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aprile.2009

liberi di...

Attilio Galmozzi Raccontare. Leggere. Creare. Stimolare un dibattito. Offrire spunti di riflessione. Scrivere la verità, specie quella scomoda. Divertire. Costruire. Ricostruire. Ascoltare. Incazzarsi. Far incazzare. Sorridere. Parlare. Amare. Sognare. Ripercorrere delle storie. Creare collettivo, attenzione, passione. Offrire una chiave di lettura, magari diversa. Immaginare una società, giusta, equa, libera, uguale, solidale. Gettare ponti tra culture e identità diverse. Spezzare illusioni antiche, vecchie. Guardarsi alle spalle con sincerità. Guardare avanti con umiltà. Ideare. Osare. Agire. Abbattere vecchie e nuove barriere. Colorare il mondo e le città. Valorizzare i patrimoni di ciascuno. Pensare ed immaginare un mondo migliore. Tornare ad informare. Portare all’attenzione di tutte e tutti storie sepolte dall’omologazione. Spezzare il silenzio su vicende non dette. Dire le cose che nessuno ci racconta. Raccontare chi non s’è mai voluto far raccontare per paura di essere escluso. Raccontare un sogno. Numerozero. ■

posta indisposta•p.2 lettere a NumeroZero

sinistra e libertà•p.3

la primavera di nichi vendola

la scuola ridotta•p.4 intervista a Rete Scuole

cielle: l'istruzione a crema è cosa nostra•p.6

scuole provinciali 400mila euro, alla valcarenga 1milione

l'amianto di rossoni•p.7

resuscitatato il fantasma eternit

allon… sanfan•p.10 intervista ad Agostino Alloni, l’uomo che sussurava ai treni

il test della crisi•p.13 la metamorfosi da estremo a signor g.•p.14

intervista a giulio casale


posta indisposta

lettere a NumeroZero

lettere@numerozero.info

Ho trepidato durante la campagna elettorale di Barak Obama, ho esultato per la sua vittoria. Adesso sto aspettando che ricostruisca l’America e poi il mondo intero. Ce la farà? Speranza Arrivabene Per diventare presidente degli Stati Uniti, uno deve stringere certe mani che neanche l’acqua ragia potrebbe lavare, ossequiare certa gente che neanche il Ku Klux Klan tessererebbe d’acchito e frequentare ambienti tali da scoraggiare la migliore impresa di pulizie. Chiamarsi Barak non è poi molto incoraggiante per uno che debba ricostruire . Si figuri che io non mi aspetto troppo neanche dalla fine del mondo

Questa foto evidenzia l’incapacità dell’amministrazione comunale nel dare un minimo di ordine urbano alla città. Quella che vedete è una pista ciclabile e pedonale, in via Treviglio, interamente occupata da autovetture. Ma la destra non era “Legge e Ordine”? Un fotografo nostalgico

«Libera la mente dal giudizio della gente, senza odio finalmente, senza aver paura di niente. Bisogna ricominciare a dar senso alle parole e a non cadere nelle illusioni che ci fanno del male (…)»

«Il grado di libertà di un uomo si misura dalla grandezza dei suoi sogni»

Giorgia – Libera la mente

Alda Merini

Paolo Guzzanti è uscito dalla Casa delle Libertà, Daniela, l’hostess dell’Alitalia è uscita dalla casa del Grande Fratello e Franco Bordo è uscito da Rifondazione Comunista. Ora capisco perché, quando esco anch’io, incontro sempre tutta questa gente per strada. Peraltro, il mio amico Bordo ha pubblicato una lettera di addio politico che ha commosso me e almeno altri quaranta militanti che hanno, come lui, abbandonato il partito. Ora, a parte la sensazione che Rifondazione abbia più tesserati in sede che voti ai seggi, mi chiedo e Le chiedo: che fine faranno tutte queste persone? Quale ingrato destino le attende? Un franco amico di Franco Gentile amico, quando Lei si interroga sul futuro delle persone, immagino che alluda agli ultimi da Lei citati. Voglio tranquillizzarla: è più facile che sia un operaio ad avere un ingrato destino. Ha mai sentito parlare di politici disoccupati? I quaranta compagni hanno già un nuovo, ennesimo partito da ri-fondare (legga in altra parte questo stesso numero del giornale). Quello che preoccupa è invece il processo di polverizzazione nella sinistra extra-parlamentare. Le divisioni al nostro interno sono ormai inimmaginabili. L’ultima notizia lascia senza fiato: abbiamo saputo che Bordo lascia Franco! Ebbene sì, per problemi politici, incompatibilità di carattere e soprattutto per alcuni atteggiamenti di sinistra di Franco che Bordo non concepisce. Ecco alcune righe dell'immancabile lettera del sofferente protagonista: «Caro Franco, oggi il nostro percorso politico comune si interrompe. Ti lascio per partire, per iniziare un nuovo percorso, per non inquinare e deteriorare rapporti di divisione politica e di amicizia che in questi anni abbiamo costruito... Sono certo che ci ritroveremo un giorno non lontano, perché già adesso io fatico (ed è una fatica proprio fisica) a distaccarmi da te.» Un abbraccio dal tuo Bordo.

Caro direttore, ringrazio l’on. Orsi per le aperture fatte sull’apertura della caccia ma anche quest’anno la stagione ha fatto ancora 5 vittime tra gli sportivi cacciatori. La cosa più grave è che pochi mesi fa un cinghiale ha ucciso un cacciatore. Ma come si è permesso? Mio marito non vuole rinunciare al suo fucile. Come fare per rendere più sicura la prossima stagione di caccia? Confidando in una sua risposta porgo distinti saluti. Pallini Rosa Signora mia, lei ha sbagliato giornale: durante la corrida, io tifo per il toro.

Sono una vecchia abbonata e ricevo sempre il giornale in ritardo. Domenica Libera Signora mia, lei ha sbagliato giornale.

Questa foto evidenzia soprattutto la maleducazione dei cittadini. Forse sono quelli che han votato il Partito della Libertà di farsi i cazzi propri.

numerozero Direttore responsabile Manuela Dellanave Editore LINFA scrl via Tensini, 9 • Crema Stampa Arti grafiche cremasche divisione grafica Cartotecnica Cremasca • Crema Progetto grafico e impaginazione francescoguerini.it Richiesta registrazione depositata presso il Tribunale di Crema in data 16/04/09


«A ripensarci sessant’anni dopo, ci chiediamo come sia stata possibile quella guerra di liberazione. Non la Liberazione del 25 aprile, dell’insurrezione, ma la liberazione di ciascuno di noi dal provincialismo, dal fascismo, dal perbenismo. La Resistenza è stata l’esperienza della libertà

ritrovata. (…) Oggi in Italia si sta coltivando un giorno dopo l’altro, una legge dopo l’altra, un allarme dopo l’altro, l’industria della paura. Liberiamoci dalla paura. Osiamo di nuovo essere liberi. Resistenza è libertà». Giorgio Bocca

sinistra e libertà

la primavera di nichi vendola

saskia m.

Una calda primavera del cuore. Una primavera delle intenzioni, della passione viva, del ritrovarsi collettivamente. Del «prendersi per mano e darsi coraggio», per dirla con le parole del governatore pugliese Nichi Vendola. Del riscoprirsi “comunità” incarnata di nuovi bisogni e nuove rabbie. Nei giorni scorsi, anche a Crema e a Cremona si sono tenuti due grandi appuntamenti che hanno voluto dare corpo e fiato all’apertura della campagna elettorale di Sinistra e libertà, il nuovo progetto politico che raccoglie lo sforzo unitario di una sinistra privata dallo scorso aprile della rappresentanza politica in Parlamento. Movimento per la Sinistra - l’area vendoliana uscita da Rifondazione Comunista - Sinistra Democratica di Claudio Fava, i Verdi di Grazia Francescato, il Pdci di Belillo e Guidoni e i socialisti di Riccardo Nencini: un caleidoscopio “rosso-verde”, chiamato a riscrivere un’agenda politica all’altezza delle sfide del tempo presente. E a farlo, prendendo in prestito le parole "sinistra e libertà", è quel popolo di sinistra largo e plurale rimasto orfano del proprio “lessico familiare”. Alle porte, il 7 giugno prossimo, c’è la tornata delle europee e delle amministrative, con il quorum per Strasburgo fissato al 4% a dettare i tempi e la portata della sfida: quella di cominciare fin da subito a ritessere insieme i mille fili dispersi della sinistra diffusa, infragilita e spiazzata dalla potente egemonia culturale consolidata dalla destra,

al governo e nella pancia del paese. Alla “Primavera della Sinistra” non vogliono mancare personalità importanti come Moni Ovadia, artista e primo testimonial del desiderio di spalancare i cantieri di un’inedita avventura politica, l’attore e poeta Pippo Delbono, il regista Mimmo Calopresti e la giornalista Giuliana Sgrena. «Presto non saremo più un cartello elettorale, ma un grande partito della sinistra»: questo l’auspicio di Claudio Fava, segretario di Sinistra democratica, a cui fa eco la Francescato, convinta che la nuova formazione politica riuscirà certamente «a rispettare le diversità e a comporre insieme sensibilità differenti». Moratoria sui licenziamenti e detassazione della cassa integrazione: questa la ricetta che Vendola ha propone nei suoi interventi. «C’è bisogno - ha chiarito il governatore della Puglia - di più sinistra. La gente vive con angoscia e paura. La sinistra deve tornare come fabbrica della speranza e della libertà». Vendola poi attacca il governo Berlusconi sottolineando «la scelta della destra di rendere meno drastiche le norme sulla sicurezza sul lavoro in un paese dove ci sono 1.300 morti l’anno, portata in Parlamento insieme a quella del falso testamento biologico, che va ad accanirsi contro corpi inerti». Nichi non dimentica neanche il segretario del PD: «Franceschini ha fatto bene a venire alla manifestazione a Roma, ma non è sufficiente. Assumere un atteggiamento da par condicio nei confronti delle diverse posizioni in campo significa sfuggire alla sostanza: l’idea che si possa rompere sul presidio fondamentale che il mondo del lavoro ha. La CGIL la questione l’ha posta con coraggio: «nessuno può pensare – ammonisce – di spaccare quel presidio di civiltà che si chiama contratto collettivo nazionale di lavoro». Secondo il leader del Movimento per la sinistra, «da quando la sinistra è scomparsa dal Parlamento il nostro paese ha fatto molti passi indietro. Non è il tempo del centrosinistra, ma il tempo della sinistra. In giro per l’Italia, soprattutto dopo il 4 aprile, non vedo più la platea angosciata della Sinistra Arcobaleno, ma sento nuovo entusiasmo». La primavera, questa primavera, è appena cominciata.

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«Il cammino della democrazia non è un cammino facile. Per questo bisogna essere continuamente vigilanti,non rassegnarsi al peggio, ma neppure abbandonarsi ad una tranquilla fiducia nelle sorti fatalmente progressive dell’umanità (…). Noi siamo, dobbiamo essere, democratici sempre in allarme». Norberto Bobbio «il problema dello sviluppo della commissione interna divenne problema centrale, divenne l’idea dell’Ordine Nuovo; era esso posto come problema fondamentale della rivoluzione operaia, era il problema della “libertà” proletaria. L’Ordine Nuovo divenne, per noi e per quanti ci seguivano, “il giornale dei Consigli di fabbrica”; gli operai amarono l’Ordine Nuovo [...] perché negli articoli del giornale ritrovavano [...] la parte migliore di se stessi; perché sentivano gli articoli dell’Ordine Nuovo pervasi dallo stesso loro spirito di ricerca interiore: “Come possiamo diventar liberi? Come possiamo diventare noi stessi?”». Palmiro Togliatti

da quando la sinistra è scomparsa dal Parlamento il nostro paese ha fatto molti passi indietro.

La sinistra deve tornare come fabbrica della speranza e della libertà

Nichi Vendola


Enzo Maolucci, Baradel da "l’industria dell’obbligo", 1976

«È morto Allende Baradel, ci son le bombe dei padroni / e chi li serve accusa me di far politica anche a scuola / I vostri banchi in mezzo al mondo i vostri temi poesie / L’ortografia violentata dal voto non è vendicata

la scuola ridotta

intervista a Rete Scuole

nino antonaccio

Claudio Patrini insegna Tecnologia nella Scuola Media ed è uno dei rappresentanti di Rete Scuole, movimento di insegnanti di ogni ordine e grado che sta facendo in questi mesi campagne di informazione e controinformazione riguardo alla Riforma Gelmini-Tremonti. RS non ha bandiere, non parla in sindacalese, riunisce docenti e genitori per capire cosa sta succedendo e propone azioni e iniziative a difesa della Scuola Pubblica, un bene prezioso al quale, pare, si rivolge meno attenzione e quindi meno risorse. Ne parliamo con Claudio, di queste cose, a partire dal momentaneo calo di iniziative che nelle scuole superiori per esempio si sta registrando. I colleghi delle scuole superiori in effetti hanno avuto un anno di attesa in più rispetto agli altri, sui quali la riforma agirà tra pochi mesi. Il nostro ministro gioca la sua partita: il suo risiko consiste nel dividere l’attacco, visto che all’inizio il suo fronte unico ha prodotto come risultato negativo quello di creare un’opposizione unitaria enorme, che andava dalle scuole dell’infanzia all’università, il cui risultato è stato quello dello sciopero del 30 ottobre, gigantesco come non mai per partecipazione e percentuali di adesioni. D’altra parte la Gelmini si è resa conto che proporre subito un disegno di legge che stravolgeva ogni ordine di scuola non poteva essere vincente. Ed ecco la mossa successiva: far partire la riforma subito nelle elementari e medie e più tardi per le superiori. In quest’ultimo caso i docenti ed i genitori vengono lasciati in un limbo velenoso, dove l’attesa di un destino comunque segnato

potrebbe insinuarsi. Ma qui si parla di Scuola Pubblica, ed ognuno di noi che lavora con gli studenti, che ha figli che vanno in classe, ha a cuore l’istruzione in generale. E questa cosiddetta riforma la stravolge proprio in ogni suo elemento, prima o poi. Che il poi sia più tardi comunque non è vero, poiché nelle scuole superiori i tagli inizieranno lo stesso presto, a partire dalle cattedre a diciotto ore per tutti e dall’aumento degli alunni per classe. E il disegno di legge Aprea sta mettendo nero su bianco adesso, non tra un anno, quello che si vuole fare in ogni istituto: l’aziendalizzazione della scuola, la scomparsa delle rappresentanze sindacali unitarie, la divisione dei docenti in tre livelli… Ma su questa cosa, magari, qualche docente è d’accordo, tipo dare più soldi agli insegnanti più bravi… Il punto è come lo fai. Non come voleva il ministro Berlinguer, tramite un concorso che ti valutava per le nozioni, ed infatti quasi tutti ritennero, me compreso, che non fosse una buona idea. E ci furono proteste e conseguenze anche politiche. Come si vede, non esistono governi amici quando è in gioco l’interesse comune. Invece occorrerebbe valutare un insegnante, oltre che per le sue conoscenze, anche per la sua creatività, la sua progettualità, la capacità di lavorare a livello interdisciplinare in team, di saper ascoltare e di spiegare. Sono convinto, e con me tutte le persone di Rete Scuole, che anche adesso si ricascherà nella stessa cosa. Si riproporranno concorsi su concorsi, e voglio vedere con quale spirito i colleghi che hanno superato da un pezzo i cinquant’anni, cioè quasi tutti, o alle soglie della pensione, cioè molti, si metteranno a disposizione di non meglio identificati esaminatori per sapere se si è o no capaci di insegnare, di essere esperti, magari seguendo un corso di preparazione gestito da funzionari che son fuori dalle aule da decine di anni. Ho paura che questo governo vada avanti per spot, e anche qui non si sfugge. Migliaia di euro in più ai professori migliori! Ma come? Si invoca l’Europa anche in questo caso, ma quello che non fa comodo meglio non dirlo. Vogliamo confrontare gli stipendi europei dei docenti, per esempio? Non è demagogia, qualcuno potrebbe dire che si va sempre a finire a parlare di soldi. Dico solo che una maestra elementare francese ha 1.500 euro nella sua busta paga al primo mese di insegnamento di ruolo, senza prima essere precaria. In Svezia, il paese primo nelle graduatorie O.C.S.E nelle scuole problematiche, si percepisce uno stipendio minimo di 2100 euro e massimo di 3500 euro. In Europa, per esempio,non esiste il precariato. In Europa, qual è la quota di prodotto interno lordo destinata alla scuola pubblica? Facile sparare sulla croce rossa, però ricordo che per esempio in Svezia è del 3%, in Italia dell’1%. Impossibile fare un paragone con le attrezzature e le dotazioni degli istituti europei, per non parlare dello stato delle sedi delle nostre scuole, spesso non a norma per la sicurezza. A livello europeo, ancora, le scuole lavorano sul bilinguismo, fissato dal convegno di Lisbona, mentre da noi ora propongono l’inglese come sola lingua straniera. Potrei andare avanti a fare confronti. Per esempio, in alcuni altri Paesi la scuola rimane aperta agli alunni al di là del tempo delle lezioni, e in questo modo si cerca di fare prevenzione al disagio, si organizzano attività interessanti. Cosa si propone da noi? La riduzione del tempo-scuola, l’esatto contrario. Parliamo dei cambiamenti che verranno. Dico una cosa sul maestro unico, per cominciare. Un tempo il maestro unico era in grado di svolgere le mansioni legate al suo ruolo, quello di insegnare, ma ora il mondo esterno è trasformato e richiede delle specializzazioni. Ecco allora che la scuola primaria

Migliaia di euro in più ai professori migliori! Ma come? Si invoca l’Europa anche in questo caso, ma quello che non fa comodo meglio non dirlo italiana in questi anni riusciva a fornire, con team di maestri qualificati, contenuti scientifici, linguistici, informatici. Ma ora si richiede la tuttologia, tutto questo deve essere svolto da una persona sola. È meglio così? Ne dubito. E non perché, come qualcuno insinua, gli insegnanti non siano capaci di aggiornarsi o non ne abbiano voglia. In questi ultimi anni la categoria dei docenti è stata quella dove le trasformazioni sono state all’ordine del giorno, si è dovuti sempre cambiare regole, modi di lavorare. Ci si è rimboccati le maniche, con grande sacrificio di tempi e risorse, per far funzionare le cose al meglio. Lo scopo è chiaro: essere duttili, riconvertirsi in continuazione. La Aprea, nel suo disegno, prevede un riordino delle classi di concorso. Per dire, matematica potrebbe insegnarla un laureato in architettura anche con solo due esami di matematica superati all’università trent’anni fa. Indipendentemente dal fatto che ci si sia specializzati, anche con corsi di aggiornamento e di perfezionamento, sulla propria materia che si insegna da una vita. Ma è questa la qualità, è questo il modo per aumentarla? Per non parlare dei tagli al personale, che nascono dall’eliminazione delle compresenze, sia alle elementari che alle medie. Nell’incontro al Miur dell’11 febbraio le cifre ufficiali parlavano di 42.000 insegnanti che scompariranno nel solo anno scolastico 2009/2010. Ma i numeri, purtroppo, li conoscono tutti. Quindi meno compresenze meno qualità del lavoro in classe?


È primavera Baradel, Pablo Neruda in classe muore / Ai tuoi compagni Baradel la vita scoppia nelle mani / Vi ho portati un po’ a giocare nel prato che c’è lì davanti / e non ho chiesto alcun permesso perché credevo fosse giusto.

Per conoscere le iniziative di Rete Scuole http://www.retescuole.net

Ma il boia con quegli occhi morali di chi non fa mai l’amore / ha scritto che ho commesso un peccato grave: ho preso e dato troppa libertà» Cosa vuol dire? Che quelle ore che finora un insegnante aveva per organizzare attività di recupero con alunni in difficoltà, per alfabetizzare alunni stranieri, per intervenire in situazioni di disagio, da adesso non potranno essere più svolte. E chi se ne occuperà, di questi alunni? Non è chiaro, ma già adesso le scuole cercano ex docenti che vogliano dare una mano. Insomma dei volontari che, a titolo assolutamente gratuito, si mettono a disposizione per fare attività di alfabetizzazione, anche all’interno degli istituti. Non mi sembra che sia la soluzione migliore. Non dobbiamo ridurci a questo. Qualcosa che spinge una parte dell’opinione pubblica a parlar male della scuola ci deve pur essere, per convincere a fare sempre meno investimenti. Credo che ci sia un equivoco di fondo quando si dice che ci sono troppi insegnanti, al di sopra della media europea. Allora si è portati a pensare che vadano tagliati. Ma questo è palesemente falso, perché nel totale sono inseriti anche i docenti che per motivi di salute svolgono altre mansioni (in biblioteca di istituto, per esempio), quelli di religione (un’anomalia tutta italiana, visto che vogliamo guardare all’Europa), quelli che fanno sostegno agli allievi diversamente abili, che in altre nazioni dipendono dal ministero della sanità. Vorrei anche dire che, in tal senso, l’organico necessario è invece sempre al di sotto delle esigenze, e molte scuole ne sanno qualcosa.

È chiaro. E come farà un docente a fare quello che un tempo si faceva in due? Parliamo di scuola media: attualmente nelle ore di laboratorio del tempo prolungato una classe da 27-28 allievi viene divisa in due gruppi (ecco cosa vuol dire avere la compresenza di due insegnanti) per affrontare per esempio al meglio esperienze di scienze, o di informatica. A un gruppo di 14 alunni, sempre ammesso che la scuola abbia le attrezzature, tu puoi dare un computer a testa, fargli seguire meglio le attività di laboratorio, controllarle. Provate a immaginare cosa succederà senza le compresenze. Un altro esempio: nella mia scuola esiste il laboratorio di musica, abbiamo sei o sette chitarre, dividendo le classi è possibile consentire un’adeguata attività; ora i laboratori musicali da settembre spariranno, ma in ogni caso sarebbe impossibile organizzare questa esperienza con ventotto alunni. Ogni istituto ha speso negli anni migliaia di euro per attrezzare questi laboratori, e adesso la prospettiva è quella di non utilizzarli. Per rimanere nel tempo prolungato nella scuola media, verranno eliminate dai laboratori tutte le educazioni, cioè tecnologia, artistica, musicale, fisica. I laboratori saranno tenuti solo da insegnanti di matematica, scienze e italiano, facendo perdere al tempo prolungato la sua natura che era quella di tenere i ragazzi occupati in attività qualificate e creative, facendogli sviluppare interessi che durante le normali ore di lezione non potevano emergere. Questa è una perdita grave. Una perdita altrettanto grave per gli alunni deriva da un altro taglio ai docenti, le cui ore vengono portate per tutti a 18 a settimana.

Qual è il grado di percezione, tra i docenti, di tutti questi cambiamenti in arrivo? All’inizio tra gli insegnanti c’è stata incredulità. Si pensava che fosse l’ennesima sparata di un nuovo ministro, come era già successo nei precedenti governi. Man mano si è fatta largo la consapevolezza, ed ora tra alcuni c’è rassegnazione sulle conseguenze che la legge finanziaria prevede per i risparmi sulla scuola pubblica. Ma molte cose sono chiare fin da adesso. Per esempio, nelle scuole medie e elementari succederà questo: si faranno graduatorie interne per ogni scuola, e lì si verranno a creare dei perdenti posto che andranno collocati al posto dei precari, che difficilmente torneranno ad insegnare perché molte cattedre verranno coperte dai perdenti posto, fino all’ultimo. Fonti sindacali ci informano di un altro dato allarmante. Già dal 2009/10 sono previsti, soprattutto nel sud Italia, molti docenti di ruolo che saranno in esubero, cioè non più collocabili. Entreranno nell’organico provinciale dei provveditorati e potranno essere utilizzati per materie attinenti, per fare sostegno (seguendo i corsi relativi di preparazione), oppure per supplenze temporanee, o infine per cambiare ruolo nell’amministrazione pubblica. In questo senso qualcuno del governo aveva parlato di riconvertire gli insegnanti in esubero in guide turistiche… In effetti, questa sa proprio di cinica ironia. Ogni tanto ci scappa la battuta ad effetto, quella che finisce sui giornali… È perché questo governo adotta risoluzioni ad alto potere mediatico, che in qualche modo condizionano l’opinione pubblica e la pancia del Paese. Vedi la campagna del cinque in condotta, per eliminare il bullismo, come se bastasse questo. O del grembiulino alle elementari. Per non parlare della rivoluzione delle pagelle online e via sms: tutte iniziative che non costituiscono le soluzioni decisive per migliorare la scuola pubblica. Ma poi, la si vuole proprio migliorare? La si vuole migliorare tagliando le risorse, questa la logica contorta che sta prevalendo. Questa intervista avviene a metà febbraio, a pochi giorni dalla chiusura delle iscrizioni scolastiche, e la notizia è che i genitori, non solo a Crema, che iscrivono i loro figli alle elementari sollevano proteste per l’incertezza del tempo scuola, che non sanno quale sarà. Nei moduli di iscrizione ti danno diverse scelte di tempo scuola, ma non hai certezza se non più avanti nel tempo. Magari hai scelto l’opzione del tempo pieno, ma se non sarà previsto organico a suffi-

5 cienza in quella scuola dovrai ripiegare sul tempo ridotto. Un’inchiesta del TG1, fatta tempo fa e mai apparsa, rivelava che solo il 6% delle famiglie avrebbe scelto il tempo ridotto di 24 ore per i propri figli nella scuola elementare. I dati sulle iscrizioni confermano questa tendenza. Ad una domanda così forte il governo risponde diminuendo l’offerta. Addirittura alla primaria si taglia persino l’assistenza nel servizio mensa, caricandola sugli enti locali che non so cosa inventeranno per garantirla. Tutto questo rivela palesemente il disegno della cosiddetta riforma: impoverire il servizio pubblico e allo stesso tempo spingere l’utenza a rivolgersi alle scuole private. I genitori più attenti si sono già accorti, sulla propria pelle, di quello che accade e in molte città stanno organizzando assemblee e iniziative per farsi sentire. Puoi fare un esempio numerico, visto che finora ne abbiamo fatti pochi, dei tagli in una scuola cremasca? Ti segnalo una proiezione fatta nella scuola elementare di Borgo San Pietro. Per un modulo di tempo scuola a trenta ore si perdono sette docenti, per un tempo di ventisette ore se ne perdono quattordici. Nella scuola media Galmozzi si prevede di tagliare sei docenti di italiano. Perché anche nelle medie si perderanno posti: a livello nazionale si parla, tra l’altro, di 9.000 cattedre in meno di italiano e 4.000 in meno di tecnologia. Da subito. È polemico dire che per altri settori lo Stato è intervenuto, e per oltre 40.000 lavoratori pubblici (e per altre migliaia negli anni successivi) ci sia l’indifferenza più assoluta? Come intendete muovervi nei prossimi mesi? Dopo questa prima fase di controinformazione sugli effetti della riforma Gelmini-Tremonti, rivolta ai docenti e ai genitori, tra poco dovremo organizzare incontri per gli organici e per le nuove classi di concorso delle materie. Altri momenti difficili. Ci appoggeranno molti genitori che ci hanno chiesto spazio e partecipazione, come si è visto anche nell’affollata serata a Crema nella sala della Provincia. ■


al mare

Quino, tutto Mafalda Magazzini Salani, Milano, 2009

– vi presento una mia amica, si chiama Libertà – Libertà? Com'è piccolina! E come si è bruciata! Certo, si vede che è in vacanza da un bel po' – volevo presentarvi un'amica, non un pamphlet!

cielle: l'istruzione a crema è cosa nostra scuole provinciali 400mila euro, alla valcarenga 1milione

franco bordo

Chi sostiene che la pubblica amministrazione sia lenta evidentemente non conosce la vicenda della “Cascina Valcarenga” di Crema, area sulla quale la Fondazione Charis intende costruire un polo scolastico privato. Nel caso in questione, anzi, Regione Lombardia rischia di stabilire il nuovo record mondiale dell’efficienza. Ma cominciamo dall’inizio, cioè dal 26 marzo dello scorso anno, quando il Sindaco di Crema, il forzista Bruno Bruttomesso, manda un fax a Regione Lombardia in cui segnala due interventi di edilizia scolastica in scuole non statali, secondo lui meritevoli di ricevere contributi regionali. Dopo soli due giorni, il mattino del 28/3/2008, i rappresentanti di Regione Lombardia, Comune di Crema e Fondazione Charis sono già seduti attorno un tavolo e firmano un protocollo d’intesa che prevede la partecipazione della Regione al finanziamento del nuovo edificio scolastico con 4,5 milioni di euro, su una spesa totale di 14 milioni. Molto efficiente si dimostra intanto anche la Giunta comunale, che non solo si assume l’onere di fungere da ente attuatore, ma ratifica il protocollo nella stessa giornata. Altri 12 giorni più tardi, cioè il 9 aprile, la Giunta regionale approva la delibera n. 7030, relativa a tutti gli interventi e finanziamenti in Lombardia per il 2008 in materia di edilizia scolastica, che contiene anche la prima tranche, di un milione di euro, per il progetto della Fondazione Charis. Ovviamente non si tratta dell’unico finanziamento pubblico per interventi di edilizia scolastica destinata ai privati. Sul totale di oltre 22 milioni stanziati da quella delibera, metà di provenienza statale, 2,9 milioni sono andati a 5 progetti non statali (a Milano, Como, Varese e ben due a Crema). Una “possibilità” introdotta nel 2006 da un voto a maggioranza del Consiglio regionale, che permette di utilizzare una quota fino al 25% dello stanziamento complessivo

per interventi di “programmazione negoziata”, cioè una sorta di trattativa privata tra Regione, ente locale e privato. Non ci stupisce naturalmente che la Giunta Formigoni e la Giunta comunale di Crema,di cui è assessore all’istruzione la ciellina Zanibelli, facciano uso di questa “possibilità”, essendo nota e rivendicata la politica a favore della scuola privata, come peraltro dimostrano lo scandalo reiterato dei 46 milioni di euro annui per il  “buono scuola” e la legge regionale n. 19/2007. Tuttavia, qui c’è qualcosa di più. Anzitutto, nel 2008, per l’adeguamento strutturale delle scuole pubbliche di tutta la Provincia di Cremona sono stati stanziati dalla Regione Lombardia soltanto 400mila euro, mentre per soli due istituti privati di Crema sono stati stanziati 1 milione per la “Cascina Valcarenga” e 150 mila per il “Paola di Rosa”. In secondo luogo, il progetto della Fondazione Charis è l’unico tra i cinque interventi a favore di privati che non consista in ristrutturazioni, bensì in una nuova costruzione. Infine, c’è la questione dei tempi ultraveloci, per nulla normali e abituali, che rendono estremamente arduo pensare che Regione Lombardia abbia verificato la sussistenza dei criteri per poter accedere ai contributi regionali. Insomma, tanti soldi alla scuola privata e poca o nulla trasparenza. Chissà perché? Sarà perché la Fondazione Charis fa parte dell’im-

L’ULTIMA PAROLA È QUELLA CHE CONTA Montanelli diceva che la principale differenza tra De Gasperi e Andreotti consisteva nel fatto che, quando entravano in una chiesa, il primo parlava con Dio, mentre il secondo parlava con il prete. Berlusconi, invece, non parla né con Dio né con i preti, ma solo con i suoi telespettatori. In fondo, è più facile: non c’è penitenza o confessione d’intralcio. Al massimo, un confessionale. Parlando alla sua platea televisiva, Berlusconi non ha l’obbligo della coerenza d’idee, perché in televisione è il flusso di immagini e dichiarazioni a costruire la linea di pensiero e non viceversa. È quel che racconti a diventare reale, molto più di quanto non sia il reale ad essere raccontato. Dio giudica, i preti perdonano, i telespettatori ascoltano. O meglio, sentono. Disorientati e confusi, ma sentono. E l’ultima parola è quella che conta. Così, nei giorni drammatici del caso Englaro, il nostro ammainava la bandiera della libertà e si lanciava in un’eroica difesa della vita, anzi della “cultura della vita contro la cultura della morte”, tra gli applausi del Vaticano. Naturalmente, che egli fosse interessato all’aspetto religioso e spirituale della vicenda è tutto da dimostrare, per usare un eufemismo. Non

pero di Comunione e Liberazione, esattamente come chi comanda in Regione? Oppure sarà perché l’assessore regionale forzista all’istruzione, nonché vicepresidente della Regione, abita a pochi chilometri da Crema? Comunque sia, a noi pare che in questa vicenda c’entrino poco le esigenze della scuola e molto invece le amicizie politiche. ■

essendo riuscito ad abbattere Napolitano, nonostante un attacco senza precedenti alle funzioni della più alta carica dello Stato, è rientrato nei ranghi una volta spentisi i riflettori intorno alla povera Eluana. Fino al dibattito in Parlamento sul testamento biologico. Qui il capolavoro si compie: si può finalmente morire in santa pace. Anzi, no. Solo se lo vuole il medico. Chissà se anche Dio è d’accordo. L’importante è che siano d’accordo i telespettatori. La loro ultima parola è quella che conta. ■


giochiamo alla libertà – cosa vuoi fare Mafalda? – giocare alla libertà – alla libertà? e come? – vediamo, così... con una lampadina buciata nella destra... e un libro di fiabe nella sinistra

– si può sapere che diavolo stai facendo? – sono la libertà – "la libertà"!... sai come ti ritrovi se cadi di lì e ti scoppia la lampadina? – si,... come la libertà

l'amianto di rossoni

resuscitatato il fantasma eternit

alvaro dellera

La cronaca locale di questi ultimi mesi ha posto l’attenzione sul problema della prevista discarica di “amianto” di Cappella Cantone. Per capire meglio gli aspetti della vicenda, per ora tutta politica, è giusto ricordare anche come si è arrivati a ciò, e il perché di tutta questa preoccupazione. L’amianto, così genericamente definito, non è altro che un materiale composito formato da cemento, resine e fibre d’amianto (o asbesto). Queste fibre si trovano in natura dentro alcune tipologie di roccia dalle quali vengono estratte. Commercialmente questo prodotto è riconducibile ad un marchio famoso: l’“Eternit”. Di lastre, tubi condotte e isolamenti in Eternit è ormai pieno il mondo, tutte le coperture civili ed industriali degli anni 50/60 fino agli anni 80/90 erano costruite con questo composito. L’estrazione, la produzione e la commercializzazione di prodotti contenente amianto furono sospesi con l’entrata in vigore della legge 257 del 27 marzo 1992. Si stima (dati ARPA) che nella sola Lombardia esistano ancora circa 900 milametri-cubi di amianto da smaltire. Mentre i dati CNR stimano complessivamente in Italia la presenza in uso di 2,5 miliardi di metriquadrati di coperture pari a 32 tonnellate di cemento- amianto, otto milioni di metricubi. La pericolosità nella costruzione dei diversi manufatti stava nell’inalazione di microfibre volatili di asbesto respirate dai lavoratori, durante le varie fasi di lavorazione, che in maniera subdola hanno provocato infezioni polmonari (asbestosi) e tumori (mesotelioma pleurico) che hanno portano alla morte di molti operatori del comparto. Mentre, la pericolosità dei manufatti sta proprio nel comportamento dovuto a usura, deterioramento e rimozione, che questi compositi,siano essi lastre o isolamenti, rilasciano nell’aria. Le microfibre di asbesto decomposte e disaggregate dalla componente che le univa si liberano nell’aria, nell’acqua o nel terreno ricreando condizioni di pericolo per la salute umana. Non esiste un tempo definito sicuro affinché queste fibre diventino innocue. Con una certa approssimazione si può paragonare la pericolosità dell’amianto alla pericolosità di alcuni isotopi dell’uranio il cui tempo di dimezzamento della loro pericolosità è di alcune migliaia di anni. Se per le scorie radioattive ci si è posti il problema di come conservarle a lungo, analizzando luoghi naturali o artificiali più idonei senza ancora essere certi della loro efficacia, non si capisce perché per l’amianto anche se opportunamente trattato ed isolato sia possibile seppellirlo nel sottosuolo fertile ed umido della pianura padana. Da qui le preoccupazioni più che giustificate dei cittadini nell’opporsi a simili soluzioni di smaltimento il cui effettivo smaltimento non avverrà

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mai. Questi sarcofagi resteranno per sempre seppelliti sotto alcuni metri di terreno in balia di smottamenti, inondazioni ed oscillazioni della falda. La discarica non può certo essere la soluzione definitiva al problema poiché non fa altro che rimandare la questione più in là nel tempo. I rischi di una simile scelta possono essere facilmente intuiti: contaminazione del terreno e dell’aria non solo nelle aree adiacenti la discarica ma anche lungo le strade che verranno percorse dai camion adibiti al trasporto e soprattutto presenta grossi rischi di contaminazione della falda acquifera. Nello specifico la discarica di Cappella Cantone  –  che nelle intenzioni raccoglierà RCA (Rifiuti Contenenti Amianto) da tutta la Lombardia ed avrà una capacità di 260.000 m³ per un’estensione di 10 ettari – dovrebbe essere edificata in un area vicinissima ai centri abitati di Castelleone, Soresina, San Bassano e nelle vicinanze del sito di Corte Madama, altra discarica chiusa negli anni ‘90 a causa della presenza di falde acquifere affioranti. Il piano provinciale di gestione dei rifiuti della provincia di Cremona in fase di approvazione definisce aree non idonee all’insediamento di discariche quelle ubicate nel raggio di 5 km da una discarica preesistente ed anche le indicazioni regionali per l’estensione dei piani dei rifiuti, recentemente emanate, prevedono la verifica dell’indice di densità massima di discarica sul territorio, riconoscendo che è opportuno evitare la concentrazione di più impianti in uno stesso comprensorio. La Giunta Regionale ha modificato in data 19 novembre 2008 il Piano Rifiuti della Provincia di Cremona, eliminando il vincolo che imponeva la distanza di 5 chilometri tra gli impianti di smaltimento. In questo modo, non essendoci più vincoli di distanza, la discarica di amianto potrà essere localizzata in una zona totalmente inadatta, e cioè in località Cappella Cantone. Il progetto è stato presentato in regione Lombardia dalla ditta CAVENORD dei fratelli Testa che sono anche proprietari dell’area, ed ha ottenuto un primo via libera grazie all’interessamento diretto del vicepresidente della Regione Gianni Rossoni e della lega Nord. Obiettivo dichiarato è quello di arrivare a bonificare la Regione dall’amianto entro il 2015 ma questo piano si sta trasformando in un miraggio. A fissare l’obiettivo ‘amianto zero’ è stata la stessa Regione Lombardia all’interno del suo Piano, il PRAL (piano regionale amianto Lombardia), approvato nel 2005. Ma oggi le distanze fra il materiale smaltito e l’amianto ‘sommerso’ restano abissali. La provincia di Cremona dovrebbe contribuire con due discariche Quella di Cappella Cantone con 260.000 metricubi e quella di Cingia de’ Botti con 400.000 metricubi, ma sappiamo bene che nel corso della gestione annuale delle autorizzazioni i quantitativi saranno destinati ad aumentare. Contro l’incubo amianto si sono gia mobilitati, oltre ai cittadini residenti, il Presidente della Provincia di Cremona Giuseppe Torchio e l’assessore all’ambiente Giovanni Biondi, anche una sessantina di sindaci della Provincia di Cremona che hanno chiesto alla Regione di sospendere tutte le procedure. Se i progetti dovessero andare in porto, nel cremonese potrebbe riversarsi una vera e propria “inondazione di amianto”, tutto questo francamente mi sembra inaccettabile. ■


Raccontare. Dire la verità. D Ascoltare. Inc Amare. Parlare. Sognare. Pensa Gettare ponti. Ideare. Gridare. Agire. Difendere. Scrivere. Co Curare. Danzare. Far nascere. V Conoscere. Sperare. Fare. Cantar Scegliere. Decidere. Progettare. Crederci. Esprimere. Ricercare Esporsi. Essere onesti. Dubitar I Nomadi, Contro da "Nomadi Contro", 1993

Contro i fucili, carri armati e bombe contro le giunte militari, le tombe contro il cielo che ormai è pieno di tanti ordigni nucleari contro tutti i capi al potere che non sono ignari Contro i massacri di Sabra e Shatila contro i folli martiri dell’IRA contro le inique sanzioni, le crociate americane per tutta la gente che soffre e muore di fame

Odio. Violenza. Tutti i Fascism Censura. Ignoranza. Dogmi. Sop Disinformazione. Intolleranz Corruzione. Chiusure mentali. Pregiudizi. Connivenze. Rancori. G di potere. Costrizioni. Limiti. Rimp Mafie. Dipendenze. Trappole. Xe Disonestà. Inv Intrallazzi. R Volgarità. Abu


Leggere. Creare. Divertire. Costruire. cazzarsi. Sorridere. sare. Immaginare. Studiare. Osare. olorare il mondo. Valorizzare. re. Giocare. . Informare. e. Spezzare. are. Sognare.

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Contro chi tiene la gente col fuoco contro chi comanda e ha in mano un gioco contro chi parla di fratellanza, amore e libertà e poi finanzia guerre e atrocità

Contro tutte le intolleranze, contro chi soffoca le speranze, contro antichi fondamentalismi e nuovi imperialismi contro la poca memoria della storia

Contro il razzismo sudafricano contro la destra del governo israeliano contro chi ha commesso stragi e pagato ancora non ha per tutta la gente ormai stanca e vuole verità

Contro chi fa credere la guerra un dovere contro chi vuole dominio e potere contro le medaglie all’onore e alla santità per tutta la gente che grida… libertà

mi. prusi. za. . Giochi pianti. enofobie. vidie. Nostalgie. Promesse. Rimorsi. Ottusità. Interessi. busivismi. Clientelismi. Stupidità.


Karl Marx, davanti all’Associazione democratica di Bruxelles, 7 gennaio 1848

«Che cos’è il libero scambio nella situazione attuale della società? È la libertà del capitale (…). Signori non fatevi sedurre dall’astratta idea di libertà. Libertà di chi? Non si tratta della libertà di un individuo, al cospetto di un altro individuo. Ma della libertà, per il capitale, di distruggere il lavoratore»

allon… sanfan

intervista ad Agostino Alloni, l’uomo che sussurava ai treni

giancarlo molaschi

L’ intervista ha luogo nella sede del Partito Democratico di Crema, in via Bacchetta. Io avrei preferito casa sua, a Pianengo, per capire e carpire di più il suo privato, ma non ho avuto il coraggio di chiederlo espressamente e allora eccoci qui. A guardarci mentre conversiamo c’è il coordinatore cremasco Matteo Piloni che, prima ci fa le foto e poi assiste discreto e sornione. Il vicepresidente della Provincia ha l’aria stanca: ha appena aperto un’agenda fitta di impegni per trovare la data di un ennesimo appuntamento. O magari sono i postumi di un recente intervento chirurgico maxillo-facciale che lo fanno apparire un po’ provato. Durante il colloquio Clara, sua moglie, lo chiama un paio di volte; se volevano mettermi fretta, ci sono riusciti. Cominciamo subito.

MOLASCHI • PCI, LA COSA, PDS, DS, PD. Negli ultimi anni hai fatto più uscite ed entrate politiche del commediante di una pochade francese. E non hai mai fatto una piega. Più che bandiere, quelle di certi partiti, mi sembrano banderuole. ALLONI • Cominciamo bene. Ti dirò che quando è nato il PDS ero segretario di Federazione. Non solo ho accettato il cambio, l’ho proprio voluto. Non so se rammenti ma nel 1989 è caduto il muro di Berlino, sono cadute le ideologie… MOLASCHI • mi ricordo, sì mi ricordo. Non mi veniva da ridere come a tutti, ma mi ricordo … ALLONI • È l’evolversi della storia politica che mi ha fatto accettare tutto quel che veniva. D’altra parte l’ideologia legava al passato. Meglio il pragmatismo di oggi. MOLASCHI • L‘ideologia era anche l‘anima delle forze politiche. Senza ideologie i partiti attuali mi sembrano brodaglia annacquata dai trasformismi. Io ho nostalgia del PCI, della DC…. ALLONI • È un problema tuo. I partiti sono fatti da persone che hanno un’anima. MOLASCHI • Allora è vero che non hai fatto una piega. Sono stati tutti passaggi indolori? ALLONI- Al contrario. Mano a mano mi sono dovuto separare da compagni coi quali avevo fatto percorsi politici e personali che mi hanno segnato. Ma non ho rotto i rapporti con nessuno di essi. MOLASCHI- Già, dimenticavo che tu sei amico di tutti. Negli ultimi tempi, però, la politica ti ha messo un po’ sotto torchio. A chi offriresti più volentieri un caffè in Provincia: a Torchio, Andrea Ladina o Anna Rozza? ALLONI • A tutti e tre. MOLASCHI • Ti pareva … ALLONI • Ma perché no?! Magari con la mia amica Anna lo berrei più volentieri, ma un caffè non lo nego a nessuno. Beh.., si, forse farei fatica a berne uno con Simone Beretta. MOLASCHI  •  Torniamo alle ideologie. Una volta il tuo segretario di partito era Berlinguer, ora è Franceschini. Mi verrebbe da dire: come siamo caduti in basso. ALLONI  •  Ho apprezzato molto Enrico Berlinguer e ho vissuto con dolore la sua morte, ma, prima Veltroni e adesso Franceschini s o n o

ai funerali di Paolo Zanini


da grande farò il ferroviere!

persone in grado di condurre il partito. MOLASCHI  •  Dei politici, metà della gente dice che è tutto un magnamagna, l’altra metà che sono bravi solo a parlare. Tu recentemente hai subito un intervento alla mandibola. ALLONI  •  Caschi male. La mia prima operazione all’apparato masticatorio è del 7 maggio 1976. E poi io non sono bravo a parlare. MOLASCHI  •  Nel tuo partito non c’è solo la Binetti; ho letto un’intervista a tale Renzi, presidente della Provincia di Firenze, mi pare. I “cretinetti” nel PD non mancano. ALLONI • Il rampantismo di certe persone lo vedo anch’io e non mi piace. Quando giocavo al pallone ero solo un terzino, mentre in politica faccio il mediano: mi piace costruire e fare il gioco di squadra. Questo apprezzo negli altri: la capacità di costruire assieme i progetti. MOLASCHI • Che rapporto hai con la televisione? ALLONI • La guardo ogni tanto, la sera, dopocena. A casa mia mentre si sta a tavola la tivù è spenta. MOLASCHI  •  È buona

Agostino con la moglie Clara

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Max Manfredi, Ballata degli otto topi da "l’intagliatore di santi", 2001 cosa. Che mi dici di X-FACTOR ? ALLONI • Per l’amordiddio no eh! C’è Simona Ventura: antipatica, Morgan: antipatico.. e quella signora, la discografica… MOLASCHI- Mara Maionchi. Peccato, ti perdi una buona trasmissione. Fammi il tuo palinsesto allora. ALLONI • Seguo Chiambretti da sempre, al punto che lo guardo anche se è su Italia 1. Mi piace Fabio Fazio con il suo “CHE TEMPO CHE FA”. Vedo “REPORT”, guardo il programma domenicale di Licia Colò e poi Neri Marcorè che presenta “PER UN PUGNO DI LIBRI”. MOLASCHI • Ho capito: se ti tolgono Rai Tre sei un uomo morto. ALLONI • No perché adoro leggere. Romanzi, saggi. Di recente mi ha colpito “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini e “Credere e curare” di Ignazio Marino, un medico siciliano. Ho letto tutti i libri di Beppe Severgini e quelli di Nino Antonaccio. MOLASCHI • Che altro? ALLONI  •  tre quotidiani al giorno, ma non ti dico quali. MOLASCHI • Tiro a indovinare. Uno è L’Unità. ALLONI • Si, e non leggo per principio La Provincia. Ma questo non scriverlo. MOLASCHI • Sta tranquillo. Niente settimanali? ALLONI • L’Espresso. Mi piace Giorgio Bocca. Ma anche Travaglio. Sono inoltre abbonato ad una dozzina di riviste. Leggo tutto quello che mi arriva. MOLASCHI  •  Perbacco! Compreso “Primavera Missionaria”? ALLONI • Si sfoglia, si scarta, si sceglie. Infine, visto che, da politico mi occupo anche di trasporti, la sera tardi leggo tutte le e-mail che mi mandano i pendolari. E rispondo a tutti. MOLASCHI • Già m’immagino i pendolari che il giorno dopo prendono lo stesso treno sporco e in ritardo, ma soddisfatti perchè hai risposto alle e-mail! ALLONI • C’è poco da essere ironici: la riapertura della biglietteria alla stazione di Crema e il treno a orario cadenzato, sono il risultato del mio sforzo. E stiamo lavorando per avere nuovi locomotori. MOLASCHI • Il tuo più grande errore? ALLONI • Aver smesso di fare il fabbro. MOLASCHI • Perché? ALLONI  •  Perché mi piacerebbe che la politica non fosse un mestiere, ma una passione. MOLASCHI  •  Molto nobile. Mi risulta però che da quando avevi i calzoni corti, una poltrona da segretario di partito, da sindaco o da assessore non te la sei mai fatta mancare. ALLONI • Si vede che gli elettori, a cui ho chiesto fiducia, si fidano. MOLASCHI • Si vede che sei bravo. ALLONI • Bravo non lo so. Forse il mio modo di fare politica è quello di chi sa stare fra la gente e non solo su una poltrona. MOLASCHI • Che musica ascolti? ALLONI • De Gregori, Guccini... MOLASCHI  •  Vado avanti io: Inti Illimani, e Franco Trincale. ALLONI • Sbagliato: Fiorella Mannoia e Nomadi. MOLASCHI  •  Mai fatto qualcosa di cui vai orgoglioso? ALLONI • Ero sindaco di Pianengo, giovanissimo,avrò avuto 23-24 anni. Allora: inverno, notte di S.Lucia. Il proprietario di un condominio di due, tre famiglie, stacca la corrente alle case; stacca il gas, stacca tutto. MOLASCHI • Cos’era successo?

Ma li hai visti i cartelloni dentro i sottopassaggi? Otto topi nei paraggi, otto topi tra i coglioni… Il copywriter sveglio studia il topo dal vivo… lo dipinge cattivo, per farlo odiare meglio! ALLONI  •  Una controversia condominiale, qualcosa di simile. Dunque, le famiglie rimangono al buio, al freddo. Io vengo avvisato della cosa, sveglio il messo comunale, faccio fare un’ordinanza dove chiedo il riallaccio immediato del contatore, chiamo i carabinieri perché non si sa mai. Risultato: il proprietario mi denuncia, ma le famiglie riottengono luce e calore. MOLASCHI • E la denuncia? ALLONI • Tutto archiviato. MOLASCHI • C’è una una domanda che nessuno ti ha mai fatto? ALLONI • Se ho mai tradito mia moglie. MOLASCHI • Te la faccio io. ALLONI • Ma io non ti rispondo. ■

in attesa di Joe Cocker, pregando che non piova”

giovanissimo figlio dei fiori,posa con la mano sinistra pronta a stritolare la “balena bianca” democristiana che sta alle sue spalle In piedi e al centro della squadra c’è un terzino che fluidificherà fino a diventare mediano


otto topi stampati, davanti al TV color… anche il telecomando ormai è in mano loro! Guardano le partite, chi vince e chi le busca son persi nelle reti, le reti del Berlusca… Lo zapping sostituisce la libertà di scelta

il test della crisi

bruno mattei

Di chi pensate sia colpa la crisi economica?

□□ A – Del Popolo delle Libertà □□ B – Degli industriali, pure quelli cremaschi come Cabini e Ancorotti □□ C – Dei sindacalisti, pure quelli cremaschi, da Sbaruffati alla Erinaldi… □□ D – Di vostra madre che non vi ha lasciato andare al liceo artistico

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Quel’è la vostra reazione quando al 5 del mese siete senza un euro e dovete arrivare al 27?

□□ A – Andate alla Sparkasse, tappeto rosso alla vostra entrata, e ritirate dei soldi □□ 1 punto □□ B – Andate alla Bcc di qualche paese con la calza in testa e ritirate dei soldi □□ 15 punti Girovagando tra le bancarelle del □□ C – Dite tanto conta la salute e investite gli ultimi euro al Barcelona per un cuba □□ 5 punti mercatino del libro usato della parroclibre □□ 10 punti chia di San Bernardino mi imbatto in □□ D – Dite tanto c'è la salute, eppure abitate vicino alla discarica di amianto un volume “maledetto”. Si tratta di un volume scomparso datato 1977 di un autore che in anni successivi sarebbe Uno zio muore e vi lascia 500 mila euro. Come li investite? □□ 1 punto diventato uno scrittore cult: Stefano □□ A – Vi fate consigliare da vostro cugino agente di borsa □□ 5 punti Benni. Basta il titolo per comprende- □□ B – Vi fate consigliare da vostro cugino barbiere del vescovo Oscar □□ 20 punti re perché il volume non sia stato mai □□ C – Investite in immobili e cercate di comprare il sindaco Bruttomesso □□ 10 punti ristampato: “La tribù di Moro seduto”. □□ D – Comprate un ala destra per il Pergocrema Una raccolta di fulminati scritti satirici che prendevano di mira soprattutto la Dc, e soprattutto il presidente Aldo Secondo voi per uscire dalla crisi quali provvedimenti sarebbero utili? □□ 0 punti Moro che di li a pochi mesi sarebbe □□ A – Cercare di vendere l’Ametek come industria bellica ai Nord Coreani □□ 1 punto stato sequestrato dalle Br. Tra le cose □□ B – Saltare il pranzo □□ 15 punti fulminanti di quel libro c’era un incre- □□ C – Dare carta bianca a Simone Beretta □□ 10 punti dibile test dal titolo: come vivi la tua □□ D – Chiudere Crema e licenziare tutti i cremaschi crisi? Un test, recitava l’introduzione, che Siete soli di notte. Un auto si ferma vicino a voi e 4 persone armate vi dicodarà la misura su come ognuno di noi affronta con maggiore o minore sereni- no: «dacci tutto quello che hai in tasca!» Come vi comportate? tà la crisi economica. Trent’anni dopo □□ A – Gli scatenate contro il vostro gorilla guardaspalle: Gianni Risari che li tra- □□ 0 punti mortisce con un berretto da scout e le promesse elettorali della campagna come siamo ancora qua. Da quel test abbiasindaco mo preso spunto per proporne uno da□□ 5 punti tato 2009 ed ambientato nelle desolate □□ B – Consegnate il portafoglio senza reagire, tanto è vuoto □□ C – Consegnate l’abbonamento a 10 caffè del Nazionale, un poster del Crema □□ 10 punti lande della padania… anno 1957/58, una copia sgualcita del Piccolo giornale del Cremasco, la tessera del Club di Paperino e un santino raffigurante don Antonio Agazzi Soluzioni □□ D – Fate finta di essere cremonese e non capite cosa dicono □□ 15 punti □□ Da 0 a 10 punti. La crisi non vi spaventa. Siete e forti e coraggiosi e non vi fate spaventare dalle avversità. Forse siete anche Giovanni Arvedi. □□ Da 10 a 20 punti. Il momento è duro. Ma siete pronti a lottare. Non vi spaventa nulla. Ne le richeste del fisco ne quelle del sindacato. Comunque poi scaricate tutto nell’organizzazione della prossima edizione di CremArena. Siete o non siete Claudio Cogorno. □□ Da 20 a 30 punti. Il momento è duro. Vivete la crisi giorno per giorno. Pochi drammi ma molti problemi. Basterebbero 500 euro in più al mese, una moglie in meno ed essere cugini di terzo grado di Giovanni Arvedi… Ma nella vita non si può avere tutto. □□ Da 30 e 50 punti. La crisi vi attanaglia. Forse ieri sera non avete neppure mangiato. Oggi chissà. Decidete di buttarvi in cultura e scrivete una commedia dialettale con Checco Edallo. Se ci riesce lui… □□ Oltre i 50 punti. Immaturi e irresponsabili. Pronti a tutto per superare la crisi. Anche a candidarvi con Luigi Dossena alle prossime elezioni provinciali con la lista Amianto barbarossa e Spagna basta che se magna. □□ Oltre i 100 punti siete in arresto.

Siete padroni di un negozio. A chi di questi personaggi direste con tranquillità «esco un attimo dai un occhiata tu»?

□□ A – Maurizio Borghetti □□ B – don Mauro Inzoli □□ C – Bruno Garatti □□ D – Francesco Giroletti

□□ 25 punti □□ 25 punti □□ 25 punti □□ 25 punti


Vorrei essere libero, libero come un uomo. Vorrei essere libero come un uomo. Giorgio Gaber, La libertà da "dialogo tra un impegnato e un non so", 1972

Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura e cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura, sempre libero e vitale, fa l’amore come fosse un animale, incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà.

la metamorfosi da estremo a signor g.

intervista a giulio casale

paolo carelli

«L’Italia è un paese bloccato sotto tutti i punti di vista, è un Paese paralizzato da una quantità di fattori che attengono quasi tutti all’illegalità. La più grande truffa, secondo me, è che i fasci, le corporazioni, le clientele sono più realizzati oggi di quanto non lo fossero nel fascismo che pure li inventò. Io ritengo di vivere in un Paese in cui il potere si autoconserva. E il capovolgimento del ’68 è la più grande metafora di tutto questo; per cui, la generazione che allora fece la rivoluzione, o meglio voleva fare la rivoluzione, oggi occupa stabilmente, da quel giorno, i posti di comando». Giulio Casale, alias “Estremo”, ex cantante degli Estra e poi scrittore e attore teatrale, ha una fotografia tutta sua per immortalare gli ultimi quarant’anni di storia d’Italia. Nel suo ultimo spettacolo, “Formidabili quegli anni”, dedicato al ’68, ripercorre le tappe salienti di un anno che ha cambiato per sempre le sorti dell’umanità. Lo fa mescolando la ricostruzione storica all’analisi critica, restituendo, al contempo, un impietoso affresco dell’apatia e dell’anomia del presente.

Giulio, perché uno che è nato dopo il ’68 si mette a fare uno spettacolo così meticoloso e dettagliato sul ’68? Banalmente, perché io sento l’esigenza, qui e ora, di qualcosa di simile. In realtà, come dico anche alla fine dello spettacolo, sento il bisogno di qualcosa di completamente diverso, Altro, totalmente altro, ma che abbia quella forza lì. Da sempre, sin da quando sono piccolo, non aspetto altro che di sentirmi parte di un grande movimento collettivo, magari diversificato nel suo interno, ma che sappia mettere in discussione lo status quo. Al contrario, la mia generazione è stata forse la prima ad essere portatrice di un nulla assoluto. Quand’ero ragazzino, nei pieni anni ’80, ricordo la gioia di uniformarsi totalmente a qualsiasi moda, a qualsiasi imposizione del mercato, a qualsiasi vestito scadente purchè firmato. Con il rovescio della medaglia, cioè l’annientamento individuale. Personalmente, ho sempre cercato di dire qualcosa al sistema, cercando addirittura di farne parte. La scelta che feci all’epoca con gli Estra di firmare con la Warner e non con le etichette alternative era programmatica e funzionale a questo. Per me era importante che il sistema si accorgesse che c’erano delle vaste zone di rifiuto e di critica. Non ho mai avuto dubbi sulla necessità di cambiare il sistema da dentro. Sei ancora convinto di questo? Assolutamente sì. Il mio ruolo è un po’ quello di cui parlava Brecht: “Mi sedetti dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano già occupati”. E se da una lato, questa condizione mi piace, dall’altro mi sta stretta, perché so che c’è il rischio di diventare solamente una preziosa testimonianza e di non avere mai la possibilità di giocare alla pari con chi il sistema lo cavalca. Io non vedo l’ora, da sempre, di un vero dialogo, di un vero confronto con chi ha in mano le redini del potere. Che spesso, invece, si trincera dietro affermazioni come “É il mercato” o “É il pubblico che sceglie”. Ma è solo un’illusione: il pubblico sceglie quello che gli dai. Quattro album con gli Estra tra il ’96 e il 2001, un disco live nel 2003, poi la scelta della carriera da solista. Cantante, musicista, ma anche scrittore, attore teatrale, persino traduttore di testi di Jeff Buckley. É il destino dell’artista quello di mischiare diversi linguaggi, diverse forme d’espressione? Non so se è una condizione generale. Per me è una necessità. Dentro di me, sono sempre esistite, latenti, quelle tre-quattro forme d’espressione e cerco di approfondirle sempre di più. Più passa il tempo, più sei consapevole di quale attrezzo usare per scolpire lo stesso pezzo di legno e come dosare la forza. Poesie, canzoni e racconti sono tre mestieri di scrittura diversi. E una delle più grandi fatiche è proprio il prendere atto che sono tre mestieri diversi. Da parte mia, tenderò sempre di più a diversificare gli ambiti e nello stesso tempo a tenerli insieme. E quello che li tiene insieme è il mio povero corpo, il vero strumento che sento di avere che è la mia voce. Secondo te l’arte è, per definizione, sociale? Deve cioè contribuire al progresso della società? Ma sai, l’art pour l’art è già stata tentata varie volte e non mi sembra che abbia dato esiti memorabili, con le dovute eccezio-

ni naturalmente. In realtà io credo molto alla gratuità del gesto, come modello di definizione dell’artista, anche se evidentemente esso è contraddittorio rispetto al mondo in cui viviamo. In fondo credo che un artista, nella vera accezione del termine - e la storia dell’arte ce lo insegna - sia la più grande contraddizione e allo stesso tempo la più grande espressione della propria epoca. Quindi, penso che probabilmente l’impegno civile, alla fine, sia necessario. Però a me convince molto anche la lezione di Gaber, che nel ’74 scrisse una canzone che s’intitolava “Buttare lì qualcosa e andare via” dove lui dice “Non ho visto mai nessuno buttare lì qualcosa e andare via”. Cioè, “ho visto un sacco di gente fare azioni politiche, credere nell’impegno, nell’aggregazione, creare movimento e dibattito, ma sempre per costruirci sopra una Chiesa, un partito o un successo personale; ma non ho mai visto nessuno buttare lì qualcosa e andare via”. Ecco, io invece credo proprio in questo, pur sentendomi spesso in contraddizione. Se vogliamo, riferendoci proprio a quella canzone - non dico alla lezione di Gaber in generale, ma a quella canzone - forse la grandezza di un uomo, prima ancora che di un artista, sta proprio nella generosità, nella capacità di fare un gesto veramente gratuito. Un artista dovrebbe avere un rapporto spietato con la propria coscienza; un rigore morale ed etico rispetto alle cose che fa e che porta al pubblico, senza specularci sopra, ma rimanendo fedele alle sue intenzioni ed esigenze originarie che sono quelle di un superamento costante di se stesso. Questo lo rivendico; non come atto d’eroismo, ma come fedeltà al mio mestiere. Tu una volta hai detto: «Il rock, musica ribelle per eccellenza, se diventa di massa, inevitabilmente diventa corresponsabile del linguaggio di massa. Io l’ho vissuto in maniera piccolissima, però l’ho vissuto. C’erano migliaia di persone che pendevano dalle mie labbra e che volevano pezzi di me, del mio corpo, dei miei vestiti». E’ questa la contraddizione di cui parli? Certamente. E il senso del percorso che sto facendo, cioè la sperimentazione e la commistione di diversi linguaggi, può essere riassunto nel tentativo di superare questa contraddizione. Nei tuoi spettacoli ti cimenti anche con i brani dei grandi cantautori degli anni ’60 e ’70. Quei brani hanno contribuito a costruire e guidare una coscienza politica e civile di intere generazioni. Pensi che la scomparsa della musica civile italiana, di cui per esempio Giovanni Lindo Ferretti è stato uno degli ultimi esponenti, possa spiegare la crisi dell’impegno civile del nostro tempo? Può spiegarlo, però è sempre difficile mettere una causa e una conseguenza in ordine così certo. Può anche essere il contrario. Noi viviamo in un Paese in cui è veramente difficile fare l’artista, nel senso di guadagnare il minimo necessario per fare l’artista. É chiaro, quindi, che tutti sono quasi sempre vittime del mercato e quasi fatalmente si mettono ad inseguirlo. Io però allargherei il discorso all’intero sistema. Siamo l’unico Paese occidentale in cui non c’è ricambio, la classe dirigente è la stessa da quarant’anni. Nella politica, nei giornali e telegiornali, nelle università, nella magistratura. Ovunque, la generazione che comanda è quella uscita dal ’68. Per cui, io farei rientrare la tua domanda proprio qui; l’esperienza della “scuola dei cantautori” è assolutamente coerente con tutto questo. Coloro che allora emersero come veri portatori di novità e di grandezza assoluta – io lo riconosco, loro sono i miei padri, come per milioni e milioni di italiani – beh, non sono stati sostituiti e sembrano insostituibili. Non c’è ricambio, e questo è un problema, anche dal punto di vista dell’impegno civile. E secondo me è coerente al sistema italiano. Poi, se qualcuno di questi facesse un disco portatore di tale bellezza come quelli che faceva trenta o quarant’anni fa, io lo riconoscerei immediatamente. Ma non mi sembra che succeda così spesso, no? Eppure, ogni volta che esce un disco di questi “giganti” schizza


La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.

Giulio “Estremo” Casale classe 1971, trevigiano di nascita e milanese d’adozione, inizia il suo percorso d’artista nel 1991, fondando il gruppo degli Estra di cui sarà leader e cantante. Tra il 1996 e il 2001, gli Estra s’impongono all’attenzione con quattro album, tra cui “Nordest Cowboys” del 1999. Nel 2003, esce il live “A conficcarsi in carne d’amore”. Nel frattempo, Casale affianca all’attività con gli Estra anche quella di scrittore, pubblicando nel 2000 la raccolta di poesie “Sullo zero”. Intrapresa definitivamente la carriera da solista, Casale si butta nel teatro, portando in scena “Polli d’allevamento”, opera di Giorgio Gaber del 1978. Il tributo al “Signor G” è testimoniato anche dal testo “Se ci fosse un uomo”, quasi un’autobiografia critica e letteraria del pensiero e dell’attività dell’artista milanese. Dal 2008 è in tour con “Formidabili quegli anni”, uno spettacolo sul ’68 tratto dall’omonimo libro di Mario Capanna, durante il quale Giulio Casale si cimenta con brani di De Andrè, Guccini, De Gregori, Tenco, Vian e altri.

subito ai primi posti in classifica, perché tutto l’assetto ormai non aspetta altro. Qual è, secondo te, una delle chiavi per scompaginare questo stato di cose? Io penso che sia importante essere alternativi non come status, ma avendo la possibilità di dichiararlo, di “essere pubblico”. Essere alternativi per me è un grande valore, ma sono i tuoi atti, le tue parole, i tuoi gesti, la tua cifra artistica ad essere alternativi, non il fatto di pubblicare con un’etichetta o una casa editrice alternativa. Nel tuo spettacolo dedicato al ’68, dici che quella non fu una vera rivoluzione in quanto non sostituì un ordine costituito con un altro. Perché? C’erano delle istanze rivoluzionarie, ma non si sono avverate. Nemmeno dieci anni dopo, quella generazione accettò tout court l’idea stessa di mercato e di consumismo, senza più voler essere proletaria. Era il ribaltamento concettuale del ’68; e in questo la critica fatta da Gaber è stata emblematica. Il ’68 doveva essere un rifiuto del sistema costituito. Dieci anni dopo erano già tutti pronti a godere dei privilegi della classe borghese. Si è rinunciato a sostituire la classe borghese, diventando esattamente simile ad essa. Però, sempre fingendo di non mischiarsi col sistema. Tu vieni dal Nordest, una terra che è stata dipinta in mille modi, anche in maniera caricaturale. Qual è il tuo racconto del Nordest? Il Nordest è tante cose. É anche Zanzotto, Cacciari, Mazzacurati, Paolini. E’ davvero molte cose, il Nordest. É sicuramente un luogo che negli ultimi quindici anni ha vissuto una straordinaria mutazione antropologica - se vogliamo la stessa di cui parlava Pasolini con toni allarmati vent’anni prima - per cui si è passati, nel giro di una generazione, da una civiltà contadina alla piccola industria, con un’apertura totale, direi quasi una resa, al mercato. Questo ha prodotto un cortocircuito che, secondo me, oggi è evidentissimo. I figli di quei padri oggi sono incapaci di gestire quel che i padri hanno lasciato. Con un disastro economico e culturale lampante. Quei padri dicevano ai loro figli: «non andare a studiare, non imparare le lingue; quello che importa è che tu sappia gestire la mia azienda». Di fatto, mi dicono che il 30-40% di queste aziende sta fallendo o è già fallita, per cui c’è anche un problema di know-how tecnico, c’è una grande questione sociale e un vuoto culturale che esplode in maniera preoccupante. E la risposta sul piano politico è sempre la stessa: ordine, disciplina, pragmatismo, spietatezza, tutti sintomi di un bisogno molto profondo di armonia, ma che si esprimono nel modo più brutale. Viene da dire che nella terra per eccellenza dell’individualismo, c’è un forte bisogno di comunità. È così? Hai ragione, c’è un grande bisogno di comunità. Ma è una comunità autoriferita, che non accetta alcuna novità al suo interno. A ciò si accompagna una contiguità a composizioni clerico-fasciste sul piano etico e dei valori. Il Nordest è un universo che continua a interessarmi e interrogarmi perché è portatore di qualcosa che non va assolutamente sottovalutato. Per esempio, tanto per citare questioni che hanno apparentemente appassionato gli italiani negli ultimi mesi, quando sento il ministro Sacconi, che è veneto, pren-

15 dere le posizioni che ha preso sul caso Englaro, lui che tra l’altro viene da una cultura laica e socialista, beh un po’ mi spavento. E mi domando se non sia proprio un fatto culturale di quel territorio. Se riassumessimo il Nordest in un’immagine? Io continuo a pensare, come già scrivevo ormai dieci anni fa in “Nordest Cowboys”, che il Nordest può essere specchio della contemporaneità, con tutte le sue contraddizioni. E non è un caso se lì, prima che altrove, l’attuale assetto socio-politico italiano ha trovato una sua collocazione molto precisa. Già nel ’94 era così. Poi, con l’avvento della Lega in diverse amministrazioni questo modello si è cristallizzato, ma già quindici anni fa eravamo dove siamo oggi. Sembra che non sia cambiato nulla; in realtà a livello di tessuto socio-economico sono cambiate molte cose nel frattempo, ma le risposte sono sempre più in quella direzione. Perché oggi, in una situazione in cui il potere sembra tornare a limitare alcune libertà fondamentali, si fatica ad immaginare un rivolgimento sociale di grande portata? Come ho detto prima, la vera emergenza democratica dell’Italia è l’illegalità. Il problema è che siamo ormai arrivati a un disastro tale, che gran parte delle persone non ha gli strumenti culturali per comprenderlo e si adegua a questo stato di cose. Io penso che ci siano diverse rivoluzioni possibili da fare. Ciò che credo è che questi cambiamenti, oggi come oggi, si possono fare solo stando dentro il sistema e dentro le istituzioni. Io sento il bisogno di parlare, di confrontarmi, di stringere mani, magari anche quelle sbagliate, e convincerle. ■


Abbiamo pensato di dedicare la prima uscita di Numerozero al tema della libertà: in quest’epoca dove la Libertà è divenuta oggetto di attenzioni morbose di quella parte politica che la usa, quasi violenta, con cadenza quotidiana, abbiamo pensato di offrirvi un giornale che nel giorno della Libertà ne recupera il valore e il significato autentico. Come avrete visto il primo numero è senza pubblicità: una scelta precisa, per dedicare ogni sforzo e ogni spazio al valore della Libertà. Sarà sempre così? Sarebbe un illusione. Bella, ma pur sempre un’illusione. Numerozero è l’informAzione, quella dinamica e che raccoglie dove gli altri non andrebbero nemmeno a seminare, dove nessuno butterebbe il naso. Nel nostro percorso vi racconteremo il territorio sotterraneo, quello che non viene a galla perché tanti hanno l’interesse di mantenere sommerso. Per far questo abbiamo inevitabilmente bisogno di Voi, sia in termini economici sia di collaborazione. A chi è interessato a collaborare, a raccontare una parte di società o di territorio che nessuno racconta, chiediamo di darci una mano, inviandoci foto, documenti, impressioni e anche presentandosi di persona. A chi vuole semplicemente leggere ciò che succede e ciò che scopriamo, chiediamo tre mani. Comprare, Abbonarsi e far abbonare a NumeroZero. La libertà non ha un costo: difenderla sì! ■

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