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benessere cultura costume

IN SABINA

CASTEL DI TORA

Fondi Sanitari Integrativi Intervista a Michele Tiraboschi

IL CARDIOLOGO

Il cuore delle donne L’ALGOLOGO La terapia del DOLORE L’ORTOPEDICO Il Menisco suturato

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benessere cultura costume

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Il Cardiologo

5 Hanno collaborato con noi la medicina

6 Il Cardiologo - Il cuore delle donne

Terapia del dolore

10 L’Algologo - La medicina del dolore 13 L’Ortopedico - Ti sei rotto il menisco?

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18 Il Chirurgo - Le ernie addominali 25 Il Ginecologo - Centri PMA 30 Una bellezza che non sia solo esteriore... in sabina

20 Castel di Tora le interviste

14 Michele Tiraboschi - I Fondi Sanitari Integrativi 27 I nostri borghi: cosa fanno le provincie?

anno II

numero

aprile 2011

Direttore Responsabile Fabrizio Sciarretta

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Segreteria di Redazione

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“I Borghi più Belli d’Italia”

Filippa Valenti valenti@laboratorionomentano.it T 06 90625576

Art director e impaginazione: Alessia Gerli Editore

Laboratorio Clinico Nomentano Srl Via dello Stadio 1 00015 Monterotondo (RM) Iscritto al registro della stampa e dei periodici del Tribunale di Tivoli n. 97/2009

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Graffietti Stampati S.n.c. S.S. Umbro Casentinese km.4.500 01027 Montefiascone (VT)

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Q Fabrizio Sciarretta Direttore Responsabile

uesti anni di crisi hanno messo alla prova molte nostre certezze, a partire dalla convinzione che il sistema economico potesse crescere all’infinito garantendo il miglioramento continuo della nostra qualità di vita. Oggi, ahimè ridimensionati, abbiamo capito che lo scenario a tendere sarà tutt’altro, con un’Europa in difficoltà rispetto a potenze economiche emergenti che applicano sistemi di produzione per noi scandalosi. Il sistema economico italiano, sotto la spinta della crisi, ha mostrato la sua debolezza: un debito pubblico creato negli anni delle cicale talmente grande da inghiottire, per far fronte agli interessi, proprio quelle risorse di cui lo Stato avrebbe bisogno per spingere la ripresa. Così sono iniziati a cadere i “pilastri” dei nostri padri: il posto fisso, la pensione, la famigliola felice. Magari, per qualcuno, anche l’idea di trovarsi un bel posto caldo dove imboscarsi per uscirne il 27 del mese. Ovviamente, sono finiti anche i soldi per ripianare i deficit di un sistema sanitario che in troppe Regioni costa troppo per i servizi che offre ed il cui recupero richiede un ripensamento di strategia che dalle nostre parti proprio non si vede. Per ragionare su questi temi, abbiamo incontrato il Professor Michele Tiraboschi, Ordinario di Diritto del Lavoro a Modena e consulente del Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che sui temi della “bilateralità” (cioè di quelle forme di collaborazione tra datori di lavoro e parti sociali nate con la finalità di erogare servizi a favore dei lavoratori) ha un osservatorio privilegiato. L’argomento è quello dei Fondi Integrativi Sanitari, di cui oggi usufruiscono già 13 milioni di italiani e che rappresentano, probabilmente, l’unica via di uscita dalla crisi strutturale da cui il Sistema Sanitario Nazionale non riesce a venir fuori. Mi consola pensare che questa soluzione viene, ancora una volta, dal sano rimboccarsi le maniche della società civile (imprenditori e sindacati insieme) che si è incontrata con un’intuizione felice ed un’azione importante del nostro Ministero del Lavoro che ha fortemente incoraggiato in questi ultimi anni la crescita del sistema dei fondi. Un altro argomento di questo numero che mi preme evidenziare – nella logica di una medicina vicina al paziente in tutte le sue esigenze - è quello della Terapia del Dolore. E’ il campo d’azione dell’Algologo, (dalla parola greca Algos, dolore), che affronta il dolore non come sintomo ma come malattia vera e propria e definisce – paziente per paziente - una strategia per affrontarlo con un approccio multidisciplinare. In questo numero, abbiamo chiesto alla Dr.ssa Vincenza Spagnoli, algologa, e al Dr. Francesco Calvosa, neurochirurgo, di aiutarci in una prima esplorazione di un mondo non ancora abbastanza conosciuto. Evidentemente, non posso non parlarvi del nostro “borgo del mese”: questa volta abbiamo visitato Castel di Tora. Credo sia superfluo decantarvelo: guardate le foto, leggete l’articolo e traete le vostre conclusioni. Io, dal mio canto, voglio solo testimoniare come un piccolo Comune, con risorse proprie limitate, utilizzando passione e cervello, sia riuscito a salvare un patrimonio storico e urbanistico imperdibile e come continui a consentirci di goderne. Infine, abbiamo affrontato da un particolare punto di vista, quello della tutela dei beni storici, cosa fa un ente spesso messo in discussione quale la Provincia. Così abbiamo esplorato quel che accade nella Sabina Romana ed in quella Reatina incontrando l’On. Francesco Petrocchi, mentanese, Vice Presidente del Consiglio Provinciale di Roma e l’On. Michele Beccarini, reatino, Assessore alle Politiche Ambientali ed Urbanistiche della Provincia di Rieti. Ne son venute fuori due interviste concrete, di gente appassionata del proprio territorio, che vi invito a leggerle, come tutta la rivista, del resto !

FATTI VEDERE

7.000 copie distribuite con attenzione in oltre 100 punti in Sabina 2.000 copie inviate in abbonamento postale. Salute, Benessere, Cultura e Costume del nostro territorio. Qualità di contenuti insieme ad una veste grafica raffinata: SalutePiù è una rivista che ciascuno prende per portarla a casa e condividerne la lettura con i suoi familiari, non per incartarci le uova .... Desideriamo riunire intorno a questa iniziativa pochi inserzionisti "fedeli" per condividere un percorso di crescita e promuovere efficacemente le nostre aziende. Studieremo con ognuno iniziative specifiche che vadano oltre la presenza nella rivista!

HANNO COLLABORATO

“TI SEI ROTTO IL MENISCO? SI, MA L’HO APPENA SUTURATO” Dott. FABIO SCIARRETTA

Il Dott. Fabio Sciarretta è specializzato in Ortopedia e Traumatologia presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Chirurgo ortopedico, ha prestato servizio in qualità di dirigente sanitario presso l’Ospedale San Giovanni Battista di Roma, presso il Reparto di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale Civile di Velletri e presso l’Ospedale Israelitico di Roma. Svolge attualmente la sua attività professionale presso diverse case di cura romane. E’ stato relatore in oltre 40 congressi nazionali ed internazionali ed ha al suo attivo 38 pubblicazioni.

“IL CUORE DELLE DONNE” Dott. ANTONIO SAPONARO

“ELETTROSTIMOLATORI MIDOLLARI” Dott. FRANCESCO CALVOSA

Il Dr. Antonio Saponaro è laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Roma “Tor Vergata” e specializzazato in Cardiologia presso la seconda Facoltà di Medicina dell’Università “Sapienza” di Roma. E’ in servizio presso il reparto di cardiologia del Policlinico Militare “Celio”. Svolge la sua attività professionale presso il Poliambulatorio Specialistico Nomentano ed in altri ambulatori romani. Ha al suo attivo alcune pubblicazioni sul Giornale di Medicina Militare e su Minerva Cardiologica.

Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, si è specializzato in Neurochirurgia presso l’Università “Tor Vergata”. Ha lavorato presso l’Istituto Tumori di Roma Regina Elena. Svolge attività libero-professionale presso diverse case di cura romane . Dal 1993 presta servizio presso la Divisione di Neurochirurgia dell’Ospedale S. Pertini di Roma. La sua casistica operatoria consta di oltre 3.000 interventi soprattutto di neurochirurgia spinale e del sistema nervoso periferico.

“LA MEDICINA DEL DOLORE” Dott.ssa VINCENZA SPAGNOLI

“CENTRI PMA” Dott. ssa MANUELA STEFFÈ

Laureata presso l’Università “La Sapienza” di Roma e specializzata in Anestesia e Rianimazione nello stesso ateneo con il massimo dei voti la Dott.ssa Spagnoli si è dedicata allo studio della terapia del dolore dall’inizio della sua carriera a latere delle sue mansioni di Anestesista-Rianimatore. Ha esercitato in più strutture della capitale, sia nelle sale operatorie dove ha sempre seguito il dolore acuto post operatorio in particolare nei reparti di neurochirurgia e nei Centri di Rianimazione dove ha seguito e gestito il dolore cronico. Attualmente si occupa totalmente dei pazienti con dolore acuto, cronico e cronico oncologico sia all’interno delle nostre strutture che a domicilio.

Medico, specialista in Ostetricia e Ginecologia, la dr.ssa Manuela Steffè da quindici anni svolge la sua attività principale nell’ambito dell’infertilità, della diagnosi alle terapie di 1° e di 2° livello. Co-autrice di 27 lavori originali pubblicati su riviste nazionali ed internazionali. Ha partecipato, quale relatrice, ad 11 congressi presentando lavori originali, tutti di interesse ostetrico-ginecologico. E’ responsabile del Centro per la Procreazione Medicalmente Assistita di 1° Livello presso il Laboratorio Clinico Nomentano.

il Celiaco del Laboratorio Nomentano di Monterotondo.

“LE ERNIE ADDOMINALI” Dott. ANTONINO GATTO

Il Professor Antonino Gatto, Primario Chirurgo del Presidio Ospedaliero SS. Gonfalone della ASL RMG; è specialista in Chirurgia d’Urgenza e Pronto Soccorso, in Urologia ed in Chirurgia Plastica e Ricostruttiva. Nell’ambito della Scuola di Specializzazione in Chirurgia Generale dell’Università degli Studi di Tor Vergata di Roma è titolare dell’insegnamento di Chirurgia d’Urgenza. E’ autore di oltre 60 pubblicazioni scientifiche di interesse chirurgico e la sua la sua casistica operatoria consta di oltre 6.000 interventi chirurgici di media ed alta chirurgia generale, vascolare, toracica, urologia e plastica.

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Il cuore delle donne

IL CARDIOLOGO

Nelle donne dopo i 50 anni di età il 40-50% delle morti è dovuto a malattie cardiovascolari, mentre meno del 20% è legato a tutte le forme di tumore messe insieme. È indispensabile sapere che le principali cause di problemi cardiaci sono in larga parte prevenibili.

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Le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte al mondo e anche se la loro incidenza ha subito una flessione significativa negli ultimi decenni, tale flessione ha riguardato soprattutto l’uomo, mentre nella donna queste malattie rimangono ancora il killer numero uno. Infatti, nel 2004 l’incidenza di eventi cardiovascolari negli Stati Uniti è stata di 245 per ogni 1.000 donne, ben dieci volte superiore all’incidenza del tumore della mammella. Esiste anche una differenza in termini di tempo per lo sviluppo di tali malattie: gli uomini le sviluppano mediamente 10 anni prima delle donne, ma le donne – soprattutto dopo la menopausa – le sviluppano più rapidamente. Va inoltre tenuto presente come: • le donne muoiono molto di più a causa delle malattie cardiovascolari che per tutti i tumori di genere messi insieme, compreso il tumore della mammella • l’infarto ha generalmente nella donna una prognosi

in termini di sopravvivenza peggiore rispetto all’uomo • l’allungarsi della vita media, particolarmente quella delle donne, porta le malattie cardiovascolari a rappresentare una vera emergenza per il sesso femminile Nonostante queste evidenze, la percezione che le donne hanno nei confronti dei pericoli causati dalle malattie cardiovascolari e’ molto bassa. Prendere coscienza del rischio, invece, consente di mettere in atto un’adeguata ed indispensabile prevenzione.

La menopausa Il motivo per cui gli eventi cardiovascolari e cerebrovascolari nelle donne si manifestano più tardi rispetto all’uomo è spiegato in gran parte dalla presenza in circolo degli ormoni estrogeni durante l’età fertile. Questi ormoni esercitano molti effetti benefici e protettivi sul sistema cardiovascolare: tra questi, l’effetto protettivo sulla parete delle

Dott. Antonio Saponaro Specialista in Cardiologia Laboratorio Clinico-Poliambulatorio Specialistico Nomentano

arterie, il miglior profilo dei grassi circolanti, la maggiore elasticità dei vasi sanguigni e la migliore regolazione della pressione sanguigna, la minore coagulabilità del sangue e gli effetti protettivi a livello renale. Le donne in età fertile risultano, quindi, maggiormente protette dallo sviluppo di malattie cardiocircolatorie. Nel periodo post-menopausale, l’azione protettiva degli ormoni viene meno, incrementando sensibilmente (fino a 4 volte) il rischio di eventi cardiovascolari. Il deficit di produzione ormonale nelle donne in menopausa porta ad una redistribuzione del grasso corporeo verso un aumento del grasso addominale e provoca alterazioni lipidiche che espongono ad un maggior rischio di malattie cardiovascolari (aumento del colesterolo LDL, aumento dei trigliceridi e riduzione del colesterolo HDL). Inoltre, l’aumento del grasso viscerale e l’aumentata concentrazione

degli acidi grassi nel sangue facilita la resistenza all’insulina e lo sviluppo di diabete mellito (più frequente nella donna che nell’uomo). Le modificazioni che si verificano a livello delle arterie provocano un aumento dei valori di pressione arteriosa. Dopo la menopausa si verificano, quindi, una serie di cambiamenti a livello vascolare e del metabolismo sia degli zuccheri che dei grassi circolanti che favoriscono l’instaurarsi di condizioni patologiche, quali il diabete mellito, l’ipercolesterolemia o l’ ipertensione arteriosa che notoriamente sono correlate ad eventi cardiovascolari acuti. Si stima che quasi il 50% delle donne in menopausa sia affetto da ipertensione arteriosa e che quasi il 40% abbia un valore di colesterolo totale ≥ 240 mg/dl.

La Pillola Data l’ evidenza degli effetti protettivi degli estrogeni sull’apparato vascolare, in passato si era fatta strada l’idea che la terapia ormonale sostitutiva (HRT) in fase postmenopausale potesse ristabilire il medesimo livello di protezione. I risultati in termini di eventi cardiovascolari e prognosi a lungo termine sono stati per lungo tempo contrastanti tanto da portare la United States Preventive Service Task Force a raccomandare evitare la somministrazione generalizzata di terapia sostitutiva ormonale per la prevenzione

cardiovascolare nelle donne in menopausa. L’ eventuale indicazione alla terapia andrà valutata caso per caso in base al rapporto rischio/ beneficio e in caso di prescrizione andrà associata una terapia con cardioaspirina. Sempre a proposito di estroprogestinici e’ fondamentale ricordare come anche l’utilizzo di questi ultimi a scopo contraccettivo può favorire l’insorgenza di ipertensione arteriosa in alcune donne soprattutto se di età maggiore di 35 anni, fumatrici, con familiarità per ipertensione o malattie renali. Quando si assume la pillola e’ importante misurare la pressione ogni

sei mesi e smettere di fumare. Prima di iniziarne l’assunzione sarebbe buona norma sottoporsi ad un’accurata visita medica.

I fattori psicologici Esistono poi problematiche di tipo caratteriale e sociale che, spesso, portano la donna a trascurare il proprio stato di salute (doppio lavoro, in casa e fuori, attenzione alla salute dei figli e solo successivamente alla propria, etc.) e problematiche di tipo psicologico e di informazione sanitaria che fanno concentrare l’attenzione delle donne

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solo su alcuni tipi di patologie (tumore al seno, della cervice uterina, carcinoma ovarico). Non ultimo e’ da ricordare l’incremento nella popolazione femminile di uno dei più temibili fattori di rischio cardiovascolare, il fumo di sigaretta.

LA PREVENZIONE

IL CARDIOLOGO

Diversi studi hanno dimostrato come nella donna vi siano alcuni meccanismi peculiari alla base dell’infarto o dell’ictus. E’ possibile, pertanto, che un trattamento specifico nella popolazione femminile possa apportare miglioramenti nella prognosi a breve e lungo termine. Nell’ attesa di avere strategie terapeutiche tutte “rosa”, sono stati compiuti diversi sforzi al fine di delineare delle linee guida di prevenzione cardiovascolare nella donna. Oltre alla sensibilizzazione del personale medico, è estremamente importante responsabilizzare e promuovere nella donna la consapevolezza del suo rischio cardiovascolare. Affinché il programma di prevenzione sia efficace è necessario che la donna ne diventi protagonista: ad oggi meno del 15% delle donne ritiene utile eseguire una visita cardiologica nonostante sia a conoscenza del fatto che la malattia coronarica è la principale causa di morte. Al fine di mettere in atto una buona strategia di prevenzione cardiovascolare, ogni donna dovrebbe agire sui fattori di rischio modificabili (quelli su cui si può intervenire) che comprendono l’aumento dei livelli di colesterolo nel sangue (ipercolesterolemia), l’aumento della pressione arteriosa (ipertensione), il diabete, il

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fumo di sigaretta, l’inattività fisica, l’aumento dei livelli ematici di trigliceridi, l’obesità. L’eliminazione, o almeno una drastica riduzione, di questi fattori di rischio, da cercare di perseguire fin dall’età pediatrica, rappresenta uno dei mezzi più efficaci per ridurre il rischio di sviluppare un infarto o un ictus cerebrale e costituisce l’obiettivo principale della prevenzione delle malattie cardiovascolari. E’ pertanto fondamentale adottare uno stile di vita adeguato, con un’attenta alimentazione che prediliga frutta, verdura e pesce, l’abolizione completa del fumo (due sigarette al giorno raddoppiano il rischio di infarto), una regolare moderata attività fisica (almeno 30 minuti 5 volte a settimana), ed il mantenimento del peso entro limiti ottimali (indice di massa corporea, cioè rapporto tra peso in Kg e quadrato dell’altezza in m2, inferiore a 25). Da notare che recentemente è emerso che

ancora più importante del contenimento dell’indice di massa corporeo è mantenere la circonferenza del girovita a valori inferiori a 102 cm nell’uomo e a 88 cm nella donna. Un uso moderato di vino (massimo due bicchieri al giorno) è consentito e può anche avere effetti benefici sulla circolazione, verosimilmente in virtù del suo potere antiossidante, ma è fortemente sconsigliata una quantità superiore di alcool o l’assunzione di superalcolici. In diversi casi, tuttavia, per alcuni fattori di rischio (ipercolesterolemia, ipertensione, diabete) è necessario ricorrere ad un appropriato trattamento farmacologico. Ricordiamo che, in soggetti apparentemente sani, viene considerato attualmente ottimale un valore di colesterolo LDL nel sangue inferiore a 160 mg/dL. I valori di colesterolo totale ed LDL vanno tenuti più bassi (sotto i 130 mg/dL) nei pazienti che hanno altri fattori di rischio, e ancora più bassi (sotto i 100 mg/dL) in quelli affetti da diabete o che abbiano già avuto un infarto o ictus. Riguardo alla pressione arteriosa, ricordiamo che sono oggi ritenuti ottimali valori inferiori a 130/85 mmHg.

CONVENZIONI SANITARIE CASPIE DAY MEDICAL EUROPASSISTANCE FASDAC FISDE FONDO EST NEWMED PREVIMEDICAL SARA ASSICURAZIONI UNISALUTE UNIVERSITA’ POPOLARE ERETINA

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L’ALGOLOGO

La medicina del dolore Dott. ssa Vincenza Spagnoli Algologa Responsabile Terapia del Dolore Centro Medico Polispecialistico Cappuccini

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a terapia del dolore o algologia è la disciplina medica specialistica che ha per obiettivo lo studio dei meccanismi che producono il dolore, il riconoscimento delle sue cause, la scelta e l’applicazione delle terapie per eliminarlo: essa rappresenta, dunque, un insieme coordinato di approcci e terapie messe in atto per attenuare il dolore percepito da un individuo. Nel corso degli ultimi dieci anni, lo sviluppo di nuove soluzioni e l’ampliamento dei casi in cui queste soluzioni risultano applicabili ha fatto si che nascesse una figura professionale specifica, il medico del dolore, appunto, più correttamente definito algologo. L’evoluzione avuta dalla terapia del dolore fa si che oggi questa branca della medicina non si limiti a quella tipologia di cure, definite paliative, che vengono impiegate nei pazienti colpiti da patologie maligne irreversibili: infatti, il tradizionale binomio terapia antalgica–cancro è superato dall’attuale applicazione della terapia antalgica ad ogni tipo di dolore acuto e cronico, di qualsiasi origine e natura esso sia. Dunque le patologie muscolo-scheletriche, le ernie discali, i dolori articolari, i dolori reumatici sono tutti esempi di campi di applicazione della terapia antalgica.

L’elemento fondamentale da tener presente è che il dolore è esso stesso una malattia: il suo perdurare nel tempo, il fatto di divenire cronico, fa si che esso generi conseguenze gravi quali debolezza generale, perdita dell’appetito e del sonno, ansia e depressione. L’approccio della terapia del dolore è multidisciplinare, non prevede solo un trattamento farmacologico da parte dell’algologo ma un’interazione tra specialisti che collaborano sulle indicazioni che l’algologo fornisce dopo la visita generale del paziente. Pertanto lo specialista in terapia del dolore può richiedere l’aiuto di altri colleghi: ad esempio di un neurochirurgo per l’applicazione di elettrostimolatori midollari, oppure di un ortopedico per definire un piano di fisioterapia mirata dove la figura centrale accanto al paziente è sicuramente quella del fisioterapista, ancora si potrebbe ricorrere ad uno psicologo o ad uno psichiatra qualora si ritenesse che il disturbo possa essere di tipo cognitivo e lenito da terapia cognitivo-comportamentale. Un esempio abbastanza esplicativo è il trattamento delle protrusioni discali o ernie discali in pazienti che non possono o non vogliono sottoporsi a trattamento chirurgico. L’approccio multidisciplinare qui è fondamentale e nella maggior parte dei casi risolutivo: il terapista del dolore controlla la sensibilità dolorifica con l’aiuto dei farmaci, consiglia una serie di cambiamenti nello stile di vita se indicato come riduzione di peso in caso di obesità, variazioni frequenti della postura nel caso di vita sedentaria, quindi affida allo specialista di ortopedia che rafforza lo stimolo alle variazioni dello stile di vita e programma sedute di TECAR terapia e LASER terapia in prima battuta, quindi cicli di ginnastica posturale che il

paziente esegue sotto la guida del fisioterapista. La terapia del dolore è quindi una branca piuttosto complessa e vasta che non ha ancora, purtroppo, il giusto posto nel grande tavolo della medicina. A ciò va aggiunto che si tratta di una specialità pochissimo conosciuta dalla maggior parte delle persone e che non esiste “un’educazione alla cura del dolore”, i pazienti continuano a soffrire e sopportare il dolore come conseguenza inevitabile delle proprie malattie. Oggi, però, l’alternativa esiste. Esistono i progetti degli “Ospedali senza dolore” e sta aumentando il numero dei centri dove la presenza del terapista del dolore è irrinunciabile e fondamentale. Quest’ultimo può accogliere qualsiasi tipo di paziente per affrontare i dolori derivanti da patologia diabetica, da nevralgie da herpes zoster o del trigemino, da artriti e artrosi, da lesioni del sistema nervoso centrale, da dolore osteoartromuscolare (comprendente tutto l’apparato scheletrico, muscolare e le articolazioni) , da dolore lombare, lombosciatalgie, cefalee, esiti di traumi, dolori reumatici, con sindromi da allettamento, con dolore di origine vascolare e da malattie maligne. Questi sono esempi di patologie che si possono presentare al terapista del dolore che può trattare farmacologicamente e non, in stretta collaborazione con altri specialisti in quanto, come già sottolineato, l’algologo non è il medico della dolce morte, ma è colui che cerca di individuare i meccanismi responsabili del dolore ed interrompere quei circuiti che si riflettono sul paziente per garantirgli una buona qualità di vita.

DIZIONARIO Terapia cognitivo comportamentale: psicoterapia specifica che aiuta a modificare determinati comportamenti dettati non dalle circostanze esterne ma da come l’individuo le elabora Herpes zoster: malattia a carico di pelle e terminazioni nervose determinate da recrudescenza virus della varicella Nevralgia del trigemino: lesioni nervose V paio nervi cranici interessanti regione orbitare nasale e orale Artrosi: malattia degenerativa a carico della cartilagini articolari; L’artrite è il processo infiammatorio in fase acuta.

Dott. Francesco Calvosa Responsabile branca di Neurochirurgia Centro Medico Polispecialistico Cappuccini

ELETTROSTIMOLATORI MIDOLLARI

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li elettrostimolatori midollari sono dispositivi che si applicano a contatto con il midollo spinale con lo scopo di stimolarlo con correnti elettriche di bassissima intensità a scopo antalgico. L’effetto antalgico della stimolazione midollare è dovuto al blocco della trasmissione lungo le vie nervose delle sensazioni dolorose da parte degli impulsi elettrici. I dispositivi, altamente sofisticati ed ampiamente testati, sono formati essenzialmente da un elettrocatetere stimolante collegato ad un pacemaker (del tutto analogo a quello utilizzato per trattare alcuni disturbi del ritmo cardiaco)posizionato nel sottocutaneo. Una volta impiantato il pacemaker può essere programmato dall’esterno dallo stesso paziente con un semplice telecomando. L’impianto di un elettrostimolatore midollare comporta rischi molto bassi e viene eseguito in anestesia locale; generalmente l’impianto definitivo è preceduto da un periodo di prova. E’ bene precisare però che solo alcune delle sindromi dolorose rispondono favorevolmente alla neurostimolazione spinale: i dolori meglio controllati da tale procedura sono quelli da disturbi di circolazione negli arti inferiori e quelli legati alla cicatrice post-chirurgica in seguito ad interventi sulla colonna lombare. Altre patologie per le quali è indicato l’impianto di un neurostimolatore spinale sono la nevralgia post herpes zooster, il dolore da amputazione e quello da lesione midollare. In definitiva, tale metodica è sicura, poco traumatica, del tutto reversibile ed associabile a qualsiasi altra terapia medica.

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Ti sei rotto il MENISCO? Si, ma l’ho appena SUTURATO ! Dott. Fabio Sciarretta Chirurgo Ortopedico

LABORATORIO CLINICO

STUDIO MEDICO POLISPECIALISTICO

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re, come si faceva un tempo, ad anestesie generali o spinali, ma e’ piu’ che sufficiente effettuare una anestesia locale che consente di “addormentare” la parte e quindi effettuare in tutta tranquillita’ l’intervento, magari, per i piu’ coraggiosi, continuando a chiacchierare con il chirurgo mentre sul monitor televisivo si vedono scorrere le immagini dell’interno del proprio ginocchio. Per quanto riguarda l’atto chirurgico, le novita’ si fanno ancor piu’ di rilievo. Un tempo, accertata la lesione, si provvedeva a rimuovere tutto il menisco danneggiato. Oggi, assolutamente non piu’. E, non ci si accontenta, neanche piu’ di rimuovere il solo pezzetto danneggiato. Infatti, gli specialisti piu’ esperti nella chirurgia artroscopica, oggigiorno vogliono riparare, in tutto e per tutto, le lesioni meniscali. E per far questo, sempre nei pochi minuti dell’artroscopia, provvedono a suturare le lesioni e reinserire nella loro sede originale le porzioni danneggiate del tessuto meniscale. Viene spontaneo gridare Evviva Evviva: l’articolazione danneggiata ritorna alla sua integrita’, si allontana lo spettro di dover smettere di praticare lo sport piu’ amato e si scongiura il ri-

schio di vedere l’articolazione colpita e distrutta dall’artrosi. Dimenticavo un dettaglio tutt’altro che trascurabile: concluso il “lavoretto” e terminato di vedere in sala operatoria il film “viaggio all’interno del mio ginocchio”, riprese le energie, ci si alza e si ritorna a casa sulle proprie gambe.

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L’ORTOPEDICO

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acciamo un passo indietro in modo da essere chiari a tutti. I menischi all’interno del ginocchio sono due, uno interno ed uno esterno. Si tratta di due sottili, ma molto resistenti, strutture a forma di “C”, una un po’ piu’ aperta una un po’ piu’ chiusa, in fibrocartilagine, quindi un insieme di piu’ tessuti, fibroso e cartilagineo, che ne rappresenta l’elemento particolare perche’ permette di coniugare resistenza ed elasticita’, stabilita’ e mobilita’. In un movimento di torsione o di accovacciamento o di piegamento mal effettuati, i menischi rimangono schiacciati tra il femore sopra e la tibia sotto. Ne possono scaturire lesioni di tutte le forme ed estensioni: radiale, longitudinale, verticale, a “flap” o a “manico di secchio”. Posta la diagnosi di rottura del menisco, mediante una accurata visita di uno specialista ortopedico e, se necessario, mediante una risonanza magnetica del ginocchio, puo’ rivelarsi necessario il ricorso all’intervento in artroscopia. Ed ecco le novita: una riguardante l’anestesia e l’altra la vera e propria chirurgia. Per quanto riguarda la prima, non e’ piu’ necessario ricorre-

In un paese in cui tutti parlano o leggono di calcio, tutti oramai sanno che le le lesioni dei menischi si operano in artroscopia. Forse, pero’, alcuni non sanno che anche l’artroscopia chirurgica del ginocchio, decisamente il “ simbolo” delle tecniche chirurgiche mininvasive, continua a fare passi avanti e cosi’ anche la riparazione di quelle nobili strutture che ci consentono di sostenere i traumi alle ginocchia ha vissuto, nel corso degli anni, una vera e propria rivoluzione.


I FONDI SANITARI INTEGRATIVI Il mondo dei Fondi Sanitari Integrativi attraversa un momento di fermento che, con tutta probabilità, vedrà il definitivo affermarsi di questo strumento prezioso per la tutela della salute dei lavoratori e delle loro famiglie. Michele Tiraboschi, professore di Diritto del Lavoro e consulente del Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, è uno dei maggiori esperti italiani di questo argomento: SalutePiù ha avuto l’opportunità di intervistarlo per fare il punto con lui sullo stato dell’arte dei fondi integrativi.

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L’INTERVISTA

rofessor Tiraboschi, ci permetta di approfittare del suo ruolo di accademico per chiederle di spiegarci il concetto di “bilateralità” nei contratti collettivi di lavoro e ripercorrere per noi le origini e l’evoluzione attuale di questo istituto. Gli enti bilaterali e il bilateralismo nascono in edilizia – grazie a una felice intuizione delle parti sociali, consapevoli dei vantaggi di una gestione condivisa delle criticità di un mercato del lavoro particolarmente instabile e frammentato – e si sono poi progressivamente estesi ad altri settori tra cui l’artigianato, il commercio, le professioni, il turismo e i servizi. E lo hanno fatto con una forza di innovazione e aggregazione talmente dirompente da farli diventare, in pochi anni, la vera frontiera della rinascita o, almeno, del profondo rinnovamento del sistema italiano di relazioni industriali. Tanto da indurre la Legge Biagi a collocarli espressamente nel sistema delle fonti del diritto del lavoro, quali «sedi privilegiate» per la regolazio-

ne del mercato del lavoro (si veda l’articolo 2, comma 1, lett. h), del decreto legislativo n. 276/2003). Al fine di valorizzare queste importanti esperienze di governo e regolazione condivisa del mercato del lavoro, il Legislatore ha così assegnato agli enti bilaterali, nel corso del tempo, nuove e più estese competenze tra cui l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, la formazione continua in azienda, la gestione mutualistica di fondi per l’integrazione del reddito nei settori non coperti dalla cassa integrazione, la certificazione dei contratti di lavoro, lo sviluppo di azioni inerenti la salute e la sicurezza sul lavoro e, con il collegato lavoro di recente approvazione, la gestione delle controversie in materia di lavoro. Non solo. Sempre maggiore, infatti, è la attenzione della contrattazione collettiva al sostegno dei servizi rivolti a incrementare la dotazione di forme di protezione sociale dei lavoratori, aspetto che ha poi consentito di sviluppare importanti enti bilaterali nazionali, molti dei quali dedicati proprio alla assistenza sanitaria integrativa.

Certamente i fondi integrativi sanitari sono uno delle opportunità più importanti per i lavoratori: a che punto siamo nella loro diffusione e quali evoluzioni prevede nei prossimi anni? I fondi sanitari integrativi si stanno diffondendo nelle aziende e acquistano un ruolo importante sul terreno della contrattazione collettiva a livello nazionale e non solo decentrato. Il contratto degli alimentaristi, per esempio, prevede dal 1° gennaio 2011 l’istituzione di un fondo sanitario integrativo, quello metalmeccanico un fondo di sostegno al reddito dal 2012 a favore di lavoratori che vi abbiano volontariamente aderito versando un euro al mese. Il contratto dei chimici impegna le parti a concordare un piano di politiche attive nell’assistenza sociale e nel welfare. Il 2011 è anche l’anno di avvio dei fondi per tutto il comparto degli artigiani. Ma anche gli altri settori conoscono ed applicano lo strumento, nata dalla contrattazione collettiva di primo livello, da Cadiprof nel settore degli studi professionali, a Fondest nel settore

terziario, a Fontur nel turismo, al Fasdac per i dirigenti delle aziende commerciali. Tuttavia i dati dimostrano che solo il 22 % della popolazione partecipa ad un fondo integrativo aziendale o paga una pensione privata. La previsione di tali fondi, che sono particolari forme di assistenza che garantiscono a chi li sottoscrive rimborsi e sussidi per le spese sanitarie sostenute per fare prevenzione, in caso di malattia o di infortunio (sia utilizzando il Servizio Sanitario Nazionale come anche centri sanitari privati), come detto, è in crescita ed anche a livello di regolamentazione ci sono delle novità. Nel 2009 il Ministero del Lavoro è intervenuto sull’assistenza sanitaria integrativa dando attuazione e compimento al DM 31 marzo 2008 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale

n. 12 del 16.01.2010, recante “Modifica al decreto 31 marzo 2008, riguardante «Fondi sanitari integrativi del Servizio sanitario nazionale»). Il provvedimento interviene sulle regole di funzionamento di tutto il sistema dei fondi e stabilisce criteri e passaggi operativi per la realizzazione dell’anagrafe dei fondi sanitari integrativi (e delle casse, enti o società di mutuo soccorso, alla quale bisognava iscriversi entro l’aprile scorso) e impone agli stessi di destinare una quota minima delle loro risorse alla fornitura agli iscritti di prestazioni virtuose soprattutto nel settore socio-sanitario. Nel dettaglio sono infatti individuate le prestazioni vincolate, alle quali fondi sanitari, casse e società di mutuo soccorso con esclusivo fine assistenziale devono obbligatoriamente destinare il 20% delle risor-

se impiegate complessivamente, per poter godere del trattamento fiscale agevolato previsto dal testo unico delle imposte sui redditi. La soglia indicata deve essere rispettata fin dalla gestione, relativa all’anno 2010, per avere le agevolazioni previste a partire dal 2012. Le prestazioni vincolate sono l’assistenza odontoiatrica, quella socio-sanitaria a persone non autosufficienti e quella finalizzata al recupero della salute di soggetti temporaneamente inabilitati da malattia o infortunio. In termini di sistema paese, che scenario dobbiamo attenderci: lo sviluppo dei fondi come influirà sull’evoluzione del Sistema Sanitario Nazionale?

I FONDI SANITARI INTEGRATIVI 14

Le forme integrative di assistenza sanitaria e socio-sani-

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I FONDI SANITARI INTEGRATIVI 16

taria possono essere considerate una tappa per favorire il decollo dell’auspicato “secondo pilastro” del SSN e quindi come un sistema di supporto allo stesso che interviene con una gestione più appropriata e strutturata delle risorse private. Inoltre il sistema dei fondi integrativi in rapporto al SSN può rappresentare un utile strumento di raccordo per collegare due settori: quello sanitario da un lato, che eroga le prestazioni ambulatoriali, e quello socio-sanitario, dall’altro, che comprende la non autosufficienza e le disabilità, dove le risorse immesse dal sistema pubblico non solo sempre sufficienti. I fondi integrativi sono, in linea di massima, dedicati a supportare le esigenze di salute dei dipendenti delle aziende: in che misura potranno essere aperti ai loro familiari? L’apertura dei fondi ai familiari e alle esigenze di salute di questi ultimi non rappresenta una novità. Sistemi così strutturati sono già presenti nel panorama contrattuale italiano uno per tutti il Fondo di assistenza sanitaria integrativa Luxottica che prevede l’erogazione di prestazioni non solo per i dipendenti a tempo indeterminato, inclusi gli interinali ma anche per i loro familiari (coniuge o convivente more uxorio e figli). L’azienda copre le spese per prestazioni odontoiatriche, visite specialistiche, esami di alta diagnostica e grandi interventi. Ed al momento della pensione? Chi ne ha usufruito durante il lavoro attivo, in che misura potrà continuare a farlo da pensionato? In generale sono iscritti ai fondi lavoratori dipendenti in costanza di rapporto di lavoro, tuttavia non è escluso che gli statuti dei fondi stessi possano prevedere l’adesione volonta-

ria da parte di lavoratori precedentemente iscritti diventati pensionati, così come quella di lavoratori che abbiano perso il diritto ad essere iscritti. In questi casi, però, sembra necessario il versamento dei relativi contributi. Per diversi anni è stato in dubbio se le aziende fossero obbligate o meno ad iscrivere i loro dipendenti ai fondi sanitari e versare il relativo contributo. Una recente circolare del Ministero del Lavoro chiarisce questo aspetto fondamentale. Ce ne può spiegare il senso e la portata che avrà per lo sviluppo del “sistema fondi”? L’imponente sistema bilaterale che è venuto a crearsi, rischiava tuttavia di diventare un gigante dai piedi d’argilla a causa della incertezza circa l’obbligatorietà o meno del contributo a sostegno degli enti bilaterali previsto dalla contrattazione collettiva di riferimento. L’approdo cui recentemente è giunto il Ministero del lavoro con la circolare n. 43/2010 è espressione dell’importanza accordata alle tutele offerte dal sistema della bilateralità. Si afferma infatti nella circolare che il datore di lavoro che non aderisce agli enti bilaterali deve comunque garantire ai propri dipendenti le prestazioni erogate dagli enti stessi. Le tutele offerte dalla bilateralità vanno dunque ricondotte alla parte economico/normativa del contratto collettivo, producendo efficacia diretta sul contenuto delle situazioni di diritto che regolano il rapporto individuale di lavoro tra l’impresa e ciascuno dei propri dipendenti. Tale soluzione pone fine alle incertezze che, sino a oggi, hanno caratterizzato la materia, riuscendo a contemperare le distinte esigenze dei lavoratori e dei datori di lavoro. Questi ultimi, infatti, pur rimanendo liberi di scegliere se aderire o meno

al sistema della bilateralità, non potranno tuttavia privare i propri dipendenti di quegli elementi aggiuntivi di retribuzione che vengono configurati in termini di diritto dalla contrattazione collettiva. Il datore di lavoro che decida di non iscriversi agli enti bilaterali di riferimento non potrà però esimersi dall’erogare quello stesso servizio mediante il versamento direttamente al lavoratore (previa quantificazione in termini economici da parte del contratto collettivo) di una somma forfettaria (su base mensile e/o annuale) ovvero attraverso il riconoscimento di una prestazione equivalente. GFS

DIZIONARIO ENTE BILATERALE E “BILATERALISMO” Gli enti bilaterali sono organismi creati congiuntamente dalle parti che stipulano un contratto collettivo di lavoro (organizzazioni sindacali ed organizzazioni di rappresentanza dei datori di lavoro) con la finalità di erogare di comune accordo determinati servizi a favore dei lavoratori appartenenti al settore produttivo a cui si applica il contratto stesso. FONDO SANITARIO INTEGRATIVO E’ un ente bilaterale senza scopo di lucro il cui fine è quello di fornire ai suoi iscritti forme di assistenza sanitaria integrative a quanto offerto dal Sistema Sanitario Nazionale. Tale assistenza si esplica in diverse forme: sostenendo le spese che restano a carico dell’assistito qualora questo utilizzi i servizi del SSN, erogando all’iscritto prestazioni sanitarie attraverso strutture mediche convenzionate con il fondo sostenendo direttamente le spese connesse a tali prestazioni, erogando servizi di prevenzione sanitaria. I Fondi sono tipicamente istituiti dai contratti nazionali di lavoro dei diversi settori produttivi.

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LE ERNIE ADDOMINALI

IL CHIRURGO

Dott. Antonino Gatto Specialista in chirurgia d’urgenza e pronto soccorso Specialista in urologia Specialista in chirurgia plastica e ricostruttiva Primario chirurgo del presidio ospedaliero di Monterotondo della ASL RMG.

Le ernie addominali solo delle protrusioni del contenuto della cavità addominale, prevalentemente anse intestinali, attraverso aree di debolezza, congenite od acquisite, della parete dell’addome.

S

i manifestano spesso a seguito di uno sforzo vigoroso, o di più sforzi ripetuti nel tempo, come tumefazioni della parete addominale associate ad una sintomatologia dolorosa localizzata nella sede di fuoriuscita dell’ernia dalla parete addominale. Negli uomini le più comuni ernie sono quelle della regione inguinale; si manifestano come tumefazioni localizzate subito al di sopra della piega cutanea inguinale, tra addome e coscia, ma si possono anche estendere verso il basso raggiungendo il sacco scrotale – ernie inguino-scrotali -.Lo sviluppo di questo tipo di ernie avviene all’interno di un canale muscolare della porzione inferiore della parete addominale anteriore – canale inguinale – che, nell’uomo, ha funzione di passaggio per i vasi arteriosi e venosi, ad origine nella cavità addominale, destinati ai testicoli e per i dotti deferenti

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che originano dai testicoli e sono diretti alle vescicole seminali. Distinguiamo piccole ernie, che si affacciano solo all’ingresso interno del canale inguinale dalla cavità addominale, – cosiddette punte d’ernia – vere e proprie ernie inguinali, che percorrono tutto il canale muscolare inguinale e si affacciano all’esterno attraverso l’orificio esterno del canale inguinale stesso. Nelle donne l’incidenza di ernie addominali è modesta e molto spesso si localizzano più in basso nella regione crurale fuoriuscendo dall’addome subito al di sotto del legamento inguinale. La sintomatologia dolorosa, che può essere anche molto intensa, è localizzata al di sotto della piega cutanea inguinale tra addome e coscia. Le ernie crurali si espandono, seppur con dimensioni ridotte e quasi mai con la comparsa di tumefazioni cutanee, verso la regione anteriore interna della coscia. La conseguenze più gravi di una ernia addominale sono l’intasamento del contenuto fecale delle anse intestinali contenute nell’ernia e lo strangolamento dei vasi venosi ed arteriosi destinati alle anse intestinali. Entrambi gli eventi conducono ad una vera emergenza indifferibile che può essere risolta solo attraverso un intervento chirurgico eseguito in urgenza – ernia strozzata -. Pertanto sarebbe auspicabile che le ernie addominali siano trattate chirurgicamente in regime

Erniarepair

programmato, possibilmente al loro esordio, e comunque sicuramente prima che si manifestino le temibili complicanze suddescritte. L’intervento chirurgico di ernioplastica viene oggi eseguito in regime di ricovero in Day Hospital e perlopiù con la sola anestesia locale. Il paziente rientra a casa la sera stessa dell’intervento, ha sintomi dolorosi pressoché inesistenti ed ha una convalescenza limitata a pochi giorni. Per il trattamento delle ernie inguinali si è dimostrata molto efficace l’adozione di reti, in polimero plastico biocompatibile, opportunamente sagomate. L’adozione di queste reti biocompatibili, che vengono progressivamente inglobate nei tessuti senza alcun disturbo per il paziente, consente di ottenere un’ottima solidità della riparazione della breccia attraverso cui si è sviluppata l’ernia, rendendo ormai rarissimi i casi di recidiva del’ernia medesima. In casi molto selezionati, ove ve ne siano le indicazioni cliniche, è anche possibile eseguire la riparazione dell’ernia dall’interno della cavità addominale con un intervento chirurgico eseguito in chirurgia mini invasiva laparoscopica.

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Il lago del Turano rende in modo immediato queste sensazioni con i tre borghi di Castel di Tora, Antuni e Colle di Tora a comporre una geometria perfetta con Antuni divenuto un’isola al centro del lago. La quinta che si apre arrivando al lago dalla provinciale che si diparte da Poggio Moiano è assolutamente memorabile con Castel di Tora e la sua rocca che svettano su un bastione di roccia a strapiombo sull’acqua.

La storia

Castel di Tora La Sabina ha due gioielli incastonati nella sua terra: i laghi del Turano e del Salto. Nati per volere dell’uomo ottanta anni fa, vivono dello stesso respiro, collegati tra loro da un canale sotterraneo per bilanciarne i bacini ed assicurare continuità di produzione elettrica. Forse è proprio il fatto di essersi improvvisamente andati ad inserire in vallate che non erano loro a renderli particolari, a donar loro una natura quasi alpina, colori e luci futuriste fino alla tonalità dell’acciaio quando le nuvole scure del temporale filtrano e diffondono la luce solare. Forse il colpo d’occhio d’impatto di cui ambedue godono si sprigiona proprio dall’avere in un attimo condizionato e mutato la natura, il naturale fluire delle pendici di monti e colline e, soprattutto, lo scenario degli abitati umani.

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Ripercorrerne con il dovuto dettaglio la storia richiederebbe spazi diversi da questi, ma bisogna subito dire che la valle del fiume Turano è stata abitata da sempre, come testimonia la memoria della antica città Sabina di Thora poi romana, la cui collocazione è ancora incerta ma di cui il “nostro” borgo ha ripreso il nome mutando, nel 1864, l’originario Castel Vecchio in Castel di Tora. Comunque Castrum Vetus e Castrum Antoni (Antuni) riemergono dai secoli bui per costituire – su due colli uno di fronte all’altro che chiudevano in una gola il fiume Turano – due castelli di controllo e difesa di quel territorio all’epoca delle invasioni saracene del IX e X secolo. La prima citazione nei documenti dell’Abbazia di Farfa (che dipone dell’archivio che conta quando si vuol datare qualcosa in Sabina) è del 1035 e nel 1092 fu proprio l’Abbazia ad entrarne in possesso come donazione dai Rusticelli - Guidonisci, insieme al monte Antuni, l’antico “Castrum Antoni”. Si susseguono gli eventi e Castel Vecchio è feudo prima dei Brancaleoni prima e dei Mareri poi. Va citato che proprio a Castel Vecchio si rifugia nell’agosto del 1268 Corradino di Svevia, ultimo degli Hohenstaufen a governare il Regno di Napoli e Sicilia prima di proseguire verso Vicovaro, nel vano tentativo di sottrarsi alla cattura da parte degli Angioini che si impadronirono del suo regno. Nel 1440 il feudo di Castelvecchio, che faceva a quel punto parte dello Stato Pontifico, passò agli Orsini sino al 1634 quando passò ai Borghese fino all’abolizione del sistema feudale nel 1806.

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IN SABINA

Intervista al Sindaco Giovanni Orsini

S

indaco Orsini, quello che colpisce immediatamente entrando nel borgo di Castel di Tora è non solo il recupero effettuato sugli spazi pubblici ma i numerosi recuperi realizzati sulle abitazioni private. Come è stato possibile coinvolgere in questo modo i proprietari?

Il borgo Se il contesto paesaggistico è d’eccezione, il borgo non è da meno. La sua origine difensiva non può sfuggire al visitatore, sia per la torre poligonale (XI secolo) che sembra come emergere da una gigantesca formazione rocciosa che rappresenta essa stessa un formidabile bastione di difesa mentre due torrette di età più tarda (XV sec.), collocate nelle attuali via Turano e via Cenci, rivelano i resti della cinta muraria che proteggeva l’intero perimetro cittadino. Completamente restaurata è poi la Chiesa si San Giovanni Evangelista che recentissimi restauri ci

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restituiscono perfetta sia nell’edificio che negli affreschi e nelle tele in essa conservati. A dare poi alla visita un senso una valenza quasi “didattica” è il prendere conoscenza della numerosità e della omogeneità degli interventi di recupero degli edifici privati (di cui parliamo più diffusamente nell’intervista con il Sindaco di Castel di Tora, Giovanni Orsini): una testimonianza preziosa di rispetto ed amore per la nostra storia bellissima a vedersi. Una festa da non perdere Purtroppo, quando questo numero

di SalutePiù andrà in stampa, l’edizione 2011 del Polentone di Castel di Tora – che si tiene la prima domenica di Quaresima – sarà già passata ma vi farà venire l’acquolina in bocca e vi farà segnare la data per il 2012 sapere che si tratta di una imponente polenta cotta in un calderone sul fuoco di legna e condita con un sugo magro di baccalà, aringhe, tonno e alici. Fate però in tempo – l’ultima domenica di settembre – a recarvi a Castel di Tora per la Sagra degli Stringozzi … rimanendo in attesa del Polentone.

Vede, in realtà, alle volte anche con pochi mezzi si possono raggiungere risultati significativi se si riesce ad instaurare un processo virtuoso che mette insieme amministrazione pubblica e cittadini. Nel nostro caso, dagli anni novanta a tutt’oggi, il comune con fondi del proprio bilancio ha avviato un programma di incentivi a favore dei cittadini che intervengo sulle proprie abitazioni. Non si trattava di cifre gigantesche, per la precisione il contributo era di quattro milioni di lire per ciascun proprietario, ma tanto bastò a coinvolgere più di 50 proprietari in attività di recupero degli immobili. Soprattutto, la concessione del contributo rese possibile ottenere quell’omogeneità di interventi che lei riscontra ancora adesso e, fatto ancor più importante, permise di stabilire un rapporto di fiducia tra uffici tecnici del Comune e proprietari: a tutt’oggi, quando qualcuno avvia i lavori sulla sua casa viene da noi, oltre che per i permessi, anche per consultarsi sulle soluzioni più idonee e più coerenti con l’impostazione

generale. In realtà in questo caso, sono i particolari che contano, che danno quel senso di armonia: la scelta dei coppi per i tetti, gli infissi in legno, i canali di gronda in rame, l’eliminazione dei bagni pensili, il rivestimento delle strutture portanti dei balconi e così via. E per quanto riguarda le aree pubbliche, come vi siete mossi? Il Comune si è mosso su due binari. Il primo, di natura più concettuale, a braccetto con la Soprintendenza, finalizzato ad impostare in modo corretto ed omogeneo nel tempo le attività di recupero. Il secondo, che è l’attuazione pratica del primo, finalizzato alla realizzazione degli interventi. Intanto con la risistemazione di tutte le pavimentazioni pubbliche, che ci ha permesso anche di portare sotto traccia le utenze. Poi con il recupero dei beni monumentali, quali la nostra Chie-

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IN SABINA

permetta di dire che, per un comune delle vostre dimensioni, è un risultato particolarmente importante.

sa Parrocchiale che abbiamo terminato nel 2008. E’infine recentissima la conclusione del restauro di due affreschi e di due tele custodite nella Chiesa grazie ai finanziamenti ottenuti dalla Fondazione Varrone. E per il futuro? Stiamo per dare il via ad un’ulteriore gruppo di recuperi dedicato alle facciate degli immobili più importanti del borgo. Il Comune ha reperito fondi per 345.000 euro con i quali effettueremo interventi rilevanti, tra cui il recupero delle facciate dei palazzi presenti nella piazza della Chiesa. Si tratta però anche di garantire che non succeda quello che purtroppo è successo ad altri borghi, bellissimi in sé ma circondati da costruzioni moderne che ne snaturano completamente le origini e li rendono, alla fine, molto poco attrattivi. Questo da noi non si preoccupi che non succederà. Intanto ci sono leggi nazionali e regionali sull’edilizia che noi facciamo rispettare. Poi abbiamo un piano regolatore approvato fin dal 1982 e stiamo molto attenti alla sua applicazione: sappiamo troppo bene che il borgo è la nostra risorsa. Stiamo molto attenti anche all’ambiente circostante. Le faccio un esempio che è quello della gestione dei rifiuti ingombranti dove offriamo un servizio apposito proprio a garanzia del fatto che niente finisca buttato sulle sponde del lago.

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Un altro grande intervento è stato quello del recupero del Borgo di Antuni. Mi

Certamente si è trattato di un risultato importante ma non solo dal punto di vista urbanistico perché ha avuto un profondo significato di impegno sociale. La storia, in breve, è che Antuni è appartenuto fino agli anni ’90 ai suoi ultimi feudatari, i principi Del Drago, che ne erano entrati in possesso in un’epoca in cui Castel di Tora e Antuni, separati dal fiume Turano, visto che la creazione del lago risale solo agli anni ’30, erano due realtà a se. Negli anni ’90 Antuni era ormai in condizioni assolutamente precarie ma erano anche ancora evidenti non solo la sua bellezza ma anche la potenzialità di ospitare comunità di dimensioni significative. Nacque cosi l’idea, insieme a Don Pierino Gelmini, di recuperare Antuni e costituirvi una comunità per la cura delle tossicodipendenze: reperimmo i fondi necessari anche dalla CEE e dai finanziamenti per il Giubileo e così riuscimmo a portare a termine quest’opera. Oggi però Antuni è vuota. Si, Don Pierino chiuse la comunità di Antuni perché negli anni si era via via ridotto il numero dei ragazzi da assistere e così gli immobili sono nuovamente nella disponibilità del comune che non sta però a guardare. Infatti, stiamo valutando con operatori del settore la possibilità di crearvi una struttura alberghiera importante ed esistono prospettive incoraggianti. Inoltre, sarà sede di un Museo Ambientale per la Riserva dei Monti Cervia e Navegna Albergo è sinonimo di turismo. Immagino che proprio il turismo sia la risorsa fondamentale di Castel di Tora. Come vanno le cose? Guardi, il turismo e Castel di Tora rappresentano una vicenda che parte da lontano. Negli anni ’30, quando sono stati realizzati i due laghi artificiali del Turano e del Salto, noi vivevamo di un’agricoltura di alta collina che oggi, probabilmente, non sarebbe più sostenibile e il nostro borgo sarebbe un ennesimo borgo fantasma. Poi arrivò il lago che, all’inizio, rappresentò un momento traumatico per la comunità

castelvecchiese cambiando completamente la sua economia ma che oggi ha dimostrato di essere la sua salvezza. Noi siamo una comunità “invernale” di 250 persone che diventano 1.500 d’estate. Abbiamo un albergo, due agriturismi, un B&B, diversi ristoranti e un nutrito gruppo di pescatori e cacciatori che affittano le abitazioni del borgo come base per le loro escursioni. Da qualche tempo, si vedono acquisti di case da parte di persone che le utilizzano come case di vacanza, un fatto che ci da tranquillità per il futuro del borgo e per il prosieguo del suo recupero. Un’ultima domanda, Castel di Tora fa parte del Club dei Borghi più belli d’Italia. Che significato ha per voi e cosa vi porta? Mi lasci fare una battuta: quando lei è entrato in ufficio ha visto che stavo finendo di organizzare l’arrivo qui da noi di un pulman di turisti da Pistoia: quindi anche oggi il Club ci ha portato 50 visitatori ! Scherzi a parte, noi siamo tra i dodici comuni soci fondatori del Club ed il nostro Vice Sindaco è anche il VicePresidente del Club stesso. Si è trattato, e lo è ancora, di un percorso importante per noi: innanzitutto perché ci consente un contatto ed un confronto continuo con un gruppo di circa 200 comuni assolutamente simili a noi da ogni punto di vista. Poi, perché si tratta di una vetrina che ci permette di proporci ad un mondo di persone interessate ad un turismo storico-ambientale che trova nei borghi appartenenti al Club una destinazione ideale. Pensi che, dal punto di vista pratico, siamo il settimo comune in termini di click ricevuti sul portale del Club. Per finire, le dico anche che nel 2008 siamo stati nominati Borgo dell’Anno: non ha notato la pergamena giusto davanti alla mia porta? GFS

IL GINECOLOGO

CENTRI PMA Dott. ssa Manuela Steffè Responsabile del Centro per la Procreazione Medicalmente assistita di I livello presso il Laboratorio Clinico Nomentano

Cos’è un Centro di PMA? La sigla “PMA” significa Procreazione Medicalmente Assistita, anche detta Fecondazione Assistita, e si riferisce ad un settore medico specialistico che si occupa della diagnosi e della terapia delle coppie infertili, ossia delle coppie che hanno difficoltà ad ottenere una gravidanza, e quindi un figlio. La definizione anglosassone, Medicina della Riproduzione, meglio descrive l’ampio ambito di competenze necessarie in tale settore, pur essendo ultra-specialistico. Un centro di PMA è tale perché soddisfa i requisiti strutturali, strumentali e di esperienza professionale previsti dalla legge 40/2004, specifica per questo settore. In Italia esistono un gran numero di centri di PMA (341 centri in base al censimento concluso a gennaio 2009) sia pubblici che privati. Si dividono in centri di I, II e III livello: la distinzione è relativa al tipo di tecnica di PMA utilizzata. I centri di I livello sono 142 (41,6%) mentre i centri di II e III livello, considerati insieme, sono 199 (58,4%). I centri di I livello utilizzano tecniche meno complesse e quasi esclusivamente l’inseminazione semplice (IUI - Intra-uterine-insemination, ossia inseminazione intrauterina). Questa consiste nell’inserimento nella cavità uterina, in fase ovulatoria, del liquido seminale, adeguatamente trattato, che può essere fresco o scongelato. I centri di II livello, invece, attuano, oltre all’inseminazione,

procedure progressivamente più impegnative, complesse e invasive in base al tipo di infertilità, che prevedono la fecondazione all’esterno del corpo femminile (=in vitro) (FIVET, ICSI). I centri di III livello sono situati in cliniche dove possono eseguire, oltre alle precedenti tecniche, anche le tecniche che prevedono l’anestesia generale e la degenza (TESE, GIFT, TET,…)

Quali garanzie offrono? Pur essendo impegnativo l’iter diagnostico e terapeutico, certamente l’ottenimento della gravidanza non è garantito! Ciò che invece è garantito è l’adeguatezza del centro ai requisiti previsti dalla legge 40/2004, rispetto al proprio livello di tecniche eseguite, e la successiva autorizzazione. Questa legge definisce i requisiti locativi della struttura, la strumentazione in dotazione, le procedure diagnostiche e terapeutiche, oltre alla adeguata professionalità ed esperienza del personale operante nel centro. Inoltre, nel 2005, il Ministero della Salute ha delegato l’Istituto Superiore di Sanità alla istituzione e gestione del Registro Nazionale della Procreazione Medicalmente Assistita. Le principali finalità del Registro sono quelle di censire le strutture operanti sul territorio nazionale, raccogliere annualmente i dati relativi all’applicazione delle tecniche di PMA, predisporre una rela-

zione annuale dei dati raccolti per il Ministro della Salute, oltre a promuovere informazione e prevenzione dal proprio sito internet.

Perché recarcisi? Le coppie che desiderano un figlio che tarda ad arrivare, pur avendo rapporti liberi e completi da almeno 18 mesi, dovrebbero richiedere un consulto medico. Lo specialista in Medicina della Riproduzione è il referente più adeguato per inquadrare clinicamente la coppia infertile, impostando un programma diagnostico graduale ma funzionale ad identificare le cause dell’infertilità, in tempi relativamente brevi.

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Come funziona? Durante il primo colloquio, la coppia conosce lo specialista in Medicina della Riproduzione, solitamente un ginecologo. Avendo portato in visione i risultati di tutte le analisi eseguite in passato (specie se relative a precedenti tentativi di PMA), il primo consulto approfondisce la storia medica individuale e familiare della coppia, gli stili di vita, ecc…Se necessario, si esegue una visita ed una ecografia, meglio se transvaginale, alla donna. Si propone quindi di completare gli esami diagnostici di base, qualora non siano già stati eseguiti. Se necessario, si consigliano dei consulti specialistici (endocrinologo, andrologo, senologo, diabetologo,…) finalizzati a definire meglio lo stato di salute generale e/o riproduttivo. Nelle visite successive, la coppia incontra sempre lo stesso specialista che, analizzando i risultati delle indagini richieste, potrà spiegare alla coppia

Fabrizio Sciarretta

Cosa può (o deve) fare l’ente “Provincia” per la salvaguardia e la valorizzazione dei nostri borghi storici e dell’ambiente naturale in cui essi si collocano? Come si integra con le altre amministrazioni (Comuni e Regione) che hanno in questo campo specifiche competenze? Quali iniziative “pratiche” stanno mettendo in campo le Provincie di Rieti e di Roma? Questo è il senso delle interviste che SalutePiù vi propone con due esponenti delle Provincie di Rieti e di Roma che, per conoscenza dei territori specifici e per competenze istituzionali, ci possono guidare nella comprensione di cosa hanno in cantiere le due provincie con competenza territoriale sulla Sabina Romana e Reatina.

FRANCESCO PETROCCHI

Dizionario • FIVET (fertilization in vitro embryo transfer, fertilizzazione in vitro e trasferimento dell’embrione): la fecondazione avviene all’esterno del corpo femminile mettendo vicino l’ovocita e gli spermatozoi; l’embrione ottenuto (o gli embrioni per un massimo di due o tre) viene trasferito in utero. • ICSI (intracytoplasmatic sperm injection, iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo): il singolo spermatozoo viene fatto penetrare direttamente nell’ovocita; l’embrione ottenuto (o gli embrioni per un massimo di due o tre) viene trasferito in utero. • TESE (estrazione microchirurgica di spermatozoi dal testicolo): praticando una piccola incisione, si effettua una minuscola biopsia – spesso è multipla – di tessuto testicolare dal quale, in laboratorio, si liberano gli spermatozoi. • MESA (aspirazione microchirugica di spermatozoi dall’epididimo): anche questa tecnica prevede una incisione chirurgica. Si punge poi, con una siringa, l’epididimo e si aspirano gli spermatozoi. • PESA (prelievo per cutaneo di spermatozoi dal testicolo): senza alcuna incisione chirurgica, si punge il testicolo attraverso la pelle con una siringa e si “aspira” il tessuto testicolare. • GIFT prevede il trasferimento di entrambi i gameti–ovocita e spermatozoo- non ancora uniti a formare un embrione, nelle tube di Falloppio, per via laparoscopica. • ZIFT trasferimento nelle tube di zigoti (= ovociti fecondati da 1 giorno) oppure di embrioni di più giorni (TET) ottenuti in vitro, per via transvaginale ecoguidata o isteroscopia.

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Tabella 1 -Totale dell’attività svolta nei centri di I e II-III livello nel 2007 ( sec Istituto Superiore di Sanità) Nr centri Nr di coppie trattate Nr di cicli terapia iniziati Nr di tecniche eseguite Nr di gravidanze % gravid per tecniche eseguite

342 55.437 75.280 63.065 11.685 18.5 %

Tabella 2 : Inseminazioni intrauterine svolte nel 2007 ( sec Istituto Superiore di Sanità) Nr centri Nr di coppie trattate Nr di cicli terapia iniziati Nr di tecniche eseguite Nr di gravidanze % gravid per coppie trattate

275 18.972 31.551 28.582 3.400 17.9 %

Tabella 3 : FIVET / ICSI svolte “a fresco” nel 2007 ( sec Istituto Superiore di Sanità) Nr centri aderenti all’indagine Nr di coppie trattate Nr di cicli terapia iniziati Nr di tecniche eseguite Nr di gravidanze % gravid per coppie trattate

Borghi

LE INTERVISTE

stessa le cause dell’infertilità che saranno emerse e illustrare le eventuali opzioni terapeutiche. Il medico, e spesso lo psicologo che collabora con il centro, accompagnano la coppia nel percorso di PMA, passo dopo passo. Conoscere la strada può aiutare a affrontare le difficoltà e a predisporsi all’impegno necessario con più serenità ed equilibrio. Inoltre, conoscere le procedure utilizzate con i relativi rischi e possibilità di successo, fa parte del processo di sviluppo dell’autonomia e della partecipazione consapevole della coppia su cui si fonda un rapporto medico-paziente trasparente ed etico. Nel caso della PMA che coinvolge la sfera più intima della persona, la fiducia umanamente e scientificamente fondata nel medico e nella struttura compensa il disagio che l’infertilità spesso induce ed è di per sé un elemento di potenziamento delle possibilità di successo.

181 33.169 40.026

(22% FIVET e 78% ICSI)

30.780 7.854 25.5 %

mentanese, si è laureato in giurisprudenza nel 1997 e svolge da allora l’attività forense Nel corso dell’attività professionale ha curato controversie affidate da Amministrazioni Pubbliche, ed ha svolto consulenza, attività giudiziale e stragiudiziale per società private. Dal 1993 ad oggi ha ricoperto funzioni di consigliere, assessore e amministratore pubblico nel Comune di Mentana ed è attualmente Vicepresidente del Consiglio Provinciale di Roma.

Onorevole Petrocchi, cosa fa la Provincia di Roma per salvaguardare e valorizzare i suoi borghi storici ed in particolare quelli della Sabina Romana? Purtroppo la Provincia, nonostante sia l’ente amministrativo più vicino al territorio, è anche quello che dispone di meno fondi. Così la realizzazione delle nostre idee si scontra con endemici problemi di cassa. Ciononostante, ci muoviamo in diverse direzioni: informazione turistica per promuovere le nostre località, interventi per il recupero dei centri urbani e una continua collaborazione con i comuni per promuovere iniziative specifiche. Iniziamo dalla prima, l’informazione turistica. Su questa dimensione ho presentato e portato a compimento un progetto specifico, “Promuoviamoci in Sabina”, che abbiamo condotto proprio come Presidenza del Consiglio Provinciale. L’idea è stata quella di

promuovere percorsi omogenei che collegassero tra loro i comuni della Sabina Romana (Fonte Nuova, Mentana, S.Angelo Romano, Palombara, Montorio, Monteflavio, Moricone, Nerola) offrendo al visitatore un suggerimento per visitarli tutti seguendo un filo ideale. Ad esempio, visitare i castelli ed i palazzi baronali che ornano questi borghi, si pensi a palazzo Borghese a Mentana, ed ai castelli degli Orsini a Nerola ed Sant’Angelo e così via. Oppure fare escursioni utilizzando i sentieri naturalistici. L’idea è di indurre il turista a non fermarsi solo in un posto ma di unire in un’unica visita più luoghi attraverso un percorso, appunto, omogeneo per contenuti. Abbiamo anche organizzato un percorso enogastronomico, nel quale alcuni ristoratori propongono un menù con i nostri piatti tradizionali sabini. I percorsi e tutte le informazioni necessarie – compresi orari e numeri di telefono necessari per accedere a monumenti spesso chiusi – sono resi disponibili in un CD che mi sembra anche particolarmente pregevole sul piano estetico.

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Su questa base lei stai anche cercando di creare una collaborazione più stretta tra i comuni della Sabina Romana, che poi è una delle direzioni che lei citava. Dico bene? Dice bene. Il 14 aprile riuniremo a Palombara tutti gli operatori del settore turismo dei comuni interessati al progetto insieme al Presidente della Commissione Turismo del Senato, Cesare Cursi, il Vicepresidente della Commissione Turismo del Comune di Roma ed il Presidente dell’ENIT. L’idea è di costituire un’associazione tra gli operatori per proporre un’offerta turistica importante, da rivolgere ai tantissimi turisti che ogni giorno visitano la Capitale: anche se una piccola parte di costoro passasse un solo giorno in Sabina, registreremmo una crescita esponenziale delle presenze ! Quello che come Provincia cerchiamo di fare è un’azione di facilitazione: creare l’opportunità per la quale gli operatori, ma anche le amministrazioni comunali, inizino ad operare insieme.

E per quanto riguarda il recupero dei borghi storici in termini urbanistici? Anche qui, purtroppo, dobbiamo partire dalla esiguità dei fondi a disposizione della Provincia e, viceversa, dalla numerosità dei comuni della provincia di Roma, che sono 120. In ogni caso, quest’anno mettiamo a disposizione dei comuni per la valorizzazione dei nostri borghi storici 3.5 milioni di euro attraverso un apposito bando di gara. A questo vanno aggiunti gli accordi di programma che la Provincia sigla con i comuni per la realizzazione di opere specifiche. Questi fondi sono poi integrabili sia con fondi provenienti da altri enti, quali la Regione, sia con fondi privati. A questo proposito, quello che è assolutamente necessario fare, anche perché non costa nulla, è coordinare tra loro le misure di agevolazione offerte dai diversi enti territoriali in modo che i comuni possano costruire con facilità progetti più ampi avvalendosi di finanziamenti provenienti da più parti. Un primo passo sarebbe, semplicemente, far coincidere le date di scadenza dei bandi.

Chi volesse disporre del CD “Promuoviamoci in Sabina”, può contattare il Laboratorio Clinico Nomentano (06 90625576) o le Terme di Cretone (0774 615100) per prenotare e passare a ritirare la sua copia.

GRECCIO

TOFFIA

MICHELE BECCARINI Michele Beccarini, reatino, si è laureato in architettura nel 1997 e svolge da allora attività libero professionale nel campo della Progettazione e Direzione lavori per importanti opere pubbliche e private, nell’ambito della riqualificazione ambientale e ristrutturazione dei borghi storici. Dal 2008 al 2010 è stato Vice Segretario Regionale dell’UDC e, a partire dal 2009, è Assessore alle Politiche Ambientali ed Urbanistiche della Provincia di Rieti .

Assessore Beccarini, cosa fa la Provincia di Rieti per salvaguardare e valorizzare i borghi storici reatini e sabini? Partiamo dal quadro politico-amministrativo generale. In questa legislatura, alla Provincia di Rieti, per la prima volta, sono state unificate in un unico assessorato le deleghe all’ambiente ed all’urbanistica con pieni poteri nell’approvazione dei piani regolatori comunali. Infatti, le normative nazionali hanno recentemente attribuito alle Provincie la competenza sia dell’approvazione dei piani regolatori comunali sia dei relativi regolamenti dove, nel dettaglio, si stabiliscono i dettagli realizzativi, ad esempio le caratteristiche delle facciate o le modalità di realizzazione delle soluzioni per il risparmio energetico. Il primo obiettivo di un piano regolatore di un comune che dispone di un centro storico di pregio deve essere quello di circoscriverlo e garantire al suo interno e nelle aree che lo circondano il mantenimento di condizioni di tutela perché il mantenimento del paesaggio e dell’ambiente circostante è vitale per salvaguardare anche la bellezza del centro storico. Quindi la Provincia ha, anzitutto, un ruolo normativo che permette di prevenire gli abusi ed indirizzare gli interventi edilizi e di ripristino nella direzione più opportuna?

TERMINILLO

ASCREA

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Si, ma il tema va oltre la pura attività edilizia. Il Piano Regolatore si deve occupare ad esempio di evitare strade d’accesso che deturpino il paesaggio o rechino danni all’ambiente oppure nell’individuare soluzioni che consentano di posizionare fuori da un borgo quelle attività produttive, chiamiamole “inquinanti”, che mal si addicono ad un borgo storico, posizionandole in apposite zone artigianali che però siano a basso impatto e non realizzate a ridosso della parte storica. Il punto è che il reatino conserva ancora oggi un ambiente incontaminato, basti pensare che il 75% del territorio della provincia è ancora coperto da boschi. Siamo il bacino idro-potabile più grande d’Europa. Dunque, bisogna progettare e realizzare interventi con la precisione del chirurgo perché è il borgo all’interno del bosco ad essere bello non quello circondato da interventi urbanistici sbagliati.

In termini operativi quali attività stanno maturando in questo suo primo anno di mandato? Devo dire, anzitutto, che sto passando questo primo periodo del mio mandato girando quasi ogni giorno per il territorio della provincia, che credevo di conoscere mentre, invece, scopro tesori ed opportunità sempre nuovi e, spesso, eccezionali. Parlando di operatività, stiamo preparando un regolamento edilizio tipo che potrà essere adottato dai comuni: l’obiettivo è quello di incoraggiare un’uniformità di approcci che aiuti l’omogeneità delle soluzioni presenti sul territorio, in primo luogo quelle relative al recupero dei borghi storici. Dal punto di vista dei piani regolatori, abbiamo in corso di approvazione quelli di Casperia, Forano, Montebuono. E per quanto riguarda la Sabina? Come ho appena detto la bellezza del borgo storico sabino o reatino in generale sta non solo in se ma nel rapporto che esso ha con l’ambiente naturale che lo circonda. In realtà, dal punto di vista del turismo, è proprio questo che dobbiamo offrire: un contesto generale di bellezza incontaminata. Dobbiamo cioè essere capaci di proporre situazioni in cui il visitatore possa fruire di un rapporto complessivo con il territorio non limitato al solo contesto urbano anche se di pregio. Con questa filosofia sto approcciando la realizzazione di un progetto che riguarderà il fiume Farfa che è l’asse portante di un’area non solo di grandissima rilevanza storica ma anche un unicum in termini ambientali per caratteristiche specifiche del fiume, che è unico per la sua caratteristica di essere contornato da un sistema di vegetazione a grotta, e per l’elevata biodiversità del suo bacino. Il progetto su cui stiamo lavorando è quello di sottoporre a tutela l’intera area e creare un percorso di fruizione integrato che coinvolga non solo l’Abbazia ed i borghi ma anche le risorse naturali, i siti archeologici e tutto ciò che in quell’ambito possa essere di interesse per il visitatore.

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NELLA SOCIETÀ DELL’IMMAGINE CONTINUAMENTE INSEGUITI DA SPOT PATINATI

Una bellezza che non sia solo esteriore. Ma anche e soprattutto interiore Cura del corpo. Ma non solo. Con i mass-media che rilanciano in continuazione immagini patinate di avvenenti donne e uomini affascinanti.

E

’ un “modello fisico” riproposto all’infinito. Che s’impone, con indubbia potenza comunicativa e seduttiva, all’attenzione della massa. E che condiziona, giocoforza, le scelte di vita di molti. Nel bene e nel male, dipende da come la si pensa. Potenza del tubo catodico e di tutto l’ambaradan di cui dispone la galassia mediatica. L’attenzione per il proprio corpo, nel tempo, però, si è rivestita di ulteriori e raffinati significati. Rappresenta, secondo molti, un passaggio imprescindibile per raggiungere il benessere generale dell’individuo. Inteso, ovviamente, a livello psicologico e fisico. E scusate se è poco. Raggiungere il peso-forma è un traguardo che i più si pongono. La lancetta della bilancia incute rispetto. Ti aspetta al varco ogni mattina. Guai a chi sgarra. Prodotti dai nomi e dalle confezioni intriganti fanno capolino dagli scaffali degli showroom, spot avvincenti e pubblicità sulla carta

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Carlo Argeni

stampata non danno tregua a chi ha qualche chiletto di troppo. Oppure, ad andare proprio a cavillare, qualche problemino qua e là. Come se già questo non bastasse, tutti i messaggi che ci raggiungono ci invitano a diete equilibrate e a non poltrire nel salotto di casa. Bisogna armarsi di tanta pazienza e, magari dopo un’estenuante giornata di lavoro, attrezzarsi di borsone, e annessi e connessi, per una salutare sudata in palestra. Che diamine, un pò di moto è quello che ci vuole per smaltire le fatiche quotidiane. Una beauty-farm sarebbe il top per parecchi. Con, ad attenderci, un bel contorno di creme, deodoranti, oli profumati, sauna e candele profumate. Il must

rimane, a sentire i soliti bene informati, quell’abbronzatura che pare non volere proprio andare via. Quella perenne tintarella suscita l’invidia dei “visi pallidi”. D’altronde, l’evoluzione scientifica dei prodotti cosmetici ha fatto passi da gigante. Complice, ovviamente, lo sviluppo tecnologico e una mirata attività di ricerca. In soldoni questo significa la possibilità, per chi vuole, di migliorarsi. Oppure, semplicemente, di sentirsi più bello. Quasi che questo rappresentasse, per alcuni, una sorta di riscatto sociale. O un modo per salire in passerella in quello che è il quotidiano teatrino della vita. Ognuno è libero di vederla e pensarla come vuole. Le nostre sono riflessioni in libertà. Lasciano, pertanto, il tempo che trovano. Sia ben chiaro: ognuno è padrone di avere più o meno cura del proprio corpo. Un fisico più o meno scattante. E’ una sua personalissima scelta. Rispettabilissima. Sempre e comunque.

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SalutePiù - Aprile 2011  

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