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Rivista Trimestrale Anno 27

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dicembre 2014 · N

Speciale ALGERIA Convegno missionario VITA NSA

Accogliere… siamo una sola famiglia umana


o r t n e c l a e i r e f i r Pe Per conoscere e allargare i nostri orizzonti ai gravi problemi della povertà che genera guerre, violenze, emigrazioni, divisioni, insofferenze e repulsione. Tre serate di approfondimento del tema, tre mattinate di incontri, preghiera e riflessione, sollecitati dalla Chiesa e dalle situazioni della società in cui viviamo. n 28 dicembre ore 20,45: periferie nella Santa Scrittura P. Mario Menin, teologo e direttore della rivista Missione Oggi dei padri Saveriani di Parma n 29 dicembre ore 20,45: periferie nell’Africa dimenticata Raffaele Masto, giornalista e scrittore, animatore di Radio Popolare e collaboratore di Riviste Missionarie n 30 dicembre ore 20,45: periferie geografiche e spirituali nella nostra società italiana Don Angelo Riva, teologo ed animatore delle famiglie in diocesi di Como Le mattinate sono particolarmente consacrate alla meditazione sul tema del forum, seguirà un tempo di condivisione finale. Mons. Giuseppe Zanon, vicario vescovile per il clero della diocesi di Padova, guiderà questo tempo di riflessione.

appuntamenti

28-31 DICEMBRE 2014

A tutti i consacrati in occasione dell’anno della vita consacrata In questo Anno il Santo Padre invita ogni famiglia carismatica a far memoria degli inizi e del proprio percorso storico, per ringraziare Dio che ha offerto alla Chiesa così tanti doni che la rendono bella e attrezzata per ogni opera buona. Papa Francesco nel suo Messaggio di apertura raccomanda: “Raccontare la propria storia è indispensabile per tenere viva l’identità, così come per rinsaldare l’unità della famiglia e il senso di appartenenza dei suoi membri. È un modo anche per prendere coscienza di come è stato vissuto il carisma lungo la storia, quale creatività ha sprigionato, quali difficoltà ha dovuto affrontare e come sono state superate. Si potranno scoprire incoerenze, frutto delle debolezze umane, a volte forse anche l’oblio di alcuni aspetti essenziali del carisma. Tutto è istruttivo e insieme diventa appello alla conversione. Narrare la propria storia è rendere lode a Dio e ringraziarlo per tutti i suoi doni”. Quali iniziative? Innanzitutto, l’Anno della vita consacrata inizia il 30 novembre 2014 (prima domenica di Avvento) e termina il 2 febbraio 2016 (giornata mondiale della via consacrata). I prossimi appuntamenti per l’anno 2015 n 22-24 gennaio 2015 incontro ecumenico di consacrati e consacrate durante la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani; si conclude con la veglia di preghiera, il 24 gennaio n 8-11 aprile Seminario per i Formatori e le Formatrici alla vita consacrata; si conclude con la veglia di preghiera, l’11 aprile. n 23-26 settembre Laboratorio per i giovani e le giovani consacrati; il 25 settembre ci sarà una veglia di preghiera. … i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico. Io mi attendo da voi questa testimonianza. I religiosi devono essere uomini e donne capaci di svegliare il mondo.

appuntamenti

appuntamenti

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FORUM SMA-NSA FERIOLE


Editoriale

Vivere insieme è Sempre Possibile! Q

uesto testo è un invito a amarsi di più… a credere che vivere insieme è sempre possibile anche tra le molteplici differenze di: religione, razza, nazionalità o lingua. Il dialogo tra le culture è possibile nonostante ci siano numerose barriere e frontiere. È con il dialogo che si potrà arrivare a costruire la pace. Bisognerebbe avere una sana opinione di noi stessi, non crederci superiori all’altro o migliori dell’altro. Pretenziosamente pensiamo di possedere una verità che l’altro non ha, oppure di credere che l’altro si sbagli, proponendogli a tutti i costi il nostro pensiero come fosse il migliore. Nell’accoglienza dell’altro, l’apertura e il rispetto, sono elementi essenziali: nostro impegno e dovere è quello di mantenerci in costante rilettura sul significato e sulla responsabilità del nostro esistere in rapporto all’altro e allo stesso tempo, abbiamo bisogno di imparare dagli altri, arricchendoci vicendevolmente dei doni di ciascuno. Ogni persona ha una propria identità, una cultura, una ricchezza da comunicare nella fraternità, nell’amicizia e nell’amore. Questo linguaggio della fraternità, dell’a-

micizia e dell’amore non conosce barriere. Il “Concepire” la propria vita, plasmata su questi tre valori, da un senso e un orientamento alla nostra storia personale, e afferma, che abbiamo “una missione” in questo mondo. La vocazione propria dell’essere creatura di Dio è quella di vivere in armonia con se stessi, con l’umanità intera, con il creato. Significa collaborare insieme alla costruzione di una fraternità nuova, un mondo abitabile per tutti, dove ogni essere umano abbia pari opportunità. Abbiamo bisogno gli uni degli altri per crescere in umanità: entrando nell’universo dell’altro, nell’infinito mistero della somiglianza con Dio, scopriamo noi stessi, diventiamo complementari, fatti a sua Immagine. Il regalo più bello che noi possiamo fare a una persona è la nostra umanità, trasfigurata dall’Amore di Cristo. Una chiesa fuori dalle mura, in uscita… Una Chiesa d’alleanze al servizio dell’amicizia fra i popoli - come quella d’Algeria… insomma una Chiesa che vuol testimoniare l’amore di Dio per ogni persona e che afferma con forza: Vivere insieme è sempre possibile!


Un dono

Prendi un sorriso, regalalo a chi non l’ha mai avuto. Prendi un raggio di sole, fallo volare là dove regna la notte. Scopri una sorgente, fa bagnare chi vive nel fango. Prendi una lacrima, posala sul volto di chi non ha pianto. Prendi il coraggio, mettilo nell’animo di chi non sa lottare. Scopri la vita, raccontala a chi non sa capirla. Prendi la speranza, e vivi nella sua luce. Prendi la bontà, e donala a chi non sa donare. Scopri l’amore, e fallo conoscere al mondo. Gandhi

Rivista Trimestrale Anno 27. n. 4 Direttore Responsabile: Sr. Fiorina Tagliabue Autorizz. Tribunale di Varese n. 185 del 5.10.1966 Sped. in abb. post. art. 2 Comma 20 lettera C Legge 662/96 - Milano

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Redazione: Via Accademia, 15 20131 Milano Tel. 02.70.600.256 Fax 02.70.63.48.15 http://www.nsaitalia.it e-mail: nsa-mi@iol.it animazione-nsa@libero.it Suore NSA Bardello Piazza Trieste, 5 21020 Bardello (VA) Tel. 0332.74.33.79 Fax 0332.74.59.56

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Sommario Vita nsa

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Convegno a Sacrofano

La «grammatica della missione» Giornata missionaria

ad Airuno

Dalla missione

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La chiesa cattolica in Algeria

raccontata da Mons. Vasco vescovo di Orano 15

Il Dialogo islamo-cristiano in Algeria

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Assemblea interdiocesana d’Algeria 2014

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Sr. Sandra Catapano ci racconta la sua attività nella comunità NSA di Orano

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Una porta che nessuno potrà mai chiudere

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La presenza delle suore NSA “soggetto di discussione”

Adesso parliamo noi 24

Accade a Rovolon

Corsi di alfabetizzazione 26

Una Chiesa fuori dalle mura 28

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Una Chiesa in uscita


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Vita nsa

Convegno a S


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“Alzati, va a Ninive la grande città dove il Vangelo si fa incontro” è stato il tema del IV Convegno Missionario Nazionale svoltosi a Sacrofano dal 20 al 23 novembre 2014.

a Sacrofano


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Vita nsa

L’

intenzione era di riunire le forze della missionarietà italiana per fare il punto della situazione su tre pilastri dell’azione pastorale: l’animazione, la cooperazione e la formazione, per guardare avanti e rivitalizzare il fuoco della missione. Abbiamo vissuto questi quattro giorni in un’atmosfera di grande gioia, forte presenza - non solo numerica - e desiderio di esserci, per dire che la missione è viva e vegeta, e continua ad animare una Chiesa “in uscita”! Fin dalle sue prime battute, infatti, il convegno è apparso come una grande festa di persone e di colori, animati(e) però da una profonda volontà di introspezione e di discernimento. Un raduno di oltre 800 persone intervenute per mettersi in ascolto di relatori di alto livello e far sentire la propria voce. Uno degli obiettivi di questo evento è stato infatti quello di valorizzare la ricchezza delle nostre esperienze missionarie, intorno agli assi tematici dell’uscire, incontrare e donarsi, secondo la lettura che emerge dal Libro di Giona. Ci siamo interrogati sul senso della missione partendo dalla domanda: quali sono oggi le

periferie del mondo? E qual è il significato dell’andare “ad gentes”? Il primo giorno è stato dedicato al tema dell’USCIRE, attraverso un’analisi biblica. Ha aperto il convegno mons. Spreafico, Presidente della Commissione Episcopale per l’Evangelizzazione dei Popoli, che ha analizzato l’oggi della Chiesa missionaria, partendo dalla lettura critica del Libro di Giona: uscire e raggiungere le periferie è l’urgenza più sentita dal mondo missionario. Di seguito, l’intervento di suor Antonietta Potente è stato un viaggio nella lettura del Vangelo e in particolare delle ‘tentazioni’ che appaiono, come l’ascolto che Gesù ha nei confronti delle problematiche più inquietanti dell’uomo d’oggi, ovvero il potere, il denaro e il possesso. Il secondo giorno si è preso in considerazione il tema dell’INCONTRARE, attraverso uno sguardo più sociologico. Ma incontrare cosa? Lo ha illustrato il prof. Tosolini, filosofo e pedagogista, che ha presentato una rilettura dei contributi arrivati alla commissione preparatoria del convegno negli scorsi mesi, fotografando il “battito della missione” oggi in Italia. Lo hanno mostrato


7 poi i coniugi Magatti-Giaccardi, sociologi, che hanno spiegato come comprendere le sfide dell’incontro nella città di Ninive, icona del nostro mondo globalizzato. Per farlo non si può prescindere dalla missione, forse unico collante alle divisioni e dispersioni della ‘società liquida’ in cui viviamo oggi. Il terzo giorno, è stato sottolineato il verbo DONARSI, in un’accezione più teologica. Quella del messaggio di liberazione e di speranza che ha dato P. Gutierrez, teologo peruviano e uno dei padri della Teologia della Liberazione. Ha sostenuto con forza che la povertà non è una fatalità, ma una creazione degli esseri umani, responsabili delle condizioni che la determinano. Pertanto è modificabile; la lotta alla povertà deve essere anzitutto una battaglia culturale. L’udienza avuta con papa Francesco, oltreché un momento di gioia e incorag-

giamento, ha messo il sigillo su queste riflessioni. Con la sua semplicità e capacità di sintesi ci ha ricordato che “i poveri sono i compagni di viaggio della Chiesa in uscita” e che sono “i poveri i nostri evangelizzatori, che indicano le periferie da evangelizzare”. Tirando le somme, si può dire che abbiamo ritrovato una chiesa missionaria in cammino e in ascolto. Una chiesa missionaria viva, fatta di suore e preti impegnati e generosi e di una sorprendente maggioranza di laici (la metà dei convenuti!), famiglie, giovani e meno giovani delle diocesi, che hanno voglia di rimettere al centro del discorso missionario Gesù e il Vangelo, rilanciando la necessità della Missio ad gentes. Una comunità che vuole far proprio sempre di più l’invito alla scelta preferenziale per i poveri. I numerosi laboratori sono serviti proprio a dare nuove direzioni a questa chiesa missionaria in cammino: si desidera una Chiesa in uscita che sappia ‘stare’, quando è necessario ascoltare, e che sappia ‘uscire’ quando è necessario mettersi a servizio delle periferie umane. Un luogo di frontiera che sappia anche “denunciare” le tante cause della povertà, che non è solo un fenomeno ‘economico’, ma che ha a vedere con la cultura, il pregiudizio razziale e di genere. L’invito è quello di sentirsi “diocesi in rete”, di cambiare dialogo nella comunicazione e di usare le nuove tecnologie mettendole a servizio della missione, come è stato fatto in questi giorni con l’ampio spazio dato ai collegamenti in rete sui social e in diretta Skype. Insomma, una Chiesa missionaria che si rinnova e che ridona il posto centrale alla Parola, senza filtri e sovrastrutture. In una frase: aiutiamoci ad essere meno burocrati, aiutiamoci a lasciarci raccontare, aiutiamoci ad inviare missionari ad gentes! Sr. Guliana Bolzan, NSA


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Vita nsa

PAROLE CHIAVE:

la «grammatica della missione» Ripartire dalla parola

Narrare:

“Solo nell’abisso, solo nella tempesta i discepoli capiscono che c’è Ninive, il male, ma che c’è anche Gesù. Lui solo può vincere quella tempesta. La vita cristiana è lotta contro il male. Questa è la missione ad extra e ad intra.” “Senza andare nelle periferie più ostili, non c’è missione. I poveri ci evangelizzano, come ci ha detto in questi giorni Papa Francesco, innanzitutto perché ci trascinano là dove il dramma del male è più forte. Questa è la domanda della missione. Bisogna imparare a guardare con compassione, entrando nella lotta per il bene.” “Il mondo ha bisogno non di una Chiesa dietro le barricate, ma di una Chiesa che esce e incontra perché la gioia del Vangelo raggiunga tutti, a cominciare dalle periferie più lontane. Solo così sarà attrattiva. Rivestiamoci allora di un nuovo entusiasmo e viviamo a pieno la gioia e la bellezza della vita cristiana, senza pessimismi e lamenti”.

“Evangelizzare è narrare. Per questo è tempo di testimoni che sono chiamati a dare testimonianza che l’eccedenza di fede genera vita… Occorre trovare un linguaggio nuovo che non ha come unico intento quello dell’informazione, ma anche quello della narrazione, che è un’arte da coltivare. Come l’antico “griot” africano capace di dare senso alla memoria, alla tradizione, all’identità di un popolo”.

Uscire

Andare e Stare

“Uscire è rispondere alla chiamata di Dio che ci chiede di uscire da noi stessi, dal nostro individualismo ed egoismo. In un mondo globalizzato ma frammentato e tribale, la missione usa una parola che unisce, crea comunione e sogna la pace”.

“L’uscire è un movimento fatto di andare e stare. Andare non è seguire l’itinerario tracciato da un altro, una strada prestabilita, ma essere disponibili all’incontro, a fermarsi per narrare, per testimoniare. E stare non è rinchiudersi in se stessi in una

Guardare

“La missionarietà è coltivare uno sguardo nuovo e generativo, in grado di cogliere il piccolo nel grande, di creare novità, e di ricomporre la frammentazione in un mondo globale e frammentato come quello in cui viviamo. Dobbiamo cambiare il nostro sguardo per guardare la realtà, imparare a leggere i segni dei tempi”.


9 dimensione intimistica, ma significa stare con la porta aperta”.

tro personale con lui attraverso un contatto assiduo e frequente con la Parola di Dio. «Più Parola e meno dottrine»”.

Abitare

“Abitare il mondo significa rendere reale una possibilità di vita. Il rapporto tra centro e periferia non dipende più solo da fattori geografici, ma viviamo continue situazioni di frontiera, condizione che può essere luogo di opposizione, ma anche di incontro”. Denunciare

Non possiamo solamente aiutare i poveri, gestire unicamente l’emergenza, ma dobbiamo denunciare le cause della povertà. La povertà dipende dall’uomo, è una creazione dell’uomo. Non esiste solo l’aspetto economico, ma anche quello spirituale, culturale e sociale. Siamo chiamati a denunciare ingiustizia e oppressione, soprusi e violenze. Partendo dai mille gesti quotidiani delle nostre giornate fino alle strutture inique che governano questo mondo”. Fare rete

“Come Chiesa missionaria non possiamo che scoprirci come una grande rete globale. Fare rete è l’azione-chiave, elemento costitutivo su cui progettare e concretizzare ogni nostro obiettivo e intento”. Studiare

“Il bisogno di formazione a vari livelli e la richiesta di orientamenti per concretizzarla”. Desiderare

“Rimettere al centro del nostro annuncio Gesù morto e risorto e la gioia dell’incon-

Aiutare

• Nei seminari, aiutiamoci a studiare la missione. • Nelle nostre case canoniche, aiutiamoci a essere meno burocrati. • Nelle nostre celebrazioni liturgiche, aiutiamoci a celebrare il Cristo Risorto attraverso liturgie vive e non ingessate. • In parrocchia, allora, ma anche nel mondo della scuola (a ogni livello e grado di istruzione), della cultura e del lavoro, aiutiamoci a “narrarci”, a raccontare, a dire senza paura ciò che abbiamo sperimentato soprattutto in relazione ai contatti con altre culture e altri modi di vivere la fede. • Nelle nostre Chiese particolari (le nostre diocesi), aiutiamoci a non perdere lo spirito dell’“ad gentes”. • Nella nostra Chiesa Italiana, nel suo complesso, aiutiamoci anche da un punto di vista missionario a sentirci Chiese locali “in rete”, che concretizzino questo dialogare attraverso la creazione di collaborazioni missionarie che travalichino i confini della diocesi stessa. • Dove poi la vita cristiana vive, un maggior impegno ecclesiale, aiutiamoci a corroborare con la dimensione missionaria la formazione delle nostre comunità. • Aiutiamoci a cambiare il modo di fare comunicazione! Aiutiamoci a cambiare il linguaggio comunicativo che utilizziamo nell’annuncio del Vangelo. • Aiutiamoci a mantenerci giovani! Aiutiamo i giovani a essere ciò che sono, in altre parole il presente, e non il futuro della Chiesa e della società. Non abbiamo timore ad affidare loro compiti di responsabilità anche a livello decisionale nelle nostre comunità.


Testimonianze

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Vita nsa

Giornata missio n I

n occasione della giornata missionaria, la nostra parrocchia di Airuno ha avuto il piacere di viverla con P. Lorenzo e Sr. Giuliana, che hanno accolto il nostro invito e ne siamo ancora davvero grati. È stata una bellissima giornata, vissuta intensamente, con semplicità, spontaneità, unità e allegria. P. Lorenzo e Sr. Giuliana ci hanno fatto vivere “un po’ d’Africa”, impostando i vari momenti, sia di preghiera che di animazione, in uno stile “africano”. Così le celebrazioni eucaristiche sono cominciate con la classica “nouvelle”, che credo abbia un po’ sorpreso la gente “autoctona”, ma non certo le nostre famiglie di origine africana che vivono nella nostra parrocchia, e che è scontato dire, ne sono state felicissime, tanto che hanno risposto con gioia all’invito di farmi pervenire i Gruppo giovani con Sr. Giuliana

loro scritti sulla giornata vissuta, e a dare il loro contributo quello stesso giorno nei vari momenti proposti. Nel pomeriggio siamo stati in oratorio per un momento di animazione, svago, testimonianza e preghiera, e anche qui P. Lorenzo e Sr. Giuliana ci hanno fatto fare un viaggio in Africa, presentandoci la vita del missionario, ma soprattutto ci hanno rivelato chi è il cristiano: una persona che incontra e conosce Qualcuno che non può tenere solo per sé, ma esce e va a farlo conoscere ad altri, come da tempo Papa Francesco esorta la Chiesa a fare, una Chiesa aperta, in uscita, in cammino. Mi sento di ringraziare ancora tanto P. Lorenzo e Sr. Giuliana per la loro presenza nella nostra parrocchia in questa occasione, perché la loro testimonianza ci ha fatto “respirare” la gioia del cristiano. Simona


o naria ad Airuno L

a celebrazione della giornata missionaria è stata una festa diversa da quella degli altri anni. Quello che mi ha colpito di più e rimarrà sempre per me come un ricordo indimenticabile, è stata la partecipazione di tutti. L’Africa è stata al centro di questa celebrazione con la testimonianza di Sr. Giuliana e l’omelia di P. Lorenzo, basata sull’accoglienza, la coabitazione, la collaborazione, la fraternità e l’armonia per poter vivere una vita

cristiana migliore. Durante l’offertorio una coppia camerunense ha portato all’altare un oggetto africano che voleva rappresentare la forza, la tenacia e l’armonia che deve regnare nel mondo intero. Il coro ha suonato anche con uno strumento tipicamente africano “il tamburo”. Tutto questo ci ha insegnato che siamo tutti chiamati a testimoniare la vera verità e la vera giustizia, che è la Parola di Dio, che non è soltanto un compito destinato a sacerdoti, suore e cardinali. Ciascuno di noi deve essere missionario per portare la vera luce dove ci sono le tenebre. Jean Marie

C

he bella la giornata delle missioni… Con mamma il giorno prima ho preparato le torte per la “tenda” missionaria e con papà ho pescato al pozzo delle sorprese. Poi quando siamo andati a trovare Gesù, c’era quasi una festa: un prete simpatico che dava la mano a tutti e faceva un sacco di domande (a me piace perché ho sempre tante cose da dire), canti dove dovevo battere le mani e un momento (mamma mi ha detto che si chiamava offertorio), dove ho camminato fino all’altare per mano a Matthew, il mio “fratello grande”… Chissà perché quando lo chiamo così le persone mi guardano strano… forse perché io sono rosa e lui marrone, ma per me fa parte della mia famiglia (i miei genitori sono i suoi padrini di battesimo). Poi è proprio vero quello che ha detto Suor Giuliana alla fine della messa… Io sono fortunato: mamma e papà, 14 anni fa, per conoscere e vivere con persone di cultura diversa sono dovuti partire per una breve missione in Uganda… A me, invece, basta fare pochi metri ogni mattina ed entrare nella mia scuola materna, dove incontro bimbi che parlano anche in modo diverso dal mio, scrivono il loro nome con lettere che conosco poco, che hanno mamme con la testa coperta anche se non piove o c’è troppo sole, ma che giocano e si divertono come me, stando tutti insieme. Luca

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Dalla missione

La chiesa

cattolica in Algeria

raccontata da

Mons. Vasco

vescovo di Orano


13

L

Storia della Chiesa in Algeria

a Chiesa cattolica non è una continuazione della chiesa coloniale, anche se viene da là. Il suo anno di nascita è nel marzo 1962 quando il cardinal Duval, arcivescovo di Algeri, lanciò un appello ai religiosi perché restassero in Algeria. Era il segno di una conversione interiore. Già negli anni precedenti il Cardinale aveva percepito l’aspirazione all’indipendenza del popolo algerino. Era profondamente convinto che fosse possibile una chiesa radicata in un paese che sarà interamente mussulmano. Da allora, noi cerchiamo le condizioni perché la Chiesa possa restare del paese, nonostante non ci siano cattolici algerini in numero significativo. Noi per esempio ad Orano, ci occupiamo di cinque biblioteche universitarie che hanno un vasto assortimento di libri di medicina, sociologia, diritto lingue, filosofia, storia…, da cinquant’anni, generazioni di studenti sono diventati medici, professori, dopo aver passato molte ore in questi locali.

Dall’inizio l’obiettivo non è di fare dei cristiani, non ci sono mai stati battesimi. Qualche volta suscitiamo interrogativi, gli studenti si chiedono: “ma perché fanno questo?”. È il Vangelo incarnato che si trasmette. Siamo al cuore di una diversità religiosa che arricchisce, di un aiuto reciproco che arricchisce, di un aiuto reciproco senza proselitismo. Lo stesso dicasi per i corsi di sostegno per i bambini e dei centri di ricamo tenuti dalle religiose. Ci sono piccole cose che diventano sempre più piccole. Questa situazione non è facile da vivere. Questo può far paura. Gli studenti per esempio con l’arrivo di internet e lo sviluppo di biblioteche pubbliche hanno meno bisogno delle nostre biblioteche. Più il tempo avanza, più la Chiesa diventa fragile ed è meno possibile assumere ed organizzare questo tipo di presenza. I legami si distendono. I cammini si allontanano.

l L’attuale Chiesa d’Algeria ha le sue origini nell’antica Chiesa d’Africa. Ha fatto la sua apparizione nella storia nel 180 d.C. con “la passione dei martiri scillitani” uno dei primi documenti della Chiesa in lingua latina. Le vicissitudini della storia hanno dato a questa Chiesa un volto molto vario. Fiorente nei primi secoli, nonostante le persecuzioni, ha conosciuto il suo maggior sviluppo nel 4°-5° secolo con la figura di S. Agostino. A partire dal 7° secolo l’Islam si installa progressivamente e nel 12° secolo la Chiesa come istituzione sparisce da questa regione. Nonostante ciò, c’è sempre stata nel Paese la presenza di testimoni del Vangelo: i mercanti accompagnati dalle loro famiglie, gli schiavi, i cappellani … La Chiesa come istituzione risorge nel 19° secolo con la presenza francese. Le quattro diocesi attuali: Alger, Oran, Constantine, Laghouat (che ingloba tutto il sud del paese) risalgono a quell’epoca. L’indipendenza dell’Algeria nel 1962 e il Concilio Vaticano II hanno segnato una svolta importante nella storia di questa Chiesa e l’hanno aiutata a realizzare quella che oggi è: minoritaria in una società di tradizione musulmana che vuole essere una “Chiesa dell’incontro”.


Dalla missione Cinquant’anni dopo l’intuizione del cardinal Duval sulla specificità di questa chiesa, non ci si può istallare sul niente. Noi non siamo la sola Chiesa a vivere così in situazione di estrema minoranza. Noi siamo una chiesa normale, iscritta nella società nella quale è impiantata in conformità con la costituzione del Concilio “Gaudium et spes”. La dichiarazione “Nostra Aetate” ci permette di prendere in seria considerazione la fede dell’altro come una via di salvezza. Io non devo pretendere che l’altro cambi religione per la sua salvezza. Io devo rispettare l’altro nella sua fede, perché è costitutiva della sua storia, in un progetto che Dio solo conosce. Per la sua fede infatti ha accesso come me alla salvezza. La vita cristiana in Algeria oggi è africana “c’erano 300 persone alla Messa della prima domenica di avvento ad Orano e solo 30 “visi pallidi”, gli altri erano neri. La media di età è di 22 anni. Sono studenti che vengono da tutta l’Africa, molti beneficiano di una borsa di studi algerina,

Testimonianze islamo-cristiane

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sono francofoni, anglofoni, di una quarantina di nazioni. … E poi i migranti. Orano è a 140 km dal Marocco questi migranti hanno attraversato il deserto sperando di passare in Marocco, poi in Spagna. Ci sono quindi molti migranti ad Orano e tanti figli che nascono, … sovente questi sono rispediti nei loro paesi di origine, ma molti si istallano e si istalleranno sempre più. Come Chiesa noi accogliamo tutti, cattolici, ma anche protestanti. Il nostro aiuto concreto è minimo, cerchiamo di dare informazioni, facciamo prevenzione, ricerche. Visitiamo i prigionieri cristiani, collaboriamo con le ONG. L’Algeria sta diventando un paese di immigrazione e a questo nuovo fenomeno il Paese si deve adattare. Il venerdì noi viviamo una vera esperienza ecumenica poiché la metà dei cristiani africani è cattolica, gli altri vengono da tutte le Chiese protestanti. Abbiamo imparato a pregare insieme dopo una settimana vissuta a Taizé. Il venerdì è la Messa dell’Africa.

l Il dialogo islamo-cristiano prende tutto il suo senso in Algeria dove dei cristiani e dei mussulmani vivono insieme. Al di là della differenza religiosa, è possibile vivere pienamente questo incontro e arricchirci al contatto con l’altro. Noi non possiamo qui riassumere tutta la ricchezza di questi incontri, ma diamo qualche testimonianza di persone che si interessano a coloro che non hanno la stessa religione: “esiste in Algeria una “Chiesa Mussulmana” è composta da uomini e donne che si riconoscono nel messaggio d’amore universale e nel proprio impegno per una società plurale e fraterna. La presenza della Chiesa è più che mai vitale per il nostro paese, per assicurare la perennità di un’Algeria pluralista, plurietnica, aperta sul prossimo, tollerante e solidale. In Algeria il nostro sangue è mescolato. Effettivamente non ci sono specialmente dei cristiani, né specialmente dei mussulmani: c’è la rivelazione di Dio all’uomo” (dal bollettino “Ribatassalm” gruppo islamo-cristiano di condivisione spirituale).


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Il Dialogo

islamo-cristiano in Algeria

P

oiché noi viviamo in un mondo sempre più segnato dalla pluralità etnica, culturale e religiosa ognuno è provocato ad uscire dal suo mondo e ad entrare in relazione con l’altro quindi a dialogare e condividere le sue ragioni d’essere. Il dialogo non è una strategia del momento, né un luogo di influenze e di competizioni. È innanzitutto un’attitudine spirituale del credente. Il modo in cui ci si tiene in dialogo davanti al proprio Dio, si riflette nel dialogo con se stesso e con gli altri. Quest’attitudine ha trovato la sua piena espressione con il Concilio Vaticano II. “La Chiesa guarda con stima i mussulmani … Se nel corso dei secoli non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e mussulmani, il Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e ad esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere promuovere insieme a tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori orali, la pace e la libertà.” (Nostra Aetate n. 3). Un tale dialogo si basa su una spiritualità che fa passare il credente dal rifiuto all’accoglienza, dall’intolleranza al rispetto, dall’antipatia all’incontro fraterno.

Dialogare con chi la pensa diversamente è una dinamica che consiste nel conoscere e riconoscere l’altro come vuol essere, ed è, e ad accoglierlo come complementare a se stesso. Il dialogo fra credenti di diverse fedi è uno spazio di incontro interattivo al servizio della convivialità e della pace nella giustizia, questi sono i valori iscritti nelle nostre due religioni che traggono origine dalla nostra comune appartenenza alla grande famiglia umana. Mons. Claverie (vescovo ucciso nel 1996) diceva nel 1991 ad un colloquio che si teneva a Parigi; “si dialoga con un essere umano che è fratello. Un fratello che chiede di essere incontrato con fiducia e amore, rispettato nella sua alterità, un fratello disposto, come noi, in nome della sua fede, a rendere la terra più abitabile secondo il progetto di Dio”. In tale dialogo, bisogna essere chiari con la propria identità religiosa, è una condizione per riconoscere l’altro nella sua identità. Colui che “io” incontro e con il quale io dialogo, deve poter dire “io” come me, ed essere ascoltato come tale.


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Dalla missione

ASSEMBLEA

interdiocesana L

D’ALGERIA 2014

a chiesa che è in Algeria ha celebrato un “sinodo” nazionale durante il quale le varie realtà ecclesiali si sono confrontate, hanno celebrato la vita, hanno messo le basi per il cammino che le attende.

Dieci anni dopo la prima Assemblea inter-diocesana del 2004, i quattro vescovi dell’Algeria, hanno sentito la necessità di convocarne una seconda. L’obiettivo non era quello di fare numero, ma quello di mostrare la realtà della Chie-

P. Radklif ha richiamato alcuni punti importanti dell’essere chiesa: • La Chiesa non deve sopravvivere, ma vivere in pienezza. • In mezzo alle tante violenze del mondo, la Chiesa costruttrice di pace, deve saper dare la parola ai piccoli, prendersi cura degli altri del loro benessere … Per essere uomini e donne di pace dobbiamo prima passare attraverso un cammino di guarigione, della violenza che portiamo in noi • L’amore fraterno testimoniato è la migliore predicazione del Vangelo, straordinario mistero di unità comunione • Le donne del Vangelo che seguivano Gesù ci insegnano a: restare, perseverare, portare frutto, dare la vita, come hanno fatto i nostri martiri. • L’Algeria è un giardino dove si incontrano gli algerini, gli stranieri, i residenti d’altre nazionalità, i rifugiati. • La vitalità della Chiesa si misura nella sua capacità di rispettare la fede dell’altro/a, con la sua diversità culturale, la sua esperienza personale, la sua età.


17 sa di oggi, di “fare corpo” arricchendosi dell’universalità dei volti e dell’esperienza dei partecipanti. Il 2004, ha segnato la fine di un decennio buio. Durante tutti questi anni, grazie alla fede e all’eroismo del quotidiano” della gente comune posta in circostanze straordinarie”, dalle parole del gesuita Paul Décisier, la Chiesa ha tenuto, fedele al Vangelo e all’Algeria. All’inizio degli anni 2000, dopo aver deciso di “rimanere fino alla fine”, si è visto che la vita rifioriva inaspettatamente. Nuovi religiosi e religiose sono stati inviati da diverse congregazioni, studenti sub-sahariani hanno iniziato ad arrivare sempre più numerosi, e gli algerini hanno preso il loro posto nella Chiesa. La Chiesa si è sempre impegnata a favore della popolazione coltivando il desiderio dell’incontro; ha sempre rispettato la cultura dell’altro, non ha mai voluto fare proselitismo; è sempre stata aperta e pronta a cambiare quando era necessario e a fare spazio ai nuovo arrivati aiutandoli ad inserirsi, integrarsi nella nostra realtà. La Chiesa che appare alla fine di quest’assemblea, è una Chiesa consapevole dell’eredità ricevuta dai grandi testimoni che l’hanno formata, a volte al prezzo delle loro vite. Una Chiesa che prende il tempo dell’incontro, della conoscenza dell’altro, anche “diverso”. Una Chiesa di battezzati che non ha paura di testimoniare nell’amicizia, la fede che la anima. Una Chiesa cittadina che ha a cuore di partecipare alla vita sociale del paese, nel ruolo che gli è proprio. Una Chiesa senza dubbio fragile, ma molto viva. Una chiesa che non evita le difficoltà, ma che in ultima analisi, si definisce una chiesa felice.


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Dalla missione Pubblichiamo la dichiarazione finale scritta da Mons. Jean-Paul Vasco, che le nostre suore, che lavorano in Algeria, ci hanno condiviso, perché conoscendo, ci lasciamo arricchire dal loro cammino, e le accompagniamo con la nostra preghiera. “La chiesa che è in Algeria vi saluta! Abbiamo vissuto un anno di ascolto della Parola di Dio, di incontri e di riflessioni durante i quali ci siamo detti ciò che come cristiani noi viviamo in Algeria. Al termine di due giornate di assemblee, di condivisione fraterna, di celebrazioni ad Algeri, noi vorremmo condividere ciò che insieme noi siamo e vogliamo essere. • Una Chiesa che prende il tempo, è ben questa l’esperienza che abbiamo fatto quest’anno. Tempo per la preghiera, tempo della parola, dell’ascolto e del dialogo. Tempo per imparare la lingua dell’altro, per conoscerlo e lasciarci trasformare da lui. Tempo del convegno e della festa • Una Chiesa di battezzati, una Chiesa che riunisce uomini e donne alla sequela di Gesù, giovani e vecchi, nati qui o altrove dalle esperienze e storie molto diverse. Una Chiesa dove ciascuno è riconosciuto nella sua dignità e nella sua libertà. Una Chiesa che fa corpo nella diversità di coloro che la compongono e che cerca instancabilmente la sua unità con l’insieme della comunità umana. • Una Chiesa incarnata, che è attiva allo scambio nella società su tutto ciò che dà senso alla vita umana e accetta di essere contraddetta. Una Chiesa che si fa dialogo con tutti. Una Chiesa che osa testimoniare, semplicemente, liberamente, in parole e con i gesti concreti. Una Chiesa che propone uno stile di vita, che vuol contribuire alla costruzione di una società alla quale essa appartiene, e nella quale si riconosce dei diritti e dei doveri • Una Chiesa dell’alleanza, fra nord e sud, fra l’oriente e l’occidente. Una Chiesa che ci invita ad “andare” uscire a visitare gli altri, ma anche ad accoglierli e a vivere l’ospitalità. Una Chiesa alla quale non importa solo ciò che si riferisce al Vangelo, ma anche a ciò che gli assomiglia. Una Chiesa d’alleanze, in particolare, fra cristiani e musulmani, al servizio dell’amicizia fra i popoli. Insomma una Chiesa che vuol testimoniare l’amore di Dio per ogni persona. + fr. Jean-Paul VESCO op


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Sr. Sandra Catapano ci racconta la sua attività nella comunità NSA di Orano:

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a tre anni lavoro al GAM (Gruppo di Accoglienza dei Migranti) creato in collaborazione con altre religiose e laici camerunensi, per aiutare il parroco che era solo a far fronte a tutte le esigenze dell’accoglienza e ascolto di queste persone che arrivano nel Paese. Tale attività è voluta e sostenuta dal nostro Vescovo Jean Paul, molto impegnato nel sociale. Un altro progetto si sta concretizzando per la formazione delle donne e l’assistenza ai bambini. La provenienza dei migranti: Camerun, per la maggioranza, Niger, Costa d’Avorio, Liberia, tutti en-

Giovani cristiani

trati illegalmente attraversando il deserto. Le donne sono le più fragili perché sovente soggette a violenze. Tutte queste persone hanno come obiettivo raggiungere la Spagna, o proseguire oltre. Il metodo di lavoro consiste nel sensibilizzare altre persone e attivare servizi e “insieme” seguire queste persone nelle difficoltà. Abbiamo coinvolto del personale medico algerino disponibile ad aiutare questi nostri fratelli, per far fronte alle emergenze. Tutte le settimane abbiamo un incontro di revisione e programmazione. I settori nei quali lavoriamo sono: la formazione umana, sanitaria e giuridica, questo è reso possibile grazie alla disponibilità di personale algerino qualificato. Un’attenzione particolare è data alle donne in gravidanza, sovente sole, perché abbandonate dal loro partner o perché egli è in prigione. Le donne sono

Sr. Sandra e altre suore

seguite gratuitamente fino al parto in una struttura protetta. Anche i malati vengono aiutati a trovare medicine e luoghi dove farsi curare. Maggior assistenza richiedono i malati di AIDS, che devono essere controllati regolarmente e sostenuti socialmente. Un’altra attività è la visita ai prigionieri, bisognosi di tutto, soprattutto che qualcuno li ascolti. Gruppi di ascolto sono organizzati per dare loro la possibilità di condividere le proprie sofferenze e guarire le ferite interiori delle violenze subite. Un altro problema, evidente ormai, nel quale ci stiamo organizzando è l’assistenza delle donne prostituite, soprattutto quando vogliono uscire dalla schiavitù della tratta. Il campo d’azione è vasto e sempre in evoluzione, richiede pazienza e attenzione amorosa verso tanta umanità sofferente. Sr. Sandra Catapano, NSA


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Dalla missione

Una porta che nessuno potrà mai chiudere

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o avuto l’immensa gioia di essere inviata in Algeria quarant’anni fa, nel settembre 1974. Tutto era nuovo per me… mi trovavo accolta da un Paese economicamente in fermento, in pieno sviluppo grazie alla sfida epocale dell’Indipendenza avvenuta nel luglio del 1962, guidata da un regime socialista. Tutto era sete di vita, voglia di crescita, di costruzione di un nuovo Paese a misura di cittadino protagonista delle sue scelte… tanti progetti nascevano al cuore della società algerina. Insieme alle mie consorelle NSA, che avevano già vissuto diverse tappe di questa realtà algerina, sono partita col cuore

colmo della mia esperienza di Chiesa di origine, che si sente algerina nel cuore, compagna di cammino della società civile e del popolo algerino. La mia esperienza iniziale è stata la gioia di scoprire un grande popolo, di tessere piccole relazioni di amicizia con gente fiera e felice di sentirsi “in piedi” e protagonista nel suo cammino spirituale, che in Algeria si vive nell’Islam. La costruzione di un Paese sovente difficile a livello sociale, si è rivelata faticosa nel tempo, con troppe ingiustizie, troppe ineguaglianze, conseguenza della debolezza umana che ci fa aggrappare troppo al potere e causa le iniquità sociali della povera gente… questo senza dimenticare di riconoscere comunque tutti coloro che “vegliano” affinché ci sia un minimo di “qualità” e di dignità della vita, che resti viva la preoccupazione per i più deboli… ho visto così tutto il lavoro associativo, collaborante che ha germinato… testimone sempre vivo di questa sete di giustizia e di fraternità. E ho vissuto nel mezzo di questa storia caotica tra “fratelli nemici”, che sono nemici quando le questioni politiche li infervorano e vivono da fratelli nei tempi degli incontri, delle ricerche gli uni degli altri, nei legami che si tessono lentamente attraverso gli avvenimenti quotidiani. Personalmente, il mio cammino ha preso ‘corpo’ sul solco di una Chiesa aperta all’incontro. Una Chiesa disponibile a far crescere il senso della condivisione, ad aprire forme di servizio perché l’incontro tra persone fosse possibile, perchè scambi ed esperienze diverse potessero viversi grazie alle nostre differenze. Ho vissuto anche tanto tempo di violenza, quando troppo sangue è stato sparso. Talmente tanto che questa terra sacra ne è ancora intrisa. Ed i cuori ne sono ancora straziati. Cristiani e musulmani hanno


21 vissuto questo tempo aggrappandosi alla fede in Dio, un Dio sempre cercato in fondo al cuore e non in punta di spada o di grida di vittoria e prevaricazione sull’altro. “Il dio che mi impedisse di piangere mio figlio, non sarebbe il mio Dio”… Per coloro che si confrontano con l’Islam e sono nell’Islam, il cammino di discernimento qui in questo Paese non è mai concluso, perché l’errore è alla porta ed è grande quando si confonde il servirsi di Dio con l’essere al suo servizio… E realizzo allora come questo tempo in Algeria sia stato per me un tempo di umanizzazione, di crescita in compagnia dell’altro. È in questo tessuto relazionale che Gesù Cristo mi ha rivelato qualcosa di Lui, conducendomi alla Sorgente di Dio. “Ha aperto in me una porta che nessuno potrà mai chiudere”. Amo molto una frase che avevo usato una volta per esprimere ciò che stavo vivendo: “Dio è uno sguardo che ha il gusto di pane condiviso…”. Ritrovo molti richiami in questa espressione: tutto si condensa nello sguardo… Lo sguardo che Gesù posa su ciascuno e ciascuna di noi e che spesso trova “eco” e risposta in un desiderio e un’attesa… e allora tutto si infiamma d’Amore… Questo cammino di umanizzazione è cominciato per me in modo semplice, attraverso normali rapporti di vicinato: l’attesa in coda al panificio, l’attesa alla

fermata dell’autobus per andare al lavoro, i momenti di vita familiare con i conoscenti, incontri con bambini e giovani handicappati motori che volevano anche loro frequentare la scuola… impegno con i colleghi, cammini di confronto per dare il meglio di sé. Cammino di vita quotidiana che mi ha rivelato quanto ero impregnata di «pregiudizi», pregiudizi che mi mettevano a disagio e che pian piano sono come svaniti davanti al rispetto donatomi dai miei colleghi, dagli amici, che mi hanno insegnato a prendere il tempo di incontrare… che potrei definire un po’ come «addomesticarsi» il cuore l’un l’altro… Ed io, in questo spazio d’incontro tra amici, sentivo qualcuno che era là. Qualcosa che cresceva tra noi, in noi, in me… e ognuno ripartiva contento, maturato interiormente, rafforzato nella sua fede… tutto a gloria di Dio. Dio… il più grande… Dio… padre nostro… È proprio là il Regno che si traccia un sentiero, che cerca di farsi strada… È già qui… e non ancora in pienezza… Ho davvero ricevuto molto dalla mia vita vissuta in Algeria e provo grande gioia quando vedo, sento o leggo testimonianze di ciò che in quella terra si vive oggi. In queste strade di Emmaus di oggi… Lui è là… sempre al cuore delle nostre vite… Sr. Danielle Billottet, NSA


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Dalla missione

La presenza delle suore NSA “soggetto di discussione”

M

entre noi sei suore del distretto di Algeria eravamo riunite in assemblea, un padre di famiglia ci ha telefonato per invitarci alla discussione della tesi di Laurea di sua figlia. La giovane, Sara Hatef, incoraggiata da suo padre che conosce le suore fin dall’infanzia, ha scelto di trattare un argomento non banale per un paese musulmano: “La presenza delle Suore a Hennaya… Convivialità e comunicazione”. E per di

e altri, raccomandandole di essere molto discreta nel parlare dell’Istituto. In questi tempi particolari in cui si teme ogni forma di proselitismo e i religiosi e le religiose che desiderano lavorare in Algeria ottengono con molta difficoltà il visto di entrata, è bene non parlare troppo apertamente di noi Suore NSA che siamo state fondate per la prima evangelizzazione. Sara è venuta da noi per prendere del materiale: foto delle suore che hanno lavorato

più in lingua spagnola. La sorpresa e la contentezza per l’invito non ci hanno tolto le perplessità ed anche un certo timore per le conseguenze che la nostra presenza avrebbe potuto arrecare. Quante domande ci avrebbero posto… C’era il rischio di incorrere in qualche imprudenza o malinteso non facili da controllare dentro un dibattito, dopo qualche perplessità abbiamo accolto l’invito nella speranza che l’amicizia e la stima avrebbero prevalso su tutto il resto. Abbiamo passanto a Sara il libro sul nostro Fondatore (p. Agostino Planque) di Suor Claude Marie Echallier

qui e delle attuali insegnanti, si informa di tutte le attività che la comunità propone: cucito, maglia, ricamo, macramè, uncinetto, corsi di francese. Fa una ricerca anche presso la gente circa la missione che le NSA hanno svolto nel Paese e scopre con meraviglia quanto sia vivo il ricordo della loro presenza e il servizio da loro svolto. Spieghiamo a Sara che abbiamo offerto la nostra vita a Dio, per essere al servizio degli altri, che la nostra presenza è gratuita e aperta a tutti indistintamente. Le segnaliamo che ad Orano abbiamo suor Liliana, originaria dell’Argentina, l’unica


23 che avrebbe potuto capire e intervenire, grazie alla conoscenza della lingua. E così, il 18 Settembre eccoci all’Università per vivere questo evento un po’ insolito! La candidata è presentata con questi termini dal suo Relatore: “Mi rallegro della scelta della nostra candidata. In un momento in cui la coesistenza tra diverse religioni è messa in discussione, in un momento in cui stiamo osservando le innumerevoli fratture che aumentano all’interno delle religioni integraliste, come Boko Haram e altri gruppi simili… “Bisogna proclamare ad alta voce che la coesistenza è possibile anche oggi come lo è stato nel passato. Dobbiamo ricordare che Giudei, Cristiani e Musulmani, prima dell’indipendenza, vivevano una buona e armoniosa intesa”. Poi prende la parola anche Sara. Presenta la sua Tesi proiettando nel frattempo un riassunto delle sue ricerche. Intuisco qualche parola: “Gesù Cristo, Crocifisso e Risorto”. Si proiettano inoltre foto di Monsignor Bresillac, di Padre Planque, delle Suore e delle loro varie attività: il centro femminile, i corsi di francese, le cure al dispensario… Segue infine il momento in cui la Giuria e coloro che hanno assistito alla discussione dicono ciò che pensano sul tema scelto, sulle problematiche inerenti. La Giuria si ritira per la delibera e ritorna quasi subito. Tutti si alzano e si formula la preghiera “Bismillah” e poi il verdetto: “Perfetto! Le assegniamo la nota di 18/20. Congratulazioni!”. Questo sguardo sulla “Convivialità e comunicazione” che noi suore in Algeria cerchiamo di vivere e di diffondere, è anche sentito e desiderato dal nuovo Ministro dei Culti il quale afferma: “Auguro una grande apertura, affinché tutti e ciascuno sia accolto, qualunque sia la sua origine e la religione che professa”. Sr. Marie Claude Soyer, NSA

Sr. Flora, Sr. Bernadette e Sr. Marie-Claude

Scuola di cucito e ricamo dalle suore


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Adesso parliamo noi

Accade a

Rovolon

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u un lenzuolo bianco avevano scritto con la vernice rossa: “No ai profughi. Paroni a casa nostra”. E lo avevano appeso all’ingresso della vecchia scuola materna di Rovolon, piccolo comune del padovano, cinquemila anime. Ma attorno a che cosa ci si è divisi in questo piccolo angolo dei Colli Euganei, forse un po’ troppo arroccato?

A settembre il Consiglio Pastorale aveva deciso di accogliere per un tempo limitato dieci donne profughe e figli in una struttura inutilizzata della parrocchia, con benedizione della prefettura. Apriti cielo! Sotto le finestre del parroco sono scattate le proteste contro l’invasione”. Il dissenso ha assunto toni molto violenti al punto da mobilitare perfino la Digos. Alcuni abitanti hanno però scritto ai concittadini chiedendo: “Quale fastidio può provocare qualche bambino che gioca accanto alla chiesa?”. E hanno lanciato anche una proposta: “Siamo anche disposti ad accoglierli nelle nostre case”. Si è creato un comitato “Rovolon che accoglie”, formato da laici e cattolici insieme, che appoggiava il centro di accoglienza e che adesso sta facendo un gigantesco lavoro, quasi porta a porta per ricucire lo strappo con un ricamo di incontri, confronti e buona volontà. Anche il vescovo di Padova, Mons. Antonio Mattiazzo, si è rivolto alla comunità di Rovolon, invitando tutti indistintamente a superare la logica dell’interesse privato, “oggi più che mai siamo invitati ad aprirci ad una visione della storia e della società che oltrepassa i confini territoriali e i timori personali”. Un passaggio toccante della lettera richiamava a riscoprire la forza dell’identità cristiana: “Non temete, siate testimoni coraggiosi della carità! Per noi cristiani,


25 l’accoglienza di fratelli e sorelle nel bisogno è accoglienza del Signore stesso presente nel povero e nel forestiero”. “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato”, dice il Signore. Nel frattempo “i temuti invasori” sono arrivati: cinque mamme, cinque bambini, una giovane di diciannove anni e due genitori con una bambina. Sono fratelli e sorelle che provengono dalla Siria, dalla Nigeria, dalla Somalia e dalla Sierra Leone. Guardandoli negli occhi ripenso alle parole di Papa Francesco rivolte ai 20 superstiti eritrei, delle 368 vittime del naufragio di Lampedusa, del 3 ottobre dello scorso anno: “Tutto quello che avete sofferto si contempla nel silenzio, si piange e si cerca il modo di essere vicini”. Aggiungeva papa Francesco: “A volte quando sembra di essere arrivati al porto ci sono cose durissime. Si trovano porte chiuse e non si sa dove andare. Ma ci sono molte persone che hanno il cuore aperto per voi. La porta del cuore è la più importante in questi momenti. Prego per le porte chiuse perché si aprano!”. Queste parole di papa Francesco le ho avvertite come rivolte alla nostra comunità di Rovolon, in questo faticoso e sofferto momento di vita. L’immagine del territorio, che a livello mediatico è passata, non è certamente l’espressione di tutta la popolazione perché ci sono davvero molte persone che hanno il cuore aperto e che la porta non l’hanno mai chiusa. Ora la situazione va lentamente migliorando, in molti hanno capito che le paure erano immotivate e che l’incontro tra le persone, qualunque sia la nazionalità, il colore, è sempre una risorsa, è la chiave per vincere la paura del diverso. Come credente non posso non vedere negli occhi impauriti di quella diciannovenne siriana, scappata dagli orrori della

guerra, il volto di Gesù stesso. “Ero straniero e mi avete accolto”. “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. L’incontro cambia i cuori, per vincere le paure è necessario guardarci negli occhi. A Rovolon adesso abbiamo l’opportunità di ascoltare le storie di queste sorelle e fratelli, di allargare i nostri orizzonti fino a ieri troppo ristretti. A volte mi chiedo: “Perché questi fratelli che arrivano da terre lontane li vediamo sempre come una minaccia e non come una risorsa?” Come Consiglio Pastorale ci siamo chiesti: “Come possiamo accompagnare la nostra comunità cristiana a crescere in una esperienza, che apparentemente è stata di morte per le spaccature che si sono generate al proprio interno e per un comportamento intimidatorio, e molto deludente, manifestato sul piano dell’accoglienza? Come passare, secondo il Vangelo, da una esperienza di morte ad una esperienza di risurrezione? Come trasformare delle ferite profonde in feritoie?”. È sicuramente una bella sfida pastorale quella che ci attende! Ci stiamo attivando in questo periodo di Avvento con alcuni appuntamenti importanti, per non dimenticare, come suggerisce il nostro vescovo Antonio nel messaggio di Avvento: “Che la celebrazione del Natale di Cristo, per essere vera, deve essere accoglienza del prossimo, avendo cura in particolare dei poveri, emarginati, migranti e profughi, sofferenti nel corpo e nello spirito, perché Cristo si è identificato col povero e col forestiero. In un’epoca di globalizzazione occorre allargare lo sguardo oltre i campanili per un’accoglienza saggia, generosa e rispettosa della dignità di ogni persona”. Don Claudio Zuin, parroco di Rovolon


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Adesso parliamo noi

Corsi di alfa b A

vevo trascorso quattordici anni di insegnamento come maestra con i bambini e quattordici con i preadolescenti, sarebbero mancati quattordici anni alla pensione e un’idea arrivò improvvisa al termine di un ciclo di scuola elementare:” perché non rimettersi in gioco come docente in un nuovo contesto di apprendimento?” Gli adulti … Gli adulti stranieri immigrati! subito compilai la domanda per il trasferimento alla nuova scuola. L’attesa… poi la notizia: domanda accolta e da quel settembre nuovo ruolo! Così è cominciato il mio approccio al mondo dell’EDA (Educazione Degli Adulti) in un CTP oggi CPIA (Centro Provinciale Istruzione Adulti) dove si sono aperte tante finestre su mondi che silenziosi vivono accanto a noi, nelle nostre case, nelle nostre strade, nei nostri negozi e così ho imparato che questi luoghi che consideravo miei stanno diventando “nostri” un “nostri” con orizzonti planetari che si arricchiscono di colori, sapori, musiche, emozioni, sentimenti, affetti, nostalgie, ma anche di rabbia, violenze e tragedie se non vengono ascoltati accolti integrati. Ed è iniziato il mio ruolo di docente alfabetizzatrice con il compito di accogliere, orientare, testare, certificare adulti che rientrano in formazione o che manifestano la necessità di imparare la lingua per soddisfare diversi bisogni come quelli di integrarsi, di aiutare i figli, di comunicare con il medico, di essere autonomi nel fare la spesa, di relazionarsi nell’ambiente di lavoro. Ma in realtà sono loro che ogni giorno mi arricchiscono con le loro unicità, i loro tratti di cultura e tradizioni, le loro

Una lingua nuova per rac con vicende di dolore perché una strana guerra ha distrutto le loro case, affetti, famiglie e li ha costretti a lasciare tutto per trovare nuove ragioni di vita. O regimi totalitari che li hanno privati delle loro ricchezze e hanno costretto famiglie a separarsi, donne a lasciare bambini piccoli e mariti, per venire in Italia a curare anziani “abbandonati”; tutto questo per guadagnare soldi e ridare un futuro, una speranza ai propri


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a betizzazione

rac contare la propria storia cari. Ma spesso queste scelte si sono trasformate sì in ricchezza economica ma conquistata a caro prezzo: separazioni, ricongiungimenti familiari con figli ormai adulti ma ancora bambini nella mente di chi li ha lasciati ancora in tenera età e poi dolore, sensi di colpa, rimpianti per scelte fatte pensando di costruire un mondo di gioia talvolta solo apparente. Come la storia di una madre che racconta di aver lasciato il proprio bambino piccolo alla nonna e di essere partita per l’Italia per curare una signora malata di Alzheimer. “… Quante lacrime la sera dopo una giornata trascorsa ad accudire una persona che non parla ma chiede cure, attenzioni, energia per contenere gesti incontrollati. Quanta nostalgia degli affetti lasciati, dei cibi con ingredienti che non sempre si trovano e quindi non si possono cucinare, ma anche quanta gratitudine verso gli italiani che ci accolgono, ci danno lavoro e che pian piano ci fanno sentire parte delle loro famiglie, delle loro feste…” Poi la signora viene a mancare e quando quell’affetto si stava consolidando ecco che il cambiamento è di nuovo una sfida, ma non più da affrontare con le vecchie paure perché nel frattempo si è imparata la lingua, le relazioni si sono ampliate e forse si è comprata la casa e si sono riunite le famiglie d’origine. E di nuovo: Chi sono? Chi sono questi mariti, questi figli o queste mogli che arrivano? Spesso a loro non si vogliono far rivivere le esperienze vissute come padri o madri

e subito i figli o nipoti dopo il ricongiungimento vengono iscritti a scuola perché si comprende che è da li che inizia l’integrazione. E … ogni gruppo-classe che si avvia, nell’avventura dell’apprendimento, sprigiona un’energia unica, carica di gioia e di motivazione perché ogni sforzo è una conquista progressiva di briciola di libertà, dignità, autostima e di tratti di diritti di cui ci si appropria. Così è stata la sfida del decreto 4 giugno 2010 che richiedeva il livello A2 della lingua italiana, per ottenere la carta di soggiorno di lunga durata, ovvero per stranieri presenti in Italia da più di 5 anni. Questa richiesta dello Stato Italiano ha riportato numerosissimi stranieri a rimettersi tra i banchi con tante ansie ma anche con tanta voglia di imparare, conoscere, confrontarsi, uscire di casa e prendere in mano una penna per la prima volta nella vita, provando la gioia di imparare a scrivere e leggere in una lingua seconda a volte molto distante dalla propria lingua madre; una lingua con cui raccontare le proprie storie, le proprie biografie, che talvolta assomigliano a racconti biblici. Molte di loro narrano: “Ho ricevuto una telefonata, che mi annunciava: “in Italia c’è un lavoro”. Sono andato a comprare un vestito, delle scarpe nuove e una valigia ho raccolto delle fotografie, dei bagagli e sono partito con gioie, speranze e un po’ di paura verso una terra di fortuna” …. Al loro arrivo ricomincia la mia avventura quotidiana e, come un abbraccio, dà l’avvio all’incontro di popoli per un mondo nuovo. Etta Vago, insegnante


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Adesso parliamo noi

Una Chiesa fuori dalle mura I n un articolo di Dominique Greiner in “La Croix” del 27 novembre 2013, il giornalista mette bene in risalto ciò che rappresenta la sua prima Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium”, vero programma del pontificato di Papa Francesco al quale noi, come Chiesa e come missionari, dobbiamo continuamente fare riferimento. Ecco cosa scrive il giornalista: “Dopo l’enciclica “Lumen Fide” pubblicato in occasione della chiusura dell’Anno della Fede assieme a Papa Benedetto XVI, Papa Francesco ha immediatamente scritto la sua Esortazione Apostolica che traccia, dall’inizio alla fine, lo stile del papa argentino. Vi si ritrovano molti elementi che ci sono stati distillati in questi mesi nei suoi diversi interventi e nelle sue omelie quotidiane. Il papa è cosciente che le strutture di ieri, troppo pesanti e inadatte alle sfide di oggi, possono disperdere energie che dovrebbero essere messe a servizio dell’evangelizzazione. Per rimediare a questo, sono necessarie delle riforme. Riforme che riguardano sia l’organizzazione

della Chiesa che il linguaggio utilizzato per rivolgersi agli uomini e alle donne di questo tempo, ma anche la liturgia, come pure le abitudini, gli stili, gli orari delle comunità. Un solo obiettivo deve presiedere a queste riforme: liberare gli agenti pastorali – preti e laici – dai compiti interni alla Chiesa per metterli “in costante atteggiamento di ‘uscita’ e favorire “un reale impegno per l’applicazione del Vangelo alla trasformazione della società”. Chiamando ogni fedele e ogni comunità a “uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo”, papa Francesco rimette al primo posto la dimensione sociale dell’evangelizzazione che consiste nel manifestare la forza trasformatrice del messaggio di Gesù. E quando denuncia con forza i difetti del mondo attuale, come ad esempio l’economia “che uccide” producendo esclusione e disuguaglianze sociali, lo fa con la convinzione che la Chiesa ha una responsabilità di primo piano da assumersi per indicare una via verso una felicità e una gioia autentiche


29 alle quali molti aspirano senza trovarle. Tocca a lei uscire dalle sue mura per ascoltare questa richiesta e proporre il suo messaggio”. Per noi, come comunità missionaria SMA-NSA di Feriole, questo programma e questo stile di vita sono sempre da ritenere come insegnamento per una valida testimonianza. Ma non solo per noi comunità di animazione, ma per tutte le comunità missionarie nei nostri paesi di origine e nei tradizionali “luoghi di missione”, particolarmente in Africa. Il prossimo Forum di fine d’anno avrà per tema: “Le periferie al centro”. Cosa significa per noi? 1. Vogliamo anzitutto renderci conto, quali siano le “periferie”, cominciando dall’Africa e poi anche qui nel nostro territorio, che per paura del confronto con lo “straniero”, si costruiscono mura e non ponti. 2. Desideriamo promuovere la conoscenza di queste situazioni, per aiutare la nostra gente a capire e a sfatare certe opinioni, falsi allarmismi, che minano il cuore delle persone, che per paura manifestano atteggiamenti di disprezzo dello straniero e di chiusura a qualsiasi forma di dialogo chiudendo le porte a chi ricerca di un po’ di libertà, di pace e di vita migliore. 3. Vorremmo infine cercare di trovare delle risposte a queste situazioni. Riusciremo in tutto questo? È una scommessa in cui giochiamo la nostra credibilità, innanzitutto come comunità missionaria. Gesù vuole che ci proviamo, la condizione è quella che lo facciamo con lo spirito del servo per amore, altrimenti perderemo la nostra vera identità, perché questo è il Vangelo! “Chi vorrà salvare la propria vita (per i suoi interessi personali) la perderà, ma chi perderà la sua vita per me e per il Vangelo, la ritroverà”, una vita nuova, riuscita e trasfigurata. p. Lionello Melchiori, SMA

Una Chiesa in uscita L

e grandi trasformazioni del tempo richiedono «una Chiesa missionaria tutta in uscita». “Evangelizzare, in questo tempo di grandi trasformazioni sociali – ha detto il Santo Padre – richiede una Chiesa missionaria tutta in uscita, capace di operare un discernimento per confrontarsi con le diverse culture e visioni dell’uomo. Per un mondo in trasformazione c’è bisogno di una Chiesa rinnovata e trasformata dalla contemplazione e dal contatto personale con Cristo, per la potenza dello Spirito. È lo Spirito di Cristo la fonte del rinnovamento, che ci fa trovare nuove strade, nuovi metodi creativi, varie forme di espressione per l’evangelizzazione del mondo attuale. È Lui che ci dà la forza di intraprendere il cammino missionario e la gioia dell’annuncio, affinché la luce di Cristo illumini quanti ancora non lo conoscono o lo hanno rifiutato. Per questo ci è richiesto il coraggio di «raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (Evangelii gaudium, 21). Non ci possono trattenere né le nostre debolezze, né i nostri peccati, né i tanti impedimenti che vengono posti alla testimonianza e alla proclamazione del Vangelo. È l’esperienza dell’incontro con il Signore che ci spinge e ci dona la gioia di annunciare Lui a tutte le genti”. Papa Francesco alle Pontificie Opere Missionarie


30

Adesso parliamo noi

S

r. Eugenia Bonetti, da anni impegnata a lavorare a favore delle vittime della tratta, ci ha condiviso la gioia di questo importante messaggio. Carissime Sorelle delle Case famiglia, a voi, alle vostre comunità e congregazioni, nonché ai vostri collaboratori e sostenitori in questo delicato servizio, specie per il recupero della donna sfruttata, sono lieta di condividere una bella notizia che certamente ci riempie il cuore di tanta gioia e speranza. Il 10 dicembre, nella giornata per i diritti umani, voluta dall’Onu, il Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace ha presentato in sala stampa del Vaticano il messaggio di Papa Francesco per la 48ª giornata mondiale per la Pace da celebrarsi il prossimo 1 gennaio 2015. Il tema centrale su cui ruota tutta la riflessione del Papa è: “Non più schiavi, ma fratelli”. Nella sua riflessione Papa Francesco fa scorrere nel suo messaggio tutte le realtà di sfruttamento e schiavitù, ma anche di forte denuncia per trafficanti e coloro che usufruiscono e sostengono queste forme di schiavitù aumentando il guadagno degli trafficanti. Durante questa presentazione il Cardinal Turkson del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha pure accennato al sostegno della Santa Sede per la prossima giornata mondiale contro tutte le forme di schiavitù che sarà celebrato il prossimo 8 febbraio, festa di santa Bakhita, nell’anno della vita consacrata. Saremo tutte impegnate e coinvolte nella celebrazione di questa giornata…

Alcuni passaggi tratti dal Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2015 NON PIÚ SCHIAVI, MA FRATELLI Oggi come ieri, alla radice della schiavitù si trova una concezione della persona umana che ammette la possibilità di trattarla come un oggetto. Quando il peccato corrompe il cuore dell’uomo e lo allontana dal suo Creatore e dai suoi simili, questi ultimi non sono più percepiti come esseri di pari dignità, come fratelli e sorelle in umanità, ma vengono visti come oggetti. La persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio, con la forza, l’inganno o la costrizione fisica o psicologica viene privata della libertà, mercificata, ridotta a proprietà di qualcuno; viene trattata come un mezzo e non come un fine. (…) Oggi, a seguito di un’evoluzione positiva della coscienza dell’umanità, la schiavitù, reato di lesa umanità, è stata formalmente abolita nel mondo. Il diritto di ogni persona a non essere tenuta in stato di schiavitù o servitù è stato riconosciuto nel diritto internazionale come norma inderogabile. Eppure, malgrado la comunità internazionale abbia adottato numerosi accordi al fine di porre un termine alla schiavitù in tutte le sue forme e avviato diverse strategie per combattere questo fenomeno, ancora oggi milioni di persone – bambini, uomini e donne di ogni età – vengono private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù. Penso a tanti lavoratori e lavoratrici, anche minori, asserviti nei diversi settori, a livello formale e informale, dal lavoro domestico a quello agricolo, da quello nell’industria manifatturiera a quello minerario, tanto nei Paesi in cui la legislazione del lavoro non è conforme alle norme e agli standard minimi internazionali,


31 quanto, sia pure illegalmente, in quelli la cui legislazione tutela il lavoratore. Penso anche alle condizioni di vita di molti migranti che, nel loro drammatico tragitto, soffrono la fame, vengono privati della libertà, spogliati dei loro beni o abusati fisicamente e sessualmente. Penso a quelli tra di loro che, giunti a destinazione dopo un viaggio durissimo e dominato dalla paura e dall’insicurezza, sono detenuti in condizioni a volte disumane. Penso a quelli tra loro che le diverse circostanze sociali, politiche ed economiche spingono alla clandestinità, e a quelli che, per rimanere nella legalità, accettano di vivere e lavorare in condizioni indegne, specie quando le legislazioni nazionali creano o consentono una dipendenza strutturale del lavoratore migrante rispetto al datore di lavoro, ad esempio condizionando la legalità del soggiorno al contratto di lavoro… Sì, penso al “lavoro schiavo”. Penso alle persone costrette a prostituirsi, tra cui ci sono molti minori, ed alle schiave e agli schiavi sessuali; alle donne forzate a sposarsi, a quelle vendute in vista del matrimonio o a quelle trasmesse in successione ad un familiare alla morte del marito senza che abbiano il diritto di dare o non dare il proprio consenso. Non posso non pensare a quanti, minori e adulti, sono fatti oggetto di traffico e di mercimonio per l’espianto di organi, per essere arruolati come soldati, per l’accattonaggio, per attività illegali come la produzione o vendita di stupefacenti, o per forme mascherate di adozione internazionale. Penso infine a tutti coloro che vengono rapiti e tenuti in cattività da gruppi terroristici, asserviti ai loro scopi come combattenti o, soprattutto per quanto riguarda le ragaz-

ze e le donne, come schiave sessuali. Tanti di loro spariscono, alcuni vengono venduti più volte, seviziati, mutilati, o uccisi. (…) Desidero invitare ciascuno, nel proprio ruolo e nelle proprie responsabilità particolari, a operare gesti di fraternità nei confronti di coloro che sono tenuti in stato di asservimento. Chiediamoci come noi, in quanto comunità o in quanto singoli, ci sentiamo interpellati quando, nella quotidianità, incontriamo o abbiamo a che fare con persone che potrebbero essere vittime del traffico di esseri umani, o quando dobbiamo scegliere se acquistare prodotti che potrebbero ragionevolmente essere stati realizzati attraverso lo sfruttamento di altre persone. Alcuni di noi, per indifferenza, o perché distratti dalle preoccupazioni quotidiane, o per ragioni economiche, chiudono un occhio. Altri, invece, scelgono di fare qualcosa di positivo, di impegnarsi nelle associazioni della società civile o di compiere piccoli gesti quotidiani – questi gesti hanno tanto valore! – come rivolgere una parola, un saluto, un “buongiorno” o un sorriso, che non ci costano niente ma che possono dare speranza, aprire strade, cambiare la vita ad una persona che vive nell’invisibilità, e anche cambiare la nostra vita nel confronto con questa realtà. (…) Sappiamo che Dio chiederà a ciascuno di noi: “Che cosa hai fatto del tuo fratello?” (cfr Gen 4,9-10). La globalizzazione dell’indifferenza, che oggi pesa sulle vite di tante sorelle e di tanti fratelli, chiede a tutti noi di farci artefici di una globalizzazione della solidarietà e della fraternità, che possa ridare loro la speranza e far loro riprendere con coraggio il cammino attraverso i problemi del nostro tempo e le prospettive nuove che esso porta con sé e che Dio pone nelle nostre mani. (Dal Vaticano, 8 dicembre 2014)


La terra è il luogo dove Dio ha posto la sua tenda, è il luogo dell’incontro di Dio con l’uomo, della solidarietà di Dio con l’umanità.

Gesù è Dio-con-noi! Il Natale di Gesù è la manifestazione che Dio si è “schierato” una volta per tutte dalla parte dell’umanità.

La nascita di Gesù ci porta la bella notizia che siamo amati

immensamente e singolarmente da Dio, e questo amore non solo ce lo fa conoscere, ma ce lo dona, ce lo comunica!

Papa Francesco

Questa BELLA NOTIZIA ci renda gioiosi annunciatori di Gesù, il Dio-con-noi

Buon Natale e Felice Anno 2015 La Redazione


o r t n e c l a e i r e f i r Pe Per conoscere e allargare i nostri orizzonti ai gravi problemi della povertà che genera guerre, violenze, emigrazioni, divisioni, insofferenze e repulsione. Tre serate di approfondimento del tema, tre mattinate di incontri, preghiera e riflessione, sollecitati dalla Chiesa e dalle situazioni della società in cui viviamo. n 28 dicembre ore 20,45: periferie nella Santa Scrittura P. Mario Menin, teologo e direttore della rivista Missione Oggi dei padri Saveriani di Parma n 29 dicembre ore 20,45: periferie nell’Africa dimenticata Raffaele Masto, giornalista e scrittore, animatore di Radio Popolare e collaboratore di Riviste Missionarie n 30 dicembre ore 20,45: periferie geografiche e spirituali nella nostra società italiana Don Angelo Riva, teologo ed animatore delle famiglie in diocesi di Como Le mattinate sono particolarmente consacrate alla meditazione sul tema del forum, seguirà un tempo di condivisione finale. Mons. Giuseppe Zanon, vicario vescovile per il clero della diocesi di Padova, guiderà questo tempo di riflessione.

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28-31 DICEMBRE 2014

A tutti i consacrati in occasione dell’anno della vita consacrata In questo Anno il Santo Padre invita ogni famiglia carismatica a far memoria degli inizi e del proprio percorso storico, per ringraziare Dio che ha offerto alla Chiesa così tanti doni che la rendono bella e attrezzata per ogni opera buona. Papa Francesco nel suo Messaggio di apertura raccomanda: “Raccontare la propria storia è indispensabile per tenere viva l’identità, così come per rinsaldare l’unità della famiglia e il senso di appartenenza dei suoi membri. È un modo anche per prendere coscienza di come è stato vissuto il carisma lungo la storia, quale creatività ha sprigionato, quali difficoltà ha dovuto affrontare e come sono state superate. Si potranno scoprire incoerenze, frutto delle debolezze umane, a volte forse anche l’oblio di alcuni aspetti essenziali del carisma. Tutto è istruttivo e insieme diventa appello alla conversione. Narrare la propria storia è rendere lode a Dio e ringraziarlo per tutti i suoi doni”. Quali iniziative? Innanzitutto, l’Anno della vita consacrata inizia il 30 novembre 2014 (prima domenica di Avvento) e termina il 2 febbraio 2016 (giornata mondiale della via consacrata). I prossimi appuntamenti per l’anno 2015 n 22-24 gennaio 2015 incontro ecumenico di consacrati e consacrate durante la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani; si conclude con la veglia di preghiera, il 24 gennaio n 8-11 aprile Seminario per i Formatori e le Formatrici alla vita consacrata; si conclude con la veglia di preghiera, l’11 aprile. n 23-26 settembre Laboratorio per i giovani e le giovani consacrati; il 25 settembre ci sarà una veglia di preghiera. … i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico. Io mi attendo da voi questa testimonianza. I religiosi devono essere uomini e donne capaci di svegliare il mondo.

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RA N° 4 2014 REGINA APOSTOLORUM  

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