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Periodico bimestrale, Registro Tribunale di Pisa n° 612/2012, 7/12 “Network in Progress” #18 Gennaio/Febbraio2014


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In copertina:

Fluo (estratto) di Emanuele Capozza Casa Editrice: ETS, P.za Carrara 16/19, Pisa Legale rappresentante Casa Editrice: Mirella Mannucci Borghini

Network in Progress Iscritta al Registro della stampa al Tribunale di Pisa n° 612/2012, periodico bimestrale, 7/12 “Network in Progress” ISSN 2281-1176

Dim:480x650mm Tecnica Mista Firenze 2012 Editing and graphics: Valerio Massaro


Editoriale L

a scorsa settimana ascoltando news e leggendo i giornali una delle notizie più trasmesse è stata la morte di Hiroo Onoda, ufficiale delle forze speciali dell’esercito imperiale giapponese che nel 1945 aveva rifiutato di arrendersi ed era rimasto per trent’anni nascosto nella giungla selvaggia su un’isola delle Filippine anche dopo che la guerra era terminata.

O

vviamente sorge spontaneo chiedersi come sia stato possibile che il soldato giapponese per trenta anni non si sia

accorto di quello che gli stava succedendo intorno. Beh la risposta è facile, semplicemente non se ne é voluto rendere conto.

E

cco questo strambo fatto di cronaca ci dice tanto sulla natura umana, e allo stesso tempo ci dovrebbe spingere a reagire in direzione contraria e stimolarci a riflettere con profonda attenzione su quello che ci succede attorno.

S

ono sempre più sconcertanti le notizie internazionali, in special modo provenienti dalla Russia di Putin, in cui ormai l’essere

omosessuale è divenuto un reato.

P

urtroppo non si deve andare così tanto lontano per stupirsi altrettanto nel sapere che anche nel nostro paese e nelle nostre città le persone continuino a vivere nella loro giungla intellettuale, come ha fatto il nostro ostinato soldato giapponese.

E

’ sconcertante che anche le nostre istituzioni facciano scelte che vanno in direzioni non chiare e che quindi succedano avvenimenti come quelli accaduti solo poche set-


timane fa a Firenze in cui in sedi istituzionali sono state ospitate associazioni apertamente contrarie all’uguaglianza dei diritti di tutti i cittadini e che incitano alla discriminazione.

L

’apprendere una notizia tale e cioè che una città permetta che tali cose accadano a livello istituzionale sotto al naso di tutti ci deve fare lo stesso effetto strambo che ci fa la notizia del soldato rimasto per trent’anni nella

giungla…. è obsoleta, fuori dal tempo, una cosa così non puo’ accadere!

te di fresco, ristoranti alla moda o alti alberi di natale luccicanti.

M

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a purtroppo non è così, queste cose accadono eccome.

E

’ ovviamente inutile dire che la parità e l’uguaglianza di tutti i cittadini sono diritti innegabile che vanno di pari passo con la vivibilità che un luogo offre a tutti i suoi abitanti. Per rendere un luogo ricco e bello non bastano certo strade lastrica-

unque prima che sui giornali appaiano notizie che avvisano che uno strambo paese chiamato Italia si è disperso nella giungla dell’inciviltà, ricordiamoci sempre di tenere gli occhi aperti, perché la guerra è finita da trent’anni… anzi forse da molto di più.


in copertina:

Fluo

Dim. 480 x 650 mm Firenze 2012 Tecnica mista Firenze, Italia. Emanuele Capozza

Emanuele Capozza, 35 anni, è nato a Firenze dove si è laureato in Architettura. L’innata passione per il disegno, parallelamente alla formazione maturata come architetto, guidano il giovane artista all’interno di un percorso in cui la sperimentazione sul “materico”, convergerà negli anni, alla definizione di un vero e proprio stile. L’apparente prevalenza del modo “astratto” cede inevitabilmente all’esame di una visione più attenta: poco a poco, piccoli richiami e accenni inequivocabili rivelano il valore paesaggistico delle sue opere. Nel periodo trascorso in Russia, la tavolozza si arricchisce di colori mentre i paesaggi d’introspezione, prendono finalmente forma.

http://www.emanuelecapozza.it/

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Cuore

Dim. 500 x 700 mm Firenze, 2012 Tecnica mista Collezione privata Mosca, Russia

Fuga

Dim. 500 x 380 mm Mosca, 2013 Tecnica mista Mosca, Russia.

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http://www.emanuelecapozza.it/


Contents

#18 RUBRICHE

Architettura che ci piace

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Architettura senza architettura a Firenze di Luca Da Frassini

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Frames p

Ghost Town Challenge in collaborazione con Homemade Dessert

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FOCUS ON

Parchetto Feronia Pietralata di Francesco Careri INTERVISTA

Firenze Goes Green

la futura greenway della città 29 Immaginando intevista a Maria Chiara Pozzana

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a cura di Claudia Mezzapesa IL PROGETTO

Dragon Dreaming

42 Come realizzare un sogno

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di Claudia Patrizia Ferrai CREATIVITÀ URBANA

e giardini Medicei, patrimonio 53 Ville dell’umanità

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La sfida del presente tra conservazione del passato e valorizzazione per il futuro di Daniele Angelotti LE RECENSIONI

_il libro_ Sul paesaggio: Lettera Aperta (Franco Zagari) di Enrico Falqui

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Architettura che ci piace/ non ci piace Architettura senza architettura a Firenze Di Luca Da Frassini, fotografie di Giorgio Verdiani

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uanto l’evoluzione dell’edilizia e dell’architettura sia andata pedissequamente di pari passo alla storia economica dell’ultimo trentennio è un assunto che sarebbe fin troppo facile da verificare e confermare. La produzione illimitata di PRG, Piani strutturali, Piani di lottizzazione era la risposta, o il tentativo di essa, ad uno

sviluppo sociale e monetario che non prevedeva le conseguenze che ad oggi si sono ripercosse su ogni sfera della vita quotidiana. Non siamo qui a tirare le fila di un ragionamento, a dare voci assolute e definire se tutto ciò sia stato un bene o un male (ciò è lasciato alle esperienze personali di ciascuno), ma ad affermare e raccontare quel-


la che è la nuova concezione di architettura e delle sue modalità espressive. Se pur più limitatamente e con meno risorse monetarie, continua la classica produzione edilizia che è sempre esistita, ma nel contempo sta prendendo piede la rappresentazione “non fisica” di tutti quegli aspetti sensoriali e percettivi che caratterizzano ogni spazio pubblico o privato che sia. Un’Architettura Immateriale, che non ha componenti fisiche perenni, ma che sfrutta la sua temporaneità come fattore di persistenza nelle esperienze personali dei fruitori dello spazio modificato. Proprio in questo caso si è scelto di “rivalutare” piazza Sant’Ambrogio, una centralità che è stata per troppe volte al centro di contestazioni per il suo effettivo disagio, ma che invece nasconde uno dei tesori storici architettonici più

importanti della città di Firenze (la chiesa gotica omonima). Cosi tramite un loop di proiezioni la piazza ha cambiato il punto di vista da cui veniva osservata, è stata “voltata”, come se si fosse palesata una parte che non era mai esistita o percepita. Un intervento semplice, ma efficace che ha sfruttato il bianco intonaco della chiesa, come tela su cui dipingere le fantasie di ogni autore. Facoltà in piazza – Sant’Ambrogio Insolita ha adoperato le elaborazioni grafiche degli studenti del corso di Visual Portfolio tenuto dal Prof. Marcello Scalzo, presso la Facoltà di Design, fornendo la prova tangibile della positiva capacità interpretativa delle dinamiche sociali e della dimensione degli spazi pubblici dei futuri professionisti del settore. 9


in collaborazione con HOMEMADE DESSERT Architecture & Design Competitions http://homemadedessert.org/

GHOST TOWN CHALLENGE - RISULTATI Homemade Dessert, in collaborazione con la Municipalità di Liepaja, Lettonia, e un collettivo di artisti, aveva qualche tempo fa lanciato un concorso di progettazione, aperto a designers di ogni genere, per proporre idee visionarie per la rivitalizzazione della piccola città costiera di Karosta, in Lettonia. Questo ex quartiere militare fu costruito prima sotto l’Impero Russo all’inizio del XX secolo, e successivamente aveva svolto la funzione di base navale Sovietica finché, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, la popolazione di 20.000 abitanti la abbandonò nel 1990. Mentre molti dei suoi edifici sono caduti in rovina, lo scheletro costruito di Karosta è servito come importante memoria di una specifica forma di architettura e pianificazione militare. La città presenta elementi caratteristici come la Cattedrale Marina Ortodossa di St. Nicholas, la prigione di Karosta, i bunker militari e i blocchi di edifici dell’era sovietica costruiti vicino al mare e il canale per le navi da guerra auto costruito. Mentre il sito è diventato una meta per turisti e artisti, in molti auspicano di rivitalizzare la vita comunitaria di Karosta e ristrutturare i suoi edifici. Homemade Dessert ha ricevuto più di 160 proposte di un complessi multi funzionali per il cuore di Karosta, con l’obiettivo di incrementare la popolazione e il turismo per questa città di 6000 abitanti situata a 10 km a nord di Liepaja. La richiesta secondo il bando includeva nel progetto una sala esposizioni, una libreria, un centro conferenze, aree per il tempo libero e spazi per negozi e ristoranti. I partecipanti potevano scegliere di rispettare i requisiti proposti, ma era data loro la possibilità di presentare idee visionarie che uscissero dagli schemi richiesti. Una giuria internazionale ha avuto il compito di selezionare i tre progetti vincitori che si sono aggiudicati un monte premi totale di 10.000 USD$.

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NIPmagazine, in qualità di media partner ufficiale, propone attraverso la rubrica Frames i risultati del concorso “Ghost Town Challange”, presentando sia i tre progetti vincitori che i sei progetti che hanno ricevuto menzione d’onore.

1st place

2nd place

3rd place

GHOST TOWN CHALLENGE - RESULTS Homemade Dessert, in collaboration with the City Council of Liepaja, Latvia and a collection of regional artists, has called for designers to submit visionary ideas for the revitalization of the small but historically significant coastal Latvian town - Karosta. This former military headquarters was constructed first under the Russian Empire at the turn of the 20th century, and later functioned as a Soviet naval base until its population of 20,000 deserted the town in the 1990s with the dissolution of the Soviet Union. While many of its buildings have fallen into disrepair, the built skeleton of Karosta serves as an important record of a very specific form of military architecture and planning. The town features such buildings as the St. Nicholas Orthodox Marine Cathedral, the Karosta Prison, military bunkers and Soviet-era housing blocks near to the sea and a man-made warship canal. While the site has become a destination for tourists and artists, many wish to more actively revive Karosta’s community life and restore its buildings. Over 160 submissions were received offering ideas for a multi-purpose cultural complex at the heart of Karosta, with the potential to generate increasing population and further tourism for this town of about 6,000 inhabitants situated 10 kilometres north of Liepaja. The requested program includes an exhibition hall, a library, conference centre, recreational areas, and spaces for retail and restaurants. Designers could choose to respect the City Council site requirements, but were also given the opportunity to present visionary ideas that worked outside of these requirements. An international jury has chosen, after much deliberation, three winning submissions to be awarded a total of USD$10,000.

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1ST PRIZE Winners : Fabien Grousset + HÊlène Besson + Julien Colom + Guillaume Friolet (FRANCE) Taking cues from former Soviet bunker design, the proposal reinterprets the heavy and closed concrete form as an open centre for civic activity, elegantly incorporating light, landscape and public space at a variety of scales. The jury was impressed with the submission’s professionalism, and the clarity and refinement of its diagrams. The project successfully made use of the entire site, and the judges appreciate its flexibility, offering the types of open space necessary for community life - the internal arrangement of functions has the capacity to engage the visitor with a range of activities, and its multi-purpose hall is effective as an indoor urban plaza. The proposal is smart in its simplicity, and certainly seems executable. One can imagine its potential for becoming an exciting new cultural core for Karosta and the surrounding region.


Francesco Careri insegna alla Facoltà di Architettura di Roma Tre e dirige il Laboratorio interdisciplinare di Arti Civiche; svolge anche un’intensa attività didattica in Francia presso l’Institut d’Arts Visuels d’Orléans, l’École d’Architecture de Paris-Tolbiac e di Paris-Val-de-Marne, l’École de Beaux Arts de Clermont-Ferrand, l’École d’Architecture de Brétagne e all’École des Beaux Arts de Dijon presso il corso di Arts Urbaines. In Francia espone sue installazioni al Palais de Tokyo e al Centre Pompidou, ed è responsabile italiano della sezione francese dell’IFYA, (International Forum of Young Architects). Ha partecipato a numerosi concorsi internazionali di architettura, ricevendo la menzione d’onore per i progetti Hellersdorfer Graben-Berlin (con Franco Zagari 1994) e Europan 6. In-between cities (2002 Nel 2003 vince il 1° Premio per il Concorso Europan 7. Sub Urban Challenge. Urban Intensity and Housing Diversity nella periferia di Parigi. È stato fondatore del Laboratorio di Arte Urbana “Stalker” con cui ha sperimentato diverse metodologie di lettura del paesaggio contemporaneo, esponendone i risultati in numerose mostre e riviste nazionali ed internazionali. Per tre anni ha condotto sperimentazioni progettuali in laboratori aperti alla cittadinanza presso il Campo Boario del Mattatoio di Testaccio e per i progetti “Immaginare Corviale” e “Ricordando Samudaripan”per la giornata della memoria della shoà nomade. Autore di numerose pubblicazioni in Italia e all’estero, ha ottenuto un significativo riconoscimento da parte della comunità scientifica internazionale, attraverso la traduzione in numerose lingue del suo libro “Walkscapes”, PBEinaudi, 2006,Milano.


Parchetto Feronia Pietralata Roma. Di Francesco Careri e Maria Rocco (LAC_Laboratorio di Arti Civiche)

Photo credits: Monica Bertolino, Emanuela Di Felice, Florian Loesch, Annalisa Metta, Maria Livia Olivetti, Maria Rocco.

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i arriviamo di venerdì pomeriggio alla fine di una lunga camminata cominciata di buon mattino dalla nuova stazione Tiburtina, passando per cantieri, grandi sommovimenti di terra, accampamenti rom e cacciatori di reperti bellici. È la prima camminata con gli studenti del nuovo Master1 stiamo per tornare a casa quando sulla strada verso la metro vediamo una rete aperta. Dietro c’è un fitto canneto, dei rovi e un sentiero che si inoltra. Troppo invitante per non entrarci. Ci infiliamo. Attraversiamo borsette di finto cuoio, brandelli di abiti, forse siringhe e seguiamo il sentiero fino ad arrivare a una casetta con

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intorno degli orti (urbani, certamente… urbani…). Il proprietario ha messo un singolare sistema di allarme. Dei fili di ferro per terra che quando li si pesta, fanno suonare dei grappoli di bottiglie. Ingegnoso. La porta è aperta ma non c’è nessuno. Usciamo dalla sua proprietà e ci troviamo in un cantiere di palazzine che sembrano venute dal raccordo anulare a saturare i pochi brandelli di spazi vuoti ancora esistenti. Gli operai ci gridano di tornare indietro, obbediamo ma fuggendo in avanti dove tra gli sterpi si ergono due bianche porte di un campo di calcetto. Figura ormai classica delle periferie italiane, fotografiamo.


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n cima a una rupe ci appare questa scena: una baracca di teli di plastica verde dove alcuni vecchietti giocano a tressette. Intorno altri anziani assistono e commentano. Pioviccica. C’è una lunga panca, ci sediamo e proviamo a farci notare. È un po’ che gli giriamo intorno e li fotografiamo. Niente. Nessuno ci degna di un commento, di uno sguardo. Il tressette li assorbe e non hanno voglia di parlare col primo che capita. Dopo molti sforzi riusciamo a interagire: quella casa del tressette l’abbiamo costruita noi… insieme ad altri giovani… quel poco di spazio su cui si riesce a camminare lo abbiamo sottrat-

to ai rovi… era tutto una massa di spine inaccessibile. Ovviamente tutto questo ci piace, capiamo che è proprio il posto che stiamo cercando, se mai ne stessimo cercando uno. È qui che volevamo inciampare. Quello squarcio verde in mezzo a palazzi, strade e cantieri, e soprattutto quell’idea e quel processo che i frequentatori della casetta stanno portando avanti, sono il terreno fertile dove proporre il progetto che comincia ad apparire nelle nostre menti. Per ora non ne parliamo. Meglio non creare aspettative. Ma non immaginiamo ancora quanto tutto questo ci coinvolgerà nei tempi a venire.

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eguono due mesi di organizzazione del workshop PICS2 con ragionamenti incrociati tra LAC e LUS, e contatti con le istituzioni e le associazioni locali. Finalmente il workshop parte, in una prima fase si cammina, in una seconda fase si costruirà . Ritorniamo dai vecchietti alla fine di una campagna di esplorazione del quartiere di Pietralata, e questa volta insieme agli studenti del Master ci sono sessanta studenti provenienti da tutta Italia e un piccolo nucleo di abitanti. Attraversiamo l’in-

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tero quartiere di Pietralata in gruppi e lungo differenti percorsi. Troviamo paesaggi dimenticati e abbandonati, ma anche accessibili e ricchi di possibilitĂ . Camminiamo, ne facciamo esperienza con il nostro corpo, li abitiamo e nelle nostre menti cominciano ad apparire nuovi immaginari. Raccogliamo storie e informazioni, seguiamo tracce e intuizioni. Alla fine produciamo una serie di mappe. Vogliamo restituire al territorio quei paesaggi che abbiamo attraversato. Desideriamo raccontare agli


abitanti quella rete di attraversamenti del quartiere che a noi si è rivelata camminando e alcune idee utili per riattivarla con piccoli interventi di fluidificazione artistica e paesaggistica.

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abato mattina. La nostra prima settimana si conclude a Parchetto Feronia. Oltre ai vecchietti nel frattempo abbiamo conosciuto anche i giovani che hanno avviato l’associazione Feronia3, sono molto attivi e hanno tante idee per il parco. Inventiamo insieme un pranzo, o meglio un pics-nic, attorno alla casetta del tressette, per condividere i risultati dell’esperienza e capire come procedere. Le mappe elaborate sono stampate sulle tovagliette con cui vengono apparecchiate le tavole. Si mangia, si chiacchiera del parco e del quartiere, si beve e si canta accompagnati da chitarre e fisarmoniche. Poi la discussione si concentra sulla par-

te bassa del parco, verso le porte del campo di calcetto che abbiamo visto la prima volta, e su una vecchia rampa che scendeva nel bosco oggi infestata da rovi alti più degli uomini, una massa inaccessibile. Comincia a nascere l’idea di concentrare lì il lavoro successivo del workshop, per estendere il parco e rendere fruibile anche quell’area. Andiamo insieme a vedere come si può fare. Dalle parole ai fatti è un solo istante. Improvvisamente siamo in un film di Fellini: un decespugliatore fa da apripista e si inoltra scolpendo tra i rovi una nuova strada. Segue un corteo di musicisti, danzatori e saltimbanco, che procede lentamente al ritmo del decespugliatore. Quando la strada è aperta si balla in cerchio schiacciando l’erba del campo di calcetto al suono vetusto delle fisarmoniche tzigane. Un rituale ludico collettivo inaugurale, che sancisce l’annessione al parco di questo

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nuovo spazio, ma soprattutto una nuova fratellanza tra PICS e l’associazione Feronia.

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rima di tornarci passa un altro mese di incontri e ragionamenti. Abbandonata lentamente l’idea di intervenire in più luoghi del quartiere con il pericolo di lasciare all’abbandono quanto potremmo produrre, si chiarisce che è meglio seminare dove il terreno è fertile. L’obiettivo diventa partecipare al progetto dell’associazione Feronia, far crescere il parco nato grazie alle sue

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cure, nutrirlo con nuove idee, mettendo a disposizione competenze, forza lavoro ed energia. Lanciarci in una sperimentazione comune alla ricerca di nuove modalità di costruzione di uno spazio pubblico inedito e condiviso. Questo almeno è quanto spieghiamo a cena la sera prima di iniziare i lavori, agli architetti, paesaggisti e professionisti invitati a guidare la fase costruttiva del workshop4. Vogliamo fare un parco in una settimana. La sorte vuole che uno dei ragazzi del parco è falegname. Dopo alcuni tentennamenti si con-


vince. Domani verrà con il suo furgone con tutti gli attrezzi di cui abbiamo bisogno. L’arrivo di una camionata di legno inaugura la settimana di cantiere di autocostruzione. Si parte senza un progetto vero e proprio. Ma il nostro viavai incuriosito ha scolpito i sentieri che mancavano e ha rivelato alcune potenziali aree di intervento. A gruppi si cerca di immaginare dei luoghi in diverse aree del parco con un disegno ancora aperto alla trasformazione. Senza ulteriori riunioni ma con continui scambi di idee tra tutti si cerca di armonizzare e controllare il processo relazionale, creativo e costruttivo. A un certo punto tutti cominciano ad andare a prendere le tavole di legno e a portarle in diversi posti. Significa che si sa cosa fare.

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rendono il via sei piccole opere: la Casetta del Tresette, ricostruita in legno intorno a quella precedente, e che solo alla fine viene smontata con il consenso dei vecchietti; la Stazione Feronia, una piattaforma con sedute per la sosta nel parco, realizzata con pallets di riciclo; il Dragone, grande architettura zoomorfa che segnala, invita

e accompagna a scendere nella parte bassa del parco; il Bosco a Dondolo, un sistema di panche sospese agli alberi a ridosso del nuovo percorso di discesa scolpito con il tagliaerba; il Merendero, una piattaforma con sedute all’ombra di un grande albero; il Frutteto, due tavoli con panche tra degli alberi da frutto piantati dai partecipanti; in tutto il parco diffondiamo un sistema di segnaletica per facilitarne la fruizione.

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l progetto/processo è continuamente dirottato dai desideri di ognuno, dagli imprevisti saltati fuori in corso d’opera e dalle conseguenze inaspettate, ma spesso determinanti, delle azioni messe in campo. Lavorando a stretto contatto si susseguono accese discussioni tra partecipanti e residenti: materiali impiegati, soluzioni costruttive, dove mettere cosa, dimensioni, forme, colori… tutto, fino ai minimi dettagli, è costantemente messo in discussione da tutti. Tanto che spesso si decide di costruire direttamente senza far sapere cosa e dove, per poi sparire al bar in modo da “sfuggire alla partecipazione” e alle infinite elucubrazioni. Gli

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abitanti infatti hanno scoperto per la prima volta che hanno facoltà di parola e questo diritto non lo mollano più. Ma a parte il desiderio di commentare e criticare, tutto viene poi assorbito e inglobato dal parco. In pochi giorni, a lavori avviati, tutti contribuiscono come possono a ideare, costruire, fornire materiali e strumenti, o anche solo supporto morale nei momenti di mag-

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giore fatica e problematicità; gli anziani del tressette ci coccolano con dolci e altre attenzioni, i giovani dell’associazione cercano di coinvolgere il vicinato e lavorano insieme a noi. L’opera finita prende forme inedite che al principio, nella fase d’ideazione, non erano assolutamente visibili. Sono architetture di qualità, interventi ragionati e puliti, che non appartengono al pensiero di un


singolo, ma scaturiscono dalla capacità di armonizzare tra loro tutti i contributi nel loro divenire.

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ltimo giorno. Giorno di inaugurazione, di pranzi, di saluti e di arrivederci. Il miracolo si è compiuto. Si passeggia nel parco e si abitano i nuovi luoghi fino a notte tarda. Si brinda “contro Autocad” e tra le risate generali si propone di disinstallarlo tutti per non diventare “caddisti”, i nuovi schiavi di alienanti catene produttive. Alla fine è convinzione diffusa che il progetto indeterminato può essere. L’architettura è molto più bella se fatta così, con chiodi, martello e lavorando con gli abitanti. Senza disegni, senza rendering, senza simulazioni. Scherzando con gli imprevisti. Alla scala del corpo dell’uomo, alla scala Uno a Uno.

Note Master MAAC - Arti Architettura Città | http://www.articiviche.net/LAC/MAAC.html Il Workshop è parte del seminario progettuale PIETRALATA PAESAGGI PROSSIMI nell’ambito del programma PICS_Public 1

Identity and Common Space, a cura di Anna Lambertini, Annalisa Metta e Maria Livia Olivetti (ricerca LUS/UniRomaTre), con Eliana Saracino e Mario Leonori, in collaborazione con: Francesco Careri, Emanuela Di Felice, Florian Loesch, Maria Rocco per LAC_Laboratorio Arti Civiche, Biennale dello Spazio Pubblico, Associazione Feronia. http://www.livingurbanscape.org/pics.workshop.html 2

Associazione culturale Feronia: http://parchettoferonia.blogspot.it/ https://www.facebook.com/associazioneculturale.feronia 3

I gruppi di lavoro sono stati seguiti da German Valenzuela (architetto, professore alla Universidad de Talca, Cile), Francisco Guynot de Boismenu (architetto, Uruguay), François Vadepied e Mathieu Gontier (Wagon Landscaping paesaggisti, Parigi), Patrizia di Monte e Ignacio Grávalos (architetti, Saragozza), con la partecipazione di Monica Bertolino (architetto, Cordoba, Argentina) e con l’intervento di Daniela Colafranceschi (architetto, professore all’Università di Reggio Calabria). 4

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2ND PRIZE Winners : Gilles Retsin + Isaie Bloch (UK) Both the architectural expression and the programming of this proposal made it stand out as an especially creative and rooted response. Its function is paradoxical to its form: a radical, symbolic monument that re-imagines the coastal concrete bunker; yet programmed with civic commonplace amenities including a canteen, a daycare center, and a workshop. It flips the city center inside-out, proposing to infuse the largerscale ‘cultural’ spaces – a museum, a conference centre – into the existing fabric in need of renovation. The architecture combines heavy concrete with lighter gilded elements to integrate materials from both the Soviet-era blocks and the Russian-Empire Orthodox Church in a controlled, fragmented way that recalls deconstructivist design methods.


3RD PRIZE Winners : Johann Bertelli + Gustavo Deleu Nogueira + Julie Deglesne (FRANCE) A truly realisable proposal, the ‘Light Core’ engages its surroundings quietly and respectfully. The design in plan and section clearly pays homage to the cathedral towards its south, while utilising sun orientation to offer a string of naturally lit interior spaces that starkly differentiates the new cultural centre from Karosta’s solid concrete constructions. The jury valued the articulate presentation of this submission and the clarity of its design. The angled position of the main form establishes a strong site organization that breaks from yet connects the otherwise rigid East-West and NorthSouth blocks nearby, and this positioning is enhanced by embedding the building into a constructed wooden landscape of outdoor event and gallery spaces.


MARIA CHIARA POZZANA, architetto, socio AIAPP, lavora nel campo dell’architettura del paesaggio e del restauro dei giardini storici dal 1984. Per circa dieci anni ha diretto i restauri nel parco di Pratolino come funzionaria della Soprintendenza di Firenze, quindi, dal 1996, come libero professionista con lo studio Architettura e Paesaggio, ha restaurato il Giardino Bardini a Firenze, i giardini di Venaria a Torino, il giardino del Castello di Torre a Pordenone, i giardini della nuova sede di Banca CR a Firenze; è stata consulente del Comune di Firenze per la realizzazione della Tramvia nel centro storico. Lo studio Architettura e Paesaggio si accosta al tema del paesaggio con un approccio interdisciplinare affrontando con grande attenzione la progettazione di giardini privati e di grandi parchi pubblici sia storici sia contemporanei.

Claudia Mezzapesa Architetto, responsabile programmazione pubblicitaria, traduzioni per NIP magazine


FIRENZE

GOES GREEN Immaginando la futura Greenway della città intervista a Maria Chiara Pozzana di Claudia Mezzapesa

Il movimento delle greenways ha radici sia nella storia dell’architettura del paesaggio sia nel più recente interesse verso l’ecologia e la conservazione dell’ambiente. Per molti, Frederick Law Olmsted a metà del 1800 fu il primo a capire il potenziale degli spazi aperti lineari nell’estenderne i benefici al tessuto urbano circostante. Nel 1865 Firenze divenne capitale e Giuseppe Poggi ricevette l’incarico di realizzare i viali urbani. Nell’Oltrarno, il Viale dei Colli fu concepito come un grande Boboli: un parco moderno che ampliava quello mediceo-lorenese, un grande giardino all’inglese a scala urbana, un itinerario panoramico con affacci sulla città storica. Maria Chiara Pozzana ha pubblicato numerosi libri e saggi sul tema e nel 2003, con il libro “Greenways: percorsi verdi nell’Oltrarno di Firenze”, è stata tra i primi a mettere in luce le potenzialità di una Greenway nell’Oltrarno fiorentino. A distanza di dieci anni da quella pubblicazione ci racconta del progetto che si è nel frattempo sviluppato.

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Com’è nata l’idea della Greenway nell’Oltrarno di Firenze e come si è evoluto il progetto in quegli anni? M. All’inizio degli anni 2000, quando era stato da poco aperto il cantiere di restauro del Giardino Bardini, è nata l’idea di collegare quest’ultimo e il Giardino di Boboli con un itinerario subito immaginato come una Greenway. All’epoca, Edoardo Speranza e Antonio Paolucci l’avevano denominata la ‘spina verde’: una struttura verde che attraversa la città storica con grandissime e splendide aperture sul panorama di Firenze. Questo primo tratto è stato realizzato e adesso i due giardini sono visitabili con un unico biglietto. Nel 2003 il Comune di Firenze, con l’Assessorato all’Ambiente, sostenne la pubblicazione del libro “Greenways: percorsi verdi nell’Oltrarno di Firenze”, nel quale fu sviluppata l’idea un po’ ambiziosa di una Greenway che, partendo dal Giardino Bardini e Boboli, si Il tracciato della Greenway nell’Oltrarno fiorentino 1

inoltra nei giardini privati dell’Oltrarno per poi ricollegarsi con il giardino di Porta Romana. A quel punto venne l’idea di connettere questo itinerario urbano con il più grande percorso nel verde che esiste a Firenze: il Viale dei Colli, un luogo che abbiamo iniziato a frequentare, studiare e analizzare, rendendoci subito conto della sua incredibile potenzialità. Così è nata l’idea di una straordinaria Greenway pedonale nell’Oltrarno fiorentino.

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I giardini del Bobolino

Cosa rappresenta il Viale dei Colli per Firenze e come viene vissuto? M. Attualmente l’idea di una passeggiata esclusivamente pedonale è realisticamente impossibile. Ad oggi, il viale viene utilizzato più come un’autostrada e vissuto pochissimo dai fiorentini. Non è così per gli stranieri che qui si fermano a contemplare le viste su Firenze. L’itinerario è tra i più panoramici della città. Partendo dai giardini d’Oltrarno e attraversando i tre giardini del Bobolino, allineati su un asse prospettico centrale, si arriva sul Viale Galilei e poi,quasi in pianura,si percorre il tratto più panoramico e paesaggistico fino al Piazzale Michelangelo. Da qui si scende in città attraverso quel capolavoro assoluto che sono le Rampe del Poggi, un intervento di architettura del paesaggio che collega il centro storico con 3 Le rampe del Piazzale Michelangelo nel progetto di Giuseppe Poggi 4 Le rampe del Piazzale Michelangelo

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le sue colline retrostanti attraverso un percorso che, dalla natura del Viale dei Colli, scende verso l’architettura della città, facendosi sempre più architettonico in un sistema di grotte, scale e grandi muri bugnati “alla rustica”. Mi piace definire questa passeggiata come un giardino all’inglese a scala urbana. Il Viale dei Colli può essere paragonato ad un esempio simile in Europa? M. In realtà non esistono molti esempi di viali in salita con tutte queste aperture panoramiche sulla città. La conformazione urbana di Firenze e la morfologia del territorio rendono unica e particolare la passeggiata lungo il Viale dei Colli. Giuseppe Poggi visitò Parigi anche dopo la metà dell’800 e con molta probabilità si ispirò ai grandi boulevards parigini.

Luxemburg Ville 5

Le rampe di Piazzale Michelangelo ricordano quelle del Pincio a Villa Borghese a Roma. Un’idea di promenade sopraelevata la ritroviamo a Luxemburg Ville, qui Edouard Andrè realizzò un parco-passeggiata lungo le mura settecentesche intorno alla città. Questi sono solo alcuni esempi ma il tema sarebbe sicuramente da approfondire.

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Vista sulla città e sul Giardino Bardini dal Viale dei Colli

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Quali sono state le linee progettuali dell’intervento di Giuseppe Poggi? Cosa è ancora visibile dell’originale progetto? M. Giuseppe Poggi nel volume “Sui lavori per l’ingrandimento di Firenze” spiega perché aveva concepito il progetto come un sistema di affacci sulla città, nel quale l’aspetto paesaggistico era la principale linea progettuale. Un altro intento era quello di creare un nuovo e prestigioso quartiere residenziale. Pur tuttavia l’obiettivo principale del piano consisteva nell’offrire ai cittadini un verde strutturato, piacevole da vivere e che rispondesse ai criteri di sanità e salubrità. Quindi c’era in nuce un concetto che ora potremmo definire ecologico e di sostenibilità della vita urbana. In alcune fotografie della metà dell’800 è immortalata perfino Piazzale Michelangelo, la tramvia in una foto storica 7

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una tramvia a vapore che saliva fino al piazzale. Questi intenti non sono cambiati: oggi come nell’800 abbiamo bisogno della natura in città, di quella campagna in città che effettivamente è l’obiettivo principale e finale del progetto della Greenway. Questi giardini sono stati costruiti benissimo con una tecnica eccezionale tant’è vero che resistono dopo 150 anni e sono ancora molto ben leggibili, con una collezione di piante d’alto fusto e di conifere molto pregiate che spesso sono oggetto di studio per gli studenti delle facoltà di agraria e scienze forestali. Quali dovrebbero essere le linee progettuali di un intervento di restauro oggi? M. In tantissime occasioni di discussione sul progetto ho avuto l’opportunità di sottolineare che ci vorrebbe una visione d’insieme per un intervento di questa portata. Occorrerebbe elaborare un masterplan con una previsione di quindici anni di lavoro. Questo materiale andrebbe organizzato sotto forma di un piano generale di conservazione del Viale dei Colli. Subito a seguire si dovrebbero realizzare la segnaletica e attraversamenti stradali sicuri, che attualmente mancano, per poter consentire l’immediata fruibilità dell’intero percorso. Lo scorso anno, in occasione del corso ‘Restauro dei

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giardini e parchi storici’, promosso dalla Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron e Cescot Firenze, abbiamo sperimentato con un gruppo di architetti, agronomi e forestali, una prima fase del masterplan analizzando i Giardini del Bobolino. In quella occasione è subito emersa la necessità di scendere nel dettaglio con un’analisi degli elementi architettonici e di arredo. Il restauro delle sedute, muretti, cordoli, recinzioni, cancellate, e la risistemazione dei drenaggi, delle superfici erose dall’acqua e delle fognature sono operazioni che andrebbero concepite utilizzando gli stessi materiali e soluzioni tecniche dall’inizio alla fine, e non un campionario di materiali diversi, come spesso accade in simili situazioni. Il Viale dei Colli collegandosi al Giardino delle Scuderie Reali e al bellissimo edificio delle Pagliere, alle serre comunali del Bobolino, al Piazzale Michelangelo e ai giardini dell’iris e delle rose, potrebbe dar vita ad un nuovo percorso turistico dedicato all’arte nella natura alternativo a quello del centro storico. Questo costituirebbe un polo di interesse straordinario per quanto riguarda la cultura del giardino e del paesaggio. Si tratterebbe di un restauro ma sarebbe la ripresa di un concetto ottocentesco interpretato nella vita attuale. Nella Firenze ottocentesca non esisteva il turismo che ora abbiamo, quindi un progetto oggi deve contemplare questa esigenza. Lavoriamo per i cittadini ma anche per i visitatori che per brevi periodi diventano cittadini di Firenze.

Nella pagian precedente: Tavola di rilievo, Masterplan ‘I giardini del Bobolino’, corso di ‘Restauro dei giardini e parchi storici’ 2013, promosso dalla Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron e Cescot Firenze, 8

coordinatore: arch.Maria Chiara Pozzana, direzione Cescot: dott.ssa Cinzia Caraviello, dott.ssa Marina Ciafrè, tutor: arch. Claudia Mezzapesa, docenti: Alessandro Cecchi, Francesca Cintelli, Isabella Dalla Ragione, Lorenzo De Luca, Massimo De Vico Fallani, Margrit Freivogel, Claudia Gerola, Tiziana Grifoni, Enrico Mailli, Maria Chiara Pozzana, Giancarlo Raddi, Tommaso Tarassi, Mariella Zoppi iscritti: Cadetti Alessia, Caldini Cecilia, Ciantra Maggie, Cirigliano Viola, Condorelli Maurizio, Dalle Mura Chiara, Di Giampaolo Giampietro, Giachetti Costanza, Mennuno Lucia, Pelagatti Sara, Rahmati Nausikaa Mandana, Statini Chiara, Tasticci Alessandro, Vaccaro Rosa, Vannella Matteo

seminari sul Viale dei Colli 9

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seminari sul Viale dei Colli 10

Cosa è stato fatto finora e come si sta sviluppando il progetto? M. Nella guida del Giardino Bardini si parla anche del progetto della Greenway dell’Oltrarno, ma questo non è sufficiente. Probabilmente una guida dedicata alla Greenway potrebbe essere uno strumento utile ma questo non prima che vengano realizzate le opere necessarie per la messa in sicurezza degli attraversamenti. La Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron ha fatto proprio il progetto da noi proposto,e attualmente lo sta portando avanti con una serie di iniziative che coinvolgono le istituzioni locali e nazionali, il Polo Museale Fiorentino, la Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici della provincia di Firenze, il Comune di Firenze, l’ufficio sito UNESCO ‘Centro storico di Firenze’ e il Ministero per i Beni Culturali. In questi anni sono stati già organizzati workshop, seminari con studenti stranieri, e, nel 2013, un corso specifico sul tema. É on-line anche il sito internet http://vialedeicolli.jimdo. com, un modo per raccogliere e condividere gli studi fatti finora e aprire una discussione pubblica sul tema, affinché possa attivarsi un meccanismo di coinvolgimento collettivo. In questi anni l’argomento di cui non si può far a meno di parlare è la crisi. Il progetto della Greenway dell’Oltrarno può oggi essere considerato un investimento?

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M. Non si considera che il giardino produca valore, quindi si pensa che anche il giardino pubblico rappresenti solo un costo per la collettività. Invece non lo è. Mi piace citare la frase ‘open space is a good investment’, però è necessario dimostrarlo. Come? Ogni singola nostra azione può contribuire a che ciò sia vero. Per esempio se iniziassimo


ad esplorare i parchi più vicini a noi senza dover a tutti i costi spostarci in auto per raggiungere gli spazi verdi, già avremmo fatto fruttare il nostro investimento. Il potenziamento di questa green belt ha prima di tutto un effetto immediato sul microclima e sulla riduzione dell’inquinamento urbano, misurabili anche con l’esperienza empirica. Se addirittura si riuscisse a liberare il Viale dei Colli dal traffico delle auto realizzando un tunnel sotterraneo, come in tante altre città, questo ritornerebbe ad essere la passeggiata panoramica come lo era nell’800; attualmente però è un tema urbanistico complesso. Quando il prossimo incontro per una passeggiata al Bobolino? M. Il programma è di riprendere l’appuntamento annuale del corso di ‘Restauro dei Giardini e Parchi Storici’ che avrà come tema, in prosecuzione di quello del 2013, il masterplan del Viale dei Colli. Quindi appuntamento a quest’anno, e per restare aggiornati vi invito a consultare le pagine: http://vialedeicolli.jimdo.com/ http://www.bardinipeyron.it/ab/

BIBLIOGRAFIA: -“Sui lavori per l’ingrandimento di Firenze’ relazione di Giuseppe Poggi (1864-1877), Firenze, Tipografia G. Barbera, 1882 -“Greenways. Percorsi verdi nell’Oltrarno di Firenze”, Mariachiara Pozzana, Polistampa, Firenze, 2003 -‘Giardini pubblici a Firenze dall’Ottocento ad oggi’, Mario Bencivenni, Massimo de Vico Fallani, Edifir Edizioni, Firenze, 1998 Fonti Fotografiche: Foto 1_ Il tracciato della Greenway nell’Oltrarno fiorentino (Studio architettura e paesaggio, arch. M.Pozzana, C.Mezzapesa, T.Tarassi) Foto 2_ I giardini del Bobolino (Studio architettura e paesaggio, arch. M.Pozzana, C.Mezzapesa, T.Tarassi) Foto 3_ Le rampe del Piazzale Michelangelo nel progetto di Giuseppe Poggi (dal libro “Sui lavori per l’ingrandimento di Firenze’ relazione di Giuseppe Poggi (1864-1877), Firenze, Tipografia G. Barbera, 1882) Foto 4_ Le rampe del Piazzale Michelangelo (da Vecchia Firenze mia, https://www.facebook.com/vecchiaFirenzemia?fref=ts) Foto 5_ Luxemburg Ville (Studio architettura e paesaggio, arch. M.Pozzana, C.Mezzapesa, T.Tarassi) Foto 6_ Vista sulla città e sul Giardino Bardini dal Viale dei Colli (Studio architettura e paesaggio, arch. M.Pozzana, C.Mezzapesa, T.Tarassi) Foto 7_ Piazzale Michelangelo, la tramvia in una foto storica (da Vecchia Firenze mia, https://www.facebook.com/vecchiaFirenzemia?fref=ts) Foto 8_ Tavola di rilievo, Masterplan ‘I giardini del Bobolino’, corso di ‘Restauro dei giardini e parchi storici’ 2013, promosso dalla Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron e Cescot Firenze Foto 9-10_ seminari sul Viale dei Colli (Studio architettura e paesaggio, arch. M.Pozzana, C.Mezzapesa, T.Tarassi)

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Honorable mention Diego Perez (Chile) Karosal Cultural Centre


Honorable mention Stefano Privitera + Francesco Quadrelli (Italy) VI.R.U.S. Viral Redeveloping Urbanity System


Claudia Patrizia Ferrai Neo-Laureata in Architettura del Paesaggio presso l’Università di Sheffield, in Inghilterra. La sua tesi riguarda l’agricoltura urbana come modello sociale, ecologico e sostenibile. È inoltre laureata in Ingegneria Ambiente e Territorio presso Università Federico II di Napoli nel 2005. I suoi interessi risiedono nella progettazione sostenibile, sociale ed ecologica, agricoltura urbana, permacultura, paesaggio come narrazione ed è inoltre fondatrice della linea di saponi artigianali e naturali Ilex. Esempio dei suoi lavori su cargocollective.com/claudiaferrai e claudia.ferrai@gmail.com.


Dragon Dreaming Come realizzare un sogno di Claudia Patrizia Ferrai

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Dragon dreaming. How to realize a dream The eco-village Sieben Linden, Germany is an example of how to live sustainably having a holistic view. It is a cooperative where 130 people live, produce 70% of their food, do composting, water recycling, use dry toilets and farm using organic methods. The eco-village is a demonstration that it is possible to change lifestyles and live sustainably. The EDE course (Eco village Design Education) is a course created by Gaia Education in order to plan and design sustainable settlements, based on the principle “Live and learn”. The course runs for 4 weeks with members from Europe, Africa and China, giving you an insight in the world issue and coming up with solutions. The course emphasised mainly on delivering tools to realize projects. A series of tools have been shared like permaculture, dragon dreaming, empowered fundraising, conflict resolution and SWOC analysis.

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Particularly interesting is the Dragon Dreaming method inspired by the Australian aboriginals, the theory of com-

plexity and chaos. The method is used to realize a dream, stimulates personal growth, strengthens community and promotes services to the Earth. It is based on a cyclical process: dream time, do time, plan time and celebrate time. It is a simple and playful method for visionary processes, planning, implementation and evaluation*. During the EDE Course, dragon dreaming has been applied to a series of projects. In particular to the project “Fig tree: a model of eco soap business” where we walked the initial two steps of the circle. The EDE course was a month of personal growth, during which I listened to my inner voice, I expressed my dreams, and I am willing to realize them using the methodologies learnt. We danced, sang, cried and laughed. We sat in front of a fireplace and told stories. We connected with ourselves, the group and the world around us. We built friendships and a community, and to close the cycle we celebrated.


L’eco-villaggio di Sieben Linden in Germania è un esempio di come vivere in modo sostenibile basandosi su una visione olistica. È una cooperativa dove vivono 130 persone che producono il 70% del proprio fabbisogno di cibo basandosi su una dieta vegetariana, fanno il compostaggio e il trattamento delle acque reflue e piovane e coltivano in modo biologico. Per arare i propri terreni usano cavalli addestrati con tecniche di horse whispering e coinvolgono una serie di aziende sociali che sostengono l’economia locale. L’innovazione di Sieben Linden sono le abitazioni in paglia (straw bale houses) di due piani, le prime di questo genere in Europa. L’eco-villaggio è una dimostrazione che cambiare stile di vita e vivere in modo sostenibile è possibile. Il Corso EDE (Ecovillage Design Education) è stato creato da Gaia Education per progettare insediamenti sostenibili

ed è basato sul principio di “vivere e imparare”1. Il corso ha una durata di 4 settimane e fornisce le tecniche e le conoscenze per eseguire tale cambiamento. Il curriculum EDE è suddiviso in quattro argomenti che corrispondono alle quattro dimensioni primarie dell'esperienza umana: sociale, economica, ecologica e visione globale. Ogni argomento è suddiviso in ulteriori cinque argomenti secondo il cerchio della sostenibilità. Partecipare ad un corso sulla sostenibilità e vivere in un eco-villaggio è stata un’esperienza olistica unica. Abbiamo vissuto un mese imparando la teoria ma fondamentalmente vedendo esempi pratici e mettendoli in azione. Il corso enfatizzava la pratica, lo sviluppo e la realizzazione di progetti, l’opportunità di networking, la risoluzione di conflitti interiori e di gruppo e il concetto di distribuzione delle risorse in modo equo.

a destra Ruota che rappresenta il cerchio della sostenibilità. pagina precedente L’immagine è il risultato di un brainstorming di un gruppo di cinque persone dall’Italia, Regno Unito, Romania, Etiopia e Tanzania. Ci illustra l’evoluzione dalla storia personale al servizio olistico al mondo.

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È stato un corso interattivo con un alto coinvolgimento dei partecipanti. Il corso era multiculturale con persone provenienti da 27 paesi tra Europa, Africa e Cina. Questo ha permesso di avere una visione globale del mondo, conoscere le varie culture, i problemi locali e mondiali e cercare soluzioni con gli insegnamenti e le metodologie proposte. Per affrontare le problematiche dei quattro argomenti dell’EDE, sono stati illustrati vari metodi di design e progettazione tra cui dragon dreaming, permacultura, empowered fundraising, risoluzione di conflitti, team bulding, coaching e analisi SWOC (Strengths,

Weaknesses, Opportunities and Challenges). Particolarmente interessante è il metodo di dragon dreaming (sognare del dragone), una metodologia che facilita la progettazione e la ricerca di soluzioni. Prima di tutto è importante saper ascoltare, risolvere conflitti, essere consci che non possiamo vivere individualisticamente, ma in gruppo, saper di essere connessi con gli altri e avere la stessa visione del progetto. Parlando dei nostri progetti è importante farlo dal cuore e dallo stomaco, mettendo in mostra la nostra passione, la nostra fermezza e unendoci con noi stessi e con il resto del mondo. Il gruppo EDE composto da persone provenienti da 27 paesi del mondo tra Europa, Africa ed Asia.

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Dragon dreaming è una metodologia che può essere usata per qualsiasi tipo di progetto, anche personale. È una tecnica che aiuta a realizzare un progetto creativo, collaborativo e sostenibile. Allo stesso tempo stimola la crescita personale, rafforza il rapporto tra i membri del gruppo e promuove diversità, creatività e vitalità, non tanto per noi stessi e il gruppo, ma in modo particolare per il mondo2. Dragon dreaming è stato sviluppato da John Croft ispirandosi all’antica spiritualità aborigena australiana, alla teoria del caos e della complessità. Ogni progetto inizia con un sogno interio-

re. Purtroppo spesso il sogno non viene condiviso o espresso. Circa il 90% di tutti i progetti non superano la fase della pianificazione e solo il 10% dei progetti che sono realizzati vive più di tre anni3. La maggior motivazione del fallimento dei nostri progetti è perché muore la passione del nostro sogno, non celebriamo i successi dei nostri risultati e non si riflette a sufficienza. Fondamentale è ascoltare le varie persone del gruppo, condividere le stesse motivazioni, il progetto in tutte le sue fasi ed il suo possesso (ownership). In questo modo le persone sono pienamente coinvolte nel percorso ciclico del dragon dreaming.

Esempio del SongLine del progetto Beautiful world. Il progetto consiste nel creare videoclips per diffondere messaggi di sostenibilità per far comprendere cosa rappresenta l’eco-villaggio.

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L’ultimo giorno del Corso EDE tutti i membri del gruppo hanno scritto i loro progetti su un foglio di carta e raggruppati in argomenti. In seguito con una matassa di lana abbiamo fatto i collegamenti tra i vari membri del gruppo e il nostro progetto. La ragnatela era fitta di idee e networking.

Il percorso ciclico inizia con il sognare, segue il pianificare, l’agire e infine la celebrazione. Di ogni tassello ci sono una serie di domande di riflessione che produco dei Songlines. Questi rappresentano il frutto di energia delle varie riflessioni, una lista di azioni e chi deve eseguirli. Uno dei motti di dragon dreaming è “Se non è divertente non ha valore di essere realizzato”. Bisogna essere onesti con se stessi, iniziare con piccoli progetti e compiere tutti i passi del dragon dre-

aming senza tralasciare la riflessione e la celebrazione. Durante il corso EDE questa tecnica è stata applicata ad una serie di progetti tra cui il progetto “Fig Tree: azienda ecologica, equa e sociale per la creazione di saponi naturali”. Inizialmente abbiamo discusso del progetto partendo dalla nostra storia, cosa possiamo offrire e creare per il mondo. I vari principi del corso EDE sono stati discussi. Finita questa prima fase di brainstorming, abbiamo iniziato a percorre il cerchio L’eco-villaggio Sieben Linden con le sue case in paglia (straw bale houses) e i campi coltivati in modo biologico.

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ascoltando ogni membro del gruppo. A causa del poco tempo a disposizione, ci siamo fermati alla fase della pianificazione, assegnando ad ognuno di noi un’azione da compiere. In remoto stiamo continuando a percorrere il cerchio, continuando a realizzare il nostro sogno e ad allinearlo a quelli dei vari membri nei vari paesi d’Europa e Africa, per eventualmente chiudere una fase del ciclo. Il Corso EDE è stato un mese di crescita personale, durante il quale sono riuscita a esprimere i miei sogni, ad ascoltare la mia voce interiore e sono intenzionata a realizzarli utilizzando le tecniche apprese in quell’occasione. Inoltre abbiamo cantato, ballato, pianto, riso, ci siamo seduti intorno al fuoco

e raccontato storie. Ci siamo connessi con noi, e il mondo intorno a noi, abbiamo costruito amicizie e una comunità. E per chiudere il ciclo, abbiamo celebrato. Note *Dragon Dreaming, 2014. About Dragon Dreaming. Available online at <http://www.dragondreaming.org/> Gaia education, 2014. Design for Sustainability. Available online at <http://www.gaiaeducation.net/index.php/ en/sustainability-online/71.html> 1

Dragon Dreaming, 2014. About Dragon Dreaming. Available online at <http://www.dragondreaming.org/> 2

3

ibidem

Schema del processo di Dragon dreaming

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Honorable mention Dace Gurecka (Latvia) Unapologetically No City


Daniele Angelotti dopo la laurea in Architettura al Politecnico di Milano si trasferisce dalla verde Brianza Lecchese a Firenze, consegue la magistrale in Architettura del Paesaggio e si specializza in restauro di giardini storici. Attualmente è tirocinante presso l’Ufficio Parchi e Giardini del Polo Museale Fiorentino. Dal 2012 collabora con l'Associazione "Per Boboli" seguendo progetti di conservazione e valorizzazione del Giardino. Lo studio “Boboli - Giardino dei sensi, Museo da ascoltare” vince il Lifebility Award 2013 per aver approfondito come migliorare la fruibilità dei giardini storici per ciechi e ipovedenti mediante sistemi tecnologici innovativi. daniele.angelotti@gmail.com


Ville e Giardini Medicei Patrimonio dellâ&#x20AC;&#x2122;UmanitĂ La sfida del presente tra conservazione del passato e valorizzazione per il futuro Foto e Testi di Daniele Angelotti


U

no degli ambiti di studio più affascinanti che si affrontano oggi nelle Università di Architettura è forse quello legato all’Arte dei Giardini: un microcosmo che offre privilegi appassionanti a chi si accinge ad indagarlo. “La storia dei giardini si identifica con quella delle idee, del modo di vivere insieme, delle forme di governo, del gusto e della capacità organizzativa delle diverse società. È storia di immagini, di sogni e di memorie: è, in fondo, la storia degli uomini”1 . Definita in passato il Giardino d’Europa, l’Italia è sempre stata celebrata per la bellezza dei suoi giardini ed è ormai riconosciuto da tutti come questi costituiscano una componente fondamentale del nostro patrimonio storico, culturale e paesaggistico.

I

l recente inserimento di dodici Ville e di due Giardini Medicei nella Lista UNESCO per il Patrimonio dell’Umanità punta i riflettori su una realtà importante non soltanto per la Toscana. Alla Corte Medicea maturarono il sogno e l’utopia del giardino rinascimentale che da Firenze fu esportato e interpretato in tutto il mondo occidentale. Alla luce delle congiunture economiche attuali, garantire a questi straordinari beni un futuro meno critico è fondamentale. Inoltre, la loro presenza diffusa sul territorio ne fa potenzialmente un grande volano per lo sviluppo locale ed esperienze straniere, quali il circuito dei Castelli della Loira, rappresentano un buon modello di confronto. in alto Veduta del Giardino di Boboli

M.Zoppi, Storia del giardino europeo, Editori Laterza, Firenze, 1995, pag. VIII. 1

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S

i incontrano ville e giardini storici lungo tutta la Penisola e si intuisce facilmente come la valorizzazione in rete di tali realtà costituisca sì una sfida complessa per il presente, ma, al tempo stesso, un’occasione da non perdere per il futuro. Se in Toscana godiamo delle bellezze Medicee, in Piemonte abbiamo la Corona delle Delizie Sabaude, ci sono poi le straordinarie Ville Venete, quelle della Brianza, quelle Laziali e quelle Siciliane: un elenco che potrebbe di sicuro ampliarsi ulteriormente.

N

ell’ultimo secolo la Legislazione Italiana in materia di beni culturali e paesaggistici è stata scandita da

leggi, quali la Bottai del ’39 o la Galasso dell’’85, fondamentali per lo sviluppo di un dibattito sensibile all’argomento. Per trattare nello specifico la tutela dei giardini storici fu però necessario attendere il 1981 con la stesura della Carta di Firenze (ICOMOS) e della Carta Italiana dei Giardini Storici (ICOMOS Italia) finalizzate a fornire definizioni e linee guida per la manutenzione, il restauro e il ripristino. Attualmente l’intera materia è disciplinata dal Codice dei Beni culturali e del Paesaggio del 2004.

T

utela e conservazione possono e devono andare di pari passo con la valorizzazione e con forme di gestione in linea con le esigenze attuali ed è neces-

in alto Veduta del Giardino di Boboli

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sario che lo Stato e le Amministrazioni locali riconoscano la funzione sociale ed educativa dei giardini storici adoperandosi in maniera sempre più attenta per favorirne la fruizione. Promuovere il rispetto dei beni culturali e paesaggistici è infatti importante per recuperare il legame profondo tra un luogo e chi lo vive.

S

embra difficile a credersi ma capolavori inestimabili custoditi per esempio al Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano o a quello della Caccia e del Territorio di Cerreto Guidi

sono spesso sconosciuti ai più. L’essere difficilmente raggiungibili costituisce sicuramente un fattore limitante, ma è davvero questo il problema?

F

lotte di turisti varcano ogni anno i cancelli del Giardino di Boboli per ammirare le opere d’arte e le collezioni botaniche qui custodite ed è impensabile che non possano essere parimenti interessati alla straordinaria collezione di agrumi di Castello, alla turrita Villa della Petraia o all’Appennino di Pratolino che custodisce i segreti di un destino misterioso e pieno di interrogativi.

in alto a sinistra Villa Medicea della Petraia in alto a destra Grotta degli animali Giardino di Castello

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L

a valorizzazione in rete di tali realtà potrebbe inoltre rivestire un ruolo importante anche nella realizzazione di connessioni nuove e alternative. Un esempio: l’approvazione del PIT ha riportato al centro della discussione i progetti per il Parco della Piana Pratese. La Villa di Poggio a Caiano potrebbe forse ritrovare lo storico collegamento con le vicine Cascine di Tavola e, pur senza recuperare le vie d’acqua che in passato univano i due complessi, si potrebbero proporre piste ciclabili e sentieri per il trekking per ricongiungersi

anche alla vicina Villa di Artimino e al borgo di Carmignano. Molte realtà si trasformerebbero in nuove centralità per lo sviluppo locale contribuendo così concretamente alla crescita di attività artigianali, agricole e non solo.

I

l ruolo dei cittadini non dovrebbe essere marginale e le collaborazioni sinergiche tra soggetti differenti eviterebbero che la connessione “culturale” possa non trovare riscontro in quella “reale”. Le proposte possibili sono molteplici e la non comune rilevanza

in alto Scorcio della Villa Medicea di Poggio a Caiano

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Giardino di Boboli La Limonaia grande

Lâ&#x20AC;&#x2122;Appennino nel Parco di Pratolino

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Giardino di Boboli Il Prato della meridiana

internazionale di cui godono i Giardini Medicei sarebbe sicuramente un fattore di successo. È però importante riflettere sulla necessità che queste attività debbano effettivamente valorizzare le eccellenze del territorio.

V

olenti o nolenti, termini quali tutela e conservazione trovano un senso compiuto solo in un’ottica culturale diffusa capace di riconoscere il valore di ciò che è pervenuto. Le prospettive portano a sperare che in futuro si potrà e si dovrà fare molto. Solo in questo modo si potranno veramente considerare salvi questi tesori unici e irripetibili.

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Honorable mention Jonathan Palazzolo + Antonia Wai (United States) DO YOU HEAR THE PEOPLE SING. Cultural interventions to bring opportunities back home


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Honorable mention Uldis Amars + Reinis Predelis + Liva Vilcina + Anna Vaivare (Latvia) RECYCLED TIME


il libro

Enrico Falqui Direttore Responsabile di NIPmagazine. Direttore del laboratorio di ricerca in Architettura ed Ecologia del Paesaggio. DIDA, UniversitĂ di Firenze.

Franco Zagari Sul Paesaggio: lettera aperta Libria, 2013

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Le recensioni di

Sul Paesaggio: Lettera aperta.

diEnrico Falqui

L

’ultimo libro di Franco Zagari possiede un fascino misterioso, su cui il lettore si interroga fino all’ultima pagina, quando scopre che tutta la narrazione “riflessiva”, che ci ha accompagnato attraverso vari temi in tutti i capitoli precedenti, ci ha spinto ad intraprendere un“viaggio nel Paesaggio” che non si conclude al termine del libro, ma prosegue “quando il vento cambia”, proprio come il viaggio di Ulisse.

Z

L

’Autore ci spinge a riflettere sul “perché” la bellezza sembra non abitare più nelle nostre città e ci spiega che “...anche il paesaggio più modesto deve essere una promessa di bellezza”. Nella ricerca di questa “dimenticata e perduta” qualità dello Spazio nelle nostre città, Zagari mette in risalto la straordinaria “rivoluzione culturale” che la Convenzione Europea sul Paesaggio (2006) ha introdotto sia nel dibattito politico-culturale, sia nell’approc-

il libro

agari utilizza, in questa sua ultima fatica letteraria, un linguaggio diverso dal tradizionale “pentagramma” scientifico, intrecciando abilmente la narrazione biografica degli eventi importanti della sua vita con le riflessioni più attuali e innovative sul “destino” del Paesaggio italiano. E’ questo invito che, Zagari costantemente rivolge alle presenti e future generazioni di saper guardare “in avanti”,che ci permette di considerare il testo non come un “bilancio” di una vita dedicata al Progetto di Paesaggio, bensì come un “programma” per il futuro, alla ricerca costante dei diversi modi di produrre “Bellezza” nelle nostre città e nel nostro territorio “europeo”. Kafka affermava che “..chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la Bellezza non diventerà mai vecchio”; Zagari è un esempio limpido e trasparente della veridicità di questa dotta citazione, essendo divenuto negli ultimi 25 anni uno degli architetti-paesaggisti più riconosciuti a livello internazionale nella cultura del Progetto di Paesaggio.

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il libro

cio socio-culturale da parte degli attori fondamentali delle trasformazioni della Città e del Territorio. Infatti, dice l’Autore: ”E’ quando fra Spazio e Società si stabilisce una sintonia che possiamo parlare veramente di Paesaggio”. La consapevolezza di questo paradigma nuovo comporta per l’Autore una revisione radicale delle classificazioni troppo rigide di cui si sono dotate Regioni e Province, come ad esempio la definizione statutaria di una “Carta dei Luoghi” o la valutazione della “qualità paesaggistica” attraverso una rigida determinazione di “soglie” misurate attraverso indici di discutibile oggettività. Zagari ci invita al viaggio alla ricerca della Bellezza ,accompagnandoci per luoghi di città con le quali ha stabilito un’osmosi emozionale, come la Chellah a Rabat, la città storica di Siviglia, il mitico scenario tra Scilla e Cariddi attraverso lo Stretto di Messina, il movimento dinamico del paesaggio urbano di Times Square a New York, i paesaggi iconemici di Petra e Venezia, il barranco (canyon) di Guiniguada a Las Palmas nella Gran Canaria. Questa narrazione paesaggistica ci fa riflettere sulla pluralità di definizioni e di modalità di percezione dei paesaggi contemporanei da parte dell’individuo moderno; il che ci fa comprendere con maggiore consapevolezza che “il Paesaggio evolve nel nostro pensiero con grandi cambiamenti, nel giudizio di ciò che ci appare giusto e bello...” poiché stiamo vivendo la transizione da una democrazia arcaica a una democrazia moderna che si lascia alle spalle tutti i paradigmi arcaici che stanno alla base del modello sociale ed economico.

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agari ci invita a liberarci di qualsiasi pregiudizio nei confronti di ciò che vediamo negli spazi ambigui e liquidi di questa “Città-Non Città”, che attraversiamo nel movimento quotidiano tra spazi dell’abitare e spazi della produzione e del tempo libero. In questa esortazione, l’Autore, a mio avviso, ci affida l’eredità del suo “modo” di progettare il Paesaggio, allargando l’orizzonte professionale del paesaggista ma anche il campo della percezione sociale del Paesaggio. E’ in questo passaggio che Zagari ci fa capire l’ambizioso obiettivo progettuale al quale sta dedicando le sue energie migliori con la frenetica attività di “progettista itinerante” quale sempre egli è stato; egli vuole cambiare “il modo di percepire le forme del


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l libro è corredato da belle immagine a colori di parchi, spazi verdi progettati e di suggestioni paesaggistiche dello stesso Zagari, di Marina Merisi e Monica Sgandurra. Per tutti questi motivi è un libro che non dovrebbe mancare in nessuna biblioteca personale o pubblica di questo Paese.

il libro

Paesaggio”ed anche il modo e il metodo di “progettare” il paesaggio a scala d’opera e a scala urbana, imponendo all’architetto- paesaggista una vera e propria “catarsi”, sia nel metodo di interpretazione dei luoghi che nell’ascolto delle tante voci della Comunità. Zagari dà l’impressione, in questa lucida narrazione “paesaggistica”, di voler teorizzare la necessità di una “rottura” con quella cultura “difensiva” del paesaggio che ha burocratizzato e ghettizzato la professione del paesaggista in Italia, che ha reso marginale il Paesaggio nelle politiche di governo del Territorio da parte delle pubbliche amministrazioni, che ha consegnato impropriamente la salvaguardia e tutela del paesaggio alle Sovrintendenze Regionali e Comunali, che ha impedito alle Comunità locali di progettare uno sviluppo sostenibile fondato sulla centralità “economica” del Paesaggio. Per operare questa rottura, Zagari ci rende consapevoli che “...in un progetto di paesaggio i temi dovrebbero essere trattati tenendo in stretta relazione di scambio la scala del dettaglio e quella dei grandi sistemi, tenuti invece molto distanti tra di loro nell’abitudine del progetto di architettura e di urbanistica. ”Ciò che deve essere smontato è il rapporto “deduttivo” dal Piano al Progetto, poiché è evidente ormai a gran parte dell’opinione pubblica che nelle nostre città “...nuove forme si impongono, nuove densità, nuovi canoni e funzioni d’uso dello spazio e nuovi criteri di identità e di bellezza”. Più che una “lettera aperta” il testo costituisce l’anteprima di un nuovo “Manifesto” di idee e proposte per far divenire il Paesaggio una delle “centralità” culturali e politiche per le nuove generazioni di “attori e stakeholders” del Territorio e della Città.

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Honorable mention Hansjรถrg Gรถritz + Melissa Morris + Brandon McCloy (Germany) KAROSTA OASIS CULTURAL FORUM Ascending Place - Descending Space


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NIP #18 Gennaio 2014  

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