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Is Landscape Architecture a Useful or dispensable profession? Prof. Cristina Castel-Branco

Progetti di Paesaggio Il giardino siciliano Adela Buscemi

Energia e costi ambientali verso nuove utopie? Almo Farina & Nadia Pieretti


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Direttore responsabile: Alessandra Borghini Casa Editrice e sede della rivista: ETS, P.za Carrara 16/19, Pisa Legale rappresentante Casa Editrice: Mirella Mannucci Borghini Presidente redazione e proprietario sito online: Enrico Falqui, via Lamarmora 38, Firenze Iscritta al Registro della stampa al Tribunale di Pisa n° 612/2012, periodico bimestrale, 7/12 “Network in Progress”

ISSN 2281-1176 Responsabile editoriale: Stella Verin Editing e grafica: Valerio Massaro

Contatti

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Concept copertina: Valerio Massaro


Contents EDITORIALE

Energia e costi ambientali verso nuove utopie? Almo Farina & Nadia Pieretti

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Is Landscape Architecture a Useful or dispensable profession?

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APPasseggio: la cultura della passeggiata la passeggiata della cultura Archeologia industriale e street art nel quartiere Ostiense di Roma

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Progetti di Paesaggio Il giardino siciliano

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Prof. Cristina Castel-Branco

di Maria Teresa Natale

Adela Buscemi

Adotta un’aiuola: considerare il proprio territorio il primo bene comune

Un’esperienza di cittadinanza attiva e tutela del verde pubblico portata avanti a Sarteano (SI)

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di Mattia Nocchi

RECENSIONI: il libro

Il paesaggio nella panificazione territoriale di Guido Ferrara e Giuliana Campioni

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Francesca Calamita

RECENSIONI: l’evento LABORATORINMOSTRA_Idee e progetti per la città in fieri Facoltà di Architettura di Firenze di Antonio Capestro

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PhotoStory Quello che viene mostrato in queste fotografie è un luogo in disuso: un luogo senza più una funzione; fuori dalla città e dalla memoria anche se in una posizione centralissima. I luoghi del “disuso” fiorentino sono molteplici e tutti caratterizzati da dimensioni più che generose; sono una rete di spazi, una città nella città ai margini della percezione dei cittadini. Questi spazi sono sempre in grado di stuzzicare l’immaginazione per tutte le possibilità che potrebbero offrire se recuperati, ma pochi di loro sorprendono per qualità architettonica, bellezza e storia. Alcuni di questi luoghi sono dei gioielli dimenticati, è il caso del Cimitero de’ Pinti. Una volta che ci si trova al suo interno, si ha come la percezione di un tempo che si è fermato, il tempo dello spazio che circonda e che mantiene ancora dopo duecentosessantacinque anni quella maestosità creata dal Veraci, il progettista di questo luogo di riposo. Ma poi l’occhio smette di vedere, e guarda: i muri sbrecciati, le lapidi spaccate e affossate, i monumenti funebri rovinati, i camminamenti e i soffitti semi crollati, affreschi deteriorati, una sepoltura in toto dello spazio fisico che ci circonda. Al margine della strada di collegamento tra Firenze e Fiesole molto vicino alla Porta Pinti (oggi non più esistente), si erge questa memoria storica, che dal 1747, venne usato come cimitero per l’ospedale di Santa Maria Nuova, al fine di ospitare persone sconosciute o non richieste dai parenti, i cui scheletri spesso venivano usati per gli studi di anatomia. Nel 1837 invece, la Compagnia della Misericordia ottenne in concessione tutta l’area, e fino al 1898, anno della sua dismissione. E’ singolare la definizione che viene data del cimitero de’ Pinti nei documenti amministrativi: “in disuso”, e ciò implica, per norma, una manutenzione ordinaria e straordinaria, conservazione, restauro e risanamento conservativo del complesso (art. 4-5 del Piano di Settore Cimiteriale del Comune di Firenze). DATI GENERALI INDIRIZZO: USO ORIGINARIO: DATAZIONE: DATA DI DISMISSIONE: SUPERFICIE:

via degli artisti, Firenze Cimitero 1747 1898 8.000 mq

Arianna Anichini,Valerio Massaro

(in collaborazione con Annalisa Biondi, Annalisa Cataldi, Associazione Verdiana Network)

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Rubrica

L’Architettura che mi piace L’Architettura che non mi piace

Di Maria Teresa Idone

Waterfront Toronto Non è una novità che l’architettura negli ultimi tempi si sia occupata di ridisegnare il waterfront delle grandi città, spesso occupati da aree industriali e snodi infrastrutturali pesanti, con l’obiettivo di riconsegnare alla popolazione questi spazi e farne occasione per riconfigurare gli assetti della città. Da questo punto di vista il Waterfront di Toronto può essere considerato un progetto interessante sia per i risultati raggiunti che per la procedura messa in atto. L’intervento nasce quasi vent’anni fa – in occasione della candidatura della città ad ospitare i Giochi Olimpici del 2008 – con l’intento di farne uno strumento di pianificazione a lungo termine. L’efficienza e la sostenibilità del progetto si misura a più livelli, a partire dalle consultazioni pubbliche e dai concorsi internazionali attivati, per comprendere poi la realizzazione di edilizia ad alte prestazioni energetiche, di destinazioni pubbliche e residenza sociale, grandi aree verdi, mobilità leggera e non inquinante all’interno di un sistema integrato di trasporti, e l’uso di tecniche per lo smaltimento e la purificazione delle acque e del suolo. Un’operazione che mettendo in gioco istanze sociali, ambientali ed economiche conferisce alla città un’immagine che non è solo fatta di luci e grattacieli. Per approfondimenti: http://www.waterfrontoronto.ca/


PhotoStory

foto di Valerio Massaro


EDITORIALE

Energia e costi ambientali verso nuove utopie? Almo Farina & Nadia Pieretti

Dipartimento di Scienze di Base e Fondamenti – Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”

Il fabbisogno energetico della maggior parte delle società umane è in continua espansione per effetto di un’accresciuta produzione di beni e servizi. Ciò è in perfetto allineamento con l’attuale modello economico di sviluppo che richiede un’ininterrotta disponibilità di beni e di servizi per mantenere la propria struttura ed efficienza. Tutto questo produce significative deviazioni dai bilanci naturali e contrasta ampiamente col modello ecologico delle dinamiche ecosistemiche che prevede la crescita di un sistema solamente entro la capacità portante del sistema stesso. La distanza energetico-funzionale tra questi due modelli (ecologico versus economico) determina effetti che sono oggi sempre più evidenti ed inconfutabili. Ci riferiamo ai cambiamenti climatici (eventi estremi, desertificazione, riscaldamento degli oceani, spostamento di areali di specie, etc.) e dell’associata irreversibile riduzione della diversità biologica (e.g. estinzioni, impoverimento del pool genico, etc.). La domanda di energia incoraggiata da politiche mirate, si è spostata in questi ultimi decenni da fonti non rinnovabili (carbone, 7


petrolio, gas) a energie rinnovabili (idrico, solare, eolico e da biomasse) poiché considerate a più basso impatto ambientale e quindi più sostenibili. Gli effetti dell’uso di energia prodotta per combustione si sono manifestati in tempi relativamente lunghi ed hanno avuto un grosso impatto soprattutto sulle dinamiche ecosistemiche determinando, per esempio, il deterioramento della salute degli organismi per inquinamento dell’aria, dei suoli e delle acque. Tuttavia, la messa in opera delle strutture per estrarre energia da fonti rinnovabili, quali coperture a terra di panelli solari, “foreste” di impianti eolici e deviazioni di corsi d’acqua a regime torrentizio, può portare a modificazioni immediate dei paesaggi spesso non facilmente mitigabili come qui di seguito riportati: - l’impianto di mini centrali elettriche riduce le funzionalità idriche dei corsi d’acqua con effetti sulla qualità delle acque, sulla loro capacità di diluire gli inquinanti e sulla loro capacità di sostenere una diversità biologica essenziale al buon funzionamento anche dei sistemi terrestri adiacenti. - l’impianto di pale eoliche ha già dimostrato la severità dei suoi effetti sulle popolazioni migratorie di uccelli e sull’inquinamento acustico delle acque lungo la piattaforma continentale. - l’impianto di centrali fotovoltaiche determina una “silicizzazione” dei suoli paragonabile alla urbanizzazione tradizionale con sottrazione di grandi superfici all’uso agro-silvo-pastorale dei suoli, comportando inoltre modifiche irreversibili di struttura e dinamica dei suoli agrari. - l’uso di combustibile da biomasse (per esempio da canna da zucchero) vede la trasformazione dei suoli agricoli in monocolture che andranno a sottrarre superfici coltivabili alle fasce più povere della popolazione e alla probabile deforestazione (in aree tropicali e sub-tropicali) alla ricerca di nuovi suoli da mettere a coltura. Il quadro che si delinea all’orizzonte è a dir poco preoccupante e chiaramente ci sug8

gerisce che non si può rimediare al fabbisogno energetico crescente confidando sulla rinnovabilità delle risorse energetiche, perché se è pur vero che queste energie ci derivano principalmente dal sole, le tecniche e le metodologie per ottenerle non sono affatto “rinnovabili” e sostenibili. Da un siffatto scenario ne deriva una considerazione che potrebbe apparire utopica ma a nostro avviso assolutamente urgente: l’unica strada percorribile per non compromettere ulteriormente il quadro ambientale globale impone il cambiamento del modello economico di riferimento, sebbene questo richieda tempi lunghi per la sua realizzazione. E’ comunque importante che il mondo scientifico inizi a riflettere su questo per poter dare spendibili suggerimenti al mondo dei decision makers. In questo ci viene in aiuto il modello ecosistemico così come a suo tempo ipotizzato da Eugene P. Odum (1971) e successivamente validato da un’impressionante mole di evidenze scientifiche. Struttura, organizzazione e funzionamento di un ecosistema dovrebbero essere considerati le basi di riferimento per costruire un nuovo modello economico per le società umane, dove la capacità portante di un sistema (locale) viene assunta come misura dei limiti dello sviluppo. A completamento di questa prospettiva ci viene in aiuto l’integrazione a scale opportune dei due modelli socio-ecologici dell’Empty e del Full World a suo tempo discussi da Farina et al. (2002). In particolare, il modello dell’Empty World prevede un uso di tutte le risorse di una nazione secondo criteri economicistici, facendo salva una parte minoritaria del territorio che viene consacrata ad aree naturali di rispetto integrale (parchi nazionali e aree protette a vario titolo). Questo modello, da tempo adottato negli U.S.A., è stato importato recentemente anche in Europa con scarsi risultati imputabili alla mancanza di aree naturali non modificate dalla presenza dell’uomo. Per contro, il modello del Full World pre-


vede un rapporto coevolutivo tra società umane e ambienti naturali dove la natura è vista non come un’entità da sfruttare o da proteggere ma come un’entità con cui l’uomo interagisce con meccanismi culturali ad elevato contenuto informativo/resiliente, tali da garantire la preservazione delle risorse. Questi due modelli, descritti originariamente come antagonisti, potrebbero essere efficacemente integrati al fine di produrre la migliore gestione delle risorse naturali e la conservazione della diversità biologica. La nostra proposta è, infatti, quella di adottare a scala locale il modello dell’Empty World in modo da garantire il mantenimento delle principali funzioni ecosistemiche. Il passaggio ad una scala areale superiore delle realtà locali di Empty Word determinerà la loro aggregazione esprimibile dal modello di Full World, come più avanti spiegato in dettaglio. Il modello dell’Empty World, rivisitato in termini di mitigazione dell’impatto sull’ambiente, sembra infatti ottimale a scala locale, e la giustappostizione spaziale di questi elementi andrà a costruire a macroscala un modello di Full World, dove non esiste la concentrazione di sistemi ad elevato consumo energetico ma una diffusa distribuzione di elementi naturali associati ad elementi antropici. Per fare questo diventa essenziale esaltare il Capitale Sociale e quindi poter creare società complesse. Queste società dovrebbero essere capaci di rapportarsi meglio con i processi ecosistemici e di trovare quel necessario trade-off capace di mantenere stabilmente società attive sul territorio senza eccessive rarefazioni per emigrazione o sovraffollamenti per urbanizzazione. Sappiamo che oggi il modello economico che ci sta guidando purtroppo da una crisi socio-economica ad un’altra induce la crescente urbanizzazione di masse rurali con un crescente abbandono dei territori agricoli, e conseguente rischio di spoliazione delle risorse naturali. La gestione responsabile e locale delle risorse previsto dal modello Empty World a

scala locale può diventare il modello vincente per favorire l’integrazione sociale, il rafforzamento delle identità necessarie per conservare la maggior parte delle emergenze ambientali e culturali di un luogo. L’integrazione sociale significa valorizzare i rapporti all’interno delle popolazioni locali attraverso la definizione di ruoli e di responsabilità per la gestione dei territori. Una volta che ogni società locale avrà raggiunto il più elevato valore del capitale sociale ciò comporterà benefici che ricadranno sia sul capitale umano che su quello naturale. Per raggiungere questi obiettivi si rende necessaria una profonda azione educativa, capace di introdurre nuovi paradigmi per lo sviluppo sostenibile. Per questo scopo i principi ispiratori della Landscape Ecology appaiono molto promettenti (e.g. Turner 2005). Infatti la Landscape Ecology da tempo ha evidenziato come la frammentazione dei paesaggi assuma una crescente importanza per la conservazione dei processi ecosistemici e che questa frammentazione diventi l’effetto dominante di tutte le azioni legate all’industria dell’energia. L’organizzazione di un territorio secondo un modello frattale, vede un Empty World che non è il prodotto finale ma una struttura iniziale che, per iterazioni, assume patterns riconducibili ad un modello Full World. Il modello dell’Empty World è di fatto costruito utilizzando i principi della Landscape Ecology (quali aree buffer, ecotoni, stepping stones o linear corridors) che consentono di mitigare le azioni umane alle scale più raffinate in cui questo processo avviene. Ma tutto questo può essere tradotto nelle politiche locali a condizione che esistano società sensibili al tema, società quindi che possano esprimere classi politiche adeguate a guidare i processi dello sviluppo sostenibile e non della “crescita sostenibile” che vista da vicino appare più un ossimoro che un concetto spendibile. Le recenti crisi economiche che lasciano sul terreno società stremate e senza prospettive diventano il più efficace indicatore di un mal-funzionamento e quindi di un 9


mal-essere delle società moderne. Queste hanno recentemente scoperto che il loro well-being non può più essere assicurato dal solo tornaconto economico che inevitabilmente fa aumentare in maniera esponenziale la fragilità dei modelli politici e dei modelli sociali che lo hanno espresso. Trovare un nuovo modello sociale capace di assicurare il ben-essere alle diverse società potrebbe sembrare un’utopia, ma un’azione a forte connotazione locale potrebbe dare le risposte alle problematiche sollevate da una società post- industriale. Infatti, la scala locale è la scala delle più dirette interazioni e conflitti tra uomo e natura. La sfera sociale raramente viene considerata nei processi ecologici ma i modelli con cui si interviene in natura derivano dai meccanismi sociali messi in campo. Per questo i modelli sociali dovrebbero essere privilegiati in qualsiasi azione che viene a determinarsi in ambienti dominati dall’uomo. Pertanto con questo contributo intendiamo sottolineare la necessità di lavorare prioritariamente sulla sfera sociale prima occuparci della sfera ambientale sensu stricto. Per esempio, una legislazione vincolistica non è quasi mai la soluzione ai problemi ambientali ma un rimedio temporaneo dei guasti prodotti dal sistema economico dominante. Una società senza un progetto sociale de10

grada rapidamente in una semplice aggregazione di persone. Per questo diventa importante anteporre un robusto modello sociale ad ogni tentativo di planning ambientale. Senza un modello sociale locale non è possibile gestire un qualsiasi territorio. Infatti, da tempo è stato verificato il fallimento della protezione ambientale calata dall’alto associata a normative e regolamenti frutto di modelli gestionali non locali. Le regioni che più hanno subito un degrado ambientale sono proprio quelle in cui il modello sociale si è impoverito nel tempo o non è stato sufficientemente implementato. Così, per esempio, è auspicabile che un modello sociale debba passare dalla conservazione e valorizzazione delle lingue locali che rappresentano la più importante memoria degli usi di un territorio (Otero et al. 2013). Il loro perdurare è senz’altro il più importante baluardo al mantenimento del ben-essere delle popolazioni e della complessità ecosistemica in cui sono inserite. Infatti la complessità e ricchezza di una lingua scaturiscono da una profonda conoscenza della storia naturale di un luogo e delle risorse potenziali o reali che possono essere estratte in maniera sostenibile. La mancanza di efficaci modelli sociali impone oggi un lavoro di preparazione di nuovi modelli basati sulla conservazione


delle risorse e sull’educazione alla conservazione delle risorse ed al loro uso sostenibile. Costruire un modello sociale prevede differenti fasi di messa a punto di strategie che attraverso una opportuna sperimentazione consentano di avvicinarsi ad azioni di best practice. Questi modelli locali non devono apparire come una apologia dell’autarchia ma come una realizzazione dei migliori rapporti tra popolazioni umane e sistemi naturali. Il modello sociale deve quindi tener conto delle differenze o delle somiglianze con aree adiacenti. La formazione di cluster di modelli sociali simili non deve quindi essere il risultato di una politica eteropoietica ma il risultato di somiglianze empiriche derivanti dalle espressioni territoriali. In questo modo possono essere delimitate socio-regioni che alla fine dovrebbero coincidere con le eco-regioni per una gran parte de fattori considerati. Non è stato un caso che i paesaggi culturali rilevanti come le colline del Chianti o Le Cinque Terre siano il risultato di un modello sociale molto stabile che è sopravvissuto ai cambiamenti epocali delle regioni circostanti. Peculiarità ambientali e peculiarità sociali non possono essere scollegate, non possiamo pensare che i vigneti terrazzati delle Cinque Terre siano il risultato solo dell’azione del mare o del tipo di suoli, per contro appare chiara la forza del modello sociale che si è “innestato” su un ambiente trasformandolo e rendendolo unico. L’organizzazione sociale considera l’energia disponibile in un territorio elemento primario e, accettando il localismo delle azioni previsto dal modello di Empty World, diventa logico pensare che l’energia locale sia un costrittore non secondario che ha guidato questa organizzazione. Non è un caso che la polverizzazione delle proprietà terriere che si osserva in montagna derivi direttamente da un attento uso delle risorse “alimentari” e, quindi, “energetiche”. Uno dei maggiori problemi che abbiamo

di fronte è dato dalla scomparsa di molti modelli sociali sostituiti da modelli urbani che sono stati esportati anche in aree rurali. Lavorare ai modelli sociali, significa riscoprire valori o costruirne di nuovi, e ciò non è un’operazione di breve periodo ma richiede molta applicazione e costanza. Ciò significa investire in educazione che non sia solo confinata alla dimensione temporale della scolarizzazione ordinaria, ma bensì estesa nel tempo a vasti settori sociali, attraverso il recupero della conoscenza e di azioni progettuali a forte contenuto innovativo in una prospettiva di lungo termine.

Bibliografia Farina, A. Johnson, A.R., Turner, S.J., Belgrano, A. 2002 - “Full” world versus “empty” world at the time of globalisation. Ecological Economics 45: 11-18. Odum E.P., 1971. Fundamental of ecology. Philadelphia: W.B Sounders. Otero, I., Boada, M., Tabara, J.D., 2013. Social-ecological heritage and the conservation Mediterranean landscapes under global change. A case study in Olzinelles (Catalonia). Land Use Policy 30 (1), 25–37. Turner, M.G. 2005 – Landscape Ecology : What Is the State of the Science? Annu. Rev. Ecol. Evol. Syst. 2005. 36:319–44

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foto di Valerio Massaro


Is Landscape Architecture a Useful or dispensable profession? Prof. Cristina Castel-Branco

Technical University of Lisbon - Instituto Superior de Agronomia

To answer the title’s question we try to analyse the scope of the Landscape Architecture profession today, and how we are preparing students for the market. To recall the scope of the profession in a nutshell we bring about three seminal books with inspiring titles for Landscape Architecture and for its professional practice during the 70’s and up to the end of 20th century: • Design With Nature (Ian Mc HARG, 1969): The title is a poetic definition of the professional scope of landscape architecture but the book is a powerful and very useful manual for Landscape architecture. • Design With Climate ( Victor OLGYAY, 1963): Integrating climate into the design of outdoor spaces is an important issue for landscape architecture practice. • Design for Human Ecosystems (John LYLE, 1985): Innovative proposals to apply landscape ecology principles into design for human settlements, contrast with the on going paradigm of 20th century use of resources by human activities. 13


Jardim Botânico da Ajuda, Lisbon 1768.

The first title was written by a landscape architect in full practice and well prepared by the American school of landscape architecture (the oldest in the world) to respond to the need of design, taking into account the natural processes. “Ian L. McHarg (1920-2001) wrote Design with Nature. It is probably the single most influential book in the field of landscape planning. In it he outlines ways in which natural processes can guide development. The book includes several projects at several scales […]McHarg and his colleagues recognized that there were many possible

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patterns of development. They knew that you don’t make just one plan. It is better to make several plans and compare them to help decide which is best. Development was not proposed on the bottomland, so that agriculture could be protected, and not on steep slopes or on hilltops. Development was distributed in compact groups on the gentler slopes and uplands. McHarg understood the relationships between landscape, engineering, the sciences, and development.[…]” Since the dawn of the profession with Olmstead, design in collaboration with the natural processes is part of landscape architecture but Ian McHarg made it clear and disseminated it. The second book was written by a geographer who supports his proposals of outdoor comfort by measuring factors such as temperature, humidity, shade, and wind and proposes intervals for the human body comfort out doors. The results of his research are of upmost importance for landscape architecture design since the goal of this kind of architecture is to keep people out door within intervals of comfort.


Millenium park in Chicago photo 2005.

While the first and second book were written as a product of the 20th century, in full expansion of the human activities supported by growth and based on strong financial investments, the third book is an alert for the end of that “golden age” and a proposal for a different paradigm of human life on Earth, where consumerism and financial stability will undergo a drastic reduction. It is written by a scholar and teacher who explored methods of designing landscape that function in the sustainable ways of natural ecosystems and presents how the paradigm of human communities can be changed. It is both a message and a challenge for practitioners in landscape planning and outdoor projects, it opens doors to the 21st century anticipating the current ecological design thinking. The education of a Landscape architect is therefore based on the knowledge of the natural processes (Soil science, Botany, Hydrology, Hydraulics, climatology and geology) and at the same time the design and the project processes and techniques. Landscape architecture is a multidisciplinary profession that combines and synthesizes other bodies of knowledge: engineering and architecture, soil science, hydrology, botany, climatology, geography, arts, and social sciences and it stands at the crossroad of other professions BUT… Other professions consider they can perform the work of landscape archi-

tecture without the preparation of science and art. Their combination, we believe, is indispensable to perform the job. Presently and because the name is the same and because there are much more architects in the market than landscape architects prepared with scientific knowledge, many projects to design outdoor spaces come from clients who contact an architect. The architect simply requests some support from an agronomists or botanist for the selection of plants and forgets about drainage and irrigation or shade and comfort. In other situations clients who want to make a garden, contact agronomists who know about soils, plants and water, but discard the aesthetic preparation or ask some help from a designer or an architect to fill the gap. Etc …etc. Landscape Architecture is a synthesis profession but a landscape architect knows less of each professional area that it integrates. Other professions let believe they can do outdoor project/landscape planning better than Landscape Architects and decisionmakers believe they can do without them. In their eyes, landscape architects have become a dispensable profession. Two weak points of Landscape Architects professionals are the source of this misleading process; the slow results of the landscape architecture work (plants take long to reach the beauty of maturity), it is a long rewarding process, and also they don’t lob15


by well. So everyday they loose work for which they are prepared by education and that should be reaching their offices. The regulatory process that defended the use of this new profession did not work. New professions or new products used to be protected by governments and barriers were raised against competition, to help launching a new profession or a new product. During the 40’s, this new profession was born in Portugal and started its body of knowledge in the Instituto Superior de Agronomia led by Prof. Caldeira Cabral, who as a pioneer started in 1942 professional practice, research and teaching to create more landscape architects. 70 years have passed and the profession is not well rooted in the working market. If we compare with other professions, we will find during the 30’s the Instituto for Economic and Financing Sciences being created. The economists were then born and they became indispensable to society during the 20th century. Economists have occupied a professional space between Engineers and Lawyers and it is not possible now to develop any business without an economist. Through merit and the help of a regulatory process they became indispensable. Unfortunately Landscape Architecture has not achieved that level and missed the regulatory battle. While we were preparing the new professionals during the 50’s, 60’s and 70’s, no law required the specific know how of landscape architecture to perform the job. There has been no Regulatory protection or stimulus to Landscape Architecture and as a matter of fact there was a fierce opposition from architects, engineers, agronomists and geographers to a clear definition of this new professional ground and responsibility of landscape architects (L.A.) who therefore lost the battle of being socially indispensible and regulatorily needed. Let’s look at the present situation, if L.A.’s still believe they are useful…in what are they different from others and indispensable to society? The 20th century civilization lines of professional thought and 16

development followed 3 orientations that can be synthesized as follows. 1- Research and teach one subject and go indepthin-depth; separated teaching and specialisation in each area of knowledge. 2- Divide knowledge: complete division of scientific and artistic production. 3- Challenge Nature: Man had never challenged Nature so rudely as in the 20th century. Since its origins and because of its hybrid nature, landscape architecture principles OPPOSED these three principles and criticized them. Two new but quite different trends developed within the profession of L.A.: 1.Teaching and education includes knowledge of various areas (botany, and design, hydraulics and history of garden art, aesthetics, Geographic Information Systems and drawing) L.A. are not specialists and educators try to prepare students to become multidisciplinary professionals. Where do they make the difference? 2. Landscape architecture is a fusion of art and sciences.L.A.’s use the scientific/ ecological knowledge to activate the creative effusion, their scientific thoughts nurture the artistic production and viceversa. The right side and the left side of

Roger Sperry, Nobel prize in 1981 “The dual nature of human thinking: LEFT, verbal analytic thinking: SCIENCE RIGHT, visual, perceptual thinking: ART


the brain, combine the art and design that follows the natural processes. With all this counter-current attitude L.A became pioneers for the change of values of the 21st century, specially in respect to Nature and its resources and its aesthetic and inspirational quality. L.A. do not abuse and challenge the natural processes …they design with them. L.A have a multidisciplinary language that incorporates other bodies of knowledge, to design and manage the outdoor space and multidisciplinarity has gained adepts. What are L.A. missing? L.A.’s work doesn’t challenge the Gods like the architects’ works, because it must interact with Nature, wait for time to reach maturity and follow the slow rhythm of Nature. The work of the landscape architect must submit to the Gods and the more they know the rules of Nature, the better they design and create durable work ... though always slow to reach its full beauty. The lack of promotion is probably the main cause of the public perception of the usefulness of landscape architects. In the teaching world Landscape architecture somehow opposes the other professions instead of fostering and attracting them into the realm of the Landscape Architecture body of knowledge. What can L.A. do to avoid extinction? 1- Use the trend of ecology to promote the

profession. We know about Nature and how to design with Nature, Climate and Human ecosystems. Sell our product to opinion makers as art and ecology. 2. Change our public message to “landscape architects know how to design in the landscape without disrupting it”. 3. Convince opinion makers (those who determine if objects are art or not) that their work is also art and belongs to the real of aesthetic emotions. 4. Use the opportunity of the new Bologna teaching system, welcoming other professions and adjust teaching in order to create a “specialization” in landscape that completes other educations in Geography or Forestry, Architecture or environmental Engineering. Keeping the specificity of an hybrid education of arts and sciences. 5. Open the cross roads of Landscape Architecture and as an European profession, win the battle of the regulatory indispensability of Landscape Architecture to defend the quality of landscapes ( European Landscape Convention) as a synthesis profession prepared to act on the land with responsibility and multidisciplinary knowledge. Namely in urban and regional planning. Avoid the bypass and re-invent the cross road!

.Landscape architects design with nature and create art Quinta Patino photo 2006 project by ACB Lda

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foto di Valerio Massaro


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foto di Valerio Massaro


APPasseggio:

la cultura della passeggiata la passeggiata della cultura

Archeologia industriale e street art nel quartiere Ostiense di Roma di Maria Teresa Natale

Free lance, esperta di tematiche legate alla digitalizzazione del patrimonio culturale, all’editoria, al turismo culturale e alla progettazione europea, dai primi anni Ottanta collabora con numerose istituzioni

Appasseggio (www.appasseggio.it) è un’iniziativa avviata a febbraio 2012 su iniziativa dell’Associazione culturale GoTellGo. Il progetto ha l’obiettivo di incoraggiare l’attività del “passeggio urbano” e del “trekking extraurbano” come momento di svago e di attività ricreativa all’aria aperta, da soli o in compagnia, ma anche come occasione e opportunità di incremento delle proprie conoscenze e del proprio sapere rispetto alla storia passata e recente dei luoghi e dei territori nella loro declinazione più ampia. Ambienti urbani e territori da capire percorrendoli a piedi o in bicicletta al ritmo degli uomini che li hanno costruiti e antropizzati nei secoli. Ambienti urbani e territori che si propongono a residenti e visitatori come luoghi salutari, dove coltivare il benessere della mente, dello spirito e del fisico. Il progetto rientra nei principi espressi dalla International Charter of walking (http://firmiamo.it/aderisci-alla-carta-internazionaledel-cammino) per creare comunità sane, efficienti e sostenibili dove chiunque possa liberamente scegliere di camminare. 21


I camminatori (i cosiddetti GoWalkers nel network di Appasseggio) possono usufruire di alcuni strumenti a supporto delle passeggiate: i roadbook: schede scaricabili gratuitamente dal sito web di progetto che illustrano, secondo uno schema precostituito di facile consultazione, gli itinerari culturali proposti; l’applicazione gratuita APPasseggio, scaricabile dall’AppleStore e presto disponibile anche su Android. Con l’ausilio di quest’App, il GoWalker può fruire di itinerari culturali (storici, archeologici, artistici, letterari, etnografici ...) individuati e descritti da una redazione qualificata. Ogni itinerario è diviso in punti d’interesse geolocalizzati associati a contenuti digitali da fruire prima, durante e dopo la passeggiata (audioguide, interviste, narrazioni, letture, brani musicali,

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filmati, immagini...). Nello spirito del progetto, lo scorso 14 ottobre, in occasione della Giornata nazionale del camminare, GoTellGo ha organizzato una serie di “passeggiate chiacchierate” in aree poco note della capitale. Particolarmente stimolante è stata la camminata nel Quartiere Ostiense che ha visto una trentina di GoWalkers esplorare le strade del quartiere e scoprire testimonianze di archeologia industriale e urban art. La passeggiata è stata realizzata in collaborazione con Lascia il segno, il più grande museo virtuale italiano di street art, curato da non artisti. Dalla Piramide alla Basilica di San Paolo, il quartiere ostiense con le grandi strutture industriali dismesse d’inizio Novecento – dai mercati generali ai gazometri, dai magazzini generali alla centrale elettrica, dal porto fluviale alla vecchia dogana – costituisce oggi una delle aree più frequentate dalla cultura underground romana. Tutta l’area ospita opere di importanti street artists italiani e stranieri realizzate in occasione di un festival annuale di arte urbana. Qua e là, non è inusuale trovare testimonianze di street art illegale – poster, stencil, sticker – spesso piccoli capolavori densi di significato. In via delle Conce, sul muro esterno della storica fabbrica di legnami Blasi, il gruppo si è soffermato a lungo davanti al lungo murale del brasiliano Herbert Baglione che ha voluto riprodurre la relazione conflittuale tra l’uomo e la città attraverso figurazioni scarne in bianco e nero e tratteggi curvilinei. L’opera ha anche ispirato il cortometraggio “La principessa sul muro” (http:// www.dailymotion.com/video/xt8qad_


la-principessa-sul-muro_shortfilms#. UKShc2eN6So ), secondo classificato al concorso “Mamma Roma e i suoi quartieri 2012” dell’Isola del Cinema, che aveva per protagonisti i luoghi e i personaggi delle opere di street art del quartiere, via via individuate dai GoWalkers durante il percoso. Tra queste, ad esempio, il “Nuotatore” dell’ illustratore Agostino Iacurci, che ricopre l’intero palazzo sede della storica pescheria ostiense. I camminatori si sono incuriositi di fronte a un’anonima installazione rossa delle artiste Maria Carmela Milano e Federica Terracina, un’opera di knit art che abbraccia l’edificio con le sue lunghe braccia un edificio d’angolo in via del Porto Fluviale, a simboleggiare il cuore e le arterie che crescono sui muri della città dove chi le vede può riflettere proprio su questo concetto.

In via dei Magazzini Generali è localizzato uno dei capolavori di arte urbana permanente capitolina, il “Muro della fama” di JB Rock, lungo 60 metri, che esalta i volti dei personaggi più o meno celebri che hanno segnato l’esistenza dell’artista e che si susseguono in ordine alfabetico (da Alighieri Dante a Zorro). Nei pressi del nuovo ponte che unisce i quartieri Ostiense e Garbatella si è parlato del Centro sociale anarchico Pirateria, sgomberato dopo 16 anni di occupazione da decine di blindati il 12 agosto 2011 e sulla cui pareti sono ancora visibili alcuni murali in bianco e nero risalenti al periodo di attività del centro, destinati a scomparire in breve tempo. Nell’ex area industriale di via Libetta sulle pareti delle Officine fotografiche, si staglia il grande murale in caratteri gotici dell’artista romano Brus, le cui radici affondano

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nel writing puro e nella ricerca calligrafica. I Gowalkers si sono lasciati di fronte al capolavoro murale con figure antropomorfe dipinte dallo spagnolo Borondo sulle due pareti dell’edificio che ospita il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Tre ore di camminata, al termine della quale i GoWalkers, nonostante non vi fosse stata nemmeno l’occasione per una “sosta cappuccino”, hanno dichiarato entusiasticamente di aver arricchito le proprie conoscenze in modo divertente e rilassante, ammettendo di aver appreso a leggere il paesaggio che ci circonda in modo nuovo. La passeggiata, del tutto informale e spontanea, è stata un vero e proprio “laboratorio collaborativo” dove chiunque era libero di aggiungere informazioni attingendo alle proprie conoscenze ed esperienze. Camminare/passeggiare, quindi, in quanto attività non sportiva, ma come pratica per vivere esperienze profonde di immersione nella cultura, come strumento di conoscenza, anti-stress, terapeutico.

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foto di Valerio Massaro


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foto di Valerio Massaro


Progetti di Paesaggio

Il giardino siciliano Adela Buscemi

Si puó parlare in Sicilia di evoluzione, innovazione, a partire dal progetto del giardino? Nonostante la tradizione del giardino venne introdotta nell’isola giá in epoca greca e nel corso del tempo il paesaggio siciliano si sia arricchito di giardini storici, aree naturali protette, un’infinita varietá di giardini privati per lo piú sconosciuti ed inaccessibili, non si é verificata la necessaria revisione e reinterpretazione né dell’idea di giardino, né piú in generale dell’idea di paesaggio. Eppure il giardino storico siciliano, testimone come nell’architettura della ricchezza culturale e stratificazione storica, può considerarsi senza dubbio patrimonio pubblico. In Europa, le nuove tendenze di disegno, l’innovazione tecnologica, la maggiore preoccupazione etica per il rispetto del medioambiente e lo sviluppo sostenibile, influenzano ed obbligano ad una riforma 27


dei distinti settori professionali in prima istanza, oltre che dell’idea di paesaggio nel senso piú ampio del termine. Certo é che se negli ultimi decenni nei paesi con maggior tradizione paesaggistica i fattori sociali e ambientali divengono elementi fondamentali nel progetto del giardino contemporaneo, in un momento in cui l’architettura vive un’epoca di grande crisi, espressione di immagini ed oggetti decontestualizzati, al progetto del paesaggio, sia esso urbano o naturale, si esige sempre piú una coerente risposta alle dinamiche di trasformazione. A partire da una rigorosa lettura analitica del territorio e dei meccanismi di sviluppo ed espansione urbana, sembra necessaria una nuova forma di intervento in cui il paesaggio non é piú inteso come elemento a sé stante, ma come base strutturante del divenire del territorio. Efficienza, ottimizzazione delle risorse, risparmio e riciclaggio, programmazione delle attivitá didattiche e di ricerca, sono

aspetti che influenzano sempre piú la progettazione, sottolinenando l’importanza di una trasversalitá disciplinare ed una rigorositá progettuale. Da queste premesse nasce in Sicilia il Parco Botanico RADICEPURA. Ubicato a Giarre, nella piccola frazione di S. Leonardello, il parco aspira a diventare un centro internazionale di diffusione della cultura della biodiversitá e del paesaggio. Un centro di ricerca che diventa testimone dell’attuale tendenza progettuale da una parte, piú compatibile con i processi che si svolgono in natura (affrontando la progettazione del giardino sulla base di presupposti essenzialmente biologici), dall’altra, piú attenta ai contenuti programmatici. Un progetto che promuove quindi la sperimentazione e la contemporaneitá negli usi, grazie alla realizzazione di un parco botanico di moderna concezione; un “giardino sostenibile”, luogo d’esposizione e vendita di piante autoctone e adattate, coordina-

Vista della grande serra multifunzionale che accoglie all’interno una collezione di piante tropicali

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I canali d’acua del giardino artificiale ed il giardino di piante acquatiche

to con il centro convegni ed il complesso monumentale della villa padronale di fine ‘700, spazi dedicati ad accogliere svariate attività di tipo scientifico, culturale, artistico o semplicemente di svago. In una zona fortemente relazionata con il proprio paesaggio, il progetto lavora prima di tutto sull’ immagine del parco come simbolo della cultura specifica del luogo. Con l’adeguata sensibilitá ambientale e architettonica, nel rispetto delle peculiaritá territoriali, si definisce cosí uno spazio che offra un’immagine di qualitá e la creazione di un servizio volto alla valorizzazione di un luogo in cui il paesaggio é presente. Su un’area agricola soggetta a vincolo paesaggistico, con una superficie complessiva di circa 4,5 ettari ed una giacitura leggermente declive, il progetto approfitta della buona orientazione del luogo, lavorando con il massimo rispetto della struttura paesaggistica che viene mantenuta e sottolineata, senza per questo rinunciare al suo carattere contemporaneo. Con tali premesse, il programma del parco botanico risponde alle richieste di una sempre maggiore attenzione all’aspetto sociale ed ambientale nella progettazione dello spazio pubblico contemporaneo; alla definizione di un programma studiato in modo tale da assicurare la massima flessi-

bilitá d’uso durante l’arco dell’intera giornata, permettendo il potenziamento della ricettivitá attraverso il recupero del patrimonio esistente e valorizzazione di una parte di territorio in forte crescita turistica, in un luogo in cui risulta necessario elevare il livello qualitativo dei servizi, resi dalle strutture ricettive. Il parco, somma di paesaggi differenti, ricrea in una scenografia naturale il territorio cambiante della Sicilia, in un luogo in cui le terrazze naturali, i muri di pietra, i canali d’acqua, i percorsi e gli spazi, seppur con usi differenziati, rendono moderno e valorizzano un territorio formatosi nel tempo. Il parco cosí, abbandonata la polverosa immagine di orto botanico inteso come luogo di collezione sistematica di piante, si scopre oggi come nuovo polo di attrazione, punto d’incontro per promuovere non solo l’emozione estetica nella natura, ma anche l’incontro sociale, le attivitá culturali (didattiche, espositive, pedagogiche, etc.) o semplicemente le iniziative che non escludono l’attivitá economica e turistica come motore di sviluppo del territorio. www.radicepura.com

29 foto di Vanessa Lastrucci


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foto di Vanessa Lastrucci


Schema percorsi pedonali Giardino Artificiale

Schema percorsi di servizio

Schema percorsi pedonali Giardino Naturale

Schema percorsi pedonali

Il parco si articola in due grandi aree: 1. Il giardino naturale: si articola lungo un percorso continuo in cui le piante vengono organizzate secondo un programma didattico specifico, volto a ricostruire gli “ambienti” di 6 paesaggi tipici dell'isola. I sei ambienti vengono scanditi da un sistema di canali d'acqua (culminanti in uno specchio d'acqua) e da piazzole, con un arredo minimo ed una segnaletica esplicativa relativa ad ogni ambiente 2. Il giardino artificiale, area multifunzionale cui le piante organizzate in collezioni singolari sono strutturate in: -Giardini effimeri volti a recuperare e reinterpretare l’immagine del giardino mediterraneo siciliano. -Giardini delle piante sperimentali dove é prevista la piantumazione di nuove specie botaniche. -Giardino delle piante acquatiche organizzate in un sistema di percorsi che permettono osservare collezioni di piante acuqatiche. -Giardino dell'innovazione espressione delle nuove tendenze in tema di innovazione tecnologica ed una maggiore attenzione verso i valori come il rispetto per il medioambiente e lo sviluppo sostenibile; efficienza, ottimizzazione delle risorse, risparmio e riciclaggio, programmazione delle attivitá sono aspetti che influenzano sempre piú la progettazione e che nel caso del progetto del parco, partecipano alla definizione di uno spazio pubblico di concezione moderna.

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foto di Valerio Massaro


Adotta un’aiuola: considerare il proprio territorio il primo bene comune Un’esperienza di cittadinanza attiva e tutela del verde pubblico portata avanti a Sarteano (SI) di Mattia Nocchi

giornalista, consigliere comunale

Certe volte le rivoluzioni culturali, anche piccole, iniziano dal basso, nel nostro caso dalla terra. Il progetto “adotta un’aiuola” è un progetto di cittadinanza attiva portato avanti dalla nuova amministrazione di Sarteano (SI), che prevede di concedere la manutenzione e la gestione di spazi verdi pubblici (dalla semplice fioriera, ad interi parchi), alla cittadinanza, con l’obiettivo di aumentare il senso civico della propria comunità, migliorare la cura del verde pubblico, cambiare la prospettiva dei cittadini sul paesaggio urbano e sull’identità della propria comunità. Il verde pubblico, un parco, una strada, un’aiuola, ovvero lo spazio che i cittadini condividono tutti i giorni, è loro a tutti gli effetti, ed è il primo bene comune da tutelare e migliorare. Sarteano è un piccolo paese della provincia di Siena (poco meno di 5000 abitanti), territorio magnifico a cavallo tra la Val 33


d’Orcia e la Val di Chiana. Si tratta di una comunità animata da grandi energie: oltre 30 associazioni impegnate nello sport, nella cultura e nel sociale. Una vivace scena teatrale, musicale, di rievocazione storica con le cinque contrade e la Giostra del Saracino. Insomma un terreno fertile, interconnesso, che rende potenzialmente più semplice, rispetto ad una grande città, questo tipo di percorso di stretta condivisione tra amministrazione e cittadini. Pochi mesi fa, il giovane Sindaco Francesco Landi (34 anni, eletto a maggio 2012 in una coalizione di Centrosinistra) ha rivolto ai cittadini l’invito ad “adottare un’aiuola”: gestire concretamente uno spazio verde pubblico. Aziende, associazioni, semplici cittadini vengono invitati a scegliere lo spazio verde o i giardini che preferiscono, con l’impegno di accudirli. Si tratta di un momento di grande difficoltà economica anche per gli enti pubblici, con sempre meno operai addetti alla manutenzione, e l’amministrazione può scegliere di limitarsi a gestire quello che ha già in carico, oppure può chiedere alla cittadinanza di partecipare per migliorare il proprio territorio. La risposta è stata immediata e straordinaria.

te i confini del proprio giardino privato e, nei fatti, aumentare l’effettiva qualità della vita e la bellezza del territorio. Secondo: i “proprietari” di ogni aiuola sono in qualche modo premiati per il loro impegno attraverso una targa fornita dal Comune, con la grafica dell’artista sarteanese Giuseppe Ragazzini (collaborazioni con Avion Travel, Vinicio Capossela, Elisa, scenografo di “Quello che non ho” Fabio Fazio e Roberto Saviano, ecc.), con il nome della persona o dell’azienda, posizionata nello spazio prescelto. Si tratta di una vera e propria sponsorizzazione tesa a creare anche un ritorno economico e sociale per gli interessati. Inoltre è previsto

anche un concorso per l’aiuola più bella, riservato alle aziende e alle associazioni. Terzo, e forse elemento più importante, è un modo per migliorare sé stessi sul campo del senso civico, stimolando il rispetto per l’ambiente e per il territorio.

Che cosa ottengono in cambio i cittadini? I canali e i modi di “ricompensa” sono, in realtà, più d’uno. Primo: tutta la cittadinanza potrà godere di un livello di cura del paesaggio urbano superiore all’attuale. Potrà così sentirsi come a casa propria anche negli spazi pubblici, estendere virtualmen34

foto di Vanessa Lastrucci


Il primo passo è stato individuare alcune aree verdi che, per collocazione, estensione e tipologia fossero agevolmente gestibili anche da soggetti che non fossero giardinieri professionisti. Ne sono state trovate 19, uniformemente distribuite nell’area urbana del comune, e varie per dimensioni e natura (dai grandi prati verdi, alle piccole aiuole piene di fiori). La scelta è stata fatta anche tenendo in gran conto i suggerimenti dei cittadini, in alcuni casi formalizzando una pratica di cura spontanea già preesistente. Successivamente si è pubblicizzata l’iniziativa su vari canali (internet, assemblea pubblica, stampa locale), in modo da raccogliere le manifestazioni di interesse più concrete. Ne sono arrivate subito 31, da parte di privati cittadini, associazioni, attività economiche, tutte e 5 le contrade della Giostra del Saracino. A questo punto si è arrivati a definire una convenzione “standard” tra comune e soggetto aderente in cui, scendendo nel tecnico (lunghezza del pelo d’erba, frequenza degli innaffiamenti etc.) si stabiliscono gli obblighi e i diritti reciproci e le responsabilità verso terzi. Le convenzioni sono attive da settembre. Non è raro, se vi capita di fare un giro a Sarteano durante i fine settimana di bel tempo, imbattersi in allegre ronde di “adottanti” armati di innaffiatoi, palette, rastrelli, decespugliatori e tagliaerbe che tengono in ordine e curano con amore il loro “pezzo di Sarteano”. L’approccio è estremamente vario: c’è chi si limita ad una semplice scorciata all’erba, chi pianta fiori colorati, chi realizza il tanto agognato

“giardino zen”. Il successo dell’iniziativa è stato fin qui oltre le aspettative, tant’è che è stato deciso di dare in adozione anche aree di verde pubblico inizialmente non selezionate. Ovviamente, per chiedere agli altri di contribuire al bene del proprio territorio, è necessario dare anche l’esempio, per questo la giunta comunale e il gruppo consiliare di maggioranza hanno preso in gestione un parco giochi molto frequentato da famiglie e bambini, preoccupandosi di pulirlo, tagliare l’erba e fare piccoli interventi di manutenzione. Difficile sapere se un’iniziativa del genere sia replicabile in scala più grande: nelle comunità piccole si può far leva su un tasso di coesione sociale difficilmente rilevabile in ambiti demograficamente più estesi. Ciononostante rimane un esperimento interessante sull’aumento della qualità della vita che può tracciare una strada perseguibile anche in altri contesti. mattia.nocchi@gmail.com

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RECENSIONI: il libro

Il paesaggio nella panificazione territoriale

di Guido Ferrara e Giuliana Campioni Francesca Calamita

Architetto Paesaggista

Un’opera importante quella pubblicata recentemente da Guido Ferrara e Giuliana Campioni (Dario Flaccovio Editore 2012), quasi un’antologia di esperienze maturate nel corso della loro lunga attività professionale, che si configura come una pietra miliare nel percorso di riconoscimento della disciplina dell’architettura del paesaggio come strumento fondamentale per la pianificazione e la gestione delle trasformazioni territoriali. Un vero e proprio manuale si potrebbe definire tanto è varia ed accurata la casistica di problematiche affrontate, prezioso strumento di conoscenza e approfondimento sia per gli studenti che si approcciano a questa affascinante e complessa materia, sia per i professionisti che necessitano di sempre maggiori strumenti e spunti di riflessioni, sia per gli amministratori che potrebbero trarre da questo libro nuovi sti37


moli e consapevolezze. L’obiettivo, esplicitato nella premessa dagli stessi autori, è infatti proprio quello di fornire alcune risposte agli interrogativi su come conciliare protezione, salvaguardia e valorizzazione del paesaggio con le esigenze di innovazione e sviluppo che oggi sono sempre più necessarie ed urgenti. Seguendo il principio cardine della Convenzione Europea del Paesaggio, secondo cui tutto è paesaggio, il libro si articola in una serie di capitoli che trattano tematiche specifiche affrontate attraverso casi studio, la cui valenza risiede soprattutto nelle potenzialità induttive, ovvero nella possibilità di desumere dall’esempio specifico, studiato, analizzato o progettato, alcuni principi generali e regole comuni, certo non universalmente valide e applicabili, ma capaci di suggerire metodologie che possano essere utilizzate come un canovaccio, sul quale adattare di volta in volta, gli strumenti per le indagini conoscitive, le sintesi diagnostiche o gli obiettivi progettuali di situazioni sempre nuove. Dai concetti chiave dell’approccio paesaggistico, ai principi di sostenibilità, dagli strumenti per la conoscenza e la lettura del paesaggio ai metodi di interpretazione e diagnosi, dagli studi di valutazione alle strategie di pianificazione e gestione delle aree protette, alle proposte di recupero, valorizzazione e progettazione dei paesaggi residuali, arricchito da un costante e preciso riferimento agli apparati normativi di livello nazionale e comunitario; un libro quindi che cerca di fornire adeguate risposte alle problematiche che più frequentemente si presentano nel nostro paese e che coinvolgono non solo tecnici ed amministratori, ma soprattutto i cittadini e tutti coloro che possono essere definiti portatori di interesse, aggiungono gli autori, “anche quelli illeciti”, sottolineando così l’importanza di un approccio scientifico scevro di influenze dettate da condizionamenti o ideologie preconcette. Il libro si chiude con la presentazione di diversi piani di governo del territorio a differenti livelli amministrativi che hanno 38

cercato di integrare al loro interno politiche per il paesaggio, cercando di farsi portatori innovativi di una visione transdisciplinare della pianificazione paesaggistica, che necessita di costanti sperimentazioni. Ed è proprio per lasciare la porta aperta a nuovi contributi, a originali proposte e a futuri sviluppi della ricerca applicata che gli autori non propongono una conclusione al loro volume, quasi a voler suggerire che molto è ancora da fare e che la conoscenza, la sensibilità e la capacità creativa e innovativa sono gli strumenti fondamentali per uscire da quella che loro stessi definiscono una “situazione di stallo” per il paesaggio e per il futuro del nostro paese.


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RECENSIONI: l’evento

LABORATORINMOSTRA_ Idee e progetti per la città in fieri Facoltà di Architettura di Firenze di Antonio Capestro

Architetto, docente in Progettazione Architettonica presso l’Univeristà degli Studi di Firenze

Come nasce

LABORATORINMOSTRA nasce dalla volontà di un gruppo di docenti di mostrare i risultati della didattica della Facoltà di Architettura alla città e agli Enti che, a vario titolo (convenzioni, convegni, seminari, altro), avevano già imbastito un rapporto di comunicazione e di scambio con l’Università. Non solo. Era infatti significativa l’esigenza da parte di docenti, tutor e studenti di non siglare prodotti e contenuti dei Laboratori della Facoltà solo con l’esame, ma di prolungare l’esperienza della formazione in un riscontro attivo nel contesto reale. In quest’ottica lo studente si sarebbe potuto rendere partecipe di un processo che va dallo studio individuale, all’allestimento della mostra delle competenze attraverso i prodotti elaborati, alla acquisizione delle riflessioni degli altri colleghi. I docenti, d’altra parte, avrebbero completato la didattica delle lezioni frontali, delle revisioni nei Laboratori attraverso la sintesi dell’evento espositivo e l’arricchimento derivante dal confronto con le diverse metodologie di approccio alle tematiche architettoniche e urbane. Laboratorinmostra nasce così, nel 2009, come sfida e desiderio di iniziare a verificare quanto detto sopra; nasce come espe41


elabora progetti per la comprensione delle dinamiche urbane più significative. In questo senso la Facoltà di Architettura si prospetta come laboratorio pubblico continuo di idee sulla città in trasformazione in una cooperazione con le Istituzioni che governano il territorio. Per questo oltre a studenti e docenti della Facoltà di Architettura coinvolge cittadini ed esponenti di varie Istituzioni con lo scopo di incentivare un dibattito e creare un’atmosfera di confronto e di scambio sul rapporto Università-Istituzioni-Cittadini per inaugurare un laboratorio continuo di idee sulla città in fieri. rimento dei Laboratori di Progettazione del Corso di Laurea Triennale (Scienze dell’Architettura), ma l’esperienza ha soddisfatto ed entusiasmato tanto da reiterarsi nell’anno successivo fino ad arrivare ad oggi ormai alla sua quarta edizione. Nei vari anni Laboratorinmostra si è progressivamente ampliata agli altri corsi di Laurea della Facoltà coinvolgendo anche altri settori disciplinari oltre quello di Progettazione.

Finalità

Lo scopo fondamentale è quello di aprire un filo diretto con chi la città vive e gestisce (cittadini, politici, amministratori, tecnici) mostrando i modi con cui l’Università

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Dalle aule universitarie alle aree “calde” del dibattito progettuale e urbanistico di Firenze, ma non solo, Questo lo scopo di Laboratorinmostra, l’esposizione di idee e progetti per la città, firmati dagli studenti di Architettura, promossa dalla Facoltà dell’ateneo fiorentino e proposta per i due mesi estivi all’attenzione di cittadini e amministratori locali. La rassegna è un’occasione per un incontro e un confronto basato sui risultati dei laboratori di progettazione, a partire da questo, per una riflessione e discussione sull’architettura e sulla qualità del lavoro di formazione e ricerca svolto dalla Scuola di Architettura di Firenze dall’architettura all’urbanistica, dalla grafica al design. L’obiettivo della Facoltà di Architettura è


di aprirsi ad un confronto e una collaborazione con l’intera società civile, le amministrazioni pubbliche, le imprese, i professionisti dalla ricerca e dalla formazione delle nuove generazioni possono nascere nuove idee, nuovi pensieri, nuove proposte sull’architettura, la città, il design del futuro. Non a caso l’evento viene patrocinato dal Comune di Firenze, dalla Provincia di Firenze e dalla Regione Toscana.

Contenuti

Ciò che sostanzia Laboratorinmostra sono temi ed elaborazioni progettuali dei Laboratori della Facoltà di Architettura di Firenze, in mostra presso i plessi di Santa Teresa e di Santa Verdiana. E’ un evento che ha come oggetto lo studio di aree problematiche legate alla città alle diverse scale. Sono idee sul futuro della città elaborate da giovani architetti con l’intento di confrontarsi con temi concreti come i vincoli finanziari e paesaggistici, le esigenze dei committenti e le aspettative dei cittadini. Sono idee innovative da cui le città possono attingere proposte concrete perché le

idee sono nella maggior parte dei casi contestualizzate. I temi affrontati sono innumerevoli: la riqualificazione architettonica e urbana; il recupero di contesti storici; la ricerca di un nuovo ruolo per aree dismesse o per aree strategiche nell’assetto urbano; la riformulazione di sistemi tecnologici e costruttivi ecocompatibili; il ridisegno del paesaggio come componente attiva e non solo di decoro del territorio; il ruolo significativo che le infrastrutture di trasporto possono assolvere come sistema di collegamento ma anche come struttura lineare di riqualificazione, rilancio e promozione di attività e contesti periferici o periferizzati; le nuove valenze semantiche, spaziali e relazionali delle piazze, dei parcheggi, degli scambiatori intermodali, dei luoghi intorno alle fermate tramviarie, etc.; le nuove permanenze costruite su aspettative e attività che la contemporaneità ci chiede di formulare. “Per scrivere il nuovo regolamento urbanistico abbiamo bisogno di tutti e in particolare di voi” ha detto agli studenti, all’inaugurazione di Laboratorinmostra 2011, l’assessore all’Urbanistica di Firenze Titta Meucci. L’affermazione rispecchia il senso dell’iniziativa di Laboratorinmostra che concretizza questa necessità di non impoverire e/o compartimentare le diverse fasi dell’abitare: dal progetto al governo e alla gestione delle trasformazioni.

Cronistoria:

La prima edizione è stata quella di LABORATORINMOSTRA 2009 e ha coinvolto solo i Laboratori di Progettazione del corso di Laurea in Scienza dell’Architettura (Triennale). L’anno successivo LABORATORINMOSTRA 2010 si è estesa ai Laboratori di Progettazione del corso di Laurea in Architettura Magistrale (Biennale). In LABORATORINMOSTRA 2011 professori e studenti hanno organizzato un evento, come già da tre anni, per comunicare i risultati dei progetti elaborati non solo nell’ambito dei Laboratori di Progettazione ma anche in quelli di Costruzione, 43


di Tecnologia, di Restauro, di Urbanistica del corso di laurea corso di Laurea in Scienza dell’Architettura e Laurea in Architettura Magistrale della Facoltà di Architettura dedicati allo studio di dinamiche urbane significative. Il Preside della Facoltà ha osservato: “è solo una parte del lavoro che i corsi di laurea producono in un anno, un esempio di quanto si muove attorno alla nostra Facoltà, la terza per grandezza in Italia, con 6.500 studenti, 180 professori e ricercatori e 1.150 laureati all’anno”. Questo a significare l’enorme potenziale di energie, conoscenze, competenze e creatività disponibili per la formulazione di un assetto auspicabile per l’architettura e la città. E’ opportuno quindi che questo potenziale non vada disperso ma incrementato e rivalutato. Con LABORATORINMOSTRA 2012 l’evento compendia l’operato di tutti i Corsi di Laurea della Facoltà di Architettura, Corso di Laurea Triennale e Magistrale (sia Biennale che Quinquennale a ciclo unico): mostra progetti, studi e ricerche sviluppate dagli studenti e dai docenti permettendo un confronto più ampio tra varie metodologie progettuali e di intervento e uno scambio attivo tra i diversi settori disciplinari. 44

Dalla terza edizione, quella del 2011, LABORATORINMOSTRA si è conclusa con una conferenza stampa che, insieme ad interviste, pubblicizza l’evento su testate giornalistiche e televisioni locali. Quest’anno, da settembre, tutti i progetti esposti in LABORATORINMOSTRA2012 sono disponibili sul sito www. portrait.it, una piattaforma dedicata alla ricerca nell’università e nella società, che nasce dall’idea di un gruppo di docenti, ricercatori e studenti della Facoltà di Architettura di Firenze. Il lavoro di condivisione delle competenze e delle energie creative introdotto da LABORATORINMOSTRA si amplia nella partecipazione a “Biennale Sessions”, un progetto speciale che, tramite una Convenzione, offre a un gruppo di docenti e studenti la possibilità di organizzare un workshop di studio sul tema della XIII Biennale di Architettura di Venezia di quest’anno dal titolo “Common Ground”. L’evento è temporaneo (23-24-25 novembre 2012) si prefigge di costruire una riflessione sulla crisi d’identità che stanno vivendo architettura e società civile allo scopo di raffinare le proposte attraverso strumenti di indagine e di osservazione


Immagine 1 Seminario Tematico: Progettazione di nuovi ruoli per Territori Antichi In Abbandono Coordinatore prof. Francesco Ventura Progettazione architettonica e urbana prof. Antonio Capestro Sociologia urbana prof. Leonardo Chiesi Economia agraria prof. Ginevra Virginia Lombardi Progettazione urbanistica e territoriale prof. Fabio Lucchesi Progettazione paesaggistica prof. Gabriele Paolinelli Rappresentazione e comunicazione del progetto prof. Giorgio Verdiani Gestione del patrimonio territoriale prof. Paolo Zinno Collaboratori: Sebastiano Brancato, Paolo Costa, Fulvio De Carolis, Luca Di Figlia, Nicola Marmugi, Riccardo Moducci, Cinzia Palumbo, Andrea Pasquali, Paolo Pazzaglia, Barbara Reali, Margherita Rispoli. Immagine 2 CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN ARCHITETTURA_QUINQENNQLE A CICLO UNICO LABORATORIO DI TECNOLOGIA 1 Tema: “Lo scaffale dell’architetto” - omaggio a Remo Buti: Dall’Esprit Nouveau all’Immeubles Villas, dalla cellula residenziale minima alle aggregazioni complesse. Progettazione dei Sistemi Costruttivi: Prof. Carlo Terpolilli Progettazione del Sistema Ambientale: Prof. Carlo Terpolilli Collaboratori: Mariagiulia Bennicelli Pasqualis, Luigi Vessella, Agnese Cacciamani, Paolo Capacciola, Giulio Margheri Immagine 3

di una realtà che è sempre più complessa. Questa riflessione si articola in due fasi successive: comprende una prima fase di “esplorazione” degli argomenti che emergono in un panorama nazionale e internazionale, quello della Biennale; una seconda fase di “ricerca” sulle tematiche prevalenti da confrontare con il contesto di sperimentazione progettuale emerso all’interno dei vari Laboratori e sintetizzato negli elaborati esposti in LABORATORINMOSTRA2012. Tutto questo in sintonia con i presupposti iniziali su cui da sempre l’evento di LABORATORINMOSTRA si basa: riflettere sulla ricerca di un “centro” su cui focalizzare l’attenzione per bilanciare e convertire in posi-tivo la dispersione attuale tra “urbs” e “civitas”.

Seminario Tematico: Tra Natura e Città: un progetto di Riqualificazione Per Le Cascine Di Firenze Project Management: prof. Saverio Mecca Urbanistica: prof. Francesco Alberti Progettazione architettonica e urbana; prof. Antonio Capestro Sociologia dell’ambiente e del territorio: prof. Leonardo Chiesi Urbanistica: prof. Giuseppe De Luca Achitettura del paesaggio: prof. Biagio Guccione Flaviano Maria Lorusso (Progettazione architettonica e urbana Urbanistica: prof. Fabio Lucchesi Rappresentazione e strategia di comunicazione: prof. Giorgio Verdiani Tecnologia dell’architettura: prof. Leonardo Zaffi Immagini 4 e 5 CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN ARCHITETTURA_BIENNALE SPECIALISTICA LABORATORIO DI PROGETTAZIONE PER IL RECUPERO URBANO Tema: Il Parco e La Città_progetto della linea tranviaria 4 a Firenze Progettazione Architettonica III: Prof. Antonio Capestro Architettura degli Interni: Prof. Antonio Capestro Tecniche avanzate di rappresentazione: Prof. Giorgio Verdiani Tecnologie dei Materiali: Prof. Leonardo Zaffi Collaboratori: Fulvio De Carolis, Nicola Marmugi, Riccardo Monducci, Cinzia Palumbo, Andrea Pasquali, Paolo Formaglini, Filippo Giansanti, Valerio Massaro, Sauro Guarnieri

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Verdiana Network Mission

Associazione di promozione sociale senza fini di lucro che diffonde una cultura della sostenibilità dello sviluppo urbano e territoriale, della conservazione e gestione del paesaggio e del patrimonio naturale e culturale, secondo i principi della Convenzione Europea sul Paesaggio (Firenze, ottobre 2000) e il modello di città creativa definito dallo Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo (SSSE, Potsdam, maggio 1999). Verdiana Network svolge progetti di ricerca, formazione e sensibilizzazione sui parchi, le aree protette e le reti ecologiche, gli itinerari culturali, gli ecomusei, i distretti culturali, la riqualificazione dei quartieri urbani e periurbani, la Valutazione Ambientale Stategica (VAS) e la pianificazione urbana e territoriale a partecipazione pubblica, anche in collaborazione con Università, Istituti di ricerca ed Enti pubblici, con la possibilità di coinvolgere studenti e giovani laureati attraverso tirocini e stage formativi. Verdiana Network offre al pubblico interessato la possibilità di riflettere e creare dibattiti sugli argomenti oggetto della propria attività tramite la pubblicazione periodica di articoli scientifici e divulgativi nella rivista on-line Network in Progress.

Attività

Nel territorio di Marche e Umbria, in collaborazione con le Fondazioni Cassa di Risparmio di Loreto, Macerata, Foligno e Perugia, Verdiana Network ha svolto un progetto di ricerca per il recupero dei cammini di pellegrinaggio al Santuario di Loreto e la sua menzione a Itinerario Culturale Europeo, unendo all’indagine storiografica e cartografica un approccio paesaggistico alla progettazione. In Lunigiana (Toscana), con la collaborazione dei Comuni di Fivizzano, Aulla, Bagnone, Fosdinovo, Licciana Nardi e Villafranca, il patrocinio della Regione Toscana, Verdiana Network ha promosso e coordinato il Corso di Formazione e Aggiornamento professionale Parchi naturali, aree protette e reti ecologiche per lo sviluppo del territorio, che ha portato all’elaborazione e all’esposizione di interessanti proposte progettuali per il territorio. Per la città di Firenze Verdiana Network è impegnata in un’iniziativa, denominata Progetto Cartoline, di sensibilizzazione al tema del degrado, dell’abbandono e della necessità del recupero degli spazi della città contemporanea, nata all’interno della ricerca per un Urban Center nell’area metropolitana fiorentina, oggetto di pubblicazioni convegni ed esposizioni.

Network in Progress  

Paesaggio. Città. Architettura. Rivista bimestrale di paesaggio, architettura e cultura contemporanea.

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