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IL LUPO E LA VOLPE Il territorio della Valle Brembana attraverso i racconti popolari

A cura di Michela Giupponi Disegni di Valentina Cortesi


A Valentina


INTRODUZIONE L’idea di creare un libro che raccogliesse una selezione di racconti popolari per descrivere un territorio è nata dal fatto che le fiabe, con la loro semplicità e immediatezza, colgono la vita della gente, le sue credenze, le sue paure, il suo modo di vivere il luogo che abita. Le favole contengono una loro verità essendo uno dei modi attraverso cui l’uomo entra in contatto con la realtà. Come afferma Italo Calvino, le fiabe sono vere perché sono nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi. Nel racconto popolare si manifestano con straordinaria chiarezza le caratteristiche di un territorio e come le condizioni fisiche e ambientali di quest’ultimo abbiano determinato e costituito le culture che lì si sono sviluppate; emerge un modo di vivere e pensare il territorio che, benché i cambiamenti imposti dalla modernità, persiste quasi immutato nel tempo. I racconti raccolti e selezionati sulla Valle Brembana sono un esempio di questo. La Valle Brembana è una valle che si estende a nord della provincia di Bergamo attraversata dal fiume Brembo che le da il nome. La sua conformazione fisica è fortemente influenzata dal percorso del fiume che caratterizza l’ambiente che attraversa e si inserisce nella geografia di un paesaggio eterogeneo, prevalentemente montano, stretto e di difficile accesso ancora oggi. È proprio la difficoltà di accesso, sia fisico sia tecnologico, a determinare alcune delle peculiarità di questo territorio come il forte senso di attaccamento alla terra e alle tradizioni nonché un radicato senso di appartenenza che affiora con straordinaria vitalità da ogni racconto analizzato. Le fiabe riportate sono una selezione dei numerosi racconti diffusi e tramandati da generazione a generazione, scelti a scopo esemplificativo per far emergere le principali caratte5


ristiche di questo territorio. Si tratta di otto racconti, di cui uno in dialetto, che trattano temi e situazioni disparate che hanno sempre un risvolto moralistico o perseguono un modo di comportamento. I personaggi sono principalmente creature dei boschi, maghi, streghe, folletti, diavoli e animali affiancati a uomini, donne e bambini per annullare l’effetto fantastico della fiaba e dare al racconto un senso di veridicità. Questo per garantire l’efficacia del messaggio nei destinatari, impressionarli e evocare delle immagini in grado di influenzare il loro modo di agire secondo la morale emersa dal racconto. Ogni storia è localizzata spazialmente, si identifica con un luogo specifico, ma contemporaneamente sono racconti che si adattano a tutto il territorio perché propongono valori in cui gran parte della comunità può riconoscersi. Ciò che emerge è la religiosità profonda che spesso sfocia in una sorta di paganesimo popolato da figure misteriose, dove prevale la componente paurosa del rapporto con la divinità; l’influenza dell’ambiente montano sulle attività e il modo di vivere delle persone che lo abitano dove il bosco da ed è la principale fonte di vita; la paura della modernità e della diversità e di ciò che si distanzia dai valori e dal modo di vivere riconosciuti dalla comunità; il rispetto per le tradizioni; l’umiltà, la correttezza e il senso del dovere di chi abita la valle così come il ligio rispetto delle regole e l’ubbidienza cieca e fiduciosa al prete, alla famiglia e gli anziani. I racconti parlano di bambine disubbidienti e vanitose punite dal diavolo, di draghi spaventosi che infestano i pascoli di montagna, di contadini coraggiosi che combattono con l’astuzia le streghe e gli orchi, di matrigne cattive punite per la loro malvagità, di diavoli e preti esorcisti, di poveri pastori troppo pigri per partecipare alla messa domenicale castigati per la loro indolenza. Il lavoro è stato svolto insieme a Valentina, una bambina di otto anni che vive e va a scuola in Valle Brembana. La scelta di lavorare con Valentina, che ha fatto tutti i disegni presenti nel libro, è dovuta alla volontà di instaurare un dialogo con una generazione a cui spesso non 6


vengono più narrati questi racconti, ma di cui ne subiscono l’influenza quotidianamente per il solo fatto di vivere e crescere in quel territorio. Si tratta di un lavoro di confronto e analisi che mi ha permesso di accrescere la consapevolezza per il territorio in cui vivo, e permettere a qualcun altro di scoprire e conoscere meglio le proprie radici attraverso la fantasia e il gioco. Alla fine di ogni racconto è presente una scheda di approfondimento al testo, in cui il lettore è chiamato all’analisi del racconto e, di conseguenza, a una riflessione sugli elementi caratterizzanti la vicenda narrata con particolare attenzione a quelli relativi al territorio in cui si svolge. La scheda è perciò suddivisa in diversi campi volti a far emergere gli aspetti principali del racconto e la stretta interconnessione con l’ambiente che li ha generati. Si tratta di 12 campi così suddivisi: ambiente in cui si svolge la vicenda (cittadino, contadino) e indizi che lo rivelano, dove si svolge il racconto, descrizione del luogo, elementi caratterizzanti il luogo, localizzazione (è vicino a, nel comune di, etc…), presenza di parole in dialetto e loro significato, personaggi, descrizione dei personaggi, probabile narratore del racconto, probabili destinatari del racconto, messaggio che si ricava dal racconto, commento al messaggio. Gli ultimi due campi sono stati inseriti per permettere al lettore di sviluppare un pensiero critico nei confronti della morale ricavata dal racconto, per capire meglio il territorio che l’ha generato e per mettersi in gioco nel cercare di analizzare ciò che ha appena letto. Ogni storia, infatti, racchiude un mondo a sé che raccoglie interminabili spunti per una descrizione sempre più complessa e raffinata del territorio in questione.

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La Valle Bembana

San Simone

Passo San Marco Mezzoldo

Foppolo Carona

Cusio

Valleve Santa Brigida

Piazzatorre

Averara Isola di Fondra

Ornica

Valtorta

Cassiglio

Piazzolo Olmo al Brembo

Branzi Roncobello

Piazza Brembana

Moio de’ Calvi Valnegra

Vedeseta

Camerata Cornello

Taleggio

Lenna

Oltre il Colle

Dossena Valsassina

San Giovanni Bianco

Gerosa

Serina

San Pellegrino Terme

Biello Brembilla

Algua

Costa Serina

Zogno Bracca

Ubiale Clanezzo Sedrina

Villa d’Almè

Bergamo

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Cornalba


Il drago di Santa Brigida

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Vicino alla distesa del Filone, sulla montagna di fronte a Santa Brigida, si apre una

grande e profonda grotta. Gli abitanti del paese la chiamano B端sa e assicurano che una volta era la casa di uno mostro alquanto bizzarro e pauroso. Il mostro aveva le fattezze di un drago con il dorso bitorzoluto coperto di squame giallastre, ma con due enormi ali di pipistrello, quattro zampe corte e tozze che terminavano con robusti artigli, utili per 11


catturare le prede e una lunga coda a punta. Sulla testa larga e piatta aveva una cresta fatta di scaglie e di lunghe piume blu. La bocca era enorme con dei grossi denti appuntiti e dentro la rossa lingua biforcuta nascondeva un diamante scintillante. Tutte le mattine, alle prime luci dell’alba, usciva dal suo nascondiglio accompagnato da acutissimi sibili e da una scia rossastra che infiammava di luce tutti i prati ai piedi della montagna. Ogni volta che il mostro usciva allo scoperto, i montanari che vivevano nelle contrade e nelle baite dei dintorni erano terrorizzati: i bambini si barricavano nelle case, le donne pregvano e gli uomini più coraggiosi imbracciavano il fucile credendo di potersi difendere dal drago. Gli animali si agitavano: i cani iniziavano a guaire, le mucche facevano risuonare i loro campanacci e riempivano la vallata di muggiti disperati e le pecore belavano lamentosamente e ripetutamente. Il bosco diventava vecchio in un istante: gli alberi perdevano le loro chiome che cadevano a terra rinsecchite. “È arrivato anche quest’anno, puntuale come ogni estate, per rovinarci l’esistenza”, lamentavano i vecchi contadini alla vista del mostro che ogni anno, all’inizio dell’estate, usciva dal suo letargo e volava

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sopra tutta la vallata invasa dai continui rintocchi delle campane della chiesa di Santa Brigida che segnalavano la sua presenza. Il mostro, non si curava affatto dei problemi che causava tra i montanari dedicandosi indisturbato alla caccia. Planava sopra i boschi di Cassiglio, di Ornica, risalendo la Val d’Inferno e puntando poi verso i piani dell’Avaro, i laghi di Ponteranica, le malghe della Ca’ San Marco fino alle Torcole. Quando catturava la preda, un camoscio, un capriolo, un vitello o un agnello, se la portava nella tana dove se la sarebbe divorata in tutta tranquillità. Per qualche settimana il drago era il padrone dell’Alta Valle Brembana e vagava tutto il giorno da una montagna all’altra allegro e felice. Felicità che durava poco, perché il drago era insofferente al caldo che gli causava un prurito insopportabile su tutto il corpo. Per grattarsi usava freneticamente gli artigli e in preda alla disperazione faceva ampie evoluzioni nel cielo, tra lamenti e fischi, agitando le poderose ali e cercando un po’ di fresco nelle acque dei laghi di Ponteranica. Finita la cura ritornava nel suo rifugio del Filone. Così passava l’estate fino a quando i primi freddi lo riportavano in letargo fino all’anno successivo. Il drago, però, non era del tutto cattivo: cacciava gli animali e le persone

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solo per placare la sua enorme fame. I disagi più grandi li causava ai mandriani e ai pastori a cui razziava gli animali per divorarli o lasciava a secco, dopo una delle sue enormi bevute, le pozze alpine e i torrenti che servivano per dissetare il bestiame e muovere le pale dei mulini. Per cercare di porre fine a quel tormento e per impossessarsi dell’enorme diamante incastonato nella sua lingua biforcuta, alcuni cacciatori di Santa Brigida e dei paesi vicini tentarono di catturarlo. La caccia consisteva nel piazzare una grossa fune d’acciaio, di quelle che usavano i boscaioli per trasportare il legname, davanti alla caverna per agganciarlo in modo che non potesse più liberarsi. Ogni volta però il laccio veniva fatto a pezzi. Un giorno un certo Bulgher, che abitava nella cascina dei Pichècc, nelle vicinanze di Cassiglio, progettò di rubare il diamante del drago. Il Bulgher sapeva che ogni notte, prima di andare a dormire, il drago, metteva il gioiello dentro un faggio secolare vicino alla grotta, così si appostò zitto zitto fuori dalla tana in attesa che il drago si addormentasse per impossessarsi del diamante. Per un attimo riuscì ad averlo tra le mani, solo per poco però, perché il drago, avvertita la presenza di un estraneo iniziò ad agitarsi, grugnendo e sradicando gli alberi intorno alla grotta.

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Il Bulgher era riuscito a nascondersi e per sua fortuna il drago non lo notò perché aveva ritrovato il suo diamante. Il malcapitato rimase nascosto tutta la notte nell’albero e ne uscì solo il giorno dopo, quando il drago se ne era ormai andato. Tornato a casa si guardò allo specchio e si accorse che per lo spavento i suoi capelli erano diventati tutti bianchi! Una sorte peggiore toccò invece a un tale di nome Ventura che si credeva un uomo forte e coraggioso e un cacciatore infallibile. Un giorno progettò di uccidere la bestia con il suo trombone, raggiunse il bosco e attese il drago, che arrivò mentre imperversava un violento temporale. Tra i lampi e i tuoni, il Ventura se lo vide comparire davanti improvvisamente, cercò di far fuoco, ma il fucile gli scoppiò tra le mani. Il drago gli si avventò contro e lo sbranò, lasciando per terra solo la testa, che fu trovata con gli occhi sbarrati e la bocca digrignata. Quella notte anche il dragò sparì e di lui si persero le tracce. Si racconta però che per molti anni i mandriani, che portavano gli animali a pascolare nel territorio del drago, di notte sentivano i lamenti delle vittime del mostro. Si decise allora di far salire lassù il parroco per far benedire il luogo. I pianti si sentirono per lungo tempo e ancora oggi

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qualcuno assicura che, in certe notti di luna piena, si possono udire ancora questi lamenti, provenienti da un mondo lontano. Fine

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Per Approfondire Ambiente in cui si svolge la vicenda (cittadino, contadino); indizi che lo rivelano

Dove si svolge il racconto

Descrizione del luogo

Elementi caratterizzanti il luogo

Localizzazione (è vicino a, nel comune di, ecc‌)

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Presenza di parole in dialetto e loro significato Personaggi

Descrizione dei personaggi

Probabile narratore del racconto

Probabili destinatari del racconto

Messaggio che si ricava dal racconto

Commento al messaggio 18


La baita del diavolo

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In Val d’Inferno non poteva mancare la baita del Diavolo.

Tanto tempo fa due pastori di Ornica, come tutti i giorni, salirono in Val d’Inferno per portare al pascolo il gregge. Mentre le pecore brucavano i due bambini, per distrarsi un po’, si misero a giocare. Persero così la cognizione del tempo e non si accorsero che gli animali si erano spostati in cerca di erba più buona e fiori più profumati. 21


Le pecore avevano risalito la montagna fino alla “Sfinge”, un’imponente roccia dalle sembianze umane che dominava l’intera valle. Era ormai sera e i due ragazzi dovevano recuperare le pecore prima di tornare a casa, così si incamminarono su per la montagna. Il sentiero era ripido e faticoso, avvistato il gregge si fermarono per riposare su un grande masso da cui videro, sull’altro versante della valle, un sottile filo di fumo uscire dal camino di una baita diroccata. I due fratelli, incuriositi, decisero di andare a vedere chi abitasse in quella vecchia baita, e siccome erano affamati, pensarono che stessero preparando la polenta: ne avrebbero approfittato per chiederne una fetta e fare un bel chisöl abbrustolito sulla brace. Si avvicinarono di corsa alla baita, prima di bussare però si fermarono davanti alla finestra per sbirciare cosa stessero facendo i proprietari, ma quello che videro non era ciò che si aspettavano. Di colpo la fame passò e iniziarono a tremare. Accanto al camino acceso c’era un omino magro, dalla lunga barba bianca, completamente calvo che mescolava qualcosa dentro a un grande pentolone di rame tutto sporco di caligine. Il paiolo però non conteneva la polenta, ma numerose monete d’oro!

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Ogni tanto smetteva di mescolare per tagliare delle piccole bacchette di ferro da aggiungere al contenuto del paiolo. “Starà trasformando il ferro in monete d’oro?” - si chiesero i bambini spaventati - “Solo il Diavolo può fare una cosa del genere!”. Ben presto si accorsero che avevano indovinato, infatti, scoprirono che il vecchio al posto dei piedi aveva due grossi zoccoli bovini: era proprio il Diavolo in persona! Senza voltarsi i due ragazzi iniziarono a correre e si precipitarono verso le baite del fondovalle per avvisare tutti quelli che incontravano della loro scoperta. In fretta gli abitanti del paese organizzarono una spedizione per salire fino alla baita per verificare il racconto dei ragazzi. Trovarono la baita vuota, ma il camino bruciava ancora, cosa che indicava che lì dentro si era lavorato parecchio e che i due pastorelli avevano ragione. Da quel giorno quel luogo divenne per tutti la “baita del Diavolo”. Fine

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Per Approfondire Ambiente in cui si svolge la vicenda (cittadino, contadino); indizi che lo rivelano

Dove si svolge il racconto

Descrizione del luogo

Elementi caratterizzanti il luogo

Localizzazione (è vicino a, nel comune di, ecc‌)

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Presenza di parole in dialetto e loro significato Personaggi

Descrizione dei personaggi

Probabile narratore del racconto

Probabili destinatari del racconto

Messaggio che si ricava dal racconto

Commento al messaggio 25


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La madrégna castigàda

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Viveva in un paese della Valle Brembana un povero vedovo, con due figli piccoli a cui voleva

molto bene. Da tempo aveva pensato di risposarsi, per poter educare meglio i figli e per poter accudire bene la casa. Un giorno incontrò in un paese vicino, durante una delle tante feste patronali, una vedova che aveva due figli, un maschio e una femmina, proprio come i suoi. La donna non era molto bella: era alta, secca, con un lungo naso aquilino e i capelli neri 29


come la pece; aveva anche un brutto carattere, era invidiosa, cattiva e morbosamente attaccata ai suoi figli che difendeva e proteggeva sempre. Spinto dalla necessità, il povero uomo, le fece la proposta di matrimonio. Lei l’accettò al volo e si sposarono. Lui la trattava come una regina, non le faceva mancare nulla e accontentava ogni suo desiderio e quello dei figli, ma lei non ricambiava queste attenzioni con l’affetto che meritavano, era sempre molto fredda, soprattutto con i figliastri, anche se di fronte al marito si sforzava di apparire gentile. Quando l’uomo usciva per andare a lavorare, si mostrava in tutta la sua cattiveria e a pagarne le conseguenze erano proprio i suoi figliastri: Giulia e Giovannino. I due bambini dovevano subire ogni sorta di angherie. La matrigna li lasciava senza cibo, li picchiava, li mandava nel bosco a fare la legna al freddo e al buio e li obbligava a pulire la casa, mentre i suoi figli erano viziati e coccolati. Quando il marito tornava a casa, la moglie si lagnava in continuazione contro i figli dell’uomo, accusandoli di essere cattivi e irrispettosi e chiedendo di punirli e lui, per mostrare la sua autorità, non mancava di sgridarli e li mandava a letto senza cena.

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Purtroppo i due bambini non si liberavano della matrigna nemmeno di notte! La donna gli appariva sempre più spesso in sogno sotto le sembianze di un animale cattivo: una volta era un cagnaccio rabbioso, un’altra volta un gatto dagli occhi fiammeggianti, oppure una cornacchia o una capra sbrégiola che mangiava i loro piedi rattrappiti dal freddo. I bambini erano sempre più spaventati e non avevano il coraggio di raccontare le malefatte della matrigna al babbo per paura di non essere creduti. Un giorno erano nel bosco per raccogliere la legna, e videro una tribulina, si avvicinarono e pregarono la Madonna chiedendo di essere liberati dalla matrigna cattiva. A un certo punto parve loro che la Madonna li guardasse sorridendo, come se volesse confortarli e assicurare la sua protezione. Più sereni e fiduciosi, i due bambini tornarono a casa. Come al solito ad attenderli c’era la matrigna. Li rimproverò per aver fatto tardi e andarono a letto senza cena un’altra volta. Durante la notte, i brutti sogni tornarono. Questa volta la matrigna era un grosso cane nero dai denti aguzzi che gli abbaiava contro a più non posso. L’animale, per non si sa quale prodigio, uscì dal sogno e divenne vero. Stava per attaccare i due bambini, quando il papà, spaventatosi dai

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rumori che provenivano dalla stanza dei figli, accorse e iniziò a bastonare il pauroso cagnaccio. Picchia e picchia, a un certo punto si accorse che al posto del terribile cane c’era la moglie che urlava di dolore e chiedeva pietà, confessando tutte le cattiverie fatte subire a Giulia e Giovannino. Chiarita una volta per tutte la vicenda, la matrigna cattiva e i suoi due figli furono cacciati di casa, mentre Giulia e Giovannino restarono a vivere accanto al papà e, divenuti grandi, lo aiutarono nei lavori di casa e nella campagna, felici di aver finalmente trovato la serenità. Fine

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Quale potrebbe essere il luogo della vicenda

Descrizione del luogo

Elementi caratterizzanti il luogo

Localizzazione (è vicino a, nel comune di, ecc‌)

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Presenza di parole in dialetto e loro significato Personaggi

Descrizione dei personaggi

Probabile narratore del racconto

Probabili destinatari del racconto

Messaggio che si ricava dal racconto

Commento al messaggio 34


La casa degli spiriti

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Nei pressi di non si sa bene quale paesino della Valle Brembana c’era una volta una vec-

chia casupola che sorgeva isolata al centro di una radura, vicina a un folto bosco di faggi. Era una casa abbandonata, vecchia e in decadenza. Da molti anni non ci abitava piĂš nessuno e nessuno era interessato ad abitarci. Si diceva infatti, che fosse infestata dai fantasmi! Si facevano vedere solo di notte e ne combinavano di tutti i colori. 37


Avevano terrorizzato tutti i proprietari che erano passati di lì che, nel giro di poco tempo, avevano lasciato di corsa la casa per andare all’estero in cerca di fortuna e di una casa più tranquilla. La faccenda era ben nota agli abitanti delle contrade vicine, perché l’avevano sentita raccontare dagli anziani i quali dicevano di aver conosciuto di persona i protagonisti della storia. Qualcuno, si racconta, aveva anche provato ad entrare in quella casa, ma se n’era presto dovuto scappare spaventato da quello che aveva visto. Con il passare del tempo la casa era stata dimenticata da tutti. Un giorno una squadra di boscaioli arrivò in quella zona per tagliare i bei faggi che sorgevano lì intorno, nessuno di loro, però, era a conoscenza dei terribili segreti che quel luogo nascondeva. Si misero subito al lavoro e per tutta la giornata abbatterono alberi e accatastarono i tronchi vicino alla vecchia casa. Durante la sosta per il pranzo, qualcuno si avventurò all’interno dell’abitazione e, accerta toso che non era abitata, decisero che quella doveva essere la loro dimora per la notte così non avrebbero costruito la solita angusta e scomoda baracca. Si fece sera e i taglialegna, stanchi e affamati entrarono nella casa per preparare la cena e andare a dormire.

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L’abitazione non era molto accogliente, c’erano ovunque topi, polvere e ragnatele. Presero una scopa che se ne stava abbandonata in un angolo, fecero pulizia e accesero il fuoco nel camino nero di fuliggine. Prepararono la polenta, la divisero e si fecero un chisöl da abbrustolire sulla brace, mangiarono in silenzio, accompagnando la polenta a ciotole di vino nero. Poi, attraverso una scala sgangherata, salirono al piano superiore per riposare ma, non poterono chiudere gli occhi perché sentirono strani rumori. All’improvviso la casa si animò. Il portone iniziò a cigolare e si udirono dei passi salire le scale. I boscaioli spaesati si guardarono stupiti cercando di capire cosa stesse succedendo. Ad un tratto furono circondati da corpi pallidi e diafani che correvano ovunque, facendo un baccano tremendo tra lamenti, urla, pianti, risate e bestemmie: stavano distruggendo la casa! Tutto nel giro di poco tempo sarebbe caduto a pezzi. I boscaioli, ripresisi dallo stupore, cercarono di fermare gli strani personaggi, ma si accorsero ben presto che erano fantasmi: le loro braccia erano gelide e non potevano essere afferrate. Così i demolitori poterono continuare indisturbati la loro opera e ai boscaioli non restò che fuggire da quelloche restava della casa per cercare scampo nel bosco.

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In preda allo spavento, trascorsero la notte nel bosco cercando di capire cosa era accaduto. La mattina successiva, presero coraggio ed andarono a vedere se quello che avevano vissuto la notte precedente era accaduto davvero. Li attendeva una sorpresa: la casa era ancora lÏ, tutta intera! Era forse stato un sogno? Parlando con la gente del posto capirono che non era stata un’allucinazione: la casa infatti ogni notte veniva abbattuta per riapparire intatta la mattina successiva. Tutto per effetto degli spiriti che, spinti da chissà quale forza misteriosa, demolivano ogni notte la casa che risorgeva puntualmente il giorno dopo.

Fine

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Per Approfondire Ambiente in cui si svolge la vicenda (cittadino, contadino); indizi che lo rivelano

Quale potrebbe essere il luogo della vicenda

Descrizione del luogo

Elementi caratterizzanti il luogo

Possibile localizzazione (è vicino a, nel comune di, ecc‌)

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Descrizione dei personaggi

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Probabili destinatari del racconto

Messaggio che si ricava dal racconto

Commento al messaggio 42


Una messa sacrilega in Val Vedra

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Nella

Val Vedra, nel comune di Oltre il Colle, si racconta dell’esistenza di un’area sulla quale è impossibile far pascolare le mandrie o le greggi, un’area stregata, che tiene lontani gli animali, come se fossero respinti da una forza oscura e misteriosa. La ragione deriva da un atto sacrilego commesso tanti anni fa da un mandriano. La vita degli alpeggiatori è monotona e ripetitiva: la mattina sveglia all’alba per andare 45


al lavoro, la sera non si rientra mai alla baita. Quand piove diventa ancora tutto più tedioso e anche terrificante: i temporali fanno paura, i lampi e i tuoni sono vicini, il vento sembra squarciare il tetto della baita e spesso cade anche la grandine. Sempre lo stesso lavoro da giugno a settembre. Per tutti gli adulti c’era un dovere sacrosanto: quello di andare ogni domenica al paese più vicino per assistere alla messa. Non si poteva trasgredire. Era un impegno che costringeva a levatacce per scendere a valle e risalire dopo qualche ora in tempo per iniziare la giornata in alpeggio. Fu così che, un certo giorno, un mandriano che non ne poteva più delle continue discese e risalite domenicali pensò di sostituirsi al parroco e di celebrare lui stesso la messa, convincendo gli altri mandriani a partecipare. Costruì un altare di sassi, prese una tazza di latte al posto del vin santo e indossò come paramenti alcune coperte tutte rotte e iniziò a celebrare la messa. Scimmiottava i riti e storpiava le preghiere in latino, cercando di imitare al meglio i canti liturgici e facendo addirittura la predica. Mentre il mandriano sacrilego iniziò a pronunciare la consacrazione, l’aria fu squarciata da un tuono spaventosoe da nuvoloni neri che oscurarono il cielo. Sotto i piedi dei partecipanti alla messa si spalancò una profonda voragine che inghiottì l’altare e tutti i presenti, tra urla spaventose.

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Le fiamme dell’Inferno sfiorarono per un attimo l’abisso, che in breve si richiuse lasciando la valle deserta e silenziosa. Ancora oggi c’è qualche mandriano o cacciatore che di tanto in tanto, passando da quelle parti, racconta di sentire l’eco delle voci supplicanti degli alpeggiatori inghiottiti dalla voragine e corre ad avvertire il prete perché salga a benedire la vallata. Fine

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Per Approfondire Ambiente in cui si svolge la vicenda (cittadino, contadino); indizi che lo rivelano

Dove si svolge il racconto

Descrizione del luogo

Elementi caratterizzanti il luogo

Localizzazione (è vicino a, nel comune di, ecc‌)

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Presenza di parole in dialetto e loro significato Personaggi

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Probabile narratore del racconto

Probabili destinatari del racconto

Messaggio che si ricava dal racconto

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La Caterina Mal端bidienta

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‘L gh’era öna ölta, zò ‘n Cünfi, öna tusèta che la übidìa mai àla sò mama, la ga idàa mai a fa i mestér ma la passàa ol so tép a pènnàs e ardàs ed dè spècc. La so mama la ga disia semper: «Caterina, arda che ‘l ta comparésèrà ol Dìaol!». Öna nòcc ol Diàol l’è rià dèl bù, l’è ‘nda a la cad è sta famèa, l’à met’ öna scala sota la finestra dèla tusa catìa e l’à cumincià a ciamàla: «Caterina, Caterina, sò che ‘n funt a’ scale, 53


con sa öna caàgna e ü pèchènù dè fèr; ègne a pènnàt!». La Caterina la sét a ciamà e la sa mèt dré a usà: «Mama, mama, sintì, sintì!» La mama la ga respunt: «Dörma, dörma che t’é mai dörmì!» Ol Diàol el dis: «Arda che so al prim basèl!» «Mama, mama, sintì, sintì!» «Dörma, dörma che t’é mai dörmì!» «Arda che so al segùnd basèl!» «Mama, mama, sintì, sintì!» «Dörma, dörma che t’é mai dörmì!» «Arda che so al tèrs basèl!» «Mama, mama, sintì, sintì!» «Dörma, dörma che t’é mai dörmì!» ‘Nféna che l’è rià ‘nséma àla scala. «Caterina, arda che so a l’ültèm basèl!» «Mama, mama, sintì, sintì!»

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«Dörma, dörma che t’é mai dörmì!» «Arda che so dré la finestra!» «Mama, mama, sintì, sintì!» «Dörma, dörma che t’é mai dörmì!» «Arda che so ‘n dè camera!» «Mama, mama, sintì, sintì!» «Dörma, dörma che t’é mai dörmì!» «Arda che so ai pé dèl lècc!» «Mama, mama, sintì, sintì!» «Dörma, dörma che t’é mai dörmì!» «Arda che ta branche!» «Mama…!» Ma ‘l Diàol ‘l l’a brancàda e ‘l s’è metì dré a pènnàla, col so pèchènù dè fèr. ‘L ga strèpàa fò i caèi dèla cràpa e ‘l la fàa ‘ndà töta a sanc. La Caterina la pianzia e la usàa: «Basta, basta, per carità!». Ma ‘l Diàol el grègnàa e ‘l ga respundìa: «Pèle, pèle e tro ‘n dè caàgna». El sèghetàa a pènnàla, ‘nféna che l’a’ ‘mpiénì la caàgna e po’ ‘l n’è ‘ndà.

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La Caterina l’è restàda sensa gnà ü caèl, còla cràpa töta piéna dè sanc. La so mama, quande che la l’a ésta, la gh’a décc: «Adès, forse, ta desmèteré dè pènnàt e ta ma daré öna mà a fa i mestér». La Caterina l’a cumincià a fa la bràa, ma ormai l’era bröta e piö nigü i ga ardàa. Fine

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Per Approfondire Ambiente in cui si svolge la vicenda (cittadino, contadino); indizi che lo rivelano

Dove si svolge il racconto

Descrizione del luogo

Elementi caratterizzanti il luogo

Localizzazione (è vicino a, nel comune di, ecc‌)

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Parole in dialetto che ti hanno incuriosito maggiormente Personaggi

Descrizione dei personaggi

Probabile narratore del racconto

Probabili destinatari del racconto

Messaggio che si ricava dal racconto

Commento al messaggio 58


Il lupo e la volpe

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C’erano una volta un lupo e una volpe che vagavano affamati in cerca di qualcosa

da mettere sotto i denti. Per quanto si affannassero, non riuscivano a trovare proprio niente perchÊ tutte le case dei contadini erano chiuse e i pollai e gli ovili ben custoditi da grossi cani da guardia. Un giorno la volpe ebbe un’idea geniale. Disse al lupo che dovevano muoversi di domenica se volevano trovare latte e panna in abbondanza. 61


Il lupo, che era un po’ tonto, non aveva proprio capito: «perché la domenica?» Disse alla volpe. «Ma è ovvio! La domenica i contadini, dopo aver munto le mucche mettono i recipienti con la panna in un angolo della stalla e, prima di fare il formaggio, scendono in paese per andare a messa. Noi approfittiamo della loro assenza per entrare in una stalla e bere tutta la panna che vogliamo!». Al lupo fu tutto chiaro, e la domenica misero in atto il piano della volpe. Scelta la stalla, trovarono una stretta finestrella da cui entrare. Il lupo rimase di guardia e la volpe entrò a cercare il cibo. Trovò una piccola ramina lasciata vuota dai contadini, la riempì di panna e la mise da parte, poi raccolse tutto il latte in un grosso recipiente e chiamò il lupo. Il lupo, affamato e ingolosito da tutto quel latte, iniziò a bere avidamente mentre la volpe sorseggiava pian piano la panna messa nella piccola ramina e ogni tanto andava alla finestrella per controllare che la sua pancia non fosse troppo gonfia da non poter più passare dal buco, dicendo invece al lupo che andava a controllare l’arrivo dei bergamini. Ad un certo punto la volpe gridò: «stanno arrivando, scappiamo!» e uscì passando agilmente dalla piccola finestra. Quando fu il turno del lupo, il suo pancione era diventato così gonfio da impedirgli di uscire.

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Spingeva, spingeva, ma non riusciva a passare e si incastrò. Quando i contadini arrivarono, trovandolo bloccato tra la stalla e la finestra, gli diedero un sacco di bastonate e lo gettarono sul letamaio tutto rotto e ammaccato. La volpe era riuscita a mettersi in salvo e si era nascosta dietro un cespuglio finendo di bere la panna dalla ramina. Sazia e soddisfatta, andò a cercare il lupo. Lo vide tutto rotto che cercava di alzarsi e andare via. La volpe, che non voleva essere scoperta dal lupo, si sporcò di terra e more, spettinò il suo pelo rosso e si avvicinò all’amico piagnucolando e zoppicando. Il lupo quando la vide le chiese se anche a lei i contadini le avevano date di santa ragione, la volpe, che era una furbona, rispose lamentosamente che l’avevano conciata per le feste tanto che non riusciva a camminare. L’amico impietositosi, ma altrettanto malandato, se la caricò sulle spalle. Camminò a lungo con la volpe in groppa che canticchiava: «Ol malà ‘l porta ‘l sa, ol malà ‘l porta ‘l sa».

Il lupo non riusciva a capire cosa la volpe stesse borbottando e questa ridendo sotto i baffi continuava con la sua canzonetta:

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«Ol malà ‘l porta ‘l sa, ol malà ‘l porta ‘l sa». Ad un certo puntò il lupo capì! Si disse: “te la faccio vedere io ora cara volpe! Pensavi proprio di farmi fesso, eh?!”. La lasciò fare per un po’, arrivò vicino a un dirupo e le disse: «Ora voglio vedere se canterai ancora quella canzoncina», e la fece rotolare giù. La volpe si fece male davvero e il lupo zoppicando continuò per la sua strada. Fine

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Per Approfondire Ambiente in cui si svolge la vicenda (cittadino, contadino); indizi che lo rivelano

Quale potrebbe essere il luogo della vicenda

Descrizione del luogo

Elementi caratterizzanti il luogo

Localizzazione (è vicino a, nel comune di, ecc‌)

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Presenza di parole in dialetto e loro significato Personaggi

Descrizione dei personaggi

Probabile narratore del racconto

Probabili destinatari del racconto

Messaggio che si ricava dal racconto

Commento al messaggio 66


La maga che rapiva i bambini

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C’era una volta una maga che abitava in una grotta nelle foreste della valle di Poscante.

Era sempre vestita di nero, portava un paio di vecchi stivali deformi e in testa un cappellaccio nero che finiva con una punta color argento. Se ne andava in giro durante le notti stellate tra i casolari sparsi lungo i pendii della valle, tenendo sulla spalla destra un grande sacco. Vagava di notte alla ricerca di bambini piccoli da mettere nel sacco e portare via. 69


Questa fu la scoperta che fece un contadino del posto, una sera più stellata del solito. Il contadino avvistò la maga mentre si aggirava attorno alle case con il sacco sulle spalle da cui provenivano i pianti di un bambino che chiamava la mamma e il papà. Nascosto dietro a un muretto, vide la maga entrare nel bosco e decise di seguirla fino al suo nascondiglio. La maga abitava in una grotta tetra e fredda in fondo alla valle con un grosso e brutto mago. Ovunque erano appese delle grosse gabbie e un grande camino di sassi lavorava a più non posso sputando fuoco ininterrottamente. Appena la maga fu entrata nella grotta, il suo compagno l’accolse con forti risa di gioia e le disse: «Sete udùr de carne de cristiani, o ghe n’è, o che ghe n’è sta, o che ghe n’sarà!». «Sé che ghe n’è, e ndomà ma la farà rösté ‘n del padelì!». Il contadino, spaventato, si agitò e mosse la siepe, i due brutti maghi si accorsero di lui e, con quattro poderosi salti, lo acchiapparono, lo legarono e lo gettarono in fondo alla grotta. La maga continuò le sue spedizioni tornando sempre alla grotta con il sacco pieno. E così, giorno dopo giorno, notte dopo notte, la grotta divenne sempre più abitata da bambini portati via dai loro letti.

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I bambini venivano chiusi nelle gabbie, come polli all’ingrasso, e sulle spalle erano rivestiti da una coperta piena di campanellini che servivano ad avvisare i due brutti maghi se cercavano di fuggire. Un giorno, quando sembrava vicino che il primo bambino fosse pronto per essere mangiato, il contadino riuscì a liberarsi dai lacci che lo immobilizzavano e, mentre i due maghi ronfavano alla grande, escogitò un piano per liberare i piccoli prigionieri. Si tolse la camicia e la fece in piccole striscioline che infilò nei campanellini perché non suonassero, poi tagliò le sbarre delle gabbie, consentendo ai bambini di scappare. Aiutati dal contadino raggiunsero la valle e il paese, dove corsero dritti nelle braccia di mamma e papà. I paesani, saputo dell’accaduto, organizzarono una caccia al mago e alla maga, ma quando raggiunsero la grotta in fondo alla valle, la trovarono del tutto disabitata: i brutti maghi erano scappati alla ricerca di un altro paese in cui trovare carne fresca da mangiare. Fine

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Per Approfondire Ambiente in cui si svolge la vicenda (cittadino, contadino); indizi che lo rivelano

Dove si svolge il racconto

Descrizione del luogo

Elementi caratterizzanti il luogo

Localizzazione (è vicino a, nel comune di, ecc‌)

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Presenza di parole in dialetto e loro significato Personaggi

Descrizione dei personaggi

Probabile narratore del racconto

Probabili destinatari del racconto

Messaggio che si ricava dal racconto

Commento al messaggio 73


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PER CONCLUDERE… qualche suggerimento Prova a guardare intorno a te e a registrare quello che vedi, anche la cosa più banale, non dare niente per scontato perché potresti scoprire particolari di cui non ti eri mai accorto prima. Esamina gli oggetti, scopri l’origine delle cose, fa attenzione alle storie che si nascondono intorno a te, drizza le antenne quando senti strane parole in dialetto, instaura un dialogo personale con il tuo ambiente. Tutto è interessante. Guarda più da vicino. Non dare niente per scontato, ogni volta potresti conoscere cose nuove sul territorio che ti circonda. Ora tocca a te. La tua missione è esplorare.

“non smetteremo di esplorare e alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza e conosceremo quel luogo per la prima volta”. T.S. Eliot, “Quattro quartetti” 75


Fine

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BIBLIOGRAFIA Tarcisio Bottani, Wanda Taufer, Racconti popolari brembani, Bergamo, ComunitĂ  Montana Valle Brembana, 2001. Wanda Taufer, Tarcisio Bottani, Leggende bergamasche illustrate, Bergamo, Corponove, 2010. Wanda Taufer, Tarcisio Bottani, Storie e leggende della bergamasca, Clusone, Ferrari, 2002. Umberto Zanetti, Leggende di Val Brembana, Bergamo, Edizioni Bolis, 2003.

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INDICE Introduzione

5

Il Drago di Santa Brigida

9

La baita del diavolo

19

La madrégna castigàda

27

La casa degli spiriti

35

Una messa sacrilega in Val Vedra

43

La Caterina Malübidienta

51

Il lupo e la volpe

59

La maga che rapiva i bambini

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Per concludere...

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Bibliografia

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A cura di Michela Giupponi Disegni di Valentina Cortesi Un ringraziamento particolare a Marco Mazzola


Il lupo e la volpe con abbondanze definitivo