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Questa opera è voluta da Diana Zoboli


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Giacinto Milano ‌ un salice al bordo dei fossi


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Giacinto Milano (1919-1986)

La nascita Giacinto Milano nasce a Farigliano, in provincia di Cuneo, il 21 maggio del 1919. La sua è una famiglia di contadini piuttosto benestanti: il padre, Michele, e la madre, Rosa Romanisio, possiedono infatti terre coltivate, prati e vigne, oltre a numerosi capi di bestiame. Il borgo natale di Giacinto è in realtà una piccolissima frazione di Farigliano (paese che intorno agli anni Venti contava poco più di 3.000 abitanti), Naviante, situato nella zona della Langa monregalese, quasi al confine tra la pianura e la collina, Langa così ben descritta nei romanzi di Cesare Pavese e Beppe Fenoglio1. 5

Il periodo in cui nasce è segnato da profondi sconvolgimenti politico-sociali scatenatisi al termine della Grande Guerra (siamo nel pieno di quello che passerà alla storia come il “biennio rosso”), che porteranno nel breve volgere di pochi anni al crollo del regime liberale. Ma si tratta di faccende che si verificano per lo più nelle caotiche ed insicure città, i cui echi non giungono di certo nella campagna in cui vive la sua famiglia. Tutto lascerebbe presupporre quindi una probabile vita serena. Ma purtroppo, nello stesso anno in cui nasce, Giacinto rimane orfano di madre (Rosa Romanisio è infatti vittima della influenza “spagnola”, la terribile pandemia, il cui virus, probabilmente portato in Europa dalle truppe statunitensi sbarcate in Francia nel 1917, quasi a tragico coronamento della immane carneficina provocata dalla Grande Guerra, miete fra il 1918 e il 1919 qualcosa come 50 milioni di vittime circa). Michele rimane quindi vedovo con un bambino appena nato ed assume pertanto una balia cui affidare la cura del figlioletto: la donna si chiama Annetta, che, pur non essendo sua parente, fa anche lei Milano di cognome. Dopo un paio d’anni i due si sposeranno e avranno due figli, Domenico, che nascerà nel 1925, e Teresa, che vedrà la luce nel 1931.

1 Vedi, ad esempio, di Cesare Pavese, La casa in collina, Einaudi, Torino, 1949 e La luna e i falò, Einaudi, Torino, 1950; di Beppe Fenoglio, La malora, Einaudi, Torino, 1954 e Una questione privata, Einaudi, Torino, 1963.


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L’infanzia

Foi da plé Il papà di Giacinto ha tre grosse passioni: le donne, il vino e soprattutto il gioco d’azzardo, passioni queste – per non dire vizi veri e propri – molto pericolose, soprattutto le ultime due, l’abbondante consumo di vino e il gioco, molto diffuse nella zona, che molto spesso altro non erano che strumenti di evasione da una realtà quotidiana sempre uguale a se stessa, assai povera di gratificazioni di altro tipo, e che messe assieme rischiano di generare spiacevoli conseguenze, che quasi inevitabilmente si verificano. Michele infatti perde proprio a carte una buona parte del patrimonio di famiglia, sventura capitata in quelle terre a molte altre persone. Nuto Revelli ha descritto nel suo celeberrimo Il mondo dei vinti le varie figure, quasi istituzionalizzate, che ruotavano attorno al mondo del gioco d’azzardo: dal baro, chiamato sola, o pela foi (pela stupidi), che con i suoi compari si spartiva il territorio e i polli da spennare, ed era sempre alla ricerca di nuovi foi da plé, alle vittime dei raggiri, i foi plà 2. Le conseguenze di queste disavventure ai tavoli da gioco sono tanto spiacevoli quanto prevedibili, e determinano grosse difficoltà economiche, con inevitabile perdita di condizione sociale. Ne fa le spese il piccolo Giacinto, il quale, terminati i primi tre anni delle elementari, viene avviato precocemente, come spesso accadeva all’epoca, al lavoro dei campi (i cinque anni di scuola elementare obbligatoria arriveranno solo con la riforma Gentile del 1923). La tradizionale vita contadina, con i suoi tempi e i suoi rigidi ritmi di lavoro, scandisce la sua esistenza fino al 1939, quando viene chiamato ad adempiere agli obblighi militari e a dare il proprio contributo alla patria fascista nel corpo degli Alpini (destinazione praticamente obbligata per un cuneese come lui).

2 Nuto Revelli, Introduzione a Il mondo dei vinti, Einaudi, Torino, 1977, p. LXXVII.

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Nella pagina precedente Giacinto a 6 anni e di fianco la famiglia della mamma Rosa Romanisio

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Il soldato Giacinto

Guerra! Nel frattempo però è scoppiata la Seconda guerra mondiale alla quale anche l’Italia, dopo l’iniziale fase di non belligeranza, ha aderito schierandosi al fianco della Germania nazista, illudendosi che la iniziale travolgente avanzata delle armate tedesche potesse portare ad una rapida conclusione del conflitto, e che pertanto fosse necessario pagare un tributo simbolico di “alcune migliaia di morti”, come disse lo stesso Mussolini, da spendere per potersi sedere da vincitori al tavolo della pace. Tale decisione, come sappiamo, si rivelerà del tutto errata, e farà precipitare il paese in un tragico baratro di terribili sofferenze. 11

Il soldato Giacinto ovviamente non sfugge alla mobilitazione bellica, e, non appena congedato dagli Alpini, viene subito arruolato nell’Arma dei Carabinieri. Pur avendo sempre mantenuto un certo riserbo su questa fase della sua vita, si sa che prende parte alla disastrosa campagna di Grecia (ottobre 1940–maggio 1941), proprio quella in cui, secondo la famosa definizione del capo del fascismo, il nostro paese avrebbe dovuto “spezzare le reni” al popolo ellenico, decisa nell’illusione, a quel tempo coltivata da Mussolini, di essere in grado di combattere una guerra parallela a quella dell’alleato tedesco, ma che al contrario segnerà la completa subalternità dell’Italia ai tedeschi, costretti ad intervenire per levare le castagne dal fuoco ai poco affidabili alleati italiani, la cui offensiva aveva da subito incontrato gravi difficoltà. Al ritorno dalla Grecia, il battaglione di cui Giacinto fa parte viene mobilitato in vista dell’invio sul fronte russo nell’ambito dell’Armata italiana in Russia (Armir) – fortissimamente voluta da Mussolini quasi a dispetto della volontà dei tedeschi, piuttosto indifferenti riguardo all’ipotesi di combattere al fianco di un consistente contingente di truppe italiane – alla quale prende parte, così come in Grecia, anche l’Arma dei Carabinieri. Che Giacinto fosse sul punto di partire è dimostrato dai dizionari italiano-russo e italianorumeno dati in dotazione a lui e a tutti coloro che erano stati arruolati per questa impresa, che egli conserverà anche in seguito.


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Una fortuna insperata

Carabiniere Se non che un infortunio ad una spalla (frattura o lussazione), che si rivelerà quanto mai provvidenziale, gli impedisce di prendere parte alla spedizione; e così, mentre i suoi commilitoni prendono la via della Russia, lui si ritrova ricoverato presso l’ospedale militare di Cuneo. Considerato l’esito disastroso di quella campagna (dei quasi 230.000 soldati inviati al fronte i superstiti furono solamente 115.000 circa, in pratica la metà), il cui orrore ci è stato tramandato da importanti opere letterarie3, si può ben dire che Giacinto sia stato piuttosto fortunato a non partire: in fondo è come se il destino, che troppo presto lo aveva reso orfano della madre, avesse voluto in qualche modo risarcirlo. Ripresosi dall’infortunio viene destinato al servizio di un alto ufficiale dei Carabinieri, che in seguito diverrà generale, in qualità di membro della di lui scorta personale e inviato in Francia, nelle zone della Provenza vicine al confine con il Piemonte occupate dal regime in seguito all’offensiva, per altro rivelatasi del tutto fallimentare dal punto di vista militare, lanciata contro il paese transalpino nel giugno del 1940 e passata alla storia come la “pugnalata alla schiena” – come ebbe a definirla il presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt –, esempio di aggressione proditoria ad un paese che aveva appena capitolato di fronte alle armate naziste ed era sul punto di firmare un armistizio con la Germania. Si presume che abbia prestato servizio, come detto, in Provenza, in una località non meglio precisata della Costa Azzurra (forse Saint Paul de Vence), in un periodo compreso tra la fine del 1941 ed il principio del 1944.

3 Tra le tante che si potrebbero citare ricordiamo: Nuto Revelli, La guerra dei poveri, Einaudi, Torino, 1963; dello stesso autore vedi anche La strada del davai, Einaudi, Torino, 1977; Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve, Einaudi, Torino, 1965; Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio, Mursia, Milano, 1969.

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8 settembre 1943

La prigionia Proprio mentre è in Francia viene sorpreso, come tutti i soldati italiani, dal fatidico otto settembre del 1943, una delle date simbolo della storia italiana del secolo scorso, il momento di gran lunga più drammatico di tutto il periodo bellico, quando, in seguito alla stipula dell’armistizio con gli angloamericani, si verifica il tristemente noto dissolvimento generalizzato delle strutture dello stato, da taluni in anni recenti troppo sbrigativamente etichettato come evento che avrebbe provocato niente meno che la “morte della patria”4, ma che in realtà, molto più semplicemente, ha segnato la morte della patria monarchico–fascista responsabile dell’entrata in guerra dell’Italia e della conseguente disfatta. È un momento in cui le sorti della nazione sono paurosamente in bilico, uno di quei bivi della storia, una di quelle svolte epocali che costringono un po’ tutti, anche persone comuni come Giacinto, a prendere una decisione ed a fare una scelta che non ammette vie di mezzo: o di qua o di là. E Giacinto, che non aveva approfittato dello sbandamento generale dell’esercito – lasciato completamente in balia degli eventi e privo di direttive di alcun tipo – e non si era dato alla fuga (forse non era nelle condizioni di farlo anche avendolo voluto), venendo immediatamente arrestato (sorte toccata nello stesso periodo a nientemeno che 800.000 soldati italiani), messo di fronte all’alternativa se aderire o meno alla Repubblica sociale italiana (Rsi), nel frattempo costituitasi dopo la liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi, fa la sua scelta e decide di non arruolarsi, a costo della libertà personale. A causa di questa sua decisione viene infatti imprigionato e rinchiuso in una nave ormeggiata presso la rada di Marsiglia.

4 Vedi Ernesto Galli Della Loggia, La morte della patria: la crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, Roma-Bari, 1996.

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Un esempio emblematico di Resistenza morale

La fuga Sembra opportuno e doveroso sottolineare l’importanza di questo tipo di scelta, fatta tra l’altro da una persona che in seguito deciderà, come avremo modo di vedere, di non combattere nelle fila del movimento partigiano, tanto più in un’epoca come quella in cui stiamo vivendo, nella quale vanno per la maggiore revisioni storiche, quando non rimozioni vere e proprie – affermatesi forse in parte per reazione a precedenti ricostruzioni che hanno eccessivamente mitizzato l’esperienza della Resistenza – tendenti a rivalutare, non si capisce bene su quali basi, la presunta “buona fede” di chi invece fece la scelta opposta, decidendo di schierarsi al fianco dei nazisti. Si può legittimamente affermare che quello di Giacinto sia stato un esempio emblematico di quella resistenza morale al fascismo che, pur non potendo essere assimilata alla lotta armata, della quale non si vuole certo misconoscere l’importanza, ha riguardato una buona parte della popolazione italiana, accomunando soggetti non direttamente coinvolti, come ha scritto lo storico Pietro Scoppola, “nei disegni di mobilitazione degli opposti schieramenti”5. Questa realtà è stata troppo spesso ignorata, in ossequio ad una concezione eccessivamente eroica dell’antifascismo, visto come un sentimento totalizzante che comporta decisioni esistenziali radicali e definitive, e pertanto privilegio di pochi eletti, che ha finito per relegare in secondo piano le scelte di vita di persone come Giacinto, che, pur nel loro piccolo, meritano comunque di essere sottolineate. La sua scelta fa si che la prigionia, cominciata subito dopo l’otto settembre, si prolunghi ancora: essa avrà termine solo nel febbraio del 1944, quando, approfittando del caos seguito ad un bombardamento angloamericano su Marsiglia, il nostro riuscirà a fuggire dalla nave in cui era rinchiuso attraverso un oblò (era infatti diventato talmente magro da passarci attraverso, il che la dice lunga su quelle che dovevano essere le condizioni di prigionia alle quali era sottoposto).

5 Pietro Scoppola, 25 aprile. Liberazione, Einaudi, Torino, 1995, p. 53.

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Il lungo cammino verso casa

Il ritorno Anche su questo punto poche sono le informazioni da lui fornite: si sa comunque che scappa e raggiunge la terraferma o a nuoto, oppure più realisticamente a bordo di una barca rimediata in qualche modo (magari con l’aiuto di qualche pescatore), avvicinandosi al non lontanissimo confine con l’Italia e con il suo Piemonte, portando con sé un fagotto con pochi effetti personali. Da qui si incammina verso casa, ovviamente a piedi, attraversando le Alpi Marittime, sfidando i rigori del gelido inverno del 1944, che, nei racconti di coloro che lo hanno vissuto, viene sempre ricordato come straordinariamente rigido. Anche in questo caso i suoi ricordi non sono molto precisi: pare che assieme a lui siano partite altre quattro persone, delle quali perde però le tracce durante il viaggio, arrivando a destinazione da solo. Il ritorno a casa giunge dopo qualcosa come cinque anni di lontananza in circostanze, come abbiamo visto, non propriamente piacevoli; è quindi normale che prevalga in lui il desiderio di ritornare ad una vita normale, anche perché in famiglia c’era bisogno della sua presenza: la sorella non aveva che 13 anni, e il padre iniziava a manifestare i primi sintomi della malattia che se lo sarebbe portato via non molto tempo dopo. Per tutte queste ragioni sceglie di non arruolarsi nelle truppe partigiane, la cui presenza è molto forte in zona, pur avendo in precedenza rifiutato l’adesione alla Rsi. Più in generale si può affermare che il suo atteggiamento nei confronti della formazioni partigiane sia stato improntato ad una sorta di disincantato realismo: l’atteggiamento di chi considera il fenomeno come un male necessario, una realtà con la quale non si può far altro che convivere, nella speranza che finisca il più presto possibile, ma al tempo stesso nella piena consapevolezza che, se avessero vinto i fascisti, sarebbe andata di certo molto peggio (ed è fuori di dubbio che per lui in particolare sarebbe andata così).

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Ancora pericoli

Nel rifugio Giacinto fa senz’altro parte di quel pezzo di mondo contadino, forse maggioritario, che, come ha acutamente osservato Nuto Revelli, “ha subito la guerra partigiana”6. Riprende quindi la tradizionale vita dei campi, con i suoi ritmi regolari scanditi dalle stagioni; tuttavia la sua aspirazione ad un ritorno ad una vita normale deve ancora fare i conti con la realtà circostante: la sua condizione di renitente alla leva della Rsi, unita al fatto di trovarsi ad abitare in una zona di importanza strategica (la frazione di Naviante è infatti dislocata ai piedi di una collina, la cui estremità, denominata Genè, rappresenta un punto di passaggio obbligato da una valle all’altra sia per i partigiani, sia per i repubblichini, e il sentiero che porta al Genè passa proprio davanti alla sua casa), gli fa correre ancora alcuni seri pericoli. A questo si aggiunga l’equivoco sorto rispetto al suo cognome, erroneamente ritenuto di origine ebraica, come spesso capita per i cognomi che indicano località geografiche, che spinge qualche compaesano, che pure non poteva non sapere che la famiglia Milano non fosse di origine ebraica, a segnalarlo alle autorità locali, non tanto, come è ovvio, per difendere la purezza della razza italica, quanto per intascare l’eventuale lauta ricompensa prevista per ogni ebreo che veniva catturato. Per sfuggire ad una possibile cattura (magari in seguito ad uno dei tanti rastrellamenti organizzati dalle forze nazifasciste), che avrebbe potuto avere comprensibili gravi conseguenze per lui, decide di costruire un nascondiglio nella stalla, dove viene ricavato un piccolo vano sotto lo strame delle bestie, coperto da assi di legno, dove va a rifugiarsi assieme al fratellastro nei momenti giudicati più rischiosi (in un’occasione rimangono nascosti per una settimana intera, assistiti dalla moglie del padre, che sul calar della sera provvedeva a rifocillarli).

6 aNuto Revelli, Introduzione a Il mondo dei vinti, cit., p. CXV n.

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Giuseppina entra nella vita di Giacinto

La normalità È tuttavia opportuno ricordare che l’efficacia di questo come di molti altri ingegnosi stratagemmi inventati dai renitenti è stata resa possibile anche dalla massiccia presenza in zona delle forze partigiane, senza la quale i nazisti e i fascisti avrebbero avuto campo libero e sarebbero stati in grado di catturare tutti coloro che erano ricercati quasi senza colpo ferire. Con il 25 aprile l’incubo della guerra finisce anche per lui. A liberazione avvenuta Giacinto si toglie la soddisfazione di andare a fare visita ad uno di coloro che nei mesi precedenti erano venuti a cercarlo, per rifilargli alcuni salutari calci nel sedere. Questo piccolo e in apparenza insignificante episodio, né più e né meno di una piccola “vendetta”, compiuta da chi dopo tutto non aveva dovuto subire chissà quali angherie dagli sgherri del regime, né aveva dovuto subire privazioni della libertà personale o lutti familiari riconducibili all’azione del regime stesso, finisce in realtà per essere emblematico, pur nella sua portata estremamente limitata, del clima che si venne a creare all’indomani della liberazione, quando tensioni, odi, risentimenti covati per oltre vent’anni trovarono sfogo nel momento del crollo del regime. Il fatto che anche Giacinto abbia sentito il bisogno di regolare questo conto personale aiuta a comprendere meglio quale potesse essere lo stato d’animo di chi aveva pagato negli anni precedenti un tributo di sangue e di violenze subite. Ciò dimostra quanto siano strumentali talune ricostruzioni di questo periodo, che grande risalto hanno conquistato in anni recenti tra i media, tendenti ad enfatizzare provocatoriamente la spietatezza di queste vendette – che pure in diversi casi furono senza dubbio eccessive – che avrebbero fatto scorrere copiosamente il cosiddetto “sangue dei vinti”, dimenticando la sostanziale inevitabilità del fenomeno e il sangue abbondantemente versato a causa della dittatura7. Nell’immediato dopoguerra Giacinto conosce Giuseppina, la ragazza che diventerà sua moglie, la quale ogni giorno passava davanti alla sua casa per recarsi al lavoro in un cotonificio della zona. 7 Ci si riferisce in particolare a Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti. Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile, Sperling&Kupfer, Milano, 2003.

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Come si corteggiava nel secolo scorso, si noti il messaggio nascosto dal francobollo

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L’abbondono della terra

La crisi I due ben presto si fidanzano e nel 1947 si sposano; già nel 1948 nasce il loro primo figlio, Michele. Ma la situazione per la giovane coppia diventa ben presto tutt’altro che rosea: pur nel fervore della ricostruzione e della nascita della democrazia, il dopoguerra è caratterizzato da una situazione economica molto difficile; la vita in campagna, specie per i piccoli proprietari come Giacinto, è sempre più difficile e sacrificata, la tradizionale autosussistenza del mondo contadino non basta più per sbarcare il lunario, per sopravvivere dignitosamente. Il mondo contadino di questa zona diventa “un serbatoio incredibilmente ricco di mano d’opera sana, rassegnata, disponibile”8, in pratica “costretta”, anche se a malincuore, ad abbandonare la propria terra. Ha inizio quel massiccio processo di spopolamento delle campagne che nel breve volgere di pochi anni cambierà radicalmente il volto di queste zone, condannandole ad un inarrestabile declino. Anche le Langhe, e non potrebbe essere altrimenti, sono state investite da questo fenomeno. Proprio quelle Langhe che, come ha efficacemente fatto notare lo storico cuneese Michele Calandri, oggi sono considerate come “una terra benedetta dalla natura, ricca di frutti, doviziosa di commerci, incantevole per paesaggi, un bengodi di vini, di gastronomia, tra colline disegnate dai filari e dai noccioleti con castelli e paesi acciambellati sui cocuzzoli”, dove si è perso il ricordo degli anni in cui “l’acqua non c’era, le strade nemmeno e il vino era normalmente un prodotto povero, difficile da produrre, difficile da vendere”, luoghi “della «malora», di calamità incombenti ad ogni stagione, di terra durissima e avara, di proprietà piccole e spezzettate, quando non condotte a mezzadria o ad affitto”9, e per questo diventate una delle mete preferite di un certo turismo elitario, tipico di chi fugge da città sempre meno a misura d’uomo. 8 Nuto Revelli, Introduzione a Il mondo dei vinti, cit., p. XXIII. 9 Michele Calandri, Il paradigma “Naviante”, in «Il presente e la storia», n. 72, dicembre 2007, p. 5.

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Il trasferimento a Torino

I sacrifici Anche Giacinto non sfugge alla triste realtà dell’abbandono dei campi, e verso la fine degli anni Quaranta trova un’occupazione a Torino presso la società telefonica Stipel, poi Sip, ed ora Telecom. In un primo tempo continua a vivere a Farigliano, sobbarcandosi degli spostamenti casalavoro pesantissimi: si alzava alle quattro del mattino per poter prendere alle cinque il treno per Torino ed essere al lavoro alle otto; al termine della giornata lavorativa ripartiva alla volta di Farigliano: treno verso le cinque e mezza, con rientro a casa tra le otto e mezza e le nove, con un supplemento a piedi sia all’andata, sia al ritorno, di circa due chilometri per percorrere la distanza che separava la stazione ferroviaria di Farigliano dalla sua casa, che come detto era situata nella frazione di Naviante. Tutto questo dal lunedì al sabato, mentre la domenica era dedicata al lavoro nei campi. Fu un periodo senza dubbio molto duro, destinato a durare alcuni anni, e precisamente sino alla nascita del secondo figlio, Sandro (1955), quando la famiglia Milano si trasferisce definitivamente a Torino. La sua vita lavorativa procede regolare, senza particolari scosse: scalando tutti i gradini possibili della carriera professionale consentiti dal suo livello di scolarizzazione, arriva ad assumere nel corso degli anni la qualifica di assistente tecnico ai lavori. Nel 1979, al compimento dei sessanta anni, va in pensione. Nel frattempo diventa nonno (il suo primo figlio gli regala un nipotino, in seguito avrà anche una nipote dal secondogenito). Dopo il pensionamento prende la decisione di trasferirsi in Liguria, a Ceriale, nella riviera di Ponente, meta balneare preferita dai piemontesi, dove ha acquistato una casa. L’esperimento fallisce però nel giro di pochissimi mesi: Giacinto infatti, tipico uomo di terra che mal si adatta all’ambiente marino, non riesce ad ambientarsi, il legame con la sua terra si rivela molto più forte di quanto egli stesso potesse pensare. Non resta pertanto altro da fare che ritornare nelle zone di origine assieme alla moglie, che condivide pienamente questa sua scelta.

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Una esistenza “normale”

Il sogno Vive gli ultimi anni della sua vita tra Alba, dove ha preso casa, e Naviante, dove già dalla prima metà degli anni Settanta aveva coronato il sogno di costruirsi una dimora di campagna. Il 7 luglio del 1986 se ne va improvvisamente, in seguito ad un infarto, a Cuneo. La sua è stata, come si è visto, una vita normale, senza particolari squilli (se si eccettuano le traversie subite nel tempo di guerra), la vita di una persona in tutto e per tutto comune: era un uomo a cui piaceva mangiare, bere e fumare (e fumava le terribili Nazionali esportazione senza filtro, il cui odore sgradevole è rimasto impresso in maniera indelebile nella memoria dei suoi familiari…). Non aveva particolari interessi: non era un gran lettore di libri, anche se «la Stampa» la leggeva ogni giorno; molto poco interessato agli eventi sportivi, con l’eccezione della boxe (era un tifoso di Cassius Clay); amava la caccia e la pesca (non a caso due passatempi che gli permettevano di rimanere a contatto con la natura). Era del tutto disinteressato alla sfera religiosa: andava in Chiesa in rare occasioni, Pasqua, Natale, quasi sempre trascinato dalla moglie, ma più per aderire ad un rito tradizionale che per convincimento personale. Prestava scarsa attenzione anche agli eventi politici e sindacali: mai si sarebbe iscritto ad un partito, così come, pur essendo attento alla difesa del potere d’acquisto del suo salario, mai avrebbe aderito ad un’organizzazione sindacale. Fa eccezione il suo interesse per la campagna referendaria sul divorzio del 1974, voluta dalla Dc, che lo vide convinto sostenitore del No all’abrogazione della legge istitutiva del divorzio (se ne deduce che non amava troppo il partito cattolico, così forte dalle sue parti, soprattutto nelle campagne).

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Biografia di una vita passata  

Vite è un progetto volto a perpetrare il ricordo, consolidare la memoria, onorare chi non c'è più.