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Tecnica Alessandro Suardi L’Orso Bianco in acqua Diari di bordo Gabriele Olivo Diario di un’avventura

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Attualità Marco Marchi Ottanta nodi Giuliano Gallo Gli schiaffi della Roma per tutti

Assaggi Les Weatheritt Traversate atlantiche Gennaro Coretti Torna lo Jancris

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Ferdinando Acerbi Oltre ogni ostacolo Giulio Libertà La luce sommersa


C O M E AV E R E MEDITERRANEA

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Mediterranea è distribuita gratuitamente nelle librerie di mare, nei negozi di nautica, nei circoli, nelle scuole di vela, nei porti turistici e nelle principali fiere nautiche in Italia. Se avete un’associazione, un circolo di appassionati, o un punto vendita di nautica e volete ricevere Mediterranea da distribuire ai vostri soci e clienti, non dovete far altro che richiedere il numero di copie che pensate vi possano essere necessarie

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scrivendo una e-mail indirizzata a: info@mediterranea.tv o telefonando allo 06 70492976. I lettori che vogliano ricevere tutti i numeri di Mediterranea a casa propria, possono richiederla pagando un contributo per le spese di spedizione di 5 euro l’anno (2-5 numeri), sul ccp 69312031 intestato a Nutrimenti srl, specificando il proprio indirizzo esatto e segnalando come causale: Abbonamento Mediterranea. Per la pubblicità rivolgersi a: adv@mediterranea.tv


EDITORIALE

La vastità del mare da sempre ha fatto sognare gli uomini. Da sempre è stata teatro e origine di storie, meravigliose avventure, grandi scoperte e terribili tragedie. Oggi come all’inizio della nostra storia, continua a essere così. Nonostante tutta la scienza e la tecnologia, nonostante le guerre e le crisi economiche, lo sciagurato inquinamento e lo sfruttamento selvaggio, il mare resta un immenso contenitore di piccole e grandi storie. È bello constatare che sia ancora così, è urgente Più che mai siamo impegnarsi perché possa continuare ad essere così. convinti oggi che Da quando Mediterranea è nata, ed ormai sono due anni, ma non due anni qualunque, due anni di burrasche e tempeste, in cui qualche corazzata è affondata mentre il nostro agile vascello continua a navigare, abbiamo individuato come nostro spazio privilegiato il crocevia fra la lettura e l’andar per mare. Due grandi piaceri capaci di alimentarsi e amplificarsi a vicenda. Più che mai siamo convinti oggi che leggere, oltre che un piacere, sia in molti casi una necessità per chi naviga, a volte perfino una responsabilità obbligata, verso gli altri e verso il mondo (e il mare) che vorremmo lasciare ai nostri figli.

leggere, oltre che un piacere, sia in molti casi una necessità per chi naviga, a volte perfino una responsabilità obbligata, verso gli altri e verso il mondo (e il mare) che vorremmo lasciare ai nostri figli.

La nostra, di responsabilità, crediamo continui ad essere quella di proporvi lo spettro più largo possibile delle esperienze di andare per mare. Senza farci ingabbiare dalle esigenze commerciali, senza inseguire mode, senza cedere a compromessi. Come anche questo numero dimostra, continueremo a raccontarvi esperienze di crociera, di grandi regate, di autocostruttori come di grandi cantieri, piccole storie quotidiane di navigatori qualsiasi e quelle di skipper famosi. Sempre con uno sguardo lungo, non limitato al nostro quotidiano, ma teso all’orizzonte della cultura che il mare continua ad alimentare. Dalla tecnologia alla letteratura, dalla scienza alla solidarietà.

Ne sono esempi concreti una grande storia di mare, come quella dello Jancris, finalmente raccontata dopo essere caduta nell’oblio per troppo tempo, e insieme il bel diario di bordo che Gabriele Olivo, unico italiano a partecipare all’ultima Volvo Ocean Race, ha scritto del suo giro del mondo. La prova di navigazione dell’ultima barca realizzata da un autocostruttore geniale e anticonformista come Ernesto Tross, ma anche il piccolo ‘scoop’ che vi offriamo sul danno provocato da un’onda alla barca di Massimo D’Alema nell’ultima RomaX2. E poi le storie significative per chi naviga nei nostri mari, come il colpo di vento all’Elba raccontato da Marco Marchi, prezioso anche per capire come comportarsi in situazioni analoghe. Un episodio che purtroppo conferma quello che tutti stiamo sperimentando in questi anni: l’aumento statistico dei fenomeni violenti nei nostri mari, frutto avvelenato dei cambiamenti climatici in corso. Un campanello d’allarme che nessuno, soprattutto fra chi va in mare, può far finta di non aver sentito. A.P.


INDICE

In copertina: faro della Giraglia, costruito nel 1838, portata 26 miglia marine (illustrazione Ada Carpi).

Rubriche Maredi carta

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Notizie in breve

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Il velaio risponde

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8

Diari di bordo

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9

Attualità Gli schiaffi della roma per tutti

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10

Successi Azzurri nei Campionati mondiali

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28

Diari di bordo Ottanta nodi

pag.

12

Le prove di mediterranea L’orso bianco in acqua

pag.

16

Assaggi Traversate atlantiche istruzioni per l’uso

pag.

20

Torna lo Jancris

pag.

24

Diario di un’avventura

pag.

30

Oltre ogni ostacolo

pag.

36

Aliseo

pag.

40

Pasqua a Caprera

pag.

44

La luce sommersa

pag.

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© 2008 Nutrimenti Registrazione presso il Tribunale di Roma n. 283/2008

www.nutrimenti.net

Direttore editoriale: Andrea Palombi Direttore responsabile: Francesco Altieri www.mediterranea.tv

www.magnamare.com

Redazione e amministrazione Via Marco Aurelio 44 - 00184 Roma tel. 06 70492976 info@mediterranea.tv stampato da Grafiche del Liri - Isola del Liri Per la pubblicità rivolgersi a: adv@mediterranea.tv tel. 06 70492976

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È vietata la riproduzione anche parziale di testi e immagini. Manoscritti e fotografie, anche se non pubblicati, non si restituiscono. Garanzia di riservatezza L’Editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione ai sensi dell’articolo 7 del DL 196/03 scrivendo a: Nutrimenti via Marco Aurelio 44, 00184 Roma Le informazioni custodite nell’archivio elettronico di Nutrimenti verranno utilizzate al solo scopo di inviare il catalogo Mediterranea e vantaggiose proposte commerciali. Stampato presso Arti Grafiche del Liri


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S C A F FA L I A P R O VA D ’ O N D A

MARE DI CARTA

Facile navigare fra gli scaffali quando la libraia è un’appassionata di mare.

Ricordo di essere salita per la prima volta su una barca a vela a 5 anni, la barca era un trimarano in compensato marino autocostruito da uno zio e il luogo era il Lago di Como. Pochi anni dopo, la mia prima barca è stata un’Alpa Skip, una via di mezzo fra una piccola deriva e un surf armata con una vela latina. Poi è arrivato il Laser, con il quale ho fatto la gavetta. Siamo negli anni Settanta e la gavetta si svolgeva in Belgio, dove vivevo con la mia famiglia: erano i tempi in cui di pile e cerate stagne non si parlava ancora e gli indumenti più caldi erano i maglioni fatti ai ferri dalle mamme! I ricordi di quei tempi straordinari mi riempiono ancora di un piacere immenso: sono stati gli anni dove la passione ha preso il posto del gioco e dove l’acqua e il mare mi sono 6

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entrati nel cuore. E da allora appena posso vado a ‘fare quattro bordi’. L’acqua poi non è solo mare e nel mio caso mi ha portato a provare il kayak da fiume e la canoa polinesiana, così come l’apnea, recente grande passione. Ma anche a leggere, fin da adolescente, i grandi classici del mare, Conrad e Melville certo, ma soprattutto Joshua Slocum, Bernard Moitessier, Alain Colas, Eric Tabarly, vere muse ispiratrici di molti navigatori dei nostri giorni. La vita, come sempre, ti porta su strade diverse, ma se la passione é vera, vince sempre e, nel 1997, riesco a coronare il mio sogno: unire passione e professione aprendo una libreria tutta dedicata al mare, in una città che senza l’acqua non sarebbe mai esistita, Venezia. Primavera 1997, si alzano le serran-

de per la prima volta: la libreria è piccola, eppure i primi mesi sembrava enorme per la fatica di scegliere i titoli giusti, per coprire tutti i temi. Poi, piano piano si è riempita fino ad arrivare ad essere quella di oggi, un concentrato di acqua e mare, di sport nautici e storia, di tecnica e di marineria. Il tutto nelle mani di una libraia ‘vera’ nel senso più classico della parola, dove il ‘vero’ libraio è quello che conosce personalmente tutti i libri che ha sullo scaffale e riesce perciò a consigliare il lettore. Il miglior modo per riassumere i numerosi contenuti di Mare di Carta lo troviamo nella prima pagina del sito internet della libreria recentemente rinnovato (www. maredicarta.com), in una serie di domande che vengono poste ai lettori e le cui risposte si trovano appunto sugli scaffali della libreria. Devi pianificare una crociera in Dalmazia o vuoi fare il giro del mondo? Sei un velista olimpionico o alle prime armi? La tua passione sono i motoscafi d’epoca e vuoi saperne di più? Vuoi passare dai modelli in scatola di montaggio a un lavoro più specialistico? Hai un amico che ama il mare e vuoi fargli un regalo? Subacquea o apnea: magari leggo qualcosa per farmi un’idea? La tua vera evasione è un tuffo fra le pagine di un bel romanzo? Le nostre tradizioni ti appassionano? I sommergibili ti affascinano e la storia delle loro vicende non ti stanca mai? Cerchi un libro introvabile, anche straniero? Perché se è vero che spesso le librerie sono considerate come semplici negozi che vendono libri, quando una libreria è così specializzata diventa un luogo d’incontro con gli autori o di scambio culturale e tecnico, un luogo dove si raccolgono e ridistribuiscono molte informazioni, sulla navigazione, sulle nuove leggi, sulle regate, sulle scuole di vela e naturalmente sull’editoria. Sempre sull’onda della passione. Mare di Carta - Sestiere S.Croce 222 • 30135 Venezia tel 041 716304 - fax 041 2756207 • email: info@maredicarta.com


NOTIZIE IN BREVE UN EQUIPAGGIO ITALIANO ALLA VOLVO L’Italia torna alla grande alla Volvo Ocean Race. Sarà infatti Giovanni Soldini a guidare il team che affronterà la prossima edizione del giro del mondo in equipaggio nel 2011. La barca italiana correrà sotto i colori dello Yacht Club Italiano di Genova e sarà sostenuta dal gruppo Fiat. Non a caso alla presentazione ufficiale nel Salone nautico di Genova parteciperanno Carlo Croce e John Elkan, oltre alo stesso Soldini. Il Consorzio avrebbe già acquistato Ericsson 3 barca che con un equipaggio di giovani velisti ha concluso al quarto posto l’edizione conclusa a luglio 2009. Erano ormai anni che mancava una partecipazione italiana a quella che è oggi considerata la regata più tecnica e spettacolare, una vera e propria Formula Uno della vela.

MAYA: GIOVANI PROGETTISTI SI ORGANIZZANO Bella iniziativa di dieci studenti della facoltà di Ingegneria navale di Trieste. Il 12 settembre hanno presentato Maya Tecnology Trieste (Mtt)

un’associazione per offrire agli studenti della facoltà di sperimentare sul campo le competenze acquisite. Come primo passo i dieci promotori hanno progettato e realizzato in piena autonomia, con la sola supervisione di tre professori, una imbarcazione a vela di 4 metri e 60, larga 2,10, costruita in legno e dal peso di 80 Kg. Rientra nella classe R3 e parteciperà alla regata “Mille e una vela per l’università” promossa dall’Ateneo di Roma Tre. La regata fra università è tata vinta l’anno scorso da Polis, realizzata dagli studenti del Politecnico di Milano.

SULLA STESSA BARCA “Tutti insieme nella stessa barca” si chiama il progetto della Fondazione Ariel che a settembre ha portato undici fratelli e sorelle di bambini con disabilità, accompagnati dai rispettivi papà, su Nave Italia il più grande brigantino a vela del mondo. Durante cinque giorni di navigazione fra il golfo di La Spezia e l’arcipelago toscano padri e figli sono stati coinvolti in tutte le attività di bordo. In genere, spiega Luisa Monorio, responsabile della Fondazione Ariel, gli interventi di sostegno alle famiglie con ragazzi

disabili sono indirizzati alle mamme e ai figli con disabilità. “Secondo noi è però altrettanto importante occuparsi anche degli altri componenti della famiglia, quindi i papà e i fratelli. SCAFISTI A VELA ? Non solo potenti gommoni o vecchie carrette. A settembre si è assistito anche al primo sbargo di migranti da una barca a vela. Lo scorso 9 settembre i carabinieri di Africo hanno infatti trovato una barca a vela di circa trenta metri arenata a poche decine di metri metri dalla spiaggia. Secondo la ricostruzione delle forze dell’ordine la barca avrebbe trasportato circa quarantadue immigranti curdi provenienti dalla Turchia. LUOIS VUITTON, SI

PARTE IL 7 NOVEMBRE È in programma dal 7 al 22 novembre il primo appuntamento della nuova Luois Vuitton World Series. Nuovo circuito di regate ad altissimo livello le cui prossime tappe sono già state fissate nel marzo 2010 ad Aukland, e a maggio alla Maddalena. La competizione vedrà al via dieci team che competeranno con le stesse barche hitech. Mascalzone Latino

ha concesso le due barche su cui si disputeranno le prove e per questo Vincenzo Onorato è stato ringraziato dall’organizzazione. Fra i dieci team, a Nizza ce ne saranno anche due italiani, Mascalzone latino e Italia by Joe Fly.

CIRCONDATI DAI CAPODOGLI Eccezionale avvistamento di cetacei la scorsa estate per due barche a vela provenienti dalla Tunisia. Mentre navigavano verso capo Teulada, a sud della Sardegna, si sono trovate letteralmente circondate da un branco di oltre quindici cpodogli e una balenottera comune di oltre 20 metri. PERINI NAVI: CINQUANTA METRI A VELA PER LA CINA Il cantiere viareggino Perini Navi realizzerà una barca a vela di 50 metri per un armatore cinese. La consegna del due alberi è prevista per il 2012. Il progetto sarà degli architetti del cantiere in collaborazione con Ron Holland.

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IL VELAIO RISPONDE (MA PER ORA PROVOCA) Torniamo ad aprire per i lettori di Mediterranea una linea diretta con il velaio. Da questo numero Marco Giannoni e Marco Marchi, della veleria One Be Sail di Viareggio, saranno a disposizione per rispondere a tutti i dubbi sulle vele. Attendiamo le vostre domande, a cui sarà risposto in tempo reale (o quasi) sul sito della nostra rivista (www.mediterranea.tv) mentre domande e risposte di interesse più generale saranno pubblicate sul prossimo numero. Marco Marchi apre il dibattito con alcune osser vazioni generali.

Quando è ora di cambiarle? Le vele non sono tende, anche se spesso si pensa che siano da cambiare quando compaiono le prime bozze o si vedono calettature. La realtà è un po’ più complessa. La cosa importante è che le sezioni di forma siano ancora accettabili e che la balumina non sia allungata o accorciata (perché questo genera differenze sullo svergolamento che rendono quasi impossibile regolare la vela). Ci sono situazioni che nei manuali per velai sono definite irreparabili e si verificano per due motivi, il primo, quasi insospettabile, è il ‘ritiro’ del materiale! Ebbene sì, verrebbe da pensare che le vele tendano sempre ad allungarsi e invece col passare del tempo si ritirano. Proprio come fanno le magliette dopo molti lavaggi. Il secondo motivo è dovuto agli allungamenti (sono stress dei materiali che di conseguenza perdono anche rigidità) che normalmente sono localizzati lungo le principali linee di forza, lungo l’inferitura, la balumina e soprattutto intorno alle bugne delle mani di terzaroli. Verificare se la forma è ancora decente è relativamente facile se la vela ha delle righe messe dal velaio

(righe di forma) che ci fanno vedere la reale forma di due o più sezioni. La vela va osservata dal basso e si

deve vedere il grasso spostato nel primo terzo di vela, le uscite in balumina devono essere più lineari possibili e senza dossi.(un classico sono le ‘unghie’ in balumina dei genova). Esistono dei programmi che leggono le foto e sono in grado di rilevare i difetti di forma, un classico è che la balumina si accorci più del resto, tipico dei genoa con protezione uv che perdono lo svergolamento e sembrano sempre ‘grassi’. In generale si finisce per chiedere

al velaio, che “ci dà un occhio” in veleria e finisce per fare una valutazione sullo stato del tessuto e delle fettucce, tirando la vela dalle bugne la osserva in gravità e alcuni difetti sono ancor più evidenziati che nel vento. In generale sistemare una vela fuori forma è più costoso e difficile che farne una nuova, soprattutto perché il risultato è difficile da prevedere, sicuramente le vele con taglio triradiale non si aggiustano Credo che si possa affermare che la vita dei genova è minore della metà di quella della randa, eppure molti armatori tendono a sostituirle insieme, navigando a lungo con genova sformati o sostituendo rande ancora efficienti. Marco Marchi


W W W. M E D I T E R R A N E A . T V

DIARI DI BORDO Probabilmente alcuni di voi, in particolare coloro che ci seguono sul web, utilizzano Facebook o altri strumenti disponibili sulla rete, per condividere con gli amici esperienze, fotografie, filmati e quant’altro. E in molti casi, trattandosi di nostri lettori, si tratta di esperienze, fotografie e filmati che hanno a che fare con il mare e con le barche. E allora perché non creare una comunità virtuale progettata appositamente per chi va per mare, dando così strumenti, spazio e voce a chi desidera condividere sul web il proprio diario di bordo? Così abbiamo deciso di sviluppare una nuova sezione interattiva per il portale di Mediterranea, aperta ai contributi dei lettori. I primi diari di bordo

“sperimentali” li potete già trovare sul nostro portale, grazie alla collaborazione di Fortuna, (l’Ovni 395 di Moreno Salvatore che naviga tra Terra del Fuoco e Antartide), Naso Blu (un cutter di 12 metri con cui Franco Bertozzi ed alcuni suoi amici hanno visitato le Windward Island nel mar dei Caraibi) e Ora Si (una deriva classe 420 con Elena Berta e Giulia Tisselli in equipaggio, che hanno raccontato il percorso di regate che le ha portate al campionato del mondo). Da oggi su www.mediterranea.tv potete iscrivere la vostra imbarcazione ed iniziare a tenerne il diario di bordo attraverso pochi semplici passi:

1. iscrivetevi al portale, riempiendo una scheda di registrazione personale e una scheda di presentazione della barca, eventualmente corredata con qualche foto; 2. aprite un nuovo tema (ad esempio “La mia crociera estiva”, “Le regate del 2009”, “il campionato invernale”, “i lavori di restauro della mia barca”); 3. aprite una pagina di diario all’interno del tema, e iniziate a raccontare, pubblicare foto, filmati…. Il diario di bordo di Mediterranea non si limita a questo. È sufficiente ad esempio inserire nella pagina del diario le coordinate geografiche del luogo di cui state parlando per consentire a chi vi legge di esplorarlo attraverso Google Earth. Volete creare un gruppo (noi le chiamiamo “flotte”) di imbarcazioni per condividere in modo più stretto le vostre comuni passioni (un luogo di vacanza, un campionato velico, una marca di imbarcazioni)? O aderire ad un gruppo già esistente? Basta iscriversi per accedere ad un’area comune in cui vengono visualizzati i contributi di tutte le imbarcazioni che appartengono allo stesso gruppo, per leggerli e commentarli. Questo è solo l’inizio di una lunga navigazione la cui rotta è già tracciata e che riserverà molte sorprese a chi farà parte della flotta di www.mediterranea.tv.


AT T U A L I T À

GLI SCHIAFFI

DELLA ROMA PER TUTTI

Nella bella prova della classica del Tirreno Ikarus, la barca di D’Alema, subisce un danno che racconta delle dure condizioni in cui si è svolta la regata. Di Giuliano Gallo Un buco grande come un piatto, netto e inequivocabile. Lì sulla porta del “garage”, l’apertura sullo specchio di poppa dove di solito viene chiuso il gommone assieme a pinne, maschere e tutto quello che serve su di una barca vacanziera. Il 23 maggio

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scorso Ikarus era tornata a casa così, con un buco che pareva fatto a mano. La barca di Massimo D’Alema ha tagliato da vincitrice il traguardo di Riva di Traiano, dopo cinque giorni di regata tirata alla spasimo: Civitavecchia, Lipari e ritorno, 526 miglia per la


classica “Traiano per tutti”, da sempre celebre per le sfuriate di vento che i regatanti debbono subire. E anche quest’anno non è andata diversamente: “Abbiamo avuto davvero tutto, la bonaccia, la burrasca, poi ancora un’altra interminabile bonaccia… Bello e dificile, soprattutto il finale con il vento che calava sempre più”. Massimo D’Alema ha appena portato Ikarus all’ormeggio, l’equipaggio sta sbarcando vele bagnate, borse, resti di cibo e facce stanche. D’Alema ha la barba lunga e gli occhi lucidi di fatica e di emozione. Gli chiedono del buco. “E’ arrivata un’onda di notte, quando eravamo al traverso di Lipari. Ha sfondato la poppa. Un’altra invece è salita a bordo e ha allagato il pozzetto. Capisco perché 14 barche si sono ritirate…”. Il grande 60 piedi di Starkel ha invece resistito fino al traguardo, anche se a bordo il mal di mare ha flagellato per ore l’equipaggio. C’era vento a 50 nodi, ma soprattutto mare, tanto mare. Tra i ritirati c’è gente che si è arresa più per la fatica e il mal di mare, che non per avarie irreparabili. Ma come sempre quando si torna in porto quello che rimane è solo l’esaltazione della corsa, dell’adrenalina che corre come un fiume.

D’Alema ha festeggiato anche il compleanno, durante la regata. Per fortuna scendendo verso Lipari, quando c’era ancora bonaccia. “La torta, un profiterol, l’ha portata uno dell’equipagggio, lo champagne ce l’ho messo io”, racconta l’ex presidente del consiglio. Quando è calato il buio, la festa però è finita bruscamente: “Vento a quaranta nodi e più, ma soprattutto onde, onde enormi. Il libeccio da quelle parti alza un mare da paura. Insomma, regata divertente ma faticosa. Tanto”. Però arrivare primi in tempo reale, lottando fino all’ultimo metro contro un vento che svaniva ogni minuto un po’ di più, è un premio che vale qualunque fatica.

Ikarus in avvicinamento alla linea del traguardo a Riva di Traiano. Ikarus all’arrivo in porto (si riconosce Massimo D’Alema al timone) evidente il buco provocato da un’onda.

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DIARI DI BORDO

OTTANTA NODI

Se arriva la bufera mentre siamo ancorati in una cala. Cronaca ragionata di una tempesta all’Elba. Di Marco Marchi

Pagina a fianco: tromba d’aria sul litorale romano di Ostia (foto di Aldo Stentella Liberati).

Sono nel dormiveglia. Anna la mia compagna mi manifesta le sue preoccupazioni ed io invece che darle ragione la invito a dormire ancora un poco. Con noi ci sono Alessandro mio compagno di regate di quest’anno ed Elisabetta, la moglie di un mio socio. Il giorno prima siamo partiti presto la mattina e abbiamo fatto Livorno-Porto Azzurro in sette ore con un bel traverso vicino ai venti nodi. Il Beluga, la barca, è un trentun piedi che dopo dieci anni di regate sto scoprendo essere ottima da crociera. Mi sono svegliato da pochi minuti per il fischio del vento sulle sartie, sono in una cala sulla destra dell’ingresso di Porto Azzurro, ‘Barbarossa’ è ben protetta da nord e ieri sera sembrava il posto giusto per passare una notte con minacce di vento da nord a 25 nodi. Il fondale è sui sette metri, un po’ troppo per i quindici metri di catena e quindici di cima, ma non ho potuto dare più cima per evitare che la ruota mi portasse sulle barche vicine e nemmeno andare più a riva, così piena di piccole barche al gavitello. Ho tutti i parabordi fuori comunque, visto che ci sono molte barche alla boa delle quali nel buio dell’ormeggio non posso intuire i movimenti. Conto nel mio risveglio immediato al cambiare delle condizioni del tempo, e ho attivato l’allarme sul fondo e quello del gps. Fuori è ancora buio, sto pensando se dare una voce ad Alessandro che dorme in cabina a poppa e anticipare il ritorno per Livorno! No!!! A questa raffica il mio ormeggio non può resistere! Insieme alla raffica sento scrosciare la pioggia, violenta, rumorosa. Mi metto la cerata e poi mi sdraio in terra per mettere gli stivali più in fretta con la

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barca che ha già cominciato a bolinare ed è costantemente sbandata sui trenta gradi. Alessandro mi precede di qualche secondo, ha indosso solo un giubbetto e pantaloni corti, io ho imparato che vestirsi bene subito è importante quando non sai per quanto tempo dovrai rimanere fuori: cerata completa e stivali. Esco e il primo sguardo è per ricercare il barcone nero a motore vicino al quale eravamo ormeggiati. È ancora lì, non abbiamo ancora sped… e lo vedo allontanarsi a una velocità spaventosa. Cerco di timonare in retromarcia per tenere la barca diritta e permettere ad Alessandro di salpare. Sento il rumore dell’acqua che risale la spiaggetta di poppa del belga pure nel rumore forte della tempesta. Il 36 dei nostri amici che la sera era così lontano da non consentirci di parlare alla voce è a poche lunghezze! Porto la barra a sinistra trattenendola per non subire il fine corsa, la barca ruota su sé stessa. E intanto spero che Alessandro abbia finito di salpare, automaticamente la mano va al coltello, se non è a riva questa è la volta che tocca tagliare. Mi giro, nel lampo di un fulmine vedo Alessandro chino sul musone per assicurare l’ancora, un sospiro di sollievo e… risento quel ringhio. Ho il vento al traverso, la barca sbanda almeno di settanta gradi, mi aggancio col braccio alla draglia bassa e tento con la barra di resistere su quella rotta mentre cerco di vedere il 36. Si è allontanato di almeno venti metri, o ha spedato o hanno salpato anche loro, penso… Pochi secondi e lo vedo tornare con l’albero quasi in acqua e a velocità folle verso di me, mi ributto sulla barra che sembra bloccata al centro, punto i piedi sul pozzetto e mi esce l’unico errore della


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mattina, dico: “Non ce la faccio” e riesco a terrorizzare Anna ed Elisabtta che sono giù e non avranno più il coraggio di uscire fino a sera! A due lunghezze il 36 vira, rimette l’albero dall’altro lato e riparte. Ho pochi secondi per andarmene prima che torni, il motore è acceso a duemila giri

Beluga, il First 31.7 dell’autore protagonista dell’istruttiva avventura raccontata in queste pagine.

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ma è completamente inutile, riprendo il controllo sullo scoglio bianco comparso da dietro, il 36 è perfettamente in traiettoria col vento. Devo tenerlo al giardinetto di destra questo vento impazzito e attraversare il canale e devo individuare la nave posacavi messa di traverso alla cala che ho visto la sera prima tutta illuminata ma che non riesco a vedere. Ma da dove sbucano quelli? Tre barche, di cui una sola con luci accese, mi stanno attraversando la rotta. Sono lento, la barca è molto sbandata, se le chiedo di orzare

un altro grado mi sdraio, poggio deciso, prendo velocità e ‘strambo’! Strana parola, strambare senza un metro di tela, devo essere veloce a togliermi dal traverso, non rimanere prua al vento e… poi mi ritroverò ‘a gallina’ un’altra volta ma adesso so che se sono veloce posso agevolare la poggiata e la barca riparte subito. La pioggia mi acceca spesso per diversi secondi consecutivi, penso alla maschera che ho lasciato nel gavone, forse ci vedrei ancora meno ma almeno potrei tenere gli occhi bene aperti. La barca si sdraia, ero pronto, la mano sulla draglia porto la barra alla poggia deciso, sento la barca che riparte e si raddrizza, orzo di qualche grado. Il trenino di barche è scomparso in questo orizzonte di una cinquantina di metri, col prossimo fulmine devo vedere il posa cavi! Lo cercavo a destra e invece lo vedo alla mia sinistra, chiedo l’ora, sono passati pochi minuti ma non ne posso più del buio squarciato da fulmini e aggiungo: “Accendete tutto!”. La stazione del vento misura sessantasette nodi e stiamo superando le onde come fossero ferme, sono le quattro. Hai visto il gommone?, mi domanda Alessandro mentre abbracciato all’albero cerca di legare un metro di randa che è stata tirata fuori dalla drizza, è un attimo, vedo il gommone che sembra fermo nel cavo dell’onda, mentre tocco la barra alla poggia per scansarlo un fulmine colpisce il mare a pochi metri, un cerchio di due metri comincia a friggere e una raffica mi investe da destra e mi sdraia completamente. Mi rimane questa foto in mente, Alessandro sdraiato sull’albero, il gommoncino al traverso, Elisabetta e Anna abbracciate all’albero sottocoperta e la poppa del posacavi sulla mia rotta. Qualche decimo di secondo per maturare la convinzione che devo prendere velocità per poter orzare quel tanto da scansarla, rialzo gli occhi pieni di pioggia e… Il posacavi è sparito! Ha spedato anche lui, adesso è a più di cinquanta metri e ne vedo le luci, un alone giallo immerso nella nebbia nera provocata dalla pioggia. Mi rilasso e penso che non può durare ancora molto, uscendo dal fiordo decido per la destra e cerco di mettermi al riparo, ci sono parecchie barche a tenerci compagnia, sagome nere nel piombo della mattina che sta per arrivare. Ci sono alcuni cassonetti della spazzatura semisommersi da scansare e un ‘appestato’ col genova a strisce che fa un rumore pazzesco, tanto


che tutti ce ne teniamo lontani. Fa strane manovre e inspiegabilmente sembra voler tornare in porto… (giorni dopo ho pensato che potesse essere l’amico rimasto solo in barca dello skipper fiorentino caduto in acqua tentando di ammainare). Rimaniamo una mezzora davanti a una spiaggia nera costellata di gabbiani con la testa nascosta a difendersi dalla pioggia, dalla montagna scendono due cascate che tingono il nero del mare di arancio, comincio a pensare che il peggio sia finito ma arriva una raffica da nord a togliermi di lì, Come in processione ripartiamo tutti verso sud. Doppio punta Calamita, ci sono due spiaggette al riparo, mi avvento sui cinque metri di fondo e Alessandro dà ancora! Siamo spossati, inizia la fila per andare in bagno, spunta un caffè, scopro che Anna ed Elisabetta erano entrambe abbracciate all’albero convinte di poterlo trattenere dal vibrare e dibattersi nella mastra, vedevano entrare acqua e lo vedevano flettere, male non hanno fatto e magari tenendo lui si sono evitate di sbattere in giro. Ho già vissuto situazioni drammatiche, ricordo il riso isterico del fine avventura ma stavolta nessuno sorride. La pioggia lascia il posto a una schiarita, una strana nave a vela si avvicina all’orizzonte, “la signora del vento”, credo di capire mentre discute coi vicini di rada sul poter mandare qualche sms a casa. I telefonini non funzionano e sul canale 16 l’Elba sembra essere isolata, si sente solo Civitavecchia… Ci siamo riparati dietro una montagna di ferro! Decido di ripartire, sono ormai le otto passate e non voglio rimanere lì ad aspettare un’altra sburianata, sulla punta ci sono venticinque nodi, issiamo la trinchetta e puntiamo a nord. Meno di due metri d’onda, riusciamo a stringere la bolina anche senza randa e con un paio di virate siamo davanti a Porto Azzurro, direzione Salivoli con opzione per Porto Ferraio. Arriviamo a Salivoli alle quindici, stremati e affamati. Adesso ho un mese di tempo per inventarmi qualcosa che possa convincere Anna a tornare in barca… Alessandro dopo questa avventura è tutto gasato e si sente immortale, Elisabtta ha vomitato per paura ma… lei non è mai andata in barca senza cerata, c’ha la pelle dura!

Ho fatto alcune osservazioni. L’onda era alta meno di un metro, quasi orizzontale vista da dietro e praticamente verticale sul fronte, era molto corta, meno di tre volte il gommone che era al massimo tre metri e penso fosse molto lenta o io molto veloce, visto che la superavo in pochissimi secondi e senza impatto. Indipendentemente dal vento, ho pensato che un’onda così non si possa risalire a vela. La velocità del vento sembrava essere uniforme in altezza, insomma stesso vento a due metri e a dieci; la sensazione è che la superficie dello scafo concorresse fortemente allo sbandamento e alla velocità in poppa. In alcuni momenti, guardando verso il vento, la pioggia non mi ha accecato; penso a quando in moto, oltre i centoquaranta all’ora, la pioggia smette di bagnare la visiera. Lasciando la barra, la barca a secco di vele si dispone al traverso. Questa osservazione l’ho gia fatta con poco vento e sembra essere vera anche col ventone, ergo non si può andare sotto e chiudersi dentro a meno di non avere abbastanza alberi da abbracciare. Quando la barca era veloce mi consentiva di tenere centocinquanta gradi al vento senza difficoltà, lo stesso vento che da quasi fermo mi sdraiava con centosettanta. Dai piccoli fori della chiusura del collo della cerata mi si sono riempiti gli stivali: la prossima volta metto fuori anche i pantaloni. Avevo carena ed elica sporche. Prometto che non uscirò mai più in tali condizioni. Con cinquanta nodi altri trenta metri di catena sarebbero risolutivi, con questo tipo di mazzate o si ha una vela da ormeggio (c’era un grosso clipper che ha resistito e appena si muoveva con la mezzana su) o è meglio scappare subito (comunque vedrò di farmela). Alla fine della buriana ho ritenuto di controllare la tensione delle sartie, il piede dell’albero e la mastra. Voci di banchina mi hanno riferito che chi è rimasto in porto l’ha vista ancora peggio e con danni importanti alla barca, non ho letto nulla di questo, ma deve essere poco interessante per i giornali. La sensazione è che si è fatto male chi se l’è cercata… qualche linea d’ormeggio da ricomprare, qualche wc intasato, qualche windex da sostituire e tanta adrenalina da ricostituire per la prossima volta. mediterranea 15


LE PROVE DI MEDITERRANEA

L’ORSO BIANCO

IN ACQUA

Un progetto teorico diventa realtà. Prime impressioni di navigazione sulla barca a n t i c o n v e n z i o n a l e d i E r n e s t o Tr o s s . Di Alessandro Suardi

“Lo yachtsman con esperienza che vuole una barca da crociera, quasi sempre esige che sia di tipo antiquato, perché la barca da regata del momento, quella che rappresenta le ultime idee, non è buona, ha perso quel carattere marinaro che avevano le barche, anche da regata, di dieci, venti anni prima. Questo in qualsiasi epoca. La buona barca da crociera deve essere del penultimo tipo [...]. Le scelte di chi naviga sono troppo spesso più ideologiche che pratiche”. C. Sciarelli Una barca va valutata considerando gli obiettivi iniziali e le richieste del committente. Nel caso dell’Orso Bianco e di Ernesto Tross non è un lavoro facile, considerando che nessuna tendenza del mercato della nautica viene accettata acriticamente. Le richieste principali, esposte nell’ormai celebre libro La mia barca sicura, sono essenzialmente una grande robustezza, ecmediterranea 16

cellente resistenza agli incidenti gravosi e bassa manutenzione. L’economia di esercizio, la semplicità, le richieste di abitabilità e la voglia di provare nuove soluzioni sono in subordine, ma seguono da vicino le prime. In fondo alla lista le prestazioni estreme e la necessità di conformarsi a qualsiasi tipo di regolamento di regata. Robustezza Dalla dettagliata analisi degli incidenti di La mia barca sicura risulta che le barche affondano perché non mantengono la loro integrità. In altre parole, a causa della forma della struttura o del materiale con cui sono realizzate, non reggono e perdono pezzi importanti (tuga, losca del timone, pinna di deriva...). La ricerca sull’Orso Bianco ha una ricetta semplice: un materiale con un’alta resilienza (capacità di resistere agli urti improvvisi senza spezzarsi ma deformandosi) e una struttura intrinsecamente sicura. La


scelta ricade allora rispettivamente su una lega dell’alluminio con cui viene realizzata una struttura il più possibile ad anello (fig. 1), senza cioè concavità che possano concentrare gli sforzi verso l’interno della barca. Su questo tema la ricerca si era praticamente esaurita sull’Orso Grigio, dal quale la nuova costruzione riprende lo schema generale: è bastato verificare che la griglia creata dalle strutture trasversali e longitudinali fosse in grado di resistere alla pressione di un’onda frangente che vi si abbatta contro. Una ricerca nella letteratura tecnica ha permesso di stimare questa pressione attorno alle 5 tonnellate per metro quadrato (i maggiori enti di classifica prevedono valori tra 1 e 0,4) e la struttura che ne è risultata comunque non invade gli interni. Eccellente resistenza agli incidenti gravosi. Per una barca a vela gli incidenti più pericolosi sono essenzialmente incagli, collisioni e capovolgimenti dovuti a onde frangenti. L’alluminio, a parità di altre condizioni, è più sicuro per la capacità quasi doppia rispetto agli ordinari acciai inossidabili di deformarsi senza lacerarsi (fig. 3). La barca nel suo insieme dunque ha maggiore capacità di ‘incassare’ colpi dall’esterno. Sono comunque state introdotte ulteriori migliorie: l’aggiunta di squadrette tra il fondo e il primo corso di fasciame, ad esempio, aumenta la resistenza del cordolo di saldatura più esposto a incagli e urti. Riguardo la limitazione dei danni invece la forte compartimentazione (fig. 4) permette di circoscrivere l’allagamento. Con una spesa minima si sono separati i 5 ambienti distinti dell’Orso Bianco con una sola porta stagna tradizionale, usando nelle altre due

aperture delle porte “leggere” ma non per questo meno efficienti. Un altro grave incidente è la perdita delle superfici di controllo, solitamente il timone. Un urto su questo componente, soprattutto nel caso di timoni su losca (quelli cioè con l’asse che passa attraverso il fasciame) può avere conseguenze gravi. Nelle sistemazioni convenzionali l’evoluzione progettuale ha portato a timoni dapprima accostati al dritto di poppa quindi assai protetti (fig. 5A). Sono poi comparsi i timoni separati su skeg (fig. 5B) che offrono comunque un sostegno all’asse, anche se sono noti vari incidenti di timoni divelti assieme all’intera pinna di protezione, per giungere infine (fig. 5C) agli attuali timoni a spada completamente apFIG. 1 pesi. Questi non offrono alcuna protezione all’asse e un qualsiasi contatto serio piega irrimediabilmente l’asse del timone rendendolo quantomeno inservibile. L’Orso Bianco ha un timone appeso alla poppa su semplici agugliotti e la possibilità di sollevare la pala con un sagolino apposito, come si vede fare sulle derive. In caso di contatto con oggetti alla deriva, la cimetta si FIG. 2 spezzerebbe, consentendo alla parte immersa di

The White Bear in navigazione sul litorale romano in condizioni di vento debole.

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disporsi orizzontalmente. Comunque anche se l’Orso Bianco perdesse la pala in legno, questa sarebbe facilmente sostituibile con altri pannelli presenti a bordo, il tutto comodamente dalla plancetta di poppa. FIG. 3

Dall’alto: un esempio dell’elasticità dell’alluminio; rendering della struttura interna dell’Orso bianco; i colorati interni.

Bassa manutenzione ed economia d’esercizio La più gravosa (e costosa) delle operazioni di manutenzione ordinaria è la pulizia della carena, che in effetti è l’unica parte FIG. 4 verniciata dello scafo. Con l’Orso Grigio, in acqua da più di 5 anni, l’antivegetativa epossidica a matrice dura al rame ha consentito di tenere pulita l’opera morta semplicemente grattando via quanto si era accumulato e non ha mai richiesto ritocchi maggiori. Le parti delicate (piede del motore, appendici...) restano fuori dall’acqua quando non sono in uso dunque si deteriorano meno. Argomento delicato è poi la salubrità e la vivibilità degli ambienti sottocoperta, visto che la barca è pensata per viverci tutto l’anno. Un’eccellente coibentazione difende dal caldo estivo e dal freddo invernale e la copertura in laminato plastico dei cielini ne rende immediata la pulizia. L’aerazione è garantita dagli oblò che, trovandosi sulle murate che sono sottosquadro, è possibile tenere aperti quasi sempre quando fermi in porto inserendovi dei tubi in Pvc tagliati a flauto a fare da tettoia. Ma sono le piccole cose a fare la differenza: il fatto di cercare di usare viteria di qualità e di dimensione uniforme in tutti i componenti permette, ad esempio, di smontare completamente l’arredamento interno con un cacciavite a croce e due chiavi inglesi. Semplicità La semplicità è sia la causa che l’effetto degli accorgimenti sopra descritti. Naturalmente non avere la lama di deriva col bulbo terminale significa non poterlo rom-

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pere e non doverlo manutenere, ma semplicità non è solo togliere un componente problematico. Lampante in quest’ottica il caso del piano velico. L’Orso Bianco arma un albero abbattibile con un ordine di crocette acquartierate, ma la particolarità sta nel fatto che non arma alcuna randa dunque nessun boma. Proprio questa era la caratteristica cercata: l’assenza del boma rende estremamente più sicuro il pozzetto e consente una gestione più flessibile delle vele in tutte le andature. Ammainare una randa inferita infatti, non è sempre possibile data la pressione della vela sulla canaletta. Un fiocco o un genoa, peraltro ingarrocciati, saranno semplicissimi da alzare ma soprattutto da ammainare. Non basta però ad un albero convenzionale semplicemente eliminare il boma e la relativa randa: è necessario ripensare il piano velico e, arretrando opportunamente l’albero, cercare un nuovo equilibrio tra i centri di spinta di scafo e vele (fig. 6). Così a bordo troviamo tre stralli indipendenti con la possibilità di armare tre distinte vele di prua e, all’occorrenza, una ‘carbonera’ a poppavia dell’albero nelle andature portanti. Richieste di abitabilità In gergo industriale, l’Orso Bianco è una grandissima piattaforma per l’abitabilità. Rinunciando alle paratie stagne, è possibile avere un open-space che corre senza interruzioni, fatta eccezione per la cassa passante della deriva, dallo specchio di poppa fino alla paratia di collisione posta ad un metro dalla prua (circa 9 x 3,5 metri). Le richieste erano invece di due cuccette doppie, una nella zona living principale e una a poppa per definire un volume stagno. Si voleva poi ricavare un ambiente prodiero da allestire a studio-ufficio, un solo bagno e un grande gavone poppiero, stagno anch’esso. Praticamente sono facili da immaginare delle soluzioni tradizionali con una, due e tre cabine e uno o due bagni. L’Orso Bianco è dunque pensato per due coppie o una piccola famiglia, in pieno allineamento con le richieste progettuali sopra menzionate. Prova a bordo, Fiumicino, Giugno 2009 Il primo contatto con questo nuovo 10 metri restituisce sensazioni di maggiore eleganza rispetto all’Orso Grigio: in generale


le linee sono più aggraziate ed è evidente il lavoro di ‘lisciatura’ al computer della carena. L’ambiente sottocoperta è molto luminoso e armonico nelle distribuzioni dei volumi e dei colori. Ogni misura è ponderata e ogni particolare è curato. Staccandosi dal molo, la manovra è tranquilla pur dovendo tenere la pala del timone parzialmente sollevata a causa del fondale di appena un metro. Il motore a giri minimi fornisce la spinta necessaria alla navigazione fluviale e anche su alcune onde fastidiose - corte e ripide - appena prima della barra alla foce non rileviamo particolari problemi. Un fastidioso mare confuso e vento debole rappresentano condizioni sfavorevoli ma la barca reagisce prontamente e vira agevolmente sia sotto la sola vela principale (il fiocco di mezzo) sia sotto le due vele maggiori. Ad un leggero aumento dell’intensità del vento e diminuzione del moto ondoso corrisponde un sensibile miglioramento delle prestazioni: si stima una velocità di 4 o 5 nodi di bolina con poco meno di 10 nodi di aria, sempre con solo due vele e la deriva completamente sollevata. La barca insomma risponde esattamente alle richieste progettuali, evidenziando anche alcuni pregi secondari e ‘non richiesti’ quali le buone andature di bolina senza deriva e la maggiore eleganza e leggerezza sull’acqua. La grande sicurezza intrinseca, la semplicità di manutenzione e conduzione, l’economia d’esercizio e l’indipendenza energetica erano obiettivi primari e sono stati raggiunti in pieno: come tutti quelli di Ernesto Tross, però, anche questo è un ‘work in progress’ e la lista dei piccoli aggiustamenti prende forma per la prossima avventura, sperando che diventino patrimonio di tutti.

FIG. 5

FIG. 6

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ASSAGGI

TRAVERSATE ATLANTICHE

ISTRUZIONI PER L’USO Consigli da un libro fondamentale per scegliere, attrezzare e gestire una barca da crociera. Ciò che volevo veramente sapere prima di salpare per la traversata atlantica era se sarei sopravvissuto. Insomma, che senso ha farla se ci lasci le penne? Questa semplice domanda non si liquida facilmente. Una pianificazione accurata contribuisce senza dubbio a dare la certezza che, una volta salpate le ancore, si arriverà a destinazione. Una ricerca approfondita su cambusa e tappe lungo il percorso, conferisce alla traversata un gusto che sa già di divertimento. Non doversi occupare di certe faccende, come quelle che gravano sui navigatori solitari (i quali potrebbero dover imparare a farsi una sutura da soli nel bel mezzo di una burrasca, non trovando neppure gli occhiali da vista) dà una notevole rassicurazione. Una delle rotte atlantiche è nota agli inglesi come Milk Run, letteralmente la rotta del lattaio, perché è semplice come il percorso del lattaio che consegna le bottiglie di latte fresco ogni mattina. Ora che l’ho fatta, posso confermare che si tratta di una rotta facile, ma prima di partire non ero affatto sicuro. Insomma, come ci si può sentire trovandosi a 2.000 miglia da terra, su una barca che è parecchio più piccola dell’ultima onda che è passata, con altre 1.000 miglia da guadagnare prima di avvistare nuovamente terra? Conosco persone che si agitano al solo pensiero di attraversare il Mare del Nord, che richiede solo ventiquattrore e c’è sempre bonaccia. Non solo 20 mediterranea


conosco degli smidollati di quel genere: sono uno di loro. Immaginatevi perciò di quante rassicurazioni avessi bisogno prima di salpare per la mia traversata atlantica. Il punto è che bisogna sentirsi rassicurati ben prima di poter iniziare la fase preparatoria della traversata, ma è solo quando ci si comincia a perdere nei dettagli pratici della pianificazione che si sente per la prima volta di poter affrontare questa magniEravamo tutti fica avventura. Tanto per cominciare, se si ha già un’idea abbastanza maturi delle miglia da coprire e della durata della traversata, ci per sapere il fatto sente molto meno folli raccontando alla gente cosa si innostro, tende fare. Se, inoltre, sapete spiegare come si fa il pane a bordo e quante docce potrete fare con la scorta d’acqua sufficientemente dei vostri serbatoi, sarete in grado di risparmiarvi ferite alimmaturi per non l’ego e all’autostima applicando la tattica machiavellica di saperlo, dissennati annoiare i vostri interlocutori, al punto che non oseranno al punto di volerci farvi domande difficili sulla traversata.

provare e tanto Il novanta per cento circa delle mie preoccupasvegli da poterci zioni era dettato dal confronto con i grandi eroi della vela. divertire per tutta Sapete bene a chi mi riferisco. Velisti intrepidi, con una la traversata. certa predisposizione per le disgrazie. Sono loro gli autori dei libri migliori. Straordinari racconti che diventano spaventosi nel momento in cui mollate gli ormeggi dal pontile. Che libro era quello del coniglio velista che non sputava nell’occhio del ciclone, che rideva sprezzante davanti alla costa sottovento chiusa dagli scogli o frustava gli incompetenti che osavano definirsi equipaggio? Non l’ho mai trovato. Prima di salpare per la traversata atlantica dovrete leggere molti libri. Potrete leggerli per piacere, molto prima che nasca in voi il germe dell’avventura o di cominciare a mettere a punto il piano. Probabilmente avrete già letto tutti i libri di Hiscock e Smeeton, di Cole e di O’Brien, di Chichester e Tilman, e Slocum, naturalmente (vedi Appendice 2). Il mio libretto non può competere con tali giganti. D’altra parte, io non sono uno di quei giganti e il mio libro non è scritto per gente come loro. È scritto per voi. Ho letto molti libri, per diletto e per necessità. In qualche modo avevo l’impressione che mi mancasse qualcosa. Ne ero consapevole allora e lo sono ancora di più oggi che la traversata l ho fatta. Nessuno descriveva la mediterranea 21


IL LIBRO

Una lettura essenziale che approfondisce ogni aspetto che il navigatore, sia neofita dell’Atlantico sia esperto, deve conoscere: • la barca • i preparativi • la pianificazione della traversata • l’equipaggio • il tempo • il carteggio e l’arte della navigazione • le vele • le guardie notturne • le emergenze mediche • i luoghi Consigli pratici, basati sull’esperienza dello stesso autore, faticosamente conquistata. Non tratta semplicemente di come navigare l’oceano, ma di come farlo divertendosi. I piacevoli racconti di Les Weatheritt ravviveranno lunghi inverni spesi a sognare traversate oceaniche e crociere ai Caraibi. Vi incoraggeranno, vi ispireranno e vi avvicineranno al magico momento della partenza.

Edizioni Magenes, 2009

L’AUTORE Les Weatheritt ha imparato per esperienza che si possono navigare questi mari, su cui danzano sfrenati gli alisei, nella maniera più semplice o in quella più temibile. I suoi libri distillano tali esperienze per dotare il marinaio di un approccio invidiabilmente semplice ed efficace alla pianificazione della traversata e della navigazione tra le isole. 22 mediterranea

Dello stesso autore: Caraibi in barca a vela La guida del velista


vera dinamica della traversata. Innanzitutto, pensate alle condizioni fisiche dettate dal tempo, per esempio. Pur essendo ben descritto nei libri, il tempo che trovammo non fu mai come me lo ero immaginato. Le descrizioni non collimavano con le mie aspettative per dei buoni motivi; lo so adesso che ho compiuto la traversata ma, mentre navigavo, quelle letture non si rivelarono di alcuna utilità per cercare di dare un ordine di grandezza a timori, giustificati o meno. In secondo luogo, pensate alle condizioni sociali della traversata. Argomenti quali la scelta e la convivenza con l’equipaggio erano appena accennati, e in ogni caso, non ebbero riscontro con la realtà che sperimentammo. Eppure le relazioni sociali sono un elemento fondamentale dell’avventura velistica. Se i rapporti sono buoni, potete aspirare a una traversata perfetta; il resto passa in secondo piano. Se ci sono dei contrasti, la vita in paradiso sarà un inferno. Avevo bisogno di un libro che mi presentasse i fatti, le paure e le amenità di un viaggio atlantico. Avevo l’esigenza di sapere come se l’erano cavata altri novellini, ma anche di capire cosa avevano imparato dai velisti esperti che avevano incontrato. Ne avevo bisogno per leggere di più, capendo più a fondo; per trovare l’incoraggiamento a partire. Poiché non riuscivo a trovare un libro del genere, decisi di scriverlo io. Il vento soffiava forte nel canale tra le due isole, sollevando onde corte e ripide, e investendoci con forza 6 o 7. La barca, con le vele spiegate, sbandò dall’andatura quasi in fil di ruota a una bolina stretta, mettendosi in rotta verso Tenerife, finché quel litorale di scogli non fu pericolosamente vicino. Con un bordo virammo da Tenerife per dirigere sulla costa sottovento di Gomera, rendendoci conto che non saremmo riusciti ad arrivare al porto della costa meridionale come avremmo desiderato. Avremmo cercato riparo lungo la costa sottovento di Gomera, che distava circa 20 miglia. Julia e io eravamo in pozzetto; al timone, Julia cercava di stringere il vento e di schivare le onde peggiori. Nel canale tra le due isole il mare era sempre più corto, coperto di creste spumeggianti. Petronella era sbandata come mai. La murata di dritta era tutta in acqua e l’acqua fluiva sulla panca sottovento. Stavamo in piedi, sottovento accanto al gavone del pozzetto. Le onde forti e violente si scagliavano contro di noi, per poi riversarsi fino ai nostri piedi. Per la prima volta da quando eravamo salpati dall’Inghilterra avevamo acqua nel quadrato, che scolava in sentina. Gli spruzzi avevano sporcato di sale e acqua le lenti dei miei occhiali da sole. I nostri pantaloncini e magliette erano zuppi. Eppure era tutto troppo bello per fermarsi. Ci facemmo frullare dal mare rombante con le vele spiegate per tre ore, finché non fummo troppo stanchi per desiderare altri spruzzi, ma eravamo ancora lontani dalla costa sottovento di Gomera. Andai a prua e feci ciò che avrei potuto fare in qualsiasi momento durante le tre ore passate: diedi due mani di terzaroli alla randa e ammainai il fiocco. Mi ci volle una decina di minuti. La barca smise di sbandare. Indossai dei vestiti asciutti. Nel giro di un’ora un bel vento leggero ci sospinse verso una piccola cala tranquilla. Magnus si risvegliò e non volle credere al nostro racconto. Per noi era difficile credere che fosse riuscito a dormire. Arrivammo all’ancoraggio che era buio. Ci avvicinammo quanto più possibile alla costa nella luce del crepuscolo, poi ci portammo fuori di pochissimo per buttare l’ancora dove speravamo il fondo fosse di sabbia. Le onde frangevano sulla spiaggia di sassi e il vento spirava ancora da sud, dalla terra. Su entrambi i lati della baia, ampia un miglio, si ergevano dei piccoli picchi vulcanici. Al centro della baia si apriva una valle che si insinuava verso le montagne più alte dell’entroterra. La luna non era ancora sorta e tutto ciò che vedevamo erano le silhouette delle montagne, i bianchi frangenti sulla riva e le luci delle poche case che andavano accendendosi intorno alla baia. Non c’erano altre barche. Ecco come giungemmo alle Canarie. Una giornata normale del nostro viaggio. Naturalmente, ormai eravamo entrati nel vero spirito dell’avventura e condizioni di mare e di vento di quel genere erano alla nostra portata. mediterranea 23


ASSAGGI

TORNA LO

JANCRIS

Una grande storia di mare, troppo in fretta dimenticata, torna ad essere raccontata in un libro. Di Gennaro Coretti A leggere questo libro, specie per chi ha seguito negli ultimi decenni la vita politica del Friuli Venezia Giulia, si scoprono verità nascoste che fanno giustizia di tante polemiche e pregiudizi che hanno preceduto e accompagnato il viaggio della goletta Jancris attorno al mondo. Sembrava che la barca, con le fiancate tricolori e le vele supersponsorizzate, avrebbe navigato senza problemi, ricca di cambusa e di mezzi finanziari per risolvere ogni evenienza, grazie al messaggio del made in Friuli che doveva portare attorno al globo. Invece si scopre che dopo il festoso battesimo a conclusione di una bella edizione della Barcolana, ricevuto il viatico dalle maggiori autorità, lo Jancris ha dovuto sfoderare l’italica arte di arrangiarsi per compiere sì il giro del globo e diffondere i prodotti della terra friulana, ma praticamente con finanziamenti propri, essendo scemato l’interesse delle autorità politiche per l’impresa non appena la barca è scomparsa dietro Punta Salvore.

Il richiamo irresistibile di un tricolore lungo sedici metri.

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Lo Jancris si presentava con tutte le caratteristiche idonee ad affrontare gli oceani: una lunghezza di diciassette metri per una larghezza di quattro metri e ottantacinque, con un pescaggio di due metri e venti, un dislocamento di sedici tonnellate, mosso, se necessario, da un Perkins da 126 HP, con un’autonomia di mille litri d’acqua e di seicento litri di gasolio. Veniva così garantita una sufficiente sicurezza per affrontare qualsiasi mare e anche la velatura si era dimostrata estremamente equilibrata fin dalla prima prova, effettuata con mare formato, davanti a Cala Galera. Luciano con Paolo, Checco, Giampietro e Bruno s’impegnano per l’acquisto e per un apporto annuale pro capite di cinque milioni di lire, per sostenere tutte le spese. Prima che la barca salpi definitivamente, gli entusiasmi sono alle stelle per le promesse di sponsorizzazioni che letteralmente piovono sui cinque nuovi soci della Marina Felice, la società armatrice dello Jancris, che è stata ceduta dal primo proprietario insieme alla barca. Sono tutti convinti che l’ente Regione Friuli Venezia Giulia erogherà un contributo di duecento milioni di lire, a cui si aggiungeranno una sessantina di milioni da parte delle Camere di Commercio e altri quarantacinque, sempre delle vecchie lirette, da parte del Comune di Lignano Sabbiadoro. Alle promesse dei contributi economici si aggiungeranno le effettive donazioni di vini, di grappe, di pasta, di confezioni di prosciutto di San


Daniele, di formaggi e di tanti altri prodotti doc della terra friulana. Con questo prezioso carico lo Jancris rispettava alla lettera il messaggio che era stato pubblicato sul Piccolo di Trieste, sul Messaggero Veneto di Udine e sul Gazzettino di Venezia in occasione della partenza da Trieste. L’agenzia pubblicitaria non aveva alcun dubbio sulla missione dello Jancris ed espletava l’incarico ricevuto con queste parole che accompagnavano, a piena pagina sul quotidiano di Trieste, l’immagine del ketch: “Il programma, sostenuto dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e dalle Camere di Commercio di Udine, Gorizia e Pordenone, presenta valori che vanno oltre quelli puramente sportivi, Jancris infatti, interpreterà il ruolo di ambasciatrice nel mondo della nostra regione, della sua cultura, dei suoi prodotti, del suo spirito. Sarà un’ottima occasione per sviluppare nuovi contatti commerciali e turistici e rafforzare l’immagine e il ruolo di una regione che il mondo apprezza da sempre”. Non tutti i politici condividevano la promessa di una sponsorizzazione pubblica strombazzata da tutta la stampa locale e, ancora prima che lo Jancris mollasse definitivamente gli ormeggi, era partita un’interrogazione di Democrazia proletaria, all’opposizione, avanzata dal consigliere regionale Cavallo. Contribuire al viaggio dello Jancris, a detta del politico, “appare come un’ingiustificata regalia a un gruppo di amici che hanno deciso di svernare in alcune amene località del globo e hanno probabilmente trovato il modo di farlo attingendo alle casse pubbliche”. La campagna pubblicitaria era partita alla grande e le testate nazionali del Messaggero di Gianni Letta e del Tempo di Vittorio Emiliani davano spazio alla notizia del viaggio intorno al mondo della barca, diventata la portacolori della Regione Friuli Venezia Giulia e delle Camere di Commercio regionali. Il Tempo di Roma riprende le dichiarazioni di Vespasiano, assessore al Turismo del Friuli Venezia Giulia, che espone le motivazioni che hanno

Luciano Premoso, Francesco Battiston e Paolo Zizala, con onda formata a poppa.

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Sopra: lo Jancris spiaggiato nello Yemen. Nella pagina a fianco: lo Jancris da poppa, con i colori del comune di lignano.

indotto l’ente pubblico a finanziare “interamente una barca che si accinge ad attraversare i mari del mondo […] per ricordare l’ottima reputazione di cui godono le nostre genti in tanti paesi […]. Proprio per questo abbiamo trovato una degna frase per illustrare il progetto Jancris e cioè: ‘The world loves Friuli Venezia Giulia’.”. Dichiarazioni importanti, impegni pubblici, fonti autorevoli avevano gasato i soci della Marina Felice, tant’è che, ancora oggi, è viva la polemica tra chi sosteneva che allo Jancris sarebbero arrivati duecento milioni all’anno e chi invece si sarebbe accontentato di un contributo una tantum, attribuendo proprio alle chiacchiere intorno ai probabili seicento milioni la causa dello stop di ogni finanziamento. Con quelle promesse alle spalle i cinque ‘ambasciatori’ friulani non si sarebbero limitati a portare in giro per il mondo solo la Regione e l’Unioncamere, ma avrebbero sostenuto anche la candidatura transfrontaliera delle Olimpiadi invernali del 1992, suddivisi tra Tarvisio in Italia, Villach per l’Austria e Kranjska Gora per l’allora Jugoslavia. La barca si apprestava a partire strapiena di buoni propositi e avrebbe dovuto esaurire la missione affidatale nel giro di tre anni, al massimo. Come già sappiamo non è stato affatto così.

L’AUTORE IL LIBRO Un bellissimo ketch diventa passerella per i politici che ne fanno l’ambasciatore della Regione Friuli Venezia Giulia nel mondo. Ma le promesse di aiuto economico si dissolvono con l’ultimo applauso alla partenza da Trieste. Una storia paradossale, o forse esemplare, fra mare e terra, da Tristan da Cunha a New Amsterdam, per approdare in Australia dove lo Jancris si trova a rappresentare l’Italia, in assenza del Vespucci, per le celebrazioni del Bicentenario. L’avventura sembra finita per tutti, ma non per capitan Pelo che, attingendo alla sua tenacia di alpino, sottoscrive l’impegno di riportare a casa il Mikado 56. Altissimo il prezzo del suo coraggio alle prese con il mare, fra equipaggi raccogliticci in uno scenario ostile e avventuroso, dal sogno di capo Horn al naufragio nello Yemen, fino a Suez. Nutrimenti, ottobre 2009. 26 mediterranea

Gennaro Coretti, giornalista pubblicista, ha scelto presto di dedicarsi al mondo della vela. Da dieci anni cura una rubrica nautica sul Messaggero Veneto di Udine. Creatore del marchio Nautilia, segretario della giuria del Premio Internazionale Bricola d’Oro, presidente di Vela & Vela, ha pubblicato due volumi di storia locale sulla fortezza di Palmanova e sul Comune di Santa Maria la Longa.


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AT T U A L I T À

SUCCESSI AZZURRI

NEI CAMPIONATI

MONDIALI

Estate come di consueto densa di competizioni internazionali per i nostri giovani azzurri. I Giochi del Mediterraneo svolti a Pescara hanno visto una stupenda perfomance in 470 dei due equipaggi di punta Conti-Micol per le d o n n e e Z a n d o n à - d e l l a To r r e p e r g l i u o m i n i , che ci hanno regalato due ori. Di Marina Ferrieri Nella bella cornice del lago di Garda si sono disputi tra luglio ed agosto i mondiali delle classi veliche di 49er, di 29er e per concludere di 420 che è la classe giovanile con maggior numero di partecipanti ad ogni competizione. Il mondiale della classe olimpica 49er si è concluso con la conquista del bronzo per l’equipaggio Ligure dei fratelli Sibello, nella categoria Gold purtroppo troviamo solo un altro equipaggio italiano Angilella – Zucchetti al 17’ posto. Nella seconda metà della silver gli altri equipaggi italiani.

Sopra: le seconde classificate Camilla Marino e Claudia Soricelli.

Dopo la classe olimpica 49er sono di nuovo di scena gli skiff e prende il via il mondiale 29er. Qui per gli italiani i risultati non sono stati purtroppo brillanti. Tolto infatti il piazzamento unico in Gold, dell’equipaggio formato da Camin – Fran-

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ceschini che riescono a fare un ottimo 8 posto, sono in Silver altri due risultati degni di nota sono il 17’ e 23’ riportati rispettivamente dagli equipaggi formati da Poropat – Grosselli e Bianchini – Zubboli. In tutto 190 euipaggi presenti e lo spettacolo nonostante i non brillanti risultati degli italiani non è mancato. Per finire in bellezza una stagione di derive e di mondiali a Riva del Garda è stata la volta della classe 420. La presenza di circa 208 equipaggi tra maschili e femminili ha dato alla manifestazione un’ottima coreografia già dalla cerimonia di apertura che ha visto sfilare per le vie di Riva 30 squadre di nazionalità diverse. Benissimo le italiane Camilla Marino e Claudia Soricelli, che hanno aggiunto il secondo argento dopo aver da poco conquistato un altro secondo posto sul podio al mondiale Isaf in Brasile conclusosi pochi giorni prima. Il miglior piazzamento maschile va al 4 posto dell’equipaggio Ortelli – Zaggia. Sul podio femminile bronzo agli Usa, argento all’Italia e oro alla Nuova Zelanda.


Il podio maschile ha visto il bronzo alla Gran Bretagna, l’argento alla Nuova Zelanda e l’ora alla Grecia. Tirando le somme degli equipaggi della squadra azzurra tutti si sono difesi con grinta. Solo due equipaggi femminili e due maschili non sono entrati a far parte della classifica Gold, ma li troviamo al 2’ e 3’ posto in Silver per le ragazze e al 6’ e 14’ per i ragazzi. Nel complesso nella squadra azzurra12 equipaggi sui 14 partecipanti per i ragazzi e 12 su 14 per le ragazze, dopo i primi due giorni di selezioni hanno messo il nastro d’oro della categoria Gold in testa d’albero. Concludendo possiamo dire che gli azzurri italiani si sono difesi bene, nonostante i capricci del vento che non ha consentito di disputare tutte le prove previste e costringendo spesso a levatacce per regatare con il “peler”, in quanto “l’ora” altro vento termico “garantito” sul Lago di Garda ha tirato qualche scherzo durante le giornate del mondiale 420 e non solo.

LA CLASSIFICA PER I RAGAZZI ITALIANI: 4 Ortelli-Zaggia 6 Meloni-Gemini 10 Maccari-Vitali 15 Vignone-Ramian 17 Falcitelli-Franciolini 22 Racco-Maccio 23 Dubbini-Lovison 28 Briante-Fossati 42 Barchesi-Zarrelli 60 Omarri-Velicogna

CLASSIFICA SILVER MASCHILE: 6 Piccioni-Cucchiara 14 Tamburin-Raveglia CLASSIFICA SILVER FEMMINILE: 2 Massidda-Mamusa 3 Beltrame-Piazzi

PER LE RAGAZZE DELLA SQUADRA AZZURRA CLASSIFICA GOLD: 2 Marino-Soricelli 9 Amendola-Paolillo 14 Caputo-Barbiero 15 Celli-Monini 20 Wetzel-Polidori 21 Berta-Tisselli 24 Rinauro-Malventi 27 Mazzanti-Palestrini 32 Magliocchetti-Conti 36 Rodda-Zaggina 39 Sciuto-Daniele

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30 mediterranea Foto Gabriele Olivo


ASSAGGI

DIARIO

DI UN’AVVENTURA L’ u n i c o i t a l i a n o i m b a r c a t o n e l l a Vo l v o O c e a n R a c e r a c c o n t a i l s u o g i r o d e l m o n d o s u Te l e f o n i c a B l u . Di Gabriele Olivo Day 8 Come passare illesi una tempesta con venti oltre i cinquanta nodi e onde oltre i quattordici metri? 1) La barca non deve essere tua. 2) Bisogna avere una buona dose di incoscienza, unita a molto coraggio (il confine tra coraggio e incoscienza in certi casi è davvero sottile…). 3) Non bisogna avere la centralina del vento. Questa è la sintesi di quello che ci è successo due giorni fa, quando abbiamo attraversato lo stretto tra le Filippine e Taiwan. Sapevamo che sarebbe arrivata una depressione tipica di queste regioni, che si ripete ogni anno nello stesso periodo (perché siamo passati proprio di qui quando tutti sapevano che ci saremmo trovati in questa situazione è un’altra storia e non voglio entrare nel merito). Arrivando verso la punta delle Filippine, il vento continuava ad aumentare… Prima 35, poi 40, 45 nodi, e noi ad ogni virata diminuivamo le vele di conseguenza. Due mani e J4, tre mani, tre mani e tormentina. La progressione è stata molto graduale e siamo stati sempre in anticipo, riducendo la superficie velica quando era necessario. Il mare era abbastanza calmo, con onde intorno ai due-tre metri dato che eravamo a ridosso della costa. La prima a mettere il naso fuori dalla punta per attraversare lo stretto è stata Puma, leader della regata fino a quel momento. Poco dopo siamo venuti a sapere che gli americani tornavano indietro, perché a detta loro le condizioni erano troppo dure per le barche. Nessuno ci ha creduto, sicuramente avevano rotto qualcosa ma volevano mascherarlo (in seguito si è saputo che avevano rotto il boma…). Perciò ci siamo ritrovati noi e i nostri compagni di Telefonica Black. Loro hanno optato per un’uscita più cauta vicino alle isole. Noi, dopo aver discusso se continuare la regata oppure no, con molto coraggio e una certa incoscienza abbiamo deciso di uscire per primi. Eravamo senza strumenti del vento in quel momento, perché dopo aver sbattuto su un’onda la centralina di testa d’albero era stata spazzata via. Devo essere sincero, la situazione non era molto gradevole: onde di nove-dieci metri picchiavano sulla barca come un pugile sul sacco… e noi assorbivamo un colpo dopo l’altro. Era una lotta impari, più di una volta sotto raffica ci siamo stesi su un fianco, orizzontali sull’acqua. Le altre barche hanno registrato vento sui 50-55 nodi e noi di bolina… una pazzia! Dopo le prime scazzottate la situazione era più o meno sotto controllo, meglio di quello che pensavamo. La barca reggeva da campione e riuscivamo a mantenere una velocità accettabile sui dieci nodi. Qualche ora dopo ci hanno comunicato che i nostri amici di Telefonica Black si ritiravano per un danno strutturale importante. Non sapevamo di preciso di

Telefonica Blu: spingendo la barca oltre ogni limite.

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Foto Gabriele Olivo

Dentro la tempesta. Vento oltre i sessanta nodi e onde che raggiungono i quattordici metri.

che cosa si trattasse, ma dato che le due barche sono esattamente uguali ci siamo sentiti d’un tratto con il cuore in gola. Tutte le altre barche si sono temporaneamente ritirate per rotture varie, chi importanti chi meno, così siamo rimasti soli, noi e la nostra barca. In quelle condizioni non si regata più, si sopravvive. Tutte le vele sono sottocoperta, come quando si tirano i remi in barca. Si è in balia delle onde, non c’è stacking, la chiglia è sottovento. Tutto trema, come in un terremoto. L’interno della barca è un caos, acqua da tutte le parti, le borse disseminate ovunque, sembra che sia esplosa una bomba. È impossibile muoversi, girarsi, mangiare, dormire, è impossibile fare qualsiasi cosa che non sia aspettare che passi la tempesta. Anche quando si prova a stendersi un po’ e a chiudere gli occhi è impossibile: i salti della barca costringono a tenersi ben stretti se non si vuole finire con la testa contro il soffitto. Si sbatte sulle onde con una violenza inaudita, ogni colpo suona come se fosse l’ultimo. Quando senti che la prua inizia a salire, trattieni il fiato per qualche secondo aspettando il boato della discesa contro l’onda, con la speranza che al boato non si unisca il rumore del carbonio rotto. Soffriamo onda dopo onda, specie dopo aver saputo ciò che è successo alla nostra gemella (e non c’è ragione perché non accada anche a noi). Così per ore e ore, tutta la notte e il giorno seguente, fino a che non inizia a diminuire il vento, intorno ai 35-40 nodi, per quello che possiamo supporre non avendo strumenti per misurarlo. Non credo di aver mai avvertito tanto stress in vita mia. Eravamo tormentati dal pensiero di rompere e di saltare la prossima tappa. Sarebbe stato un disastro. La parola d’ordine era non rompere, ad ogni costo. Purtroppo non dipendeva da noi, né dalla nostra amata barca… Day 10 Dopo quasi cinquanta ore di assoluto delirio collettivo, il vento ha iniziato a calare arrivando a trenta nodi e la situazione è decisamente migliorata. Il mare si è calmato, vedevamo sul plotter l’isola di Taiwan sempre più vicina e sapevamo che una volta raggiunta la costa la burrasca sarebbe passata.

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Foto Rick Tomlinson

Foto Gabriele Olivo

Gli animi iniziano a rilassarsi, la tensione passa, un misto di emozioni attraversa la mente. Soddisfazione e orgoglio per aver fatto qualcosa che nessun altro ha mai fatto, la stanchezza rimossa dall’eccitazione per aver compiuto qualcosa di eccezionale. Grazie soprattutto alla nostra barca, che è rimasta tutta d’un pezzo. Abbiamo ripreso a regatare, tutte le vele nuovamente in coperta. Abbiamo fatto pulizia sottocoperta e abbiamo cercato di riprendere il ritmo di vita normale, mangiando qualcosa e riuscendo a dormire qualche ora. La giornata è passata lottando con brezze leggere, a godersi il vantaggio sugli avversari che nel frattempo avevano ripreso a navigare. Era prevista un’altra depressione di intensità minore. Le previsioni davano 20-25 nodi, invece di colpo sono entrati 35-40 nodi, che ci hanno colti impreparati, con il J4 a prua, una vela decisamente troppo grande per quelle condizioni. Abbiamo dovuto ammainare completamente la randa e mettere tutte le vele sottocoperta, e ci siamo trovati di nuovo a sbattere contro le onde, stavolta ancora più grandi perché avevamo la corrente contraria alla direzione del vento. Le onde erano così violente che una, rompendo a poppa, ha travolto Patán, che stava timonando, con una violenza tale da piegare il candeliere a cui era attaccato con la cintura di sicurezza. Nessuno si aspettava questa nuova burrasca, non eravamo pronti né psicologicamente né fisicamente, ancora stremati da quella precedente. Ma soprattutto eravamo preoccupati per l’integrità della barca. Altre trenta ore selvagge, al limite della sopravvivenza. In uno dei mille salti, l’antenna satellitare (il classico ‘brufolone’ che si vede su tutti i motoscafi) si è staccata dal suo supporto, lasciandoci senza comunicazione con la terraferma, dal momento che l’altro telefono satellitare non aveva linea a causa del movimento eccessivo. Eravamo da soli un’altra volta, a combattere contro la natura. Eppure, nonostante la tremenda stanchezza, nonostante la tensione legata al terrore di rompere la barca, nonostante la fame, eravamo posseduti da una sorta di allegria isterica. Essere in balia

Surfando le onde.

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Foto María Muíña

IL LIBRO

L’AUTORE

La realizzazione di un sogno, un viaggio attorno al mondo raccontato attraverso gli occhi di Gabriele Olivo, unico italiano a partecipare all’edizione 20082009 della Volvo Ocean Race, la ‘Formula Uno’ della vela. La regata in equipaggio più dura VOLVO OCEAN RACE e difficile al mondo, riservata a DIARIO DI BORDO DI TELEFONICA BLU una élite di velisti che sulle barche più tecnologiche e veloci affrontano le tempeste più pericolose e si sottopongono a ritmi di vita al limite della sopravvivenza. Un diario di bordo che racconta la regata giorno per giorno con aneddoti e fatti che l’equipaggio vive durante i nove mesi di questo affascinante viaggio. Un racconto scritto e fotografico. Immagini che trasmettono emozioni intense, passione, fatica, conducendo il lettore negli angoli più remoti del mondo. Nutrimenti, ottobre 2009.

Gabriele Olivo è nato a Belluno nel 1978. Si è laureato in Yacht & Power Craft Design a Southampton, la migliore università al mondo per la progettazione di barche a vela. Ha partecipato con Luna Rossa alla Coppa America 2003 in qualità di progettista, seguendo la costruzione di ITA 74 e ITA 80. Velista professionista dal 2002, ha partecipato alle regate offshore più prestigiose al mondo (Fastnet, Sydney-Hobart, Giraglia e Middle Sea Race) e alle più importanti regate di flotta a livello mondiale (TP52, Farr 40), per finire con i match race del World Tour. Negli ultimi anni ha lavorato come disegnatore di vele per North Sails prima di intraprendere quest’avventura a bordo di Telefonica Blu come media crew member.

Gabriele Olivo

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Foto María Muíña

degli eventi, soggetti a situazioni estreme, alla fine ci piaceva. Avvertire dentro la sensazione inebriante della lotta contro la natura da cui uscire vincitori toglie spazio a qualsiasi altro pensiero. L’idea di poter dire “ce l’ho fatta, c’ero anch’io” dà un’energia per andare avanti che altrimenti sarebbe impossibile trovare. In questo momento mancano cinquecento miglia all’arrivo e la situazione è cambiata radicalmente. Dopo 2.300 miglia di bolina a suon di virate, il vento ci ha concesso una tregua, ci sono quattordici nodi e mare calmo. Siamo ormai nel mar della Cina (che per il colore dell’acqua sembra l’Adriatico d’inverno) e siamo di poppa. Fa freddo, questo sì, l’acqua è a cinque gradi e l’aria a otto. Stiamo prendendo degli anticoagulanti per evitare il rischio di congelamento, cosa assolutamente ridicola su una barca a vela, eppure servono. Viste le mie origini (Belluno) mi trovo abbastanza a mio agio con le temperature basse, ma per qualcuno a bordo il freddo è peggio del mare in burrasca. Manca poco, molto poco, ormai, dopo tutto quello che abbiamo passato.

Nella pagina a fianco: Telefonica Blu taglia il traguardo della più dura tappa della storia della Volvo Ocean Race. In alto in questa pagina: l’equipaggio in assetto poco dopo la partenza.

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ASSAGGI

OLTRE OGNI

OSTACOLO

Un incidente subacqueo diventa l’occasione per raccontare come il mare possa diventare da amico a nemico, ma comunque complice di una filosofia di vita basata sulla ricerca dell’equilibrio con la “natura” quale mezzo per raggiungere i propri obiettivi e vincere sulle avversità che a volte sbarrano il cammino.

Gennaio 2008 Sono in macchina, accanto a me Laura, mia moglie, scrive su un’agenda le idee di base di quello che sarà il nostro progetto di vita e di ritorno al mare. Una barca a vela per celebrare la nostra vittoria, divulgare le nostre esperienze e portare un messaggio positivo a chiunque si trovi in difficoltà; un tour dell’Italia tra vela e subacquea per promuovere la medicina 36 mediterranea


iperbarica e l’educazione sportiva, senza la quale probabilmente non avrei saputo trovare dentro di me la forza necessaria ad affrontare le conseguenze dell’incidente. Le idee piovono dalla mente, cadono sul foglio bianco e prendono forma, l’entusiasmo cresce e ci troviamo proiettati in una dimensione che tra passato e futuro sembra poter mettere d’accordo quello che eravamo, quello che siamo e quello che vorremmo essere. 13 gennaio 2004 Lascio il porto in una splendida giornata, a bordo l’allegria di sempre. Divido il gruppo tra me e i miei collaboratori in maniera tale da poter guidare con un collega l’immersione più impegnativa. Arrivati sul punto di immersione ci tuffiamo e iniziamo la discesa. Attorno a noi il blu cristallino, qualche chirurgo e uno dei canyon corallini più belli della zona, già visibile a quaranta metri di profondità sotto di noi. Planiamo dolcemente sul nostro obiettivo e mi concedo qualche posa scherzosa per alcuni scatti dei fotografi. Accese le torce veniamo abbagliati dai colori resi più vividi dalla luce artificiale e diversamente poco apprezzabili a simili profondità. Sono trascorsi quattro minuti quando do il segnale per la risalita. Due dei subacquei che accompagno iniziano la risalita mentre il terzo prosegue in linea retta… non mi preoccupo data la sua esperienza e decido di fare accompagnare il resto del gruppo dal collega per poter seguire a vista la “pecorella smarrita”. Lo sguardo al resto del gruppo per impartire gli ordini di rito, il tempo di un istante per recuperare l’assetto e mi rendo conto che la mia pecorella è scomparsa dal campo visivo, smarrendosi nel blu. Conoscendo la persona e la sua smaniosa passione per le grosse prede mi allontano dal reef e raggiungo una profondità tra i quaranta e i cinquanta metri. Poche pinneggiate e un respiro di sollievo, le bolle ricompaiono alla mia vista e ho la conferma di avere previsto i suoi movimenti. L’unico problema di cui mi rendo conto è dato dalla posizione delle bolle, ferme e sensibilmente più basse del punto in cui mi trovo io. Attiro l’attenzione del resto del gruppo e chiedo al mio dive master di tenermi d’occhio mentre inizio a scendere in direzione delle bolle. Raggiungo la profondità di settanta metri e noto finalmente il subacqueo pinneggiare tranquillamente una decina di metri più in basso. Qualche colpetto sulla bombola per attirare la sua attenzione e con un certo sollievo lo vedo assumere assetto neutro mentre si rivolge verso di me. Gli segnalo di interrompere l’immersione e di intraprendere la risalita invitandolo a controllare il livello dell’aria e a confermarmi che tutto procede senza problemi. Nel frattempo la mia spalla mi ha quasi raggiunto. Il cliente sotto il mio sguardo attento verifica il livello del manometro, solleva lo sguardo rivolgendosi a me e, come da routine si accinge a darmi il segnale di ok, ma il terrore mi assale non appena mi rendo conto che nel contempo gli scivola l’erogatore dalle labbra… Non ricordo di avere pensato, so di avergli rimesso l’erogatore spurgandogli aria e di aver cercato di mantenere viva la sua attenzione battendo le dita sulla maschera, e con l’aiuto del collega di avere intrapreso una risalita veloce verso la superficie. Raggiunta la quota di circa quaranta metri ho la sensazione di aver ottenuto risposte coscienti dal subacqueo in difficoltà. Do il segnale di sosta per recuperare la normale velocità, rimanendo alla stessa quota per circa un minuto constatando che la sua respirazione è autonoma: credevo fosse tutto risolto. Trascorre il minuto più lungo della mia vita per finire purtroppo in una nuova crisi. Il subacqueo ha nuovamente perso conoscenza, lasciando l’erogatore. A quel punto ricordo solo di aver ricominciato a salire verso la superficie, non so quanto tempo sia trascorso, ma so di aver pensato che stavo commettendo un errore. Avrei dovuto risalire rispettando le normali tappe di decompressione, riparando a eventuali danni in seguito, senza compromettere la sicurezza mia e di eventuali altre persone. Ricordo anche di aver pensato in maniera cosciente alla probabilità di farmi male, ma che un paio di camere iperbariche sarebbero state una soluzione sufficiente. mediterranea 37


L’istinto ha prevalso sulla ragione, verso una scelta che in un ambiente quale il mondo sommerso, non naturale per l’essere umano, non ci si dovrebbe permettere. Si sovrappongono i ricordi di fasi concitate, il richiamo alla barca, noi che saliamo a bordo, il subacqueo che viene svestito, respirazione, compressioni e ossigeno, poi il gelo che mi avvolge partendo dalle gambe, uno sguardo al collega e la sensazione che forse qualche camera iperbarica non sarà sufficiente. Domande incessanti tentano di tenermi sveglio, il ronzio in testa e la sensazione di stare in una bolla… mi domando il perché di tanta agitazione, non sento nulla, nessun dolore. Sulla spiaggia qualche viso amico chiede spiegazioni dell’accaduto, io capisco che mi si chiede di spostarmi da una barella a un’altra, giusto il tempo di eseguire il comando e mi risveglio in camera iperbarica… sono trascorse nove lunghe ore. Dolori atroci e vomito, ma sorrido nel vedere i faccioni dei miei amici deformati attraverso gli oblò della piccola camera. Chiedo notizie dei subacquei con

IL LIBRO

Ferdinando Acerbi ripercorre con la memoria gli anni che precedono e seguono l’incidente che lo ha paralizzato dalla vita in giù, regalandoci una testimonianza autentica di cosa significhi lottare per tenersi di nuovo sulle proprie gambe e per tornare a vivere la sua passione per il mare.

Edizioni Magenes, 2009

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L’AUTORE

Ferdinando: subacqueo professionista e istruttore, nel gennaio 2004 subisce un grave incidente da decompressione durante un’immersione, nel tentativo di salvare un compagno. Costretto ad abbandonare la professione, si è dedicato ad un programma di riabilitazione particolarmente duro sia dal punto di vista fisico che psicologico, tutt’ora ancora in corso. Oggi, una barca a vela di dimensioni modeste e attrezzata in maniera del tutto essen-

ziale e un equipaggio tanto ridotto quanto affiatato, gli hanno aperto le porte verso nuovi orizzonti difficili da ipotizzare… Laura: ha condiviso ed alimentato la passione di Ferdi per il mare, dapprima sostituendolo nel suo cuore per poter poi tornare a viverlo insieme. Oggi, Laura e Ferdinando ringraziano chi li ha appoggiati e sostenuti durante il loro cammino ed invitano a condividere parte del loro aMare…


me e mi viene riferito che sono entrambi in camera iperbarica presso altre strutture… so che qui ve ne sono soltanto due, intuisco l’inganno e apprendo che purtroppo uno non è sopravissuto. La notte e il suo lento trascorrere portano le notizie peggiori senza che me ne possa rendere conto. Un improvviso peggioramento, la ricaduta che a detta dei medici mi costringe alla paralisi dalla vita alla punta dei piedi e, da parte mia, il vuoto totale. Il sole sorge come ogni giorno e io al risveglio vengo portato in camera iperbarica per un nuovo ciclo. L’organizzazione del DAN ha provveduto a tutto: voleremo sino a Palermo dove sarò ricoverato in terapia intensiva per ovviare al pericolo di vita, e dove, a posteriori, posso ricollocare l’inizio del mio lungo peregrinare da una struttura all’altra per dedicarmi di volta in volta a un piccolo tassello del complicato puzzle che oggi mi porta a scrivere, raccontare e muovere qualche passo.

ANCORAMARE

Ancoramare si propone di promuovere e sostenere la ricerca e l’implementazione della medicina riabilitativa e iperbarica. Attraverso i nostri progetti, legati al mare ed agli sport ad esso correlati, ci proponiamo inoltre di sottolineare il valore formativo della disciplina sportiva anche come mezzo per superare le difficoltà che la vita talvolta ci presenta. Attraverso il nostro viaggio ci proponiamo in particolare di: • stimolare chiunque si trovi in situazioni di “disabilità” dovute ad eventi accidentali a non rinunciare ad una “quotidianità” del tutto analoga a quella precedente fa-

cendo del legame con le proprie passioni, oltre che delle relazioni interpersonali, la spinta verso il recupero. • informare e sensibilizzare il pubblico e gli organi preposti riguardo all’operato delle principali strutture mediche, sportive e non che siano in grado di guidare il percorso di recupero e che quotidianamente si impegnano in attività di ricerca ed assistenza. • Promuovere la ricerca e lo sviluppo della medicina Iperbarica attraverso una gestione coordinata e sinergica delle Camere Iperbariche in Italia e in Europa.

• Raccogliere fondi da devolvere alla ricerca nel settore del recupero delle persone affette da lesioni midollari e nel supporto delle istituzioni che si occupano con eccellenza di tale problematica.

www.ancoramare.it via Cavour 55 - 25082 - Botticino Sera - Brescia

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ASSAGGI

ALISEO

To r n a u n r o m a n z o t u t t o sulla rotta della passione per le barche e per il mare. Prima comparve una mano. Nera tanto da sembrare viola, le grosse vene sul dorso tese per lo sforzo, le unghie orlate da una sporcizia così antica da essere ormai parte delle dita. Poi, pochi centimetri più in là, ecco apparire l’altra, diversa dalla prima solo per il vistoso anello d’oro che brillava al sole. Infine dalla falchetta della barca emerse anche la testa, appoggiata su spalle di incredibile prestanza e ornata da un vezzoso cappellino a scacchi. Sotto la camicia a fiori rossi si intuiva una forza trattenuta, agile. Muscoli temprati dal lavoro, e insieme la grazia di una razza che in tempi lontani era stata guerriera. Ma quello che colpiva di più era il sorriso che sembrava segare in due il viso dell’uomo: un sorriso fanciullesco, accattivante e insinuante assieme. Era il sorriso di uno che deve venderti qualcosa ed è fiero della sua merce, ma che può anche sopravvivere senza sforzo a un rifiuto. “Salve, io sono Jim”, annunciò agli uomini stravaccati nel pozzetto della barca. E sorrise di nuovo. Era chiaro che era contento di essere Jim, che gli piaceva essere emerso così agilmente dall’acqua. Si stava godendo l’effetto del suo mirabolante arrivo: per gli affari c’era sempre tempo. Si scavò un posto in mezzo agli altri, constatò che tutti si erano finalmente accorti della sua presenza, e parlò di nuovo. “Fatto buon viaggio? Vi piace Barbados? Prima volta che venite qui?”. Le domande uscivano cantando, a raffica, ma con una sorta di indolente pigrizia, mentre Jim saettava sguardi attenti. Parlava quella specie di inglese bastardo comune ai Tropici fra gli ex coloni di Sua Maestà Britannica: consonanti gutturali, verbi ridotti al minimo, una cadenza da steel band. Tutto sommato facile da capire, dopo che l’orecchio si era un po’ abituato. Ormai ci aveva in pugno, e lo sapeva benissimo. Venti giorni di oceano avevano indebolito le nostre difese da animali di città, e il languore un po’ triste dell’arrivo contribuiva a renderci tutti disponibili e gentili. O perlomeno tolleranti, passivamente tolleranti. Jim questo lo intuiva, ne ero sicuro. Erano quasi le tre. Guardai in alto, verso il mare. E sorrisi: il temporale non avrebbe deluso neanche oggi il suo pubblico. Nuvole nere ci correvano incontro, basse sull’orizzonte. Correvano come se qualcosa ne attirasse la forza, montagne impastate di grigio e di azzurro cupo. Un sipario d’acciaio solcato da profonde striature di rosso: il sole sembrava rifiutarsi di cedere il passo alle nuove padrone del cielo, e ne macchiava la forza coi suoi bagliori. Sul reef, all’ingresso di Carlisle Bay, la spuma delle onde raccoglieva gli ultimi raggi di luce e diventava sempre più luminosa, fino a trasformarsi in un muro di cristallo. Di nuovo la magia che ci aveva incantato la prima volta tornò a ripetersi. L’enorme nuvola sfiorò la baia correndo verso nord, lasciò cadere poche gocce di pioggia tiepida e scomparve. E subito, mentre ancora il gigante indugiava in cielo, sulle case di Bridgetown si levò alto un effimero e smagliante arcobaleno.


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Foto Giuliano Gallo


Jim sorrideva compiaciuto, quasi lo spettacolo fosse opera sua. E in fondo era proprio così: quella era la sua isola, quella era la sua baia. Qualcuno in pozzetto, cinico o solo spiritoso, applaudì fiaccamente. E lui ringraziò con un inchino. A nome della nuvola. “Io lavo la vostra biancheria, se volete”, disse poi. Non era un invito, né un annuncio. Una constatazione, piuttosto: nel mondo di Jim ogni cosa aveva un suo posto preciso. Noi sventurati attraversavamo gli oceani su quel curioso oggetto, lui lavava i panni. “Veramente non li lavo io”, precisò subito con un sogghigno. “Ci pensano le mie mogli. Le mie quattro mogli…”. Maestro. Finalmente era riuscito ad agganciare definitivamente l’attenzione di tutto lo sgangherato uditorio. Adesso si poteva parlare Eravamo quasi d’affari. arrivati, quando vidi “Voi mi date la vostra biancheria e io domani ve la riporto. Bella, pulita, stirata e profumata: le mie mogli usano le erbe, sauna strana barca. Un pete? Mezzo dollaro camicie e magliette, un quarto di dollaro la c u t t e r, s e m b r a v a . biancheria. Era la più vicina a “E poi dovete assolutamente avere della biancheria pulita: riva, ma non era stato nei prossimi tre giorni a Barbados facciamo festa. Fortunati ad arrivare proprio oggi. Grande festa. È l’anniversario dell’indipendenza ciò ad attirare la mia dagli inglesi: tre giorni di musica, ballo e rum. a t t e n z i o n e . L’ a v e v o “Sentite le steel band, lì sulla spiaggia? Si stanno scaldannotata perché do per stasera…”. sembrava fuori posto, Aveva vinto. Negli occhi dell’equipaggio passò, rapida come un lampo, la visione delle proprie cuccette: ammassi informi di main quel fondale da gliette, costumi, biscotti avanzati, macchine fotografiche e libri. cartolina: brandelli di Tutto inesorabilmente intriso di umidità, tutto incrostato di sale. vele marce che Qualcuno si alzò e si diresse sottocoperta, a rastrellare l’improbabipendevano dal boma, le contenuto delle sacche. Jim si rilassò. Anche stavolta era andata. Quanto talento sprecato, pensai: uno così in Europa in un la vernice bianca dello anno diventa milionario. In America anche in un mese. Glielo disscafo che ormai si era si, e lui mi regalò uno dei suoi più smaglianti sorrisi. “Amico, hai arresa alla ruggine, la ragione. Ma dalle vostre parti avete delle baie come questa? E poi rete del bompresso nel tuo paese mi lascerebbero tenere le mie quattro mogli?”. Toccato, gli risposi. ridotta a pochi miseri Il rombo sordo di un elicottero coprì all’improvviso il bronfili di canapa, gli oblò tolio ritmato della musica. La calma della baia venne infranta da sfondati, il legno del un ruggire di motori. Una piccola flotta avanzava verso di noi dal ponte ormai scolorito Constitution River, il fiume che sfociava in mezzo alla baia dopo aver attraversato la città. Sembrava venire avanti conservando una dal sole. parvenza di ordine da parata. Era una ben misera flotta, per la verità. Un motoscafo d’altomare, due lance in vetroresina e tre o quattro gommoni. Tutti dipinti di grigio, e condotti da marinai in impeccabile divisa bianca. “È la nostra Marina da guerra”, spiegò orgogliosamente Jim. “E quella”, proseguì indicando i due elicotteri che volteggiavano sulla baia, “è l’Aviazione di Barbados. Abbiamo anche i paracadutisti, sai?”. La flotta procedeva solenne, facendo lo slalom fra le barche. Percorse la baia due o tre volte in su e in giù, poi ripiegò verso Deep Water Harbour, il porto dalle acque profonde che chiudeva Carlisle Bay a nord. Infine scomparvero anche gli elicotteri, e i tamburi di latta ripresero il sopravvento. Dalla barca riuscivamo a vedere con nitida precisione la folla che stipava i viali del lungomare giù fino a Needham’s Point: una folla compatta, che ondeggiava assieme seguendo il ritmo della musica. Formava effimeri cortei destinati a sciogliersi dopo pochi metri, per disgregarsi in mille capannelli di danzatori. Un lungo serpente colorato che si snodava sotto le palme, paralizzando il traffico. Ma nessuno sembrava preoccuparsene: anche i poliziotti, splendidi nelle loro divise ereditate dai vecchi dominatori inglesi, più che districare 42 mediterranea


l’immane ingorgo sembravano impegnati a non perdere il ritmo. “Questo è niente, amico. Vedrai cosa succede questa notte. Nel quartiere delle puttane c’è in programma una festa come non se ne vedono da anni. “Il rum è gratis, e se piaci alle ragazze anche il resto. Se invece proprio non sei di loro gradimento, beh, allora ti toccherà pagare…”. Jim sorseggiava una delle nostre ultime birre spagnole: e a giudicare dalla sua disinvoltura sembrava quasi che lo skipper fosse lui, e che noi fossimo invece degli occasionali visitatori. Dalla scaletta sbucarono infine gli aspiranti ballerini. Jim raccolse con degnazione i sacchi di biancheria, stilò improbabili ricevute e si preparò a lasciarci. Il barchino fatiscente che lo aveva portato fin da noi lo aspettava sottobordo. Mi dai un passaggio? gli chiesi. Il tender era a terra per fare spese, e non mi andava di aspettare. La folla ondeggiante mi ipnotizzava come gli occhi di un crotalo. “Okay, io vado al molo carburanti, laggiù. Se ti va bene…”. Mi andava bene. Il molo era un lungo biscione di ferro, che tagliava in due la baia ferendone la bellezza. Alto parecchi metri sull’acqua, era il punto d’approdo di tutti i gommoni del popolo delle barche. Soprattutto perché si poteva arrivarci senza rischiare di capovolgersi per un’ondata. Sì, il reef tratteneva fuori dalla baia la grande forza delle onde atlantiche, ma quelle che riuscivano a superarlo e che correvano fino alla spiaggia erano abbastanza poderose da ribaltare qualunque barca. Il viaggio sul barchino di Jim fu lunghissimo, e denso di emozioni come una regata con vento fresco: il seagull da un cavallo e mezzo riusciva a malapena a vincere la corrente, e la pesantezza della vecchia lancia non aiutava certo a semplificare la faccenda. In compenso Jim pilotava il suo mezzo come fosse stato un offshore, infilandosi con proterva baldanza fra le barche all’ancora e dribblando con consumata perizia la piccola flotta di gommoni e lance che si aggirava per la baia. Eravamo quasi arrivati, quando vidi una strana barca. Un cutter, sembrava. Era la più vicina a riva, ma non era stato ciò ad attirare la mia attenzione. L’avevo notata perché sembrava fuori posto, in quel fondale da cartolina: brandelli di vele marce che pendevano dal boma, la vernice bianca dello scafo che ormai si era arresa alla ruggine, la rete del bompresso ridotta a pochi miseri fili di canapa, gli oblò sfondati, il legno del ponte ormai scolorito dal sole. Le passammo accanto col barchino, e notai che a poppa restava appena un pugno di lettere indecifrabili: P… T… C… N. Niente bandiere, niente che lasciasse capire da quale paese fosse partita per venire a morire a Barbados. Doveva essere stata una splendida barca. Lunga almeno tredici metri, le linee aggraziate suggerivano che fosse stata disegnata almeno negli anni Trenta. Quei leggiadri slanci, quel cavallino così marcato e quella prua a cucchiaio non erano certo nati dalla matita di un progettista contemporaneo. Anche il timone, sospeso sullo specchio di poppa, contribuiva ad attribuire una veneranda età allo splendido scafo. Eppure, pensavo mentre Jim si preparava a dar volta a una bitta, in quegli anni le barche le facevano di legno: il ferro o l’acciaio li usavano solo per quelle sopra i venti metri, per i ‘J class’. I giganti del mare che si battevano per la Coppa America prima che arrivassero i ‘dodici metri’ di oggi. Mi rigirai a guardarla un’altra volta mentre salivo lo scalone del molo, e per un attimo mi sembrò di averla già vista altrove, quella povera creatura. Chissà, forse in uno dei tanti libri che avevo divorato per alimentare i miei sogni. Mi intrigava, quel relitto incongruo. Tutte le cose fuori posto nascondono dei segreti.

IL LIBRO

La storia di un uomo che ha chiuso con il passato, scegliendo il mare e la libertà: solo lui, la sua donna, e la sua barca. Il Mediterraneo, poi l’Atlantico; infine, lo scontro con il proprio destino. Un romanzo intenso e commovente, l’epilogo di due amori profondi.

L’AUTORE

Giuliano Gallo, istriano d’origine, giornalista, ha navigato fin da giovanissimo sia in Mediterraneo sia in oceano. Aliseo è il suo romanzo d’esordio, che Nutrimenti ripropone oggi dopo il successo della prima pubblicazione dell’89. Sempre per Nutrimenti, Giuliano Gallo ha pubblicato Il padrone del vento. La lunga vita felice di Agostino Straulino (2005), vincitore del Premio Casinò Sanremo ‘Libro del mare’ 2006.

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PASQUA A

CAPRERA Sono degli sconvolti! Gente che va a cercarsi i cinquanta nodi di vento, e nelle Bocche per giunta! Con dei barchini di sei metri. Il fatto è che ci riescono e ci riescono benissimo. Ma vediamo cosa succede a un tizio qualsiasi che va a fare un corso per istruttori a Caprera. Il tizio qualsiasi, in questo caso, sono io. Il posto è meraviglioso, si sa di gente che si è fatta bocciare due o tre volte a tavolino pur di poterci tornare. 44 mediterranea


Porto Palma, dove c’è la base della scuola, ha tutto il fascino dell’incontaminato. Niente condomini di quattro piani. Niente rotonde sul mare. Niente jukebox da un milione di decibel. Niente clacson di auto in colonna. Anzi, niente auto del tutto. I profumi ti aggrediscono. Il rosmarino selvatico, il timo e tutto quel miscuglio di aromi che la macchia mediterranea spande sopra e sotto vento. Il mare è sempre calmo. Probabilmente il Padre Eterno voleva un posto per una scuola di vela ed essendo venuta a Lui l’idea, il posto è perfetto. L’acqua è di cristallo, compresa la sensazione di freddo, solo che… non è una sensazione. Davanti al pontile, tra una barca e l’altra, si vedono nuotare seppie bruI l C a p o Tu r n o no violette, o grandi saraghi pizzuti, ma non si tocca niente! Non ti lasciano, e prende la parola e poi non ne avresti neppure il tempo. dice: «Oggi ci Si dorme nei tukul con il tetto sono trenta nodi di paglia. C’è posto per sei cadaveri, di vento, vediamo pardon, volevo dire per sei morti di sonno. c o s a f a r e . » Tu t i r i Poi ci sono loro, i Mousquetaiun sospiro di res. Il primo contatto non è entusiasollievo (abituato smante. Sono bruttini, spigolosi, aranai tuoi soliti cione. L’interno è quasi inesistente. Per noi che siamo abituati ai soliti tricamere standard, ti con doccia e servizi che chiamiamo barimmagini una che, fa un po’ impressione scoprire che bella giornata mancano persino i materassini. Tanto dedicata a sport non servono! Quando te lo dicono, cominci a pensare: “Magari ho sbagliato marini come il posto.” Poi ti accorgi che è vero! giardinaggio o lo Ti sbattono giù dal letto alle sei scopone e mezza. Io, sempre fortunato, sono suscientifico nel bito di “comandata”, così mi svegliano mezz’ora prima. E ti devi dar da fare, tukul). Macché! perché quelli lì ti arrivano giù tutti alle «Andiamo a Porto sette e con una fame da lupi! Pane nel Cervo.» forno, bricchi di latte che bollono, caffettiere che sbuffano e acqua calda per gli snob che vogliono il tè (io sono uno di quelli, naturalmente). Il tempo che impiegano a spolverare quello che c’è sul tavolo è inversamente proporzionale al tempo impiegato a prepararlo. Poi viene un tizio, uno dei vecchi ti mormora: «Quello è il CT», e, poiché a te non sembra per niente il Bearzot, con aria di compatimento ti spiega che è il Capo Turno che è poi uno che ha potere di vita o di morte, soprattutto di morte, sui partecipanti al corso. Il Capo Turno prende la parola e dice: «Oggi ci sono trenta nodi di vento, vediamo cosa fare.» Tu tiri un sospiro di sollievo (abituato ai tuoi soliti standard, ti immagini una bella giornata dedicata a sport marini come il giardinaggio o lo scopone scientifico nel tukul). Macché! «Andiamo a Porto Cervo.» Deglutisci l’ultimo boccone di pane e marmellata che, non si sa come, ti è ritornato in bocca e ti vai a bardare di tutto punto. Stivali, cerata, papalina di lana, calzettoni, maglie, maglioni, coltello, eccetera, e… ti dimentichi i guanti. Non fa niente, pensi, tanto hai già notato che le barche hanno i winch. Arrivi in barca. Pensi subito: “Accidenti, in quattro su questo coso, speriamo che non affondi subito.” mediterranea 45


Invece regge. Poi via col vento. E di vento ce n’è proprio tanto. Molli il gavitello e ti trovi subito inclinato a un grado che non fa presagire niente di buono. Il vento aumenta, l’inclinazione pure. Vedi la raffica che arriva, controlli se hai la cintura galleggiante. Ecco la raffica, la barca smette di inclinarsi. Tiri il fiato. Per quanto tu o il vento facciate, non riuscirete a far inclinare di un solo grado in più la barca. Il Mousquetaire incomincia ad apparirmi non tanto male. È un po’ bagnato, ma con quel vento tu di solito non ti muovi neppure dalla banchina. Magari non è neanche tanto bagnato! Ma hai fatto una scoperta orrenda: ci sono i winch ma non ci sono le maniglie. Due ore e le tue mani se ne sono già andate a remengo! Due strappi alle dita sulla destra e tre sulla sinistra. Sei out. La velocità con cui cazzi la scotta del fiocco diminuisce con l’aumentare delle dita fuori uso. I compagni ti guardano male: «Quello lì è uno che non ha voglia di faticare.» Finalmente viene il momento di mangiare e ti portano in una baietta che ti lascia senza fiato. Rocce nude e bellissime da tutti i lati con uno stretto passaggio per entrare e pochissimo spazio per gettare l’ancora e fare il solito “pacchetto” di Mousquetaires. C’è pace, una pace profonda, il mare si muove appena all’interno. Nessuno parla. Poi ti giri e scopri il perché: tutti hanno un enorme panino in bocca e ne stanno freneticamente preparando un secondo o un terzo a seconda dell’età dell’ingordo. E io che ero così preso dalla bellezza del luogo! Mezz’ora dopo si ricomincia. Su, giù, avanti, indietro tra scogli e boe, dentro una baietta, fuori da un’altra. Su lo spi, giù lo spi. Ritorni a casa che è già buio. Gli altri hanno qualche minuto per riposare, la comandata deve preparare la cena. Non so ancora capacitarmi del come, ma vengono fuori delle cene favolose nonostante cuochi così disastrati. Sarà la fame! Il giorno dopo il vento rinforza. Siamo sui quaranta nodi, ma ormai sai che ti faranno uscire ugualmente e non ci fai neppure più tanto caso. Ave Cæsar… Degli altri Mousquetaires vedi sempre soltanto la… deriva. Ma tengono. Accidenti, tengono in un modo sorprendente. E ti trovi a tener su lo spi con trentacinque nodi e a strambare con facilità. E insisti col cazzare la scotta. Ti fanno male le mani, ma insisti e insisti ancora. I giorni passano con una velocità sbalorditiva. Le comandate si esibiscono in pranzi sempre più sofisticati. Il vento si esibisce in groppi sempre più forti. Le mani ti fanno sempre male, ma i muscoli si sono irrobustiti e tiri con più facilità. Le notti, quelle stesse notti che a Milano spesso sono lunghe e ti rivolti di qui e di là e l’orologio sembra sempre fermo, qui non esistono proprio. Due esempi valgono per tutti. Un mio compagno di tukul era un russatore di chiara fama, lui non dorme mai, russa solamente. Ebbene, nessuno degli altri cinque, io compreso, lo ha mai sentito. Uno dei nostri compagni di tukul era una donna. Una bellissima figliola! Sono convinto che tutti i cinque maschi adulti che dormivano con lei hanno pensato tra il serio e il faceto: “Questa notte, prima di addormentarmi, me la faccio!” Poi a sera, dopo dieci o dodici ore di barca, la frase diventava invariabilmente: “Magari me la faccio… domani!” Buona notte. Sono dimagrito di tre chili (alla faccia delle diete), mi sono abbronzato come un negro, come un negro ho faticato, ho dato un calcio per dodici giorni a tutte le mie solite preoccupazioni, mi sono divertito un mondo. Quelli di Caprera sono degli sconvolti, ma ci tornerò. Forse sono un po’ sconvolto anch’io!

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IL LIBRO

Little Top sta bene solo quando è in acqua. Può essere in canoa, in barca o su una tavola a vela, in piscina o durante un immersione, dove c è acqua è felice. Vive ogni esperienza in modo spiritoso, e quello che per qualcuno potrebbe essere una tragedia per lui è spesso fonte di sane risate. Ci propone una carrellata di tipi da barca che talvolta sembrano delle vere e proprie macchiette.

Navigando per il Mediterraneo orientale ci offre un ritratto di posti magnifici, personaggi divertenti e scenette che rasentano la farsa. Edizioni Magenes, 2009

L’AUTORE

Little Top. Tra i primi allievi del Centro Velico di Caprera ne è poi diventato istruttore. È stato istruttore della Lega Navale Italiana di Milano per più di trent anni, ma non bisogna ricordarglielo perché, se si allude alla sua età, gli viene l orticaria. Soprattutto ha navigato molto, sempre a vela in tanti mari e con una miriade di persone. Ogni mare e ogni persona gli hanno lasciato qualcosa di bello da ricordare.

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ASSAGGI

LA LUCE SOMMERSA Lo spettacolo sotto la superficie del mare nel giro del mondo di un fotosub.

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Maldive Lo spettacolo inizia dall’aereo: una miriade di anelli verde smeraldo di ogni dimensione sospesi nel blu del mare; più di mille isole, raccolte in ventisei atolli, disseminate nel mezzo dell’Oceano Indiano. Non è un caso che le Maldive, piccole isole di sabbia bianca con palme e vegetazione bassa, prive di rilievi e di scogli, incarnino l’idea classica del luogo da sogno e che siano diventate una delle mete privilegiate del turismo internazionale. Tutte le isole sono circondate da una laguna racchiusa all’interno di una corona di corallo, che comunica con l’oceano attraverso piccoli canali chiamati pass (kandu in divehi, la lingua locale). I canali permettono lo scambio di acqua tra l’oceano e la laguna e viceversa, a seconda della marea. Questo complesso ecosistema costituisce l’habitat ideale soprattutto per i pesci che amano le forti correnti e per le varie forme di vita che si nutrono di plancton e degli altri microrganismi trasportati dalle correnti stesse. Alle Maldive si possono fare due tipi di immersione: alle thila (secche), formazioni di corallo che dal fondo salgono fino a pochi metri dalla superficie, e appunto alle kandu, i canali che mettono in comunicazione la laguna con l’oceano. Si tratta di due tipi di immersione molto diversi, ma che richiedono in ogni caso una discreta esperienza. L’immersione alle thila va fatta in un momento in cui la corrente non è troppo forte. Una volta raggiunto il cappello della secca, si resta fermi per la maggior parte del tempo a osservare il passaggio dei pesci. La postazione è ideale per veder passare tonni, grossi carangidi, squali, mante e molte altre specie. Se la corrente lo permette si può provare a fare il giro della secca lungo il ciglio superiore. Le immersioni alle kandu si fanno in genere durante la fase di marea nella quale l’acqua entra dall’oceano nella laguna (corrente entrante), sia perché la visibilità è migliore, dato che entra acqua pulita dall’oceano, sia perché a fine immersione ci si ritrova all’interno della laguna. L’immersione è molto spettacolare:

IL LIBRO

La luce sommersa raccoglie più di duecento fotografie, che formano un vero e proprio catalogo della vita subacquea del pianeta: dai reef che risplendono dei colori accesi delle gorgonie e delle alcionarie, alle nuvole trasparenti di pesci vetro; dalle murene, che si fanno accarezzare come gatti domestici, ai pesci pagliaccio a guardia degli anemoni. E poi pesci scorpione, balestra, angelo e chirurgo, carangidi e mante, squali e barracuda. Il libro è anche corredato da una breve appendice tecnica, con alcuni consigli pratici per chi è ancora agli inizi e sogna di girare il mondo con le pinne ai piedi e la macchina fotografica a tracolla. 50 mediterranea

L’AUTORE

Giulio Libertà, subacqueo fin dagli anni Settanta e appassionato di fotografia, ha esplorato i più bei luoghi di immersione del mondo, compiendo oltre milleseicento immersioni e raccogliendo una eccezionale mole di materiale fotografico. Molti suoi scatti subacquei sono stati pubblicati su riviste (Venerdì di Repubblica, Focus) o utilizzati per illustrare dépliant turistici e pubblicità.


trascinati dalla corrente si percorrono molte centinaia di metri, a volte anche un chilometro e più, mentre la parete scorre davanti agli occhi come una ripresa cinematografica. Ovviamente fare fotografia in queste condizioni è molto difficile, praticamente impossibile, ma la sensazione di essere in balia di una forza inarrestabile e invisibile è sublime. A volte la corrente è davvero molto forte, anche alcuni nodi: durante una di queste immersioni non riesco nemmeno a girare la testa per paura che la corrente mi strappi via la maschera dal viso. In alcune kandu la distanza percorsa è talmente grande che si può assistere a cambiamenti anche radicali del paesaggio sottomarino. Da una parete quasi verticale di colore bruno si può passare rapidamente ad una tappezzata di alcionarie di vari colori, poi ad una che sembra quasi dorata, ricoperta com’è di piccole alcionarie giallo oro, fino a un punto in cui la parete verticale muta in un dolce pendio con coralli e gorgonie che si piegano sotto la spinta della corrente. Nel percorso si incontrano gruppi di pesci quasi immobili controcorrente, mentre di tanto in tanto passa qualche grosso pesce che ci ignora e procede controcorrente senza alcuna difficoltà. Alla fine di queste immersioni si ha la sensazione di essere appena scesi dalle montagne russe, con la sola differenza che nei luna park si è circondati da chiasso, musica e schiamazzi, mentre sott’acqua, anche a grande velocità, il silenzio regna sempre assoluto, interrotto solo da piccoli rumori lontani. mediterranea 51


Novità Gennaro Coretti L’odissea dello Jancris pp. 192 • euro 16,00 • ottobre 2009 Dopo sedici anni dal rimpatrio, L’odissea dello Jancris ricostruisce per la prima volta, con la completezza dell’inchiesta giornalistica e la tensione dei grandi libri di mare, una storia tutta italiana, troppo presto dimenticata.

I. Cavarretta, E. Revelli Pirati pp. 200 • euro 15,00 • maggio 2009 La storia dei pirati in una visione che sfata i luoghi comuni di Capitan Uncino e Jack Sparrow. Dalle scorrerie dell’età antica ai più recenti fatti di cronaca della Somalia.

France Pinczon du Sel, Éric Brossier Circumpolaris Traduzione di Simona Dolce pp. 384 • euro 18,00 • novembre 2008 Il giro del mondo nel Mar Glaciale Artico, intorno al Polo Nord. Tre inverni prigionieri della banchisa. Il diario a due voci di un’avventura entusiasmante, corredato da uno straordinario apparato fotografico.

Pietro D’Alì, Matteo Cortese Fra il mare e il vento La mia vita in regata pp. 160 • euro 16,00 • novembre 2008 Le Olimpiadi di Sidney, la Coppa America con Luna Rossa, il trionfo con Giovanni Soldini nella Jacques Vabre. Il più forte velista italiano del momento si racconta in un libro appassionante.

Andrea Pendibene Mini Transat Diario di bordo di un sogno che si avvera pp. 128 • euro 15,00 • ottobre 2008 Andrea Pendibene, il più giovane italiano ad aver partecipato alla Transat 6.50, racconta la sua impresa e il difficile cammino per realizzarla. Un appassionante diario di regata, ma anche un’utile testimonianza per chi sogna di attraversare l’Atlantico su un Mini.

Matteo Miceli, Jean-Luc Giorda L’oceano a mani nude Prefazione di Pasquale De Gregorio • pp. 208 • euro 15,00 • maggio 2008 L’Atlantico in corsa su catamarano, in doppio e in solitario. L’idea e la preparazione della barca e dei record. Ma prima ancora la formazione umana e professionale di Matteo Miceli, velista dell’anno 2007.

Alex Carozzo Zentime Atlantico Prefazione di Antonio Soccol • pp. 184 • euro 15,00 • marzo 2008 A quasi vent’anni di distanza, Nutrimenti ripropone il diario di bordo della storica traversata dell’Atlantico di Alex Carozzo su una scialuppa in disuso ed equipaggiata solo con materiali di risulta.

Jean-Michel Barrault Moitessier La lunga scia di un uomo libero Traduzione di Laurence Figà-Talamanca pp. 200 • euro 15,00 • ottobre 2006 Dall’infanzia in Vietnam alle leggendarie navigazioni con il suo Joshua, fino all’ultima parte della vita: la biografia del leggendario navigatore francese raccontata dal suo amico, confidente per oltre trentacinque anni.

Giuliano Gallo Il padrone del vento La lunga vita felice di Agostino Straulino pp. 176 • euro 14,00 • novembre 2005 Giuliano Gallo La vita e le imprese di Agostino Straulino raccontate da quelli che l’hanno conosciuto. La biografia del marinaio più celebre d’Italia, un uomo che ha amato fino alla fine il mare e la vita.

Ernesto Tross Prua a Est pp. 168 • euro 15,00 • aprile 2003, terza edizione novembre 2008 La vita di un grande viaggiatore, che ha progettato e costruito con le sue mani otto barche, che ha navigato per diciotto anni nell’Oceano Indiano, che è salito fin sull’Himalaya con la moto, ha girato i deserti in Dune-buggy, ha volato in aliante.

Pasquale De Gregorio, Andrea Palombi Oceani ad ogni costo Prefazione di Cino Ricci

• pp. 216 • euro 15,00 • ottobre 2001, terza edizione novembre 2008 L’odissea attorno al mondo di Pasquale De Gregorio, uno dei due soli italiani che sono riusciti a concludere la Vendée Globe. Più di cinque mesi passati da solo negli oceani del mondo, di cui più di due alle latitudini note come i ‘Quaranta ruggenti’ e i ‘Cinquanta urlanti’. La storia di una passione tanto forte e ostinata da esser capace di superare i mille ostacoli della terraferma e le disavventure della navigazione.

Veneziani nel circolo polare artico pp. 104 • euro 14,00 • settembre ‘07 La Querina, nave mercantile veneziana, parte nel 1431 da Creta verso le Fiandre. Un’avvincente storia di mare giunta fino a noi attraverso il racconto diretto di tre dei sopravvissuti.

Querini, Fioravante, de Michiele Il naufragio della Querina

Alessandro Di Benedetto L’Atlantico senza riparo Dall’Italia ai Caraibi in Hobie cat pp. 168 • euro 15,00 • giugno 2004,

3a edizione ottobre 2006 all’Italia ai Caraibi su un minuscolo catamarano, da solo e senza assistenza.


www.nutrimenti.net Novità Nigel Calder Il grande manuale della crociera Traduzione di Anna Fontebuoni pp. 864 • euro 45,00 • giugno 2009 Il manuale più completo per chi si avventura nel mondo del diporto. Una guida preziosa per l’intera gamma di scelte da compiere, a partire da quella della barca da acquistare, fino alle infinite soluzioni per equipaggiarla o ai mille problemi concreti posti dalla navigazione. Un po’ manuale un po’ racconto di famiglia, questo libro accompagna nel mondo della barca a vela moderna fornendo nozioni tecniche, consigli pratici, trucchi e idee utili, con un particolare occhio ai problemi elettrici, idraulici, propulsivi.

Pierre-Yves Bely 250 risposte alle domande di un marinaio curioso pp. 320 • euro 28,00 • marzo 2009 Perché l’acqua del mare è salata? I delfini dormono mai? Qual è l’onda più alta mai registrata? Come si formano i cicloni? Sono solo alcune delle tante domande sul mare e sulla navigazione che chiunque si è posto almeno una volta senza avere spesso risposte precise e soddisfacenti. In 250 risposte Pierre Yves-Bely scioglie tutti i dubbi possibili (o quasi) sul mare, dalla nautica alla biologia, dall’astronomia all’oceanografia. Spesso con un ricco apparato di illustrazioni, sempre con un assoluto rigore scientifico e usando i termini più comprensibili. Per svelare piccole e grandi curiosità mai confessate.

Severino Cassone I nodi del marinaio velista pp. 96 • euro 7,00 • aprile 2009 Un libro tascabile con tutti i nodi che deve conoscere il marinaio velista. Uno strumento da tenere nella cerata non solo per il diportista che va in barca a vela, ma anche per il professionista imbarcato su uno scafo d’epoca o addirittura su una nave a vele quadre, le navi a vela di un tempo, molte delle quali ancora naviganti. Il libro, di piccolo formato, riproduce disegni e scritte a mano, per la massima chiarezza nella guida alla realizzazione di tutte le fasi di ogni singolo nodo, e contiene tutte le indicazioni sulle sue possibilità d’uso.

Varrone Terenzio La patente nautica pp. 320 • euro 19,00 • marzo 2008 Superare l’esame per la patente nautica, diventare comandanti, ma anche imparare a navigare. Questi gli obiettivi del corso scritto dal contrammiraglio Varrone Terenzio, già sperimentato da anni con successo nelle scuole di vela. Il volume si distingue dagli altri manuali perché non offre solo tutte le nozioni teoriche necessarie al superamento dell’esame per il conseguimento della patente, ma si preoccupa anche della formazione nautica effettiva di chi si appresta a condurre un’imbarcazione.

Ernesto Tross La mia barca sicura pp. 192 • euro 16,00 • marzo 2007 Un manuale pratico per chi va per mare, una guida unica per capire quanto la propria barca possa essere considerata affidabile, e per migliorarla di conseguenza. Ernesto Tross, geniale autocostruttore, analizza una larga casistica di incidenti e naufragi e propone una lunga serie di suggerimenti pratici sulle strutture della barca, gli accessori e le tattiche di navigazione con cattivo tempo. E infine presenta la sua risposta concreta. Il nuovo progetto di una barca a vela da 10 metri, in grado di resistere in qualsiasi condizione meteo.

Davide Zerbinati Lavori a bordo pp. 576 • euro 45,00 • settembre 2006, seconda edizione aggiornata marzo 2007 La guida più completa pubblicata in Italia per la manutenzione della barca. Pagine utili per conoscere meglio la propria imbarcazione e per sapere quando e come occuparsi della sua manutenzione. Per renderla più sicura, per farla durare di più nel tempo, o semplicemente per renderla più confortevole. La competenza dell’autore e un imponente apparato iconografico guideranno negli interventi di routine e in quelli più complessi.

Prossima uscita Franco Bertozzi La cucina di bordo Allestire in modo efficiente la cucina di bordo per preparare la propria barca a future navigazioni è un passo che richiede conoscenze specifiche e attenzioni particolari. Così come sapere come organizzare la cambusa e come stivare i viveri per conservarli nel tempo è una premessa indispensabile per una felice crociera. A questo si devono poi aggiungere le nozioni essenziali sulla scelta degli alimenti per nutrirsi correttamente, e naturalmente ricette e piccoli trucchi per la preparazione di pasti saporiti con le limitate risorse di bordo.

Novità Paul Elvstrøm Le Regole di regata 2009-2012 spiegate e illustrate pp. 256 • euro 16,00 • giugno 2009 Le Regole di regata aggiornate e riviste per i prossimi quattro anni dall’Isaf, la Federazione internazionale della vela, e spiegate da Paul Elvstrøm, quattro volte medaglia d’oro alle Olimpiadi, più volte campione del mondo ed europeo, e leggendario velista. Un libro indispensabile a chiunque si cimenti con le regate a vela in ogni classe, dalle derive ai match-race. Il libro, tutto a colori, contiene le regole complete 2009-2012, le spiegazioni illustrate di ogni regola e i casi Isaf ufficiali.


Novità Giuliano Gallo Aliseo Romanzo • pp. 192 • euro 16,00 • ottobre 2009 Nell’isola di Barbados è ormeggiato ciò che resta di una storia. Si chiama Pitcairn. La barca è in stato di abbandono, le vele sono poco più che brandelli. L’interno è stato saccheggiato, ma è rimasta ancora la placca d’ottone, con una scritta: “Venezia”. Gli abitanti dell’isola ne sanno poco. Sanno che, un anno prima, un uomo è arrivato a Barbados, da solo, su quella barca maledetta. Una volta a terra, l’uomo non ha fatto altro che appendere una corda a un ramo e impiccarsi. Magari è per deformazione professionale o, più probabilmente, per un irrazionale, istintivo legame con quell’uomo, che un giornalista – anche lui velista, anche lui di Venezia – decide di ricostruirne la storia. Partirà dalla foto della barca in degrado, troverà presto il nome di chi l’ha condotta fin lì e, un tassello dopo l’altro, riuscirà a ricostruire la storia che ha portato quell’uomo a morire in un’isola dall’altra parte dell’oceano. A vent’anni dalla sua prima pubblicazione, Nutrimenti ripropone il romanzo d’esordio di Giuliano Gallo, inviato del Corriere della Sera, da sempre appassionato velista e scrittore di mare.

Eric Newby L’ultima regata del grano Traduzione di Giovanni Giri Diario di bordo • pp. 288 • euro 16,00 • giugno 2009 Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il diciottenne Eric Newby, stufo del suo lavoro d’ufficio in un’agenzia pubblicitaria, decide di imbarcarsi come apprendista a bordo del Moshulu, un brigantino a quattro alberi adibito all’importazione del grano australiano. Il Moshulu faceva rotta alla volta dell’Australia passando per il capo di Buona Speranza e rientrava in Europa, attraverso capo Horn, con un carico di cereali. Ogni anno una dozzina di navi gareggiavano tra loro per realizzare il viaggio nel più breve tempo possibile e spuntare i prezzi migliori (di qui la ‘regata del grano’). A bordo, Newby si trova a condividere le fatiche quotidiane di un difficile apprendistato con un equipaggio formato quasi per intero da marinai finlandesi, individui spesso bizzarri, ostici e litigiosi. Le difficoltà di comunicazione, il cibo immangiabile, le invasioni notturne di cimici fanno da sfondo a quello che diventerà un vero e proprio viaggio d’iniziazione, tra violente tempeste, incontri sorprendenti, zuffe, trionfi sofferti e record mancati. Una straordinaria avventura senza tempo, un racconto traboccante di ironia e ricco di descrizioni e dettagli tecnici, che affascinerà irresistibilmente ogni amante della letteratura di mare.

Harry Thompson Questa creatura delle tenebre Traduzione di Giovanni Giri pp. 752 • euro 19,50 • ottobre 2006 È il 1828 e il giovane e brillante ufficiale della Marina britannica Robert FitzRoy riceve l’incarico di capitanare il Beagle, brigantino della flotta di Sua Maestà, in un lungo, pericoloso viaggio per effettuare le rilevazioni cartografiche della Patagonia e della Terra del Fuoco. Si apre così una delle pagine più affascinanti nella storia della conoscenza. Per il suo secondo viaggio sarà infatti proprio FitzRoy a chiedere di poter avere a bordo un naturalista. La sorte gli riserverà di imbarcare un giovane e sconosciuto seminarista appassionato di geologia di nome Charles Darwin. L’aristocratico FitzRoy ha due ambizioni: dimostrare, in contrasto con le tendenze dell’epoca, l’uguaglianza di bianchi e neri e difendere a spada tratta le verità contenute nel libro della Genesi. Il liberale Darwin, proprio grazie alle osservazioni compiute durante il viaggio del Beagle, giunge invece a mettere in discussione le verità della Bibbia e a formulare in nuce la teoria dell’evoluzione. Inevitabilmente il Beagle navigherà attraverso tempeste marine, ma anche intellettuali. La scoperta degli strani animali del nuovo mondo, o delle sue sorprendenti formazioni geologiche, segnerà un viaggio destinato a cambiare il mondo, scandito dall’amicizia profonda di due giovani uomini, dalle passioni e dalle ossessioni che li divisero, portando uno al trionfo e l’altro alla rovina. Avvincente, divertente, sarcastico e spesso commovente, Questa creatura delle tenebre non è solo un documentatissimo romanzo storico, ma ripropone nelle sue pagine anche problemi attuali, come quello del rapporto fra religione e scienza, in un periodo in cui, soprattutto negli Stati Uniti, l’evoluzionismo è tornato ad essere rimesso pesantemente in discussione.

Prossima uscita novembre 2009 Ernest Shackleton Sud. La spedizione dell’Endurance Diario Il racconto, narrato dalla voce del protagonista, il comandante Ernest Shackleton, della spedizione antartica della nave Endurance e della folle e coraggiosa traversata che l’esploratore compì a bordo di una scialuppa alla ricerca dei soccorsi per il suo equipaggio. Il viaggio dell’Endurance ha inizio nell’agosto del 1914. A bordo della nave, un equipaggio di ventisette membri, sessanta cani da slitta, due maiali e un gatto: Mrs Chippy. Ma i sogni di conquista del polo Sud svaniscono dopo pochi mesi: in gennaio la nave rimane incagliata nei ghiacci e la spedizione si trasforma in una missione di salvataggio. Shackleton riesce a condurre l’equipaggio sulla piccola e sperduta Elephant Island; poi, accompagnato da due dei suoi uomini, parte in cerca di soccorso verso la Georgia del Sud, ottocento miglia in aperto oceano a bordo di una scialuppa e l’intero attraversamento a piedi dell’isola, da una costa all’altra, scavalcando le montagne. Il diario di una delle più grandi imprese nella storia delle spedizioni antartiche, che affascinò Thomas Stearns Eliot suggerendogli un verso della Terra desolata e che, in tempi più recenti, ha ispirato un brano di Franco Battiato. Con un’introduzione di Filippo Tuena.

Frederick Marryat Newton Forster Traduzione di Giovanni Giri Romanza • pp. 352 • euro 16,00 • settembre 2008 Le avventure e le peripezie, l’eroismo e le passioni di un giovane marinaio nell’Inghilterra previttoriana. Un romanzo avvincente e divertente di uno dei pionieri della letteratura di mare, ammirato da Conrad e Melville, da Hemingway e O’Brian.

Louis Garneray Corsaro della Repubblica Traduzione di Annalisa Comes pp. 288 • euro 16,00 • novembre 2008 Louis Garneray, marinaio e artista francese vissuto fra il tramonto del secolo dei lumi e l’Ottocento, racconta i suoi primi passi agli ordini di valorosi comandanti come l’Hermite e il corsaro Surcouf. Un potente affresco di una delle epoche d’oro della navigazione europea.


www.nutrimenti.net Novità ottobre 2009 Gabriele Olivo Volvo Ocean Race 08-09 pp. 256 • euro 38,00 • settembre 2008 La realizzazione di un sogno, un viaggio attorno al mondo raccontato attraverso gli occhi di Gabriele Olivo, unico italiano a partecipare all’edizione 2008-2009 della Volvo Ocean Race, la ‘Formula Uno’ della vela. La regata in equipaggio più dura e difficile al mondo, riservata a una élite di velisti che sulle barche più tecnologiche e veloci affrontano le tempeste più pericolose e si sottopongono a ritmi di vita al limite della sopravvivenza. Un diario di bordo visto e vissuto in prima persona, che racconta la regata giorno per giorno accompagnata da aneddoti e fatti che le undici persone dell’equipaggio vivono durante i nove mesi di questo affascinante viaggio. Un racconto scritto, ma anche e soprattutto fotografico.

Novità ottobre 2009 Giulio Libertà La luce sommersa pp. 224 • euro 39,00 Per quasi vent’anni Giulio Libertà ha viaggiato in lungo e in largo alla scoperta dei fondali più spettacolari del mondo, fotografando meraviglie e segreti degli abissi. Un vero e proprio giro del mondo con rotta verso occidente, come un Magellano dell’era moderna: dai fondali di casa alle Maldive, passando per Mar Rosso, Caraibi, Australia, isole del Pacifico, Arcipelago malese. La luce sommersa raccoglie più di duecento fotografie, che formano un vero e proprio catalogo della vita subacquea del pianeta. Il libro è anche corredato da una breve appendice tecnica, con alcuni consigli pratici per chi è ancora agli inizi e sogna di girare il mondo con le pinne ai piedi e la macchina fotografica a tracolla.

La mia vela, Trent’anni sul mare con Paolo Venanzangeli a cura di Fabio Colivicchi e Bianca Gropallo pp. 256 • euro 35,00 • settembre 2008 Trent’anni di vela e di regate italiane e internazionali visti con gli occhi e la passione di Paolo Venanzangeli, velista, fotografo e storico giornalista di vela. Trent’anni raccontati attraverso le sue foto e le testimonianze di amici, colleghi e grandi protagonisti della vela italiana.

Stefano Makula Fino all’ultimo respiro pp. 144 • euro 14,00 • marzo 2008 L’autobiografia di Stefano Makula, più volte primatista mondiale di immersione in apnea, che ha vissuto da protagonista l’epoca pionieristica dell’apnea in competizione con i mitici Maiorca e Mayol.

Eletta Revelli Il mondo dei delfini Specie, comportamenti, leggende e curiosità dei cetacei dei nostri mari pp. 144 • euro 16,00 • giugno ’08 La vita dei delfini raccontata da un’esperta biologa marina. Le diverse specie, le abitudini, le molte leggende fiorite intorno a questi meravigliosi abitanti del mare. Un libro, arricchito da uno straordinario corredo di fotografie inedite, per conoscere i delfini e gli altri cetacei, e per imparare a proteggerli.

Riccardo A. Andreoli Pesca nel blu Attrezzature, tecniche ed etica per la pesca in apnea in mare aperto Prefazione di Renzo Mazzarri e Riccardo Molteni pp. 208 • euro 25,00 • febbraio 2009 Il primo manuale tecnico sulla pesca in apnea in mare aperto.

Riccardo A. Andreoli I giganti del grande blu Prefazione di Umberto Pelizzari, Renzo Mazzarri, Riccardo Molteni pp. 280 • euro 16,00 • maggio 2008 Un giro intorno al mondo praticando la pesca subacquea in apnea in aperto oceano. Alla ricerca dell’incontro con i grandi pesci: squali, tonni, pesci spada, marlin.


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