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Rivista Trimestrale Anno 29

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MARZO 2016 · N

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SPECIALE EGITTO

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v i s i t ate i l n o s t ro

DIO NON SI STANCA DI CERCARCI

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VITA NSA

È CADUTO UN GRANDE BAOBAB


APPUNTAMENTI

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Uno dei protagonisti del nostro Missio meeting: GREGOIRE AHONGBONON, il “povero riparatore di pneumatici” come si definisce lui, fondatore dell’Associazione Saint Camille de Lellis, che in Africa si occupa della cura e del recupero dei malati di mente. Un altro protagonista del Missio Meeting Kindi Taila, congolese. Nel 2005 vinse la battaglia per permettere ad un immigrato di specializzarsi in Medicina.

Per informazioni: Comunità SMA-NSA di Feriole (PD) Tel. 049 99 00 494 smansa.feriole@gmail.com • Sr. Giuliana Bolzan giulibonda@gmail.com • P. Lorenzo Snider lorenzosnider@yahoo.fr


Editoriale

La Verità M

ISR è il nome arabo e ufficiale del moderno Egitto e il suo significato è frontiera, territorio, sentinella. Un paese che ha da poco celebrato i cinque anni della sua primavera araba, una scintilla di libertà sprigionatasi il 25 gennaio del 2011 in piazza Tahrir (Liberazione) a Il Cairo. Proprio la sera di quell’anniversario spariva Giulio Regeni, ricercatore friulano di 28 anni che si stava specializzando per un dottorato sull’economia egiziana alla Cambridge University. Giulio conosceva arabo e inglese alla perfezione, aveva vinto nel 2012 e 2013 il concorso “Europa e giovani”, dalla quarta superiore viveva fuori dall’Italia (New Mexico, USA, Regno Unito), collaborava con alcune testate giornalistiche ma, soprattutto, era un appassionato di Medio Oriente. Rumi, il poeta e mistico persiano fondatore del Sufismo, ha lasciato scritto: “io voglio cantare come cantano gli uccelli senza preoccuparmi di chi ascolta o di cosa pensi”. Ecco una frase che, senza dubbio, Giulio condivideva, visto che il suo amore per la verità è la libertà, lo hanno portato ad essere rapito, torturato e ucciso. Il suo corpo è stato trovato alla periferia de Il Cairo nove giorni dopo la sparizione. Non c’è ancora una teoria definitiva sul caso Regeni, forse non ci sarà mai, ma la sua morte così violenta e assurda, fa pensare a un Altro giovane Uomo che noi conosciamo bene, Gesù il nazareno. Anch’egli amava la Verità, quella con la “v” maiuscola, così fortemente da fargli dire nel Vangelo di Luca, al capitolo 13 versetto 31: “Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.” La Pasqua di Cristo, il suo passaggio, la sua Resurrezione ha aperto una breccia che nessuno potrà più chiudere. Rumi ha oggi un’altra frase ancora in serbo per noi: “là fuori, oltre a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato, esiste un campo immenso. Ci incontreremo lì.”


IL PANE sollevato Sulla mensa del cenacolo c’è il pane, che Gesù prende in mano, benedice, spezza e distribuisce ai suoi. Le mani del Signore conoscono il costo umano del pane. Sollevando il pane, nel gesto eucaristico, è come se egli facesse riposare la fatica del contadino e consacrasse le innumerevoli invisibili mani che lavorano col Padre nel campo (…) Spezzando il pane, dopo averlo benedetto, Gesù traccia sul pane la regola del pane, che è di ognuno dei suoi figlioli, e che nessuno deve accaparrare, se non vuole offendere atrocemente la legge della carità fraterna e cancellare l’amore paterno.

Rivista Trimestrale Anno 29. n. 1 Direttore Responsabile: Sr. Fiorina Tagliabue Autorizz. Tribunale di Varese n. 185 del 5.10.1966 Sped. in abb. post. art. 2 Comma 20 lettera C Legge 662/96 - Milano

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La presenza è rivelata anche da questo segno che, restaurando i diritti del Padre, fa sacro il bisogno dell’ultimo, cui nessuno dà del suo, perché ogni cosa è di Dio e di tutti. Chi tiene unicamente per sé, oscura in ogni cosa quel senso eucaristico che Gesù raccoglie e fa splendere nel mistero del pane. (…) Tutti gli occhi guardano a te», che sei il pane e dai il pane. Tu sei venuto anche per spezzare il pane, strappandolo alla nostra voracità, che non fa posto al fratello. Tu sei il pane, come sei la vita. Primo Mazzolari

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Sommario Vita nsa

È caduto un grande BAOBAB 4

Dalla missione

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SPECIALE EGITTO Dall’Egitto ho chiamato mio figlio

Adesso parliamo noi

PROGETTO FRONTIERE 24 Proposta Animazione Scuole 2015-2016 24

Per superare le FRONTIERE…

E IO, CHE COSA POSSO FARE? 26

Dall’Egitto ci scrive Sr. Gisèle Fondazione di BENHA ARGENTINA La Novena della Vergine di Lourdes ALGERIA È brillata una grande luce La nostra fede e la “verità dell’altro”

NSA: Nuovi Stili di Annuncio 28

Laudato Sì

Il Giubileo 30

Dio non si stanca di cercarci


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Vita nsa

Ăˆ caduto un grande

baobab


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J

acqueline Lobabiè, suor Marie Raymonde, per alcuni sr Mèmè o semplicemente Mèmè, ecco vari nomi per ricordare questa nostra consorella che ci ha lasciate da poco. Ho vissuto sette anni con lei in comunità e ho davvero molto da raccontare. Era una persona speciale della quale si apprezzavano anche i difetti perché mettevano in luce la missionaria infaticabile, gioiosa e intraprendente. La prima cosa che mi sento di dire è che Marie Raymonde era una degna figlia del nostro Fondatore Padre Agostino Planque per la sua passione missionaria e l’aspirazione profonda ad impegnarsi per la promozione della donna e di ogni persona umana. Valori che sono alla base del nostro Carisma. Dal mattino alla sera della sua vita ha combattuto la “buona battaglia”, come dice San Paolo, cercando sempre la volontà di Dio attraverso i diversi incarichi che le venivano affidati dai Superiori. Poi, alla sera della vita, quando la vecchiaia e la malattia hanno bussato alla sua porta, Marie-Raymonde ha scoperto un nuovo modo di essere missionaria, quello di portare la croce senza lamentarsi, di accogliere ogni persona con amore e rispetto, di offrire la sua preghiera per tutti.

A noi NSA più giovani, sr Marie-Raymonde ha lasciato un messaggio/testamento che non dobbiamo dimenticare, diceva spesso: “Non esiste la pensione per una missionaria. Essere missionari è uno stato, uno stile di vita, non qualcosa di passeggero. Si è missionari a vita.” Per sempre quindi! Come il meraviglioso albero di baobab che cresce nelle nostre savane, simbolo di solidità, di resistenza alle intemperie, tu ci hai mostrato la grande ricchezza che sono per noi le nostre consorelle anziane per la loro testimonianza di vita, la loro ricca esperienza acquisita lavorando per l’evangelizzazione senza risparmiarsi, per la loro preghiera, dono prezioso offerto alla Chiesa, al mondo e alla nostra missione di Istituto. “Il passato è il grembo del futuro.” La tua vita sr Marie-Raymonde è stata per me una scuola. Con te ho capito meglio chi è una donna consacrata, e come il suo dono a Dio e agli altri la renda madre cioè capace di dare la vita spirituale a tutti quelli cui è inviata. Tu hai saputo tenere accesa fino alla fine la fiamma NSA. Prega per noi affinché sappiamo servire Dio e l’umanità secondo la missione a noi affidata. Riposa in pace nel seno di Dio dove tutto trova fine e significato. Sr. Françoise Gueu Zro, NSA


Dalla missione

EGITT Speciale

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TO

7 L’Egitto è uno dei paesi più popolosi d’Africa e del Vicino Oriente e il 15° più popolato al mondo. MISR, il nome arabo e ufficiale del moderno Egitto, è una parola di origine semitica a sua volta derivante dall’accadico MSR ovvero “frontiera, territorio, sentinella”. Uno degli antichi nomi egizi era KEMET cioè “Nera”, derivante dal colore del fertile limo depositato dalle piene del Nilo. In copto, ultima derivazione della lingua egizia, il nome del paese suona KEMI. Ma il termine più usato, soprattutto nei documenti ufficiali, fu TAUI che significa “Le Due Terre” ovvero Basso e Alto Egitto unificate da Menes attorno al 3100 a.C. Egitto: una storia travagliata iniziata più di 1000 anni prima e quindi lunga almeno 6200 anni durante i quali il popolo mai libero ha visto susseguirsi dinastie di Faraoni, Macedoni, Tolomei, Romani, Arabi, Ottomani, Inglesi, Francesi, Pascià albanesi e dittatori locali. Anche qui lo sconvolgimento della rivoluzione del 25/1/2011 e 30/6/2013 ha lasciato segni profondi e contrastanti, dove la democrazia fatica a attribuire nella vita sociale il giusto peso fra diritti e doveri. Ne hanno risentito soprattutto economia e le comunità religiose, che sono diventate bersaglio del terrorismo. Un’altra difficoltà è rappresentata dalla presenza nel territorio egiziano di circa 500.000 profughi politici tra palestinesi, iracheni e sudanesi. Sono passati solo cinque anni dalla prima rivolta, 6200 anni contro 5: l’anniversario della prima rivoluzione ha segnato molti arresti e scomparse; ci vorranno pazienza e costanza e forse ancora tanti martiri, ma la speranza è una luce che l’uomo sa bene come tenere accesa dentro di sé.


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Dalla missione

Dall’Egitto ho chiamato mio figlio P

er tentare di capire la realtà attuale dell’Egitto bisogna tenere conto di tre aspetti importanti e cioè la realtà di una Chiesa minoritaria, in uno Stato musulmano e dopo la rivoluzione del settembre 2011. 1. Sono convinta che l’esistenza dei cristiani in Egitto oggi sia un miracolo. 2. I cristiani in Egitto si trovano in una situazione spesso tragica. Quando scoppiano guerre tra l’oriente e l’occidente i cristiani ne pagano per primi le conseguenze. Con il pericolo della persecuzione sempre possibile. 3. Un raggio di speranza ci rischiara

Sr. Irini Chenouda e il Patriarca Stéphanos Ghattas II a Tanta

oggi. E sta nel fatto che si odono pronunciare parole fino ad ora proibite quali democrazia, separazione dello Stato dalle religioni, cittadinanza, uguaglianza. Una Chiesa Egiziana minoritaria e formata da un mosaico di Chiese Su una popolazione di 90 milioni di abitanti, i copti Ortodossi sono 8 o 9 milioni; i Copti Cattolici circa 210.000 la cui maggioranza risiede in Alto Egitto (a sud del Paese). In Egitto sono presenti ben 15 Riti: 7 di Rito cattolico (cattolico, copto, greco, caldeo, siriano, maronita, armeno, latino); e 5 di Rito Ortodosso. Molti cristiani copti hanno abbandonato l’Egitto dopo il 1952 e soprattutto dopo la guerra del Canale di Suez del 1956. Che cosa fa la Chiesa Egiziana oggi per i suoi fedeli, i giovani in particolare? Il tempo delle persecuzioni non è affatto terminato, esse continuano sebbene in forma più sottile da parte dei fondamentalisti. La Chiesa fa il possibile per proteggere ed alimentare la Fede dei suoi fedeli: Messe animate alla domenica, catechesi e studi biblici, Istituti e Centri teologici specializzati, biblioteche, formazione spirituale per le famiglie e per ogni età, corsi di alfabetizzazione, scuole di taglio e cucito. Si cerca di aiutare i giovani a trovare lavoro. C’è un grande rinnovamento della vita monastica copta ortodossa che attira sempre più pellegrini verso i monasteri e


9 i santuari suscitando anche una fioritura di vocazioni. Purtroppo, bisogna segnalare anche ogni anno le numerose conversioni di giovani cristiani all’Islam, scelta dettata non dalla fede ma principalmente da problemi economici. Il destino dei cristiani egiziani rimane incerto perché legato dal suo essere parte di una Chiesa minoritaria in uno Stato musulmano. È anche la sfida del dialogo e della integrazione. Nel corso dei secoli i cristiani hanno conosciuto periodi di persecuzione, ma per il nostro tempo è più appropriato parlare di discriminazione, esercitata in modo vario, spesso non esplicito, ma non per questo meno doloroso: difficile accesso dei cristiani ad impieghi nella funzione pubblica; emarginazione sociale, esclusione da certi ambiti come lo sport o come gli organi di comunicazione o di informazione. Dopo la rivoluzione del Settembre 2011 Gli avvenimenti drammatici che hanno scosso il Paese in quella circostanza hanno costretto un po’ tutti a evitare le radicalizzazione delle posizioni orientandosi verso scelte di buon senso che favoriscono lo scambio e la concertazione. È ancora troppo presto per dire dove ciò ci condurrà. Le difficoltà e le lotte attraverLiceo Notre Dame des Apôtres a Zeitoun, Cairo

sate dal Paese in questa circostanza hanno contribuito ad un avvicinamento fra cittadini cristiani e musulmani. Gli ultimi tre anni sono stati un periodo intenso per i cristiani egiziani con fasi contrastanti segnate da momenti di vera speranza e da grandi prove. La rivoluzione del Gennaio 2011, contro il regime di Mubarak ha offerto loro un’occasione unica per ritornare ad essere attori della vita pubblica del loro Paese. In quella circostanza si sono visti cristiani e musulmani uniti nelle manifestazioni a Piazza Tahrir, lottando per le stesse libertà anche contro la volontà delle gerarchie di potere. Nei confronti dei Fratelli Musulmani: agli occhi del Patriarca l’allontanamento dei Fratelli musulmani era inevitabile in quanto segno del rifiuto netto “dell’Islam politico” in Egitto. A causa del colpo di Sato popolare che ha portato al potere il Generale Morsi, gli islamisti si sono schierati contro i cristiani, in particolare nell’Alto Egitto dove ci sono stati del veri “pogrom” a partire dall’agosto 2014. Più di 80 chiese e strutture ecclesiastiche venivano saccheggiate o incendiate dagli islamisti, centinaia di case e negozi bruciati, alcuni villaggi assediati e minacciati. I Copti hanno pagato duramente il loro sostegno al rovesciamento dei Fratelli Musulmani. La politica dei Fratelli Musulmani ha sempre cercato di rendere sistematica l’ostilità tra copti e musulmani. Se i cristiani hanno saputo evitare la trappola della radicalizzazione è perché hanno capito che tale atteggiamento era primo di tutto “contro” l’Egitto, una offesa al “Paese” Egitto. Sentimento questo condiviso anche da molti musulmani moderati. Alcuni di questi hanno cercato di proteggere le scuole e le chiese nei momenti più duri degli attacchi ai cristiani. Dopo l’espulsione di Mohamed Morsi,


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Dalla missione

Il Nilo, polmone dell’Egitto

si è creato un regime controllato dai militari. Bisogna dire che una violenza di bassa o media intensità si è istallata nel Paese: essa si esprime attraverso sporadici attentati contro edifici pubblici, commissariati di polizia e delle forze armate, particolarmente nel Sinai dove gruppi che si ispirano allo Stato islamico attaccano i convogli militari. Quali prospettive per l’avvenire? Il periodo recente è da molti punti di vista interessante: ha permesso ai cristiani egiziani di affermarsi e di esprimersi come cittadini, di sentirsi finalmente uguali ai concittadini musulmani. Molti cristiani hanno potuto manifestare e votare per prima volta nella loro vita, cosa che prima ritenevano inutile perché davano risultati scontati. Il Regime al potere sostiene la causa dei cristiani vittime della violenza islamista, a volte i soldati del genio civile sono stati incaricati di aiutare a ricostruire le chiese distrutte dagli attentati. È stato creato il “Consiglio della famiglia egiziana”, una piattaforma di dibattito interconfessionale creata dal Grande Imam d’al Azhar, Dr Ahmed al-Tayyeb, con l’intento di fare evolvere questa legislazione verso un più vasto riconoscimento dei diritti di tutti. Bisogna dire che le ingiustizie contro i cristiani hanno sollevato l’indignazione anche della maggioranza dei musulmani. Ricordiamo in particolare, la sinistra de-

capitazione in Libia dei 21 copti ad opera dei terroristi dello Stato islamico, nel febbraio del 2015. In quella circostanza le vittime sono state piante da tutta la Nazione, le autorità hanno manifestato la loro solidarietà al papa Tawadros e alla comunità nel dolore. Qualche settimana prima, la presenza del Presidente Al-Sissi alla Messa di Natale ortodossa, il 7 gennaio 2015, era già stata notata come un segno di attenzione dello Stato nei confronti della comunità Copta. Il Presidente aveva affermato: “Sono venuto ad offrire i miei auguri perché siamo tutti egiziani. Nessuno dovrebbe chiedere: “Che tipo di Egiziano sei?”, e intendeva dire che non bisogna fare differenze fra egiziani copto o egiziani musulmani: “Siamo tutti egiziani e basta!” Anche per il Natale 2015, il nostro Presidente Al Sissi ha augurato buone feste a tutti i cristiani e a tutto il popolo egiziano. Il suo messaggio, letto durante la Messa di mezzanotte, nella cattedrale di San Marco è una sfida ai terroristi che minacciano i musulmani che augurano buone feste ai cristiani:” Dio ci ha creati diversi, è una ricchezza che noi dobbiamo rispettare. State in guardia su tutto ciò che divide, lo dico a tutti musulmani e cristiani: fate attenzione! Cerchiamo di essere UNO e solidali nella ricerca della pace e dell’amore. Amiamoci gli uni gli altri. Sono qui per dire “grazie” e “perdono”. Grazie per tutto quello che la Chiesa ha fatto per il Paese, perdono perché avevo promesso che per la fine del 2015 tutte le chiese distrutte sarebbero state riparate. Il lavoro è iniziato ma non terminato, prometto qui davanti a tutti che prima della fine dell’anno tutto sarà fatto”. Al di là dei cambiamenti politici, si respira una certa aria di modernità che soffia sull’Egitto: la gente ha preso gusto alla libertà, ha fatto una certa esperienza della vita politica, al di là delle appartenenze,


11 ha incominciato a sfidare le gerarchie, incominciando da quelle religiose. È una evoluzione positiva. Le prove attraversate dal Paese hanno contribuito ad un riavvicinamento tra musulmani e cristiani. Rimane l’inquietudine per la persistenza di una politica di repressione nei confronti degli oppositori islamisti: è necessario riannodare i fili del dialogo politico se si vuole arrivare ad una certa riconciliazione nazionale. La situazione dei cristiani è variabile: è soprattutto nelle regioni povere del Medio ed Alto Egitto che sussistono tensioni sociali. Ciò è dovuto al fatto che si riscontrano ancora rapimenti, richieste di riscatto, e altre varie ingiustizie. Le ferite degli anni e dei mesi passati non sono ancora guarite e influenzano la vita quotidiana. Nessuno può negare il ruolo positivo svolto dalla Chiesa nelle società musulmane, specialmente nel dominio dell’educazione, della cultura e della promozione sociale. E terminando, non dimentichiamo altri valori significativi: il dialogo di vita e il dialogo nella vita che avviene quando le persone si sforzano di vivere uno spirito

di apertura e di prossimità, condividendo le loro gioie e le loro pene, i loto problemi e le loro preoccupazioni; un dialogo semplice e quotidiano vissuto nello stesso palazzo, lo stesso lavoro, la stessa scuola le stesse amicizie; il dialogo di azione, attraverso il quale i cristiani collaborano con gli altri allo sviluppo integrale alla liberazione delle persone; il dialogo di scambi tecnologici, nel quale gruppi di specialisti cercano di approfondire la comprensione delle reciproche tradizioni religiose apprezzandone i valori, il dialogo di esperienze religiose con persone che scambiano le loro esperienze di vita contemplativa, di preghiera, la fede e la ricerca di Dio e dell’Assoluto. In conclusione desideriamo ribadire che il musulmano è un fratello, una sorella. Non bisogna generalizzare guardando solo ad alcuni individui che si servono della religione per altri interessi politici o sociali. Osiamo dire la nostra fede e osiamo riconoscere i valori religiosi dell’altro che ha un credo differente dal nostro. È solo lavorando insieme che riusciremo a lottare contro il terrorismo. Sr. Irini Chenouda, NSA

I religiosi e le religiose sono i più attivi in Egitto, soprattutto nelle Scuole e gli Ospedali, i Dispensari e molte altre attività di apostolato. La loro azione ha contribuito in modo fondamentale allo sviluppo della società e della fede ed hanno aiutato la chiesa Copta ad aprirsi alle nuove problematiche. Noi ci vantiamo nell’evidenziare che la maggior parte dei dirigenti della società musulmani sono usciti dalle nostra Scuole, siamo fieri che personalità dell’arte e delle lettere ci mostrino riconoscenza per il servizio che abbiamo reso loro. Queste persone hanno l’importante ruolo di essere un “ponte” fra i musulmani e i cristiani. Le Scuole cattoliche sono oggi il solo tramite culturale grazie al quale musulmani e cristiani si incontrano dall’infanzia per una eguale educazione. Ciò ha creato nella società un strato di popolazione moderato nel quale i musulmani difendono i diritti dei cristiani considerati cittadini come loro. Un altro segno di speranza per il futuro sono le opere sociali. Ospedali, dispensari, Centri per l’infanzia, Maternità, Club sportivi, Scuole di alfabetizzazione, Case per handicappati e per persone anziane, per i prigionieri, i malati di AIDS, gli immigrati… I musulmani riconoscono in tutte queste attività umanitarie la qualità dello spirito cristiano nel quale traspaiono la dedizione e il sacrificio quali espressione massima della vocazione cristiana all’amore.


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Dalla missione

Dall’Egitto ci scrive Sr. Gisèle Carissimi lettori… Innanzitutto mi presento! Mi chiamo Ama Delali Gisèle e sono una suora NSA nativa di Gadjagan in Togo. Sono arrivata in Egitto il 5 marzo del 2014 e ora vivo e svolgo la mia missione nella cittdina di Zeitoun. L’arrivo in Egitto per una suora dell’Africa sub-sahariana è sempre una scoperta. I costumi, i colori e la cultura sono diversi, per non parlare della lingua! Ricordo che al mio arrivo in questo Paese sono stata accolta per quattro mesi a Choubra, un’altra comunità di suore NSA al Cairo. Lo scopo era proprio l’apprendimento della lingua, l’arabo egiziano, ma è stato per me anche un aiuto ad ambientarmi in questo nuovo Paese prima di raggiungere la mia destinazione definitiva a Zeitoun. Nei miei ricordi è ancora vivo il momento del mio arrivo in Egitto, alle due del mattino… La Provinciale e la responsabile della comunità di Zeitoun erano venute a prendermi all’aeroporto. Siamo arrivate nel grande cortile della casa di Zeitoun e ci siamo fermate giusto il tempo per prendere qualcosa da bere. La mia destinazione in quel primo momento era Choubra, per imparare la lingua. Penso ancora all’accoglienza calorosa della comunità che non mi ha fatto mai mancare il suo sostegno durante quei quattro mesi. Insieme a sr Gladys ho frequentato i corsi di arabo a “Dar Comboni”, un Istituto diretto dai padri comboniani, che insegna l’arabo letterario ed egiziano. Alla fine del

periodo stabilito ho finalmente raggiunto la comunità di Zeitoun. Ormai è passato più di un anno e mezzo dal mio arrivo in questa missione e vorrei condividere con voi qualcuna delle mie esperienze. La nostra comunità ospita quattro stabilimenti scolastici: una scuola materna, una scuola elementare, il collegio e il liceo. Come potete vedere l’attività principale delle nostre comunità NSA in Egitto, ad eccezione del noviziato di Alessandria, è la scuola. Solitamente, la responsabile di ogni istituto scolastico è una delle nostre suore, che collabora con un vice-direttore per la gestione delle diverse attività scolastiche, degli edifici e degli impiegati. Questo è lo schema standard in Egitto. Per quanto mi riguarda, mi è stato chiesto Sr. Gisèle a destra


13 di occuparmi della parte francofona della scuola e degli insegnanti di francese. Mi sono data del tempo per osservare e capire come insegnano e a che livello sono gli studenti in francese. Ora prendo ogni giorno il tempo per passare nelle classi all’ora di francese, per rendermi conto di come i professori insegnano, per vedere la partecipazione degli studenti agli argomenti svolti, per controllare che i testi messi a loro disposizione siano utilizzati conformemente ai programmi ministeriali. A partire dal secondo semestre dell’anno scorso, io stessa insegno nella scuola primaria e al collegio. Un’altra mansione importante per me è la gestione del corpo insegnante. Diciotto insegnanti lavorano per noi e occorre una presenza continuativa delle suore che siano a disposizione per ogni evenienza. Questo permette che il lavoro sia sereno e proficuo per tutti. In realtà sono le suore più anziane che si occupano di questo incarico, visto che è un lavoro che esige una conoscenza approfondita dell’arabo, parlato da tutti qui. Io partecipo come presenza discreta e silenziosa, offrendo aiuto quado serve e lanciando ogni tanto una

frase incoraggiante, anche se in un arabo ancora poco raffinato… A parte la scuola, ho un incarico interessante anche a livello della pastorale. Abbiamo qui i gruppi MEJ (movimento eucaristico giovanile) della nostra scuola, che raggruppa ragazzi e ragazze cristiani ogni sabato. Resto spesso con loro per sostenerli in questo cammino. Faccio anche parte del gruppo AMV (Animazione Missionaria e Vocazionale) e ho partecipato a diversi campi vocazionali con i giovani, uscite e visite a domicilio nelle cittadine dell’Alto Egitto. Queste occasioni di incontro sono state per me dei momenti di gioia e di condivisione con gli abitanti di quei luoghi. In comunità, i miei incarichi riguardano l’occuparmi della sacrestia e la preparazione della preghiera comunitaria due volte a settimana. Anche queste attività le vivo con la stessa gioia, perché mi riportano al cuore della mia fede, in Dio. La preghiera personale e comunitaria infatti mi ristora dalle fatiche della missione. La gioia di essere là dove il Signore mi vuole traspare in tutte le mie attività, ma anch’io vivo le mie difficoltà. La più grande credo sia la lingua. Non riesco ancora a parlare sufficientemente bene l’arabo e mi dispiace quando sono con i bambini. Sono molti coloro che non parlano francese, non posso quindi comunicare in modo appropriato con loro. Provo però a farlo con i gesti, la mimica o l’aiuto di un altro insegnante che mi faccia da traduttore. Per ora me la cavo, il Signore mi aiuterà a migliorare! A Lui rendo grazie per la mia vocazione missionaria, per questo popolo che mi ha accolto e per le mie sorelle che mi accompagnano nella missione! Insieme a loro prego che il Signore “mandi operai alla sua messe”! Buona e santa Pasqua a tutti! Ama Delali Gisèle, NSA


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Dalla missione

Fondazione di BENHA Racconto delle prime quattro Suore Missionarie di N.S. degli Apostoli arrivate a Benha (Egitto) nel 1926

E

ravamo a Tantah, aspettando con impazienza l’ordine della Reverenda Madre Provinciale per metterci in viaggio. Finalmente quell’ordine arrivò, e in quel lunedì di settembre il sole d’Oriente ci parve più fulgido, il cielo più radioso del solito. Ci dirigemmo alla stazione, pensate quattro Suore... 17 bauli e due giare (comperate per precauzione alla stessa stazione di Tantah). Il treno si mise in moto mentre ci abbandonammo nelle mani della Divina Provvidenza. Il viaggio non era lungo, in tre quarti d’ora saremmo arrivate a Benha. Arrivate, i Chayele (facchini) ci travolsero, riuscivamo a stento a difendere i nostri bagagli; tutti volevano naturalmente portarli, ne scegliemmo due, stabilimmo il prezzo del loro trasporto e prendemmo posto su due vetture, fra i nostri numerosi bauli. È così che le Suore Missionarie fecero il loro ingresso a Benha. «La città ci parve tanto animata da suscitare in noi il pensiero presuntuoso... di credere che tale animazione era per... riceverci! Ahimè, era semplicemente il «giorno di mercato» e tutta questa moltitudine non aveva altra preoccupazione di quella di vendere o di acquistare, e che tutto doveva svolgersi nel miglior modo. «Tutto ciò che suscitammo, è stata semplicemente la curiosità … «Tò! ecco le Saba hanat»

“Quanta zizzania in questo immenso campo d’apostolato! Quanti giorni, quanti anni forse passeranno prima d’aver la consolazione di veder germogliare il buon grano! Dissoderemo, lotteremo, e Dio darà la vittoria nel giorno e nell’ora segnata dalla sua Divina Misericordia”. «Alle undici arriviamo alla nostra nuova dimora; è piccola, di modesta apparenza, ma nuova e pulita; sopra la porta principale, un cartello ne indica la destinazione in lingue diverse (arabo, inglese ecc.) Il nostro primissimo pensiero è di consacrarla al Divin Maestro che speriamo posseder presto nel suo Sacramento d’amore. Un Tabernacolo di più sulla terra! Non è questo forse il mezzo d’azione il più potente ed efficace? Da questa fornace ardente usciranno le scintille che scioglieranno a poco a poco il ghiaccio e comunicheranno alle anime che ci circondano, la fiamma della celeste carità.

Le prime religiose della nostra Congregazione sbarcate in Egitto vennero chiamate «i Saba banat» in italiano, le Sette figlie. L’epiteto entrò in uso anche per le altre


15 Il nostro piccolo oratorio sarà il cenacolo dove ogni giorno, «Con Maria Madre di, Gesù», imploreremo la discesa dello Spirito Santo, che ci sarà Maestro e metterà sulle nostre labbra le parole di vita. Suor Hermogène, che intende fare le cose in regola, s’impone il dovere di aspergere i muri con l’acqua benedetta, ma... si sbaglia di flacone! e scaccia il demonio... con una soluzione di solfato di chinino. Ma non è tutto... L’equivoco non mancò

Le prime religiose della nostra Congregazione sbarcate in Egitto vennero chiamate «i Saba banat» in italiano, le Sette figlie. L’epiteto entrò in uso anche per le altre. certo di mettere una nota di allegria alla situazione. Poi, dovendo provvedere ai bisogni imperiosi della nostra povera natura, provviste di pane, apriamo le nostre modeste riserve e, non abbiamo altro che metterci a tavola... È semplicissimo, direte voi, ma... e la tavola? bisognerebbe averne una, e... le nostre sedie? sono ancora alla stazione di Benha. «Suvvia dunque, perché preoccupar-

ci di tante minuzie che la nostra società raffinata riguarda come indispensabili? Togliamo l’imballaggio dei nostri letti, e coi sacchi e la paglia che li ricopriva, fabbrichiamo in un baleno i nostri sedili ultramoderni... «Stile apostolico!» ... E vi prendiamo posto, a spalle unite, coi piatti sulle ginocchia. «Le sante gioie della povertà servono d’aperitivo e le provvisioni sono presto esaurite. Suor Hermogène, nel pomeriggio, esce per cercare di che alimentare la cucina. Un affare serio! bisognava aver fatto le compere al mattino, al mercato. Finalmente dopo molti passi e ancor più parole, riuscì a trovarci qualche cosa. Portandocele, ci disse che un pensiero la confortava fra tanta miseria, quello cioè dei nostri progenitori quando all’uscire dal paradiso terrestre piombarono in uno stato di penuria ancor più deplorevole. “A poco a poco tutto arriva e prende il suo posto”. La S. Messa venne, in questi giorni, celebrata nella sala di una famiglia maronita che abita vicino; l’altare, era un semplice tavolo, trono ben modesto per il Re dei re. Un mese dopo, la nostra Cappella, fu costruita in una camera di m. 3,80 su quattro: essa serve ancora provvisoriamente da chiesa parrocchiale. «Nel mese d’ottobre, assistemmo con piacere alla riapertura delle scuole. Il primo giorno ci condusse 22 giovinette, in novembre ne contavamo 55, oggi sono un centinaio. È inutile dire che la Casa è diventata in breve, troppo piccola, ma la Santa Provvidenza ci aiuta e al presente, non lontano da qui, un po’ fuori della città, s’innalza una costruzione abbastanza grande, nella quale potremmo più facilmente ampliare le nostre opere, avere una cappella adeguata, classi in numero sufficiente e un dispensario. Le fortunate di Benha.


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Dalla missione Non ti ho Detto Di non sfuggire a me Mi troverai come una sorgente Ovunque vai in quel miraggio Persino se mi abbandoni Con rabbia per centomila anni Alla fine ritornerai Visto che sono la tua casa finale. Non ti ho detto Di non essere ingannato con I lustrini nella vita lo sono la tua realizzazione finale. Non ti ho detto Che sono il mare e tu sei il pesce piccolo Meglio che rimani con me Di non avventurarti sulle sponde secche. Non ti ho detto Di non andare verso la trappola Come l’uccello allettato dall’esca Ritorna da me, sono la tua forza illimitata. Non ti ho detto Altri spegneranno il tuo fuoco Rimani con me chi ti metterò In fiamme e scalderò la tua anima. Non ti ho detto Altri ti deluderanno Perderai la fonte Di conforto che ti ho trovato. Se sei illuminato tramite La lanterna del tuo cuore Guidandoti verso la casa di Dio Guardami, potrei essere la strada. Poesia di Gialal al Din Rumi

Figlio di mistici Sufi di nobile famiglia, Jalaluddin Rumi nacque il 30 settembre 1207 a Balkh, antica città allora compresa entro i confini dell’impero persiano e oggi situata in Afghanistan: un importante snodo della Via della seta, crogiolo di popoli e culture diverse, ponte fra Oriente e Occidente e già antico centro di diffusione della religione zoroastriana, del buddhismo, del sufismo e dell’islamismo.


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LA POESIA La poesia dei Sufi intende esprimere l’Amore divino, la vicinanza con l’Amato o il Diletto, l’estinzione (fanâ), la permanenza (baqâ) in Lui, il mistero che è oltre il dire oppure il senso di distacco, di separazione dall’Amato: senso illusorio che il poeta cerca assolutamente di trascendere. La poesia del Sufi è parola rivolta all’Unico, è preghiera e dialogo con l’Unico, è coscienza ed intuizione che il suo Signore, il suo Sé è presente ed attivo nel ventricolo del suo cuore. I Sufi sono maestri del velamento e dello svelamento, del simbolismo e della metafora, velano l’essenza ed al tempo stesso la svelano “Suf” vuol dire lana. I Sufi dei primi secoli erano asceti che vivevano nei deserti vestiti di una lunga tunica di lana, loro unica proprietà, insieme al secchiello per l’acqua. Questa tunica era ovviamente logora e rattoppata. Queste toppe, cento come i nomi di Allah menzionati nel Corano, in epoca più tarda divennero colorate, fino a diventare il “costume” tipico del “Dervish” (poverello) del medioevo. Se vi è capitato di vedere nelle nostre strade i Muridi Baifal senegalesi potete capire come questa tradizione sia ancora viva.

Nella generosità e nell’aiuto degli altri sii come un fiume. Nella compassione e nella grazia sii come il sole. Nel nascondere le mancanze altrui sii come la notte. Nell’ira e nella furia sii come la morte. Nella modestia e nell’umiltà sii come la terra. Nella tolleranza sii come il mare. Esisti come sei oppure sii come appari. Poesia di Gialal al Din Rumi


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Dalla missione

Argentina

La NOVENA della Vergine di Lourdes C

amminare con chi ti invita a fare un passo insieme, anche piccolo ma che fa sognare la possibilità di vedere i germogli del seme dischiudersi alla Vita del Vangelo…. È questo desiderio che mi ha fatto accettare la proposta di fare la novena della Vergine di Lourdes facendo passare la sua statua in nove famiglie, un giorno in ciascuna casetta, nel barrio Ampliación Cabildo dove da più un anno un piccolo gruppetto di tre mamme cerca di iniziare l’annuncio del Vangelo nella zona.

E così ogni giorno alle 5 del pomeriggio, ci troviamo a pregare il rosario in una casetta, dopo aver letto tutte le intenzioni di preghiera raccolte in ogni famiglia, cantiamo, lasciamo la statua e il foglio di preghiere. Il giorno dopo questa famiglia accompagna la statua della Vergine in un’altra famiglia che l’attende. Giovedì 11, giorno della Vergine di Lourdes, si partirà in processione da questo quartiere per arrivare alla parrocchia e celebrare la Messa tutti insieme.


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Perché parlare di una cosa tanto semplice e ‘normale’ come una novena? Perché mentre io mi chiedevo come far giungere il Vangelo di Gesù a questa ‘periferia’ del nostro territorio, mi accorgo che Maria, presente nella loro innata e profonda devozione ‘popolare’, ci apre la porta delle case e dei cuori. Le mamme ci attendono con i loro bimbi, ci condividono le loro speranze e preoccupazioni, la loro fede che spinge a chiedere aiuto a Maria; gli anziani raccontano le loro pene con serenità e saggezza, i bimbi ci manifestano la gioia di avere nella loro casa ospiti insoliti. Ieri c’era anche un papà a pregare con noi. Dopo la preghiera ci mostrava contento le poltrone che aveva costruito per la sua casetta con tronchi di un albero che avevano tagliato e come aveva trasformato in un bel mobile da soggiorno un vecchio armadio che era stato gettato via. Iniziamo il rosario e si ascolta solo la nostra voce di adulti, poi già verso la fine si uniscono le voci dei bimbi che ripetendo

hanno imparato l’Ave Maria e anche un po’ il Padre Nostro. E anch’io imparo … da questa pietà popolare che ‘manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere …, è il loro modo di vivere la fede, di sentirsi parte della chiesa e di essere missionari, di camminare insieme e sentirsi pellegrini (E.G.123, 124). E contemplo Maria entrare senza esitare nel profondo della cultura del suo popolo e accompagnare i passi di Gesù perché apprenda i modi e le usanze religiose della sua gente. A Lei, chiedo di aiutarmi a ‘spogliarmi’ di ciò che mi fa ‘diversa’ da loro, da questo gente (per cultura, età, esperienze) e possa camminare accanto a ciascuno con il loro passo, conservando in cuore l’amore di Gesù e lasciando alla fantasia creatrice dello Spirito e ai suoi tempi, tracciare il nostro cammino di inculturazione del Vangelo. Sr. Annarosa Crippa, NSA


Dalla missione

È BRILLATA UNA

ALGERIA

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«I

n un mondo immerso nelle tenebre, una luce risplende”, noi NSA di Orano abbiamo ricevuto questa luce sfavillante attraverso un’esperienza che appartiene non solo a noi, ma al mondo intero, e che non possiamo passare sotto silenzio! Forse avete già sentito, attraverso i media, la notizia che, dopo quattro secoli, la festa del Mewloud (anniversario della morte di Maometto per i musulmani) coincideva con il Natale, la sera di giovedì 24 dicembre scorso. In quella occasione noi abbiamo vissuto un avvenimento molto speciale e inatteso: il nostro Vescovo, Mons. Jean Paul Vesco, che da anni è in ottime relazioni con la comunità alawita-sufita algerina, ha accolto con gioia l’idea di questa comunità di unirsi a noi per celebrare insieme le due Feste. E così, alla vigilia di Natale, le due comunità di fede diversa hanno pregato unite. Non è forse un miracolo? Abbiamo animato insieme la veglia di preghiera che precedeva la Messa, intercalando canti musulmani di lode a Dio a quelli della corale dei giovani universitari sub sahariani della nostra Parrocchia di Santa Maria. E durante la Comunione, loro cantavano per noi! C’era una grande gioia in tutti: eravamo consapevoli di compiere gesti ricchi di significato che sembrano impossibili in questo mondo segnato da violenza, terrorismo e paura. Di fronte all’invito il nostro Vescovo avrebbe potuto esitare ed anche questi nostri fratelli musulmani temere le minacce sempre incombenti verso coloro che cercano il dialogo. L’Algeria non è diversa dagli altri Paesi musulmani e tuttavia ci

si sente un po’ più sicuri grazie anche al lavoro quotidiano dei militari che non si è mai allentato dopo decenni di terrorismo. Ci sono poi altri aspetti: l’amore che Dio ci dona di vivere, la reciprocità, la collaborazione nel campo della Sanità e delle iniziative umanitarie… Ciò che può unirci con i musulmani sufi e tutti i musulmani di buona volontà per sostenerci reciprocamente nella ricerca del bene è osare l’incontro e l’unità nella preghiera, nel rispetto delle reciproche differenze. In questo senso notiamo una crescita, infatti aumentano gli algerini che chiedono di partecipare alle nostre celebrazioni di festa… per vedere come preghiamo ed anche per meglio conoscerci. Alcuni ci offrono segni di amicizia con piccoli doni, altri vogliono collaborare con noi nell’aiuto ai poveri. Il movimento Sufi ha una lunga tradizione di ospitalità, di apertura e di impegno per l’ecologia e la pace. Quest’anno ha lavorato molto sul territorio algerino per sensibilizzare la gente alla campagna delle Nazioni Unite per la giornata internazionale “Vivere insieme”, lanciata in occa-


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GRANDE LUCE

sione del Congresso Mondiale “Le donne nell’Islam” (ottobre 2014) al quale hanno partecipato anche molti di noi. Il loro obiettivo è di sollecitare il Maghreb, e il resto del mondo, verso un cammino rischiarato dallo Spirito di Dio Creatore e Misericordioso, che ha voluto la nostra diversità, perché è nella fedeltà a Lui che noi possiamo imparare ad accoglierci, a rispettare i nostri valori e differenze, perché Dio ha parlato a tutti e noi lo riconosciamo nei frutti che la sua azione realizza. Là dove agisce il bene, là c’è lo Spirito di Dio. La Chiesa ce lo ricorda nel documento conciliare. Gaudium et Spes. Sono certo che altre comunità, in altri luoghi del mondo hanno vissuto la stessa grazia, molti invece purtroppo no. Ma noi siamo pieni di speranza e lodiamo Dio, nostro Padre buono per questo dono. Vi abbraccio tutti. Restiamo uniti nella preghiera. Pregate il Signore della messe di inviare missionari gioiosi e fedeli alla nostra Chiesa d’Algeria. Vi lascio con gli auguri di qualche amico e amica, musulmani. Sr. Sandra Catapano, NSA

MERAD “Che il vostro albero sia bello come i vostri cuori! Questa notte di Natale sia per voi piena di dolcezza e di serenità! Che le nostre Feste portino nel mondo l’amore e la pace!”. KADIDIJA “Grazie a voi, che Dio ci doni la fede per vivere insieme nella pace e nella fraternità”. FARRUDJA «Grazie e che le nostre differenze ci aiutino a crescere per il bene di tutta l’umanità». DOTT. M. “Grazie e che Dio vi protegga!”. DOTT. R. «Grazie per questo messaggio pieno di amore e di speranza per l’umanità. Dio ascolta la voce dei profeti. Buon Natale e che Dio vi protegga. Voi siete degli angeli sulla terra. Vi abbraccio”. AICHIA “Grazie per il vostro ricordo fedele. Che queste feste siano una lezione comune per unire l’umanità. Buon Natale a voi tutti!”. YASMINA “Grazie e Buon Natale a voi. Pace per ogni essere umano, che Dio ci protegga!”. DOTT. R. “Grazie, che la pace e la tolleranza regnino sulla terra”. DOTT. A. “Questi giorni benedetti ci aiutano a crescere nella speranza di più speranza e serenità”.


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Dalla missione ALGERIA

La nostra fede e la

“verità dell’altro” P

ierre Claverie, vescovo di Orano, impegnato nel dialogo islamico-cristiano, fu assassinato dagli islamisti la sera di giovedì 1 agosto 1996. Ritornava da una cerimonia in ricordo dei sette monaci trappisti di Nostra Signora dell’Atlante, prima rapiti e poi uccisi barbaramente nel maggio dello stesso anno. Mons. Claverie sapeva bene che queste vittime difficilmente sarebbero state le ultime e che il fatto stesso di avere deciso di rimanere in Algeria metteva a repentaglio la sua vita. È stato ucciso, assieme al suo fedele autista musulmano, da un ordigno fatto esplodere nel cortile del vescovado con un congegno a distanza. Claverie era un “pied noir”, come vengono chiamati i francesi d’Algeria, della quarta generazione, nato ad Algeri in un quartiere popolare, l’8 maggio del 1938. Lasciato il Paese per svolgere gli studi nell’ordine domenicano, vi ritornerà sacerdote nel 1965 fino a prendere la guida della Diocesi di Orano nel 1981. Sarà il Card Duval, vescovo di Algeri, a imporgli le mani nell’ordinarlo vescovo. Definitivamente legato all’Algeria con l’elezione a pastore, ne chiederà subito la cittadinanza, che tuttavia non gli ver-

rà mai concessa. Prima dell’ondata di violenza che investirà il Paese, la sua Diocesi, 5 milioni circa di abitanti, contava 1.500 cattolici, 10 parrocchie, 9 sacerdoti diocesani, 13 sacerdoti religiosi e 45 suore. Il modo migliore per descrivere la sua ricca personalità e la sua aspirazione a servire Dio “in casa dell’Islam”, è riferirci alla preghiera che ogni giorno pronunciano le Piccole Sorelle del Sacro Cuore di Gesù in Algeria, che insegnarono a Claverie l’arabo e gli mostrano un modo nuovo di fare missione: “Accogli, o Padre Santo, in unione al sacrifico del corpo e del sangue di Cristo e per la gloria del tuo nome, l’offerta della mia vita in immolazione per i miei fratelli dell’Islam e del mondo intero. Io te la offro anche per tutti i miei fratelli poveri e oppressi, perché trovino la loro vera liberazione nella giustizia e nella carità di Cristo…”. Uomo di Algeria, egli si impegno perché la Chiesa, una volta partiti i francesi, restasse in quel Paese come servizio per gli algerini, per accompagnarli in quel processo che andava delineando la loro identità nel tentativo di uscire da una forte condizione di povertà (“entrare, in quanto uomini e in quanto cristiani, nel futuro del


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popolo algerino”). Un progetto al quale egli rimase sempre coerente, innamorato della differenza (“che ci dice la strada che dobbiamo ancora percorrere”). Il suo contributo fu soprattutto la riflessione maturata nella vita a fianco dei Musulmani. Egli era convinto che: “siamo invitati a superare l’ecclesiocentrismo rigido che ci rende incapaci di discernere la venuta di Dio al di fuori delle frontiere visibili della Chiesa… La Chiesa come sacramento di salvezza è un sacramento della presenza di Dio sotto forme molteplici e inattese lungo i secoli… Non dobbiamo disconoscere le differenze delle altre religioni tentando di portarle al cristianesimo, quanto piuttosto indirizzare i loro fermenti di santità al vero Dio, verso il quale esse tendono escatologicamente”. Coerentemente con queste posizioni, nello svolgere il suo ministero episcopale, Claverie elaborò un programma di dialogo basato su alcuni punti per lui essenziali, il primo dei quali fu riconoscere ed accettare l’alterità (tenendo conto che i credenti non sono portati per natura alla tolleranza). Questo percorso di condivisione e di scambio deve essere esente dal desiderio di manifestare l’errore altrui. Dobbiamo scoprirci “vicini e chiamati a una stessa missione ricevuta dall’unico Dio, non sopraffacendo l’altro ma costruendo assieme a lui un mondo più umano, secondo

la divina volontà”. Creare quindi da subito un clima di fiducia e di muto rispetto, perché, citando Sant’Agostino”: l’amore fraterno è il primo e l’ultimo grado per condurci all’amore di Dio”. Egli “ospite in casa dell’Islam” e senza cercare la conversione dei musulmani, elaborava il senso della propria presenza in Algeria e si proponeva di trovare un modo di contribuire alla crescita dello Stato algerino. Amava ripetere con il grande mistico sufi Djalal al-DinRumi che “non c’è che un passo sulla Via, un passo fuori di se stessi”. Questo amore disinteressato e vero per l’Algeria, gli valse non solo il titolo di vescovo dei cristiani, ma di tutta Orano. Tanto che ai suoi funerali, parteciparono soprattutto i musulmani. A tre giorni dalla propria morte, Claverie scrisse la sua ultima lettera che riguardava la morte dei monaci di Tiberine: “La morte dei monaci, che erano fratelli e amici nostri di lunga data, ci ha straziato una volta di più, ma ci ha spinto a stringere ancora di più i nostri legami con migliaia di algerini assetati di pace e stanchi di violenza (…) Noi restiamo qui per fedeltà a questo grido di amore e riconciliazione che il priore dei Monaci aveva espresso nel proprio testamento spirituale, in cui considerava lucidamente la possibilità della morte. Io sono divenuto guardingo ed ho la protezione delle forze dell’ordine, ma Dio rimane il padrone della mia ora X, ed è Lui soltanto che può dare un senso alla nostra vita e alla nostra morte. Il resto non è altro che polvere negli occhi”. Un esempio straordinario il cammino di dialogo e di condivisione che ha guidato tutta la vita del vescovo di Orano e che oggi la Chiesa ricorda come “Servo di Dio”.


Adesso parliamo noi Proposta Animazione Scuole

PROGETTO FRONTIERE

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2015-2016 A

partire da quest’anno, la comunità SMA-NSA propone alle scuole del territorio quattro percorsi formativi di Educazione alla mondialità, che vanno sotto il nome di “PROGETTO FRONTIERE”. È un modo diverso di fare animazione missionaria, che punta a fornire una più chiara interpretazione delle dinamiche del mondo attuale ai ragazzi e ai giovani delle scuole. Il progetto è indirizzato in primo luogo alle scuole secondarie di primo e secondo grado, ma siamo disponibili anche per incontri e animazioni nelle scuole primarie e dell’infanzia, nei gruppi parrocchiali e nei diversi contesti associativi. L’obiettivo è di introdurre i ragazzi al confronto con le differenze culturali e le problematiche della globalizzazione attraverso la conoscenza di realtà, persone e situazioni di frontiera, aiutandoli a formarsi una coscienza critica e a superare una visione pregiudiziale e stimolarli a maturare atteggiamenti responsabili e a rendersi protagonisti attivi nella società in cui vivono. I temi trattati: la scoperta del continente africano, delle sue ricchezze e contraddizioni, con uno sguardo rivolto alle radici storiche e sociali delle problematiche odierne. Modulo 1: “Uno sguardo sull’Africa, tra pregiudizi e realtà”: scopriamo insieme il continente africano; la conoscenza delle problematiche dei Paesi del Sud e delle relazioni Nord-Sud del mondo. Modulo 2: “Il mondo sottosopra”: gli squilibri Nord-Sud del mondo); la formazione di una coscienza aperta alle differenze culturali e religiose; dialogo, rispetto, non violenza. Modulo 3: “Fattore R”: la sfida del dia-

logo interreligioso); l’educazione all’ecologia integrale, che proponga nuovi stili di vita possibili. Modulo 4: “Una casa per tutti”: ecologia e mondialità). Sr. Giuliana

Per superare le

FRONTIERE…

M

etteteci un padre ed una suora innamorati della loro vocazione missionaria e di Dio, degli adolescenti che mettono in discussione tutto e cercano risposte, degli insegnanti che della sfida educativa fanno la loro missione, condite il tutto con un po’ di fantasia e di colore, beh … eccovi introdotti nel “Progetto Frontiere”, progetto di educazione alla mondialità di cui c’è tanto bisogno oggi, non solo tra i giovani! In questi due ultimi anni scolastici ho avuto la fortuna di accompagnare p. Lorenzo e suor Giuliana nelle scuole dove ho lavorato. La prima esperienza è stata l’anno scorso, alla scuola secondaria di primo grado di Montemerlo, prima, e di Bastia, poi. Nata quasi per caso, da un “Che ne dici se…?” detto al mio collega di religione cattolica, questa iniziativa si è dimostrata davvero stimolante per gli alunni ed anche per gli insegnanti. I nostri missionari hanno incontrato i ragazzi di seconda e terza media: tutti, compre-


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PROGETTO FRONTIERE

si quelli che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica. “Uno sguardo sull’Africa: tra pregiudizio e realtà”: questo il tema affrontato. In un primo momento i ragazzi hanno potuto avvicinarsi concretamente ad oggetti di alcuni paesi africani: oggetti d’uso comune, ma anche strumenti musicali e vestiti (indossandoli!). Poi si è passato ad un momento più strutturato di conoscenza del continente africano, guidando la riflessione su tre parole chiave: le frontiere (degli stati, del territorio, delle culture, come luoghi di passaggio e di incontro), le ferite del continente (tratta degli schiavi, colonialismo e neocolonialismo, conflitti in corso, sfruttamento delle risorse), la dignità, come valore fondamentale dei popoli e delle persone e motore del processo di emancipazione. Il tutto si è concluso con la visione di un video su Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso, che ha sognato e costruito “la terra degli uomini liberi ed integri”, sino ad essere ucciso. In un contesto e in un tempo storico in cui si discute vivacemente sulla “invasione” dei profughi, educare i ragazzi a superare i pregiudizi e guidarli verso uno sguardo critico ed informato della realtà, compresa quella legata alla migrazione e alle relazioni del nostro paese con l’Africa, è apparso fondamentale, in una società che, sempre più complessa, è chiamata ad aprirsi al dialogo, al confronto reciproco e all’accoglienza. Ma eccoci all’anno scolastico in corso. Precisamente alla Scuola “Media” di

Battaglia Terme, il 14 novembre 2015: sì, esattamente il giorno dopo l’attacco terroristico a Parigi. Una bella sfida, se si pensa che il tema trattato nell’incontro con questi alunni è stato niente meno che “Il fattore R: la sfida del dialogo interreligioso”. Anche qui si è cominciato con una dinamica iniziale, che è molto piaciuta agli alunni, per poi proseguire con un momento più formativo. A tappe p. Lorenzo e suor Giuliana hanno guidato gli alunni a scoprire alcune esperienze concrete di dialogo interreligioso (in Rwanda, ad esempio) e la “regola d’oro” che sta alla radice del dialogo: una sorte di legge universale che, in forme diverse, si trova espressa nei libri sacri delle principali religioni e nei testi sapienziali di molte culture e che si potrebbe riassumere con “Fare agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi e a non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi”. Quindici giorni dopo l’équipe d’animazione ha poi incontrato le due terze della scuola secondaria di primo grado di Galzignano ed è stato un successo! In questa occasione si è trattato un ulteriore tema: “Una casa per tutti: ecologia e mondialità”. Un tema ecologico, dunque, per prendere coscienza dei mali di cui soffre la terra e riflettere su come ciascuno di noi sia chiamato a compiere, nel suo piccolo, azioni quotidiane responsabili. Una cosa, in particolare mi ha colpito, al di là delle singole tematiche: la curiosità dei ragazzi e la loro voglia di conoscere maggiormente quanto vissuto in Africa dai missionari. Mi piace, infine, concludere citando quanto scritto da due ragazze di Battaglia dopo l’incontro di novembre. “Non abbandoniamo mai la speranza di un mondo di pace”. “Forse esiste un modo per non ricorrere alla guerra. Dipende da noi. Dipende da cosa scegliamo di essere”. Chiara Businaro


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Adesso parliamo noi

E io, che cosa posso fare? M

i chiamo Davide Gomiero e ho 24 anni. Sono uno studente universitario in Scienze Forestali ed Ambientali e mi interesso ormai da anni di ecologia e cura del Creato. Sono scout fin da quando ero bambino e cerco di far miei tutti i valori che questa bellissima esperienza mi sta dando. Da due anni partecipo agli incontri del GAG (Gruppo Ad Gentes,) organizzati alla comunità SMA-NSA di Feriole (PD). Partecipo a questo percorso con altri giovani, siamo una decina circa, quest’anno ci siamo lasciati guidare ed interrogare dall’Enciclica “Laudato sì” sulla cura della nostra casa comune. Ci ritroviamo la sera del sabato per una condivisione del vissuto partendo dal tema svolto il mese precedente, la mattinata della domenica, focalizzazione su un tema e riflessione personale; il pomeriggio attualizzazione, esperienze vissute in rapporto alla tematica della giornata. Vorrei iniziare con una frase di San Francesco d’Assisi che sento molto mia in questo momento: «Iniziate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile». Mi sono interrogato parecchio per capire come scrivere questo articolo. Ho pensato e ripensato a quali dati fornire, quali importati fonti citare, per parlarvi dell’enorme problema ecologico e non solo che l’umanità dovrà affrontare oggigiorno e nell’immediato domani. Ma ho deciso di non essere prolisso su questo

perché tanto è già stato detto ed è dovere di ognuno di noi, in particolare di noi cristiani, di farsi avanti e “prendere dolorosa coscienza” (Papa Francesco, Laudato Sì, paragrafo 19) sul grave rischio che stiamo correndo. Informiamoci, non accontentiamoci di quanto detto dai TG, dalle testate giornalistiche nazionali o locali, dove spesso le notizie sono distorte e piegate a favore di quelli se non di quegli altri interessi. Vi invito a leggere l’enciclica Laudato Sì di Papa Francesco, troverete aspetti dal mondo nascosti, velati, ridisegnati. Vi porterà a porvi tante sane domande così come è successo a me. L’antropocentrismo umano sta causando immani danni al Creato e di ovvia conseguenza alla nostra società, scatenando una serie di effetti devastanti per gli ecosistemi e producendo cambiamenti di una drasticità di immemore velocità e criticità che porteranno, se non vi si porrà al più presto limite, a scardinare completamente la nostra “civiltà” così come la conosciamo. Detto così mi rendo conto che sembra quasi il necrologio di un disastro e che i termini usati possano essere per alcuni estranei e di indifferente valore. Il punto però è che la situazione è veramente molto grave. I cosiddetti cambiamenti climatici, che l’uomo nella sua ingordigia di risorse e nel suo egocentrismo sta provocando, sono purtroppo già visibili nel nostro territorio. Quello che sta accadendo ora, oggi, in questo momento, è un precipitarsi di


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nuovi eventi e fattori climatici che influenzeranno sempre di più la nostra società. Il mondo, nelle sue molteplici sfaccettature e nei suoi numerosi colori è intimamente interrelato, connesso, legato. «Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?». Ritengo che questa frase di Edward Lorenz (1972; matematico e meteorologo statunitense) sia molto esplicativa nel mettere in primo piano il ruolo che ognuno di noi ha per indurre o mitigare i processi futuri legati ai cambiamenti climatici. Prendiamo coscienza del fatto che ogni nostra azione, od ogni nostra mancata scelta, ha un’incidenza positiva o negativa sul Creato e che ogni danno provocato a quest’ultimo si ripercuoterà su di noi e sulle generazioni future. Solo un dato per rendere l’idea. L’ultimo rapporto dell’Internal Displacement Monitoring Centre (2013), asserisce che solo nel

2012 sono state 32,4 milioni nel mondo le persone costrette ad abbandonare la loro casa in conseguenza di disastri naturali. Persone che noi chiamiamo profughi, rifugiati, emigrati e che attualmente stanno chiedendo asilo anche sulle nostre coste. Sono persone che si ritrovano costrette ad abbandonare la loro terra per colpa in gran parte degli stili di vita condotti da noi “occidentali”. Ma vi ricordo che questi sono solo i cambiamenti più evidenti! Il prezzo del pane che troviamo sulle nostre tavole perché credete sia aumentato a dismisura negli ultimi anni? Arriviamo però ora ad un punto. Dando per scontato il fatto che siamo desiderosi di operare un cambiamento sostanziale nella nostra vita e che spingiamo per quel “fare qualcosa”. La scusa per l’immobilità dell’agire che più spesso mi viene posta è: “ma che potrò mai fare io solo?” Smontiamo da subito questa pigrizia e ricordiamoci della frase di San Francesco ad inizio articolo. E, dato che è più facile per ognuno di noi essere coscienti di quanto va fatto piuttosto di quanto ognuno è chiamato a fare, vi invito ad essere vivaci e a non avere paura di non poter fare nulla perché invece possiamo compiere molto per lasciare questo mondo migliore di come lo abbiamo trovato. Siamo infatti tanti, diversi, ognuno con i suoi talenti e questo perché così tutti insieme troviamo complemento nel disegno di Dio. Non dobbiamo aver timore del “e io che posso fare per cambiare lo stato delle cose?” Non siamo assolutamente impotenti! In più, noi cristiani, lo abbiamo come dovere di fede e di coerenza con ciò in cui crediamo. Ognuno di noi ha dei doni. Abbiamo lo Spirito Santo. Apriamo i nostri cuori e lasciamoci guidare, rendiamoci disponibili ad operare il cambiamento attraverso la preghiera. Mi chiedo: Uomo dove sei? Dove sei giunto? Non chiediamoci tanto dov’è Dio ma piuttosto dov’è finito l’uomo… Davide Gomiero


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NSA: Nuovi Stili di Annuncio

Laudato Sì

Papa Francesco ci ha regalato, qualche mese fa, un messaggio di portata planetaria. Con l’enciclica “Laudato si’, sulla cura della casa comune”, ancora una volta ci sorprende e ci stimola a rinnovare nel profondo il nostro cristianesimo. Il discorso della cura e salvaguardia del creato è messo al centro della nostra attenzione e con originalità e urgenza se ne sottolineano con forza le sfide attuali. Un percorso completo che tocca la società, la politica, l’economia e la spiritualità dell’uomo e della donna di oggi. Credenti o no. Ecco che allora, per quest’anno, nella rubrica sui Nuovi Stili di Annuncio, vogliamo lasciarci condurre dal nostro papa lungo i capitoli principali di questa sua lettera accorata e intensa rivolta al mondo intero e a noi cristiani per primi. In questo primo appuntamento, cercheremo di capire la struttura di questa enciclica, il motivo per cui è stata scritta e le piste di lettura principali. In seguito, ci immergeremo nella comprensione dello stato in cui si trova la nostra terra e l’umanità più abbandonata. Per arrivare poi a individuare alcune linee di azione pratica quotidiana e di ‘conversione ecologica’ e spirituale che possano essere un aiuto per la nostra crescita personale e un aiuto per sorella terra e i fratelli e sorelle del mondo. Iniziamo con uno sguardo d’insieme sull’Enciclica. Perché “Laudato si”? L’Enciclica prende il nome dall’invocazione di san Francesco, «Laudato si’, mi’ Signore», che nel Cantico delle creature ricorda che la terra, «è anche come una

sorella, con la quale condividiamo l’esistenza» (n. 1). Questa terra, maltrattata e saccheggiata, si lamenta e i suoi gemiti si uniscono a quelli di tutti gli abbandonati del mondo. Papa Francesco invita ad ascoltarli, sollecitando tutti e ciascuno a «cambiare rotta», assumendo la bellezza e la responsabilità di un impegno per la


29 «cura della casa comune». L’urgenza che si legge tra le righe dell’Enciclica va sempre di pari passo con uno sguardo di speranza: «L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune» (n. 13). A chi si rivolge l’Enciclica? Papa Francesco si rivolge certo ai fedeli cattolici, ma si propone «specialmente di entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune» (n. 3): il dialogo percorre tutto il testo, e nel cap. 5 diventa lo strumento per affrontare e risolvere i problemi. Perentrare in questo dialogo, il Papa fa riferimento innanzitutto al Magistero della chiesa precedente (Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI). A questi affianca i contributi di «altre Chiese e Comunità cristiane - come pure altre religioni - che hanno sviluppato una profonda preoccupazione e una preziosa riflessione sul tema dell’ecologia” (n. 7). E ne assume esplicitamente il contributo. L’impianto dell’Enciclica L’itinerario dell’Enciclica è tracciato nel n.15 e si snoda in sei capitoli. Si passa da un ascolto della situazione a partire dalle migliori acquisizioni scientifiche oggi disponibili (cap. 1), al confronto con la Bibbia e la tradizione giudeo-cristiana (cap. 2), individuando la radice dei problemi (cap. 3) nella tecnocrazia e in un eccessivo ripiegamento autoreferenziale dell’essere umano. La proposta dell’Enciclica (cap. 4) è quella di una ecologia integrale che comprenda le dimensioni umane e sociali, inscindibilmente legate con la questione ambientale. In questa prospettiva, Papa Francesco propone (cap. 5) di avviare a ogni livello della vita sociale, economica e politica un dialogo onesto, che strutturi processi decisionali trasparenti, e ricorda (cap. 6) che nessun progetto può essere ef-

ficace se non è animato da una coscienza formata e responsabile, suggerendo spunti per crescere in questa direzione a livello educativo, spirituale, ecclesiale, politico e teologico. Il testo termina con due preghiere, una offerta alla condivisione con tutti coloro che credono in «un Dio creatore onnipotente» (n.246), e l’altra proposta a coloro che professano la fede in Gesù Cristo, ritmata dal ritornello «Laudato si’», con cui l’Enciclica si apre e si chiude. Le assi portanti Il testo è attraversato da alcuni assi tematici: «l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita» (n. 16). “Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?” (n. 160). Questo interrogativo è al cuore della “Laudato si’”. Che lungo quest’anno sia anche al cuore delle nostre riflessioni di azione missionaria. Sr. Giuliana Bolzan, NSA


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Il Giubileo

Dio

non si stanca di cercarci V

i è nel vangelo di Luca una piccola parabola, quella della dracma persa, che i commentatori non ritengono sovente degna di grandi approfondimenti perché veicola un messaggio simile a quella che la precede, la parabola della pecora smarrita. È un peccato! Se l’evangelista l’ha

inserita nel suo vangelo, un messaggio deve pur averlo. Quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte (Lc 15,810). Nella sua semplicità questi versetti ci presentano Dio sotto i tratti di una donna. È


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importante perché questo ci ricorda che Dio è nei nostri confronti Padre e Madre ed il suo amore assume i tratti di ambedue. La donna del vangelo non si dà pace finché non trova ciò che è andato perso. E notiamo bene: qui non è come la pecora che si è allontanata dal gruppo, andando fuori. La moneta si è persa in casa, dentro dunque. Ecco perché la donna mette in atto tutta una serie di accorgimenti per ritrovarla all’interno della casa. Accende la luce per vedere in ogni angolo, anche quello più remoto, quello più impensato. Spazza e riordina la casa. Quante volte facendo pulizia troviamo cose che avevamo perso e che non riuscivamo più a trovare! Così fa Dio, nella sua misericordia, nei nostri confronti.

Non sempre ci siamo allontanati da Lui, perché in pratica continuiamo a frequentare la chiesa, a ricevere i sacramenti, a fare le nostre preghiere. Non ci siamo persi allontanandoci, ma - come ci ricorda la parabola - ci si può perdere anche restando all’interno di una pratica cristiana, quando il nostro cuore non è attaccato al cuore di Gesù, quando anche inconsciamente siamo apparentemente cristiani, ma con il tempo non pensiamo più come Gesù, non reagiamo più come Lui, non gli assomigliamo più. Ecco che allora Dio ci invita a lasciarci illuminare dalla sua Parola, a fare ordine nella nostra vita, a spazzarla perché vengano rimosse le tante cose che non sono essenziali, e riemerga ciò che conta, ciò che vale, ciò che è degno di Lui. p. Renzo Mandirola SMA


“Gesù Cristo è risorto! L’amore ha sconfitto l’odio, la vita ha vinto la morte, la luce ha scacciato le tenebre! Accogliamo la grazia della Risurrezione di Cristo! Lasciamoci rinnovare dalla misericordia di Dio, lasciamoci amare da Gesù, lasciamo che la potenza del suo amore trasformi anche la nostra vita; e diventiamo strumenti di questa misericordia, canali attraverso i quali Dio possa irrigare la terra, custodire tutto il creato e far fiorire la giustizia e la pace”. Papa Francesco, Pasqua 2013

Auguri di Buona Pasqua dalla Redazione di Regina Apostolorum


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Uno dei protagonisti del nostro Missio meeting: GREGOIRE AHONGBONON, il “povero riparatore di pneumatici” come si definisce lui, fondatore dell’Associazione Saint Camille de Lellis, che in Africa si occupa della cura e del recupero dei malati di mente. Un altro protagonista del Missio Meeting Kindi Taila, congolese. Nel 2005 vinse la battaglia per permettere ad un immigrato di specializzarsi in Medicina.

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