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Infosportpagine

Rivista Mensile N. 6 - Giugno 2013

“nel nome di chi non può parlare”

Uomini per la vita Ci sono persone potenziali?

Pagare per uccidere? No, grazie

Un tributo a Guareschi, Lejeune, Garrone, Nathanson


- Sommario -

Notizie

Editoriale 3 Notizie dall’Italia Notizie dal mondo

4 5

Primo Piano Pro life ante litteram: tributo a Guareschi

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Andrea Giovanazzi

L’uomo, essere libero, non predeterminato: tributo a Lejeune 11 Marta Buroni

Dalla menzogna alla verità: tributo a Nathanson

12

Corrado Gnerre

“Si deve fare, quindi si può fare!”: tributo a Garrone

13

Francesca Romana Poleggi

RIVISTA MENSILE N. 6 - GIUGNO 2013 Testata Infosportpagine-ProVita Editore MP cooperativa giornalistica Sede legale Via Marlengo 49/b, 39012 Merano (BZ) Autorizzazione Tribunale BZ N6/03 dell’11/04/2003 Codice ROC MP 12603 Redazione Mario Palmaro, Antonio Brandi, Alessandro Fiore, Andrea Giovanazzi. Largo della Caffarelletta 7, 00179 Roma. Tel/fax: 06-3233035 Direttore Responsabile Francesca Lazzeri Direttore Editoriale Francesca Romana Poleggi Direttore Amministrativo Beniamino Iannace

Attualità Evviva la Vita!

6

Francesco Agnoli

Il mondo alla rovescia

7

Antonello Vanni

Quando la legge tutela la vita

8

Virginia Lalli

Una penna per la vita

9

Antonello Cavallotto

Scienza e Morale L’embrione, uno di noi

14

Fausto Roncaglia

Ci sono persone potenziali?

15

Benedetto Rocchi

Salvando il figlio, si salva anche la madre

16

Carluccio Bonesso

Quando la pillola non va giù

17

Renzo Puccetti

Evangelium Vitae, terza parte

18

Mons. Giuseppe Tonello

Famiglia ed Economia Elisabetta

20

Giulia Tanel

Pagare per uccidere? No, grazie

21

Andrea Mazzi

Campane a martello: suonare le campane per svegliare i cuori 21 Don Matteo Graziola

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Segretaria di Redazione Camilla Tincani Progetto grafico Massimo Festini Tipografia Eticart srl, via Garibaldi 5, 73011 Alezio Distribuzione MOPAK SRL, Via Prima Strada 66 - 35129 Padova Rapida Vis, Via Cadlolo 90 - 00136 Roma Hanno collaborato alla realizzazione di questo numero Francesco Agnoli, Carluccio Bonesso, Antonio Brandi, Marta Buroni, Antonello Cavallotto, Virginia Lalli, Andrea Giovanazzi, Corrado Gnerre, Don Matteo Graziola, Andrea Mazzi, Francesca Romana Poleggi, Renzo Puccetti, Benedetto Rocchi, Fausto Roncaglia, Giulia Tanel, Mons. Giuseppe Tonello, Antonello Vanni.

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Editoriale

Notizie

3

Editoriale

Gli uomini e l’aborto

Ottobre 2012: il Presidente Obama dichiara che le «decisioni sull’aborto non spettano agli uomini». Sentiamo dire spesso che l’aborto è una questione privata fra la donna ed il suo medico perché riguarda solamente il suo corpo. Non a caso nella legge 194 non si parla dell’uomo, del padre. Una recente ricerca dell’ANCIC francese (Associazione dei centri di Ivg e contraccezione) dichiara che si devono responsabilizzare gli uomini riguardo alla IVG poiché, secondo il sondaggio, la decisione di interrompere volontariamente una gravidanza, in 8 casi su 10, viene presa dalla coppia, ma poi solo il 20% delle donne si presenta alla clinica accompagnata dal partner. Gli uomini non possono certo prendere una scelta che riguarda corpi altrui, afferma l’Associazione, ma almeno assumersi la loro parte di responsabilità. L’intento non è “espropriare” la donna della decisione che riguarda il suo corpo, specifica l’Ancic, ma condividere le conseguenze di quella scelta. Quindi, secondo l’ANCIC, gli uomini possono parlare sì dell’aborto, ma solo se concordano con la decisione della donna di interrompere la gravidanza. Altrimenti, gli uomini non possono mettere il naso negli affari delle donne.

Ma è giusto che il dare o non dare la vita - quindi il decidere della maternità ma anche della paternità - debba essere considerato un diritto e solo, esclusivamente, un affare privato della donna?– È giusto che gli uomini non debbano avere voce in capitolo su un tema tanto importante e delicato che riguarda anche loro stessi e la loro vita? Non hanno forse gli uomini il dovere di creare una famiglia forte e sana, di proteggerla e valorizzarla? Si può costruire una famiglia forte sostenendo l’uccisione dei membri più innocenti e indifesi della stessa? Ovviamente gli uomini non possono obbligare le donne a fare ciò che essi vogliono, ma hanno tutto il diritto del mondo di avere voce in ciò che accade ai loro figli e non possono essere considerati solamente come donatori di liquido seminale! Considerando che gli uomini condividono già le conseguenze dell’aborto poiché spesso soffrono anche i padri del trauma post-aborto (cioè senso di colpa, depressione, incubi, disfunzioni sessuali e dipendenze compulsive), non hanno essi diritto ad esprimere la loro opinione sulla vita dei loro figli? La battaglia per la vita, del resto è una battaglia di tutti, uomini e donne: di tanti grandi uomini che dedicano la loro vita ai diritti del nascituro, come Mario Paolo Rocchi, Roberto Algranati e Leandro Aletti, abbiamo già parlato negli scorsi numeri. Di altri presto parleremo. Questo numero vuole essere un tributo alla memoria di alcuni uomini straordinari più o meno recentemente scomparsi: Giovanni Guareschi, Jerome Lejeune, Bernard Nathanson, e Giuseppe Garrone. Ed è a loro, a tutti gli uomini che ogni giorno si adoperano e si battono per la vita dei più piccoli, dei più indifesi, che dedichiamo oggi la nostra battaglia. Antonio Brandi


Notizie dall’Italia

Notizie

Notizie dall’Italia

4 In tutta Italia si è tenuta il 4 maggio la manifestazione contro l’aborto, “12 ore per la vita”, organizzata, dall’associazione Ora et Labora a difesa della vita e dal movimento No194. A Caserta, presso la clinica “Sant’Anna” in via Roma 124, è stata un successo. Almeno 60 donne, dalle 9 di mattina alle 19 di sera, hanno testimoniato con la preghiera e la propria presenza il loro dissenso contro l’aborto: nonne, mamme, nipotine. Presso gli ospedali di Milano, Torino, Padova, Roma e Catania soprattutto donne, tante donne, erano lì a pregare per la vita.

Marco Del Corona e Paolo Salom hanno realizzato, per il Corriere della Sera, un’intervista al Premio Nobel per la Letteratura Mo Yan in occasione dell’uscita in Italia per Einaudi del suo romanzo Le Rane. Il libro affronta la contraddizione tra la gioia derivata dalla nascita di un figlio e la mostruosità degli aborti forzati, pratica che tutt’ora sopravvive e che ha toccato da vicino l’autore stesso, il quale ha vissuto in prima persona l’aborto a cui è stata sottoposta la moglie, e che nell’intervista definisce come “un grande dolore e un’enorme ombra”.

Ha atteso la fine della messa, Papa Francesco, per salutare i partecipanti alla terza edizione della Marcia per la Vita, che si è svolta il 12 maggio a Roma. “Invito a mantenere viva l’attenzione di tutti sul tema così importante del rispetto per la vita umana sin dal momento del suo concepimento, sin dal primo istante della sua esistenza”, ha detto Bergoglio durante il Regina Coeli. Terminata la celebrazione, si è avvicinato ai promotori dell’iniziativa, salutandoli e scambiando qualche parola con loro.

Monza, 26 aprile 2013 – Una pacifica manifestazione di preghiera dell’Associazione ‘Ora et labora in difesa per la vita’ insieme al movimento ‘Per la vita di Meda’ davanti all’Ospedale di Monza ha scatenato lo sdegno e l’indignazione dei media locali e del Direttore Sanitario dell’Ospedale. Le forze dell’ordine hanno fatto sgombrare i manifestanti dopo alcune ore. Ma la libertà di riunione e di manifestazione del pensiero sancita dalla “Costituzione più bella del mondo” che “guai a chi la tocca” ??? (art. 17: I cittadini hanno diritto di riunirsi …. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica; art. 21, 1° comma: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione). Costanza Miriano racconta che qualche tempo fa la scuola dei suoi figli doveva cambiare nome e, tra le proposte messe al voto, c’era Chiara Corbella. Istantaneamente davanti ai cancelli si è organizzata una raccolta di firme per bloccare l’iniziativa. Una mamma che ha messo prima di sé la vita del suo bambino è stata avvertita come una minaccia, un’offesa alla sensibilità comune. C’è stato chi è arrivato a dire e a scrivere che Chiara riporta indietro le donne, costrette alla mistica del sacrificio voluta per loro dalla società patriarcale. È morto a Roma Giulio Andreotti, uno dei politici cattolici che hanno firmato la legge 194 del ‘78 che ha liberalizzato l’aborto. Non molti sanno che di questo Andreotti si è amaramente pentito: in più occasioni ha dichiarato che in quel momento e in quel contesto la strategia del compromesso gli era sembrata la più opportuna, soprattutto per evitare di peggio. Poi, però, ha potuto constatare con molto dolore di aver commesso un tragico errore: lo ammise anche in pubblico, davanti a Madre Teresa e davanti a Giovanni Paolo II.

L’Associazione Giuristi per la Vita ha sporto querela contro lo spettacolo blasfemo messo in scena a Roma nel corso della manifestazione musicale denominata “concerto del primo maggio”. Nella denuncia-querela viene contestato il reato di «offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone», previsto e punito dall’art. 403 del codice penale, il reato di «offese a una confessione religiosa mediante vilipendio o danneggiamento di cose», previsto e punito dall’art. 404 del codice penale, e il reato di «atti osceni», previsto e punito dall’art. 527 dello stesso codice penale.

Da Aprile, a Castiglione del Lago, è aperto lo “Sportello per la Vita”, un punto di prima accoglienza e primo ascolto per donne che si trovassero nella difficoltà e nella sofferenza di dover mettere in discussione una gravidanza. Lo sportello, che si trova presso la Casa del Giovane di Castiglione del Lago in via Pellico, nasce dalla collaborazione tra la Parrocchia di Castiglione del Lago, il Movimento per la Vita di Perugia e alcuni volontari, in un territorio dove opera un importante punto nascita, presso il locale presidio ospedaliero.


Notizie dal mondo

Notizie

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L’American College of Pediatricians continua a opporsi alle politiche di diffusione dei cosiddetti “contraccettivi di emergenza” tra gli adolescenti. La voce della scienza (e non dei preti) ancora una volta spiega che non è opportuno, per la salute psico fisica dei ragazzi, incoraggiarli a usare sistemi che deresponsabilizzano e banalizzano il sesso e spingono a praticarlo in contesti in cui la psiche (e molto spesso anche il fisico) non è adeguatamente preparata. Uno dei maggiori gruppi pro life inglesi, Alleanza Pro Life, è attualmente impegnata in due iniziative concrete: l’anno passato, insieme ai colleghi di Christian Concern, hanno realizzato una banca dati di tutti i centri, privati, enti, servizi sociali, in tutto il Regno Unito, a cui possono rivolgersi coloro che hanno bisogno di aiuto per una gravidanza non desiderata. La seconda iniziativa è una ricerca accademica sulla legge sull’aborto e il consenso informato, utile per coloro che sono coinvolti nella lotta contro l’aborto dal punto di vista legale.

Nuovo appello della Conferenza episcopale dell’Uruguay (Ceu) contro la legge sull’aborto: in un comunicato diffuso ieri, i presuli sono tornati a condannare la normativa che, approvata nell’ottobre scorso con una ristretta maggioranza, prevede l’aborto fino alla 12a settimana e in altri casi fino alla 14a, previa consultazione con una commissione di medici, psicologi e assistenti sociali. La Ceu applaude invece all’iniziativa popolare che ha raccolto le firme per l’indizione di un referendum abrogativo di tale legge.

“L’HIV, negli USA, è tuttora un problema critico di salute pubblica, e ci sono ancora 50.000 nuove infezioni ogni anno”, ha detto il dottor Doug Owens, un membro della task force e professore di medicina presso l’Università di Stanford. Invece l’aborto, secondo la Fondazione Radiance, di Washington DC, è la causa principale di morte per i neri d’America. Infatti, se il totale dei morti per AIDS, omicidio, malattie renali, di cuore e cancro è 285.522, i morti per aborto sono 363.705.

Doris Mpoumou, rappresentante internazionale di International Planned Parenthood Federation dell’Emisfero Occidentale (IPPF / WHR), ha scritto una lettera di pressione all’Ambasciatore della Nigeria Ogwu perché il suo governo si adoperi per l’affermazione dei diritti delle donne, la parità di genere e i diritti alla salute riproduttiva. Planned Parenthood, con ingenti contributi finanziari di molti paesi del mondo, detiene una catena multinazionale di cliniche per l’aborto con un fatturato multi-miliardario.

In Spagna, dalla legalizzazione dell’aborto nel 1985 (per mano del governo socialista dell’epoca) le interruzioni di gravidanza non hanno fatto che aumentare di numero e di incidenza: nel 1998 erano 53.847 e riguardavano il 6 per mille delle donne feconde, nel 2011 (ultimo dato disponibile) erano 118.359, relative al 12,4 per mille delle donne in età feconda. Nel 2010 Zapatero sostituì la vecchia legge, che fissava alcune condizioni per abortire (malformazione del feto, grave minaccia alla salute fisica o psichica della donna), con una legge che semplicemente ammetteva l’aborto su richiesta nelle prime 14 settimane di gravidanza, fruibile anche dalle minorenni. Il risultato è stato un’ulteriore impennata degli aborti, dai 113 mila del 2010 ai 118 mila del 2011.

Chi tenta di imporre restrizioni sul diritto all’aborto, vuole “portare indietro l’orologio”. E’ questo il messaggio che il presidente Barack Obama ha voluto dare ieri a centinaia di sostenitori di Planned Parenthood, la federazione delle associazioni americane a difesa del diritto delle donne a interrompere la gravidanza. Obama, fa notare il Washington Post, è il primo presidente americano a parlare al gruppo proabortista, esprimendo il suo convinto sostegno. “Avete un presidente che sarà al vostro fianco, combattendo ad ogni passo”, ha detto.

Alcuni siti pro life hanno pubblicato i dati relativi al “progresso e allo sviluppo” portato nel Regno Unito dalla legalizzazione dell’aborto: almeno 7.648.662 morti. La legge sull’aborto è stata approvata in UK nell’ottobre 1967 ed è entrata in vigore il 27 aprile 1968. Commemoriamo con grande tristezza questo spaventoso numero di vittime, e riflettiamo ancora una volta sul tragico impatto che l’aborto ha sulle donne e sulle loro famiglie, sulla società stessa.

Notizie dal mondo

L’Associazione Nazionale dei Medici del Nepal ha chiesto ufficialmente al governo di riformare la legge sull’aborto in senso restrittivo: solo nel 2011 ci sono stati oltre 95 mila aborti. A detta dei professionisti dell’ANM nel paese si delinea un forte rischio di catastrofe sanitaria.

Il disegno di legge che dovrebbe legalizzare l’aborto nella cattolica Irlanda, “non cambierà la legge irlandese sull’interruzione della gravidanza”: lo ha precisato il primo ministro, Enda Kenny. Si prevede la creazione di commissioni di 3 medici per esaminare i singoli casi e l’aborto sarà consentito se i medici daranno un verdetto unanime favorevole. Sarà consentito quando saranno d’accordo che la vita della madre sia in pericolo o in caso di rischio di suicidio della donna. E’ questo il punto dolente della normativa, criticata in una nota inviata dai Vescovi irlandesi: come gli psichiatri hanno ampiamente dimostrato, l’aborto non è mai un rimedio a un’intenzione suicidaria.


Notizie

Attualità

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Evviva la Vita! Il bilancio positivo dei due giorni pro vita dell’11 e 12 maggio scorsi: perché credere nella vita è più bello, più umano, più liberante che affidarsi alla morte.

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bocce ferme, dopo ormai alcune settimane dalla marcia nazionale per la vita, è opportuno stilare un bilancio. La prima cosa da dire è semplicissima: esiste un popolo per la vita. Esiste, ha voglia di darsi da fare, di uscire allo scoperto. Basta che qualcuno alzi la bandiera. Si tratta di un popolo che ha desiderio di capire, approfondire, conoscere meglio le ragioni della sua battaglia: oltre mille le persone che sabato, durante il Convegno per la Vita, hanno seguito il fitto programma di relazioni da parte di personalità come il cardinal Carlo Caffarra, l’arcivescovo Gianpaolo Crepaldi, Carlo Bellieni, Pino Noia, Antonio Oriente, Sabrina Paluzzi, Costanza Miriano, Cinzia Baccaglini, Cristina Del Poggetto, Enrico Masini, Massimo Gandolfini e tanti altri validissimi relatori. Durante il convegno, come ormai d’abitudine, sono state premiate alcune persone distintesi nella difesa e nella promozione della vita: il nostro “cuore grande”, Toni Brandi; il ginecologo obiettore Gianfranco Blaas; mons. Ignacio Barreiro, di Vita Umana Internazionale e la presidente della March for Life americana Jeanne Monahan. Il convegno è un po’ la preparazione della marcia, il luogo in cui persone che dedicano tutto l’anno a studiare e a divulgare si ritrovano ed oltre a mettere a disposizione di tutti il loro sapere e la loro esperienza, hanno anche la possibilità di incontrarsi tra loro e ragionare sul futuro. La sera, dopo il convegno e la cena, tutti insieme, nel grande salone dell’università Regina Apostolorum, abbiamo partecipato all’adorazione eucaristica

con il cardinal Burke: pregando Dio che vigili su questo piccolo seme di speranza che verrà piantato l’indomani, nelle strade di Roma. È l’ora della marcia: alle 8.30 già migliaia di persone sono sotto il palco, a fianco del Colosseo. In poco tempo si raduneranno oltre 30 mila persone. Qualcuno dice 40 mila. Ci sono sacerdoti e suore, famiglie, bambini, associazioni culturali e associazioni dedite alla carità e al sostegno dei malati, delle coppie in difficoltà, delle donne che hanno abortito. Numerose realtà diverse, con sensibilità e campi d’azione differenti, si trovano per testimoniare insieme l’ideale

Gli organizzatori della marcia hanno voluto premiare con questa pergamena in pelle d’agnello, dipinta a mano e con scritte in oro, Antonio Brandi, generoso e coraggioso difensore dei diritti del popolo cinese, e dei diritti degli innocenti non ancora nati. Questa nostra rivista, di cui è editore e animatore, instancabile ed entusiasta, è uno dei frutti della sua grande passione per la Verità e del suo amore per il Dio della Vita. Per questo il nostro grazie, è obbligato, sentito, riconoscente.

che le accomuna: la sacralità della vita. Come ho già scritto altrove, “scendere in strada significa riappropriarsi del rapporto vivo che esiste tra la fede e la vita di ogni giorno; del rapporto che esiste tra la ragione, il bene, la verità e la legge. Significa ricordare e ricordarsi che il nascere e il morire vengono prima di Creonte, prima dello Stato, e riportano alla domanda sull’origine prima e sul significato ultimo dell’esistenza”. Significa ancora affermare con forza il proprio no alle leggi omicide, 194 o altro che siano, e nello stesso tempo, ancora di più, mostrare che credere nella vita è più bello, più umano, più liberante che affidarsi alla morte. Nei tempi difficili, ma forse in ogni tempo, è opportuno che ci sia chi, con voce quasi profetica, denuncia il male che corrode la società; occorre che un sano e libero spirito critico sia esercitato verso i miti e gli inganni del tempo; ma ancora più necessario è che qualcuno accenda una luce, e mostri, nel buio, la possibilità di uscirne, di credere, di vivere altrimenti. Nel non senso che circonda la vita dell’uomo contemporaneo, spingendolo ad essere omicida del suo futuro, è essenziale ricordare a tutti che Dio è Vita; che anche per chi non crede, non si può prescindere dal rispetto di un ordine, della legge naturale, se si vuole edificare e non demolire. Questo hanno fatto i marciatori, benedetti, con affetto, con grandi e partecipi sorrisi, da papa Francesco. Una benedizione che ci ha commossi, e confermati. Francesco Agnoli


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Attualità

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Il mondo alla rovescia Il rapporto speciale dell’ONU sulla tortura del 2013 considera le leggi che vietano l’aborto come una forma di violenza sulle donne. Una ricerca scientifica internazionale dimostra, al contrario, che nei paesi dove l’aborto è legale le violenze sulle donne sono maggiori.

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oter scegliere l’aborto libera la donna, le garantisce il riconoscimento di una maggiore dignità, la protegge dagli abusi e dalle violenze fisiche e psicologiche…” Lo si è affermato come slogan in Italia dal 1978 per promuovere l’interruzione di gravidanza e lo si afferma tuttora, anche in sedi come l’Onu che ha dichiarato che le legislazioni anti abortiste sono una forma di violenza verso il genere femminile. E le ha collocate tra gli esempi di tortura, crudeltà, punizione o trattamento disumano e degradante ancora diffusi nel mondo (cfr. UN-Human Rights Council, Report of the Special Rapporteur on torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment, Juan Méndez, 1 febbraio 2013). Un fatto questo che dovrebbe preoccupare ogni persona ragionevole. E dovrebbero preoccuparsi i molti medici obiettori di coscienza, in aumento com’è noto in Italia, che rischiano di finire come aguzzini sul banco degli imputati del tribunale internazionale, al pari dei peggiori criminali che insanguinano il nostro pianeta con violazioni dei diritti umani, genocidi e colpi di stato. In realtà la vera violenza è l’aborto, non il fatto di volerlo limitare o evitare. Violenza totale sul bambino torturato e ucciso in modo atroce, sul padre messo a tacere dalle leggi abortiste, e sulla donna. Sì, anche sulla donna e va detto: l’aborto ha gravi ripercussioni psicologiche

e spesso anche fisiche, sulla persona che ne è coinvolta, come hanno ormai dimostrato diversi studi e testimonianze (vedi tra gli altri Cantelmi T.- Cacace C.-Pittino E. (a cura di), Maternità interrotte. Le conseguenze psichiche dell’IVG, San Paolo Ed., 2011 oppure Perantoni G., Lo strappo nell’anima, San Paolo Ed, 2013). C’è di più: l’aborto aumenta le violenze sulle donne, anziché ridurle. Lo ha dimostrato anche una recente ricerca del Melisa Institute, in Cile (http://www. melisainstitute.com/), condotta in parallelo da scienziati statunitensi, irlandesi e cileni. Secondo l’evidenza scientifica da questi raccolta, nei Paesi in cui l’aborto è agevolato dalla legge gli atteggiamenti violenti verso la donna sono cresciuti anziché diminuire: sono più presenti abusi sessuali e stupri (“tanto poi ti mandiamo ad abortire”), forme di coercizione psicologica e fisica con cui la donna viene spinta all’aborto, casi di suicidio tra le donne come esito del trauma post aborto (cfr. Melisa Institute, Public Policies to reduce maternal mortalità, a holistic focus on maternal health, 15 marzo 2013). Che invece siano più favorevoli al be-

nessere delle donne le attività di educazione alla sessualità responsabile, l’accoglimento psicologico e materiale nei confronti delle donne che aspettano un figlio e l’atteggiamento di rispetto per la vita nascente espresso dalle scelte legislative miranti a limitare l’aborto, lo mostrano i dati della stessa ricerca del Melisa Institute, secondo cui i luoghi del pianeta più sicuri per il mondo femminile non sono affatto quelli in cui l’aborto è stato legalizzato ma quelli in cui all’aborto è stato opposto un deciso no. Non è un caso, infatti, se i Paesi in cui la mortalità materna è più bassa sono proprio quelli in cui l’aborto è più limitato: Irlanda e Cile. Come dire: dove non c’è l’aborto, quello è lo spazio più protetto per le madri e per le donne. E naturalmente per i bambini che si salvano. Antonello Vanni


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8

Quando la legge tutela la vita Nonostante la potenza dei diffusori della cultura pro morte, crescono gli interventi legislativi che riconoscono la necessità di tutelare la vita del bambino non nato a partire dal concepimento.

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l preambolo della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia del 1989 ratificato da 193 Stati afferma che “Il fanciullo a causa della sua mancanza di maturità fisica e intellettuale necessita di una protezione e di cure particolari, ivi compresa una protezione legale appropriata, sia prima che dopo la nascita”. La Costituzione irlandese, all’ art. 40, terzo comma, afferma: “Lo Stato riconosce il diritto alla vita del bambino non nato e, con la dovuta considerazione per il pari diritto alla vita della madre, garantisce nelle sue leggi il rispetto, e nella misura del possibile, tramite le sue leggi, la difesa e la rivendicazione di tale diritto”. La Costituzione interamericana dei diritti umani prevede all’art. 4 che la vita ha inizio dal concepimento e stabilisce che: “Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita. Tale diritto è protetto dalla legge e, in generale, è tutelato a partire dal momento del concepimento”. Nell’aprile 2013 il Kansas negli Stati Uniti d’America ha appro-

vato una legge anti-abortista che dichiara che la vita umana inizia al momento della fecondazione: “The life of each human being begins at fertilization (“Fertilization” cioè fusione dello spermatozoo con l’ovulo). Per “bambino non nato” intende qualsiasi bambino dal momento della fecondazione, in qualsiasi stato del suo sviluppo. La legge garantisce al nascituro gli stessi diritti delle altre persone, cittadini residenti nello Stato: il loro interesse alla vita e alla salute deve essere protetto. Firmata il 19 aprile dal governatore dello Stato, la legge diventerà efficace il primo luglio 2013. Il North Dakota in marzo 2013 ha approvato due testi di legge che devono essere firmati dal Governatore dello Stato per diventare pienamente efficaci. Il primo testo vieta le interruzioni volontarie di gravidanza per discriminazione sessuale e per eugenetica, mentre il secondo prevede una sanzione penale per il medico che interrompa una gravidanza dopo che il battito cardiaco del feto sia rilevabile (5/6 settimane dopo il concepimento). È stata approvata inoltre una risoluzione che rimetterà agli elettori la possibilità di decidere nel 2014 se inserire nella Costituzione dello Stato una previsione che identifichi il momento dell’inizio della vita con il concepimento:

“Essere umano” significa individuo vivente della specie homo sapiens, incluso il bambino non nato dalla fecondazione e per tutta la gestazione.

“Essere umano” significa individuo vivente della specie homo sapiens, incluso il bambino non nato dalla fecondazione e per tutta la gestazione. Tale trend legislativo è in linea con quanto sostenuto dalla comunità medico-scientifica: la vita dell’essere umano comincia al momento del concepimento ed è un continuum sia dentro che fuori dall’utero materno fino alla morte. Il “nostro” Lejeune scoprì che dal concepimento è presente un DNA unico e irripetibile, con sue proprie caratteristiche, distinto da quello del padre e della madre. La dottoressa Roth, dell’Harvard University Medical School ha affermato: “È scientificamente corretto affermare che la vita umana individuale inizia al concepimento, quando l’ovulo e lo spermatozoo si uniscono formando lo zigote e che questa creatura umana in sviluppo è un membro della nostra specie in tutti gli stadi della sua vita». Il dottor Brewer Shettles: “Non è una questione politica o di fede, ma di scienza”. Virginia Lalli


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Attualità

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Una penna per la vita Presso l’ateneo pontificio “Regina Apostolorum”, si tiene la 2° edizione del premio giornalistico assegnato a un professionista che si sarà distinto per aver scritto sulla vita in modo veritiero, onesto e imparziale. Tra i giurati anche Notizie Pro Vita.

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lla prima Facoltà del mondo di Bioetica, la Vita è di casa. La vita, da come si forma a come si difende. Sarà, infatti, questa la domanda centrale del secondo modulo inerente alle questioni dell’embrione e del fine vita, ma anche delle manipolazioni genetiche e dell’eugenetica, all’interno della Summer School organizzata dalla Facoltà di Bioetica dell’Università Pontificia Regina Apostolorum, in collaborazione con l’Istituto Scienza e Fede e l’istituto Superiore di Scienze religiose. Titolo completo del Corso: la Bioetica, crocevia tra Fede, Ragione e Scienza. Il corso, che si terrà dall’1 al 12 luglio presso il Pontificio Collegio Maria Mater Ecclesiae, affronterà le problematiche studiate dalla bioetica, i suoi dilemmi etici e scientifici, attraverso una metodologia interdisciplinare e soprattutto attraverso una piattaforma di dialogo interculturale tra fede e scienza. Rapporto e relazione, quest’ultima, fondamentale per la legge morale e per le questioni di confine d’inizio e fine vita. La relazione tra scienza e ragione, l’annoso nodo biomedico tra libertà di ricerca scientifica e principio di precauzione

Dall’1 al 12 luglio i dilemmi sulla vita e sulla morte in un corso di aggiornamento presso la prima Facoltà di Bioetica al mondo.

prudenza e responsabilità, la bioetica – insomma – nelle diverse visioni religiose costituirà il primo modulo di un percorso offerto da docenti ed esperti provenienti da diversi paesi e coordinati da Padre Gonzalo Miranda, Decano della facoltà. Le conclusioni della prima sessione apriranno la seconda sessione, incentrata sulle implicazioni morali e sociali del rispetto della vita e della persona umana con le relative applicazioni in campo biomedico e del bio-diritto, e con una particolare attenzione ai cosiddetti nuovi diritti civili o di gender, veri e propri scivoli rovinosi verso la diagnosi prenatale e la selezione eugenetica. Attenzione particolare sarà incentrata anche sul diritto alla procreazione artificiale e sul diritto di dare la “dolce” morte. All’interno del programma corsistico si svolgerà il premio giornalistico “Una penna per la Vita”, alla sua seconda edizione.

Obiettivo e fine del premio sarà quello di premiare un professionista della comunicazione o un giornalista che, secondo Biomedi@, il gruppo di ricerca e pool di professionisti, ricercatori e giornalisti che lo scrivente ha l’onore di coordinare, ha saputo scrivere intorno e sulla Vita in maniera onesta, completa, imparziale e soprattutto veritiera. Lo scorso anno il premio è stato assegnato alla giornalista de Il Foglio, Valentina Fizzotti. Quest’anno, presente nella giuria ci sarà anche Notizia Pro Vita. Insomma un evento e un Corso

Biomedi@ è il gruppo di ricerca, formato da professionisti, ricercatori e giornalisti della facoltà di Bioetica, che sceglierà la “penna per la Vita” 2013.

da non perdere, soprattutto per tutti coloro che credono nel valore Vita e ai quali consigliamo l’iscrizione in modalità Gruppo. Chi fosse interessato alla Summer School può trovare tutte le necessarie informazioni sul sito dell’Università Pontificia Regina Apostolorum, www.upra.org. Antonello Cavallotto


Notizie

Primo Piano

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Pro life ante litteram Giovannino Guareschi (1908 – 1968) è stato un grande scrittore e giornalista, cattolico, noto soprattutto per il mitico personaggio di Don Camillo e per i film che l’hanno visto protagonista.

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nostri lettori già sanno che Guareschi, da bravo cristiano, era un coraggioso difensore della vita: Don Camillo e il suo autore sono stati ricordati nei numeri di dicembre e gennaio di Notizie Pro Vita. In questo numero, in cui abbiamo voluto ricordare alcuni grandi uomini per la vita, Giovannino Guareschi non poteva certo mancare: abbiamo incontrato perciò Alberto e Carlotta, degni figli di tanto padre. Alberto e Carlotta, com’era vostro padre? Era severo, all’antica, amava i giovani? Abbiamo la fortuna e il privilegio di aver avuto un padre davvero eccezionale, che con noi figli si comportava come un padre all’antica, pur essendo molto vicino ai giovani, con i quali parlava volentieri e che ascoltava con vero interesse. Non era severo: certe regole, ovviamente, andavano rispettate, ma la cosa era sottintesa, non occorrevano sermoni. Bastava un’occhiata e ci si dava una regolata.

Giovannino Guareschi

Qual è stata l’eredità spirituale di Guareschi? L’eredità più preziosa che ci ha lasciato è l’affetto che i suoi lettori provavano per lui e che, dopo la sua scomparsa, hanno riversato su di noi. Giovannino Guareschi ha dovuto subire la censura dei “poteri forti” in qualche occasione: c’è stato un articolo a favore della vita nascente… Si trattava di una delle puntate settimanali del «Telecorrierino delle famiglie», rubrica che lui ha tenuto dal 1964 al 1968 su «Oggi». Nel 1967, aveva inviato al giornale un racconto in cui difendeva con forza il diritto alla vita delle creature ancora in embrione: non fu pubblicato dal direttore, per evitare possibili grane con la Magistratura. Insomma, Guareschi era un Pro Life: il nostro Mario Palmaro, a gennaio, ci ha illustrato un memorabile articolo di Guareschi che “bastonava”, con la sua graffiante e colta ironia, il malthusianesimo già allora dilagante. Sì: con il suo pezzo inedito del 1967, infatti, si era dimostrato un difensore della vita “recidivo” in quanto, già nel 1952, aveva energicamente contestato sul suo settimanale «Candido» un articolo del «Corriere della Sera» che invitava al controllo delle nascite. E in quell’occasione aveva contestato anche l’eutanasia, scrivendo che «chi non è in grado di dare la vita a un morto, non ha il diritto

Giovannino Guareschi con la moglie e i due figli

di toglierla a un vivo». Uomo per la Vita tout court... Esiste un “Guareschi” d’oggi? Secondo noi oggi esistono parecchi Guareschi, ma non fanno notizia. Sono quelli che hanno princìpi, che pensano con la propria testa, che lavorano con passione e onestà e che, proprio per questo, spesso non hanno vita facile. Succede a chi non si lascia trasportare dalla corrente, ma segue un suo percorso. Grazie ai film, molti associano Guareschi a don Camillo. Per che cos’altro vorreste fosse ricordato in particolare? Per la sua coerenza, per non aver mai tradito gli ideali della sua gioventù, per la sua sincerità e semplicità. Nella sua vita ha combattuto battaglie durissime, pericolose e sempre in prima linea, eppure ne è uscito senza odiare nessuno. Per questa ragione noi consigliamo sempre la lettura del Diario clandestino. Andrea Giovanazzi


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L’uomo, essere libero e non predeterminato

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La moderna biologia evolutiva, fondata da Jerome Lejeune, spiega che il corredo genetico non è un programma esecutivo, ma un insieme di strumenti che l’essere umano usa – insieme con altre fonti d’informazione – per costruire la sua vita.

a neuroetica, una recente disciplina nata nel 2002, vorrebbe leggere l’uomo e la sua condotta in termini esclusivamente neurobiologici, secondo un’architettura anatomica e funzionale del proprio cervello, prodotto dei propri geni e della propria biografia: un “riduzionismo” dell’uomo a una sorta di robot predeterminato. Di conseguenza la dignità dell’uomo sarebbe dipendente dalle sue capacità mentali e non dalle sue libere scelte. La moderna biologia evolutiva, invece, spiega che il corredo genetico, più che un programma esecutivo, è un insieme di strumenti che l’organismo biologico usa, insieme con altre fonti d’informazione, per costruire la sua vita, quindi l’uomo non è un essere totalmente determinato e dipendente dai geni. Cervello, mente, anima: l’uomo è indiviso nella specificità della natura umana e nella sua assoluta unicità. Quell’unicità irriducibile, difesa dalle parole e dall’operato di Lejeune.

Jerome Lejeune

«La genetica moderna si riassume in questo credo elementare: all’inizio è dato un messaggio, questo messaggio è nella vita, questo messaggio è la vita». Sono parole di Jerome Lejeune, il fondatore della genetica clinica, che ha dedicato la sua esistenza a difendere la vita, a cercare, capire e conoscere, con lo scopo di curare e prendersi cura. Riteneva un dovere restare vicino a quelli per i quali la scienza non è ancora riuscita a trovare risposte di guarigione: esseri umani e non errori genetici. Ed è così che nel 1959 riuscì a dimostrare il nesso tra il mongolismo, la sindrome di Down, e un’alterazione nel numero dei cromosomi, un eccesso d’informazione genetica, la cosiddetta trisomia 21. Per la prima volta si collegava un ritardo mentale a un’anomalia cromosomica, aprendo la strada alla genetica clinica, che oggi permette di individuare e curare sindromi ereditarie. I geni sono simili a musicisti – spiegava - che leggono i loro spartiti e gli spartiti sono scritti nel nostro patrimonio: se tutti leggono la partitura alla stessa velocità e seguono il maestro va tutto bene, ma con un musicista in più o uno in meno - come le anomalie cromosomiche - quell’orchestra andrà o troppo veloce o troppo lenta. La ricerca deve scoprire il musicista discorde. Ma aveva anche

capito che la sua scoperta, la possibilità di individuare aberrazioni cromosomiche contemporanea a quella della diagnosi prenatale, poteva essere usata contro coloro che egli aveva promesso di proteggere e guarire. Più volte è stato criticato, ostacolato per le prese di posizione pubbliche in favore della vita, per aver contribuito a far sì che la questione dell’aborto non fosse messa a tacere. Dalla sua ricerca si profila la visione dell’uomo come essere unico e insostituibile che come tale deve essere guardato. Scrive: «L’informazione del DNA, tutte le informazioni che condizioneranno lo sviluppo e la crescita, è già tutta compresa nella prima cellula». Ha sempre strenuamente sostenuto che un uomo è un uomo a qualsiasi stadio della sua crescita, anche embrionale e la madre non lo fa ‘umano’: è umano per sua natura, perché ha ricevuto il patrimonio genetico della nostra specie. Oggi gli sviluppi della genetica clinica e le conoscenze sul genoma umano (conosciamo gran parte dei geni dell’uomo e l’intera sequenza del DNA) permettono di sapere se una persona sarà portatrice di malattie genetiche aprendo a molte possibilità terapeutiche, ma permette anche di sapere quali saranno le sue inclinazioni e caratteristiche profilando di contro il pericolo di un’eugenetica selettiva che snaturerebbe scoperta e utilizzo del DNA. Ma non perdiamo di vista l’uomo. Marta Buroni


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Dalla menzogna alla verità Il medico americano Bernard Nathanson, che ha prodotto il famoso documentario The silent scream (Il grido silenzioso), ha salvato tanti bambini facendo vedere cosa avviene nel grembo di una donna che decide di abortire.

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apere andare contro il mondo è il tratto distintivo di chi sa spendersi per un ideale. Il mondo a cui mi riferisco non è ovviamente la semplice realtà creata, la natura che ci circonda, ma il mondo come potere, come mentalità dominante, come peccato sociale che s’instaura in un contesto e che influenza il comportamento della massa facendo passare come moralmente legittimo ciò che è solo semplicemente e inopportunamente legale. Di persone capaci di andare contro il mondo, di sapere andare “controcorrente”, non ce ne sono molte. Di persone poi che hanno deciso di andare contro il mondo dopo aver scelto il mondo stesso, dopo averlo inseguito e offerto a esso il proprio consenso, ce ne sono ancora di meno. Uno di questi è stato Bernard Nathanson. Un medico americano, a cui chi lotta per la vita deve molto. Deve molto sul piano della testimonianza che questi ha saputo dare, e anche sul piano degli strumenti che ha saputo (a proprie spese) produrre. Nathanson, infatti, è il curatore del famoso documentario The silent scream (Il grido silenzioso) che ha salvato tanti bambini facendo vedere a già e a future mamme cosa avviene nel grembo di una donna che decide di abortire, quali sono le terribili reazioni del bambino il quale arriva finanche ad aprire la sua piccola bocca allorquando gli strumenti dell’aborzionista toccano le sue carni. Un grido silenzioso che nessuno può ascoltare… ma che c’è. Un grido reale, ma di

una realtà che si vuole ideologicamente negare. Io stesso ne ho potuto constatare i benefici. Insegno da ormai venticinque anni in un Liceo Classico e l’ho sempre fatto vedere a tutti gli studenti che in questi anni si sono avvicendati. Setteotto anni fa capitò che una mia alunna concepisse con il suo fidanzato. La famiglia voleva farla abortire perché troppo giovane. Ma la ragazza, che l’anno prima aveva visto Il grido silenzioso, fu irremovibile … e nacque un bel maschietto! Bernard Nathanson ha dato fastidio. Ha dato e dà fastidio perché con il suo documentario fa come si è soliti dire - guardare in faccia la realtà, presenta le cose così come sono effettivamente. La sua stessa vita ha dato e dà fastidio, perché vita mutata radicalmente. Nathanson era stato uno dei maggiori sostenitori della legalizzazione dell’aborto negli Stati Uniti. Praticò un aborto su un proprio figlio. La sua ini-

ziale fama si dovette al fatto che fu membro fondatore della National Association for the Repeal of Abortion Laws (Associazione Nazionale per l’Abrogazione delle Leggi [che vietano]l’Aborto, oggi NARAL Pro-Choice America). Anche a lui si deve la celebre decisione Roe vs Wade che permise la legalizzazione dell’aborto negli USA. Lui stesso ha dichiarato più volte di essere responsabile di oltre 75.000 aborti. Ma, applicando la nuova tecnica degli ultrasuoni durante un aborto, poté accorgersi quanto grave fosse quella realtà. E cambiò … con grande onestà intellettuale. Un cambiamento che gli permise di rivedere la sua intera esistenza. Lui stesso, durante un incontro ripreso dalla RAI nella Sala “Paolo VI”, in occasione del Giubileo del 2000, disse di aver avuto la grazia di capire quanto fallimentare fosse stata la sua vita: decine di migliaia di aborti sulla coscienza e ben tre matrimoni finiti in malo modo. Poi l’incontro risolutore con Cristo e la conversione al Cattolicesimo. Sono ormai due anni che Bernard Nathanson ci ha lasciati. Nella prima parte della sua vita ha fatto morire tanti innocenti … ma adesso, nella seconda parte della sua vita (una parte che continua ancora dopo la sua morte … ed è uno stupendo mistero) il dottor Nathanson ripaga i suoi trascorsi errori facendo nascere tanti bambini che altrimenti sarebbero buttati irrimediabilmente via. Corrado Gnerre

Bernard Nathanson


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“Si deve fare, quindi si può fare!”

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Era solito dire così, Giuseppe Garrone, uno dei più autorevoli e generosi uomini pro life del nostro tempo.

on è un caso che Garrone sia morto proprio il 3 febbraio, per la giornata della Vita. Era il 2011 e lui aveva 72 anni: ne aveva dedicato almeno 25 alla buona causa della difesa della vita nascente. La sua è stata un’azione culturale e sociale che continua a portare frutti, tali e tanti da rincuorare chiunque ritenesse persa la battaglia per la Vita. Uomo schietto, a volte un po’ troppo, forse, ma decisamente uomo di Verità, che non accettava compromessi. Era una delle personalità di spicco del Movimento per la Vita, Presidente di Federvita Piemonte, co-fondatore del Comitato Verità e Vita. Organizzava convegni, pubblicava libri. Ma sapeva anche e soprattutto darsi da fare. Era il primo a correre, a qualsiasi ora del giorno e della notte, per parlare con mamme e papà angosciati o disperati, per salvare le vite loro e dei loro bambini. Lui, così impulsivo fino, a volte, all’arroganza, sapeva essere di una delicatezza incredibile nei colloqui personali con le mamme in difficoltà: con fermezza e dolcezza

La passione incommensurabile e la generosità di Garrone sono state il frutto di una fede profonda e sincera, di un’infinita fiducia nella Provvidenza e hanno dato vita al progetto Gemma, al telefono S.O.S. Vita e alle Culle per la Vita.

insieme, riusciva quasi sempre nell’intento di salvare la vita del piccolo e della madre. La passione incommensurabile e la generosità di Garrone sono state il frutto di una fede profonda e sincera, di un’infinita fiducia nella Provvidenza. Nulla gli era impossibile perché era convinto che ciò che è doveroso, buono, giusto e necessario, fosse anche possibile: “Se si deve fare, si può fare”, diceva quando l’impresa sembrava impossibile rispetto ai mezzi scarsi a disposizione. Con questo spirito, ha fondato con Silvio Ghielmi, Francesco Migliori e Mario Paolo Rocchi, che ce ne ha parlato lo scorso dicembre, il Progetto Gemma, cioè l’adozione prenatale a distanza. È vero che molti autorevoli psicologi ritengono che i problemi economici siano solo uno schermo dietro cui si nascondono problemi affettivi profondi che portano ad abortire, ma in ogni modo con un aiuto economico – anche relativamente piccolo – sono stati salvati almeno 20 mila bambini. Del telefono verde S.O.S. VITA, abbiamo scritto nello scorso marzo. Al numero 800-8-13000 risponde gratuitamente, 24 ore su 24, un volontario pronto ad ascoltare la madre in difficoltà, o chi per lei. E, dopo questo primo contatto, si organizza l’incontro personale, l’accoglienza, e quindi, conoscendo i reali bisogni, gli aiuti mirati. Ad aprile abbiamo parlato delle Culle per la Vita: Garrone fu tanto sconvolto dalla notizia del ritrovamento del corpicino di un neonato in un cassonetto delle immondizie, che pensò di ripristinare un qualcosa di analogo alle antiche

Giuseppe Garrone

ruote degli esposti: per salvare il bambino e garantire alla madre l’anonimato. Ce ne sono almeno 40 in Italia e molte ne sono sorte in diversi paesi europei. Sempre con risultati sorprendenti, in relazione ai mezzi scarsi a disposizione, ha creato una casa d’accoglienza intitolata a “Maria Buzzi”, e il micro-asilo dedicato al vescovo Mons. Germano Zaccheo. Conosceva gli effetti tragici dell’aborto volontario: per aiutare le donne a superare la sindrome post aborto aveva creato la Fraternità Rachele. Insomma, quando se n’è andato da questo mondo, sopportando serenamente lo strazio di un male incurabile, ha lasciato 4 figli e 24 nipoti, ma sono decine e decine di migliaia i figli a cui ha salvato la vita. E chissà quante sono quelle che continuano a essere salvate grazie a quelli che seguono il suo esempio e le sue opere quaggiù, e grazie alla sua intercessione lassù. Francesca Romana Poleggi


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L’embrione, uno di noi Il vice presidente dell’Unione Cattolica Farmacisti Italiani ci ricorda l’evidenza scientifica e razionale sulla natura della persona umana che, seppur piccola, è già completa dal momento del concepimento.

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gni essere umano inizia la propria vita come embrione unicellulare (zigote), che si forma nel momento del concepimento, quando i gameti, maschile e femminile, si fondono. Nei giorni successivi le cellule si moltiplicano (2-4-8-16, ecc.), fino ad avere la morula (dopo 3-4 giorni) e la blastocisti (dopo 5 giorni). Poi, 7-10 giorni dopo il concepimento, avviene l’impianto dell’embrione nella mucosa endometriale uterina. Noi tutti siamo stati embrioni. L’embrione umano è una persona umana, un nuovo individuo che si forma con il concepimento. Lo dice la valutazione scientifica: è un organismo nuovo della specie umana, con propria identità biologica e genetica, che manterrà fino alla nascita e per tutta la vita. Ha 46 cromosomi, 23 ricevuti dal padre e 23 dalla madre, possiede un proprio DNA. Dal primo giorno del concepimento è uno come noi. Dal primo momento l’embrione si sviluppa in modo unitario, coordinato, continuo e graduale; non è uomo e persona in “potenza”, è già uomo e persona, in attesa di maturare il manifestarsi delle capacità proprie di un essere della specie umana. Come il neonato cresce e diventa adulto senza diventare qualcun altro, così l’embrione cresce e si sviluppa, senza trasformarsi in un altro: “Nell’embrione esistono già in atto tutti i caratteri essenziali che lo contraddistinguono come individuo umano” (Ramon Lucas Lucas). Non ci sono salti qualitativi o mutamenti sostanziali, nessuno

Il concepito si sviluppa in modo unitario, coordinato, continuo e graduale; non è persona in “potenza”, è già persona “in atto”, in continua evoluzione e maturazione. scienziato potrà mai dirlo; ci sono certo dei passaggi importanti: fecondazione, annidamento in utero, formazione di organi, ma in continuità tra un passaggio e l’altro. Rimane, sempre e ininterrottamente, lo stesso identico individuo. Persino coloro che utilizzano gli embrioni per sperimentazione non possono non ammettere che essi sono individui della specie umana: cos’altro, se no? Poi, però, con totale incoerenza giustificano la sperimentazione, adducendo scopi umanitari. Ma il fine non giustifica i mezzi: la vita umana è un bene indisponibile, nessun essere umano può essere ucciso, nemmeno se il fine è di salvare altri esseri umani. Per potere utilizzare gli embrioni nelle sperimentazioni, e per poterli eliminare impunemente quando considerati scomodi, la principale associazione dei ginecologi degli USA decise nel 1965

di cambiare la definizione di gravidanza e di stabilire (in modo arbitrario, senza alcuna evidenza scientifica, anzi contro ogni evidenza scientifica) l’inizio della gravidanza nel momento dell’annidamento dell’embrione nell’endometrio dell’utero (quindi 7-10 giorni dopo che la gravidanza è effettivamente cominciata) e di parlare di aborto solo a partire da quel momento. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) un decennio dopo fece sua questa antiscientifica e criminale decisione e le legislazioni di molti Paesi occidentali si sentirono giustificati nel promulgare leggi che hanno causato e continuano a causare, direttamente o indirettamente (con mezzi chimici, meccanici, fecondazione in vitro, ecc.), la morte di milioni di embrioni. Non si può però cambiare la realtà oggettiva variando il significato dei termini: dal momento del concepimento esiste un nuovo essere umano, con corpo umano: una persona umana, che come tale deve essere rispettata da tutti, sempre. Fausto Roncaglia


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Ci sono persone potenziali? Siamo tutti persone potenziali. Cioè siamo tutti persone: bimbi nella pancia della mamma, neonati, bambini, adulti, anziani.

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uando vengono messi alle strette sulla giustificazione dell’aborto, i difensori del “diritto alla scelta” sempre più spesso ricorrono all’argomento della presunta differenza tra persone reali e persone potenziali. L’ha fatto anche Chiara Lalli, stella emergente del firmamento italiano dei pro choice, che si definisce filosofo della scienza, di quelli che sostengono che la sindrome post aborto è una “invenzione dei preti”. Il 20 gennaio scorso ha partecipato alla trasmissione “Tutta la città ne parla”, su Radio Tre Rai, in occasione della giornata mondiale sulla Sindrome di Down. Messa alle strette dal conduttore, che citava la ormai sistematica soppressione dei bambini affetti dalla sindrome dopo la diagnosi prenatale e da Marco Tarquinio che ricordava il progetto della Danimarca di diventare un paese “down free”, la giornalista, per rendere in qualche modo “presentabile” un atteggiamento chiaramente eugenetico, si affannava a sostenere (cito testualmente): “Il punto fondamentale è che credo che le singole scelte debbano sempre rimanere degli individui, individui già esistenti, quindi persone a tutti gli effetti, … su potenziali persone”. Poiché è arduo sostenere che l’eliminazione sistematica dei bambini con un’anomalia genetica non sia un comportamento eugenetico che ricorda il nazismo, s’introduce una fittizia distinzione tra persone “a tutti gli effetti” e persone “potenziali”, sostenendo

implicitamente che le prime abbiano dei diritti sulle seconde (“decisioni d’individui già esistenti su potenziali persone”). Si tratta di una distinzione puramente filosofica, anche se viene spacciata per scientifica, collegandola ad esempio alla presenza di coscienza (con il risultato paradossale che tutti coloro che dormono non sarebbero in quel momento persone, ma solo persone potenziali fino al risveglio). Purtroppo, sulla

base di quello che è poco più che uno slogan si finisce per giustificare l’uccisione di bambini e magari anche di persone in stato d’incoscienza dopo un trauma. In realtà non ci vuole molto a capire che si tratta di una categoria concettuale fasulla. A pensarci, infatti, bisogna riconoscere che siamo tutti persone potenziali. Il bambino non ancora nato è un neonato potenziale; il neonato è un adulto potenziale; l’adulto è un anziano potenziale… Se una diagnosi prenatale, che mostra che un adulto “potenziale” sarà malato, autorizza la soppressione del bambino, perchè la diagnosi genetica di una malattia degenerativa che non si è ancora manifestata non dovrebbe auto-

rizzare la soppressione di un malato “potenziale”? Si ribatte che le persone “a tutti gli effetti”, essendo coscienti, possono avere aspettative e disporre del loro futuro, mentre i bambini non nati (o appena nati) non possono farlo. Ma anche questa è una falsa risposta. In realtà nessuno di noi sa quale sarà il suo futuro, nè tantomeno può disporne. Nessuno può decidere prima quale sarà la vita che vivrà. Tragicamente, possiamo disporre solo del futuro degli altri e in un unico modo: negando loro il diritto di viverlo. Siamo tutti persone potenziali, perchè la vita è un processo in cui in ogni momento una potenzialità già esistente si realizza. A partire da quella contenuta nella prima cellula con identità biologica diversa da quella dei genitori: lo zigote. Si gioisce per le potenzialità che si vedono nei propri figli, per quelle che riconosciamo nel progetto di vita di una persona cara: la vita delle persone si nutre ogni giorno della sua potenzialità e il suo scopo è realizzarla pienamente. Siamo tutti persone potenziali. Cioè siamo tutti persone: bimbi nella pancia della mamma, neonati, bambini, adulti, anziani. Introdurre una dubbia distinzione tra la potenzialità e l’attualità dell’essere persona è solo un modo comodo per introdurre distinzioni tra persone, per poter sostenere il diritto di alcune persone di “prendere decisioni su altre persone”. Benedetto Rocchi


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Salvando il figlio, si salva anche la madre Il contributo di un professionista che spiega con chiarezza le dinamiche psico-affettive legate alla gravidanza e all’aborto.

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a legge 194 ha legalizzato l’aborto quando la gravidanza comporta “un serio pericolo per la sua (della donna) salute fisica o psichica”. Se il pericolo fisico può medicalmente in qualche modo esser prevedibile, non lo è per l’ambito psichico, perché la donna si trova di fronte ad un problema e a una soluzione che sono un bivio tragico. Chi ha contatto frequente con donne incinte può notare che la donna incinta parla sempre di “attesa di un bambino”. Il fatto, pur nella sua semplicità disarmante, non va trascurato, perché essa non usa termini come embrione o feto, ma “bambino”. Il suo parlare cela un evento potente, ovvio per le donne, ma nascosto al pensiero maschile. Accade che in essa passi in secondo piano il suo “esser donna” per far posto al nuovo “esser madre”. C’è un cambiamento d’identità: da donna a madre! E una volta madri, lo si è per sempre. Il fatto non è solo fisico, ma anche profondamente psicologico, perché nella donna si schiude uno spazio fisico e interiore per il figlio, che prelude alla relazione amorosa di accudimento. L’aborto s’inserisce in questo scenario emotivo e intimo. Perdere un figlio nelle prime settimane di gravidanza per aborto spontaneo ha l’effetto di uno choc caratterizzato da un senso di svuotamento, soprattutto se il figlio era desiderato. Non è solo delusa l’attesa di maternità, ma si prova anche un sentimento di fallimento. Quando invece l’aborto è procurato, l’identità mater-

na subisce un colpo devastante. Successivamente la donna tende a cambiare la percezione di se stessa, a volte anche in là col tempo. Le testimonianze evidenziano una caduta dell’autostima, un sorriso che svanisce sotto l’azione del senso di colpa. Il dramma cresce nella solitudine e nel tentativo di rimuovere l’evento, tacendo il proprio malessere a se stessa, al partner e agli altri. All’inizio comincia col trascurarsi, non sentendosi degna di meritare d’esser ancora felice, perché ciò che di sé la donna pensava prima dell’aborto non corrisponde più a quello che dopo prova per se stessa. La verità è che l’aborto non è mai un ritornare a prima della gravidanza: il tempo non torna mai indietro. Testimonia una ragazza: “L’aborto non ti riporta a prima della gravidanza. L’aborto non evita che tu

diventi madre. Dal momento del concepimento sei già madre, ti piaccia o no. La verità è che l’aborto ti rende madre di un bambino morto”. E qui scatta la coscienza devastante post aborto, che rende consapevole la donna del fatto che precedentemente il figlio era vivo. La gravidanza è l’inizio dell’interazione fra un Io materno e un Tu filiale, il via a una relazione che è per sempre, poiché è assiomatico che dalla relazione non si esce. Non è che l’aborto concluda la relazione, come si va affermando. E non vi è negazione, rimozione o razionalizzazione di sorta che possa cancellare l’evento. Dopo l’aborto, la donna dovrà affrontare la propria impotenza a modificare ciò che è definitivamente accaduto. Non si è liberata del problema, ma l’ha trasformato in un lutto! E il lutto non è mai per definizione una soluzione, ma una tragedia, qualcosa di traumatico che ricorre nell’immaginazione, nei pensieri, nei ricordi e nei sogni della madre mancata. Nei primi tempi può accadere che la donna provi anche del sollievo per essersi tolta “il problema” che non sapeva come sciogliere. E la negazione può funzionare anche per anni. Ma prima o poi dal fondo della sua identità qualcosa busserà al suo corpo. Alcuni esperti l’hanno configurato come disturbo post traumatico da stress. Tutto questo porta a concludere che la donna, la madre si salva o si perde con il figlio. Carluccio Bonesso


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Quando la pillola NON va giù

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Gli effetti collaterali delle pillole cosiddette anticoncezionali leggere si sono rivelati estremamente dannosi: la Bayer è stata condannata a pagare cifre astronomiche di risarcimento.

42 milioni di dollari già spesi in patteggiamenti, una media di 218.000 dollari per ciascuna delle 651 cause concluse, oltre 2 miliardi di euro ipotizzati da alcuni analisti finanziari per chiudere tutte le cause sugli anticoncezionali che nell’aprile 2012 avevano raggiunto il numero di 11.900. Sono alcuni numeri collegati alle cause risarcitorie che hanno visto chiamata in causa l’azienda farmaceutica tedesca Bayer AG da parte di consumatrici delle pillole estroprogestiniche contenenti il principio drospirenone. Il drospirenone è un progestinico che ha proprietà antiandrogeniche, utilizzate per contrastare ad esempio l’acne giovanile, e antimineralcorticoidi. Quest’ultime sono state ritenute particolarmente interessanti per minimizzare l’effetto di tensione e gonfiore che alcune donne lamentano con l’assunzione della pillola. Per queste caratteristiche, insieme al basso dosaggio estrogenico, queste pillole sono state percepite come pillole “leggere” e quindi “innocue” ed hanno in breve tempo raggiunto quote rilevanti di mercato. Ma riguardo al rischio

tromboembolico, le pillole contenenti drospirenone si sono dimostrate non meno dannose delle altre pillole che anch’esse incrementano tale rischio. Secondo la recente revisione pubblicata sul British Medical Journal (Lidegaard, 2011) che ha esaminato dal 2001 al 2009 oltre 8 milioni di cicli annuali di pillola, rispetto alle donne che non assumevano alcuna pillola, il rischio di tromboembolia era più elevato di 2,9 volte per le donne che assumevano la pillola col progestinico levonorgestrel, 6,6 volte per il progestinico desogestrel, 6,2 volte per il progestinico gestodene e infine 6,4 volte più elevata quando appunto il progestinico nella pillola era il drospirenone. Secondo lo stesso studio, l’incidenza in termini assoluti di tromboembolia è risultata essere di 3,7 casi ogni 10.000 donne non utilizzatrici di alcuna pillola, mentre erano 9,3 ogni 10.000 utilizzatrici di pillola col drospirenone. Quest’ultimo dato viene da alcuni letto come tranquillizzante: in fin dei conti, dicono, si tratta di un rischio molto contenuto, comunque inferiore rispetto a quello che si ha durante la gravidanza, e – secondo loro – vanno considerati i vantaggi assicurati dalla pillola in termini di riduzione della mortalità per cancro all’endo-

metrio e all’ovaio. Se però la si deve dire tutta, allora si dovrebbe anche ricordare l’incremento di rischio correlato all’assunzione di pillola per cancro del collo dell’utero, della mammella e per eventi cardiovascolari. E si dovrebbe dire anche che la gravidanza è associata a un rischio tromboembolico pari a 6 ogni 10.000, inferiore quindi a quello delle pillole di seconda, terza e quarta generazione. Senza contare, inoltre, il particolare non trascurabile che il bilancio vitale della gravidanza è sempre in positivo, come dimostra la presenza dell’uomo sulla terra anche prima che Gregory Pincus facesse la sua rivoluzionaria scoperta. Le linee guida emanate dall’Istituto Superiore di Sanità elaborate nel settembre 2008 non prevedono alcun accertamento laboratoristico per appurare la predisposizione genetica alla trombosi della donna, ritenendo sufficiente la verifica anamnestica della familiarità. È evidente che si tratta di una scelta basata su criteri economici. La presenza nella donna di particolari mutazioni genetiche in alcuni fattori della cascata coagulativa, svolge un ruolo moltiplicatore del rischio: viene da chiedersi quante volte la donna che si rivolge al medico per un’esigenza di controllo della propria fertilità riceva un’informazione completa, che preveda l’apprendimento di strumenti efficaci, non farmacologici, a costo irrisorio e senza alcun rischio per la salute? Sto parlando dei metodi naturali. Facciamo un’inchiesta? Renzo Puccetti


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Evangelium vitae: un invito alla lettura parte terza “Il Vangelo della vita sta al cuore del messaggio di Gesù”: così inizia la Lettera enciclica del Beato Giovanni Paolo II “Evangelium vitae”: ecco la terza e ultima parte degli spunti di meditazione che su di essa ci propone Mons. Giuseppe Tonello, Cancelliere del Vicariato di Roma. Con l’occasione ricordiamo ai lettori che il 15 e 16 giugno, in piazza San Pietro, Papa Francesco celebra la giornata dell’Evangelium Vitae. Dal momento iniziale della sua vicenda terrena la persona umana si trova di fronte al mistero della vita come dono di primaria importanza, eppure fragile e minacciato.

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ei nn. 7 e ss. di EV il Santo Padre ricorre alla figura biblica di Caino, il primo assassino (non a caso fratricida), proprio per esplicitare che, dal momento iniziale della sua vicenda terrena, la persona umana si trova di fronte al mistero della vita (propria e altrui) come dono di primaria importanza, eppure fragile e minacciato. Riportando le parole del Papa, in quell’episodio «il Vangelo della vita, risuonato al principio con la creazione dell’uomo a immagine di Dio per un destino di vita piena e perfetta (cf. Gn. 2, 7; Sap. 9, 2-3), viene contraddetto dall’esperienza lacerante della morte che entra nel mondo e getta l’ombra del non senso sull’intera esistenza dell’uomo. La morte vi entra a causa dell’invidia del diavolo (cf. Gn. 3, 1.4-5) e del peccato dei progenitori (cf. Gn. 2, 17; 3, 17-19). E vi entra in modo violento, attraverso l’uccisione di Abele da parte del fratello Caino … una pagina paradigmatica del libro della Genesi: una pagina ritrascritta ogni giorno, senza

sosta e con avvilente ripetizione, nel libro della storia dei popoli». Potrebbe essere facile, di fronte a questa semplice constatazione, farsi prendere dalla sfiducia e dallo sconforto, o pensare che, al di là di ogni affermazione di principio e di ogni auspicio seppur autorevole, nulla può davvero cambiare. Questa è davvero la tentazione più grande, quella di guardare solo a noi stessi, alle nostre deboli forze, e di rimanerne paralizzati: “ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo” (Mt 25,25). Lo stesso Pontefice però, al n. 27 della “Evangelium Vitae”, ci incoraggia: “Di fronte a legislazioni che hanno permesso l’aborto e a tentativi, qua e là riusciti, di legalizzare l’eutanasia, sono sorti in tutto il mondo movimenti e iniziative di sensibilizzazione sociale in favore della vita. Quando, in conformità alla loro ispirazione autentica, agiscono con determinata fermezza ma senza ricorrere alla violenza, tali movimenti favoriscono una più diffusa presa di coscienza del valore della vita e sollecitano e realizzano un più deciso impegno per la sua difesa”. Quindi un primo motivo di speranza è proprio da rintracciare in iniziative pacifiche, per lo più autonome dai grandi ‘centri di potere’ e per lo più animate direttamente da semplici credenti, dalla ‘base’ della comunità cristiana; ma anche da molti uomini e donne ‘di buona volontà’ ancora sponta-

neamente capaci di riconoscere il valore della vita umana; iniziative che sono andate crescendo in questi anni. Il Santo Padre si era già detto convinto che «pur tra difficoltà e incertezze, ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene, con la luce della ragione e non senza il segreto influsso della grazia, può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore (cf. Rm. 2, 14-15) il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine, e ad affermare il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene primario. Sul riconoscimento di tale diritto si fonda l’umana convivenza e la stessa comunità politica» (EVGA 2). Su questa rete, per così dire, ‘lillipuziana’, d’iniziative a favore della vita possiamo e dobbiamo contare ancora. “Sono forse io il guardiano di mio fratello?” è la contro-domanda di Caino a Dio che lo interroga sulla sorte di Abele: l’unica risposta che ci sot-

“Ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene, con la luce della ragione, può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore il valore sacro della vita umana”


Scienza e morale

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trae a quella de-responsabilizzazione, che diventerebbe alla fine omicidio colposo per omissione, è “Sì! Sono il guardiano del fratello”, dall’inizio alla fine della sua esistenza terrena. E questo mi abilita a entrare ‘in rete’, con i miei piccoli e fragili mezzi. Non solo. Il Pontefice continua: “Come non ricordare, inoltre, tutti quei gesti quotidiani di accoglienza, di sacrificio, di cura disinteressata che un numero incalcolabile di persone compie con amore nelle famiglie, negli ospedali, negli orfanotrofi, nelle case di riposo per anziani e in altri centri o comunità a difesa della vita?” (EV 27). Anche in questo la comunità ecclesiale è sempre stata in prima linea, spesso all’avanguardia: lo Spirito Santo, ne siamo certi, sta ancora oggi ispirando persone concrete ad azioni altrettanto concrete e incisive, che ottimizzano creatività, sforzi, capitale umano e risorse materiali. «Tra i segni di speranza va pure annoverata la crescita, in molti strati dell’opinione pubblica, di una nuova sensibilità sempre più contraria alla guerra come strumento di soluzione dei conflitti tra i popoli e sempre più orientata alla ricerca di strumenti efficaci ma ‘non violenti’ per bloccare l’aggressore armato. Nel medesimo orizzonte

si pone altresì la sempre più diffusa avversione dell’opinione pubblica alla pena di morte anche solo come strumento di ‘legittima difesa’ sociale, in considerazione delle possibilità di cui dispone una moderna società di reprimere efficacemente il crimine in modi che, mentre rendono inoffensivo colui che l’ha commesso, non gli tolgono definitivamente la possibilità di redimersi. È da salutare con favore anche l’accresciuta attenzione alla qualità della vita e all’ecologia, che si registra soprattutto nelle società a sviluppo avanzato, nelle quali le attese delle persone non sono più concentrate tanto sui problemi della sopravvivenza quanto piuttosto sulla ricerca di un miglioramento globale delle condizioni di vita. Particolarmente significativo è il risveglio di una riflessione etica attorno alla vita: con la nascita e lo sviluppo sempre più diffuso della bioetica vengono favoriti la riflessione e il dialogo - tra credenti e non credenti, come pure tra credenti di diverse religioni - su problemi etici, anche fondamentali, che interessano la vita dell’uomo». Il Papa in realtà menzionava già all’inizio di questo documento (EV 1-2) qual è la radice della nostra speranza, in che cosa si fonda il nostro ottimismo tutt’altro che

ingenuo: «Presentando il nucleo centrale della sua missione redentrice, Gesù dice: ‘Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’ (Gv. 10, 10). In verità, Egli si riferisce a quella vita ‘nuova’ ed ‘eterna’, che consiste nella comunione con il Padre, a cui ogni uomo è gratuitamente chiamato nel Figlio per opera dello Spirito Santificatore. Ma proprio in tale ‘vita’ acquistano pieno significato tutti gli aspetti e i momenti della vita dell’uomo … L’uomo è chiamato a una pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni della sua esistenza terrena, poiché consiste nella partecipazione alla vita stessa di Dio. L’altezza di questa vocazione soprannaturale rivela la grandezza e la preziosità della vita umana anche nella sua fase temporale. La vita nel tempo, infatti, è condizione basilare, momento iniziale e parte integrante dell’intero e unitario processo dell’esistenza umana. Un processo che, inaspettatamente e immeritatamente, viene illuminato dalla promessa e rinnovato dal dono della vita divina e che raggiungerà il suo pieno compimento nell’eternità (cf. 1 Gv. 3, 1-2). Nello stesso tempo, proprio questa chiamata soprannaturale sottolinea la relatività della vita terrena dell’uomo e della donna. Essa, in verità, non è realtà ‘ultima’, ma ‘penultima’; è comunque realtà sacra che ci viene affidata perché la custodiamo con senso di responsabilità e la portiamo a perfezione nell’amore e nel dono di noi stessi a Dio e ai fratelli». È questa la certezza soprannaturale che ci sostiene. Per questo l’uomo, l’uomo vivente (non la tecnologia, la scienza, l’economia, la politica… tutti strumenti da ‘tarare’ su ciò che è autenticamente umano, mai fini), continua a costituire la prima e fondamentale via della Chiesa. Quella che anche noi, nel nostro piccolo, vogliamo percorrere con voi, lettori e amici. Mons. Giuseppe Tonello


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Famiglia ed Economia

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Elisabetta La storia di una bambina meravigliosa nata quasi “per caso”. A lei è dedicato il libricino (ed. Fede&Cultura) della terza Marcia Nazionale per la Vita.

E

lisabetta è la prova vivente che essere perfetti secondo i canoni miopi del mondo moderno non è affatto la cosa più importante, anzi. Elisabetta è la prima bambina operata di spina bifida in Italia. Alla ventiduesima settimana di gestazione, i medici informano papà Mario e mamma Rosa che la loro seconda figlia è affetta da mielomengocele, una patologia che colpisce circa un neonato ogni 2000 e che si caratterizza per la presenza del canale spinale aperto, con l’esposizione degli elementi neurali. Statisticamente, circa l’80% dei bambini affetti da spina bifida ha un quoziente intellettivo normale. Il problema nel quale incorrono è generalmente limitato alla parte bassa del corpo, purché non si sviluppi l’idrocefalo. La notizia della malattia di un figlio è sempre molto dolorosa e il processo di accettazione risulta particolarmente problematico se

la diagnosi viene fatta quando il bambino è ancora nel grembo materno: in questa evenienza, infatti, la tentazione di “risolvere il problema” con l’aborto può essere molto grande… Anche Mario e Rosa hanno attraversato giorni d’incertezza, ma alla fine hanno deciso di accogliere la vita. Ricordando quei momenti, nel libricino della Marcia, Rosa scrive: “In macchina pensavo che l’unica soluzione per risolvere ogni ‘problema’ e per tornare a un’apparente normalità fosse quella di abortire ma, nel mio profondo, qualcosa mi frenava e non mi lasciava in pace. La voce silenziosa, che solo il cuore sa ascoltare, continuava a infondere tranquillità e sicurezza; continuava a sussurrare di portare a termine la gravidanza, di non preoccuparmi e che tutto sarebbe andato bene”. Ed è così che, avendo scelto per la vita, Rosa e Mario incontrano la dottoressa Gloria Pelizzo, la quale prospetta loro un percorso tanto inaspettato quanto insperato: la bambina può essere operata in utero da un’équipe spagnola, al fine di ridurre l’ingerenza della lesione. L’intervento è molto difficile da eseguire: la probabilità di un aborto naturale è del 40%, mentre la possibilità di un esito positivo è del 60%. Elisabetta

sarebbe la prima bambina in Italia a essere sottoposta a questo tipo d’intervento. Mamma Rosa e papà Mario hanno paura, ma accettano. L’operazione riesce perfettamente, anche se Rosa è costretta a rimanere in ospedale più di quaranta giorni, dal giorno del ricovero alla nascita di Elisabetta, che avviene il 17 settembre 2008, alla trentesima settimana di gestazione. A oggi, Elisabetta ha quasi cinque anni, continua a crescere bene, frequenta la scuola materna e ha tanti amici. “Cammina a paperella, ma cammina – scrive Rosa –, e ogni giorno fa dei progressi molto importanti che le permetteranno, da grande, di essere autonoma. Tutti dicono che è una meraviglia ed io penso che lei sia un grande miracolo. Ricordo ancora con un po’ di dolore la diagnosi ma, guardando mia figlia, sono contenta della scelta fatta. Non è stato semplice decidere se operare o meno la creatura che si stava formando nel mio ventre, ma è stato giusto darle la possibilità di avere una vita migliore”. Giulia Tanel


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Pagare per uccidere? No, grazie Solo con scelte concrete di non collaborazione potremo sperare in un cambiamento di questa società abortista. Partendo dai nostri soldi.

O

rmai dal 1993 ho scelto di obiettare alle spese abortive, così come facevo da alcuni anni con quelle militari. Ogni anno non verso una piccola parte delle imposte dirette alle istituzioni perché so che questi soldi saranno usati per uccidere altre persone e questo per me è inaccettabile; verso la cifra obiettata ad associazioni impegnate per la vita e per la pace. Questa scelta è portata avanti anche da altre persone dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII cui appartengo. Perché questo? Il tema del finanziamento degli aborti è un tema di cui si parla poco, ma che invece coinvolge fortemente tutti noi. Per ogni aborto le Regioni rimborsano agli ospedali mediamente 1.100 Euro (www. agenas.it/monitoraggio_costi_tariffe/2009_SistemiTariffariRicoveri.pdf, pag. 54-55, DRG n° 380, aborto chirurgico in day hospital). Perciò solo i costi diretti dei 115.981 aborti eseguiti nel solo 2010 assommano a circa 130 milioni di Euro, lo 0,11% della spesa sanitaria complessiva. Da dove vengono questi soldi? Dal gettito fiscale delle Regioni: addizionale Irpef, Irap, bollo auto e altre tasse. Dunque le istituzioni pagano gli aborti con i

Il tema del finanziamento degli aborti è un tema di cui si parla poco, ma che invece coinvolge fortemente tutti noi.

soldi che gli diamo noi. Lo Stato, inoltre, sostiene economicamente iniziative che comportano la morte di bambini non nati, ad esempio finanzia programmi europei di ricerca che prevedono la distruzione di embrioni. Questo meccanismo si regge sul fatto che nessuno fa nulla per contestarlo. Finché nessuno deciderà di togliere il proprio sostegno, disposto anche a pagare di persona, questo finanziamento all’aborto rimarrà sempre in piedi. La donna che abortisce non spende nulla, nemmeno un ticket (a differenza di quanto avviene per quasi tutte le prestazioni mediche e diagnostiche), anche se fosse la donna più ricca d’Italia. Paghiamo tutto noi, al 100%, anche le visite e gli esami prima dell’intervento. La nostra è una collaborazione materiale al male: senza questi soldi gli aborti non avverrebbero. E quindi siamo corresponsabili. Diceva il nostro fondatore don Oreste Benzi: “È un sacrosanto diritto rifiutarsi di finanziare attività contro la vita “. E il teologo don Carlo Rusconi di recente ha affermato: “Se non posso sottrarmi all’obbligo di contribuire all’aborto di stato, cosa che ripugna alla mia coscienza, (…) il sistema fiscale è ingiusto e quindi non sono moralmente tenuto ad adeguarmici, sono invece moralmente tenuto a tentare di oppormi”. Qualcuno sostiene che sarebbe

giusto non pagare una tassa che finanzi esclusivamente gli aborti, mentre è doveroso pagare imposte che vanno a sostenere i diversi servizi forniti dalle istituzioni, anche se tra questi ci sono pure gli aborti. Ma questo non ha senso: se non è giusto pagare per gli aborti, non è giusto comunque! E del resto uno Stato non istituirà mai una tassa dedicata solo all’aborto: sarebbe bersaglio fin troppo facile di tutti quelli che difendono i diritti dei bambini non nati. Inoltre una ‘tassa per l’aborto’ in Italia non potrebbe esistere, dato che la nostra Costituzione (art. 81) stabilisce il principio dell’unicità di bilancio: le entrate della Pubblica amministrazione sono un ‘tutto unico’, e non possono esistere collegamenti diretti tra una data entrata e una data spesa. Dunque non c’è scusa: protestiamo tutti scegliendo l’obiezione fiscale senza indugio. Chi ci sta? Chi desidera maggiori informazioni o vuole aderire può trovare documentazione e modulistica al sito: www.apg23.org/ambitidintervento/maternita-difficile/ obiezione-di-coscienza-alle-spese-abortive. Andrea Mazzi


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Campane a martello: suonare le campane per svegliare i cuori La cultura della morte dispone di enormi mezzi di diffusione: la quasi totalità dei mass media, la quasi totalità dei partiti, la quasi totalità degli insegnanti, degli psicologi, dei giornalisti… Un’idea ai sostenitori della cultura della vita per far crescere la coscienza della realtà, della legge morale.

S

arebbe un grave errore cedere alla disperazione per la sproporzione delle forze in campo. In realtà la forza della verità è immensamente superiore a quella della menzogna, anche se coloro che seguono la menzogna fossero moltissimi, e coloro che seguono la verità fossero pochissimi. La verità è invincibile in se stessa: il vero problema è aiutare gli uomini a non essere sconfitti dalla menzogna. Torna quindi la domanda: come possiamo farci sentire da loro se non abbiamo mezzi per raggiungerli? A ben guardare a noi è rimasto uno strumento che non possiede nessun altro. Uno strumento trascurato da tutti, ma di grande impatto sociale. Uno strumento ritenuto superato nella società dei media, ma in grado di farsi sentire da tutti, senza eccezioni, più di qualsiasi media. Uno strumento rudimentale, senza testi e senza immagini, ma nella sua semplicità chiaro e potente come il metallo di cui è fatto. Sì, stiamo parlando delle campane. Esse sono quasi la voce di Dio che chiama i suoi discepoli attorno al suo altare. Esse ricordano quando è il momento di radunarsi, o di fare festa, o di pregare nelle case, o di correre per un’emergenza, o di piangere per un dolore, o di fermarsi sul lavoro per recitare l’Angelus, o di raccogliersi in meditazione alle tre del venerdì, o di esultare per un grande annuncio, o di salutare un grande ospite. Esse sempre con il loro suono ci sorprendono e ci fanno pensare, ci svegliano. Il popolo

cristiano ha voluto metterle bene in alto, sui campanili che svettano tra le case e le piazze, perché tutti possano sentire il loro suono. E le migliori sanno anche cantare le note dell’Ave Maria, a vanto delle comunità che le hanno volute costruire e ad onore della Madre di Dio e della Chiesa. È venuto il momento di farle suonare per fare sapere a tutti che stanno annientando i loro figli. Per far sapere a tutti che non possono far finta di niente. Che non possono uccidere. Che non possono lavarsene le mani. Che devono piangere e agire. Per far sapere a tutti che devono dire ‘basta’! Che devono fermare gli assassini. I milioni di bambini uccisi prima della nascita non hanno potuto far sentire a nessuno la loro voce: le campane devono suonare per loro. Per dare voce alla giustizia, alle vittime dell’olocausto. Per svegliare le coscienze. Per far risorgere l’insopprimibile senso della verità, che Dio ha messo nei cuori di tutti gli uomini. Quei bambini uccisi ne hanno il diritto. Come ogni fedele defunto ha diritto che si suoni la campana per lui, così ognuno di loro ha diritto che si suoni a morto in pieno giorno,

perché tutti sappiano e piangano. E cambino vita. E cambino le leggi. Troveremo dei parroci disposti a farlo? Troveremo dei parroci disposti ad amare la verità più degli equilibri politici? Troveremo dei pastori che vogliono aiutare il loro gregge ad uscire dall’incubo della cultura della morte? Troveremo delle parrocchie che sapranno stare in piedi di fronte all’ingiustizia? Diciamo loro: suonereste le campane per salvare un bambino in pericolo? Certo che lo fareste; e allora sappiate che ogni giorno ne vengono uccisi a centinaia in Italia: datevi da fare. Chi sceglie di stare zitto per non disturbare i pochi fedeli rimasti, non si illuda: è solo nella fedeltà alla verità che potrà non perderli e trovarne di nuovi. Andiamo dunque dai nostri parroci e chiediamo che ogni settimana, nell’ora in cui nell’ospedale vicino si fanno gli aborti, suonino le campane a morto. Oppure suonino alle 12, all’ora sesta, l’ora della Crocifissione. Ed espongano un cartello che dica con chiarezza il motivo per cui suonano. E invitino tutti a fermare la strage. Preghiamo perché Dio ci liberi dalla paura, dai compromessi con la morte. Emulando l’eroico motto di Pier Capponi, che salvò Firenze dal saccheggio francese, possiamo dire al mondo con spirito di giustizia cristiana: “Suonate pure i vostri media, noi suoneremo le nostre campane”.   don Matteo Graziola


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Letture consigliate

Francesco Agnoli Perché non possiamo essere atei.

Carlo Bellieni Sento dunque sono. Sensi e sensazioni del feto.

Piemme

Cantagalli

L’ateismo non è una forma superiore di conoscenza e di moralità, né una conseguenza logica delle scoperte scientifiche, del progresso tecnico, delle valutazioni storiche sul passato dell’umanità. Contrapponendosi all’ideologia ateistica oggi rappresentata da scrittori e opinionisti molto di moda, l’autore esamina le attuali conoscenze scientifiche sul Big Bang, sull’evoluzione, sull’origine della materia, della vita e della coscienza, muovendosi al confine tra scienza e morale. Si analizzano le radici ideologiche dell’ateismo: quelle passate - il nazionalismo, il razzismo, l’eugenetica e il socialismo comunista - e quelle odierne - l’utopia dell’immortalità biologica tramite manipolazione genetica e clonazione. L’indagine rivela che ogni ateismo si è sempre trasformato in una forma di fede assoluta e dogmatica nell’uomo, nella scienza e nella politica. Ha promesso vanamente il proprio paradiso, ha invece realizzato il peggiore inferno sulla terra.

“Sento dunque sono” parla con semplicità e immediatezza dello sviluppo della sensorialità fetale; vi hanno contribuito alcuni dei ricercatori internazionali più autorevoli ed esperti in questo campo. Cosa ode il feto nel grembo materno, e cosa apprende dai suoni e dalle voci che sente? Sapevate che le preferenze alimentari si sviluppano prima della nascita? È vero che un feto sente dolore? Queste sono solo alcune delle domande a cui questo libro risponde. Sette capitoli densi e affascinanti scritti da specialisti di tutto il mondo, che vi riveleranno quello che non avreste mai immaginato sulla vita prenatale.

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Provita giugno 2013  
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