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Periodico bimestrale, Registro Tribunale di Pisa n° 612/2012, 7/12 “Network in Progress” #24 Gennaio/Febbraio 2015


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Network in Progress Iscritta al Registro della stampa al Tribunale di Pisa n° 612/2012, periodico bimestrale, 7/12 “Network in Progress” ISSN 2281-1176

Copertina a cura di: Network in Progress Editing and graphics: Valerio Massaro Federica Simone


Editoriale Vite e matite spezzate

culture, appartenenti a popoli del cosiddetto Terzo e Quarto Mondo.

«Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente». Questa frase appartiene a Voltaire e all’Illuminismo e testimonia la forza dell’abbraccio di un padre e di un figlio, che vuole parlare al cuore delle donne e degli uomini di ogni età. Questo principio morale e filosofico “universale”, ideato nel XVIII secolo in Francia, sta alla base, oggi, non solo della cultura occidentale contemporanea, bensì anche di altre

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uando si leggono le Costituzioni della stragrande maggioranza dei popoli che hanno sottoscritto la Carta delle Nazioni Unite, ci si accorge che questo principio universale avrebbe tutti i titoli per costituire il “comandamento” fondante anche dell’incontro delle religioni nel Terzo Millennio.

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ppure, le vite spezzate nei due tragici attentati, dentro la sede parigina del settimanale di satira Charlie Hebdo e dentro il supermercato Kosher nel quartiere ebraico del

Marais, sembrano dirci il contrario e farci apparire questo comandamento, nient’altro che un ossimoro.

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ppure, la libertà di culto, che sta alla base delle Costituzioni degli stessi paesi che fanno parte dell’ONU, riguarda milioni di cittadini di fede islamica che vivono in quei paesi. Quella libertà religiosa di cui essi godono e che sacrosantamente rivendicano nei paesi in cui vivono, è l’altra faccia di quella libertà di pensiero che i vignettisti francesi massacrati a Parigi, hanno pagato al prezzo della loro vita.


Broken lives and broken pencils «I fight your idea, that is different from mine, but I’m ready to fight at the price of my life for you, your idea, can express it freely». This phrase belongs to Voltaire and the Enlightenment and testifies the strength of the embrace between a father and a son and aims to speak to the hearts of women and men of all ages.

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his moral and philosophical “universal” principle, conceived in France in the eighteenth century, underlies, today,

not only the contemporary occidental culture, although even others cultures, belonging to the people of the so-called Third and Fourth World.

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hen we read the Constitutions of the vast majority of people who signed the Charter of the United Nations, we realize that this universal principle would have all the titles to constitute the funding “commandment” also of the religious meeting in the Third Millennium.

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till, the broken lives of the two tragic attacks, in the Paris headquarters

of the satirical weekly Charlie Hebdo and inside the Kosher supermarket in the Jewish quarter of Marais, seem to say the opposite and make this commandment nothing more than an oxymoron.

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et, freedom of worship underlies the Constitutions of the same Countries which are part of the UN, concerns millions of citizens of Islamic faith who live in those countries. That religious freedom they enjoy and they devoutly claim in the countries where they live, is the other side of that freedom of thought that the French cartoonists, butchered in Paris, paid at the price of their lives.


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e vite spezzate a Parigi vengono motivate, dai loro mostruosi autori e ispiratori, con gli stessi argomenti “nazisti” utilizzati qualche mese fa, per uccidere 200 ragazzi, figli di militari, in Pakistan o con gli stessi slogan della “guerra totale” di Boko Haram con cui sono state sterminate, alcuni giorni fa, 2000 persone sul lago Ciad in Nigeria o con cui sono stati creati, in pochi mesi, oltre due milioni di profughi siriani ed iracheni, per sfuggire alle bande sanguinarie e mercenarie dell’ISIS.

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on si tratta né di una “guerra tra civiltà”, né di una “guerra tra fedeli e

infedeli”, come gli ispiratori degli attentati di Parigi vorrebbero far credere, bensì di una “pedagogia del Terrore” contro i valori delle libertà individuali e collettive che stanno alla base degli stati laici, cristiani, giudaici e della grande maggioranza dei paesi islamici che hanno sottoscritto la Carta dell’ONU.

I

l miglior regalo che si potrebbe fare agli ispiratori di questi orrendi crimini contro l’Umanità, sarebbe proprio quello di accendere, nei paesi occidentali, la miccia esplosiva dell’Islamofobia, di invocare a gran voce la creazione di ghetti e

lager urbani, per tenere a bada l’immigrazione islamica regolarizzata nelle nostre città, di cancellare il Trattato di Schengen anche per chi fugge dalla guerra e dalle distruzioni belliche nel proprio paese, chiedendo all’Europa, lo status di rifugiato, di alimentare tra i cittadini europei una cultura della discriminazione razziale e religiosa.

È

venuto, però, il momento, per tutti, di assumersi la responsabilità di difendere, ad ogni costo, le libertà individuali e collettive che stanno alla base di ogni Democrazia, sia di tipo cristiano, sia di tipo giudaico, sia di tipo


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he broken lives in Paris are motivated by their monstrous authors and instigators with the same arguments as “Nazis” used a few months ago in Pakistan to kill 200 boys, sons of soldiers, or with the same slogan of “total war” of Boko Haram, with which were exterminated, some days ago, 2000 people on Lake Ciad in Nigeria, or with were created, in few months, over two million Syrian and Iraqis refugees, to escape the murderous and mercenaries gangs of ISIS.

I

t is neither a “war of civilizations”, nor a “war between believers and infidels”, as the instigators of the attacks in Paris would

have you believe, but rather a “pedagogy of Terror” against the values of individual and collective freedom that underlie both the laical countries, Christian, Jewish, and the vast majority of Islamic countries that have signed the UN Charter.

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he best gift you could make to the instigators of these heinous crimes against humanity, is precisely to turn, in Western countries, the explosive fuse of Islamophobia, to clamour for ghettos and urban lagers, to constraint Islamic immigration regularized in our cities, to erase the Treaty of Schengen even for those fleeing war and destruction of war

in their own country, asking to Europe, the refugee status, to stoke between European citizens a culture of racial and religious discrimination. t came, however, the time for everyone to take responsibility to defend, come hell or high water, the individual and collective freedoms that are basis of every democracy, whether Christian or Judaic or Islamic. No Christian or Jew can no longer pretend not to see what is happening in the Middle East and North Africa, but also no Muslim can no longer remain silent on this long season of Terror that from September 11 2001 is bloodying every corner of the Planet. The West should

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islamico. Nessun cristiano o ebreo può più far finta di non vedere ciò che sta accadendo in Medio Oriente e in Nord Africa, ma anche nessun Mussulmano può più tacere su questa lunga stagione del Terrore che dall’11 settembre 2001 sta insanguinando ogni angolo del Pianeta. L’Occidente non si illuda che le libertà conquistate siano eterne, ma vanno coltivate e rinnovate giorno per giorno; così come, il Mondo islamico, se vuole dare credibilità all’indubitabile verità che il Corano è una religione pacifica, deve saper combattere chi “confisca” loro il nome di Allah per una causa non di amore, ma di morte e di sterminio. Gli

attentatori di Parigi non sono “mussulmani che sbagliano”, bensì i nemici più intransigenti di ogni Stato che tutela la libertà di religione, la libertà d’espressione e le libertà democratiche.

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a nostra Rivista si nutre di queste “libertà”, le usa, cercando di diffondere tra i giovani una cultura della solidarietà, del rispetto verso l’Altro, soprattutto se il nostro Prossimo ha meno diritti e, per questo, meno voce: siamo, con grande affetto, vicini ai familiari delle vittime di Parigi, ricordando loro che “una” matita spezzata ne crea “due”, di modo che, dopo aver affilato la punta, esse sono ancor

più pronte a disegnare vignette, a moltiplicare i messaggi e ad accrescere la loro diffusione, proprio come accadrà con Charlie Hebdo.

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a una matita spezzata ne nascono due che continuano a scrivere e moltiplicano le idee.

di Enrico Falqui


not think that the freedoms won are eternal, but should be grown and renewed day by day; as well as, the Islamic world, if wants to give credibility to the unquestionable truth that the Qur’an is a peaceful religion, must know how to fight those who “seize” the name of Allah for a cause not of love but of death and destruction. The attackers of Paris are not “Muslims who are wrong”, but the most intransigent enemies by any State that protects freedom of religion, freedom of expression and democratic freedoms. ur Magazine feeds on these “freedoms”, uses them, trying to spread among young people a

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culture of solidarity, respect towards the Other, especially if our next has fewer rights and, therefore, less voice: we are, with great affection, close to the families of the victims of Paris, reminding them that from a broken pencil are born two who continue to write and multiply ideas, they are even more ready to draw cartoons, to multiply the messages and to increase their spread, just as happens with Charlie Hebdo.

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rom a broken pencil are born two that continue to write and multiply ideas.

by Enrico Falqui


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Contents

RUBRICHE

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Architettura che non ci piace p

Wohn- und Geschäftshaus L40, Linienstraße 40, 10178 Berlin by di Stella Verin

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Frames p Spaces

by Andrea Luporini FOCUS ON

Progetti di Nuovo Paesaggio dal Mondo 18 16 Prendersi cura dell’Uomo attraverso

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la Riqualificazione del Territorio 16 New Landscape projects from all over the World Taking care of Man through Territorial Requalification by Laura Malanchini INTERVISTA

32 MaterFAD. Materiali per un’innovazione tangibile

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intervista a Valerie Bergeron

MaterFAD. Materials for a tangible innovation Interview with Valerie Bergeron by Ludovica Marinaro IL PROGETTO

50 Negoziare, Coltivare, Abitare

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Strategie per la riqualificazione urbana (di San Salvario a Torino)

To Negotiate, Cultivate and Inhabit

Strategies for the urban regeneration (in San Salvario, Torino) by Graziella Roccella

LE RECENSIONI

_il libro_

Los Ojos de la Piel

La arquitectura y los sentidos Juhani Pallasmaa

The eyes of the skin

Architecture and the senses Juhani Pallasmaa by Ludovica Marinaro

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uesto numero di Nip ha la copertina nera, perché per noi il nero é il colore del lutto. Quello che è accaduto a Parigi all’inizio di quest’anno é stato un brutto colpo. Un trauma per la libertà di pensiero, fucili contro matite. La Francia ed il Mondo si sono sentiti profondamente feriti. Non solo per i morti e per il dolore arrecato ai loro familiari, ma anche perché ci siamo sentiti violati nella parte più gioiosa del Pensiero magico infantile che vive dentro ognuno di noi. Se riuscissimo a mettere da parte ogni contesto e ogni tipo di giudizio per un solo momento, ci renderemmo conto che per noi il disegno rappresenta la forma di espressione più astratta, semplice e genuina che abbiamo. Non a caso i bambini imparano a disegnare prima che a scrivere. E per questo il drammaturgo austriaco Arthur Schnitzler (1927) amava ripetere: «all’umorismo, divino fanciullo, nulla è vietato; nemmeno giocare con il dolore, la miseria, la morte. Se l’ironia, l’arguzia, la satira tentano di fare lo stesso, ci sembra di cattivo gusto, rozzo, se non addirittura blasfemo.»

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his Nip’s issue has a black cover, because black is a colour which, for us, stands for mourning. What happened in Paris at the beginning of this year was an harsh strike to take. A trauma to freedom of thought, rifles against pencils. France and the world felt deeply injured. Not only for the dead and for the pain caused to their families, but also because we felt violated in the most joyful part of the magical childish Thought that lives within each of us. If we could put aside any context and any type of judgement for a moment, we would realize that for us design stands for the most abstract, simple and genuine form of expression that we have. No coincidence that children learn to draw before writing. For this reason the Austrian playwright Arthur Schnitzler (1927) liked to say: «to humour, divine child, nothing is forbidden; even playing with pain, misery and death. If irony, wit, satire try to do the same, it feels tacky, rude, if not even blasphemous.» Nip is not a satirical magazine,and our job is not to produce cartoons. But most of the editorial team is made up of designers and so we know what it is to produce a sketch. We know that design is always


Nip non è una rivista satirica, ed il nostro lavoro non é produrre vignette. Ma la maggior parte del gruppo redazionale è formata da progettisti e per questo sappiamo cosa vuol dire produrre un disegno. Sappiamo che un disegno si fa sempre portatore di un messaggio. Il messaggio può essere tecnico, politico, sociale o intellettuale. L’atto del disegnare richiede astrazione e capacità di scelta, é un atto semplice ed allo stesso tempo potente. Perciò, noi tutti sappiamo che un disegno può essere allo stesso tempo potente e divertente, oppure ispiratore e triste. In ogni caso, esso è portatore di un’idea, di un messaggio, di un pensiero che è unico perché liberamente concepito.

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unque se la satira è per sua stessa natura, oltraggio e irriverenza, blasfemia e dileggio, qualcuno ci pone la domanda: quale è il labile confine tra Sacro e Profano? E quando questo confine viene valicato,esiste una qualsiasi giustificazione morale o teologica che consenta di sopprimere la vita dell’Autore di una simile “profanazione”? La nostra risposta è no, mai. Il blasfemo e l’oltraggio hanno sempre attraversato l’Arte, anche quando questa non era satira contro il Potere: basti ricordare Caravaggio, che, nella Morte della Vergine, prende come modella una prostituta che si era suicidata nel Tevere; o Renè Magritte che dipinge una Madonna con Bambino dai volti capovolti; o Andrès Serrano che immerge un crocefisso nella sua urina. La Mente di ciascuno di noi ci spiega che un disegno può essere un’arma, anche molto potente. Nel medesimo istante, però, lo Spirito che è in noi,ci ricorda che mai e per nessun motivo qualcuno merita di morire per un disegno, mai. Eppure 15 vite umane sono state spezzate e cancellate a Parigi, alcune settimane fa. Per questi motivi sulla copertina di questo numero ci sono 15 matite.

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on vogliamo dimenticarci di avere opinioni. Non vogliamo sopprimere il Pensiero magico infantile che è in noi, non vogliamo dimenticarci come disegnare. Noi, non lo vogliamo.


the bearer of a message. The message can be technical, political, social or intellectual. The act of drawing requires abstraction and ability to choose, is a simple act but still powerful. Therefore, we all know that a drawing can be at the same time powerful and funny, or sad and inspiring. In any case, it is the herald of an idea, a message, a thought that is unique because it freely conceived.

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o if the satire is by its very nature, outrage and irreverence, blasphemy and mockery, someone asks the question: what is the fine line between sacred and profane? And when this boundary is crossed, there is a theological or moral justification that allows to suppress the life of the Author of such a “desecration�? Our answer is no, never. The blasphemous and outrage have always experienced Art, even when this was not satire against Power: just remember Caravaggio, who, in Death of the Virgin, takes as a model a prostitute who had committed suicide in the Tiber; or Rene Magritte painting Madonna and Child by the faces upturned; or Andres Serrano immersing a crucifix in his urine. The mind of each of us tells us that a drawing can be a weapon, also very powerful. At the same instant, however, our Spirit, reminds us that never, for any reason someone deserves to die for a sketch, never. Yet 15 lives have been broken and deleted in Paris, a few weeks ago.

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or these reasons, on the cover of this number there are 15 pencils. We do not want to forget to have opinions. We do not want to suppress the magical childish Thought that is in us, we do not want to forget how to draw. We do not want it.


Architettura che ci piace/ non ci piace Wohn- und Geschäftshaus L40, Linienstraße 40, 10178 Berlin di Stella Verin immagini di Félix Sanz Palomino

“Questo non è un edificio, ma una dichiarazione di guerra”. Ecco cosa alcuni dicono dell’L40 o Black Maze Building (il labirinto nero), come è stato anche soprannominato. Edificio residenziale situato all’incrocio tra Torstraße e Linienstraße sulla Rosa-Luxemburg-Platz a Berlino-Mitte, la cui costruzione è stata completata nel luglio 2010. L’edificio ha come destinazione quella residenziale commerciale e consta di 2.884 metri quadrati disposti su sette livelli in nove appartamenti che variano nel formato da 67 a 300 mq. Al piano terra sono state create tre unità commerciali.

Il Mitte è un quartiere centrale di Berlino, si tratta di uno dei due quartieri (accanto Friedrichshain-Kreuzberg) che è nato dall’unione di segmenti urbani precedentemente divisi dal muro, appartenenti alla parte ovest e a quella est della città. Mitte comprende alcuni dei più importanti siti turistici della città, come l’Isola dei Musei, la Porta di Brandeburgo, Unter den Linden, Potsdamer Platz, il Reichstag e Berlin Hauptbahnhof. La Rosa-Luxemburg-Platz, dove l’edificio si affaccia, rappresenta un pezzo importante della storia di Berlino e gli edifici che delimitano questa piazza triangolare fanno


Architettura che ci piace/ non ci piace

Wohn- und Geschäftshaus L40, Linienstraße 40, 10178 Berlin by Stella Verin Images of Félix Sanz Palomino

“This is not a building, but a declaration of war.” Here’s what some say about L40 or better said Black Maze Building, as has also been nicknamed. This residential building is located at the intersection between Torstraße and Linienstraße on Rosa-Luxemburg-Platz in Berlin-Mitte, the construction was completed in July 2010. The building has residential-commercial target and consists of 2,884 square meters on seven levels, organized in nine apartments ranging in size from 67 to 300 square meters, while on the ground floor were created three business units.

Mitte is a central district of Berlin, one of the two districts (next Friedrichshain-Kreuzberg) that were born from the union of urban segments, previously divided by the wall, belonging to the west and to the east of the city. Mitte district includes some of the most important sights of the city, such as the Museum Island, the Brandenburg Gate, Unter den Linden, Potsdamer Platz, the Reichstag and Berlin Hauptbahnhof. The Rosa-Luxemburg-Platz, where L40 faces, is an important piece of the history of Berlin and the buildings that surround this triangular square are part of the cultural heritage of

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Architettura che ci piace/ non ci piace

parte del patrimonio culturale della città, uno su tutti l’imponente Volksbühne, il teatro popolare, costruito nel 1913/14 grazie alle donazioni di soci della cooperativa del teatro legata all’area socialdemocratica, primo teatro in stile moderno della città. L’L40 è stato progettato dagli architetti Roger Bundschuh e Philipp Baumhauer in collaborazione con l’artista, originaria di Colonia, Cosima von Bonin. É il primo edificio nato dalla loro collaborazione, che avevano precedentemente sperimentato ma solo per la realizzazione di installazioni temporanee. Le principali caratteristiche dell’edificio sono l’aspetto monolitico scultoreo, la forma triangolare irregolare e il colore nero antracite. Gli stessi architetti definiscono la loro opera: “ein Haus aus Beton. Dunkel und ernst, aber auch voller Leichtigkeit und Zuversicht. Ein Beitrag zur klassischen Moderne, einladend und abweisend zugleich” (Una casa in calcestruzzo. Scuro e serio, ma anche pieno di leggerezza e fiducia. Un contributo al classico Moderno, invitante e repellente allo stesso tempo). L’approccio minimalista espressivo, l’idea originale di creare un edificio scolpito come un monolite frastagliato, un blocco di pietra con facciate lisce ma discontinue, finestre in molti punti nascoste e la forma inconsueta triangolare irregolare, conferisce all’insieme un aspetto futuristico.

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Se ci si sofferma ad osservarlo passandoci accanto si ha, però, la sensazione che l’edificio crei un vuoto, un buco nero, trasmettendo una sensazione di mancanza, assenza, soprattutto se si pensa in rapporto al punto dove è stato costruito, la cuspide di un incrocio, quello tra la Torstraße e

Rosa-Luxemburg-Platz, che riveste una notevole rilevanza visuale all’interno del tessuto urbano. Percepire questa assenza dovuta in primis al colore così scuro, alle forme geometriche irregolari che creano quella sensazione di repulsione già descritta dagli autori, fa sì che l’edificio non convinca pienamente. Lo sguardo viene al contempo attirato e respinto dall’edificio. Si viene a creare uno spazio urbano incompleto, poco rilassante, non gioviale, di cui la città di Berlino, già ricca di altri spazi urbani che provocano questo tipo di sensazioni per la loro storia intensa e cruda, non aveva bisogno.


Architettura che ci piace/ non ci piace

the city,one on all the impressive Volksbühne, the popular theatre, built in 1913/14 thanks to donations from members of the cooperative theatre linked to the Social Democrats, the first theatre in a modern city. L40 was designed by the architects Roger Bundschuh and Philipp Baumhauer in collaboration with Cosima von Bonin, Cologne native artist. It is the first building bud from a collaboration between them, that had already experienced working together, but only for the construction of temporary installations. The main features of the building are the monolithic sculptural aspect, the irregular triangular shape and anthracite-black colour.

The same architects define their work: “ein Haus aus Beton. Dunkel und Ernst, aber auch voller Leichtigkeit und Zuversicht. Ein Beitrag zur Moderne klassischen, einladend und abweisend zugleich “(A house in concrete. Dark and serious, but also full of lightness and confidence. A contribution to the classic Modern, attractive and repulsive at the same time). The minimalist-expressive approach, the original idea of creating a building carved like a jagged monolith, a block of stone with smooth facades but discontinuous, with windows hidden in many places and an unusual irregular triangular shape, are the features that lend the complex a futuristic look. Stopping to observe it, the feeling is that the building creates a void, a black hole, giving a sense of lack, absence, especially considering the relation to the point where it was built, the cusp of a cross, the one between the Torstraße and Rosa-Luxemburg-Platz, which is of considerable visual importance in the urban fabric. Perceiving this absence due primarily to the colour, so dark and to the irregular geometric shapes, that create that feeling of repulsion already described by the authors, this means that the building is not fully convincing; the look is both attracted and rejected by the building. It creates an incomplete urban space, modestly relaxing and not jovial, that the city of Berlin, already rich in other urban spaces that cause this kind of feelings for their raw and intense story, did not need.

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Andrea Luporini è nato a La Spezia nel 1984. Inizia a interessarsi alla fotografia dopo gli studi universitari, compiendo ogni sbaglio necessario per potersi dire un fotoamatore a tutti gli effetti. Oltre ad una stretta collaborazione con il circolo Btomic di La Spezia, attualmente frequenta un master di alta formazione sull’immagine contemporanea presso la Fondazione Fotografia di Modena. Andrea Luporini was born in La Spezia in 1984. He became interested in photography after university, making every mistake needed to be able to consider himself an amateur photographer in all respects. In addition to working closely with the club Btomic of La Spezia, is currently attending a master of higher education on the contemporary image at the Photography Foundation of Modena.


Queste immagini sono state scattate in un campo di rifugiati Saharawi chiamato El Aayoun, situato in una zona desertica a sud dell’Algeria, in pieno Sahara. I Saharawi sono originari del Sahara Occidentale, un territorio costiero confinante con Marocco, Algeria e Mauritania. Territorio molto ricco, ex colonia spagnola. Nel 1976, quando gli spagnoli si ritirarono, viene proclamata la Repubblica Democratica Araba Saharawi. Ma immediatamente il Marocco invade il Paese e ne prende il controllo. Gran parte della popolazione è costretta all’esilio nei campi profughi nei pressi di Tindouf, in Algeria, molti altri non riescono a scappare e rimangono in quelli che vengono rinominati Territori Occupati. Dopo anni di guerra, nel 1990 vengono firmati gli accordi di pace con la mediazione delle Nazioni Unite. Il piano prevede il cessate il fuoco, il dispiegamento di forze ONU ma soprattutto un referendum di autodeterminazione (indipendenza o integrazione al Marocco). Negli anni successivi il Marocco viola ogni risoluzione, negando più volte il referendum e aumentando sempre più la repressione contro i Saharawi dei Territori Occupati, grazie al silenzio e molto spesso la complicità dei paesi Occidentali. In buona fede, in buonissima fede direi, la storia visuale dei Saharawi vista con gli occhi di noi europei ha sempre marciato sul filo del “compassioniamo”. Una riproduzione di luoghi, che noi riconosciamo automaticamente e a cui automaticamente attribuiamo un valore. Il deserto, la povertà, i bambini e le donne velate. Così come facciamo da sempre nei confronti di mille luoghi “altri”. Ma il limite di un luogo sta nell’essere “così-com’è”, è la parte della superficie terrestre che non equivale a nessun’altra, che non può essere scambiata con nessun’altra senza che tutto cambi. Il luogo è quello, è unico, non lascia spazio alla riflessione. E noi negli occhi abbiamo troppi luoghi e pochi spazi. Lo spazio invece è più discreto, perfettamente sostituibile con qualsiasi altro in qualsiasi parte del Mondo. Si lascia riempire di ragionamenti e contenuti. O per lo meno lascia uno spiraglio per la curiosità. Per guidarmi attraverso questo processo ho analizzato le abitazioni Saharawi, sostituendo alle curve delle dune le linee essenziali di queste architetture di sabbia, tanto diverse da quelle che abitiamo, ma allo stesso tempo familiari, affascinanti forse, ma, finalmente, non più pittoresche. Riconoscere la diversità e sostenerla con la propria solidarietà è un gesto nobile quanto facile. Essere solidali con qualcuno che riconosciamo uguale a noi è un po’ meno semplice, ma di sicuro più gratificante. Questo ho cercato di fare, prendere dei luoghi, stenderli su un piano e trasformarli in spazi. Distogliendo per un attimo lo sguardo dagli oggetti che il nostro immaginario riconosce come esotici, possiamo concederci una visione nuova e costruttiva, non più paternalistica nei confronti di quello che chiamiamo Terzo Mondo.

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These pictures were taken in a Sahrawi refugee camp called El Aayoun, located in a desert area south of Algeria, in the middle of Sahara. Saharawi people hail from Western Sahara, a coastal territory bordering Morocco, Algeria and Mauritania. It is a very rich territory, a former Spanish colony. In 1976, when the Spanish withdrew, the Sahrawi Arab Democratic Republic was proclaimed, but immediately Morocco invaded the country and took control of it. The majority of the population was forced into exile in refugee camps near Tindouf, Algeria, many others did not manage to escape and remained in those that are renamed Occupied Territories. After years of war, in 1990, peace agreements were signed with the mediation of the United Nations. The plan called for cease-fire, the deployment of UN forces but also a referendum on self-determination (independence or integration with Morocco). In the following years Morocco violated any resolution, repeatedly denying the referendum and increasing more and more repression against Saharawi in the Occupied Territories, thanks to the silence and frequently the complicity of Occidental countries. In good faith, in very good faith I would say, the visual history of Sharawi, seen through our European eyes, has always marched on the cutting of the poignant. A reproduction of places, that we recognize automatically and to which we immediately attach a value, as we always did towards plenty “other” places as the desert, poverty, children and women covered with a veil. However the limit of a place is to be “so-as is”, it is the part of the Earth’s surface that is not equivalent to no other. This place is that, it is unique, leaves no room for consideration; we have too many places in our eyes and just a few spaces. Space is rather more discreet, perfectly replaceable with any other anywhere in the World, filled up with thinkings and contents or at least leaves a chink for curiosity. Recognize the diversity and support it with our own solidarity is a gesture as noble as easy. To be supportive with someone that we acknowledge equal to as it’s a bit less simple, but for sure more satisfying. I tried to do that, take the places, lay them on a level and turn them into spaces. If for a moment we look away from the objects that our unconscious identifies as exotic, we can grant us a new and constructive vision, no more paternalistic towards what we call the Third World. To guide me through this process I analyzed housing in Sharawi, replacing the dune’s curves with the essential lines of these sand architectures, so different from those we dwell but at the same time familiars, maybe charming but, finally, not more picturesque.


Andrea LuporiniŠ


Laura Malanchini, Responsabile Comunicazione e Coordinatrice Atelier per NipMagazine. Geografa e Paesaggista, laureata a Firenze con tesi sulle esperienze di cohousing in rapporto alla pianificazione territoriale. Laura Malanchini, Communication Manager and Atelier Coordinator for NipMagazine. Geographer and Landscape Architect, graduated in florence with a thesis on cohousing experiences related to territorial planning.

Termas Geometricas in Parque Nacional de Villarrica _ Š2009 Guy Wenborne


16 Progetti di Nuovo Paesaggio dal Mondo Prendersi cura dell’Uomo attraverso la Riqualificazione del Territorio di Laura Malanchini

16 New Landscape projects from all over the World Taking care of Man through Territorial Requalification


Auckland Waterfront: North Wharf Promenade and Silo Park _ ©2011 Simon Devitt

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a panoramica sulle tendenze in atto nella trasformazione del territorio durante l’ultimo lustro, offerta dalla Biennale del Paesaggio che si è tenuta a Barcellona nel settembre 2014 e che per la prima volta dall’Europa ha rivolto il suo sguardo al mondo intero, mette in risalto la responsabilità che la progettazione paesaggistica si sta assumendo nella creazione di un nuovo approccio verso le grandi sfide che la società contemporanea deve affrontare.

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a natura stessa del tema, A Landscape for You, dimostra l’attenzione sempre crescente alla dimensione civica del paesaggio, alla popolazione in qualità sia di fruitrice finale delle opere, sia di contribuente alla concezione e definizione delle stesse. La scelta di questo fil rouge dimostra la consapevolezza che la cura delle persone passa dalla cura dei luoghi in cui ha teatro la loro esistenza, in quanto ricchi di significati, di opportunità e di proposte per vivere ed agire in modo socialmente ed ecologicamente più sostenibile.

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a selezione degli undici progetti finalisti del Premio Rosa Barba non dev’essere stata semplice poiché, confrontando tutti i

candidati, appare chiaro come nei cinque continenti sia in atto una vera e propria rivoluzione riguardante gli scopi con cui si affronta la trasformazione del territorio. Il tratto comune e peculiare che caratterizza la maggioranza dei partecipanti è, infatti, la volontà di recupero di spazi, materiali e Storie, con e per la cittadinanza, al fine di perseguire il benessere individuale, collettivo e del pianeta.

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er questo motivo si vuole proporre una carrellata di “buoni esempi” di progettazione, comprendenti varie scale e diverse finalità, a dimostrare che un cambio di rotta verso vie di azione alternative per la socialità, l’ambiente e l’economia, può essere promosso dalla riqualificazione del territorio ed è non solo possibile, ma già in corso.

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n chiaro risultato dell’incontro positivo tra cultura ed economia di un luogo è il progetto vincitore del Premio Rosa Barba, l’Auckland Waterfront:
North Wharf Promenade and Silo Park, opera dello studio TCL Taylor Cullity Lethlean in collaborazione con WA Wright+associates, in Nuova Zelanda. Qui il recupero delle infrastrutture tecniche legate all’industria


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he overview of the trends in operation on territorial transformation, during the last five years, offered by the Biennial of Landscape Architecture, which was held in Barcelona in September 2014 and that for the first time from Europe has turned his gaze to the whole world, emphasizes the responsibility that landscape design is taking on the creation of a new approach to the big challenges that contemporary society has to face.

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he very nature of the theme, “A Landscape for You”, demonstrates the increasing attention to the civic dimension of landscape, to the population both as final consumer of works and as contributor to the conception and definition of the same. The choice of this common thread demonstrates the awareness that concerning about people passes by the care of the places of their life scene, as rich in meanings, opportunities and proposals to live and act in a social and ecological sustainable way.

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he selection of the eleven finalists of the Rosa Barba Prize shall not have been easy, because, by comparing all the candidates, it is clear that in the five Auckland Waterfront: North Wharf Promenade and Silo Park _ ©2011 Simon Devitt

continents is in operation a real revolution in the matter of the purposes with which the transformation of territory is faced.

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he common and peculiar trait that characterizes the majority of participants is, in fact, the will to recover spaces, materials and Stories, with and for the citizens, in order to pursue individual, collective and global welfare. This is the reason why it’s proposed a round up of “good examples” of design, including various scales and different purposes, to show that a flip towards alternatives manners of action for sociability, environment and economy, can be promoted through the redevelopment of territory and it is not only possible, but already underway.

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clear positive result of the meeting between culture and economy of a place is the winner project of the Rosa Barba Prize, the Auckland Waterfront: North Wharf Promenade and Silo Park, designed by the firm TCL Taylor Cullity Lethlean in collaboration with WA Wright + associates, in New Zealand.


Ballast Point Park in Birchgrave _ ©2013 Hpeterswald _ CCPL http://commons.wikimedia.org/ wiki/File:Ballast_Point_Park.jpg

ittica non si configura solamente come una nuova destinazione d’uso per manufatti abbandonati, ma come elemento attivo e sensibile alle funzioni e alla storia del luogo, che viene rivitalizzato dallo svolgimento della vita pubblica al suo interno. In questo modo si stimola un processo di appartenenza e di riconnessione della cittadinanza al proprio lungomare, percepito come un vero e proprio spazio pubblico, piuttosto che come occasione di sviluppo privatizzato. Il tema della conversione di waterfront industriali in patrimonio per la vita pubblica, conciliando stratificazioni storiche all’interno di un quadro di sostenibilità contemporanea, è stato affrontato nel nuovissimo continente anche dallo studio McGregorCoxall, con il progetto Ballast Point, a Birchgrave. Anche in questo caso, sulle ceneri di uno stabilimento produttivo, i materiali sono stati riciclati in modo innovativo per creare un parco a basso impatto ambientale, che in aggiunta, grazie a un sistema di filtraggio delle acque piovane e di turbine a vento, permette la produzione di energia in loco. 22

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nche la Cina si muove nella stessa direzione. Un esempio è il Quarryhill Garden, sorto al centro del Shanghai Chen Mountain Botanical Garden attraverso il restauro ecologico di una cava in abbandono da parte di Zhu Yufan, insieme al Dipartimento di Architettura del Paesaggio della Tsinghua University. Il progetto, per la configurazione stessa del sito, ha posto al progettista molte sfide, ma ha permesso di costruire un paesaggio insolito ed attraente: dal recupero di terreni pericolosi ed inaccessibili è nato un nuovo luogo ricreativo per la popolazione, oltre che un’opportunità di sviluppo turistico per la città. Attraverso un complicato percorso, i visitatori possono sperimentare la cava da più angolazioni e rafforzare la loro comprensione della cultura orientale del paesaggio e dell’industria mineraria.

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progetti di ripristino ecologico e bonifica, in stretto rapporto con le attività urbane, attraversano le situazioni più disparate. Una discarica è stata restituita alla fruibilità cittadina, nei pressi di Barcellona,


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ere the recovery of the technical infrastructures related to the fishing industry is not configured only as a new use for abandoned artefacts, but as an active and sensitive element to the functions and history of the place, being revitalized by the performance of public life right inside of it. This will stimulate a process of belonging and reconnection of citizenship to their waterfront, perceived as a real public space, rather than as a privatized development opportunity. The theme of the conversion of industrial waterfronts into heritage for public life, reconciling the historical layers within a framework of contemporary sustainability, has been addressed in the new continent even by McGregorCoxall studio, with the Ballast Point project, in Birchgrave.

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lso in this case, from the ashes of a production plant, the materials were recycled in an innovative way to create a park with low environmental impact, which in addition, thanks to a system for filtering rainwater and to wind turbines, allows the energy production on site.

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ven China is moving in the same direction. An example is the Quarryhill Garden, built in the center of Shanghai Chen Mountain Botanical Garden through ecological restoration of a quarry in abandonment by Zhu Yufan, together with the Department of Landscape Architecture of Tsinghua University. The project, for the same configuration of the site, caused many challenges to the designer, but permitted to build an unusual and attractive landscape: from the recovery of hazardous and inaccessible terrains was born a new recreational venue for the population, as well as an opportunity of tourism development for the city. Through a complicated path, visitors can experience the quarry from multiple angles and strengthen their understanding of landscape Eastern culture and of mining industry.

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he projects for ecological restoration and reclamation, in close relationship with the urban activities, go through the most diverse situations. A dump was returned to the city usability, near Barcelona,

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Landscape Restoration of the Vall d’en Joan Site _ ©Jordi Surroca

attraverso l’imponente progetto di rigenerazione ecologica Landscape Restoration of the Valld’en Joan Landfill Site da parte dello studio BatlleIRoig, che ha stabilizzato i terrazzamenti, creato percorsi e strutturato le tubazioni per raccogliere e condurre biogas all’impianto di trasformazione in energia elettrica e per scaricare e stoccare il percolato. Sempre in Spagna, lungo un meandro del fiume Arga, che lambisce il centro di Pamplona, lo studio AldayJover ha creato il Parco di Aranzadi, coniugando l’esigenza di uno spazio di qualità per la cittadinanza al rispetto delle dinamiche fluviali e promuovendo il recupero della cultura agricola attraverso spazi per la coltivazione di varietà locali. Tornando in Cina, nella capitale Pechino, 34 ettari di aree umide sono stati bonificati, dando vita al Qunli Stormwater Park per opera dello studio Turenscape, al fine di proteggere contemporaneamente l’ecosistema paludoso dallo sviluppo della città e il tessuto urbano dal rischio di inondazioni, offrendo altresì l’opportunità di un proficuo contatto con la natura in una delle megalopoli più inquinate al mondo.

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’attualità della ricerca di un rapporto armonico tra città e natura è sintomatica dell’affacciarsi di un bisogno umano ancestrale, che ha a che fare non tanto con la sfera pragmatico-funzionale dell’esistenza, quanto con quella psico-emotiva. È sull’onda delle emozioni che l’immersione nella natura suscita che, probabilmente, è stato votato il progetto vincitore della menzione del pubblico presente alle tre giornate

della Biennale, Termas Geometricas a Pucon, in Cile. L’autore German Del Sol Guzman ha coinvolto la platea nel racconto del suo intervento attraverso parole, immagini e suoni: un’affascinante sistema di sorgenti calde in un profondo canyon nel Parco Nazionale di Villarrica viene reso fruibile da semplici passerelle in legno dipinte di rosso, con piccoli annessi dai tetti erbosi e piscine in pietra. L’atmosfera che ne deriva, immersi tra pareti di felce e nuvole di vapore, permette di godere della generosità della natura senza violarla, ma anzi sottolineandone il movimento primitivo e sinuoso grazie alla geometria del costruito. Quando l’emozione passa dal singolo alla collettività, poi, nascono sorprendenti esperienze di comunità che sfociano nella riappropriazione di spazi urbani e nella loro restituzione alla cittadinanza attraverso processi partecipati. È il caso del Kiryat Sefer Park di Tel Aviv, un progetto di Ram Eisenberg Enviromental Design, che a nostro avviso è uno dei grandi esclusi dagli undici finalisti, poiché racchiude moltissime delle tematiche più attuali riguardanti la trasformazione urbana. Il parco, sorto su un parcheggio destinato alla polizia di Tel Aviv, era chiamato tale dai cittadini prima ancora di esserlo. Per molti anni, infatti, ogni venerdì pomeriggio la comunità si riuniva per fare picnic, trasformando a poco a poco lo spazio in un vero e proprio luogo ricreativo, tenendo manifestazioni e petizioni. Il progettista ha dato ascolto alla comunità locale perseguendo gli ideali di ecologia e democrazia, riutilizzando i materiali e attivando un processo


through the massive regeneration project of the Ecological Landscape Restoration of the Valld’en Joan Landfill Site. The project developed by BatlleIRoig studio, comprises the stabilization of the terracing, the creation of paths and pipes structured to collect and lead biogas to the processing plant that converts it into electricity and to unload and store leachate.Still in Spain,along a meander of river Arga,which flows through the center of Pamplona, AldayJover studio created the Aranzadi Park, combining the need for a quality space for citizens and the respect of the river dynamics, promoting agricultural culture recovery through the creation of areas for the cultivation of local varieties. Going back to China, in Beijing, 34 acres of wetlands have been reclaimed, creating the Qunli Stormwater Park, due to Turenscape studio, in order to protect both the wetland ecosystems from the development of the city, and the urban fabric from the risk of flooding, offering also the opportunity of a fruitful contact with nature in one of the most polluted megalopolis in the world.

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he modernity of the search for an harmonious relationship between city and nature is symptomatic of an ancestral human need approaching, which has not so much to do with the pragmatic-functional scope of existence, but with the psycho-emotional one.

Is on the spur of emotions that the contact withnatureraisesthat,probably,wasvotedthe winning project of the mention of the audience: Termas Geometricas in Pucon, Chile. The author German Del Sol Guzman has involved the audience in the report of his speech through words, images and sounds: a fascinating system of hot springs in a deep canyon in the Villarrica National Park, made accessible by simple wooden walkways painted in red, with small annexes with green-roofs and stone pools. The resulting atmosphere, being nestled among walls covered in ferns and clouds of steam, allows you to enjoy the bounty of nature without violating it, but rather emphasizing its primitive and meandering movement through the geometry of the erected. When the excitement of an individual seep into the community, then, arise amazing experiences of communities that result in the re-appropriation of urban spaces and in their return to citizenship through participatory processes. This is the case of Kiryat Sefer Park in Tel Aviv, a project of Ram Eisenberg Environmental Design, which we believe is one of the great excluded from the eleven finalists, since encompasses many of the most topical issues concerning urban transformation. The park, built on a parking lot designed for the police of Tel Aviv, was already called park by the citizens even before being

Wawa Pukllay Coporaque Workshop in Colca Valley _ ŠCorporaque Workteam

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Wawa Pukllay Coporaque Workshop in Colca Valley _ ŠCorporaque Workteam


it for real. For many years, in fact, every Friday afternoon, the community gathered for picnics, gradually transforming the space into a real recreational venue, holding demonstrations and petitions. The designer has listened to the local community by pursuing the ideals of democracy and ecology, reusing materials and activating a process of participatory planning. So as not to lose the feeling of discovery and appropriation, for example, Eisenberg has let children and adults imprint their own “fingerprint” in the blocks used for the construction of the park, with leaves and other materials, so that they could continue to love and look after it.

have redesigned a section of asphalt of a street in Winnipeg with the project Folly Forest_A dance floor for 100 trees. Meanwhile, in Peru, a team of designers coming from various parts of South America, has worked with students of Coporaque Workshop and with the local population for the creation of a place dedicated to children’s play and the integrated with the nature of Colca Valley, the Wawa Pukllay. This experience allowed, on one hand, students to vie with the practice of design and the processes of identification with the space on the part of end users and, on the other hand, the community to meet and create new social relationships.

Making Space in Dalston, Eastern Curve Garden in London _ ©Sarah Blee and J&L Gibbons

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valuating other finalist and participant projects of the Rosa Barba Prize, we can note with pleasure that the way of “collaborative creativity” is currently diffused all over the world, both in the professional world, and, fortunately, in the didactic one. For example in Canada, spouses and professors Straub & Thurmayr, together with students of Landscape Architecture of the University of Manitoba,

A project that illustrates a well-managed process of participatory planning, promoted by the professionals, is Making Space in Dalston, by J & L Gibbons studio, located in London.The authors intelligently concerned about examining how was it possible to create more public spaces in the neighbourhood without losing the existing peculiarities, in order to accompany the change and not to impose it.

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di progettazione partecipata. Al fine di non perdere la sensazione di scoperta e appropriazione, ad esempio, Eisenberg ha lasciato che bambini e adulti imprimessero la propria “impronta digitale” nei blocchi utilizzati per la costruzione del parco, attraverso foglie e altri materiali, perché potessero continuare a curarlo e amarlo.

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giudicare da altri progetti finalisti e partecipanti al Rosa Barba, si può constatare con piacere che la strada della “creatività collaborativa” si sta percorrendo ovunque nel mondo, sia nel mondo professionale che, fortunatamente, in quello didattico. Ad esempio in Canada, i coniugi e professori Straub&Thurmayr, insieme agli studenti di Architettura del Paesaggio della University of Manitoba, hanno ridisegnato una sezione di asfalto di una strada di Winnipeg con il progetto Folly Forest_A dance floor for 100 trees. Nel frattempo, in Peru, un team di progettisti provenienti da varie zone del Sudamerica, ha collaborato con gli studenti del Coporaque Workshop e con la popolazione locale per la creazione di un luogo dedicato al gioco dei bambini e integrato con la natura della Valle del Colca, il Wawa Pukllay. Questa esperienza ha permesso, da un lato, agli studenti, di confrontarsi con la pratica della progettazione e con i processi di identificazione con lo spazio da parte dei fruitori finali e, dall’altro, alla popolazione, di confrontarsi e creare nuove relazioni sociali. Un progetto che ben descrive un riuscito processo di progettazione partecipata promosso dagli stessi professionisti è Making space in Dalston, dello studio J&L Gibbons, a Londra. Gli autori si sono intelligentemente preoccupati di esaminare in che modo fosse possibile creare maggiori spazi pubblici nel quartiere senza perderne le peculiarità esistenti, in modo da accompagnare il cambiamento e non imporlo.

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olti, tra i progetti presentati, sono gli esempi di restituzione di spazi pubblici ai cittadini attraverso la riconversione di aree urbane degradate, per abbandono o pianificazione non lungimirante. L’esempio forse più famoso è il caso newyorkese dell’High Line di James Corner, il progetto di parco lineare sorto sulle ceneri della ferrovia urbana sopraelevata, che per la sua portata innovativa non poteva non figurare tra i finalisti. Sempre nella “Grande Mela” un grande parcheggio è stato trasformato nel Queens Park da Margie Ruddick, una

zona-filtro per lo smog e l’inquinamento acustico che ha dato linfa anche al potenziamento della mobilità dolce. A Città del Messico, lo studio LAAP ha unito la riqualificazione all’arte contemporanea, salvando delle sculture da un processo di trasformazione e destinandole a caratterizzare uno snodo infrastrutturale in degrado, ribattezzato Ruta de la Amistad. A Glasgow, infine, un altro progetto escluso dalla corsa al Premio ma degno di nota, è il Garscube Landscape Link – The Phoenix Flowers di Rankin Fraser Landscape Architects. Si tratta della prima fase del processo di risoluzione di una criticità urbana, il collegamento tra il centro della città e la sua periferia settentrionale. Fino a poco fa rappresentato solo da un sottopasso ostile, sporco e claustrofobico, questo passaggio è stato trasformato in un punto di transizione colorato e invitante per ciclisti e pedoni.

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oco giunge per ora dall’Africa, ad eccezione dello splendido progetto del Freedom Park di Pretoria, a cura di Newtown Landscape Architects, che è un perfetto esempio di valorizzazione della storia e dell’identità di un luogo, che si manifestano attraverso piccole e grandi simbologie ed elementi architettonici e vegetazionali, e vissuto dalla nazione intera come un monumento ai diritti umani, alla dignità e alla libertà.

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elle sue varie declinazioni, che spaziano dall’ambito ecologico a quello urbano, dalla dimensione sociale a quella economica, la trasformazione del territorio è quindi sempre più sinonimo di riqualificazione, recupero, rispetto delle identità dei luoghi e di chi li vive e li plasma. A tal fine a volte la forma del contenitore passa in secondo piano rispetto alla qualità del contenuto e al processo con il quale la si raggiunge. Questo non implica, però, una minore cura estetica per i veicoli della trasformazione, quanto una maggiore cura dei materiali e dei significati simbolici con cui e per cui questi sono concepiti. Attraverso processi tanto attenti, alla ricerca di un incontro armonico tra passato, presente e futuro, tra natura e artificio, si potrà perseguire con sempre maggiore decisione il fine della riappropriazione fisica ed emotiva dei luoghi da parte delle persone, riscoprendo che l’evoluzione dell’Uomo non è mai separata da quella dell’ambiente in cui vive, e viceversa.


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any, among the presented projects, are examples of restitution of public spaces to citizens, through the conversion of degraded urban areas, due to abandonment or non far-sighted planning.

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he perhaps most famous example is the case of New York High Line by James Corner, the proposed linear park built on the ashes of a urban rail overpass, which for its innovative scope could not be omitted from the finalists. Also in the “Big Apple” a big parking lot was transformed into Queens Park by Margie Ruddick, a filter-zone for smog and noise pollution that gave sap also the strengthening of soft mobility. In Mexico City, LAAP studio gathered redevelopment to contemporary art, saving sculptures from a process of transformation and dispatching them to characterize an infrastructural junction in decay, dubbed Ruta de la Amistad. In Glasgow, in closing, another project excluded from the competition for the prize, but noteworthy,is the Garscube Landscape Link - The Phoenix Flowers by Rankin Fraser Landscape Architects. This is the first step in the resolution of a critical urban situation, the connection between the centre of the city and its northern suburbs. Until recently represented only by an hostile underpass, dirty and claustrophobic, this passage has been transformed into a colourful and inviting transition point for cyclists and pedestrians.

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hortly comes from Africa for now,except for the beautiful design of the Freedom Park in Pretoria, designed by Newtown Landscape Architects, which is a perfect example of enhancement of the history and identity of a place, displayed as small and large symbolisms and as architectural and vegetation elements. This is perceived by the entire nation as a monument to human rights, dignity and freedom.

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n its various forms, ranging from the ecological to the urban scope, from the social dimension to the economic one, territorial transformation is then increasingly synonymous with regeneration, recovery, respect of the identity of places and of those who live and shapes them.

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o this end, sometimes the shape of the container takes a back seat to the quality of the content and the process by which it is reached. This does not imply, however, a less aesthetic care for the vehicles of transformation, as greater care of materials and symbolic meanings by which and for which they are designed.

such dedicated processes in Through search of an harmonious encounter be-

tween past, present and future, between nature and artifice,can be pursued with greater decisiveness the purpose of the re-appropriation of the physical and emotional places by people, re-discovering that Men’ evolution is never separated from the environment in which he lives, and vice versa.

Garscube Landscape Link – The Phoenix Flowers, Glasgow _ ©2010 Peter Guthrie _ CCPL https:// www.flickr.com/photos/pg/4776333583

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Andrea LuporiniŠ


Valerie Bergeron, architetto, designer, museographer, dopo la laurea in Francia ha collaborato con architetti di fama internazionale ed aziende prestigiose. Vive a Barcellona, dove cura la direzione della Materioteca del MaterFAD, il centro di ricerca sui materiali innovativi del FAD. Valerie Bergeron, architect, designer, museographer, after graduating in France, she collaborated with internationally renowned architects and prestigious companies. She lives in Barcelona, holding the direction of the materioteca of MaterFAD , the center of research on innovative materials of the FAD. http://es.materfad.com/

Ludovica Marinaro architetto e PhD candidate in architettura del paesaggio presso l'UniversitĂ di Firenze, dirige la sezione Atelier per Nipmagazine nella ricerca costante di un punto di incontro tra le arti, lo spazio e il movimento. Ludovica Marinaro architect and PhD candidate in landscape architecture at the University of Florence. She directs the Atelier for Nipmagazine in constant search of an encounter point between arts, space and movement.

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Strange Metabolisms - The Royal Danish Academy of Fine Arts, School of Architecture – Copenhagen (DK) CITA


MaterFAD. Materiali per un’innovazione tangibile Intervista a ValÊrie Bergeron A cura di Ludovica Marinaro

MaterFAD. Materials for a tangible innovation Interview with ValĂŠrie Bergeron by Ludovica Marinaro


The “Smart Flexibility: Advanced Materials and Technologies” exhibition seeks to explore the current capabilities provided by certain structures and materials to raise awareness and adapt architecture to its environment.

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# 1 Cos'è il MaterFAD e come è nato? MaterFAD è molto più di un centro dei materiali, è un laboratorio sperimentale che concentra la sua ricerca sui materiali innovativi, fornisce servizi di consulenza e formazione e facilita il dialogo e il trasferimento di conoscenza tecnologica (technology transfer) tra vari settori dell’industria, diventando un vero catalizzatore di innovazione utile alle università, agli istituti di ricerca, alle aziende, ai designer, agli ingegneri e agli architetti. Tutto è iniziato da una riflessione: lavorando a Barcellona con l'architetto Beth Galì nel corso della nostra attività ci siamo rese conto che usavamo sempre gli stessi materiali e che vicino a noi avevamo sempre i soliti cataloghi, sostituiti ciclicamente dalle stesse ditte. Noi invece vedevamo chiaro il valore del materiale e della tecnologia per il nostro lavoro, questa era una lezione che avevo imparato bene, tanto in Francia quanto in Italia e in Spagna, lavorando da sola, con Gae Aulenti e con Vittorio Gregotti. Infatti tutti coloro che lavorano sul "fare" ad un certo momento si trovano a contatto con l'importanza del materiale, e si rendono conto che è impossibile trascurare la sua scelta, perché altrimenti il progetto perde parte rilevante della sua capacità di rispondere alle nostre esigenze. Forti di questa idea ci siamo avvicinate al primo centro che stava sviluppando ricerche sui materiali innovativi per l'architettura, creato a New York nel 1999. Ne siamo rimaste affascinate e visto che in Spagna non esisteva nessuna struttura del genere abbiamo cominciato a pensare di crearla. Quando Beth Galì divenne presidentessa del FAD, si trovò nella posizione ideale per proporre concretamente il progetto. Il primo passo in questa direzione fu una grande mostra itinerante che parlava del legame tra "materiale" e "impresa", realizzata grazie al patrocinio del Ministero dell'Industria spagnolo. Organizzarla ci ha obbligato ad osservare tutti i settori industriali: dal settore tessile a quello delle biotecnologie, prendendo contatto diretto con ogni azienda spagnola che


# 1 What is MaterFAD and how was it born? MaterFAD is much more than a centre of materials, is an experimental laboratory that focuses its research on innovative materials, it provides consulting services, training and facilitates the dialogue and the transfer of technological knowledge (technology transfer) between various sectors of the industry, becoming a real catalyst for innovation useful to universities, research institutes, companies, designers, engineers and architects. It all started from a reflection: while working in Barcelona with the architect Beth Galì, in the course of our business, we realized that we always used the same materials and that close to us we always had the usual catalogues, replaced cyclically by the same companies. Instead, we clearly discerned the value of material and technology for our work, this was a lesson I had learned well, both in France and in Italy and Spain, working alone, and with Gae Aulenti and Vittorio Gregotti. In fact, everyone working on the “to do” at some stage get in contact with the importance of the material, and realize that it is impossible to overlook its choice, because otherwise the project loses significant part of its ability to respond to our needs. Armed with this idea we approach the first centre that was developing research on innovative materials for architecture, created in New York in 1999. We found ourselves fascinated and as in Spain there wasn’t any structure of that sort we started thinking of creating it. When Beth Galì became president of the FAD, she found herself in the ideal position to propose a concrete project. The first step in this direction was a travelling exhibition that depicted the link between “material” and “enterprise”, made possible by the support of the Spanish Ministry of Industry. The organization of it forced us to observe all industrial sectors: from the textile sector in biotechnology, taking direct contact with any Spanish company that was

The “Smart Flexibility: Advanced Materials and Technologies” exhibition seeks to explore the current capabilities provided by certain structures and materials to raise awareness and adapt architecture to its environment.

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lavorava sull’innovazione, fino a scegliere 100 progetti. La mostra riscosse un enorme successo sia a Barcellona, Madrid che a Saragozza e di fatto fu il veicolo per comunicare a tutto il paese la nostra intenzione di aprire un centro di ricerca sui materiali innovativi, che fungesse da polo di contatto trasversale tra i differenti settori economici. Abbiamo lavorato all’apertura di un centro vero e proprio a partire dal 2006 e nel 2008 abbiamo aperto il MaterFAD. La nostra attività iniziò insieme al giovane gruppo francese matériO, che stava creando un archivio di materiali dedicato a designer e architetti e che voleva diffondersi in Europa. Nonostante oggi prosegua la nostra collaborazione, abbiamo sentito l’esigenza di staccarci da loro per rispondere pienamente alle nostre esigenze. A differenza di matériO infatti, volevamo far lavorare insieme designers ed impresa, operazione che su realtà vaste e complesse come Parigi o New York non è possibile concentrare nel servizio di un solo centro! Dall'apertura nel 2008, di tutti gli architetti e le aziende con cui sono entrata in contatto non ne conosco uno che non veda in questo centro una funzione interessante nonché un'opportunità per il proprio lavoro. # 2 Il MaterFAD offre uno sguardo sui materiali a 360 gradi che si propone sempre nuovi mezzi di comunicazione anche tramite mostre ed eventi. Dispone di un archivio ricchissimo e di un sito in cui si possono effettuare ricerche approfondite per vari campi. Come nasce questa formula? Il MaterFAD, nella sua peculiare struttura, nasce da un lavoro sinergico avviato all’interno di una importante associazione che dal 1903 promuove le arti, il design, l’architettura e la moda in Catalunya. Il FAD è stato proprio il posto giusto per creare questo centro,perché è un insieme di più di 1500 professionisti ognuno impegnato in campi differenti della progettazione che qui hanno l'occasione di confrontarsi e crescere. Il Centro si compone di uno showroom, che ha sede nel nuovissimo edificio del Disseny

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"Radiant Soil", Philip Beesley Architect Inc, Toronto (CA)


working on innovation, until choosing 100 projects. The exhibition was a huge success both in Barcelona, Madrid and Zaragoza and in fact was the vehicle to communicate to the whole country our intention to open a research centre on innovative materials, which could serve as a centre for cross contact between the different economic sectors. We worked for the opening of a real centre starting from 2006 and in 2008 we opened MaterFAD. Our business began with the young French group matériO, which was creating an archive of materials dedicated to designers and architects, and wanted to spread in Europe. Despite today our collaboration continues, we felt the need to break away from it to fully respond to our needs. Unlike matériO in fact, we wanted to work with designers and business, operation that in large and complex realities like Paris or New York,can not be concentrated in the service of one centre! Since the opening in 2008, of all the architects and the companies with which I came in contact, I do not know one that does not see in this centre an interesting function well as an opportunity for his own work. # 2 The MaterFAD offers a gaze on the materials to 360 degrees that always offers new media also through exhibitions and events. It has a rich archive and a website where you can carry out extensive research to various fields. How was this formula born? The MaterFAD, in its peculiar structure, it was born from a synergic work started within an important association that since 1903 promotes arts, design, architecture and fashion in Catalunya. The FAD was just the right place to create this centre, because it is a collection of more than 1,500 professionals; each one involved in different fields of design and in here have the opportunity to compete and grow. The Centre consists of a showroom,located in the brand new building Disseny Hub in the construction site of Plaça de les Glories Catalanes in Barcelona, and of a comprehensive database accessible through our website. Becoming independent from matériO, we knew that we had to reach a wide spread and absolutely need Spanish as a language of communication and ad hoc tools for our mission. To our visitors, we now have all the samples of the materials of our database, so that can be touched and also to establish a direct relationship with the material to appreciate the texture, light, heat... As the showroom also the database was tailored for us, because its structure could respect our way of describing the materials. It is the first database in Spanish that, compared to others in Europe, uses advanced and highly diversified methods of cataloguing and research. We can search a material in an intuitive way, through a keyword (for example, we can type: “soft”), or by entering specific technical criteria such as the typology, the process of transformation, environmental characteristics, the country of distribution, until the legislation that regulates the manufacture and the trade.

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Hub nel grande cantiere di Plaça de les Glòries Catalanes a Barcellona, e di un esaustivo database accessibile anche tramite il nostro sito internet. Diventando indipendenti da matériO sapevamo che per raggiungere una ampia diffusione avevamo assolutamente bisogno dello spagnolo come lingua di comunicazione e di strumenti ad hoc per la nostra mission. A chi viene a visitarci, mettiamo oggi a disposizione tutti i campioni dei materiali del nostro archivio, in modo che si possano toccare e che si instauri una relazione diretta con il materiale per apprezzarne la grana, la luce, il calore... Come lo showroom anche il database è stato creato su misura per noi, perché con la sua struttura potesse rispettare il nostro modo di raccontare i materiali. È il primo database in spagnolo che, rispetto agli altri presenti in Europa, si avvale di metodi di catalogazione e di ricerca avanzati ed altamente diversificati. Possiamo cercare un materiale in modo intuitivo, attraverso una parola chiave (per esempio possiamo digitare: “morbido”), oppure inserendo criteri tecnici specifici come la tipologia, il processo di trasformazione, le caratteristiche ambientali, il paese di distribuzione, fino alla normativa che regola la fabbricazione ed il commercio! Ci interessa infatti soddisfare un ampio ventaglio di richieste,non ultime quelle delle aziende che, lavorando con sistemi di fabbricazione molto precisi, ad esempio vogliono sapere quale materiale possono usare per rinnovare la produzione senza dover sostituire i loro macchinari. Queste ed altre esigenze sono emerse dalle esperienze di Consulting, la prima successiva alla mostra di cui abbiamo parlato che ci ha permesso di concepire il centro ed il suo funzionamento, e le successive che continuiamo a promuovere per rimanere al passo con i bisogni dei nostri utenti. # 3 Il ruolo del MaterFAD oltre alla ricerca, con il consulting indica a professionisti e aziende nuovi ambiti di applicazione e sperimentazione. Può essere questa una forma diversa di invito alla partecipazione?

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Certamente! Dalla sua posizione privilegiata all'interno del FAD il nostro centro è a disposizione di professionisti e industrie del design, della moda, dell'architettura, dell'editoria ed è molto interessante vedere come reagisce ognuno di fronte allo stesso materiale o alla stessa tecnologia, cosa ad ognuno viene in mente di fare con un aerogel nel campo del tessile piuttosto che nel campo dell'architettura, oppure come cominciano effettivamente a combinarsi dei propositi progettuali piuttosto che di uso. Questo è il tipo di sperimentazione che promuoviamo quotidianamente sia all'interno dello showroom, sia attraverso il servizio di Consulting. Sulla base di un progetto concreto, messo sul tavolo, il MaterFAD offre un servizio di consulenza attraverso un team variegato e pluridisciplinare: io sono architetto, il nostro direttore scientifico è un chimico, altri sono ingegneri dei materiali. Sulla base di un format,compilato dagli utenti,che illustra le loro esigenze, iniziamo a lavorare sul progetto durante delle riunioni che diventano veri e propri laboratori con le ditte e i professionisti, dibattiti in cui le potenzialità del progetto e


We are interested in fact satisfy a wide range of applications, not least those of companies, working with very precise manufacturing systems, for example they want to know which material they can use to renew the production without having to replace their machines. These and other needs have emerged from the experiences of Consulting, the first one after the show we mentioned, that allowed us to conceive the centre and its operation, and later we continue to promote to keep pace with the needs of our users. # 3 The role of MaterFAD in addition to research, through consulting indicates to professionals and companies new areas of application and experimentation. This may be a different form of invitation to participate? Certainly! From its privileged position within the FAD our centre is available to professionals and industries of design, fashion, architecture, publishing and it is very interesting to see how everyone reacts in front of the same material or the same technology, what everyone can think of doing with an air gel in the field of textile rather than in the field of architecture, or how to actually begin to combine the design intentions rather than use ones. This is the kind of experimentation that we promote daily, both in the showroom, either through the service Consulting. Based on a concrete project, the MaterFAD offers a consulting service through a diverse and multidisciplinary team: I’m an architect, our scientific director is a chemical, others are materials engineers. Based on a format, compiled by the users, showing their needs, we start to work on the project during the meetings that become real laboratories with companies and professionals, debates in which the potential of the project and the materials themselves are explored in bottom. As well as providing information about the materials, we will also indicate where and how they are produced and distributed.

"Space-E(motion)" Diffus Design Aps, Copenhaguen (DK) Hanne-Louise Johannesen Foto ÂŽ https://www.flickr.com/photos/smartflex/14495897150/in/set72157645405551466

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dei materiali stessi vengono esplorate a fondo. Otre a fornire informazioni riguardo ai materiali, indichiamo anche dove e come vengono prodotti e distribuiti. Questo non tanto per promuovere ordini o commesse transcontinentali, anzi, preferiamo limitare l'impatto ambientale delle scelte progettuali dei nostri interlocutori, quanto per stimolare le imprese locali che stanno facendo ricerca su materiali simili ad arricchire la loro produzione in questa direzione e ad indicare ai progettisti delle alternative valide e compatibili, più facilmente reperibili. # 4 Quale, tra i materiali "innovativi" con cui è venuta a contatto, risulta per lei il più affascinante?

These contemporary works and projects involving materials, sensitive systems and articulated supports enable us to imagine the functionalities an intelligent and flexible architecture may provide. "Step-Lux", Elisava Barcelona (ES) Dr. Javier Peña + Pau Romagosa, Materfad, Valérie Bergeron, LEITAT Technological Center, Barcelona (ES) José Sáez

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Più che un materiale c'è un intero gruppo di materiali che costituiscono una sezione di estremo interesse: i materiali attivi, "Smart". Alcuni li chiamano "materiali intelligenti", io invece non credo che la materia abbia un’intelligenza,penso infatti che qualora non ci sia memoria difficilmente possa esserci intelligenza. La vera sfida consiste nel conoscere bene questi materiali per progettare sistemi integrati che ne sfruttino le potenzialità. Credo in "progetti intelligenti" e questo è un po' il senso della nostra ultima mostra: Smart Flexibility, dedicata appunto ai materiali attivi. Oggi siamo convinti erroneamente di avere dei problemi di energia, quando invece abbiamo a disposizione moltissime fonti energetiche lasciate da parte fino ad ora. In quest’ottica i nuovi materiali possono essere utilizzati proprio per recuperare l’energia persa. Attualmente, ad esempio, abbiamo presentato al comune di Barcellona un progetto con un materiale piezoelettrico, ovvero capace di produrre elettricità quando si deforma. Conoscere tale materiale ha significato per noi capire dove lo si potesse impiegare per massimizzare le sue prestazioni. Ora stiamo


This is not so much to promote orders or transcontinental job orders, indeed, we prefer to limit the environmental impact of the design choices of our interlocutors, as to stimulate local businesses that are doing research on similar materials to enrich their production in this direction and to indicate to designers of viable compatible alternatives and becoming easily available. # 4 Which of the “innovative” materials with which you came in contact appears to you as the most fascinating? More than one material there is a whole group of materials which form a section of extreme interest: the active materials. Some call them “smart materials”, but I do not think that matter has an intelligence, in fact I think that if there is no memory can hardly be intelligence. The real challenge is to be familiar with these materials to design integrated systems that exploit their potential. I believe in “intelligent projects” and this is a bit the sense of our last exhibition: Smart Flexibility, dedicated precisely to the active materials. Today we believe erroneously to have energy problems, when in fact we have many sources of energy left aside until now. In this order, the new materials can be used to recover the energy lost. Currently, for example, we presented to the municipality of Barcelona a project with a piezoelectric material, which is capable of producing electricity when deformed. Knowing such material meant for us to understand where to employ it to maximize its performance. Now we are convincing the municipality to give us in granting a stretch of congested road to experience this special piezoelectric asphalt, since we calculated that with an uptake driveway platform of only 2.50 x 2.00 m, it could be possible to light up no less than 13 lampposts!

Techno Naturology The Fabrick Lab, Elaine Ng Yan Ling, Hong Kong (CN)

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convincendo il comune a darci in concessione un tratto di strada trafficata per sperimentare questo speciale asfalto piezoelettrico, poiché abbiamo calcolato che con una piattaforma carrabile di captazione di soli 2,50 x 2,00 m, sarebbe possibile illuminare fino a 13 lampioni! Questo è il risultato applicativo di una ricerca multidisciplinare intensa e come questo progetto ce ne sono molti altri! Tra quelli esposti nella mostra Smart Flexibility, ad esempio, troviamo una famiglia di materiali in grado di cambiare forma quando vengono riscaldati. Proviamo ad immaginarne l'applicazione sulla facciata di un edificio che si riscalda per effetto del sole: l'energia che si crea dal processo di deformazione del materiale,può essere sfruttata per rendere interattiva la parete a seconda delle esigenze termiche o di soleggiamento dell'edificio, conferendo inoltre notevole varietà al prospetto. Smart Flexibility non è un oggetto finito, ma una riflessione aperta su come recuperare la creatività al processo progettuale a partire dal riconoscimento preciso della tecnologia del materiale che si ha a disposizione. Vorremmo arricchire ulteriormente questa riflessione e la stessa mostra, perché sia in continua evoluzione, sempre più rappresentativa ed attuale. # 5 Questa cultura eclettica della sperimentazione, che nel MaterFAD trova piena espressione, ha segnato tutto il suo percorso di architetto: dal momento della laurea all'Ecole Nationale Superieure d'Architecture Paris La Defense, nel 1984, passando per i 20 anni di stretta collaborazione con una delle grandi personalità dell'architettura italiana: Gae Aulenti. Come è iniziato questo percorso e cosa la ha più influenzata?

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Ho studiato a Parigi in un periodo in cui la scuola ed il mondo della professione vivevano una forte incertezza, tanto che nel giro di pochi anni tutti i miei colleghi cercavano lavoro fuori, dove vedevano che la ricerca era più fervente e stimolante, soprattutto a livello di pratica professionale. Alcuni andarono a Londra da N. Foster, altri da F. Ghery a New York, io invece andai a lavorare da Vittorio Gregotti. Milano mi aveva sempre affascinata, e quando il primo colloquio che avevo avuto con il Museo d'Orsay nel momento in cui si delineava l'idea di una riforma, non andò come mi aspettavo, decisi di partire. Lavorai su progetti stupendi, sempre affrontati con quel respiro urbanistico che era la cifra distintiva dello studio Gregotti. Era il periodo in cui ha preso forma il "Lingotto", ad esempio, progetto a cui ho lavorato con Pierluigi Cerri e Augusto Cagnardi, in un ufficio che nonostante la grande mole di lavoro, manteneva una dimensione intima e permetteva all'architetto di intervenire su tutti tavoli. Quando poi per la mia maternità dovetti tornare a Parigi, Gregotti mi chiese che cosa avessi intenzione di fare. Io risposi che ancora non sapevo perché il primo contatto con l'architetto Aulenti per il progetto del Museo D'Orsay non era andato molto bene, così mi disse che se volevo, le avrebbe telefonato per dirle che ero un pessimo architetto. Ho incontrato Gae Aulenti a Milano. Lei aveva bisogno di una persona esperta che


This is the application result of an intense multidisciplinary research and there are many projects alike this one! Among those included in the exhibition Smart Flexibility, for example, we find a family of materials able to change shape when heated. Let’s imagine the application on the facade of a building that is heated by the sun: the energy that is created by the process of deformation of the material, can be exploited to make the wall interactive depending on thermal and sunlit requirements of the building, giving also considerable variety to the front. Smart Flexibility is not a finished object, but an open consideration on how to recover creativity in the design process, starting from the precise recognition of the technology of the material at disposal. We would like to further enrich this reflection and also the exhibition, making sure that it’s constantly evolving and more and more representative and up-to-date. # 5 This eclectic culture of experimentation, which in MaterFAD finds full expression, left a mark throughout your career as an architect : since your graduation at the Ecole Nationale Superieure d’Architecture Paris La Defense, in 1984, through 20 years of close collaboration with one of the greatest personalities of Italian architecture: Gae Aulenti. How this journey started and what has most influenced you? I studied in Paris at a time when the school and the world of the profession lived a great uncertainty, so that in a few years all my colleagues were seeking work outside, where they saw that research was more fervent and inspiring, especially at the level professional practice. Some went to London to N. Foster,others to F. Gehry in New York,but I went to work with Vittorio Gregotti. Milan always fascinated me, and when the first job interview I had, at the Orsay Museum, did not went as I expected, I decided to leave. I worked on beautiful projects, always dealt with that urban dimension that was distinctive of Gregotti’s studio. It was the period in which it took shape the “Lingotto”, for example, project that I worked on with Pierluigi Cerri and Augusto Cagnardi, in an office that despite the large amount of work, maintained an intimate dimension and allowed the architect to intervene on all tables. When I had to go to Paris because of my pregnancy, Gregotti asked me what I was going to do. I replied that I did not know why the first contact with the architect Aulenti for the project of the Museum D’Orsay had not gone very well, so he told me that if I wanted, he would have call to tell her that I was a very bad architect! I met Gae Aulenti in Milan. She needed an expert who could closely follow all the construction site of the museum, and I thought, “perfect”, I had never attended a set-up construction site, as I said. She then asked me how long I could work, I replied: “very little, I’m pregnant.” She looked at me with a sigh: “Good start!”...Our collaboration lasted twenty years!

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potesse seguire da vicino tutto il cantiere del museo, ed io pensai: “perfetto”, non avevo mai seguito un cantiere d’allestimento, come le dissi. Lei allora mi chiese quanto tempo potessi lavorare, risposi: “pochissimo, aspetto un bambino.” Mi guardò sospirando: "Cominciamo bene!" La nostra collaborazione è durata venti anni! Io ho fatto parte dello studio Aulenti fuori da Milano, poiché lei aveva bisogno di un gruppo di gente capace di lavorare sui vari progetti che aveva prima a Parigi e poi qui a Barcellona. Mi ha affascinato molto lavorare secondo un approccio che legava sempre l'opera architettonica al contesto urbano, l'edificio alla città, certo forse non nella dimensione dello studio Gregotti ma sempre con queste preoccupazioni, sino ad arrivare alla scala del dettaglio. Per i vari musei che ha progettato, ad esempio, Gae Aulenti faceva sempre in modo di ottenere l'incarico sia dell'architettura che della parte museografica, perché tutto il progetto entrasse in piena sintonia con le opere d'arte. Si trattava di progettare un percorso, scandirne con cura il tempo, saper condurre lo spettatore dalla strada sino alla contemplazione precisa di un'opera, facendo in modo che lentamente l'architettura lo invitasse a modificare il suo sguardo. Penso che il progetto di questa "tensione progressiva", sia esso stesso un'arte e confrontarmi con un compito così difficile ha stimolato costantemente la mia ricerca sino al MaterFAD. # 6 Il tema del museo riveste quindi una particolare importanza nel suo percorso. Dopo l'allestimento del Museo d'Orsay, quale altro progetto è stato per lei più importante e quali sono secondo lei gli aspetti distintivi e maggiormente innovativi della sperimentazione progettuale di Gae Aulenti in questo campo?

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Un progetto molto significativo è stato il Museo Nazionale d'Arte della Catalunya a Barcellona, su cui si è lavorato molti anni. L’edificio, costruito per l’Esposizione Universale del 1929, non è molto interessante dal punto di vista architettonico, è un edificio eclettico, una specie di collage, è però molto importante dal punto di vista urbanistico, per la prospettiva monumentale con cui è stato concepito sul Montjuic. Per il progetto però a noi serviva passare da questa dimensione monumentale ad una individuale, più intima,che favorisse l'incontro del singolo con l'opera d'arte. L'edificio inoltre necessitava di svariati adeguamenti anche dal punto di vista strutturale ed impiantistico, basti pensare all'impianto di climatizzazione, indispensabile in un museo. Tutte queste modifiche che dovevano essere apportate su un contesto architettonico bene o male già risolto, richiedevano l’uso di un linguaggio nuovo, personale. L’architetto Aulenti aveva in questo un’attitudine molto corretta: non tentava nessuna mimesi, nessun camouflage, agiva con i materiali propri del suo tempo, con le tecnologie, la cultura e l'esperienza contemporanee, per risolvere i problemi contingenti, in modo che fosse molto chiaro quello che era il suo intervento rispetto a quello che era l'edificio. "Vediamo di rivelare l'uno all'altro" diceva "Non dobbiamo avere paura del contrasto perché noi non siamo


Top left: Museu Nacional d'Art de Catalunya, Sala espositiva Foto Marta Mèrida and licensed for reuse under this Creative Commons Licence https://www.flickr.com/photos/73401757@N05/8713877136/in/photostream/ 15 Aprile 2013 Bottom left: Museu Nacional d'Art de Catalunya, Sala espositiva Foto Marta Mèrida and licensed for reuse under this Creative Commons Licence (https://www.flickr.com/photos/73401757@N05/9097127821/in/photostream/) 20 Giugno 2013 Right: Museu Nacional d'Art de Catalunya Medieval Art Room

I have been part of the Aulenti studio outside Milan, as she needed a group of people able to work on various projects that had first in Paris and then here in Barcelona. Fascinated me much to work according to an approach that tied always the architectural work to the urban context, the building to the city, some perhaps not in the size of the study Gregotti but always with these concerns, until you get to the scale of detail. Working on the basis of an approach that always tied architectural work to the urban context, the building to the city, fascinated me a lot; sure maybe it was not the dimension of Gregotti’s studio, but we always designed with these concerns, until getting to the detail scale. For the various museums that designed, for example, Gae Aulenti was always sure to nail the job both of the architecture part and of the museological one, because the whole project could be in tune with the artworks. It was about designing a path, marking carefully the time, knowing how to lead the viewer from the road to the precise contemplation of an art work, making sure that architecture slowly invites him to change his gaze. I think the design of this “progressive tension”, is itself an art form and vie with such a difficult task constantly stimulated my research for the creation of MaterFAD.

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chiamati a giudicare, ma a convivere”. Credo che tutto il lavoro di Gae Aulenti sia stato animato da questi due pensieri: l'onestà di un linguaggio autentico ed innovatore e la voglia di arrivare sino alla fine del progetto, alla scala più piccola di dettaglio, perché tutto fosse un insieme. Una volta finiti gli incarichi a Barcellona, Gae mi propose di andare a lavorare da lei a Milano, ma io ormai avevo la mia vita qui e perciò sono rimasta ed ho iniziato a lavorare in proprio. La lunga esperienza con Gae mi ha insegnato che essere un bravo architetto equivale anche ad essere un buon politico, come era lei, perché il progetto altro non è che un proposito per il quale bisogna organizzarsi. Per fare ciò oggi più che mai bisogna lavorare in equipe, così come facciamo al MaterFAD, e l'architetto deve avere l'esperienza sufficiente di ogni cosa che gli permetta di saper scegliere bene i propri collaboratori. Penso che il nostro mestiere in realtà sia un modo bellissimo per dire: “Mi interessa l’altro” e ancora “Come possiamo realizzare insieme quel progetto?”. Grazie!

Museu Nacional d'Art de Catalunya Foto Conxa Rodà and licensed for reuse under this Creative Commons Licence (https://www.flickr.com/photos/73401757@N05/10670044883/in/ photostream/) 30 Ottobre 2013

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# 6 The theme of the museum is therefore of particular importance in your path. After the fitting of the Museum d’Orsay, which other project was most significant for you, and what do you think are the most innovative and distinctive aspects of the experimental design of Gae Aulenti in this field? A very significant project was the National Art Museum of Catalunya in Barcelona, on which we worked for many years. The building, built for the 1929 Universal Exhibition, is not very interesting from the architectural point of view, is an eclectic building, a sort of collage, however, it is very important from the point of view of urban planning, for the monumental prospect by which was conceived on Montjuic. For the project, however, we needed to move on from this monumental dimension to an individual one, more intimate, that favored the encounter of the individual with the artwork. The building also needed different adjustments also on structural and plan aspects, considering that the air conditioning is essential in a museum. All these changes had to be made on an architectural context, for better or worse, already solved, requiring the use of a new language, a personal one. Architect Aulenti had in this a very correct attitude: not trying any mimesis, no camouflage, acting with materials of her own time, and with contemporary technologies, culture and experience to solve passing problems, so it was very clear what was her intervention compared to what the building was. “Let’s disclose to each other”, she said, “We must not be afraid of conflict because we are not called to judge, but to coexist”. I believe that all the work of Gae Aulenti was animated by these two thoughts: the honesty of an authentic and innovative language and the desire to get to the end of the project, reaching the smaller scale of detail, so it can form a whole. Once finished the assignments in Barcelona, Gae asked me to go to work by her in Milan, but I already had my life in here, and so I stayed and I started to work on my own. The long experience with Gae taught me that being a good architect is also equivalent to being a good politician, as she was, because the project is none other than a purpose for which you have to organize. To do so, now more than ever, we must work as a team, as we do in MaterFAD, and the architect must have sufficient experience of everything that allows him to be able to choose well its employees. I think our job is a really beautiful way to say: “I care about the others” and even “How can we do together that project?”. Thank you!

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Andrea LuporiniŠ


Graziella Roccella architetto, dottore di ricerca, insegna Composizione Architettonica e Urbana al Politecnico di Torino. Svolge attività progettuale ed è autrice di diversi contributi sviluppati nell’ambito della ricerca quadriennale Abitare nei Territori d’Eccellenza. Graziella Roccella architect, PhD, is a professor of Architectural and Urban Composition at the Polytechnic University of Turin. She conducts projects and is author of several contributions developed within the four-year research Living in the Territories of Excellence. www.graziellaroccella.it / graziella.roccella@polito.it

tag-cloud dell’abitare contemporaneo tag-cloud of contemporary living


Negoziare, Coltivare, Abitare

Strategie per la riqualificazione urbana (di San Salvario a Torino) di Graziella Roccella

N

egoziare, coltivare e abitare sono tre infiniti che occupano grande spazio nella tag cloud dell’abitare contemporaneo. Nell’epoca delle Smart Cities le nuove (o per meglio dire le “rivisitate”) esigenze dell’abitare in ambito urbano includono fabbisogni di risorse agroalimentari, energetiche e di spazi pubblici qualitativamente più alti, da prodursi e fruirsi con metodi inclusivi. Negoziare da nec-otium indica la negazione dell’ozio e del riposo, la trattativa di scambio. Negoziare spazi sottoutilizzati significa dare nuova vita e quindi abitare quegli spazi, apparentemente inutili, che costellano i quartieri storici multistratificati delle città italiane. La negoziazione, anche temporanea, dei confini tra pubblico e privato (individuale e collettivo) è la condizione necessaria affinché si realizzino le iniziative commerciali e culturali di associazioni, famiglie e singole persone che animano la scena culturale della città metropolitana, per una gestione intelligente dei luoghi dell’abitare.

C

oltivare deriva da colere, ed è inteso nel senso di lavorare il campo e il territorio per coglierne i frutti ma anche nel senso di attendere con premura, rispettare e, per estensione, abitare. Coltivare porzioni di aiuole semi-abbandonate o realizzare giardini pensili e orti di comunità sui tetti

piani è ciò che sta avvenendo spontaneamente in diverse situazioni urbane a scala globale.

A

bitare, da habere consuetudine in un luogo, è l’orizzonte di senso verso il quale si orientano gli altri due infiniti. Senza la pretesa di richiamare Costruire, Abitare, Pensare di Martin Heidegger, qui si intende l’abitare anche come il narrare le vicende urbane nel loro continuo divenire.

C

aratterizzato da interculturalità e multirazzialità, il quartiere di San Salvario1 a Torino, si presenta come un insieme di microcosmi sociologici di rara ricchezza e complessità, interessante terreno di sperimentazione per esercitazioni teoriche, brano di paesaggio urbano a tratti conteso tra insider e outsider. Di chi è la strada? Lo spazio è pubblico, privato o è spazio collettivo? Queste sono alcune delle questioni ontologiche che hanno mosso l’indagine dell’Atelier Inside/Outside, dei corsi in Architettura per la Sostenibilità e in Ecodesign da cui continuano a scaturire tesi di laurea e argomenti di approfondimento. Indagare questo patrimonio architettonico e culturale per progettare spazi pubblici sostenibili dal punto di vista sociale, economico e ambientale è stata la missione assegnata per 2 anni a 239 studenti, guidati da


To Negotiate, Cultivate and Inhabit

Strategies for the urban regeneration (in San Salvario, Torino) by Graziella Roccella

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o negotiate, to cultivate and to inhabit are three infinite verbs that occupy a large space in the tag cloud of contemporary living. In the age of Smart Cities, the new (or better said the “revisited�) living needs in the built environment include agricultural, energetic and public-spaces requirements that are qualitatively higher than in the past. These resources are intended to be produced and consumed in an inclusive way. To negotiate derives from nec-otium and indicates the negation of idleness and rest, the treaty of exchange. Negotiating the underused spaces means giving them new life and therefore inhabit those spaces, seemingly useless, so diffused in the historic multi-layered districts of the Italian cities. The negotiation, even temporary, of the boundaries between public and private (individual and collective) is the necessary condition so as commercial and cultural initiatives, organized by associations, families and individuals who enliven the cultural scene of the metropolitan city, can be achieved, reaching an intelligent management of the places of dwelling.

farm and to cultivate hail from the ToLatin colere, with the meaning of work-

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ing the field and the land to reap the benefits but also in the sense of waiting for the harvest with eagerness and respect and by extension to dwell. On a global scale we are

assisting to a renovated interest for urban farming. People are spontaneously farming in every place, even in semi-abandoned flower beds; they are creating roof gardens and community gardens in different urban situations.

T

o inhabit, originates from habere, it means the habit in a place, the verbs to Negotiate and to Cultivate are oriented towards the same horizons of meaning. Without claiming to invoke Building, Dwelling, Thinking by Martin Heidegger, here we refer to Inhabit as the narration of urban transformations in their continual evolution.

F

eatured by interculturalism and multi-racialism, the district of San Salva1 rio in Turin, introduces itself as a set of sociological microcosms of rare richness and complexity; it is an interesting testing ground for theoretical exercises and a piece of cityscape at times contended by insiders and outsiders as well. Who owns the street? Is the space public, private or is it collective space?

T

hese are some of the ontological questions investigated by Inside/Outside Studio, activated at the Polytechnic University of Turin in the Architecture for Sustainability Master Degree and in the Ecodesign Bachelor Degree, and from which are


7 docenti e 6 collaboratori, che hanno prodotto 60 progetti in 5 sotto-aree di studio2.

L

’analisi, partita dalla “strada” come unità morfologica di riferimento, ha superato la lettura puramente orizzontale delle funzioni, degli usi e delle proprietà, secondo un sistema di confini fisici e mentali che determinano diverse profondità d’ambito. La lettura verticale ha individuato numerosi spazi che per loro vocazione possono essere negoziati e rivitalizzati: le fronti cieche degli edifici, i tetti piani, le corti interstiziali, le retro-facciate delle attività artigianali divengono oggetto di interventi mirati per la riqualificazione architettonica, energetica e di design ambientale. La fase analitica è stata impostata in collaborazione con l’Agenzia di San Salvario,Associazione di secondo livello che coordina le attività delle altre associazioni del quartiere. I progetti degli studenti, sempre reversibili e attenti agli aspetti di sostenibilità ambientale, hanno contribuito a innescare o accelerare processi di rigenerazione urbana già in atto3.

I

l programma funzionale assegnato agli iscritti prevede la parziale dismissione dei binari in attestazione a Porta Nuova, il recupero del Palazzo delle Poste con la possibilità di conciliare forme di ricettività innovativa con il co-working, la sistemazione del mercato agroalimentare di filiera corta in piazza Nizza. Le proposte degli studenti sono state in grado di cogliere l’invito a generare innovazione e inclusione sociale. Tra i progetti più suggestivi si segnalano gli stalli per lo Street Food in piazza Nizza e la rivitalizzazione delle corti di via Nizza con palestre di roccia verticale e proiezioni cinematografiche serali e l’open library: progetto di design del servizio, per la divulgazione di e-book gratuiti nell’aiuola Donatello. Ancora, tra i progetti più provocatori, relazionizza promuove un sistema di decrescita dei parcheggi per la costituzione di spazi di aggregazione e condivisione su strada e all’interno delle corti, favorendo la nascita di un nuovo sistema di relazioni urbane. La porzione di ferrovia dismessa viene bonificata dagli agenti

Stefano Scavino, Marco Steffanini, Zhiwei Zhu, Relazionizza, Requirements’ scheme to neighbourhoods scale. Stefano Scavino, Marco Steffanini, Zhiwei Zhu, Relazionizza, Schema delle esigenze a scala di quartiere.

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Stefano Scavino, Marco Steffanini, Zhiwei Zhu, “Relazionizza”, Programma per la decrescita dei parcheggi. Stefano Scavino, Marco Steffanini, Zhiwei Zhu, “Relazionizza”, System for the decrease of parking spaces.

still arising graduation thesis and topics of interests. Inspecting this architectural and cultural heritage to design public spaces socially, economically and environmentally sustainable, has been, over 2 years, the mission assigned to 239 students, led by 7 professors and 6 assistant professors, who produced 60 projects in 5 case-study areas2.

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he analysis, started from the “street”, as a morphological unit of reference, has overpassed the habit of interpreting the city by purely overlapping its horizontal functions, uses and properties, according to a new system of physical and mental boundaries that determine different depths of the analysed field. The vertical reading has identified several areas that can be negotiated, traded and revitalized by their very vocation: the blind fronts of buildings, the flat roofs, the interstitial courts, the back sides of short buildings occupied by small craftsmen become the subject of targeted interventions by an

architectural, energetic and environmental point of view. The analytical phase has been set in cooperation with the Agency of San Salvario, an Association that coordinates the activities of many neighbourhood associations. The student’s projects, always reversible and careful to the aspects of environmental sustainability, helped triggering or accelerating urban regeneration processes already in place3.

T

he functional program assigned to the students, expects the partial abandonment of the tracks departing from Porta Nuova train station, the recovery of the Post Office building with the possibility to combine innovative forms of accommodation with the co-working, the re-arrangement of short chain food market in Piazza Nizza. The proposals of the students afforded to accept the invitation to generate innovation and social inclusion. Among the most striking projects there are the new Street Food stalls in Piazza Nizza and the


inquinanti tramite la piantumazione di un bosco. San Salvario Three Ways propone un sistema di ombreggiamento per i ballatoi che elimina tende e verande spontanee, principali cause di degrado antropico e approfondisce altre strategie di riqualificazione urbana attraverso processi di addiction, crossing e undergrounding.

I

l Blog di atelier all’url: https://atelierinsideoutside.wordpress.com raccoglie alcuni dei progetti più interessanti che tendono a dare una nuova definizione dell’abitare urbano.

Stefano Scavino, Marco Steffanini, Zhiwei Zhu, “Relazionizza”, Analisi e metaprogetto delle corti di via Nizza. Stefano Scavino, Marco Steffanini, Zhiwei Zhu, “Relazionizza”, Analysis e metaproject of the courts in Via Nizza.

Gabriele Ponti, Aldo Sanzò, “San Salvario: sopraelevare, scavare, attraversare. Strategie per la Riqualificazione Urbana”, Tesi di Laurea Magistrale, Relatori: Paolo Mellano, Graziella Roccella, Sarah Chiodi, Politecnico di Torino, Dicembre 2012. Gabriele Ponti, Aldo Sanzò, “San Salvario: sopraelevare, scavare, attraversare. Strategie per la Riqualificazione Urbana”, Master degree thesis, Supervisors: Paolo Mellano, Graziella Roccella, Sarah Chiodi, Polytechnic University of Turin, Dicember 2012.

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revitalization of the courts in Via Nizza with new climbing walls onto the blind facades of the housing buildings; evening film projections and Open Library: a service design project for the dissemination of free e-books in Piazza Donatello. Moreover, among the most challenging projects, relazionizza promotes a system for the decrease of parking spaces, for the establishment of aggregation spaces on the streets and in the courtyards, fostering the creation of a new system of urban relationships.

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he portion of disused railway tracks is purged of contaminants through the

planting of a forest. San Salvario Three Ways proposes a shading system for balconies and verandas that eliminates spontaneous curtains, which are the main causes of anthropogenic degradation. It also deepens other strategies of urban renewal through processes of addiction, crossing and undergrounding.

T

he atelier’s Blog: https://atelierinsideoutside.wordpress.com collects some of the most interesting projects that help to give a new definition of smart urban dwelling.

Gabriele Ponti, Aldo Sanzò, “San Salvario: sopraelevare, scavare, attraversare. Strategie per la Riqualificazione Urbana”, Tesi di Laurea Magistrale, Relatori: Paolo Mellano, Graziella Roccella, Sarah Chiodi, Politecnico di Torino, Dicembre 2012. Gabriele Ponti, Aldo Sanzò, “San Salvario: sopraelevare, scavare, attraversare. Strategie per la Riqualificazione Urbana”, Master degree thesis, Supervisors: Paolo Mellano, Graziella Roccella, Sarah Chiodi, Polytechnic University of Turin, Dicember 2012.


Paolo Navone, Gabriele Ponti, Aldo Sanzò, “San Salvario three ways”, Dettaglio del sistema di ombreggiamento nelle corti di via Nizza. Paolo Navone, Gabriele Ponti, Aldo Sanzò, “San Salvario three ways”, Detail of the shading system in the courts of Via Nizza.

Nato come borgo pianificato nella seconda metà dell’Ottocento, San Salvario deve il suo nome alla chiesa di San Salvatore realizzata dalla metà del Seicento su progetto dei Castellamonte. Si estende dal Parco del Valentino alla Stazione di Porta Nuova e da Corso Vittorio Emanuele II a Corso Dante, occupando una parte centrale della città. È recentemente al centro del dibattito sulla movida notturna e sull’avversato parcheggio pertinenziale interrato di Corso Marconi. 2 I docenti titolari sono stati Arianna Astolfi, Anna Pellegrino e Luca Degiorgis per il contributo di Energie e Tecnologie

per l’Ambiente; Marco Bernini e Claudio Germak per il contributo di Design per l’Ambiente; Paolo Mellano e Graziella Roccella per quello di Architettura per il Recupero urbano.

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Marco Bernini and Claudio Germak for EcoDesign; Paolo Mellano and Graziella Roccella for Architecture for Urban Regeneration.

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Born as a planned borough in the second half of the nineteenth century, San Salvario owes its name to the church of San Salvatore built from the mid-seventeenth century on project by Castellamonte brothers. It extends from Valentino Park to Porta Nuova Station and from Corso Vittorio Emanuele II to Corso Dante, occupying a central part of the city. It has been recently at the center of the debate on nightlife and for the opposed underground parking to be built under Corso Marconi. 2 The lecturers are Arianna Astolfi, Anna Pellegrino and Luca Degiorgis for Energies and Technologies for the Environment;

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Tra i progetti già avviati, Ortopolitano e OrtiAlti si occupano di realizzare e mettere in rete orti e giardini privati sorti nelle aiuole o sulle coperture piane di alcuni edifici di San Salvario. L’evento San Salvario ha un cuore verde invece è un progetto dell’Associazione Donne per la Difesa dei Diritti della Società Civile cui l’atelier ha partecipato attivamente sin dall’inizio.

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Ortopolitano and OrtiAlti are projects in progress that deal with the networking of spontaneous orchards and private gardens in several buildings of San Salvario. The event San Salvario ha un cuore verde (San Salvario has a green heart), is a project conceived by the Association “Women for the Defence of Civil Society’s Rights” in which the studio has been actively involved from the beginning.

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Andrea LuporiniŠ


Andrea LuporiniŠ


Ludovica Marinaro architetto e PhD candidate in architettura del paesaggio presso l’Università di Firenze, dirige la sezione Atelier per Nipmagazine nella ricerca costante di un punto di incontro tra le arti, lo spazio e il movimento.

il libro

Ludovica Marinaro architect and PhD candidate in landscape architecture at the University of Florence. She directs the Atelier for Nipmagazine in constant search of an encounter point between arts, space and movement.

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Le recensioni di Los Ojos de la Piel.

La arquitectura y los sentidos Juhani Pallasmaa A cura di Ludovica Marinaro

Oggi, ancor più che negli anni ‘90, la vista rappresenta la modalità preferenziale di percepire il mondo fenomenico, forse, come spiega Pallasmaa, «perché è l’unico senso sufficientemente rapido per seguire il ritmo

il libro

Non più di 70 pagine formato A5, un libretto che può facilmente perdersi dentro gli scaffali di una libreria, eppure, dalla sua prima pubblicazione in inglese nel 1996, questo “libretto” è diventato uno dei testi fondamentali della sezione Teoria dell’architettura nelle biblioteche di molte scuole di architettura del mondo. Il saggio nasce dalla preoccupazione dell’autore per il crescente predominio del senso della vista nella riflessione sull’architettura, un fenomeno che ha messo a tacere il ruolo di altre qualità sensoriali e impoverito la nostra comprensione ed esperienza dell’ambiente costruito. Il libro deve molto alle lunghe chiacchierate con Steven Holl sul “ghiaccio fino” di Helsinki nella primavera del 1991, periodo in cui Holl lavorava al concorso per il museo d’arte contemporanea. L’interesse per il pensiero fenomenologico, che accomuna la sperimentazione architettonica di questi due architetti, trova riferimenti condivisi nell’opera dell’antropologo Maurice Merleau-Ponty ed alimenta un’appassionata ricerca cui si aggiunge la voce di Alberto PérezGómez per il numero speciale della rivista A+U: Question of perception: phenomenology of architecture, pubblicato nel 1994 ed incentrato sull’opera di Steven Holl. Qui Pallasmaa scrive Architecture of seven senses, l’articolo che pose le basi per tutta la seconda parte di questo piccolo saggio. Nel 1995 l’invito della Academy Edition di Londra a scrivere un saggio per la collana Polemics, fu l’occasione che permise a Pallasmaa di completare la riflessione sulla multisensiorialità dell’esperienza architettonica e che diede forma definitiva al testo che oggi leggiamo: The eyes of Skin. Architecture and the senses, giunto oggi alla seconda edizione in castigliano con il titolo Los Ojos de la piel. La arquitectura y los sentidos.

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The eyes of the skin.

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Architecture and the senses Juhani Pallasmaa Book review by Ludovica Marinaro

No more than 70 pages A5, a booklet that can easily get lost in the shelves of a bookcase, though, since its first English release date in 1996, this “little book” has become one of the fundamental texts of Theory of Architecture in the libraries of many schools of architecture all over the world. The essay was born from the concern of the author for the increasing dominance of the sense of sight in the reflection on architecture, a phenomenon that has silenced the role of other sensory qualities and impoverished our understanding and experience of the built environment. The book owes much to the long talks with Steven Holl on the “thin ice” of Helsinki in the spring of 1991, period when Holl worked in the competition for the Museum of Contemporary Art. The interest in the phenomenological thought, that unites the architectural experimentation of these two architects, meets shared references in the work of the anthropologist Maurice Merleau-Ponty and feeds a passionate research to which is added the voice of Alberto Pérez-Gómez for the special issue of A+U: Question of perception: phenomenology of architecture, published in 1994 and focused on the work of Steven Holl. Here Pallasmaa writes Architecture of seven senses, the article that laid the foundation for the entire second half of this little essay. In 1995 the invitation of the Academy Edition of London to write an essay for the series Polemics, allowed Pallasmaa to complete the reflection on the multi-sensorial architectural experience and gave final shape to the text that we read today: The Eyes of the Skin. Architecture and the senses, now in its second edition in Spanish under the title Los Ojos de la piel. La arquitectura y los sentidos.

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Today, even more than in the 90s, the view is the preferred way of perceiving the phenomenic world, perhaps, as the author explains, because it is «the only sense that is fast enough to keep pace with the astounding increase of speed in the technological world» which has in fact strengthened this hierarchy, subjecting us to a rainfall of images.


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dell’incredibile incremento di velocità nel mondo tecnologico» che ha di fatto rafforzato questa gerarchia, sottoponendoci ad una pioggia di immagini. L’architettura ha adottato «la strategia psicologica della pubblicità e della persuasione istantanea» divenendo «un’arte quasi esclusivamente retinica», dove trasparenza e sensazione di leggerezza sono i temi centrali del dibattito attuale, temi che hanno creato «un immaginario architettonico che utilizza il riflesso, l’opacità, i diversi gradi di trasparenza e sovrapposizioni per creare un senso di profondità spaziale». La critica di Pallasmaa all’egemonia oculocentrista trova le sue fonti in una vasta bibliografia scientifica che egli sceglie con

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Architecture adopted «the psychological strategy of advertising and instant persuasion» becoming «mere retinal art of the eye» says Pallasmaa. The debate of our time deals with central issues of transparency and feeling of lightness, themes that have created «a new architectural imagery [...], which employs reflection, gradations of transparency, overlay and juxtaposition to create a sense of spatial thickness». Pallasmaa’s Criticism to ocular-centrist hegemony finds its sources in a wide scientific literature that he collects with care and that makes the book an important contribution, because of the wealth of references to the disciplines of philosophy and psychology as well as the history of art and architecture. The author recalls the work of some of the greatest masters of architecture through a critical reading capable of making almost tangible the peculiar dynamics of different design approaches, starting from Alberti up to Michelangelo, Alvar Aalto, Frank Lloyd Wright, Tadao Ando and Luis Barragàn. Thus the second part of the book starts a consideration that awakens the dormant senses, through which Pallasmaa, as Holl says in the prologue, fixes a «clearer argument for the crucial phenomenological dimensions of human experience in architecture». «The ”elements” of architecture are not visual units or gestalt; they are encounters, confrontations that interact with memory». Architecture has therefore to do with the movement, directs and structures the behavior and comes to us thanks to a continuous synesthesia. As a result, «authentic architectural experiences consist then, for instance, of approaching or confronting a building, rather than the frontal apprehension of a facade». Via a “sensory short circuit”, The eyes of the skin, is the theoretical conscious attempt to remove the focalization of the Cartesian eye and to force the viewer to move. Echoes in the text the influence of Dada experiments and the situationist drift, that concur to develop a new way of thinking about “doing architecture” and an innovative message.

«How would the painter or poet express anything other than his encounter with the world?»

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To this question of Merleau-Ponty, Pallasmaa answers in the 90s as an architect, with a mode of thinking and crossing the landscape that frees the conception of the value of a territory from the aesthetic appeal of its panorama. «I face the city with my body, my legs measure the distance between the arcades and the width of the square, my eyes


Tramite un “cortocircuito sensoriale”, The eyes of skin, è il tentativo teorico cosciente di togliere la messa a fuoco dell’occhio cartesiano e costringere lo spettatore a muoversi. Riecheggiano nel testo l’influenza delle sperimentazioni Dada e della deriva situazionista, che concorrono a sviluppare un nuovo ragionamento sul modo di fare architettura e un messaggio innovativo. «Quoi d’autre pourrait exprimer le peintre ou le poète que son rencontre avec le monde?» A questa domanda di Merleau-Ponty, Pallasmaa negli anni novanta risponde come architetto, con un modo di intendere ed attraversare il paesaggio che affranca la concezione di valore di un territorio dal pregio estetico del suo panorama. «Affronto la città con il mio corpo, le mie gambe misurano la distanza tra i portici e la larghezza della piazza, i miei occhi inconsciamente proiettano la prospettiva del mio corpo sulle facciate, mi sento in città e la città esiste attraverso la mia esperienza incarnata». Questa consapevolezza se oggi ancora non informa appieno la cultura del progetto alla scala architettonica, viene lentamente recuperata ad

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cura e che rende il libro un contributo importante anche per la ricchezza di riferimenti agli ambiti disciplinari della filosofia e della psicologia oltre che della storia dell’arte e dell’architettura. L’autore ripercorre l’opera di alcuni dei più grandi maestri dell’architettura attraverso una lettura critica capace di rendere quasi tangibili le dinamiche peculiari dei differenti approcci al progetto, dall’Alberti a Michelangelo fino ad Alvar Aalto, Frank Lloyd Wright, Tadao Ando e Luis Barragàn. Si apre così con la seconda parte del libro una riflessione che risveglia i sensi assopiti, tramite la quale Pallasmaa, come afferma Holl nel prologo, fissa «la decisiva dimensione fenomenologica dell’esperienza umana in architettura». «Gli “elementi” dell’architettura non sono unità visuali o Gestalt; sono incontri, sono scontri che interagiscono con la memoria». L’architettura ha quindi a che fare con il movimento, dirige e struttura il comportamento, ed arriva a noi grazie ad un continua sinestesia. «Di conseguenza [...] le esperienze architettoniche autentiche consistono ad esempio nell’avvicinarsi o discostarsi da un edificio, piuttosto che nella percezione frontale di una facciata».

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unconsciously project the perspective of my body on the facades, I feel in the city and the city exists through my embodied experience». This awareness if today still does not fully inform the design culture to architectural scale, is slowly recovered to a larger project scale, the one of landscape, where abandonment of “frontal ontology”1 leads the recover of the centrality of the body, puts emphasis on tactile dimension and reformulates the ability of “being able to see the landscape”2 as we interpret it nowadays. Not surprisingly, in those years of turmoil on key issues of architectural theory, the Council of Europe started the confrontation that has given life to a new way of understanding architecture, city and landscape in the text of the European Landscape Convention. Basically a new way of seeing. Ludovica Marinaro BIO Juhani Pallasmaa (Hämeenlinna, Finland, 1936) is an architect and works in Helsinki. He is director of the Museum of Finnish Architecture and visiting professor at several schools of architecture worldwide.

1  D. M. Levin, Decline and fall: Ocularicentrism in “Heiddegger’s reading of the history of Metaphisics, in: AA.VV., Modernity and hegemony of vision” 68

2 Darko Pandakovic (2009)


una scala di progetto più ampia, quella del paesaggio, dove l’abbandono “dell’ontologia frontale”1 permette di recuperare la centralità del corpo, pone enfasi sulla dimensione tattile del percepire e riformula la capacità di “saper vedere il paesaggio”2 così come lo intendiamo oggi. Non sorprende che in quegli stessi anni di fermento su temi caldi della teoria architettonica, iniziasse al Consiglio d’Europa il confronto che ha dato vita ad un nuovo modo di intendere architettura, città e paesaggio nel testo della Convenzione Europea sul Paesaggio. Sostanzialmente un nuovo modo di vedere. Ludovica Marinaro BIO Juhani Pallasmaa (Hämeenlinna, Finlandia, 1936) è un architetto e lavora ad Helsinki. Oggi dirige il Museo di Architettura della Finlandia ed è visiting professor in diverse scuole di architettura di tutto il mondo.

il libro 1  D. M. Levin, Decline and fall: Ocularicentrism in “Heiddegger’s reading of the history of Metaphisics, in: AA.VV., Modernity and hegemony of vision” 2 Darko Pandakovic (2009)

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