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GENNAIO 2014

Le possibilità di abbonamento a NOIDONNE sono le seguenti: ordinario 25 euro straordinario 60 euro (hai diritto a 3 indirizzi o 3 copie) sostenitore 100 euro (hai diritto a 6 indirizzi o 6 copie) 1+1= 40 euro Due abbonamenti - almeno una nuova abbonata con un unico bollettino di soli 40 euro (anzichè 50 euro) Il versamento può essere effettuato con un bollettino di c/c postale sul conto nr. 000060673001 oppure con Bonifico su BancoPosta intestato a: Società Coop. Libera Stampa a rl c/o Studio Berto Fabio IBAN: IT57 D076 0103 2000 0006 0673 001

MAFIE LETTERA A DENISE COSCO MONDI TUNISIA E VIETNAM LIFE-COACHING LO SPAZIO PER SE STESSE

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demo B O O M VIVERE UN PIANETA AFFOLLATO prezzo sostenitore 3,00 euro Anno 69 - n.1 ISSN 0029-0920


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Gennaio 2014

DELFINA

di Cristina Gentile

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SOMMARIO

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01 / DELFINA di Cristina Gentile

14/19 FOCUS/ demoBOOM

03 / EDITORIALE di Tiziana Bartolini

14 LonGeViTà e BuonA ViTA LA SFidA dA VinCere inTerViSTA A ALeSSAndro roSinA di Tiziana Bartolini

SPECIALE: 1944/1950 primo inserto di Silvia Vaccaro

4/7 ATTUALITà 04 AnCorA in mArCiA diVerSAmenTe uniTe di Giancarla Codrignani

18 CAVALLeTTe Per SFAmAre iL mondo LA riCeTTA deLLA FAo di marta mariani

06 LA (nuoVA) ChieSA TrA imu e Pro ViTA di Stefania Friggeri

20/25 JOB&JOB

8/9 BIOETICA

20 CiA/donne in CAmPo CoSenzA: dALLA CAmPAGnA AL WeB

10/13 INTRECCI 10 TAnTe Le Vie deL ComuniCAre iL GriLLo PenSAnTe di Camilla Ghedini 12 WeLL_B_LAB* /inTerViTA onLuS i CoSTi deLLA VioLenzA SuLLe donne di Giovanna Badalassi

22 PerCorSi CooPerATiVi 29 GiuGno. ATTenTe AGLi uLTimi inTerViSTA A emAnueLA BuGiTTi di maria Fabbricatore 24 LiFe CoAChinG/1 Lo SPAzio Per Se STeSSe di Catia iori 25 iL Giorno deLLA memoriA mArTirio di donne SCriTTo dA TereSA noCe neL 1949

mensile di politica, cultura e attualità fondato nel 1944

DirettorA Tiziana Bartolini

Anno 69 - numero 01 Gennaio 2014

eDitore Cooperativa Libera Stampa a.r.l. Via della Lungara, 19 - 00165 roma

Autorizzazione Tribunale di roma n°360 del registro della Stampa 18/03/1949 Poste italiane S.p.A. Spedizione abbonamento postale d.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n°46) art.1 comma 1 dCB roma prezzo sostenitore €3.00 euro Filiale di roma

PresiDente isa Ferraguti

La testata fruisce dei contributi di cui alla legge n.250 del 7/8/90

stAmPA AdG PrinT Via delle Viti, 1 00041 Pavona di Albano Laziale tel. 328 0453503 sUPerVisione elisa Serra - terragaia.elisa@gmail.com AbbonAmenti rinaldo - mob. 338 9452935 redazione@noidonne.org

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26/27 EMILIA ROMAgNA

16 unA quASi eTerniTà inTerViSTA A domeniCo de mASi di marina Caleffi

L’ArTe, mediCinA deLLA menTe di Clementina Gily reda

gennaio 2014 RUBRICHE

28 /33 MONDI 28 VieTnAm/dALLe BiCi Ai moTorini Con i CAPPeLLi di rAFiA di Costanza Fanelli 31 rePuBBLiCA CeCA/noTe PoLiTiChe GioVAni e GrAmmATiCA. CASTrAzione ChimiCA di Cristina Carpinelli 33 TuniSiA/LA riVoLuzione BLoCCATA inTerViSTA A SiLViA Finzi di emanuela irace

34/47 APPRODI 34 libri menoPAuSA BLueS/SiLVAnA Sonno di Tommasina Soraci 34 VioLenzA di Genere/ rAFFAeLLA mAuCeri di Giada Barucco 34 TrA SToriA e memoriA/VAnnA zAnini di rosanna marcodoppido

Amiche e Amici Del ProGetto noiDonne

Clara Sereni michele Serra nicola Tranfaglia

Laura Balbo Luisella Battaglia Francesca Brezzi rita Capponi Giancarla Codrignani maria rosa Cutrufelli Anna Finocchiaro Carlo Flamigni umberto Galimberti Lilli Gruber ela mascia elena marinucci Luisa morgantini elena Paciotti marina Piazza marisa rodano Gianna Schelotto

ringraziamo chi ha già aderito al nuovo progetto, continuiamo ad accogliere adesioni e lavoriamo per delineare una sua più formale definizione L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dagli abbonati e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o cancellazione contattando la redazione di noidonne (redazione@noidonne.org). Le informazioni custodite nell’archivio non saranno né comunicate né diffuse e verranno utilizzate al solo scopo di inviare agli abbonati il giornale ed eventuali vantaggiose proposte commerciali correlate. (L.196/03)

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34 Con i Tuoi oCChi/ AnnA PAoLA LACATenA 35 SuLLe Vie deLLA PAriTà/BAndo 36 udi CATAniA/donne e mAFiA, moSTrA 37 reTedonne, GermAniA LeTTerA ALLA miniSTrA CArrozzA 38 nAPoLi/CASA deLLA CuLTurA deLLe diFFerenze 39 GLi SPArTà Che diSSero no AL Pizzo di mirella mascellino 40 LeTTerA A deniSe CoSCo. PAroLe e Azioni di donne ConTro Le mAFie. mAniFeSTAzione A PeTiLiA PoLiCASTro 41 LA SCeLTA di LeA GAroFALo/ mArikA demAriA di maria Fabbricatore 42 LuiSA no eSTá en CASA/CeLiA riCo di elisabetta Colla

05 Le idee di Catia iori 07 Salute BeneComune di michele Grandolfo 09 Il filo verde di Barbara Bruni 21 Strategie private di Cristina melchiorri 44 Leggere l’albero di Bruna Baldassarre 44 Famiglia, sentiamo l’avvocata di Simona napolitani 45 Spigolando di Paola ortensi 46 Con ago e filo Fondazione Cerratelli 46 Donne&Consumi di Viola Conti 47 L’oroSCopo DI Zoe 48 poeSIa Gabriella Sabbatini La poesia dentro un bicchiere di Luca Benassi

43 Come iL VenTo/VALeriA GoLino di elisabetta Colla

rinGrAziAmo le Amiche e Gli Amici che GenerosAmente qUesto mese hAnno collAborAto

daniela Angelucci Giovanna Badalassi Bruna Baldassarre Tiziana Bartolini Luca Benassi Barbara Bruni marina Caleffi Cristina Carpinelli Giancarla Codrignani elisabetta Colla Viola Conti maria Fabbricatore

Costanza Fanelli Stefania Friggeri Cristina Gentile Camilla Ghedini Clementina Gily reda michele Grandolfo Catia iori emanuela irace Paola marani marta mariani mirella mascellino Cristina melchiorri roberta mori Simona napolitani Paola ortensi Silvia Vaccaro

‘noidonne’ è disponibile nelle librerie Feltrinelli ANCONA - Corso Garibaldi, 35 • BARI - Via Melo da Bari 117-119 • BOLOGNA - Piazza Galvani, 1/h • BOLOGNA - Via Dei Mille, 12/a-b-c • BOLOGNA - Piazza Porta Ravegnana, 1 FIRENZE - Via dei Cerretani, 30-32/r • MILANO - Via Manzoni, 12 • MILANO - Corso Buenos Aires, 33 • MILANO - Via Ugo Foscolo, 1-3 • NAPOLI - Via Santa Caterina a Chiaia, 23 PARMA - Via della Repubblica, 2 • PERUGIA - Corso Vannucci, 78 - 82 • ROMA - Centro Com.le - Galleria Colonna 31-35 • ROMA - Via Vittorio E. Orlando, 78-81 • TORINO - Piazza Castello, 19


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Ciao, Giuliana. Direttora per sempre

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o avuto la fortuna di conoscere Giuliana Dal Pozzo e di apprezzare le sue caratteristiche umane e professionali. Insieme, dieci anni fa - lei era una splendida ottantenne - abbiamo confezionato il numero di marzo per celebrare i sessanta anni di questa straordinaria rivista: era il 2004. ‘Quanta Storia nella nostra storia’ fu il titolo che scelse per quello speciale, progettandolo e scrivendolo con Giulietta Ascoli e Bruna Bellonzi, che ci ha lasciati qualche mese fa. Ricordo un entusiasmo ‘puro’ e una indomita capacità di lettura del presente, frutto di una limpidezza di pensiero maturata in anni di lavoro misurato nel concreto fare quotidiano. Un tratto del suo modo di essere che ho sempre trovato affascinante era l’ironia, la capacità di cogliere di qualsiasi evento - pur grave - il lato divertente. Non so se fosse un modo per sdrammatizzare o per rendere più accettabili i tanti casi della vita, non so come fosse la Giuliana giovane donna, so che gli anni della maturità non l’hanno indurita. Lei non lo ha permesso. Il suo percorso professionale legato a NOIDONNE è stato, e rimane, particolarmente significativo per questo giornale, che ancora oggi è pubblicato con affanno ma con immutato entusiasmo. Aver parlato di anticoncezionali quando era proibito per legge, aver svelato la violenza che le donne su-

bivano in silenzio tra le mura domestiche così come l’aver messo sotto accusa ‘il maschio di sinistra’ rimangono pietre miliari nella storia del giornalismo del nostro Paese. I suoi articoli, le sue denunce coraggiose e dissacranti sono snodi decisivi nel cammino di emancipazione e liberazione consegnati alla storia delle donne italiane del dopoguerra. Giuliana ha diretto NOIDONNE per quasi venti anni con rara vitalità, lucidità e professionalità: dal 1954 al 1961 e, dopo Miriam Mafai, dal 1970 al 1981. Sono stati anni densi di avvenimenti per l’Italia e in un Paese bigotto e maschilista Giuliana ha dato forza, davvero, alla voce e ai bisogni delle donne. Lo ha fatto da donna libera nella mente e nello spirito e da giornalista altrettanto determinata. La sua rubrica di lettere delle lettrici ‘Parliamone insieme’ rappresenta un grande affresco popolare, e non solo femminile, di un Paese che viveva grandi cambiamenti interrogandosi sulle scelte da fare. Se n’è andata, Giuliana, alla vigilia del settantesimo compleanno di NOIDONNE (1944/2014) e il racconto di questi decenni che ci accingiamo a fare a partire da questo numero non avrà il privilegio di comprendere anche il suo punto di vista e di raccogliere ancora una volta l’originalità con cui è riuscita, sempre, a leggere l’attualità. Ci mancherai, Giuliana. Molto.

DA 70 ANNI NOIDONNE GUARDA AL FUTURO

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ettanta, tondi tondi. Un traguardo che intendiamo interpretare come una ripartenza, perché per non invecchiare occorre mantenere sempre intatto il coraggio e la voglia di intraprendere nuovi viaggi. Ed eccolo il nuovo viaggio: ogni numero, a partire da questo di gennaio, con un inserto speciale racconteremo un decennio di NOIDONNE. Di più. Attraverso la nostra web tv (http:// www.streamago.tv/general/24619/) raccoglieremo testimonianze, ricordi e riflessioni per aggiungere l’immediatezza delle immagini alla suggestione delle parole e perché dal passato intendiamo attingere l’energia necessaria

ad interpretare il presente e a guardare il futuro. Ti chiediamo supporto, anche economico, nell’entusiasmante obiettivo di mantenere un flusso di comunicazione di insostituibile valore. Puoi inviarci i tuoi ricordi, le tue testimonianze, i tuoi suggerimenti a redazione@noidonne.org. Puoi seguirci anche nel rinnovato sito www.noidonne.org, dove trovi le informazioni per abbonarti o per regalare abbonamenti, sostegno indispensabile per il giornale. Non perdiamoci di vista: abbiamo tante cose da fare insieme in questo anno MOLTO speciale! Tiziana Bartolini

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AncorA in mArciA diversamente unite di Giancarla Codrignani

Tra problemi vecchi e questioni nuove a noi tocca, come sempre, resistere e resistere. Eccolo il 2014, che arriva in primo luogo ad evocare i

settant’anni trascorsi dal secondo annus horribilis della guerra, quello che stava scrivendo la gloria e il martirio della liberazione dello stesso paese che, per fortuna senza guerra, dovrà lasciarsi alle spalle un secondo ventennio: dopo la tragedia la farsa. Tuttavia il 2014 subito chiede a tutti forza e coraggio per tornare alla politica pulita e liberarci dai pensiero unico e dai populismi. Come sempre, chi deve farsi carico dei disastri della crisi si racconta che le donne sono una risorsa: ci spenderemo ancora nelle resistenze restando solo staffette? Comunque, stiamo serene almeno leggendo Noi Donne. Parentesi: la crisi minaccia anche la stampa e..... per carità, dateci una mano altrimenti senza voce la serenità non canta. Adesso, per fare le signore, raccattiamo spezzoni dalla chiusura 2013. Sapete che la gente non comperava più le super-macchinette da caffè perché era scomparso lo spot con George Clooney? e che sono tornate le vendite dopo il recupero dello spot nuovo? Come dice Papa Francesco (il fenomeno dell’anno!) “perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comperato”. Clooney è carino, ma siamo contro il consumismo e preferiamo cose più sensate. Legge elettorale, primarie del Pd, Letta, Napolitano? ne abbiamo discusso tutto il 2013 (ogni volte perdendo serenità), quindi lasciamoli lì. Anche se l’innominabile-uno, quello del cane Dudu, e l’innominabile-due, quello che usa il linguaggio come gli squadristi

l’olio di ricino, ci perseguitano. E il Parlamento, le istituzioni, la Costituzione, l’Europa non si vendono se arriva un bell’attore: speriamo che la sinistra se ne accorga. Noi ce la sentiamo un po’ stretta. Pensando a noi a fine 2013 c’è stata una bella vertenza scientifica. La rivista Nature ha poi corretto il tiro, ma ai maschi gli era preso un colpo: Y, il cromosoma della loro virilità, sembrava condannato ad estinguersi - in qualche milione di anni - per graduale impoverimento del patrimonio genetico. Inutile? In realtà non è così, ma Y possiede solo 90 geni contro i 1.000/1.500 dell’ X femminile. Al nostro esercito di geni è venuto da ridere, pensando alle misurazioni che fanno i maschietti tra loro: per noi ancora una volta le differenze non sono le quantità. Per questo riportiamo a bilancio del 2014 il proseguimento della campagna contro la violenza di genere (non c’entrano i geni, ma la cultura), che bisognerà mantenerla in primo piano anche quando nelle pagine della stampa non farà notizia. È tornato in discussione l’aborto. La ministra Lorenzin si è compiaciuta per la diminuzione costante del numero delle interruzioni di gravidanza e dell’”applicazione efficace” della 194. Sono di sicuro finite le morti da prezzemolo e i ferri da calza; non la clandestinità in un paese in cui a Genova un medico obiettore un paio di anni fa si è suicidato perché scoperto abortista in privato. Anche l’ignoranza è violenza: non abbiamo né vera contraccezione né educazione sessuale nelle scuole. Se a Napoli l’obiezione è


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all’ 88,4 % e se la RU 486 costa odissee ai richiedenti, lo Stato non può accreditare la doppia morale dicendo che gli aborti delle minorenni italiane sono il 6,4 (come mai le inglesi sono il 20?). Con l’incasinamento politico persistente non sarà facilissimo. Ma bisogna farcela a tutti i costi. Brave quelle che si sono inventate lo sciopero simbolico contro la violenza e hanno dato una mano perfino ai metalmeccanici che, con l’aria che tira, non troveranno sempre masse di lavoratori disposti a perdere un giorno di paga per andare in corteo. La crisi si fa più dura, ma le crisi rappresentano la gestazione delle trasformazioni di sistema: se il lavoro non sarà più quello di prima, non possiamo prendercela con i robot che sostituiscono l’operaio. Si potrebbe immaginare un aggiustamento graduale che sostituisse la produzione di merci con la produzione di servizi, spostando la finalità del sistema dal mercato al benessere umano. Le donne che hanno studiato l’inserimento della riproduzione e della “cura” nel Pil sarebbero già pronte. Peccato che le crisi non facciano bene nemmeno alla psiche e la gente si deprima. Non è tempo di lotte unitarie e di proposte innovative: c’è frammentazione e le idee, nuove o anche vecchie, circolano poco. Torna a correre la voce che anche nei nostri gruppi “quando ci mettiamo, siamo peggiori degli uomini”. Nemmeno qui c’entrano i cromosomi: è la miseria storica. Non esistono “mecenate” né lobbies e ci va peggio di quando tra le femministe dell’Ottocento c’erano le nobili e le borghesi dei grandi patrimoni. In altri paesi la condizione femminile è certamente peggiore della nostra e nessuna ama il peso più grave della sofferenza: la cosa più “nostra” del 2013 resta il discorso alle Nazioni Unite di Malala Yousaftzai: “io non sono contro nessuno. Né sono qui a parlare in termini di vendetta personale contro i Talebani o qualsiasi altro gruppo di terroristi. Sono qui a parlare per il diritto all’istruzione di tutti i bambini. Voglio l’istruzione per i figli e le figlie di tutti gli estremisti, soprattutto dei Talebani”. Allora, “serenamente”, prendiamo atto che saremo sole, come sempre; ma, almeno, non facciamoci del male: se arretriamo noi, ci sarebbero danni maggiori alle altre più lontane. Quindi ancora sole, ma “diversamente unite”, non omologate e non complici. Libere? come Nelson Mandela che in ventisei anni di carcere (Malala lo sapeva già perché è donna) arrivò a capire che gli esseri umani non cambiano il mondo se si fanno forti con la violenza. ❂

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IDEE di Catia Iori

LA PAroLA FEmminiciDio mi DiSGUSTA

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na giornalista interessata al problema del linguaggio sessista, mi diceva che dopo tante resistenze, la parola femminicidio  era stata finalmente adottata dalla stampa e dalla televisione. E questo è vero. L’hanno adottata ma come un cattivo genitore che poi ne abusa.  La parola “femminicidio” è spesso svuotata del suo significato originario e utilizzata a sproposito nelle notizie di cronaca che sciorinano i soliti vecchi cliché sulla violenza alle donne. Quelli che potevamo leggere sui giornali dell’Italia degli anni ’50, e che continuiamo a leggere o ad ascoltare ancora oggi. Nei giorni scorsi l’immaginario sessista della stampa ha trasformato una vicenda di uomini che avevano abusato sessualmente di ragazze minorenni, prostituite da adulti senza scrupoli, in una storia di “clienti adescati da lolite peccaminose e assetate di denaro e cocaina”. Io stessa ho assistito negli uffici di un noto studio legale a Roma a un atto di violenza fisica ai danni di una consulente ignara di trovarsi tra colleghi mentalmente violenti solo perché “adottata professionalmente” dal cosiddetto dominus insofferente ad alcuni suoi intelligenti appunti di buona qualità della pratica legale. La poverina è stata strattonata e fatta cadere per terra al solo scopo di umiliarla e di farle capire con le cattive maniere che la critica non era ammessa men che meno da lei, neolaureata e programmata per un lavoro di puro e semplice contorno dottrinale. Sapete come si è definita quella inutile reazione? Una normale litigiosità professionale che aveva acceso un capo troppo teso e sotto pressione. Il fenomeno della violenza contro le donne è già scomparso nella sua buona sostanza romanzato come il “tragico destino di una storia di routine e ingenuità di ruolo”. Un po’ di solletico al voyeurismo del dolore altrui, un invito a illazioni per la differenza di età tra aggressore e vittima e il noir è servito al pubblico, ma non la consapevolezza del problema della violenza contro le donne nelle relazioni di lavoro e nelle quotidiane storie. Non si può raccontare l’uccisione di una donna come l’atto di un uomo innamoratissimo e tranquillo, e nascondere con la parola “lite” una relazione costruita con molta probabilità sul controllo e sulle pressioni psicologiche. Il “femminicidio” (parola che detesto e che smetto di usare alla fine di questo mio scritto) non avviene come un fulmine a ciel sereno in una relazione di affetto e amore, ma è sempre l’atto estremo e finale di giorni, mesi ed anni di maltrattamenti. L’informazione corretta deve spiegare, chiarire, ripetere che il controllo e il senso di possesso non sono componenti dell’amore, l’amore è fatto di altro. Altrimenti come si può sensibilizzare e insegnare a riconoscere la violenza? Un ultimo appunto per le amiche donne: non avete mai chiesto a voi stesse cos’è che volete o che stimate giusto? Siate indipendenti nel pensare o nel sentire, nell’assumervi la responsabilità di Voi stesse, nel dimostrare più interesse alla vostra natura più autentica. Questo si chiama lottare per la propria vera autorealizzazione, alimentando meno timori verso giudizi altrui, trovandosi meno asservite alle comuni aspettative, imparando a dire più no all’altro e più si a se stesse. Donne più libere e vitali sono più spontanee, meno pressate dai doveri e dai sensi di colpa. E non è ciò a cui tutte aspiriamo?


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La nuova Chiesa

tra IMU e Pro VIta di Stefania Friggeri

La volontà di ‘emancipare’ l’immagine della Chiesa cattolica si scontra con rigidità e interessi Dal Vaticano soffia un vento di cambiamento che non tutti, anche nel grande corpo della Chiesa, condividono, vedi certi ambienti che operano nel mondo immobiliare dove l’ideale cristiano di Bergoglio rimane lontano ed estraneo. Roma è un caso esemplare: palazzi di pregio, alberghi, box, centinaia di appartamenti per un valore superiore ai due miliardi, vengono gestiti da Propaganda Fide; il dicastero, nato per promuovere la fede, si occupa invece di

investire nel cemento, di aumentare gli affitti, di sfrattare chi ne intralcia gli interessi e così via, tipico esempio di quel mondo cristiano dalla “doppia morale” la cui corruzione è stata denunciata da papa Francesco. Che infatti ha ammonito: “i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi. Dovrebbero servire alla carne di Cristo e ai rifugiati”. Ma, come titolano i giornali, anche se papa Francesco accusa, il Vaticano continua a fare affari con il lusso e apre un albergo al mese, mentre i conventi restano chiusi. Ma nello scandalo della corsa al profitto c’è lo scandalo delle attività di impresa che, denunciate come attività “no profit”, realizzano grandi utili avendo ottenuto dai governi italiani, da tutti i governi di qualsiasi colore, il beneficio di non pagare l’I.M.U. (o comunque sia chiamata), sottraendo alla città di Roma, spaventosamente indebitata, la tassa dovuta dai proprietari di edifici in cui si svolgono attività commerciali. E infatti, dopo il ricorso degli albergatori romani, l’Ue ha denunciato l’Italia per concorrenza sleale costringendo il premier Monti, per non pagare una multa salata, ad intervenire. In verità la correzione è stata modesta: gli enti ecclesiastici sono rimasti esenti dalle tasse per l’anno 2013, e il governo ha dimenticato di redigere il regolamento attuativo. Letta poi ha prontamente imitato il governo Monti: chi ha detto che non moriremo democristiani? Un’evasione così prepotente, centinaia di milioni di euro, non può essere compensata dalle iniziative caritatevoli che, anzi, possono sembrare ipocrite in un sistema in cui l’elusione


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ObieziOne di cOscienza e varie respOnsabilità

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olemiche sono state sollevate dalla discrepanza tra i dati sull’obiezione forniti dalle Regioni e riportati nella relazione della Ministra Lorenzin al Parlamento e quanto ritenuto essere la realtà effettiva, soprattutto in alcune regioni, come il Lazio, dove viene denunciata una particolare situazione di sofferenza per carenza di servizi in alcune aree. Non basta affermare che considerata la distribuzione delle IVG nell’anno e i carichi di lavoro settimanali necessari, i medici non obiettori sono sufficienti per effettuare tutte le IVG attese. Se si considerano le procedure coinvolte nel percorso IVG ci si rende conto quanto sia non banale che ci sia nel luogo, al posto, al tempo giusto il personale necessario giusto, con i presidi adeguati. Non è un caso che la legge 194/78 assegni esplicitamente alle Regioni la responsabilità di garantirne l’applicazione. Tanto che non farlo dovrebbe esporre immediatamente il Presidente della regione inadempiente all’accusa di interruzione di pubblico servizio. È la regione che assegna le risorse (che derivano dalle tasse) e le responsabilità per il loro appropriato uso, è la regione che deve valutare l’uso appropriato e la responsabilità delle inadempienze e porvi (obbligatoriamente) rimedio, perché il corrispettivo delle tasse è soltanto l’uso appropriato delle risorse. Sul percorso dell’IVG e sui flussi raccomandati l’Istituto Superiore di Sanità ha formulato proposte concrete già dalla metà del decennio successivo al varo della legge, con elaborati tecnici, tramite le relazioni annuali dei ministri al parlamento, contribuendo in modo determinante alla redazione del Progetto Obiettivo Materno Infantile, in seguito all’analisi epidemiologica dell’evoluzione del fenomeno, alle raccomandazioni tecniche dell’OMS e a indagini epidemiologiche speciali, in particolare riguardo l’assegnazione al consultorio familiare della funzione di prenotazione per le analisi pre-IVG e per l’intervento e la percezione del dolore in relazione alla anestesia impiegata. La prima fase programmatica consiste nello stimare il numero di IVG atteso per area territoriale amministrativamente definita (ASL – Distretto) e, tenendo conto delle relative estensioni, delocalizzando i servizi al punto tale da mantenere l’efficienza operativa (il numero di IVG/settimana non deve essere inferiore alla soglia critica al di sotto della quale la scarsa quantità operativa ne riduce la qualità). Quindi, va programmata la continuità assistenziale CF-PO/AO-CF, con un particolare impegno all’aggiornamento professionale sul counselling che precede la redazione del documento che prende atto della volontà della donna e su quello postIVG, sulle analisi necessarie pre-IVG , sulle procedure di intervento, tenendo conto delle alternative disponibili: medica (da privilegiare quando la richiesta di IVG è sufficientemente precoce) o chirurgica e, in tal caso anestesia locale (da privilegiare nella assoluta generalità dei casi perché assicura migliori esiti di salute e, al contempo, molto minori risorse, umane, strumentali, infrastrutturali e strutturali) o generale. Un trasparente processo programmatorio taglia l’erba sotto le istanze ideologiche e strumentali autoreferenziali e un monitoraggio adeguato, come consente il sistema di sorveglianza epidemiologica esistente in Italia, permetterebbe di monitorare e valutare l’efficacia nella pratica e l’efficienza offrendo alle autorità centrali gli strumenti adeguati per l’azione di vigilanza e di indirizzo, al fine di assicurare uguali diritti di salute in tutto il paese. Ma due questioni richiamano responsabilità centrali, locali e delle associazioni professionali. Per quale motivo non si consente di applicare la procedura medica fino alle 9 settimane gestazionali, come raccomandato dall’OMS e consolidato internazionalmente? Perché non si generalizza nel caso dell’aborto medico il sistema delle dimissioni protette? Perché si seguita a usare l’anestesia generale invece che la locale contro le raccomandazioni dell’OMS e differentemente dall’esperienza internazionale? Si garantirebbe di più la salute delle donne e si risparmierebbero centinaia di milioni di euro/anno da dedicare al potenziamento dei CF secondo il POMI, con ulteriori vantaggi per la salute delle donne e dell’età evolutiva e ancora più imponenti risparmi di risorse.

massiccia si accompagna con l’appello di papa Franceasco ad “una Chiesa povera per i poveri”. Insomma, forse Bergoglio dovrebbe fare una telefonata a chi di dovere, (lo suggerisce il vaticanista Politi), per far capire che “è finita l’era delle furbizie clericali”, e che intende proseguire sulla strada del cambiamento, ovvero intende uscire dalla rigidità mentale di chi passivamente si arrocca nella tradizione, nostalgico del passato e cieco alle domande della contemporaneità. Quando ormai, e non si tratta di una questione meno importante, anche il ruolo dei laici, a partire dalle donne, va affrontato e rivisto, se non altro per supplire alla mancanza di vocazioni. Ma questa problematica porta a riflettere sul tema della sessualità e dunque sulla famiglia e sulla misoginia che attraversa la chiesa. Papa Francesco propone una chiesa materna che si china misericordiosa sul peccatore, che lo ascolta e cerca di capirne le ragioni: “L’eucarestia non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli”, queste le parole di Bergoglio in riferimento ai divorziati, anche se non li nomina. E sulle donne: il sacerdozio rimane prerogativa dei maschi, ma le donne “devono essere presenti dove vengono prese le decisioni importanti”. In un’intervista del 18 ottobre fra le persone definite “ferite sociali”, il papa mette le donne che avrebbero voluto un figlio ma poi si sono trovate “ a dover abortire perché si sono sentite rifiutate ed abbandonate”. Una posizione da cui traspare la vicinanza affettiva di Bergoglio alla sofferenza delle donne, una posizione però da cui discende che fra i motivi che possono spingere la donna a chiedere di interrompere la gravidanza, la Chiesa ne prende in considerazione uno ed uno solo: la donna si trova sola e in povertà nell’affrontare il compito di crescere un figlio; e pertanto è buona cosa che gli aderenti alle associazioni “Pro Vita”, armati di pannolini e di omogeneizzati, siano presenti là dove si autorizza, o si esegue, l’IVG (interruzione volontaria di gravidanza). Ma su personaggi come questi, persuasi di essere nel vero e nel giusto, compiaciuti della loro bontà, così si esprime Nietzsche: “Davvero non li sopporto i misericordiosi, che sono beati nella loro compassione: mancano troppo di vergogna”. E, a proposito di compassione e di vergogna, il grande filosofo tedesco confessa “di aver visto il sofferente, di questo io mi sono vergognato a cagione della sua vergogna; e nell’aiutarlo, ho offeso duramente il suo orgoglio”. Forse papa Francesco telefonerà ai cristiani dalla “doppia morale”, ma di certo non telefonerà ai volontari “Pro Vita”: cristiani che ostentano di essere prossimi al dolore dell’altro, ma lo sono solo in apparenza perché la loro dimensione ideale li tiene sempre “al di qua, nel recinto della propria identità” (Antonio Prete). b

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Clementina Gily Reda* Istituto Italiano di Bioetica www.istitutobioetica.org

L’ARTE,

MEDICINA DELLA MENTE

L’

arte è una vera e propria, trascurata, terapia dello spirito: mette davanti alla pagina bianca, alle dimensioni di una tela, impone scelte metodiche, abbozzi di luci ed ombre - ed è già entrata in gioco e non illusione: anche questi piccoli passi chiedono la guida al fine che vale da indirizzo. Adottare il modo della conoscenza estetica vuol dire fare come un pittore; conoscere quel che è vicino, cambiarlo per farlo più rispondente all’ottimo, alla luce, modificare il passo per svelare l’ineffabile sempre di più: in una sola parola: mettersi in forma nel mettere in forma. È il metodo che s’impara nelle convalescenze, il gioco del dolore che piano piano gui-

dous Huxley ed al suo classico Brave da a recuperare le forze insegnando new world - Brave, ricordo, vuol dire la volontà di volere: le malattie delselvaggio. Ebbene, il mondo d’oggi la mente sono più insidiose, meno gli somiglia, con interessanti varianti esplicite - ma rispondono anche meche centrano punti focali del nostro glio alla terapia metodica dell’arte. orizzonte. L’ipotesi di Huxley riguarD’altronde non a caso il termine ‘arte’ da in sé proprio l’oggetto diretto delha tanti significati. la bioetica - la possibilità di agire sul Perché è il processo che trasforma il DNA consente nel racconto la crealabirinto dell’ansia in un maze: non è zione della società del benessere; una parola che tutti conoscono, indiogni cittadino grazie alla programmaca il labirinto erboso o in muratura dei zione genetica, a ben regolate suggiardini, mentre anche gli inglesi degestioni subliminali, a giuste finiscono quello di Minosse misure di droga, di vivere un labirynth. Giusto dare IL SECOLO felicemente sempre, un doppio nome, perbiologicamente e soché Minosse lo costruì CHE ABBIAMO cialmente programper perdersi, menALLE SPALLE PIÙ mato per un certo tre chi realizza un tipo di vita. Uomini maze costruisce CHE UTOPIE HA costruiti già alla un gioco che fa COSTRUITO DISTOPIE, nascita di prima, segirare in tondo per conda e terza scelta E LE HA ANCHE sperimentare senza realizzano infine l’ordine pericolo. Si sperimenta REALIZZATE sociale e la fine della viocom’è facile confondersi, lenza: la felicità risulta dalla se non si sanno guardare rinuncia alla libertà e accettazione le cose dall’alto, o almeno da un aldel condizionamento. tro punto di vista: il maze è fatto per Se si toglie la conquista biologica, ritrovarsi. Il bosco della Baba Jagà l’oggetto del contendere fondamenè stregato, ma Gretel e Pollicino ne tale della bioetica, si vede bene che escono, basta vincere paura e pigriil nuovo mondo selvaggio è lo stesso zia, rischiare, creare lo spazio finziodi tante altre distopie già realizzate: nale della speranza, il mondo futuro Michele Serra ne ha appena dato come utopia possibile. una definizione dedicando il titolo del Il secolo che abbiamo alle spalle più suo ultimo libro agli sdraiati, gli uomiche utopie ha costruito distopie, e le ni d’oggi che in misura più e meno ha anche realizzate: si pensi ad Al-


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È IL TEMPO sollecitare lo spirito di avanzata subiscono più DI RICORDARSI iniziativa, la volontà di che vivono il loro mondiscutere i saperi, la do. Basta pensare DELL’ARTE - E risposta è forte e ai ragazzi che non DELL’ARTE DI RAGIONARE: chiara - e se non cercano più un laTUTTI SIAMO ARTISTI, tutto è chiaro tutvoro, agli esodati CONOSCIAMO QUALCHE to diventa mirabilche si tranquillizzaLINGUAGGIO D’ARTE, mente in via di chiano furoreggiando al SIAMO ATTRATTI rificazione, si inizia il computer, ai possessori di uno smart phone DALLA BELLEZZA pellegrinaggio. Chi non che formano il popolo dei we never look up, come s’intitola un divertente sito di foto in rete. Tutti potenziali non elettori, sfiduciati che lasciano il mondo agli altri e si preparano ad essere abitanti della Telepolis di Echeverria, i nuovi sfruttati alienati dalla loro vita, che donano il loro tempo per donare proventi di pubblicità alle televisioni e reti varie saldamente in mano alla finanza: saperi commerciali senza etica professionale. Quel che non fa la televisione fa la tecnologia, e si diffonde così la tentazione a fare la storia di sé al passato, a raccontarsi allo psicanalista invece di agire, ad ingrossare il mondo dei blog e di facebook con le proprie chat più banali - e la depressione si rinforza, può diventare tanto forte da diventare malattia; si atrofizza la reazione normale e si esplode poi di colpo con violenza, quando venga messa in crisi la propria sovranità, resa evidente e sostanziale dal telecomando. Perché poi qual è il mondo reale? Ricordate l’inizio di Matrix che un giorno lontano ci introdusse nel mondo dei videogiochi: Welcome in the Real World… Ecco: il nuovo mondo selvaggio è qui presente, le tradizioni di vita e di pensiero sono tanto cambiate da generare vertigine. Ansie e depressioni: e inoltre crollo di saperi tradizionali, filosofici, giuridici. È il tempo di ricordarsi dell’arte - e dell’arte di ragionare: tutti siamo artisti, conosciamo qualche linguaggio d’arte, siamo attratti dalla bellezza l’arte chiede sempre risposta. Basta

ha sa di pittura sa di fotografie e di YouTube, sa di musica; sono tutte esperienze belle, e in tutte valgono i suddetti metodi di laboratorio: anche gli sdraiati sono nel pieno di una esperienza estetica. Quel che loro manca è la coscienza, la consapevolezza che il pensare attivo è un gioco faticoso in cui occorre conoscere le regole. Quella basilare del conoscere estetico sta nel saper dire questo è un gioco e poi non gioco più: se non lo si sa fare, la più bella messa in gioco diventa una squallida illusione, una delusione, e ci si accorge tardi che non si è capito il dolore di chi si ama o non si è afferrato il senso di quel gioco, e si è recitata come commedia una tragedia. Invece della vittoria, una miseria abissale. Saper sognare i sogni del giorno senza farne un incubo è la scelta che è nelle mani di ognuno, è il diritto alla libertà per cui bisogna battersi ogni giorno, da sole e insieme - l’arte indica il metodo giusto e la filosofia lo spiega, lo stira, lo rende chiaro: consente di capire la verità e di avere fede nella sua possibilità perché è affermata con chiarezza, è dimostrata come sa fare la filosofia, con un ragionamento euristico, metodico.❁ * Università Federico II di Napoli

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Il filo verde di Barbara Bruni

L’ISOLA DI BUDELLI POTREBBE TORNARE PUBBLICA L’8 gennaio scade il termine per l’Ente parco della Maddalena per comprare l’Isola Budelli. Si tratta di una deroga alla normativa che vieta acquisti da parte di enti pubblici; lo Stato, in questo caso, potrà decidere di esercitare il diritto prelazione sull’isola, stanziando i 3 milioni necessari per ricomprare all’asta il gioiello dell’Arcipelago della Maddalena che lo scorso anno era stato venduto ad una delle società - oggi fallite - del banchiere neozelandese Michael Harte. Tutelata da vincoli di conservazione che includono anche il divieto di calpestio, l’Isola Budelli è un’area incontaminata sottoposta a vincoli paesaggistici, dove non e’ possibile costruire nulla e non può essere visitata se non accompagnati dal personale del Parco.

QUALI SONO LE AZIENDE PIÙ INQUINANTI? Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Climatic Change, sarebbero 90 le aziende maggiormente responsabili del cambiamento climatico dall’inizio dell’età industriale. Tra il 1751 e il 2010, infatti, circa il 63% delle emissioni globali generate dal settore industriale - pari a circa 914 Gigatonnellate di Co2 - sarebbero state prodotte dalle compagnie che estraggono e poi lavorano petrolio, gas e carbone. Prime tra tutte l’americana Chevron Corporation, la Exxon nonché la British Petroleum. Nell’elenco, anche sette aziende che realizzano cemento.

ESTINTA LA RANA DARWIN Estinta per un’infezione da fungo, l’ultima rana di Darwin ha smesso di gracidare. È un raro esempio di estinzione di una specie non dovuta a cause ambientali o umane. Il killer della rana cilena, che aveva come particolarità la pelle molto simile alle foglie, è un infezione – praticamente letale - di nome chytridiomicosi; il fungo che la provoca viene considerato una vera e propria piaga per l›intera popolazione degli anfibi.

CINA: STOP AI TEST SU ANIMALI PER ALCUNI COSMETICI Secondo l’Enpa (la Protezione animali), la Cina avrebbe tolto l’obbligo di sperimentazione sugli animali di alcuni prodotti cosmetici non destinati ad un uso speciale, tipo lo shampoo e i profumi. Pur non essendo uno stop definitivo, secondo l’Enpa si tratterebbe di “un buon passo in avanti che permetterà di risparmiare sofferenze a più di 30.000 animali, tra conigli, topo, e altre specie”.


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TanTe le vie del comunicare Il Grillo Pensante è un centro riabilitativo per persone con disabilità della comunicazione, della relazione e disturbi dell’apprendimento di Camilla Ghedini

“Ci sono messaggi, come i lampi nello sguardo, che non si possono lasciare perdere. Gli

occhi parlano”. Con questa certezza, Cecilia Zannoni, 60 anni, ha fondato nel 2002, a Thiene (Vicenza), il Grillo Pensante, centro privato riabilitativo educativo per bambini, ragazzi e adulti con disabilità della comunicazione, della relazione e disturbi dell’apprendimento. Il primo centro in Italia ad utilizzare la comunicazione facilitata per interagire con l’esterno. Lei, educatore professionale all’Usl, con svariati percorsi di specializzazione e una carriera stabile, a 49 anni si è licenziata per inseguire la luce - leggi potenzialità - che vedeva nei ‘suoi’ ragazzi. Ha fatto un salto nel buio, nel vuoto, ma ce l’ha fatta. Oggi, a livello nazionale, esiste un’associazione che raccoglie tutte le - poche realtà che tra Veneto, Toscana, Emilia Romagna e Friuli si avvalgono di questo sistema. Il nome è emblematico, Vi comunico che penso, ad indicare la necessità di infrangere la costante sottovalutazione delle prerogative di chi ha disabilità. Ma a crederci per prima, snobbando le derisioni e le ingiurie che inizialmente le sono state inoltrate con ‘generosità’, è stata lei. ‘NOIDONNE’ ha deciso di visitare il centro, di vedere dove e come si svolge questa attività. Gli ambienti sono sobri, luminosi, accoglienti. Cecilia sfata il primo dei luoghi comuni che permeano questo mondo. “A detta di molti, chi non parla non ha niente da dire, non ha capacità intellettiva, è deficitario. Ma non è così. Questo avviene perché i test cognitivi sono tarati sulla ‘normalità’”. Cecilia taglia corto dicendo che pensarla così fa comodo a tanti. A lei però comodo non ha fatto. “Per me lo sguardo diceva di più”. Lei lo ha ‘ascoltato’. E così ha cercato strumen-

ti di cui dotarsi. Va detto infatti che non è stata la comunicazione facilitata a raggiungere Cecilia, ma il contrario. Ad inizio 2000 in Italia era pressoché sconosciuta, c’erano casi isolati, non vi era alcuna rete. Lei ha cominciato a ‘studiare’, a ‘indagare’, finché si è imbattuta nel metodo che più rispecchiava le sue convinzioni, non voleva un metodo cui adeguarle. Così è nato il Grillo Pensante, forte oggi di uno staff di 8 professionisti tra psicologi, educatori e operatori, cui vanno aggiunti consulenti esterni, tra cui il neuropsichiatra e lo psicoterapeuta. Gli utenti in carico sono una cinquantina. Si va da bimbi di 3 anni fino ad over 40. Sostegno viene dato anche ai famigliari, ai genitori, che all’improvviso scoprono di poter comunicare coi figli. E scoprono, soprattutto, che hanno un’intelligenza da sfruttare anche didatticamente, emozioni e desideri troppo spesso rimasti imbrigliati, inespressi, sconosciuti. E allora avanzano sensi di colpa, per non aver capito tutto, per non aver capito prima. Ma Cecilia e la sua squadra spiegano che no, va bene così, va bene anche così, va bene da questo momento in poi. “Per le madri e i padri, vedere i progressi dei figli è destabilizzante. Accanto alla gioia affiora l’amarezza per avere creduto che non li sentissero, che non li percepissero. È un percorso doloroso, che li porta a diventare nuovamente genitori”. Cecilia racconta che questi ragazzi a un certo punto riescono a fare richieste normali: indicare che pizza vogliono mangiare, spiegare che vorrebbero indossare pantaloni e scarpe diverse. “Dobbiamo ricordarci che hanno i sentimenti e desideri dei coetanei. Che sono consapevoli, lucidi, attenti, pre-


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senti. Che dobbiamo lavorare su quello che hanno, non su quello che non hanno. E possiedono un pensiero”. E magari passioni da coltivare. Al Grillo Pensante sono diversi i laboratori attivi, dalla redazione in cui viene realizzata la rivista Le pagine distratte al teatro. E proprio in questi mesi 12 di loro stanno portando in giro Oltre - oltre il pregiudizio, la paura, la banalità -, spettacolo con parti di testo scritte da alcuni utenti. Assistiamo alle

Il Grillo pensante è un centro per la valutazione e il trattamento dei deficit comunicativi, cognitivi, relazionali e per la loro valutazione e trattamento. Offre sia attività di gruppo che individuali. Di ogni utente si valutano i deficit ma soprattutto le abilità residue, così da impostare progetti individuali. Viene utilizzata la Comunicazione Facilitata Tecnica Aumentativa Alternativa Alfabetica del Linguaggio. Comprende strategie, metodologie e tecniche supportate anche da strumenti tecnologici, tipo tastiera del pc - finalizzate ad aumentare le abilità di comunicazioni verbali già presenti o ad introdurne di alternative al linguaggio, laddove quest’ultimo non sia sufficientemente sviluppato. Prevede la figura di un ‘facilitatore’ che fornisca supporto alla mano, stabilizzandone e rallentandone il movimento. Il punto di facilitazione parte dalla mano, arriva all’avambraccio e si ‘riduce’, talvolta, alla sola presenza fisica dell’operatore. Implica infatti, oltre al supporto fisico, una relazione di fiducia e condivisione. Tra le difficoltà fisiche, ed emotive, che lo richiedono, spiccano uno scarso coordinamento occhio-mano; un basso/elevato tono muscolare; tremori; problemi nella programmazione di un’azione. Info, su www.ilgrillopensante.it.

prove. Uno degli ‘attori’ guardando verso la platea legge una sorta di sintesi delle loro cartelle cliniche. “Menomato, storpio, ritardato mentale, non risponde agli stimoli”. Sì, sta parlando di se stesso, di loro, e guarda verso di noi. E per un’istintiva vergogna vorremmo calasse il sipario. Martina Michelusi, l’educatrice che intanto dialoga con loro, ed Enrico Gaspari, il regista, ci presentano. Spiegano che dedicheremo loro un articolo e che quindi dovranno dare il massimo. Avvicendandosi nelle scene salgono tutti sul palco. A tratti Enrico li riprende perché ridono, non si impegnano abbastanza. Si vede che lo stimano, gli vogliono bene, e infatti poi gli si avvicinano, lo abbracciano, e lui ricambia. Noi rimaniamo lì, impietriti, forse convinti che avremmo assistito a chissà quale miracolo, invece che alla normalità. Perché noi non vediamo quello che vedono Enrico e Martina, che intercettano i miglioramenti fatti, quelli ancora possibili, che sanno fin dove possono spingersi a pretendere. Siamo noi che non individuiamo i loro progressi. Nel lancio di un fiore o in una ruota mimata col braccio c’è un percorso di affrancamento dall’isolamento che noi non riconosciamo. A noi tutto sembra

lento, sembra ripetersi uguale a se stesso. Poi senti Enrico e Martina che fanno l’applauso, si complimentano ‘perché avete visto che differenza dall’altra volta? Bravi’. E allora capiamo che è vero che gli occhi parlano, che sorridono. E che noi, fino a un momento prima, eravamo ciechi. Ci chiedono se vogliamo dire qualcosa. No, meglio il silenzio, perché le parole di cui abusiamo ogni giorno per scrivere, per dissuadere, per dissimulare non vanno bene. Quelle giuste, qui, non le conosciamo. Capiamo che il linguaggio, come dice Cecilia, prima di essere parola è pensiero. “Cecilia, ma lei si sente mai impotente?”. “Succede, ma mai al punto da perdere la speranza”. b

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i costi della VioleNZa SULLE DONNE Una recente ricerca di Intervita Onlus ha stimato il costo economico e sociale della violenza sulle donne in quasi 17 miliardi, dei quali 2,3 in costi monetari diretti relativi ai servizi (costi sanitari, sociali, giudiziari, ecc) e alla mancata produttività, e oltre 14 miliardi in costi non monetari in termini di costi umani, emotivi ed esistenziali. Si apre ora il dibattito su specifiche strategie di intervento e su quanto sarebbe necessario investire per ridurre significativamente la violenza contro le donne.

Il fenomeno della violenza contro le donne ha conosciuto negli ultimi due anni un processo di crescente attenzione pubblica. Molteplici sono state le iniziative di successo che hanno cercato di sostenere una maggiore consapevolezza culturale e politica a contrasto di un fenomeno tuttora drammatico. Basti ricordare che in Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa dal partner, dall’ex o da un familiare, che più di 1 milione di donne ogni anno finisce nella rete dei soprusi al maschile e che queste subiscono 14 milioni di atti di violenza (dallo schiaffo allo stupro), mentre 25 casi di stalking vengono segnalati ogni giorno all’autorità di polizia. Per contro, ancora oggi solo il 7,2% delle vittime denuncia l’accaduto, e un terzo trascorre l’intera vita senza parlarne mai con nessuno. A fronte di questi dati terribili, la giusta indignazione collettiva che osserviamo in questi mesi rischia però di non innescare un cambiamento reale se non si trova uno sbocco concreto per nuove politiche, nuove strategie, nuovi strumenti. Non basta infatti reperire le risorse necessarie per combattere il fenomeno (che già appare un obiettivo difficilissimo) ma occorre anche saperle spendere con consapevolezza, con un’effettiva ed approfondita conoscenza sia del fenomeno che dei servizi e delle politiche necessarie. Occorrono insomma nuove strategie di azione e strumenti tecnici a tutti i livelli, dal nazionale al locale. Un primo tentativo di riflessione in questo senso è quello proposto da Intervita Onlus, che ha presentato a Roma lo scorso 21 novembre la ricerca “Quanto costa il silenzio - la prima indagine nazionale sui costi economici e sociali della violenza sulle donne” sotto il patrocinio del Dipartimento per le Pari Opportunità. La ricerca, alla quale hanno partecipato numerosi esperti, e per la quale Well_B_Lab* ha curato la parte di valutazione economica, rappresenta uno dei primi tentativi in Italia di arricchire il dibattito sulla violenza contro le donne con un approccio orien-

tato alla costruzione sistemica di nuove strategie di azione e strumenti tecnici. In questo senso una maggiore conoscenza dei costi economici e sociali della violenza sulle donne può rappresentare un punto di riferimento importante per definire gli investimenti necessari, rivedere priorità di spesa, elaborare nuove strategie e modalità di intervento. Se infatti riflettiamo sui 30 milioni di Euro in 3 anni che sono stati recentemente stanziati dal Governo per il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, fa un certo effetto constatarne la sproporzione rispetto al costo complessivo del fenomeno, che la ricerca ha stimato in quasi 17 miliardi di Euro. Un costo che


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sostengono le donne stesse, i loro figli, le loro famiglie e tutta la società nel suo insieme. Per soppesare l’impatto di tale importo, basti pensare che è equivalente al costo di una strage in cui perdono la vita 11.000 persone o il triplo del costo degli incidenti stradali che avvengono in un anno in Italia. Interessanti sono ancora le stime di dettaglio sulle varie categorie di costo, che rimangono comunque sottostimate rispetto ad un fenomeno in gran parte sommerso sia rispetto alle vittime che rispetto ai dati che lo descrivono. Ad esempio, i costi monetari, pari a 2,3 miliardi di euro, comprendono le spese sanitarie (dal pronto soccorso, all’ospedalizzazione, alle cure specialistiche, per un complesso di 460,4 milioni di euro), le cure psicologiche (158,7 milioni di euro) e l’acquisto di farmaci (44,5 milioni di euro), i costi relativi all’impegno delle Forze dell’Ordine (235,7 milioni di Euro), i costi dell’Ordinamento Giudiziario per la gestione delle denunce di violenza sulle donne (421,3 milioni di Euro) e quello per le spese legali (289,9 milioni di Euro). Gli oneri che riguardano l’assistenza delle vittime e dei loro familiari sono stati poi stimati in 154,6 milioni di Euro per i servizi sociali dei comuni e 7,8 milioni di euro per i centri antiviolenza. La mancata produttività, invece, è stata valutata in 604,1 milioni di Euro. Ma la voce di costo più imponente è senza dubbio quella dei costi non monetari, intesi come umani, emotivi ed esistenziali sostenuti dalle vittime, dai loro figli e dai familiari che sono stati stimati in 14,3 miliardi di euro. Una stima, elaborata con le tecniche di risarcimento danni degli incidenti stradali, che quantifica accanto ai danni fisici, anche quelli morali e psicologici (dalla vulnerabilità in

cui si ritrova a vivere il nucleo familiare, all’impatto sulle relazioni fino alla trasmissione da una generazione all’altra della violenza). Rispetto a questi costi umani e di sofferenza la riflessione porta necessariamente verso una visione delle strategie di contrasto alla violenza sulle donne come strumento di libertà e di crescita delle persone. Libertà dalla sofferenza e dai soprusi, ma anche libertà per la crescita umana e personale delle stesse vittime, di chi sta loro accanto e di tutta la società nel suo complesso. Ecco dunque che la rilevazione dei costi diventa una strada obbligata e necessaria per poter parlare di investimenti, in servizi e prevenzione, per ragionare in termini di impegno necessario per scommettere su un futuro migliore per queste persone. Nella scelta di seguire tale percorso è di conforto l’esempio della Gran Bretagna che, proprio partendo da un analogo progetto di rilevazione del costo economico e sociale della violenza sulle donne, ha ottenuto risultati sorprendenti. Attraverso un percorso basato su più investimenti e su nuove politiche e strategie, ha potuto vantare e, soprattutto, misurare, una riduzione della violenza domestica nella sola Londra del 64% in 7 anni. Per passare dalla valutazione dei costi alla riflessione sugli investimenti necessari si apre ora una nuova fase nella quale i dati della ricerca verranno utilizzati come piattaforma di dialogo con il territorio per elaborare nuove proposte, politiche più lungimiranti e azioni più efficaci. Intervita Onlus ha quindi deciso di organizzare in 14 città Italiane tra il 14 febbraio e l’8 marzo 2014 un ciclo di workshop in cui avviare un percorso di ascolto e di confronto con gli operatori a diverso titolo impegnati a contrastare la violenza contro le donne nelle varie aree di intervento (area sanitaria, area sociale, area legale-giuridica, area del mercato del lavoro). Tali workshop avranno la finalità di alimentare un confronto tra chi è impegnato a contrastare la violenza contro le donne per analizzare e valutare i risultati dell’indagine, prospettando nuove ipotesi di monitoraggio e analisi integrata del fenomeno attraverso la rete dei servizi del territorio e nuove politiche volte ad abbattere i costi della violenza sulle donne. L’appuntamento è dunque per la prossima primavera, quando verrà presentato il secondo report della ricerca Intervita Onlus in cui verranno raccolti gli spunti, i suggerimenti e le buone prassi presenti a livello territoriale in Italia, per arrivare ad offrire un contributo costruttivo al miglioramento delle politiche nazionali. b Giovanna Badalassi, Well_B_Lab* giovanna.badalassi@wellblab.it

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Longevità e buona vita La sfida da vincere

La crescita demografica chiede una nuova organizzazione deL Lavoro e deL weLfare. e L’invecchiamento attivo diventa un must. intervista aL Professor AlessAndro rosinA

di Tiziana Bartolini

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iamo uno dei paesi che invecchiano di più al mondo insieme al Giappone. L’allungamento della vita ha prodotto cambiamenti molto repentini. Sinora abbiamo vissuto meglio rispetto al passato vincendo la sfida della longevità curando al tempo stesso la qualità della vita. Ma nulla è scontato per il futuro”. Alessandro Rosina, Professore Associato all’Università Cattolica di Milano alla cattedra di Demografia e Modelli di Population Dynamics, ha pubblicato molti studi e articoli anche sull’ingresso nella vita adulta, sulla famiglia e sulle differenze di genere e la paternità. Le sue competenze - corroborate dalle sue sensibilità - ci aiutano a comprendere gli scenari di un futuro di cui siamo già parte ma di cui stentiamo ad individuare contorni e impatti. “Sta succedendo qualcosa che deve responsabilizzarci nel riplasmare le nostre stesse vite - asserisce Rosina, che abbiamo incontrato in occasione del Festival della Salute di Pietrasanta (settembre 2013) - perché viviamo almeno 7/8 anni di più rispetto a nostri genitori e addirittura 15 rispetto ai nostri nonni”. Questo, però, significa che tutti e tutte abbiamo maggiori opportunità… Ci sono nuove opportunità ma anche nuovi rischi che chiedono di essere valutati e che impongono di attrezzarci per tempo. La sfida dell’invecchiamento attivo responsabilizza anche a livello individuale e occorre investire in cultura e in istruzione o avere cura degli stili alimentari e di vita in generale, occorre tenersi continuamente attivi.

Ma la longevità riguarda solo una certa fase della vita… In effetti c’è una fase della vita che si espande sempre di più: quella definita dei giovani anziani, cioè l’età che va dai 65 ai 75/80 anni. Sempre più spesso ci si arriva in ottime condizioni di salute, con voglia di fare, con livelli di istruzione alti. Può essere una fase di vita molto appagante se la si vive nel modo giusto a livello individuale e psicologico, e all’interno di un sistema sociale e produttivo che consente di fare delle scelte positive e di cogliere le opportunità anche incoraggiando la scelta di essere attivi sia nel mondo


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del lavoro - ma senza esserne obbligati - sia nella società. Questo è quello che dovremmo fare perché l’invecchiamento diventi una sfida che ci consente di vivere di più e meglio e non un cataclisma che rischia di diventare un processo talmente negativo da farci arrivare ad età avanzate sempre più tristi, poveri e preoccupati per il futuro. Sta evocando nuove ipotesi organizzative dell’organizzazione del welfare e del lavoro, ipotesi che richiedono cambiamenti profondi. Come creare la coesione sociale necessaria? È una questione che dobbiamo affrontare. L’Italia, pur essendo uno dei paesi che invecchia di più, sinora ha fatto poco per valorizzare la popolazione anziana. Come farlo? Migliorando il contesto produttivo e le condizioni nel mercato del lavoro, consentendo ad un 55enne che vuole continuare a lavorare di poterlo fare con passione e con le competenze che gli vengono riconosciute e valorizzare, facendo in modo che ciascuno possa scegliere anche di cambiare mansioni o orario di lavoro. Insomma occorre organizzare un contesto lavorativo che si adatti alle competenze e alle esigenze della persona. Ma accanto a questo occorre un sistema di welfare che sia visto come un investimento sociale verso le persone, incoraggiandole ad essere attive e dando gli strumenti per poterlo fare, investendo nella conciliazione tra lavoro e famiglia considerando che ci sarà un sempre maggiore carico di anziani non autosufficienti con una sempre più crescente domanda di cura. Abbiamo di fronte una serie di sfide che dobbiamo affrontare con coraggio e responsabilità trovando le risposte, a livello politico, non solo attraverso il welfare pubblico ma anche attraverso la mobilitazione più generale del Terzo Settore, del privato e di tutte le energie e potenzialità che questo Paese ha e che può ancora mettere in gioco positivamente per un futuro che possa continuare a migliorare. L’idea di flessibilità che descrive è diversa da quella che stiamo conoscendo… È una flessibilità che va a favore delle persone e non che si rivolge loro contro, come è accaduto sinora. Le riforme che sono state fatte hanno posto vincoli e obblighi e hanno complicato la costruzione virtuosa del percorso di vita, soprattutto se pensiamo ai giovani e alle donne. Abbiamo bisogno di un concetto opposto di flessibilità, che parta da ciò che serve alle persone per fare meglio e di più quello che desiderano cogliendo ciascuno opportunità diverse in contesti diversi. La flessibilità che occorre è quella che consente di poter scegliere tra varie possibilità e adattarle in funzione dei propri obiettivi di vita o delle proprie competenze. Questa è la flessibilità che consente alle persone di fare di più e meglio ed è quello che serve per continuare

a crescere e a produrre non solo benessere economico ma anche relazionale, che è sempre più importante per la qualità della vita delle persone e delle famiglie. Le donne sono più longeve, nonostante su di loro gravi un carico di lavoro maggiore. Come le vede in questa sua analisi? Tutto quello che diciamo vale ancora di più per le donne, protagoniste di questo grande processo di cambiamento sia perché vivono più a lungo sia perché vivono le difficoltà di valorizzazione nel mondo del lavoro; inoltre il sistema di welfare e di conciliazione che non funziona pesa soprattutto su di loro. Quindi la sfida parte proprio dal mettere soprattutto le donne nelle condizioni di fare meglio e di più nella costruzione del proprio percorso di vita. Questo è certamente uno degli aspetti su cui l’Italia, soprattutto culturalmente, deve cambiare. È indispensabile, a tal fine, che cambi la classe dirigente. E se le sfide riguardano soprattutto le donne allora va considerata un valore aggiunto la sensibilità femminile e la capacità di mettersi in sintonia con le difficoltà quotidiane. Non solo donne come destinatarie di politiche, quindi, ma donne consapevoli che producono soluzioni per far funzionare meglio questo Paese ad ogni livello. Se le previsioni demografiche ci prospettano un futuro sempre più popolato di anziani ci aspetta un’era ‘gerontocratica’ destinata a schiacciare i giovani? Questo è un rischio, soprattutto perché la popolazione che invecchia aumenta il peso dell’elettorato anziano e quindi si riduce quello dei più giovani; conseguentemente anche la politica tende a spostare gli interessi ed essere più attenta alle esigenze delle vecchie generazioni. È un po’ quello che è successo in Italia, accentuato anche dal fatto che la classe dirigente stessa ha una età media molto maggiore rispetto a quello degli altri Paesi. Come si esce da questa situazione? Riattivando sani meccanismi di ricambio generazionale. Intanto per inserire dei giovani ma, poiché un giovane non necessariamente è migliore di un anziano, anche per consentire a chi ha capacità e competenze di essere valorizzato senza vincoli particolari. Favorendo la possibilità per ciascuno - uomo o donna, indipendentemente dall’appartenenza sociale e dalla famiglia di provenienza, giovane o anziano - di trovare promozione in base alle sue doti e alla sua voglia di fare arrivando ad occupare il posto in cui può fare di più e dare il suo meglio. Questo attualmente per le donne e per i giovani non succede in Italia. Ed è una rivoluzione che ancora dobbiamo compiere. v Videointervista su: http://www.streamago.tv/general/24619/

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una quasi eternità di Marina Caleffi

L’aumento deLLa PoPoLazione significa bocche da sfamare ma anche tanti cerveLLi in Più che creano e sognano. iL futuro sarà deLLe donne: Più Longeve, PreParate, Libere e decisive

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xtraterrestre portami via, voglio una stella che sia tutta mia…”. La canzone del’78 di Eugenio Finardi sembra quanto mai up to date immaginando il 2050 e un Pianeta overbooking. Saremo così tanti da pestarci le “piume”? Troppo calore umano sarà irrespirabile? Vivere insieme sarà un’esperienza estrema, al punto da desiderare fin da ora un “..un pianeta su cui ricominciare”? L’economia si è divorata la politica, la finanza ha fatto un sol boccone dell’economia, cosa potranno dieci miliardi di persone tutte insieme, tra emozione e razionalità? Per la sopravvivenza avrà più valore la cooperazione o la competitività? Ne parliamo con il Prof. Domenico De Masi, che ci offre un certain regard originale e creante. “Quando parliamo di incremento della popolazione, parliamo di numeri e di innumeri bocche da sfamare. Io immagino il cervello che c’è sopra la bocca. Dieci miliardi di cervelli popoleranno il Pianeta. La più grande massa cerebrale della Storia e dei pianeti conosciuti. Dieci miliardi di persone che si svegliano tutte le mattine e cominciano a pensare. Che vanno a letto tutte le sere e cominciano a sognare. Un patrimonio straordinario: un’energia, una forza immaginativa, riflessiva, una capacità di amare e di odiare come nella Storia dell’uomo non c’è stata mai”. Numeri che creano problemi ma anche lei dee necessarie per risolverli. E impongono riflessioni su nuovi e

possibili modelli di comportamento nei confronti della collettività. Etici, estetici, religiosi… Potrebbe anche verificarsi un’auspicabile riduzione dei divari sociali. Che non sono necessariamente in rapporto diretto con la quantità della popolazione. Differenze sociali che purtroppo oggi nei Paesi ricchi tendono ad aumentare: per guardare in casa nostra, in Italia, i primi dieci contribuenti hanno la ricchezza di tre milioni di persone. La società post industriale è quella, dopo il Rinascimento, più estetizzante in assoluto. Le tecnologie del resto hanno esaurito le molte possibilità di sviluppo. Dieci miliardi di persone aumenteranno, se possibile, questa tensione verso la dimensione estetica. E credo ci si incammini verso una maggior laicizzazione, una lunga strada iniziata dall’Illuminismo. Più laici e più politeisti. Del resto il fondamentalismo, pensiamo a quello islamico, ci appare già come un’incongruenza. Mentre in passato coesisteva e si confrontava con altri integralismi ideologici. Una struttura demografica così robusta presenta sfide che devono essere comprese a fondo e colte in modo efficace ed efficiente. L’anello debole della questione riguarda le proiezioni sull’invecchiamento della popolazione. Ipsa senectus morbus…o opportunità? Sulla vecchiaia bisogna intendersi: mentre l’inizio della vita ci vede simili, non altrettanto possiamo dire per l’anziani-


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tà e la morte. Potremmo quasi affermare che non esistono due persone che muoiono nello stesso attimo e allo stesso modo. E dunque non esistono due vecchiaie uguali. Cos’è, allora, la vecchiaia e quando comincia? È un problema tutto da discutere. Ho amici totalmente “rincoglioniti” a 60 anni e altri, come Oscar Niemeyer, uno dei più grandi architetti del mondo, morto l’anno scorso a 105 anni, che fino a una settimana prima creava e ragionava perfettamente. Considerare anziana la popolazione al di sopra dei 65 anni è finzione crudele e stupida. La vecchiaia comincia due anni prima di morire. Lo indica il dato che rivela come in questo lasso di tempo la spesa per farmaci sia pari a quella di tutta la vita precedente. Ma è un esile indicatore esso stesso. Siccome non sappiamo quando moriremo, non possiamo neppure immaginare quando cominceremo ad invecchiare. Nessuno davvero può dire quanti saranno gli anziani tra questi dieci miliardi di persone. Stabilirlo è pura astrazione statistica o banalità giornalistica. Dunque non è peregrino pensare che potremo attivare capacità e talenti, senza vincoli e limiti di sorta. E in questa dimensione le donne dovrebbero avere un grande ruolo da giocare: numero, studi, competenze saranno patrimonio da spendere molto bene… È già possibile ipotizzare come evolverà, da qui al 2020, la condizione femminile nella società e nel lavoro. Nel mondo vivranno mediamente tre anni più degli uomini. In Italia sette anni più degli uomini. Il 60% degli universitari, dei laureati e dei possessori di master saranno donne. La maternità risulterà meno antitetica al lavoro e alla carriera. Molte donne sposeranno un uomo più giovane di loro. Pensiamo poi che negli ultimi due anni il numero delle madri che vivono sole con i figli è aumentato del 28%. Le biotecnologie e l’ingegneria genetica consentiranno scambi di spermatozoi, prestiti di uteri, selezioni e clonazioni naturali. La scienza e il costume, dunque, permetteranno alla donna di procreare figli senza avere un marito, mentre agli uomini non sarà tecnicamente possibile avere dei figli senza avere una moglie. Ne deriverà una forma inedita di matriarcato. La cortesia, la dolcezza delle buone maniere, la raffinatezza diventeranno altrettanti

fattori competitivi e prevarranno le aziende dotate di una cultura più cortese. I valori tradizionalmente femminili, sommati alla preparazione, alla flessibilità, all’apertura mentale, alla voglia di sperimentare e di mettersi in gioco, determineranno la superiorità sociale della donna. Nelle coppie giovani entrambi i partner condivideranno le attività di produzione e di cura. A tutto vantaggio anche del maschio che non sarà più un cretino specializzato che, dedito ad un solo mondo, ne ha ricavato unicamente aridità. La “furbizia” maschile di retrocedere davanti alla doppia presenza, al doppio lavoro, delegandolo alla donna si è rivelata un boomerang per il maschio stesso. La donna dunque più affaticata ma certo meno alienata coglierà la superiorità sociale, affermerà la superiorità professionale. La creatività ormai indispensabile nel lavoro umano, è una dote multipla, fatta di fantasia e di passione non meno che di concretezza e di ragione. I maschi, storicamente educati all’agire razionale, rigido e programmato, appaiono sempre meno idonei ad attività creative che richiedono senso estetico, multitasking, flessibilità, soggettività. Dovunque si afferma questo tipo di attività; già ora le donne si sono rivelate indispensabili perché dotate delle skills necessarie ad adiuvandum della loro preparazione scrupolosa. Ma le previsioni le indicano protagoniste anche nei settori tradizionalmente appannaggio dei maschi (banche, politica, multinazionali, ecc.) e nei ruoli decisionali. E le donne più innovative instaureranno nuovi stili di leadership e nuovi modelli di convivenza aziendale basati sulla parità tra i sessi. Al centro del nuovo sistema sociale, dobbiamo cominciare a prepararci ad un primato, non solo demografico, che ci competerà. Non solo perché così vuole il corso naturale degli eventi, ma grazie ai decenni di lotta inesausta dietro le spalle… Nessuna lotta è stata così tenace, a volte in sordina, a volte in prima persona. Come, per esempio, sta avvenendo in questi giorni in Russia, dove le ragazze affrontano il carcere per la lotta femminista. Nessuno vi ha regalato niente. Anche perché chi detiene il potere non regala cose a chi non le ha.ä Twitter@marinacaleffi

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demoboom | 3

fritte o in saLmì, saranno cavaLLette di Marta Mariani

La ricetta deLLa fao Per sfamare un mondo semPre Più PoPoLato: mangiare insetti. e cominciamo a suPerare Le resistenze PsicoLogiche…

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econdo il Dipartimento Demografico ONU, nel 2050 saremo 9,6 miliardi di persone in tutto il mondo. “Anche se l’aumento demografico globale sta rallentando, nel complesso, alcuni paesi in via di sviluppo sono ancora in crescita rapida” ha sottolineato Wu Hongbo, sottosegretario ONU agli Affari Economici e Sociali. Il trend demografico è, così, in netto rialzo, e molti paesi in via di sviluppo vantano tassi di fertilità davvero competitivi. Per questo, la crescita maggiore verrà registrata probabilmente proprio in Africa e in India. In particolare: l’India sarà già nel 2028 ben più popolosa della Cina stessa, mentre la fertilità degli autoctoni nigeriani farà della Nigeria un paese più popoloso degli stessi Stati Uniti - seguito subito dopo dall’Indonesia, dal Pakistan e dalle Filippine. L’indagine ONU, valutando anche altri fattori considerevoli che entrano in gioco nel campo di forze dell’aumento demografico, hanno analizzato la generalizzata riduzione della mortalità infantile, e il progressivo aumento della speranza di vita per diversi paesi. Dati rassicuranti, che rappresentano un indice speranzoso per ciò che concerne la dignità della vita umana. Tuttavia sorge spontaneamente una domanda: se longevità, fertilità e bassa mortalità faranno del mondo un pianeta presto sovrappopolato, quale dignità sarà possibile assicurare ai molti nascituri? Quale stile di vita? Quale sussistenza? Si tratterà di vivere o di sopravvivere? Nel 2011 l’organizzazione Oxfam International aveva pubblicato un rapporto (reperibile in archivio: http://www. oxfam.org/fr/campaigns/agriculture) che evidenziava un paradosso in cui il mondo globalizzato era evidentemente caduto: nonostante la produzione globale sconsiderata

di cibo, un miliardo di persone nel mondo continuava, e continua tuttora, a morire di fame. Sempre l’Oxfam tracciava un disegno possibile per un cambiamento necessario, teso alla diffusa prosperità, alla cooperazione, all’equità e alla solidarietà. Un progetto a lungo termine che si reggeva su quattro capisaldi: una nuova governance globale pronta a stornare le crisi alimentari; una deviazione dei grandi investimenti a vantaggio dei produttori di piccola scala; un’educazione al consumo consapevole per i Paesi ricchi; un accordo globale risolutivo per la lotta ai cambiamenti climatici. Oggi, a due anni dal rapporto Oxfam, quasi tutti punti restano perlopiù disattesi. L’interrogativo già espresso rafforza dunque il suo accento allarmistico. Se già oggi un miliardo di persone muore di fame, come ovvieremo al rischio di più gravi carestie nel 2050, quando si presume che saremo più di nove miliardi e mezzo? La Food and Agriculture Organization ha tentato una risposta possibile con il rapporto del 2013: Edible Insects - Future Prospects for Food and Feed Security. Le righe introduttive della pubblicazione sono esplicite, senza mezzi termini, esse guardano agli insetti come alternative possibili alla malnutrizione globale. “È largamente accettato il dato che entro il 2050 il mondo ospiterà circa 9 miliardi di persone. Per accogliere tale popolazione, la produzione alimentare dovrà più che raddoppiare. La terra risulta già insufficiente e l’area dedicata all’agricoltura non può essere considerata come una opzione valida e sostenibile. Non è


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SONDAGGIO DI DICEMBRE possibile nemmeno contare sullo sfruttamento delle masse oceaniche, poiché il cambiamento climatico e la scarsità d’acqua potrebbero avere profonde implicazioni sulla produzione alimentare. Per soddisfare le necessità alimentari e nutrizionali, oggi - quando un miliardo di persone del mondo risulta cronicamente affamato e domani, è indispensabile rivalutare la produzione del cibo e il cibo stesso con cui ci sfamiamo. Le inefficienze devono essere rettificate, e i rifiuti alimentari devono essere ridotti. È necessario, pertanto, trovare nuovi sistemi di sostentamento. Gli insetti commestibili sono sempre stati una parte della dieta umana, sebbene in alcune società vi sia un certo grado di disgusto per ciò che riguarda il loro consumo. Nonostante la maggior parte degli insetti commestibili possa essere raccolta presso degli habitat forestali, l’innovazione dei sistemi di allevamento di massa è stato avviato già in molti paesi. Gli insetti rappresentano, dunque, una significativa opportunità di fondere le conoscenze tradizionali e le competenze della scienza moderna, sia nei paesi sviluppati che i quelli in via di sviluppo”. Inutile nasconderlo, il rapporto della FAO lascia basiti ed increduli. Esso preconizza, di qui a un cinquantennio, una dieta a base di cavallette e coleotteri; quasi che rivoluzionare la dieta di miliardi di persone (facendo di essi altrettanti “entomofagi”) sia addirittura più semplice che istituire un sistema efficace di equità e solidarietà. Forse per tranquillizzarci, il rapporto si dilunga sui principali luoghi comuni che screditano, agli occhi degli occidentali (soprattutto Europei), il consumo di insetti. “L’entomofagia è certo associata ad un’era di raccolta e di caccia, quindi a delle forme ‘primitive’ di acquisizione del cibo. Nelle società occidentali - in cui le proteine derivano ancora in gran parte da animali domestici - gli insetti non sono altro che un sinonimo di fastidio (zanzare e mosche invadono le case, infastidiscono con le loro punture; le termiti scavano il legno, e solo accidentalmente gli insetti finiscono in alcuni piatti, ingenerando disgusto”. Verrebbe da argomentare che, certo, davanti alla fame, non ci sono pregiudizi o luoghi comuni che tengano. Tuttavia, alcune eventualità catastrofiche andrebbero meglio considerate. Come arginare, ad esempio, un’epidemia infettiva innescata dagli insetti (vettore meccanico di trasmissione per eccellenza)? Un’ombra di scetticismo incombe sugli studi più recenti, volti a “contrastare la fame nel mondo”; come se la miopia dei paesi più sviluppati continuasse ad agire indisturbata, eludendo e negando - in modo sempre più sofisticato - il nocciolo capitalistico e consumistico del problema. ä

VERSO L’ESPLOSIONE DEMOGRAFICA DEL PIANETA sarà un ProbLema? NON MI INTERESSA PERCHÉ ACCADRÀ QUANDO NON CI SARÒ PIÙ IO

0%

NON CREDO CHE SARÀ UN PROBLEMA PERCHÈ IL PIANETA SI ORGANIZZERÀ

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È UNA GRANDE PREOCCUPAZIONE E NON VEDO ATTENZIONE SUL TEMA

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FACCIAMO MENO FIGLI: È L’UNICA SOLUZIONE CONCRETA

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Le vostre risPoste L’aumento deLLa PoPoLaZione suL Pianeta significa cHe… O impariamo a convivere in tanti e tante, rispettandoci e rispettando l’ambiente o non ce la faremo… Dobbiamo avere più attenzione per non creare disagi sociali ulteriori a quelli già esistenti. È un problema. In Italia e in Europa, in tutto il mondo occidentale si fanno pochi figli mentre nel SUD-EST del pianeta ne nascono anche troppi, anche se in Cina consentono ormai il secondo figlio, possibilmente «femmina»! (Silvia) Dobbiamo imparare a vivere in modo più naturale e meno artificiale, cibo buono e poco, case piccole e confortevoli, dall’individuale al collettivo solidale. Mettere al primo posto la donna poi tutto il resto. (Carmen)


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DALLA CAMPAGNA AL WEB Costruire una rete di imprenditrici per organizzare la vendita diretta: ‘La Spesa in Campagna’. E la sfida di internet parte da Cosenza

Costruire una rete di imprenditrici per la vendita diretta: è questo il tema dell’incontro che Donne in Campo-Cia Cosenza ha organizzato presso la Sala Petraglia della Camera di Commercio cittadina lo scorso mese di novembre. I lavori sono stati moderati dal direttore provinciale della Cia, Davide Vena, che ha assicurato il sostegno dell’intera Confederazione all’azione associativa e alla realizzazione

dei progetti di Donne in Campo, mentre la relazione introduttiva sull’argomento “L’organizzazione della vendita diretta: le proposte di Donne in Campo Cosenza alla luce delle esperienze maturate in questi ultimi anni” è stata tenuta da Antonella Greco, presidente dell’associazione provinciale, imprenditrice zootecnica e operatrice agrituristica della Sila. Maria Grazia Milone, presidente regionale dell’associazione e imprenditrice vivaistica della piana lametina, ha illustrato il progetto di “La Spesa in Campagna”, che a giorni diverrà operativo e che prevede l’implementazione di un portale web su cui valorizzare la presenza di aziende che effettuano la vendita diretta, che sarà ricercabile per territorio/prodotto, e su cui organizzare eventualmente la vendita on-line, ma anche su cui ricevere informazioni circa la presenza di mercati locali, sagre, ecc. dove trovare prodotti di eccellenza del territorio. La platea, vasta e qualificata, ha offerto numerosi interventi di significativo interesse che, talvolta con accenti anche forti, hanno messo in risalto le difficoltà di fare impresa in Calabria, esortando la Confederazione madre a fare di più e soprattutto a farsi interprete dei bisogni e delle necessità che comunemente le imprese agricole stanno attraversando, nell’interesse della sopravvivenza della categoria, che oggi si sente vessata dalla troppa burocrazia, impoverita dagli alti costi delle materie prime e maltrattata dal Governo e dalle autonomie locali per le troppe e elevate tasse e imposte da pagare. Da tutte le imprenditrici intervenute, Selene Rocco di Campotenese che lavora la lavanda, Annetta Ventre di Santa Sofia D’Epiro che lavora la pasta di mandorla, Assunta Aragona di Rose che produce il fico dottato di Cosenza, Lina Malizia di Bisignano che produce ortaggi di nicchia, Francesca Lauria di Cerchiara di Calabria allevatrice zootecnica, Daniela Conforti di Altomonte che produce olio extravergine d’oliva, Antonella La Cava di Lagarò Celico che produce patate della Sila, sono stati rilevati accanto ai tanti punti di debolezza dell’attività agricola anche i molti punti di forza presenti nel fare qualità, nell’associarsi e nel fare rete nel settore e soprattutto l’entusiasmo che bisogna manifestare accanto alla passione e alla competenza che rappresentano gli ingredienti per progettare un futuro con la speranza di successo.


STRATEGIE

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PRIVATE

di Cristina Melchiorri

LA RIVINCITA DEI NERD! Sono Luca, leggo NOIDONNE fin da piccolo, perché mia madre è da sempre vostra abbonata. Mi sto chiedendo se e come la mia abilità di “smanettone” informatico può darmi prospettive di lavoro o se devo considerarlo solo un mio gioco privato. Ho anche la passione per la politica, ma non vedo un nesso fra le due cose. Un consiglio?

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Tutte hanno apprezzato la costituzione dell’associazione “La Spesa in Campagna” perché offre una straordinaria opportunità a tutte, a costi pressoché nulli, di promuovere il proprio prodotto e promuoversi nel variegato mondo della vendita diretta e online. Alla discussione ha portato il proprio contributo Maria Pirrone, presidente dell’Agia-Cia di Cosenza, e il presidente dell’Anp, Mimmo Liguori, mentre ha concluso i lavori il presidente regionale della Cia, Mauro D’Acri, che ha elaborato il documento “Più agricoltura per uscire dalla crisi” che contiene significative proposte per dare una risposta immediata alle imprese che subiscono i morsi amari della crisi, ma che pongono le basi per assicurare all’agricoltura e a chi vive di agricoltura un futuro dignitoso e un’opportunità di lavoro per tanti giovani oggi disoccupa. ❂

Luca Montorsi, Assago (Mi)

Carissimo, certo che c’è un nesso! Proprio un centinaio di giovani come te ha fatto la campagna elettorale di Obama. Non più strateghi e spin doctor ma giovani “nerd” che, anche senza alcuna passione politica ma con molta abilità tecnologica, sono stati capaci di convincere migliaia di americani a finanziare la campagna elettorale di Obama prima, e a votarlo poi. Chi sono i NERD? Sono giovani “ignoranti” delle questioni sociali, come lo sono gli stessi imprenditori della Silicon Valley, scrive il New Yorker, che non sentono il bisogno di leggere ‘The Economist’ e non cercano notizie fuori dal settore di competenza. È un limite? Per la nostra formazione tradizionale sì. Ma il cosiddetto “soluzionismo tecnologico”, come lo definisce lo studioso dei new media Evgeny Morozov, il lavoro degli esperti di tecnologia informatica rappresenta per il terzo millennio ”il” fattore innovativo. Come i filosofi per l’Ottocento e gli scienziati per il Novecento. Anzi, è la chiave per il futuro da cui nessun business, ma anche nessun approccio politico, potrà prescindere. Necessario, imprescindibile. Non sufficiente. Un esempio di casa nostra non è forse rappresentato dai blog e dal movimento virtuale su web, da cui è nato in gran parte il successo elettorale dei “5 Stelle”. Sul fronte del lavoro tieni presente che anche le più nuove teorie del marketing si stanno riformulando in chiave web e social. Quindi, caro Luca, hai ampie prospettive e la tua abilità tecnologica può diventare certo un lavoro e al tempo stesso un mezzo di espressione della tua passione politica. Auguri!

DONNE IN CAMPO, ANCHE PER INNOVARE Trentenne, di Lamezia Terme, agronoma e imprenditrice, Maria Grazia Milone è il responsabile tecnico dell’azienda di famiglia “Vivai Milone”, che rappresentano una delle aziende storiche del vivaismo calabrese sin dagli anni ‘20, e che vanta ben quattro generazioni. Sin dagli anni ’70 i Vivai Milone sono in possesso dell’antica arte di propagare le piante. Nel corso del tempo hanno vantato l’avvio in Calabria del miglioramento delle produzioni vivaistiche, per aver aderito, con convinzione ed entusiasmo, ai programmi di ristrutturazione dell’agrumicoltura italiana, come suggerito dal Piano Agrumi Nazionale. Inoltre, la convinzione e la determinazione di produrre materiale di propagazione di qualità ha rappresentato e rappresenta il maggiore fattore di crescita e sviluppo dell’azienda. Infatti, già dopo il 1974, anno in cui fu avviato il sistema di certificazione volontaria degli agrumi, i Vivai Milone hanno ospitato una sezione incrementale di agrumi, al fine di moltiplicare marze delle nuove cultivar che servivano per rinnovare le varietà vecchie e tradizionali. Maria Grazia si occupa anche degli acquisti e delle vendite, nonché della programmazione e del controllo delle produzioni, in maniera continuativa. Dal 2009 è in Cia con vari incarichi per arrivare a febbraio 2013, quando viene eletta Presidente dell’Associazione Donne in Campo –Cia regionale. Insieme alle altre componenti della giunta da allora, con tante le idee da concretizzare, la voglia di migliorare e migliorarsi, attraverso progetti semplici ed efficaci, cercano di avvicinare il mondo agricolo con il mercato, come la vendita diretta attraverso le nuove opportunità della tecnologia mettendo in campo progetti sociali e di salvaguardia del territorio, ampliando i propri orizzonti alla valorizzazione della nostra innata propensione all’ospitalità legata ai prodotti più tradizionali della nostra cultura. “Essere ‘Donne in Campo’ vuol dire anche essere donne innovatrici e intuitive, donne intelligenti - ha affermato la Presidente Milone - e donne che vogliono fare insieme nuove esperienze di cooperazione”.


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PERCORSI COOPERATIVI

Attente Agli ultimi di Maria Fabbricatore

La cooperativa 29 Giugno, a maggioranza femminile, si occupa dell’inserimento lavorativo delle fasce deboli della società. Intervista alla Presidente Emanuela Bugitti Emanuela Bugitti è Presidente della Cooperativa 29 giugno servizi e Direttore della 29 Giugno onlus nata nel 1984. La Cooperativa si occupa dell’inserimento lavorativo di detenuti, ex detenuti, disabili fisici e psichici e più in generale delle persone appartenenti alle fasce deboli della società: dai senza fissa dimora alle vittime della tratta agli immigrati. Ci può parlare della storia della vostra Cooperativa? La 29 giugno ONLUS è una cooperativa che nasce dall’esperienza fatta nel carcere di Rebibbia nel 1984, quando per la prima volta in Europa organizzò, insieme ai detenuti, il primo convegno-spettacolo in carcere. Antigone il titolo dello spettacolo, che fu un pretesto per riflettere sulla pena e sul cambiamento delle persone nella società civile, per riflettere sul rapporto con il territorio, individuando nel lavoro cooperativo una maggiore democrazia, come lo è anche adesso. Questo progetto fu ripreso e rilanciato da articoli di Pietro Ingrao e Miriam Mafai usciti sull’Unità che innescarono un dibattito nella società. Per noi fu importante trovare una via alternativa alla mera detenzione, che senza la parte risocializzante non ha, ancora oggi, molto senso. Da lì cominciammo un dibattito che portò alla legge di riforma dell’ordinamento penitenziario. È cominciato tutto con una scommessa… È sempre stata una scommessa, però noi abbiamo avuto

l’appoggio della società civile e non solo, abbiamo avuto un grosso aiuto dalle centrali cooperative. E poi ci fu anche la riflessione sulla pena. Non ha senso tenere per vent’anni una persona in carcere senza prevedere, alla sua uscita, le condizioni per non dovere delinquere più. Questa era la scommessa che pensiamo di avere onorato in tutti questi anni. Qual è lo scopo della vostra Cooperativa? Offriamo possibilità lavorative a chi sta in carcere, questo è il nostro scopo. Quando un detenuto ha la possibilità di accedere alle misure alternative alla detenzione, quindi godere del beneficio della semi-libertà, noi gli offriamo il lavoro. All’inizio lavoravamo solo con i detenuti, poi abbiamo allargato anche al DSM (dipartimento di salute mentale) e in seguito da noi sono arrivate donne vittime di tratta. Quale lavoro svolgono i vostri soci e in particolare i detenuti? Ci occupiamo di manutenzione del verde. L’intero comprensorio dell’Eur a Roma, ad esempio, lo curiamo noi, oppure il parco di Colle Oppio al centro della Capitale, siamo noi che lo manuteniamo. I ragazzi che lavorano su quell’area sono della nostra cooperativa, sono tuttora in carcere o sono ex detenuti, continuano a lavorare con noi, anche se hanno finito di scontare la pena. Insomma ci occupiamo di persone che hanno difficoltà a trovare lavoro. È la forma cooperativa che vi permette di fare tutto questo? Sì, anche perché una persona condannata può avere l’interdizione di cinque anni o perpetua. Invece il nostro statuto prevede che “può” essere escluso il socio che è interdetto, noi su questa “possibilità” abbiamo fatto diventare soci tutti. Tutti partecipano alla vita della cooperativa, tutti beneficiano dei ristorni, e poi c’è il legame associativo personale, che è amicale e diventa fondamentale.


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Come regge la crisi economica la cooperativa rispetto alle aziende o alle imprese? Secondo me la cooperativa è più duttile e quindi meno rigida rispetto agli orari di lavoro, oppure più flessibile rispetto ad un appalto che non è molto remunerativo: se tutti approvano lo si porta avanti comunque, in un’impresa è difficile chiedere di aumentare i ritmi di lavoro o di sobbarcarsi di responsabilità diverse dai propri compiti, in cooperativa si fa di tutto e di più perché si è soci, è un rapporto diverso con il lavoro, si è più solidali. Sono molte le donne che collaborano con la vostra cooperativa? Nella 29 giugno servizi le donne sono in numero maggiore, nella 29 giugno onlus siamo pari. Abbiamo rivisto tutta la nostra organizzazione con la responsabile per le pari opportunità, per permettere orari flessibili eliminando le strutture che avrebbero potuto ostacolare. Perché se la sera il socio deve rientrare in carcere o non può lavorare per motivi familiari non è possibile discriminare. Legacoop nazionale ha fatto uno studio sulla condizione delle donne nelle cooperative: la prima fase ha riguardato lo studio e l’indagine, la seconda fase è stata di sensibilizzazione e di non discriminazione delle donne all’interno per poi favorire il più possibile il capitale umano femminile. Quali sono gli strumenti concreti per le donne? Gli strumenti importanti sono quelli della conciliazione e delle parità salariali. Tutti siamo assunti con lo stesso contratto di lavoro, poi però cambia in una parte che è detta “variabile”, nelle aziende le parti variabili sono più alte nei salari degli uomini, è questa una delle ragioni per le quali all’interno delle aziende, che sono impostati con modelli maschili e competitivi, troviamo disparità. Bisogna eliminare le barriere che impediscono a tutti di accedere allo stesso livello di trattamento.

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l’unico possibile, perché si acquista uno status che è quello di lavoratore e questo dà fiducia e stima in sé stessi. Il movimento cooperativo ci ha aiutato moltissimo, abbiamo fatto una partnership con cooperative romagnole, da loro abbiamo imparato a strutturarci, senza di loro non ci saremmo strutturati così bene. La cooperativa è in qualche modo uno strumento di prevenzione. Nel nostro caso in particolare la recidiva è molto bassa: è inferiore all’1%, e ciò significa che è pochissima la gente che torna a delinquere. Ma c’è anche l’aspetto della corresponsabilità: da socio cambia il rapporto che hai con gli altri. È un modo per aiutare i giovani a trovare il lavoro, perché con pochissimi mezzi si mette in piedi la cooperativa. Per fare un’impresa ci vogliono tantissimi soldi, e poi questo è un lavoro collettivo, siamo pari. La sintesi collettiva, per me, dà un senso a tutto. Riportiamo alcuni elementi pubblicati nel sito: http://www.cooperativa29giugno.it/index.php: “Pur mantenendo come punto di riferimento il sociale, i soci della Cooperativa 29 Giugno hanno scelto di cogliere la sfida del libero mercato puntando sul rapporto qualità/ prezzo del servizio fornito, attivando: • un’analisi di costi e benefici. • l’inserimento di diverse professionalità in forma fissa nell’organico aziendale. • una organizzazione basata sul rapporto funzionale dei diversi ruoli. • l’adeguamento delle procedure aziendali a quanto prescritto dalla norma ISO 9001, BS OHSAS 18001, ISO 14001 l’ottenimento delle relative certificazioni. • L’aggiornamento continuo del parco mezzi ed attrezzature. • L’aggiornamento continuo del personale. • Una oculata attività di marketing, basata sia sull’esplorazione di nuovi mercati sia sull’attivazione di sinergie aziendali. • Promuovere diritti di cittadinanza, vantaggi per i soci, benefici sotto forma di produzione di ricchezza ed integrazione sociale. • Mirare ad accrescere le capacità di tutti, valutando le persone per quello che realizzano. • Produrre la necessaria innovazione nelle tecniche, nei processi, nell’organizzazione, nella formazione e crescita dei soci e dei lavoratori. • Impegnarsi perché la cooperativa contribuisca al miglioramento dell’ambiente urbano e naturale, nello stesso modo in cui persegue il miglioramento di quello sociale. • Valorizzare un’idea del lavoro che si misuri col mercato e con i vantaggi sociali che produce.”

Facciamo degli esempi concreti.. Se la riunione viene convocata dopo l’orario di lavoro chi interviene sono per la maggioranza gli uomini, così come il sabato. Insomma ci sono una serie di misure da mettere in atto nelle aziende che oggettivamente frenano. Per quello che riguarda le cooperative essendo composte di soci si possono favorire tutti questi processi, quando si incontrano degli ostacoli si fa in modo di superarli.

Una volta che iniziano con voi non rientrano in carcere? Di solito rimangono con noi. I detenuti, che sono circa 120, sono totalmente integrati.

Cosa vi ha permesso di arrivare a mille dipendenti e diventare una realtà italiana così importante? Il fatto di esserci sempre alleati con gli altri. All’inizio eravamo l’unica cooperativa a Rebibbia, dopo ne sono venute per fortuna tante altre. Per un detenuto il lavoro associato è

Le donne detenute in che tipo di lavoro si sono integrate? Qualcuna nelle amministrazioni, qualcuna nelle pulizie. Altre donne che avevano commesso reati di mafia sono state reintegrate, fuori dal contesto di origine, in varie attività.


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LIfE cOAchIng [ Prima puntata ]

di CATIA IORI

È importante sapere che Voi siete la strada

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i chiama tecnicamente life coaching perché qualche guru americano si è appropriato di una serie di tecniche e le ha fatte sue. Ma io che ho frequentato corsi e training sia a Washington che a Roma passando per Cambridge e la nostra Milano, vi assicuro che in soldoni si tratta semplicemente di questo. Cercate di seguirmi e vi accorgerete di quanto sia affascinante questo percorso di riscoperta e di rivalorizzazione di noi stesse. A partire dal nostro vero autentico centro vitale, quello che in psicologia si chiama spazio interiore, il cuore del nostro essere e che più laicamente rivela chi siamo quando ci permettiamo di stare con noi stesse in compagnia del silenzio. Ogni donna desidera diventare madre e le nevrosi si moltiplicano quando per tanti motivi non si riesce a figliare o peggio ancora non si arriva a fare cio che per secoli le donne sono sempre state chiamate a fare. Dove sta scritto che la nascita di un bambino per una donna sia la cosa più importante e l’unica per cui valga la pena di dare tutta se stessa? Bello, poetico ma per cosa siamo nate?

Se unico è il tuo volto, unica è la tua mission su questa terra

Ognuna di noi rinasce ogni giorno e le donne che si realizzano diventano madri biologiche , ma “ci si compie” anche quando si porta avanti un destino, un percorso, un cammino. Una rosa fa la rosa con i suoi germogli. A quaranta anni le donne mi chiedono perché il senso di fallimento le attanaglia se non sono sposate, se non sono madri e quando lo sono, rimpiangono amaramente tutta quella porzione di libertà che è stata loro negata.

LO SPAZIO PER SE STESSE Comincia con questo numero un percorso a tappe che ci condurrà a fare i conti con noi stesse in risposta a quei disagi più o meno conclamati che si fanno strada spesso nella vita di noi donne. Ho incontrato per le mie indagini sociali e per la mia naturale vicinanza col mio impegno politico miriadi di ragazze alle prese col precariato, donne più mature che fanno bilanci spesso impietosi con gli affetti familiari o con i figli adolescenti ribelli e inconcludenti, o ancora con professioniste che la crisi ha schiacciato proprio nella fase di start up del loro itinerario di carriera. Si tratta di vuoti interiori o al contrario di “pieni” eccessivi carichi di impegni, di confusioni esistenziali o di delusioni mai sopite, di ricerche inutili o di attese vacue di un altro (un amico, un evento, un uomo, un quid di diverso) che ci venga in soccorso.

Smettiamola di dipendere e di cercare un uomo che ci salvi da noi stesse

Gli animali ad esempio ci insegnano che il periodo della maternità dura un certo perdiodo poi ci si distacca per amore dei nostri figli perché siano loro stessi.

Io ho una strada da fare , evitiamo i finti obiettivi

Nessuna di noi è fatta per diventare migliore, ma questo obiettivo è fondamentale per esprimere il nucleo più profondo di noi stesse. A prescindere dai giudizi, dalle convenzioni, dall’entourage di cui si fa parte. I bambini, la famiglia, il gruppo sono parte del nostro corredo biologico, la realizzazione di noi stesse parte dallo spirito unico e irripetibile che si è acceso dentro di noi al momento della nascita. Solo cosi si spiega e si dà risposta a quel disagio femminile che oscilla continuamente tra la ricerca di approvazione da un lato, la voglia di protezione dall’altro e la necessità di sentirsi importante per qualcuno.

Sei tu la persona più importante da coltivare non per egoismo ma per dare corso allo straordinario obiettivo che è già dentro di te e che solo tu, non altre, potranno tradurre in realtà

C’è un luogo dentro di noi ove tocchiamo la nostra vera essenza, dove né la critica, né il senso di colpa , né le scadenze altrui ci urtano. È il luogo del nostro vero io: già l’intuizione di questo luogo interiore può trasmetere in mezzo al totale rifiuto e alla più profonda ferita, una nuova autostima, una dignità che nessuno può toglierci, neppure il più rozzo e paternalista uomo di questa terra.


Conversando con

UNA RIVISTA NATA SOTTO LE BOMBE, FIGLIA DEL CORAGGIO DELLE DONNE DELLA RESISTENZA. UNA STORIA CHE CONTINUA ANCORA OGGI

Marisa Rodano

A

rrestata nel maggio 1943 per attività contro il fascismo e detenuta nel carcere delle Mantellate, partigiana durante la guerra, Marisa Rodano fa parte di quel primo nucleo fondativo, che darà vita e diffusione a Noi Donne e che farà dell’UDI una grande realtà di partecipazione femminile nella storia del paese. All’indomani della pace, nel 1946, condurrà una grande battaglia dalle pagine del giornale, invitando le donne a votare e a lottare unite per la democrazia. Eletta consigliere comunale di Roma dal 1946 al 1956, deputata dal 1948 al 1968, senatrice fino al 1972, consigliere provinciale di Roma dal 1972 al 1979. È stata la prima donna nella storia italiana a venir eletta alla carica di vice presidente della Camera dei deputati, carica che ha ricoperto dal 1963 al 1968. Ricorda insieme a noi la storia di quegli anni. “Contemporaneamente all’edizione legale, ogni gruppo clandestino, nelle zone ancora occupate dai nazisti, usciva con il suo giornale, sotto l’impulso delle militanti dei GDD, i «Gruppi di Difesa della donna» e per l’assistenza ai Combattenti per la libertà», che svolsero un’attività molteplice e preziosa per la lotta di Liberazione: da seppellire i morti a organizzare i collegamenti tra le formazioni partigiane, dalle manifestazioni di massa per il pane e contro il ca-

da 70 anni NOIDONNE guarda al futuro

rovita, alle lotte nelle fabbriche per il salario, a quelle contro i tedeschi occupanti, contro gli arresti e le deportazioni, all’aiuto alle famiglie delle vittime, degli arrestati e dei deportati. I primi gruppi erano sorti nel novembre del 1943 in Piemonte e in Lombardia. Il gruppo centrale dei GDD, che comprendeva donne di tutti i partiti del Comitato di Liberazione nazionale e donne senza partito, con sede a Milano e che venne riconosciuto dal CLN Alta Italia (CLNAI) nel 1944 come organizzazione femminile aderente al CLN. comunicava e dirigeva i gruppi provinciali e locali, che sapevano cosa andava fatto sul territorio. Al termine della lotta di liberazione si calcola che ci fossero più di 40.000 donne attive nei GDD. Bisognava sostenere la resistenza e rendere difficile la vita ai tedeschi e per farlo occorrevano strumenti di comunicazione, volantini, ma anche il giornale, Noi Donne, che faceva da megafono a tutte le manifestazioni, alle lotte, e agli appelli. Fino all’aprile del 1945, metà dell’Italia era occupata: c’è il Noi Donne legale fondato a Napoli da Nadia (Spano, ndr), e i vari Noi Donne clandestini, stampati alla macchia dai GDD nell’Italia del Nord. Dopo la liberazione, durante il congresso di Firenze nel 1945, avviene la fusione tra i GDD e i comitati di iniziativa dell’UDI sorti nell’Italia liberata: nasce l’UDI come associazione nazionale e un unico giornale. Era un momento molto particolare: dopo anni in cui c’era stata la censura, il controllo sulla corrispondenza, il divieto di fare comizi, andava costruita la democrazia, abituando la gente a riunirsi, a parlare, a scrivere. E in questo contesto, la battaglia che credevamo più importante, era quella per il voto alle donne; mentre liberali e democratici del Lavoro volevano rimandare la decisione alla Costituente, il nostro obiettivo di emancipazione femminile è chiaro sin dall’inizio: ottenere la parità dei diritti a partire da quello di voto. L’UDI cercava di dialogare con tutte le donne partendo dai problemi più concreti, come l’aumento dei prezzi. Ad esempio ricordo che a Roma partecipai a riunioni col Prefetto e coi rappresentanti delle categorie commerciali: le donne si accalcavano nelle vie attorno, e quando io comunicavo loro i prezzi gridavano dalla strada che erano troppo cari. Ero portavoce delle loro istanze e questo mi dava la forza di poter contrattare con le autorità per cercare di ridurli. Ma il tema più acuto era il lavoro perché dopo la guerra molte donne vennero licenziate per dare impiego ai reduci, e tante venivano sfruttate e sottopagate, e non esisteva ancora nessuna tutela per le lavoratrici madri. Noi Donne in ogni numero cercava di ribadire la centralità del lavoro nella vita delle donne e la necessità di un salario uguale a quello dell’uomo. Battaglie del 1945 per le quali ancora è necessario combattere.

1944 1950 primo inserto

Testi e ricerca iconografica a cura di Silvia Vaccaro

“N

oi Donne è un giornale singolare che avrà la ventura di nascere e rinascere parecchie volte: a Parigi come espressione del movimento femminile antifascista, nell’Italia occupata dai tedeschi come organo dei Gruppi di Difesa della donna, nell’Italia liberata come espressione del movimento che darà vita all’UDI.” Così scrive Nadia Spano di questa preziosa rivista che tanta storia ha già alle sue spalle. E’ nel 1937, a Parigi e sotto la direzione di Marina Sereni che viene stampato per la prima volta, frutto della volontà di tante donne italiane che hanno abbandonato il paese e stanno lottando contro il fascismo tenendo una corrispondenza fitta con le donne della penisola. Il giornale ricopre un’importante funzione organizzatrice e riporta continuamente l’attività delle varie sezioni e dei comitati del movimento. Di lì a poco la guerra esplode in tutta la sua ferocia e Noi Donne riappare in Italia alcuni anni dopo, nel ‘44, per volontà delle donne che appartengono ai GDD, e che ogni giorno forniscono aiuti alimentari, coperte, e nascondigli ai partigiani rischiando in prima persona la pelle. In quel momento, non si tratta di un vero e proprio giornale, piuttosto di un foglio clandestino ciclostilato, pieno di informazioni sui fronti

di guerra e le necessità dei partigiani, diffuso soprattutto nelle zone ancora sotto occupazione tedesca. Le donne dimostrano una grande voglia di partecipare, di esserci: “Restate, se vi trovano, moriremo tutti insieme”, dicono ai partigiani che ospitano nelle loro case. E numerose sono le scene raccontate dal giornale che, se rilette, emozionano e danno la misura del valore delle tante impegnate durante quel periodo così difficile della storia d’Italia, valore spesso non raccontato adeguatamente nei libri di storia. “Prendete me, io posso odiarvi molto più di lei”, dice ai nazisti che vogliono portarsi via la madre anziana, la sorella di un partigiano. E con lei tante altre donne, capaci di odiare il fascismo esattamente come gli uomini. I termini “odio” insieme ad “ardore” e “coraggio” sono quelli che ricorrono più spesso rileggendo i numeri di quel periodo, la cui carta adesso è sottile e quasi trasparente. La guerra continua ma Noi Donne diventa più forte e continua >

da 70 anni NOIDONNE guarda al futuro


nel luglio del ‘44 a Napoli, sotto l’impulso proprio di Nadia Spano, esce il primo numero ufficiale che costa 4 lire e che viene stampato in 18.000 copie. Dal terzo numero in poi la redazione si trasferisce a Roma sotto la direzione di Vittoria Giunti.

L

NOI DONNE E L’UDI A SERVIZIO DELL’INFANZIA Una bellissima storia di solidarietà avviene nell’Italia dell’immediato dopo guerra, che Noi Donne racconta sin dai primi numeri. Migliaia di bambini del sud Italia, orfani di caduti in guerra, figli di reduci e di famiglie poverissime che non possono mantenerli, verranno affidati temporaneamente a famiglie del centro-nord. Le donne dell’UDI erano in testa alla macchina organizzativa che coordinava i movimenti dei piccoli, accompagnandoli al treno, andando ad accoglierli e tenendo i contatti tra le famiglie. Una gigantesca operazione di solidarietà che ha destato l’interesse del regista Alessandro Piva, che ha raccontato questa storia nel documentario PASTA NERA, in cui compare anche Miriam Mafai, direttora di Noi Donne dal 1964 al 1970.

a situazione politica dell’Italia muta ogni giorno e così anche il giornale: cambiano la carta, il colore, i caratteri, il formato, la periodicità. Tanta è la voglia di stampare che lo si fa di notte quando arriva la corrente elettrica, occupandosi di tutto, dall’impaginazione agli articoli. Non sono giornaliste le prime firme di Noi donne, ma pur ignorando cosa sia un menabò e dovendo superare enormi difficoltà economiche, sono sempre pronte a raggranellare qualcosa per riuscire a stampare e diffondere più copie possibile affinchè tutte le donne si sentano ugualmente protagoniste e coinvolte. L’editoriale dell’epoca intitolato “Il nostro compito” richiama le donne ad agire e a farsi carico dei problemi dell’Italia. “E’ proprio perché il popolo italiano, e le donne in particolare, non si sono interessate sufficientemente di politica che il governo dell’Italia è caduto nelle mani di una banda di avventurieri e di profittatori con Mussolini alla testa”, si legge sul giornale. Occorre dunque rimediare e le militanti dei GDD danno vita a quello che diventerà l’UDI – Unione Donne Italiane a cui il giornale resterà fortemente legato per molto tempo. I circoli nati su tutto il territorio nazionale si riuniscono per la prima volta a Roma per il 1° Consiglio Nazionale che si tiene il 13-14 gennaio del 1946. Guardano dentro i loro animi le donne dell’UDI, ma i loro occhi corrono oltre i confini nazionali. Le donne degli altri paesi vengono raccontate con estrema attenzione, a partire dalle sovietiche, fino a quelle dei paesi del “Sud del mondo”, dove aumentano diritti e tutele. Le donne italiane, guardando ciò che succede oltre i confini, chiedono a gran voce la pace (minacciata dal Patto Atlantico), la lotta all’analfabetismo femminile, l’organizzazione sindacale per ottenere migliori condizioni di lavoro nelle fabbriche e nei campi, la tutela della maternità della donna lavoratrice. Una prima grande vittoria sono le undici donne delle fila dell’UDI elette nella Costituente: Adele Bei, Lina Merlin, Rita Montagnana, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Olga Monsai, Teresa Noce, Nilde Iotti, Nadia Spano, Angiola Minella, Teresa Mattei (venticinquenne, la più giovane “deputatessa” italiana). A loro è affidata la battaglia per l’approvazione di una Costituzione che affermi la parità giuridica in ogni campo e il diritto al lavoro e all’accesso a tutte le professioni e le carriere.

I

niziano ad apparire sulla rivista le prime rubriche fisse come “15 giorni in Italia e nel mondo” che proponeva un riassunto delle notizie più calde, “mia moglie” con le confessioni di un marito sul menage familiare, “Torino-Trapani/Trapani Torino” con le segnalazioni che venivano da nord a sud dai vari circoli UDI, poi ovviamente le pagine dedicate alla moda, alle ricette, e al cinema con la rubrica “Colpi di obiettivo”. Il tema chiave era comunque sempre il lavoro delle donne e le lotte affinché tutte avessero diritto ad un impiego, pagato equamente e che desse loro soddisfazione. È con grande felicità che la rivista saluta una prima grande conquista: la deputatessa Teresa Noce da dirigente sindacale della Federazione Italiana degli operai tessili era riuscita a far ottenere alla categoria il primo contratto nazionale in cui diminuiva il differenziale salariale tra operai uomini (100.000 circa) e le donne (oltre 400.000) e l’indennità per la maternità, stabilita in 3 mesi prima del parto e sei settimane dopo il parto, passava dal 66 al 75% della retribuzione. Ma molte sono le denunce proprio

CURIOSITÀ: LA TIPOGRAFIA

su Noi donne delle condizioni di lavoro massacranti delle domestiche (spesso suicide), delle mondine, delle gelsominaie, delle contadine e delle operaie. Le redattrici di Noi Donne, quasi sempre donne impegnate in prima persona nella battaglia politica, entrano nelle fabbriche e ne raccontano le pessime condizioni igieniche nonché i cattivi rapporti con i datori di lavoro pronti a licenziare chi tra le operaie alzava la testa chiedendo maggiore dignità. E’ il 1948 e le donne del Fronte Democratico Popolare entrano in Senato (saranno in 4 mentre la DC non eleggerà nessuna donna senatrice) e alla Camera (ventuno le elette contro le 14 della DC). Le donne della sinistra dunque si sentono più forti e rappresentate in Parlamento, e ben presto il giornale inizierà un duro attacco al governo De Gasperi, accusato di non riuscire ad aiutare le famiglie, gli anziani e i disoccupati. “La miseria è un fatto di cronaca? Si chiedono su Noi donne e così argomentano commentando i suicidi e i gesti disperati compiuti da cittadini senza lavoro: “I giornali “indipendenti” si limitano a considerare questi tragici episodi come dei semplici ed insignificanti fatti di cronaca quotidiana”. La critica è pungente e mai velata sulle pagine della rivista e gli obiettivi sono il Governo, le deputate democristiane “ben vestite ma impreparate” e la polizia, accusata di utilizzare metodi repressivi e squadristi per reprimere le giuste lotte per la tutela del lavoro e le riforme. Il 1950 si chiude dunque con un po’ di amarezza per quello che in Italia era stato salutato come il governo della ricostruzione. Le donne però hanno ormai preso la parola e possiedono uno strumento diffuso su tutto il territorio nazionale, che dialoga con loro per assicurarne la partecipazione politica e la tutela dei diritti.u

Quando nel 1944 la redazione di Noi Donne si spostò da Napoli a Roma dopo l’uscita dei primi due numeri ufficiali, bisognava trovare un nuovo posto dove far stampare il giornale. Nessuna delle redattrici dell’epoca se ne intendeva di tipografia essendo tutte attiviste politiche. Il tipografo che ebbe la ventura di incontrare questo gruppo di giovani combattenti improvvisate alla guida di un giornale fu Alcide Mengarelli che aveva la sua bottega in uno scantinato nel quartiere Prati di Roma. Si racconta che spesso si arrabbiasse con le redattrici che, ignorando le regole della stampa con il piombo, scrivevano titoli e pezzi sempre troppo lunghi. Lui le invitava a ridurre i caratteri, ma non c’era verso di far cambiare loro idea....Il loro incontro ha portato fortuna ad entrambi: a distanza di 70 anni, anche la tipografia Mengarelli esiste ancora, ed è gestita dagli eredi di Alcide, nello stesso quartiere dove sorgeva il vecchio laboratorio!

da 70 anni NOIDONNE guarda al futuro


nel luglio del ‘44 a Napoli, sotto l’impulso proprio di Nadia Spano, esce il primo numero ufficiale che costa 4 lire e che viene stampato in 18.000 copie. Dal terzo numero in poi la redazione si trasferisce a Roma sotto la direzione di Vittoria Giunti.

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NOI DONNE E L’UDI A SERVIZIO DELL’INFANZIA Una bellissima storia di solidarietà avviene nell’Italia dell’immediato dopo guerra, che Noi Donne racconta sin dai primi numeri. Migliaia di bambini del sud Italia, orfani di caduti in guerra, figli di reduci e di famiglie poverissime che non possono mantenerli, verranno affidati temporaneamente a famiglie del centro-nord. Le donne dell’UDI erano in testa alla macchina organizzativa che coordinava i movimenti dei piccoli, accompagnandoli al treno, andando ad accoglierli e tenendo i contatti tra le famiglie. Una gigantesca operazione di solidarietà che ha destato l’interesse del regista Alessandro Piva, che ha raccontato questa storia nel documentario PASTA NERA, in cui compare anche Miriam Mafai, direttora di Noi Donne dal 1964 al 1970.

a situazione politica dell’Italia muta ogni giorno e così anche il giornale: cambiano la carta, il colore, i caratteri, il formato, la periodicità. Tanta è la voglia di stampare che lo si fa di notte quando arriva la corrente elettrica, occupandosi di tutto, dall’impaginazione agli articoli. Non sono giornaliste le prime firme di Noi donne, ma pur ignorando cosa sia un menabò e dovendo superare enormi difficoltà economiche, sono sempre pronte a raggranellare qualcosa per riuscire a stampare e diffondere più copie possibile affinchè tutte le donne si sentano ugualmente protagoniste e coinvolte. L’editoriale dell’epoca intitolato “Il nostro compito” richiama le donne ad agire e a farsi carico dei problemi dell’Italia. “E’ proprio perché il popolo italiano, e le donne in particolare, non si sono interessate sufficientemente di politica che il governo dell’Italia è caduto nelle mani di una banda di avventurieri e di profittatori con Mussolini alla testa”, si legge sul giornale. Occorre dunque rimediare e le militanti dei GDD danno vita a quello che diventerà l’UDI – Unione Donne Italiane a cui il giornale resterà fortemente legato per molto tempo. I circoli nati su tutto il territorio nazionale si riuniscono per la prima volta a Roma per il 1° Consiglio Nazionale che si tiene il 13-14 gennaio del 1946. Guardano dentro i loro animi le donne dell’UDI, ma i loro occhi corrono oltre i confini nazionali. Le donne degli altri paesi vengono raccontate con estrema attenzione, a partire dalle sovietiche, fino a quelle dei paesi del “Sud del mondo”, dove aumentano diritti e tutele. Le donne italiane, guardando ciò che succede oltre i confini, chiedono a gran voce la pace (minacciata dal Patto Atlantico), la lotta all’analfabetismo femminile, l’organizzazione sindacale per ottenere migliori condizioni di lavoro nelle fabbriche e nei campi, la tutela della maternità della donna lavoratrice. Una prima grande vittoria sono le undici donne delle fila dell’UDI elette nella Costituente: Adele Bei, Lina Merlin, Rita Montagnana, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Olga Monsai, Teresa Noce, Nilde Iotti, Nadia Spano, Angiola Minella, Teresa Mattei (venticinquenne, la più giovane “deputatessa” italiana). A loro è affidata la battaglia per l’approvazione di una Costituzione che affermi la parità giuridica in ogni campo e il diritto al lavoro e all’accesso a tutte le professioni e le carriere.

I

niziano ad apparire sulla rivista le prime rubriche fisse come “15 giorni in Italia e nel mondo” che proponeva un riassunto delle notizie più calde, “mia moglie” con le confessioni di un marito sul menage familiare, “Torino-Trapani/Trapani Torino” con le segnalazioni che venivano da nord a sud dai vari circoli UDI, poi ovviamente le pagine dedicate alla moda, alle ricette, e al cinema con la rubrica “Colpi di obiettivo”. Il tema chiave era comunque sempre il lavoro delle donne e le lotte affinché tutte avessero diritto ad un impiego, pagato equamente e che desse loro soddisfazione. È con grande felicità che la rivista saluta una prima grande conquista: la deputatessa Teresa Noce da dirigente sindacale della Federazione Italiana degli operai tessili era riuscita a far ottenere alla categoria il primo contratto nazionale in cui diminuiva il differenziale salariale tra operai uomini (100.000 circa) e le donne (oltre 400.000) e l’indennità per la maternità, stabilita in 3 mesi prima del parto e sei settimane dopo il parto, passava dal 66 al 75% della retribuzione. Ma molte sono le denunce proprio

CURIOSITÀ: LA TIPOGRAFIA

su Noi donne delle condizioni di lavoro massacranti delle domestiche (spesso suicide), delle mondine, delle gelsominaie, delle contadine e delle operaie. Le redattrici di Noi Donne, quasi sempre donne impegnate in prima persona nella battaglia politica, entrano nelle fabbriche e ne raccontano le pessime condizioni igieniche nonché i cattivi rapporti con i datori di lavoro pronti a licenziare chi tra le operaie alzava la testa chiedendo maggiore dignità. E’ il 1948 e le donne del Fronte Democratico Popolare entrano in Senato (saranno in 4 mentre la DC non eleggerà nessuna donna senatrice) e alla Camera (ventuno le elette contro le 14 della DC). Le donne della sinistra dunque si sentono più forti e rappresentate in Parlamento, e ben presto il giornale inizierà un duro attacco al governo De Gasperi, accusato di non riuscire ad aiutare le famiglie, gli anziani e i disoccupati. “La miseria è un fatto di cronaca? Si chiedono su Noi donne e così argomentano commentando i suicidi e i gesti disperati compiuti da cittadini senza lavoro: “I giornali “indipendenti” si limitano a considerare questi tragici episodi come dei semplici ed insignificanti fatti di cronaca quotidiana”. La critica è pungente e mai velata sulle pagine della rivista e gli obiettivi sono il Governo, le deputate democristiane “ben vestite ma impreparate” e la polizia, accusata di utilizzare metodi repressivi e squadristi per reprimere le giuste lotte per la tutela del lavoro e le riforme. Il 1950 si chiude dunque con un po’ di amarezza per quello che in Italia era stato salutato come il governo della ricostruzione. Le donne però hanno ormai preso la parola e possiedono uno strumento diffuso su tutto il territorio nazionale, che dialoga con loro per assicurarne la partecipazione politica e la tutela dei diritti.u

Quando nel 1944 la redazione di Noi Donne si spostò da Napoli a Roma dopo l’uscita dei primi due numeri ufficiali, bisognava trovare un nuovo posto dove far stampare il giornale. Nessuna delle redattrici dell’epoca se ne intendeva di tipografia essendo tutte attiviste politiche. Il tipografo che ebbe la ventura di incontrare questo gruppo di giovani combattenti improvvisate alla guida di un giornale fu Alcide Mengarelli che aveva la sua bottega in uno scantinato nel quartiere Prati di Roma. Si racconta che spesso si arrabbiasse con le redattrici che, ignorando le regole della stampa con il piombo, scrivevano titoli e pezzi sempre troppo lunghi. Lui le invitava a ridurre i caratteri, ma non c’era verso di far cambiare loro idea....Il loro incontro ha portato fortuna ad entrambi: a distanza di 70 anni, anche la tipografia Mengarelli esiste ancora, ed è gestita dagli eredi di Alcide, nello stesso quartiere dove sorgeva il vecchio laboratorio!

da 70 anni NOIDONNE guarda al futuro


Conversando con

UNA RIVISTA NATA SOTTO LE BOMBE, FIGLIA DEL CORAGGIO DELLE DONNE DELLA RESISTENZA. UNA STORIA CHE CONTINUA ANCORA OGGI

Marisa Rodano

A

rrestata nel maggio 1943 per attività contro il fascismo e detenuta nel carcere delle Mantellate, partigiana durante la guerra, Marisa Rodano fa parte di quel primo nucleo fondativo, che darà vita e diffusione a Noi Donne e che farà dell’UDI una grande realtà di partecipazione femminile nella storia del paese. All’indomani della pace, nel 1946, condurrà una grande battaglia dalle pagine del giornale, invitando le donne a votare e a lottare unite per la democrazia. Eletta consigliere comunale di Roma dal 1946 al 1956, deputata dal 1948 al 1968, senatrice fino al 1972, consigliere provinciale di Roma dal 1972 al 1979. È stata la prima donna nella storia italiana a venir eletta alla carica di vice presidente della Camera dei deputati, carica che ha ricoperto dal 1963 al 1968. Ricorda insieme a noi la storia di quegli anni. “Contemporaneamente all’edizione legale, ogni gruppo clandestino, nelle zone ancora occupate dai nazisti, usciva con il suo giornale, sotto l’impulso delle militanti dei GDD, i «Gruppi di Difesa della donna» e per l’assistenza ai Combattenti per la libertà», che svolsero un’attività molteplice e preziosa per la lotta di Liberazione: da seppellire i morti a organizzare i collegamenti tra le formazioni partigiane, dalle manifestazioni di massa per il pane e contro il ca-

da 70 anni NOIDONNE guarda al futuro

rovita, alle lotte nelle fabbriche per il salario, a quelle contro i tedeschi occupanti, contro gli arresti e le deportazioni, all’aiuto alle famiglie delle vittime, degli arrestati e dei deportati. I primi gruppi erano sorti nel novembre del 1943 in Piemonte e in Lombardia. Il gruppo centrale dei GDD, che comprendeva donne di tutti i partiti del Comitato di Liberazione nazionale e donne senza partito, con sede a Milano e che venne riconosciuto dal CLN Alta Italia (CLNAI) nel 1944 come organizzazione femminile aderente al CLN. comunicava e dirigeva i gruppi provinciali e locali, che sapevano cosa andava fatto sul territorio. Al termine della lotta di liberazione si calcola che ci fossero più di 40.000 donne attive nei GDD. Bisognava sostenere la resistenza e rendere difficile la vita ai tedeschi e per farlo occorrevano strumenti di comunicazione, volantini, ma anche il giornale, Noi Donne, che faceva da megafono a tutte le manifestazioni, alle lotte, e agli appelli. Fino all’aprile del 1945, metà dell’Italia era occupata: c’è il Noi Donne legale fondato a Napoli da Nadia (Spano, ndr), e i vari Noi Donne clandestini, stampati alla macchia dai GDD nell’Italia del Nord. Dopo la liberazione, durante il congresso di Firenze nel 1945, avviene la fusione tra i GDD e i comitati di iniziativa dell’UDI sorti nell’Italia liberata: nasce l’UDI come associazione nazionale e un unico giornale. Era un momento molto particolare: dopo anni in cui c’era stata la censura, il controllo sulla corrispondenza, il divieto di fare comizi, andava costruita la democrazia, abituando la gente a riunirsi, a parlare, a scrivere. E in questo contesto, la battaglia che credevamo più importante, era quella per il voto alle donne; mentre liberali e democratici del Lavoro volevano rimandare la decisione alla Costituente, il nostro obiettivo di emancipazione femminile è chiaro sin dall’inizio: ottenere la parità dei diritti a partire da quello di voto. L’UDI cercava di dialogare con tutte le donne partendo dai problemi più concreti, come l’aumento dei prezzi. Ad esempio ricordo che a Roma partecipai a riunioni col Prefetto e coi rappresentanti delle categorie commerciali: le donne si accalcavano nelle vie attorno, e quando io comunicavo loro i prezzi gridavano dalla strada che erano troppo cari. Ero portavoce delle loro istanze e questo mi dava la forza di poter contrattare con le autorità per cercare di ridurli. Ma il tema più acuto era il lavoro perché dopo la guerra molte donne vennero licenziate per dare impiego ai reduci, e tante venivano sfruttate e sottopagate, e non esisteva ancora nessuna tutela per le lavoratrici madri. Noi Donne in ogni numero cercava di ribadire la centralità del lavoro nella vita delle donne e la necessità di un salario uguale a quello dell’uomo. Battaglie del 1945 per le quali ancora è necessario combattere.

1944 1950 primo inserto

Testi e ricerca iconografica a cura di Silvia Vaccaro

“N

oi Donne è un giornale singolare che avrà la ventura di nascere e rinascere parecchie volte: a Parigi come espressione del movimento femminile antifascista, nell’Italia occupata dai tedeschi come organo dei Gruppi di Difesa della donna, nell’Italia liberata come espressione del movimento che darà vita all’UDI.” Così scrive Nadia Spano di questa preziosa rivista che tanta storia ha già alle sue spalle. E’ nel 1937, a Parigi e sotto la direzione di Marina Sereni che viene stampato per la prima volta, frutto della volontà di tante donne italiane che hanno abbandonato il paese e stanno lottando contro il fascismo tenendo una corrispondenza fitta con le donne della penisola. Il giornale ricopre un’importante funzione organizzatrice e riporta continuamente l’attività delle varie sezioni e dei comitati del movimento. Di lì a poco la guerra esplode in tutta la sua ferocia e Noi Donne riappare in Italia alcuni anni dopo, nel ‘44, per volontà delle donne che appartengono ai GDD, e che ogni giorno forniscono aiuti alimentari, coperte, e nascondigli ai partigiani rischiando in prima persona la pelle. In quel momento, non si tratta di un vero e proprio giornale, piuttosto di un foglio clandestino ciclostilato, pieno di informazioni sui fronti

di guerra e le necessità dei partigiani, diffuso soprattutto nelle zone ancora sotto occupazione tedesca. Le donne dimostrano una grande voglia di partecipare, di esserci: “Restate, se vi trovano, moriremo tutti insieme”, dicono ai partigiani che ospitano nelle loro case. E numerose sono le scene raccontate dal giornale che, se rilette, emozionano e danno la misura del valore delle tante impegnate durante quel periodo così difficile della storia d’Italia, valore spesso non raccontato adeguatamente nei libri di storia. “Prendete me, io posso odiarvi molto più di lei”, dice ai nazisti che vogliono portarsi via la madre anziana, la sorella di un partigiano. E con lei tante altre donne, capaci di odiare il fascismo esattamente come gli uomini. I termini “odio” insieme ad “ardore” e “coraggio” sono quelli che ricorrono più spesso rileggendo i numeri di quel periodo, la cui carta adesso è sottile e quasi trasparente. La guerra continua ma Noi Donne diventa più forte e continua >

da 70 anni NOIDONNE guarda al futuro


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Giornata della Memoria

Gennaio 2014

Nel luglio del 1949 Noi Donne pubblicava questo articolo Ăˆ il nostro contributo alla Giornata della Memoria


Una legge

per non lasciare solo chi “si prende cura” di Paola Marani, consigliera regionale PD

S

REDAZIONALE

26

econdo le stime in Emilia-Romagna le persone che prestano la loro attività informale di cura a parenti ed amici non autosufficienti sono 289.000, in prevalenza donne (55%) impegnate ad assistere malati, disabili, anziani. Il 12,5% delle donne e l’8% degli uomini, soprattutto nella fascia d’età 45-64 anni, sono caregiver di adulti disabili. Questa è l’epoca in cui uno dei cardini del nostro sistema di welfare è rappresentato da chi si prende cura in modo volontario e gratuito di una persona non autosufficiente, aiutandola nella quotidianità dell’esistenza. Eppure, nonostante questo ruolo sussidiario fondamentale per la collettività e la stessa coesione sociale, chi svolge compiti di caregiving non riceve adeguato riconoscimento né sostegno. Chiunque abbia vissuto questa esperienza o l’abbia anche solo vista da vicino ne conosce le pesanti conseguenze: un sostanziale isolamento sociale e familiare e varie difficoltà nel conciliare le attività di cura con le relazioni, un affaticamento emotivo e fisico che peggiora le condizioni di salute, un impoverimento anche economico dato da una forzata riduzione dell’impegno lavorativo e, bene che vada, una marginalizzazione professionale. In Europa, dove milioni di cittadini si prendono cura di propri cari non autosufficienti e bisognosi di cure a lungo termine, la Commissione UE ha indicato il sostegno per l’assistenza informale come una delle priorità. Si è convenuto sulla necessità di predisporre la “Carta Europea dei diritti del caregiver” e in vari Paesi membri

sono state istituite giornate di sensibilizzazione, in alcuni casi politiche concrete. Tornando all’Emilia Romagna il Piano Socio-Sanitario prevede, tra gli obiettivi di benessere sociale, un supporto all’insieme di risorse di cura e relazionali, anche familiari, che possono garantire la dignità e libertà della persona parzialmente o totalmente non autosufficiente. Quali obiettivi specifici per le persone anziane, sono

previsti lo sviluppo della domiciliarità, la valorizzazione del lavoro di cura e supporto alle famiglie attraverso un complesso di azioni e servizi omogenei in tutto il territorio regionale: informazione, sollievo, aiuto nell’assistenza, supporto economico, ascolto, consulenze, gruppi di sostegno e auto-aiuto. In questo quadro si inserisce il progetto di legge regionale di cui sono prima firmataria, “Norme per il rico-

noscimento ed il sostegno del caregiver familiare”, che intende fare concreti passi in avanti. Prima di tutto, rendere il caregiver partecipe delle scelte effettuate dai Servizi formali che hanno in carico l’assistito, fornirgli adeguata informazione e formazione, metterlo al corrente dei servizi disponibili sul territorio favorendone l’accessibilità, fornire supporto nelle attività di assistenza e garantirgli tempo per sé e per la propria vita di relazione e lavorativa. Più nel dettaglio, ciò significa che la/il caregiver è riconosciuto componente informale della rete di assistenza. In quanto tale, partecipa alla definizione del Piano Assistenziale Individualizzato per il proprio caro, che indica gli ausili, le prestazioni ed i supporti forniti dal sistema socio-sanitario ed individua il Responsabile del caso, trait d’union fra caregiver e rete formale dei Servizi. Inoltre è puntualmente informato sulle problematiche di salute ed i bisogni assistenziali del proprio caro ed esprime in maniera libera e consapevole la disponibilità a svolgere la propria attività volontaria e gratuita. La Regione, le ASL ed i Comuni dovranno definire in modo omogeneo gli interventi assicurando, ad esempio, una formazione al lavoro di accudimento e il riconoscimento delle competenze acquisite, così come assistenza immediata in caso di emergenza personale e sostituzioni di sollievo sia emergenziali che programmate. Niente affatto secondari sono altri aspetti contenuti nel progetto di legge, dal supporto psicologico alla distribuzione di guide sui servizi presenti nel territorio, dalla


Un progetto per l’inserimento

lavorativo

delle donne in difficoltà

N

on lasciare sole le donne vittime di violenza, dando loro la possibilità di un posto di lavoro. La presidente dell’Assemblea legislativa Palma Costi ha incontrato assieme a Roberta Mori la presidente di Camst (cooperativa della ristorazione collettiva e commerciale) Antonella Pasquariello per fare il punto su questo obiettivo. Camst ha infatti rinnovato per il 2014 una convenzione con i Centri Antiviolenza della rete D.I.Re., finalizzata ad offrire percorsi di inserimento lavorativo nelle proprie strutture produttive (cucine, self service, mense aziendali) dislocate in tutta Italia, alle donne che fuggono da situazioni di violenza. Ad oggi sono dieci (4 in Emilia-Romagna) le assunzioni effettuate nell’ambito del progetto su tutto il territorio nazionale e, grazie alla nuova convenzione siglata, altre donne avranno questa opportunità. Camst è la prima grande azienda in Italia ad aver attivato un’iniziativa di questo tipo, che contribuisce a restituire dignità e autonomia anche economica alle donne in difficoltà. Nell’ambito del progetto è stato creato anche il sito Internet www.puntodonne.it, che ha due obiettivi: informare su studi, legislazione e iniziative in tema di diritti delle donne e, allo stesso tempo, offrire strumenti concreti alle donne che cercano sostegno e protezione per uscire dalla spirale di violenza quotidiana. È la Ong Cospe a curare i contenuti informativi pubblicando le ultime ricerche, dati statistici, e tutte le novità legislative di interesse delle donne in Italia. Saranno inoltre monitorati giornali e siti nazionali e internazionali e rilevati gli eventi e i fatti più gravi o capaci di innescare un dibattito. D.i.Re., a sua volta, si occupa di fornire indirizzi e riferimenti per accedere a uno dei 65 centri antiviolenza che l’associazione raggruppa e rappresenta a livello nazionale.

con CGIL sia in ambienti a prevalenza maschile sia in altri contesti di lavoro, ha permesso di raccogliere circa 800 testimonianze. Ne emerge una realtà preoccupante, dove il 79% delle lavoratrici e in generale il 54% dei lavoratori privati e pubblici subisce comportamenti indesiderati – più o meno gravi – a connotazione sessuale e discriminatoria. Nel ribadire che la violenza va affrontata culturalmente e giuridicamente, i dati raccolti stimolano ognuno a fare la propria parte: le Istituzioni nel promuovere e disciplinare azioni di contrasto alle discriminazioni e l’adozione di piani per il benessere lavorativo; le aziende a farsi carico del problema adottando misure di prevenzione, azioni positive e di controllo al loro interno. Una considerazione è opportuna sul ruolo delle Consigliere di Parità, che si fanno carico di sempre più compiti, in prevalenza a tutela delle persone e seguendo innumerevoli

DISCRIMINAZIONI E MOLESTIE SUL LAVORO COSA FARE? di Roberta Mori, presidente Commissione per la Parità

Le molestie in ambito lavorativo sono una forma di

promozione di forme di sostegno economico nell’ambito della nonautosufficienza agli accordi, sia con le associazioni imprenditoriali per una maggiore flessibilità oraria sul lavoro, sia con le compagnie assicurative su polizze infortuni e RCA. Infine, l’istituzione in Italia del Caregiver Day è una sensibilizzazione necessaria, perché solo da una diffusa consapevolezza del ruolo sociale svolto scaturiscono i diritti e le relative tutele.

violenza che provoca disagio, perdita di salute, calo di produttività. Negli ultimi anni sono aumentate anche in Emilia-Romagna le denunce di molestia e le Consigliere di parità regionali lo scorso 5 dicembre hanno organizzato un Seminario di approfondimento in Assemblea. Introdotto da Rosa M. Amorevole, che mi ha affidato le conclusioni, hanno partecipato tra gli altri l’avvocata Tatiana Biagioni e il rappresentante FILT-CGIL Daniele De Maria. Un questionario diffuso in collaborazione

procedure di conciliazione, a fronte di un’indennità simbolica (e mortificante) di 16 euro lordi al mese. Penso che queste importanti figure di pubblico ufficiale che, per conto dello Stato, garantiscono tante lavoratrici nei loro diritti, vadano sostenute. Come stiamo chiedendo in sede ministeriale e di conferenze nazionali, è urgente rendere maggiormente efficace la tutela delle donne attraverso una riforma di tutti gli organismi di parità, in modo che le competenze siano meglio distribuite, semplificate e più trasparenti per la cittadinanza.

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DALLE BICI AI MOTORINI CON I CAPPELLI DI RAFIA

VIETNAM

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RITORNO IN VIETNAM DOPO VENTI ANNI LE IMPRESSIONI DI VIAGGIO IN UN PAESE IN CRESCITA E ANCORA MOLTO LEGATO ALLE SUE TRADIZIONI

Testo e foto di Costanza Fanelli (prima parte)

Sono tornata in Vietnam dopo oltre 20 anni. Allora ero

incredibile soprattutto se si guarda alle percentuali di crescita di PIL e di popolazione mentre l’apertura ha portato ospitata da una organizzazione di donne, l’Unione Donne anche il Vietnam nei meccanismi noti della globalizzazioVietnamite, ancora operante oggi, e lo scopo era di attivare ne, in particolare in quella globalizzazione che si sta impouno scambio di conoscenza reciproca per pensare a nendo nei paesi dell’Oriente, fatta di crescita ma anche progetti di promozione della loro situazione in particolare di diseguaglianze, di omologazione attorno a certi nel campo della creazione di opportunità di consumi e prodotti, di schiacciamento di trareddito e di lavoro per le donne. Il clima che si dizioni culturali e produttive, di disequilibrio respirava era di un paese in condizioni uNo sVILuppo tra sviluppo delle opportunità economiche economiche e sociali difficilissime ma con ECoNoMICo e di lavoro e le condizioni sociali (salute, un forte sguardo al futuro, desideroso INCrEdIBILE fATTo dI CrEsCITA dEL pIL MA ambiente, scuola). soprattutto di aprirsi. La nostra attenzione ANCHE dI dIsEguAgLIANzE, Oggi il Vietnam è diverso per molti era tutta concentrata per capire un paese, dI sCHIACCIAMENTo dI aspetti, ma ho rivisto immagini di una che era stato tanto importante nelle TrAdIzIoNI CuLTurALI, dI certa continuità, soprattutto fuori delle citvicende politiche di una generazione, che dIsEquILIBrI tà, nel Vietnam dei campi allagati e delle usciva da un lungo e durissimo periodo foci fluviali, immagini dei tanti piccoli villaggi prima di guerra e poi di dolorosa e difficile immersi in fitte vegetazioni. Tanto lavoro manuale, riunificazione e di grande isolamento. faticoso e in condizioni ambientali e sociali aspre. TanOggi puoi vedere cosa è divenuto il Vietnam nelte donne (ma anche uomini) immerse e chine nell’acqua la sua complicata ricerca e costruzione in questi anni di fangosa con i loro caratteristici cappelli di rafia. Tanti una normalità tanto desiderata. Uno sviluppo economico


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bambini in giro anche in orari in cui avrebbero dovuto stare a scuola. Ma oggi a differenza di allora il Vietnam è anche un paese turistico che accoglie migliaia di persone all’anno che vanno ad ammirare le grandi bellezze naturali e storico-artistiche. Vanno per scoprire che il Vietnam ha una storia con radici lontane, ha una sua identità culturale e artistica, ben aldilà della sua più recente storia di paese colonizzato prima dagli europei e poi invaso e distrutto dagli americani. Identità che sono frutto di processi autoctoni, di influssi di altri paesi e culture e religioni (induismo, buddismo, taoismo) dei paesi vicini, ma anche delle resistenze che i vietnamiti hanno opposto periodicamente alle molte invasioni che hanno subito. Tutto questo lo si può vedere attraverso i monumenti restaurati e nei musei. Il Vietnam che ti rimane negli occhi è però quello della vita caotica, colorata, dinamica delle sue città, il flusso interrotto di persone e mezzi a due ruote, e all’opposto la calma piatta e liquida delle sue immense campagne sommerse di acqua, verdissime di piante di riso, piante acquatiche, vivai di crostacei e pesci, interrotti sempre di più oggi da grandi orti ordinati dove si coltivano tutte le ricche varietà di prodotti vegetali che si trovano nei magnifici mercati e che caratterizzano la loro fantastica cucina.b

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TANTo LAVoro MANuALE, fATICoso E IN CoNdIzIoNI AMBIENTALI E soCIALI AsprE. TANTE doNNE (MA ANCHE uoMINI) IMMErsE E CHINE NELL’ACquA fANgosA CoN I Loro CArATTErIsTICI CAppELLI dI rAfIA


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Hanoi VIETNAM

L’

onda impetuosa e continua di motorini che invade le strade di Hanoi, ha sostituito quella delle biciclette di 20 anni fa: quasi nessuna macchina, intere famiglie arrampicate sulle due ruote, carichi viaggianti incredibili sempre su due ruote, ma ancora tanti risciò a pedali, non solo per i turisti, che permettono di attraversare illesi i vecchi quartieri nell’incredibile folla umana. Meno donne con i famosi pesanti carichi sui anche di spazi ai piani superiori. La sera con le luci è più visibicestini a bilancia sulle spalle, ma sempre tantissime donne in le questa vita a strati, camminando dietro le botteghe scorgi gli movimento e sui mezzi più incredibili con prodotti da vendere interni di vita familiare, le televisioni accese incastrate come o per il consumo delle loro famiglie. Gli abiti tradizionaquadri in credenze imponenti di legno, davanti a ogni li (cioè camici e pantaloni morbidi) sostituiti per lo ingresso gli altari colorati dedicati agli antenati delpiù da jeans e magliette. I piccoli commerci sui la famiglia. Colpisce la vita lati e marciapiedi delle strade oggi si sono traQuello del culto dei familiari morti è una delle caotica, colorata, dinamica delle città, sformati in una continuità incredibile di negocose che colpisce di più in Vietnam, è qualil flusso interrotto di zietti e botteghe per lo più ancora essenziali cosa che unisce tutti, chi sta in città e chi sta persone e mezzi a due ruote, per l’attrezzatura ma con ogni tipo di prodotin campagna, chi è ricco e chi è povero, un e all’opposto la calma ti e attività, interrotti improvvisamente da culto radicato e forte che convive con le relipiatta delle immense punti commerciali moderni con sigle e marchi gioni presenti, in particolare con quella buddicampagne sommerse di acqua tipici della globalizzazione. Il “fast food” in Viesta. Ogni casa ha un tempio dei familiari, di tnam è la cosa più diffusa, alla portata di tutti, dimensioni e aspetto diversi, con immagini, lumi, piccoli carrelli predisposti per cuocere zuppe e cibi fiori, frutta e oggetti di offerta sempre rinnovati. Che di vario tipo, tavolini con piccolissime sedie che compadà alla famiglia, realtà centrale nella vita sociale, econoiono e scompaiono sul marciapiede velocemente a seconda mica di questo paese un valore particolare e fa di questo un delle esigenze. Dentro e dietro a ogni bottega c’è però anche elemento di oggettiva continuità con il suo passato e le proprie una casa, una famiglia. Le case in città come quelle di nuova tradizioni. Nei mercati c’è sempre un settore dove vi vende e si costruzione nei centri minori di campagna si estendono tutte in acquistano oggetti dedicati al culto dei familiari scomparsi. Haprofondità. Dietro alla parte che si affaccia sulla strada, come noi è il centro amministrativo e burocratico, è il volto ufficiale del un proscenio, ci sono un insieme di stanze direttamente comuVietnam, quel volto “centralistico” che il Vietnam del Sud ha nicanti una dietro l’altra dove si svolge la vita e l’attività del nufatto molta fatica a riconoscere come parte di una stessa idea cleo familiare, quella commerciale e di lavoro, quella privata, di paese. Ad Hanoi c’è il mausoleo stile sovietico di Ho Chi senza discontinuità. Solo le famiglie con più mezzi dispongono Minh ma il vero luogo di culto popolare per questo padre della patria è la piccola casa in legno immersa nel verde dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita svolgendo là anche la sua attività di statista e che si fece costruire riproducendo quella tipica dei contadini dove era nato. Ma in Hanoi si riconosce anche uno dei centri che hanno svolto nei diversi tempi un ruolo fondamentale di elaborazione e produzione della cultura civile e religiosa del Vietnam: simbolo per tutti il magnifico Tempio della Letteratura. Il grande Lago che segna il punto centrale della città e al cui centro sorge, su una piccola isoletta, un magnifico Tempio frequentatissimo da famiglie e da giovani. mantiene lo stesso fascino sacro e antico che mi aveva colpito venti anni fa. b (fine prima parte, la seconda nel prossimo numero)


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Brevi note politiche dalla grammatica alla castrazione chimica fino alle buone pratiche

Giovani donne in rivolta contro la grammatica

Una delle caratteristiche della lingua ceca è la desinenza finale -ová nei cognomi femminili (forma aggettivale che corrisponde al caso genitivo - complemento di specificazione). Tuttavia, oggi si ritiene che questa forma non sia più attuale, poiché richiama un “rapporto di possesso” da parte dell’uomo: prima il padre, poi il marito. Il tema è diventato una questione politica. Si sta, infatti, discutendo se abolire la desinenza femminile -ová, che nella Repubblica Ceca viene, appunto, aggiunta automaticamente a tutti i cognomi di donne e, nella lingua parlata, anche quando si tratta di donne straniere. Ad esempio, una giovane trentenne di nome Lucie non avrebbe mai pensato che sposare un tedesco, il cui cognome è Gross, avrebbe comportato dei problemi: Dopo il matrimonio ho preso il cognome di mio marito, tedesco. E lui non ha mai capito perché sia così diverso dal suo”, sostiene la giovane avvocata. Il cognome di Lucie si è, infatti, trasformato in “Grossová”, che sta a significare “di Gross”, con un implicito senso di appartenenza. Successivamente, con un provvedimento eccezionale, è riuscita ad ottenere lo stesso cognome del consorte: Gross. Possibilità che è stata, tuttavia, concessa solo dopo dieci anni di matrimonio e perché Lucie era convolata a nozze con uno straniero. Un ceco su due è a favore del mantenimento della tradizione. Ma, sul lungo periodo, i difensori della lingua dovranno lottare contro il tempo: “molte tradizioni scompaiono, non c’è motivo perché sopravviva proprio questa”, afferma Jana Valdrová, professoressa di germanistica all’Università di Budweis, nella Boemia meridionale. In più, un numero sempre maggiore di giovani ceche, vedono nel “passaggio di consegne” linguistico tra capifamiglia il residuo di un sistema patriarcale, nel quale la donna era considerata come merce di scambio. Certo, il suffisso “-ova” ha progressivamente perso la sua forte carica simbolica sessista e mantenerlo è attualmente per lo più una scelta di comodo. Ma la trasformazione dei rapporti tra donne e uomini e la promozione delle pari opportunità, passa anche

attraverso un lavoro profondo sul linguaggio. Il fatto che non si sia ancora riusciti a modificare la regola grammaticale, denota quanto sia difficile scalfire le abitudini e, come dice Miluš Kotišová, avvocata per i diritti delle donne, “rivela che la società ceca è molto rigida”. Eppure, un esempio efficace di battaglia a favore delle pari opportunità arriva proprio da un personaggio politico che contribuì molto a “sprovincializzare” l’ambiente culturale del suo paese, opponendosi a pregiudizi razziali, antisemiti e a discriminazioni anche di genere. Si tratta di Tomáš Masaryk, presidente della Repubblica cecoslovacca dal 1918 al 1935. Costui aveva sposato la musicologa statunitense di origine ugonotta Charlotte Garrigue, e si era molto impegnato a perorare la causa femminile. Aveva concesso alle donne il diritto di voto (1920) e, per manifestare la sua diretta solidarietà, aveva deciso - contro la tradizione - di associare nei documenti ufficiali, al suo nome e cognome, anche il cognome della moglie: Tomáš Garrigue Masaryk.

L’unico paese Ue dove è “obbligatoria” la castrazione chimica

Nella Repubblica Ceca negli ultimi 10 anni sono stati castrati 94 pedofili, violentatori e anche esibizionisti. Il paese è tra le nuove mete più gettonate dal turismo sessuale, insieme a Romania e Ungheria. Per questo abusare di un under 15 espone a pene molto severe, come scontare l’ergastolo e/o subire la castrazione chimica obbligatoria in caso di recidività. La Cechia è “l’unico paese europeo” a consentire questa pratica dietro decisione del tribunale, che il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa sta, tuttavia, cercando di bloccare dopo averla definita “invasiva, irreversibile e mutilante”. Il Comitato ha, infatti, espresso contrarietà verso questo tipo di punizione poiché si pone in contrasto con la Convenzione Europea dei diritti umani. Ha, inoltre, manifestato perplessità sulla libertà di scelta concessa al soggetto considerato colpevole di molestia sessuale,

REPUBBLICA CECA

di Cristina Carpinelli


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REPUBBLICA CECA

essendo l’alternativa alla castrazione chimica obbligatoria il carcere a vita. In casi di molestie verso bambini di tenera età, o di “crimini sessuali”, la castrazione obbligatoria non sostituisce la pena detentiva. Altri paesi Ue che includono nel loro ordinamento la castrazione chimica “su base volontaria” per chi si macchia di reati sessuali sono: Germania, Gran Bretagna, Danimarca e Svezia. In Francia la Camera bassa del Parlamento aveva proposto la castrazione chimica obbligatoria per tutti coloro accusati di stupro nei confronti di minori di 15 anni ma la norma è stata ritenuta anticostituzionale ed è stata bocciata.

Miroslava Němcová, un esempio di “best practice” della politica

61 anni, nativa della regione agricola di Vysocina, nel sud-est, la Němcová è un membro importante del partito democratico civico (ODS), fondato nel 1991 da Václav Klaus. Nonostante la limitata esperienza, soprattutto in campo estero, la Němcová era stata scelta dal suo partito come migliore candidata per concorrere alla carica di premier, poiché non è mai stata collegata ad alcuno scandalo durante tutta la sua carriera politica. Avevano appoggiato la sua candidatura al premierato anche i partiti della coalizione di centro-destra “Top 09” e “Lidem”. Secondo gli analisti la sua reputazione di rettitudine morale avrebbe potuto ripristinare la fiducia nei confronti della coalizione di governo. In più, sarebbe stata la prima donna a ricoprire la carica di primo ministro nel paese. Non ce l’ha fatta. È stata, però, riconfermata presidente della Camera dei Deputati con le elezioni parlamentari del 2526 ottobre 2013. In un Paese che, a poco più di vent’anni dalla caduta del comunismo, è così travolto da scandali e disonestà, ponendosi dopo Ruanda e Costa Rica nell’indice della corruzione percepita di Transparency International, Miroslava Němcová rappresenta per i cechi una speranza, essendo riuscita a conquistarsi sul campo il rispetto dei colleghi e il titolo di quarto politico più popolare tra i cittadini. Ad ogni modo, porterà avanti la sua politica al servizio dei beni comuni e dei cittadini nella sua veste di speaker della Camera dei deputati. Nota particolare: ha una passione per la lingua italiana e per l’Italia, paese dove è solita trascorrere le vacanze.b

la rivoluzione Bloccata di Emanuela Irace

Una terra e un popolo prigionieri di speculazione, censura e deriva jihadista. L’analisi politica e culturale di Silvia Finzi dell’Università di Tunisi A due anni dalla Rivoluzione il processo di transizione democratica è arrivato a un punto di stallo. Complice la nuova ondata terroristica, la difficoltà a formare un Governo e gli irrisolti squilibri tra le regioni ricche della costa e i territori poveri del centro-sud. Crisi di consenso e di rappresentanza politica. Corruzione e incertezza del diritto fanno da corollario a una modernità inquieta. Sempre più violenta. Tra contraddizioni e paradossi il Paese dei gelsomini è entrato a pieno titolo nel novero delle cosiddette post-democrazie .Oligarchia e neo-liberismo rappresentano gestione e strumento con cui le èlites - confessionali e laiche - controllano il potere. Perpetuando immobilismo e disuguaglianza. Un sistema rigido, avvitato su se stesso. Con una crescita economica caduta al 2.8% ma con enormi potenzialità in ambito estrattivo. Un bottino ghiotto. Per le lobbies internazionali e per la spregiudicata borghesia affaristica che specula sul capitale finanziario puntando alle risorse del sottosuolo. Riserve di petrolio e gas intrappolati nelle rocce. Una procedura estrattiva vietata nell’UE. Ma non in Tunisia. A cui si aggiungerebbero prospezioni di giacimenti off-shore fotografati da satelliti nel 2010-2011. Risorse naturali capaci di ribaltare i rapporti di forza. Uno scenario che se confermato potrebbe catapultare la Tunisia in cima alla classifica dei paesi produttori. Diventando ago della bilancia di una inedita geopolitica capace di condizionare il futuro economico e finanziario del Vecchio Continente. Intanto, a due anni dall’insediamento dell’ANC, Assemblea Nazionale Costituente, la Tunisia aspetta ancora la propria Carta fondativa. Dal 2011 è però pronto il Codice 680. “Codice degli investimenti”, una sorta di costituzione economica che deciderà sulle riforme a cui collaborano, orientandola, paesi stranieri e istituzioni internazionali del calibro della Banca europea per gli investimenti, OCSE, Banca Mondiale, ecc. Un trasferimento di sovranità sotto l’ala protettrice del capitalismo made in USA. In perfetta continuità con la politica finanziaria iniziata nel 2010 da Ben Ali e interrotta dalla Rivoluzione. Alla tutela della finanza internazionale e al mantenimento degli acquis stabiliti a Douville nel 2011, fanno da sponda le difficoltà di un sistema parlamentare ancora tutto da costruire. Il risultato è l’impasse governativa e il conflitto sempre più polarizzato. Al punto da tracimare nell’attacco fisico ai rappresentanti delle istituzioni. Choukri Belaid e Mohamed Brahmi, deputati dell’opposizione, sono stati uccisi tra febbraio e luglio 2013. Ma sono più di quindici le vittime - tra parlamentari e Guardia Nazionale - finiti sotto gli attacchi dei salafiti radicali.


Un’escalation di violenza in parte prevedibile per l’estrema libertà di cui beneficiano elementi jihadisti. È il terrorismo l’arma con cui frange vicine al partito di governo, Ennadha, tengono in scacco il Paese. Da Sfax a Tunisi. Da Sousse a Monastir. Passando per università e moschee. L’incubo della sicurezza si è fatto percettibile bloccando politica e pensiero. Per rendere quotidiana l’insostenibile guerra tra Stato laico o islamista. I movimenti jihadisti che negli ultimi mesi hanno alzato il tiro fino a importare sistemi terroristici mai utilizzati prima ne sono prova. Gli attentati kamikaze di fine ottobre rappresentano un salto di qualità dai risvolti ancora da decifrare. Lo stato d’allerta proclamato nel governato di Kef il 30 novembre scorso è la cifra di un malessere profondo. La Tunisia appare oggi un paese al collasso. Straziato. E l’analisi politica non può prescindere da quella culturale.

Ne parliamo con Silvia Finzi, docente alla Manouba, l’Università di Tunisi, da due anni teatro di scontri tra studenti salafiti e laici. Come mai proprio adesso tutti questi attacchi terroristici? Ogni volta che c’è una crisi politica la risposta è un atto terroristico. Stiamo vivendo un problema di legittimità e gli spazi democratici si assottigliano. L’attuale maggioranza vuole durare. Nonostante il suo mandato sia scaduto da un anno. L’ANC doveva scrivere la Costituzione e poi indire elezioni politiche. Invece hanno bloccato tutto. I partiti non vogliono perdere le posizioni di potere acquisite. E così non si va da nessuna parte. Il Governo di coalizione - Ennahdha, CPR e Ettakatol - era nato sulla base di una piattaforma comune e sul valore condiviso della laicità dello Stato, non è più così? No. Oggi parlare di laicità è diventato un tabù. Viene percepito come un sentimento anti-musulmano. C’è una grande confusione perché si crede che la laicità sia sinonimo di un atteggiamento contrario alla religione. E siccome la popolazione è credente e musulmana pensa che la laicità sia una minaccia alle proprie tradizioni. Ovviamente non è così. Lo Stato laico rappresenta una salvaguardia. E permette a tutti di esistere con la stessa libertà e la stessa dignità. È su questi presupposti che si è compiuta la Rivoluzione. Da mesi l’università di Tunisi è teatro di scontri tra studenti. Si parla continuamente di velo e Niqab. È realmente questa la posta in gioco? Oggi alla Manouba si pensa al Niqab mentre si dovrebbe discutere di riforme. Riforma dell’insegnamento e dell’Università. Gli studenti dovrebbero pensare agli alloggi, alla didattica, ai laboratori. All’indomani della Rivoluzione erano questi i temi del dibattito. Non basta aprire Università, bisogna anche che le lauree abbiano valore. Che siano competitive. Invece il livello è sceso vertiginosamente e in questo modo produciamo disoccupati. Che tipo di riflessione comporta l’ingresso dei salafiti all’università? Dietro la violenza dei salafiti c’è un progetto di società. Viene criticato il modello occidentale soprattutto in funzione anti-fran-

cese. Oggi gli islamisti combattono la francofonia e preferiscono il modello anglofono. All’interno del quale ciascuno adotta le proprie regole e tradizioni. Il vero problema è il pluriculturalismo in cui ognuno vive separato dagli altri seguendo i propri canoni. Induisti, musulmani, cattolici. Così creiamo una serie di ghetti. Io credo invece che ciascuno debba moltiplicare all’interno di sé stesso i vari input. In una dimensione universale e non particolaristica. Non voglio rivendicare la mia identità apostolica romana, buddista o salafita ma voglio partecipare insieme agli altri alla costruzione di uno spazio comune in cui il dogmatismo culturale venga abolito. In questo senso rivendico una identità pluriculturale. Il problema è che l’Islamismo radicale non è democratico. Gli studenti però sembrano più coinvolti nella questione formale: indossare o meno il velo. È questo l’oggetto dello scontro? Accettare il Niqab significherebbe ammettere una serie di altre pratiche. Significherebbe apharteid, separazione tra sessi, tra professori e tra allievi. Il Niqab non è una scelta personale. È una scelta collettiva e politica. Nessuno ha il diritto di imporre questo all’università. Eppoi come posso insegnare senza vedere l’espressioni di un viso. Il movimento del corpo. Come posso capire se la mia lezione interessa o se devo modificare qualcosa del mio discorso. Insegnare è soprattutto scambio, empatia. Cosa posso scambiare davanti a un velo nero. Significa che c’è qualcosa che non si può vedere. Qualcosa che non si può dire. Significa che c’è una censura. E come posso trasmettere gli strumenti critici del sapere se c’è una censura… Che ruolo ha la censura? La censura ha un ruolo dominante. Come in tutte le dittature e in tutte le democrazie contemporanee. Conosciamo solo quello che ci vogliono far sapere. La manipolazione dell’informazione è una costante a cui è difficile sottrarsi. La censura traveste i concetti politici in concetti identitari. Noi abbiamo fatto una Rivoluzione in Tunisia. Oggi mi domando se l’abbiamo fatta per liberare le menti dalla censura o per affermarne un’altra.b

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TUNISIA

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LIBRI a cura di tiziana bartolini

Menopausa: che svolta! Una donna come tante che si trova di fronte a una delle svolte “epocali” della vita: la menopausa. Tra aneddoti personali, ricordi, riflessioni su una società che esalta i corpi femminili giovani e scattanti e magari omologati, invita a percorrere insieme a lei le tappe, a volte buffe a volte tristi, che la condurranno verso quel dono prezioso dell’età che avanza: un’acuta consapevolezza. Il tutto intrecciato alla Storia e alle microstorie con il sottofondo della voce-blues di Bessie Smith. Impegnata da sempre nell’opera di prevenzione e contrasto della violenza di genere per e con le donne, Silvana Sonno è saggista e narratrice feconda. Con questo lungo racconto mostra alle donne il percorso per giungere, quando ormai sono obbligate a sentirsi “tagliate fuori”, all’autonomia interiore e all’autodeterminazione, con levità e ironia che sono la cifra del libro. Tommasina Soraci silvana sonno Menopausa blues ed era nuova, pagg 102, euro 10,00

coMbattere la violenza sessista “No alla violenza di genere. Manuale per le operatrici dei Centri antiviolenza” è il nuovo manuale (verosimilmente unico in Sicilia) va a rimpiazzare il precedente scritto sempre da Raffaella Mauceri (presidente del C.D.S. nato nel 2008 per iniziativa della Rete Centri Antiviolenza di Siracusa, ndr) e pubblicato nel 1999. “Infatti questo nuovo manuale non somiglia quasi più al primo, perché qui c’è dentro la mia ultratrentennale esperienza sul campo più 14 anni di studi aggiunti ai precedenti. Dunque non soltanto strumenti e conoscenze tecniche per le operatrici ma anche il pathos e l’emozione quotidiana con cui vivo questa scelta di volontariato che combacia con la mia professione e con la mia stessa vita”. Un concentrato di saperi femminili che parte dalle radici antropologiche e storiche della violenza di genere attraverso i miti e i culti del femminile, la streghizzazione e l’inferiorizzazione delle donne e via via fino ai femminicidi dei nostri giorni che un’invenzione dei nostri giorni

non sono affatto ma che, al contrario, hanno radici millenarie. “Ancora vittime di una gelosia che nulla ha a che fare con l’amore - spiega Mauceri -. Ancora vittime di una ferocia culturale che nega alle donne il diritto all’autodeterminazione e, scandalosamente, trova legittimazione etica, filosofica, politica, sociale, religiosa. Una ferocia che si annida in tutte le istituzioni tenacemente misogine e tetragone, in Italia come dovunque”. Quale speranza, dunque? “Io confido nelle donne consapevoli e in quelle che vogliono diventarlo. Confido nelle nostre volontarie che con smisurata passione e coraggio da vendere, affrontano la valanga di misoginia che ci investe al ritmo di una donna uccisa da un uomo ogni 8 minuti nel mondo. E nessuno si permetta di dire che anche le donne sono violente perché da oltre 5000 anni le redini del pianeta sono in mano agli uomini e se questo pianeta è devastato dalla violenza fisica, psicologica, politica, ambientale e quant’altro, la responsabilità non è certo delle donne”. La recensione completa e altre informazioni alla pag: http://www.noidonne.org/blog.php?ID=04972. Giada Barucco raffaella Mauceri no alla violenza di genere Manuale per le operatrici dei Centri antiviolenza collana editoriale la nereide

il racconto di vanna Maria Giovanna Zanini - Vanna di Grosseto per noi dell’Udi che la incontriamo in ogni grande o piccolo appuntamento nazionale - si laureò nel 1978 con una tesi dal titolo “L’esperienza come possibile base di partenza e di verifica permanente nel processo di liberazione e di crescita personale e sociale delle donne” presso la facoltà di Magistero dell’Università degli studi di Roma. Aveva 38 anni e una famiglia. Bene hanno fatto le donne del Centro Donna di Grosseto, di cui Vanna è stata presidente negli anni 1990-2007, a pubblicare la sua tesi a tanti anni di distanza: un gesto importante, significativo, voluto anche dall’Associazione Raccontincontri che gestisce la Libreria delle Ragazze. La tesi di Vanna racconta di relazioni politiche tra donne, del valore dell’autocoscienza, di aborto e violenza sessuale, parla della sua doppia militanza tra femminismo e Udi che continuerà anche quando l’Udi a Grosseto, in conflitto con la dirigenza nazionale, cesserà la sua attività. Preziosi i due allegati finali: un dibattito sul consultorio del 1976 introdotto da Vanna e con gli interventi di


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Simonetta Tosi, Luciana Viviani, Giuseppina Giuffreda e una riflessione sulle “150 ore”. Leggendo questo piccolo ma denso libro si tocca con mano il fervore e la passione politica degli anni Settanta che ha investito scuola, luoghi di lavoro, tessuto sociale e, soprattutto, le donne e il loro forte desiderio di cambiare, a partire da sé e nell’intreccio tra pubblico e privato, ogni aspetto della vita. Un racconto appassionante che custodisce anche alcuni nodi irrisolti dell’oggi. La recensione completa alla pag: http://www.noidonne.org/blog.php?ID=04889. Informazioni e richiesta copie: info@centrodonnagrosseto.org – raccontincontri@yahoo.it. Rosanna Marcodoppido vanna zanini Tra sToria e MeMoria. il racconto di vanna ed stampalternativa, pagg 79, prezzo: ‘almeno 5 euro’

Quanto costa una ‘dose’ ad una donna? Non è per cercare risposte, piuttosto per sollecitare domande, che Anna Paola Lacatena ci consegna questo libro sulla tossicodipendenza femminile e la relazione con gli abusi e le aggressioni subite dalle donne che utilizzano sostanze psicotrope, siano o no legali. Ed ecco le questioni che la ricerca apre: Quanto una violenza subita può facilitare in una donna l’avvio dell’assunzione di sostanze? Quanto l’assunzione di sostanze stupefacenti espone al rischio di subire un reato e, in particolare, una violenza sessuale? Quanto la legge italiana tutela le donne e le tossicodipendenti dalla possibilità di essere vittime di violenze? La violenza che subisce una tossicodipendente ha lo stesso ‘valore’ e percezione sociale rispetto a quella subita dalle altre donne? La tossicodipendente percepisce l’aggressione come un reato o lo assimila in un meccanismo di assuefazione allo svilimento della propria persona? Le percentuali emerse dalla ricerca - che ha la prefazione di Don Andrea Gallo - “dimostrano la grande diffusione del fenomeno tra le donne tossicodipendenti come esperienza vissuta prima dell’avvio della carriera tossicomanica e dopo l’istaurarsi della dipendenza patologica. La domanda che sembra emergere con decisione è: quanto costa una dose ad una donna? Sicuramente il prezzo corrente più un po’ del suo corpo”. anna paola lacatena Con i Tuoi oCChi donne, tossicodipendenza e violenza sessuale Francoangeli editore, pagg 144, euro 16,00

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Sulle vie della parità

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on il patrocinio del Senato della Repubblica è indetta l’edizione 2013/2014 del Bando di Concorso Sulle vie della Parità. L’iniziativa è di Toponomastica femminile e FNISM ed è rivolta alle scuole di ogni ordine e grado, agli atenei e agli enti di formazione, è finalizzato a riscoprire e valorizzare il contributo offerto dalle donne alla costruzione della società. Attraverso attività di ricerca-azione si vogliono individuare e descrivere itinerari di genere femminile in grado di riportare alla luce le tracce delle presenze femminili nella storia e nella cultura del Paese. La proposta progettuale va ad innestarsi su un lavoro più ampio che i gruppi concorrenti potranno condurre: • attraverso la ricerca storica, individuando donne che si siano distinte per le loro azioni, per l’attività letteraria, artistica e scientifica, per l’impegno umanitario e sociale, comprese quelle donne che nell’ambito di una comunità abbiano consentito la nascita di una diversa e migliore qualità della vita (benefattrici, fondatrici di asili, scuole, ospizi; ostetriche, prime laureate etc.), o per altri meriti che gli/le studenti riterranno significativi nel territorio di riferimento; • a livello geografico e urbanistico, a partire dall’osservazione della regione, della città, del quartiere e delle sue strade, dalla ricostruzione e dallo studio delle dinamiche del loro sviluppo; • riflettendo sulle ragioni delle intitolazioni presenti e su quelle di tante esclusioni o assenze femminili. Le/gli studenti impegnate/i nel lavoro di ricerca-studio saranno stimolate/i a sviluppare il loro lavoro in modo autonomo e responsabile, collaborando e partecipando alla vita sociale nel rispetto dei valori dell’inclusione e dell’integrazione. La conoscenza delle intitolazioni e la riflessione sulle molte assenze femminili permetterà di sviluppare forme di cittadinanza attiva, stimolando la partecipazione alle scelte di chi amministra la città. Scoprire il territorio, valorizzarne le sue donne, scrivere di loro e intrecciare ricerche di rete tra studenti/docenti/movimenti/gruppi di lavoro informali, resta una delle principali finalità del Concorso; per questo motivo, articoli e percorsi scritti da studenti, e rivisti e firmati da docenti, avranno pubblica visibilità sul sito: www.toponomasticafemminile.it. Il regolamento prevede che ogni gruppo potrà partecipare a una o più delle seguenti sezioni: A. Sezione letteraria testo narrativo dell’itinerario (max. 10.000 battute) accompagnato da supporto fotografico e didascalico del percorso e dell’area scelta per l’intitolazione. Si richiedono da 5 a 10 foto (formato cm 20x30 – 300 dpi) con relativa didascalia (max 500 battute ognuna). B. Sezione digitale (a scelta una delle seguenti modalità) 1. Presentazione in Power Point – da 10 a 15 slide/immagine – accompagnata da altrettante didascalie esplicative esterne alla presentazione (max 500 battute ognuna); 2. video di durata da 3 a 5 minuti, in qualsiasi standard tecnico (inclusi smartphone); 3. ipertesti o e-book liberi. C. Sezione artistica Tecniche libere, incluse scrapbooking, carnet de voyage, kamishibai… Da 5 a 10 tavole – accompagnate da altrettante didascalie esplicative esterne alla presentazione (max 500 battute ognuna). D. Comunicazione e design Progetto di comunicazione di un evento nel territorio, sia circoscritto che diffuso, con studio degli elementi relativi: immagine coordinata, segnaletica, pannellatura espositiva, promozione su media classici e new media, infografica. La scadenza per la consegna dei lavoro è l’8 marzo 2014 e tutte le informazioni possono essere chieste a: 8marzo3donne3strade@gmail.com. La cerimonia di premiazione si terrà a Roma, nel maggio 2014.


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UDI l’Impegno contro le mafIe La mostra donne & mafie a Catania fino aL 15 gennaio 2014

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i città in città, passando anche per la Germania, la mostra donne & mafie realizzata a cura di Rita Margaira e Laura Noce è approdata a Catania per volontà dell’UDI cittadino ed organizzata insieme al Comune e alla Provincia Regionale di Catania ed è visitabile fino al 15 gennaio presso il Palazzo della Cultura. I pannelli e le foto si concentrano sulla “narrazione del ruolo che tante donne hanno avuto in questi anni nella lotta alla mafia e per la legalità, ma anche il ruolo assunto da altre donne che delle organizzazioni mafiose sono state e sono protagoniste”. Una mostra voluta dall’UDI, offerta alla riflessione della città e delle sue scuole “con la consapevolezza che la lotta alla mafia e ai modelli di relazione personale e sociali fondati sulla violenza che essa propone, ha costituito e costituisce terreno prioritario della nostra azione”. Guide d’eccezione alla mostra, insieme alle donne dell’UDI, le rappresentanti delle principali associazioni impegnate nella lotta alla mafia: Associazione delle Donne Siciliane Contro la Mafia, Addio Pizzo, Associazioni Antimafie Rita Atria, Casablanca, Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato, Fondazione Giuseppe Fava, I Siciliani giovani, Libera.


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ItalIane In germanIa L’assembLea annuaLe di reteDonne e L’appeLLo a non abbreviare La sCuoLa in itaLia

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n mondo, anzi tanti i mondi delle italiane che vivono in Germania: un caleidoscopio di sentimenti, situazioni e storie individuali che si intrecciano, si allontanano per poi incontrarsi nuovamente in un fluire di esistenze che si rinnovano e si riprogettano. L’incontro di Retedonne del 7 dicembre dedicato alla Violenza di genere - e occasione dell’Assemblea annuale dell’associazione - è stato per NOIDONNE un momento fecondo di conoscenza di altri modi di vivere e guardare all’attualità. Con un vigore e una positività - tutto femminile - coinvolgenti. Hanno raggiunto Berlino arrivando da Amburgo, da Lipsia e da Monaco: donne di varie età e professioni emigrate in Germania da qualche mese oppure da decenni e che hanno in comune la voglia di fare e di proporre il loro sguardo, di dare un contributo fattivo alla società tedesca di cui vedono le positività e i limiti. Nel prossimi numeri racconteremo i loro progetti, ma intanto diamo conto di una iniziativa che ci riguarda molto da vicino. E della quale le ringraziamo. (T. B.) Lettera aperta alla Ministra della Pubblica Istruzione Maria Chiara Carrozza Interveniamo nel dibattito in corso in Italia sull’opportunità di abbreviare di un anno il ciclo di studi secondari per arrivare al conseguimento della maturità dopo un percorso scolastico di dodici anni anziché di tredici. Questo percorso è già in corso di sperimentazione in una scuola privata, con l’intento di estenderne l’attuazione alla scuola pubblica. Noi siamo donne italiane residenti in Germania e conosciamo la scuola tedesca per averla frequentata a diversi livelli, sia in qualità d’insegnanti che di genitori, sia perché organizzate in associazioni, che sulla formazione scolastica locale esprimono dubbi e critiche da decenni. In occasione della nostra assemblea annuale di Retedonne Germania ci sembrava doveroso mettere in guardia da una modifica del sistema scolastico, che in Germania si è rilevata perniciosa, tant’è vero che se ne è già attuata la parziale cancellazione in conseguenza di massicce proteste di studenti, genitori e docenti. Ridurre di un anno il curriculum  scolastico  si  traduce  nella  prassi  quotidiana  in un sovraccarico nell’orario ed in una compressione nella

trasmissione di competenze e nozioni proprio negli anni in cui gli adolescenti attraversano un processo evolutivo personale decisivo per la loro crescita e sociale. Noi abbiamo assistito ed assistiamo per gli alunni tuttora inseriti nel ciclo abbreviato alla drastica riduzione del tempo libero e delle attività connesse con gravi conseguenze sul profilo psicofisico, manifestazioni di stanchezza, nervosismo e aggressività, dovute alla sensazione di inadeguatezza e angoscia da stress. La paura di non farcela ostacola la riflessione ed impostazione dell’identità, essenziale proprio negli anni formativi, che precedono scelte di vita fondamentali. L’istruzione e  la  formazione  finiscono  per  essere  ridotte a nozionismo e competenze tecniche sconnesse dalla funzione creativa e critica della cultura intesa nel suo più ampio significato costitutivo della personalità matura. La pressione sugli studenti, che l’acceleramento del ciclo scolastico ha prodotto in Germania, viene percepita oggi da molti pedagoghi, nonché da coloro che vi sono stati coinvolti a vari livelli, come un ostacolo al raggiungimento di quella maturità, che la scuola si propone di perseguire. I docenti universitari lamentano di doversi confrontare con matricole spaesate e disorientate, talvolta ancora minorenni, ancora immerse in problemi emotivi e psicologici, che non hanno avuto tempo di elaborare. Non si avvii una riforma, che sconvolgerebbe un percorso acclarato anche all’estero, dove i nostri diplomati e laureati sono apprezzati per l’ampio patrimonio umanistico di cui sono portatori, risultato di una formazione comprensiva di tutte le tematiche connesse agli anni dello sviluppo della persona. Marina Mannarini, Liana Novelli Glabb ed Eleonora Cucina e.V. E Coordinamento Donne Italiane di Francoforte e.V Donne Italiane Coordinamento di Amburgo Amburgo 11 dicembre 2013

(Videointerviste su: http://www.streamago.tv/general/24619/).

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il protaGoNiSMo FeMMiNile a Napoli conVeGno concLUsiVo deL ProGetto “casa deLLe cULtUra deLLe diFFerenZe”: “cHe GENERE di FUtUro? donne ProtaGoniste a naPoLi“. Presentato ancHe iL sito donnedinaPoLi

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l capoluogo partenopeo ha un nuovo spazio dedicato alle donne. Un luogo simbolico per la conservazione e la valorizzazione della memoria storica dell’attivismo al femminile a Napoli e strumento sul territorio di promozione e diffusione delle strategie in tema di pari opportunità. Presentato al Pan lo scorso 5 dicembre nell’ambito dell’evento conclusivo del progetto Casa della Cultura delle Differenze, l’Archivio della Memoria delle Donne, è accessibile all’indirizzo http://donnedinapoli.coopdedalus. org. Il convegno dal titolo “Che genere di futuro? Donne protagoniste a Napoli“ (5 dicembre 2013) è stata l’occasione per presentare i risultati del progetto Casa della Cultura delle Differenze, cominciato un anno fa per avviare un processo di cambiamento culturale e valorizzare il punto di vista femminile in ogni ambito della vita sociale, culturale e politica. Obiettivo del progetto, tra gli altri, è quello di raccontare la storia dei movimenti femminili e femministi a Napoli per creare spazi materiali e simbolici non solo di “trasmissione” di nuova soggettività femminile ma anche di scambio dialettico fra coloro che hanno vissuto gli anni più intensi del movimento delle donne e le giovani generazioni. Accanto a questo, dare valore alla memoria. Perché i diritti considerati, oggi, scontati ed acquisiti sono in realtà il frutto di lotte e di conquiste, non troppo lontane nel tempo, che le donne hanno ottenuto portando avanti delle battaglie collettive. Diritti conquistati sul piano formale, ma non sostanziale, perché di fatto esistono ancora forti squilibri tra i generi. Il progetto è stato promosso dall’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Napoli e realizzato da Dedalus, Studio Erresse, E.V.A. e Gesfor, in collaborazione con il Centro Studi Condizione della Donna (Por Campania 2007/2013 Ob. Op. F2-asse IV “capitale Umano” Ob. Op. 1.5). Punto di partenza è stata la sistematizzazione dei materiali presenti nel Centro studi condizione della donna, passando dal racconto e dalle esperienze delle donne

intervistate nell’ambito della ricerca, fino ad arrivare alla realizzazione del sito Donnedinapoli. In un’ottica di dinamica intersezione tra passato e presente, è stato avviato un processo di potenziamento del Centro studi condizione della donna (Centro Donna del Comune di Napoli), arricchito dal racconto e dalle esperienze delle donne che hanno partecipato e continuano a promuovere un processo di cambiamento delle donne nel territorio partenopeo. Da questa esperienza è nata l’idea di realizzare il sito Donnedinapoli per creare uno spazio multimediale, accessibile e fruibile da tutti, per conoscere e scoprire nel dettaglio le tappe importanti che, a livello nazionale e locale, hanno segnato la storia dell’attivismo delle donne e del femminismo napoletano. Fino al 15 dicembre 2013, inoltre, è stata esposta presso il Pan la mostra fotografica “Il movimento delle donne dagli anni ’70 ad oggi”, tratta dall’archivio di Luisa Festa. Informazioni: http://casaculturadifferenze.coopdedalus.org/ E-mail:casaculturadifferenze@coopdedalus.org Dedalus cooperativa sociale Telefono 081 7877333 – 081 19571368


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Gli Spartà che dissero NO al pizzo Una storia da non dimenticare

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ita Spartà è una donna di 48 anni, di Randazzo, un paese alle pendici dell’Etna fra le province di Catania e Messina. Da vent’anni la sua famiglia è formata da solo donne: lei, la madre, Carmela Lo Castro, 65 anni e la sorella, Daniela, di 40 anni (oggi madre anch’ella). Il 22 gennaio 1993 un commando di dieci uomini ha sterminato la metà della famiglia di Rita Spartà: il padre Antonino, di 57 anni e i due fratelli Vincenzo di 27 anni e Salvatore di 20 anni. Erano pastori e si erano ribellati al pagamento del pizzo. Una vita che cambia per sempre quella di Rita. Da vent’anni lei, sua madre e sua sorella inseguono il processo che vede alla sbarra solo un colpevole, il quale ha persino ottenuto la revisione del processo. In quel giorno di gennaio del 1993, in contrada Stradella a Randazzo, il commando fece fuoco con dei fucili a pallettoni, sterminando i tre uomini Spartà. L’omicidio degli Spartà fu reso noto il 16 aprile 1997, quando Rita intervenne al Maurizio Costanzo Show, raccontando di avere denunciato gli assassini dei suoi familiari. Il processo non è ancora stato concluso, benché dopo le denunce, all’epoca, furono arrestati tre uomini, di cui solo uno è stato condannato all’ergastolo. Rita è un’infermiera. Accetta volentieri qualche invito per donare la sua testimonianza, raccontando la tragedia che le ha cambiato la vita. A lei ho posto qualche domanda. Come era Randazzo all’epoca dell’omicidio di tuo padre e dei tuoi fratelli? Si parlava di mafia? Veramente no. La nostra vicenda ha acceso i riflettori sulla mafia a Randazzo. Tramite il nostro caso abbiamo cominciato a sentire parlare di alcuni clan, per esempio i Laudano, i Cappello, il clan dei Tortoriciani che hanno serie fondamenta nel mio paese che per posizione geografica funge da crocevia, unendo le province di Messina e Catania. Quando pensi ai tuoi fratelli e a tuo padre, sei orgogliosa di loro? Sono la nostra forza, la nostra speranza e il nostro stimolo

di Mirella Mascellino per andare avanti. Pensare a mio padre, un uomo forte, e ai miei giovanissimi fratelli, non è facile ancora oggi accettarne la sorte che la vita ha riservato loro. Ma c’era stato qualcosa che facesse temere la tragedia? Avevano paura? Paura no. Era successo che avevano rubato i greggi, più di una volta, anche i mezzi in campagna. Probabilmente per intimidirli. Ma i miei familiari non avevano paura e non cedettero al pagamento del pizzo. Ci fu un episodio, per noi emblematico, ovvero mio fratello si accorse di un furto di un’auto e denunciò telefonando alle forze dell’ordine. Se avesse avuto paura non l’avrebbe fatto. Voi avete paura, avete subito minacce dopo la denuncia? Si, ma siamo andate avanti. Abbiamo denunciato subito e affrontiamo ogni giorno la realtà. Ci capita di incontrare gli assassini dei miei familiari che sono ancora liberi. Incrociamo i loro sguardi. Li vediamo per strada. Mia sorella, lavorando al comune, è quella che se li ritrova spesso di fronte. Ma anche a me sono capitati dei brutti momenti, dovuti al loro incontro. A tutte e tre domandiamo come si sopravvive a un dolore così grande? É dura, si vive male. Ci fa sopravvivere la rabbia e la voglia di giustizia. Pensare alle vite spezzate dei nostri uomini è un dolore immenso. Io e mia madre scoprimmo la tragedia, quel pomeriggio di vent’anni fa e ci trovammo di fronte quella la scena terribile, come una doccia fredda. Eravamo andate a cercarli in campagna poiché non tornavano a casa e trovammo l’orrore. Abbiamo cercato di proteggere mia sorella che era la piccola ed era la cocca di papà, ma non è stato semplice e forse non ci siamo riuscite. All’inizio ero soltanto io a seguire tutto da vicino, ma adesso siamo tutte e tre insieme, unite per avere giustizia.

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LETTERA A DENISE COSCO Questa è la lettera destinata a Denise Cosco - figlia di Lea Garofalo - firmata da tutti i partecipanti all’incontro ‘PAROLE E AZIONI DI DONNE CONTRO LE MAFIE’ organizzato da NOIDONNE e Noi Rete Donne (Roma, 6 novembre 2013). Le immagini qui pubblicate si riferiscono alla manifestazione contro la violenza e il femminicidio svoltasi a Petilia Policastro lo scorso novembre. Durante l’incontro con le autorità locali gli studenti e le studentesse, guidati dal Prof. Giovanni Ierardi, hanno dato pubblica lettura della lettera, che è stata anche pubblicata nei giornali locali: scelte di particolare forza, non solo simbolica, avvenute nel paese natale di Lea Garofalo.

Cara Denise Siamo donne (ma anche uomini) riunite per un incontro pubblico a Roma dal titolo ‘Parole e azioni di donne contro le mafie’ (è il terzo incontro di un ciclo iniziato nel 2012 sul tema Corruzione e illegalità. Il NO delle donne per iniziativa di NOIDONNE, un giornale storico delle donne italiane e di un’associazione Noi Rete Donne). Un incontro con scrittrici, giornaliste e politiche in cui abbiamo voluto riflettere, insieme, sulle donne impegnate nella difesa della legalità e su quelle che vivono nella illegalità, sulle donne che contrastano le mafie e su quelle che le alimentano.

molto più che coraggioso, richiede eroismo. È una scelta definitiva che non consente ripensamenti e che implica rotture traumatiche anche dei rapporti familiari. È stata la scelta di tua madre, donna che ammiriamo e di fronte alla quale ci inchiniamo con immenso rispetto. Non sappiamo cosa abbia patito nel suo intimo, ben prima che gli aguzzini la raggiungessero e la violassero brutalmente. Possiamo immaginare la sofferenza di una testimone di giustizia che ha vissuto in solitudine e privatamente l’impatto violento di un percorso che, al contrario, meritava l’attenzione e la condivisione della

Sì, un incontro al femminile, anche se non precluso agli uomini. Perché le donne, oggi in Italia, sono protagoniste del bene e del male. Perché pensiamo che le donne convinte che la legalità sia l’unica strada percorribile a vantaggio della civiltà e dei diritti di tutti e tutte debbano dialogare confrontando idee, esperienze e bisogni espressi dalla società civile, e debbano stringere alleanze forti che possano contrastare la cultura dell’illegalità e della corruzione. Siamo consapevoli che è una battaglia durissima perché l’idea che il rispetto delle leggi sia un fastidio e non un bene comune è radicata profondamente e ha contaminato parte del tessuto della nostra società. Ma sappiamo anche che tante sono le persone che reagiscono e non si rassegnano. Sappiamo anche che contrapporsi alla forza pregnante dell’anti-stato in certe situazioni è un gesto

società tutta. Perché il rifiuto di Lea Garofalo è stato certo dell’oppressione del sistema malavitoso e familia-


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re, ma è stata anche una scelta Politica, nel senso più alto del termine. Lea ha pensato a te, ha voluto interrompere una trasmissione di morte salvaguardando il bene più importante per una madre: la figlia, i figli. L’essenza della vita che è generata. Ma noi sentiamo e pensiamo Lea come madre di tutte e tutti coloro che hanno a cuore il progresso e la democrazia. Noi sentiamo Lea Garofalo

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ospitare su NOIDONNE tuoi scritti, riflessioni o pensieri che vorrai affidare alla stampa e alla lettura di tante altre persone. Sarebbe un modo per te di mantenere il filo di un discorso in nome e nel ricordo di Lea Garofalo, ma anche pensarti come una donna che sta costruendo il suo futuro partendo dall’amore grande della sua mamma. Un sentimento cui ci uniamo come donne che vogliono condividere con te la convinzione che un mondo migliore è possibile. Insieme.

LEA GAROfALO DONNA RIbELLE

Madre Universale per aver avuto cura del bene collettivo e anche dei/delle nostri/e figlie/e. Questo nostro dolore è civico e umano, è un grido di donne che riconoscono la grandezza di un gesto pubblico. Il nostro dolore non è paragonabile al tuo, intimo e non profanabile. Ci tenevamo a farti giungere questi pensieri, cara Denise, per rappresentarti una vicinanza sincera di donne che non conosci personalmente ma che vogliono legarsi a te con un filo saldo di calda amicizia. Giustamente vivi sotto protezione e non sappiamo come sono le tue giornate. Non conosciamo i tuoi sogni di giovane e le tue aspirazioni. Non sappiamo cosa possiamo fare per aiutarti, se hai bisogno di aiuto. Sappiamo che siamo disponibili ad accogliere e soddisfare tue eventuali richieste. Prendi queste parole, intanto, come un pensiero affettuoso e al di fuori di ogni inutile retorica. Una cosa possiamo offrirtela, se vuoi e quando vorrai, possiamo

“La scelta di Lea” (Melampo editore) racconta la vicenda umana e processuale di Lea Garofalo, testimone di giustizia assassinata dalla ndrangheta. Nata a Petilia Policastro, in Calabria, cresce in una famiglia di ‘ndrangheta e si trasferisce a Milano con il marito Carlo Cosco, padre di sua figlia Denise. Diventa testimone di giustizia ed entra nel programma di protezione assieme a Denise. Proprio quest’ultima è la vera ragione della svolta dolorosa e pericolosa: Lea vuole garantirle un futuro migliore. Ma è al Nord, alla periferia di Monza, che Lea nel 2009 viene torturata e bruciata viva dai suoi stessi familiari. Nel libro di Marika Demaria è ricostruita la storia di coraggio di queste due donne. L’autrice, giornalista e redattrice del mensile ‘Narcomafie’, negli ultimi due anni ha seguito con partecipazione tutte le udienze del processo di questa tragica vicenda sia in primo grado che in appello e ne ricostruisce le diverse fasi: le arringhe degli avvocati difensori, la testimonianza di Denise, le confessioni di alcuni imputati, e racconta anche la solidarietà della società civile. L’introduzione è di Nando Dalla Chiesa. Maria Fabbricatore


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UNA LAVATRICE ROTTA E LA FORZA DEL NO di Elisabetta Colla

IL CORTOMETRAGGIO DI CELIA RICO, ‘LUISA NO ESTÁ EN CASA’, VINCE COME MIGLIOR CORTOMETRAGGIO AL FIJR

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antele soddisfazioni già ottenute dalla regista spagnola Celia Rico per il suo cortometraggio, opera prima, Luisa no está en casa: l’ultima è il Premio per il Miglior Cortometraggio Nazionale ottenuto al Festival FIJR 2013, la bella rassegna di cortometraggi che si svolge ogni anno a Granada - principalmente nella bella location del Teatro ‘Isabella La Cattolica’ - legato ad un’idea semplice ed originale al tempo stesso: il guasto della lavatrice, e la necessità di andare in una lavanderia a gettone, fanno aprire gli occhi ad una donna di 85 anni che - sottomessa da sempre al marito machista e dedita esclusivamente a compiti domestici - decide, finalmente, di abbandonare casa e marito. NOIDONNE ha intervistato la regista, che ha ricevuto il premio per “la capacità di sintetizzare la vita intera di una persona con nitidezza, ottimismo ed incitazione alla ribellione”. Come nasce questo corto e perché, secondo te, sta vincendo tanti premi? Nasce dal desiderio di dare voce a tante donne invisibili e dedite all’abnegazione assoluta, oltre che dal desiderio di introdurre i semi di una ribellione che vada a riconquistare un territorio, quello della volontà. Luisa è questo: una donna che arriva finalmente a dire quello che vuole, una donna che riacquista la voce. Credo che il corto è stato così ben accolto perché, in un modo sottile e naturale, mostra la dimensione umana

ed eroica di un personaggio che pronuncia qualcosa di apparentemente semplice come un NO. Penso che il corto riesca ad esprimere qualcosa di universale con cui chiunque si può identificare. Pensi che ci siano molte donne nella condizione, in Spagna ed in Europa, che vivono la condizione descritta nella sua opera? Naturalmente credo di sì, perciò ho raccontato questa storia. Io non sono un’attivista o un’esperta di questioni di generema mi rattrista, come qualsiasi altro cittadino che apre il giornale, vedere come il conservatorismo trionfante in Spagna e in Europa farà fare passi da gigante all’indietro, come se non avessimo imparato nulla. I dati sulle pratiche ‘machiste’ tra le giovani generazioni sono agghiaccianti. Come regista ero in difficoltà a raccontare ancora una volta la vecchia storia delle donne sottomesse, a casa. L’unico modo in cui mi sento veramente attivista è quello di cercare di rendere visibile ciò che il meccanismo del quotidiano rende invisibile e di mostrare quello che abbiamo visto mille volte come se fosse la prima volta. Una donna mette la lavatrice. Mia nonna. Tua nonna. Mia madre. La tua. Io, tu stessa.


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Storia di carceri e amori spezzati

Valeria Golino interpreta Armida Miserere, direttrice di carcere nel film ‘Come il Vento’

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eria, composta, un po’ dimessa, abiti severi blu e grigi, capelli lisci da signora, il piglio dell’autorità e la consapevolezza della sofferenza, fuori e dentro di lei. Così trasformata, Valeria Golino è la protagonista del film ‘Come il vento’ - presentato in anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma nella sezione Fuori Concorso e diretto dal regista Marco Simon Puccioni - in una delle interpretazioni forse più intense e mature della sua carriera, anni luce lontana da tanti suoi ruoli da femme fatale, brillante e femminile, originale ed eccentrica, sguardo languido e corpo perfetto. Liberamente ispirato alla vera storia di Armida Miserere, una delle prime donne direttrici di carcere in Italia, il film ha emozionato critica e pubblico, nonostante il notevole rigore registico, sia per la tematica importante, quella di una donna che vive l’ambito carcerario in anni difficili, perde l’amato compagno in un attentato mafioso e dedica la sua intera vita al lavoro, e sia per la prova attoriale di Valeria Golino, che col passare degli anni diventa sempre più brava ed intensa. La descrizione sobria ed asciutta della vita carceraria, gli albori della legge Gozzini ed i tragici fatti di mafia avvenuti tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta trovano il giusto spazio, all’interno del film, nel racconto poeticamente malinconico della vita di Armida. Il film inizia quando lei ed Umberto Mormile (interpretato da un misurato Filippo Timi), un educatore impegnato nelle attività riabilitative per i detenuti (in particolare i laboratori teatrali), sono già una coppia stabile e molto affiatata: si sono conosciuti nel carcere di Opera, dove lui ancora lavora, mentre lei dirige il carcere di Lodi. Il film si sofferma volutamente, nella prima parte, sulla pienezza dell’amore dei due, sul loro tentativo di vivere una vita normale ‘fuori’, sui loro sogni (la perdita di un figlio durante la gravidanza è uno dei tanti dolori che segnano la vita di Armida), sul loro mondo di lavoro e di pochi amici (bravi anche Francesco Scianna e Chiara Caselli), per mettere ancora più in risalto, nella seconda parte del film, il vuoto e la solitudine della vita di Armida quando, rimasta sola dopo l’omicidio di Umberto avvenuto nel 1990 - l’uomo venne freddato ad un semaforo forse per una vendetta di detenuti che speravano di corromperlo per ottenere benefici di legge - accetta incarichi nelle carceri più difficili d’Italia (Pianosa, Palermo), cerca di amare di nuovo ma, piegata a poco a poco da delusioni ed intimidazioni, inizia a perdere la sua grinta. Sempre professionale nella sua facciata esterna dove si mostrava ‘dura’ - nel film si ricorda tra l’altro che la donna usava la mimetica per entrare in sezione -, rispettata da detenuti e colleghi, Armida, che dopo anni di processi viene a conoscenza dei nomi degli assassini e mandanti del suo unico vero amore, scopre a poco a poco di avere un vuoto incolmabile dentro, che la condurrà ad un gesto estremo, insieme dettato dalla rabbia e dall’amore. “Mi ha colpito molto la vicenda di questa donna - ha raccontato il regista, da sempre interessato a tematiche sociali - che, catapultata in una delle istituzioni più maschiliste ed opprimenti della società, senza rinunciare alla sua femminilità, riusciva a governare gli uomini reclusi ed a stabilire rapporti camerateschi e d’amore con i suoi compagni di lavoro e m’interessava capire come e perché questa fibra, apparentemente così solida, fosse arrivata a spezzarsi. Ho cercato uno stile semplice, che desse spazio alla verità del personaggio, cercando di miscelare il film di impegno civile con la storia d’amore, gli elementi più intimi ed emotivi con l’aspetto sociale”. Nel suo ultimo biglietto Armida lascerà detto: ‘vento sono stata’, da qui il titolo del film, un vento che, con le parole di un noto cantautore, oggi ‘soffia ancora’.

E. C.

Quando e perché succede qualcosa nella testa di questa donna ? Quando si rompe la sua routine. Le ripetizioni del ‘giorno dopo giorno’ ci automatizzano. Si creano dei meccanismi rispetto ai quali siamo incapaci di identificare e capire il ‘come’ vengano a determinarsi. Siamo abituati a convivere con essi ed è molto difficile cambiare quando ci rendiamo conto che non ci sentiamo bene, come se non fossimo artefici di ciò che facciamo. Fino a quando un evento, a volte ‘aneddotico’, irrompe nella nostra vita e ci costringe ad agire. Così Luisa si sveglia un giorno e pensa che deve riprendere il controllo della propria vita. Purtroppo le cose non sono così facili. Solo quando sperimenta qualcosa che la fa sentire bene (un’ora di compagnia e di piacevole conversazione in lavanderia) può trovare la forza di cambiare. Sembra semplice, ma non lo è. Da qui il valore del supporto esterno. Secondo te le donne oggi hanno ancora obiettivi importanti per cui combattere? Ho scelto di raccontare la storia di una donna anziana proprio per rafforzare l’idea che non è mai troppo tardi per cambiare le cose, anche se hai 85 anni. Naturalmente, il discorso può essere esteso a tutte le generazioni ed i generi, uomini e donne. Oggi ci sono molte cose per cui lottare, ma penso che dovrebbe essere una lotta di tutti, non solo delle donne, per essere veramente reale. Quello che mi spaventa è quanto si sta perdendo di quello che pensavamo si fosse già ottenuto.   Che diresti a una ragazza che vuole fare la regista? Essere donna può creare problemiin ambito professionale? Non credo che essere donna sia un impedimento nel mondo del cinema. E se lo fosse, ci sono tanti altri impedimenti, molto più difficili da combattere, che forse lo mettono in secondo piano. In Spagna, per esempio, le donne hanno più punteggi nei bandi per le sovvenzioni pubbliche rispetto agli uomini ma, se non hai una vita organizzata (non dimentichiamo che il cinema è un privilegio di pochi) trovo che il problema sia altrove, in un luogo più invisibile, nella gestione e conciliazione del tempo. La maggior parte delle giovani cineaste deve lavorare sui propri progetti nelle poche ore libere che rimangono dopo giorni di lavoro-maratona (cioè se sono abbastanza fortunate da essere state assunte da qualcuno), di lavatrici da fare (per usare un›immagine del corto) e di cura per i loro bambini (se possono includere la maternità nei loro progetti di vita). Non è un panorama facile o incoraggiante per nessuno, davvero. Quindi il mio unico consiglio per le giovani registe è di non rinunciare o abbandonare il loro spazio di creatività. b

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LEGGErE L’ALBERO

FAMIGLIA

comBaTTeRe peR il Bene

sepaRaZione consensUale annUllaTa casa RecUpeRaTa...

dI BrUnA BALdASSArrE

Sentiamo l’Avvocata

di Simona Napolitani mail: simonanapolitani@libero.it

L

Cara Bruna, sono una regista di 48 anni, madre di un diciottenne. Da poco sto cercando di riassestare il mio quotidiano. Affettivamente non ho ancora realizzato un rapporto stabile, ma sono determinata a volermi bene. È nella relazione con l’altro che si può esprimere il TU e l’IO, ma proprio per questo è bene partire da un lavoro serio su se stesse. Che mi dici dell’albero? Stefania Cara Stefania, il tuo non detto si legge nell’albero, l’energico disegno di una donna capace di lottare ancora, combattere per il bene. Parli di volerti bene, e infatti stai comunicando a tutte le donne un messaggio d’amore. Un po’ tagliato nella cima, come da qualcosa che ha fatto sentire tutto il suo peso, il tuo albero tenta di svettare comunque verso i sogni, nella zona superiore del foglio, ma è proprio lì che la forma si scioglie in qualcosa di ancora non strutturato. Come avvolte in un batuffolo e al riparo da indiscrezioni le estremità dei rami dissimulano le proprie intenzioni non manifestando il timore della realtà e quello di sembrare dure. Le buone maniere, che emergono dalla conformazione della chioma, celano la discrezione, la diplomazia, ma anche una certa

impenetrabilità. Il rigonfiamento di alcune zone del fusto denotano che una forma di otturazione che blocca il deflusso, un blocco che riguarda il passato, un ingorgo negli affetti. Una facoltà creativa associata alla primitività negli impulsi emerge dalle radici. I tuoi vissuti traumatici: 18, 26, 36 anni. Dopo i 36 anni ci sono delle forti esperienze, corrispondenti a inquietudini profonde, che fortunatamente confluiscono nella fase della nuova creatività, che prepara la successiva dei 49 anni, quella dell’ascolto. Bernard Lievegoed la definisce “morale” e il cuore rappresenta l’organo della coscienza o moralità. Ci sentiamo all’unisono con l’umanità: questa sarà la tua ripresa di un’indimenticabile regia!

aura, dopo aver ottenuto una ordinanza in sede di separazione con cui il Tribunale, in via temporanea, le affidava il figlio minore e le assegnava la casa coniugale, peraltro di sua proprietà, ha ceduto al comportamento maltrattante del marito, il quale la intimidiva con sms, mail e telefonate, incutendole uno stato di sottomissione e soggezione psicologica ed ha tramutato la separazione da giudiziale in consensuale. Il problema non è nell’aver sottoscritto un accordo, ma nel merito dell’accordo: la signora, in considerazione del grave stato psicologico in cui si trovava, non solo ha rinunciato all’affidamento del figlio, ma anche all’assegnazione della casa. Non basta. Si era impegnata a trasferire al marito la proprietà della casa coniugale. Dopo circa un mese da questi accordi e dalla sottoscrizione della separazione consensuale, poi omologata dal Tribunale, Laura, in preda alla più nera disperazione, compie un gesto estremo, per fortuna viene però salvata dal figlio. Ripresasi, anche psicologicamente, ha impugnato la separazione consensuale e ha chiesto al Tribunale che disponesse l’annullamento del verbale. Dopo una lunga causa, molto ben istruita e, quindi, dopo aver sentito i testimoni sulle condizioni psicologiche della signora al momento della separazione, sul comportamento da stolker del marito, e dopo aver disposto una Consulenza Tecnica, il Tribunale ha accolto la domanda. In particolare, nella relazione peritale si legge che è possibile ipotizzare - anche alla luce di un trattamento sanitario a suo tempo disposto - che Laura, all’epoca precedente e coeva alla separazione, non fosse nel pieno delle sue capacità, perché colpita da condizioni psichiche compromesse, al punto da inficiare la sua capacità di intendere e di volere. Il Tribunale, premesso che gli accordi di separazione consensuale sono da considerare come “negozi di diritto familiare” e, quindi, sottoposti allo stesso regime dei contratti, ha dichiarato che la separazione consensuale sottoscritta dalla signora va annullata per vizio del consenso. Laura potrà riavere la casa.


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SPIGOLANDO tra terra, tavola e tradizioni di Paola Ortensi

Polenta

meglio se in compagnia “Tonio scodellò la polenta sulla tafferia di faggio che stava apparecchiata a riceverla, e parve una piccola luna in un gran cerchio di vapori.” La più famosa citazione letteraria della polenta e anche davvero suggestiva la regala il Manzoni nei Promessi Sposi e forse quasi ogni Italiano adulto ha avuto occasione di leggerla. Siamo in inverno e la polenta che in quel cerchio di vapori raccontato dal Manzoni evoca tutto il calore che emana appena scolata, e rimanda a quelle belle tavolate in cui una polentata mette insieme la famiglia e gli amici attorno a quella tafferia - meglio conosciuta col nome di tagliere - da cui ognuno può attingere condendo a suo gusto. Parlare di questo cibo diffuso in tutta Italia sinonimo immediato dell’alimentazione di alcune regioni in primis il Veneto e il Friuli ma in realtà storia iniziata con la scoperta dell’America - fa venire voglia di raccontare da dove venga quella farina gialla o bianca, da quale cereale e in quante altre forme è presente nell’alimentazione umana ma anche nel nostro gergo pieno di modi di dire, di proverbi sempre carichi di significato. Come il termine polentone usato per indicare in modo popolare la gente del nord, quasi contro canto alla parola terrone che indica notoriamente quella del sud. E allora veniamo al mais e alle sue pannocchie “madri” di ogni polenta. Il mais per decenni è stato

meglio conosciuto come granturco o frumentone, termini quasi scomparsi dal linguaggio forse perché la maggior parte delle attuali varietà viene dall’estero ed in particolare il grande utilizzo che del mais si fa nell’alimentazione animale o nella preparazione di “plastiche” biodegradabili. Ma tornando a quel granturco che ci regala la polenta, come non citare le pannocchie che ben abbrustolite o lessate costituiscono uno sfizio assai apprezzato in autunno quando la pianta dall’alto fusto viene a maturazione. Pannocchie che nella terra originaria, il Messico, possono fornire decine di biodiversità ovvero pannocchie piccole, grandi, grandissime dai colori non solo di tonalità dal giallo all’arancione, ma anche bianche, rosse, blu e persino nere. Le più comuni pannocchie dal colore giallo intenso e circondate dalle foglie, una volta divenute un po’ secche ricordano capelli biondi dritti e un po’ aridi…. color pannocchia, appunto! Ma

continuando nel nostro breve viaggio intorno a quei chicchi, oggi li uniamo alle nostre insalate e ne comperiamo varietà che possiamo godere come pop corn o, forse inconsapevolmente, li consumiamo a colazione come corn flakes. Ma è la polenta che rimane il nostro orizzonte principale: macinata fina, media o grossa; precotta o pazientemente girata senza mai stancarsi fino a che la vedremo staccarsi dalla pentola - come segno che è pronta - scegliendo il livello di consistenza da noi gradito. Un rituale antico che ci sottopone ad una paziente e stancante ginnastica sempre uguale e forse apparentemente inutile se ha dato vita a quel modo di dire: ma che stai girando la polenta? Intendendo che si gira attorno ad un problema senza mai arrivare al ‘dunque’.

RICETTE

polenta Una volta scolata la polenta inizia un percorso dai possibili diversi utilizzi: calda col sugo o con tanti condimenti a piacere regione per regione; raffreddata e poi messa sulla griglia al posto del pane o fritta o al forno con un formaggio che la copre, per esempio lo stracchino come piaceva a mia mamma. Lo spazio impone di chiudere ma perché non raccogliere sul nostro sito storie di polentate o ricette legate alla magica farina gialla presente in ogni dispensa!? ortensipaola@tiscali.it


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www.fondazionecerratelli.it diegoarte@libero.it

DONNE

E CONSUMI di Viola Conti

EDISON: OLTRE LA MODA, ‘MODI DI…’ IN UN ANNO I CONTENZIOSI utto corre velocissimo.....ma è importante fermarsi e soSONO TRIPLICATI stare, per valutare e farsi domande anche solo per po-

T

chi minuti.... Osservare gli accadimenti da luoghi diversi, in momenti diversi, insomma da punti di vista nuovi. La visualizzazione in 3D di film, oggetti e immagini ha aperto nuove frontiere e ci costringe ad osservare le cose in modo diverso, più approfonditamente, tenendo in considerazione molti aspetti. Questo metodo di osservare le cose deve entrare nella nostra consuetudine, deve essere per noi un approccio naturale. Diremo che per essere alla moda si dovrà osservare le cose e gli eventi da molti punti di vista e in tempi diversi. Come ormai i lettori di questa piccola rubrica avranno capito la moda non è e non deve essere relegata alle proposte di passerelle più o meno celebri, sarebbe un errore! La moda è molto di più. La moda è un osservatorio privilegiato

attraverso il quale poter scorgere chiaramente ogni sfaccettatura degli eventi, i suoi risvolti politici, sociali ed economici. Non si parlerà soltanto di “moda” ma di “modi”. Modi di fare, modi di produrre, modi di gestire, modi di pensare, modi di parlare, modi di camminare, modi di osservare. Osservare, azione fondamentale che richiede distanza dalle cose, silenzio e discernimento. Osservare è necessario per progettare il nuovo, vincente e duraturo. Osservare permette di visualizzare aree libere di azione dove poter costruire e realizzare un nuovo progetto. Ecco allora che è di moda osservare attentamente con l’obbiettivo di costruire e dare vita ad un progetto. Il progetto è il sale di ogni esistenza. È di moda osservare, progettare e realizzare.

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a un anno a questa parte sono triplicate le segnalazioni dei cittadini che si rivolgono alla Federconsumatori esasperati dai disservizi della società Edison. Si spazia da problemi di fatturazione ai conguagli esosi e immotivati a discapito, sempre e comunque, del consumatore. Nonostante esista un protocollo di conciliazione con le Associazioni dei Consumatori e sia attivo un canale di comunicazione e reclamo diretto con la società, quest’ultima continua ad ignorare sistematicamente i diritti degli utenti. Le conciliazioni con Edison non funzionano: più del 60% di quelle inoltrate dalle associazioni dei consumatori, dall’attivazione del protocollo nel 2009 ad oggi, sono dichiarate non procedibili, a causa della cessazione del contratto del cliente con Edison. Un dato disarmante, se si pensa che il 60% degli utenti che riscontrano problemi con tale società non possono fare altro che rivolgersi alla giustizia ordinaria, con un conseguente spreco di tempo e di denaro, nonché con un inevitabile intasamento dei tribunali. Quel che è peggio, è che, nonostante le ripetute richieste di riapertura del tavolo di confronto da parte delle Associazioni, per apportare modifiche costruttive e migliorative ai regolamenti in essere, da parte di Edison tutto tace. La società rinvia di mese in mese, lasciando deteriorare ulteriormente il rapporto del contenzioso in essere tra azienda e consumatore. Federconsumatori, alla luce di questa insostenibile situazione, rinnova alla società la richiesta di rimettere mano al protocollo per introdurre le modifiche necessarie, per riqualificare la conciliazione paritetica nell’interesse del mercato e dei consumatori, includendo tutte quelle conciliazioni che ad oggi, ingiustamente, vengono tagliate fuori.


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L’OROSCOPO DI

ZOE Gennaio CARA ARIETE, ho letto da qualche parte che la geniale e sempre arguta scrittrice Dorothy Parker ha voluto sulla sua lapide questo epitaffio: “Scusate la polvere”. In queste tre parole Parker mette insieme il suo celebre umorismo nero e una fulminante presa in giro del prototipo della casalinga perfetta, che si preoccupa dello spolvero anche dall’aldilà. Mi sembra che se ne possano trarre almeno due insegnamenti: 1. mai dimenticare il lato comico di ogni faccenda; 2. spolverare, a conti fatti, si rivela perfettamente inutile. CARA TORO, per te alcuni versi di Patrizia Cavalli, dal suo Datura: “Meccanica, legata, ubbidiente,/in schiavitù biologica e credente. Basta,/scivolo nel sonno, qui comincia/il mio libero arbitrio, qui tocca a me/decidere che cosa mi accadrà,/come sarò, quali parole dire/nel sogno che mi assegno”. Proprio così: nel sogno si congiungono la massima libertà (può accadere di tutto) e la massima costrizione (mi accade e non posso decidere nulla). Poiché continui ad avere nel tuo segno un agguerrito Marte, che ti spinge verso la praticità e gli affari, ti propongo, per tutta risposta, di abbandonarti alla forza dei sogni... CARA GEMELLI, scriveva il poeta Paul Valery nei suoi Quaderni: “A volte, in mezzo a questa quantità di specchi di curvature diverse, o di fotografie, mi capita di non sapere più chi sono, o di chi si parla, né quale volto scegliere”. La tua proverbiale ecletticità potrebbe rivelarsi stancante, in questo inizio d’anno. Sarebbe forse più prudente e saggio scegliere uno solo tra i mille volti riflessi nello specchio, almeno finché Plutone e Urano non rimangono un po’ ostili. Ma ci interessa davvero, essere prudenti e saggi? CARA CANCRO, il fotografo Luigi Ghirri diceva che il motto dell’Ecclesiaste “Niente di nuovo sotto il sole” andrebbe totalmente rovesciato: non c’è niente di antico sotto il sole, tutto può essere guardato con occhi nuovi. Anzi sono proprio le immagini più consumate da uno sguardo stereotipato che nascondono nuovi punti di vista. Un nuovo sguardo, è l’augurio che ti faccio per l’anno che sta arrivando, con Giove e Urano lì a sostenerti...

PREDIZIONI SEMI-SERIE E PRONOSTICI POSSIBILI

CARA LEONE, per inaugurare questo 2014 ti dedico la brevissima poesia di Giorgio Caproni dal titolo Constatazione: “Non c’ero mai stato. M’accorgo che c’ero nato”. Viene citata alla fine del film di Emma Dante Via Castellana Bandiera, rivelandoci che la strada dove si è svolta la maggior parte dell’azione del film è quella della casa d’infanzia della protagonista. Voglio usarla, però, per invitarti a riflettere su quanti luoghi o situazioni, che ci attirano o ci allontanano, risuonano con altri spazi e altri momenti della nostra vita. Questo potrebbe spiegarti il perché di molte cose. CARA VERGINE, se sei una tipica rappresentante del tuo segno saprai di apprezzare questi versi di Dorothy Parker, di cui ho già utilizzato l’umorismo nero nell’oroscopo dell’Ariete: “I rasoi fanno male; i fiumi sono freddi;/l’acido macchia; i farmaci danno i crampi./Le pistole sono illegali; i cappi cedono;/il gas fa schifo. Tanto vale vivere…”. Poiché Giove sarà un tuo alleato per tutto l’anno, che sarà bellissimo, posso permettermi di scherzare anche sul suicidio (che del resto Parker tentò più volte nel corso della sua vita). Ma niente paura: è solo per consigliarti di mettere a frutto, in modo creativo e non deprimente, il tuo insuperabile pessimismo. CARA BILANCIA, “Questa vita è una carneficina senza immaginazione”, scriveva il giovane Giacomo Leopardi nello Zibaldone di pensieri. Poiché il tuo anno si presenta gratificante e fruttuoso da un punto di vista molto pratico e concreto, ti ricordo di non dimenticare il lato creativo, immaginifico, sentimentale, sfruttando anche il bell’influsso di Nettuno che sosterrà il tuo segno nel corso di tutto il 2014. Mi rendo conto che è imperdonabile da parte mia usare Leopardi come suggerimento per la vita sessuale, ma tant’è: sto parlando anche del sesso. CARA SCORPIONE, lo scrittore Francesco Cataluccio, in L’ambaradan delle quisquiglie, insieme di brevi racconti in cui si mescolano finzione e memoria, dice che vorrebbe scrivere un’autobiografia come un quadro di Arcimboldo. Al posto di frutta e verdure, vorrebbe mettere i pezzi, i materiali che letteralmente lo hanno costituito. Quali sono i film, i libri, i sogni, le persone che abbiamo incontrato e che sono divenuti una parte di noi? Capirlo potrebbe rivelarsi, oltre che interessante, una guida per le nostre azioni.

CARA SAGITTARIO, Travis Banton, famoso costumista della Paramount negli anni Trenta, ha detto di Carole Lombard: “Nessuna sapeva portare gli abiti come lei, li indossava e subito se li dimenticava!” Così definiva la disinvoltura, l’eleganza, ma anche, in fondo, una particolare forma di saggezza. Quella che, nel suggerirci di dimenticare le nostre qualità, ci permette di farle risaltare ancora di più. Proprio quello che sarai in grado di fare tu nel corso del prossimo anno, con l’aiuto di Giove e Nettuno. CARA CAPRICORNO, tempo fa mi è capitato di parlare con un restauratore molto bravo. Mi ha spiegato che l’asticella che a volte si applica dietro una tavola dipinta deve frenare il movimento del legno, ma non bloccarlo completamente. Dato che il legno continua comunque a muoversi, a gonfiarsi o piegarsi, un’eccessiva rigidità, infatti, condurrebbe sicuramente alla sua rottura. C’è bisogno che io espliciti ulteriormente il mio consiglio per il nuovo anno, o sono stata abbastanza chiara? CARA ACQUARIO, per celebrare le tue qualità visionarie ti propongo questa famosa affermazione di Erasmo da Rotterdam: “Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia”. E va bene, lo so, questa la conoscono tutti, però è una frase bellissima! E voglio usarla per augurarti buon anno, brindando alle idee folli e insieme lucidissime di cui sono spesso capaci i brillanti rappresentanti del tuo segno. CARA PESCI, scriveva Kurt Vonnegut: “Noi siamo quel che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere”. Poiché il prossimo anno sarà per te davvero positivo, ricco di stimoli e di possibilità inaspettate che potrebbero realizzarsi, ti consiglio di fare attenzione a quello che fai finta di essere, ovvero, secondo Vonnegut, a quello che sei. La strada che intraprendi potrebbe infatti davvero condurre a risultati concreti, i tuoi sogni avverarsi, quello che fai finta di essere divenire quello che effettivamente sei.

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GABRIELLA SABBATINI

LA POESIA DENTRO UN BICCHIERE Una scrittura limpida e chiara che ha assimilato la lezione dei grandi autori del Novecento di Luca Benassi

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abriella Sabbatini è una poetessa decisamente parca nella produzione edita, avendo pubblicato due soli libri, “Sulle ceneri del tempo” (1990) e “L’arancio nel bicchiere” (1995), peraltro in edizione limitata da lei curata anche nella veste grafica. Si tratta di testi che hanno suscitato un certo interesse nella critica e nelle giurie dei premi, e che non si capisce bene perché siano caduti in un oblio colpevole da parte di chi compila antologie e cura testi critici sulla poesia del Novecento. È il destino di chi, contrariamente a quanto accade oggidì nella repubblica delle lettere, non scalpita per entrare in riviste o apparire in continuazione su blog e social network, confidando solo sul valore della parola e sulla profondità umana ed esistenziale che

questa ha generato. La verità è che le poesie di Sabbatini ci mostrano una scrittura limpida e chiara, che ha profondamente assimilato la lezione dei grandi autori italiani, russi, francesi, inglesi del Novecento. Ne sono testimonianza gli esergo e le note ai piè di pagina, che rendono conto di letture vaste che lungi dall’essersi fermate al piano della cultura, hanno nutrito uno spirito attento e pieno di vita. Il risultato è una poesia onesta, il cui tema intimista ed esistenziale, di certo dominante nelle due raccolte, si fa subito paradigma del mondo e della contemporaneità. Sabbatini non osserva, non canta, non descrive, piuttosto vive dall’interno le intensità, le delusioni, le contraddizioni di una realtà della quale percepisce lo scarto inevitabile con il proprio essere poeta: “ed io lascerò parlare il tuo nudo sguardo/ per non sentirmi più// fuori posto// in un mondo che taglia i sogni/ e riduce tutto// nello spazio di un momento.” Dietro la scrivania, il monitor di un computer, la pila di documenti si nascondono la fascinazione del sogno, la scintilla dell’incontro che si incendia di eros e di immaginazione, la scheggia tagliente della poesia. Si tratta di una consapevolezza del corpo e dello spirito che sembra fare da contrappunto al senso di irrealtà, solitudine e incompiutezza che braccano questi versi, fino a portare chi legge in un luogo dove il desiderio puro, il magma dell’inconscio e del primordio sembrano dominare la scrittura. Si veda, dal punto di vista semantico, l’uso insistito di termini riferiti all’ acqua: pioggia, palude, mare, ruscello, onde sono elementi che ci portano all’origine della vita, all’acqua del parto, e che la poetessa riesce mescolare nel ‘bicchiere’, nella forma della poesia. Sorprende come questa materia magmatica sia perfettamente padroneggiata da Sabbatini, la quale mostra di avere maturità di scrittura, controllo dei mezzi espressivi, abilità metrica. Endecasillabi e settenari si alternano al verso libero, con una semplicità e una freschezza sorgiva che ci regalano una poetessa carica di umanissimo struggimento.

Profumo d’oriente Lungo le strade con ingordigia ho respirato i versi del tuo desiderio. Ora ricordo quel languore sbocciato dall’intimità delle mani. Come sei lontano e perso una lacrima nell’oceano porto dentro e quel profumo d’oriente che solo tu mi davi.

Bellissimo Baudelaire Quel venerdì pieno di vento ho srotolato gomitoli di singhiozzi nel difficile addio e tutto ancora è da superare mentre aspetto – acquario d’ansie il tuo ritorno. Non ci sono fantasmi lungo le nubi né cantano i sassi nella notte tranne il riso “tremendo” del bellissimo Baudelaire sulla foto murale a farmi compagnia.


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Nd genn 2014  
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