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19 marzo 2011 08

una lente per decifrare uno spazio per affrontare e riprodurre un riflesso imperfetto dell’umanitĂ


NUB NUB è un’Associazione Culturale no-profit rivolta alla promozione della ricerca artistica contemporanea e alla produzione culturale NUB è espressione e confronto, corpo e mente NUB è un progetto alterato in continua mutazione NUB è un luogo indipendente e autofinanziato

WHY? NUB nasce dalla volontà di uscire dalla sterilità degli schemi culturali attuali, per riappropiarsi di un modo di intendere la cultura che non sia solo il proporre singoli eventi (fini a se stessi) o aprire nuovi spazi (che finiscono col restare vuoti) ma che si configuri come un concreto tentativo di dare vita ad una ricerca atta a coltivare un terreno -arido di contenuti- dove attraverso l’analisi di situazioni performative, laboratoriali o di scambio intellettuale far nascere una reale consapevolezza di appartenenza al presente. HOW? La scelta -obbligata- dell’ autofinanziamento diviene mezzo per rimanere indipendenti da logiche istituzionali e commerciali. Le attività e le iniziative proposte verranno finanziate direttamente dal pubblico attraverso un contributo che servirà solo ed esclusivamente per sostenere le spese e coprire i cachét degli artisti o degli ospiti invitati, ai quali sarà chiesto di rispettare e condividere la filosofia di NUB.


Francesco Giomi

Francesco Giomi è compositore e regista del suono, ha sviluppato una lunga esperienza nel campo della musica di ricerca e dei suoi rapporti con le altre arti. Compone

primariamente

opere

legate

all’impiego delle nuove tecnologie. Dal 2001 collabora attivamente con il coreografo

Virgilio

Sieni

realizzando

la parte musicale di numerosi spettacoli, rappresentati in italia e all’estero. Nel 2003 ha ottenuto una commissione dal GRM di Parigi per una nuova opera elettroacustica, presentata in prima esecuzione assoluta nella sala di Radio France e successivamente a Montreal e Bruxelles. Con questo lavoro ha vinto, nel 2007, l’International

Rostrum

for

Electroa-

coustic Music organizzato dall’Unesco.

Nel 2009 ha ottenuto una nuova commissione dal GRM per realizzare Kaplan, un omaggio musicale ad Alfred Hitchcock. I suoi lavori musicali sono eseguiti nei festival di tutto il mondo e programmati in importanti contesti radiofonici. Negli ultimi anni si è particolarmente interessato

all’elettronica

dal

vivo.

Ha fondato, con Francesco Canavese (chitarra elettrica) e Giovanni Nardi (sassofono), il gruppo di sperimentazione e improvvisazione creativa ZUM che ha esordito nella stagione Jazz & New Music 2005 del Musicus Concentus di Firenze mentre nel 2008 ha dato vita, sempre insieme a Canavese, al Progetto SDENG, un duo di live electronics incentrato sul rapporto tra elettronica e improvvisazione. Da molti anni collabora con Tempo Rea-


le, il centro fiorentino di produzione,

sto e l’emissione acustica. Magari non

ricerca e didattica musicale fondato da

estremamente diretta, come avviene per

Luciano Berio e del quale è attualmente

la musica tradizionale, ma quantomeno

direttore; in questo ambito ha diretto

in forme che necessariamente richiamino

l’equipe di produzione del Centro in im-

la tradizione dell’esibizione musicale,

portanti lavori di Berio nei principali

come l’interazione interprete-macchina,

teatri di tutto il mondo, collaborando

quella tra interpreti, la visibilità/

con artisti come Pierre Boulez, Henri

platealità dei gesti, e così via. In po-

Pousseur, Micha Van Hoecke, Renzo Piano.

che parole: la necessità di una presenza

E’ recentemente uscito per Zanichelli il

scenica.

suo libro divulgativo: “Rumore bianco.

Il progetto Solo vuole essere una ri-

Introduzione alla musica digitale”.

cerca in questa direzione, proponendo un

equilibrio

instabile

tra

materia-

le musicale fissato ed elementi sonori estemporanei, sempre in una dimensione temporale che sfugge all’idea di flusso continuo e va verso la proposta di paesaggi drammaturgici ed emotivi “musicalmente” percepibili. www.francescogiomi.it

Francesco Giomi Sound e live electronics SOLO Cosa significa per un musicista elettronico esibirsi da solo? Quali sono i suoi strumenti? Che ruolo gioca l’improvvisazione e i suoi rapporti con la strutturazione dei suoni? A me non fa paura la “musica acusmatica”, fissata su supporto e proiettata in uno spazio nel momento concertistico: può raggiungere elevati e ineguagliabili livelli di raffinatezza e precisione nella definizione …del suono, così come nell’organizzazione della drammaturgia timbrica e prospettica. In questa ottica, “suonare dal vivo” può avere senso solo se si crea una relazione forte e riconoscibile tra il ge-


JAPAN, MARCH 2011


Chime in di Nevrosi In occasione del concerto dello scorso 23 Febbraio, abbiamo fatto due chiacchere con Federico Zanatta, Chiara Berattino e Vittorio Demarin dei Father Murphy. www.myspace.com/reverendmurphy www.madcapcollective.com

[Nevrosi] Un aggettivo che ci viene in mente di continuo ascoltando la vostra musica è “straziante”. Ci piacerebbe capire se esiste anche ironia nel vostro modo di fare. Un elemento di raccordo, in questo, crediamo sia l’uso della voce. Il vostro ultimo EP, non per caso, si intitola “No Room for the Weak”, non c’è spazio per i deboli. Come state in questa realtà alla luce di questa affermazione? [Federico] Parto dal discorso del titolo “non c’è spazio per i deboli” è una citazione da una canzone, fa parte del testo di un brano dei Joy Division e, riprendo subito anche il fatto dell’autoironia, c’è tantissima autoironia nel dire da parte nostra che non c’è spazio per i deboli prendendola da una persona che lo diceva e poco dopo si è suicidata; quindi è una volontà di dirci che dobbiamo continuare in quello che stiamo facendo ma contemporaneamente sapendo che in realtà per fortuna c’è e ci deve essere spazio per tutti anche per i deboli e noi ci consideriamo molto deboli in tante cose... può sembrare un’affermazione forte e lo è, però l’idea nostra è cercare di fare qualcosa che musicalmente parta da delle basi di stimoli che abbiamo ricevuto per poi poter arrivare a delle cose

che siano più personali. In questo senso qui non vogliamo essere deboli nel cedere alla tentazione di far cose che possono venir più spontanee... non più spontanee ma più veloci, più scontate ma cercare di fare qualcosa di nostro perché forse molte volte una delle lamentele che abbiamo sempre avuto nei confronti della musica italiana è quello che sia molto ripetitiva e che riporti dopo anni quello che viene fatto all’estero e contemporaneamente anche il fatto che bisogna decidere di fare delle cose ed essere forti e quindi non deboli però mantenendosi la possibilità di fallire e quindi essere autoironici in questo, cioè puoi tranquillamente cadere però essere forte nel cadere... se sai come cadere puoi diventare straziante e quindi far partire un tot di cose. [Chiara] Volevo dire una cosa sull’autoironia, nel senso che come gruppo abbiamo questa leggenda che ci caratterizza, è tutta una storia che è partita dal primo disco e che segue questo personaggio di Father Murphy in varie tappe di questa leggenda, quindi è un po’ il nostro concetto di concerto e di dischi e anche una cosa legata proprio a una performance... una settimana fa abbiamo suonato in Slovenia e un ragazzo mi ha detto: “vi ho conosciuti prima del concerto ed eravate così simpatici poi siete saliti sul palco e sembravate trasformati, sembravate dei pazzi depressi, maniaci”, io gli ho detto: “non è quello che siamo in realtà, quello che siamo sul palco è una cosa diversa e non è un raccontare noi stessi” secondo me è raccontare proprio questa leggenda e anche l’essere strazianti, le voci strazianti sono funzionali a raccontare questa cosa... non è che siamo noi ad essere così depressi. [Vittorio] Riguardo alla voce nella musica dei Father Murphy, è sempre stata trattata non come una assoluta protagonista, parlo a livello strettamente musicale quasi tecnico diciamo, ma la voce nelle canzoni dei Father Murphy è soltanto una delle voci, ci sono tante voci che sono


la tastiera di Chiara, la chitarra straziante di Federico e le percussioni che suono io e volutamente spesso chiediamo che le voci siano tenute all’interno della musica, è una cosa che chiediamo spesso ai fonici che ci seguono nei concerti perché vogliamo che la voce abbia la stessa importanza e che partecipi con i suoni, con le articolazioni dei testi a un discorso più completo. Non vedo la possibilità di una canzone, di un brano dei Father Murphy dove la voce sia da sola, siamo molto distanti da quello che può essere il cantautorato anche se cantando in inglese non può avvenire almeno qua in Italia... quindi si la voce è soltanto una parte di un coro che facciamo tutti insieme, insieme anche con gli strumenti. [Federico] E sempre stando sullo straziante, un pò all’interno di quello che diceva anche Chiara della performance, questa sorta di leggenda che accomuna la musica un po’ agli intenti è un po’ come dire “ti gratti ti gratti ti gratti”... fa male però da anche un certo piacere e quindi esprimi il dolore così, ma c’è anche la cosa bella del farlo. La maggior parte delle cose che facciamo sono riproduzioni di sensazioni che potremmo avere tutti i giorni e quindi anche la leggenda religiosa viene resa in senso ironico molto terra terra perché riprende tutto un tot di cose, di piccoli movimenti che sono quotidiani e

giornalieri e che possono portare una persona effettivamente a arrivare a pensare come rimedio per ottenere la felicità, affrontare l’eresia poi arrivare al misticismo e cercare di scavarsi un po’ dentro, però non è il misticismo per cui uno si fustiga, ma è il misticismo per cui uno si scava dentro sapendo che però grattandosi ha anche del piacere quindi non è mai qualcosa di autorefereziale o troppo legata a quello che le parole dicono effettivamente come significato anche se non sembra così... è abbastanza leggera la cosa, è superficiale proprio e tocca proprio la superficie, la pelle. Nello straziante la voce è forse la cosa più profonda, e come voce intendo tutti gli strumenti, nel senso che ci sono delle volte in cui abbiamo visto che sia musicalmente che a livello di esperienza di persone dobbiamo avere, se arriviamo a fondo, la volontà di risalire, se non arriviamo a fondo ci accontentiamo tranquillamente, che non è una bella cosa e allora ci conviene andare a fondo, quindi da lì la voce che esce più sofferta tra virgolette è un po’ più sincera semplicemente. [Nevrosi] Ci sono cose laterali ma comunque importanti nella relazione con un suono e una forma. Rispetto al suono che esprimete, per esempio, vi è mai capitato di rapportarvi al concetto di produzione di qualcuno, magari più giovane di voi (o comunque vicino a voi). Per produzione


pensiamo a consigli, formazione, interazione sul suono... [Federico] Abbiamo avuto modo di scambiarci tanti stimoli soprattutto con due band: gli Slumberwood da Padova e gli How much wood would a woodchuck chuck if a woodchuck could chuck wood da Torino, con cui condividiamo delle atmosfere e da un punto di vista temporale noi siamo quelli che hanno più esperienza, quindi dal momento in cui ci siamo posti a fare delle cose insieme o dei concerti assieme c’è stata un po’ questa cosa dell’esperienza, ma proprio a livello proprio fattivo, non perché noi siamo più su o più giù o altro. Il consiglio che è venuto fuori è stato a livello di suono fondamentalmente, ad esempio noi non usiamo amplificatori... abbiamo già un suono in mente, lo riproduciamo senza avere amplificatori e andiamo direttamente in linea e quindi in qualsiasi posto dove vai hai il tuo suono che esce così perché non è da microfonare un ampli da poi mixare, ma abbiamo già un suono e già quello da qualcosa e abbiam visto che loro si son presi bene nel poter provare a lavorare in questo modo qui. Da un punto di vista più di idea abbiamo scherzato volentieri sul fatto di fondare una filosofia morale, nel senso di dare delle indicazioni che fossero abbastanza positive... piuttosto di essere un gruppo che dice “questo non va bene, questo non va bene, questo non va bene”, dire “no secondo noi perché le cose vadano bene bisogna fare così così e così”, poi noi ironicamente abbiamo detto “bisogna diventare eretici” nel senso che bisogna metter in discussione ogni cosa e quindi scegliere, eresia in greco significa scegliere e quindi “tu sei cristiano cosa vuol dire?”... ehhheh devi scegliere e quindi devi dire si o no e fare una tua scelta... noi l’abbiamo fatto musicalmente dicendo “non vogliamo più amplificatori e vogliamo avere tutta un altro tipo di possibilità” e da un punto di vista invece di messaggio è dire “siamo dei pessimisti ma non nichilisti” cioè abbiamo delle proposizioni ovvero nello scegliere e nell’isolarsi c’è una possibilità, e isolarsi scegliendo le persone con cui isolarsi... se questo non funziona ci può essere anche lo sparire come pos-

sibilità di futuro... le cose non funzionano quindi preferisco sparire... e questo come cosa positiva, non vederla come cosa negativa ma come possibilità, cioè scegli e chiudi il discorso in un cerchio piccolo e se il cerchio piccolo non funziona ti astrai e ti nascondi e quindi diventa autoironico il “non c’è posto per i deboli” perché effettivamente quello che si nasconde è sempre visto come il debole ma non è sempre detto.

[Vittorio] Può essere anche il saggio! [Federico] Si, in un periodo in cui sembra necessario fare una scelta politica, la scelta politica può essere anche il fatto di scegliere di non scendere in politica, nel senso di parlare per quello che la politica adesso vuole, faccio un esempio classico: a Treviso è facile prendere le botte dai nazi, è facile essere scambiato per il classico comunista da centro sociale e noi non siamo ne l’uno ne l’altro e ci diventa più semplice quasi dire che noi siamo di Treviso però questo non ci rispecchierebbe, cioè ci piace la città ma ci piace quando è vuota e quindi la cosa che ci esprime meglio come trevigiani è esprimere il vuoto bello della città di notte quando non c’è nessuno... come scelta è un po’ politica, nel senso in cui diciamo quello che... che non è né l’andar contro e dire questo non va e questo non va ne sedare gli altri con le botte. [Nevrosi] Il fatto che le altre band che dicevate non fossero di Treviso questo vi ha aiutato a fare un ragionamento un po’ al di


sopra dei cittadini... [Federico] Si esatto, anche perché altrimenti si chiude li. [Nevrosi] e loro rispetto a questo che dicevano... [Federico] Il discorso si è astratto un po’ su quello che è l’Italia adesso... sempre per un discorso di provocazione si pensava di fondare un partito e chiamarlo Sterminio in cui in realtà il futuro è suicidarsi piuttosto che dover scegliere tipo tra destra e sinistra... però sempre preso in modo abbastanza ironico ovviamente. (ridono) [Chiara] Provocatorio. [Nevrosi] Siete uno dei non molti gruppi italiani che ha scelto il movimento continuo, lo spostamento, suonare e girare arrivando anche molto lontano. La domanda, banalmente, è: com’è la vostra vita oggi rispetto a questo movimento? Suonare è anche il vostro lavoro? [Chiara] Da un lato è bellissima dall’altro comunque è dura essere sempre in tour,

sempre in giro, nel senso che tanta gente la vede come una roba divertentissima in cui in pratica non fai niente... ti diverti, bevi, fai feste, invece non è esattamente così. Quindi da un lato è bellissimo perché stiamo facendo qualcosa che abbiamo voglia di fare e che da belle soddisfazioni assolutamente, alcune volte però è un po’ stancante e questo lo volevo sottolineare perché veramente sembra che una band sempre in tour è una band sempre in vacanza poi per quel che riguarda noi... ci ammaliamo... siamo stanchi... non siamo la classica band che dopo il concerto fa megafeste! [Nevrosi] Questo è anche il vostro lavoro diciamo... [Chiara] Si esatto, perché poi suonando tanto diventa un lavoro, un lavoro bellissimo, non è come andare in ufficio timbrare il cartellino e stare là, ovviamente da soddisfazioni però è un lavoro e comunque, penso soprattutto a quando siamo stati negli Stati Uniti che devi fare tanti chilometri ogni giorno magari fai cinque/sei ore di macchina arrivi al locale fai soundcheck, a volte non fai soundcheck, suoni, devi stare sotto, devi stare concentrato, devi cercare di dare il massimo sempre ogni sera.


Attualmente nessuno di noi tre lavora quindi anche per questo stiamo cercando di suonare il più possibile perché se no a casa ci vengono i sensi di colpa tipo che dovremmo fare un lavoro più serio però no, vogliamo continuare!

[Vittorio] Lei ha detto praticamente tutto quello che c’era da dire al riguardo... quello che hai chiesto anche tu è gli spostamenti, perché gli spostamenti anche così lontani... beh ovviamente è per far sentire a più persone possibili la musica che facciamo e la cosa paradossale è che stiamo suonando molto di più fuori dal nostro paese, fuori dall’Italia che qua in Italia, questo per un piccolo problema di genere musicale credo dovuto alla carenza di curiosità che c’è qua in Italia, carenza di curiosità e una visione della musica come accessorio... accessorio alle serate, accessorio per i locali... la musica non è protagonista, è protagonista solo l’intrattenimento e tutto ciò che può essere attaccato a questo intrattenimento, in realtà qui in Italia eccetto casi particolari, potrei citartene già tantissimi di luoghi e persone che invece non sono così ma che sono interessati alle proposte, alle cose più curiose, ma purtroppo ci tocca generalizzare perché questa è la realtà, è una realtà che sta peggiorando di anno in anno e che ci obbliga ad andar fuori, dove basta veramente pochissimo, basta uscire fuori dal confine e già trovi mentalità completamente diverse, una curiosità insaziabile e non solo di persone più o meno anziane ma anche tra i giovani. Questo ovviamente non è che ci faccia tantissimo piacere... questo nemo profeta in patria non è una cosa che mi piace

provare sulla nostra pelle, sinceramente auspichiamo un futuro migliore però non nascondiamo un certo pessimismo al riguardo. [Federico] Secondo me è abbastanza emblematico il fatto che stasera siamo in un posto in cui siamo felicissimi di suonare, che è fighissimo e tra le cose più fighe che ci sono stasera è il fatto che non sia un locale, cioè la gente viene qui per sentire un concerto e non per andare a bere qualcosa, quantomeno al 99,9 %. Situazioni del genere aiutano molto, in questo modo senti che la serata è utile, in un discorso utilitaristico diventa importate fare serate del genere perché quantomeno hai la possibilità di suonare e vedere un po’ quale è la reazione del pubblico, è un confronto più tosto che suonare nel bar dove magari la maggior parte della gente è li perché la serata del martedì c’è il mojito a 4 euro e poi c’è anche il gruppo che suona. In Italia ci sono tanti posti interessanti, come tanti gruppi che funzionano e che hanno senso e che hanno cose da dire però l’intrattenimento vince comunque sempre, all’estero idem però c’è una bilancia leggermente diversa, c’è tanto l’intrattenimento di un certo tipo che vincerà comunque sempre però ci sono anche tante situazioni dove i gruppi riescono ad avere più giro, forse a crearsi un po’ più un futuro, avere più possibilità. Penso ai gruppi italiani che girano un po’ più all’estero tipo ZU o OVO che comunque qui in Italia sono sempre considerati di supernicchia mentre all’estero vengono riconosciuti come delle band che girano tanto quanto band che qui consideriamo capostipite di generi... boh forse siamo un po’... il fatto che il rock forse non è nelle nostre corde come può essere negli Stati Uniti o in Inghilterra, dove è normale che i ragazzini iniziano a suonare rock quando hanno 15/16 anni così... forse è questo. [Nevrosi] Prima avete parlato del peso della performance, delle distanze tra la persona dentro e fuori la scena, il palco. È anche una cosa che può stare nella relazione con altre arti, per esempio con il teatro. Riuscite comunque a trovarvi a vostro agio nel circuito della musica


italiana di oggi? [Federico] Ma si, assolutamente si, ci sono un sacco di band che quando siamo all’estero ci chiedono di altre band, siamo superfelici di dire “si sono italiane”. Ce ne sono veramente moltissime con cui ci sentiamo a nostro agio quando abbiamo la fortuna di suonarci assieme o che invidiamo quando ascoltiamo i loro nuovi dischi o vediamo quanti live fanno... c’è assolutamente questa possibilità... poi ci sono un sacco di situazioni per cui ti senti a tuo agio quando sei all’interno magari di festival che non sono soltanto musica così.

[Chiara] Veramente in tanti ci chiedono questa cosa come se noi ci sentissimo diversi da gli altri gruppi, invece no, in realtà ammiriamo tantissimo un sacco di gruppi italiani e ci piacciono moltissimo i gruppi italiani, si assolutamente ci sentiamo parte della musica italiana. Poi è vero che magari questa cosa del concetto di performance si adatta anche in altre situazioni; ad esempio fra un paio di settimane suoneremo in una galleria all’interno di una installazione a Faenza, quindi a volte ci capita anche che persone che appartengono ad “altri mondi” ci chiedono di fare delle cose un po’ diverse, ad hoc per certe serate o performance, che è una cosa che a noi piace fare. [Federico] Un’altra cosa che ci ha riempito di piacere proprio a livello di gioa personale è che sopratutto nell’ultimo tour negli Stati Uniti la maggior parte della gente ci diceva “si vede che siete italiani, si

sente che siete italiani” e a noi a fatto un piacere della madonna perché cantiamo in inglese e sonorità italiane rock non ci sono, però effettivamente partiamo da una base... dal fatto che siamo nati cristiani, dal fatto che siamo italiani e comunque il fatto di andare alla messa... tutto un tot di cose che possono essere messe come cultura media italiana ci sono e il fatto che ce lo riconoscessero all’estero c’è sembrato molto più importante che ce lo riconoscessero qui [Nevrosi] ...forse qui uno non lo noterebbe neanche! [Federico] No, qua infatti non lo notano è quando vai all’estero che poi vedi le cose... nel senso... non so, come con la pasta... è dall’estero poi che vedi quando la cosa funziona o non funziona. Ci ha fatto un sacco piacere vedere che sopratutto quando c’è capitato interviste con giornali o altro e noi pensavamo che potessero vedere in quello che facevamo qualcosa che fosse riconducibile a qualche band americana, ci dicevano “siete voi perché si vede che venite dall’Italia”. Abbiamo detto “si effettivamente è quello che cerchiamo”, la nostra idea è quella di portare un certo tipo di musica, poi abbiam scelto l’inglese per altre ragioni però effettivamente noi veniamo da qui e il fatto che si senta è interessante.

[Nevrosi] Che opinione vi siete fatti sul lavoro delle agenzie di booking? [Federico] Noi abbiamo la fortuna di avere in Italia un ottima agenzia di booking che è Wakeupandream, che però di negativo nei


nostri confronti, ma ovviamente lui non ne ha alcuna colpa, ha il fatto che lavora al 99% con band americane o inglesi per cui, quando le propone in Italia propone cinque, sei date all’interno di un tour, magari europeo, e quindi è un tipo di lavoro. Con una band italiana invece, che passa gran parte dell’anno o almeno metà in Italia, quelle cinque o sei date diventano un po’ strette, noi abbiamo bisogno, quando siamo in Italia, di suonare e cercare di essere il più capillari possibile e viene fuori la difficoltà di chiudere date ad esempio il lunedì, il martedì, il mercoledì e il giovedì. Quindi nell’affrontare un tour è un gran casino quando chiudi quattro fine settimana a cachet pieno però hai buchi tutti i lunedì, martedì e mercoledì. In questo senso abbiamo la fortuna di lavorare con Boring Machines, che è la nostra etichetta italiana e che ci aiuta moltissimo nel trovare realtà magari più piccole o diverse con cui lavorare appunto nei lunedì, martedì, mercoledì. Per la prima volta, in questo tour che stiamo facendo adesso, facciamo tre settimane e mezzo in Italia e non c’è mai successo... ci abbiamo messo però quattro mesi per organizzare questo tour. Lo scorso tour americano che è stato di sei settimane, togliendo la parte di due settimane e mezzo con Deerhoof e Xiu Xiu, per organizzarlo ci abbiamo messo

un mese; quindi è stato molto più semplice. A livello europeo è difficile perché i gruppi italiani non sono considerati più di tanto, non perché ci sia razzismo ma perché sono pochi i gruppi italiani, non tanto che si propongano, ma che sappiano dire bisogna forse dormire per terra, ci sono forse 40 euro e non ci sono le D.I. non ci sono le spie e ancor peggio negli Stati Uniti, perché hai di mezzo anche l’acquisto magari di un biglietto intercontinentale di aereo e il backline. Noi abbiamo la fortuna che a livello di backline siamo leggerissimi e quindi abbiamo sempre girato tranquillamente, sempre suonato spesso e volentieri con gruppi americani e quindi quando siamo stati li abbiamo ritrovato gli stessi amici che ci facevano aprire i loro concerti e non abbiamo mai avuto spese per affittare impianti, per affittare strumenti o ampli. Siamo sempre rientrati nelle spese se non guadagnato. Se un gruppo dovesse partire da qua per fare un tour negli Stati Uniti dovendo affittare tre amplificatori, la batteria e tutto sarebbe diverso di sicuro. [Chiara] La domanda era sul booking! (ride) Sei andato un po’ fuori tema! (ridono)


[Federico] Sul booking... il booking è un casino... devi farti un nome con le recensioni per avere il booking e poi ti dicono però che le recensioni non sono abbastanza, perché con le recensioni non porti la gente ai concerti, quindi bisogna avere fortuna di trovarsi nei concerti al posto giusto per poter far da spalla ai gruppi più grossi che ti facciano fare un po’ di nome, però per poterti trovare in quelle situazioni là devi fare tantissimi concerti in modo tale che ti si possano creare quelle situazioni. Le agenzie di booking generalmente cercano di chiudere le date ai gruppi che possono portare gente e quindi molte volte si crea una situazione di un cane che si morde la coda. Noi ad adesso negli Stati Uniti abbiamo avuto come esperienza di booking un’etichetta che curava il booking per Xiu Xiu e Deerhoof e metter noi di spalla non gli creava alcun problema perché tanto le band volevano noi e quindi avevano potere nel chiedere ai locali. In Europa abbiamo la fortuna di avere un’agenzia di booking che ha nomi grossi, di contro però molte volte si trova ad avere il fatto che sono abituati a chiudere date in un secondo per i loro gruppi perché sono gruppi grossi e con noi invece che non siamo un gruppo grosso fanno fatica e quindi ci chiede una mano e ci dice “beh, i buchi che ci sono

ve li organizzate voi”, in questo forse siamo stati noi, non bravi ma abbiamo lavorato molto e quindi loro sanno che se ci sono buchi da tappare noi da anni che giriamo in Europa ci siam fatti un culo tanto e quindi abbiamo tanti contatti e se ci sono da tappare tre buchi in un modo o nell’altro li tappiamo perché non siamo schizzinosi e quindi se c’è da fare il concerto figo ma prendi 20 euro lo facciamo, lo abbiamo fatto quattro anni fa e tutt’ora capita però magari dopo fai la data con trecento persone davanti. Ovvio ragionare sempre così non si può e deve essere sempre una cosa progressiva e lo vediamo negli OVO e lo abbiamo visto parlando tanto con Massimo degli ZU, deve essere passo passo devi fare sempre un lavoro in modo tale che l’agenzia di booking veda che comunque sta lavorando con qualcuno che vuole lavorare, cioè che lo vede come cosa professionale e cosa necessaria. Per ogni disco ci devono essere un minimo di date ovunque perché altrimenti per loro diventa cinque date in Inghilterra, Parigi, Berlino, Francoforte e via e tu gli dici no per noi non può bastare perché abbiamo bisogno di suonar edi più sia per pagarci le spese delle altre date intermedie ma soprattutto per farci conoscere, per poter vendere dischi... vender dischi in modo che l’etichetta può investire di più, può fare l’even-


tuale ristampa. Le agenzie di booking ci sono e lavorano più facilmente con gruppi che portano tanta gente ai concerti e i gruppi italiani forse partono da un handicap e quindi devono lavorare il doppio. [Nevrosi] Da quanti anni suonate insieme? [Vittorio] Questo è il settimo anno che stiamo suonando insieme, in realtà io e Federico suoniamo insieme da sempre... dal liceo....da diciasette anni.... [Nevrosi] Quanti anni avete, scusate lo chiedo.... [Vittorio] Siamo sopra i trentadue (ridono) sopra i trenta... ma lasciamo a chi guarda!! [Chiara] Lasciamo un alone di mistero... [Vittorio] ...si, quindi si è un’esperienza che va avanti da un bel po’ di anni... [Federico] Non abbiamo sempre suonato assieme...

[Vittorio] Ci sono state delle pause (ride) [Federico] Avevamo iniziato a suonare assieme con grandi pause, però ci siamo ritrovati ed è stato utile anche perché quando siamo tra noi tre è facile chiuderci a riccio e sentirsi protetti, aiuta in tanti momenti avere la formazione a tre, come ci mettiamo sul palco e tante cose ci hanno aiutato tanto nel tempo...anche nel capire cosa volevamo fare musicalmente... ci troviamo volentieri a suonare anche quando siamo a casa... e questo ci ha dato la possibilità di crescere professionalmente.


Focus on

di Andrea Piran

Three Voices Three Voices è una partitura di Morton Feldman per tre voci oppure per una voce e due nastri magnetici. La versione più interessante è la seconda perché si sviluppa come un rapporto tra il se e la propria memoria. Le tre linee vocali si sovrappongono come se fossero sostanzialmente strumenti ad arco e muovendosi lentamente come nelle principali opere del compositore di Chigaco, allo stesso modo in cui si siluppano nella tela i quadri di Mark Rothko. Ispirato dall’assenza di forme per ottenere delle masse di colore puro, l’opera prevede un’assenza totale di parole nel cantato, per lunghi tratti della partitura, allo scopo di ottenere un suono della voce puro slegato dal vincolo descrittivo dell’articolazione fonetica. All’ascolto diventa quasi ozioso provare a distinguere il cantato dalla registrazione dato che la partitura è pensata per rendere il rapporto tra voce e nastro risolto nello slittamento temporale. Anziché pensare la traccia su nastro come mezzo per eseguire i risultati delle ricerche per ottenere nuove sonorità o per montare cinematograficamente suoni registrati, Feldmann pensa la traccia su nastro come una fotografia proveniente da un momento lontano della propria vita. Come il cane che ascolta il disco con la voce del padrone, il cantante s’esprime attraveso la propria voce e con le sue voci passate illudendosi, forse per un istante, di non essere in realtà solo sul palco; o contemplando ciò che è stato. In fondo, il nastro nasce concettualmente per registrare la voce, il magnetofono di Edison é pensato con un’idea fotografica della registrazione sonora: immortalare certi momenti della propria vita. C’è una bella foto di Marianne Schuppe, riportata nella pregevole versione pubblicata da Col Legno di questo lavoro, che si trova in mezzo a degli altoparlanti immortalati come se fossero amici seduti su un muricciolo a parlare. E si rimane sorpresi quando, nella parte

centrale e nel finale, arrivano le parole, tratte da un poema di Frank O’Hara, dopo che le linee vocali si sono sovrapposte dialetticamente per risolvere lo sviluppo della traccia. Ed a ricordarci che, forse, il senso delle parole è quello di dare concretezza all’astrattismo del suono. “Who had thought that snow falls [...] snow whirled nothing ever fell” (Frank O’Hara)

Morton Feldman (1951)


0:01 di Abythos

produzione Associazione Culturale Nub


Allarme autocensura!

Cosa succede nei teatri pubblici, nei teatri stabili? di Mario Martone da ateatro.org I tagli alla cultura sono tagli alla spina dorsale del paese, che per me è costituita da asili, scuole, licei, università, ricerca, patrimonio artistico e archeologico, teatro, cinema, musica, danza, editoria e infine, certamente, televisione, una filiera che se solo riuscisse a mostrarsi unita nella lotta alla politica dei tagli otterrebbe certamente maggiori risultati e soprattutto si imporrebbe all’intera comunità italiana come una realtà decisiva per la vita di tutti i cittadini. Sentirsi descrivere da chi ci governa come corporazioni inutili da gettare beatamente al macero è la peggiore delle umiliazioni, ed è una cosa ben diversa dal venire chiamati al senso di responsabilità in un momento di crisi finanziaria, al quale nessuno pensa di sottrarsi. Ma quello di cui vorrei parlare oggi è il modo in cui nei teatri italiani ci si attrezza per resistere ai tagli, argomento facilmente estensibile al sistema del cinema; ma restiamo all’oggetto delle buone pratiche, cioè il nostro teatro. Cosa succede nei teatri pubblici, nei teatri stabili? I finanziamenti diminuiscono vertiginosamente di stagione in stagione. I teatri stabili costano, hanno un personale più ampio di un teatro a gestione privata, le tutele dei diritti dei lavoratori, della sicurezza dei locali e di tutto ciò che un organismo pubblico è chiamato ad osservare costituiscono un blocco di costi in bilancio limabile fino a un certo punto. Resta dunque da tagliare la parte relativa alla produzione e alla programmazione, e qui entrano in ballo la creatività degli artisti, la loro disponibilità a lavorare guadagnando meno che in passato, la consapevolezza che si può far teatro anche con un una sedia, un riflettore e una pezza. Nessuno creda, infatti, che tagliando i fondi si possano ridurre gli artisti al silenzio. Ma qui si spalanca anche la vertigine dei buchi in platea, la paura

che ogni poltrona rimasta invenduta venga rinfacciata come una colpa, la necessità di mostrare che l’autofinanziamento (cioè, in buona sostanza, il volume degli incassi) copra con un auspicabile quanto impossibile pareggio la vergogna di aver ricevuto dei finanziamenti pubblici, riflesso mentale ormai indotto nelle menti di tutti, a causa degli sperperi, delle clientele quando non del malaffare che hanno inquinato per decenni gli organismi pubblici italiani, e tra essi anche quelli teatrali. Il risultato è che il sistema teatrale pubblico inizia ad autocensurarsi e ad essere attratto sempre di più nell’orbita del teatro a gestione privata, un teatro comunque finanziato con soldi pubblici, ma che mira per sua natura ad un altro rapporto con gli spettatori. Il primo dovrebbe essere teso alla problematicità delle scelte, alla complessità dei linguaggi, alla ricerca, alla valorizzazione della drammaturgia più bella e perduta o a quella contemporanea, alla formazione di attori consapevoli e alieni dalla sindrome della notorietà televisiva, al rapporto col territorio, il secondo viene invece a patti coi gusti del pubblico, gioca lì la sua partita e, quando gli riesce il colpo, ottiene il risultato di dare ad attori famosi per ragioni magari extrateatrali il giusto contesto per esprimersi con bravura ed efficacia. Nessuna scala di valori tra i due sistemi, dunque, entrambi sono preziosi per il sistema teatrale, entrambi possono produrre cose egregie o deludenti. Ma si tratta di due cose diverse. E se il teatro pubblico ha costi di gestione superiori a quello a gestione privata, e superiori finanziamenti, è proprio perché la sua missione è più complessa, più rischiosa, dal ventaglio più aperto. Qui a Torino si ricordano memorabili spettacoli di Luca Ronconi alternati tra il Carignano e il Lingotto, e a nessuno può essere oscuro il senso della spericolatezza e della audacia di quelle proposte: che il teatro di Ronconi piaccia o no, lo Stabile di questa città deve al periodo della sua direzione moltissimo della sua statura nazionale e internazionale. Non è quello di Ronconi, ovviamente, l’unico modo di essere audaci e spericolati, e basta ricordare, come


sempre è bene fare, cos’era il Piccolo e cosa facevano Strelher e Grassi nel dopoguerra per capire qual è la ragione dell’esistenza di un teatro stabile. Ma se si perde quell’audacia e quella spericolatezza, se ci si determina a uniformarsi alla ricetta “repertorioattori noti-allestimento funzionale”, in prospettiva cosa può accadere agli stabili italiani? All’estero, lo sappiamo, si battono tutt’altre direzioni. In Italia si danno casi come quello del Metastasio di Prato, che rinuncia autolesionisticamente a un direttore d’eccezione come Tiezzi, o come quelli, mostruosi, del Mercadante da Napoli, che, al netto dei giudizi sulle procedure violente della cacciata di De Rosa, pone oggi una questione di natura progettuale: in una città malata di autoreferenzialità, il suo stabile si appresta a varare la stagione degli attori napoletani famosi. Amatissimi attori naturalmente, a cui infatti spalancano felicissimi le porte tutti i teatri italiani a gestione privata. Ma serviva a questo far nascere lo Stabile? Non sarebbe stato meglio mettere il Mercadante in abili mani private e imprenditoriali? Almeno non avremmo assistito allo spettacolo penoso di consiglieri d’amministrazione che giocano a nascondino. E i cartelloni? Cosa ci scambiamo? Sapete tutti che gli stabili si scambiano gli spettacoli da sempre, personalmente mi sono battuto contro questa pratica quando ero direttore del Teatro di Roma, ma in un momento di crisi e di tagli come questo cerco di utilizzarla positivamente innanzitutto selezionando le scelte (coi miei collaboratori parlo di scambi antivirus), e soprattutto perché riuscire a contenere i costi della programmazione consente di salvaguardare quel che resta per la produzione, e in particolare per produzioni fuori dalle logiche di mercato, per una rassegna di teatro indipendente come Prospettiva e per tutelare gli artisti del territorio. Ma anche negli scambi la caccia è ormai aperta non più alla proposta più innovativa o originale, ma a quella che per una ragione o per l’altra consenta la maggiore certezza di adesione del pubblico. Siamo sicuri che questa forma di auto-

censura non conduca, alla fine, a una domanda che nel nostro paese potrebbe arrivare a risuonare benissimo, data l’involuzione generale, la domanda seguente: a che serve il teatro pubblico, se fa, con maggiori costi per la comunità, quello che fanno i teatri a gestione privata che costano meno? Se non altro per spirito di sopravvivenza, cari colleghi, diamoci una svegliata.


Coming Next // LIVE Giovedì 31

Satan Is My Brother

Musicazione de L’Inferno

www.myspace.com/satanismybrother6

.Aprile 2011 Giovedì 21

Andrea Belfi Solo Live Set

www.chocolateguns.com Sabato 30

Ongapalooza

Be Invisible Now! + Be My Delay www.beinvisiblenow.net www.myspace.com/bemydelay www.boringmachines.it

.Maggio 2011 Giovedì 12

Luciano Maggiore + Francesco “Fuzz” Brasini Chàsm Achanés (Huge Abyss)

soundcloud.com/lucianomaggiore soundcloud.com/francescofuzzbrasini

date e eventi in programma aggiornati su: associazioneculturalenub.wordpress.com


.22/23 Aprile 2011

Physical Computing Workshop

a cura di Matteo Marangoni e Giulio Ammendola in collaborazione con Switch - Creative Social Network e Tempo Reale, all’interno del progetto Taming Technology - Addomesticare la Tecnologia I computer diventano sempre più veloci ma nella maggior parte dei casi continuiamo ad utilizzarli con le solite interfacce: monitor, mouse, tastiera, speaker. Con pochi rudimenti di elettronica e programmazione possiamo creare nuove forme di interazione tra il mondo fisico e quello virtuale. Che si tratti di installazioni interattive, interfacce di controllo per la musica elettronica, robot autonomi o semplicemente di interfacciare un’elettrodomestico al computer, il campo che si è aperto con la diffusione del physical computing permette ad artisti, designers e agli appassionati del fai da te più in generale, di realizzare progetti prima difficilmente abbordabili senza una laurea in ingegneria. Nel workshop saranno introdotti i microcontrollori Arduino, i sensori e gli attuatori più comuni e saranno fornite alcune basi di programmazione in ambiente Processing e Max/Msp. Si vedranno esempi tratti dai territori della media art, della sound art, della musica elettroacustica e dell’interaction design. Saranno discussi i limiti delle interfacce convenzionali e sarà richiesto ai partecipanti, singoli o in gruppi, di proporre un progetto che metta in discussione il modo in cui si interagisce con il computer abitualmente. Il workshop è pensato sia per chi si avvicina al campo del physical computing per la prima volta ed è interessato ad acquisirne le conoscenze di base, sia per chi, avendo già esperienza, è interessato ad approfondire aspetti più specifici legati ai propri progetti. www.humbug.me www.soundkino.org

Per iscriversi ai workshop è nacessario compilare ed inviare l’apposito modulo di iscrizione scaricabile da associazioneculturalenub.wordpress.com Per ulteriori informazioni scrivere a ass.cult.nub@gmail.com


Via Giordano Bruno, 73 Montale - Pistoia associazioneculturalenub.wordpress.com e-mail: ass.cult.nub@gmail.com tel. 0573.959933

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19 marzo 2011 // FRANCESCO GIOMI

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