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BIMESTRALE ECONOMICO FINANZIARIO

Poste Italiane Spa - Sped. abb. post. DL 353/2003 (conv.in L. 27/02/2004 n. 46) art.1, comma1, C/RM/22/2013 del 19/06/2013

Anno 2016 Numero 4 LUGLIO AGOSTO

FINCANTIERI LA REGINA DEI MARI (a pag. 4)

IL PUNTO Una ricetta per carità!

GIOVANI Con l’Italia nel cuore


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Il Punto Una ricetta per l’Italia Fincantieri La regina dei mari Parla Dorina Bianchi Cultura da valorizzare L’opinione di Faraone Una Buona Scuola Consorzio Formetica Leader in Toscana Credito La banca del futuro Battistoni Se fossi sindaco di Roma Il progetto Wind, la strada al digitale

SANITÀ LA PAROLA AL MINISTRO da pag 12

DOSSIER SANITA’

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L’intervento Il ministro Lorenzin Obesità Dalle calorie alle molecole Terapia preventiva Sport uguale salute Chirurgia Le nuove frontiere Medicina rigenerativa L’impiego delle staminali Operation Smile Storia di una passione Mare, salute e stellette Col camice sulle onde

Nuova Finanza Bimestrale Economico - Finanziario Direttore Editoriale

Francesco Carrassi Direttore Responsabile

Pietro Romano Direzione Marketing e Redazione

Katrin Bove Germana Loizzi

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IL PUNTO del direttore

DATECI UNA RICETTA, PER CARITÀ! di Pietro Romano

A

l fondo l’Italia c’è arrivata l’anno scorso. Ultima per confronto nascite/morti perfino in un’Europa sempre più vicina a un seriale cimitero di periferia che a un allegro asilo con bimbi che cantano canzoni dello Zecchino d’Oro o di qualche cartone animato della stagione in corso. E’ una discesa (agli inferi?) nata da lontano. Li ricordo ancora, nitidamente, maestri e professori (soprattutto maestre e professoresse)degli anni sessanta/settanta lanciare l’anatema: si fanno troppi figli, da noi, perché siamo un Paese arretrato. Il paragone, rossi di vergogna, era con l’Europa del nord, dove, che bello!, non si facevano più figli. Mezzo secolo e la situazione si è rovesciata. Con la Scandinavia piena di bambini educati e festanti - un viaggio nei climi freddi sarebbe a tal proposito istruttivo - e l’Italia dalle culle vuote e dai pochi bambini spesso nevrotici, viziati e urtanti, circondati da una marea di genitori, zii, nonn, alunni rispettosi dei diktat ricevuti in gioventù dalla “gente che piace”. Intanto i figli putativi, e saputelli, di maestre e professoresse d’antan rassicurano: visto che non ci sono più bambini da noi, facciamocene una ragione, meglio importarli, dall’Africa preferibilmente, ma, in mancanza, anche dal centrosud America o dal Medio Oriente. Un tam tam che fa pensare ai teorici, soprattutto francesi, da Jean Raspail a Renaud Camus: da decenni vanno gridando al complotto “sostituzionista” che spinge a non fare figli in Europa perché tanto possiamo importarli da altri continenti a dare vita a un metic-

ciato che, come nell’Impero romano, condurrebbe inevitabilmente alla catastrofe e alla barbarie. Sembravano matti, ora sono sempre più tenuti da conto. In Italia, purtroppo, non pare che si voglia innestare la retromarcia. Lo dimostra il disegno di legge anti povertà, in discussione alle Camere. Dal quale la famiglia è espuntata, come ha accoratamente protestato la deputata di maggioranza Paola Binetti. Il nucleo della società sembra essere dimenticato, nemmeno più declassato. Eppure, allo stato attuale, se è vero che un figlio riesce a ridurre il reddito dei suoi

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genitori del 20 per cento, e quindi per le famiglie costituisce un impoverimento indiscutibile, è altrettanto vero che ogni figlio non nato impoverisce vistosamente l’intero Paese. Raggelino e isteriliscano le radici della pianta è il nuovo slogan. In Italia, ancor più che in altri Paesi d’Europa, si stenta a prendere atto, concretamente, della urgente necessità di capovolgere l’indice demografico. Anche come lotta all’impoverimento del Paese. Perché solo un baby boom può innescare, nel giro di qualche lustro, un deciso ricambio generazionale, che passi attraverso un mutamento a 180 gradi nella forma-


zione scolastica e professionale, che possa attivare via via l’impennata dei consumi, della produzione, dell’innovazione, della produttività, della competitività del “sistema Italia”. Finalmente vivificato da una iniezione robusta di sangue fresco e vivo. E’ complicato fare figli in un Paese dove aumentano le famiglie che non possono nascere, però, e, anche tra quelle che già sono nate, diventa sempre più complicato procreare, non se ne hanno le possibilità. Materiali. Domandate a chi ha fatto il gran passo come si trova a dover fronteggiare uffici pubblici dove l’approccio burocratico

è a senso unico – respingente – o per la desolante mancanza di strutture pubbliche che demoralizzano anche i funzionari o per l’apertura a senso unico per presunti meno abbienti che vivono di assistenza pubblica. Autentici professionisti. Spesso arrivati da mondi lontani, già istruiti. Uno sconforto, quello dei contribuenti tartassati, figli e nipoti di contribuenti vessati, che semina pessimismo a piene mani. Ed è proprio questo l’antidoto, innescare un’azione uguale e contraria, che non può essere però la narrazione di una realtà sempre più inesistente e disegnata a uso e consumo di una sempre più risicata fetta di classe dirigente sempre più distante dai cittadini, come dimostrano i dati dell’afflusso al voto. Lo shock dovrebbe arrivare dall’Europa. Ma la realtà dimostra quanto sia inutile attenderlo. Ed è un dramma per chi ha sognato l’Europa unita. Magari non questa, così com’è nata e si è strutturata, ma ci si poteva accontentare anche di un simulacro siffatto. Poteva addirittura bastare, se fosse stato trasformato in una piattaforma di lancio. Ora non più. La tragica constatazione del Fondo monetario internazionale ha svelato il re nudo. L’euro non ha futuro. E, con l’euro, una Unione che era fondata quasi esclusivamente sulla moneta unica. Forse è un bene. Si potrebbe ripartire da capo: l’Europa della difesa, l’Europa della politica, l’Europa della cultura e poi ridiscendere a una moneta unica. Ma nel frattempo l’Italia non può attendersi aiuti e sostegni. L’accelerazione, su più fronti, dovrebbe essere decisa e rapida. Demografia e occupa-

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zione, sicurezza e innovazione, sia pure apparentemente disomogenei, dovrebbero entrare in una grande progetto riformista, anzi rivoluzionario, che possa scaldare i cuori, i cervelli, i muscoli. Sollevando la tanta polvere accumulata in anni di finti dibattiti e crimini veri sui dossier che effettivamente potrebbero interessare – e rianimare - gli italiani, soprattutto i più giovani, in larga parte assopiti né più né meno dei cinesi oppiati di un secolo e qualche decennio fa. Il riscatto non è stato rapido. Le strade percorse non sempre sono state facili. Ma oggi la Cina è tornata a produrre una quota del Pil mondiale lontana dai picchi di fine Settecento ma ben più lontana dagli sprofondi dell’epoca buia. Un Paese che, con l’abbandono della dissennata e sanguinaria politica del “figlio unico”, potrebbe aspirare a un ruolo anche politico-militare degno di una grande potenza e di una grande civiltà. Che, non a caso, guardava a Roma con rispetto e ammirazione. Si può non ammirare l’attuale sistema politico-economico cinese, ma non si può negare che il gigante asiatico abbia cercato la sua strada di riscatto. In Europa – in Italia soprattutto – si è ancora in cerca della ricetta. Una qualsiasi, purché plausibile, ricetta. Che non sia a base di decimali, sigle astruse, formule astratte. Né sia condita di ottimismo di facciata e fanfaronismo arrogante. Sia fatta di lacrime e sangue, di sogni e anche – mi si perdoni il termine - di merda. Ma si sforzi, perlomeno si sforzi, di toglierci dalle sabbia mobili nelle quali stiamo sprofondando.


LA SVOLTA DI FINCANTIERI

SULLA CRESTA DELL’ONDA Katrin Bove

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er Fincantieri il 2016 si va profilando sempre di più come l’anno della svolta. C’era da archiviare un 2015 da dimenticare (per i riflessi della gravissima crisi mondiale, che non ha risparmiato la cantieristica), ma che comunque aveva segnato due record: per ordini acquisiti e per carico di lavoro complessivo. La missione sembra coronat-a da successo. Con il passare dei mesi si confermano le stime – positive, molto positive rese note dall’amministratore delegato del gruppo, Giuseppe Bono, alla fine di marzo, presentando il Piano industriale 2016/2020. Stime che prevedono per il 2016 la crescita di ricavi del 4/6 per cento e dell’Ebidta Margin pari al 5 per cento e un risultato netto positivo ante proventi e oneri straordinari. Ancora migliori gli obiettivi del Piano industriale con previsioni di crescita media annua di circa il 10 per cento dei ricavi, aumento dell’Ebidta in tutti i settori di attività, significativa generazione di cassa da utilizzare per investimenti, riduzione dell’indebitamento e distribuzione di dividendi,

prevista a partire dal 2017. Del resto, i resoconti intermedi di gestione per l’anno in corso confermano l’avvenuta inversione di tendenza. A rappresentare il simbolo di questa svolta è, senza dubbio, l’accordo firmato a metà giugno da Fincantieri con il ministero della Difesa del Qatar per l’affidamento della realizzazione di sette unità navali di nuova generazione. Una operazione che per il gruppo italiano vale quasi quattro miliardi di euro e diversi anni di lavoro. Fincantieri ha prevalso su altri costruttori di navi militari dall’eccellente tradizione, primi fra tutti i cantieri francesi, grazie a un’offerta ritenuta più conveniente tanto nel rapporto costo/efficacia quanto sul futuro sostegno logistico. Sia pure importantissimo di per sé, però, il contratto del Qatar non è che un tassello del mosaico rappresentativo del primo semestre dell’esercizio appena concluso. Di portata parimenti storica, a esempio, è la finalizzazione dei contratti per la costruzione di cinque navi passeggeri di prossima generazione per la Carnival

Corporation, la più grande compagnia crocieristica al mondo, dal valore complessivo di circa tre miliardi di euro. Sono contratti che discendono dall’accordo quadro tra Fincantieri e Carnival Corporation del marzo 2015 e dal Memorandum of agreement di fine anno. Un accordo che permetterà ai due gruppi di sviluppare nuovi progetti per un mercato, quello crocieristico, previsto in grande spolvero. E che, nel contempo, garantisce a sua volta enormi ricadute sul sistema produttivo italiano. Fincantieri, infatti, è un nome di tutto rispetto già di suo, che ne fa uno dei più importanti complessi cantieristici al mondo e, senz’altro, il primo per innovazione e diversificazione. E’ leader nella progettazione e la costruzione di navi da crociera. All’avanguardia in tutti i settori della navalmeccanica ad alta tecnologia: dalle navi militari all’offshore, dalle imbarcazioni speciali ai traghetti a elevata complessità e ai mega-yacht. Operatore di riferimento nelle riparazioni e nelle trasformazioni navali, nella produzione di sistemi e

“Carlo Bergamini”, unità del programma FREMM commissionata a Fincantieri dalla Marina Militare Italiana

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di componenti, nell’offerta di servizi post-vendita. In 230 anni di storia, ha costruito oltre 7mila navi. Con quasi 20mila dipendenti di cui 7.800 in Italia, ventuno stabilimenti in quattro continenti, Fincantieri è oggi il principale costruttore navale occidentale e una punta di diamante del sistema Paese, tra i nomi principali del Made in Italy, in grado di condurre alla ribalta internazionale numerose imprese, soprattutto medie e piccole, e di attrarre investimenti cospicui sull’intero Paese. Un Paese che, da solo, non potrebbe ritagliare un mercato adeguato a un gigante del genere e nemmeno all’importante indotto. Certo, la Legge Navale garantisce a Fincantieri ordini interessanti, ma in tutto si tratta di investimenti per 5,4 miliardi, mentre un gruppo multinazionale delle sue dimensioni non può che reggersi su una clientela globale e su una internazionalizzazione spinta. Lo stato maggiore di Fincantieri è, quindi, incessantemente alla ricerca di nuovi mercati e di nuove occasioni di business. Secondo quanto risulta a “Nuova Finanza”, sarebbero in corso trattative con il Kuwait che potrebbero sfociare in un nuovo mega-accordo sulla scorta di quello siglato con il Qatar. Mentre arrivano importanti segnali dalla Russia e, soprattutto, dalla Cina. A inizio luglio Fincantieri ha siglato un accordo con China State Shipbuilding Corporation, il maggiore complesso cantieristico del Paese, per costituire una joint venture finalizzata allo sviluppo e alla crescita dell’industria crocieristica cinese. L’intesa prevede che la joint venture sviluppi e venda navi da crociera destinate esclusivamente al mercato asiatico e, in particolare, al mercato cinese, strategico e ad alto potenziale.

Secondo il ministero dei Trasporti di Pechino, il mercato crocieristico cinese ha registrato una significativa espansione negli ultimi anni, raggiungendo un milione di passeggeri nel 2015. Le potenzialità Firma del contratto con il Qatar di crescita sono stimate in quattro milioni e mezzo di passeggeri nel 2020 (e in questo modo il mercato cinese diventerebbe il secondo al mondo dopo quello degli Usa) e in dieci milioni nel 2030, quando il mercato cinese, se queste previsioni fossero confermate, potrebbe diventare il primo al mondo. Fincantieri ha anche firmato una lettera di intenti con il gruppo russo Rosneft mirata alla progettazione di una nuova tipologia di unità navale, una collaborazione per ora limitata dalle restrizioni imposte a Mosca, ma che potrebbe avere significativi sviluppi in futuro se l’amministrazione democratica Usa e i suoi alleati europei più stretti ponessero finire all’insensata escalation che sta facendo rischiare una nuova “guerra fredda”. La valenza internazionale di Fincantieri non fa dimenticare al top management del gruppo che cuore e cervello (e molti muscoli) sono italiani e, proprio perché italiani, ne stanno determinando il successo. In questa ottica si inquadra l’ipotesi del nuovo contratto integrativo aziendale firmato unitariamente dai sindacati dopo diciotto mesi di trattative. Un’intesa “improntata al principio che la ricchezza prima si crea e poi si distribuisce”, come ha osservato Bono, e che si fonda sui risultati, la partecipazione e una nuova idea di welfare. Insomma, un’intesa innovativa e proiettata al futuro che può ulteriormente consolidare le basi della ripresa e della crescita del gruppo.

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IL SOTTOSEGRETARIO BIANCHI

CULTURA, LA NOSTRA RICCHEZZA Renato Pedullà

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norevole, può farci un resoconto dei suoi primi 100 giorni di lavoro come Sottosegretario al MIBACT? Il bilancio di questi primi mesi di lavoro è sicuramente positivo. Alla Borsa internazionale sul Turismo, a febbraio, ho siglato un accordo di collaborazione con la Russia sul turismo culturale mettendo in itinere delle iniziative tra i due Paesi. A fine luglio porteremo a termine i lavori del Piano Strategico Nazionale sul Turismo con una prima stesura del piano. L’obiettivo è rendere più competitivo il nostro Paese, promuovere lo sviluppo sostenibile delle nostre risorse e rimettere il turismo al centro della nostra economia. Si tratta di uno strumento aperto, dinamico flessibile e partecipato da tutti gli attori. Stiamo affrontando le diverse criticità del settore: le concessioni demaniali marittime, i condhotel, la riforma delle professioni del turismo, la classificazione alberghiera e il fondo di garanzia per tour operator e agenzie di viaggio. Siamo tornati a investire in cultura. Sono stati approvati ulteriori finanziamenti per i progetti del PON Cultura, che prevede un totale di 491 milioni per le Regioni del Mezzogiorno. Nello specifico per la Calabria sono stati sbloccati fondi per un totale di 9 milioni di euro concentrati a Locri, Scolacium, Crotone e Sibari. Nel frattempo ho partecipato a incontri bilaterali e multilaterali per promuovere la cultura italiana e il turismo. In Cina, ho partecipato alla Prima conferenza mondiale sul turismo sostenibile e al G20 dei ministri del Turismo. Qui ho avuto un confronto con il viceministro alla cultura con cui è nato il progetto di gemellare i nostri siti Unesco iniziando con Xian e

Pompei. Ho rappresentato l’Italia in Giappone proprio in occasione dell’apertura delle celebrazioni dei 150 anni di amicizia tra i nostri Paesi e qui è stato rinnovato il rapporto di proficuo scambio culturale. A Baku in Azerbaijan ho partecipato alla VII edizione del Global Forum delle Nazioni Unite dove ho presentato le proposte culturali italiane per il dialogo tra i popoli. Tra queste, il Museo della Pace che è stato di recente inaugurato a Napoli. Il Ministro Franceschini ha dato molto rilievo al finanziamento per la Cultura di un miliardo di euro. Come e dove verrà utilizzato? Il Ministro Franceschini ha dato rilievo al finanziamento perché rappresenta un vero e proprio cambio di rotta: questo è il primo Governo che torna a investire in cultura. Se finora si diceva che con la cultura non si mangia per noi è invece un motore di sviluppo ancor più efficace se abbinato al turismo. Il Fondo Sviluppo e Coesione 2014 – 2020 riguarda 33 progetti sparsi per tutto il territorio italiano. Ci sono interventi rilevanti sul sistema museale italiano (a Napoli il Museo di Capodimonte o la Galleria di Arte Antica e quella di Arte Moderna) e interventi innovativi volti a recuperare aree degradate per ricucire e rivitalizzare mediante le destinazioni culturali intere zone delle città: il Porto vecchio di Trieste, l’ex caserma Cerimant a Roma (in zona Tor Sapienza), il Water front di Genova. E inoltre, finalmente, il completamento delle opere “incompiute”: l’Auditorium di Firenze, gli Uffizi, il sito dell’isola della Maddalena. Infine 170 milioni destinati a diversi interventi di interesse nazionale sul patimonio culturale. Il Governo ha voluto ricevere di-

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rettamente dai cittadini le segnalazioni: fino alla mezzanotte del 31 maggio sono arrivate quasi 140 mila (139.759) segnalazioni per un totale di 2782 luoghi segnalati. A due anni dell’entrata in vigore della legge “Art Bonus”, può dirci come hanno risposto le aziende e i privati ad una richiesta di maggior “mecenatismo” da parte del Governo? C’è una collaborazione sempre più stretta tra pubblico e privato. Abbiamo abbattuto i vecchi tabù e questo è confermato proprio dai dati dell’Art Bonus. Dal 2014, quando è entrato in vigore, a oggi l'Art Bonus ha superato i 100 milioni di euro. In particolare, oltre 3,5 milioni sono frutto di donazioni di persone fisiche, oltre 45 milioni provengono


da enti e fondazioni bancarie e circa 51,4 milioni provengono dalle imprese. Il ministro ha anche di recente annunciato che non appena ci saranno margini di finanza pubblica, l’Art Bonus potrà essere esteso anche al sostegno del patrimonio culturale privato. Un segnale importante di quell’osmosi tra pubblico e privato che fa bene all’economia e alla società. In un mondo che va sempre più verso la digitalizzazione, un ente come l’ENIT può apparire per le sue funzioni ormai obsoleto, come pensa il MIBACT di rivalutare tale ente? L’Enit è un organismo completamente nuovo che abbiamo completamente rilanciato con una visione più efficiente ed efficace nella gestione del servizio pubblico. Da parte nostra c’è pieno sostegno al percorso di cambiamento e miglioramento intrapreso con la guida di Evelina Cristillin. Con la nuova Governance c’è stato un vero e proprio cambio di passo nella promozione della cultura e del turismo. L’Enit sta lavorando bene e in questi pochi mesi è stato fatto tanto. Abbiamo messo a disposizione 10 milioni di euro aggiuntivi annui per la promozione internazionale del Paese che punta soprattutto sulle nuove tec-

Dorina Bianchi

nologie. La riforma sta andando avanti e a breve il ministero firmerà la convenzione con Enit in cui viene definito il programma triennale di promozione dell'Italia all'estero. Si tratta di un insieme di interventi che sarà perfettamente coerente con quanto previsto dal Piano strategico del turismo che verrà approvato dal Comitato permanente del turismo entro la fine di luglio. L’Italia possiede il patrimonio culturale più importante e più ricco del Mondo, come possiamo far sì, che tale valore aggiunto del nostro territorio, possa portare sempre più turisti e ricchezza reale al paese Italia? Il ministro Franceschini ha avuto una intuizione illuminante con il binomio cultura e turismo che è strategico per il nostro Paese. Entrambi fanno da traino l’uno all’altro. Dobbiamo farci conoscere meglio, i turisti devono sapere che l’Italia non è solo il Colosseo e la pizza. Siamo il Paese con il maggior numero di siti Unesco ma siamo solo al quinto posto per flussi internazionali. Per questo la parola d’ordine è più promozione per potenziare l’export turistico. Ci sono tante mete meno conosciute ma altrettanto belle: il turista deve solo conoscerle e avere la possibilità di raggiungerle. Il nostro obiettivo è, dunque, valorizzare tutto il territorio, dal piccolo borgo alla grande città d’arte. È necessario differenziare l’offerta in modo da intercettare nuovi target di turisti e di conseguenza destagionalizzare. In questo modo potremo decongestionare i flussi, attualmente tutti rivolti verso le grandi città d’arte. Quali sono le iniziative, gli ultimi accordi con gli altri Paesi all’insegna del turismo internazionale? In tutti gli accordi internazionali del MiBACT è presente lo scambio e la cooperazione in tema di turismo. Ricordo i maggiori paesi con cui abbiamo recentemente stretto accordi: Cina, Giappone, Russia, senza dimenticare un paese “complesso” come l’Iran. La promozione dell’immagine del nostro Paese all’estero è fondamentale per il rilancio del nostro turismo. Abbiamo il maggior numero di siti Unesco, panorami mozzafiato, borghi stupendi ma siamo solo al quinto posto per arrivi internazionali. Dobbiamo invertire la tendenza e le prospettive per il futuro sono positive. Il turismo non solo è l’unico settore che continua a crescere anche in un periodo di stagnazione economica ma sta crescendo soprattutto in Italia: nel 2015 abbiamo avuto un aumento di arrivi e presenze del 3,2% e un aumento degli introiti del 4,8%. È un trend positivo che dobbiamo cavalcare per se vogliamo davvero rilanciare il Paese.

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ANALISI DELLA RIFORMA

“È UNA BUONA SCUOLA” Davide Faraone*

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ochi mesi dopo l’approvazione della legge 107/2015, che molti di voi conosceranno come “La Buona Scuola”, sono stato in Finlandia con alcuni miei collaboratori per vedere in cosa consistesse l’eccellenza di un sistema d’istruzione riconosciuto a livello europeo come modello da seguire. Ho visitato asili, scuole aperte quasi 24 ore su 24 con biblioteche a disposizione di tutto il territorio, istituti in cui i neodocenti facevano pratica direttamente a contatto con gli studenti, classi in cui ragazzi e ragazze imparavano a fare la maglia o a tagliare la stoffa per farne una gonna. Il mito della Finlandia non è un mito. La scuola lì funziona bene e non perché funzioni e basta ma perché è parte viva e integrante della società. La sensazione che avevamo, io e i miei collaboratori, andando in giro per le aule di quegli istituti, si riassumeva in una frase che avremmo ripetuto un centinaio di volte in quei quattro giorni: “ecco, vedi, questo l’abbiamo introdotto anche noi con la Buona Scuola”. Di questa legge molto si è parlato e troppo in termini “sindacali” o da addetti ai lavori. Ormai anche la casalinga di Voghera conosce a menadito Gae, graduatorie d’istituto, Tfa, Pas e tutti gli acronimi che distinguono il mondo dei docenti (è pur vero che ne abbiamo assunti 180.000). Eppure quello che abbiamo voluto fare con questa norma approvata dal Parlamento è stato dare uno scossone a una impostazione per molti versi virtuosa ma troppo ancorata al passato e poco lanciata nel futuro. Inutile dire che al

centro di tutto questo abbiamo voluto mettere gli studenti, le nuove generazioni che saranno guida del Paese nei decenni che verranno. E quindi anche la formazione dei docenti, indispensabili per condurre i giovani nel domani. La Buona Scuola ha introdotto, quindi, delle innovazioni, è vero. Ma elementi nuovi che avessero una rispondenza con l’attuale morfologia della società e fossero in grado di anticipare sfide che dovremo fronteggiare domani. Questo si sta traducendo in due modi: stiamo lavorando per potenziare e rendere patrimonio di tutti le buone pratiche che esistevano già sul territorio nazionale e stiamo inserendo nuovi meccanismi, cercando di scardinare e abbattere resistenze ideologiche, per far sì che il nostro sistema d’istruzione diventi parte di un tutto e non elemento a se stante. Il nostro obiettivo è eliminare le pareti che separano la scuola dal contesto esterno, che in qualche caso isolano anche le aule una dall'altra all'interno della stessa scuola. Per farlo abbiamo, innanzitutto, rilanciato l’autonomia delle scuole, singole ma soprattutto in rete, fornendo loro risorse professionali ed economiche con le quali costruire percorsi per dialogare con le specificità dei territori e le ambizioni dei ragazzi. Più insegnanti per scuola (circa sette in più a istituto), più risorse nel fondo di funzionamento: a una mamma nessuno potrà più chiedere un contributo volontario per comprare la carta igienica per il figlio, perché le casse delle scuole avranno per tempo soldi con i quali

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non solo acquistare l’ordinario ma anche progettare nei tempi giusti e coerentemente le attività per gli studenti. Sembra una cosa da niente, se non fosse che prima del luglio 2015 non era così. Abbiamo – e continuiamo a farlo – combattuto l’idea che la scuola fosse il luogo delle file di banchi per classe, con ragazzi chini sui libri, mentre fuori il resto del mondo gira all’impazzata. Gli istituti devono essere sempre più aperti, intercettare le forze che vengono dall’esterno e farsi comunità aggregatrice. In questo modo li rendiamo palestra di futuro per i ragazzi che, oltre ad acquisire sapere nozionistico, imparano a saper fare, a sperimentarsi nel domani. Abbiamo per questo introdotto e reso obbligatoria nella scuola superiore (licei compresi) l’alternanza scuola-lavoro – destinando a questo settore oltre 100 milioni di euro. Prima del 2015 i milioni per questo obiettivo erano poco più di 10 – che non vuol dire sfruttamento delle competenze dei ragazzi, come pure qualcuno ha insinuato, ma esercizio necessario se non vogliamo procedere per compartimenti stagni che producono intelligenze che la società non è in grado di assorbire. Senza contare che una misura come questa è fondamentale per contrastare la dispersione scolastica, una piaga del nostro sistema d’istruzione, che abbiamo voluto arginare anche con progetti aggiuntivi, tra cui “Scuola al centro”, un piano sperimentale per le periferie (ma non solo) delle città di Palermo, Napoli, Roma e Milano grazie al quale


tenere aperti gli istituti oltre l’orario scolastico e in estate, impegnando i ragazzi in attività laboratoriali, soprattutto in quei contesti disagiati in cui si annida e cresce con più facilità la propensione all’abbandono. Davide Faraone Scuole che siano piazze. Luoghi di inclusione e integrazione. Non solo in senso figurato ma anche in maniera evidente. Parlo di edilizia scolastica, sì. Questo governo ha fatto in questo ambito degli investimenti mai visti prima: circa 7 miliardi e mezzo di euro. Risorse destinate a rendere gli edifici più sicuri, sostenibili e anche – cosa che troppo a lungo è stata considerata secondaria – decorosi. Abbiamo avviato un serio percorso - grazie all’Osservatorio per l’edilizia scolastica e in sinergia con enti locali, associazioni, regioni e altri ministeri - di monitoraggio e di programmazione strategica in base alle esigenze e alle priorità reali del Paese. Ma abbiamo fatto un passo ulteriore: ci siamo spostati dall’edilizia all’architettura scolastica – sempre più simile al modello finlandese, per intenderci – stanziando 350 milioni per la costruzione di 52 scuole innovative, sostenibili e a misura di studente. E la novità è che per la progettazione di questi istituti abbiamo chiamato a raccolta studenti, genitori, progettisti, riferimenti territoriali in vere e proprie sessioni di brainstorming in giro per l’Italia perché vogliamo che la scuola sia un centro di aggregazione che risponda a esigenze ben precise. Che innalzi verso l’altro, tenendo i piedi ben fissi per terra. E, anche in questo caso, si è trattato di una prima volta. Di quelle che lasciano il segno. Dicevamo prima, inclusione e integrazione. Gli istituti scolastici italiani luoghi di accoglienza, in cui ciascuno studente sia libero di autodeterminarsi come meglio crede, seguendo le proprie ambizioni e i propri sogni. Anche chi è disabile, anche chi è straniero. Nell’inclusione scolastica siamo già all’avanguardia – pensate che in Finlandia, sempre per tor-

nare al modello, esistono ancora le classi speciali. Noi le abbiamo abolite da decenni - ma grazie alla delega sul sostegno stiamo migliorando le criticità e introducendo nuove norme di civiltà. Mentre per gli alunni stranieri stiamo cercando di fare sempre di più della scuola il loro canale d’accesso a una cittadinanza attiva e responsabile. In realtà è già così, ma abbiamo stimato che grazie all’istituto dello ius culturae in discussione in Parlamento, nel solo anno in corso circa 200.000 ragazzi e ragazze diventerebbero italiani a tutti gli effetti. Un arricchimento straordinario in termini identitari per il nostro Paese. E , infine, innovazione è anche – e indubbiamente – quella legata al digitale. Sul Piano nazionale scuola digitale abbiamo investito per il prossimo settennio un miliardo di euro. E non stiamo parlando solo di lim o tablet in classe. Si tratta di una innovazione digitale orizzontale per uscire dall'idea dell'informatica come aggiunta a una didattica che resta tradizionale, quindi fuori dall’ora di informatica nuda e cruda ma trasversale a tutto l’insegnamento. Più laboratori, più atelier creativi, maggiore formazione per tutta la comunità scolastica: le scuole non possono essere avulse rispetto al contesto esterno e anzi devono fungere sempre più da startup, fucina di idee e di talenti. Sì, in un anno abbiamo fatto questo ma siamo solo all'inizio, molto altro ci rimane da fare e stiamo continuando a fare. Sempre in una dimensione di ascolto e apertura nei confronti di chi la scuola la fa ogni giorno. Non è impresa facile e siamo consapevoli che la legge è perfettibile. Eppure sono convinto che oggi la scuola ha preso un passo diverso, quello che serve per portare i giovani, e con loro il Paese, nel futuro. *Sottosegretario all’Istruzione

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FORMAZIONE E PERFEZIONAMENTO

FORMETICA, LEADER IN TOSCANA Gianpaolo Ansalone

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ltre 23mila partecipanti a corsi di formazione o aziendali, per un totale di 28mila ore erogate. Sono i numeri, relativi al 2015, del Consorzio Formetica, agenzia formativa dell’Associazione degli Industriali di Lucca, che dal 2002 opera nel settore della formazione a servizio del comparto industriale, con l’obiettivo di garantire l’aggiornamento e la specializzazione professionale del personale occupato, oltre alla pubblicazione, divulgazione ed alla commercializzazione di testi, sia su supporto cartaceo che informatico. Formetica collabora con le aziende del territorio di Lucca, sia proponendo corsi a catalogo, sia creando percorsi formativi ad hoc, definendo nei minimi dettagli, insieme all’azienda, i contenuti didattici, le modalità di erogazione della formazione e verificandone l’efficacia ed il gradimento. Questo consente di ri-

spondere appieno alle necessità di miglioramento ed aggiornamento delle conoscenze e competenze dei lavoratori che si manifestano con continuità in ogni contesto aziendale, offrendo alle imprese sia di realizzare significative economie nell’organizzazione della formazione, sia di poter “controllare” e “personalizzare” il servizio formativo da noi offerto. Oltre a questo Formetica offre molte opportunità per i giovani: sono molti, infatti, i diplomati, o i laureati in cerca di occupazione, che si rivolgono a Formetica per le sue attività formative e di orientamento. Oltre a questi, i corsi si rivolgono anche a giovani in obbligo formativo, per acquisire professionalità che ne facilitino l’inserimento nel mondo del lavoro o dell’apprendistato. Recentemente, poi, Formetica ha sviluppato un nuovo prodotto, chiamato “FAN99” (acronimo di Formazione Avanzata Non conven-

Lo staff di Formetica

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zionale), che non si rivolge più alle sole aziende, ma a tutti i soggetti interessati ad accrescere le proprie competenze imprenditoriali e professionali. In questa categoria rientrano una serie di eventi con personaggi popolari di spicco, che attraverso le loro storie ed esperienze professionali, condividono le motivazioni che li hanno condotti al successo anche imprenditoriale. Chi partecipa agli incontri ha quindi la possibilità di confrontarsi direttamente con una visione imprenditoriale alternativa e del tutto moderna, cogliendo da un lato i vantaggi di ottenere nuovi stimoli, e allo stesso tempo avendo l’opportunità di trovarsi faccia a faccia con la celebrità che più ammira. A tal proposito sono stati organizzati gli appuntamenti con lo chef Antonino Cannavacciulo, l’allenatore di pallavolo Julio Velasco e, il più recente, quello con l’alpinista Simone Moro.


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otta agli sprechi, cultura della responsabilità, controllo dei processi: è con questi strumenti che dobbiamo difendere il nostro sistema sanitario universalistico, considerato in tutto il mondo uno dei migliori".....in apertura di questo numero di Nuova Finanza, nella rubrica dedicata alla Sanità, abbiamo il piacere di offrire ai nostri lettori l’importante contributo del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, reso ancora più ricco da altri autorevoli interventi di grandi luminari della scienza medica. L'estate, il sole, il caldo. L'importanza di conciliare salute, benessere e bellezza. Uno sguardo attento sull'importanza di una giusta nutrizione

con lo studio di diete sempre più innovative. La grande valenza dell'attività sportiva per ritrovare un adeguato benessere psicofisico, e in tema sociale come lotta contro il bullismo. Un’attenzione alla Chirurgia Plastica Ricostruttiva, alla Chirurgia Rigenerativa ed alla Medicina Militare. La solidarietà promossa da una grande organizzazione mondiale che "ridona" il sorriso ai bambini più disagiati. Raccontiamo la storia, la complessità e l'importanza di queste specializzazioni, per arrivare a comprendere sempre più il valore di questo lavoro tutto dedicato alla vita umana. Katrin Bove

PARLA IL MINISTRO BEATRICE LORENZIN

RISPARMI ED EFFICIENZA

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oniugare risparmi ed efficienza è una delle grandi e ineludibili sfide che la Sanità deve affrontare per uscire indenne da questa difficile crisi economica che, per i motivi più vari, per ultimo le implicazioni legate a Brexit, ci accompagna in questo lungo periodo. La Sanità, nel nostro Paese, è stato il vero collante sociale. In tempo di crisi, avere la certezza dell’assistenza sanitaria credo sia stato un contributo fondamentale per i cittadini. La sostenibilità dei sistemi sanitari è la madre di tutte le bat-

taglie, il problema che tutta l’Europa e l’intero Occidente devono affrontare cercando nuove strade per evitare che il welfare, conquista storica e irrinunciabile, ci renda più poveri e indifesi. La sostenibilità dei sistemi sanitari deve far fronte a due emergenze che derivano, in realtà, da due ragioni positive: l’invecchiamento della popolazione, la grande conquista di vivere più a lungo, che paradossalmente diventa un problema per i costi, che lievitano assorbendo più fondi per l’assistenza,

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perché abbiamo bisogno di più farmaci. Affrontiamo questo problema in una fase storica di grave crisi delle nascite nel nostro Paese, con uno sbilanciamento pericolosissimo, perché viene a mancare la forza lavoro in grado di sostenere il peso del welfare di domani. Per questo lavoriamo a un cambio che è anche culturale, e per questo ho voluto un piano per la fertilità, strumento perché tutti abbiano a disposizione le corrette informazioni in tema di procreazione. La seconda emergenza “positiva” è naturalmente quella legata al Rinascimento della ricerca e dei nuovi farmaci: mai, dai tempi della scoperta della penicillina, la ricerca aveva fatto passi da gigante come in questi ultimissimi anni, con la scoperta di farmaci innovativi che curano quello che era incurabile: ora si guarisce dall’epatite C, e con i nuovi oncologici e immunologici il cancro subisce cocenti sconfitte. I nuovi farmaci salvano vite e

portano risparmi, e penso ai malati di epatite C che grazie alle nuove cure non avranno più bisogno di ricoveri, trapianti, terapie. La ricerca galoppa verso scoperte sempre più sorprendenti. Ma i nuovi farmaci costano e il sistema deve attrezzarsi per reggere l’urto economico delle nuove cure personalizzate, con l’ambizione di curare tutti, senza alcun limite o restrizione. Il nostro deve restare un sistema universalistico. Si

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calcola che per sviluppare un nuovo farmaco serva un investimento di almeno 2,5 miliardi di dollari e che, prima di poterlo dare ai malati, i test durino in media 15 anni. Solo una piccola percentuale, inferiore al 5%, passa l’esame finale e arriva in farmacia o in ospedale. Dunque, per pagare questi farmaci c’è bisogno di due cose: investire in ricerca, e quella italiana è di primissimo livello; e trattare il prezzo dei farmaci con le grandi case farmaceutiche, tenendo presente che deve esserci una proporzione tra i ricavi e costi. Se un farmaco salvavita viene venduto ad un prezzo inaccessibile non ci sarà mercato in grado di trattarlo. Ecco perché gli Stati, penso soprattutto all’Europa, dovrebbero ragionare di condividere il problema, mettersi insieme, e studiare un sistema comune per garantire le cure ai cittadini, assicurare un giusto profitto agli investitori ma senza far collassare i bilanci dei servizi sanitari. Durante il semestre Ue a guida italiana ho posto


la questione ai partner europei, ed è stata inserita in agenda. Bisogna che i ministri della Salute e dell’Economia si confrontino su questo, decisivo per la sostenibilità dei sistemi salute. Spendere per un farmaco e guarire si traduce in un sicuro risparmio negli anni a venire per le casse dello Stato. Così come impegnarsi e spendere nella prevenzione, produce altri risparmi decisivi. In tema di risparmi, grazie al Patto per la Salute sono state poste tutte le basi perché il sistema elimini sprechi e, attraverso il reinvestimento di risorse, migliori. Dopo avere introdotto i costi standard, abbiamo varato le centrali uniche d’acquisto. E nel frattempo abbiamo introdotto le norme per la selezione dei manager, quelle anticorruzione, stiamo spingendo perché la trasparenza dei dati certificati ci aiuti a monitorare il sistema, a intervenire per tempo là dove si evidenzino sprechi, a controllare i bilanci, la qualità delle prestazioni e la loro appropriatezza. L’appropriatezza è un traguardo ineludibile, che

si può raggiungere solo se saremo in grado di gestire i dati in tempo reale, se ogni paziente avrà la sua tessera elettronica in cui tutto sarà scritto: farmaci, terapie, analisi, l’intera storia della sua salute. Si chiama information technology, grazie alla quale una buona organizzazione è in grado di far sparire le code nelle liste d’attesa, come già avviene in alcune regioni del Nord. Avere quei modelli, fare in modo che i cittadini abbiano in tempi sempre più rapidi e in ogni luogo gli esami di cui hanno bisogno, è il nostro prossimo obiettivo. Nell’era 4.0, è necessario che nelle Regioni esista un unico linguaggio informatico. E che questo permetta un’efficace gestione dei dati, unica via per la trasparenza necessaria a far funzionare la macchina a regime. Lotta agli sprechi, cultura della responsabilità, controllo dei processi: è con questi strumenti che dobbiamo difendere il nostro sistema sanitario universalistico, considerato in tutto il mondo uno dei migliori.

OBESITÀ

DALLE CALORIE ALLE MOLECOLE Pierluigi Rossi*

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econdo le più recenti statistiche, nella Regione europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità oltre il 50% della popolazione adulta è in sovrappeso e circa il 23% delle donne e il 20% degli uomini sono obesi. Dalle ultime stime fornite dai Paesi Ue emerge che le due patologie affliggono, rispettivamente, il 30-70% e il 10-30% degli adulti. In Italia la situazione non va meglio: dall’ultimo

rapporto Osservasalute, che fa riferimento ai risultati dell’Indagine Multiscopo dell’Istat emerge che in Italia più di un terzo della popolazione adulta (35,6%) è in sovrappeso, mentre una persona su dieci è obesa (10,4%). Oggi abbiamo percentuali più elevate di persone sovrappeso o obese tra gli adulti con più di 45 anni, sia uomini che donne. Prima dell’avvento della genomica nu-

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trizione, la scienza che studia le relazioni tra patrimonio genetico e cibo, ossia come le molecole che introduciamo attraverso l’alimentazione influenzino i nostri geni, si riteneva che una stessa dieta producesse gli stessi effetti in tutti gli individui. In questa visione era dominante il concetto del rapporto lineare tra riduzione delle calorie giornaliere e riduzione del peso e massa grassa corporea (“taglio le calorie, quindi dimagrisco”). Gli effetti attesi erano parziali e non duraturi perché è troppo riduttivo pensare di ridurre il peso corporeo e l’accumulo di massa grassa con il solo controllo del calcolo delle calorie giornaliere. Il corpo e le cellule reagiscono solo con l’arrivo, al loro interno, delle molecole nutrienti derivanti dall’alimentazione e dalla respirazione. Purtroppo l’errore più comune che molte persone hanno commesso negli ultimi anni è stato quello di intendere per “dieta” solo regimi dimagranti basati sulla restrizione calorica giornaliera, da realizzare in un tempo limitato. Considerare la dieta come una restrizione di alimenti, basata su rigide grammature, da realizzare in un tempo definito, è stato ed è un errore. Nessuna caloria entra all’interno delle cellule!.

Ogni nostra cellula contiene un nucleo con 46 cromosomi composti da DNA, il nostro patrimonio genetico unico e diverso da tutti gli altri esseri umani. Costruisce e costituisce la nostra identità biologica: l’ “Io biologico”. Tutte le nostre cellule hanno un sesso perché hanno cromosomi XX (femmine) e XY (maschi). Il DNA è composto da molecole chimiche tratte dalla nostra alimentazione giornaliera. Il nostro corpo è costituito da cellule che si rinnovano di continuo e in ogni nuova cellula si forma nuovo DNA. In questo sono scritte tutte le informazioni per far funzionare le cellule. Solo le molecole nutrienti agiscono sui geni, sul nostro DNA, non le

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calorie! Tutti gli enzimi cellulari sono proteine e sono attivi nel metabolismo di carboidrati, grassi e proteine. Senza enzimi adeguati il metabolismo è compromesso, lento e può essere alla base dell'aumento di peso corporeo. L’obesità, quindi, dipende dal nostro DNA, stimolato o bloccato dalla nostra alimentazione e dalla respirazione giornaliera. Le molecole alimentari, capaci di agire sul DNA, si chiamano modulatori genici. I migliori e più salutari sono di origine vegetale e marina. Una carenza di questi può compromettere una sana funzione del DNA. Un eccesso di acidi grassi saturi dovuti ad alimenti di origine animale e formatesi nel fegato, derivati da dosi eccessive di carboidrati, ha un’azione negativa sul DNA, sul nostro metabolismo, sul nostro peso corporeo, sulla nostra salute. Un’errata alimentazione condiziona le funzioni del DNA e determina patologie, compresi i tumori, metabolismo alterato, obesità, e condiziona inoltre la durata della vita. La salute dipende dalle molecole alimentari che la nostra mano porta ogni giorno dal piatto alla nostra bocca, non dal numero di calorie introdotte. *Medico Specialista in Scienze dell’Alimentazione e Medicina Preventiva


TERAPIA PREVENTIVA

SPORT UGUALE SALUTE Giuseppe Capua* Praticare un’attività sportiva è fondamentale per la tutela della salute. Il movimento e ancora meglio l’allenamento, sono considerati dalla stessa Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) una vera e propria terapia preventiva. Una sana e periodica attività fisica irrobustisce il cuore recando gio-

vamento a tutto il sistema cardio-vascolare; rafforza muscoli ossa e in generale tutto l’apparato locomotore; migliora l’efficienza del nostro sistema immunitario; previene e riduce diabete, ansia e stress. Le persone attive vivono più a lungo e in età avanzata sono più autosuffi-

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cienti e mentalmente più in forma. Una persona adulta dovrebbe fare almeno due ore e mezzo a settimana di attività fisica a intensità media, o in alternativa un’ora e un quarto di movimento a intensità elevata. L’attività fisica ha, inoltre, un effetto benefico sul benessere psichico e sulla qualità della vita, poiché lo sport rappresenta un elemento di fondamentale importanza anche all’interno del contesto sociale. In un periodo storico nel quale molti ragazzi distruggono la loro esistenza cercando accanitamente lo ‘sballo’, occorre porsi in netto contrasto con droga, alcool e fenomeni devianti come il bullismo. Lo sport, in questo senso, può e deve assumere un ruolo rilevante nella vita dei giovani, fungere da deterrente per chi cerca una scarica di adrenalina al di fuori delle regole. Sono convinto che, anche attraverso le varie attività sportive, possiamo formare cittadini migliori nel rispetto di sé e degli altri. A tal fine lo sport dovrebbe essere un valore da salvaguardare e allo stesso tempo da promuovere. Sarebbe importante configurare il sistema sportivo come sistema aperto, promuovendo attività multidisciplinari secondo una logica non strettamente riconducibile al primato del risultato e infrangere quella barriera di incomunicabilità che troppo spesso si innalza tra gli individui che abitano in una grande metropoli come Roma. Come medico e presidente della Commissione ministeriale ‘Vigilanza e controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività spor-


tive’, ritengo che lo sport sia indispensabile per prevenire forme di devianza connesse, come accennavo prima, all’abuso di droghe e alcool, ma anche per mettere un freno a problematiche legate al doping e al bullismo, questioni che interessano prevalentemente i giovani e che pongono dei seri punti interrogativi sul futuro delle nuove generazioni. Parlavamo prima dei benefici che può arrecare al nostro organismo l’attività sportiva, ma quando si compete ad alti livelli, la tentazione di ricorrere al cosiddetto ‘aiutino’ può essere molto alta. Tale pratica, tra l’altro, si sta diffondendo anche a livello amatoriale. Ecco allora che lo sport, da importante strumento di prevenzione, si trasforma artificiosamente in qualcosa di molto pericoloso per il nostro corpo. È ampiamente documentato, infatti, che gran parte delle ‘sostanze illecite’ assunte dall’atleta per migliorare le prestazioni sportive, possono provocare aritmie cardiache, patologie cardiovascolari, accelerazione dell’aterosclerosi, insonnia, aggressività, anoressia, depressione, disturbi della sfera sessuale, morti improvvise. Pensate solo che in caso di assunzione di Epo per brevi o lunghi periodi, il rischio di trombosi e ictus aumenta del 400%. L’Eritropoietina è molto utilizzata come doping degli atleti, in particolare negli sport di fondo, come ad esempio il ciclismo e lo sci, in quanto tende ad aumentare il livello di globuli rossi nel sangue. Tuttavia, le differenze di performance tra gli atleti sono minime: frazioni di secondi nelle prove di velocità, pochi secondi in quelle di fondo. Il migliore strumento di prevenzione del doping, si realizza nel far diventare l’attività antidoping parte della coscienza individuale di tutti coloro che nello sport si impegnano a qualsiasi livello e con qualsiasi funzione. In primo luogo è fondamentale fare una buona

informazione al fine di dissuadere gli atleti o i semplici amatori a far uso di sostanze proibite. Potrà sembrare un paradosso, ma proprio lo sport, con le sue regole e i suoi valori e con una gestione più responsabile degli atleti da parte di istruttori e allenatori, può trasformarsi in un vero antidoto contro il doping. Una corretta e costante attività fisica può rappresentare una soluzione anche per il diffuso fenomeno del bullismo, che da diverso tempo viene riconosciuto come uno spiacevole aspetto della vita scolastica. La caratteristica più evidente del comportamento da ‘bullo’ è chiaramente quella dell’aggressività rivolta verso i compagni, ma molto spesso anche verso i genitori e gli insegnanti. I bulli hanno un forte bisogno di dominare gli altri e rivolgono spesso le loro ‘attenzioni’ verso i più deboli. Nell’epoca attuale la questione dell’aggressività assume un enorme rilievo sociale, psicologico e psico-pedagogico. Lo sport può aiutare a controllare tale aggressività, convogliando e catalizzando le pulsioni violente verso altri tipi di comportamento, più sani e in armonia con il vivere civile. Ma non solo: essere inseriti in un gruppo sano e sentirsi parte di un gioco di squadra, può aiutare gli insicuri, e quindi possibili vittime dei bulli, a rafforzare la propria identità con l’acquisizione di una maggiore sicurezza di sé. In definitiva, credo che lo sport debba essere considerato in maniera globale, in tutte le sue sfaccettature, perché sono convinto che esso può davvero rappresentare un potentissimo volano, non solo per la nostra salute psico-fisica, ma anche e soprattutto per il benessere della nostra società. * Presidente Commissione Ministeriale Vigilanza e Controllo sul Doping e per la tutela della salute nelle attività sportive

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CHIRURGIA PLASTICA E RICOSTRUTTIVA

LE NUOVE FRONTIERE Francesco Moschella*

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l recente boom della chirurgia estetica ha portato alla frequente identificazione della chirurgia plastica con la chirurgia estetica. In realtà la chirurgia estetica, che combatte i difetti congeniti o gli inevitabili segni dell’invecchiamento, è solo una parte dell’ampio campo di applicazione della chirurgia plastica che include il grande e variegato capitolo della chirurgia ricostruttiva, grazie alla quale, in Italia, centinaia di pazienti al giorno trovano una risposta terapeutica a svariate patologie. Non si può fare della buona chirurgia estetica senza le tecniche di chirurgia ricostruttiva e non si può fare buona chirurgia ricostruttiva senza una adeguata sensibilità estetica: è questa l’attitudine che distingue la chirurgia plastica dalle altre branche chirurgiche e la rende più complessa e variegata. La chirurgia plastica è in realtà una chirurgia generale, e oggi, in tempi di super-specializzazione , può probabilmente essere definita l’“ultima chirurgia generale”. A differenza delle altre chirurgie, la chirurgia plastica non ha specificità di organo ma ha specificità di tecniche e di intenti. Il suo campo di azione non si limita a un distretto corporeo o a una patologia specifica, ma mira ad ottenere, mediante tecniche appropriate, un risultato efficace dal punto di vista morfologico, funzionale ed esteticamente accettabile, per questo motivo si parla di “chirurgia morfofunzionale”. La “chirurgia morfofunzionale” ha l’obiettivo di ripristinare la “normalità” non solo della forma e dell’estetica di una determinata area corporea, ma anche della sua funzione. I campi di applicazione della chirurgia plastica sono i più svariati: la patologia oncologica, la traumatologia, le malformazioni congenite, le ustioni, le ulcere, il linfedema, la disforia di genere sono solo alcuni dei principali, e riguardano tutte le fasce di età, dalla primissima infanzia alla vecchiaia. Oggi, la chirurgia plastica si interseca con altre chirurgie e permette

anche la ricostruzione di organi interni, quali l’esofago, la vescica, la trachea. Gli innesti di vari tessuti, dalla cute al tessuto adiposo, i lembi composti da diversi tessuti e mobilizzati con tecniche tradizionali o microchirurgiche, le colture cellulari in grado di avviare la riproduzione in laboratorio di tessuto quale osso o cartilagine, l’impiego di materiali sintetici in grado di sostituire o integrare parti anatomiche, sono le principali tecniche fanno parte del bagaglio della chirurgia plastica e unite al senso estetico del chirurgo consentono di ottenere risultati sempre più soddisfacenti dal punto di vista funzionale ed estetico. Gli innesti di cute sono stati alla base della chirurgia ricostruttiva ed in particolare della chirurgia delle ustioni; oggi le migliorate conoscenze di biologia cellulare consentono di innestare i più differenti tessuti, oltre alla cute anche tendini, nervi, l’osso e in particolare il tessuto adiposo che è la grande “scoperta” degli ultimi anni. Il tessuto adiposo è stato sempre considerato dai chirurghi un tessuto inerte e ingombrante; oggi sappiamo che dal tessuto adiposo possono essere estratte cellule staminali che conferiscono all’innesto di tessuto adiposo potenzialità non solo di riempimento ma anche rigenerative. Il “lembo” è un insieme tessuti che può essere trasferito da una sede anatomica all’altra mantenendo la sua vascolarizzazione; oggi la diffusione delle tecniche microchirurgiche ha enormemente allargato le potenzialità ricostruttive dei lembi, per cui si può utilizzare la cute della coscia o dell’avambraccio per ricostruire la lingua; il perone -un osso accessorio della gamba-, per ricostruire la mandibola e l’addome eccedente per ricostruire il seno dopo la mastectectomia. Le tecniche microchirurgiche sono anche alla base della chirurgia dei reimpianti di arti, di orecchio e di pene dopo amputazioni accidentali e dei trapianti di tessuti composti quali

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arti e faccia. Non dimentichiamo che il primo trapianto di rene da cadavere fu fatto proprio da un chirurgo plastico, lo statunitense Joseph Murray. I reimpianti consistono nel riattaccare un arto o una parte di un organo che è stata accidentalmente amputata, quando sussistano condizioni adeguate: se la porzione amputata è stata ben conservata ed è trasportata e conservata in modo corretto, il reimpianto va eseguito perché l’organismo accetta e reintegra l’arto reimpiantato e con una buona ripresa funzionale. Problematiche ben diverse, anche etiche, sorgono per i trapianti di tessuti composti da cadavere. Oggi nel mondo sono abbastanza frequenti i trapianti di arti e non più eccezionali sono considerati i trapianti di faccia. Nei trapianti da cadavere l’organismo ricevente cercherà sempre di rigettare quella parte anatomica che non è sua; ciò rende necessario il supporto a vita delle terapie immunosoppressive. Oggi si sta lavorando proprio per cercare di ridurre la necessità di immunosoppressione dopo un trapianto, cercando di instaurare la tolleranza verso l’organo del donatore, e in questo possibilmente anche le cellule staminali del tessuto adiposo con le loro proprietà immunomodulatrici potranno venire in aiuto. Le tecniche microchirurgiche, grazie alla disponibilità di nuovi e più potenti microscopi operatori e materiale di sutura resistente ma quasi invisibile, si sono ulteriormente evolute fino a consentire la “super microchirurgia”, che permette di riattaccare vasi di diametro ancora più piccolo, <1mm, e che si applica, ad esempio, al trattamento del linfedema - in cui vengono eseguite suture tra vene sottilissime e ancora più sottili vasi linfatici- e alle amputazioni distali delle dita. Oggi i chirurghi plastici sono entrati a buon diritto nei laboratori di colture cellulari portando un grande contributo alla

preparazione di tessuti e organi in laboratorio. Infine anche la tecnologia viene incontro alle richieste di perfezione nella chirurgia ricostruttiva e oggi sono disponibili sul mercato una grande quantità di materiali sintetici in grado di sostituire parti del corpo. L’impiego di tessuti sintetici semplifica molto i tempi chirurgici ma la ricostruzione con impiego di tessuto autologo vivente ha una resistenza nel tempo che gli impianti sintetici non hanno. Le protesi mammarie disponibili oggi sul mercato hanno subito una grande evoluzione negli ultimi 20 anni; oggi è dimostrato che le protesi mammarie, pur essendo un corpo estraneo, non sono nocive e non interferiscono con gli accertamenti di screening per la prevenzione del carcinoma mammario. Quanto abbiamo detto conferma la Chirurgia Plastica come ultima “Chirurgia generale” e per questo necessariamente materia di insegnamento obbligatoria presso le scuole di medicina. Infatti, è la branca chirurgica che più delle altre cura la chirurgia di superficie e quindi è la più idonea per insegnare la prima gestualità chirurgica ai giovani medici; inoltre, oggi si fanno numerosissimi interventi di chirurgia estetica e un medico di base non può ignorare potenzialità, sequele e complicanze degli interventi di chirurgia estetica come non ignora potenzialità e complicanze di un intervento di chirurgia addominale. * Professore Ordinario di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva. Direttore dell’U.O. di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva e del Dipartimento di Discipline Chirurgiche, Oncologiche e Stomatologiche. Università degli Studi di Palermo. Presidente della Società Italiana di Microchirurgia.

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MEDICINA RIGENERATIVA

L’IMPIEGO DELLE STAMINALI Michele Angelo Farina*

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n biologia rigenerazione significa letteralmente rimpiazzare le parti danneggiate del corpo con copie identiche alle stesse. Sono passati quasi 15 anni da quando il termine “Medicina Rigenerativa” è entrato nel nostro lessico scientifico; nel 2002 William A. Haseltine ha utilizzato per primo questa espressione, coniata da Leland Kaiser nel 1992. Da alcuni anni si è cominciato a parlare di: Medicina e Chirurgia Rigenerativa (CR), indentificando l’insieme delle ricerche e delle terapie, in ambito interdisciplinare, finalizzate alla riparazione, ripristino e rigenerazione di tessuti e organi danneggiati da malattie, traumi o dall’invecchiamento, con l’obiettivo di ripristinarne la loro integrità e funzionalità. Nata come risultato della ricerca di alternative alle terapie tradizionali risultate inefficaci, la CR rappresenta un esempio concreto di ricerca traslazionale, dal laboratorio alla clinica, soprattutto in caso di estese perdite di sostanza o di funzione, di tessuti e/o organi danneggiati, traumatizzati o invecchiati. La Medicina Rigenerativa fonda il suo studio principalmente sull’impiego delle cellule staminali adulte, fattori di crescita e scaffold biologici; gli avanzamenti sono quindi strettamente correlati ai progressi delle conoscenze sulla biologia di questi ultimi che rappresentano le “armi della MR”. Negli ultimi anni l’uso clinico e sperimentale del concentrato piatrinico (PRP, Platelet Rich Plasm) ha rappresentato e rappresenta tuttora la fonte dei fattori di crescita necessari nel ricreare un microambiente capace di reclutare cellule indifferenziate e di orientarle alla proliferazione. Infatti i fattori di crescita rilasciati dalle piastrine a livello locale stimolano un primo e potente segnale rigenerativo (sopravvivenza e replicazione cellulare). Il PRP ha mostrato di possedere proprietà angiogenetiche ed osteogenetiche, nonché stimolanti la formazione

di tessuto connettivo ed epiteliale, inoltre, non è tossico per i tessuti, è di facile e rapida preparazione, non è costoso e può essere autologo. Di grande importanza sono anche gli scaffold biologici tridimensionali, capaci di accogliere il rigenerato cellulare e stimolarne l’espansione. Possono essere naturali o di sintesi e devono possedere caratteristiche simili al tessuto umano permettendo la crescita cellulare grazie alla loro biocompatibilità. I campi di impiego della medicina rigenerativa sono molteplici: Chirurgia Vascolare: trattamento di ferite difficili, neoangiogenesi; Dermatologia e Chirurgia Plastica/ Ricostruttiva: rigenerazione di tessuto cutaneo per ferite acute e croniche; Medicina Generale: diabete; Chirurgia Generale: laparotomie ripetute; Ortopedia e Chirurgia MaxilloFacciale: rigenerazione di tendini, ossa, cartilagine; Oncoematologia: trattamento di leucemie; Cardiochirurgia: rigenerazione funzionale parziale del cuore infartuato; Oculistica: rigenerazione cornea; Medicina Veterinaria: ampio uso da molti anni in numerose patologie. Fattori di crescita e scaffold biologici sono componenti necessarie per la rigenerazione, ma il pilastro fondamentale della medicina rigenerativa è sicuramente rappresentato dalle Cellule Staminali (CS), cellule immature capaci di AUTORIGENERARSI e di DIFFERENZIARSI; caratteristiche essenziali per poterle definire tali e che le distinguono dagli altri tipi di cellule. La capacità di auto-rinnovamento implica che almeno una delle due cellule originate in seguito a divisione, debba restare staminale, garantendo così una riserva di staminali. La seconda caratteristica è la loro capacità di specializzarsi, di diventare cioè cellule di tessuti o di organi specifici con funzioni particolari. Questa proprietà è detta potenza e può essere presente a diversi livelli: il livello massimo è la totipotenza, per cui una singola cellula staminale può dare origine ad un intero organismo; segue poi la pluripotenza e multipotenza, se la cellula può specializzarsi rispettivamente in tutti o in alcuni dei tipi di cellula che costituiscono l’organismo; il livello minimo è detto di unipotenza, per cui la cellula può trasformarsi in una sola specie cellulare tipica di un tessuto. Ogni giorno le CS del nostro corpo si replicano e si specializzano per sostituire le cellule usurate e permettere all’organismo di sopravvivere. Per tessuti come sangue e pelle si tratta di un ricambio quotidiano con cellule giovani che

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sostituiscono quelle vecchie. In altri tessuti, come cervello e cuore, questo ricambio quotidiano è più lento. Alle cellule pluripotenti, native o indotte, fanno da contraltare le cosiddette CS Adulte, o somatiche, che hanno già percorso una prima parte del processo di differenziamento, ma hanno ancora la possibilità di differenziarsi in un numero limitato di cellule. Sono proprio queste ultime quelle utilizzate nel campo della Medicina – Chirurgia Rigenerativa. Questo tipo di staminali viene estratto direttamente dai tessuti dell'organismo adulto, senza quindi la distruzione degli embrioni, con capacità di differenziarsi in specifici tipi cellulari con il vantaggio che si riproducono in vitro e non presentano problemi etici. Il primo esempio di terapia con CS, usato da decenni, è il trapianto di CS ematopoietiche, detto anche trapianto di midollo osseo. Un altro esempio, per ora l’unico con sicure applicazioni cliniche di staminale adulta, prelevata, espansa in laboratorio e poi usata per scopi curativi, è quella dell’epidermide e della cornea. Il nuovo tessuto cutaneo viene generato in vitro su matrici di collagene e matrigel, a partire da progenitori e staminali cutanee derivanti da piccole biopsie della cute del paziente. Negli ultimi due decenni centinaia di pazienti hanno beneficiato di questo trattamento salvavita. Tuttavia, i costi elevati e la necessità di diversi mesi per ricostruire lembi di pelle estesi, di fatto ne limitano la piena diffusione in clinica. Sono in fase di sviluppo metodologie più efficaci per ottenere in vitro pelle qualitativamente identica a

quella dell’individuo. Un altro epitelio che è possibile rigenerare completamente in vitro è quello corneale. In caso di lesioni alla cornea, l'epitelio congiuntivale, prende il sopravvento portando alla formazione di quello che in termini clinici si chiama “pannus” e che copre tutto il bulbo, causando cecità. In molti casi, è possibile ricostruire la cornea partendo da staminali presenti a livello del limbus dell’occhio, una striscia di cellule, di cui circa il 10% con caratteristiche staminali, che circonda la cornea. Queste tre tipologie di cellule (emopoietiche, epidermiche e limbari) possono essere considerate ancora oggi le uniche CS effettivamente impiegate come terapie consolidate, insieme naturalmente ad altre cellule non staminali, come, ad esempio, quelle della cartilagine. L’innovazione in me-

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dicina è normalmente un processo lento, che deve seguire le strade consentite dalle conoscenze e tecnologie disponibili, nonché le forme e i modi ammessi dalle norme etiche e dalle leggi che governano la sperimentazione e l’uso dei trattamenti. Le terapie cellulari e la medicina rigenerativa, sempre più basate sui progressi della biologia delle CS, hanno iniziato a porre le basi della pratica clinica del futuro. Le sfide ancora aperte al fine di sfruttare appieno le potenzialità delle CS sono tuttavia molteplici e richiedono un approccio multidisciplinare integrato. *Michele Angelo Farina MD Presidente Società Italiana di Medicina e Chirurgia Rigenerativa Polispecialistica www.simcri.org


OPERATION SMILE

STORIA DI UNA PASSIONE Domenico Scopelliti*

I

temi del diritto alla salute e dell’assistenza sanitaria rappresentano per molti paesi un interesse prioritario. Vivere questa responsabilità da medico oggi comporta sempre più la consapevolezza di possedere una conoscenza e un’arte che può essere messa a disposizione degli altri per risolvere in modo concreto tali problemi. Molti colleghi ormai, ad un certo punto della loro carriera, sentono proprio il bisogno di vivere una “esperienza umanitaria”; alcuni lo fanno quando ritengono di essere giunti ad un livello di conoscenza e di padronanza delle proprie capacità professionali tale da essere messe a servizio degli altri. Sono arrivato anche io, medico e specialista in chirurgia maxillo-facciale, ad un punto della mia vita in cui mi sono interrogato sulla possibiltà di essere utile perché finalmente consapevole di ciò che sapevo fare. Mi sono fatto queste domande proprio il giorno in cui, diventato Primario di Chirurgia maxillo-facciale presso il mio Ospedale, mi accorgevo di quanto la mia vita professionale si andasse letteralmente sprecando al servizio di temi amministrativi sanitari. La scelta verso Operation Smile è stava istintiva. Operation Smile è una Fondazione nata nel 1982 negli Stati Uniti ad opera di Bill Magee, chirurgo plastico, e sua moglie Kathy, costituita da volontari medici, infermieri ed operatori sanitari, che al tempo partecipavano a missioni mediche umanitarie, per correggere con interventi di chirurgia plastica ricostruttiva gravi malformazioni facciali come il labbro leporino e la palatoschisi, esiti di

ustioni e traumi. Dopo oltre 30 anni di lavoro, migliaia di volontari coinvolti, provenienti da oltre 80 Paesi nel mondo, Operation Smile conta oggi più di 240.000 interventi chirurgici, eseguiti gratuitamente, su bambini e adulti ai quali è stato cambiato letteralmente il corso della vita. Le malformazioni del volto per i bambini non sono solo un problema estetico, in molti casi i piccoli nati con un “buco” nel labbro o nel palato, non riescono a respirare bene,

nel 2000. Dopo diversi anni di attività di volontariato all’estero, alla Fondazione Italiana sono cominciate ad arrivare numerose richieste da parte di genitori di bambini con malformazioni del volto e pazienti adulti esiti di trattamenti primari. Non potevamo ignorare il problema. L’aumento dei casi legati alle adozioni internazionali (rese più facili se i genitori sono disposti ad accogliere un bambino con tali deformità), l’incremento del fenomeno mi-

a succhiare, a masticare, molti di loro non arrivano a compiere il primo anno di vita. Quando crescono vengono emarginati dagli stessi coetanei ed a volte anche dagli adulti. In alcuni luoghi addirittura il discrimine è anche di tipo religioso, attribuendo la colpa della malformazione all’intervento del Diavolo o del Maligno. Operation Smile Italia Onlus nasce

gratorio e spesso le lunghe liste di attesa negli ospedali del Servizio Sanitario stavano creando un fenomeno crescente di esigenze sul nostro territorio. Abbiamo quindi ritenuto necessario intervenire. La nostra attività sia all’estero che in Italia doveva in qualche modo essere riconosciuta in modo ufficiale. Abbiamo quindi siglato accordi con il Ministero della Salute,

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con la Regione Lazio, con ASL e Università italiane e quindi abbiamo iniziato ad effettuare delle attività assistenziali presso alcune case di Cura private di Roma, messe a disposizione gratuitamente un week end al mese. Inizia così nel 2011 il Progetto “Sorrisi in Italia”. Nel 2012, a seguito di un protocollo d’intesa siglato con la Marina Militare Italiana, Operation Smile Italia ha ricevuto l’incarico di gestire il programma di assistenza umanitaria a bordo di Nave Cavour, la portaerei nave ammiraglia della flotta italiana, nel corso del periplo dell’Africa del 30° Gruppo Navale. L’accordo prevedeva che, quando la stessa nave non fosse impegnata in attività militari, fosse resa disponibile l’area ospedaliera della stessa alla Fondazione per operare bambini con malformazioni provenienti dal centrosud Italia o inseriti nel programma di assistenza internazionale “World Care” che consentiva di trattare un certo numero di casi complessi annui provenienti da Africa, Medio-Oriente e Paesi dell’Est. Il progetto “Sorrisi in Italia” trovava quindi una sua prima declinazione nel progetto “Un Mare di Sorrisi”, tutt’ora operativo, che ha dato la possibilità negli ultimi 3 anni di operare oltre 80 bambini, oltre i 114 operati nel corso del periplo dell’Africa del 30° Gruppo Navale. Ma il fiore all’occhiello di Operation Smile Italia è costituito dalla realizzazione a Milano della prima Smile House, nel 2011, grazie ad un protocollo d’intesa con l’ASST Santi Paolo e Carlo – Presidio S. Paolo di Milano, all’interno del quale è ospitato. L’operazione ha consentito di integrare e completare le attività, già ben note, del Centro

Regionale per la Cura delle Labio-palato-schisi, diretto dal Prof. Roberto Brusati, dando vita ad una struttura di eccellenza di rilievo europeo. Nel 2010 abbiamo partecipato alla Missione “White Crane” ad Haiti, a bordo della Cavour, in sostegno alla popolazione colpita dal terribile terremoto. Di quel tempo ricordo tutti i particolari e le mille difficoltà. Ricordo, come fosse ieri, che ad un certo punto, dopo giorni passati a risolvere problemi logistici ed organizzativi, iniziò la nostra attività operatoria. Uno dopo l’altro arrivarono i pazienti e iniziò così una catena di montaggio. I piccoli pazienti, ma anche quelli più grandi si susseguivano con un ritmo frenetico, venivano monitorizzati, anestetizzati, operati e risvegliati secondo con ritmo incessante, circondati di mille attenzioni, così che un gesto, un sorriso, una stretta di mano o una strizzatina d’occhio riunivano noi e loro in una complicità di intenti che non ha uguale. E la magia era lì, sotto gli occhi di tutti. La trasformazione, la restituito, la ricomparsa del sorriso coprivano tutto il resto, compresa la fatica e le emozioni. A questa magia noi stessi volontari non ci abituiamo ancora dopo molti anni e continua a contagiarci l’emozione e la meraviglia che affiora negli occhi dei genitori di quei piccoli che ci sono stati affidati e di quei grandi che subito dopo l’intervento si specchiano. Sembrerà strano, ma siamo sempre noi, per primi, a dire grazie. *Direttore U.O.C. di Chirurgia Maxillo-Facciale ASL ROMA 1

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MARE, SALUTE E STELLETTE

COL CAMICE SULLE ONDE Marco Gasparri*

L

’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce, nel proprio atto costitutivo, la salute uno "stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia", come invece voleva, ad esempio, la tradizione popolare che riteneva sano colui che non ha dolori, febbre o altri disagi. L’Italia, che ha ratificato la Costituzione dell’OMS nel 1947, riconosce la salute quale “fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività”. L’articolo 32 della nostra Costituzione per l’epoca era una disposizione all'avanguardia, sconosciuta negli ordinamenti costituzionali contemporanei e successivi, inserita solo nelle Carte di ultima generazione. Oggi a distanza di molti anni l’ordinamento militare in vigore mantiene forti i principi stabiliti dalla Costituzione e dispone che la tutela della salute sia uno dei principali compiti del Servizio Sanitario Militare da adempiere assieme ad altre funzioni quali quelle di verificare l’idoneità psicofisica dei militari all’atto dell’arruola-

mento e periodicamente durante la carriera. Di fatti, però, con il nuovo ordinamento nulla di nuovo viene stabilito, in quanto l’operato delle donne e degli uomini del servizio sanitario militare e più nello specifico di quelli della Marina è da sempre volto a tutelare il “bene assoluto”, diritto di tutti, come riportato nel Crest dell’Ispettorato di Sanità “Per Undas ad Valitudinem Tuendam (Sulle Onde a Tutela della Salute)”. Un “Bene” che nelle Forze Armate assume un valore anche maggiore perché incide significativamente sull’operatività, come ci ricorda il motto "Salus militum victoriae pignus" inciso sullo stemma araldico di uno dei più illustri medici di Marina, il Generale Aldo Castellani. Illustre cattedratico, Castellani, medico personale di Mussolini, prese parte ai due conflitti mondiali e alla Guerra d’Etiopia; è ricordato da tutti per aver scoperto il Trypanosoma gambiensis (microrganismo che attraverso la puntura della mosca tse-tse provoca la malattia del sonno nell'Africa tropicale).

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Lo stato di buona salute degli equipaggi rappresenta, da sempre, il requisito indispensabile per l’operatività della Forza Armata e pertanto va preservato e garantito. Questo è il fine, che sin dal principio, guida il Corpo Sanitario M.M… la cui istituzione risale al 1° aprile 1861, quando Cavour, Ministro della Marina, propose al Re di dare un regolamento unitario ai Corpi Sanitari dell'ex flotta sarda, napoletana e del Granducato di Toscana. Il primo Capo del Corpo fu l'Ispettore Luigi Verde a cui, fra l’altro, dobbiamo la prima nave Ospedale, la Washington. Impegnato nella guerra di Crimea, egli, aveva potuto vedere come i nemici più pericolosi fossero le malattie. Disastroso si stava rivelando, infatti, il trasporto dei feriti con le navi verso gli ospedali alleati e ciò era dovuto principalmente a carenze igieniche e inadeguatezza dei posti letto. Molti sono coloro, che con il proprio agire, hanno dato lustro al Corpo Sanitario nei suoi 155 anni di storia. Sono circa 200 i medici e 500 gli infermieri che ogni giorno prestano la


loro opera sia nelle Infermerie a terra che a bordo delle Unità Navali, sia in Italia che nei teatri operativi esteri. Farmacisti, odontoiatri, psicologi, biologi, veterinari e tecnici sanitari completano le fila del Corpo Sanitario e assicurano con il loro qualificato contributo il raggiungimento della mission, cioè tutelare il bene più prezioso in assoluto “la salute”. La struttura di vertice del Servizio Sanitario della Marina è rappresentata dall’Ispettorato di Sanità, ente alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Marina; le attività sanitarie, che sono coordinate a livello intermedio presso l’Ufficio Sanitario del Comando della Squadra Navale (CINCNAV), il Reparto Sanitario del Comando Logistico (COMLOG) ed il 6° Ufficio del Comando delle Scuole (COMSCUOLE), sono assicurate a bordo e a terra dai Servizi Sanitari periferici. Con la sospensione del servizio militare di leva e la nascita delle FF.AA. “professionali”, a seguito di un processi di profonda revisione interna, si è giunti alla stesura e, conseguentemente, all’implementazione, della principale pubblicazione medico-legale della Forza Armata (SMM-IS 150) e con essa delle principali procedure di verifica dell’idoneità al servizio del personale. L’approccio medico-legale, in un’ottica di sempre maggior attenzione agli aspetti di prevenzione, deve sempre più cedere a quello proprio della medicina del lavoro ed è anche per questo che la pubblicazione ha basato le proprie basi su due pilastri fondamentali: l’eliminazione del concetto di “check-up”, in favore di una valutazione personalizzata basata sul risk assessment e risk management, e il fatto che l’idoneità, oggi a cadenza biennale per tutto il personale, viene sancita con l’emanazione di provvedimenti medico-legali monocratici e non più collegiale, come accadeva precedentemente. Da ciò ne deriva che l’emissione del provvedimento si deve basare su un’accurata anamnesi e su un approfondito esame obiettivo e solo successivamente su un numero, limitato e mirato di esami specialistici e di laboratorio che il medico ritiene, di volta in volta, necessario richiedere. Il tutto teso verso il supporto alle attività operative e addestrative della Marina, che rappresentano il core business

della F.A.. È alle componenti sanitarie delle Unità Navali e ai Servizi Sanitari dei Comandi Operativi, quali ad esempio il COMSUBIN e della Brigata San Marco, che sono devoluti oltre ai compiti di carattere preventivo e medico legale, quelli di cura degli equipaggi impegnati in attività. Non può non essere citata fra le tante componenti della sanità di Marina, la medicina subacquea e iperbarica (MSI) di fatto la branca specialistica più rappresentativa del Corpo Sanitario. Il Comando Subacquei e Incursori del Varignano (COMSUBIN) è il centro su cui fanno perno non solo le attività delle camere di decompressione operative dei nuclei subacquei ma dove, soprattutto, si svolge attività di ricerca scientifica nello specifico settore. La medicina subacquea non è solo studio, ricerca e supporto alle attività operative, infatti, presso il Centro Ospedaliero Militare di Taranto è presente una camera iperbarica multiposto, a disposizione anche della popolazione civile pugliese, utilizzata per le ossigenoterapie iperbariche, sia di elezione che d’urgenza. *Tenente di Vascello del Corpo Sanitario M.M. Ufficiale Addetto al Capo del Corpo Sanitario M.M.

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MILLENNIALS BANK

LA BANCA DEL FUTURO

I

l sistema bancario è mutato decisamente negli ultimi anni: le banche stanno focalizzando l’attenzione sulla qualità dei propri attivi, cercando di andare incontro alle necessità di una clientela sempre più esigente e culturalmente informatizzata. Per questo ragione gli istituti bancari hanno iniziato un percorso di digitalizzazione sia dal lato dei processi interni che da quello dei servizi offerti. Lo scopo è quello di trasformarsi nella banca del futuro, quella che parla la lingua dei “Millennials”, cioè la generazione 2.0 formata dai giovani tra i 18 e 34 anni. La banca che sarà incapace di non di cogliere con grande rapidità le opportunità del digital banking è destinata a perdere la relazione con il cliente e quindi fetta di mercato. Renato Pedullà Il futuro prossimo sarà sempre più caratterizzato da transazioni elettroniche con sistemi di pagamenti “mobile” e “ wearable”. Ogni operazione bancaria verrà effettuata attraverso lo smartphone, gli sportelli fisici diverranno obsoleti, e si arriverà ad un aumento dei consulenti ad personam. La “Millennial Bank “ sarà quella al cui conto corrente online si accederà con la voce, con una impronta digitale o tramite la scansione dei tratti del volto. Con le nuove App, oltre ad effettuare ogni pagamento di qualsiasi acquisto senza carte o contanti, ma solo con lo smartphone, è già possibile risolvere qualsiasi tipica esigenza dei giovani, come pagare condividendo una spesa con gli amici, o pagare ugualmente anche quando non si hanno soldi sul conto con un semplice “help me”, chiedendo un aiuto immediato al proprio genitore che utilizza lo stesso conto e condivide la stessa app. La relazione a distanza garantita dai dispositivi mobili è considerata soprattutto dai giovani un fattore imprescindibile e irrinunciabile. I giovani saranno sempre meno davanti agli sportelli e sempre più “digitalizzati”. Le filiali del futuro diventeranno veri negozi finanziari orientati al dialogo e alla consulenza. Le figure

professionali all’interno della banca muteranno, si vedranno sempre meno operatori di sportello e sempre più consulenti specializzati pronti a rispondere alle esigenze del cliente. Tutte le banche dovranno indirizzare necessari investimenti sulle risorse umane per colmare il gap di competenze nuove e specialistiche. Occorreranno nuovi ingegneri dell’innovazione in grado di interpretare i fenomeni emergenti, capaci di generare nuove idee e nuovi progetti congruenti con il business, e di individuare le soluzioni organizzative per attuare progetti innovativi. Per il presidio dei canali digitali serviranno esperti di Motori di ricerca (Search Engine Optimization e Search Engine Marketing), Digital Marketing Manager in grado di realizzare campagne marketing online, Web Content Manager e Social Media Expert per analizzare le conversazioni in tempo reale, con l’obiettivo di favorire il coinvolgimento dei clienti, migliorare la reputazione dell’azienda e supportare le iniziative di e-commerce (Poloni S. HR Forum 2014). Anche i prestiti personali potranno trasformarsi radicalmente diventando strumenti finanziari non più ad appannaggio degli istituti di credito. In America, ma adesso anche in Europa il social lending, ossia il prestito tra privati in modalità peer-to-peer sta facendo registrare numeri da record. L’idea di rendere indipendente il ricorso al credito alle banche è nata in Inghilterra ben 10 anni fa, con un sito web chiamato Zoba , che fino ad oggi ha erogato 800 milioni di dollari in prestiti, ma in America il Lending Club (il primo operatore americano di social lending) ha erogato denari con cifre da capogiro: 3,7 miliardi di dollari in prestiti. Questo fenomeno ha attirato anche l’interesse di Google, che ha investito 125 milioni di dollari nel social lending. Anche da qui si capisce che il mondo bancario sta cambiando e la sfida è diventare sempre più in fretta una Millennial Bank: tecnologica, evoluta, connessa, economica e disponibile sempre e in ogni luogo. (R.P.)

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LA PROPOSTA

SE FOSSI SINDACO DI ROMA...... Giovanni Battistoni*

A

i primi di giugno sono stato cortesemente invitato dal direttore della rivista “Nuova finanza”ad inviare un contributo al fine di conoscere quello che riterrei necessario fare “se fossi il primo cittadino della Capitale”. Seppur dall’esito scontato ho atteso l’elezione di Virginia Raggi che, non essendo una politica di professione, potrebbe condividere in tutto od in parte quello che non solo io ma anche la stragrande maggioranza dei romani che l’hanno eletta vorrebbero vedere realizzato in tempi brevi, uscendo così da quel “gioco dell’oca”

cui ci avevano abituato le precedenti amministrazioni. A quanto si apprende dalla stampa il primo atto di Virginia Raggi è ,senz’alcun dubbio, necessario e prioritario: richiedere una “due diligence” per conoscere l’entità e la composizione dell’ingente debito capitolino. Nel frattempo,non scordandoci che recentemente il comune di Roma stava per essere sciolto per sospette infiltrazioni mafiose e che già nel lontano 1955 Manlio Cancogni pubblicava sull’Espresso un articolo il cui titolo è passato alla storia (Capitale corrotta = nazione infetta) , è urgente

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che s’impieghino tutte le risorse possibili per ripristinare la legalità con particolare attenzione al Centro storico, facendo cessare tutti quegli abusi che si stanno moltiplicando a velocità esponenziale. Ridare a Roma quella dignità che la sua storia trimillenaria esige e recuperare il concetto di qualità ben tutelato non solo nelle capitali delle nazioni evolute ma anche, senza andar troppo lontano, nella stessa Milano. Il Centro storico di Roma che ospita,oltre ai più importanti alberghi ed alle più prestigiose aziende


commerciali, la più alta concentrazione al mondo di beni storici,artistici,archeologici ed architettonici , nel 1980 è stato dichiarato dall’Unesco “Patrimonio culturale dell’Umanità”. Sindaci miopi ed inadeguati presidenti di municipio credo che finora lo abbiano ignorato, dediti solo a chiuderlo sempre di più all’accesso e ad autorizzare manifestazioni di basso livello culturale. Uno studio effettuato dall’architetto Silvano Curcio,docente all’università La Sapienza di Roma, evidenzia i tre punti di criticità che il Sindaco dovrebbe prioritariamente affrontare:

commercio selvaggio, traffico/ mobilità e rifiuti ,magari istituendo un Assessorato agli interventi per il Centro storico. Giovanni A questi aggiungerei: Battistoni -il divieto di cortei e manifestazioni che,nonostante gli impegni presi dai vari prefetti per spostarli in luoghi più idonei,seguitano per tutto l’anno a danneggiare l’economia del Centro storico mettendo in crisi quei negozi le cui luci,come scrisse Furio Colombo,sono la cultura delle città; - la protezione di piazza del Popolo, liberandola da improprie e dispendiose manifestazioni tra le quali quelle autocelebrative delle forze dell’ordine; - un intervento radicale per evitare che Villa Borghese,uno dei parchi più belli del mondo, sia trascurata dai giardinieri , negata alla necessaria manutenzione ordinaria e straordi-

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naria ed oltraggiata nei giorni di festa dai nuovi barbari che,numerosi, noleggiano pattini, biciclette, go kart ed auto elettriche alterandone le caratteristiche. Che dire poi della stazione e dell’aeroporto, maggiori porte di entrata per chi arriva a Roma? Già da quei luoghi si dovrebbero percepire la cultura,la bellezza e l’accoglienza della Città eterna mentre la realtà è decisamente opposta. Roma ha bisogno di vivere un nuovo Rinascimento e dobbiamo pertanto ardentemente sperare che la nuova amministrazione capitolina la faccia finalmente uscire dall’attuale Medioevo. Noi siamo pronti a dare tutta la nostra collaborazione.. *Presidente Associazione Via Condotti


I PROGETTI DELL’AZIENDA DI TLC

WIND, LA STRADA AL DIGITALE Ornella Cilona

“L

o smartphone è la pietra angolare dei nostri giorni, il tassello che sorregge l’edificio dell’entusiasmante trasformazione digitale che stiamo vivendo quotidianamente con i nostri clienti. È per questo motivo che le aziende tlc puntano su prodotti e servizi che rendono semplice e allo stesso tempo divertente la vita in mobilità di tutti i giorni”. Ad affermarlo è Alessandro Lacovara, direttore della Business Unit Digital di Wind, l’azienda, guidata da Maximo Ibarra. “Wind – spiega Lacovara - è all'avanguardia nella trasformazione digitale perché attenta a soddisfare i bisogni digitali del cliente persino prima che si manifestino e perciò ha creato una direzione aziendale interamente devota a questa missione che persegue obiettivi molto chiari: innovazione dei punti di contatto tra l’azienda e il cliente, avanguardia nell’utilizzo dei canali di digital e mobile advertising, estrema chiarezza e qualità dei contenuti

in rete, cura puntigliosa nella creazione di processi di e-commerce e eCare facili e intuitivi. Oggi la maggior parte dei clienti Wind interagisce con l’azienda preferibilmente attraverso i canali digitali e in particolare utilizzando l’app di selfcare MyWind, che ha ormai raggiunto i 12 milioni di download”. Quali sono gli strumenti di cui Wind già dispone per affrontare la sfida digitale? Wind ha al suo interno team di appassionati esperti, dedicati interamente alla gestione dei social media, allo sviluppo di applicazioni mobili, alla gestione dei canali di self care, all’ecommerce, all’m-commerce, ai mobile financial services e alla User Experience, un asset fondamentale quest’ultimo per sviluppare nuovi servizi dedicati a una clientela che oggi dà il digitale per scontato. Per dare un’idea della rilevanza del fenomeno, ogni anno, attraverso i nostri canali digitali e in

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particolare tramite le applicazioni, vengono effettuate oltre 14 milioni di ricariche, attivati più di 140mila nuovi clienti adsl e fibra ed erogati più di un milione di biglietti digitali per il trasporto pubblico. Questo servizio di mobile ticketing, nato nel 2012, oltre ad essere molto apprezzato dai cittadini ha anche un risvolto di eco-sostenibilità; negli ultimi tre anni infatti sono state risparmiate oltre tre tonnellate di carta. Inoltre i clienti Wind possono acquistare dagli store di android e windows phone qualsiasi tipo di contenuto digitale, e-book, film, giochi, applicazioni utilizzando semplicemente il credito telefonico. Solo nell’ultimo anno sono stati acquistati sei milioni di contenuti, 13 milioni dall’apertura del servizio. Quali sono le ultime novità in casa Wind? Wind è la prima azienda di telecomunicazioni in Italia che permette a tutti i propri clienti di pagare bollettini postali e multe con l’app MyWind di-


rettamente dal proprio smartphone attraverso pochi e semplici passaggi. Basta semplicemente accedere alla sezione MyPay all’interno di Mywind, da qualsiasi smartphone con sistema operativo Android o iOS, e pagare il bollettino con qualsiasi carta di credito dei circuiti Visa e MasterCard, anche prepagata. C’è altro, oltre Mywind? Wind vive il digitale come un’opportunità per essere ancora più vicina ai suoi clienti attraverso il dialogo e l’app WindTalk rappresenta un esempio perfetto di questo approccio, per così dire, conversazionale. Si tratta infatti di un Instant messenger evoluto che consente non solo di mettere in comunicazione le persone fra di loro effettuando chat one-to-one o di gruppo, ma anche con l’assistenza clienti. Attraverso l’applicazione, inoltre, i clienti possono trasferire credito telefonico, trovare un negozio Wind e contattarlo via chat, ricevere il proprio saldo in tempo reale e accedere a promozioni

speciali. WindTalk registra ottimi tassi di crescita e, in pochi mesi, ha superato il mezzo milione di download. Quali sono i canali social più utilizzati dai clienti Wind? Wind naturalmente è attiva anche sui social più diffusi come Facebook, Twitter, Linkedin e YouTube. Abbiamo oltre un milione di like su Facebook e oltre 100 mila followers su Twitter ma è soprattutto interessante constatare come le interazioni dei nostri clienti con Wind si spostino spontaneamente dai canali tradizionali ai social: sono quasi 100 mila le conversazioni mensili tra i clienti e la nostra assistenza attraverso Facebook, Twitter e la stessa WindTalk che, da sola rappresenta, più del 50 per cento di questi contatti. Nella foto Alessandro Lacovara Direttore della Business Unit Digital di Wind.

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e n o u B

e z n a c Va


COSTUME & SOCIETÀ ALL’ESTERO CON L’ITALIA NEL CUORE (a pag. 66)

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COSTUME & SOCIETÀ

PRIMA O POI TORNO di Federica Gramegna

P

artono, alla ricerca di un’occupazione, di un sogno da realizzare o di un riscatto da conquistare. In fuga da un Paese che, sulla carta, li riconosce come figli ma non ne valorizza il talento nel mercato del lavoro. Sono i giovani italiani che, con un biglietto di sola andata, lasciano lo Stivale e scelgono l’Europa per affermare se stessi, a volte sull’onda dell’incoscienza, altre inseguendo un progetto di vita più consapevole. Ma quando gli expat si raccontano, al di là della destinazione di partenza, emerge una meta comune a molti di loro: l’Italia, quella terra che li ha “traditi”, emblema, nonostante tutto, di radici mai dimenticate. Affiora, così, il ritratto di un’intera generazione, determinata ma allo stesso tempo sola, che, dentro di sé, è costretta a fare i conti con le fragilità dovute alla lontananza dagli affetti e dai luoghi che l’hanno vista crescere. Tra i figli perduti di questa Italia c’è Marco, 41 anni, toscano, approdato a Bruxelles con il sogno di contribuire alla crescita della casa europea. Lui, che da adolescente viaggiava sui binari dell’Inter-Rail alla scoperta dei Paesi dell’Est, quando le frontiere con il blocco sovietico non erano ancora cadute. Oggi, sebbene il futuro dell’Europa sia avvolto da una nube di incertezza, Marco non smette di credere in quel sogno e spera ancora che i suoi figli, tra qualche anno, possano attraversare gli stessi binari da cittadini comunitari. Nel frattempo, però, appena

gli impegni glielo consentono, fa ritorno ai luoghi di origine, la Toscana e la Calabria, per poi rientrare in Belgio con il panforte senese e le crocette calabresi. E, nelle tasche, come da ragazzo, i limoni dei suoi alberi, che restituiscono al palato un sapore antico, genuino. Per Marco, oggi l’Italia è una madre e un padre che riabbracciano i loro nipoti, ma soprattutto dei bambini che trovano rifugio negli affetti e nelle tradizioni più autentiche, impossibili da ricreare all’estero. Ecco perché, quando è il momento di ripartire, i suoi figli non capiscono per quale motivo debbano prendere l’ennesimo aereo. Per tornare dove? La loro casa è lì, a pochi passi da un cielo che così azzurro non lo vedevano da tempo. “Vivo a Bruxelles da dieci anni -racconta Marco- ma spero ancora di poter tornare in Italia. Questa è la vera sfida che attende gli italiani emigrati all’estero, altrimenti si corre il rischio che le nuove generazioni conoscano le terre dei padri solo nei giorni di vacanza, durante le feste comandate, o grazie alle memorie dei loro genitori”. Eppure, tornare indietro, non è facile. Significa rischiare di non trovare più quel che si è lasciato ‒ e che forse la lontananza ha contribuito a mitizzare ‒ a partire dagli amici di una vita. E soprattutto reintegrarsi in un’Italia caotica, superficiale e come sempre ipocrita a cui forse non si è più abituati dopo tanti anni vissuti all’estero. I più lo sconsigliano, specialmente quando si è riusciti a trovare un lavoro oltre confine. “Chi te lo fa fare?”, è la classica domanda che si fa a un giovane expat che esprime

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il desiderio di rientrare. Maximo, 36 anni, italo-argentino, risponderebbe allo scettico italiano di turno che “è il cuore che te lo fa fare”. Solo questo, nient’altro. Perché lui, figlio di un italiano emigrato in Argentina, l’Italia l’ha conosciuta, almeno fino al suo diciottesimo compleanno, solo attraverso i racconti del nonno paterno che, ogni sera, gli narrava le sue imprese nella Roma del dopoguerra. Maximo, pur amando i suoi genitori, non ha mai nascosto loro che avrebbe preferito crescere con il resto della famiglia in Italia e che in fondo, tra le pampas del Sud America, non si è mai sentito veramente a casa. Oggi Maximo è uno dei tanti figli dell’Europa, si sposta per lavoro tra


COSTUME & SOCIETÀ

il Belgio e i Paesi Bassi ma non ha dimenticato il suo desiderio più grande e, pur essendo molto critico nei confronti del nostro ‒ e del suo ‒ Paese, vorrebbe farvi ritorno, in futuro, con i suoi figli. “Per evitare che anche loro, come me, crescano in una terra di mezzo lontano dagli affetti che contano”. L’Italia fa poco per attrarre a sé i talenti che si è lasciata sfuggire, ma c’è chi si lascia guidare dalle emozioni e, Dorina Bianchi per incoscienza o coraggio (al lettore l’ardua sentenza), dà una seconda possibilità a questa nostra “povera patria”. Giulia, 30 anni, siciliana, è rientrata nel Belpaese dopo quattro anni di assenza. Lei è una di quelle che ha voluto rischiare: nonostante un’occupazione di prestigio a Ginevra, ha preferito sfidare la nostra epoca e accettare un’offerta in Italia, a tempo determinato, pur di vivere in una città come Firenze che l’avrebbe resa senz’altro più felice. “Il segreto è riuscire a valorizzare l’esperienza fatta all’estero a casa propria, facendo leva sul valore aggiunto che si può apportare nel nostro mondo del lavoro grazie a una migliore conoscenza delle lingue e una maggiore apertura mentale che, in fondo, caratterizza molti di noi”, sottolinea Giulia. Per lei, però, i primi tempi sono stati duri. All’inizio le mancavano gli

amici più cari e tra i suoi coetanei, che non avevano mai vissuto all’estero, si sentiva un’estranea. Ci ha messo quasi un anno a ritrovare un equilibrio in Italia, guidata dalla voglia di dare una chance alla bellezza del nostro Paese. Martina, invece, 33 anni, romana, dopo aver lavorato sei anni a Parigi nel campo della comunicazione ha deciso di rientrare nella “sua” Capitale, quel Rione Monti dove è nata e cresciuta e che è troppo difficile lasciarsi alle spalle. Martina non cambierebbe Monti con nessun altro quartiere romano, figuriamoci parigino. È qui, tra l’altro, che il suo ragazzo le ha chiesto di sposarla. E lei a quel punto doveva scegliere se continuare a fare una vita da expat, e vivere una storia di dieci anni a distanza, oppure rinunciare ad alcuni privilegi ma tornare nel suo Paese. Per questo, contro parenti e amici, si è messa a cercare lavoro in Italia e, grazie a un curriculum di tutto rispetto, dovuto proprio alla sua esperienza parigina, è riuscita in pochi mesi a firmare un contratto a tempo indeterminato. Una decisione, la sua, dettata dall’amore, ma anche dalla profonda convinzione (come darle torto) che si deve credere in ciò che si vuole veramente e lottare fino in fondo per ottenerlo. L’Italia, è vero, non sta combattendo abbastanza per far rientrare i suoi professionisti, nonostante abbia contribuito alla loro formazione che, in confronto a quella di tanti giovani stranieri, è spesso superiore. Tornare oggi è una scommessa, forse in parte una pazzia. Ma è altrettanto folle lasciare andare le fragranze e i sapori di casa nostra, senza nemmeno provare a mettersi in gioco. Lo dobbiamo a noi stessi, ma prima ancora ai nostri figli, che hanno il diritto di conoscere un’Italia diversa, che rispetti e riconosca il merito e i risultati. E questa rivoluzione non può che partire da noi. Che, solo a chilometri di distanza, abbiamo capito cosa significa amare il nostro Paese e il sacrificio che ci sta chiedendo. Tornare, in fondo, è solo un gesto d’amore. E l’amore, si sa, presuppone sempre un pizzico di follia.

F

ederica Gramegna, classe 1982, è autrice del libro Prima o poi torno, in cui racconta storie di giovani italiani emigrati a Bruxelles. Nella capitale dell’Ue ha lavorato all’Europarlamento come ufficio stampa e giornalista. Da circa due anni è tornata a Roma e ora lavora presso la Comin&Partners come Senior Media Relations Specialist.

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COSTUME & SOCIETÀ

CONNESSI, CON LE PINNE, IL FUCILE E... di Nicola Bartolini Carrassi

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state connessi, sempre, ovunque. Nonostante i vip si stiano disconnettendo, sfoggiando non più l’ultimo modello di smart phone, ma il classico, solido, intramontabile Nokia, (o similare), che oltre a fare e ricevere telefonate, al massimo manda messaggi di testo e preistorici MMS, l’utente medio, famoso o no, viaggia con telefoni giganteschi: enormi tavolette tenute strette all’orecchio, o perennemente connesse con WhatsApp, Facebook, Wechat o Twitter. E se i social creano tanta dipendenza da aver generato una patologia epidemiologicamente preoccupante, le compagnie telefoniche, prima molto riluttanti a concedere traffico dati, ora, con l’arrivo del 4G ci viziano, conquistano e ingolosiscono con offerte sempre più ricche di Gigabyte. Aumenta anche la copertura e l’affidabilità, (vedi la campagna promozionale di Vodafone). Più giga = più connessione. Niente più radiolina in spiaggia per seguire gli incontri di calcio: smart phone, tablet e portatili ci permettono oggi di seguire la partita in streaming, concedendoci di non perdere un’azione. E la fetta più grande, nonostante una

infrastruttura che ci rende tra gli ultimi paesi per capacità di connessione ad alta velocità, soprattutto quando si parla di cablatura, (paghiamo ancora il prezzo del carrozzone SIP, e la tragedia dell’ultimo miglio, obbligati a preferire consunte reti in rame ai cavi in fibra ottica e a pagare salatissime multe inflitte dalla UE), se la stanno ritagliando i fornitori di contenuti digitali on demand. Per farla breve, e orientarci nella giungla di offerte e player del mercato, ecco, se volete anche voi entrare nel club dei millennials, una guida alla miglior offerta. Tutte le televisioni, da Rai a Mediaset, passando per La7 ed i gruppi come Discovery, hanno portali on line che offrono streaming delle reti in diretta e materiali on demand o in replay. Tutto gratuitamente, o quasi, (se siete prossimi ad un servizio wi-fi, offerto dal vostro resort o locale o spiaggia prediletti, scatenatevi senza remore). Alla tv tradizionale, che ha dovuto adattarsi ai tempi, si sono affiancati i servizi on demand di Infinity Tv, (voluta da Mediaset anche per arginare l’arrivo di un colosso americano, ne parliamo più avanti), Sky on line ora Now Tv- che segue la propria vocazione di pay tv e fornitore VOD anche su internet, Tim Vision, (se non ha nuovamente cambiato nome), e il colosso di cui prima, Netflix. Quest’ultimo è nato come servizio di noleggio dvd per posta negli USA, per poi diventare la piattaforma più ricca e performante nel segmento web. Per quanto la tecnologia corra,

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siamo molto lenti. Siamo lenti come infrastrutture, già detto, lenti per quanto concerne l’informatizzazione e la digitalizzazione, ma i pochi -ma buoni-, che magari non arrivano a fine mese, ma cambiano telefono ogni otto mesi, giustificano lo sforzo di un mercato ancora debole e povero di contenuti. In una Italia che pretende tutto gratis, o solo materiale scaricato illegalmente, si fa fatica a ‘vendere’ servizi di qualità, e quindi le piattaforme stentano, seguendo una strategia del ‘vorrei ma non posso’, che in America ed altri paesi, invece ha generato introiti e indotto. Non sono milioni coloro i quali si dedicano alla visione di una intera serie: i famosi cofanetti con tutte le stagioni disponibili, una delizia per chi ama serie come Games of Throne o Big Bang Theory. Una volta avremmo dovuto aspettare ‘il prossimo episodio'. Oggi possiamo divorare tutto ‘Friends’ in un a maratona di tre giorni. Insomma, un mercato che si lancia per conquistare e


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mantenere posizioni di relativo dominio, (ci siamo, piantiamo la bandiera e vediamo che succede), che rilancia con offerte a mano a mano più appetitose, ma che ancora non riesce a bissare il successo ottenuto Oltreoceano. Intanto, ‘gli smanettoni’, quelli semp r e connessi, ma anche i ‘pasticcioni’, quelli connessi che portano il telefono a riparare il proprio device, ogni piè sospinto per imperizia, garantiscono una copertura decente, e cominciano a fatica- ad assimilare il concetto che anche un film, un telefilm, (come una canzone o un software), devono essere pagati. Ecco allora i tickets per assicurarsi la visione di Film, sport, intrattenimento e serial a prezzi piuttosto competitivi: si va dai 7 ai 49 euro al

mese, all’incirca. I servizi più gettonati restano quelli dedicati a film, serie tv e animazione: con 9 euro circa al mese, si può essere sicuri di avere sempre qualcosa da guardare. Il prezzo sale, nel caso di Sky, quando si accede all’offerta sport: calcio rules. Parlavamo di offerta: ABC Studios non perde un colpo, e distribuisce i propri contenuti a tutti i player sul mercato, senza particolari esclusive. Più interessante l’offerta di serie tv che sono proposte in contemporanea con gli States o il Giappone: occasione prelibata per chi è impaziente o semplicemente amante del genere TV. D’altronde le grandi star, ormai, non considerano più un ripiego passare dal cinema ai set tv, e aggiungiamo che molti serial sono ormai cult non solo per la partecipazioni di grandi interpreti, ma anche per il budget e per l’occasione che la lunga serialità concede agli sceneggiatori di poter costruire e sviluppare vicende che favoriscono anche la profondità dei personaggi. Dall’America arriva anche l’ultimo MUST: non solo piattaforme che offrono serie tv e film già trasmessi, o che verranno trasmessi in tv o programmati al cinema. Il punto

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forte di Netflix è quello di offrire serie originali, prodotte per il pubblico della piattaforma… (Mediaset ha acquistato molti programmi Netflix, prima dello sbarco del servizio in Italia, si dice, proprio per ‘indebolire’ l’offerta del concorrente). Concludendo, qualunque servizio scegliate, provatelo gratuitamente: al contrario di un abbonamento con decoder, on line potete disdire il servizio, -e l’addebito dell’abbonamento scelto- con un click, in qualunque momento. Non dimentichiamo la piattaforma iTunes, la prima storica, e YouTube: pronto per il noleggio on line. Buona visione.


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TODI FESTIVAL di Donatella Miliani

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arà un trentennale all'altezza delle aspettive. Il Todi Festival, con la nuova guida artistica di Eugenio Guarducci (già inventore di Eurochcolate), ha costruito un cartellone ricco di anteprime nazionali e con ospiti come i Cambuyon(dodici artisti ballerini provenienti da Tenerife, Barcellona e Atene) che approdano in Italia per la prima volta. Il programma (si snoderà in diverse location molte delle quali a ingresso gratuito) è stato illustrato oltre che da Guarducci anche dal sindaco Carlo Rossini, e dalla direttrice generale Diana Del Vecchio. Il sipario si alzerà il 27 agosto al Comunale con il debutto nazionale del testo «Le Lien» di Amanda Sthers (regia di Gisella Gobbi): una storia di danno e d’amore interpretata da Lucia Bendia e Francesco Bonomo. Il giorno seguente, sempre al Comunale, sarà la volta di «E’ tutto uno show» rivisi-

tazione in esclusiva per Todi del «diversamente musical» prodotto e diretto da Enzo Iacchetti, protagonista di un reading molto speciale. Il 29 agosto alle 21 a salire sul palco sarà Caterina Casini che interpreteràPeggy Guggenheim la donna simobolo dell’arte del dopoguerra. Il 30 riflettori puntati su Maddalena Crippa in un’altra prima nazionale nel segno del fusion tra prosa e jazz su Verdi e le donne. Il 31, «Tra Amici» conGabriele Mirabassi, Erri De Luca e Roberto Taufic. Il 2 settembre spazio alla musica d’autore con Sergio Cammariere e il suo quartetto, special guest Fabrizio Bosso. Il 3, per la prima volta in Italia i Cambuyon in «Come buy on!» tra tap dance, boy percussion, hip hop, percussioni e canto. Domenica 4 il teatro vedrà «Swan Lake-reload» con la compagnia Oplasimpegnata nel riadattamento del celebre classico. Il gran finale, sempre domenica 4, sarà

Eugenio Guarducci

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in piazza del Popolo con il pianista Ezio Bosso. Spettacoli gratuiti invece al «Nido dell’Aquila» (con eventi alle ore 19) dove si alterneranno da Elio Pandolfi ai Malabranca a Marina Pizzi etc tra letture, focus su Rossini e il circo contemporaneo con un imperdibile spettacolo di cabaret circense. Per la prima volta al Festival spazio anche al teatro per i più piccoli con due matinée firmate Fontemaggiore. «Around Todi» infine proprone nuove location con spettacoli a ingresso gratuito, in particolare al Castello di Petroro e all’Arena Francisci (qui protagoniste le ospiti della struttura per la cura dei disturbi alimentari). All’ex Granaio di Montenero il debutto nazionale de I Combustibili (Teatro di Sacco). Eventi collateralitra danza, teatro, musica elettronica e doppiaggio con le voci nell’ombra dei Simpson tra i protagonisti. Insomma di tutto... di più.


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NARNI FESTIVAL

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usica, opera, danza, teatro, percorsi d’arte, visite guidate, itinerari enogastronomici con Ingresso gratuito a tutti gli spettacoli dal 19 al 31 luglio. E’ l’offerta del direttore artistico Cristiana Pegoraro. Il cartellone, ricco e variegato si aprirà martedì 19 luglio all’auditorium San Domenico con , ovvero L’abbraccio di due pianoforti tra classica e jazz e vedrà protagonista, insieme all’affascinante Pegoraro, l’artista danilo Rea (special guest Stefano Masciarelli) . Si proseguirà il 20 in piazza dei priori con la (danza storica e Sbandieratori della Città di Narni). Giovedì 21 al teatro Manini (dialoghi d’amore tra musica e pittura) con performance live della pittrice Rubinia e Tali Roth, Chitarra,Khullip Jeung, Violino,Jisun Kang, Violino, Luca Sanzò, Viola, Annette Helmers, Violoncello, Rudolf Leopold, Violoncello. Il 22 «u» con Tali Roth, Chitarra, Andrew Nahm, Chitarra, Anna Belaya, Soprano, Lauren Andree, Soprano, Mary Abrams, Soprano, Alexia DelGiudice Bigari, Viola, Boram Ahn, Pianoforte e Cristiana Pegoraro al pianoforte. Sempre il 22 ma al teatro Manini il musical «The Lullaby of Broadway» con la regia di Mark York. Sabato 23, sempre al Manini spazio al «Flamenco Tango Neapolis» Viento – Da Napoli a Siviglia… a Buenos Aires con i ballerini Daniela Demofonti e Lucas Gatti. Sarà la cattedrale ad ospitare il 24 alle 11 la «messa-concerto», nel pomeriggio alle 16

sempre in duomo poi il «Concerto Sinfonico» con l’Orchestra Nova Amadeus e Cristiana Pegoraro al pianoforte. Serata interessante e fuori dai canoni lunedì 25 con alla Loggia degli scolopi con «L’inviato non nasce per caso» che vedrà protagoniste le grandi star dello sport di ieri e di oggi. Oltre a Gian Piero Galeazzi, autore del libro edito da Rai Eri, interverranno Agostino Abbagnale, Nicola Pietrangeli, Enrico Vanzina, Lorenzo Porzio. Di nuovo musica protagonista il 26 alle 21.30 in piazza: «Una musica per il Giubileo» con l’Orchestra Filarmonica di Civitavecchia e Cristiana Pegoraro al piano. «Cristiana & Friends» vedrà poi di nuovo protagonista la Pegoraro il 27 con i musicisti dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Notte dedicata all’opera sempre il 27 alle 21.30 a Palazzo Cesi di Acquasparta. Il 28 luglio alle 21.30 a Perugia, Sala dei Notari «Dall’Austria con amore», con i musicisti del Mozarteum di Salisburgo, mentre a Narni «Note a lume di candela» alle 20.30 nella Narni sotterranea (visita privata a Narni sotterranea e concerto nella chiesa del XII secolo. Il 29 e 30 al Teatro Comunale di Narni introduzione all’opera a cura del regista e del direttore d’orchestra «Mozart-Le Nozze di Figaro». Gran finale il 31 all’Auditorium San Domenico con «Cinemusicando», le colonne sonore della nostra vita con Narnia Festival Orchestra and Choir e Cristiana Pegoraro al piano.

Cristiana Pegoraro

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IL NOTAIO E L’ARTISTA di Germana Loizzi

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lio Casalino, il notaio e l’artista, due figure apparentemente lontane che vivono alternandosi come il giorno e la notte, nell’intimo di un uomo complesso e affascinante. Si è aperta a Spoleto la sua prima personale di pittura che proseguirà fino al 25 settembre, all’interno del Festival, presso uno dei luoghi più suggestivi, la prestigiosa casa romana di Spoleto del primo secolo dopo Cristo. Dal suo appartamento dove le sue opere, sparse negli ambienti con un allestimento quasi mimetico, come se volesse lasciarle solo intravedere agli amici suoi ospiti, l’artista ha deciso di uscire allo scoperto, di mostrarsi per quello che è, alla luce del giorno. I suo quadri infatti sono concepiti di notte, momento in cui si ritrova faccia a faccia con la sua coscienza, con le ombre, i ricordi, le idee, le paure e le emozioni più segrete. Il quadro diventa il palcoscenico notturno di una lirica struggente, un grido straziato, una torsione drammatica dei corpi, un gioco di apparenze carnevalesche. Casalino dipinge di notte, la pittura è per lui un processo di purificazione, ed è di notte, nell’atto di creazione che pulisce la sua anima. “La notte,”, dice “è il tempo del contatto e dell’interiorità, della sacralità e del silenzio”. Nella notte vi è silenzio, che è “meditazione, correttezza, capacità d’introspezione e riflessione. La pittura esige silenzio. Perciò il mio tempo è la notte”.

Quello che immediatamente colpisce dei suoi quadri è l’uso dei colori, in particolare del rosso. Non esiste colore più evocativo per ragionare sulla drammaturgia dei grandi temi morali, per criticare la violenza e le ingiustizie nei confronti dei più deboli. Talvolta il rosso invade l’intera superficie di volti e corpi, altre volte torna per dettagli significanti, con linee e riquadri compatti. Un rosso lavico, sovraccarico di contenuti, così magmatico da sconfinare nel solido, fino a rendere la pittura un bassorilievo. “Il rosso è l’espressione esteriore del mio essere, rappresenta il contrasto per eccellenza, la passione, il movimento, e si unisce al bianco per dialogare con la fragilità della carta. La carta si modella con facilità e il nero copre la tela così come la notte si apre al giorno. Proietto nei colori tutto ciò che lungo la strada ho visto e accumulato, un processo di evoluzione interiore, d’individuazione del se’ e di apertura al mondo. Ma prima e dopo i colori ci sono la luce e l’ombra, e questi non hanno forma”. Altro elemento preponderante nella maggior parte dei suoi quadri è la “Donna”, immancabile archetipo, ora con una centralità monolitica, ora nel campo lungo della narrazione collettiva. La Donna incarna la riconciliazione, l’armonia momentanea, il valore generativo, il nuovo inizio dopo ogni fine. “Il mio rapporto con il femminile è di odio e amore. Il mondo femminile mi affascina enormemente: la donna è forza, onestà e purezza”.

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NUOVA FINANZA 4/2016  

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