inutile quella durata di congiunzione a che la natura gl’inclina; e dall’altro lato veggo essere operazione non breve, nojosa e da non commettersi a mani inesperte la disgiunzione delle coppie. Ma dopo aver consigliato di vigilare nel primo giorno (quanto si può) le farfalle congiunte, affinché non si spajno, consiglio che nei dì seguenti si levino tutti i farfallini non accoppiati, i quali, o sono inoperosi, o frullando e frugando qua e là molestano le farfalle intente a gettare le uova. Così nel secondare quanto si può la natura in cosa nella quale i nostri fini sono simili ai suoi, procuro anch’io di evitare senza violenza quei piccoli disordini i quali sono anzi una deviazione dalle vere leggi della natura. Se ella ora si rifà presenti le precise dichiarazioni della mia opinione, ch’io esponeva da principio; e se vi aggiunge le cautele qui sopra indicate, e da me prescritte nell’ultima istruzione pubblicata per desiderio dell'Accademia dei Georgofili nel Monitore Toscano, ristampata poi nel Giornale Agrario (4856, N.° 40, pag. 189), ella forse riconoscerà che alla fin fine la discordanza delle nostre opinioni non è poi tanto grande, quanto sulle prime potrebbe parere. Che se noi volessimo pienamente chiarirci ancora su punti nei quali dissentiamo, affin di trovare in tutte le più minute parti quella verità della quale andiamo in cerca ambedue, io credo che converrebbe rifare in maniera più ampia, in luoghi e tempi diversi, gli esperimenti da lei istituiti; e aggiungerne altri, affine di mettere pienamente

A destra, la statua eretta ad Antonio Ciccone nel ai primi di maggio del 1993 in occasione delle celebrazioni del Centenario della morte. La foto si riferisce alle celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia, 17 marzo 2011. Il monumento bronzeo uscì dalla fonderia Del Giudice di Nola in nome e per conto dell’Amministrazione comunale, allora retta dal Dott. Antonio Ciccone. Per l’occasione, il Comune fece anche fondere delle medaglie commemorative di bronzo con l’immagine del Ciccone, e stampare il libro “Antonio Ciccone tra biografica, nota storica e occasione tematica”, di Vincenzo Ammirati. ■

in chiaro, con quale dei due modi d’accoppiamento (il naturale e l’artificiale) si ottenga: 1°. Maggior numero di uova feconde. 2°. Bachi venuti da tal seme, più sani, produttori di migliori bozzoli, e più atti alla novella generazione. 3°. E tuttociò a mano di tutti, e non solamente per le cure dei pochi diligentissimi, i quali come ho già detto, sanno riescire quando e dove i più falliscono. La qual terza condizione, io reputo di grandissimo momento: perché quando un’industria è alle mani di molti e di persone meno istruite, ed anco occupate in altri lavori; quello che più monta, è di trovare pratiche facili e che abbiano in sé medesime la ragione di una buona riuscita sostanziale. Per questo rispetto principalmente io reputo il modo di accoppiamento naturale da me consigliato, come il più atto a procurare universalmente un buon seme di bachi. E siccome io non sono molto tenero dei grandi edifizj, degli smisurati lavorii, delle adunate di lavoranti; e molto mi piace che ogni proprietario ed ogni contadino faccia i suoi bachi ed il suo seme; ho perciò mirato e mirerò sempre a trovare ed insegnare quei modi semplici insieme ed efficaci che facciano prosperare l’arte, anco nella casuccia del povero. Ed ella ha certamente queste medesime intenzioni e fra me e lei non potrà essere discordia, ma solamente gara nel cercare il vero l’utile il buono, e gara nello stimarci ed amarci scambievolmente. San Cerbone, 26 Agosto 1856 Suo Servo ed Amico Raffaello Lambruschini». ■

Inserto su Antonio Ciccone  

Obiettivo Saviano nr. 157, Inserto su Antonio Ciccone

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you