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CENTENARIO DELLA MORTE DI DON RUA

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a cura di Don Salvatore Spitale

1° e 2° viaggio di Don Rua in Sicilia

In queste celebrazioni centenarie di Don Bosco, di Don Rua, della congregazione, della presenza dei salesiani in varie città, spesso si sente l’esigenza di ritornare alla fonte, di riscoprire lo spirito genuino che ha vivificato la vita e l’azione dei primi salesiani. Leggere la loro biografia, i loro scritti, la cronaca delle loro “geste”, le impressioni di coloro che li avvicinavano e ascoltavano, può essere un modo di cogliere il segreto (se c’è un segreto) del loro successo. A qualcuno, a distanza di cento anni, può sembrare fuori moda (anche alcune parole lo sono) o “ingenuo” il racconto dei fatti e il modo di comportarsi degli attori della nostra cronaca, esagerate le manifestazioni di affetto e di venerazione suscitate negli altri, o forse bisognerà convenire che davanti al soprannaturale si diventa da tutti “ingenui”. Parlando di D. Rua vorrei farvi conoscere i viaggi che egli ha fatto in Sicilia e il suo interessamento per le opere e i Salesiani di Sicilia. Egli è venuto in Sicilia ben cinque volte. Cominciamo col primo e secondo viaggio.

1885 – 1° viaggio: Come rappresentante di 2 Terzo viaggio Don Bosco, nel mese di Aprile, 3 Quarto viaggio visitò la Casa di 4 Quinto viaggio Randazzo. Passò anche da Mascali, Nunziata e Bronte, dove c’erano già le FMA. Lo accompagnava il Coad. Giuseppe Rossi (Amedei I, pag. 342-43). Nell’aprile del 1885, Randazzo era la sola casa salesiana presente nell’isola e apparteneva all’Ispettoria Romana. Don Guidazio era il direttore. I Salesiani presenti nella casa erano 13. Vi erano anche 3 ascritti e due aspiranti. Nel novembre dello stesso anno si aprirà il S. Filippo Neri di Via Teatro Greco. 1 Primo e secondo viaggio

Don Bosco, pregava Don Rua a continuare a tenersi in relazione con le case accennate. Devotamente il Servo di Dio obbedì, e in aprile si recò a Roma, quindi proseguì il viaggio verso la Sicilia, per visitare il collegio salesiano di Randazzo, e le prime case di Maria Ausiliatrice in quell'isola, ed esaminare le proposte di altre fondazioni.


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sorpresa nel vederlo e al conoscerlo, che diceva: – Don Rua, di fisionomia non è bello, ma ha tale soavità e dolcezza di modi, che incanta; mai ho visto un uomo così attraente! » Io allora ero catechista e, d"accordo col direttore, l’invitai a predicare gli esercizi spirituali ai nostri alunni. Fattagli la proposta, accettò, ma nella sua Rua – riumiltà pose la corda il condizione di salesiano poter avere da Don FranTorino i quadercesco Pic- Randazzo: Chiesa e Collegio S. Basilio. netti delle sue collo – acprediche. Vennero questi, e i giovani del compagnato dal coadiutore Rossi Giucollegio S. Basilio ebbero la fortuna seppe, arrivò accolto dagli evviva festand’averlo a predicatore degli esercizi spiriti di 100 convittori e di molti alunni estertuali: e la sua chiarezza, l'unzione, e tanni. Eran pure a ricete altre belle qualità fecero sì che corriverlo l’Arciprete, il spondessero molto bene allo zelo del Sindaco e il Cav. Vasanto predicatore. I frutti, riportati abbongliasindi, amici e protettori del Collegio, ed altri molti signori della città. Portava ancor le tracce della stanchezza del lungo viaggio, fatto in terza classe e delle sei ore di carrozza, quante ce ne voDon G. Chiesa. gliono da Piedimonte Etneo a Randazzo; era però arzillo e sorridente; e la sua presenza fece una viva impressione in tutti. Nei giorni che egli passò a Randazzo, ci parve d'essere in continua festa. Un chierico, già adulto ed aspirante alla vita salesiana, che mai l'aveva veduto, ricevette una così gradita Catania: Oratorio salesiano “S. Filippo Neri”. Il suo passaggio lasciò dappertutto un'impronta incancellabile. A Randazzo, «Don


allegato 1 dantemente, abbiamo potuto constatarli in seguito, nella loro condotta, migliorata e più fervorosa. Parecchi giovani palesarono che Don Rua aveva letto nella loro coscienza. » L'impressione da lui lasciata nel cuore di tutti fu così profonda, che molti, dopo vari anni, lo ricordavano ancora e parlavano con riverenza ed affetto. Noto, tra le altre cose, questa: un giorno, essendo circondato da parecchi giovani esterni, fissò il suo sguardo sopra uno di essi e gli disse – Tu sarai mio figlio! – Il giovane faceva allora la quarta elementare: dopo quattro anni si decise per la vita salesiana, si portò a fare il noviziato a Valsalice e fu, com'è tuttora, un salesiano molto attivo e zelante, e fu anche direttore». Visitò anche le Case delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Mascali, Bronte e Nunziata. A Mascali – scrive Suor Maria Giaccone — «fu un vero trionfo: spari di mortaretti, scampanii, musica; tutto il paese accorse per udire la sua dolce parola, arrampicandosi persino alle inferriate; tutti eslamavano: – Abbiamo visto un santo! » A noi, suore, lasciò questi ricordi: — di farci sante con l’osservanza delle nostre Costituzioni, coll'allegria, coll'attirare alla vera pietà le giovinette, e con l'abbandono in Dio».

1892 – 2° viaggio: Accompagnato da D. Francesia, sbarca a Palermo, prosegue per Marsala. Passò da Caltanissetta e arrivò a Catania. Visitò Trecastagni, Bronte, Randazzo, Mascali Acireale, Alì Marina. (Amedei vol. I, pag. 573-580).

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Marsala: Casa della Divina Provvidenza.

Nel 1890 era stata eretta l’ispettoria Sicula. Nel momento della visita – Febbraio – le case dell’ispettoria erano 4: Randazzo – S. Filippo Neri – Cibali – Alì. Nello stesso anno 1892 si apriranno Bronte – Marsala e il 29 settembre (onomastico di D. Rua) Mascali (noviziato). Da Roma, in compagnia di Don Francesia, si recò in Sicilia dove non era ancora stato dopo la morte di Don Bosco. Scese a Marsala per combinare l'accettazione della Casa la Divina Provvidenza, accolto a festa dagli alunni dell'istituto, che gli cantarono un inno, scritto, per la circostanza, dal prof. Gambini e musicato dal M° Tumbarello. E vi tenne una pubblica conferenza, alla quale accorse un popolo immenso; e, mentre stava per partire ed era circondato da vari signori, tra cui il suddetto prof. Gambini con due dei suoi figliuoli, voltosi a questi, prese ad accarezzare le testoline e domandò loro come si chiamassero. Sentendo che l'uno si chiamava Michele e l'altro Luigi, esclamò pensoso: – Anch'io mi chiamo, Michele, ed aveva un fratello che si chiamava Luigi... e siamo rimasti orfani in tenera età!... Venite con me alla Casa degli Orfani; venite, vi terrò carissimi.


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A quel dialogo il padre dei piccini restò perplesso, e stringeva in silenzio la mano al Servo di Dio, per accomiatarsi; e Don Rua: – Arrivederci! — gli disse — arrivederci in paradiso, Ciascun dei presenti — dichiara il can. Ignazio De Maria nella propria mente pensava: — Oh! che brutto augurio questo sant'uomo fa a questi fanciulli!... Il fatto si è che il padre, dalla dimane, si ammalò e, dopo pochi giorni, colpito da una terribile meningite, assistito da me canonico De Maria e spesso visitato dal suo compare e collega Polizzi Galgano prof. Antonino, rendeva l’anima a Dio, lasciando orfani Luigi e Michele, ed altri tre figlioli». Da Marsala, attraversando la Sicilia e sostando a Caltanissetta, si portò a Catania. Ogni ceto di persone si commosse al suo arrivo, e l'accolse come un amico e come un padre. I piccoli catanesi gli si affollavano attorno, come ad una vecchia conoscenza carissima, e pareva gli dicessero: — Mandi, mandi chi si prenda cura di noi ! I Salesiani avevano aperto in città un fiorente Oratorio festivo (S. Filippo Neri), e da poco tempo un Ospizio (S. Francesco di Sales). Don Rua fu ospite all’oratorio, e rimase consolato nel veder più di 400 giovani, sui 18 anni, frequentarne le scuole serali, molti altri le diurne; e da 500 a 600, quasi tutti alunni delle scuole medie ed alcuni, delle famiglie più aristocratiche, accorrere all'Oratorio nei giorni festivi. E subito — scrive il sac Francesco Piccollo: «vide quante vocazioni si preparavano per la nostra Pia Società, e si occupò intensamente dei giovani, accettando parecchie funzioni religiose per loro; e trattenendosi a lungo con i migliori. E tanta fu l'impressione reciproca, che, anche

allegato 1 dopo molti anni, egli ricordava persino i nomi di parecchi e questi parlavano spesso di lui, come di un santo». La sua visita fu «una pioggia benefica per quella casa. Tutti, in seguito, ricordavano i suoi saggi consigli. E fu vantaggiosa anche per il bene generale delle Case salesiane della Sicilia, perché, proprio allora, venne l'idea d’aprire una casa di formazione di nuovi salesiani nell'Isola. Infatti, pochi mesi dopo, non ostante malte difficoltà, il noviziato si potè iniziare, provvisoriamente, a Nunziata di Mascali; ed io fui ben lieto, quando, incaricato a questo compito, nel settembre dello stesso anno, giorno dell’onomastico di Don Rua, potei condurre con me ben 12 alunni dell'Oratorio dei Filippini a cominciare il noviziato. Fu allora che Don Rua, oltre alla paterna benedizione, volle inviare una bellissima statua del Sacro Cuore, che ancor si venera sull'altare della casa di S. Gregorio, dove poi si traslocò il noviziato, e vi rimase qual segno perenne dell'affetto di Don Rua per quella casa». Fu a visitare anche le Figlie di Maria Ausiliatrice, «chi può dire — si legge nella cronaca dell'istituto — l'entusiasmo delle alunne, vedendo per la prima volta il nostro veneratissimo ed amatissimo Padre e Superiore Maggior Don Michele Rua?... Celebrò la S. Messa nella nostra chiesa e visitò suore e ragazze, che lo accolsero con dimostrazione di filiale affetto. Il giorno 16 celebrò di nuovo Messa, qui alle Verginelle, e riceveva i rendiconti, dandoci infine l’indimenticabile addio». Tra le persone distinte che vennero a trovar Don Rua – prosegue Don Piccollo – vi fu il comm. Giannetto Cavasola di Pecetto Torinese, allora Prefetto della città, il quale lo invitò ad andare al palazzo della Prefettura per assistere al passaggio del corteo trionfale di S. Agata, ricor-


allegato 1 rendo in quei giorni la festa di questa Santa Patrona della città di Catania. Ad accompagnarli, oltre Don Francesia, eravamo Don Chiesa, direttore dell'altra casa, ed io. Per assistere a tutto lo spettacolo grandioso fummo condotti ad una bellissima balconata, dalla quale si domina tutta quanta la via Stesicoro-Etnea, la più bella della città, e Don Rua, ai fianchi del Prefetto e da noi circondato, si vide innanzi uno spettacolo unico. La grande via Etnea era rigurgitante di popolo; e il corteo, che portava la Santa, s'avvicinò lentamente, finchè giunse quasi sotto ai suoi occhi. Quando sentì quel tradizionale grido che si ripete da

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quasi mille anni: Cittadini, viva Sant'Agata, accompagnato dallo sventolio di migliaia di fazzoletti: quando vide le lacrime delle pie devote, il fervore di tutta quell'immensa popolazione che non viveva allora che per la sua Santa concittadina, e, più ora, quando si appressò il carro trionfale, tutto d'argento, pesante, enorme, trascinato da ben 200 devoti, vestiti di bianco camice: e vide l'Urna sacra contenente il busto bellissimo della grande Martire, che, sorridente, pareva corrispondesse all'entusiasmo che arrivava in certi momenti a toccare il delirio e ripetesse col magnifico e regale sorriso del suo volto: — Per me Civitas Catanensium sublimatur a Christo! (come la Chiesa dice nel suo ufficio), si commosse visibilmente; si vide qualche lacrima spuntargli sul ciglio, ed egli pure, partecipe di quella gioia universale, non faceva che esclamare: – Oh che bello spettacolo! Che fede!... Pare che S. Agata riviva in mezzo ai suoi concittadini! Si, viva S.

Don F. Piccollo.

Catania: Ospizio salesiano “S. Francesco di Sales”.


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Agata!... Alcuni dicono che in questo spettacolo v'è dell'esagerato e del meridionale. Ma non scorgo altro che fede, pietà ed entusiasmo lodevole! E un fiume di gioia santa, che inonda Catania! E così, senza che ne fosse consapevole, si accordava col pensiero e colle parole, che nell'ufficio della solennità, la Chiesa mette sulle labbra della Santa: Fluminis impetus letificat civitatem Dei! (nell'ufficio del Trasporto e ritorno delle reliquie; di S. Agata a Catania). E, proprio in quei momenti, incaricava Don Francesia di scrivere un fascicolo delle Letture Cattoliche sulla vita e sulle feste di S. Agata». Il direttore del nuovo ospizio da poco aveva radunati in particolare conferenza tutti i, Cooperatori Catanesi, ed il Servo di Dio volle egualmente parlare ad essi, la domenica 14 febbraio, nella chiesa di S. Filippo Neri; e Don Luigi della Marra, dell'Ordine di S. Benedetto, segretario del Card. Arcivescovo, ce ne ha lasciato il resoconto nel periodico La Campana: «Fu il medesimo Successore del venerando Don Bosco, il Sac. Michele Rua, che questa volta rivolse la sua tanto desiderata parola ai Cooperatori Salesiani Catanesi, che in numero consolante e straordinario accorsero per vedere ed udire un tant'uomo. » Non è facile descrivere l'impressione che destò in tutti la presenza di questo primogenito e successore del Vincenzo de' Paoli del nostro secolo. Scarno in viso, ma pur dolce come il suo S. Francesco di Sales, nel portamento e nel piissimo tratto immagine viva di Bosco che lo ha formato, egli parlò per circa un'ora, ma con parola semplice, insinuante e tutta spirante carità e dolcezza. » Ricordò, come in riassunto, le principali “imprese” compiute dalla Società Salesiana nello scorso anno, i ristauri

allegato 1 cioè del Santuario di Maria SS. Ausiliatrice terminati per l'occasione del giubileo delle Opere Salesiane, l'Ospizio del S. Cuore di Gesù in Roma quasi condotto a termine, e le iniziate missioni di Africa e di Palestina, che già promettono un'abbondante messe per la salute delle anime in quei paesi. » Parlò inoltre di Catania; del bene che si fa alla gioventù coll'Oratorio festivo di S. Filippo Neri; accennò alle grandi speranze che in pro della povera gioventù ha diritto di concepire la nostra città col nuovo Ospizio già cominciato, e che si desidera presto condotto a compimento, e si raccomandò colle più efficaci e persuasive parole alla carità dei Cooperatori. » Concluse poi col dimostrare i grandi premi e vantaggi con cui Dio premia le. persone benefiche; i quali premi e vantaggi, se qui in terra sono in proporzione del cento per uno, sono però molto maggiori, anzi infiniti, nella vita futura, giusta le promesse del Divin Salvatore. » Sua Eminenza il Cardinal Dusmet, veneratissimo Arcivescovo di Catania e grande amico de' Salesiani, volle presiedere a tutte e due le pie adunanze, e dopo i conferenzieri con nobilissimi ed inspirati accenti approvò quanto si era detto, aggiungendo alle parole di Don Chiesa, che la nuova Casa deve ripetere il suo incremento dalla generosa carità dei Cooperatori Catanesi, ed a quelle di Don Rua, che l'opera del Salesiano è destinata a salvare il mondo, a portare vita dove è la morte spirituale, la luce dove son le tenebre dell'ignoranza, il bene dove regna l'opera del male; e terminò ambedue le volte coll'invocare le divine benedizioni sopra la pia e devota adunanza». Di quei giorni cadeva ammalata, per emorragia cerebrale, la Baronessa Francica Nava di Bontifè, madre del Nunzio


allegato 1 Apostolico, che Don Rua aveva tanto affettuosamente ricordato a Liegi. «Questa nobile signora, tanto insigne per la pietà, quanto ammirata per la carità — narra Don Francesco Piccollo – considerata come la madre di tutti i poveri e infelici della città. Dalle sue beneficenze non eravamo esclusi noi Salesiani, che eravamo a due passi dal suo palazzo, anzi, si può dire, che eravamo i preferiti. Colpita, da malattia mortale, mentre il figlio si trovava lontano in qualità di Nunzio Apostolico nel Belgio, la famiglia si trovò nella massima costernazione; Don Rua fu invitato ad andare a benedirla, accettò ben volentieri, e si recò da lei, accompagnato da me e da qualche altro confratello. La poveretta stava immobile sul letto, possiam dire, di morte; non comprendeva più nulla, e il male era sì grave, che poca speranza rimaneva di guarigione. Don Rua, alle lagrime dei parenti, la benedisse, pregò per lei, e confortò tutti a sperare. Dio esaudì la preghiera del suo Servo: nella notte stessa cominciò a riaversi e poi a migliorare, tanto che in tempo così breve, quale non si sarebbe potuto sperare, si alzò completamente risanata», e visse, sebbene di età avanzata, ancora parecchio. Il Servo di Dio visitò tutte le case salesiane e quelle delle Figlie di Maria Ausiliatrice, dell'Isola, e fu a Trecastagni, a Bronte, a Randazzo, a Mascali, ad Acireale, ad Ali Marina, suscitando ovunque festose manifestazioni, anche tra i Cooperatori. Ad Ali Marina appena si seppe che doveva giungere, si raccolsero allo scalo della ferrovia tutti i giovinetti dell’Oratorio e l'accompagnarono alla casa, e con inni e canti gli dimostrarono il loro affetto così cordialmente, che ne fu assai impressionato. Anche quando partì, accorsero in massa alla stazione e con la mestizia,

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che avevan dipinta sul volto, dissero chiaramente il fascino che aveva esercitato su loro. Nel 1892 — ricorda Suor Maria Genta — «mi trovavo in Sicilia, nel collegio dell'Immacolata in Mascali Nunziata ed avendo in poco tempo perduta la mia povera mamma, la quale lasciava un unico figlio e due figlie ancor molto giovani affidate a mio padre, rimasi profondamente afflitta, temendo soprattutto per l'avvenire delle mie sorelle. Intanto il reverendissimo signor Don Rua venne a visitare quella casa ed io gli domandai una benedizione per la mia famiglia. Ed egli mi disse queste precise parole: – Scrivete a vostro padre, che vi è un posto anche per lui in Congregazione. A me pareva una cosa impossibile, conoscendo le abitudini di mio papà e le condizioni della famiglia; ma dopo sette anni la profezia si avverava; le mie sorelle sono tutte e due suore, e mio padre entrò tra i Salesiani, e vi restò contento molti anni, dal 1894 sino alla morte». Quando fu di passaggio a Caltanissetta, dal Sac. Alfonso Palermo, Rettore della Chiesa di San Sebastiano e Prefetto dei Chierici, gli vennero presentati questi in sacrestia. «Noi a quella vista – ricorda uno dei presenti, il can. Michele Gerbino — restammo edificati; ci sembrò un santo, e ci parlò di santificazione. Ed appena fu per accomiatarsi, tutti cominciarono a baciargli la mano; e quando toccò a me tale fortuna, il prefetto Palermo gli si fè a dire: Don Rua; veda questo chierico e quest’altro (il chierico Giuseppe Polizzi), stamane smetteranno l'abitò talare e andranno a consegnarsi al distretto per indossare la divisa militare; già sono stati visitati e dichiarati abili. » E Don Rua, con quella sua semplicità e come se fosse una cosa da nulla, rispose: No, uno di costoro stamane non


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metterà la divisa militare. » — Come? si fè a dire il prefetto Palermo; già sono stati dichiarati abili, e andranno a fare il servizio. E Don Rua di nuovo: — No! Ce ne andrà soltanto uno!» A quelle parole, dette da un santo, io e l’altro chierico, ora pure sacerdote, ci mettemmo in pensiero, e ci domandavamo a vicenda, in modo che sentisse anche Don Rua, chi dei due sarebbe stato esentato; ma egli non diede più risposta. » Intanto la mattina andai a consegnarmi al distretto, e mentre stavo lì per essere l'ultima volta visitato ed indossare la divisa militare, per ispirazione di Maria Ausiliatrice mi venne in mente di presentarmi al tenente di matricola signor Gennacci e gli esposi il caso, se mai un mio fratello potesse surrogarmi nel servizio militare. Il tenente accettò di buon grado la mia proposta e mi disse: – Vada presto a chiamare suo fratello, ché lo faremo visitare. – Infatti io e mio fratello lo stesso giorno fummo visitati, e fu accettata la surrogazione. » Ripresi l'abito chiericale e mio fratello, dopo pochi giorni, partì per Vicenza, ove, arrivato, fu dal medico dichiarato non idoneo: quindi tornò a casa, ed io fui nuovamente chiamato al distretto per partir subito. Pensai di far presentare un altro fratello per la surrogazione, e, mentre questi veniva visitato, il capitano medico mi diceva: Se quest’altro fratello sarà dichiarato inabile, ne tiene forse ancor qualche altro per surrogarlo? Risposi: Si, ne ho ancor un altro. Ma il secondo fratello venne dichiarato abile, e si scrisse al Ministero per l'accettazione della surrogazione. Nel frattempo, io non poteva essere licenziato, e da dodici giorni me ne stavo al distretto in aspettativa, quando il tenente Gennacci, tutt’ansante, mi chiama,

allegato 1 e mi consegna la lettera di un certo Poli, che aveva fatto ricorso al Ministero, dicendo che io aveva corrotto gli impiegati e il colonello, per sottrarmi al servizio militare. Ma il colonello rispose al ministero che tutto ciò era falso. » Un altro giorno si presentò a me il capitano del distretto a bruciapelo mi dice: — Che cosa fa lei qui? — Rispondo: Attendo il permesso dal Ministero, per fare la surrogazione un mio fratello. — E allora indossate la divisa militare andate a fare servizio in compagnia! — e chiama il furiere Ponzoni, fa portar tutta la roba e lo zaino, e mi ordina di vestirmi da soldato e di andare a raggiungere la compagnia che si trovava all'istruzione in piazza d'armi. » Partito il capitano, il furiere mi consigliò di esporre il caso al capitano della maggiorità, il quale, senz'altro, ordinò di andarmene in cortile. E la dimane, appena il capitano della compagnia si accorse che non avevo ancor indossato l'abito militare, montato sulle furie, chiamò il furiere e gli impose di mettermi in prigione; e il furiere di nuovo mi consigliò di recarmi dal capitano della maggiorità, che mi presentò al colonnello, cui esposi il mio caso. » E il colonnello, seccato, disse: – Comunicate al capitano della compagnia che al soldato Gerbino non spetta vestire la divisa militare, perché è a disposizione del Ministero, » E dopo tre giorni giunse dal Ministero il permesso, e così fu accettata la surrogazione con l'altro mio fratello, verificandosi tutto quanto aveva predetto Don Rua...».


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DUE INEDITI DI DON RUA Quasi pronti di andare in stampa, ci arriva, anonima, una gradita sorpresa. Lascio a voi giudicare. Ci limitiamo a pubblicarla, felici che l’anonimo corrispondente abbia scelto la nostra rivista per far conoscere la sua scoperta. La Redazione

Certamente non avrò l’onore che un poeta mi dedichi una poesia come fece il Leopardi per il Cardinale Angelo Mai, del resto questi aveva scoperto cose ben più importanti di me, né mi arriverà un titolo cardinalizio. Ma per noi Salesiani e proprio in questo momento, centenario di Don Rua, trovare due lettere “inedite” del Beato indirizzate ad un salesiano di Sicilia se non è della stessa importanza delle cose scoperte dal Cardinale, poco ci manca. Rovistare tra i libri è sempre utile: s’impara e si possono fare delle scoperte interessanti. Le due lettere sono indirizzate a D. Francesco Savini, che si trovava nella casa del S. Filippo Neri di Catania. L’una è del 1893 e l’altra del 1897. Tutte due vengono da Torino. La prima pagina delle due lettere hanno una forma standard, preparata, molto probabilmente, vivente D. Bosco perché vi si dice che il pensiero scrittovi è di “sua mano” di D. Bosco. Bastava aggiungere data e destinatario. Il retro sono le vere lettere. Si riferiscono a domande del Savini o ad esortazioni. Chi era il Savini?

Sac. SAVINI Francesco nato a Cergnago (Pavia) il 2 maggio 1858; prof. a Torino Valdocco il 13 settembre 1878; sac. a Venezia il 18 dicembre 1886; † a Messina-S. Luigi il 5 novembre 1933. Sepolto a Messina. Dopo il noviziato e la prima professione a Valdocco, fu a Borgo S. Martino e due anni a Penango. Studiò teologia a Valsalice e a Este. Dopo due anni di Faenza, alla fine del 1889 lo troviamo a Catania-S. Filippo Neri. Ancora un anno a Randazzo e un altro al S. Francesco di Sales. Nel 1892 ritornò al S. Filippo Neri e fu incaricato dell’oratorio festivo femminile S. Rosalia. In quegli anni i Salesiani avevano aperto un oratorio festivo alla Salette, denominato “Leone XIII”. Don Savini dal 1894 al 1901 ne fu l’anima e il direttore meritandosi la gratitudine e la stima di centinaia e centinaia di figli del popolo oggetto delle sue paterne cure1. Fu anche direttore a Catania-S. Filippo Neri dal 1902 al 1905 e a Marsala negli anni 19051908 e poi a Borgia per un anno. Dopo un anno a S. Gregorio e uno a Monteleone (Vibo Valentia) trascorse cinque anni a Bova Marina. Gli ultimi anni li passò tra Randazzo e Messina-S. Luigi. Quivi morì.

– L’accenno che si fa, nella lettera del 1897, agli artigianelli certamente riguarda i ragazzi dell’Oratorio “Leone XIII”. D. Savini appartenente alla comunità del S. Filippo Neri, che non aveva artigianelli, era incaricato dell’ Oratorio “Leone XIII” della Madonna della Salette.

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Lettera di Don Michele Rua a Don Savini Francesco del 1893

(trascrizione)

Torino il 28 – 8 – 93

Carissimo D. Savini a Catania. Ti ringrazio della gradita tua lettera e penso farti una risposta di tuo gusto col mandarti un bel pensiero del nostro amatissimo D. Bosco scritto di sua mano: Dio detesta il peccato e chi lo commette; ma la sua misericordia è senza limite. Sac. Gio. Bosco Gradisci i miei cordiali saluti e prega il Signore pel tuo aff.mo in G. e M.

(retro)

Sac. Michele Rua

P.S. Dalla tua carissima rilevo con piacere la buona volontà che hai di servire con tutto l’impegno possibile il buon Dio facendo, ove occorra, di buon grado sacrifizio della tua volontà per seguire quella dei santi divini precetti, e degli evangelici consigli. Sii sempre contento nel fare il bene e riporta spesso belle vittorie sopra te medesimo, che verran scritte a caratteri d’oro nel libro della vita e ti saran generosamente premiate in cielo. Sono molto contento che anche costì possiate diffondere la bella divozione a Maria SS. e che si trovino dei bravi cooperatori che vi offrano i mezzi per rendere sempre più splendido il suo culto e più diffusa la sua divozione, questo ci prova sempre di più che Maria ci fa da buona madre; procuriamo di esserle figli divoti. Salutami tutti i ca(rissi)mi conf(rate)lli. Ti unisco il ricordo di D. Bosco che mi hai domandato.

Lettera di Don Michele Rua a Don Savini Francesco del 1897

(trascrizione)

Torino il 8 – 7 – 97

Carissimo D. Savini in Catania. Ti ringrazio della gradita tua lettera e penso farti una risposta di tuo gusto col mandarti un bel pensiero del nostro amatissimo D. Bosco scritto di sua mano: Chi protegge gli orfanelli sarà benedetto da Dio nei pericoli della vita e protetto da Maria in morte. Sac. Gio. Bosco Gradisci i miei cordiali saluti e prega il Signore pel tuo aff.mo in G. e M.

(retro)

Sac. Michele Rua

P.S. ho ricevuto la gradita tua del 26/6 e mi rallegrano le notizie che mi dai intorno ai tuoi cari artigianelli: coltivali bene e troverai de’ bei cuori compresi di molta riconoscenza e capaci a divenire ottimi Salesiani, ci vuole solo carità, pazienza, zelo prudente nei superiori che ne hanno la cura immediata. Quanto a tuo nipotino ho rimesso la tua dimanda al nostro caro Direttore D. Farina non senza accompagnarla con raccomandazione. Sta allegro e prega per me. Ti spedisco contemporaneamente un libretto di privilegi ed indulgenze a noi concesse, secondo la dimanda che me ne fai.

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Inserto notiziario aprile 2010