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Venezia, 26 agosto 1966. Uno strillone vende Il Gazzettino (foto Afi Gazzettino). a sinistra la recente versione su Ipad

“S Supplemento promozionale al numero odierno de

Direttore Responsabile Roberto Papetti Inserto a cura di Edoardo Pittalis Stampa Centro Servizi Editoriali Grisignano di Zocco (VI)

crivere la storia è solo un modo per sbarazzarsi del passato”. Lo affermava oltre un secolo e mezzo fa Johann Wolfgang Goethe. Noi, con questo fascicolo che iniziate a sfogliare, vogliamo fare l’esatto contrario: far rivivere un’avventura quotidiana lunga 125 anni attraverso un duplice percorso: di immagini e di parole. E’la storia del Gazzettino, che, proprio nella primavera di un secolo e quarto fa, nasceva grazie a una geniale intuizione del cadorino Giampietro Talamini, primo direttore di questo giornale e intellettuale dalla non comune capacità di entrare in sintonia con la sensibilità popolare dell’epoca. Da allora, da quel 1887, il Gazzettino ha cambiato tante volte “faccia”. Talvolta con scelte coraggiose, come nel 2009 con il passaggio dal tradizionale formato lenzuolo all’attuale tabloid. Ha mutato il suo linguaggio e la sua proposta informativa, cercando però essere sempre al passo con i tempi (qualche volta riuscendo anche ad anticiparli) e diventando la voce di un territorio vasto che dal Veneto si è progressivamente allargato a quello che, grazie all’acuta penna di Giorgio Lago, sarebbe diventato il Nordest. Migliaia e migliaia di pagine, prima solo cartacee oggi anche on line, per raccontare guerre, tragedie, liberazioni, ma anche e soprattutto cronache minime e pezzi di vita quotidiana. Piccole e grandi vicende umane di quel Nordest che per tanti nostri lettori prima di essere un’espressione geografica e’ un luogo dell’anima e della propria identità e per chi lavora e ha lavorato in questo giornale è da sempre un punto di riferimento. Quello da cui partire per raccontare e indagare, senza pregiudizi nè chiusure, un mondo in continuo cambiamento. Nel 1887 come nel 2012.

Roberto Papetti

1887

Usciva il primo numero del Gazzettino, da allora…

Un’avventura lunga 125 anni


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Era domenica Tutto incominciò il 20 marzo 1887. Grazie a un cadorino sognatore, ex mazziniano, sceso dalle montagne con tremila lire in tasca e un sogno. Scrisse sotto la testata: “Giornale della democrazia veneta”. Promise: “Notizie, notizie, solo notizie”. Aggiunse subito: “Il nostro giornale pubblicherà ogni giorno molte cose”. Aggiunse il romanzo d’appendice e puntò sulla cronaca Edoardo Pittalis

C’

era un cadorino testardo, sognatore, maestro e figlio di maestro, un quarantenne ex-mazziniano con un’aspirazione e con tremila lire in tasca. Voleva fare un giornale quotidiano, scese dalla montagna e andò a Venezia. Le pensò tutte per non sbagliare: il giorno d’uscita, il prezzo, la formula, le idee, il nome. Scelse “Il Gazzettino”, aggiunse sotto la testata “Giornale della democrazia veneta”. Puntò sulla giornata di domenica, la gente ha più tempo per leggere. Decise per i 2 centesimi a Venezia e per i 3 centesimi in terraferma. Gli altri cinque giornali veneziani costavano cinque centesimi. Partì con 1200 abbonati e a tutti offrì un dono per invogliarli. Non la sveglia che regalava “Il Secolo”, non la riproduzione di un quadro famoso come “La Tribuna” o le tazzine da caffè di altri giornali, ma un portafoglio del valore di lire tre, un portafoglio ampio, capace di contenere le ambizioni e i sogni. In fondo alla prima pagina aggiunse il romanzo d’appendice: avventura, amore, figli abbandonati e ritrovati, morte, grandi passioni e grandi lacrime. Il primo fu “Il bravo di Venezia” di Ippolito Tito d’Aste: “Un segreto di tal genere è per se stesso una sentenza di morte. È ugualmente pericoloso il saper troppo

e il saper troppo poco, quando si ha a che fare con San Marco”. Era il 20 marzo 1887. I grandi giornali sono nati in quel fine secolo, nell’Italia da poco unita, con la prima rivoluzione industriale, le prime esplosioni dei partiti di massa, i primi scandali della politica. Molti si dovevano a direttori-editori spesso mossi dalla difesa degli ideali risorgimentali stravolti dai governi trasformisti. Gianpietro Talamini era uno di questi direttori-editori, da giovane era stato guardato con sospetto per un poema patriottico di tremila endecasillabi pubblicato a proprie spese e una volta a Perarolo di Cadore era stato fermato perché aveva gridato “Viva la Repubblica” e accolto la regina Margherita e il figlio Vittorio Emanuele III con una bandiera tricolore alla quale era stato strappato lo stemma sabaudo. Vuol fare un giornale che restituisca la tensione morale che aveva portato all’unità e che aiuti a costruire un’Italia nuova. Conosce la gente della sua terra, mescola sentimenti liberali e pulsioni popolari. Promette di dare notizie, soltanto notizie e spiega subito: “Il nostro giornale, benché piccolo, pubblicherà ogni giorno molte cose”. C’è tutto quello che fa cronaca e informazione: “L’orario delle ferrovie, dei tranvia e della navigazione lagunare… un bollettino delle borse, la sciarada, il precetto morale, il bollettino meteorologico”.

1200 Erano i primi abbonati del Gazzettino, triplicarono in un anno

In dono un portafoglio anziché il solito quadretto


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16.09.1947 gran sfoggio di cappellini di carta domenica alle gare automobilstiche al lido. Bisognava ripararsi il capo dalla sfera del sole e i nostri giornali hanno servito a meraviglia allo scopo. Gazzettino sera (archivio cartaceo)

Aggiunge i contenuti: “Noi siamo semplicemente uomini di buona volontà che con la scorta del buon senso libero da prevenzioni e da passioni si propongono combattere tutte le ingiustizie, difendere e conseguire le cose giuste. E se combattere le ingiustizie vecchie e nuove vuol dire essere repubblicani, noi siamo repubblicani; e se combattere le ingiustizie vuol dire essere socialisti, ebbene ci si dica pure socialisti. La grande maggioranza dei cittadini inclinerà per lo meno a ritenerci uomini onesti”. Vuole che il giornale sia conosciuto da tutti, anche da chi non sa leggere e sono tanti gli analfabeti in quel fine Ottocento. Si rivolge a un lettore popolare e provoca l’alta borghesia: “Per esempio, la damina o il damerino, se avranno il capriccio di leggere il Gazzettino (se non altro per vedere ciò che bolle nel nostro basso mondo plebeo), quando con un molle sbadiglio presso il mezzodì o più tardi apriranno gli occhi, potranno sapere precisamente da quante ore il sole illumini la terra e il lavoro di chi suda a procurare tanti ozi beati”. Anno di svolta il 1887 per il Veneto. Il senatore del Regno Alessandro Rossi, l’industriale laniero di Schio, è stato il più energico nella battaglia protezionistica che ha portato al raddoppio del dazio doganale sul frumento per rafforzare il mondo rurale e anche per arginare la crescita del proletariato urbano e del-

la classe operaria. La campagna veneta è scossa da carestie e pellagra, l’emigrazione verso le Americhe segna cifre spaventose e disperate. “Crepà, la vaca che dasea el formaio,/ morta la dona a partorir ‘na fiola,/ protestà le cambiale dal notaio, / na festa, seradi a l’ostaria, / co un gran pugno batù sora la tola:/«Porca Italia» i bastiema: «andemo via!», dicono i versi di Berto Barbarani. Il Gazzettino registra cronache puntuali delle disastrose alluvioni del 1888, è fortemente critico sulla impopolare guerra d’Africa e lo sarà ancora di più dopo Adua nel 1896, quando moriranno in battaglia centinaia di soldati veneti. Nel 1898 è tra le voci più alte contro la politica repressiva del re Umberto che ha lasciato che a Milano Bava Beccaris sparasse cannonate contro operai e contadini in piazza. E’ soprattutto la cronaca a decretare il successo del giornale, specie quella giudiziaria. I processi vengono raccontati con l’esattezza di un verbale, ma con un linguaggio popolare per un pubblico di pochissime letture, ma di grandi emozioni. Ecco un esempio dal Gazzettino del 5 giugno 1887, tre mesi dopo l’uscita. Un processo in Corte d’Assise a Venezia per “la strage del Caffe La Fama”: un uomo ha ucciso la moglie e l’amante. Il cronista scrive: “Una bella vergine ed inesperta ragazza è data sposa ad Antonio Rossetti, uomo di cuore, ma strano, ma prodisegue a pagina 10

1896

Contro la guerra d’Africa e contro le cannonate in piazza

Troppi soldati veneti caddero ad Adua


il Sociologo Ulderico Bernardi

Dagli emigranti agli immigrati

il suo “Urlo”. Quattro anni dopo Papa Leone XIII firma l’enciclica “Rerum novarum”, le cose nuove, dove espone la dottrina sociale della Chiesa, associando sviluppo ed etica. Centinaia di parroci daranno vita ad altrettante Casse Rurali, per sconfiggere l’usura e dare respiro ai contadini che costituiscono l’80% della popolazione. Veneto e Friuli vantano due primati nazionali: in queste iniziative di mutualità, e nel numero degli emigranti verso le Americhe. Da quando inizia, nel 1875, e fino alla Grande Guerra, se ne andranno dall’Italia più di 14 milioni. Al primo posto tra tutte le regioni italiane, il Veneto, che allora comprende la provincia di Udine. Tra le province più interessate Treviso e Belluno, ma nessuna resta esclusa. Poi arriva l’inutile strage nelle parole di Papa Benedetto XV, succeduto al trevigiano Pio X che invano si era opposto alla Grande Guerra. Queste sono terre dove il cattolicesimo ha segnato profondamente l’anima popolare. Non meraviglia che in meno di un secolo abbiano dato alla Chiesa universale due Papi veneti – Pio X e il bellunese Giovanni Paolo I – più altri due che vengono da culture per secoli partecipi della comune civiltà veneziana: Papa Giovanni XXIII e Papa Paolo VI, bergamasco il primo, bresciano il secondo, dunque nativi delle Lombardie venete, come si chiamavano ai tempi della Serenissima. La prima guerra mondiale provocherà immani rovine, con metà Veneto e tutto il Friuli invasi e ridotti a campo di battaglia. Paesi distrutti, milioni di profughi e fame, soprattutto fame, che fa più vittime civili delle cannonate. Appena il tempo di tirar su giganteschi Ossari, da Redipuglia al Montello e al Grappa, e poi altre guerre: con l’Etiopia, in Spagna, e un’altra volta nel mondo. La sciagurata politica mussoliniana pretende di fare degli italiani un popolo di guerrie-

Nello spazio di sei generazioni si è passati dalla polenta ai palestrati, dalla zuppa al computer, dalle famiglie patriarcali alle unioni di fatto, dalle bonifiche ai capannoni. In queste terre davvero è accaduto di tutto

1903 Da Venezia parte il primo di tre Papi in un secolo

Qui il cattolicesimo ha segnato l’animo

U

n secolo e un quarto, lo spazio di sei generazioni. E un giornale che in questo arco di tempo le ha nutrite di cronaca che si è fatta storia. Comporre un indice dei fenomeni sociali più significativi per Venezie e Friuli in questi 125 anni, avremo sotto gli occhi una sbalorditiva sintesi di mutamenti. Dagli emigranti agli immigrati, dalla polenta quotidiana ai palestrati, dalla zappa al computer, dalle famiglie patriarcali alle unioni di fatto, dalle bonifiche ai capannoni, dai buoi che tirano il carro sulle strade bianche ai TIR che sfrecciano in autostrada, dal colera all’Aids. Per ogni titolo un’enciclopedia. La nostra società è cambiata di più in questo periodo che nei mille anni precedenti. In ogni campo della conoscenza e del vivere civile. Quel 1887 in cui “Il Gazzettino” si propone nelle edicole, è un anno di svolta, dalle concezioni tradizionali all’avvento della contemporaneità. Da un ventennio lo svedese Alfred Nobel ha inventato la dinamite, l’americano Hiram Maxim ha appena perfezionato la mitragliatrice, e solo sei anni dopo il norvegese Edvard Munch darà un volto all’angoscia esistenziale dipingendo


9 ri. Intanto chiama ancora una volta veneti e friulani all’emigrazione, verso le terre bonificate dell’agro romano, toscano, sardo, e verso l’impero “rinato sui colli fatali”, in Libia e in Etiopia. Il disastro sarà completo quando la seconda guerra mondiale insanguinerà le nostre terre sotto forma di guerra civile. Chi pagherà buona parte del conto per l’odio accumulato dagli slavi contro il regime sarà la Venezia Giulia. Il trattato di pace del 10 febbraio 1947 determinerà un’amputazione dolorosissima, dopo delitti efferati contro gli italiani di Zara, Fiume, Pola e l’Istria intera, da cui se ne andranno quasi in 300.000. Esuli dal terrore, abbandonando millenni di civiltà latina e veneta. Col dopoguerra, il vento fresco della libertà aprirà i polmoni del corpo sociale desideroso di emancipazione. Le donne riceveranno infine il riconoscimento della parità di diritti. I contadini, subalterni per secoli, con la meccanizzazione dell’agricoltura, potranno dare libero sfogo al loro spirito imprenditoriale. Nascono i metalmezzadri, che si fanno le ossa alla Zoppas di Conegliano e nella Pordenone di Lino Zanussi, aziende che daranno alle donne il fornello a gas, il frigorifero, la lavatrice, la lavastoviglie, liberandole dal peso millenario di molte faccende domestiche. Un apprendistato che introduce alla Grande Trasformazione che farà del Veneto contadino una società industriale. Fondata sulla famiglia imprenditrice, dove tutti i membri contribuiscono all’accumulazione del capitale primario. Chi guarda con disprezzo alla piccola e media impresa, all’artigiano fai da te, e vede nell’operaio delle grandi fabbriche l’agente rivoluzionario, definisce questo tipo di sviluppo “all’ombra del campanile”. Dimenticando che dall’alto del campanile si vede lontano. Magari fino all’Africa, di dove arriveranno i primi immigrati, quando il “modello veneto” dimostrerà di essere capace di tener dietro alle innovazioni straordinarie che, dal ventennio conclusivo del Novecento, si susseguono a cascata. Una storia esaltante, con valori e costi umani da onorare, tra conquiste di benessere e profanazioni del paesaggio ancestrale. Mentre il Gazzettino registra gli eventi e aiuta la pubblica opinione, sollecitandola a correggere gli errori rispettando la visione dei padri, che sostenevano come ogni tanto bisogna saper “voltarse indrìo”, per ricavare nuovo slancio dalla distanza superata.

Il Nordest è cambiato in questi 125 anni più che nei mille precedenti


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Fate nomi, nomi e nomi. Ogni nome in bene o in male corrisponde a una copia venduta segue da pagina 7

31.05.1950 una hostess legge il Gazzettino sera (archivio cartaceo)

go, ma dedito agli amici, alle compagnie maschili e femminili, come sono, purtroppo, quasi tutti i giovani nostri. La luna di miele dei due giovani tramonta sollecita e succedono ben presto i primi malumori…”. Antonio picchia la giovane Emma di Lezze che “mena la lingua”. La donna poi si consola con un amante “vecchio e non bello”. “Fate nomi, nomi e nomi”, predica Talamini convinto che ogni nome in bene o in male corrisponda a una copia venduta. L’affermazione del giornale nelle varie province spesso è legato proprio al clamore dei grandi processi. Come a Verona dove nel 1897 si celebra il processo per la “donna tagliata a pezzi” ripescati nell’Adige: la vittima è una popolana, Isolina Canuti, amante di un ufficiale di Cavalleria. Il giornale segue con resoconti puntuali, disegni, pagine intere. Si susseguono le testimonianze e le lettere anonime, si rinvia al giorno dopo la pubblicazione, proprio come nei romanzi d’appendice. Si aprono uffici di corrispondenza a Padova, Vicenza, Treviso, Verona, nel Polesine, a Belluno, a Udine. “Due giornali in uno”, avverte la reclame: la cronaca locale e le notizie nazionali. Che poi è ancora oggi la formula vincente del giornale. Dopo dieci anni, il giornale ha già una tiratura che supera le 30 mila copie e nella sola Venezia “la diffusione del Gazzettino è maggiore di quella di tutti gli altri giornali riuniti insieme”. Il Gazzettino contribuisce al rilancio della città e al ritorno di Venezia al ruolo di capitale culturale: in pochi anni oltre a un grande giornale, diventato in poco tempo una stabile istituzione, nascono la Biennale d’arte e l’Università. A Vicenza ordinano “El Gazetin e un zaleto”: con 5 schei prendono il giornale e un biscotto di farina gialla e uvetta. Nelle varie redazioni si alternano corrispondenti di talento, come a Verona dove a rappresentare per decenni il Gazzettino è uno dei massimi poeti dialettali, Berto Barbarani. Lavora al banco dell’osteria sotto casa del padre che ha un negozio al Ponte Nuovo. Barba lunga e nera, il cappello da moschettiere, scrive al tavolino poesie e articoli. Morirà nel 1945 nella Venezia bombardata, lo seppelliranno col cappello di seta turchina dono dell’amico pittore Dall’Oca Bianca. Dei Friulani Talamini ha un’idea precisa: “Sparagnini come sono, dovrebbero ben preferire un giornale che costa meno degli altri”. A Udine lavora un cronista speciale, Riccardo Filipponi, detto “Filipon del Balon” da quando si è imbarcato sul pallone del capitano Brunner, davanti alla folla raccolta nel Giardin Grande, e per 15 chilometri ha sorvolato la città. Al servizio premette in pagina: “l’inviato in cielo”. Ma il vero scoop lo realizza a metà aprile del 1910, una sera che per caso passa sotto le Poste e sente le urla disperate dell’impiegato del telegrafo che è stato appena accoltellato a morte per rapina. Filipponi sale di corsa, incrocia sulle scale gli assassini, vede il corpo della vittima, lo scavalca per arrivare al telefono e detta la notizia al giornale con tutte le informazioni sull’assassinato. Poi chiama i carabinieri. Commenterà il commediografo Renato Simoni: “Se Filipponi avesse saputo leggere e scrivere sarebbe stato il più grande giornalista d’Italia”. A Venezia il giornale è in prima fila per la ricostruzione del Campanile, attacca con durezza l’impreparazione di chi ha curato i lavori prima del crollo, apre le sottoscrizioni perché il Campanile il 25 aprile 1912, dopo dieci anni, possa ritornare “dov’era e com’era”. Fa una campagna per il miglioramento delle condizioni economiche dei maestri e della scuola, altro tema senza tempo in questo Paese. Già dal 1898 il giornale ha lasciato la vecchia piccola sede di campo San Fantin, di fronte alla Fenice, e si è trasferito a San Salvador nel palazzo quattrocentesco dei Giustinian, detto Ca’ Faccanon dalla famiglia che lo aveva abitato prima che diventasse l’ufficio delle Regie Poste. Due saloni enormi, uno scalone segue a pagina 15


l’Economista Giorgio Brunetti

Ha ancora forza la locomotiva? In questo clima di incertezza internazionale il Nordest saprà riprendere il cammino o sarà soltanto il ricordo di una stagione che non tornerà più? Dal mondo rurale dell’Ottocento alla più sconvolgente industrializzazione

A

ll’inizio del Novecento il Triveneto, non ancora Nord Est, contava su un’economia rurale con una popolazione eccessiva e con una crescente densità di abitanti che determinavano tanto problemi di carenza di beni alimentari, quanto la necessità di forzare la produzione di cereali a scapito di altre culture. Uno squilibrio che determinerà per tanti decenni un’emigrazione “biblica” tanto da occupare le prime posizioni tra le regioni italiane con maggior flusso migratorio. Argentina, Brasile e Australia i paesi di destinazione, senza tener conto dei lavoratori stagionali in Svizzera e in Belgio, nelle miniere, fenomeno che durerà fino all’inizio del secondo dopoguerra. Nel Triveneto, sempre in quegli anni, operavano pure realtà artigianali con mestieri e proto-industrie retaggio ancora degli antichi splendori manifatturieri del Cinquecento, quando l’Italia

aveva il predominio mondiale in questo campo, assieme a quello del commercio e del credito. Molte delle attività produttive erano localizzate nei centri urbani, volte a servire la nascente medio borghesia, ma anche in quelli che in seguito saranno chiamati distretti. Basti ricordare la tessitura della lana dell’Alto Vicentino, le scarpe da lavoro a Montebelluna, le sedie nel Manzanese e la coltelleria a Maniago. In questo panorama, comunque arretrato, negli anni trenta si realizzano importanti, sebbene circoscritti, investimenti produttivi. Protagonisti alcuni capitani di industria, da Gaetano Marzotto a Franco Marinotti e a Giuseppe Volpi che intraprendono iniziative industriali volte a dare lavoro ma anche a favorire il passaggio della popolazione dall’agricoltura all’industria. Nascono la “città sociale” a Valdagno e Torviscosa, città di nuova fondazione. Si cerca in tal modo di integrare il lavoro in fabbrica con abitazioni, scuole e aree ricreative. Con lo stesso intendimento, alla fine dell’Ottocento, era sorta a Schio per opera dell’industriale Alessandro Rossi la “città ideale”. Fino al primo dopoguerra l’economia del Nord Est non muta in modo rilevante. E’ sempre un’economia prevalentmente agricola. Non mancano imprese alimentari, tessili e meccaniche, per lo più di piccole dimensioni che servono quasi esclusivamente mercati locali. Operano anche medio-grandi imprese manifatturiere, come Zoppas a Conegliano e Zanussi a Pordenone, che intercettano la domanda in forte crescita - di elettrodomestici, mentre i mobilieri del Quartier del Piave, nell’alto Trevigiano, e del Livenza, nel Pordenonese, stanno incrociando quella dell’arredamento per nuove abitazioni. I consumi, dopo la gelata del periodo bellico, riprendono a crescere. Dapprima vengono soddisfatti i bisogni primari con beni standardizzati, poi si comincia a richiedere “varietà e variabilità” nell’offerta dei prodotti. I distretti captano questa nuova domanda sempre più impetuosa. Sta nascendo il consumismo traino dello sviluppo economico. Specie nei distretti, si colgono i fattori socio-economici che sono a fondamento della rinascita del territorio: l’abbondanza di manodopera, la sua innata laboriosità, la tradizione artigianale, la capacità della popolazione di non stare con le mani in mano. Gli indirizzi produttivi sono pure il prodotto della storia di queste terre: beni


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Cortina d’Ampezzo 10/10/1948 - Lo scrittore Ernest Hemingway legge sul nostro giornale “Il Gazzettino” l’annuncio del suo arrivo a Cortina. (Foto Majoni)

per la persona e per la casa, meccanica e componentistica. Si esporta molto in quasi tutti i paesi europei, Germania in testa. Giorgio Lago dalla direzione del Gazzettino legge e interpreta questo tumultuoso svilppo economico, con le tensioni autonomistiche che lo contraddisrtingue. Alla ricerca di una sua identità muta il Triveneto in Nord Est. Un’area periferica che in quel periodo assume per le sue performance il ruolo di “locomotiva d’Italia”. Dal 2000 l’accelerazionne dell’innovazione tecnologica e della globalizzazione cambia il mondo. Il Nord Est deve fare i conti con la progressiva erosione dei fattori sui quali aveva fondato il suo svluppo. La spinta alla crescita e la sua vocazione industriale tendono ad affievolirsi. Si avvia un lento processo di trasformazione del sistema produttivo tuttora in corso. Le imprese, specie quelle di media dimensione, stanno riposizionandosi nello scacchiere competitivo, operando lungo alcune direttrici. Internazionalizzazione della catena del valore, collocando le attività nei paesi che risultano più convenienti o che hanno prospettive di

sviluppo di mercato. Operare in filiera per collegarsi con il cliente finale, cercando una posizione favorevole tanto che i distretti sono oramai il punto di incrocio con una o più filiere. Innovare a tutto tondo, dal prodotto all’organizzazzione, con grande attenzione al capitale umano. Infine ricercare, mediante aggregazioni, dimensioni aziendali più adatte a vivere nella filiera e a competere in una realtà globale, superando l’individualismo tipico della nostra imprenditorialità. Un processo di trasformazione complesso che sta determinando una riduzione del “parco imprese” manifatturiere, mentre ha abbastanza tenuto finora il terziario, tra cui i servizi alla persona e quelli destinati alle imprese, frutto della contaminazione in atto tra industria e servizi. Naturale quindi chiedersi - in questo clima di incertezza in cui vive il Paese e l’Europa - quale sarà l’approdo di questa complessa traformazione del Nord Est. Riprenderà la “locomotiva” la sua corsa, risolvendo i gravi problemi occupazionali attuali, o sarà solo un ricordo di una stagione che non torna più!

1930 -1960 Con Marzotto e Volpi la grande imprenditoria

E quelli del miracolo: Zoppas e Zanussi e…


segue da pagina 10 di prestigio e Talamini conserva le sale di ritrovo e di scrittura aperte al pubblico, non sospende le feste da ballo dell’associazione funzionari civili dello Stato. Questo gli consente di controllare meglio chi entra e chi esce. Si piazza sulla scala, cappello in testa e mani in tasca e domanda immancabilmente: “Chi xelo, dove valo, cosa vorlo?”. La sua vita è il giornale, dorme sul sofà nell’ufficio. S’aggira avvolto da un tabarro grigioverde, il cappello nero, il pizzetto giallo e grigio. Ha conservato la tenacia del montanaro e ha accentuato un po’ di superstizione. Dice che è stato aiutato dalla fortuna. Parla in dialetto, ricorda che il veneziano è la sua lingua. Attento nei conti, paga a riga i corrispondenti e abolisce gli accapo: “Lo spazio del giornale è oro”. Ma aiuta i poveri e anche gli avversari. Una volta che il giornale concorrente socialista rischia di non uscire perché non può comprare la carta, spedisce di nascosto le bobine. A un cadorino che non riesce a vendere cappelli di paglia, acquista l’intera partita e distribuisce pagliette tra i redattori, naturalmente defalcando il costo dallo stipendio. Rileva un carico di patate da uno sfortunato compaesano, riempie i magazzini e offre sul giornale “Le patate del Cadore”. Col tempo lo chiamano “El Vecio”, è l’ultimo della stagione dei direttori-padroni, dopo Albertini, Bergamini,

Frassati. Sopravvive a tutti. Sta per affrontare tempi sempre più difficili. Si avvicina la Grande Guerra, Talamini schiera il Gazzettino sul fronte dell’interventismo, ospita a Ca’ Faccanon i comizi dell’amico Gabriele D’Annunzio. Scrive il 22 maggio 1915: “Ormai ogni cittadino è convinto che lo stato attuale delle cose non può più durare a lungo e che l’intervento dell’Italia si rende inevitabile. Due giorni dopo il Gazzettino titola: “La guerra dichiarata”. Talamini che ha 70 anni si presenta a Feltre al Deposito Battaglione Alpini del Cadore per farsi arruolare. Lo rimandano a casa, ma quattro figli vestono la divisa e uno di loro, Giovanni, cadrà sul Piave nel 1918, nel canale della Fossetta, tra Meolo e San Donà . Talamini si recherà al fronte per cercare i resti del giovane, li troverà accanto a quelli di un volontario cecoslovacco e li farà seppellire nella stessa cassa. Il Veneto è il cuore delle operazioni militari contro l’Austria e il Gazzettino si ritrova in prima linea. La tiratura del giornale raggiunge cifre record: 150 mila copie giornaliere. Talamini vuole che il quotidiano arrivi dappertutto, più veloce di una cartolina postale in franchigia. Pubblica una serie di rubriche: “La pagina del soldato”, “Albo degli eroi”, “I saluti dei nostri soldati”. Dà voce ai profughi dopo Caporetto. Tra il fronte e la popolazione

15 1915 Il Gazzettino è interventista e ospita i comizi di D’Annunzio

Talamini a 70 anni vuole partire per la Grande Guerra

30 dicembre 1955. Il patriarca di Venezia Angelo Roncalli visita ALla rEDAZIONE del Gazzettino (foto Nuova editoriale Afi Gazzettino)


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Clark Gable al tavolino del Florian mentre acquista una copia de Il Gazzettino

civile s’instaura un fitto dialogo quotidiano che porta notizie, scambia saluti, comunica nascite e matrimoni. La vittoria è annunciata con titoli trionfali il 5 novembre 1918: “Sfacelo totale dell’esercito austriaco. 330 mila prigionieri e 5mila cannoni catturati”. Segue il famoso Bollettino firmato Diaz. S’allarga il territorio di diffusione, non c’è più soltanto il Veneto, sono nate le Tre Venezie. Talamini è il primo ad aprire redazioni a Trento e Trieste. Nel 1921 fa nascere “Il Gazzettino Illustrato”, settimanale delle Tre Venezie, 20 centesimi: “E’ l’attuazione di un sogno da gran tempo accarezzato: creare il nostro settimanale illustrato, e tale che la nostra Venezia e la regione veneta non abbiano molto da invidiare alle altre maggiori città d’Italia”. Incomincia anche a dedicare pagine allo sport sulle quali negli anni successivi troveranno rilievo le gesta del ciclista veneto Ottavio Bottecchia due volte vincitore del Tour, e quelle del gigantesco pugile friulano Primo Carnera, primo e finora unico italiano a conquistare la corona monidiale dei pesi massimi. Poi sarà la volta dei calciatori campioni del mondo nel 1934 e nel 1938. E’ attento alle trasformazioni, appoggia la zona industriale che proprio in piena guerra è stata creata a Porto Marghera: “Il Porto industriale a Venezia inaugurato dal Re” (18 maggio 1922). Scommette sul futuro, avverte il clima mutevole anche in politica. Partecipa attivamente col giornale alle sorti di Fiume e dell’Adriatico, sostiene l’impresa di D’Annunzio e la fa seguire da un inviato speciale: “Noi seguiremo la situazione nuova e drammatica ed eccezionalmente interessante scaturita dal gesto di Gabriele D’Annunzio, e intanto gridiamo con tutta l’anima: ‘Viva Fiume italiana!’”. Guarda con simpatia il movimento dei reduci e il primo fascismo, fa di più: ospita nei saloni del giornale la fondazione del fascio veneziano il 10 maggio 1919. Davanti alle spedizioni punitive degli squadristi, l’appoggio al fascismo si trasforma in attesa prudente, poi in un graduale distacco che diventa crisi di coscienza nei giorni del delitto Matteotti. Sotto il titolo “Il cadavere di Matteotti scoperto in una boscaglia” (17 agosto 1924) Talamini chiama in causa senza esitazione le responsabilità dirette di Mussolini. Il fascismo reagisce con violenze, le pubblicazioni sono sospese per due mesi. A un lettore fascista che


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si lamenta che il Gazzettino è “mal fatto”, proprio perché non allineato, Talamini risponde: “E a me dispiace de non poderlo far pezo!”. L’uomo è invecchiato, sente la stretta del regime, fatica a mantenere l’indipendenza, ma continua ad aiutare chi ne ha bisogno: ospita l’antifascista Ettore Pellegrinotti condannato dal Tribunale speciale e assume come correttore di bozze il “perseguitato politico” Armando Gavagnin che sarà tra i protagonisti della Resistenza veneta. I ras del fascismo veneto, il conte Giuseppe Volpi di Misurata in testa, vogliono il suo giornale. Il segretario del Pnf Augusto Turati chiede nel 1928 la dedizione “totale e assoluta della

testata”; sanno che il vecchio non accetterebbe, possono però aspettare che si faccia da parte. Nel settembre 1934 Gianpietro Talamini raduna dipendenti e amici in un locale di Bacino Orseolo, inforca gli occhiali a pinza sul naso e legge il commiato che è un testamento per i giovani impegnati a continuare la sua opera. Muore quasi novantenne qualche giorno dopo a Pagnano nella sua casa ai piedi del Grappa. Nel testamento ha precisato: “Raccomando ai figli di fare quanto è possibile affinché il giornale che per fortuna sono riuscito a sostenere, sempre in passato con imparzialità, con sincerità, continui a fornire al pubblico le notizie dei fatti per conoscenza e ammaestramento”. E’ un’invocazione destinata a

1934 Il testamento di Talamini Pubblicato sul giornale

“Bisogna continuare a fornire notizie”


Al Referendum del 2 giugno 1946 le Tre Venezie votarono compatte per la Repubblica

cadere in poche settimane. Gli eredi divisi e costretti a vendere, passano la mano al conte Volpi che costituisce la Editoriale San Marco, la maggioranza azionaria è data dalla fusione di tre grandi gruppi: la Sade di Volpi, la Snia Viscosa di Cini e la Fiat di Agnelli. Il capitale in un anno passa da 120 mila lire a 7 milioni. In poco tempo Ennio Talamini, figlio del fondatore, viene sostituito alla direzione prima da Giorgio Pini poi da Gianni Rocca. Giornalista eccellente il primo, anche se si presenta come “combattente, decorato, fascista dal 1920”; commediografo di successo il secondo che però premette nell’editoriale: “Mi difendono due elmetti d’acciaio ben temprati: quello del Re Vittorioso, quello del Duce dell’Impero. Ai loro ordini pongo la mia penna”. Entrambi con la credenziale di fedelissimi di Mussolini. Il Gazzettino è uno degli ultimi giornali ad allinearsi. Quando l’Italia diventa impero e quando il duce arriva a Venezia e riempie piazza San Marco e a Padova Prato della Valle, le “adunate oceaniche” vengono raccontate con enfasi degna delle veline del Minculpop. Quelle che ancora si conservano negli archivi del giornale. Un esempio, relativo alla visita a Venezia: “Il discorso del Duce può essere commentato”. A ruota segue nuova velina: “Il commento lo mandiamo noi”. La caduta del fascismo il 25 luglio 1943, in piena seconda guerra mondiale, e l’Armistizio dell’8 settembre cambiano le sorti del conflitto e il destino dell’Italia. L’edizione del pomeriggio del 26 luglio titola: “Mussolini dimissionario. Il Re assume il comando delle Forze Armate. Badoglio capo del governo”. Nei giorni del governo del maresciallo assume la direzione il poeta Diego Valeri. Scrive per l’Armistizio un editoriale intitolato “Avere fede”. Dice che non è l’ora di fare molte parole, ma quella del dovere: “E il nostro primo dovere è di tenerci uniti, uniti tutti quanti siamo, nel pensiero e nell’amore della Patria”. Poche settimane dopo, con la presa di potere della Repubblica Sociale di Salò, Valeri è costretto a rifugiarsi in Svizzera. Salò significa anche guerra civile e guerra di liberazione. Il Veneto e il Friuli si ritrovano nell’occhio del ciclone. Il Gazzettino è trasformato in fortilizio, munito di mitragliatrici, illuminato dai riflettori. L’informazione del Nord è asservita al governo collaborazionista. È in Svizzera anche il conte Volpi che si è distaccato dal fascismo, è sfuggito alla condanna a morte della Rsi, ha rapporti con l’antifascismo veneto. Usa le azioni del Gazzettino come lasciapassare per il dopoguerra e le consegna a un prezzo simbolico direttamente nelle mani della Democrazia Cristiana veneta. Pietro Mentasti riceve l’incarico di amministratore delegato e presidente della società che comprende il Gazzettino, la “Gazzetta di Venezia” e il “Gazzettino Sera”, oltre alla sede e alla tipografia, per un valore che nel frattempo è diventato di 500 milioni di lire. Dopo la Liberazione, la sera del 30 aprile 1945 nella tipografia del Gazzettino si stampa un foglio straordinario, “Fratelli d’Italia”, firmato da Armando Gavagnin, lo stesso che era stato messo al sicuro dal vecchio Talamini. È suo l’articolo di fondo intitolato “Ritorno”. Il giornale è per un periodo l’organo del Cln e viene nominato commissario Ugo Facco de Lagarda. In pochi giorni il Gazzettino torna in edicola con la sua testata, sostituisce “Il Corriere Veneto” uscito subito dopo la Liberazione a cura del PWB, l’ufficio alleato per il controllo della stampa e della radio nell’Italia liberata. A Gavagnin subentra nella direzione Riccardo Forte, antifascista cattolico. La libertà coincide con la riscoperta della democrazia, l’affermazione della Repubblica, lo sviluppo dell’informazione. Nascono nuovi giornali, alcuni nel Triveneto: “Il Giornale di Vicenza”; a Trento “L’Adige”, a Udine “Il Messaggero Veneto”. segue a pagina 23

19

17 febbraio 1969. Premio Pennino d’argento, organizzato dal gruppo dei giornalisti mestrini. Tina Tassotti di Bassano premiata per il suo abito ispirato al Gazzettino


l’Attore

“N

o la se preoccupa signora per i sgiansi, el pavimento lo coversimo tutto co i gazzettini!” rassicurò il pittore che doveva dipingere il soffitto!”. Disse “gazzettini” per giornali, come si dice “biro” per penna a sfera: un vero sinonimo. Il Gazzettino non era solo il giornale dei veneziani, ma “il giornale”. Per un periodo c’era anche il “Gazzettino della Sera” per le ultime notizie e il ripasso delle mattiniere. “Esistono degli altri quotidiani?”. “Non so, forse in America!”. A casa mia c’era e c’è da sempre, come i piatti e le posate! Insomma “uno di famiglia”. “Era scritto sul Gazzettino!” si diceva. Quindi, Bibbia! Non si mette in dubbio! (Adesso si dice: l’ha detto la televisione! Ma se ne dubita un po’). Mia nonna, che era quasi cieca, mi chiedeva spesso di leggerglielo, ma in veneziano: traduzione simultanea! So che all’inizio (1887, l’altro ieri!) era scritto in modo elegante e letterario: modo impossibile adesso, tempo di messaggini sui cellulari. I titoli sembrano già lunghi! Anche quella volta però gli italiani leggevano poco: analfabetismo? No. Credo il formato! Da pochissimo è piccolo e più pratico, ma da sempre (come tutti gli altri) era a “due piazze”, e solo i benestanti potevano sfogliarlo a casa (grande!). I poveri, con camera, cucina e famiglia numerosa, potevano farlo solo d’estate all’aperto; e con uno o due amici fissi che lo leggevano gratis da dietro le spalle “tirando su” con il naso!”: tic piacevolissimo! Era anche più stracittadino. Oltre che con la “terza Pagina” al suo posto, il “gossip” era ancora “pettegolezzo”. Le cronache più leggere: liti da Campiello o da osteria. I portafogli persi o rubati. Certe barche (a remi) che andavano pericolosamente troppo forte! E naturalmente qualche bel delitto! Il nero è sempre stato obbligatorio: perché sempre richiesto e di moda! Naturalmente niente a confronto di adesso che la pagina dei morti è quella che di morti ne ha meno! Avevo già rifiutato La Stampa e Il Resto del Carlino – perché ho sempre il massimo rispetto dei mestieri degli altri, ed io non sono un giornalista – ma ho accettato la proposta di Giorgio Lago come l’invito di un amico a mangiare la pizza con altri amici che non si sarebbero offesi. Detto, fatto: come a essere casa, e tutto bene! Anche per dire che è soprattutto colpa sua se ci sono! (Da 26 anni!). Purtroppo il problema ora è la grande concorrenza della televisione, computer e telefonini che le notizie te le bombardano prima, giorno e notte. E i quotidiani escono già vecchi: come già

Lino Toffolo

è il caffellatte della mamma

Ha il sapore che ti accompagna per tutta la vita. La mia generazione, nascendo, ha trovato la carta stampata. Questo non è solo il giornale di veneziani, ma è “il giornale”. A casa mia c’era e c’è sempre, come uno di famiglia letti. A volte sembra che riescano a darle persino prima che succedano! “E’ morto Toni!”. “Ma se l’ho visto adesso!”. “Aspetta un attimo!”. E senti da lontano il grido di Santuzza! E allora? Per essere concorrenziali forse si potrebbero usare uomini sandwich con le notizie scritte sulla pelle. O venderle “sciolte” come i biglietti della lotteria. O tirarle a “pirole” con la canna. “Mi sembrano delle stupidate”. “Hai indovinato!”. 125 anni! Viviamo tutti meglio e più di una volta, però anche per un giornale è una bella età! Quelli di carta finiranno? Credo sia determinante il “caffelatte della mamma”: il sapore che ti accompagna per tutta la vita. La nostra generazione, nascendo, ha trovato giornali e libri: e ora sarebbe doloroso non trovarli più, non toccarli, sentirne l’odore. Ma le ultime generazioni che nascono con la play station incorporata, e crescono con l’i-pidpod-pad, non so se da grandi ne sentirebbero la mancanza! Hanno bevuto un altro “caffelatte”! Si è sempre parlato, romanticamente, della vita effimera del giornale che vive un giorno come certe farfalle; il giorno dopo lo puoi trovare che avvolge del pesce o altro. La speranza di vivere un po’ di più era diventare il cappello di un muratore: adesso purtroppo hanno gli elmetti di plastica! A volte, d’estate, mi piace farmelo, ma solamente con il Gazzettino: farlo con un altro giornale mi sentirei un turista. Lunga vita al Gazzettino!

1986

l direttore mi disse: “Scrivi quel che vuoi”

Così 26 anni fa è iniziata la mia collaborazione


lo Sportivo

15 GIUGNO 1994: Galderisi, fresco di doccia, da pochi minuti è in serie A, dopo la vittoria sul Cesena nel campo neutro di Cremona. E “Il Gazzettino” festeggia in tempo reale l’evento

Sergio Campana

Quanti gol in bianco e nero

Appena lo apro, prima di cercare la politica e la cronaca, vado a vedere le pagine dedicate allo sport vicentino e nazionale. E il lunedì mattina attendo con la solita curiosità di sfogliare l’inserto di “OgniSport”

L

2009 Quando cambiò il formato restai perplesso

Ho dovuto ricredermi: ora è più moderno

a celebrazione dei 125 anni del Gazzettino è per me una festa di famiglia a cui sento il diritto e il dovere di partecipare. Si può dire che questo giornale ha accompagnato la mia vita, da quando giovanetto ho cominciato a praticare lo sport fino ad oggi, continuando ad essere un mio compagno di viaggio prezioso e fedele. È il mio pane quotidiano, che assaggio al mattino prima di mettermi al lavoro e finisco alla sera, prima di spegnere la luce in attesa del sonno. Devo ammettere una mia consuetudine, che non so se sia una debolezza: appena apro il giornale, prima di cercare la politica e la cronaca, vado a vedere le pagine dedicate allo sport vicentino (l’edizione è quella di Bassano - Vicenza) e allo sport nazionale. Il Gazzettino in tutti questi anni mi ha dedicato, e ne sono orgoglioso, molto spazio, per la mia attività prima di calciatore, poi di dirigente (quattro anni alla Presidenza del Bassano Calcio, 43 anni alla Presidenza dell’Associazione Italiana Calciatori, 6 anni alla Presidenza del Panathlon Club di Bassano). Ho sempre apprezzato i giudizi che dai tanti giornalisti sono stati dati nei miei confronti, non solo quelli positivi, ma anche le critiche, che mi hanno aiutato a rettificare certe posizioni e a sbagliare di meno. Ho giocato nel Vicenza dodici anni e nel Bologna due anni: assicuro che in quei due anni nella squadra felsinea il Gazzettino mi arrivava tutti i giorni e questo mi aiutava ad essere sempre legato alla mia terra e alla mia gente. Ho conosciuto personalmente diversi direttori del Gazzettino e tanti giornalisti e da tutti ho imparato qualcosa di positivo e di utile. Però ho sempre identificato il Gazzettino con Giorgio Lago, assunto nel 1968 e direttore dal 1984 al 1996. La sua scomparsa mi ha procurato momenti di dolore, perché ho perduto un amico fraterno e un punto di riferimento.

Ricordo di aver avuto l’onore di vedere la sua firma nel primo numero del mensile “Il Calciatore” dell’AIC, impostato quasi interamente da lui. I nostri percorsi sono stati sempre vicini, spesso si sono incrociati. Quando ci incontravamo, avevamo molte cose da dirci, sembrava che non ci bastasse mai il tempo per discutere sui vari problemi, specialmente su quelli del calcio, che continuavano ad interessarlo anche se ad un certo punto il suo giornalismo era più dedicato alla politica che allo sport. Ricordo benissimo quel giorno (allora eravamo molto più giovani) in cui mi confidò che aveva l’intenzione di fare il giornalista sportivo. Lo incoraggiai e, scherzando, lo assicurai che gli avrei messo a disposizione tutta la mia esperienza in materia. Dopo che lui aveva già magistralmente raccontato 5 Mondiali e 4 Olimpiadi ed era diventato uno dei più apprezzati giornalisti sportivi, gli ricordavo, ancora scherzando, di quella volta che per introdurlo alla professione lo avevo accompagnato allo stadio “Menti” e gli avevo spiegato quale fosse l’area di rigore. Giorgio mi ricambiava di uguale moneta e mi ricordava di essere stato lui a incoraggiarmi ad intraprendere la collaborazione con il Gazzettino, raccomandandomi di scrivere in modo da essere compreso da tutti, di non fare il moralista, di parlare di fatti concreti. Cercavo di spiegargli, e naturalmente si rideva, che mi rendevo conto benissimo di non essere stato, come allievo, un granché. Le nostre telefonate erano frequenti e mi stupiva, di lui, ormai il più esperto e impegnato opinionista sui problemi politici, economici, culturali del nostro Triveneto, la perfetta conoscenza che aveva dei problemi del calcio, la sua capacità di analizzarli, la lucidità delle sue proposte. Evidentemente condizionato dall’amicizia che ci legava, sosteneva che dovevo essere io il presidente della Federazione; gli rispondevo che per me le possibilità di essere eletto sarebbero pari a quelle di vincere i 100 metri alle Olimpiadi. Non mancava mai di criticare, e per questo lo apprezzavo di più, le scelte strategiche dell’AIC quando le riteneva sbagliate: un’estate mentre passeggiavamo sui sentieri dell’Altopiano (e lui già faticava un po’ per il male che lo aggrediva), mi dichiarò la sua totale disapprovazione per la nostra adesione alla serie B a 24 squadre. Naturalmente, riconobbi che aveva ragione. Nell’ultima nostra telefonata l’argomento fu la televisione. Con voce un po’ stanca all’inizio, ma poi via via più vigorosa, cercò di convincermi a rettificare il mio giudizio negativo sugli effetti della tv sul calcio e a considerare irreversibile il ruolo della televisione. Il suo fervore nella discussione mi diceva che non aveva nessuna intenzione di chiudere il discorso della vita. La mia collaborazione al Gazzettino è dunque iniziata col “patrocinio” di Giorgio Lago, che nel primo periodo mi telefonava, comunicandomi le sue impressioni, sempre improntate alla signorilità e all’eleganza, sul mio pezzo, talvolta non esente da qualche critica intelligente. Il mio articolo settimanale è diventato per me un puntuale e piacevole impegno, che mi aiuta e mi obbliga ad essere sempre informato ed aggiornato su tutti gli eventi sportivi, in particolare su quelli del calcio. E mi fa piacere essere spesso fermato per strada e sentirmi dire da qualcuno, non solo tra gli amici, che ha condiviso quello che ho scritto o che qualche mia considerazione merita di essere discussa. Spero di avere ancora per qualche tempo la lucidità per essere degno dell’importanza di questo giornale, ma mi auguro che, se un giorno accadrà, sia il direttore a comunicarmi, ovviamente con delicatezza, l’opportunità di interrompere il rapporto, che altrimenti per me sarebbe inestinguibile. Devo confessare che, qualche tempo fa, quando il Gazzettino decise di cambiare formato, ebbi qualche perplessità. Ero abituato a sfogliare quelle grandi pagine, a cercare nel posto noto gli articoli che mi interessano, e mi pareva che la dimensione più ridotta compromettesse l’importanza e il fascino del giornale. Ho dovuto subito ricredermi: ora il Gazzettino è più moderno, più accattivante, più facile da tenere tra le mani e da leggere. Attendo sempre, con immutato interesse e con la solita curiosità il numero del lunedì, con il leggendario “Ognisport”, che ci offre con completezza le cronache degli eventi sportivi regionali e nazionali, corroborate dalle note sempre pregevoli dei miei amici opinionisti. Lunga vita dunque al Gazzettino. È un anniversario che merita di essere degnamente festeggiato e intanto a questo compagno di viaggio irrinunciabile dedichiamo un brindisi speciale, non con lo champagne, ma con il nostro sublime prosecco.


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25 Settembre 2009 TRONCHETTO - VENEZIA (Venezia) VAPORETTO ACTV CON I BANNER PUBBLICITARI per il cambio DE iL GAZZETTINO segue da pagina 19 Al Referendum del 2 giugno 1946 le Tre Venezie votano compatte per la Repubblica, il Gazzettino è decisamente repubblicano, a piena pagina annuncia: “La Repubblica Italiana è sorta e sarà proclamata in settimana”. Il peso nella regione della Democrazia Cristiana emerge soprattutto alle elezioni del 1948, quando la Dc stravince nei due collegi veneti con percentuali del 71,8% a Vicenza. Interessante la prima pagina dopo l’attentato a Togliatti nel luglio 1948: “L’ordine ristabilito nel Paese”. E in basso in un riquadro: “Bartali è maglia gialla”. Anche così è nata la leggenda che la vittoria del ciclista nel Tour abbia smorzato le tensioni della piazza. Il Gazzettino continua a raccontare la vita delle regioni trive-

nete e quelle dell’Italia. Toccante la prima pagina del 5 maggio 1949 : “Arsi in un rogo i calciatori del Torino”. Quasi la metà di quella squadra sfortunata veniva dal Veneto e dalla Venezia Giulia. Sconvolgente la prima pagina del 5 novembre 1951: “Valanghe d’acqua irrompono nel Polesine attraverso tre grandi falle apertesi nell’argine del Po”. Tutta la terra fino al mare è sommersa. Cronistica quella del 6 marzo 1953: “Stalin è morto ieri sera alle 19,50”. Il patriarca Roncalli in visita al giornale viene fotografato mentre sfoglia il giornale con l’annuncio della scomparsa del dittatore sovietico. Patriottica a fine ottobre 1954: “Trieste ritorna alla Madrepa-

1951

“Valanghe d’acqua sommergono il Polesine, fino al mare”

1954: “Trieste ritorna alla Madrepatria”


tria. Il tricolore sale sulla Torre di San Giusto”. Festoso l’annuncio del 29 ottobre 1958: “Angelo Roncalli eletto Papa. Ha assunto il nome di Giovanni XXIII”. La tragedia del Vajont la notte del 9 ottobre 1963: “Scomparsa ogni traccia di vita a Longarone e nei paesi vicini”. Per le popolazioni il giornale raccoglie in pochi giorni 400 milioni di lire. Una vocazione alla solidarietà che il Gazzettino ha conservato fino ai giorni nostri. Significativa negli anni Ottanta la raccolta per aiutare un bambino di Cavanella d’Adige condannato a morire se non sottoposto a un trapianto di fegato a Pittsburgh negli Usa. Si raccoglie una cifra tale che non soltanto sarà salvato Ambrogino Da Re, ma sarà possibile intervenire anche a favore di altri bambini sfortunati. L’alluvione del novembre 1966: “Un tragico bilancio. Le alluvioni nelle Tre Venezie e in Toscana”. Cento morti tra Veneto, Trentino e Friuli. Venezia resta al buio per due giorni, l’Acqua Granda rischia di cancellarla. La tipografia del Gazzettino è allagata, il quotidiano non va in edicola. È la prima e ultima volta che accade non in tempo di guerra. Nel 1967, sotto la direzione di Giuseppe Longo, il giornale festeggia gli 80 anni ed elenca tutte le novità: il “Gazzettino letterario”, le pagine della musica, della medicina e salute, dei motori, delle vacanze, della neve, “donna, moda e casa”. È stato appena premiato per l’impaginazione, a pari merito con La Stampa. Scrittori famosi fanno gli auguri al giornale del quale sono diventati collaboratori, tra gli altri il romanziere ungherese Ferenc Kormendi autore di best-seller come “Avventura a

Budapest” trasformati in film di successo. Scrive: “Fui un lettore assiduo del Gazzettino quando, negli anni intorno al 1930, visitai Venezia per la prima volta, e sono poi stato tra i suoi collaboratori da quando tornai a Venezia nel 1960… Ecco un giornale che potrebbe ornarsi di questo motto: conoscenza, varietà, integrità morale”. È quasi la stessa considerazione che Longo fa ricordando il fondatore: “Talamini aveva esattamente intuito la funzione vera del giornale. Non un foglio d’opinione, fatto da letterati e rivolto alla solita èlite di poche centinaia di intellettuali per convincerli della bontà di una tesi politica, bensì un giornale di notizie, la gazzetta, anzi il gazzettino per parlare alle moltitudini, per accostarle ai fatti, per soddisfare la loro avidità di conoscere gli avvenimenti”. Nel 1969 alla direzione arriva da Milano Alberto Cavallari e passa alla storia del giornalismo la prima pagina del 21 luglio dedicata allo sbarco sulla Luna: “Hanno vinto sono sulla Luna”. Finisce al Moma di New York tra le più belle pagine del mondo. Non sarà la prima volta; anche negli anni Novanta ci sarà nel museo americano la pagina con la pubblicità del Gazzettino: “Il Gazzettino non è il New York Times. Ha la cronaca di Belluno in più”. E un’altra volta ancora una prima pagina sarà scelta tra le più belle del mondo, quella del 12 settembre 2001 dopo la tragedia delle Torri Gemelle. Il Gazzettino accompagna la vita e i mutamenti della società, nel bene e nel male. Dal miracolo economico alla contestazione, allo sport: da segnalare l’edizione straordinaria del 9 marzo 1971 quando “Frazier batte Clay”. Dalla strage di Piazza Fonsegue a pagina 27

25 1959

“Hanno vinto sono sulla Luna” La cronaca del grande evento

Quante prime pagine finite in un museo

VENEZIA 04-09-2005. FOTOATTUALITA’. REGATA STORICA


lo Storico

Aprile 2010. I giocatori della squadra del BEnetton rugby leggono il Gazzettino nel nuovo formato tabloid. Iniziativa promozionale

Mario Isnenghi

Farsi leggere dal popolo Man mano che il popolo impara a leggere. Talamini lo aveva capito benissimo nel Veneto di fine ‘800. E se dicevano che il Gazzettino era “il giornale delle serve”, benissimo: un segno di successo, tiratura e diffusione vanno sempre più su

C

1934 Muore il fondatore e Volpi compra tutto

è l’ultimo giornale a cedere al fascismo

hi gliel’avesse detto a Giampietro Talamini, fondatore e per mezzo secolo padre-padrone del “Gazzettino”. Lui era sceso a Venezia dalle patriottiche valli del Cadore, che con il noalese Pier Fortunato Calvi aveva saputo nel 1848 esprimere le bande contadine antiaustriache, una mobilitazione popolare così rara altrove, fuori dalle città. Non solo. Il Bellunese produce sacerdoti liberali e contrari al potere temporale dei papi , quanti non ce ne sono altrove. È di Belluno il loro leader, quel don Angelo Volpe capace di tirarsene dietro a decine, con manifesto e contro-manifesto - questo sollecitato dal Patriarca ,preoccupato di questa contraddizione in seno al popolo di Dio – o meglio, del suo Vicario . Ma la città in cui scende Talamini a fabbricare la sua anti-“Gazzetta di Venezia”, ha conosciuto - alle origini della sua resurrezione nazionale – altri preti progressisti, come i barnabiti Bassi e Gavazzi, che predicano la patria in piazza, e altri patriarchi conservatori, come l’austriacante Monico che nel 1849 vede il suo palazzo assaltato dal popolo. Cose vecchie? Cose vecchie, sì, e nella lunga vita di un quotidiano che attraversa le generazioni - come tanti dei quotidiani italiani – ce ne possono stare tante, che ciascuna generazione ignora. Ognuno conosce il suo pezzo di vita del giornale, quello che più o meno corrisponde alla sua, crede sia sempre stato così, lo confonde con l’arredo urbano e con la mobilia di casa. Noi, certo, negli anni Cinquanta e Sessanta, non immaginavamo i trascorsi radicali e anti-

clericali del “Gazzettino” nel suo primo terzo di vita. Gli era servito, anche, per farsi largo in un mercato cittadino affollato di quotidiani: a fine ‘800, arrivano a sette. E allora: abbassare il prezzo, metterci tanta cronaca, seguire tutti i bei processi che la Giustizia manda in città, colore, colore, colore. E se la vecchia “Gazzetta di Venezia”, l’organo privilegiato sempre al servizio dei governi e dei notabili, vuol essere seria e paludata, si accomodi; il giovane concorrente sarà invece facile e andante. Vuole cercare di farsi leggere dal ‘popolo’, a mano a mano che il popolo impara a leggere, proprio quello che ai piani alti mettono in dubbio che sia bene avvenga. E se diranno - come diranno: fanno del pettegolezzo anche in alto loco – che il “Gazzettino” è “il giornale delle serve”, benissimo : un segno di successo, tiratura e diffusione vanno su. Saranno circa 150.000 copie all’altezza della Grande Guerra, quando ormai il foglio si può considerare regionale, anche se in qualche provincia - per la legge del primo occupante, come a Verona dove s’è impiantata “L’Arena” – sarà sempre una seconda voce. La guerra - il bisogno di sapere di civili e militari indotto dalla separazione e dalle circostanze - e il fatto di essere il più diffuso nelle immediate retrovie, aiuta il giornale. È il paradosso della stampa: più conta balle, per necessità o scelta, avvicinandosi alla propaganda, e più la gente la cerca, perché vorrebbe sapere. Era stato interventista, fra il ’14 e il ’15, più interventista democratico che nazionalista. Ma tenere separati i due filoni non è più facile a Venezia che altrove, anzi. Ognuno - individuo, forza politica, testata giornalistica - ha il suo modo e i suoi tempi per applaudire o assuefarsi al fascismo, e il giornale di Talamini non fa eccezione. C’è ancora lui e tocca ancora a lui reggere, più che la resistenza al fascismo, la resistenza ai fascisti che gli vogliono scippare la proprietà e la direzione: cioè tutti, sia gli uomini di Giuriati - il fascista ‘adriatico’ che arriva nel 1930 a essere segretario del partito -, sia Volpi, che nella Confindustria è molto e a Venezia è quasi tutto. Finirà - morto ormai il patriarca del giornale - per impadronirsi della proprietà sia del “Gazzettino” sia della “Gazzetta”: è un segno, non c’è più varietà di voci, dittatura e monopolio riunificano gli antichi contendenti. Quando il fascismo frana, il “Gazzettino” dovrebbe essere l’organo del CLN; e qui c’è il capolavoro di un uomo della Dc, Mentasti, che riesce a farlo regalare al suo partito da Volpi, in cambio della assoluzione politica per ciò che è stato e ha fatto. Niente, così, ritorno al “Gazzettino” delle origini, laiche e progressiste. E comincia invece - e diverrà apparente stato di natura, “sempre stato” - il “Gazzettino” che abbiamo conosciuto a lungo nel dopoguerra: non tanto “cattolico” quanto “democristiano” e “governativo”. Erede , quasi quasi, della “Gazzetta”, più che del “Gazzettino”.


27 Dagli Anni ’60 al nuovo millennio il Gazzettino accompagna la vita e i mutamenti della società

19.04.2001 VENEZIA MESTRE, VIA TORINO. SEDE DEL GAZZETTINO. (C) ITALO GRECI/UNIONPRESS

tana al terremoto nel Friuli del 6 maggio 1974: “Terremoto. A Nord di Udine sembra la guerra. Colonne di ambulanze. Quanti morti?”. Paesi interi in briciole, mille vittime, 150 bambini. Edizione speciale il 16 marzo 1978 per il rapimento di Aldo Moro: “Moro rapito. Trucidata la scorta”. Una foto Polaroid scattata dalle Br, sullo sfondo la bandiera con la stella a cinque punte. È il giorno più buio della Repubblica. Il 1978 è anche l’anno della morte di due Papi:Paolo VI e il veneto Albino Luciani salito al soglio pontificio col nome di Giovanni Paolo I. Il giornale racconta la storia del patriarca di Venezia diventato Papa, i suoi sorrisi. Il suo pontificato è durato soltanto 33 giorni. Intanto, il Gazzettino ha cambiato sede: dallo storico palazzo veneziano si è trasferito nel 1978 in terraferma a Mestre, in via Torino, uno stabilimento moderno, una posizione più adatta al trasporto delle copie. La direzione è passata da Lauro Bergamo a Gianni Crovato, entrambi cresciuti nella redazione. E’ tempo di sport: il mondiale di calcio dell’Italia nel 1982; lo scudetto, il primo, di una squadra veneta, il Verona di Osvaldo Bagnoli, nel 1984. Nel 1983 una importante trasformazione per il Gazzettino: una cordata di industriali del Nordest rileva il pacchetto azionario che nel frattempo la Dc aveva ceduto alle banche. Dopo una breve direzione di Gustavo Selva, noto giornalista della Rai-tv, che lascia per l’Europarlamento, è chiamato a dirigere il Gazzettino Giorgio Lago, inviato dello sport. La sua sarà la gestione più lunga dopo quella di Talamini: dal 1984 al 1996, quando


6 ottobre 2009 il nuovo formato lascerà a Giulio Giustiniani arrivato dal Corriere della Sera. Il giornale cambia faccia, passa dal piombo alla stampa a freddo, s’impone per la tecnologia e per il colore, raddoppia le pagine, rafforza le edizioni dividendo la parte nazionale da quella locale, “due giornali in uno”, esattamente come prometteva Talamini nel 1887. La vecchia linotype viene mandata in pensione, oggi è nell’atrio dello stabilimento, punto obbligato per le foto ricordo delle scolaresche. Intanto, il panorama editoriale del Veneto si è arricchito di nuovi giornali: il gruppo Espresso pubblica “La Nuova Venezia”, “Il Mattino” di Padova, “La Tribuna di Treviso” e il “Corriere delle Alpi” a Belluno. Anni dopo il Corriere della Sera pubblicherà edizioni provinciali venete. Elementi stimolanti di concorrenza, ma anche di conferma del ruolo storico del Gazzettino e della sua forza diffusionale. Si attesta tra i primi dieci giornali italiani come vendite. Nel 1987 il Gazzettino festeggia i 100 anni con una serie di pubblicazioni. Un secolo visto con gli occhi di un testimone autorevole, sempre presente, curioso, pettegolo, attento, vero: il Gazzettino. Esce a puntate allegata al giornale “La nostra storia”, la prima di altre fortunate pubblicazioni come “La nostra guerra”, “L’ultima guerra”, “Cent’anni di Nordest”. Viene pubblicata una storia delle Olimpiadi e anche una della canzone “Musica G”. Sono gli anni del “miracolo veneto”: le regioni del Triveneto

sono in testa alle classifiche nazionali per produzione, export, occupazione. È in questa fase che nasce il Nordest: tradizione, identità, attaccamento alla lingua, una fusione esemplare di modernità e di tradizione che trova il collante nella forza dell’economia. Il Gazzettino aggiunge alla testata: “il quotidiano del Nordest”. E ancora storie: la caduta del Muro di Berlino (novembre 1989), il rogo della Fenice, il teatro più bello del mondo (29 gennaio 1996); la notte dei “Serenissimi” con l’assalto al Campanile di San Marco (9 maggio 1997); il Duemila con la nuova Europa e l’avvento dell’Euro, l’attentato alle Torri Gemelle. Nel 2006 cambio editoriale, gli industriali veneti cedono la maggioranza all’editore Francesco Gaetano Caltagirone che ha nella sua catena testate come “Il Messaggero” di Roma e “Il Mattino” di Napoli. Come direttore viene chiamato Roberto Papetti. Tra i primi a visitare il giornale nella sua nuova veste, in occasione della visita ufficiale a Venezia, è il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E la storia continua. 125 anni tra passato e futuro, raccontati sempre con scrupolo, talvolta con un pizzico di ironia, mai nascosti, mai travisati. Sempre notizie, tante, piccole e grandi. Perché, come prometteva Talamini, “il nostro giornale pubblicherà ogni giorno molte cose”. Il giornale cambia formato, risponde alle nuove esigenze dei lettori e delle edicole. Più pratico, con molte più pagine, sempre segue a pagina 31

2008 Il giornale va su Internet: nasce il Gazzettino.it

L’edizione on line ha subito successo


lo Scrittore

Gian Mario Villalta

C’era solo «el Giornal»

Dove sono nato e vissuto, nell’ansa della “L” che le province di Treviso e Venezia fanno intorno alla “bassa” pordenonese, il Gazzettino era semplicemente “el giornal” e non ha mai smesso di esserlo per la gente

N

2006 Arriva un nuovo editore per il nostro giornale

Il Gazzettino entra nel gruppo Caltagirone

on so altrove come fosse, in questa vasta plaga triveneta oggi detta nordest, ma dove sono nato e vissuto io, nell’ansa della “elle” che le province di Treviso e Venezia formano intorno alla “bassa” pordenonese, per molti anni “Il Gazzettino” era semplicemente “el giornal”. Gli altri giornali c’erano (certo che c’erano!), e dichiaravano una scelta ideologica. Era evidente soprattutto la domenica mattina (siamo alla fine degli anni Settanta) quando sedersi al bar con una copia della “Repubblica” o del “Giornale” di Montanelli significava squadernare apertamente una propria precisa diversità nei confronti della realtà paesana. Per non parlare del “Manifesto”, che richiedeva anche un aspetto fisico e un abbigliamento adatto. In ogni caso, però, un’occhiata al “giornal” si dava sempre. A volte aspettando con impazienza che smettesse di leggere chi lo stava scorrendo. Con maggiore impazienza (e diritto al mugugno) quando qualcuno ci metteva troppo. “Vuoi leggerlo proprio tutto?”, si sentiva chiedere. Ricordo uno che si sedeva al tavolo e veramente lo leggeva tutto, “el giornal”, parola per parola, ignorando ogni rimostranza. Nel giro di pochi mesi era diventato “el giornalista”, e credo che lo chiamino ancora così. Quando ancora, per noi, “finir sul giornal” voleva dire che eri nei guai, le notizie che ci toccavano erano sul “Gazzettino”. Con una buona dose di curiosità, anche se meno morbosa di quella di oggi: il più delle volte si trattava di accertare le chiacchiere già correnti. Per questo c’erano i mitici corrispondenti dai vari comuni, tenuti in gran conto. Allora appartenevo a quelli che compravano “La Repubblica”, e facevo di tutto per non farne mistero. Restava il fatto, però, che “La Repubblica” non parlava mai – o quasi mai - di quello che stava accadendo dove vivevo. Mentre a me pareva che dove stavo vivendo accadesse qualcosa di molto importante. Nel frattempo aumentano produttività e scolarizzazione (ecco che cosa sta accadendo), invertendo la collocazione nazionale dagli ul-

timi ai primi posti. Aumenta il reddito pro capite, grazie a una rara capacità di lavoro nel settore manifatturiero, e grazie al fatto che i veneti e i friulani non abbandonano i campi, ma li trasformano in un tessuto integrato di attività in cui sono coinvolte le intere famiglie. Viene da questa realtà la definizione di “metalmezzadro”. Dalla stessa realtà da cui viene anche il disordinato “consumo di terra” che vede crescere ovunque capannoni e casette. Ma intanto si produce ricchezza, ed è una ricchezza nuova, che viene “dal basso” e che in ogni caso coinvolge la maggior parte della popolazione. Per il resto, nella vita sociale e culturale, occorre aspettare. Si studia di più, ma per un mondo che sembra stare altrove. Il triveneto è per la gran parte tagliato fuori dal grande circuito della comunicazione culturale e politica che unisce bene o male (spesso male) il resto d’Italia. Nel triveneto si vive solo di lavoro e di ansia per l’inattesa ricchezza. È questo il grande male, come dicono i primi che, come Oreste Pivetta, cercano di individuarne le peculiarità. Sarà proprio dal “Gazzettino”, e da chi lo dirige dal 1984 per dodici anni, Giorgio Lago, che viene l’individuazione dei caratteri positivi e negativi di questa nuova realtà e sarà a lui che si deve il conio dell’espressione nordest. Un “Gazzettino” che non ha mai smesso e non smetterà di essere “el giornal”, ma che ha sviluppato negli anni un’ottima pagina culturale (vi scriveranno negli anni Sessanta Aldo Camerino, Beniamino Dal Fabbro, Diego Valeri, Andrea Zanzotto, Giovanni Comisso, Aldo Palazzeschi, Ferdinando Camon, Fulvio Tomizza…) e che diventa da questo momento l’interlocutore più accreditato rispetto al conflitto tra sviluppo produttivo e mutamenti culturali. Sarà lo stesso “Gazzettino” ad accompagnare la crescita dei nuovi impulsi letterari degli anni Novanta, seguendo lo sviluppo delle “carriere” degli scrittori, e ospitandoli spesso con rubriche, interviste, reportage. Da Mauro Covacich a Mauro Corona, da Romolo Bugaro a Tiziano Scarpa, includendo sempre la fedeltà nei confronti dei loro illustri “padri” e “zii”, questo giornale è stato una sponda generosa e puntuale. Non posso tralasciare che proprio “Il Gazzettino” ha accompagnato, da un certo momento in poi, il successo di Pordenonelegge, fino a diventarne prezioso partner per la comunicazione e la promozione di eventi di qualità.

Da Comisso a Zanzotto da Sgorlon a Corona: tutti collaboratori


27.03.2007 Venezia Mestre. Visita del Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano alla sede de Il Gazzettino. Nella foto da sinistra la moglie Clio Maria Bittoni, Azzurra Caltagirone, il Presidente Giorgio Napolitano, l’editore Francesco Gaetano Caltagirone e il Direttore Roberto Papetti. © Cristiano Cecconi/Unionpress segue da pagina 28 con le due edizioni: quella locale e quella nazionale. Far parte di un gruppo editoriale importante significa anche poter disporre di una schiera più ampia di opinionisti di valore, contare sugli interventi puntuali di protagonisti della cultura e dello spettacolo. Aumentano gli spazi per i commenti e per le lettere alle quali risponde il direttore Papetti. Si scommette decisamente sul futuro ed ecco – sul finire del 2008 – l’edizione online del Gazzettino: gli avvenimenti in tempo reale, le notizie in diretta, titoli e fotografie, con un’attenzione particolare a quanto accade nel Nordest. Oggi il sito del Gazzettino può contare su 100.000 utenti unici al giorno, una delle medie più alte tra i giornali italiani, una delle poche in crescita continua. Dal vecchio bancone di composizione a mano del 1887 in

una tipografia di fortuna accanto alla Fenice, quando ancora non c’era la linotype, ai primi computer negli Anni Ottanta un secolo dopo, fino alla più moderna macchina di fotocomposizione, a Internet che ha cambiato il mondo dell’informazione, lo ha accelerato, globalizzato, costretto a una concorrenza non più soltanto locale. Un mondo nel quale la notizia può arrivare al giornale direttamente da un telefonino, assieme a una foto. E la storia continua. 125 anni tra passato e futuro, raccontati sempre con scrupolo, talvolta con un pizzico di ironia, mai nascosti, mai travisati. Sempre notizie, tante, piccole e grandi. Perché, come prometteva Talamini, “il nostro giornale pubblicherà ogni giorno molte cose”.

2007

Giorgio Napolitano visita la sede del giornale a Mestre

Un Presidente in redazione


125° «Il Gazzettino»  

Special Issue per il 125° de «Il Gazzettino». Ovviamente «made in nove34».

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