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Mantova Comics Deryn Lake e l’acqua di soda Voci dal passato: Edgar Allan Poe Carlo A. Martigli: omnia vincit amor


In copertina: “New Millennium Senses” (dettaglio) Pastello secco e tempera acrilica su tela Petra Zari © 2010

N.1 - marzo 2012 Curatori: Elisabetta Bricca, Arianna Giorgi Collaboratori: Asia Francesca Rossi, Eliana Corrado, Claudio Cordella, Raffaella Ferrari, Tecla Malizia Francesca Orelli, Sabrina Michela Rizzo Daniela Germanà Maria Laura Platania Logo: Miss Claire Design clairelune@hotmail.it Grafica e impaginazione: Giancarlo Privitera www.gianka.org


EDITORIALE

E

ccolo, il numero 1. È un po’ come il primo giorno di scuola, il primo amore, il primo bacio. L’emozione è grande, soprattutto dopo i tanti complimenti ricevuti per il numero 0, e sappiamo che il lettore si attende di più. Al nostro entusiasmo si sono aggiunti tanti nomi importanti che ci hanno aiutato con inaspettata disponibilità a comporre questo nuovo numero, plaudendo l’iniziativa, la nostra idea, il nostro stile. Non ci sono tecniche o scorciatoie che facciano di una qualsiasi rivista una rivista di successo, e di certo “O” è attualmente il fanalino di coda delle riviste on-line ma i nostri “lavori in corso” non finiranno mai, saremo sempre alla ricerca di un modo per migliorarci perché siamo convinti che non basti dire con sincerità quel che pensiamo ma che si debba anche trovare il modo giusto di dirlo. Cercheremo di addentrarci nel mondo dell’editoria portando alla luce anche quello di cui di solito non si parla. Come abbiamo fatto stavolta, ponendo l’accento sul genio creativo delle copertine dei libri, che sono la prima cosa che ci colpisce al cuore o ci fa cambiare scaffale con il naso arricciato. Gli autori, tutti, ci hanno accolto con amicizia e voglia di raccontarsi. E non parliamo solo di nuovi autori ma di nomi davvero grandi del panorama letterario italiano che, ogni giorno, sfatano il pregiudizio che la Star debba essere altezzosa, arrogante, inavvicinabile. Abbiamo anche aperto uno spazio dedicato ai vostri racconti. Ne sceglieremo uno per ogni numero. La rubrica esordisce con Lorenzo Ongaro, un autore che promette bene, diretto, emozionale, anche crudo ma bravissimo. Ricordiamo che se avete suggerimenti o volete proporre un vostro racconto, potete scrivere a redazione.omag@yahoo.it Buona lettura e che “O” sia con voi! Arianna Giorgi


Editoria e dintorni di Claudio Cordella

Il divismo della scrittura

S

ono tra il pubblico di un grande evento letterario, con presentazioni, dibattiti e tavole rotonde, ospiti di rilievo sia italiani che stranieri. Due romanziere, autrici di quella che gli accademici chiamano letteratura popolare, attirano la mia attenzione; l’una pare una cubista pronta a esibirsi, la seconda sembra un personaggio più sobrio. Quest’ultima parla sin da principio della sua vita come mamma, del suo pensare al suo prossimo romanzo mentre guida l’auto per portare i figli a scuola o mentre cucina, ricorda ai presenti il suo lungo passato da precaria; insomma una madre-scrittrice degna di rispetto. La sua collega invece imposta il suo discorso verso altri binari, ricorda i suoi legami con il mondo del cinema, racconta di come giovanissima i genitori l’abbiano mandata in un’altra città a seguire una scuola di scrittura tenuta da un Grande Autore. Effettivamente, quella che potremmo definire come scrittrice-modaiola, trasuda da ogni fibra del suo essere spocchia e privilegi. Poi, quale ciliegina sulla torta, arriva la favoletta, trita e ritrita, falsa come il Santa Claus di un centro commerciale. L’immonda storiella propinataci da costei è quella del malloppone mandato alla Famosa Casa Editrice senza alcuna indicazione particolare sul destinatario, non segnalato a nessuno ma ugualmente letto e pub-

blicato con successo. Quello che continuo a chiedermi è il perché di una menzogna così spudorata. Una risposta potrebbe essere questa, in Italia tanti ammalati di protagonismo pensano alla scrittura come a una scorciatoia per la popolarità. Esordienti con più ambizione che talento, vittime di un ego spropositato, iniziano così a scrivere con l’obiettivo di diventare ricchi e famosi. Il loro modello di riferimento non è Umberto Eco ma Lady Gaga. D’altro canto tra il mondo della scrittura e quello dello show-business, televisione, cinema e sport, non vi è più alcuna barriera. Divismo e culto della personalità imperano ovunque. Il che, basti ricordare Gabriele D’Annunzio, non è certo una novità ma la situazione oggi è di gran lunga peggiore. Dunque se la nostra scrittricemodaiola si atteggia come una starlet, di converso l’ultima celebrità del piccolo schermo ambisce a pubblicare il suo libretto. La scrittura diventa l’egocentrica affermazione del pro-

prio “io” da parte di personaggi già di per sé famosi, o comunque già dotati di mezzi, seguiti a ruota dai loro patetici imitatori. In tutto questo marasma si finisce con il perdere il senso di che cosa significhi scrivere, che senz’altro non è il poter partecipare ai talk-show in prima serata.


Brivido nero di Raffaella Ferrari

Marco Buticchi, bagnino d’estate e scrittore nel resto dell’anno

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arco Buticchi è cresciuto, come lui spesso ama ricordare, a surrogato di cioccolata – non esisteva ancora la nutella – e a romanzi di Emilio Salgari e, per uno di quegli strani giochi del destino, proprio lui, proprio quest’anno, è risultato finalista del prestigioso “Premio Salgari” con il suo ultimo, avvincente libro “La voce del destino”. Nato nel 1957, ha trascorso gli anni dell’infanzia tra La Spezia, Milano, Roma e l’Africa e quelli della gioventù in giro per il mondo, dove lo porta il suo lavoro di trader petrolifero. Ad un certo punto decide di cambiare vita, molla tutto ed acquista uno stabilimento balneare a Lerici. è lì che d’estate fa il bagnino e mentre osserva la spiaggia dal suo “leggendario” trespolo, inventa storie. Nel 1991 pubblica, a proprie spese, “Il cuore del profeta” e l’anno successivo “L’ordine irreversibile” (recentemente messi on-line in formato ebook a scopi benefici). Nel ‘97 esce il suo primo romanzo, dal titolo “Le pietre della Luna”, nella collana I Maestri dell’Avventura di Longanesi ed è subito successo: 150.000 copie vendute in Italia, pubblicazioni in Germania e Spagna. Seguono “Menorah”, “Profezia”, “La nave d’oro”, “L’anello dei re”, “Il vento dei demoni”, “Il respiro del deserto” e l’ultimo, forse il più maturo, completo audace ed avvincente dei suoi romanzi: “La voce del destino”. L’ultimo libro che hai letto Mi sono scaricato una decina di romanzi di Salgari sull’Ipad e me li sono portati in vacanza. Non hai idea di quanto mi sia divertito a rileggerli!

Un aggettivo per descriverti come persona Tranquillo se sedato. Un aggettivo per descriverti come scrittore Curioso se trovo porte chiuse. Una tua paura Paura dominante la morte, paura accessoria la malattia e, appena vinta dopo anni che non volavo, volare. Un tuo pregio La schiettezza. Un tuo difetto La schiettezza. Una sogno realizzato Diventare uno scrittore. Un sogno ancora da realizzare Continuare a essere uno scrittore Il segreto del successo dei tuoi libri Ancora oggi, dopo alcune migliaia di pagine scritte, ancora mi diverto a scrivere. Marco Buticchi, il maestro italiano dell’avventura è uno scrittore da un milione di copie vendute, ma, cosa che forse non tutti sanno, è anche un ottimo cuoco. Cucinare, dice, lo rilassa. E viene da pensare che se in cucina usa la stessa destrezza nel mescolare gli ingredienti che mette nei suoi libri quando dosa fantasia e storia, le sue pietanze devono per forza essere delle vere e proprie prelibatezze. Ad ogni modo, se vi capitasse di essere ospiti di Marco, chiedetegli di farvi assaggiare il suo “famoso” risotto alla zucca. Non resterete delusi.


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Soffriggere 1 cipolla bianca non grossa; un pungo e mezzo di riso a testa da rosolare con cipolla a parte far bollire brodo in cui è stata lessata la zucca (un paio di fette grosse) a dadini quando il riso è rosolato, incominciare a versare brodo sino a coprirlo per poi mettere un altro mestolo quando il brodo si asciuga alla fine una bustina di zafferano se vuoi un po' di burro tartufato manteca con parmigiano a fuoco spento.


Brivido nero di Raffaella Ferrari

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rara é è un zati con 1) Perch ; ratteriz a c o n o to d’un fia i personaggi s sfera di é ’ l’atmo 2) perch si ‘sente volgerti ; a ia in tr g s a e ma i av ni p é ad og apace d 3) perch come Parma, c . di ia à to fatto b una citt cappa di neb n passa u r e p a nella su c’è il rimpianto zzate; é n futuro li 4) perch i illusioni irrea speranza di u la d e e u i q n un inta sog eri è dip é c’è com 5) perch che rassicura; mmissario Son . , a o rt re C ra del miglio cca ape farti é la figu cia a bo a 6) perch alismo che las l’autore riesce mozioni e , re con un di riga in riga meno tutte le o é uno 7) perch ere con lui più he ness vanile c io g re condivid no; o to malum lla che esis si parla di un escola a é h rc ; e re p che si m ) ra 8 a o c n ti ig li o d p ; a è tenuto la componente strema attualità seguenti e n é 9) perch fa un giallo di na finale e le co in e e trama n é il colpo di sc ietano il lettore h u 10) perc ni morali inq zio implica suale. u in o d mo


Le Stelle di “O” di Daniela Germanà

Amori che lasciano il segno Magia e fantascienza Thriller ad alta tensione Intricati misteri Paura e orrore Passione ed erotismo. “O”Magazine raccoglierà per voi le migliori storie nel panorama letterario per letture a 360° gradi! In questo numero avremo un’unica stella: Claudia Palumbo con il suo Damned. Anno: 2012 Genere: YA, paranormal Editore: Sperling & Kupfer Prezzo: 15,90

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’amore fa male! Lo ha provato sulla propria pelle Cathy, occhi blu e una ciocca viola tra i capelli nerissimi, che abbandona l’adorata Napoli, il padre tanto amato, gli amici e la sua band per trasferirsi a Madenburg, in Germania, insieme a madre, patrigno e fratellastro. L’inizio non promette bene finché non incontra a scuola Engel, che da subito la prenderà sotto la propria ala protettiva. Grazie a lei “non per caso” incontrerà i gemelli Von Schaden, Tristan e Kostantin, leader di una band popolare: i Damned. Chi sono questi due ragazzi? Perché sono entrambi di una bellezza mozzafiato ma con caratteri fin troppo diversi? La presunta debolezza caratteriale di Tristan viene soppiantata dal-

la forza di Kostantin; diversi nel carattere, ma uniti nello spirito e dopo anche nel cuore. Tutti e due s’innamoreranno di Cathy che sin dalle prime pagine è attratta dai due: ma in realtà chi conquisterà il cuore della ragazza? Perché la nuova amica la tratta in modo particolare? Chi è l’uomo ai margini dalla foresta? E cosa vuole davvero? Cathy scoprirà se stessa, l’amore, l’amicizia, la gioia e la sofferenza: tutto in un unico volume! L’abbiamo incontrata per voi! Ciao Claudia, a te sarà dedicata la rubrica le Stelle di “O” di questo numero, che sensazioni ti da raggiungere i lettori di una rivista nuova? (Ovviamente sarai emozionatissima, altrimenti verremo a perseguitarti sotto casa!) E’ un vero onore! Nessuno mi aveva mai definita una “stella” quindi ne sono davvero orgogliosa! Ne siamo e ne sono lieta! Grazie al pape..ehm.. ovvero grazie alla Sperling sono stata una delle fortunate vincitrici del tuo Damned. Quale sensazione provi ad avere un “vicino di catalogo” come il grande Nicholas Sparks? Anche se non si avvicina molto al

mio genere preferito di lettura, mi piace molto leggere la romanticità di Sparks. E’ davvero un grande scrittore e non posso essere che onorata di condividere la stessa casa editrice. Stesso discorso si può fare per altri grandi della letteratura come Sveva Casati Modignani o il mitico Stephen King. Un’emozione unica, insomma! E qual è il tuo genere preferito? Cosa c’è sul comodino di Claudia Palumbo? In questo momento sto leggendo 22/11/’63 del mitico Stephen King. Lui è il mio scrittore preferito in assoluto, non c’è un suo libro che non abbia letto. E’ stato proprio lui, insieme a Bram Stoker, a iniziarmi all’amore per i vampiri con Le notti di Salem. In genere, però, amo un po’ tutti i tipi di lettura anche se, come si è capito, prediligo di gran lunga il fantasy! Ma il fantasy “classico” tipo Tolkien, Martin, o la nostrana Troisi? Oppure urban fantasy firmati da Meyer, Laurell K Hamilton, Kenyon, Adrian e molti altri? Davvero tutti i tipi di Fantasy. Mi piace molto Paolini, ad esempio. Il mio genere di scrittura, però, lo definirei Urban Fantasy. Non a caso ad ispirarmi è stata proprio la Meyer!


Parliamo del tuo Damned! Chi è stato tra i protagonisti di Twilight a ispirare Tristan o Kostantin? In realtà nessuno. Mi sono ispirata alla Meyer solo perchè, prima di lei, non avevo letto nessun libro che affrontasse la figura che tanto amo, quella del vampiro, da un punto di vista romantico-adolescenziale. Quindi siccome quando ho scritto Damned mi trovavo proprio nell’età dell’adolescenza, ho pensato che sarebbe stato carino scrivere raccontando di vampiri adolescenti, provando a immedesimarmi nelle loro emozioni, nelle loro sensazioni. Ho scelto due gemelli, Tristan e Konstantin, appunto perché i gemelli in generale mi hanno sempre affascinato. Hanno quel rapporto unico che non solo lega due fratelli, ma due fratelli nati insieme che hanno sempre condiviso tutto e che riescono a capirsi solo con l’aiuto di uno sguardo. E’ così che sono nati Tristan e Konstantin. Due gemelli, un unico amore. Approvo molto la tua scelta di rendere il volume autoconclusivo, siamo circondati da fin troppe serie che man mano perdono qualcosa. Quello che mi ha lasciato molto sorpresa è il finale che hai scelto di adottare. Come hai detto, eri un’adolescente e hai voluto un filone “romantico”. Perché una scelta così estrema? La fine è nata ancor prima di Damned. Nel senso che avevo già immaginato questa storia nella mia

mente e avevo anche deciso come farla finire. L’unica cosa che cambia quando scrivi, ovviamente, sono le idee che ti vengono, i personaggi che si creano, e irrimediabilmente, durante la scrittura, anche io mi sono affezionata e innamorata di un personaggio. Avendo scelto a priori come far concludere il libro mi sono trovata davanti a una scelta: “E adesso lo concludo davvero così o cambio il finale?” Ho pensato che se avessi cambiato il finale, irrimediabilmente, sarebbe cambiato anche il messaggio che volevo lasciare, e quindi ho “ingoiato il rospo” e ho deciso di mettere da parte l’happyending. Finale col botto. Ma di quale personaggio ti sei innamorata? Ovviamente di Konstantin, penso si capisca dalle pagine del libro. Si capisce molto bene, ma ne volevo avere una conferma. Hai una citazione preferita o messaggio da mandare ai lettori di “O” Magazine e ai tuoi fan? Voglio dire a tutti di non smettere mai di credere nei sogni perché quando meno ve lo aspettate...si realizzano! Un grosso in bocca al lupo per la tua carriera di scrittrice, e spero che continuerai a seguirci anche nei prossimi numeri! Un saluto a tutti gli amici di “O” Magazine! Vi aspetto in libreria!


Voci dal passato di Francesca Rossi

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essuno avrebbe mai potuto immaginare che quel grazioso bimbetto, nato dal grande amore di due attori girovaghi e rimasto improvvisamente orfano in tenera età, sarebbe diventato un genio assoluto, ricordato e imitato ancora oggi. Nessun autore è mai riuscito a intrappolare la scintilla creativa di Edgar Allan Poe e a sottometterla al proprio volere. Poe è questo: uno scrittore che sfugge al tentativo dei suoi lettori e dei suoi emuli di categorizzarlo, etichettarlo e carpire i segreti del suo talento. E’ destinato a sfuggirci, a rimanere un mistero che si lascia osservare ma non penetrare: la sua vita e la sua morte sono anch’essi enigmi che forse nessuno scioglierà mai. Dobbiamo accontentarci di leggere le storie di Poe, di saltare nel suo mondo oscuro e onirico sapendo, però, che non riusciremo mai a possederlo e a governarlo. Su questo illustre autore si è scritto tanto, cercando di trovare un filo logico che unisse la sua fervida e febbrile creatività a un genere letterario ben distinto. Notevole è l’influenza del Romanticismo nei suoi racconti, mentre ben poco c’è delle atmosfere gotiche. Non c’è modo migliore di definire la tipologia dei racconti di Edgar Allan Poe se non attraverso i temi da lui affrontati. Ogni argomento è una specie di chiave d’accesso al mondo dell’ignoto in cui l’autore riesce a trascinare tantissimi lettori. O, per meglio dire, ogni tema è la chiave di una particolare “stanza” che compone il genio visionario di Poe. Affrontare la trattazione di questi temi, però, è ben lontano dal varcare la soglia della dimensione in cui il suo genio continua a vivere, anche dopo la morte del corpo. Come si è già detto, quell’essenza è inafferrabile. I temi dei suoi racconti sono tantissimi, ma tutti hanno a che fare con la paura dell’ignoto: il vampirismo, il rifiuto del razionalismo illuminista, il mesmerismo, l’introspezione, l’ossessione, il male, l’angoscia, la morte, l’oscurità, il paranormale, la reincarnazione e la trasmigrazione, la paura, il terrore. In tutta la sua vita Poe scrisse un solo romanzo, Le Avventure di Gordon Pym, mentre preferì di gran lunga esprimersi attraverso il racconto breve, che gli consentiva di tenere alta l’attenzione del lettore sviluppando un climax ascendente destinato ad esplodere nella parte finale. Poe scrisse anche delle poesie intense, ma tutta la sua produzione è un continuo indagare sulla parte più oscura nascosta in ognuno di noi, sul nostro inconscio, che cela il nostro vero essere, il ritratto che ci rappresenta davvero e che, moderni Dorian Gray, vorremmo nascondere agli occhi del mondo o addirittura distruggere, senza capire che da esso dipende la nostra vita. Edgar Allan Poe si è messo a scavare fino a raggiungere quel magma che sono le pulsioni e le angosce umane, senza paura, facendo quello che molti di noi si rifiutano di fare ed entrando a contatto con la propria ombra, alla ricerca di un equilibrio tra questa e l’Io. I concetti sono ancora più comprensibili se si prova a leggere un racconto dello scrittore americano. Per questo speciale di “O Magazine” ne abbiamo scelti due: La Maschera della Morte Rossa e Il Cuore Rivelatore. Sono storie di palpitante angoscia, che nemmeno gli animi più duri e avvezzi agli imprevisti della vita riusciranno a dimenticare.

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La Maschera della Morte Rossa (The Masque of the Red Death) Questo appassionante racconto venne pubblicato nel 1842 sul Graham’s Magazine. Mentre l’Europa medievale è sconvolta da un’epidemia di peste che semina morte e distruzione, il principe Prospero e la sua corte si rinchiudono in una sorta di oasi felice all’interno del castello, pensando, cosi, di poter sconfiggere la morte. Tutti i personaggi, reclusi in questo esilio volontario nella loro prigione dorata, si illudono di essere più forti dell’epidemia stessa. Si perdono nel vortice travolgente delle feste e dei divertimenti ma, proprio nel momento in cui pensano di essere invincibili, la morte riesce ad entrare nel loro rifugio, falciando le loro anime fino a quel momento gioiose. L’aggettivo “rossa”, che qualifica la morte, si riferisce al sangue infetto dal morbo della peste: il contagio avveniva nel giro di pochi minuti, provocando vertigini e dolori lancinanti, segno che la malattia si era già diffusa. Ma Prospero e i suoi amici non se ne preoccupano: il loro castello è protetto, i viveri abbondanti, si può dimenticare il mondo fuori. Il Principe dà ordine che si prepari un ballo in maschera. Durante la festa, però, compare una figura, la morte, avvolta in un sudario macchiato di sangue e con il volto scarno, sporcato anch’esso dal colore scarlatto. L’emblema della peste si avvia tra i cortigiani sorpresi, portando la rovina fino a quel piccolo paradiso senza che alcuno riesca a fermarlo. La morte, dunque, è ineluttabile. A nulla servono le nostre misere e umane protezioni; la sua falce arriva ovunque quando il momento è giunto. Questo è il tema principale del racconto. E’ evidente, però, anche un altro argomento, che fa da sfondo a quello suddetto: la reazione di fronte alla morte. I cortigiani, con le loro feste e i loro divertimenti cercano di allontanare il macabro pensiero della malattia, del dolore e della dipartita. Inconsciamente sanno che non c’è scampo, ma reprimono il pensiero godendo fino all’ultimo. Storicamente, in tempo di peste, tra le popolazioni colpite c’era chi, per reazione, pregava ma anche chi, preso dal panico, cercava un qualunque capro espiatorio su cui scaricare il peso del male. Poi, c’erano anche coloro i quali, consci del terribile momento, decidevano di abbandonarsi al vizio e alla scelleratezza per disperazione. La morte incute terrore folle e angoscia ma serve davvero averne così paura? Il grande Totò diceva: “‘A morte ‘o ssaje ched’’e?...è una livella”. Il Cuore Rivelatore (The Tell-Tale Heart) Il racconto, uno dei più famosi di Edgar Allan Poe, fu pubblicato nel 1843. La storia è davvero inquietante: un uomo, ossessionato dall’occhio vitreo, da avvoltoio, di un vecchio medita di ucciderlo. Quell’occhio lo spa-


venta, lo fa impazzire, nonostante egli tenga a chiarire fin dall’inizio della narrazione che è sano di mente e ha progettato l’assassinio con lucidità. Ucciso il vecchio, ne smembra il corpo, nascondendolo sotto le assi del pavimento. Nella casa arrivano i poliziotti, avvertiti da qualcuno che nella notte aveva udito un grido. Il protagonista racconta una storia credibile con tutta la freddezza di cui è capace. E’ a un passo dalla salvezza ma, a un tratto, inizia a sentire un battito sempre più forte, martellante, provenire da sotto il pavimento. I poliziotti sembrano non udire i tonfi, ma l’uomo è teso, la sua testa rimbomba al suono di quei colpi che lo stanno facendo impazzire. Alla fine, esasperato, confessa il suo crimine alla polizia. Il protagonista insiste diverse volte sulla sua lucidità, vuole dimostrare di non essere pazzo. Questo lo porta all’ammissione di colpa e a fornire una spiegazione dettagliata e razionale di un evento che di razionale non ha proprio nulla. Tra l’altro, non c’è un movente. Tutto parte da un’ossessione che nemmeno l’uomo sa spiegarsi, ma che dovrebbe essere ben lontana dalla follia. Il senso di colpa, cupo e angosciante, gli martella l’anima attraverso il battito del cuore che lui crede di udire. I suoi sensi sono acuiti e infine esasperati dal crimine. La tensione cresce nel lettore riga dopo riga, fino a esplodere ad omicidio avvenuto, per poi tornare nuovamente a salire, ancora più spasmodica, all’arrivo dei poliziotti. Il delitto perfetto sembra finalmente compiuto, ma l’ossessione non si è davvero placata: il protagonista urla la propria colpa, ma cosa rappresenta, in realtà, quel grido? E’ lo scoppio rivelatore e liberatorio della follia o l’angosciante rimorso della colpa? Tanti autori si sono ispirati ad Edgar Allan Poe. Le storie a fumetti di Dylan Dog sono piene di citazioni in tal senso, ma anche il celebre cartone “I Simpson” di Matt Groening ha attinto a piene mani dalle storie dello scrittore americano. Per rimanere in tema con i racconti analizzati, si può ricordare il secondo episodio della sesta stagione, “La Rivale di Lisa”: la piccola Simpson, rosa dall’invidia per una sua compagna di scuola, le gioca un brutto tiro, ignara del peso del rimorso che la perseguiterà senza tregua.


Donne di Penna di Francesca Rossi

Isabel Allende: la cacciatrice

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na sorta di medium, una cacciatrice di storie e anche un’attenta ascoltatrice. Così si definisce Isabel Allende nelle interviste. I suoi romanzi, la sua scrittura incantano i cuori a ogni nuovo libro. La Allende è una di quelle autrici capaci di tessere con mestiere trame di esistenze passionali e determinate, a tratti dotate di violenza e forza compressa. Il suo stile è il frutto di ore passate a scrivere in completa solitudine, mettendosi in ascolto di quelle “voci” interiori che le infondono l’ispirazione per creare una storia, quasi lei fosse un’intermediaria. Un flusso di coscienza ininterrotto che la mette in contatto con la parte più intima del suo animo. La Allende, in una prima fase, si lascia trasportare dall’istinto, immergendosi in quegli appunti che è solita prendere tutte le volte che viene a conoscenza di una vicenda interessante, ma senza avere una scaletta precisa degli avvenimenti. Anche i personaggi spesso nascono da modelli reali ma poi, lo ammette lei stessa, iniziano a vivere di vita propria, a costruirsi la loro “esistenza letteraria” pagina dopo pagina. Durante la seconda stesura del romanzo, invece, la scrittrice si dedica al linguaggio, allo stile e al ritmo. La storia c’è già, ha solo bisogno di essere raccontata nel modo giusto. L’autrice ammette che scrivere è faticoso e che lei stessa, ad ogni nuovo romanzo, non sa bene dove la storia la porterà. Predilige, comun-

que, le storie con finale aperto, che lasciano spazio all’immaginazione dei lettori. Scrive al computer, ma sempre in spagnolo, la lingua madre percepita come la sola in grado di rendere al meglio concetti e descrizioni. Il linguaggio è il mezzo attraverso il quale si può creare la tensione narrativa: per questo motivo deve essere accuratamente controllato e valutato. I modelli a cui Isabel Allende si ispira sono gli autori latinoamericani, russi e inglesi. Una menzione particolare spetta a “Le Mille e Una Notte”, che ha fatto scoprire all’autrice l’erotismo e la fantasia. Per sua stessa ammissione l’autrice ha trovato delle difficoltà nel descrivere scene d’amore, imputandone la ragione all’ambiente represso in cui è cresciuta. I critici definiscono la sua narrativa “realismo magico”, poiché focalizzata su un mondo spirituale al cui centro c’è l’amore, antitesi della violenza; due condizioni esistenziali che caratterizzano non solo i suoi libri, ma anche la sua vita. Oggi Isabel vive negli Stati Uniti trovandosi in una situazione comune a molti scrittori: essere figli di un Paese ma vivere in un altro e parlarne quotidianamente la lingua. Due mondi diversi, il Cile e gli Usa, espressi attraverso due idiomi differenti, lo spagnolo e l’inglese. Eppure per lei questo non rappre-

di storie senta un problema, bensì un vantaggio, un arricchimento personale. Parlare la lingua “dell’altro” non è sinonimo di emarginazione e il Cile non rappresenta più la patria sognata e irraggiungibile, consentendole la libertà di movimento che spesso viene negata agli autori esuli. Ultima curiosità: molti sanno che Isabel Allende inizia ogni suo romanzo l’8 gennaio. Pochi, però, sanno il perché: in quella stessa data, nel 1981, morì suo nonno. Isabel cominciò dunque a scrivergli una lettera che divenne il suo primo successo: “La Casa degli Spiriti”. Isabel ammette che una buona scrittura nasce da un esercizio costante, quotidiano, per abituarsi alla fatica e intraprendere seriamente il mestiere dello scrittore. Lei stessa ammette di lavorare molto sul testo nelle stesure successive alla prima e di non gradire che troppe persone interferiscano con il suo stile e la trama. Ancora una volta una grande autrice sfata il mito che vuole gli artisti (non solo scrittori) capaci di produrre in poco tempo e col minimo sforzo un’opera d’arte perfetta, perché presi dal “sacro fuoco” dell’ispirazione. Per scrivere bisogna avere non solo l’ispirazione, ma anche la pazienza, la tenacia, l’esercizio, l’esperienza e la passione.


HistOrica

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di Arianna Giorgi

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eryn Lake, alias Dinah Lambitt, è una vivace signora inglese dalle insolite origini e dalla vita interessante, sempre sorridente e piena di energia.

Figlia di un eccentrico rifugiato politico tedesco, fuggito dalla Germania durante la guerra, e pronipote di un bardo gallese conosciuto come “il dolce William”, la piccola Dinah sembrava negata per qualsiasi tipo di sport, eccezion fatta per l’hockey, e adorava la storia e le lettere.

Giornalista, madre di Amanda Valentine e Brett Robert, ha avuto la sfortuna di seppellire due mariti ma la fortuna di diventare la regina del giallo storico all’inglese.

Ha dato alle stampe 9 romanzi storici molto apprezzati dalla critica prima di scoprire la passione per il filone giallo settecentesco, nel quale ha avuto un enorme successo di pubblico e di critica (chi scrive ha letto e gustato, almeno un paio di volte ciascuno, tutti i gialli di John Rawlings). Per l’occasione, Dinah ha pensato di assumere lo pseudonimo di Deryn Lake e come protagonisti dei suoi romanzi, ha scelto due personaggi realmente esistiti: John Fielding, conosciuto come “il giudice cieco” e fratello del più famoso romanziere Henry Fielding, e John Rawlings, lo speziale inventore dell’acqua di soda. E per far capire fino a che punto lo speziale sarebbe stato legato a Deryn per un insolito capriccio del destino, basterà raccontare, seppur in breve, la strana storia tra la Canada Dry, una multinazionale canadese – proprietaria della H.D. Rawlings Ltd. (azienda produttrice di bevande allo zenzero, soda e acqua tonica) e la più famosa Schweppes. Ognuna di queste grosse aziende rivendicava,


infatti, la paternità dell’invenzione dell’acqua di soda. La Canada Dry, infatti, era convinta che John Rawlings avesse iniziato l’attività intorno al 1770, quindi oltre dieci anni prima del suo rivale Jacob Schweppes. Dalla finzione alla realtà, Deryn Lake fu la diretta protagonista di questa insolita diatriba perché fu chiamata a risolvere il mistero. La Schweppes, infatti, nel 1983, si apprestava a festeggiare i 200 anni dalla sua fondazione, convinta di essere la più antica compagnia di produzione di acqua di soda. A Deryn Lake furono concesse due settimane (quelle, cioè, che separavano la Schweppes dai festeggiamenti ufficiali) per risolvere il caso e gli unici indizi a sua disposizione erano alcune lettere di epoca vittoriana. L’unico dato certo era che John Rawlings fornì l’indirizzo di Nassau Street, numero 2, al momento in cui entrò a far parte dell’Associazione degli Speziali Emeriti, nel marzo 1755. Deryn Lake riuscì a scoprire che oltre un secolo più tardi, a quello stesso indirizzo era registrata la H.D. Rawlings Ltd., produttrice di acqua di soda. Questa fu la prova evidente che John Rawlings fu con ogni probabilità il primo speziale a produrre l’acqua di selz in Inghilterra supponendo che abbia iniziato i suoi esperimenti poco dopo l’iscrizione all’Associazione. Deryn Lake riuscì dunque a dimostrare che la H.D. Rawlings è più antica della Schweppes e i suoi vecchi sifoni si possono ancora trovare sui banconi dei pub più tradizionali. I casi di John Rawlings e del giudice Fielding sono dodici e tutti editi da Mondadori:

1.

Il giardino delle ombre (Death in the Dark Walk); 2. La morte in palcoscenico (Death at the Beggar’s Opera); 3. La taverna del diavolo (Death at the Devil’s Tavern); 4. La palude delle ombre (Death on the Romney Marsh); 5. Lo stagno delle speranze perdute (Death in the Peerless Pool); 6. I delitti degli speziali (Death at the Apothecaries’ Hall); 7. L’ombra dello scandalo (Death in the West Wind); 8. Morte a palazzo (Death at St. James’s Palace); 9. La valle delle ombre (Death in the Valley of Shadows); 10. Omicidio al tramonto (Death in the Setting Sun); 11. Nero Cornovaglia (Death and the Cornish Fiddler); 12. Le ombre dell’inferno (Death in Hellfire).


Libri libri libri di Tecla Malizia

Care lettrici e cari lettori, ben trovati! Lieta di rincontrarvi tra queste pagine per immergerci nel fantastico mondo dei libri, vi segnalo alcuni titoli in uscita fra marzo ed aprile. Vorace lettura!

Libri libri libri A

priamo le danze con il nuovo libro di un autore di ormai riconosciuto talento. Andrea Vitali pubblica il primo di marzo con Garzanti, Galeotto fu il collier. Personaggi divertenti e situazioni improbabili girano intorno al protagonista, tal Lidio Cervelli, e alla sua grottesca vicenda d’amore e fortuna (o sfortuna?) sempre resi con immensa e sapiente ironia. Il 30 marzo, per Fazi editore, troveremo in libreria il romanzo d’esordio di una fascinosa scrit-

trice: Desy Giuffrè. Se avete trepidato, sognato come noi, tra le pagine di Cime Tempestose della dolce Emily Bronte non potrete restare indifferenti a questo romanzo. Sequel di genere Paranormal, Io sono Heathcliff narra dei destini di due giovani intrecciati alla storia della vecchia tenuta conosciuta con il nome di Wuthering Heights e ai suoi primi abitanti Cathy e Heathcliff. Il destino che lega gli spiriti dei due amanti ai due giovani protagonisti, Elena Ray e Damian Ludeschi, è nell’epitaffio inciso su una tomba:”Le

rocce ne saranno custodi. La brughiera prigione. Finché una Figlia di Sangue non giungerà per ridare il sale alle loro ossa. E la terra non griderà più i loro nomi”. Sempre a marzo Piemme ci propone Il dio degli amori impossibili di Basil Priva. Due giovani, un amore e un tema quanto mai attuale: la differenza di Credo religioso. Alin e Lina sono divisi tra il loro amore (curiosamente immaginifici di un romantico destino in comune sono i loro nomi, uguali se anagrammati) e le


differenze religiose delle rispettive famiglie. Rincontrarsi dopo una vita, dar seguito alle parole scritte in una lettera ritrovata, potrà dar ragione dei dubbi rimasti e dei rimpianti dei mille se, lasciandoci appassionare a una di quelle storie d’amore che non finiscono mai. Una donna scuoiata, una biblioteca e il ratto di un libro maledetto, di anatomia(!), sono gli ingredienti giusti per incuriosirci! Jorgen Brekke con il suo La biblioteca dell’anatomista ci promette una storia da brivido. Edito da Nord, lo trove-

remo sugli scaffali della nostra libreria preferita nel mese di marzo. Una curiosa assonanza con il nome della nostra rivista mi spinge a segnalarvi un altro romanzo d’esordio: La viaggiatrice di O che Elena Cabiati pubblicherà a marzo con Nord edizioni. Le avventure della giovane strega Gala, in missione nella Venezia del XVIII secolo, ci porteranno in un mondo magico e nel mistero che avvolge la storia della cacciata dei genitori della protagonista dal mondo di “O”.

Ad aprile una storia commovente ci terrà compagnia. Romochka ha solo quattro anni. Se ne sta seduto sul letto da una settimana, aspettando che qualcuno lo venga a prendere dopo che sua madre è sparita. L’istinto di sopravvivenza e l’empatia propria dei bambini lo spingeranno in strada. Seguendo un cane, accolto e sfamato dal branco, dovrà però fare i conti col mondo degli uomini che lo reclamerà. Eva Hornung pubblica per Piemme il suo romanzo: Il bambino che parlava con i cani.

libri libri ibriL Le peripezie di Joanna, novizia dominicana nel regno di Enrico VIII, sono raccontate da Nancy Bilveau nel suo L’ultimo velo che sarà edito da Sperling & Kupfer ad aprile. La nostra protagonista sarà rinchiusa nella torre di Londra per aver interferito con le indagini che vogliono al rogo sua cugina. Per riottenere la libertà, Joanna sarà inviata a cercare un’antica reliquia. Accompagnata dal giovane frate Edmund, innamorato di lei, dovrà resistere per non cadere in tentazione di un amore impossibile.

La notte del corvo è l’ evocativo titolo nel nuovo romanzo di James Barclay, in libreria per Nord. Seguito dei precedenti romanzi del precoce scrittore britannico, in questo nuovo appassionante fantasy il Corvo si troverà davanti a una scelta dilaniante: tradire la fiducia dei governanti di Balaia oppure accettare la missione che gli è stata imposta ossia dare la caccia alla piccola Lyanna, maga dai poteri devastanti. Una prosa fine, impopolare per i suoi tempi, è quella di Umber-

to Piersanti che troveremo, per Marcos y Marcos, ad aprile in libreria. Il suo nuovo romanzo, Cupo tempo gentile, ambientato nell’università sessantottina ci riporta indietro nel tempo col suo protagonista, Andrea, a cercare il perfetto connubio tra l’aspirazione al cambiamento e le contraddizioni che spesso insorgono in esso.


Il Marchio di Clio di Elisabetta Bricca

Piccoli, medi, e grandi eroi del mondo dell’editoria.

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oberta Gregorio è travolgente, proprio come il vento Chichili noto nei paesi arabi per la sua aria di rinnovamento. Non è un caso, forse, che Roberta rappresenti in Italia una nuova realtà editoriale che sta portando vento di cambiamento, nel nostro paese e nel resto d’Europa. Parliamo della Chichili Agency, specializzata nella pubblicazione e distribuzione di ebooks, di nascita tedesca, ma naturalizzata italiana grazie all’enorme lavoro e alla passione di Roberta. Sì, perché non sono pochi gli autori italiani che già pubblicano con Chichili, frutto della selezione e dell’impegno che questa signora tutta pepe e affari mette in ogni cosa che fa. Ciao Roberta e grazie per aver accettato di incontrarci. Ringrazio te. Sono molto felice di poterti raccontare dei miei progetti. Ti seguo spesso su Facebook e sul tuo blog e devo dire che sei un vulcano di idee. Da dove nasce questa passione per la scrittura e i libri? E come hai scelto di entrare a far parte dell’ingranaggio Chichili? È vero! Le idee non mi mancano. Ma ci vuole sempre chi è pronto ad aiutarmi a realizzarle. Io, le butto solo lì, le miei idee. Sono gli autori, che con i loro racconti, mi danno la possibilità di passare dalla teoria alla pratica. Senza di loro, non sono nessuno.

La passione per i libri è nata durante la mia adolescenza. Sono cresciuta nel ristorante dei miei. Si doveva fare silenzio, per non disturbare gli ospiti. Con i libri, sono riuscita a vincere la noia, ad ampliare i miei orizzonti, ad “allenare” la mia fantasia. Il passo verso la scrittura, è stata una conseguenza quasi naturale. Ho sempre riempito pagine e pagine di diari. Poi, ho capito che questo non mi bastava più. Spesso, immaginavo finali diversi per i romanzi che leggevo, buttavo giù qualche rigo, per capire se la mia versione potesse funzionare. Solo durante la mia prima gravidanza però, ho iniziato a fare sul serio. Sentivo come un bisogno irrazionale, di voler lasciare qualcosa di profondamente mio alla creatura che portavo in grembo. Il mio primo romanzo l’ho scritto nell’arco di tre mesi. Subito dopo, è iniziata l’estenuante ricerca di una casa editrice, la disillusione, la convinzione di non potercela mai fare. Finché un giorno, in modo del tutto inaspettato, ricevetti la telefonata da parte di Karsten Sturm, il Direttore Generale della Chichili Agency con una proposta di collaborazione, prima da scrittrice, poi, da agente letterario. Potremmo definire il tuo lavoro quello di agente letterario, o sbaglio? Com’è il rapporto con i tuoi autori? In che modo lavorate?


gregorio@chichili.de http://www.facebook.com/ChichiliAgencyItalia http://www.ebookandmorebychichili.blogspot.com

È difficile dare un nome al lavoro che svolgo. Quotidianamente. Infinite ore al giorno. Con una passione e un amore che spesso rischiano di travolgermi. Senz’altro però, la definizione “agente letterario” è quella che si avvicina di più. Mi fa un po’ sorridere la domanda sul rapporto che ho con i miei autori… credo buono. Sono me stessa. Sempre e comunque. Con i miei pregi e i miei difetti. Con i miei limiti. Con le mie convinzioni, che qualche volta vanno a scontrarsi con idee completamente diverse da parte degli autori. C’è chi ha dovuto subire pure qualche “lavata di testa”. E non per presunzione, ma semplicemente perché, dannazione, avessi avuto io qualcuno che mi dicesse: Così non va proprio!, oppure: Vedi che stai sbagliando! In sostanza, io scelgo, tra tanti manoscritti che ricevo, dei testi che per una ragione o un’altra, mi attirano. Provo poi a ragionare insieme all’autore, sulle modalità di pubblicazione. Spesso propongo il formato seriale, ovvero a puntate. Altre volte, si opta per una uscita unica. Poi, cerco di capire, se il testo ha bisogno di modifiche. Qualche volta intervengo io personalmente. Quasi sempre, per mancanza di tempo, passo direttamente ai miei preziosissimi editor, che hanno la mia piena fiducia. E appena il testo è pronto per il mercato, pubblichiamo.


Ci parli dell’iter che segue un ebook? E, per i profani, puoi brevemente indicare pregi dell’ebook rispetto alla stampa tradizionale? E se dovessi trovare un limite? La conversione dei testi in formato digitale è semplice e non porta via troppo tempo. Anche l’inserimento nei canali di distribuzione, avviene in modo abbastanza veloce. Tutta la parte tecnica, viene svolta dai miei colleghi in Germania. Il fatto stesso che se ne sta parlando molto, ci dimostra quanto l’ebook stia muovendo il mercato del libro. Non sono d’accordo sulle polemiche che si fanno intorno a questo formato digitale del libro. L’ebook non deve essere visto come il nemico del buon vecchio libro cartaceo. Non lo vuole sostituire, bensì offrire al lettore la possibilità di avvicinarsi alla lettura in modo diverso. Io suggerisco sempre di provare. La maggior parte dei lettori tanto contrari agli ebook, non hanno neanche mai tenuto un reader in mano. La lettura è assolutamente piacevole. Per niente sterile o anonima. I vantaggi dell’ebook sono ovviamente la praticità, la trasportabilità e il prezzo. Un limite…? Chi non ha dimestichezza con tecnologie moderne, rimane tagliato fuori. Hai una notevole padronanza della lingua tedesca. Immagino sia stato fonda-

mentale per entrare a far parte del team Chichili. Che altro serve per diventare un buon trait d’union tra casa editrice e autore? Il mio bilinguismo è da sempre un punto in mio favore. Non solo per la padronanza delle due lingue. C’è come un pulsantino posizionato da qualche parte nel mio cervello. Quando mi trovo di fronte a un tedesco, spingo il bottone e sono una tedesca e da tale mi comporto , tenendo conto della mentalità del mio interlocutore. E viceversa, mi capita quando ho a che fare con un italiano. Questa capacità, nella collaborazione con la Chichili, è fondamentale. Devo far incontrare due mondi diversi, senza farli mai entrare in contrasto. Fare il trait d’union, non è per niente semplice e non so onestamente, cosa ci vuole per svolgere questo compito nel migliore dei modi. Mi lascio trasportare dall’intuito. Cerco di esserci sempre, per qualsiasi domanda o dubbio, che arrivi da parte degli autori o dalla Germania. Provo a esser sincera. Di dire le cose come stanno. Di non nascondermi dietro alle parole. Di mostrare la realtà dei fatti. Come definiresti la Chichili? In parole povere, cos’è? Un’agenzia che si occupa di scouting o una casa editrice? La Chichili nasce come agenzia letteraria. Finora, abbiamo sempre favorito dei contatti tra i nostri autori e le case editri-


http://www.youtube.com/watch?v=NQIl_pzRvfE

ci tradizionali. Però stiamo capendo che in realtà possiamo fare tutto noi, ovvero, offrire ai nostri autori la possibilità di pubblicare in ebook e cartaceo, di fare marketing, di vendere con discreto successo e fare tutto ciò che fa una casa editrice. Poi, c’è da precisare, che, mentre io con la sezione italiana, sto ancora creando faticosamente dei contatti, dei ponti, delle basi, i colleghi in Germania, sono già una realtà molto ben avviata, con contatti consolidati, validi, importanti. Professionalità tedesca o creatività italiana? È il connubio tra le due realtà che fa la forza. Io stessa sono un mix italo-tedesco. Non potrei mai scegliere tra le due cose, in quanto entrambe fanno parte di me. Progetti per il futuro e nuove terre di conquista per la Chichili? Mi sono posta degli obiettivi: ampliare la rete di distribuzione in Italia, portare i primi libri cartacei Chichili Agency Italia in fiera a Francoforte a ottobre, migliorare la vendita dei nostri titoli italiani sul mercato tedesco e iniziare con le traduzioni in tedesco di qualche nostro titolo. E per Roberta Gregorio? Roberta chi? Accidenti, di lei me ne dimentico spesso…perché lei infondo è felice quando lo sono gli autori della Chichili Agency Italia. Questo le basta.


Incontri di parole di Daniela Germanà

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ievocando i salotti letterari incontreremo scrittori, librai, proporremo voi i loro consigli sui libri, novità e presentazioni. Uno sguardo a 360° sul mondo dell’editoria italiana. “O” Magazine potrebbe risultarvi la solita rivista letteraria che parla sempre di argomenti già noti: scrittori di fama mondiale, bestseller, amori già visti e rivisti. In realtà, è anche il contrario. C’è chi guarda una faccia della medaglia; noi le guardiamo tutte e due, per questo abbiamo incontrato colui che produce quel che di un libro ci colpisce per primo: la copertina. Fino ad ora si è data pochissima importanza a coloro che inventano, producono, riportano, insomma racchiudono in un disegno pagine e pagine di romanzo. Per Voi, ed esclusivamente per Voi, approfondiremo la figura dell’illustratore, forse poco conosciuta, ma importantissima per un manoscritto. La copertina tanto amata, il paesaggio fantastico, il mondo sconosciuto, il protagonista da amare; non è forse vero che l’occhio vuole sempre la sua parte?   “O” ha deciso di sondare il mondo delle cover in compagnia di Paolo Barbieri, illustratore e disegnatore di copertine dei romanzi di Licia Troisi, George R.R. Martin, Marion Zimmer Bradley, Cecilia Randall, e la lista sarebbe ancora molto lunga. Tutto promette bene e il Mantova Comics, evento cult del settore per appassionati di fumetti e manga, è il nostro punto d’incontro. Chi vuole osare, chi ama un personaggio particolare, chi sogna e continuerà a sognare la sua opera preferita potrà vedere in giro per la fiera origina-


li cosplay, costumi di Carnevale per la gente comune. Ma per gli appassionati veri, per gli addetti ai lavori, è un mondo incantato e ricchissimo, serbatoio e fucina di nuove tendenze nel quale acquistare, vendere, scambiare, scoprire; un mondo in cui il classico più intramontabile va a braccetto con i prodotti delle tecnologie più all’avanguardia. Ed è proprio in questo mondo che “O” Magazine è andato ad incontrare l’illustratore Paolo Barbieri che, proprio al Mantova Comics, presentava e approfondiva il suo ultimo libro: “Favole per gli Dei”. Argomento del libro è il “Pantheon Greco” (robetta da poco, insomma), un connubio tra illustrazioni e scrittura, che indaga i miti dell’antichità attraverso la personale visione di Barbieri. Nato per caso da alcune copertine di prova, ha preso vita un guerriero che man mano ha assunto le sembianze di Ares/Marte, dio della guerra. Solo in seguito sono comparse Afrodite e Medusa, e alla fine è stata la volta dei testi nei quali Barbieri da una sua personale interpretazione del mito. Il disegno non è, dunque, una semplice illustrazione bensì l’unione tra divinità classica, e decori che marchiano il corpo con la loro forza: una fusione di stili come il fantasy, il classico e lo steampunk. L’illustrazione non tenta di spiegare solo l’apparenza del personaggio ma anche la sua essenza. E quella di Barbieri è un’opera che vive e pulsa e che non necessita di altre spiegazioni, orpelli o personaggi che fungano da corollario. Tutti “vivono come lucciole, rimangono impresse nella mente.” Il battesimo artistico di Barbieri è avvenuto con Mondo Emerso di L. Troisi, che è stato il suo trampolino di lancio e nel quale ha messo tutta la sua professionalità e il suo talento, seppur – almeno all’inizio - con nessuna garanzia e aspettative

ridotte al minimo. Ma quando la stoffa c’è, o prima o poi si emerge così, grazie a quella copertina, Barbieri comincia a farsi conoscere nel settore ed ecco che nascono altre illustrazioni che lo portano ad essere uno degli illustratori italiani più richiesti. Da una spada per una fiera a… Nihal. è nato così questo fenomeno tutto italiano, apprezzato e richiesto da tutti! Ma da dove nasce la sua passione? Ce lo dice proprio Barbieri, il quale ci confessa che la sua passione affonda le proprie radici in tenera età quando arrivò per la prima volta l’animazione giapponese sui nostri schermi televisivi: fu un autentico colpo di fulmine. “Riempivo i quaderni di disegni” dice Barbieri. “Strappavo le pagine dal centro dei quaderni per poter disegnare su una superficie maggiore.” Un consiglio per gli illustratori emergenti? “Disegnare tanto, essere umili e accettare i consigli, ma soprattutto osservate tanto!” Ma per la curiosità di “O”, una presentazione non poteva bastare. Così, cellulare alla mano, cartellino identificativo di “O” esibito con orgoglio sul petto, una figura femminile dalla chioma riccioluta e un cipiglio pieno di determinazione se ne stava ritta in mezzo al corridoio. Ero io, circondata dai cosplay più disparati che, incurante della confusione, attendevo con pazienza cinese di poter intervistare l’artista. Tra prove di registrazioni, personaggi più o meno equivoci che tentavano di distrarre la prode intervistatrice e una tendenza congenita a non ricordarsi le domande, ecco finalmente arrivato il momento tanto atteso: l’intervista! In merito a “Favole per gli Dei” qual’è la tua divinità preferita? Diciamo Ares perché è il primo che ho disegnato.


Immaginandoti in un futuro prossimo, illustreresti un romanzo con Divinità Celtiche o Egizie? Non lo so, non mi piace molto ripetermi. Sento che se dovessi fare, ad esempio, un libro sulle divinità egiziane in un certo senso dovrei ripetere lo stile fatto per questo e da un certo punto di vista lo vedrei un po’ inutile. Questi disegni sono nati per i Greci e devono restare per loro. Se in un futuro cambiassi visione o interpretazione di stile, potrei buttarmi su altre divinità. Non ho fatto questo libro pensando a un proseguimento, ma solo per passione. Tra le copertine nazionali e internazionali, ce n’è qualcuna che ti ha colpito maggiormente? Citando le più famose: George R. R. Martin (che per me è bellissima), Marion Zimmer Bradley e potrei citarne ancora molti altri… A Martin sono molto affezionato, anche perché ho avuto molta libertà nel farla. Sono disegni in cui, sì, vedevo che erano venuti bene, ma non mi rendevo conto di quanto comunicassero. E pur avendo uno stile un po’ differente da quello che ho adesso, il disegno ha vita propria, comunica molto. In questo momento, cosa vorresti riportare su carta? Una creatura aliena su un altro mondo. Steampunk, fantasy… di che genere? Una creatura animale, niente forma umana, niente visi, una creatura: come potrebbe essere una giraffa su un pianeta alieno. Molto bella come idea, è forse il nuovo progetto tanto segreto? Il genere? Non puoi dirci nulla? Mi piacerebbe fare qualcosa di fantascienza, però c’è il piccolo problema che questo genere in Italia non ha un grandissimo seguito, però certo si potrebbe fare qualcosa di fantascienza fantasy. Sul nuovo progetto però non posso dire niente!

Non indagherò oltre. Per poter procedere all’illustrazione, qual è il primo passo che compi? Ti mandano il manoscritto, oppure ti danno delle direttive? Dipende. I manoscritti non me li mandano mai perché non avrei il tempo di leggerli. Mi inviano riassunti, le descrizioni dei personaggi, a volte mi dicono semplicemente cosa vogliono in copertina, altre volte mi lasciano più o meno libertà: “scegli tu, vedi di farlo più affascinante, malizioso, incaz.. arrabbiato…” E se un personaggio non ti piace di primo impatto? Se la descrizione non ti attira? Questo è un lato romantico dell’arte che noi non possiamo permetterci, perché essenzialmente siamo professionisti. Io, come tutti gli altri, ho imparato ad eseguire le richieste dei committenti e quindi c’è solo la volontà di far un buon disegno. Essenzialmente cerco tutte le volte di metterci del mio. La Troisi ti è piaciuta dall’inizio oppure eri un po’ titubante? In realtà avevo letto il primo libro poco dopo averlo ricevuto. Ovviamente avevo già fatto la copertina, mi ero reso conto che quello che avevo fatto era Lei: Nihal. Per cui non so se c’è stata un’empatia, non so dirlo. Avevo letto il libro e mi ero accorto che aveva un certo magnetismo.Tra me e Licia c’è stata questa empatia di base ma non ho cercato di soddisfare lei. Io faccio un disegno che piace a me. Ad esempio, faccio un drago e se lei dice che è verde, lo faccio verde…. Il resto viene da sé, tutto qui. Passiamo all’animazione giapponese. Tu hai cominciato con quella. Continui a seguirla? Non la seguo molto perché, da una parte sono stato molto legato ai miei personaggi, di cui ancora oggi ho dvd, cassette… e le nuove cose a volte mi piacciono a volte no. Cerco di seguire anche in tv, anche nei negozi di giocattoli quello che va o non va, se poi qualcosa mi incuriosisce cerco il riferimento.


Tra gli illustratori internazionali abbiamo Victoria Frances e Cris Ortega, per citarne due. Hai mai pensato di fare un puzzle con le tue opere? Il problema è dell’editoria italiana perché, se non c’è nessuno che spinge, difficilmente si fa. A me certo piacerebbe che le immagini girassero come calendari, poster o puzzle, però se non c’è una volontà alla base è difficile proporre una cosa del genere. Dovrebbero essere anche i fan che spingono alla produzione. In Italia purtroppo non c’è mai stato un fenomeno editoriale, da questo punto di vista. Una citazione, un saluto per i tuoi fan, cosa vorresti dire loro? Semplicemente un grossissimo ciao, sono contentissimo che le cose che la mia mente partorisce poi assumano una seconda vita nella fantasia della gente. E’ eccezionale pensare che l’idea di uno diventi la fantasia di mille o di un milione o di dieci milioni di persone. Se ci pensi questa cosa ha una potenza infinita. Ora mi trovo io in quella condizione e mi da alle volte una sensazione poco decifrabile, ma bellissima. Avere dei fan, solo l’idea è strepitosa! Cosa ne pensate? Anche a voi Paolo Barbieri ha aperto un mondo nuovo? Se riuscite a non sognare davanti alle sue opere… be’, comunicatelo alla Redazione che farà in modo di girarmi l’antidoto!


l’esordiente nel cassetto di Francesca Orelli

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randi editori e grandi case editrici, sempre in corsa contro le esigenze di mercato, ultimamente stanno scadendo nella letteratura “calcistica” o rigorosamente straniera. E visto che il lettore dev’essere anche un esploratore, messi da parte i vari Mondadori di rito, mi sono messa in viaggio, alla ricerca di nuovi autori e nuove case editrici da esplorare, e di nuovi libri o ebooks, da assaporare e in cui trovare qualcosa che non sia mera commercialità, ma letteratura nuova e ancora sconosciuta. Prima tappa: Asana, un interessante thriller scritto da Patrizia Anselmo e pubblicato per la casa editrice Haiku. Bene, Patrizia, cominciamo con una domandina facile facile: perché hai deciso di scrivere thriller? Non ho deciso di scrivere un genere. Ho avuto un’idea che mi è arrivata in testa e non mi è rimasto che seguire i personaggi, ascoltarli e guardare cosa combinavano. Non so se sia così anche per gli altri autori, ma il bello della scrittura è proprio questo: lasciarsi andare con fiducia. Se pensiamo a lavori analoghi, sempre per quanto riguarda questo particolare genere letterario, tu hai scelto un titolo molto curioso: Asana. Quali significati si nascondono dietro questa scelta? Le asana sono le posizioni dello yoga. Nel libro, la donna più importante per il protagonista le usa per gioco e per convinzione, e anche come gioco erotico. Riassumici in breve le peripezie che hai affrontato per pubblicare questo libro e perché infine hai deciso di intraprendere la strada dell’e-book. Ho cominciato a proporre il mio lavoro a diversi editori, utilizzando prevalentemente internet e anche il sito dei Writers Dream. Le prime risposte sono arrivate dalle case editrici a pagamento, che ho rifiutato, finché non ho ricevuto e accettato quella delle Edizioni Haiku. Trovo che l’e-book possa essere un buon modo per rompere il ghiaccio e farsi conoscere, senza contare che questo formato viene utilizzato anche dalle grandi case editrici, persino subito dopo aver pubblicato il tradizionale formato cartaceo.


Aggiungo inoltre una cosa, anche se non c’entra con la domanda, e che ho notato in alcuni esordienti (per fortuna non in tutti): ho sentito molti autori parlare di percentuali, di quanto un libro può rendere / vendere e così via. Tutto legittimo, ci mancherebbe, ma mi pare che pochi abbiano l’unico desiderio di farsi conoscere e basta; insomma, di fare la classica gavetta. Non vorrei apparire ingiusta nei confronti degli altri, ma devo ammettere che mi stupisce molto tutto questo “fare di conti”.

quanto riguarda il thriller, secondo me occorre avere un grande amore per l’ascolto. Soprattutto deve ascoltare gli altri con il cuore prima che con la testa, avere un autentico interesse per loro, per i loro problemi, e avere un’empatia sincera per le loro sofferenze. Non si tratta di curiosità, ma di vero e proprio amore, nel senso lato della parola. Se ami i tuoi personaggi, li guardi e li ascolti con affetto, anche se ne combinano di tutti i colori.

Nel tuo romanzo, quando sembra che la vita di Corrado stia scendendo dritta all’inferno, intervengono due donne. Queste possono essere viste come due spiriti guida di Corrado, ovvero l’angelo che cerca di sviscerare il suo passato contro il diavolo che tenta di trascinarlo di nuovo dentro il giro? Diciamo sì e no, perché tutte e due sono importanti per Corrado. Entrambe rappresentano per lui l’occasione di guardarsi dentro, di riflettere sul proprio Sé. Faccio un esempio: la donna che in apparenza sembra quella più diabolica, quella più cattiva e meschina, è forse quella che riesce a sviscerare meglio il dolore che macera Corrado, portandolo dritto all’inferno, ma dandogli al contempo la capacità di riemergere.

Durante la stesura di questo romanzo, hai ascoltato un tipo di musica particolare? Se sì, quale? Non ascolto mai musica mentre scrivo. Il silenzio per me è una necessità, perché nel silenzio puoi sentire la voce dei tuoi pensieri, della tua anima.

Quali caratteristiche deve avere per te un esordiente che decide di buttarsi nel thriller? Innanzitutto penso che un esordiente, indipendentemente dal genere che vuole scrivere, deve continuare a ripetersi una parola d’ordine: leggere, leggere e leggere. Poi, per

Tornando ai due protagonisti femminili principali… tu ti senti più come Gilli o come la donna misteriosa? Perché? Mi sento di più come la dottoressa Gilli. Anche a me piace scandagliare l’animo umano, capire il perché delle azioni e dei pensieri. L’altra donna pare più violenta, addirittura cattiva…però d’altra parte bisogna chiedersi se il metodo della dottoressa Gilli non sia una violenza più sottile e, tutto sommato, più pericolosa.

Oltre a scrivere, cosa fai nella vita? Rincorri i criminali o cerchi di scavare nella psiche dei poliziotti? Nella vita sono apicoltrice, quindi rincorro le api! O sono loro a rincorrere me! Tre aggettivi per descrivere il tuo essere autrice ed essere esordiente Entusiasta, decisa, tenace. Ecco, adesso ti lascio uno spazio per te. Se tu avessi davanti a te un lettore, cosa gli diresti per convincerlo ad acquistare il tuo romanzo? A un lettore direi di non acquistarlo se non vuole emozioni forti, se non vuole confrontarsi con qualcosa che rischia di sentire smuovere dentro di sé. Gli direi di acquistarlo se invece vuole conoscere Corrado Nardi, un uomo che soffre e per questo motivo fa soffrire. Un uomo che è impossibile non amare, nonostante tutto.


Lo Speciale di Elisabetta Bricca

Carlo A. Martigli: omnia vincit amor Ho scoperto Carlo A.Martigli solo con il suo ultimo libro: “L’Eretico”, uscito da pochi mesi (gennaio 2012) per Longanesi. Mea culpa. Mea grandissima culpa. A giudicare da come questo thriller storico ha smosso le mie corde interiori, dovrò assolutamente procurami il precedente libro dell’autore (999. L’ultimo custode – Castelvecchi, 2009). E in fretta. Chi mi conosce, sa che non amo sprecarmi in elogi e che non è mia abitudine farmi scrupolo nel criticare (pur sforzandomi di farlo sempre in modo costruttivo) libri che non sono riusciti ad appassionarmi. Nell’Eretico non ho trovato una, e dico una, nota stonata. Al di là dell’intreccio, tessuto con grande maestria, e della ricostruzione storica che farebbe invidia a un barone universitario, docente di storia medievale, ciò che ho amato di più dell’opera di Martigli è stata la prosa dell’autore, che definirei, senza ombra di dubbio, eccelsa: una scrittura degna della migliore tradizione letteraria del romanzo storico. Una scrittura che rimane, anche quando si chiude il libro. Non vi svelerò altro riguardo l’Eretico: dovete leggerlo e perdervi nella sua storia per scoprire sogni, speranze e fallimenti dell’uomo dell’XIII , che scoprirete molto più simile a noi di quanto potete immaginare. Perché chiunque aneli alla libertà e lotti per affermare la propria idea è un eretico.

Titolo: Autore: Prezzo: Dati: Editore:

L’Eretico

L’Eretico Martigli Carlo A. conto 15% € 17,60 2012, 504 p., rilegato Longanesi (collana La Gaja scienza)

Trama: Firenze, 1497. Pico della Mirandola è morto e con lui il suo sogno di unificare le religioni monoteistiche. Restano soltanto i roghi: a bruciare beni terreni e a incendiare le coscienze è Girolamo Savonarola, che ora governa la repubblica fiorentina col ferro e con il fuoco perché il sogno di Pico soffochi e scompaia per sempre. Ed è ciò che vogliono anche i Borgia, che dal soglio papale di una Roma affogata nel vizio e nei delitti muovono oscure trame di congiura e di conquista. Il sogno di papa Alessandro VI e di Cesare, figlio prediletto e maledetto, è di rendere il papato una dinastia. E perché ciò avvenga, l’autorità della religione cristiana non può essere minata in alcun modo. Nel cuore di questi conflitti, l’erede del pensiero di Pico, Ferruccio de Mola, è costretto a combattere ancora una volta, per salvare ciò che gli è più caro: la moglie Leonora. Soltanto lui, anche contro la propria volontà, può impedire che un mondo intero crolli su se stesso. Perché dal lontano Oriente, un anziano monaco e una giovane donna hanno intrapreso un viaggio che li condurrà nel cuore della città eterna. E portano con loro anche un libro misterioso, antico e potente. Un libro che contiene una parola dimenticata, una verità da sempre nascosta con la forza. La verità dell’uomo più importante dell’intera storia umana. Estratto del libro: http://giotto.ibs.it/prime_pagine/80/9788830431980.pdf


Signor Martigli, cosa significa essere scrittori? E come definirebbe il mestiere di scrittore? Lo scrittore è come un attore, o un musicista. E’ un artista. Però come si dice “è un artista” non “fa l’artista”, che suona male, così è diverso essere scrittore o fare lo scrittore. In effetti chi fa lo scrittore non lo è. Ed è il mestiere più bello del mondo, e questo a prescindere dalla vendite. Non per nulla cinque anni fa ho buttato via tutte le sicurezze economiche che avevo, per dire a me stesso: almeno ci hai provato. Mi è andata bene e se, come dico sempre alla fine delle mie conferenze, leggere rende liberi, posso dire che, per quanto mi riguarda, scrivere rende felici.   Lei ha lasciato il mondo della finanza per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. C’è stato un momento in cui si è pentito di questa scelta? Mai, nemmeno un momento, nemmeno in quelli più brutti, dove ti sembra che non vada bene niente. Nemmeno in quelli, all’inizio, pieni anche di delusioni. Non ci si può pentire di donarsi all’amore, se si è veramente innamorati. E io lo sono.  C’è una frase, nei ringraziamenti finali del libro, che mi ha colpito molto, dove lei definisce eretico chiunque aneli alla libertà d’informazione. Chi sono gli eretici dell’Italia di oggi? Gli eretici sono tutti quelli che riescono a resistere alle imposizioni, quelle date dal potere di qualunque genere, politico, finanziario, pubblicitario, televisivo e via dicendo. Aeretikòs in greco significa colui

che sceglie. Nell’antica Grecia, in Atene soprattutto, era sinonimo di una persona con la mente aperta, libera e ragionevole. Poi, con la nascita della lingua italiana in epoca medievale, l’impero e il papato, i poteri forti dell’epoca, avevano paura di chiunque fosse in grado di scegliere, e da qui l’accezione negativa del termine che dura tuttora. Non è mica cambiato tanto, il mondo.  Leggendo l’eretico si ha la sorprendente sensazione che lei abbia quasi vissuto in prima persona, dalla padronanza con cui ne scrive, la Firenze del Savonarola; ora, escludendo, che abbia nascosta, da qualche parte, una macchina del tempo, mi svela qual’è stata l’alchimia che le ha permesso di comprendere in modo tanto profondo un’epoca così distante da quella in cui viviamo? Non credo sia un dono di natura, ma dipende da anni di studi anche sulle fonti e le cronache dell’epoca. E poi serve la passione, e io amo il rinascimento perché rappresenta la vittoria del pensiero, è il momento più creativo di tutta la cultura occidentale. Nasce l’uomo nuovo, nasce il primato della persona sulla terra come essere unico. Una rivoluzione che si trova in quella di Gesù quando disse che non era più il tempo che l’uomo si adeguasse alla legge, ma questa all’uomo. Oppure potrei anche avere inventato la macchina del tempo...   “L’eretico” descritto in poche frasi dal suo autore Inno alla libertà, all’amore e alla giustizia, che sono i veri pilastri della terra. In dettaglio un romanzo con due piani di lettura. Il primo dolce e ironico, con veri momenti di divertimento. Il secondo che leva il velo al mistero che riguarda gli anni dai 12 ai 30 della vita di Gesù. Ma il vero mistero è perché non ne sappiamo nulla in occidente e ancora di più perché non ci siamo mai fatti questa domanda. Io me la sono fatta, e la faccio al lettore, perché le domande aprono la mente. Non c’è bisogno di una risposta, basta rifletterci sopra. 


Un autore per lei irrinunciabile William Shakespeare

rebbe possibile. Ma non posso dire di più se non che i miei lettori non saranno traditi. 

E un’autrice? Marguerite Yourcenar    In un’epoca in cui l’ebook sembra essere ormai il futuro dell’editoria, le chiedo: qual è la sua posizione a riguardo? L’ebook è molto comodo, specie quando si viaggia e per consultazione. E in altri paesi, come la Germania, è uno strumento che aiuta addirittura la vendita dei libri migliori, in cartaceo. Certo, preferisco l’odore della carta a quello della plastica. 

Un saluto per i lettori di “O” Magazine e un consiglio spassionato per gli esordienti? O’ Magazine svolge una funzione eretica, ovvero è un aiuto per chi vuole tenere la mente aperta e libera di scegliere, e non posso che augurargli di continuare così. Il primo consiglio per gli esordienti è invece di invitarli a leggere, sempre, di tutto. Non si può scrivere, senza prima leggere. E di non mandare le loro opere a casaccio alle case editrici. Piuttosto cercare un buon agente, che abbia fiducia nei loro progetti e li aiuti a pubblicare. Terzo, mai, ripeto mai, accostarsi alla cosiddetta editoria a pagamento. Non sono editori, ma stampatori, e spesso anche dei truffatori che illudono. 

In che momento della giornata preferisce scrivere? E perché? La mattina, il pomeriggio e poi la sera per riprendere al mattino dopo qualche ora di sonno. A parte quando leggo. Qual è il suo approccio ogni volta che si cimenta nella stesura di una nuova storia? Prima l’idea base, quella di fondo. Poi il finale, ovvero immaginare come si concluderà la storia, passo fondamentale affinché tutto lo sviluppo del romanzo sia coerente e logico. A questo punto posso cominciare a scrivere e a emozionarmi.   Progetti per il futuro? Qualche anticipazione? Sto scrivendo due romanzi, e sono diversi l’uno diverso dall’altro, altrimenti non sa-

Un’ultima domanda: quale caratteristica basilare deve possedere un romanzo storico per colpire i lettori al cuore? A parte l’immaginazione dello scrittore, deve essere sostenuto da un rigore storico ineccepibile. Il lettore percepisce l’inganno.  Intanto mi permetta di ringraziarla dal mio, di cuore, per essere stato con noi. Grazie a voi, per il lavoro che fate, perché sostenendo la lettura, aiutate la libertà.  Inchino e triplo inchino, con riverenza, e grazie ancora.

CARLO A.MARTIGLI UNPLUGGED Il piatto: POLPETTE DELLA NONNA CON IL PURE’ Il film: OBLOMOV di NIKITA MIKHALKOV La città: ROMA L’hobby: CHITARRA  L’animale: GATTO (IL MIO) Il viaggio: CROCIERA SUL NILO

Il personaggio storico maschile: PICO DELLA MIRANDOLA Il personaggio storico femminile: IPAZIA La più grande passione, dopo la scrittura: MUSICA Sito web ufficiale dell’autore: http://www.martigli.com/home.html


mondi paralleli di Sabrina Rizzo

E

ragon, Eldest, Brisinger, Inheritance… Chi riconoscerà questi titoli sa già di chi parleremo in questo appuntamento. L’autore in questione è Christopher Paolini. Nato il 17 novembre 1983 nel sud della California, Christopher è figlio di due insegnanti di lettere che abbandonano il proprio lavoro per dedicarsi all’istruzione dei due figli, così il nostro Christopher non frequenta una scuola, bensì prende lezioni private in casa. A quindici anni Paolini scrive il suo primo romanzo d’esordio e con l’aiuto della famiglia, che gli darà aiuto sia in campo editoriale che economico, autopubblica Eragon. Sarà grazie ad una serie di fortunati eventi che il giovane verrà scoperto da un famoso autore di best sellers il quale darà via al successo di Christopher. Quella che doveva essere una trilogia, si concluderà invece con il quarto e ultimo libro, sopracitato, Inheritance. Paolini riscuote successo e i suoi libri vengono molto apprezzati e richiesti tanto da entrare nella categoria best-sellers. Alcuni sostengono che gli scritti di Paolini siano stati influenzati da grandi scrittori fantasy al punto da trovare alcuni punti decisamente somiglianti con altre opere, resta il fatto che questo giovane è riuscito ad arrivare al top. Leggendo i suoi romanzi si incontreranno nani, si leggerà di una difficile storia d’amore, prove e battaglie, magie e poteri. Molti amanti del genere fantasy si sono appassionati alle gesta del protagonista, giovane e innocente, che vedrà la sua vita mutare in modo inaspettato e tutto per cosa? Per un uovo di drago. Ecco così inizia tutta la storia. Questo bellissimo uovo blu da cui nascerà Saphira, il drago di Eragon. I draghi, creature leggendarie, mutati in più versioni, buoni o cattivi in base al racconto, sono richiamati in più storie. Diabolici esseri distruttori, potenti divinità del cielo che volano sfrecciando e sputando fuoco, essi hanno molteplici aspetti e caratteri. La caratteristica principale dei draghi sono, generalmente, le ali, le grandi dimensioni di queste creature e il fatto che sputino fuoco. Ma non sono sempre i soliti draghi. Nei racconti di Paolini, infatti, i draghi sono creature intelligenti, fedeli al loro cavaliere con cui stabiliscono un legame molto particolare, ma non svelerò nulla di più rischiando di togliere piacere e scoperte al lettore. I draghi, i loro cavalieri, i paladini che cacciavano questi esseri alati, hanno fatto storia e ancora ne faranno; attraverso racconti e romanzi non smetteranno mai di solleticare la nostra fantasia con la loro possenza e il loro mistero.


Il Punto rosa di Arianna Giorgi

ANGELA WHITE

G

iovane, garbata, elegante, Angela White è, per sua stessa definizione, una persona molto riservata ma ha accettato con entusiasmo l’intervista che “O” ha pensato di farle dopo aver visto il video di presentazione del suo ultimo romanzo Di ghiaccio e d’oro. Appassionata di storia e di teatro, collezionista di profumi e di stampe dalle atmosfere gotiche e fantastiche, Angela White figura di diritto tra le nuove, promettenti leve del romance italiano. Come creatrice del ciclo delle “profezie della strega scalza”, Angela è già al suo secondo titolo, Di ghiaccio e d’oro, da poco uscito per I Romanzi Mondadori e, a un solo anno dal suo esordio, la strega scalza e la sua autrice già annoverano al loro attivo stuoli di fan che scrivono manifestando il loro apprezzamento. In particolare, Angela White ha una grande capacità di riportare in vita epoche remote con forza e passione, che traspaiono da ogni riga. Quest’autrice si definisce una donna come tante e, quando le chiediamo di parlarci del suo cammino verso la pubblicazione, ci risponde che non ha incontrato alcuna difficoltà e che è stato tutto come l’avverarsi di un bel sogno. “Ho scritto il mio primo romanzo (Il castello dei sogni, ndr) per gioco, senza nessuna aspettativa, come momento di pura evasione dalla quotidianità. Arrivata alla fine, ho impacchettato il dattiloscritto e l’ho spedito a Mondadori. Il mese successivo, ho ricevuto la telefonata che mi informava che il mio libro era piaciuto e volevano pubblicarlo.” Fortuna? Talento? O entrambe le cose? Certo è che sono pochi gli autori che possono vantare una storia simile. Ma conosciamo più da vicino Di ghiaccio e d’oro e i suoi protagonisti direttamente dalle parole della loro creatrice.


“Mentre scrivevo Il castello dei sogni, ho sentito che un’altra storia stava formandosi pian piano dentro di me: quella di Arabelle e Bryan. Terminato il primo romanzo, mi è stato naturale seguire la strega scalza nel suo viaggio, fino all’incontro con una giovane novizia che portava dentro il suo cuore il ricordo di un ragazzo dagli occhi d’oro. Bryan è soprannominato il gatto, e penso che sia proprio questo a definirlo al meglio: un predatore elegante, attento e sfuggente, che non si conquista perché è lui a decidere a chi concedersi. Arabelle è introversa. Nascondere il proprio cuore è l’unica difesa di una giovane donna in un mondo duro come l’Inghilterra del dodicesimo secolo.” E allora, continuiamo a seguire il viaggio della strega scalza con il terzo episodio in uscita prossimamente, e a tenere d’occhio un’autrice che sembra avere la stoffa per rappresentare il futuro del romance Made in Italy. Il messaggio di Angela White per i lettori di “O” Magazine: “Un sincero ringraziamento per avermi seguita finora e un saluto con l’augurio di tante emozionanti e appaganti letture. A presto!”


Il Punto rosa

P

rofumo di tiglio nella cittadina di riviera, ed eventualmente potersi sedere all’ombra, dall’alto vedere la massa d’acqua che s’offre senza pudore. I baci fatui e frettolosi d’un ragazzino che guai a spettinarlo, la mia calma nervosa nell’offrirgli il frutto adeguato alla stagione. Bocca. Lentamente s’addensa la calura del pomeriggio estivo. Le parole se ne vanno al bar e consumano bibite ghiacciate nostro malgrado. Che dire. Stanca di muretti, di panorami disturbati da presenze umane, di momenti che solo in superficie perfetti, se fossi quella roccia a picco sul mare.” Emanuela Giustozzi, marchigiana dallo sguardo ardente e una corrisposta passione per la letteratura, ragazza del terzo millennio così racconta le sue passioni, ancorandole, lo sguardo intrepido, alle emozioni del suo cuore e della sua terra. Ragazza di un tempo ambiguo, respira velenoso il profumo di un mare amiconemico, così come un po’ più di cent’anni prima, dalla finestra della sua casa maritale attigua ad una vetreria che oggi recita silenzio e polvere, Sibilla Aleramo nella inospite Civitanova tentava l’impossibile itinerario della sua vita di

Donne che scrivono di donne

di Maria Laura Platania


donna: “Avrei voluto interessarmi alle vicende paesane, ma ero priva ormai di ogni contatto con gli operai, i pescatori, i contadini, e in quanto all’elemento borghese, esso mi appariva più volgare ancora di quello che avevo supposto: senza dirmelo, temevo che questa volgarità finisse col penetrarmi. Già l’inerzia che possedeva tutte le donne del paese cominciava a parermi, in certo senso, invidiabile. La cura pigra e empirica dei figliuoli, la cucina e la chiesa erano tutta la loro vita” Oltre cento anni: cantata dei mesi pari e dei mesi dispari sussurrata o gridata da voce di donna, essere umano femmina che nel contatto con la nostra terra, nel calore d’un sole mai troppo caldo, per sé e per le altre, in profonda indesiderata sorellanza, tentava la via di una vita migliore: “Nel paese regnava una grande ipocrisia… non una moglie era sincera col marito del rendiconto delle spese, non un uomo portava intero a casa il suo guadagno. Poche coppie mantenevano reciproca fedeltà e di parecchi signori si indicava l’amante in qualche donna che viveva sola, o con un marito, su cespiti inconfessabili…molte ragazze si vendevano, senza la costrizione della fame, per la smania di qualche ornamento; a quattordici anni nessuna rimaneva ancora del tutto ignara. Ma restavano in casa ostentavano il candore sfidando il paese a portare prove contro la loro onestà. L’ipocrisia era stimata una virtù. Guai a parlare contro la santità del matrimonio e il principio d’autorità paterna! Guai se qualcuno si attentava a mostrare pubblicamente qual era!” Un lungo itinerario di liberazione che Joyce Lussu, scomparsa alla fine dello scorso millennio, riacciuffa per la coda nelle storie che la madre le racconta e che hanno a protagonista la nonna, la bisnonna “ donne liberate già da molto tempo”, quelle “inglesi in Italia” che, come nonna Margaret Collier, raffinata, colta e emancipata ragazza inglese, giungono spose in una terra marchigiana che usciva dal dominio dello Stato Pontificio e con l’aguzzo della penna raccontano impressioni incise a fuoco.

Un tessuto di memoria, lucido sguardo disteso che è importante catturare nel suo vagare oltre la “Casa sull’Adriatico”: “Prima di terminare queste mie descrizioni, debbo ricordare Giuditta la postina. Quando le andavo incontro per domandarle se c’era una lettera per me dall’Inghilterra, pensavo quant’era pittoresca sullo sfondo del paesaggio, nel suo costume da contadina, col suo canestro in testa, la conocchia in mano, il fazzoletto rosso al collo, e la sottana azzurra annodata sulla sottoveste bianca che arrivava appena sotto le ginocchia e faceva contrasto alle sue gambe ben fatte e abbronzate. Era una donna maestosa, alta e dritta, la figura che ci voleva sullo sfondo di querce e ulivi, mare e cielo azzurri, gli Appennini incappucciati di neve. Aveva sposato un uomo assai più giovane di lei, che stava a casa senza fare nulla, e non contento di mandare la povera donna a fare il suo lavoro la picchiava spesso al suo ritorno; il che succedeva se osava protestare quando trovava in casa una donna più giovane. Essendo una donna di carattere, cacciava subito la rivale, ma le botte successive le subiva con mitezza….un brutto giorno d’inverno scivolò sulla neve, cadde e rimase storpia per tutta la vita… fu una voce allegra che chiamò da una finestra “Signora ricordi la postina?”, alzai gli occhi e vidi la mia vecchia amica comodamente seduta in poltrona, in compagnia di un gatto dal pelo lucido che faceva le fusa. E fu con soddisfazione che vidi poi tornare il marito, accaldato, impolverato e stracco, col suo paniere pesante e con la faccia di chi non ha più voglia di picchiare nessuno”. S’affacciava il‘900 quando Dolores Prato collezionava preziosi frammenti di memoria che la mano incerta di donna anziana e mai completamente “liberata” avrebbe steso su carta nella sua “Giù la piazza non c’è nessuno”: la piazza quella di Treja, il dolore quello di una figlia abbandonata per vergogna, raccattata per carità, mai completante amata, mai totalmente capace d’amore: “A Roma le donne andavano senza busto e sì che le chiamavano matrone perché erano grosse. Un’indecenza! Questo lo sapevo già, lo dicevano le Cervigni tra le malefatte di mia madre. Però quando la sera vedevo con che sollievo la zia se lo levava, pensavo che, per fortuna, essendo romana, non avrei mai messo quel-


lo strumento di tortura. “A Roma la gente mangia per strada”, anche Eugenia mangiava per strada, ma Eugenia era una serva, a Roma, invece potevano essere serve e signore quelle che mangiavano per strada. A Treja solo le popolane si permettevano di masticare per la strada.” E’ lunga la strada percorsa e raccontata dalle donne, un secolo – il diciannovesimo - che si chiudeva coi suoi rimpianti e le sue smanie bambine, un secolo che si apriva coi suoi desiderati arcani: “L’anno cominciava a mezzanotte nel Duomo…”, un tempo duro che ci auguriamo concluso: “La zia mi pettinava, o meglio, mi lisciava come faceva lei, avanti a un nodo passava a largo, lo evitava; la mia testa era piena di nodi, ma i nodi non si vedono; capelli così neri, così lucidi, così ricci, erano un capriccio; la zia li stava lisciando con il pettine. Con un urlo, mai emesso uguale, glielo strappai di mano e lo spezzai. Il mio primo atto di violenza concludeva la mia lunga infanzia. Un attimo nel quale fui una furia infernale nell’urlo e nel gesto. Non spezzavo un pettine, spezzavo un trave, spezzavo chi mi spezzava; spezzavo me stessa dato che spezzarmi bisognava. Un urlo diabolico, un gesto infernale…” Giovanna Righini Ricci, romagnola, così raccontava in “UN PUGNO DI TERRA”, il tempo delle donne. “L’ultimo giorno dell’anno nonna Tugnina metteva sulla fornace il paiuolo grande e scaldava l’acqua per il bagno generale. Le giovani madri allora si impadronivano di noi e, nella stalla, sotto lo sguardo indifferente delle vacche, ci immergevano, a turni, nel capace mastello.Mia madre mi strofinava così vigorosamente collo e orecchi da levarmi la prima pelle. Il giorno dopo, ci vestivamo tutti di nuovo, da capo a piedi, e noi, lustri e impacciati, con le orecchie vermiglie, ci guardavamo le mani e non sapevamo cosa fare.(...)Femmine in giro non se ne dovevano vedere per Capodanno, perchè “portavano danno”.Così mi relegavo con la mia vestina nuova, nella stalla, accanto alla nonna che filava e alle zie che rammendavano, mentre tutti i maschi, anche i marmocchi, infagottati nei loro pastrani troppo grandi si allontanavano, vociando, verso i casolari dei contadini.(....)Così fino a sera, finché i miei cugini rientravano, trionfanti, e si spartivano monete e zuccherini, seduti sui gradini della scala, azzuffandosi in

silenzio, sotto il mio sguardo vanamente sprezzante: tanto, quel giorno, neanche mi vedevano!(....)Mia madre lavorava nei campi, con i grandi. Spesso io la vedevo solo la sera, quando mi lavava i piedi e mi metteva a letto.Parlava poco, non alzava mai la voce; quando ne combinavo una delle grosse, taceva, per non attirare l’attenzione del nonno, ma mi tirava i capelli, ferocemente.Anch’io non dicevo niente. Odiavo i capelli e quando mi capitavano a tiro le forbici, giù larghe sforbiciate. I miei capelli erano sempre cortissimi, inspiegabilmente per gli altri, ma non per mia madre.Le donne erano sempre d’accordo fra loro: se c’era da picchiare uno di noi, siccome era sempre difficile identificare il vero colpevole, ci picchiavano tutti. Pensavamo poi noi a ridistribuire in segreto, senza distinzione di sessi, i cazzotti al responsabile!(...)Mia madre faceva il bucato di notte; di giorno non aveva tempo: doveva lavorare nei campi. Io allora sedevo in silenzio sulla soglia e stavo a guardarla, incantata. Sopra di noi il cielo era sempre buio e rannuvolato - mia madre sceglieva sempre una notte piovosa, nella speranza che la pioggia il giorno dopo impedisse l’opera sui campi - e gli alberi, laggiù, erano una massa scura, paurosa. Mia madre si muoveva leggera dal paiuolo al mastello; il lanternino a petrolio, che reggeva con una mano, gettava lunghe occhiate gialle attorno a lei.” Marcella Cioni nella sua “La corimante”, Sellerio, 1993, racconta le donne di Toscana. “ C’era una volta…” Finalmente posso raccontare la mia storia con “C’era una volta” e, così, coprire di erbe matte ogni mio passo su rocce


di lava e dolomie. E’ la veglia, nel buio del treno, a darmi potestà di tramutare i patimenti in cantilena e grazia, solo con l’inganno di un “c’era una volta... “ ma la mia lingua è fasciata come un batacchio da venerdì santo e solo dentro me il parlate si dipana chiaro, come lo appresi nella mia lontana Toscana. C’era una volta.., avevo quindici anni, allora, e dovevo andare a servizio, lontano. Questa partenza pareva una gran fortuna, alla nonna.-Ione, figlia mia, con quanto è successo, almeno tu sarai sistemata. La pelle mi s’era fatta d’ortica e i denti d’odio Nell’urlare che non volevo andarmene. Solo la mia casa, dagli accenti di vento tra i castagni, mi capiva, io non volevo andarmene e poi non sapevo ancora le erbe e i segni che guariscono. “Meglio me ne sia scordata per San Giovanni, vedi cosa è servito insegnarli a tua madre,.. buoni per i carabinieri di Pistoia, che se la son portati via e te, tu sembri uno scialle nero, il tuo corpo non sorte che per altezza! Ione basta con le fattucchierie, meglio tu diventi una serva... vuoi finire in un bordello? Perché dopo il collegio per discoli. di Prato lì finiresti ... poi non sei mica bella... “. Però la nonna, mentre mi dava la mano e scendevamo per prati verso il treno nel fondovalle, aveva aggiunto “se proprio lo vuoi proverò a passarti i poteri, anche di lontano”, ma io ero solo stupita di quanta gen-

te riempiva le carrozze, perché per me era la prima volta che salivo sul treno. La nonna sapeva di non rivedermi e io sapevo che alle sue arti ormai non ci credeva più e, anche se alla maglietta m’aveva cucito uno di quegli scapolari che preparava contro il pidocchio, era stato per cucirmi un pezzo di sé e non lasciarmi andar via sola. A che poteva servirmi? Nessuno avrebbe mai potuto invidiare me, così cupa e scura da sembrare un uccellaccio.” Anna Maria Mori e Nelida Milani raccontano in “Bora” il senso di una storia femminile di sconfitte, rinunce, ma anche piccoli e grandi trionfi: “Cicina e’ una bambina volitiva e ribelle: a un padre amoroso, generoso del suo tempo e delle sue passioni musicali, letterarie e botaniche, ma talvolta anche impaziente e pronto allo <<scapaccione>>, Cicina, fin da piccolissima, l’età stessa della foto, tiene testa, o ci prova: usa buttarsi a sedere sulle piastrelle o i parquets di casa, lucidati uno ad uno con la paglia di ferro, e chiede: “No papa’, non gli scapaccioni su sedere, fammi il discorso...”, e domanda di capire. Capire: una speranza e un’ossessione incominciate li’ nella casa di Pia col sedere per terra a difenderlo da una sculacciata del padre, e continuate, stupide e imperterrite, per tutto il resto di una vita irrazionalmente dedita al razionale. Quella bambina con la frangetta bionda di capelli sottili e gli occhi a fessura per il gran ridere, con la voglia di vivere e andare avanti, coniugata alla paura di vivere e di andare avanti raccontata da quei suoi piedini grassi chiu-


si a cerchio l’uno con l’altro “contro” il mondo fuori, proprio lei, quella che da piccola tutti chiamavano Cicina, per oltre cinquant’anni e’ stata come una bolla d’aria nello stomaco e nell’anima di quell’altra, uscita con il suo nome banale - e la vita coraggiosa per forza più che per scelta - dalle pagine di Carolina Invernizio. L’adolescente prima della classe e bulimica; la ragazza emancipata anzitempo, sola a Roma, in camera ammobiliata zona San Camillo; la trentenne che spericolatamente ha poi cercato di coniugare professione e maternità (che non si elidono tanto per ragioni di tempo, come si e’ detto e creduto, ma per la pretesa di due passioni contemporanee di essere, come vogliono le passioni, ognuna sola, e assoluta), queste tre creature femminili in una, si sono dedicate per cinquant’anni, succedendosi l’un l’altra, a cancellare la bambina da cui tutte e tre avevano preso inizio: hanno cercato di non vederla, di non sapere. Non sapevano e non volevano interrogarla, <<com’eri?>> o <<come pensavi di essere?>>, <<a chi ridevi, e perché?>>, <<cosa sognavi?>>, <<come ti pensavi, nel futuro?>>. Ma la bambina ogni volta tornava a galla, con quel suo ridere forte, quei piedini timidi e sfrontati, quel vestitino di organza inamidato.” E intanto è il 2012 a intonare l’urlo dell’antibattaglia o della battaglia finita o dell’impossibilità di un’altra battaglia. Come ha scritto in un impeto di sincerita’ uno studente ventenne alla piccola posta di un rotocalco femminile, “sostenere il peso dell’emancipazione delle donne e’ una fatica quasi insopportabile”. È la nostra Emanuela a raccontarcelo, un augurio festoso e giocoso per cento e cento e cento anni ancora ma solo se all’insegna della serena convivenza, di generi e di sogni: “La scena della piazza della biblioteca. Bianco e terribile implacabile metafisico del suolo, grande spiazzo vuoto, costruzioni: niente. Altro che realtà virtuali. Urlo, crisi nervosa che lui non conosce, ne è scioccato. È un ragazzo intonato, farà strada”.


Il Punto rosa di Maria Laura Platania

è

un amore senza nome il nucleo vivo del romanzo di Sandra Petrignani “Dolorose considerazioni del cuore”. Lutto elaborato la perdita del potere del sesso perché l’amore non si è mai concretizzato nella certezza dell’essere. E’ passato violento e torbido, passionale e fluido, è scivolato tra mani rimaste bambine e incapaci a trattenere, perché nessuno ha davvero mai voluto trattenere la bambina che quelle mani offriva timida e difesa. Al lettore il compito di srotolare una matassa a più capi per scoprire che ogni capo rimanda all’altro e che tutti quei fili sono spezzati per un’involontaria volontà di rimanere progetto inconcluso. Trentasei mesi di distanza di Tina, riconoscibile protagonista, dalla sua amica Vittoria – distante in lei e da lei a partire dal nome – non valgono a ricostruire, dal caldo di un letto che non riesce a ricordare quello algido della madre o quello tenero del padre, la trama di una sola esistenza. Vittoria non è e non appare amica, è solo pretesto, motore di una storia che abbraccia, con continue intermittenze del cuore, mezzo secolo di vita, narrata a brandelli, divorata con rabbia, vomitata su mattonelle che la madre-figlia pretende di mantenere lucide per una sua interiore insoddisfatta ansia di lindore. Tina è bambina, adolescente e donna sull’onda di un rapporto d’amore inconcluso, con una memoria in fuga e che pure pretende di fissare tarsie nitide in quelli che chiama incipit o abbozzi di futuri romanzi e che sono solo dolorose considerazioni della mente. Una mente che, con comprensibile scandalo, batte forte quasi fosse un cuore e del cuore ha i palpiti e gli improvvisi rossori.

Dolorose considerazioni del cuore

Di Sandra Petrignani Edizioni Nottetempo


Tina non trova se stessa, se non attraversando, a piedi nudi e occhi ben serrati, quella lama lucida che è la sua vita. Borderline si definisce, ma è solo su quel crinale tagliente che riesce a sopravvivere. Incontenibile ansia d’amore che non definisce nessuno dei tre amori importanti e consacrati e si fa calice aspro per l’unico amore “vissuto” perché, ancora una volta, inconcluso. Dilavata fotografia del passato il padre/madre, coppia di scintillante bellezza/giovinezza, ipocritamente insieme per non turbare Tina bambina; nell’oggi del romanzo, anziani, involontari carcerieri l’uno dell’altra e di Tina donna, costretta al ruolo invertito e al malcelato desiderio di non essere lei, prima della vita, a strappare quell’immagine. Psicanalisi, amori e duplicati d’amore, parenti distanti, vita e morte, bisogno di fermarla la giostra impazzita della mente che corre corre corre, tutto per arrivare in tempo a riavvolgere l’unico nastro necessario: O mein papa… storpia nel solito imposto inglese Connie Francis, ma il padre sorride, ricorda. Forse capisce, forse anche la madre finalmente comprende… Tina lo crede o lo spera. Ma rimane Vittoria - specchio deformato di sé, l’amica ritrovata dopo mille giorni, davanti alla citazione di un bicchiere d’assenzio di un qualunque bar di quella Roma porto sepolto della madre bambina - rimane solo l’inutile Vittoria a cercare di ricucire lo strappo in una stoffa troppo leggera per sopportare la puntura di un pur finissimo ago.


Graffi d’inchiostro – i racconti di “O”

T

i piaccio vero? Le mie labbra, dimmi quanto sono belle. E i capelli, non dimenticarteli. Due occhi che sembrano oceani e bla bla bla sotto la tua cintura finta pelle. Bravo: sbava. L’unica cosa che sai fare è guardarmi come un gatto guarda il salmone. Non cercare di capirmi, non costringerti ad amarmi: non è quello che voglio. Lo so cosa provi per me. Sono solo una bambola gonfiabile a cui hanno aggiunto un nuovo optional, la capacità di sostenere una conversazione con te fuori da questo locale che, fra l’altro, rende molto bene l’idea di quale sia il tuo standard di donne. Ti piace essere la preda, vero? Non mi dimenticherai, te lo prometto. Non sono una persona vendicativa, o almeno non lo ero. Diciamo che mi ci sono ritrovata in mezzo, come quando ad un incrocio un motorino del cazzo ti taglia la strada e tu non puoi fare altro che frenare, ma non è detto che basti. A volte la vita, mio caro sconosciuto, non si accontenta delle buone intenzioni. Magari freni con tutta la forza che hai, schiacciando il

una bella giornata, domani. Sarà il primo giorno del resto della mia vita. Grazie a te. Non sai quanto bene mi stai facendo, non ne hai la minima idea.
Questa sera ti farò sentire speciale, quello con i riflettori puntati addosso, l’oggetto del desiderio. I tuoi ormoni cavalcheranno come un carro armati in Unione Sovietica, pronti a bombardare. Ti piace essere unico, eh? A chi non piacerebbe del resto vedere qualcuno che stai spogliando con gli occhi da tutta la sera avvicinarsi proprio a te, mettendoti una mano intorno al collo. Magari quella persona ti chiede se hai voglia di uscire un momento a bere una cosa. Te lo dice a trentadue denti, ma quello che ti sembra un sorriso altro non è che un ruggito. Sei stregato, senza maghetti e bacchette magiche. Incredibile cosa riesce a fare la solitudine e una bassa autostima, un cocktail da sballo che smaltirai con grande, grande fatica. Mi chiedi cosa faccio nella vita e io ti dico che sono un’attrice. Tu ovviamente non capisci la mia onesta confessione e la prendi per una pura e semplice professione, vomitandomi addosso promesse e tanti

Rouge Shine

piede come se sotto ci fossero i problemi della tua vita, gli schiaffi e gli squarci che ora ti porti dietro assieme a quel tubino nero con cui sei uscita per svagarti un po’, ma la gente vede solo quello, e non riescono a tenersi in quella cazzo di bocca il paragone con Audrey Hepburn. Magari tu fai di tutto per non andargli addosso ma lui cade, senza vita, davanti a te. E ti guarda, dona a te il suo ultimo battere di ciglia e tu sai che non te lo meriti. Cominci a vederci tutti gli incroci che non farà, tutte le volte che non arriverà tardi al lavoro, che non tornerà a casa dalla fidanzata e bla bla bla. Ma non è la mia storia, non è la tua storia, o mio caro sconosciuto.
Voi uomini siete come le bottiglie di birra, come quella che mi stai offrendo ora. Siete vuoti dal collo in su. Ogni cosa ha il suo prezzo, Andrea. Il mio è più alto di quello che credi. Sono stufa del fuoco, degli sguardi, dei controlli. Della paura, della distanza. Voglio avere

altri bla seguiti da diversi e raffazzonati “conosco un tizio”, che tradotti per voi neofiti del mondo maschile significa: “se me la dai, te li faccio conoscere”. Cose e persone che probabilmente nemmeno esistono, ma a me non interessa. A me basti tu, stupido idiota dai capelli neri che dice di chiamarsi Andrea. Ma si sa, luogo comune per luogo comune: si dice sempre che le attrici sono donne dai facili costumi, e tu con altrettanta facilità ti levi i tuoi appena arriviamo nel tuo appartamento. Il problema della felicità è che la devi alimentare, devi darle la benzina. Potremmo dire questo di tutto, ma nulla è difficile quanto alimentare la felicità. Sì, sono felice. Sono felice e sorrido tanto bene grazie a persone come te anche se non lo sai, ora che dormi beato nel tuo letto a una piazza e mezza, che per inciso si chiama letto alla fran-


cese, non alla tedesca. Ignorante del cazzo. Almeno quello prima di te sapeva il fatto suo. Mi hai chiesto come mi chiamo. Mi viene da ridere perché me lo hai chiesto quando era praticamente mezz’ora che mi urlavi “porca”, sbraitando come un maiale che sta per essere sgozzato. Dicevo, la felicità ha un prezzo, come tutto. Ma cosa si dovrebbe volere nella vita se non la felicità? Io la tua felicità te l’ho data. Eccome. Hai fatto il galletto con i tuoi amici, che ridacchiavano al solo pensiero di noi due nello stesso letto con gli ah ah sì sì della situazione. Improvvisamente hai acquistato valore agli occhi delle altre ragazze nel locale, e forse un giorno finirai come me, a trovare solo nella vendetta quella goccia di felicità che basta per inumidire le labbra dell’anima, quelle stesse labbra che ti hanno baciato con un disgusto che non puoi nemmeno immaginare, che non puoi nemmeno concepire come umano. Quelle stesse labbra sulle quali metto il rossetto che sto usando ora per scrivere sullo specchio del tuo bagno. Che per inciso, è decisamente fuori dagli standard di igiene di ogni paese occidentale. Ieri ero Benedetta, oggi sono Giorgia. Domani chissà, forse Giulia. Ma quello che sono per tutti gli Andrea, i Vittorio, i Lorenzo è sempre la stessa cosa. Sono il loro inferno. Sono la loro rovina, la malerba che manda in rovine il castello di famiglia, lo specchio che non può fare altro che riflettere quella merda che eri e che sei ora, mentre ti prepari per andare a fare i prelievi. Sono quel semaforo diventato rosso troppo presto. Non bisogna volare troppo alti se non si hanno le ali, caro mio sconosciuto dal nome banale, che non sapevi nemmeno essere considerato come nome da donna in alcuni paesi. Ma tu di donna non hai niente, è vero. Non avresti le palle per essere una donna, e probabilmente nemmeno sai che cosa significa. Forse non sai nemmeno cosa significa riduzione della risposta proliferativa alla stimolazione antigenica, ma lo scoprirai presto. Se ti può consolare ne avevo visti altri due ieri sera che potevano diventare quello che sei tu oggi, ma ho scelto te. Non chiedermi perché, alla fine ti ho scelto, no? Non è quello che volevi? Quello che chiediamo tutti i giorni alla vita? Siamo


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lì, tra i banchi di questa scuola fatta di lacrime e di dubbi, pensioni e contratti a tempo determinato, convinti di avere la risposta giusta da dare alla maestra. Alziamo le mani, sperando che ci chiami, che ci dia importanza. Ma lo sguardo della maestra va dietro di te e allora tiri timidamente giù le tue speranze, aspettando la prossima domanda, il prossimo giro in giostra. Oggi ti ha chiamato, ma Dio solo sa quanto lo rimpiangerai. Io solo so quanto mi odierai. Non è cattiveria, e nemmeno giustizia. È solo il mio modo personale per dire al mondo quanto mi ha fatto stare male, quanto mi ha fatto soffrire l’unica persona che io abbia mai amato. Non mi potrai mai capire. Se parlerai di me, di quello che ti ho fatto, troverai altre persone con cui meditare vendetta. Ma io caro mio, sono più furba. So cambiare aspetto più velocemente di quanto tu hai impiegato per cambiare preservativo. Ci rimarrai forse bene, forse male, quando scoprirai che non c’è nessun motivo particolare che ti ha obbligato a doverti portare dietro questo segno di Caino per tutta la vita. Non eri più stronzo o più gentile degli altri. Ti ho scelto perché eri più attraente, fine. Tanto vale indorare la pillola no? Sono certa che apprezzerai. Mettiti l’anima in pace. Non faccio parte di una setta, anche se in un certo senso siamo trattati come tali. Diciamo che è un club, mettiamola così. Un club a cui non vorresti mai iscriverti, ma come dicono i francesi, quelli del letto alla francese mio caro ignorante, c’est la vie. Nella Bibbia si dice di non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Giusto, giustissimo. Ma se quella cosa mi è già stata fatta, allora non vedo il motivo per non farlo a mia volta, mio caro Gesù. Non tutti camminano sulle acque come te, sai? Sono fatta di carne e sangue, ed ero fatta anche di cuore. Di Amore. Non ti ho fatto niente di peggio di quanto è stato fatto a me, Andrea, anzi. Almeno io te l’ho detto. E subito. La tua vita sarà una successione di inibitori. Inibitori della

trascrittasi inversa, della proteasi e altri bla bla che ti saranno molto utili. Caro Gesù, ma tu lo sai cosa significa portarla per una vita intera, la croce? Non dico 3 anni, ma tutta la tua fottuta esistenza, e ogni anno il peso della croce aumenta e le gambe diventano sempre più deboli. E poi osano anche chiamarli progressi della medicina, momenti di gioia per l’umanità. Ficcatevelo nel culo, il vostro progresso della medicina. Almeno non lo sei venuto a scoprire dopo aver fatto il tuo prelievo del sangue mensile.
Perché, che si sappia, ero una brava ragazza, di quelle che donano il sangue. Le persone vicino a te ti tratteranno come un appestato, e prima ci farai il callo, prima potrai tornare a sopravvivere. Non dico vivere, è una parola troppo grossa per quello che ti aspetta. Farai felice la Gilead Sciences e i tuoi cari, che ti vogliono ancora tra loro per poterti dire buon compleanno e buon Natale. Che ti vogliono dire quanto ti sanno amare. Ma tu, d’ora in poi, non hai più il diritto di essere egoista. Tutto ciò che farai per porre fine a questa disgrazia verrà visto come un affronto da chi ti sta intorno. Diranno che hai perso il gusto della vita ma che c’è molto altro là fuori che ti aspetta. Ti diranno di non arrenderti. Io li avrei ammazzati, ma non potevano capire: solo il mio unico amore sapeva cosa si prova, ma non aveva il coraggio di guardarmi in faccia dopo quello che mi aveva fatto. Io diciamo che cerco di far capire alle persone di chiudere quella cazzo di bocca sputa sentenze, non sanno di cosa parlano.
La mia felicità sta nell’immaginarti a combattere come ho dovuto fare io.
Il mio personale modo per non sentirmi sola. Per questo ti scrivo benvenuto, col rossetto. Benvenuto nel mondo dell’Aids.

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