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Conoscere il territorio: Arte e Storia delle Madonie Studi in memoria di NicoD Ma Marino Voi. II a cura di Marco Failla Giuseppe Fazio Gabriele Marino

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Conoscere il lerriiorio: Arie e Situiti delle Mathnie Studi in memoriti di Siro .\ {tirino, Voi. Il A cura di Marco Fatila, Giuseppe Fazio e Gabriele Marino Associazione Culturale "Nico Marino", Lulu.com Cefal첫 PA, ottobre 2014 ISBN 978-1-326-03409-2 Atti della seconda edizione Organizzata da Archeoclub d'Italia sede di Cefal첫 presso la Sala delle Capriate del Municipio di Cefal첫 e il Polo Culturale Santa Maria di Ges첫, Collesano (PA), 19-20 ottobre 2012 Contributi di: Salvatore Anselmo Arturo Anzelmo Diego Cannizzaro Marco Failla Salvatore Farinella T o m m a s o Gambaro Gabriele Marino Angelo Pettineo Rosario Pollina Giuseppe Spallino Rosario Termotto Impaginazione e grafica: Gabriele Marino Grafica di copertina ideata da: Pia Panzarella


Conoscere il territorio: Arte e Storia delle Madonie Studi in memoria di Nico Marino Voi. II Atti della seconda edizione Organizzata da Archeoclub d'Italia sede di Cefal첫 presso la Sala delle Capriate del Municipio di Cefal첫 e il Polo Culturale Santa Maria di Ges첫, Collesano (PA), 19-20 ottobre 2012

a cura di Marco Failla Giuseppe Fazio Gabriele Marino

Associazione Culturale "Nico Marino"

Lulu.com

Cefal첫 ottobre 2014


Indice Nota di cura

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Nico Marino (scheda bìo-bibliografica)

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GABRIELE MARINO: Nico Marino raccoglitore e custode di cose ce/aiutane Programma delle giornate di studio

13 19

Ricerche sulla Storia e l'Arte delle Madonie MARCO F A I L L A : I dipinti perduti, raffiguranti i sovrani normanni e svevi, della cattedrale di Cefalù. Un'interpretazione iconologica ed un'ipotesi sulla datatone

__ 23

ARTURO ANZELMO: Note a margine su Nibilio e Giuseppe Gagini come metafora del tramonto dell'esperienza rinascimentale in Sicilia

35

DIEGO C A N T N I Z Z A R O : La traditone musicale sacra a Cefalù

67

ROSARIO T E R M O T T O : Schiavi e zingari nei paesi delle Madonie in età Moderna ___ 73 GIUSEPPE SPALLINO: Sotto il controllo del Duce. Le associazioni madonite durante il fascismo

83

SALVATORE ANSELMO: Appunti su due opere della maniera di Petralia Sottana: il San Carlo Borromeo in preghiera di Giuseppe Salerno e La disputa di Gesù con Ì Dottori di anonimo pittore siciliano

89

ANGELO PETTINEO: L'inedito ruolo di Giovanbattista Vespa nell'impianto della città ideale: dalla rifondanone di Santo Stefano di Camastra (1683) alla ricostmzjone di Catania (1694) TOMMASO GAMBARO: La produzione ceramica di Collesano nel XVII

97 secolo

141

SALVATORE F A R I N E L L A : Matteo e Giuseppe GarìgUano, pittori gangitanì del tardo Settecento. Un primo bilancio con una appendice su due opere inedite di Pietro Martorana e Raffaele Visallì ROSARIO POLLINA: Bernardo Cornelia poeta caltavuturese dell'Ottocento

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Nota di cura Contenuti del volume Il presente volume, curato da Marco Failla, Giuseppe Fazio e Gabriele Marino per conto dell'Associazione Culturale "Nico Marino", liberamente consultabile online, con le immagini a colori, sul sito nicomarinocefalu.it (tramite la piattaforma issuu.com) e acquistabile in formato cartaceo sul sito lulu.com, raccoglie gli atti della seconda edizione delle giornate di studio "Conoscere il territorio: Arte e Storia delle Madonie. Studi in memoria di Nico Marino", organizzate dall'Archeoclub d'Italia sede di Cefalù, con la collaborazione della famiglia Marino, presso la Sala delle Capriate del Municipio di Cefalù e il Polo Culturale Santa Maria di Gesù, a Collesano, Ì giorni 19 e 20 ottobre 2012. Oltre agli articoli ricavati dalle comunicazioni presentate all'interno delle giornate di studio, il volume include l'articolo di Gabriele Marino Nico Marino raccoglitore e custode di cose ce/aiutane, originariamente pubblicato come Nico un(ic)o e centomila. Nico Marino tra storia, turismo e cabaret^ in "Corso Ruggero", anno I, numero 1, Marsala Editore, Cefalù PA, agosto 2011, pp. 92403. Ringraziamenti Maria Antonella Panzarella e Gabriele Marino desiderano ringraziare quanti hanno collaborato alla realizzazione delle giornate di studio di cui il presente volume è testimonianza e quanti hanno collaborato alla realizzazione dello stesso volume: il Comune di Cefalù; il Comune di Collesano; i soci delPArcheoclub d'Italia di Cefalù e particolarmente il Presidente Flora Rizzo; i relatori, colleghi e amici di Nico e particolarmente Rosario Termotto.


Nico Marino. Foto di Pippo Glorioso (1993)


N i c o Marino Attore e studioso cefalutano Cefalù, 1948-2010 Figlio del Dott. Gabriele e di Elena Bellipanni, D o m e n i c o Marino - per tutti " N i c o " - è nato a Cefalù il 30 aprile 1948, secondo di quattro fratelli. Dalla metà degli anni Settanta, parallelamente alla carriera di attore e autore di teatro con il gruppo di cabaret-folk "I Cavernicoli" (fondato nel 1967 e molto attivo, anche in ambito nazionale, tino ai primi anni Novanta), è stato u n o dei principali animatori della vita culturale della sua città, collaborando con enti pubblici, privati e associazioni, organizzando eventi, compiendo ricerche storiche, p r o m u o v e n d o il n o m e di Cefalù in Italia e nel m o n d o . Collezionista e guida turistica sui generis, studioso di storia e tradizioni locali, ha pubblicato una decina di libri e circa duecento tra articoli, saggi e contributi di vario tipo tutti incentrati su u n qualche aspetto della vita o della storia di Cefalù e delle Madonie. Sposato dal 1982 con Maria Antonella Panzarella, padre di Gabriele (nato nel 1985), Nico ci ha lasciati il 18 ottobre 2010. Libri e curatele -

(a cura di) Mostra della iconografia storica di Cefalù (catalogo della mostra), Kefagrafìca Lo Giudice, Palermo 1992

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(e A m e d e o Tullio, a cura di) Oggetti, curiosità e bìbelots della Fondanone Mandralisca (catalogo della mostra), Kefagrafìca Lo Giudice, Palermo 1994

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Altre note di storia cefaludese (raccolta di articoli apparsi su "Il Corriere della M a d o n i e " 1989-1993), Kefagrafìca Lo Giudice, Palermo 1995

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(e T o t ò Matassa, a cura di) Saluti da Cefalù. Mostra di cartoline d'epoca ed altro, (catalogo della mostra) Tipografia N u o v a Select, Cefalù P A 1995

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(e Rosario Termotto) Cefalù e le Madonie. Contributi di storia e di storia dell'arte tra XVII e XVIII secolo, Tipografia N u o v a Select, Cefalù P A 1996 Enrico Piraino Barone di Mandralisca, Centro Grafica, Castelbuono P A 1999 (II ed., 2000)

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Vincenzo Cirincione. Un benemerito cefaludese collezionista e filantropo nel bicentenario della nascita a 130 anni dalla morte, Cefalù 1803-2003, Tipolitografia Pollicino s.n.c, Cefalù P A 2003 La vita e le opere di Enrico Piraino Barone di Mandralisca, Officine Tipografiche Aiello & Provenzano, per Archeoclub d'Italia sede di Cefalù, Bagheria PA 2004 Compendio di note, appunti, indicazioni e documenti sulla storia di Cefalù, M P Grafica, per Archeoclub d'Italia sede di Cefalù, Cefalù 2005 (formato CD-R)


— 1856 milleottocentocinquantaseì. I moti rivoluzionari cefaludesi nel centocinquantesimo anniversario, Cefalù 25 novembre 1856-25 novembre 2006, Tipografia Valenziano, Cefalù PA 2006 — (a cura di) Festa di Musica. Nel 25° Anniversario dell'Associamone Musicale S. Cecilia, Tipografia Valenziano, Cefalù PA 2007 — Giuseppe Giglio: Medico chinugo, ostetrico, scienziato, filantropo. Un benemerito cefaludese nel centocinquantesimo anniversario della nascita, Cefalù 1854-2004, Marsala Editore, Cefalù PA 2007 — Cefalù. Itinerari urbani, PRC Repubbliche, Palermo 2008 Scelta di pubblicazioni che contengono contributi di Nico Marino — AA. W . , Il Cabaret dei Cavernicoli, Lorenzo Misuraca Editore, 1973 — AA. W . , L'Osteria Magno di Cefalù, a cura dell Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Cefalù, Palermo 1994 (II ed., 1996) — Caterina DÌ Francesca (a cura di), Immagini per Mandralisca. Omaggio alla vita ed alle opere del Barone Enrico Piraino, Kefagrafica Lo Giudice, Palermo 1994 — AA. W . , Omaggio alla memoria di Gabriele Ortolani di Bordonaro Principe di Torremw^a, a cura del Comune di Cefalù, (senza dati editoriali né tipografici) 1996 — Angelo Petdneo (a cura di), I Uvolsi. Cronache d'arte nella Sicilia tra '500 e '600, BagheriaPA1997 — AA. W . , Chiese aperte a Cefalù, Tipografia Valenziano, per Archeoclub d'Italia sede di Cefalù, Cefalù PA 1997 — Pierluigi Zoccatelli (a cura di), Aleister Crowley. Un mago a Cefalù, Udizioni Mediterranee, Roma 1998 — Nino Liberto e Steno Vazzana, Cefalù raccontata dalle fotografie di Nino Liberto, Elfil Grafiche s.a.s., Palermo 1999 — Umberto Balistreri (a cura di), Gli Archivi delle Confraternite e delle Opere Pie del Palermitano, Circolo Cultura Mediterranea, Poligraf, Palermo 1999 — Umberto Balistreri (a cura di), Le torri di avviso del Palermitano e del Messinese, Archivi e Memorie, Poligraf, Palermo 1999 — AA. W . , Le edicole votive di Cefalù, Centro Grafica, per Archeoclub d'Italia sede di Cefalù, Castelbuono PA 2000 — AA. W . , Cefalù. Perla del Mediterraneo, Ed. Affinità Elettive, Messina 2002 — Giacinto Barbera e Marcella Moavero (a cura di), Il Liberty a Cefalù, Offset Studio, Palermo 2005 — Vincenzo Abbate (a cura di), Giovanni Antonio Sogliani (1492-1544). Il capolavoro nascosto di Mandralisca, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo MI 2009


Studi in HIV/nona di \/co Murino, \ 'ol. II (2012)

- Angela Diana Di Francesca e Caterina Di Francesca (a cura di), Cinematografari. Una lunga storia dì Cinema, Officine Tipografiche Aiello & Provenzano, per Marsala Editore, Bagheria PA 2009 - Giuseppe Antista (a cura di), Alla corte dei Ventimiglia. Storia e committenza artìstica, Edizioni Arianna, Ceraci Siculo PA 2009 Contributi su quotidiani e periodici A partire dal 1973, Nico Marino ha pubblicato una grande quantità di articoli dedicati a Cefalù e le Madonie. Nell'impossibilità di elencarli in questa sede, si vogliono però ricordare le principali testate su cui sono apparsi: «Il Corriere delle Madonie» (Cefalù PA), «Presenza del Murialdo» (Cefalù), «L'Eco di Gibilmanna» (Gibilmanna, Cefalù), «La Voce delle Madonie» (poi «La Voce»; Cefalù), «Cefalù InForma» (Cefalù), «Espero» (Termini Imerese PA), «Le Madonie» (Castelbuono PA), «PaleoKastro» (Sant'Agata di Militello ME), «Il Centro Storico» (Mistretta ME). Articoli e altri testi su Nico Marino - Peppino Ortoleva e Barbara Scaramucci (a cura di), "Via Asiago Tenda", in L'universale Gar\antìne. Radio, Voi. N-Z, Mondadori-TV Sorrisi e Canzoni, Milano 2006, p. 928 - Guglielmo Nardocci, La città di Ercole e dei Normanni La terra del mito (I Borghi più belli d'Italia 12: Cefalù), in «Famiglia Cristiana» n. 36, 4 settembre 2005 (http://bit.ly/lnlY9tA) - Roberto Alajmo, "Cefalù. L'osmosi della somiglianza prende il sopravvento", in L'arte di annacarsi. Un viaggio in Sicilia, Laterza, Roma-Bari 2010, pp. 215-221 - Consiglio di amministrazione della Fondazione Mandralisca, È stato un acuto ricercatore, in «LaVoce Web», 18 ottobre 2010 (http://bit.ly/lDz7ZYG) - (Articolo non firmato) A.ddìo a Nico Marino, anima e cofondatore dei Cavernicoli, «Giornale di Sicilia», 19 ottobre 2010 - (Articolo non firmato) È morto Nico Marino, cuore dei Cavernicoli, in «La Repubblica Palermo», 19 ottobre 2010 - Giuseppe Palmeri, Nico Marino, l'etnografo che univa ironia e ricerca, in «LaVoce Web», 20 ottobre 2010 (http://bit.ly/lwMAAVK) - Mario Alfredo La Grua, Puoi ancora aiutarci a non sentirci soli, a crescere, in «Cefalunews.net», 23 ottobre 2010 (http://bit.ly/lv4wngQ; http://bit.ly/lCoswgX) - Rosario Termotto, Ricordo di Nico, in «Espero» anno IV n. 43, 01 novembre 2010 - Italo Piazza, Caro Nico, ti scrivo..., in «LaVoce Web», 10 novembre 2010 (http://bit.ly/lv4wLvJ)


— Angelo Pettineo, Eredità materiale e immateriale, in «Presenza del Murialdo» nn. 12, gennaio-febbraio 2011 (http://bit.ly/lusExkn) — Gabriele Marino, Nico unficjo e centomila. Nico Marino tra storia, turismo e cabaret, in «Corso Ruggero» 1, Marsala Editore, Cefalù, agosto 2011, pp. 92-103 — Giuseppe Terregino, Nico Marino e l'epopea risorgimentale a Cefalù, in «Cefalunews», 19 settembre 2011 (http://bit.ly/luJW97P) — Gabriele Marino, Questo era mio padre. GabrielericordaNico, in «LaVoce Web», 18 ottobre 2011 (http://bit.ly/lrof8pm) — Daniele Sabatucci, "Le origini e gli anni Sessanta", in Palermo al tempo del vinile, Dario Flaccovio, Palermo 2012, p. 37 Pagine web — Sito: nicomarinocefalu.it — Pagina Facebook: fb.com/nicomarinocefalu — I Cavernicoli: icavernicoli.it


Nico Marino raccoglitore e custode di cose cefalutane1 GABRIELE MARINO

Raccontare chi era Nico Marino è difficile. E non perché Nico era mio padre o perché io mi senta particolarmente inadeguato per questo compito, ma perché, semplicemente, ho paura di dimenticare qualcuna delle centomila cose che Nico faceva ed era. Nico era una personalità poliedrica, con mille cose per la testa e per le mani, ma riusciva sempre a ricondurre ad unum tutte le sue attività, a farle sue, a imprimervi sopra il suo modo di essere, a farle "Nico Marino" insomma. Era uno di quelli di cui si dice "più unico che raro", e lo era davvero e in tutti i sensi, tanto che a parlarne, soprattutto adesso, si rischia sempre dì sembrare esagerati. Chi lo conosceva sa cosa voglio dire. Chi non l'ha conosciuto spero possa farsi un'idea leggendo questo piccolo compendio. Togliamoci subito l'impiccio delle date e dei dati biografici. Domenico Marino, per tutti Nico, era nato il 30 aprile 1948 a Cefalo, secondogenito di Gabriele Marino, medico chirurgo, insegnante di educazione fisica, calciatore e amministratore, ed Elena Bellipanni, bella donna dai riccioli neri e donna di casa. Si è sposato il 29 settembre 1982 con Maria Antonella Panzarella, ex ballerina classica dilettante e insegnante di matematica e fisica, da cui ha avuto un solo figlio: io, Gabriele come il nonno. I primi di settembre del 2010 gli è stato diagnosticato un mieloma multiplo in stadio avanzato e la malattia e tutto quello che ne è seguito se lo sono improvvisamente portato via la mattina del 18 ottobre successivo. Nico ha cominciato a recitare da ragazzo nella filodrammatica dei frati cappuccini di Gibilmanna, luogo delle villeggiature estive con la famiglia, quando era piccolo, e vero e proprio locus amoenus negli anni della maturità. È stato addetto alle escursioni al villaggio Valtur di Pollina e vero e proprio animatore della Cefalù studentesca a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: la Cefalù goliardica e godereccia, quella delle "straniere", della temutissima "Festa della Matricola", delle maxicomitive che si muovevano tra Ì locali della cittadina e le campagne del circondario (e tra queste, quelle amatissime del «Cammarone» e «Chianu Piru»). È stato tra i fondatori del club «La Caverna» (1967) e da li, assieme agli amici Leandro Parlavecchio, Gigi Nobile e Pio Pollicino, ha dato il via a una lunga carriera come attore e cabarettista ne I Cavernìcoli (dei cui testi è stato il principale autore e di cui è stato in un certo senso il frontman), carriera che lo ha portato a 1

II seguente testo, presentato qui con minimi interventi di integrazione e aggiornamento, è stato u risina ria niL-niu pubblicato come: Gabriele Marino, Nico un(ic)o e centomila. Nico Marino tra storia, turismo e cabaret, in "Corso Ruggero", anno 1, numero 1, Marsala Editore, Cefalù PA, agosto 2011, pp. 92-103.


calcare palcoscenici nazionali, a pubblicare tre album con la Fonit Cetra, a lavorare in radio, tv (il picco di celebrità a metà degli anni Ottanta con la prima Buona Domenica di Costanzo) e cinema, prima di ripiegare su se stessa riducendo il proprio campo d'azione alla sola Sicilia. Nico è stato antiquario (il suo negozio si chiamava «La Pulce - Cose vecchie»; e di cose vecchie ne ha accumulato in quantità e di tutti i tipi per tutta la vita), ristoratore (ha lavorato nel ristorante «'U Trappitu» gestito dal cognato Francesco "Ceccone" DÌ Bianca), vetrinista e arredatore d'interni (non si era laureato in architettura per un solo esame e la tesi), artista e grafico "fai da te" (suoi sono i pupìddi delle grafiche dei Cavernicoli; alcune piccole sculture modellate con il das o con quella che lui chiamava "cerapongo"; le locandine di tante manifestazioni organizzate a Cefalù; un vero e proprio ciclo di chine, acquerelli e tempere ispirato alle figure arabeggianti dipinte sul soffitto ligneo della Cattedrale). Da ragazzo, era stato un divoratore di fantascienza (centinaia dei mitici «Urania») e con il tempo era diventato un vero esperto di film gialli (Hitchcock, Wilder, Laughton), in costume (storici, di cappa e spada, di guerra) e soprattutto western (amava John Wayne), oltre che collezionista di locandine cinematografiche. Appassionato della storia e delle tradizioni popolari locali, Nico è stato per più dì trent'anm una guida turistica super-specìalizzata, un accanito ricercatore di qualsiasi informazione e documento sulla sua città (e documentatore a sua volta, con migliaia tra foto e diapositive), nonché collezionista, ai confinì del maniacale, dì qualsiasi libro, stampa o cartolina che riguardasse Cefalù. Ecco, Nico è stato tutte queste cose e tutte queste cose assieme. Perché tutte queste cose erano mosse dalla stessa sconfinata passione: l'amore per la sua città. Per la quale si è speso davvero come pochi altri, promuovendola ed esportandone ìl nome in Italia e nel mondo e contribuendo a studiarla e a sviscerarne la storia fin nei più piccoli particolari. Nico era un custode (potrei tranquillamente dire "il custode") della memoria storica, maggiore e minore, di Cefalù: ne conosceva letteralmente a memoria la toponomastica, i monumenti e persino le case private, con tutte le loro vicissitudini storiche e umane, araldiche e genealogiche, passate e presenti. La sua conoscenza attingeva da tutte le fonti possibili, dal ricordo personale, al racconto di qualche vecchio testimone di fiducia (Don Giovannino Cerami, lo zio "Turiddu" Ciclo, lo "zio" Giovanni Agnello, l'Aw. Tano Misuraca), alle fonti documentarie, ovviamente, con una predilezione per quelle secondarie, trascurate o inedite (tra le tante, il mitico manoscritto di Francesco Alessandro di Bianca). Nico era la Wikipedia di Cefalù (e con grande dispiacere aveva scoperto che nella celebre enciclopedia online la voce dedicata alla sua città ne saccheggiava gli scritti senza però citarlo).


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Era un riferimento per tutti qui "in paese" e qualsiasi manifestazione o evento, di fatto, lo vedeva in qualche modo coinvolto. È stato membro della locale sezione dell'Archeoclub d'Italia, è stato assiduo collaboratore della Fondazione Mandralisca (la cui biblioteca, assieme a quella del Seminario Vescovile, era il suo luogo di ricerca e documentazione prediletto) e del Comune di Cefalù, per conto del quale ha ideato e curato tutta una serie di manifestazioni e di eventi e per il quale è stato consulente nell'ambito della storia e delle tradizioni popolari dal 1998 al 2005. Con un simile "pedigree", era diventato un riferimento anche e soprattutto per chi a Cefalù veniva "da fuori" e aveva bisogno di informazioni, appoggio logistico, contatti e, come si direbbe in altri contesti, del giusto know-how. È così che è stato "location manager" (insomma, l'uomo chiave sul territorio) di due grosse produzioni cinematografiche girate a Cefalù: Mario e il mago di Klaus Maria Brandauer (1993; film che ha avuto in Italia una circolazione limitatissima e sfortunata) e II regista di matrimoni di Marco Bellocchio (2005; Nico girò anche una scena a due con Castellitto, poi tagliata, reperibile però negli extra dell'edizione dvd). Lo stesso vale per le decine di trasmissioni televisive (le varie Linea Blu, Il Sabato del Villaggio, Sereno Variabile) e per le troupe di giornalisti e documentaristi che periodicamente e per i motivi più diversi (le bellezze del paesaggio, la gastronomia, il soggiorno di Aleister Crowley ecc.) facevano tappa a Cefalù e trovavano in lui l'interlocutore privilegiato. Approfondirò in altra sede la storia de I Cavernicoli e del Nico uomo di spettacolo2; occupiamoci adesso del Nico studioso di "cose cefalutane". Mai geloso delle proprie ricerche, delle proprie scoperte e dei propri scritti (come ha sottolineato, tra gli altri, Peppino Palmeri in suo ricordo su «LaVoce Web»)3, Nico ha pubblicato circa duecento tra articoli, saggi e contributi di vario tipo su libri, quotidiani e periodici, tutti incentrati su un qualche aspetto della vita o della storia di Cefalù. E ha scritto una decina di libri: i cataloghi delle mostre sulla Iconografia storica di Cefalù (1992) e su Oggetti, curiosità e bibelots della Fondazione Mandralisca (realizzato assieme all'archeologo Amedeo Tullio, 1994); la raccolta di interventi apparsi su «Il Corriere delle Madonie» A.ltre note dì storia cefaludese (1995; in cui approfondiva aspetti oscuri, controversi o addirittura del tutto sconosciuti della storia della cittadina); Cefalù e le Madonie - Contributi di storia e di storia dell'arte tra XVII e XVIII secolo (assieme al collesanese Rosario Termotto, 1996; in cui faceva luce sulle vicende della famiglia Duca, su alcuni aspetti della festa patronale del SS. Salvatore e sull'identità dell'autore degli stucchi absidali della Cattedrale, Scipione Li Volsi). Sue le monografie dedicate alle grandi figure filantropiche e ai grandi momenti della storia di Cefalù: il barone Enrico Piraino di Mandralisca (tre 2

A partire da un mio articolo - Non a volerò mure! Onarant'annì dì Cavernìcoli - scritto nel dicembre 2008 e rimasto finora inedito. 3 Giuseppe Palmeri, Nico Marino, l'etnografo che univa ironìa e ricerca, in «l.aV'oee Web», 20 ottobre 2010 (http://bit.ly/lwMAAVK).


edizioni, 1999, 2000 e 2004), a cui si devono l'omonima Fondazione-Museo e il liceo, personaggio che Nico stimava e amava sopra tutti; l'avvocato Vincenzo Cirincione (2003), collezionista e benefattore; il medico-chirurgo Giuseppe Giglio (2007), a cui Cefalù deve la nascita del proprio ospedale; i moti rivoluzionari antiborbonici del 1856 che videro tra i loro protagonisti Salvatore Spinuzza e Nicola Botta (2006). Ancora, un Compendio di note, appunti, indicazioni e documenti sulla storia dì Cefalù (su cd-r, 2005), vivace condensato della sue ricerche sulla storia cefalutana dalle origini miriche ai nostri giorni; Festa di musica (2007), che ripercorre la vita e le opere dei principali musicisti cefalutani (Salvatore Cicero, Vincenzo Curreri, Vincenzo Maria Pintorno i più famosi); Cefalù - Itinerari urbani (2008), sorta di "contro-guida turistica" della cittadina organizzata secondo percorsi tematici (la Cefalù delle Mura e delle acque, quella ruggeriana, quella ventimigliana, della lumachella, del Cinema). Nico ha scritto anche quattro testi teatrali, sempre di ambientazione cefalutana e di argomento storico: Giallo limone (sui fatti dell'epidemia di colera del 1837), La Fiera del SS. Salvatore (una carrellata di ritratti popolareschi), Lo sbarco di Ruggero e II miracolo di S. Lucia (i cui titoli spiegano da sé il contenuto delle opere). Nico non era un grande scrittore, né un accademico, ma un "erudito autodidatta", uno studioso appassionato, divorato dalla curiosità. E un grande affabulatore, con un gusto spiccato per il fatto curioso, il dettaglio nascosto, l'aneddoto rivelatore (come ha notato il giornalista di «Famiglia Cristiana» Guglielmo Nardocci)4. Un affabulatore, aggiungo io, capace letteralmente di perdersi nei propri discorsi, costruiti tra mille digressioni, mille incisi, inserti, note a lato, parentesi tonde, quadre e graffe (che spesso non si chiudevano). Mi piace ricordare le belle parole spese da Corrado Mirto, Docente Emerito dell'Università di Palermo, durante la serata dell'estate 2008 in cui la Fondazione Mandralisca ha ripresentato al pubblico cefalutano le pubblicazioni a carattere storico di Nico: il professore ne aveva sottolineato l'uso attento delle fonti, la capacità di intuire nessi nascosti e di scavare anche in mezzo alle cose "già note" alla ricerca dei dettagli più minuti. E proprio così: Nico aveva un vero sesto senso per certi argomenti che gli stavano a cuore, sapeva quali ipotesi verificare, quali piste seguire. Mi piace ricordare le parole di Angelo Rosso durante la trasmissione dedicata da Radio Cammarata a Nico dopo la morte: sull'importanza dei troppo spesso sottostimati "storici locali" all'interno delle loro comunità e sul valore del loro operato. Mi piace ricordare quelle di Angelo Pettineo, tratte da un articolo pubblicato su «Presenza del Murialdo», che voglio riportare integralmente perché davvero capaci in poche righe di sintetizzare la poliedricità del personaggio: "Nico Marino non era archeologo o epigrafista, non era storico dell'arte o dell'urbanistica, non era

4

Guglielmo Nardocci, ha città di Ercole e dei Normanni, la terra del mito fi Boiyjji pili belli d'Italia 12: Cefalù), in «Famiglia Cristiana» n. 36, 4 settembre 2005 ( h t t p : / / b i t . l y / l n l Y 9 t A ) .


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architetto o etno-antropologo o, ancora, marketing manager del turismo culturale: era tutto ciò che dovrebbe ispirare ciascuna di quelle 'competente' in un'unica personalità, uno stupefacente compendio delle eredità materiali ed immateriali rilasciate dalla storia di Cefalù e delle Madonie"5. Nico impegnato nel m o n d o dello spettacolo, versato nei suoi studi, coinvolto in ogni aspetto della vita del suo paese. Personaggio pubblico, come ha scritto il Prof. Mario Alfredo La Grua sulle colonne di «Cefalunews.net»: "Mai guastato da ambizioni o calcoli politici; mai dì parte, mai famoso, severo con [sje stesso anche quando scher%av[a]. In ogni circostanza, pubblica o privata, la [s]uà presenta era rassicurante, ì .a s uà ìial iirale solanlà i-ra e dif/ca Iì h-. . • \ima> di lutti e di c/ji/nu]/n?'b. Reco allora iì Nico "privato". Sempre interessato ad approfondire la conoscenza della persone che incontrava, a prestare loro attenzione, a dedicare loro parte del suo tempo. Marito e padre innamorato, pazientissimo e ìnca^uso, disponibilissimo e decisionista, protettivo, come solo io e mia madre possiamo sapere, ben oltre la soglia della possibile umana esagerazione: che dire camurruso è dire niente. Negli ultimi anni, forse già segnati dalla malattia, a sua e a nostra insaputa, Nico aveva mostrato u n certo distacco dalle "cose del paese", usciva e partecipava m e n o e con m e n o entusiasmo, sembrava scoraggiato, amareggiato, stanco. Nel vedere la sua Cefalù sempre m e n o atdva e reattiva, sempre più disinteressata alla propria storia e al proprio passato, sempre m e n o attenta al proprio presente, una città che andava perdendo pezzi di se stessa e pezzi della propria memoria. Massimo Genchi, nel dedicargli il primo volume del lessico della cultura dialettale delle Madonie (2010) 7 , opera cui N i c o aveva contributo nelle vesti di informatore linguistico, lo ha descritto come "sensìbile raccoglitore e attento custode di parole, cose e storie cefalutane". Ecco, credo che il significato della vita e dell'opera di Nico, nella loro globalità e unitarietà, il suo lascito insomma, si trovi tutto condensato in questa breve definizione, che va come a completare ed esplicitare la dedica che apriva Altre note di storia cefaludese, il suo primo libro: "A Gabriele Marino, mio padre, che mi insegnò l'amore per Cefalù, e a Gabriele Marino, mio figlio, al quale sono desideroso dì trasmetterlo". Nico ha impiegato una vita intera a raccogliere, sistemare e studiare tutte le cose (testi, documenti, foto, oggetti, ricordi) che andavano a comporre la storia e il patrimonio materiale e immateriale di Cefalù e, prima ancora, quello della sua

5 Angelo Pettineo, Credila u/a/criale e iii/u/aleriaie, in «Presenza del Murinldo» nn. 1-2, gennaio-febbraio 2011 (http://bit.lv/lusExkn). 6 Mario Alfredo La Grua, Puoi ancora aiutarci a non sentirci soli, a crescere, in «Cefalunews.net», 23 ottobre 2010 (http://bit.ly/lv4wngQ; http://bit.ly/lCoswgX). ' Massimo Genchi e Roberto Sottile, lessico della Cultura dialettali- ditte Madonie. I .\\liu/e//li/po//e, "Atlante Linguistico della Sicilia" diretto da Giovanni Ruffino, Centro Studi Filologici, Palermo 2010.


famiglia, con un amore e una dedizione speciali, che ha conservato fino agli ultimi giorni. Penso che mi toccherà la stessa sorte, con tutto quello che mi ha lasciato, eredità immensa e preziosa, rammaricandomi per tutto quello che invece è andato perduto per sempre: tutte le cose che sapeva o ricordava solo lui e non ha mai scritto, gli aneddoti curiosi, gli incontri importanti della sua vita di artista, che magari raccontava qualche volta, ma i cui dettagli si perdono nella nostra memoria. Nico era un appassionato vero, un accumulatore a tutto campo, un ponte tra passato e futuro. Ha dato tantissimo alla sua città e tanto ha ricevuto, tanto avrebbe ancora potuto dare e tantissimo avrebbe ancora potuto ricevere.


Programma delle giornate di studio Conoscere il terriotorio: Arte e Storia delle M a d o n i e Studi in m e m o r i a di N i c o Marino II edizione Sala delle Capriate, Municipio di Cefalù Polo Culturale Santa Maria di Gesù, Collesano 19-20 ottobre 2012

Venerdì 19 ottobre 2012 Sala delle Capriate, Municipio di Cefalù O r e 16.15 Discussane. Vincenzo Abbate Saluti -

Rosario La Punzina, Sindaco del C o m u n e di Cefalù

Introduzione ai lavori -

Flora Rizzo, Presidente deirArcheoclub d'Italia di Cefalù

Interventi -

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Marco Failla: I dipinti perduti rajjiguranti i sovrani normanni nelle torri della Cattedrale di Cefalù Arturo Anzelmo: Note a margine sugli argentieri Nibilio e Giuseppe Gagini come metafora del tramonto dell'esperienza rinascimentale in Sicilia, con appendice sui candelabri del Gonzaga a Cefalù Diego Cannizzaro: La traditone musicale sacra a Cefalù Rosario T e r m o t t o : Schiavi e zingari nei paesi delle Madonie (1507-1672). Documenti invaiti Vincenzo Abbate: Inediti di Giuseppe Salerno a Polipi Giuseppe Spallino: Sotto il controllo del Duce. Le associazioni madonite durante il fascismo

Salutano gli intervenuti -

Maria Antonella Panzanella Marino

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Gabriele Marino


Sabato 20 ottobre 2012 Polo Culturale Santa Maria di Gesù, Collesano Ore 16.15 Discussane Rosario T e r m o t t o Saluti — Giovanni Meli, Sindaco del C o m u n e di Collesano — Fausto Maria Amato, Assessore alla Cultura del C o m u n e di Collesano Introduzione ai lavori — Flora Rizzo, Presidente dell'Archeoclub d'Italia di Cefalù Interventi — Giuseppe Fazio: "L'altaro magiori cum la in imagini di marmora". Riflessioni su alcuni arredi marmorei della Sicilia centro-settentrionale — Salvatore Anselmo: Dipìnti, sculture, intagli e stucchi nella chiesa dì San Francesco di Petralia Sottana — Angelo Pettineo: L'inedito ruolo di Giovanbattista Vespa nell'impianto della città ideale: dalla rifondanone di Santo Stefano dì Camastra (1683) alla ricostruzione di Catania (1694) — T o m m a s o Gambaro: ha produzione ceramica di Collesano nel XVII secolo — Salvatore Farinella: Matteo e Giuseppe Garigliano pittori gangitanì del tardo Settecento. Un primo bilancio, con una appendice su due opere inedite di Pietro Martorana e Raffaele T Isa/li — Rosario Pollina: Bernardo Cornelia poeta caltariititrese dell'Ottocento Salutano gli intervenuti — Maria Antonella Panzarella Marino — Gabriele Marino


Ricerche sulla Storia e l'Arte delle Madonie


I dipinti perduti, raffiguranti i sovrani normanni e svevi, della cattedrale di Cefalù. Un'interpretazione iconologica ed un'ipotesi sulla datazione MARCO FAILLA La cattedrale di Cefalù (Fig. 1), fondata da re Ruggero II nel 11311, conserva numerose testimonianze pittoriche medievali, con una cronologia che spazia dal quinto decennio del XII secolo sino alla seconda metà del XV secolo. Diverse altre testimonianze pittoriche, ricordate dalla documentazione o dai cronisti, sono invece scomparse. Tra queste rientrano cinque dipinti raffiguranti i sovrani normanni e svevi di Sicilia un tempo esistenti sulla facciata esterna della cattedrale, che per lungo tempo hanno alimentato l'interesse di cronisti, storici e storici dell'arte. La nostra fonte di conoscenza primaria su questi dipinti si basa su di un manoscritto del XIV secolo, che ne contiene una dettagliata descrizione. Esso è il Rollus Rubeus - Privilegia Ecclesie Cephalediiane a diversis regis et ìmperatoribus concessa, recollecta et in hoc volumim scripta, fatto realizzare nel 1329 per volere del vescovo di Cefalù Fra' Tommaso da Butera (1329-1333), e contenente Ì più importanti documenti riguardanti Ì diritti e Ì privilegi della Chiesa di Cefalù dalla fondazione ad opera di Ruggero II, fino agli anni del vescovo Tommaso2. Tra i tanti privilegi, possedimenti, donazioni o conferme di beni alla Chiesa di Cefalù, raccolte e copiate nel manoscritto dal notaio Ruggero di Guglielmo da Mistretta assistito dal giudice di città Primo di Primo, sono descritti anche cinque dipinti esistenti a quel tempo sulla facciata esterna della cattedrale, raffiguranti delle donazioni fatte dai sovrani normanni alla Chiesa di Cefalù e, in un caso, l'imperatore Federico II e il vescovo di Cefalù Giovanni Cicala. Il primo di questi dipinti raffigurava re Ruggero II, coronato e in vesti regali, che con la mano destra donava il modellino della chiesa cefaludese a Cristo assiso e benedicente. Sopra la testa riportava il proprio titulus, Rqgerius rex, e con la mano sinistra reggeva un cartiglio recante l'iscrizione: Suscipe, Salvator, ecdesiam et civiiaiem Cephaludi cum omni iure et liberiate sua. Nkhil in evitate preter fellonìam, proditionem, homicidium nobis et nostris successorìbus reservamuf. L'iscrizione faceva riferimento al privilegio dell'aprile del 1145 con il quale Ruggero II concedeva alla Chiesa di Cefalù «libere possidendum in perpetuum tam in temporalìbus quam in 1 Sulle origini e la fondazione della cattedrale di Cefalù si vedano, in particolare: C. VALENZIANO, M. VALENZlAXO, La basilica cattedrale di (.e/a/i/ nel perìodo normanno, (. ) Thcolugos, Palermo 1979, pp. 6-20; C. FlLANGERI, Il propello delle: Cattedrale normanna. Considerazioni introduttive, in ì -a Basìlica Caiiedrale dì Cefalù. Materiali per la conoscenza storica e il restauro, Siracusa-Palermo 1985-1989, voi. I, pp. 29-34. 2 II manoscritto originale è conservato presso l'Archivio di Stato di Palermo ed è stato trascritto e pubblicato integralmente nel 1972 dal prof. Corrado Mirto (Roilus Rubens - Privilegia ecdesiae chephaieditanae a dirers/s reg/s et unperatorìhiis concessa, recollecta et in hoc rohniane scripta, traduzione ed annotazioni a cura di Corrado Mirto, Palermo 1972). 3 Roilus Rubens..., cit., pp. 26-27.


spirituaiibus», la città di Cefalù con tutte le sue pertinenciae4'. Questa rappresentazione, esemplare di una tradizione iconografica che affonda le proprie radici nel IV secolo d. C. e che attraverserà quasi tutto il medioevo vedendo l'alternanza di re, imperatori, vescovi, papi e ricchi facoltosi nelle vesti di donatori5 , ci riporta alla memoria il pannello musivo raffigurante Guglielmo II che offre il tempio alla Vergine posto sopra la tribuna vescovile della cattedrale di Monreale (e replicata anche in uno dei capitelli del chiostro), con la variante del Cristo rispetto alla Vergine6. Il secondo dipinto raffigurava re Guglielmo I, coronato e in vestì regali, con lo scettro reale nella mano destra, mentre con il volto si rivolgeva verso il popolo presente. Sopra la testa riportava anch'egli il proprio titulus, Guilklmus prìmus Sicilie rex, e nella mano sinistra reggeva un cartiglio recante l'iscrizione: Quod dive memorie pater nostre ecclesiae cephaludensi concessìt, confirmamus, ratificamus et approbamus et de pia clementia nostra addìcìmus predicto dono et donamus ecclesìam Sancte Lucie de Siracusìs cum casalibus etpertinenciis suis. Accanto al titulus si trovava anche l'iscrizione: Ut rata sit bona res qui sunt successor et heres, que prebetgeniiorpariter dare cumpatre1. L'iscrizione nel cartiglio in questo caso si presentava inesatta, in quanto la chiesa di Santa Lucia di Siracusa venne donata alla Chiesa di Cefalù da Adelicia, nipote di re Ruggero e signora di Collesano e di Adernò, nel 11408. Il terzo dipinto raffigurava invece re Guglielmo II, coronato e in vesti regali, con lo scettro reale posto nella mano destra e un cartiglio nella mano sinistra. Sopra la testa recava il titulus Gulìelmus secundus Sicilie rex, mentre il cartiglio conteneva l'iscrizione: Regali clementia nos heres progenitorum nostrorum concedimus que concesserunt de benigniate cephaludensi ecclesie et presenti scrìpti robore confirmamus. Accanto al titulus era anche l'iscrizione: Ne successores rapiant que dant genitoresfirmopatrum mores, nostros superaddo favores9. In questa descrizione il notaio Ruggero da Mistretta fece ricorso al verbo all'imperfetto, piuttosto che al presente, tanto per la descrizione del dipinto (pictus erat ibi) quanto per la relativa iscrizione (cuius scrìpture tenor talis erat). Ciò fa supporre che al suo tempo questo dipinto si presentasse in mediocri condizioni di conservazione e quindi di visibilità. Per quanto riguarda 4

RollusRubens..., ck., privilegio reale dell'aprile 1145, pp. 50-51. -1 Su quello che è ritenuto l'archetipo di questo soggetto iconografico si veda: P. LlVERANI, scheda 2b "Costantino offre il modello della Basilica sull'arco trionfale", in ÌM pittura medievale a Roma. L'orinante tardoantico e le nuore immagini 312-468. Coipus, a cura di Maria Andaloro, Voi. I, Milano 2006, pp. 90-91. Sulla tradizione iconografica del committente-donatore nella pittura del Medioevo si veda: Medioevo: ì committenti, \tri del Convegno internazionale di studi (Parma, 24-26 Settembre 2010), a cura di Arturo Carlo Quintavalle, Verona 2011; inoltre si veda: S. BAGCI, ad vocem "Committenza" in Enciclopedia de//', irte Mediera/e, diretta da .Angiola Maria Romanini, Roma ll)lJ4. 6 Sull'iconografìa di Guglielmo II che dona la cattedrale di Monreale alla Vergine si veda, in particolare: F. GANDOT.FO, Ritratti di committenti nella Sicilia Normanna, in Medioevo: i committenti..., cit., pp. 201-214. ' Rollus Rubens..., cit., pp. 27-28. 9 L. T. WHITE, Latin monasiicism in Norman Sici/y, Cambrige 1938, rist. Catania 1984, pp. 314-315. 9 Rollus Rubeus..., cit, p. 29.


Sindi in memoria di ì\ico Marino, I 'ol. II (2012)

invece l'iscrizione contenuta nel cartiglio, n o n si conosce nessun diploma di conferma di beni da parte di Guglielmo II alla Chiesa di Cefalù. Il quarto dipinto raffigurava la regina Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II e moglie dell'imperatore Enrico IV di Svevia, coronata e in vesti regali, con il viso rivolto verso il popolo. Con la m a n o destra teneva lo scettro reale e sopra la testa recava il titulur. Constantia, Rogerii regis filia, regina Sicilie et Romanorum imperatris. Con la m a n o sinistra teneva invece u n cartiglio recante l'iscrizione: De innata benigniate nos Costantia Romanorum imperatrix, que concessit pater noster Rogerius Sicilie rex confimamus ecclesie Cephaludì et addicentes donamusperpetuo eidem casale Odosuer cum vhibus etpertinentiis suisw. L'iscrizione faceva riferimento al privilegio del 1196 con il quale la regina Costanza d'Altavilla confermava i beni della Chiesa di Cefalù 11 , e al privilegio del 1198 con il quale le donava il casale Odesver, ubicato nei pressi dell'odierna contrada Buonfornello 1 2 . Anche in questa descrizione venne utilizzato il verbo all'imperfetto sia per il dipinto che per l'iscrizione («Depicta erat ibi quidam imago mulìerm ; «cuius scripture tenor talis erat»). L'ultimo dipinto raffigurava l'imperatore Federico II seduto su di un faldistorio, coronato e in vesti regali, reggente lo scettro reale nella m a n o destra. Con il volto si rivolgeva verso l'immagine di u n u o m o mitrato e in abiti vescovili, che riceveva u n cartiglio recante l'iscrizione: vade in Babiloniam et Damascum et filios Saladini quere et verba mea eìs audacter loquere ut statum ìpsium terre valeas in melius reformare. I due personaggi riportavano sopra la testa i rispettivi titoli: Fredericus primus imperator e lohannes episcopusn. In questo caso, se la prima dicitura si presentava errata, in quanto si trattava dell'imperatore Federico II, la seconda faceva riferimento al vescovo Giovanni Cicala, in carica sulla cattedra di Cefalù dal 1196 al 1216 e fratello del conte di Collesano Paolo Cicala 14 . Nella descrizioni veniva precisato che le raffigurazioni si trovavano «in pariete porte regum in ìpsius ecclesìe campanario pietà», ossia nella parete di una delle torri della facciata della cattedrale adibita a campanile; che la parete in cui si trovavano le raffigurazioni era dipinta di bianco e che nel caso del secondo dipinto, quello riguardante Guglielmo I, il popolo raffigurato nella scena si trovava rappresentato nella parete opposta. Il motivo della trascrizione di questi dipinti all'interno del Rollus Rubens è riportato invece nella premessa che precede ogni descrizione. Il vescovo T o m m a s o , temendo che queste testimonianze potessero deperire a causa

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Rollus Rubens..., cit., p . 30. R. D E SIMON]'., / documenti dì età federìciana, in Federico lì e lei Sicilia. Dalia terra alla corona, < della mostra (Palermo, Rcal Albergo dei Poveri, 16 dicembre 1994 - 30 maggio 1995) a cura di Maria Andaloro, Palermo 1995, rist. Siracusa 2000, voi. I, p. 37. 12 Rollus Rubens..., cit., p. 21. 13 Ivi, pp. 31-32. 14 Sul vescovo Giovanni Cicala si veda: G. MTSURACA, Serie chi rescori dì Cefali/, Roma 1960, pp. 19-20; N. KAMP, advocem Cicala, Giovanni di, in Dizionario biografico diali italiani, Voi. 25 (1981). 11


dell'acqua o del tempo («quod tìmens ne scriptum infrascrìpta modo aliquo deleatur [aqua vel\ antiquitate») e si perdesse in tal modo il ricordo delle donazioni regali fatte alla chiesa di Cefalù dai sovrani normanni («et memoriam regalium donationium jactarum sancte ecclesiae de pìcto albo pariete valeat deperire»), si premurava di farle trascrivere pubblicamente «ad perpetuam rei memoria reservanda». Pertanto il notaio e il giudice, alla presenza di testimoni, premettendo che le iscrizioni trovate non presentavano nessuna cancellazione né alterazione («ipsam scrìpturam vidimus et legimus non deletam nec etiam vitiatam»), dichiaravano di trascriverne fedelmente i contenuti «nihìl addendo pel minuendo nec etiam immutando». L'interesse del vescovo non risiedeva quindi nel salvaguardare i dipinti in quanto tali, ma in quanto importanti testimonianze di privilegi concessi dai sovrani normanni alla Chiesa di Cefalù. Correvano infatti tempi difficili per quest'ultima: l'afférmazione nel territorio della diocesi di una famiglia feudale molto potente e ambiziosa, i Ventimiglia, aveva cominciato a recare non pochi problemi all'erario della curia cefaludense. Sempre più spesso infatti ì diritti e ì possedimenti della Chiesa di Cefalù erano divenuti oggetto di abusi e usurpazioni, con una escalation divenuta nel corso del tempo sempre più preoccupante, per far fronte alla quale il povero vescovo Tommaso prendeva l'iniziativa di fare redigere il Rollus Rubeus15. Per la propria solerzia questo vescovo fu vittima egli stesso dei soprusi dei Ventimiglia, come ricordato nella sua biografia contenuta nel Rollus Rubeus («òic patitur persecutiomm a magnìficis lajciis quìa non alìenant tunnarìas et Sìnìscalcum et privilegia Tuse»*6 ). Anche il Carandino e il Passafiume, nelle loro note biografiche sul vescovo Tommaso da Butera, ne ricordano il grande impegno per la difesa dei diritti della Chiesa di Cefalù («omnia privilegia, et iura Ecclesiae scribenda curawttP) e le persecuzioni subite per questo (<<hk persecutiones passus est, quia multa alienare recusavit, amicitia Dei pluris exstimans, quam secularìum ruìnas», "stimando di più l'amicizia di Dio che le minacce degli uomini"18). Ritorniamo quindi ai nostri dipinti. Dopo le descrizioni del 1329, tanto gli storici (Carandino, Pirri, Gregorio, Misuraca) che gli storici e i critici dell'arte (Clausse, Serradifalco, DÌ Marzo, Lazarev, Demus), hanno mostrato sempre un certo interesse verso queste raffigurazioni. lj

Su questo fenomeno si veda: V. D ' A L E S S A N D O , Ver una storia di Cefalii m>! Medioevo, in ÌM Basilica Cattedrale...cit., voi. VII, pp. 14-24; H. BRESC, Malvicino: la montagna tra il vescovato e il potere temporale, in Potere religioso e potere temporale a Cefalù, Atti del Convegno Internazionale (Cefalù 7 - 8 aprile 1984), Palermo 1985; S. FODALE, I Ventì/i/igiia. il papato e la Chiesa di Cefali) nei Xll ' secolo, in Potere religioso e potere temporale, Op. Cit.; N . MARINO, I Ve/itiimpia nella stona e nell'assetto urbano di Ce/ali/, in Alla corte dei I 'entii/ihjia. Storia e conniiitlen-~a artistica. Atti del convegno di studi (Ceraci Sìculo, Cangi, 27-28 giugno 2009) a cura di Giuseppe Amistà, Bagheria 2010, pp. 87-89. 16 Rollus Rubens..., cit., p . 33. 17 B. PASSAFIUME, De origine ecclesiae ceplxdcdìtanne elusane urbis, et diocesi' brevis descriptio, Venezia 1645, p. 67. 18 B. CARANDINUS, Descriptio tot'ms licclesiae Cephaledi/anae, Diocesis, Privilegiontn/ ne !ipiscopontvi ipsii/s, Mantova 1592, p . 122.


Studi in memorici ài Kico Marino, I 'ol. II (2012)

Il Carandino, in particolare, è il primo a parlare nuovamente dei dipinti d o p o le descrizioni del 1329. Egli ne dà una resoconto molto dettagliato traendo le informazioni dal Rollus Rubeus, in quanto lo stesso scriveva, n o n senza u n tocco di rammarico, come dei dipinti al suo tempo (1592) n o n vi fosse più traccia, cancellati a parer suo dall'ingiuria del tempo 1 9 . U n secolo d o p o il Carandino su queste raffigurazioni ritornava il Pirri, il quale affermava che al suo tempo si vedeva su una parete della cattedrale la scena raffigurante Federico II e il vescovo Giovanni realizzata a mosaico («Nosterjoannes, ac Fridericus Imperniar musivo opere in templi pariate bac insaiptione ckpicti muntimi). L'abate, collegando questa raffigurazione con quanto scritto nel Rol/us Rubens circa la vita del vescovo Giovanni Cicala, narra che questo vescovo venne inviato dall'imperatore Federico II in oriente per una missione diplomatica, ma l'imperatore durante la sua assenza ne approfittò per fare trasferire i due sarcofagi di porfido fatti realizzare nel 1145 da Ruggero II per la cattedrale di Cefalù nella cattedrale di Palermo. Rientrato dalla missione e venuto a conoscenza dell'accaduto, il vescovo fece scomunicare l'imperatore, il quale ottenne la revoca della scomunica soltanto d o p o aver donato il feudo Cultura alla Chiesa di Cefalù a titolo di risarcimento 20 . La notizia fornita dal Pirri circa l'esistenza al suo tempo della scena raffigurante il vescovo Giovanni Cicala e Federico II risulta però priva di fondamento, in quanto si è detto come il Carandino, che aveva scritto molto tempo prima di lui, testimonia come dei dipinti n o n vi fosse già più traccia. Anche il fatto che questa scena fosse realizzata a mosaico appare di conseguenza p o c o credibile, notizia che tuttavia verrà riportata a catena nell'arco di due secoli rispettivamente dal Clausse 21 , dal D i Marzo, dal Pietarsanta 22 , dal Gregorio 2 3 e infine da D e m u s . Gioacchino DÌ Marzo, oltre un secolo d o p o dal Pirri, aggiungeva a quanto scritto da quest'ultimo che «i fatti più rilevanti in proposito di essa (la Chiesa di Cefalù) nelle esterne pareti del tempio veniano a musaico figurati; e sin da Guglielmo II, che eravi espresso in alto di conferir concessioni, si venia sino all'ambasceria commessa al vescovo da Federico» 24 , dimostrandosi quindi soltanto parzialmente a conoscenza dei fatti.

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B. CARANDINL'S, Desaiptio totius Ecclestae, cit., p. 23. Il Carandino annotava anche la presenza sulla facciata della cattedrale di un dipinto molto rovinato raffigurante la Vergine e San Cristoforo, posto nella parete a destra del portale d'ingresso, e di un dipinto raffigurante Cristo benedicente posto sopra lo stesso portale. 20 R. PlRRT, Sicilia Sacre, Disquisìtìonibus, et notitiis illustrata, Panormi 1733, tomo II, p. 805. 21 G. CLAUSSE, Les Mouumeuts chi Cbristianisme cut Moyen Age. ìiasi/ic/iks et Mosa/cjnes Cbretìénnes. Italie —

Siale, Tomo II, Paris 1893, pp. 110-111. 22

D . L o FASO PlETRASANTA, Del Duomo di A hnmde e di ultir chiese siculo-normanne, Palermo 1838, p. 75. R. GREGORIO, Dei Reali sepolcri della maggior chiesa eli Palermo, Napoli 1784, p. 4. G. D i MARZO, Delle belle arti in Sicilia. Dai normanni sino al secolo XVI, Palermo 1858-1870, voi. II, p. 258. 23 24


Anche lo studioso austriaco Otto Demus si mostra dell'opinione che queste raffigurazioni fossero dei mosaici, certamente sulla scorta della testimonianza del Pirri via via riportata dagli altri studiosi, precisando però che la natura musiva di queste raffigurazioni non era chiaramente espressa nel Roilus Rubens. Secondo il Demus i dipinti costituivano dei pannelli dedicatori, estranei al programma musivo originale della chiesa in quanto aggiunte postume, e realizzati o nel periodo contemporaneo al personaggio raffigurato, o come una sorta di cronaca monumentale della chiesa cefaludense realizzata nel XIII secolo, cioè nel periodo relativo all'ultima scena del ciclo, da cui escludere però il primo pannello, in quanto consistente verosimilmente nel pannello dedicatorio originale di Ruggero IL Egli datava l'ultima scena entro gli anni compresi tra il 1226, quando un'ambasciata siciliana guidata dall'arcivescovo Berardo di Palermo si proponeva di condurre negoziati con i figli del sultano Saladino, e alla quale di conseguenza avrebbe preso parte il vescovo Giovanni Cicala, e il 1228-1229, quando Gerusalemme veniva conquistata dall'imperatore25. Sulla base dell'interpretazione proposta da Demus circa l'ultima raffigurazione, Joseph Deér osservava come di conseguenza non vi fosse nessuna correlazione tra la missione del vescovo Giovanni Cicala presso i figli di Saladino e il trasferimento dei sarcofagi a Palermo, in quanto la prima si sarebbe verificata dopo la seconda e oltretutto i due fatti sarebbero avvenuti in tempi molto distanti tra di loro26. Sappiamo però che il vescovo Giovanni Cicala, chiaramente identificato nel dipinto, morì nel 1216, e sostituito due anni dopo dal vescovo Arduino II, rimasto in carica sulla cattedra di Cefalù fino al 123827. Quindi di conseguenza egli non potè prendere parte all'ambasceria guidata dall'arcivescovo Berardo. Si è visto inoltre come le iscrizioni in alcune scene presentino diverse inesattezze, condizione impensabile per dei pannelli dedicatori. Più recentemente su queste raffigurazioni è tornato Vladimir Zoric, il quale ne ha interpretato il significato in una pesante rivendicazione. Secondo lo studioso infatti la chiave di lettura dell'intero ciclo risiederebbe nell'ultimo dipinto: questo, oltre a non mostrare l'imperatore Federico II nell'atto di concedere o confermare privilegi come i suoi predecessori, lo raffigurava al contrario nell'atto di inviare un vescovo lontano dalla propria diocesi, con una accezione quindi negativa. Il dipìnto, messo a confronto con gli altri, suonava come una vera e propria nota stonata nello spartito composto dalle cinque raffigurazioni, che non avrebbe avuto nessun senso se non quello di mettere in cattiva luce l'immagine dell'imperatore rispetto ai suoi predecessori, prodighi e magnanimi di privilegi nei confronti della Chiesa di Cefalù28. Ma quale il motivo di tale rivendicazione? 2?

O. DF.MUS, The musata oj' nonuan Sìcily, I .ondon 1949, p. 10. J. DEÉR, The dyuast/i/>o/pln:r; ,'o/i/ijs of the ìionmrn period in Sicily, Cambridge 1959, p . 19. MiSURACA, Serie dei vescovi..., cit., pp. 20-21. 28 V. ZORIC, II cantiere delia Cattedrale di Cefali/ ed / suoi costruttori, in La Basilica Cattedrale.. nota 5 alle pp. 171-172. 26 27


di Nico Marino, Voi. 11(2012)

Dal Rollus Rubeus sappiamo che il vescovo Giovanni Cicala venne inviato da Federico II, «dolo et fraude» (con l'inganno) come ambasciatore per conto suo a Babilonia. Durante la sua assenza l'imperatore fece trasferire i sarcofagi dalla cattedrale di Cefalù a quella di Palermo («et dum vadit, ipse Fredericus transtulìt dolo sepulcra porphyrea, quae erant Cephaludi, Panormum»). Quando il vescovo al suo rientro venne a conoscenza dell'accaduto scomunicò Federico II, il quale insieme ai sarcofagi aveva spogliato la cattedrale di molti altri beni («etpostquam Episcopus rediit excommunkavit ìmperatorem ìpsum, qui mm dictis sepulcris postmodum spoliavit Cepbaludensem Ecclesiam multis Tbesauris»),ritirandola scomunica soltanto dopo che l'imperatore ebbe donato la tenuta di Cultura alla Chiesa di Cefalù («qui in absolucione sua dedit terrìtorìum Culturae Cephaludensi Ecc/esiae»)29. Nella realtà dei fatti, se non abbiamo nessun'altra testimonianza documentaria circa la missione diplomatica condotta dal vescovo Giovanni Cicala per conto di Federico II oltre a questa, è invece molto noto l'episodio con il quale, prima del mese di settembre del 1215, Federico II faceva trasferire Ì due sarcofagi di porfido dalla cattedrale di Cefalù nella cattedrale di Palermo. Secondo il Deér architetto dell'operazione del trasferimento dei sarcofagi da Cefalù a Palermo sarebbe stato l'arcivescovo di Palermo Berardo Castagna, in quel periodo il più stretto consigliere spirituale e amico personale di Federico II, desideroso come un suo predecessore, l'arcivescovo Gualtiero, di affermare il ruolo di sepolcreto reale della cattedrale di Palermo3". Berardo Castagna, già arcivescovo di Bari, veniva eletto arcivescovo di Palermo nel settembre del 1213 da papa Innocenzo III. Designato l'anno prima dallo stesso pontefice come legato pontificio presso Federico II, finirà per divenirne uno dei più fedeli e autorevoli consiglieri personali per diversi anni a seguire31. In quello stesso torno di anni Federico II, in correlazione con Ì progetti di crociata del papa, doveva inviare il vescovo Giovanni Cicala a Damasco e al Cairo per condurre trattative 29

Rollus Rubens..., cit., pp. 32-33. J. DEÉR, The dynasticporphyty..., cit., p p . 18-19. Sulla vicenda del trasferimento dei sarcofagi reali dalla Cattedrale di Cefalù alla Cattedrale di Palermo si vedano inoltre: V. D'AURIA, Dell'Origine ed antichità di Cefali/ Citte piacen/issima dì Sicilia, Palermo 1656, p . 50; G. D i MARZO, Delle belle arti..., cit., pp. 258-260. Sui due sarcofagi di porfido fatti realizzare da Ruggero II per la Cattedrale si vedano invece, oltre alla pioneristica opera di F. D Wir.i.r., / regali sepolcri chi Duomo dì Palerà/ti riconosciuti e illustrati, Napoli 1784, II list. Napoli 1859 ed alla citata opera del Deér: E. BASSAN, scheda 1, p. 37 e scheda 2, pp. 39-40 in Federico II e la Sicilia...cit, voi. I; M. ANDALORO, Per la conoscenza e la conservazione delle tombe reali delia Cattedrale dì Palermo: linee storiche e storico-artistiche, in 11 su reo/ago ckiì'imperatore. Studi, ricerche e indagini sulla tomba di Federico II nella Cattedrale di Palermo 1994-1999, Palermo 2002, pp. 135-148; F. GANDOLFO, La scultura, in Storia di Palermo, a cura di Rosario La Duca, Palermo 2003, voi. I l i , p p . 220-225; F. GANDOLFO, Il Porfido, in Xobilcs Offc/uae. Perle, filigrane e traine di seta dal Palalo Reale di Palermo, catalogo della mostra (Vienna, Kunsthistonsches Museum, 31 Marzo - 13 Giugno 2004; Palermo, Palazzo dei Normanni, 17 Dicembre 2003 - 10 Marzo 2004) a cura di Maria Andaloro, Palermo 2006, voi. I, pp. 205-209. 30

31

Sull'arcivescovo Berardo Castagna si veda: E. PlSPISA, ad voce-m Berardo di Castagna, in Federico 11. ìinciclopedia federìciana, Istituto della enciclopedia italiana, Roma 2005.


diplomatiche. Risoltesi senza dubbio con un nulla di fatto, visto che nel corso del IV Concilio Lateranense apertosi a Roma nel 1215 e al quale lo stesso Giovanni Cicala partecipò, riferendo certamente anche degli esiti della sua missione diplomatica32, veniva presa la decisione di indire una crociata. La missione diplomatica del povero vescovo Giovanni Cicala, avvenuta in coincidenza con il trasferimento dei due sarcofagi, lascerebbe intendere che essa fu soltanto un atto studiato dall'imperatore per dare vita al suo progetto. Sulla base dei dati storici Ì due episodi sembrano quindi collegati: allontanato il vescovo di Cefalù dalla propria cattedra con l'inganno di una falsa missione diplomatica, e con uno dei suoi più stretti e fidi collaboratori sulla cattedra palermitana disponibile ad accogliere i due sarcofagi nella sua chiesa, Federico II, allora poco più che ventenne, ne approfittò per dare vita al progetto di trasferimento delle due tombe reali nella cattedrale di Palermo, dove si trovano ancora oggi33. Stando cosi le cose l'interpretazione dei dipinti proposta da Zoric appare di conseguenza la più convincente, in quanto la più coerente sia con Ì dati storici che con il presunto carattere recriminatorio delle raffigurazioni. Anche l'iscrizione che affiancava il titulus di Guglielmo II, dai caratteri ammonitori contro i successori affinché "non rubino ciò che Ì loro genitori hanno donato con vigore", sembra ribadire ulteriormente l'ipotesi dello studioso. Nel settembre del 1215 Federico II donava alla Chiesa di Cefalù il feudo Cultura «in reconpensationem duorum sarcopbagorum porphyreticorum quos ab ecclesia Cepbaludensi ad Panormitanam transferi iussit prò sua et patris sui sepultura»34,

concludendo definitivamente in tal modo, almeno per quanto ci è noto, i contrasti sorti con la Curia di Cefalù a causa del trasferimento delle tombe reali da Cefalù a Palermo. Negli altri casi in cui gli studiosi si sono occupati di questi dipinti, come visto, l'accento è stato posto sempre su un loro valore celebrativo e commemorativo, in quanto interpretati come una manifestazione di riconoscenza e di gratitudine da parte della Chiesa di Cefalù nei confronti della magnanimità dei sovrani normanni, o come una testimonianza del prestigio della Curia cefaludense, in quanto destinataria di numerosi privilegi da parte di questi ultimi. Ma che non si trattasse di raffigurazioni dedicatorie ce lo dice la Storia: se appare plausibile che la 32

N . KAiMP, tidrocem Cicala, Giovanni di, cit. Nell'aprile del 1215 l'arcivescovo Berardo riceveva da Federico II un privilegio di conferma dei privilegi concessi al suo predecessore, l'arcivescovo Parisio, e la concessione di altri doni, tra cui il castello di Caccamo. In tali circostanze Federico riconosceva «devotionem et ftdem atque sincerai» sdìiìàtudììu-iìì et cfiiitliaws hdmres prò nobis etpviiaila lien/rdi Paimwitanì ardì/episcopi, expertì fidc/is et fo.iì/iliarìs nostri» Q. L. HuiLLARD - A. BRRUOI.LES, ì Ustoria D/pion/aì/ca I I/storia diplomatica Vride ria Secarteli, 12 voli., Parigi 1852-61, voi. I, p . 372). Ci si chiede se dietro alla concessione di questo privilegio ed ai «coniuwos labores prò nobis et pericula» non vi sia anche il trasferimento dei due sarcofagi da Cefalù a Palermi >. 34 Ivi, voi. 1-2, p p . 426-427. 33


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Chiesa di Cefalù possa aver voluto esprimere un tributo di riconoscenza nei confronti dei sovrani normanni, appare del tutto inverosimile pensare che la stessa abbia voluto concedere la stessa riconoscenza all'imperatore Federico II, cioè a colui che oltre ai sarcofagi di porfido e a molti altri beni, nel 1223 sottraeva alla Curia cefaludense anche il castello sulla rocca, presidio fortificato di grande importanza strategica in virtù della sua ubicazione a ridosso della marchia sarracenorum, privandola anche dei proventi derivanti dal porto3-"1, e ancor di più a colui che sarà l'artefice della nota persecuzione nei confronti del vescovo di Cefalù Arduino II (1217-1238), che tra accuse, processi e allontanamenti forzati del vescovo dalla propria cattedra si concluderà soltanto nel 123836. Realizzati all'esterno della cattedrale alla vista di tutti, i dipinti rappresentavano quindi un vero e proprio atto d'accusa pubblico nei confronti dell'imperatore, concepito «da chi non aveva altri mezzi disponibili per lottare in difesa dei propri diritti lesi dalla prepotenza sovrana»37. Accogliendo l'interpretazione dei dipinti proposta da Zoric, possono essere fatte di conseguenza due considerazioni: innanzitutto, i dipinti dovettero venire realizzati certamente prima del mese di settembre del 1215, data della transazione pacificatoria tra Federico II e la Chiesa di Cefalù; poi, per il loro carattere estemporaneo e recriminatorio, appare alquanto improbabile che potesse trattarsi di mosaici, data la natura preziosa ed aulica di questo medium artistico. Scartata del tutto anche la natura celebrativa di questi dipinti, i dati storici ci raccontano quindi che sia alla base della loro realizzazione che della loro descrizione del 1329 vi fu un elemento di base comune: episodi di rapine e di usurpazioni ai danni della Chiesa di Cefalù, cui seppero rispondere con grande fermezza due intraprendenti vescovi, Giovanni Cicala e Tommaso da Butera. Dopo le descrizioni del 1329 non si ha più nessuna notizia di questi dipinti fino al Carandino, quando come detto non esistevano più. Certamente i dipinti, sotto la prolungata azione dell'acqua e del vento (il grande portico a tre arcate inserito nella facciata della cattedrale verrà realizzato soltanto circa due secoli e mezzo dopo) furono soggetti ad un lento ma progressivo deterioramento, e infatti si è osservato come al tempo del vescovo Tommaso due di essi fossero già in fase di degrado. La realizzazione del grande portico a tre arcate (cfr. Fig. 1) realizzato dal magister Ambrogio da Como (1471 -1472) con un successivo intervento dell'architetto netino Matteo Carnilivari, ne dovettero determinare la totale scomparsa38. Ma non la memoria.

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Rolius Rubens..., cit, doc. del luglio 1266, p. 110. Per questa vicenda si veda: V. D'ALESSANDRO, Terra, nobili e borghesi ne/hi Sialiti n/edìmiìe, Palermo 1994, pp. 79-80; C. V A L R N Z I A N O , Processo. L'imperatore Federico II e il vescovo Arduino II, Agrigento 2001. 37 V. ZORIC, Il cantiere delia Cattedrale..., cit., p. 172. 38 La stessa ipotesi era stata formulata da Demus, che datava però la realizzazione del portico al 1480 forse basandosi su quanto scritto dal Clausse, il quale aveva individuato tale data in u n o dei capitello ìó


Una reminiscenza di queste raffigurazioni la si ha infatti ancora nel Seicento, quando vennero realizzate quattro tele raffiguranti quattro dei cinque soggetti originari, e collocate nelle pareti laterali del bema entro quattro grandi nicchie rettangolari contornate da cornici in stucco. I quattro dipinti, oggi conservati nella sagrestia della cattedrale, ci mostrano una ricostruzione delle scene piuttosto soggettiva e contestualizzata al periodo storico della realizzazione delle quattro tele, costituendo però un interessante documento storico legato a questa vicenda39 (Figg. 2-5). La prima di queste, Ruggero II dona la chiesa di Cefalù al Salvatore, reca dipinto in basso a sinistra lo stemma del Vescovo Marco Antonio Gussio (1644-1650), quindi verosimilmente è a lui che si deve la committenza del ciclo. Ma di questi dipinti sembra essersi conservata la memoria anche nella denominazione con la quale viene ricordato tuttora l'ingresso principale della cattedrale: la porta regum, "la porta dei re", che non lascia altro spazio all'immaginazione se non che pensare possa aver tratto questo appellativo regale proprio dai dipinti raffiguranti Ì sovrani normanni e svevi di Sicilia, un tempo esistenti all'esterno della cattedrale di Cefalù411.

Fig. 1. Cefalù, Cattedrale. Prospetto principale con il portico quattrocentesco. Fig. 2. Ignoto pittore del quinto-sesto decennio del XVII s e c , Ruggero II offre la chiesa di Cefalù al Salvatore. Cefalù, cattedrale. Fig. 3. Ignoto pittore del quinto-sesto decennio del XVII s e c , Guglielmo I conferma la donazione del padre alla Chiesa di Cefalù. Cefalù, cattedrale. Fig. 4. Ignoto pittore del quinto-sesto decennio del XVII s e c , L'imperatrice Costanza d'Altavilla conferma i privilegi concessi alla Chiesa di Cefalù dal padre Ruggero II. Cefalù, cattedrale. Fig. 5. Ignoto pittore del quinto-sesto decennio del XVII s e c , Federico II invia diplomatica il vescovo Giovanni Cicala. Cefalù, cattedrale. (Figg. 2-5 tratte da: C. Valenziano, Processo. I .'imperatore V'ederico II..., cit., pp. 123-126)

del portico (G. CLAUSSE, Les Monumenti da (.'J.mstianisme..., cit., nota 1 a p . 107). Relativamente alle possibili motivazioni della scomparsa delle cinque raffigurazioni, la stessa idea del D e m u s è stata espressa anche dalla studiosa Maria Andaloro (M. AxDALORO, scheda 6.7-1 in MateriaU per la conoscenza storica e il restauro di una cattedrale. Mostra di documenti e testimonianze jhjiraiire della Basilica rn^i-riaiia di (icfalù, Palermo 1982, nota 13 a p. 127). jl) Sulle quattro tele si veda: T. VlSCUSO, La decorazione della protesi e del presbiterio, in \ A Basilica Cattedrale..., cit., voi. VII, pp. 86-87. 40 A conferma di tale ipotesi, si riporta che anche lo stesso Catandino sottolineava l'importanza di tale porta sulla base della presenza delle raffigurazioni dei sovrani normanni e svevi un tempo li esistenti (B. CARANDINUS, Descriptio totius ìiccksìae..., cit., p . 23).


l-'.g. 1


Note a margine su Nibilio e Giuseppe Gagini come metafora del tramonto dell'esperienza rinascimentale in Sicilia ARTURO ANZELMO

«Nel campo della ricerca storica non esistono opere definitive. Tanto nuovi ritrovamenti quanto diverse sensibilità e inedite costellazioni interpretative invitano, infatti, a vedere con occhi nuovi persino argomenti ampiamente indagati e a rammentare come essi siano inesaurìbili.» Daniele Pisani {Casabella 818, ott. 2012) Alle non poche fatiche del DÌ Marzo1 (sulle quali un sereno giudizio non può che prendere atto dei moltissimi pregi più che essere demolitore2), al di la di quanto lo stesso Studioso avesse voluto vedere nella serena compostezza delle creazioni di Antonello Gagini il massimo raggiungimento della rinascenza isolana, non disgiunta la sua opinione circa un "declinare del gusto" laddove tra gli artisti affermatisi nella seconda metà del Cinquecento ed i primi del secolo successivo più forte si fa sentire l'eco della Maniera è imputabile il perdurare di preconcetti, il formarsi di veri e propri miti attorno a figure di notevole spessore. In questo senso l'espressione dell'Accascina3 da cui estrapolo parte di un più lungo periodo: «Tutto in Sicilia è Gagini [...]» e la recente provocazione di Giovanni Travagliato che a proposito de' I Gagini e la scultura in Sicilia..., del DÌ Marzo ne propone la parafrasi «La Scultura in Sicilia nei secoli XVI e XVII... e i Gagini» invitando a porre «attenzione, piuttosto che su questi ultimi -o solo su di essi-, su gli altri contemporanei artefici [„.]»4. La vicenda storica dell'arca di San Giacomo in Caltagirone, non disgiunta dalle umane vicissitudini che vedono il succedersi della scomparsa (1607) di Nibilio Gagini -che ne avvia e porta a buon punto l'esecuzione- e del figlio Giuseppe (1610) -che lascia l'opera incompiuta- offre esempio del tutto calzante, pur sottolineandone il portato nella storia dell'arte orafa ed argentiera, di come un'opera o una figura d'artista pongano "resistenze" critiche e, alla luce di quanto la ricerca continua ad esitare, di quanto relativa possa essere l'attribuzione di opere

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G. Di Marzo, / Curi/ni e la scultura in Sicilia nei secoli X\ 'e -VT-^7, Palermo 188(!-l 883. Si citano in proposito gli interessanti saggi in S. LA BARBERA (a e. di ), Gioacchino Di Alarlo e la Critica d'Arte nell'Ottocento in Italia, Palermo 2004. 3 Giornale di Sicilia, 1 agosto 1935. 4 G. TRAVAGLIATO, "Sulla scultura in Sicilia nei secoli XVI e XVII: non solo i Gagini. Regesti documentari inediti ad integrazione degli si'udì dì Gioacchino Di Manv". in S. l.A BARBERA (a e. di J, Gioacchino Di Mar^o e la Critica d'Arte ..., Palermo 2004, pp. 304. 2


complesse e dal lungo iter realizzativo, non mancano dì offrire spunti di ulteriore riflessione, ne questo stupisce attesa la natura stessa d'ogni ricerca. È il caso dell'arca di San Gandolfo a Polizzi, cui avrebbe messo mano Nibilio Gagini5 e documentatamente Giuseppe, la cui storia illustra Vincenzo Abbate nel '97 ed ultimamente postilla Rosario Termotto che, sintetizzando dal noto Studioso polizzano, informa come «Tra il 1606 ed il 1610 vengono eseguite e collocate le ultime statuette, opera di Giuseppe Gagini [,..].»6. L'Abbate citando la Kelatione di Don Francesco Mistretta redatta, come scrive, «intorno al 1607, se non subito dopo» fa rilevare come a quella data il lato dell'arca opposto a quello con «i'Annuntiatione» è ancor «voto» ossia privo delle due figure di santi7. Lo Studioso le individua con quelle ...dui figuri di argento in pìchì... delle quali è cenno nel testamento di Giuseppe Gagini che torna a riferirvisi nei codicilli e dopo la morte dell'orafo, quando Pietro Ciaula dichiara di ricevere, ...iliius duasfiguras argenteas in pkhi in proximo repertorio descriptas [...] per manus [...] don Gioanne battista Lanchiella...fratello e procuratore della vedova che con agli altri beni ereditari le deteneva avendo fatto valere privilegio iuri hypotece dotìum et dotarium. Il 25 febbraio 1613, l'argentiere Giuseppe Li Muli, dichiara di aver ricevuto dal defunto Filippo Sijno8, ...in tempo di sua vita, [...] uncie 8prò magisterìo illarum duorumfigurarum argenti unìus sanciifrancisciet alterius beati gandolfi per dittum de Sijno olim traditorum adfaciendum Joseph gagini prò civitate politi] prò pretio undas decem et otto tam argenti quam magisteri/ quas dìttus de gagini fassus fuit per suos codictllos habuisse uncias decem etfuerunt tradite ad ipsas faciendum ditto de li muli perpetrum Ciaula tutorem hereditatis ditti condam de gaginiper quem fuerunt consignate ditto condam de Sijno simul et semel habitis dictis uncijs 8...9; per gli stretti rapporti con i Gagini (don Giacomo era padrino della figlia Margherita) il Li Muli si muove nell'ambito della bottega ed è naturale che le due ...figuri..., ancora ...in

-1 Per la loro qualità alcuni pezzi (soprattutto la testa del santo) sono stati ad oggi attribuiti e non ancora documentati contributi di Nibilio. 6 V. ABBATE, Polipi. I grandi monumenti dell'arte, Caltanissetta 1997, pp.88-94: R. TERMOTTO "Ricerche documentari su orafi e argentieri presenti nelle Madame tra '500 e 700" in R. TERMOTTO, S. ANSELMO, P. SciBILIA, Orafi e argentieri nei paesi del/e Mae/onie. \ote d'archivio, Polìzzì Generosa 2002, pp. 11-29. ' V. ABBATE, Polipi. ! grandi monumenti ..., cit., p. 90. 9 Per quanto al Sijno, il 7 settembre 1610 unitamente al fratello Valerio si dichiara debitore in onze 127.24.10 del mercante Nicola Cavanna per prezzo di raxia di Genova (Archivio di Stato Palermo. Notai defunti (d'ora in poi ASP. N D . ) , Palermo, Corona A., vol.12898, C.13V.) e l ' i l agosto 1611, con Giovanni Battista Lercano, Giuseppe d'Angelo e Domenico Verdino, è teste ai dotali per le nozze tra Girolama del fu Nibilio e Giovanna, con l'aromatario Giuliano Calagiura di Michele e Blasia. ASP. N D . Palermo, Isgrò L., voi. 8409, c.934. 9 ASP. N D . Palermo, Isgrò L. vol.8410 c.344v, reso noto da Giovanni Travagliato, "Gli archivi per le Arti Decorative in Sicilia da Rinascimento al Barocco" a e. di D. Ruffino e G. Travagliato, in Splendori di Sicilia. Arti decorative dal Rinascimento al Barocco, a e. di M. C. DÌ Natale, Milano 2001, p.324 doc. I. L'affidamento a Giuseppe è da collocare non prima del 4 settembre 1606, giorno in cui viene emancipato dal padre in vista delle nozze con Angela I .angelia dì Leonardo (atto dotale 15 ottobre 1606) e ciò induce a ritenere Nibilio possibilmente infermo. Morirà poco prima del 29 gennaio 1607.


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pichi,..$S\& morte di Giuseppe, per interposizione del Ciaula gli venissero affidate per ultimarle. Per i documentati rapporti di lavoro nell'area nebrode-madonita, anche ad un'attenta lettura del lessico (e della "grafia" direi) appare lecita l'ipotesi d'indicare Nibilio quale autore dell'interessante testa del San Gandolfo che sovrasta l'urna polizzana che, con parallela sequenza di motivazioni simile a quella siracusana (della quale ci si occuperà) potrebbe aver suggerito l'unione del busto alla cassa in momenti ancora da precisare mentre, non del tutto motivato il voler proporne un intervento sulla cassa reliquiaria o, vara, di Santa Lucia in Siracusa. Arche relìquiarìe tra Siracusa, Messina e Caltagirone Della statua di Santa Lucia in Siracusa (Inventio et opus Vetri Ritìi Panormì) e della vara che la sostiene, è apparso opportuno occupandosi dell'una, far cenno dell'altra. Per i rapporti che legano uomini e vicende delle due città, ugualmente ineludibile il rimando alla calatina arca reliquiaria di San Giacomo. Per quanto alla cassa/mra il Di Marzo dall'iscrizione che vi notò ne dà la paternità ad Ascensio Chindemi e Desio Furno «ch'ebbero ad eseguirla su qualch'altra cona anteriore...»10 leggendovi perciò motivi arcaizzanti rispetto a quanto, con suo raccapriccio, notava nelle produzioni del primissimo Seicento. Giuseppe Agnello, riafferma come la statua sia uscita «sulla fine del Cinquecento» dalla bottega del Rizzo e attribuisce dubitativamente a Nibilio Gagini la cassa, datandola al successivo XVII secolo11. Non ignorando il DÌ Marzo, il Garana Capodieci, annota: «Sulla fine dello stesso secolo -XVI- fu lavorato in Palermo nella bottega di Nibilio Gagini il celebre simulacro argenteo della Santa,...» aggiungendo come «Da questi dati è lecito quindi presumere che l'artistico simulacro dovette essere il frutto della collaborazione dei due valorosi argentieri palermitani. Nibilio Gagini dovette lavorare la cassa, che ripete lo schema di quella di San Giacomo di Caltagirone, opera dello stesso artefice ed il Rizzo dovette essere l'autore della sola statua.»12. 111

G. Dì Marzo:/ Cingali... cit, voi I, p. 660. G. Agnello: "11 Tesoro di S. Lucia" - Santa i .//da vergine e Martin; 13 dicembre 304, Siracusa 1966, p. 31. 12 Can. O. Garana Capodieci: Santa 1 j/cia, nella tradizione, nella storia, m-ll'arte, Siracusa 1976, p. 63. Sulla scorta della documentazione offerta dal Di Marzo in ordine all'esecuzione dei candelabri della matrice di Enna, che aveva visto operare Nibilio e Pietro Rizzo, si era voluto vedere quest'ultimo come allievo del primo, srimando possibile l'intervento del Gagini sull'arca. Il documento segnalatomi da Giovanni Mendola chiarisce ampiamente la questione: 23 settembre 1595, P. Rizzo si impegna con la matrice di Enna ad eseguire due candelabri dell'altezza di quattro palmi e del peso non superiore a 33 e non inferiore a 30 libre, simili a quelli in rame di Giovan Battista Arceri venuti da roma. Con atti a margine il 12 ottobre riceve 100 onze, il 1° giugno 1596 si prorogano i termini di consegna, l'8 luglio 1598 saldo e consegna. ASP. N D . Palermo, Fialdo G., vol.13419, c.83, in A. A N Z E L M O : "La statua argentea di Santa Lucia in Siracusa: i/wentio et opus di Pietro Ri%o da Palermo. (documenti 1598-1600)" in Manierismo siciliano. Antonino h'eiraro da Giuliana e l'età di Filippo il di Spagna, Atri del convegno di studi di Giuliana (Castello Federiciano 18-20 ottobre 2009) a cura di Antonino 11


Sull'interessante cassa reliquiaria (poi divenuta la vara) per la quale il Camilliani nel 1588 o, poco prima, appronta un disegno stante il Senato cittadino ne disponga quell'anno pagamento, come riferisce il Dufour13, appare necessario ritornare. Illuminanti i contributi di Luigi Lombardo che annota come, il 15 dicembre 1589, gli argentieri siracusani Girolamo e Zosimo Branca si impegnassero ai procuratori della chiesa di S. Lucia extra moenìa, «facere et laborare arcam martirii dictae divae Luciae» obbligazione che rimandando a precedente atto anticipa Ì lavori e li avvicina alla data del pagamento al Camilliani. Aggiunge il Lombardo come, il «28 Giugno 1590 [...] don Antonio Pichone e Camillo Camilliani "ingegnerius in ista evitate Siracusarum [...]" vengono scelti come "experti electi ad appretiandum,\ una plancia d'argento eseguita da «Zosimo Branca per la chiesa di S. Lucia extra merda, e cioè "lu martirio di S. Lucia tirata cum li boi et altri personagi et ornamenti impressi nel ornamento ovali et l'ornamento atorno"[...] Lo stesso giorno i due esperti fanno la stima di un'altra "plancia" d'argento» eseguita da «Nicolao Cassarino "con li istorìi della morti di S.ta Lucia..."». l'Autore documenta inoltre come «Il 30 giugno dello stesso anno, sono gli argentieri Ieronimo Minnitti e Zosimo Branca, a dichiarare di aver ricevuto dal mag.co Mario la Bella, come tesoriera della chiesa di S. Lucia fuori le mura, oncia una a complemento delle 21 onze per prezzo della manifattura di una "plangia" d'argento lavorata per detta chiesa; lo stesso giorno, sempre gli argentieri Minnitti e Branca, dichiarano di ricevere 27 onze per manifattura di una "plancia" d'argento, lavorata con il martìrio di S. Lucia "con li boi", il cui prezzo pattuito era stato di onze 39 e tari IO»14. La statua fu commissionata a Palermo da don Giuseppe Landolina, agente per conto dei procuratori ...operìs collegi) sante lucie extra menia..., all'argentiere palermitano Pietro Rizzo per atto del 12 settembre 1598; avviatane l'esecuzione dopo l'approvazione del bozzetto nel gennaio 1599, fu stimata il 12 ottobre 1600 da Pietro de Capua e Filippo de Pino, consoli dell'Arte degli orafi e argentieri di Palermo, ed ufficialmente consegnata il 12 dicembre 1600 vigilia della festività della Martire siracusana15. Consuntivamente, accertato almeno nell'avvio dell'opera il coinvolgimento del toscano, è ipotizzabile come deliberata l'esecuzione della statua od anche successivamente, si sia optato per una rimodulazione del manufatto che prende l'assetto di macchina processionale pur conservando la forma dell'arca -caxa-. Non sottovalutati i risvolti economici, le istituzioni responsabilizzate avevano contezza

G. Marchese, ila palma 2010 pp. 479-502. 13 L. Dufour: "L'Anfore della cassa del simulacro ha filialmente un no/ne?" Con Lucia a Cristo, Siracusa 1986, pp. 8-9, citato da P. Magnano: ÌJtcia di Siracusa, Siracusa 2004, p.125: «La statua [...] fu opera dell'artista palermitano Pietro Rizzo, allievo dell'orafo Nibilio Gagìni...... ''' I.. Lombardo "Le rare da Santi. .Ir/e e frad/r:io;/i"ìn Valdinoto. Rivista della Società Calai ina di Storia patria e Cultura, 2, Caltagirone 2007. '•"'A. ANZELMO: "La statua argentea di Santa Lucia", cit., Palermo 2010.


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di possedere un oggetto di pregio disegnato dal noto architetto... Considerazioni di tal genere hanno potuto sconsigliare il totale smantellamento dell'opera suggerendo adattamenti come le quattro erme del plinto che sostiene la figura e lo raccordano al coperchio dell'urna, le aquile che poste su un ulteriore scannello ne rialzano la quota, per finire, molto più tardi, ai quattro vasi angolari... Appare frutto di sostituzione la lamina con il Seppellimento di S. Lucia (sul lato corto anteriore) da vedere come esigenza d'ornare la vara con una scena ispirata al dipìnto (1608) del Merisì, da datare poco dopo il 1611, anno in cui i procuratori del sodalizio siracusano ottengono libertà di poter fondere mille scudi d'argentei fuori corso al fine di dar compimento alla caxia16. Una valutazione delle singole parti andrebbe tentata (sulla scorta di un'accurata ispezione) a fronte di un discutibile parere che pone l'opera come eseguita successivamente alla statua (solo alcune parti sono documentate oltre il 1600), dunque diretta filiazione dall'urna calatina iniziata sul finire del '99 ma completata solo dodici anni dopo. I contributi del Dufour ed i più recenti apporti del Lombardo, la rilevanza di valori "architettonici" cui la caxa appare legata, deduttivamente inducono a dare priorità all'opera siracusana rispetto alla calatina. «E' stato fatto osservare a proposito dell'Arca di San Gerlando in Agrigento (Pietro Ricca e Giancola Viviano 1635) e dell'Urna del Giovedì Santo della Palatina in Palermo (Giuseppe Ferro 1644), come il Monrealese che ne fornì i disegni, avesse preso a "prototipo" l'urna calatina di San Giacomo, commissionata nel 1598 a Nìbilio Gaginì, con una regressione rispetto alle innovative soluzioni di Mariano Smeriglio per la cassa reliquiaria di Santa Rosalia (1631 e 1637) in Palermo [„.].»17. Al di la delle motivazioni che spingono il Monrealese, ad Agrigento appare evidente la necessità di bilanciare le poderose plasticità in rilevato con altrettanti vuoti scavati nella massa volumetrica. Per quanto al pezzo della Palatina l'allusione al sepulcrum-sargophagus, l'austerità del piccolo volume, meglio si confacevano alle istanze iconografiche richieste dal repositorio. La targa sostenuta da putti alati, ricorda il disegno, in uno dei volumi dell'archivio della Mastranza degli orafi ed argentieri di Palermo, attribuito a Mariano Smeriglio18 che rimodula composizioni dei Gagini (i putti che sorreggono scudi nel monumento Cardinas del Museo Bellomo a Siracusa) e rimandano a motivi del Quattrocento fiorentino e temi della classicità romana.

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Lettera viceregia data in Palermo il 2 novembre 1611cortesemente segnalatami da Sebastiano Primofiore (Buscemi). 17 A. ANZELMO, "Dell'inreiitario testamentario di Bartolomeo i'n-rtisi. Orafo romano, cittadino dì Palermo. Console dell'arie degli orafi e argentieri. Notile 1557-1597," In Valdinoto. Rivista della Società di Storia patria e Cultura, 1 (Caltagirone 2006) pp.35-64, citando S. Grasso, Appuntì sui disegni figurativi di Pietro Novelli in Pietro Novelli e il suo ambiente, Palermo 1990, p. 371. 18 S. BARRAJA: "Gli orafi e urge niieri di Palem/o attraverso ì manoscritti della maestranza " in Splendori di Sicilia. Arti Decora/ire dal [{/nascimento al Barocco, a e. di M.C. Di Natale, Milano 20(11, p. 667.


A Messina (città da cui proviene l'argentiere Giuseppe Ferro che il 23 giugno del '44 riceve commessa per il repositorio palermitano19) tra il 1609 ed il 1613 venne realizzata l'arca reliquiaria dei Santi Martiri Placido e Compagni, opera di Giovanni Artale Patti211, alla quale sembra ispirarsi l'umetta della palatina (per la triplice partitura delle pareti dalla quale aggetta la sezione mediana che reca un inserto figurativo, per la soluzione d'angolo, per il raccordo del coperchio al nodo che sostiene l'elemento al vertice -nell'una la figura dell'abate nell'altra la croce-, per finire alla tipologia del "piede") inducendo ad ipotizzare una veicolazione del modello per tramite del Ferro. L'arca messinese per altro -con riferimento alle lastre figurative che ne ornavano i fianchi- torna a proposito in ordine alla struttura della caxa siracusana che, nel conservare le originarie caratteristiche, come s'è detto, viene a costituire il corpus più rilevante della complessa macchina processionale della vara di Santa Lucia. La Musolino Santoro concordando con quanto -nella stessa occasione scrive la Ciolino21, è del parere che l'opera messinese «nell'impostazione complessiva e in parte nel repertorio decorativo si collega ad esempi tardo manieristici di matrice calamecchiana» - con sguardo attento, credo, al linguaggio dei bronzi del basamento del Don Giovanni d'Austria - con richiamo ai temi compositivi delle due lamine avanza «l'allettante ipotesi» di una presenza del pittore Mario Minniti «per l'ideazione di quest'opera» a fronte di affinità rilevate con alcune tele dell'amico del Caravaggio. La Studiosa, nel sottolinearne «l'esuberanza e il plasticismo degli elementi ornamentali, l'ampio movimento delle volute» vi nota «gusto aggiornato e palesemente orientato verso criteri già barocchi» ritenendo come «l'arca di S. Placido precede in area siciliana gli esemplari seicenteschi più importanti», considerazioni che a fronte di quanto sappiamo sulla siracusana, appaiono suggerire possibili percorsi d'indagine e dì valutazione critica in direzione della città aretusea più che verso Caltagirone dove la stessa esperienza del Camilliani -con riferimento alla insoluta questione della custodia- non sembra attecchire. Ma vi è di più ad osservare la sconcertante vicinanza dello schema decorativo della guarnigione delle lastre messinesi e di quelle siracusane (rilevando in ogni caso l'assoluta diversità plastica degli elementi figurativi) lasciando margine per indagare su quanto avviene, a cavaliere dei due secoli, sui litorali ionici dove passano Camilliani, Del Duca, Lasso, Minniti e Caravaggio, non tralasciando le vicende della ricostruzione della chiesa di San Giovanni di Malta (dove si erano rinvenuti i sacri resti e per la quale viene commissionata l'arca) che vede attivi il

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Scheda a e. di Al. C. Di NATALI:, in Ori <• Argenti di Slatta, Milano 1989, pp. 231-232. S. Bottali, Il Duomo di Messina, Messina 1929 Cap.VIII, n.3. C. ClOLixO, "L'arte orafa e argentana a Messina nel XVII secolo" pp.115-119 ; G. MUSOLINO SANTORO, scheda n.2, pp.154-159, entrambe in Orafi e Argentieri al Monte di Pietà, Artefici e botteghe messinesi delsec. X I IL Messina 1988. 20 21


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toscano e l'allievo del Buonarroti e che, per il forte plasticismo, sposta l'indagine verso un artista di tradizione montorsoliana. L'Arca relìquiaria di San Giacomo Con atto del 16 luglio 1598 in notar Giovanni Luigi Gandolfo da Palermo, Pietro Rizzo si impegnava con Biagio Bonanno, agente per sé e per gli altri giurati dell'Università di Caltagirone, a realizzare ...arcam argentei ad effettum ponendi reliquias santi lambì apostoli [...] luxtaformam modelli sive designifatti per dittumpetrum et adpresens existenspenes dìctos Iuratos... obbligandosi alla consegna entro nove mesi e ricevendo 200 onze il 30 luglio. Il 12 settembre dello stesso anno, si obbliga per l'esecuzione della Santa Lucia da consegnare per la prossima Pentecoste (31maggio 1599) ma che completa con oltre un anno di ritardo. Appare ragionevole come in sì breve tempo non potesse rispettare le scadenze senza l'aiuto d'altri operatori che ha forse contattato e che potrebbero individuarsi negli argentieri presenti ai diversi atti22. Il 7 aprile del '99 Nibilio Gagini, presso lo stesso notar Gandolfo, si obbliga al barone di San Michele, agente per i giurati di Caltagirone, ad eseguire ...una caxìa dì argento [...] et quella farla dì quella grande^a et altera conforme al modello consìgnato al detto signor baroni...2*. Il 12 luglio successivo, in notar Lorenzo Isgrò da Palermo, torna ad obbligarsi al barone per l'esecuzione della stessa opera24. Che gli possa esser stato affidato il disegno approntato dal Rizzo? Nelle due obbligazioni non è espressamente detto che il modello sia stato elaborato dal Gagini. L'interrogazione non dà per scontato che i fatti possano effettivamente essersi svolti in tal senso ne vuole nascondere un'illazione. La questione pone come irrinunciabile la conoscenza delle ragioni dei Gagini che a Caltagirone avevano interessi e parentele25 , dei rapporti tra Ì due artisti testimoniata dal separato incarico per i candelabri di Enna26 che ridimensiona il ruolo del Gagini per quanto al progetto dei manufatti. L'obbligazione del 12 luglio '99 -che tacitamente annulla la precedente- appare dettata dalle clausole che, acclarata l'inadempienza contrattuale dell'operatore incaricato in ordine ai tempi di consegna, dava facoltà al committente di far eseguire l'opera ad altri; ed il 7 aprile, i termini ai quali era obbligato il Rizzo non erano ancora scaduti. Vale la pena alla luce della vasta documentazione già offertaci dal DÌ Marzo, dei successivi interventi sull'argomento ed ulteriori prospezioni sui volumi di notar

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A. ANZELMO: "La statua argentea di Santa Ij/citt" ,cit, Palermo 2010. ASP. N D . Palermo, Gandolfo G. L., vol.4885, c.746. G. Di Marzo, I Gagini... rie p. 340 doc. CCLXVTII. 25 II 20 marzo 1612 Pietro Ciaula, quale tutore dei figli ed eredi di Giuseppe Gagini, nomina procuratore Giovanni Domenico Gagini cittadino di Caltagirone, affinché a loro nome esiga da don Nunzio la Liotta quelle 15 onze dovute a saldo di 47.24 al defunto Giuseppe. ASP. N D . Palermo, Isgrò L. vol.8410 c.584. 26 A. ANZELMO: "La statua argentea di Santa Lucia", cìt., Palermo 2010. 23 24


Lorenzo Isgrò già ampiamente consultati, sintetizzare le vicende fin qui note a proposito dell'arca calatina. Palermo, 16 luglio 1598, Pietro Rizzo, si obbliga ad eseguire l'urna ...luxta jormam modelli sive designifatti per dittum petrum... Palermo, 30 luglio 1598, P. Rizzo riceve anticipo di 200 onze. Palermo, 12 settembre 1598. Pietro Rizzo, si obbliga ad eseguire la statua argentea di S. Lucia in Siracusa. Palermo, 7 aprile 1599, Nibilio Gagini, per atto in notar G. L. Gandolfo, si obbliga ad eseguire l'urna ...conforme al modello consignato al detto signor baroni, (don Santo Gravina, che agisce per conto dei Giurati di Caltagirone). Palermo, 12 luglio 1599, Nibilio Gagini, per atto in notar L. Isgrò, si obbliga ad eseguire l'urna, senza che venga cassato il precedente contratto. Palermo, 11 gennaio 1607, Testamento di Nibilio Gagini. Palermo, 29 gennaio 1607, apertura e pubblicazione del testamento del defunto Nibilio Gagini. Ciminna (?) estate 1610 A Giuseppe Gagini, subentrato nell'incarico per l'esecuzione dell'arca, vengono "furatis in campii'' parti della caxa di S. Giacomo, che si apprestava a portare a Caltagirone per il definitivo montaggio...27 Palermo, 25 settembre 1610 Testamento di Giuseppe Gagini Palermo, 14 ottobre 1610 Codicilli di Giuseppe Gagini. Palermo (tra 14 e 26 ottobre) Muore Giuseppe Gagini Palermo, 26 ottobre 1610 Repertorio dei beni ereditari del fu Giuseppe Gagini. Tra vari beni vi si ritrovano: .. .In primis quatro corpi di grifi con una testa per la caxa di santo jacobo della città di caltagirone / ltem 4 planchi dargento per la detta caxa [...]./ Item un modello di la caxa di s. Jacopo... Palermo, 2 novembre 1610, Pietro Ciaula, tutore testamentario del fu Giuseppe Gagini redige inventario; l'atto rimane sospeso ma non viene annullato al

21 Furto che aveva indotto il Cardinal D o ri a a promulgare sentenza di scomunica contro i responsabili. Parte della refurtiva viene recuperata a Castelbuono, Termini, Vicari e Ciminna, dove viene don Giacomo Gagini, che doveva avere aderenze nell'iimbiiu del clero e dei religiosi presso i quali alcuni "pentiti" con la garanzia del "loco conpssioniì\ avevano depositato parte dei preziosi. Il 2 novembre 1610 Pietro Ciaula, tutore degli eredi, redige inventario compilando tra ...Usta citili nibbi che ricuperilo in Ciìuiiuid don C'incoino Caglili col me-^o di cali religiosi [...] ed una ...Usta di rabbi recuperati per Ciaseppe roccuc^o fiscali di Ciminna... dunque della vicenda venne a conoscenza il principe don Giovanni Ventimiglia barone di Ciminna. Ben poca cosa a confronto con le parti fuse dell'urna; solo le oreficerie appartenenti a Domenico Antonio Manso e Giovanni Domenico Virdino che il Gagini s'era portato con altra sua roba nella speranza di piazzarla a Caltagirone (dove si preparavano festeggiamenti per la nuova arca) ascendono a 140 onze. Si conoscono i nomi di alcuni della banda, Cioseppe la Spisi/ arrestato a Palermo, un Cuttilla preso a Castelbuono e Mattea Fratini... Almeno due sono di Ciminna. E sospetto che l'appostamento sia avvenuto a Porteria Di Blasi dove nei pressi, quasi monito, s'erge il crinale del Cozzo Forche o presso il Ponte San Giuseppe sul corso dell'Aziruolo in territoro di Ciminna, malfamato "passu" ancora in tempi non lontanissimi.


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fine di n o n incorrere nella scadenza dei termini legali, molto probabilmente ciò succede stante il mancato totale recupero dei beni a seguito del furto. Palermo, 18 novembre 1610. Leonardo Lancella, suocero di Giuseppe Gagini, da conto di spese sostenute .. .per recuperare la robba persa che fu robbata... Tra le altre, quelle per aver con un compagno raggiunto il Gagini andato alla cerca dei ladri. Palermo, 24 giugno 1611. Procura a D o n Giacomo Gagini affinché in Caltagirone recuperi dall'Università ...lllas pecunìarum summas argentum laboratum et non laboratum rerum et bonorum quantitates ac omnes et totum quìdquid et quantum recìpere et habere debet debuti et debebtt m futurum et de preterito presenti et futuro tam vigore contrattus [...] quam altorum numquam conlrattus actorum et scripturarum aliorum etc. Caltagirone, 13 luglio 1611. D o n Giacomo Gagini quale procuratore, introita ...on^i deci havuti da don sanato di gravina per mano di don francesco paterno e sono a complimento di on%e ottantatrì in conto di on%e 200 eòe detto di gravina deve come deputato della caxa di san giacomo de la città di caltagirone in virtù di mandato expedito a di 2 di mar%o 8° inditìone 1610 perche lì altri on%e 63 foro pagati al detto condam gioseppe gagini in doi partiti una di on^e 68 per la tavola di Palermo a polisa di fra nìcolao la marra recepturì di malta et on%i 5 di contanti come per atto in notar gioseppi di orlando di caltagirone hoggi appare [...]. Palermo, 4 agosto 1611. Procura a D o n Giacomo Gagini affinché vada in Caltagirone e recuperi dall'Università ..omnes illas summam pecunie per dictam Universitatem ditte ereditati debiiarum prò computo et causa illius arce argentee sancii Jacobi apostoli traddite ad construendum condam Nobilio Gagini genitori ditti loseph..., nomini ...extimatores ad estìmandum arcampredetta argenteam nondumfinita ... Caltagirone, 28 di agosto 1611. D o n Giacomo Gagini procuratore, spende ...on%e otto et tari undici et grana 10 per tanti spesi minuti fatti per camino calvaccatura e tratenimento in caltagirone dati 25 di giugno 9 ìnditione 1611 sino ali 28 di agosto di detto anno siccome per lista distintamente appare [...]. Caltagirone, 14 settembre 1611. Giuseppe Li Muli, D e o d a t o Martelli e Ferdinando La Rosa, stilano verbale dell'avvenuta stima come per atto in notar A n t o n i n o Trabucco. Caltagirone, 14 settembre 1611. D o n Giacomo Gagini procuratore, spende ...on^e 3.24 pagati a Gioannì dominico gagini che detto Gìoanni dominico pagao per detto condam Gioseppe corno suo plegìo dì loherì di muli e selli che si persiro et altri come appare per atto in atti di notaro antonìno trabucco di caltagirone hoggi [...]. Caltagirone, 14 settembre 1611 D o n Giacomo Gagini procuratore, spende ...on^e 42.18 pagati in doi partiti a (lodato martelli fbranti la rosa e Gioseppi li muli arginteri quali vinniro a stimarì la caxa nella città dì caltagirone per la detta stima e giornali vacati sicomeper atto in atti di notaro antonìno trabucco hogi et atto in margine a die 28 di settembre [...].


Caltagìrone, 15 settembre 1611. D o n Giacomo Gagini procuratore, introita on%e cento didssetti havuti cioè on%e 88 da don Sanzio gravina et on%e 29 da don francesco paterno barone dì ramìone et sono a complimento dì on%e 200 per lo complimento del mandato contento sopra della partita di on%e 10 si come per atto di notar Gioseppi d'orlando hoggi Caltagirone, 30 settembre 1611. D o n Giacomo Gagini procuratore, spende ...on^e 18.23.15 per tanti spisi minuti fatti per tratenìmento di mangiari et calvaccaturì di quatro persunì cioè la mia persona dodato martelli Ioseppi li muli e furanti la rosa stìmaturi quali vinniro a stimari la caxa e tri calvaccaturì da li 28 di agosto per tutto hoggi nel qual giorno arrìvamo in palermo e loheri di una calvaccatura come di tutti ha dato lista minutamente giorno per giorno [...] ... Palermo, 15 ottobre 1611. Pietro Xiarrino, Martino Morello e Isidoro Armellino ricevono da Pietro Ciaula, onze 8.6 ...Et sunt ditte uncias 8.6 tamprò viagio civitatis Calatagironis quam per dieiis vacatìs illarum trium mularum per dktis de xiarrini morello et armellino locatorum [...] prò viagio diete civitatis Calatagironis et per Ioseph li Muli per informatione Arce argentee Sancii Iacobi et deodati martelli et Ferdinando la rosa exitìmatoribus prò esaminando dictam arcam prò ut Ulam examinaverunt in ditta cìvitate Caltagironis [...]. Caltagirone, 30 novembre 1611 D o n Giacomo Gagini procuratore, spende on%e 9.6.2 per spisi minuti e loheri di calvaccatura e tratenìmento e spisi necessari] di li 2 dui di detto mesi di novembre per insino allo ultimo dì detto mesi si come appare per lista fatta [...] ...E piò mi fa^p exito di on^e 5.14 per tanti che ho speso atti notati dì caltagirone per fattura e copia di tutti quelli atti che ciforo di bisogno in questo tempo de li 25 giugno per insino all'ultimo di novembre X ìndìtione 1611 come appare per lista distintamente [...] ...E piò mifa^o exito di on%e 1.26.10 per tanti spisi dì liti fatti nella città di caltagirone nella consignatìone della caxa come distintamente per lista

apparì [...]... Palermo:16 aprile 1612, Pietro Ciaula tutore testamentario del fu Giuseppe Gagini, continua la redazione dell'inventario, tra gli altri beni, pezzi della caxa ritrovati d o p o il furto e già spediti a Caltagirone con la caxia: ...una testa di grifo dargento [...] Item tri ali dargento grandi digrifuni [...] / Item una testa di grifone d'argento quali era della caxa [...] / Item unope^o d'argento in dui pe^n fatto a modo di cocchìara erano della caxa [...]. Item doi ali d'argento delligrifuni della caxa di caltagirone una deli quali era rotta. Palermo, 27 mar^o 1613. Conteggio tra Pietro Ciaula tutore degli eredi del fu Giuseppe Gagini e don Giacomo Gagini procuratore, in ordine agli introiti e spese in Caltagirone dal 25 giugno al 30 novembre 1611. La morte di Giuseppe interrompe il montaggio; il 4 agosto 1611, all'atto in cui d o n Giacomo viene nominato procuratore con mandato a recuperare ...omnes Mas summam pecunie per dictam Universitatem ditte ereditati debitarum prò computo et causa illius arce argentee sancii Jacobi apostoli.. .ossia, gli si amplia la delega del 24 giugno per


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la nomina di esperti ad estimandum arcam predetta argenteam, questa risulta non dum finita. L'opera fu stimata a Caltagirone dagli orafi Giuseppe Li Muli, Deodato Martelli e Ferdinando La Rosa come per atto in notar Antonino Trabucco del 14 settembre 1611 ossia, tra il 28 agosto ed il 30 settembre (estremi del viaggio di andata e ritorno da Palermo), come risulta dal conto dato da don Giacomo a Pietro Ciaula il 27 marzo 1613. Il 15 ottobre 1611 paga il noleggio delle cavalcature .. .Et sunt ditte uncias 8.6 tamprò viagio civitatis Calatagìronìs quamper dietìs vacatis illarum trium mularum per dictis de xiarrini morello et armellino locatorum dicto tutori prò viagio diete civitatis Calatagironis et per loseph H Muli per informatione Arce argentee Sancii lacobi et deodati martelli et Ferdinando la rosa exitimatonbus prò esaminando dictam arcam prò ut illam examinaverunt in ditta civitate Caltagironis [...] Testes loseph Aiutamicristo et Sebastianus de malfa (genero di Nibilio)28. Quest'ultimo atto nell'uso del termine informatione, atteso il tempo trascorso a Caltagirone e la dichiarazione del 4 agosto 1611 {non dumfinita),indicano come l'opera sia stata montata in quei giorni dal LÌ Muli, previo restauro o rifacimento di alcuni pezzi rubati, recuperati in stato tale da non essere utilizzabili, senza contare che in potere dell'Università calatina rimaneva argento lavorato (parti della cassa trasportatevi da Nibilio?) ed argento non lavorato, forse per il completamento in sìtu e come le ...figuri di eira et di crita..., dell'inventario del 26 ottobre 1610, possano essere statuette quasi pronte per la fusione. Ciò dettato dal fatto che i singoli pezzi dovevano essere pesati prima del montaggio sulla struttura lignea. Il Li Muli - s'è visto per quella di San Gandolfo -, in questo frangente, sembra ritenuto all'altezza di onorare gli impegni interrotti dalla scomparsa dei due Gagini. L'arca di San Giacomo, impeccabile per abilità tecnica, eleganza nel disegno e scaltrita capacità di controllo delle masse plastiche in ordine alle singole figure o gruppi, con riferimento al generale profilo compositivo, adotta linguaggi comuni alla sintassi della scultura contemporanea. Certo si distingue dalle più tarde e già barocche urne di Santa Rosalia a Palermo, San Gerlando ad Agrigento o di Sant'Onofrio a Sutera dove (come la decorazione segue la tornita sagoma di un vaso) una generale padronanza della forma, fa si che le plance seguano il sinuoso profilo che detta il tema compositivo. Qui il tentativo appare sperimentato attraverso l'innesto, al corpo squisitamente "architettonico", di quella sagoma baccellata (presente nelle componenti decorative dei coevi monumenti funerari), nel raccordo allo scannello basamentale attraverso le glabre doppie volute, recanti nelle terminazioni superiori teste di cherubini che, prescindendo dalla strumentale funzione, appaiono come una cesura appena smorzata dall'inserto delle manieristiche tabelle affiancate dai plastici grifi. Consuntivamente se pure l'arca calatina dà spunto allo stesso Novelli, ne deriva come la concezione costruttiva della caxa richiami modelli della tarda * ASP. N D . Palermo, Isgró L. vol.8410, C.127V.


rinascenza (le erme che reggono la trabeazione e chiudono le spalle delle nicchie dal ricorrente motivo della crocchiala) n o n rinunciando a caratteristiche cifre della tradizione familiare come quei "teatrini" tratti dagli originali del n o n n o (e fatti propri nell'arca di Santa Cristina - Gili, Peri, Casella 1540/1566 - per la cattedrale palermitana) che, inseriti con la finalità di ottenerne quel " m o v i m e n t o " già tanto caro agli scultori che gravitano nell'impresa del Camilliani o lavorano con il giovane Smeriglio, denotano una stanchezza che diventa maniera. D o p o la chiusura del cantiere della Tribuna della cattedrale palermitana Nibilio Gagini aveva riconvertito l'impresa della lavorazione del m a r m o , trovando nei figli gli ultimi continuatori. L'indirizzo verso l'arte orafa i cui prodotti si apprezzano al chiuso di chiese e conventi, dei saloni della nobiltà e della prelatura, sembra una rinuncia a seguire la scultura che diventa arte degli esterni, com'era stato per le fontane messinesi, per la Fontana Pretoria ed a Palermo stessa sarà per YOttangolo dei Quattro Canti e per le estreme Porte del nuovo Cassaro. La chiusura della bottega Il 25 settembre 1610 Giuseppe Gagini da qualche tempo infermo (ferito durante il furto e l'inseguimento dei ladri?) si è forse aggravato; in quella stessa casa nella sfrata degli Argentieri, tra San G i a c o m o alla Marina e la Loggia dove al piano terra era la bottega, detta al notaio Isgrò il suo testamento. L'infante Baldassare, l'unico maschio natogli da Angela sua moglie, forse dorme, l'altra di due anni, che porta il n o m e della moglie quasi a volerle testimoniare quanto sentisse il vincolo affettivo che a lei lo legava, probabilmente è con la n o n n a Giovanna. Testimoni gli orafi Agostino Serena, Francesco Raguseo, T o m m a s o A m o d e o , Francesco Cuvello, Pietro Curiali, Giovan Battista Servette e Pietro Lacerba. N o n ha granché da sistemare, il maschietto su cui forse aveva qualche progetto è l'erede universale, alla figlioletta nella speranza che trovi in futuro un b u o n partito lega una consistente dote. Si preoccupa degli affari in sospeso e pensa alle statuette che s'era impegnato a fare per il Siino. Forse si teme per la sua vita e, nonostante tutto, n o n da disposizioni circa la sua sepoltura: soprawiverà per p o c o m e n o di un mese. Il pensiero è quello di sistemare al meglio ogni cosa, prima di lasciare questo m o n d o . Il 14 ottobre il notaro Corona riceve le ulteriori sue preoccupazioni. Quale confrate della Società della Carità fondata nella vicina San Giacomo vi dispone l'inumazione del suo cadavere. Crede di n o n aver agito correttamente avendo delegato la tutela dei figli e la cura degli affari in sospeso a Giova Battista Lercario escludendo il n o n n o Pietro Ciaula che si era sbracciato per il recupero dei beni d o p o il furto e nei giorni della malattia. Il pensiero è all'arca di Caltagirone dove lo legavano affetti ed amicizie -lo si intuisce-, si preoccupa di risolvere la questione del furto perché responsabile di quanto gli avevano affidato gli amici orafi Manso e Virdino e che in quella malaugurata storia era andato perduto.


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Il 25 ottobre 1610 da qualche giorno le sue spoglie riposavano in San Giacomo. Il 18 novembre 1610 Gioannotto Bracco, publicus medìanus Logìae, nella strada degli Argentieri vicino alla casa dove si era spento Giuseppe Gagini, su incarico del Ciaula, tutore dei minori, procede alla vendita a tre voci ed al miglior offerente, di un primo lotto dei beni appartenuti al defunto: stoviglie ed arredo ma ciò che può interessarci è l'acquisto di alcuni pezzi da parte degli orafi ed argentieri più giovani che operavano nei pressi. Girolamo Timpanaro con il cognato Francesco Raguseo, del quale da poco aveva sposato la quindicenne sorella Nunzia, si aggiudica una quartara ed una coppa dì ramo, due tappeti, e qualche mobile forse per andar completando l'arredo di casa; Giandomenico Luminano di Vincenzo ancora scapolo se abita con il padre, Giandomenico Verdino fratello di Francesco defunto cognato di Giuseppe; Vincenzo Blundo di Melchiorre, Francesco Liceo, Vincenzo de Pino di Filippo nipote di Girolamo Calendula e Vito Parisi anche lui da poco più di due anni convolato a nozze. A seguire, il 22 dello stesso mese altra asta di stivilìa di casa cui partecipa il Li Muli. Il 24 si comincia a vendere quanto si ritrovava in bottega; tra gli orafi che fanno acquisti, Giuseppe Vaijra una caxetta di la potiga con lo suo vitro, il l i Muli uno scrittorìo di nuci, Pietro Curiali 10 martelli, Ascanio Damiano una hìscornia dìpueberì, Lorenzo Timpanaro un'altra biscornia con una cutillu^a ala punta e una biscornia piatita, Battista lo Poio 3 martelli grandi e uno piccolo; Giuseppe Chiuffo acquista la scupiglia dì la potiga per onze 13.1, Pietro Lacerba un tasso d'appianati, Blasi Bianco varipe^i di coppelli e Giovanni Pietro Tigano un aurobìno fino. Dopo una piccola asta del 25, il 26 novembre ne seguono due; alla seconda ancora attrezzatura di bottega. Tommaso Amodeo compra setti para dì tinagli di forgiati, Girolamo Giordano quatro para di/orfici, Pietro Rizo un paro di bilanci grandi, Giuseppe Li Muli un paro di bilanci piccoli e un tasso, Angelo Spalla dui talluni, Mariano Giglio un caxiuni, Antonino Billanti quatro furmi di coppelli di ferro e doi masculi dì Ugno, Fieramonte Maresca una marca dì libri dudici. Le vendite si fermano per circa sei mesi al fine di poter recuperare Ì beni trafugati, sistemare la questione del recupero delle doti, per le quali la moglie aveva fatto valere il diritto di detener quanto si fosse trovato in casa e nella sottostante bottega nonché, dar corso agli impegni relativi a commesse che la morte dell'argentiere lasciava non onorate e, principalmente, l'arca di San Giacomo e dalla quale rimanevano ad introitare non poche somme mentre, per i due calici che Giuseppe si era impegnato con la matrice di Corleone, atteso che parte del metallo consegnatogli era stato forse utilizzato per altri scopi senza eseguire le opere, su mandato della Regia Corte Pretoriana del 17 dicembre 1610 garante degli eredi in minore età, si ritorna ugual peso di argento oltre ad un calice ancora in deposito29. 29

ASP. N D . Palermo, Isgrò L. voi. 8409, c.791 e 791v. La vicenda di Polizzi era appianata per il tempestivo intervento del Siino che prima di passare a miglior vita, affidò verosimilmente con il consenso degli credi Gagini, l'incarico al Li Muli.


A parte una vendita di argenterie il 6 giugno 1611 (alla quale partecipano tra gli altri acquirenti: il suocero Leonardo Lancella, Domenico Verdino e Vincenzo de Pino che acquista un triangolo con una saliera, una zuccheriera e coperchio per onze 14.1.4) nel frattempo, oltre a cosare la sorella Girolama con l'aromatario Giuliano Calagiura, si procede ai necessari atti per chiudere l'annosa questione calatina dando mandato il 24 giugno 1611, a don Giacomo Gagini per l'esigenza di somme in Caltagirone e, avendo recuperato alcune parti della caxa, il 4 agosto lo si delega a nominare gli estimatori per quanto all'arca che risulta ancora non finita. Portata a buon fine con l'intervento del li Muli e consegnata la cassa, la morte del piccolo Baldassare, la minore età di Angela per la quale non si intravede al momento un progetto futuro, l'età stessa di don Giacomo che come prete non può materialmente attendere alla conduzione della bottega, appaiono le motivazioni più ovvie per una decisione che matura lenta ma esita nel 1612 nel disarmo totale della bottega. Il 12 ottobre, ancora in quella strada dell'Argenteria Girolamo Axiano bandisce e vende gran parte dello stivilìo della bottega: .. .In primis tri para dì staffi d'abudari di ferro venduti a Vincenzo dìflorioper tari undici (onze) — 11 Item unaltro paro di staffi liberati al detto deflorioper tari 2 et grana 15 (onze) — 2-15 Item una pedagna dì candUeri di ramo liberata a micheliricapertari quindici... (onze)- 15 Item per menzp barlìri dì gurgiola rutti liberati a paulo la manna per tt. 15 (onze)-15 Item certi leppi di ramo liberati afrancisco lanza a tt. dui et grana undici lo rotula Ver li quali pisanno rotula novi in dinari (onze)-23 Item n° vinti novi perni liberati a petri rizp per tt. cimo et grana 3 luno summano (onze) 4.25.7 Item rotula dui et onzj 4 di sarmonìaco liberato afrancesco di lentiniper tt cinque lo rotulo ... (onze) -11.10 Item n° 145 perni liberati a petroriczpa tt. trie t grana sei l'una Importaro (onze) 16.5.12 Item trappisi iridici di perni liberati a petro rigio a ragioni di (onze) 6 et tt. sei lunza dico (onze) 2.21 Item per 16 anelli dui para di pendagli di piso di onzj 2 et trappisi otto et cocci otto liberati a dominico vìrdìno a ragione di (onze) 4 et tt.4 lunza dico (onze) 10.5.15 Item una virghetta liberata a petro Stiraci per tari tridui dì peso di trappisi tri a ragione di (onze) 4.14 lunza (onze) -13 Item libri quattro et onzj 7 di argento rutto in diversi pezj cioè buttìnìritaglidoì giodeo et una buxula altri pezj minuti liberati a gioseppi li muli a ragione diti. 9.10 lunza in denari importaro (onzj) 17 Item una corona di corallo con solpariìturì dì oro liberata a don Gioseppi di bolognaper onzj 4 ettt.20 (onzj)4.20 Item un paro di anelli alla genuìsa un paro all'antica con soi carnei et perni tri rosetti di aurichia una pendaglio con duo rubinelli tri perni una virghetta cum cinque robinelli uno


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anello con lo nome di gesù vacanti et uno paro dicircelli dipiso di onya una et quarta una liberata afrancisco manyo a ragione di onyi trie t tari vìntiquattro lunya che in denari importano (onye) 4.22 una maya diferro liberata agioseppi li muli per tt.5 (onye) -5 uno brayp di cruci di bronco dipiso di rotula quatro liberati a Francescofilipeloa ragione ditt.4.5lo rotulo importaro (onye) .... una stampa palisi un brachio di cruci et una plancia di ramo dipiso di rotula novi liberati a nicolao ricardo a raggiane di tt 3 et denari 5 lu rotulo importaro (on%?) 1.1 altri stampi di candileri et di cruci di diversi sorti di piso di rotula 28 et menyo liberati a Gioseppi volo a raggiane di tt. 3 lu rotulo importano (onye) 2.25 rotula quattro et onye tre di ramo liberato a Giovanni antonio turrisi A ragione di tt.5.10 importaro (onye)-22.10

Il 21 marco 1613 Pietro Ciaula, intervenendo quale tutore dei figli ed eredi universali del fu Giuseppe Gagini e d o n Giacomo quale coerede di Nibilio suo padre, v e n d o n o all'argentiere Giuseppe Ti Muli .. .incudes unam ferri magna, martellos bis torneo set alia stivilìa apotece prefati condam Nobili] Inter dictos frates et omniaque stivilia superìus vendita prefati venditores dare et assignare promiseunt prefato emptori stipulanti per totum xxvj us die»/ presentis mensis.... Prezzo da stabilirsi per stima da farsi dall'orafo Raimondo Castagnaro (Castagnino?) ed Eufemio de Fatto ferrarìus, che il 22 marzo annotano: . ..In primis quattro bìscornì dui grandi et dui piccioli extimatiper onyi 2 et 1.12 (onye)2.12 Item dui talluni extimatiper tt.20 (onye)-8 Item deci martelli extimatiper t.20 (mZe) ~^0 Item cinque soxoci extimatiper tt.24 sive (onye)-24 Item un tasso grandi diforgiati extimato per onye 4 sive (onye)4 Item uno palo diferro extimato per onya 1 dico (onye)1 Item un caxiuni dì mici in diversipasterì extimato per onya 1.18 sive (onye)1-18 Item diversifurmi dipiumbo extimatiper 1.12 sive (onye)-12 Item diversifurmi di aita cioè corpi testi et mano extimatiper onyi 4 sive (onye)4 Item dui pasterì di Ugno di innaurarì t. 8 sive (onye)-8 Item due maniaci grandi vechi extimatiper 1.16 sive (onye)-16 Item unafoxxina estimata per t.2 sive (onye)-2 Item una maya di ferro grandi extimata per t.dudici sive (onye)-12 Que in omnibus et per omnia summam capiunt uncias sexdecim et tarenos decem et otto salvo errore calculi etc. Alle precedenti aste il li Muli aveva acquistato stivilio; ora si tratta dell'attrezzatura grossa della bottega sulla quale l'argentiere esercita un'opzione di


favore, ma ciò che vale la pena sottolineare è da un canto l'intervento dei venditori anche quali eredi di Nibilio che lascia capire come Giacomo e Giuseppe non avessero diviso la bottega paterna dall'altro, che il Li Muli si pone quasi come erede della tradizione orafa dei Gagini. La scomparsa di Nibilio, il furto, la morte di Giuseppe e del figlioletto in seguito, l'intuibile scoramento di don Giacomo, la vendita degli stivilia e di quanto restava in pezzi e materiali preziosi nella bottega che era stata della famiglia, lo smantellamento di quel laboratorio di metallurgia artistica che Nibilio aveva messo su raccogliendo attorno a se oltre ai figli, una numerosa schiera di promettenti allievi mantenendo il prestigio della scuola/famiglia, nell'affìevolirsi di una tradizione artistica coltivata per un secolo e mezzo, prende atto e rappresenta figurativamente, il tramonto dell'esperienza rinascimentale a Palermo. Iniziava decisamente quel "declinare del gusto" del quale erano interpreti una folta schiera di artisti che di quella bottega continueranno a sentire quasi lontana nostalgia, obbiettivo riconoscimento del ruolo formativo che Ì Gagini avevano esercitato. Se le cronache toscane ci narrano dei giovani che nel silenzio transitavano con i propri fogli da schizzo davanti agli affreschi del Carmine o per i giardini medicei, non appare inimmaginabile che a Palermo, le nuove leve, quasi in mistico raccoglimento, cercassero di cogliere Ì segreti della composizione e del "bel disegno" davanti agli splendidi marmi di Santa Cita, dello Spasimo o della tribuna della cattedrale vera e propria galleria di exempla cui ispirarsi. E se i Ferraro rielaborano il lessico e la poetica del tardo Raffaello e dei suoi collaboratori i LÌ Volsi, con grafie di matrice manierista ed interpolazioni dal linguaggio "internazionale" che riverberava da Fontainebleau e che attraverso le sdolcinate proporzioni del Parmigianino, del Cellini ritornavano a collegarsi ad aspetti dell'esperienza siciliana del Montorsoli, del Lo (Del) Duca e del Camilliani che veicolavano cultura michelangioliana, non faranno mistero dello scoperto tributo ad Antonello. Fanno testo la monumentale tribuna di Ciminna ed il Carlo V palermitano che appaiono come un ponte tra la "sana" tradizione siciliana dei Gagini, il recupero di una tradizione classica (interessante unire Ì rimandi al don Giovanni d'Austria del Calamech, ai metalli di Giuliano Musarra, agli autori del bronzeo San Giovanni e della Santa Lucia di Monreale, i cui linguaggi confluiscono in Pietro Rosso, Giancola Viviano e nella più tarda Assunta tusana di Simeone Li Volsi) e quanto, non solo a livello isolano, evolveva in un panorama artistico che appare, e si rivelerà, sempre più "globalizzato" ed europeo30. A Palermo in questi primi decenni del Seicento è l'esperienza del multiforme ingegno di Mariano Smeriglio che comincia a far "scuola". Muovendo dalle collaborazioni con l'Albina ed il Fonduli amplia la sua esperienza alla pittura, alla progettazione di macchine decorative (affreschi dell'abside maggiore e della

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In tal senso e con riuscito recupero critico, A Pettineo - P. Ragonese, Dopo i Camini, prima dà Serpotta, i Li Volsi, Palermo 2007 e la recente bibliografìa ivi citata.


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Cappella Vanni, progettazione della custodia lignea pure in San Francesco ai Chiodari eseguita dal napoletano Giovanni Rugeri e dal genovese Stefano Fogliarino, cancellata ferrea della cappella della Madonna di Guadalupe alla Gancia battuta da Tommaso d'Aprile), per poi passare attraverso probabili primi interventi a Santa Maria di Piedigrotta, a quell'attività dell'architettura che segnerà la città nella prima metà del secolo tanto che, parafrasando con lo stesso tono PAccascina, si può ben dire che (fino a non molto tempo fa) «a Palermo tutto è Smeriglio».

Appendice madonita (in memoria di Nico Marino) I candelieri del vescovo Gonzaga nella cattedrale di Cefalù Parziale ed agiografica è stata definita la letteratura storica sviluppatasi intorno alla figura e l'opera di Don Francesco Gonzaga vescovo di Cefalù; a cominciare da quanto ne scrive Benedetto Passafiume nel suo De Origine TELccksiae Cephaledìtanae..., stampato a Venezia nel 164531, per finire, più recentemente, alla Serie dei Vescovi di Cefalù ... edita a Roma nel 1960 da Mons. Giuseppe Misuraca. Nell'orientare il giudizio (diversamente da quanto ne pensarono i contemporanei) pesa senza dubbio il parere, espresso da una parte della storiografia più recente, sull'opera di riassetto della cattedrale ruggeriana attuata dal Gonzaga. Come afferma il Pirro32, l'illustre rampollo della nobile famiglia mantovana, forte di una personale cultura e di un sentire artistico affinato, concettualmente in linea con gli esiti tridentini, «cathedrale ad novam Romanae ecclesie formam et more redegit»; e, al di la di ogni tacito od implicito ossequio di parte del Passafiume o nel colto abate palermitano, al di la dell'acritico contestualizzare con valenze retroattive un radicale e non condivisibile apprezzamento33, è bene precisare che il dotto vescovo, agisce comunque su preciso indirizzo dei regi visitatori. L'esecuzione dei candelabri e del crocifisso commissionati dal Gonzaga per l'altare della cattedrale di Cefalù è tra le questioni tuttora insolute a proposito della multiforme attività di questo vescovo nel clima di rinnovamento della Chiesa posttridentina che, oltre a confutare e combattere la riforma luterana, intende portare avanti una pianificazione che investe, anche attraverso una meticolosa omologazione del rituale vistosamente concretizzatasi nella trasformazione e nell'adeguamento di un gran numero di chiese parrocchiali nell'areale della diocesi34

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D o n Ottavio Preconio, nel 1584, stampò in Palermo, L'n'o/w.r ord/nis dioa-sis (Cj-phalocd/ianae), con i tipi di G. F. Carrara. 32 R. PIRRO: Sicilia Sacra, Palermo 1733, p. 816. 33 La stessa posizione sembra emergere in ordine alla decennale vertenza sui restauri della cattedrale; ed a proposito, attuale resta il vedere di C. FlLANGERJ, Note su Tusa e i U Volsi a proposito delle arti figurative tra XVI e XVII secolo. Archivio Storico Messinese n. 57 (Me 1991), p . 137 nota 197. 34 Cfr. C. FlLANGERI: Dall'Agorà al Presbiterio, storia di architetture della Sicilia. Palermo 1988.


ed inevitabilmente anche all'oggettistica liturgica e che nel proporre nuove forme, partecipa dell'evoluzione stessa delle arti figurative, qui ricordando che in particolare alla guida della diocesi era stato preceduto da mons. Preconio che aveva preso parte al Concilio. Il notevolissimo impulso dato al culto del SS.mo Sacramento a seguito dell'introduzione della pratica delle Quarant'ore, fa si che la Sphera, oggetto principe della suppellettile liturgica e che, tra XVII e XVIII secolo, darà infiniti spunti all'arte orafa con realizzazioni a tutt'oggi insuperate (e qui non possiamo non citare "La Sfera d'oro"35 capolavoro del palermitano Leonardo Montalbano e dell'oreficeria siciliana del Seicento) come particolare ostensorio delle Sacre Specie soppianti anche per la innovativa tipologia formale la medievale Custodia prodotto per sua natura compositiva echeggiante soluzioni formali proprie dell'architettura. Ne ricordiamo di splendide nell'esecuzione di Nibilio Gagini mentre poco, per questo periodo, sappiamo di quella disegnata dal Camilliani per Caltagirone ed in cui come argentiere sembra essere stato coinvolto il napoletano Giovan Battista Arceri, attivo a Palermo ma con rapporti anche a Roma dove commercia vino siciliano ed argenterie. «A queste sollecitazioni - gli indirizzi dettati in corso di Sacra Visita da monsignor F. Pozzo nel 1583 - risponde in parte il Gonzaga che fa eseguire in argento nel 1588 un acquamanile completo di vassoio, apponendovi il proprio nome e la data, i tre contenitori grandi per gli olii sacri ed un vaso per l'estrema unzione, mentre il completo dei sei candelabri e la croce viene commissionato in bronzo, a differenza di quanto riferiscono le fonti»36. Poiché questa non è la sede per la necessaria disamina di quanto esitato dalla letteratura storica, ci si limita a fornire agli Studiosi quanto altre fonti hanno permesso di appurare in ordine alla controversa questione, apportando, credo, significative novità sia in ordine all'operato dell'individuato esecutore, l'orafo romano Bartolomeo Bertisi, a quella data attivo a Palermo da oltre un trentennio, sia in ordine alla stessa commessa. Ben otto più il crocifisso e non sei, furono i candelabri commissionati dal vescovo; particolare che ritorna indirettamente utile a proposito delle dimensioni dell'altare ruggeriano mentre, resta da indagare sul motivo e sull'epoca della scomparsa di due pezzi della preziosa suppellettile. Secondo quanto mi comunicava l'amico Nico Marino, che trascrisse il manoscritto del quale conferma l'attribuzione al decano e regio ingegnere Don Antonio M. Musso (Termini I.

" La sfera d'oro, il recupero iti un Capolaroro dell'oref/cerìa paler/uìtana, a cura di V. ABBATE, C. INNOCCENTI, Napoli 2003. 36 C. GUASTALLA: \M suppellettile e l'arredo mobile in A A . W . Materiali per la conoscenza storica e il restauro di una cattedrale - Mostra dì doaiu/entì e ìesiì/uouìan~e jhjiratìre della basilica nigeriana di Cefali/. I 982, pp.143159. N é il Misuraca, nella pubblicazione del '60 cit. nel testotesto, accennandotesto testo, accennando alla esecuzione di sei candelabri in argento, dichiara le fonti ne la Guastella (che lo cita), ci fa sapere da dove tragga la notizia in ordine al numero dei pezzi ed al metallo utilizzato.


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1726-Cefalù 1811), gli «Otto candìlierì colla Croce d'Argento tutti fatti da Monsig(nó)r Gonzaga per le sollenità.» erano ancor presend tra '700 ed *8003/. L'individuazione dell'atto, invita a cercare appunto a Palermo i documenti relativi alle altre commesse del prelato (del notaio Magliolo abbiamo esplorato l'intera superstite produzione) ancorché non è facilmente fugabile il dubbio che il Bertisi possa essere autore della restante argenteria fatta eseguire dal Gonzaga. Con atto del 3 aprile 1588 in Palermo38, l'orafo Bartolomeo Bertisi (o Berfise), si obbliga al reverendo fra Francesco Gonzaga vescovo di Cefalù presenti et stipulanti.., facere et laborarepeccias novem operum argenti videlicet: odo candelabro et unam crucem cum eius cristo conformes relevi etfigureexìstentis penes ipsum de be/iisi; lavori che si obbliga consegnare entro settembre. Con atto in margine del successivo 29 aprile l'orafo riceve anticipo di 40 onze sul prezzo della mastria, pattuito in 130 scudi (52 onze). Non risultano presso questo notaio pagamenti a saldo; un successivo atto del 1° marzo 1589 lascia indubbiamente capire però, come i pezzi d'argenteria furono eseguiti e consegnati; forse con un certo ritardo rispetto ai tempi di consegna pattuiti. Quel giorno infatti, l'orafo Giuseppe Riforzo e Carbono dichiara di esser stato integralmente soddisfatto de foto eius magisterìo per eum ipsi de bertisi prestito, tam de illis operibus facere obligatìs Illustrìssimo et Reverendissimo epìscopo civitatis cefaludij, ...et ab ex ipsam oblìgationem, quam de alijs et quìbuscumque operibus et serviti)'s, per eum prestitis, usque ad octavum die?// nmisis februarijproximipreteriti. Teste a quest'ultimo atto, l'orafo Vincenzo Longo, lavorante presso la bottega del Bertisi come Girolamo Graulo, perciò probabili aiuti nella esecuzione della commessa, unitamente all'allievo Francesco Gurgum. Questi i documenti. Il maestro pur contando su almeno due, tre collaboratori in bottega ingaggia un altro orafo per far fronte alla commessa e ciò lascia trasparire contemporanei impegni. Attesa l'accertata presenza di operatori artistici originari di quelle stesse zone, o che stabilmente vi lavorano, l'incarico dato dal Gonzaga testimonia ancora una volta di come la committenza madonita sia tendenzialmente orientata (anche per affinità culturali) verso le maestranze palermitane39, fatto non nuovo se pensia3

Ms. sec. XVIII, Biblioteca della Fondazione Mandralisca, Cefalù (Numero d'ingresso 3082; Collocazione XVI-B-27); l'annotazione al fg. 182 secondo la numerazione datane da Nico Marino che lo trascrisse. Questa è ulteriore occasione per sottolineare tra le tante sue qualità la preziosa disponibilità verso chi, come lui, alla ricerca si avvicina con passione e per imparare ad amare la propria terra. 38 A.S.P. N D . Palermo, Magliolo T., minute, voi. n. 11470, e. 404v. 39 Per quanto il tema relativo alle argenterie è stato oggetto di recente studio (cfr. R. T E R M O T T O , S. Axsi'.LMO, V. SCIBILI \: Gru/}e tubati/tri t/tì paesi delie Madonie. Xole d'arebirìo. Cai rari isscrra 2002) annoto come il 23.10.1533 Pietro Moschetto si obbliga al presbitero Matteo de Madonia arciprete di Petralia Sottana ..facere bau- dtl/penler vi /i/ainstraìnliteral dece/ qaodain locar////// In quo deli/ter/ o/e///// sane////// et crisma eo ///odo et fora/a/// et ami illis ]...] sloriis et desi/atis qnìbiis appare!per desi/;://:/// tradii///// ipsi obliato qi/od quidem locar////// sii et esse tiebeni ponderi/ lilminmi dnor/in/ aiventi banbor/ia beile ac optane lavorali////... Viene pattuita remunerazione in ragione di tt.3 l'oncia, a carico del maestro il costo dell'oro per la doratura delle cornici. A.S.P. N D . Palermo, Ricca P. voi. n. 489, c.280. Il 2.6.1623 l'U.LD. Giovanni Mistretta


mo a più comuni tradizionali rapporti commerciali riconducibili alla secolare trama di vie di penetrazione offerta dalla estesa presenza ventimigliana e che comunque non possono esser visti come esclusivi atteso che le botteghe di Palermo, più di ogni altra piazza - dov'era costituita una mastran^a con propri Capitoli, privilegio di bulla (titolo del metallo) e marchio consolare attribuito solitamente dall'Organo politico cittadino - appaiono, anche nei secoli a venire, le più richieste dalla committenza isolana. La prima notìzia della presenza del Bertisi a Palermo è relativa al matrimonio con Elena Di Natale figlia di Aloisio, vedova senza prole del magnifico Francesco la Gula da Termini il cui contratto fu vergato il 31 gennaio 1557 e che sarà celebrato entro il settembre successivo. Da quest'atto emerge come il maestro sia definito romanus, habitator panhormì. Per quanto ne riportano fonti letterarie, sappiamo come nel '66 è rettore della Confraternita di San Marco40 . Sarà più volte console dell'Arte degli Orafi ed Argentieri ed è in carica all'atto della fondazione del Monte della Mastran^a41 nel 1594. Viene a morte nel 1597. Tra i suoi allievi, gli orafi Girolamo Ciraulo e Vincenzo Longo che ne rileveranno la bottega, e Francesco Gurguni, tutti noti alla letteratura specialistica... Non sono fin'ora emersi atti che testimoniano di particolari commesse di lavoro ma, è senz'altro da ritenere come, sia per la carica di console dell'Arte che più volte disimpegna sia per le numerose volte in cui è chiamato personalmente o con altri orafi a stimare opere dei colleghi od effettuare valutazioni per conto di privati e non ultima l'interessante commessa del prelato cefalutano, (al di la di una valutazione della produzione che dovremmo meglio conoscere) il Bertisi, anche per la sua valentia, possa aver goduto di fama e stima presso i colleghi e la società palermitana contemporanea che supponiamo, certo e non immeritata.

Documenti I Palermo — 3 aprile 1588 — L'orafo Bartolomeo Bertisi si obbliga a Don Francesco Gonzaga, vescovo di Cefalù ad eseguire otto candelabri ed un crocifisso (per servizio della cattedrale). Archivio di Stato Palermo rettore ed il medico Costantino Cirillo, confrati della Congr. del SS.mo Sacramento, nella Chiesa di S. Giuseppe in Polìzzi, sono creditori di Vincenzo de Trapani orafo, per onze 9.26 e ciò per resto e saldo d'onze 15.26 che aveva anticipato a Giuseppe li Muli per prezzo e manifattura di un Crocifisso in argento. A.S.P. N D . Palermo, Marotta O. voi. n. 961, e. 585. 40 F. MELI: Matteo Camilirari e i'archiieilura del Quattro e C.inqneieiii'i in Palermi, Roma 1958. 41 S. Barraja: La maestranza degli orafi e argent'n-ri di Palermo, in A A . W . Ori e Argenti... 1998, p.365.


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Notai Defunti di Palermo Stanza I Magliolo T o m m a s o minute, voi. n. 11470, e. 404v. Anni 1587-88 <Reverendo d o n Fran>irc» consaga cantra bartholomeum bertisi Die iif aprilis prime lnditìonìs 1588 Magister bartholomeus bertisi aurìfex mihi cognitus coram nobis sponte se obligavit et oblìgat Illustrìssimo et 'Reverendissimo domino fratre Francisco consaga episcopo civitatis cephaludi mihi etiam cognito presentì et stipulanti bene et magistrabiliter ut decetfacere et laborare peccias novem operum argenti videlicet: octo candelabra et unam crucem cum eius cristo conformes relevi et figure existentis penes ipsum de bertisi dummodo quo ipsa opera in totum sit ponderìs scutorum trìcentorum octuaginta de tarenis duodecim singulo scuto in compotum quorum scutorum 380 ipse magister bartholomeus fatetur est habuìsse et recepisse a' ditto Illustrìssimo domino uncias quatragintaponderìsgeneralis restando vero ad complìmentum dittorum scutorum 380 ipse Illustrìssimus dominus dare et solvere prò ut seque sollemnìter obligavit et oblìgat ditto de bertisi stipulanti seu persone legitime prò eo hiepanormi in pecunia numerata per totum mensem septembrìs proximi futuri. In pace et de cetero. Quae opera dittus magister obligavit et oblìgat ditto llustrìssìmo domino hk panarmi precedente ìpsius soluptìone ditti restantis et infrascritti magisteri/ et non aliter ex patto per totum predittum mensem septembrìs. Alias etc. Pro magisterìo omnium dictorum operum scutorum centum triginta de tarenis duodecim singulo < s c u t o > quod magisterhtm dittus Illustrìssimus dominus dare et solvere prò ut seque sollemniter obligavit et oblìgat ditto de bertisi stipulanti ante consìgnatione predìttarum < o p e r u m > per totum predittum mensem septembrìs. In pace et de cetero. Quae omnia etc. Testes : Revendus don Octavìuspenilo etmagnificus loseph Carbone. II Palermo: 16 luglio 1598 L'orafo Pietro Rizzo da Palermo si obbliga ai Giurati di Caltagirone ad eseguire l'arca reliquiaria di San Giacomo. Archivio di Stato Palermo, Notai defunti Palermo, stanza I Gandolfo Giovanni Luigi Minute XI indizione Anni 1597-1598, vol.4920, c.1202 Die xvi° Iulij xi Ind. 1598


Petrus ri^o aurifex civis panormi.., si obbliga a Biagio Bonanno il quale interviene come uno dei Giurati di Caltagirone e per parte di don Francesco Calascibetta, Francesco De Minardo del fu Antonio e Mauro de Palmirio, altri Giurati per i quali promette ratifica del presente atto entro un mese, nonché, per parte dell'Università di detta città ...ut dicitur facere unam arcam argetei ad effettum ponendi reliquias santi lambì apostoli existens in ditta evitate ad summam et valorem uncias ottìcentum argenti ad rattìonem tarenorum viginti qualibet ansia monete buius regni tunc et dumtaxat lamque facere et laborare Iuxta formam modelli sive designi fatti per dittum petrum et ad presens existens penes dictos Iuratos dittumque desìgnum teneatur consìgnare mìhi notarlo infrascritto in ditto tempore mensis unìus numerandì ab hodie in antea per eorum ma/ori cautela et penes me ìllum permanere lllumque teneatur subscrìvere videlicet dicti Turati dittusque petrus Illamque arca facere et laborare cum omnì cura dlligentia solertia et laborare iuxta formam ditti designi et non alìter. Illamque rendere facere per magistros in huìusmodì experti et consìgnare modo forma infrascrìttis. Itaquod dittus argentum sit et esse debeat bulle buius urbis et non aliter. Et hoc prò magisterio prò ut dieta arca erìt extìmatam per duos communes anicos etiam in huìusmodì expertos comunìter eligendos et in casu discordie per tertium neutripartis non suspettum. Itaquod dittus magisterium non possit excedere plus untiarum quingentarum et si plus dittis <unciarum> 500 erìt extìmatum illud plus dittus petrus prò se relaxiavit et laxiat rettorìbus ditte ecclesie santi Iacobi me notarlo prò els stipulante et ultra dittus magisterio usque ad dittam summam <udas> 500 dittus petrus relaxiavit et relaxiat dittis rettorìbus ditte ecclesie me notarlo prò els stipulante ad rationem unciarum tresdeeis qualibet centenario prò dieta extima.... Seguono patti e condizioni tra cui la consegna che dovrà avvenire entro nove mesi ed una fidejussione su 200 onze che gli saranno anticipate. Tester. Joannes vìctìnì et santus marino. Il 30 luglio 1598, con atto in margine, riceve 200 onze a garanzia delle quali presta fideiussione il mercerius genovese Agostino florenza. Testi gli orafi Giovan Battista Arcerì napoletano e Antonio Pìlerì palermitano. Ili Palermo 7 aprile 1599 — L'argentiere NìbiHo Gagìni sì obbliga ai giurati di Caltagirone ad eseguire l'urna reliquiaria di San Giacomo. ASP. ND. Palermo. Gandolfo Giovanni Luigi min. voi. 4921, C.Ó52 7.4.1599 Maestro Nibilio Gagìni orafo si obbliga a don Santo Gravina barone di San Michele, che agisce per nome e per conto dei Giurati di Caltagirone promettendo entro un mese ratifica dell'atto, ad eseguire ...ut dicitur una caxla


di Nico Marino, Voi. 11(2012)

di argento di la bulla di pakrmo et si chi e di bisogno a parti di ditta caxia lavorarchi argento di chìnnìra^o ch'epiù di valuta di ditto argento dipalermo grana dechiper on%a la po%a lavorati et quella farla di quella grande^a et altera conforme al modello consignato al detto signor baroni in eh' di longhe^a di palmi cimo incirca et tre di largherà incirca et di altera secondo riquedera la proportione di detta caxia conforme al detto modello et la detta caxia sia dì valore di argento un^i milli incirca et non po%a ascendere più di detta somma et si chi fosse più argento chi la detta cita non sia obligata pagarchi la manifattura di detto di più / Et hoc prò magisterio ut erit extimataper duos comunes amicos in huiusmodi arte expertos comuniter eligendos unum per dittos iuratos et alter per dìttum magìstrum nìbìlium et in casu discordie per tertìum eligendum personarum huius urbis et revìdenda ditta arca per dictos expertos ut supra eligendos et in casi discordie per dittum tertium eligendum per dittum senatum de quo quidem magisterium dittus magister nibilius relaxiavit et realxiat ditte XJniversiiaii civitatis calatajeronis me notarlo prò ea stipulante ad rationem uncias quìndecim prò centenario ditte extimationis ex patto... Il prezzo del lavoro non dovrà comunque ascendere oltre le 600 onze e se fosse superiore il maestro comunque sconterà sempre del 15% il dovuto. Da parte della committenza ci si obbliga a pagare 200 onze di anticipo non appena consegnata al maestro copia dell'atto dì ratifica. Seguono lunghe clausole e condizioni dalle quali per quanto ci può interessare annotiamo che l'argento sarà mantenuto in deposito presso i Padri della Compagnia di Gesù in Palermo e che a favore del Gagini prestano fidejussione gli orafi Pietro Lazara , Francesco Vìrdino e Battista Cicala. IV Cefalù s.d. "Storia del vescovado e delle prerogative del ricchissimo Tempio di Cefalù" Ms. Sec. XVIII, Biblioteca della Fondazione Culturale Mandralisca di Cefalù, trascrizione di Nico Marino. Stralcio con annotazione preliminare, inviatomi sul finire del 2005 durante la stesura del mio testo sull'orafo B. Bertise, qui cit. «MUSSO Antonino Maria (Termini Imerese, 1726 - Cefalù, 1811) - Storia del vescovado e delle prerogative del ricchissimo Tempio di Cefalù (manoscritto non ultimato); trascrizione e numerazione delle pagine a cura di Nico Marino. Il Manoscritto - custodito nella Biblioteca della Fondazione Culturale Mandralisca (Numero d'ingresso 3082; Collocazione XVI-B-27) - è attribuito al Reverendissimo Decano Dott. Antonino Maria Musso, seppellito in Cefalù il 4 Giugno XIV Indizione 1811. L'attribuzione è stata confermata dallo studio di Nico Marino attraverso alcune affermazioni dell'Autore del testo. Di questi, infatti, è confermata l'attività di Ingegnere Regio (tale mansione svolse il Musso) e la città di nascita dello stesso: Termini Imerese. Qui, infatti, il Musso nacque il 16 ottobre 1726 e qui fu battezzato, il giorno successivo, nella maggior chiesa.


f. 181 De Sacri indumenti, e Soppellettili Fra tante Cappelle consistenti in pianete dalmatiche, e tonkelle Piviali, ed altri nobili sagri indumenti Pontificali lasciati da Vescovi... [...].

ÂŁ182 Un ostensorio d'Argento indorata p(er) la condotta del S(antissim)o Sacram(ent)o fatto da Monsigfnojr Gonzaga. Tre Vasi diArgento p(er) trasportare L'Olii Santi fatti da dfettjo Gonzaga. Un vasetto d'argento pfer) trasportare L'Olii Santi all'infermi fatto dallo Stesso. ...[...]. Tre Anelli Pontificali antichi d'argento dorati, due di quali sono doro di Monsigfnjr Gonzaga. ...[...]. L'aspersorio di Argento rinnovato da Monsigfnojr Gonzaga. ...[...]. Otto candilieri colla Croce d'Argento tuttifatti da Monsigfnjr Gonzaga per le solknitĂ . Un Vaso grande piano dĂŹ Argento dorato p(erj lavare le Mani fatto e donato da Monsigfnojr Gonzaga.

...[...]. Un agnus Dei adornato da Montali, e donato da Monsigfnojr Gonzaga. ...[...]. Una gemma pettorale coll'lmmagine di S. Francesco con sette pietre da Monsigfnojr Gonzaga


di Nko Marino, Voi. 11(2012)

Fig. 1. Palermo, Cattedrale, Urna argentea di S. Rosalia, dal sito: www.unipa.it. Fig. 2. Agrigento, Urna di san Gerlando, dal sito: www.agrigento.chiesacattolica.it. Fig. 3. Sutera, Urna di S. Onofrio, dal sito: www.comune.sutera.cl.it. Fig. 4. Repositorio della Cappella Palatina, dal sito: www.diocesipa.it. Fig. 5. Polizzi Generosa, Urna di S. Gandolfo, dal sito: www.unipa.it. Fig. 6. Palermo, Cattedrale, Urna di S. Rosalia, dal sito: palermodintorni.blogspot.com. Fig. 7. Siracusa, La vara di Santa Lucia (urna reliquiaria e statua), foto L. Buono. Fig. 8. Siracusa, Cattedrale, Pietro Rizzo, statua di S. Lucia, foto L. Buono. Fig. 9. Caltagirone, chiesa di S. Giacomo, Nibilio e Giuseppe Gagini: Urna di San G foto da "Valdinoto" Rivista della Società calatina dì storia Patria, 1, Caltagirone 20(16. Fig. 10. Arca Reliquiaria di S. Placido, restituzione grafica da: "Orafi ed egenticri al Monte di Pietà", 1988. Fig. 11. Messina, Cattedrale, di S. Placido, da "Orafi ed egentieri al Monte di Pietà", 1988.


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La tradizione musicale sacra a Cefalù D I E G O CANNIZZARO

Nel XVI secolo troviamo in Sicilia una straordinaria fioritura musicale legata alle grandi città, Palermo in primis con la corte vicereale affiancata dalla sua rivale Messina, ma anche ad altre città meno grandi fra cui spiccano Enna, Caltagirone, Noto e, soprattutto, Nicosìa e Piazza Armerina. Sei editori musicali stampano a Palermo, tre a Messina1, con una qualità tipografica non inferiore alle contemporanee edizioni veneziane. Complessivamente possiamo contare una sessantina di compositori e quasi ottanta raccolte. Non abbiamo documenti specifici concernenti cappelle musicali in Cefalù rapportabili alle citate cappelle siciliane ma parecchi indizi documentari ci autorizzano ad affermare che in Cefalù vi fosse un'attività musicale di buon livello. Sicuramente la presenza di organari di alto lignaggio in Cefalù e nel territorio diocesano testimoniano il desiderio di curare gli aspetti musicali delle liturgie con molta attenzione. Il documento più antico concernente un organo nella Diocesi di Cefalù è datato 1486: da esso apprendiamo che l'organo della Chiesa Madre di PoMzzi Generosa fu pitturato e indorato da Nicolò Graffeo e Antonio Di Maria, artigiani provenienti da Termini Imerese2. Quest'organo, come tutti gli organi quattrocenteschi siciliani, è stato sostituito nel corso dei secoli. Il XVI secolo è più prodigo di documenti. Ecco il documento con cui Giovanni Blundo, organaro, vende un organo da camera al vescovo di Cefalù, Francesco d'Aragona. Eodem XVIIIfebruarii III ìnd(ictionis) 1529 I ion(orabilis) mag(ìs!e)r ]obamws de Nando organista dris Pai/bona/presens /ora/ti ilobis sponte rendidii ìierfre/iissijmo domino don i •'rampiscpj de .'limona episcopo cepbatudeiisi presenti fé ab eo ementi quoddam orga/mm e camme-m immuti sonan/em et cum caxìa et ano filanto slagni al dicitar ani sona di Ugni di amili chi ipsnin iierferendissimjum d'i consiglia et boi:prò predo micia-rum ligniti cìiiarum po(nderis) gipieralis).. .quoddam organai// cimi omnibus sapra dictis bouitatis et qnalilatis ut saprà d'ictus venditor are et consigliare promisi/ eidem dfomijui emp/orì stipulanti persone hgitime prò eo Ini Pa(normi) per lotum mensem augusti proxime fui itrum etc... (Archivio di Stato di Palermo, Notaio Gerardo La Rocca, voi 2518, trascritto da Dispensa Zaccaria 1988, 131)

Si trattava di un organo molto piccolo, con un registro di flauto realizzato con canne di stagno, dal costo complessivo di ventidue onze. Abbiamo notizie di lavori per gli organi della Cattedrale di Cefalù tra il 1497 e il 1512 dal vescovo Rinaldo Montoro e Landofina e tra il 1596 e il 1605 per volontà del vescovo Emanuele Quero Turillo. È verosimile pensare che Fautore dell'organo cinquecentesco (o tardo quattrocentesco) della Cattedrale di Cefalù sia sempre I 2

Carapezza, 1971, IX. Cannizzaro, 2005, 10.


Giovanni Blundo e che quest'organo fosse stato collocato dentro la cassa lignea successivamente spostata in cantoria sul lato nord ed ampliato da Antonino La Valle nel 1614. Giovanni Blundo costruì nel 1506 un organo per la chiesa madre di Cammarata il cui prospetto, giunto ai nostri giorni quasi del tutto inalterato, è molto simile all'organo grande di Cefalù: la tipologia della cassa e delle canne di facciata denotano la stessa idea ispiratrice con due grandi campate all'esterno, una campata centrale con due arpe ali ai lati, due telamoni che raccordano la campata centrale con ì due organetti morti sul secondo ordine centrale, entrambi a campata a cuspide3. L'organo di Cammarata venne modificato in varie fasi successive per assumere nel XIX secolo la conformazione attuale, probabilmente ad opera di Francesco La Grassa che si spense proprio a Cammarata. Il suono dell'organo della cattedrale di Cefalù, costruito da Giovanni Blundo, accarezzò le orecchie di Antonio Lo Duca, nato a Cefalù il 15 giugno 1491. All'età di 18 anni, nel 1509, Antonio Lo Duca si trasferì a Roma, per compiere Ì suoi studi dove conobbe Mons. Tommaso Belloroso. Tornato in Sicilia, Antonio venne ordinato sacerdote proprio in Cefalù; Mons. Belloroso, nel mentre nominato Vicario Generale in Palermo, chiamò presso di sé Antonio Lo Duca per l'insegnamento di canto corale e musica ai chierici della Cattedrale di Palermo. A questo scopo fu adibita una piccola Chiesa antichissima da anni chiusa al culto, posta ad una cinquantina di passi dalla tribuna della Cattedrale dove Antonio Lo Duca notò sulle pareti le figure dei Sette Principi degli Angeli iniziando così l'attività infaticabile del culto dei Sette Angeli che culminò poi a Roma con la costruzione della Basilica di S. Maria degli Angeli. Attualmente, purtroppo, non possiamo valutare la perizia musicale di Antonio Lo Duca attraverso sue opere musicali e dobbiamo accontentarci solo di notizie che decantano le sue abilità di compositore4. Probabilmente la più grande occasione di stimolo alla costituzione di una cappella musicale di alto rango in Cefalù fu la presenza del vescovo fra' Francesco Gonzaga dell'Ordine dei Frati Minori Francescani. Rampollo della celebre famìglia mantovana, completati gli studi ad Alcalà, venne ordinato sacerdote a Toledo nel 1570 e, quindi , tornò in Italia per dedicarsi all'insegnamento della teologia non senza ricoprire incarichi dì responsabilità all'interno della famiglia francescana della Provincia veneta di cui fu Ministro Provinciale. Nel 1579, a soli 33 anni, fu eletto Ministro Generale dell'Ordine dei Frati Minori e come tale si dedicò alla redazione di nuove costituzioni che permettessero ai Frati Minori di accogliere gli insegnamenti del Concilio di Trento. Dalla fine del 1587 fino al 1593 fu vescovo 3

Cannizzaro Diego, Relazione musicologica a supporto del progetto di restauro redatto da Giuliano Colletti. 4 Nico Marino 2008, 10. Antonio Lo Duca pubblicò nel 1543 a Venezia Stptcìn principili» angelorum orationes ami il/issa c> eoni/i/ antiqui^ ii/japniiìws cfr. C. Valcnziano, hiìrodn^ioiit alia hislorui dtH\n>l!iùm> delle, Chiesa di S. Maria deiili Arditili in Roma, in; " O Theologos", 7-8 (1976), p. 74; la pubblicazione di Lo Duca è esclusivamente testuale e non presenta alcuna notazione musicale.


di Nico Marino, Voi. 11(2012)

di Cefalù, impegnato nell'applicazione dei decreti tridentini prima di essere trasferito alla sede di Pavia. La sua famiglia lo volle invece vescovo della città gonzaghesca; così dal 1593 fino alla morte sopraggiunta nel 1620 per 27 anni fu guida e pastore della diocesi di Mantova per la quale organizzò sei sinodi. Nel 1596 papa Clemente Vili lo chiamò a Roma per nominarlo Nunzio apostolico a Parigi per due anni. Morì a Mantova, nel cui Duomo fu sepolto. Durante la sua permanenza in Cefalù, il vescovo Gonzaga si preoccupò di costituire una cappella musicale nel desiderio di avere in Cefalù una celebrazione liturgica perfettamente aderente ai dettami del Concilio di Trento. Il Gonzaga introdusse cantori che con un canto illustrato celebrassero le feste di Dio; questi cantori e il Maestro di Cappella per un certo tempo rimasero a sue spese in onore della Chiesa5. Per

comprendere il substrato culturale da cui si mosse il vescovo Gonzaga, sarà bene inquadrare succintamente l'attitudine al mecenatismo della famiglia Gonzaga in Mantova. Nel corso del Quattrocento, numerose corti italiane (ad esempio, quella aragonese di Napoli, quella sforzesca di Milano, quella estense di Ferrara, oltre alle 'famiglie' degli alti dignitari ecclesiastici) vollero emulare l'esempio dei grandi sovrani d'oltralpe, istituendo analoghe cappelle di corte. Mantenere una cappella polifonica divenne così parte integrante delle prerogative 'istituzionali' dì un principe. In sintonia con le loro origini, le cappelle italiane coltivarono di preferenza il repertorio polifonico e sì contesero i servigi dei migliori compositori franco-fiamminghi. A Mantova, il maestro di cappella del duca Francesco Gonzaga e del suo successore Federico era stato il celebre Marchetto Cara (1470 ca.-1525 ca.) che si occupava sia delle musiche da chiesa che di quelle da camera. Tutt'al più, come risulta da alcuni documenti, la duchessa Isabella d'Este chiese in prestito al coniuge alcuni strumentisti a fiato per suonare musiche di danza durante alcune feste da lei stessa organizzate. Il vescovo Francesco Gonzaga proveniva da un contesto culturale che concepiva la presenza di artisti e musicisti quale status symbol della corte che li ospitava. Il vescovo Gonzaga si trovò in Sicilia in un periodo in cui l'attività musicale raggiunse un culmine di eccellenza e di internazionalità: il grande Pietro Vinci, nativo dì Nicosia, tra il 1567 e il 1581 fu maestro di cappella di Santa Maria Maggiore in Bergamo, nel 1581 ritornò nella natia Nicosia dove morì nel 1584. È probabile un suo soggiorno a Napoli tra la fine degli anni '50 e l'inizio dei '60: ebbe, infatti, allievi che gravitarono nell'orbita napoletana. Del compositore siciliano parlano anche i napoletani Fabrizio Dentice e Nicolò Tagliaferro6; Pietro Cerone, nel suo monumentale trattato7, adotta per Pietro Vinci appellativi quali musico singular, madrigalista moderno da imitar seguramente y sin peligro, inventar de las dìversidades de los contrapuntos. 5

Nico Manno, 2008, 11. Carapezza, 1987. 'Cerone, 1613, p. 89.

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L'organista spagnolo Clavijo del Castillo8 tenne il posto di organista della Reale Cappella Palatina in Palermo dal 1569 al 1588; l'unica sua composizione organistica conosciuta è il Tiento dei segundo tono,forseprecedente al suo incarico in Sicilia. Il musicista Sebastian Raval, nativo di Cartagena (Spagna), nel 1595 andò al servizio di Gerolamo Branciforte Tagliavia, Duca di San Giovanni e Conte di Cammarata e si trasferì in Sicilia. Proprio in quell'anno lo spagnolo Don Luis Ruiz'; , maestro della Cappella Reale di Palermo, morì e Raval ne approfittò per proporsi come successore; l'incarico gli venne conferito il 28 aprile 1595 e tenne il posto di maestro di cappella fino al 1604, anno in cui morì. Nel 1596, un anno dopo la nomina di Raval a Maestro della Reale Cappella di Palermo, vede la luce "Il Primo Libro di Ricercarì a quattro voci cantabili" dedicati ALL'ILLUSTRISSIMO ET ECCELLENTISSIMO SIGNOR ii Conte Don Giovanni I "mtimilìa Marchese dì' Hieraci, l'rìi/i/pe dì Cosici Vuwnti, Presidente £~ Capitan Generale per sua A laestà nel Regno di Sicilia

In questo clima culturale il vescovo Gonzaga avrebbe certamente profuso energie per dotare Cefalù di una Cappella Musicale di alto rango e se ciò non risulta da documenti, probabilmente è dovuto alle relativa esiguità temporale della presenza del vescovo in Cefalù. Nei primi decenni del XVII secolo vennero costruiti a Cefalù e nel territorio diocesano organi straordinari ad opera di Raffaele e Antonino La Valle"1. Raffaele La Valle (1543-1621) fu l'unico organaro siciliano di quel tempo ad aver acquistato una tal fama da valicare i confini isolani. Egli venne invitato a Roma dal Pontefice Paolo V per costruirvi nuovi organi, ma per motivi di salute non potè accettare il prestigioso invito11. Il livello degli organati siciliani doveva essere pari al resto d'Italia, ma già si delineava la peculiarità dell'organaria siciliana, "gelosa conservatrice di antiche prassi costruttive e di caratteristiche individuali"12.

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Bernardo Clavijo Del Castillo, organista e compositore spagnolo, Porto Arrecife, Lanzarote, Canarie, 1545. Madrid, v. 1626. Visse durante più di v e n t a n n i in Italia poi diventò professore all'Università di Salamanca. 9 C f r T i b y , 1952. 1(1 Cannizzaro, 2005, 12 e segg. 11 Raffaele La Valle morì il 7 aprile 1621 e fu sepolto nell'oratorio della compagnia di S. Maria Maggiore di Palermo di cui era stato munifico sostenitore. Sul suo epitaffio venne inciso: D.O.M. R A F F A E L I LA VALLI, P A N O R M I T A N O O R G A N A R I O E M I N E N T I S S I M O O B ARTIS PERITIAM ROMAM A PAULO V PONT. MAX. E V O C A T O , D E MAJORIS P A N O R M I T A N A E E C C L E S I A E ILLUSTRIBUS E D I T I S O P E R I B U S O P T I M E M E R I T O , L I B E R O R U M PIETAS G R A T I A N I M I M O N U M E N T U M P O S U I T . VIX A N N . LXXVIII. OBIJT VII APR. M D C X X I (in F R A N C E S C O B A R O N I O M A N F R E D I , De Maiestate Panormìtana, Panormì, M D C X X X , lib. III. Cap. II, 105). In Zaccaria Dispensa 1988, 20. 12 Tagliavini, 2000,135.


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L'organo del lato sud della Cattedrale di Cefalù, attribuibile a Raffaele La Valle, venne costruito nei primi anni del X V I I secolo, ha una splendida facciata con l'elemento inferiore costituito da 35 canne ( 5 + 7 + 1 1 + 7 + 5 ) in cinque campate a cuspide con bocche allineate appartenenti al Principale 8' (la canna più grave è il Soli) e l'elemento superiore costituto da tre cuspidi simmetriche di 21 canne (7+7+7). Le bocche in ogni campata sono allineate e il labbro superiore è a mitria. L'organo n o n sembra aver subito nei secoli modifiche sostanziali mantenendo una tastiera di 45 note con prima ottava corta, una pedaliera scavezza sempre unita alla tastiera, cinque registri (Principale 8', V i l i , XV, Ripieno di 4 file e un Flauto in V i l i . Anche i tre mantici a cuneo sono originali. L'organo è attualmente in restauro presso il laboratorio ARS O R G A N I di Andrea Pinchi, Foligno. Di Antonino La Valle, figlio di Raffaele, abbiamo in Diocesi ben quatto] organi: cattedrale di Cefalù, lato nord (1614), chiesa madre di Caltavuturo (1619) di cui resta la solo cassa, chiesa dell'Annunziata di Isnello (1625) e chiesa madre di Collesano (1627). L'organo del lato nord della cattedrale di Cefalù è firmato e datato: MRANTONIUS (L)A VALLE PA N0R(M)I FACIEBAT HOC OPUS DIE II

FEBRUARlXIlE IND(lCnON)lSM°.DC.XIV°. 1614 La facciata è composta in gran parte da canne mute in legno rivestito con lastra di stagno. L'elemento inferiore è costituito da due cuspidi laterali maggiori finte di 7 canne ciascuna (per u n totale di 14) e 25 canne reali in stagno disposte a cuspide centrale con ali. L'elemento superiore è costituito da due cuspidi simmetriche di 21 canne (10+1+10). Le bocche sono allineate e il labbro superiore è a mitria. La canna maggiore reale è il D o # 3 del Principale I 16'. Quest'organo, che abbiamo già individuato come probabile opera di Giovanni Blundo, è stato quindi rinnovato da Antonino La Valle ed ha avuto ulteriori e successivi interventi di ampliamento della tastiera, pedaliera e disposizione fonica. Attualmente lo strumento ha u n Principale 16' con raddoppio, Ottava con raddoppio, XV, XIX, X X I I , X X V I , X X I X , Flauto in VIII e Cornetto a tre file. Il mantice, n o n originale, è a lanterna ma è rimasta una ruota di legno appartenente all'antico meccanismo di corde per azionare i mantici a cuneo. Nel periodo riconducibile alla data rilevata su una canna interna e sulla coperta del somiere, 1715, dovrebbe essere stato aggiunto il blocco che ospita il Cornetto a 3 file, p o s t o in fondo al somiere. L'ipotesi è confortata dalla fattura sia della parte lignea che delle catenacdature comunque antiche. Probabilmente per opera dello stesso organaro sono state riunite le cinque file di Ripieno (dalla X V alla X X I X ) con un blocco di legno. I lavori di costruzione dell'organo furono iniziati tra il 1596 e il 1605 per volontà del vescovo Emanuele Quero Turillo 13 .


Un altro grande musicista operò, se pur per un limitato periodo di tempo, in Cefalù: Giuseppe Palazzotto Tagliavia. Appartenente alla congregazione dei Filippini, fu ordinato sacerdote a Tusa da Martino Mira, vescovo di Cefalù, il 31 maggio 1608, nel 1616 seguì il Duca d'Ossuna a Napoli, nel 1620 probabilmente è di nuovo a Palermo, nel 1631 è a Messina dove pubblica Le Sacre Cannoni Musicali a 2, 3, 4 e 5 voci, unica sua opera giunta ai nostri giorni il cui unico esemplare è custodito presso l'archivio del Museo della Cattedrale di Malta. Un'altra sua opera, oggi perduta, venne pubblicata a Napoli nel 1632: le Messe brevi concertate a otto voci e due mottetti variati nelfinecol basso continuo per l'organo. Libro primo, opera decima dedicate ad Ottavio Branciforte, appena nominato vescovo di Cefalù. Palazzotto Tagliavia sarà nuovamente a Cefalù tra il 1633 e il 1638 ricoprendo i ruoli di arcidiacono ed esaminatore sinodale. L'opera di Giuseppe Palazzotto Tagliavia è molto significativa ma, per ragioni di brevità, mi riservo di trattare più diffusamente la sua opera in un successivo studio. Ri!r rin lenti birli'rj/n/ici CANNIZZARO, DIEGO 21)05

Cinquecento tinnì dì arte organarla ìhtiittìhu Ass. '"Via P u l c h r i t u d i n i s " , Cefalù.

CARAPEZZA, PAOLO EMILIO 1971 1972 1983 1984 1987

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Schiavi e zingari nei paesi delle Madonie in età moderna ROSARIO TERMOTTO

Premessa Come avviene in tutta Europa, in Sicilia la schiavitù non si esaurisce con la fine del mondo antico, ma persiste a lungo vitale nel Medioevo e in Età Moderna, trovandovi, per secoli anche a noi vicini, ampia e documentata diffusione fin nei più sperduti centri dell'interno isolano. Sulla schiavitù in Sicilia in epoca moderna (l'ultimo schiavo si riscontra all'inizio del 1800, anche se il fenomeno andò esaurendosi nella seconda metà del Seicento e può dirsi concluso nel secolo successivo) sono stati pubblicati numerosi studi (ricordiamo, tra i tanti, quelli di C. Avolio, M. Gaudioso, M. Aymard, C. Trasselli, G. Marrone, S. Bono), basati fondamentalmente sugli atti notarili. La provenienza degli schiavi approdati in Sicilia varia secondo ì diversi momenti storici e le vicende a essi collegati. Così, di volta in volta, si possono riscontrare negri, mori, etiopi, tartari, russi, musulmani di varia estrazione o più semplicemente gente di provenienza orientale o balcanica. Dapprima l'occidente cristiano saccheggia intere aree del Mediterraneo (la 'Reconquista nella penisola iberica si accompagna alla traduzione in schiavitù di intere popolazioni musulmane), mentre successivamente l'espansione spagnola e quella portoghese nell'Africa sub sahariana fanno aumentare vertiginosamente il numero degli schiavi venduti sul mercato europeo ed anche siciliano. Per secoli, nel Mediterraneo cristiani e musulmani esercitarono la pirateria gli uni ai danni degli altri, ma a volte non si andava tanto per il sottile e non si aveva riguardo per l'origine dei malcapitati. Lo stato, da parte sua, concedeva dietro pagamento licenza di pirateria, anche a ordini religioso-cavallereschi, ed esigeva l'imposta sul commercio degli schiavi. Procurarsi uno schiavo per tutto il Medioevo e l'Età Moderna non costituiva un grosso problema: se ne potevano acquistare in qualsiasi piazza delle città marinare per un prezzo che era molto variabile secondo l'andamento del mercato, l'età e lo stato di salute dello schiavo venduto. Il prezzo non era proibitivo e tra i proprietari di schiavi si incontrano non solo nobili della cerchia feudale, ma anche gabelloti, esponenti del ceto borghese professionale (molti Ì notai), semplici artigiani o addirittura istituti religiosi o semplici sacerdoti. Scrive G. Marrone: "né talvolta, con ilpretesto della fede manca l'approvatone ufficiale della Chiesa per questo genere di commercio. Così una bolla di Innocenzo Vili (1484-1492) autorizzava il rifornimento di viveri ai paesi barbareschi, perché se ne potessero avere in cambio schiavi da convertire al Cristianesimo". Ma il battesimo non ridava minimamente la libertà ai "convertiti". La forma più diffusa di schiavitù in Sicilia pare sia stata quella domestica, ma non mancano gli schiavi (indicati anche col termine servus o scavò) adibiti ai lavori agricoli o al remo nelle galere, mentre a volte le schiave venivano sfruttate come concubine e poteva pure capitare che una schiava ingravidata dallo stesso padrone veniva liberata per consentire la nascita di una


persona libera. Le persone che vivevano in condizione giuridica di schiavitù venivano considerate in tutto e per tutto come beni mobili, tanto che nei riveli non venivano dichiarati tra le "anime" (persone che vivevano nel nucleo familiare), ma appunto tra i beni mobili. In tale condizione potevano non solo essere venduti, ma anche ceduti in pegno o in affitto, portati in dote, ereditati. L'unico limite che la legge imponeva ai proprietari era quello di non poter disporre della loro vita né di poter avviare le schiave alla prostituzione. A volte il padrone, magari in punto di morte, disponeva la liberazione dei suoi schiavi, dietro atto notarile o testamento: si creava così il libertus che poteva inserirsi positivamente nella società civile a pieno titolo. Schiavi nei paesi delle Madonie La più antica presenza documentata di schiavi in un centro delle Madonie riguarda Polizzi dove già nel 1260 Giovanni Lombardo (di chiara provenienza settentrionale) detiene una schiava bianca comprata a Palermo per poco più di 5 onze dal mercante barcellonese Bernardo Catalano. Negli anni successivi, anche il tìglio dì Giovanni, il ckrìcus mercator Rinaldo, ne compra una allo stesso prezzo, mentre nel 1300 Giovanni Vaccaro ne acquisterà un'altra di 16 anni ad un prezzo leggermente inferiore1. Un breve studio di P. Flaviano Farella (Rivista Storica Siciliana 5/1977) chiarisce la provenienza degli schiavi presenti a Polizzi nel '300 e nel '400: essi, acquistati in varie città marinare isolane come Palermo, Messina, Siracusa, Trapani e Sciacca, sono originari dall'Africa (molto probabilmente Africa mediterranea) e dalla Russia. Lo studioso citato riporta anche che l'ultima menzione di schiavi a Polizzi la riscontra relativamente all'anno 1558. La ricerca sugli atti dei notai polizzani allarga la conoscenza del fenomeno schiavitù nell'importante centro demaniale. Nel 1529 magister Luca Zarba di Catania vende al magnifico Francesco Farfaglia, esponente di una delle famiglie locali più in vista, quondam servam nìgram di nome Maddalena ad usum magasenorum per il prezzo di 16 onze2. La clausola ad usum magasenorum consente all'acquirente di contestare al venditore eventuali difetti della schiava commerciata con possibilità di restituzione o revisione del prezzo. Anche la nobile famiglia dei Notarbartolo dispone di schiave: con atto presso il notaio Valerio Di Bernardo del 26 luglio 1561 donna Autilia Notarbartolo ne libera una di sua proprietà di nome Caterina che assume il cognome Notarbartolo; come a volte avveniva lo schiavo liberato assume il cognome del padrone. Caterina, liberta manomissa, si inserisce nel contesto locale e tre anni dopo stipula il proprio contratto matrimoniale, a la greca grecarla cioè con separazione dei beni, con Nicolò Turco, che dal cognome appare un altro schiavo liberato. La sposa viene dotata con un legato in robe, stimate per oltre 20 onze, 1 I. Peri, Rinaldo di Giovanili lombardo hahìtator terre Poi/di, estratto da Studi Medievali in onore di Antonino De Stefano, Palermo 1956 2 Archivio di Stato di Palermo, sezione di Termini Imerese (d'ora in poi Asti), notaio Giovati Battista Perdicaro voi. 10874, e. 481r-v, Polizzi 25 maggio 1529.


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disposto dalla defunta ex padrona3. Ancora a Polizzi ritroviamo Pietro Muschetto, libertus di Petralia Sottana, che loca la sua persona a Giovanni Rini per tutti i servìtìa eius massarìe possibilia et honesta per la mercede di onze 3.21 l'anno curri esu etpotu et scapi quanto po' rumpiri4. Clausole che ritornano, con il compenso di 4 onze l'anno, anche per un altro liberto, Antonio Notarbartolo, che loca la sua persona per i servizi di casa nella stessa cittadina di Polizzi5. Il fenomeno della schiavitù a Gangi è noto dallo studio6 di una fonte ufficiale, Ì riveli del 1548, che presentano, allo stesso tempo, Ì caratteri di censimento della popolazione e dichiarazione dei redditi, permettendo una perfetta quantificazione. Dei 4094 residenti (le anime) in quell'anno a Gangi, raccolti in 1091 nuclei familiari (i fuochi), gli schiavi sono in tutto 70, pari all'I ,6% della popolazione. Di essi 44 sono uomini, 26 donne, per la maggior parte compresi nella fascia di età tra i 18 e i 49 anni. Il numero più rilevante è dato da negri (45), non mancano i bianchi (3), gli altri appartengono a varie etnie. Da una indagine condotta su alcuni quinterni, discontìnui e frammentari, contenenti atti di battesimo dell'Archivio Storico Parrocchiale di Caltavuturo risulta che tra i circa 2200 battesimi registrati tra il 1515 ed il 1559 soltanto 11 riguardano schiavi, 4 maschi e 7 femmine, che all'atto di ricevere il sacramento assumono nomi cristiani. DÌ essi sono segnati soltanto Ì nomi e quelli dei proprietari: Joanna scava di... oppure, tra gli altri, Martinu, scavo di Nicolapuhiocu, che risulta sposato con Gali scava dello stesso Nicola e madre di numerosi figli che nascono pure nella condizione giuridica di schiavi7. Da fonti notatili aggiungiamo che, ancora attorno alla metà del Cinquecento, il nobile siracusano Antonio Stona alias Catalanotto vende a Caltavuturo al magnifico Giovanni Giacomo Tegira duos servos mgros, uno di nome Cristoforo di 27 anni circa ed una femmina di 26 salvagios de monte de barca...ad usum magasene assicurando che essi non sono soliti pixiarì lo letto. Prezzo concordato per i due schiavi, che provengono dall'Africa magrebina, in tutto 46 onze, di cui 24 per il maschio e 22 per la donna8. Circa un anno dopo, ancora un siracusano vende, sempre ad usum magaseni, al magnifico Geronimo de Forte di Caltavuturo quondam servam olivastram nomine Clumis, proveniente da Tripoli, per il prezzo di 22 onze9. Infine a Caltavuturo nel 1640 viene sepolto Giuseppe Cicala, schiavo che porta il cognome del padrone, il cui cadavere viene trasportato dal feudo non ancora abitato di Valledolmo, la cui Ikentia populandi 3

Asti, not. Valerio Di Bernardo, voi. 10898, e. 92v, Polizzi 4 ottobre 1564. Asti, not. Alfonso Matta, voi. 10912, e. 62v, Polizzi 8 settembre 1564. Ibidem, e. 20r, Polizzi 29 gennaio 1564 (stile corrente 1565). 6 A. Di Pasquale, Note su la numerazione e desiri;-io,it generale del SKegm ài Sicilia dell'anno 1.548, Palermo 1970. 7 Archivio Parrocchiale di Caltavuturo, Registri di battesimo. La ricerca è stata condotta da Luigi Romana che mi ha comunicato Ì dati esposti e che ringrazio. 8 Asti, not. N . N . di Castelbuono (in realtà di Caltavuturo), voi. 250, II serie, numerazione erosa, Caltavuturo 10 dicembre 1550. L -* Ibidem, numerazione erosa, Caltavuturo, 16 marzo 1551. 4 5


risale al 1650, e dunque mancante dì un luogo dì sepoltura. Risulta, infatti, dai registri dei defunti dell'archivio parrocchiale di Caltavuturo, che in data 29 novembre 1640 "Vinni moriu dalfego della Valli di lulmo, Territorio dì S ciaf ani, Gioseppi Cicala scavo del dottore Don Antonio Cicala della cita di Palermo Barone di detto /ego. Si sepelio al detto conventu di S. Agostino. Paga (on%e)1.2'no. Cefalù compare nel 1547 per la ricerca di uno schiavo fuggitivo di cui sì occupa Luca La Costa, nella qualità di procuratore del mercante genovese Paolo de Beni, che emette a sua volta procura spedale verso Giovanni Maurici incaricandolo di recarsi a San Fratello o altrove ad recuperando, persequendum, habendum quondam servum nìgrum di nome Cristoforo comprato da Paolo a Messina11 . Decenni dopo, con atto solenne del 1591, ancora a Cefalù, si procede alla liberazione di una schiava di nome Giovanna. L'atto notarile comincia col ricordare che sin dall'origine la natura ha creato gli uomini liberi e che poi le guerre hanno introdotto la miseria della schiavitù. Pertanto i fratelli Bernardino, Nicolò e Sebastiano Nigrelli, che possiedono, per averla ereditata, una certa schiava di nome Giovanna, nata nella loro casa, {casi natitià) di circa 20 anni che sin da tenera età ha servito essi e i loro genitori bene legaliter, considerando che la giovane desidera la libertà, decidono di manu mietere et liberare la stessa dal giogo e vincolo della servitù nel modo e nella forma appresso specificata. Così fratelli Nigrelli, eredi universali di mastro Luca, spontaneamente liberano Giovanna che avrà facoltà di vendere e comprare, fare testamento e ogni altra cosa che forma gli uomini liberi secondo il diritto romano. Il solo impegno, nonostante la premessa, per Giovanna sarà quello di versare a rate ai fratelli la somma di 20 onze, fino a integra soluzione, per le quali dovrà trovare debito fideiussore; in caso contrario l'atto di affrancamento è da considerarsi casso e nullo. In calce all'atto principale, in data 20 agosto 1592, Bernardino Nigrelli dichiara dì aver ricevuto da mastro Vincenzo Granata, fideiussore, la somma di 5 onze in conto del dovuto, mentre altri versamenti segnati a margine risultano parzialmente illeggibili perché erosi. E da ritenere che Giovanna riesce a conseguire il riscatto pagando l'intera somma richiesta12. Lo stesso giorno, un'altra schiava di nome Caterina, olivastra di circa 60 anni che ha senato per molto tempo, viene liberata dai fratelli Nigrelli13. A Pollina e a Castelbuono il fenomeno della schiavitù non appare molto esteso. La prima cittadina compare nella nostra ricerca soltanto per la presenza di una schiava etiope nel 150814, mentre appena più consistente appare il fenomeno a Castelbuono dove, nel 1632, Benedetto Bando, assieme alla moglie Paola, vende al 10

Archivio Storico Parrocchiale di Caltavuturo, Libro dei defunti ad annum (debbo il documento alla cortesia dell'amico Luigi Romana). 11 Asti, not. N . N . di Cefalù, voi. 442, II serie, e. 292v, Cefalù 15 gennaio 1547. 12 Asti, not. N . N . di Cefalù, voi. 458, II serie, C. 59r, Cefalù 23 ottobre 1591. 13 Ibidem, e. ó l r , Cefalù 23 ottobre 1591. 14 Asti, not. Giovanni DÌ Martino, voi. 363, II serie, numerazione erosa, Cefalù 31 luglio 1508. 14 Asti, not. N . N . voi. 440, II serie, Cefalù 18 febbraio 1542.


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notaio Baldassare La Prena, babitatordì Castelbuono, una ancillam cristiana di nome Anna Maria che il compratore riceve per buona dietro pagamento della notevole somma di 48 onze15. La ragazza potrebbe essere stata battezzata da poco oppure provenire dall'Europa orientale cristiana. Pochi mesi dopo, lo stesso notaio La Prena, che potrebbe avere svolto una piccola attività di commercio di schiavi, vende a Giovanna, moglie di Giovanni Antonio d'Urso, abitante a Castelbuono, ancillam unam brunettam cristiana senza alcuna malattia, difetto o infermità16. La lacunosità dell'atto non consente di acquisire altri dati, né di verificare se si tratta della stessa schiava comprata due mesi prima. Su Collesano disponiamo di più ampia documentazione per un più mirato orientamento della nostra ricerca. Si comincia dal 1528 quando compare la vendita di un servum nigrum11, mentre più interessante appare un atto solenne di liberazione da conseguire dopo la morte del padrone. Nel mese di novembre del 1538 il giudice annuale di Collesano Giovanni Bonafede e Cesare Fatta, giudice ordinario e notaio, alla presenza dei testi sottoscritti appositamente convocati, dichiarano di redigere il seguente sunto pubblico ad istanza di Cristoforo Negro, traendolo da un capitolo del testamento fatto da Filippo de Prato da essi letto, ispezionato e trovato non abraso, né cancellato, né viziato, né sospetto in alcuna parte. Dal capitolo testamentario risulta che il dominus Filippo de Prato "manumisit et manumittìt ac relaxavìt etfrancum fecit etfaat eius servum nigrum nomine xtophorum qui post mortem ipstus testatorìs... possit et valeat vivere lìberus et... tamquam civis romanus". Allo stesso Cristoforo il testatore lega^ro deo et anima sua 6 ducati d'oro, il suo cappilla-^o rosso e una gramaliam di panno di Maiorca18. Attorno alla metà del Cinquecento si rinviene il collesanese Filippo Cancimilla che vende una schiava negra a Caterinella Bagnasco di Palermo19, mentre nel 1585-86 si riscontra la presenza del libertus Orlando Ferrara come manuale nei lavori di riparazione della muratura del trappeto di canna da zucchero di Galbonogara, nella fascia marina di Collesano2", e dieci anni dopo in quello di Roccella come insaccatore, nella fase industriale della lavorazione della canna da zucchero, stavolta con la qualifica di mastro e una buona retribuzione giornaliera21 Gli atti di battesimo dell'archivio parrocchiale di Collesano, esaminati a tappeto per gli anni 1567-1649, hanno restituito interessanti annotazioni22. Gli 15

Asti, not. Vittorio Mazza, vol.2370, ce. 143v-144r, Castelbuono 7 gennaio 1632. Ibidem, numerazione erosa, Castelbuono 22 marzo 1632. Asti, not. N . N . di Collesano, voi. 751, II serie, e. 38r, Collesano datazione erosa. 18 Asti, not. Cesare Fatta, voi. 6285, e. 972r-v, Collesano 8 novembre 1538. 19 Asti, not. Sebastiano Tortorcti, voi. 6296, e. 124r, Collesano 20 gennaio 1566. 2(1 R. Termotto, Una industria ^/iccbcriera di'! Cinquecento: Calbono^ara in Mediterranea ricerche storiche, 3, aprile 2005, p. 50 (anche online su www.niediterranearicerchestoriche.it). 21 Idem, Contratti di lavoro e mi grassi uni stagionati nell'industria ssiicchtriera siciliana in Mediterranea ricerche storiche, 25, agosto 2012, p . 273. 22 Gli atti relativi all'Archivio Storico Pan-occhiale di Collesano sono tutti riscontrabili nei libri dei 16

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schiavi battezzati nel periodo sono in tutto 20 di cui 12 donne; il primo battesimo inerente schiavi è del 1592 e riguarda Maria, adulta negra di proprietà del mastro notaro Giovanni Maria Sinceri, di ragguardevole famiglia locale; padrino è il sacerdote Paolo Todisco. Maria morirà un anno dopo. Segue Antonina, schiava del magnifico Pietro Gloriando Lo Squiglio, la cui ricca famiglia perverrà al baronato di Galati Mamertino nel messinese. Pietro Gloriando Lo Squiglio, da semplice gabelloto, in breve periodo di tempo diventerà uomo dalle larghissime disponibilità economiche acquisite con la gestione di interi latifondi cerealicoli in tutta l'area madonita, capace di finanziare il conte di Collesano Luigi Moncada. Egli emerge tra i proprietari di schiavi collesanesi, detenendone tra il 1594 ed il 1618, almeno sette. La ricordata Antonina viene battezzata il 10 aprile del 1594, giorno di Pasqua. Tra le schiave di casa Lo Squiglio qualcuna partoriva in casa, come Angela la cui figlia Vincenza riceve il battesimo il 25 gennaio del 1597, padrino mastro Geronimo Anfuso. Il 14 aprile del 1599 viene battezzata Caterina, figlia di mastro Gaspare Altobrandino e di Diana, serva di Pietro Gloriando Lo Squiglio. Particolare risalto nell'annotazione di battesimo viene data quando il sacramento è ricevuto in un giorno festivo di rilievo. E quanto accade il 14 settembre del 1600 che. fu la esaltatìoni della SS.ma Croce exaltao la Santa ecclesia con haver trovato la pecora smarrita etjuntala al suofidelgregi, si battilo Sebastiano Gloriando prima moro nomato Ali, officiante l'arciprete Giovan Battista de Angelis (d'Angelo), padrini il magnifico Jacobo Cannata e Pietro Todisco. In questi casi la "conversione", che — ripetiamo - non restituisce in alcun modo la libertà, richiede il cambio del nome con l'assunzione di un nuovo nome cristiano. Nello stesso anno viene battezzata Innocenza, figlia di Anna, serva di Pietro Gloriando, che nel 1604 partorisce Giorgio battezzato il 24 giugno da don Paolo Brocato, avendo come madrina Bella Cirincione. Giorgio morirà bambino di 8 anni, schiavo di Pietro Lo Squiglio, e sarà sepolto nella chiesa madre, come la madre Anna, serva dello baruni, morta il 5 luglio del 1610. Ancora un'annotazione particolarmente ricca si riscontra in un battesimo della Pasqua del 1608 "che fu la resurrectìoni del Signore U quale per la sua grandi et infinita caritatì ogi si ha dignato resurgere un'anima morta etpudreta dello infrascritto Paulo servo di petro jorlando baroni di ciciliana turco prima chiamato Ali fu bapti^ato a la maire ecclesia doppo la messa solenni per U doctor Utrìusque Juris Doctor Jo. Battista Di Angelo archipresbitero lo patrino Michele Cuppini.. fattore del gran duca di Fiorenza". Paolo riuscirà a conquistare la libertà, come appare dal registro dei defunti dove, sotto la data del 4 gennaio 1628, risulta annotata la morte in casa sua di Paulus de Jorlando Lo Squiglio collisanensis etatis fere 46, libertus quondam baroni Petti Jorlando. Battesimo particolarmente annotato è quello di un'altra schiava sedicenne del nutrito gruppo appartenente ai Lo Squiglio, celebrato nel mese di ottobre del 1609 dallo stesso vescovo in visita pastorale a Collesano: Nos Don Martinus Mira

battezzati, dei defunti e dei matrimoni alle date indicate nel testo; per snellire l'esposizione abbiamo evitato il singolo rimando archivistico.


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Dei gratta episcopus Cefaludensis in dìscursu visitationis in oppido Collisani in matrice ecclesia Bapti^avimus puellam adultam sexdecim cirdter annorum ex parte orientali ancillam domini baronis Cifiliana quae de sacro fonte suscepit... nominem Christina. L'ultimo battesimo di schiavi appartenenti ai Gloriando Lo Squiglio (che successivamente faranno cadere il termine Gloriando dalla loro denominazione) viene celebrato a Collesano nel 1618, quando, in data 2 marzo, riceve il sacramento Antonina figlia di Paolo e Cristina Gloriando, servì del barone di Galati che erano stati sposati dall'arciprete Giuseppe Miccìancio il 3 novembre 1612. Questo è l'unico matrimonio tra schiavi che abbiamo intercettato con la presente ricerca. Probabilmente, poco dopo i Lo Squiglio lasceranno Collesano per trasferirsi verso la nuova destinazione del messinese. Come proprietari di schiavi, essi sono seguiti a distanza dal notaio Simone d'Angelo che fa battezzare un suo schiavo nel 1599; l'anno successivo viene battezzata Nicasiafigliadi Geronimo e Bastiana servi di notar Sìmuni di Angilo che nel 1601 battezzano il loro figlio Domenico, quando il notaio è ormai defunto. Anche Giovanni Domenico Gatto, imprenditore palermitano residente a Collesano in una grande abitazione in contrada S. Francesco, molto attivo nel settore della trasformazione della canna da zucchero nei trappeti della fascia marina collesanese2-5, dispone di schiavi: il 29 dicembre del 1604 viene battezzato Antonino, figlio di Francesco e Giovanna, servi del citato Gatto, e nel 1607 Leonardo figlio di Antonina, serva dello stesso. Altro battesimo con annotazione particolare viene celebrato il 6 gennaio del 1609. Dopo aver richiamato l'adorazione dei magi e il battesimo nel Giordano, l'atto contìnua ricordando che Cristo, nel giorno dell'Epifania, "si ha dignato ogi qui in Collisano ad agregar la smarrita pecora al suo gregi illuminando l'anima dì Salomé etiopa infidek serva di Antonino Xialampo a venire al santo battesimo.. .e nel sacro fonti chiamata Barbara", celebrante l'arciprete de Angelìs, padrino il notaio Andriotta Brancate. Naturalmente gli schiavi non mancano presso i Moncada, conti di Collesano, anche se nelle carte esaminate ne abbiamo rintracciati abbastanza pochi, due dei quali battezzati nella stessa cerimonia del 14 marzo 1625. A officiare è l'arciprete don Stefano Regina che nella parrocchia dì Bavarino (S. Maria Assunta), nell'immediata prossimità del castello, battezza un adulto, maurum, di circa 21 anni, proveniente da Susa partii odentalis, appartenente alla prava setta ìnfidelìtatìs Maumethìcae. Il giovane, a cui viene imposto il nome di Antonio, è suddito del duca dì Montalto e conte di Collesano don Antonio Aragona e Moncada che funge da padrino. L'altro battezzato è un virum turcum adultum annorum cirdter 36 ex terra Biserte partts orientalis, anche lui proprietà di don Antonio Moncada, a cui viene imposto il nome di Pietro. Padrino d'eccezione è il marchese di Gerad e principe di Castelbuono don Francesce] Ventimiglia. Da notare l'approssimazione della nota di registrazione dei documenti parrocchiali che definiscono di provenienza genericamente orientale chi, invece, è originario da paesi del nord Africa. Pure ai Moncada appartengono gli ultimi due

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Sulla figura di Giovanni Domenico Gatto efr R. Tcrmotto, Contratti dì lavoro, cit., p . 279.


schiavi battezzati sul finire degli anni '40 del '600. Il 30 novembre del 1648 l'arciprete don Paolo Brocato, ancora in S. Maria Assunta, battezza una bambina di circa 4 anni, turca, barbara sotto potestà della contessa donna Caterina Moncada, alla quale viene imposto il nome e il cognome della padrona, padrino l'abate di S. Maria di Pedale lo spagnolo Pedro Carrillo. Il 22 maggio dell'anno successivo è il nuovo arciprete, U. J. D. don Giacinto Collisano, che battezza un ragazzo di quasi 10 anni turcum kgis mahumetìca, liberato dal conte di Collesano, a cui viene imposto il nome di Ferdinando Giuseppe Moncada. Il primo schiavo viene annotato nei registri dei defunti sotto la data del 19 settembre 1589; di lui non viene indicato neanche il nome: l'obito di uno scavo di pompeo di oddo. Pure senza nome sono lo scavo del notaio Jacobo Fatta sepolto nella chiesa madre nel gennaio del 1593 e la scava del notaio Giovanni Maria Sinceri sepolta nella chiesetta di S. Maria della Misericordia, dove nel 1607 verrà sepolto gratis uno schiavo di nome Matteo. La maggior parte degli schiavi annotati nei registri dei defunti appartengono ancora una volta al barone Pietro Gloriando Lo Squiglio. Il 18 settembre del 1597 viene sepolto il figlio della serva del citato Pietro, mentre l'8 dicembre 1605 è segnato l'obito dì Antonino schavo ...di lo baruni L'anno dopo, nella chiesa di S. Giacomo, è registrata la sepoltura di uno schiavo di cui non si conoscono altri dati per la lacunosità dell'atto. Sotto la data del 2 maggio 1611 è segnata la sepoltura di Zefanio servo di un certo Castruccio, mentre non sono riuscito a decifrare il nome dello schiavo appartenente agli eredi d'Angelo sepolto in chiesa madre il 5 aprile 1622, avendo prima ricevuto li santi sacramenti della penitenza eucarestia et extrema unzione. Altra fonte che aiuta nell'individuare la presenza o il passaggio di schiavi a Collesano è costituita dai libri dei conti delle chiese locali che di tanto in tanto annotano elemosine, a volte tenui, in favore dì quelli che vengono indicati come turco oppure moro fatto cristiano2^. Così nel 1627, per ordine del vescovo, vengono erogati dalla chiesa madre 4 tari a un turco fatto cristiano chiamato Dimitri di Cipro, mentre nel 1630 ne vengono erogati 2 a un moro fatto cristiano, cosa che si ripete con i conti del 1653/54 e del 1658/59 per un turcho fatto cristiano.. .raccomandato per lettere di Sua Eccellenza, ciò che potrebbe far pensare a lettere circolari del vescovo inviate in tutta la diocesi. Nei due anni successivi vengono erogate elemosine di 3 tari per ordine del vicario. Dai conti del 1662/63 risultano annotati 2 tari in favore di Cristoforo Macario, turco fatto cristiano, dietro ordine delle stesso vicario parrocchiale, cosa che si ripete con i conti dell'anno successivo in favore di Ignazio Andrea Maria. Anche la chiesa di S. Giacomo, antico patrono di Collesano, retta dall'omonima confraternita, eroga elemosine dello stesso tenore: nel 1591 viene offerto un tari a Giovanni Lanza turco fatto cristiano, che percepisce la stessa somma nel 1632. Con Ì conti degli anni indizionali 1658/59 e dell'anno

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La fonte è costituita dai rispettivi libri dei conti delle chiese collesanesi richiamate, alla data indicata. I libri si conservano nel locale Archivio Storico Parrocchiale di Collesano.


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successivo lo stesso si ripete, con due tari a testa, per altri tre turchi, u n o dei quali si chiama Antonio Santarosalia. U n solo tari viene erogato a un turco con i conti del 1662/63, addirittura soltanto 10 grani all'ultimo riscontrato nel 1665/66. Lo stesso fenomeno coinvolge l'antica chiesa di S. Giovanni Battista, retta dall'omonima confraternita, che nel 1627/28 segna in uscita 4 tari per un moro fatto cristiano, mentre nel 1630/31 registra solo l'uscita di un tari per le stesse motivazioni. Bisogna risalire ai conti del 1655/56 della stessa confraternita per riscontrare l'esito di 2 tari in favore del turco fatto cristiano. Somme oscillanti tra p o c o più di 2 e 4 tari si riscontrano negli anni immediatamente successivi, mentre il 13 gennaio 1660 vengono offerti 4 tari alti turchi fatti cristiani... conforme fu tassato dal reverendo Archiprete. Nello stesso anno, il 9 agosto, Antonio Chiavelli Santarosalia riceve 3 tari, equivalente a u n giorno e mezzo di lavoro di u n bracciante o di un manovale, stessa somma che riceve il 31 marzo del 1661 Francesco Rosso, pure lui turco fatto cristiano. Anche piccole chiese dalle disponibilità limitate partecipano, molto raramente però, alle solite elemosine: la chiesa di S. Nicolò di Bari, anch'essa retta da una confraternita, eroga appena 10 grani al già n o t o Antonio Chiavelli con i conti del 1656/57, la chiesa di S. Maria della neve è interessata nel 1628/29 con 3 tari, nell'anno successivo con l'erogazione di un tari al solito Giovanni Lanza ed infine nel 1656 ancora con un tari ad un ignoto beneficiario. Il fenomeno della schiavitù nelle Madonie è ancora esistente nella seconda metà del Seicento, certamente attenuato come fa pensare l'unico caso di commercio di schiavi intercettato nella seconda metà del secolo, nonostante l'esame di quasi tutti gli atti notarili dei paesi del comprensorio per l'intero secolo. Risulta, infatti, che nel dicembre del 1672 il cefaludese Giuseppe Pipi, su istanza del tusano Paolo Bruno, sotto giuramento dichiara che quella manàpiam cristiana di n o m e Anna, olivastram di circa 18 anni di età, comprata dallo stesso Pipi a Messina con atto in notaio Antonio Gulli del 12 novembre scorso, è stata acquistata a n o m e del Bruno per la s o m m a di 38 onze fornite da quest'ultimo e lui n o n ha alcun comodum et incomodum nella vicenda. Dichiara infine che Anna è persona suhmissa al ricordato Bruno 2 5 . Poi più niente, perché il fenomeno si va esaurendo. Zingari nei paesi delle M a d o n i e La presenza di zingari nei paesi delle Madonie in età moderna n o n è mai stata oggetto di studio, se n o n per rare e sporadiche segnalazioni nell'ambito di contesti più vasti. Riteniamo, pertanto, di n o n dover tralasciare, pur nella sua esiguità, il materiale documentario raccolto sull'argomento. Il primo atto riguarda u n certo Maranto cingaro ungarie che nell'inverno del 1542 a Cefalù commercia un cavallo; nella stessa circostanza è presente u n o zingaro di grecia, che potrebbe essere, più genericamente, proveniente dall'Europa

25

Asti, not. Francesco Rcstivo, voi. 4107, ce. 56v-57r. Cefalù 2 dicembre 1672.


orientale ortodossa26. Un anno dopo, riscontriamo Paolo Valenti ^ingarus che a Collesano vende a mastro Calogero Gurrera un someriumpili morelli per la somma di onze 2.2427. In tutt'altro campo è impegnato Martino Magia (cognome che in seguito potrebbe essersi trasformato in Malia, molto presente negli atti notarili madoniti) zingaro di origine iberica che, a Castelbuono, nel 1557 richiede al noto aurifex palermitano Giacomo Garipoli di iarichi una saliera plana d'argento con bolla di Palermo dal peso di circa 8 oncie e poi dorarla e consegnarla entro otto giorni per il prezzo di onze 2.2428. Certamente l'intento di Martino è quello di commerciare la saliera. Nel 1582, tra gli atti collesanesi, SÌ riscontra la presenza di mastro Michelangelo c^ingaro al quale vengono esitati 12 tari per servizi, probabilmente legati all'arte dei metalli, resi nel trappeto di canna da zucchero di Roccella29. Impegnati nella lavorazione dei metalli sono il gruppetto di zingari {magister Baldassare Gravina àngarus, Grazia Greco cingara, Leonardo Guagliardo cingami) provenienti da Tortorici che a Petralia Sottana nel 1605 vendono alcune caldaie30, presumibilmente da impiegare per l'estrazione di seta grezza, attività parecchio praticata nelle Madonie del XVI e inizi del XVII secolo. Attività di piccolo artigianato ambulante svolge lo zingaro che con i conti del 1619/20 viene retribuito con poco più di 3 tari dalla Cappella del Sacramento nella chiesa madre di Collesano per fare un lucchetto per la porta dietro della cappella e per certiferri per tenere un angelo che sta innantì l'arco della cappella1. Ad attività più stanziali era legato magister Petrus Scau^o ^ingarus habìtator Collisani che nel 1604 si obbliga a cogliere la fronda dei gelsi per nutricato del baco da seta con il compenso di 26 tari mensili oltre a mangiare e bere32. I documenti raccolti sono troppo pochi per trarre conclusioni più generalizzate, tuttavia gli zingari presenti nelle Madonie tra Cinquecento e Seicento sembrano per lo più originari dall'Europa orientale e impegnati nel piccolo commercio di animali o in attività di piccolo artigianato legato alla lavorazione dei metalli.

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Asti, not. N. N. di Cefalù, voi. 440, II serie, Cefalù 18 febbraio 1542. Asti, not. Cesare Fatta, voi. 6286, e. 220 v, Collesano 8 luglio 1543. Asti, not. Pietro Paolo Abruzzo, voi. 2201, e. 301r-v, Castelbuono 9 dicembre 1557. 29 R. Termotto, Contratti dì lavoro, cit, p . 274. 30 Asti, not. Filippo D e Maria, voi. 9629, numerazione erosa, Petralia Sottana 10 giugno 1605. 31 Archivio Storico Parrocchiale Collesano, Cappella del Sacramento, libro dei conti (1590-1624), sotto la data. 32 Asti, not. Giuseppe Gullo, voi. 6396, e. 247r, Collesano 25 febbraio 1604. 27

2S


Sotto il controllo del Duce. Le associazioni madonite durante il fascismo GIUSEPPE SPALLINO

Partito unico, negazione della libertà di stampa e controllo del tempo libero. Sono questi i punti cardini su cui si è retto per vent'anni il Regime di Benito Mussolini. L'ultimo punto è avvenuto attraverso lo scioglimento, o l'allineamento ideologico, dei circoli culturali apolìtici e religiosi1. Nel ventennio fascista si riscontra un buon numero di associazioni in tutti i paesi madoniti: 16 ad Alimena, 2 a Blufi, 9 a Bompietro, 5 a Caltavuturo, 9 a Campofelice di Roccella, 20 a Castelbuono, 8 a Castellana Sicula, 33 a Cefalù, 19 a Collesano, 15 a Gangi, 14 a Geraci Siculo, 10 a Gratteri, 11 a Isnello, 4 a Lascari, 18 a Petralia Soprana, 24 a Petralia Sottana, 10 a Polizzi Generosa, 14 a Pollina, 12 a San Mauro Castelverde, 3 a Scillato, 3 a Sclafani Bagni e 21 a Valledolmo. Quindi Cefalù è il paese con più associazioni2. La più popolare è la sezione dell'Associazione nazionale combattenti. Fondata nel 1919 su una piattaforma di centrosinistra, vicina a Francesco Saverio Nitti, l'Anc nel Mezzogiorno si mette alla testa delle occupazioni del latifondo3. La sezione cefaludese viene fondata nel 1924, in piena epoca fascista, ma essa è un covo degli avversari del Regime. Infatti dopo la scomparsa dell'on. Giacomo Matteotti i combattenti votano il seguente ordine del giorno: IL CONSIGLIO DIRETTIVO DELIBI SEZIONE COMBATTENTI: CONSAPEVOLE DELLA GRAVITA'DELL'ORA CHE ATTRAVERSA L'ITALIA, ESPRIME IL SUO VIVISSIMO SDEGNO E LA SUA ESECRAZIONE PER L'EFFERATO DELITTO CHE HA STRONCATO LA GIOVANE E NOBILE ESISTENZA DELL'ON. MATTEOTTI VITTIMA DELLA CEKA CHE ALL'OMBRA DEL TRICOLORE, HA PERPETRATO UN MISFATTO CHE RIEMPIE L'ANIMA DI ORRORE E DI RACCAPRICCIO, AUSPICA CHE IL SANGUE DI GIACOMO MATTEOTTI NON SIA STATO VERSATO INVANO, E CHE DALLA SCIAGURA DI OGGI GLI ITALIANI TRAGGANO INCITAMENTO A BENE OPERARE, PERCHE'DALLA PACIFICAZIONE DEGÙ ANIMI E SOTTO L'IMPERO DELLA LEGGE, UGUALE PER TUTTI, LA PATRIA GRANDE E UBERA RIPRENDA IL CAMMINO VERSO I SUOI LUMINOSI DESTINI4.

E il 25 ottobre 1925 il sottoprefetto Salvatore Leone scrive al suo superiore che l'Associazione è aperta «non solo agli antifascisti non antimonarchici, ma anche ai sovversivi». «Per tale motivo la detta Casa del Combattente fin dal suo sorgere fu sottoposta a speciale, per quanto oculata, vigilanza». Da ciò è risultate] che «il vero dirigente del sodalizio è il repubblicano militante Ferrara Aw. 1 2 3 4

S. L U P O , Fascismo e nanismo, in Storia contemporanea, Donzelli, Roma 2003, p. 379. Archivio di Stato di Palermo (ASPa),. itti di Gabinetto deità Questura, b. 22. S. LUPO, Op. Cit., p. 364. D . PORTERÀ, Sicilia antifascista, Lorenzo Misuraca Editore, Cefalù 1976, p. 44.


Giuseppe [...]. Il Ferrara, malgrado il suo repubblicanesimo, risulta, per altro, in permanente contatto anche con i locali comunisti, che assiste e consiglia nella loro azione antinazionale». Inoltre risultano «individui assidui alla Casa del Combattente» i comunisti Vincenzo Denisi, Francesco Cangelosi, Sebastiano Serio e Francesco Cimino. «In conseguenza di tutto quanto precede — conclude il sottoprefetto - mi onoro proporre che la S. V. 111. si compiaccia di decretare lo scioglimento del sodalizio e la chiusura dei locali nei quali è allogato»"1. Vi sarà un nuovo direttivo con presidente Antonino Di Vincenzo, consiglieri dott. Giovanni La Calce, dott. Antonino Maggiore e rag. Giovanni Cicero, bibliotecario Giovanni Miceli. Sull'onda del combattentismo nascono altre due associazioni. La prima è quella delle Famiglie dei caduti in guerra, il presidente è Tommaso Gambaro e ìl segretario è Giuseppe Vazzana. La seconda è quella dei Mutilati ed invalidi di guerra, presieduta da Calogero Gervasi. Sono presenti anche due associazioni delle forze dell'ordine in pensione. La prima è l'Unione nazionale ufficiali in congedo, fondata nel 1929 su interessamento del col. Giuseppe Scoppa, comandante del Distretto militare, e di cui è presidente il maggiore medico Giovanni La Calce, che ha scelto come suoi vice Roberto Merenda ed Ettore Rava, come segretario Felice Battaglino6; i componenti del consiglio direttivo «risultano di buona condotta politica e morale, però a essi vi è il Gr. Uff. Dr. Maggio Ignazio, che nel settembre 1927 venne denunziato per complicità in peculati, falsi ed altro, il cui procedimento trovasi tuttavia pendente»7. La seconda è l'Associazione dei finanzieri in congedo, fondata nel 1932 dal m.llo capo Giuseppe Boemi. Achille Starace, il più noto tra Ì segretari del Pnf, ammette che nel campo politico il partito non può che obbedire al governo, mentre ad esso spetta «tutta un'attività di carattere psicologico e formativo» per imprimere negli italiani «il nuovo stile del tempo che viviamo»8. Effettivamente è questo il periodo della grande ÌrregÌmentazÌone del popolo italiano, e in particolare dei giovani che finiscono tutti inquadrati dapprima nell'Opera nazionale balilla, che a Cefalù è gestita dal commissario straordinario gen. Paolo Paolini, fiduciario dei balilla è il prof. Giuseppe Chimmenti e fiduciario degli avanguardisti è Benedetto Roteili. Le ragazze fanno parte del Gruppo giovani fasciste, la cui delegata è l'ins. Maria Adele Catanese. I maggiorenni che si sono trasferiti a Palermo per studiare aderiscono al

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1925, 25 ottobre. Il sottoprefetto di Cefalù Salvatore Leone al prefetto di Palermo. (ASPa, Atti di Gabinetto della Questura, b . 22). :> Circolo ufficiai/ in consce/o, in «L'Ora», 201, 23-24 agosto 1929. 7 1929, 2 agosto. Il commissario dì P. S. di Cefalù Pasquale D e Francisci al questore di Palermo. (ASPa, Atti di Gabinetto delia Questura, b . 22). s A. STARACE, cit. in S. L U P O , Op. Cit, p. 379. Sui giovani del «nuovo stile», Montanelli ha scritto: «De Gasperi nutriva una invincìbile diffidenza per gli uomini della generazione successiva alla sua, tutti più o meno figli della lupa»; I. M O N T A N E L L I , Incontri italiani, Rizzoli, Milano 1982, p. 380.


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Nucleo universitario fascista, al cui vertice vi sono: Benedetto Roteili segretario, Pietro Cammarata vicesegretario, Francesco Marsiglia segretario amministrativo, Giuseppe Maio membro, Alberto Culotta incaricato dello sport e Riccardo D'Amico membro. Il fascismo cefaludese crea anche il Fascio giovanile di combattimento (Fig. 1) e il Circolo del littorio, entrambi gestiti da Ettore Rava. La nascita del secondo è narrata in un articolo pubblicato dal giornale L'Ora: «i due Circoli cittadini Unione Francesco Crispi ed Umberto di Savoia, con deliberazione dei giorni scorsi, si sono sciolti ed hanno trasferito all'istituendo Circolo del Littorio Ì rispettivi patrimoni»9. Nel 1936 verrà sciolto in quanto il commissario del Fascio locale, Benedetto Roteili, che su di esso esercitava funzioni di vigilanza, viene accusato «d'essere acquiescente ai voleri di qualche persona, già dirigente [deij vecchi partiti»10. Nel 1925 i sindacati fascisti scalzano quelli socialisti11. Pertanto subentrano il Sindacato fascista salariati e braccianti agricoli del segretario Salvatore Di Fina, il Sindacato fascista di lavoro agricolo del fiduciario cav. Giovanni Catalano, il Sindacato fascista coloni e mezzadri del presidente aw. Giovanni La Calce, il Sindacato fascista piccoli proprietari e piccoli affittuari del segretario dott. Emanuele Miceli, il Sindacato fascista commercianti del fiduciario Giuseppe Miccichè, il Sindacato fascista pescatori del fiduciario dott. Giuseppe Martino e il Sindacato fascista carrettieri del presidente Paolo Guercio. Essi sono riuniti nei Sindacati fascisti del fiduciario dott. Pietro Serio. Il 10 agosto 1926 Ì marinari inaugurano il Circolo marinaro fascista «in occasione della consegna delle insegne onorifiche di Grande Ufficiale al Comm. Maranto Girolamo, sindaco della Città ed al Comm. Maggio Ignazio segretario politico del locale fascio»12. Ne diviene presidente Leonardo Cefalù. Il fascismo costruisce proprie strutture ricreative popolari inquadrandole in un apposito ente per il Dopolavoro13. Ai vertici di quello cefaludese vi sono: Ettore Rava presidente, Giovanni Fertitta segretario e Renato Battaglia cassiere. Nonostante Ì contrasti del 1931 e del 1938, il Regime non procede mai a sciogliere l'Azione cattolica14. Pertanto a Cefalù continua a operare sotto la guida di mons. Giuseppe Blasco. I gruppi giovanili maschili e femminili sono rispettivamente presieduti dal rag. Pasquale Greco e da Teresa Majo. L'Unione uomini cattolici ha come presidente il dott. Giuseppe Giardina, mentre l'Unione 9

Circolo del Littorio, in «L'Ora», 278, 21-22 novembre 1929. 1936, 17 gennaio. Il commissario di P. S. di Cefalù al questore di Palermo. (ASPa, Atti di Cab/netto de/Li Questura, b. 22). 10

n

S.LUPO,0>. Cit.,p.367.

12

II Circolo Marinaro i:ascista inawiitrato a Ce/al//, in «Sicilia Nuova», 191, 13 agosto 1926. S. L U P O , Op. Cit., p. 379. Il più dinamico delle Madonie è quello di Castelbuono, tanto che il giornale L'Ora del 27 agosto 1929 pubblica un articolo su una gita che «i dopolavoristi di Castelbuono guidati dall'attivo camerata sig. [Giovanni] Lupo» fanno a Polizzi Generosa; I Dopolavoristi di Cas/tlbitouo a l'oliai Cenerosa, in «L'Ora», 204, 27 agosto 1929. 14 S. L U P O , Op. Cit., p. 379. 13


femminile cattoliche italiane ha come dirigente Anna Maranto. Un'altra associazione religiosa è la Sezione aspiranti «Piero Del Piano», dipendente dal Circolo gioventù cattolica «Religione e Patria», anche questa presieduta dal dott. Giuseppe Giardina. Sono attive due associazioni che si dedicano alla sport. La prima è l'Associazione sportiva «Cefalù», fondata il 2 agosto 1930 con l'intento di coltivare l'atletica, il ciclismo e il calcio (Fig. 2). TI presidente è Leonardo Cefalù. Le cariche sportive sono state affidate a Giovanni Urso trainer, Gabriele Marino commissario tecnico e Salvatore Cangelosi direttore sportivo. L'altra è la Società di tiro a segno, fondata nel 1908 e presieduta dal cav. uff. Salvatore Agnello. Una delle associazioni più antiche è la Società Agricola15, fondata nel 1886 e presieduta da Giuseppe Genchi. Quella più prestigiosa è l'Accademia prò interlingua, fondata da Vincenzo Cavallaro e Filippo Agnello con lo scopo di «favorire i rapporti fra le nazioni affratellando tutti i popoli della terra con la unicità del linguaggio». La sezione di Cefalù è «la prima in Italia che venne riconosciuta dalla presidenza»16. L'associazione con meno soci (22) è quella del Pubblico impiego del fiduciario Vincenzo Guercio. Alla stregua di associazioni vengono considerate le casse rurali, dedicate ai santi patroni17, come la «San Salvatore» dì Cefalù, fondata nel 1903 e presieduta dal can. Luigi Brocato. Un caso particolare dell'associazionismo cefaludese è rappresentato dal Circolo unione «Carlo Botta», fondata il 18 aprile 1863 e presieduta dall'avv. Francesco Bianca, dove «i soci si riuniscono per conversare e giocare a carte». Il 9 novembre 1926 viene sciolto dal prefetto di Palermo su proposta del sottoprefetto Leone, «perché fra i soci si trovavano anarchici, comunisti, socialisti»18. Ma per il commissario di P. S., Pasquale De Francisci, si tratta di un complotto dovuto al fatto che «alcuni soci del detto circolo erano avversi agli amministratori del Comune». Complotto che sarebbe stato architettato dall'ori. Alfredo Cucco19, tramite il suo fedelissimo sottoprefetto Leone, il quale «oltre a menomare la rispettabilità dei soci più rappresentativi ed influenti, che in altri tempi si erano resi benemeriti alla cosa pubblica, tentò di circondare di sospetto di sovversivismo persone ben note e stimate dal paese, per censo, per origine e cultura, fra cui Ì fratelli Catalfano Giovanni e Giacomo, i fratelli Agnello Nicolò e Filippo, professionisti, ex Ufficiali che avevano combattuto la prima guerra mondiale e molte altre persone di riguardo». Quindi propone «la riapertura di detto circolo»20. 13 L'omonima Società di Castelbuono nel 1893/94 tentò di unirsi ai Fasci dei Lavoratori. (ASPa, Gabinetto dì Prefettura, b . 137, fase. 27). 16 Una Segone della Accademia Pro ìnterlìiunia, in «Giornale di Sicilia», 179, 27-28 luglio 1929. 17 Una delle più importanti nel territorio madonita è la Cassa rurale «Sant'Anna» di Castelbuono. (ASPa, Atti di Gabinetto della Questura, b. 21). 18 1927, 24 settembre. Il ten. com. int. la Compagnia Francesco Giammusso al questore di Palermo. (ASPa, Atti di Gabinetto élla Questura, b. 22). '" Per la figura di questo personaggio cfr. M, DI PIGLIA, . ì/fredo Ciuco. Storili dì un federale, Quaderni - Mediterranea. Ricerche storiche, Palermo 2007.


di Nico Marino, Voi. 11(2012)

A n c h e il questore di Palermo p r o p o n e la riapertura e fa risalire le origini del c o m p l o t t o ai contrasti tra l ' a w . G a e t a n o Misuraca e l ' a w . Francesco Bianca: Oliando il fascismo ascese al {'ovvimi della cosa pubblica, ammiu/strarano il comune iproseliti del Misuraca i quali cominciarono a sfogare i loro rancori contro i loro arre/sari politici dipingendoli per sorvevsìri, nemici dei Regime e delle patrie istituzioni. A on curando se tra costoro ci /ossero ra/orosi combattenti e persone che lasciarono parte delle proprie membra' sui campi di battaglia per la difesa dell'amata Patria, li fecero oggetto della pili raffinata persecuzione impedendo penino loro l'esercizio della propria, arte o professione. Cosi fu interpretato in Cefali) il l'ascismo dai l'uscisti de/fon. Cucco. E per reazione alle sistematiche molende loca/i die in nome del fascio reuira/io esercitate dai Cuccbiani e non per maaìfestasgone contro il Regime, si ebbe udl'iucidiente \]u!!:oìif quella inconsulta sottoscrizione sfruttata dai Massone Avi: Misuraca Cadano per agevolare l'ascesa del figlio Air. Salvatore e potere così continuare a perpetuare in Cefali'!, sia pure a megzf del figlio, sistemi condannati dal Regime. Una tale soluzione lascerebbe certamente perplessa quella onesta e laboriosa cittadinanza perché vedrebbe con essa il trionfo della massoneria.

Alla fine gli ex soci del circolo «Carlo Botta» apriranno un altro circolo dedicato a Francesco Crispi 22 , poi confluito nel Circolo del littorio. Il 10 giugno 1940 FItalia dichiara guerra a Francia e Inghilterra. Tutti s o n o chiamati al fronte. L e associazioni

rimangono

inattive per lungo t e m p o .

Ciò

c o m p o r t e r à per alcune la fine, per altre la rinascita d o p o il 2 giugno 1946.

Fig. 1. I componenti del Fascio giovanile di combattimento, guidati da Ettore Rava, indicato con la freccetta, che parteciparono al raid Cetalù-Roma a bordo della barca a vela «Alcyone» dal 15 al 24 luglio 1931, fotografati in occasione della sosta a Napoli (Collezione Salvatore Culotta). Fig. 2. La squadra di calcio dell'Associazione sportiva «Cefalù» nel 1936 in piazza Cristoforo Colombo, il secondo in piedi da destra è il commissario tecnico Gabriele Marino (D. PORTERÀ, Il libro d'oro della città di Cefalù. Personaggi, Cantori. Uomini comuni, nati e nutriti in una terra eòe invita all'amore, Salvatore Marsala Editore, Palermo 2(1(11, p. 228).

20 1927^ 26 settembre. Il commissario di P. S. Pasquale D e Francisci al questore di Palermo. (ASPa, Atti dì Gabinetto delia Questura, b. 22). 21 Si riferisce all'aggressione subita da Giacomo Matteotti a Cefalù nel marzo del 1924; P. SAJA, Così i fascisti tolsero >1 cappello a Matteotti, in «la Repubblica», sezione: Palermo, 4 marzo 2005, p. I e sg, 1928, 29 maggio. Il commissario di P. S. Pasquale D e Francisci al questore di Palermo. (ASPa, Atti di Gabinetto della Questura, b. 22).


Kg. :

Mg. 2


Appunti su due opere della maniera di Petralia Sottana: il San Carlo Borromeo in preghiera di Giuseppe Salerno e La disputa di Gesù con i Dottori di anonimo pittore siciliano SALVATORE ANSELMO

Nel presbiterio della Chiesa Madre di Petralia Sottana è collocato il dipinto su tela raffigurante San Carlo Borromeo in preghiera, soggetto iconografico ampiamente diffuso nella pittura del Seicento (Fig. I)1. L'opera, poiché citata per la prima volta solamente in una fonte del 19402, potrebbe provenire da qualche altro edifìcio chiesastico oppure da un locale annesso alla stessa Matrice o ancora da una collezione privata. La tela, in discreto stato di conservazione, rappresenta il Santo Arcivescovo di Milano in preghiera di fronte al Crocefisso mentre tre simpatici angeli giocano con il galero cardinalizio ed il libro delle sacre scritture. Lo sfondo scuro è interrotto da un paesaggio naturale che si intravede oltre l'apertuta dell'edificio. 11 dipinto, ignorato dalla critica, viene riferite] dubitativamente a Giuseppe Salerno o alla sua scuola solamente nel 20103. Il pittore, come costantemente nota Vincenzo Abbate, «contrariamente al Vazzano (o Bazzano)... che ben presto si trasferì a Palermo per operarvi sino alla tarda attività, assumendovi un ruolo primario, soprattutto dopo la morte di Giuseppe Alvino... rimase ad operare nella sua bottega gangitana rispondendo alle numerosissime commesse dei paesi delle Madonie e affrontando ancor più del suo amico interessantissimi temi iconografici e programmatici, cari all'ideologia religiosa del tempo e ad una committenza particolare costituita dalle congregazioni laicali»4. L'ipotesi dell'attribuzione al Salerno del San Carlo Borromeo dì Petralia Sottana trova conferma in alcuni tratti stilistici del dipinto tipici delle opere certe del gangìtano, come il paesaggio sullo sfondo che ricorda alcuni scorci presenti nella grande tela raffigurante ìl Giudizio Universale del 1629 della Chiesa Madre di Gangi o nella Morte della Vergine del Municipio, già nella chiesa dei Padri Riformati, 1

Per l'iconografia del Santo, canonizzato nel 1610, cfr. A.M. R A G G I , advocem S. Carlo Borromeo, in lìibliotbeca Sanctorum, voi. Ili, Roma 1963, ce. 846-850. P. BONGIORNO, L. MASCELLINO, Storia di una "fabrica". La Chiesa Madre di Petralia Sottana, prefazione di Mons. C. Valenziano, Palermo 2007, p. 252. 3 L. MACALUSO, Petralia Sottana. Città d'Arte, Palermo 2010, pp. 119-120. L'autrice, riferendosi alla tela, scrive: «che qualcuno <la> attribuisce a Giuseppe Salerno o alla sua scuola». 4 V . ABBATK, Polipi. ì grandi momenti dell'arte, Polizzi Genetosa-Caltanissetta 1997, p. 101. P e r l a figura dei due artisti cfr. I '///or, dkto hi Zoppo di Cani!/, catalogo della mostra (Gangi, 19 aprile-I giugno 1997), Gangi 1997; R. TERMOTTO, Nuovi documenti su Giuseppe Salerno e altri pittori attiri net/e .\ ladonie tra '500 e '600, in A. G. Marchese, Manierismo siciliano. Antonino Ferrare» da Giuliana e l'età di Filippo 11 di Spagna, atti del convegno di studi (Giuliana, 18-20 ottobre 2009), Palermo 2010, pp. 323-343; G. MENDOLA, Aggiunte allo Zoppo di Gangi, in A. G. Marchese, Manierismo siciliano..., 2010, pp. 289-321 e T. PUGLIATTI, Pittura della tarda Maniera nella Sicilia occidentale (1557-1647), Palermo 2011, pp. 327-416 che riportano la più recente bibliografìa. 2


di Petralìa Sottana5. Le figure angeliche che giocano in alto a destra, invece, sembrano riprendere quelle che si trovano sul dipinto rappresentante II ritorno della Sacra Famiglia dall'Egitto del 1620 della chiesa della Madonna della Porta, detta anche di Santa Maria degli Schiavi, di Polizzi Generosa (Kg. 2) mentre Cristo Crocifisso, seppure in una posa diversa, ricorda il Figlio di Dio nelle Cinque piaghe del Signore del 1629 della Chiesa Madre di Petralìa Sottana, tela autografa del Salerno6. Ulteriori riferimenti, per la resa realistica del viso del San Carlo Borromeo, si possono pure cogliere con il San Francesco d'Assisi che riceve le stimmate, opera firmata e datata 1624, della chiesa di San Francesco di Petralia Sottana mentre la posa austera e sobria del Cardinale rievoca il personaggio in basso a sinistra, identificato con Giuseppe Guarnuto, nel Patrocinio di San Gandolfo, dipinto datato 1620, della chiesa del Collegio di Polizzi Generosa7. Questi raffronti, unitamente alla resa ormai matura del linguaggio pittorico del Salerno, permettono di datare il dipinto alla metà del secondo decennio del XVII secolo, periodo, come nota Teresa Viscuso, «di intensa attività nel territorio delle Petralie»8. L'opera, a conferma della datazione, trova pure riscontro con un altro dipinto raffigurante I santi Carlo Borromeo e Rosalia intercedono con la Madonna delle Grafie per le anime del Purgatorio della chiesa di San Francesco di Petralia Sottana, che Teresa Pugliatti riferisce al nostro Salerno e data intorno al 16249. San Carlo Borromeo era venerato anche contro la peste (da cui prende il nome quella scoppiata a Milano nel 1576) e questo avallerebbe l'ipotesi della datazione della tela della Chiesa Madre di Petralia Sottana alla metà del secondo decennio del Seicento, quando la Sicilia è tormentata dal terribile morbo10. La Pugliatti, in merito all'opera menzionata e riferita al Salerno, nota che «la maturità del pittore si deduce da quella ricca gloria di angeli ... anche se le due figure in basso sono tirate via senza molta cura, come sembra che il Salerno facesse talvolta nella fase matura, a meno che ciò non fosse dovuto all'intervento di aiuti della bottega»11. Tale giudizio, quindi, si può pure estendere al San Carlo Borromeo della Chiesa Madre di Petralia Sottana che il Salerno, come è stato già detto, potè eseguire nello stesso decennio di quello della chiesa di San Francesco. 5

Per le tele cfr. E. D E CASTRO, scheda n. 51, T. VlSCUSO, scheda n. 35, in Vulgo dieta lu Zoppo ..., 1997, p p . 240-243, 208-209. Per l'opera di Cangi cfr. pure C. VALENZIANO, Parusìa per il Giudico Universale secondo 'Lo Zoppo di Gangi" Giuseppe Salerno, in Vulgo dieta..., 1997, pp. 106-134 e Idem, Parasta per il'Giudìzio Unire/sale de/io "/.r,pp o dì Gang/" Giuseppe Salerno, Gangi 2009. 6 V. ABBATE, schede nn. 42, 48, in Vulgo dìcto lu Zoppo ..., 1997, p p . 222-223, 234-235. 7 Per le tele cfr. F. PlPITONE, scheda n. 45, in Vulgo dìcto..., 1997, pp. 228-230 e V. ABBATE, Polipi..., 1997, pp. 109-113. B T. VlSCUSO, scheda n. 35, in Vulgo..., 1997, p . 208. 9 T. PUGLIATTI, Pittura della tarda Maniera..., 2010, p p . 406-407. 10 Per la vita del Santo cfr. A. SABA-A. RINALDI, ad vocem S. Carlo Borromeo, in BÌbliotheca...,\%2>, ce. 812-846. Per il contesto sociale di Petralia nel XVII secolo cfr. F. FIGLIA, Il Seicento in Sicilia. Aspetti di i ita quotidiana a Petratta .S oltana, Terra fendale, presentazione di L. Canfora, con una testimonianza di A. Prosperi, Palermo 2008. 11 T. PUGLIATTI, Pittura della iarda Maniera..., 2010, pp. 406-407.


Studi in memoria dì Kico hitirino, Voi. II (2012)

Per questa chiesa, infatti, il Salerno, oltre alle già citate due tele e a quella della Sacra Famiglia con SantAnna e San Gioacchino, datata e firmata nel 160712, ha realizzato altre opere. Rosario Termotto, infatti, nel registro di indici del notaio Melchiorre Bellina, precisamente negli anni 1625-1626, ha trovato un contratto tra la stessa chiesa francescana e il Salerno che rimanda ad un foglio del perdute] bastardello dello stesso notaio, di cui, purtroppo, non rimane traccia neanche nel registro dell'anno citato13. Il Termotto, quindi, lancia l'ipotesi che gli affreschi della chiesa di San Francesco, di cui la critica si è sempre dibattuta tra Salerno, Bazzano e Giovanni Giacomo Lo Varchi14, siano del Salerno15. Si potrebbe pensare, a questo punto, che gli affreschi del pittore gangitano siano quelli del presbiterio, esattamente il quadrone in basso a destra raffigurante La disputa di Gesù con i Dottori (Fig. 3) e quello a sinistra, ormai totalmente rovinato, rappresentante forse la Presentanone di Gesù al Tempio. Il primo dipinto, seppur labile nella sua superficie pittorica e forse maldestramente restaurato nel corso dei secoli, mostra, però, qualche piccola differenza con gli affreschi eseguiti dal Salerno, come quelli documentati di Collesano, vale a dire ÌTncorona^ione della Vergine e gli Apostoli dell'abside della chiesa di San Giacomo del 1614 (Fig. 4)16, e ancora quelli della Cappella del Santissimo Sacramento della Chiesa Madre del 16201'. A questo punto, quindi, è possibile ipotizzare che il documento si riferisca ad un'altra opera perduta oppure che i dipinti siano stati eseguiti, per motivi a noi sconosciuti, da qualche altro pittore della maniera siciliana, ancora da identificare, se non si vuole accettare l'ipotesi di Giovan Giacomo Lo Varchi18. Gli altri affreschi della chiesa di San Francesco di Petralia Sottana sono, invece, di altra mano, quelli della volta, raffiguranti la Gloria di San Francesco, sono stati documentati a Benedetto e ai figli Pietro e Rosario Berna da Cerami nel 1707 (Fig. 5), forse gli stessi pittori che hanno eseguito quelli della contro facciata (Innocenzo III conferma la regola francescana e

12

1 . BRUNO, scheda n. 32, in Vulgo dieta..., 1997, pp. 202-203. R. TRRMOTTO, Nuovi documenti su Giuseppe Salerno..., 2010, p. 342. Cfr. R. TERMOTTO, Nuovi documenti su Giuseppe Salerno..., 2010, pp. 341-342, S. ANSELMO, Le Madonie. Guida all'arte, Palermo 2008, p p . 157-158, T. PuGLlATTl, Pittura della tarda..., 2010, pp. 405406 che riportano le varie ipotesi. Sulla chiesa cfr. pure P. BONGIORNO, L. MASCELLINO, Chiese e conventi di Petralia Sottana, l.'si, maestranze e mani/fatti disette secoli, Petralia Sottana 2011, pp. 39-48 e L. MACALUSO, Petralia So/tana..., 2010, p. 61 e segg. che interpreta gli episodi dell'apparato decorativo. 15 R. TERMOTTO, Nuovi documenti su Giuseppe Salerno..., 2010, p. 343. 16 R. TERMOTTO, La chiesa di San Giacomo a Collesano, in «Il corriere delle Madonie», settembre 1988, ora in Collesano per gli emigrati, a cura di R. Termotto e A. Asciutto, Collesano 1991, p . 117, V. , G. SCUDERl, Restauri e scoperte a Collesano, in «Kalós. Arte in Sicilia», n. 2, a. XI, marzo-aprile 1999, pp. 38-39 e T. PUGLIATTI, Pittura della tarda..., 2010, p . 389 con precedente bibliografia. 17 R. TERMOTTO, Collesano. Guida alla Chiesa Madre Basilica di S. Pietro, Palermo 2010, pp. 37-41. 18 Per il pittore cfr. R. TERMOTTO, Giorauni Giaco/no Po \ archi [littore colh-sanese fi'606-1683). Un allievo dello Zoppo di Cangi, in "Bollettino Società Catarina di Storia Patria e Cultura", nn. 5-6, 1996-1997 e M. FAILLA, Giovanni Giacomo Lo Va/ria «pie/or Collìsimi». . • inalisi critica di mi pittore siciliano del Seicento, in Studi in onore di Mogarero Fina, a cura di A.G. Marchese, in c.d.s. Per gli affreschi seicenteschi della chiesa cfr. nota n. 14 infra. A riguardo ringrazio il dott. Vincenzo Abbate per i preziosi suggerimenti. 13

14


Onorio III conferma la regola francescana) e alcuni episodi delle pareti laterali dell'edificio19. Di fattura diversa, invece, forse da non individuare nella triade Salerno, Bazzano, Lo Varchi, sembrano quelli del cappellone, nello specifico quelli delle lunette, delle vele, della cupola e della parete dello stesso altare maggiore211, forse eseguiti nel 1711 circa quando venne rifatto salvando ovviamente gli episodi rappresentati in basso21.

Fig. 1. Giuseppe Salerno (attr.), 1624 circa, San ('.mio Borromeo in preghiera, Chiesa Madre, Petralia Sottana (foto di G. Schillaci). Fig. 2. Giuseppe Salerno, 1620, li ritorno della Sacra i simiglia dall'iigitto. Chiesa della Madonna della Porta, Polìzzi Generosa (foto di V. Anselmo). Fig. 3. Anonimo pittore siciliano, primi decenni del XVII secolo, Disputa di Gesù con i Dottori, Chiesa di San Francesco, Petralia Sottana (foto di L. Macaluso). Fig. 4. Giuseppe Salerno, 1614, Ir/coronazione della 1 'ergine e idi Apostoli, Chiesa di San Giacomo, Collesano (foto di V. Anselmo). Fig. 5. Benedetto, Giuseppe e Pietro Berna, 1707, Gloria di San Francesco, Chiesa di San Francesco, Petralia Sottana (foto di V. Anselmo).

19 S. ANSF.LMO, Pittori dal X\ 11 agli ini-^i de!'XIX secolo nelle carie dell'Archino Storico Parrocchiale di Petralia Sottana, in Umico Manceii (1869-1966) storico dell'arte tra connoisseurship e conservatone, atti del convegno di studi internazionali a cura di S. La Barbera, Palermo 2009, p. 321. In merito agli affreschi della controfacciata cfr. pure T. PUGLIATn, Pittura della tarda..., 2010, pp. 405-406 che riferisce altre ipotesi. 20 Per gli affreschi della chiesa di San Francesco cfr. L. MACALUSO, Petralia Sottana..., 2010, p. 61 e segg. che interpreta gli episodi dell'apparato decorativo. Nel cappellone, inoltre, si trova la tela niifiguraniL' Sant'i igidio e la liberalità del re visigoto Wamba attribuita ad Antonio Grano e datata al primo decennio del Settecento, cfr. V. ABBATE, Sant'Egidio e la liberalità del re visigoto Wamba, in Un museo immaginario. Schede dedicate a Francesca Campagna dicala, a cura di G. Barbera, Messina 2009, pp. 107109. 21 P. BONGIORNO, L. MASCELLINO, Chiese e conventi di Petralia Sottana...., 2011, p. 40.


Kg. 2


I'iK. 4


Fig.5


L'inedito ruolo di Giovati Battista Vespa nell'impianto della città ideale: dalla rifondazione di Santo Stefano di Camastra (1683) alla ricostruzione di Catania (1694) ANGELO PETTINEO «Paese intento, che sorgeva un giorno nelle vicinante di quella città (Mistretta), ma essendo interamente crollato il 6 di giugno 1682, franatosi il terreno per una dirotta pioggia, un altro sito ne scelsero gli abitatori) sovrapposto ad un poggio amenissimo ed imminente alla spiaggia tra Caronìa e Tusa, dove il fabbricarono con bell'ordine»1. Così Vito Amico

sintetizzava le vicende che hanno portato alla fondazione della nuova terra di Santo Stefano, anticipando, su quest'argomento, numerose ed appassionate riflessioni, improntate, di volta in volta, all'emotiva ricostruzione delle sventure di un popolo sradicato dall'antico casale, e, più spesso, all'accattivante interpretazione dell'eccezionale forma urbana con cui veniva attuato l'impianto della rediviva cittadina2. A proposito di quest'ultimo aspetto, il ruolo di Giuseppe Lanza, Duca di Camastra e Principe di Santo Stefano, è stato preminentemente celebrato in quanto promotore della nuova fondazione, riconoscendogli, talune volte, l'ideazione dell'originale quadrilatero tetrapartito da una croce di strade e ulteriormente tagliato da diagonali. A suffragio di quest'ipotesi hanno concorso principalmente due fattori: il carteggio d'investitura, che raccoglie anche un circostanziato memoriale con la relativa licentia adificandi (30 marzo 1683), e soprattutto, mutuando l'assetto del nuovo insediamento dai modelli cinquecenteschi di città fortificate, la pregressa esperienza militare del Camastra ed il successivo impegno di questi come Vicario generale per la ricostruzione del Val Demone e del Val di Noto a seguito del catastrofico terremoto del 16933. Tuttavia, radicando il nostro argomentare su nuove acquisizioni documentarie, tanto inedite quanto decisive, cerchiamo di stendere in questa sede 1 V. AMICO, Dizionario topografico della Sicilia, tradotto e annotato da Gioacchino Di Marzo, II, Palermo, 1856, pp. 546-547. 2 Per una breve quanto essenziale nota bibliografica sul centro si rimanda alle seguenti pubblicazioni: L. NATOLI, DI CRISTINA, Una alta dell'utopia ed un villano di non/ini, in «Quaderno della Facoltà d'Architettura dell'Università di Palermo», 7, 1965, pp. 53-59; M. GIUFFRÈ, Utopie urbane nella Sicilia del 700, in «Quaderno dell'Istituto di Elementi di di Architettura e Rilievo dei Monumenti dell'Università di Palermo», 8-9, 1966, pp. 51-129; S. RUGGERI, Santo Stefano di Camastra, profilo storìio-docit/j/eufi, Messina 1982; Santo Stefano di Camastra, Palermo 1982; E. DI SALVO, S. Stefano di Camastra, evoluzioni storiche della sita civiltà, Palermo 1994; E. D I SALVO, S. Stelano di (.un/astra dal casale all'archetipolatria, s.d. Infine, N. Lo Castro (a cura di), La Città dei Duca, Scalea 2012,passim. 3 Al di là della copiosa produzione scientifica sull'argomento, ricordiamo l'antesignano studio di E. CARACCIOLO, La ricostruzione della Val di Noto, in «Quaderni della Facoltà d'Architettura dell'Università di Palermo», 6, 1964.


alcune precisazioni utili a valutare con maggiore attendibilità ruoli, artefici e circostanze della ricostruzione di Santo Stefano che, meno di un decennio dopo, hanno avuto un'indiscutibile riverbero anche sulla ricostruzione di Catania. Dalla combinazione delle fonti, possiamo attestare, infatti, che il Duca di Camastra, per approcciare il disastro della città demaniale etnea e la successiva prassi di cantiere, si è avvalso d&W équipe già collaudata nell'impresa edificatoria della sua nuova terra feudale, fatto non trascurabile se correlato alla "teoria del caos", secondo cui le condizioni iniziali per far fronte ad un evento catastrofico finiranno per sortire grandi effetti nel corso dei successivi avvenimenti4. La controversa rifondazione L'originario casale di Santo Stefano, nel 1639, veniva infeudato ad Antonio Di Napoli, staccandolo dalla secolare appartenenza ai territori della vicina città demaniale di Mistretta. Tale decisione della Corona spagnola, maturata per il deficit economico del Regno e per la conseguente necessità d'introitare proventi dalla vendita di titoli e di territori, non veniva digerita sic et simpliciter dagli amastratini che, anzi, intentavano una controversia giudiziaria sull'esatta demarcazione dei confini, sull'assegnazione dei feudi e del rispettivo gravame fiscale pertinente all'una o all'altra collettività, controversia che trovava un'apparente ricomposizione con un accordo transattivo stipulato nel 1649, ovvero dopo dieci anni di scontri dispendiosi e talvolta veramente incresciosi tra le parti5. In verità, ulteriori vertenze sui diritti territoriali che Pun Municipio poteva vantare a scapito dell'altro hanno avuto un incredibile strascico giudiziario fino al 6 1970 . Ma uno, in particolare, di questi processi maturava proprio durante la concitazione degli eventi che vedevano andare in rovina il casale, dibattendo sul "perché", sul "come" e sul "dove" ricostruirlo. Infatti, mentre un lento ed inesorabile smottamento trascinava a valle più della metà del vecchio insediamento (circa 200 case già situate «in merino di due lapancbe»)7, il Duca di Camastra, a partire dal 6 giugno 1682, memorabile principio del disastro, allestiva 4

Seppure con riguardo alla cosiddetta "teoria delle catastrofi", tale incognita senza risposte era stata focalizzata da L. D U F O U R , H . R A Y M O N D , 1693 Catania la rinascita di una città, Catania, 1992, p . 73. 5 Su questa vicenda e sugli eventuali approfondimenti che si volessero effettuare si rimanda alla copiosa documentazione custodita presso l'Archivio Storico Comunale di Mistretta (ASCM). s Si vedano in proposito le seguenti memorie storico-giuridiche in ASCM: S. T O M A S 1 N O , imposizioni' /stona: e giuridica de' diritti che anno li comuni di S. Stufano e Rei/ano contro il connine di Mistretta, Tipografia di Federico Garofalo, Palermo, 1866; S. T O M A S 1 N O , Serie dei fatti e documenti nella causa su istanti de' comuni di S. Stefano e Reitano contro il comune di Mistretta, Stamperia Collegio del Giusino, Palermo, 1871; P. CATANIA M O N T O R O , Relazione sui demani comunali di Mistretta, Stamperia F.Ui Oliva, Messina, 1896; E. LANDOLF1, I demani e gli usi cìvici dei comune di S. Stefano di Camastra (Mie), Ufficio Usi Civici, Palermo, 1930. 7 Così recita il memoriale istruttorio proposto alla Corona per la concessione della licenzia aedifunudi: cfr. S. R U G G E R I , Santo Stefano..., cit, p. 72.


di Nico Marino, Voi. 11(2012)

un accampamento d'emergenza per i circa 600 scampati nel feudo denominato Romei e, più esattamente, in quella frazione litoranea già presidiata dal Castediaccia: si trattava di una radura pianeggiante e particolarmente adatta all'installazione estemporanea delle baracche per i profughi, poiché, malgrado la sua prossimità alla costa, dov'era ancora vivo il terrore delle incursioni barbaresche, la presenza deterrente di quell'antica fortezza e, soprattutto, la preesistenza di un attracco con un fondaco munito alla Manna detti GruttP, davano al feudatario la possibilità di apprestare per mare il tempestivo vettovagliamento che lui era tenuto ad offrire ai propri vassalli, così come attestano le prime notazioni di spesa conseguenti alla calamità, tra cui spiccano ben «6 on%e in tanto pane mandato in Santo Stefano quando si aliavamo la terra»10; d'altra parte, gli stessi vassalli non potevano liberamente disporre del loro destino, in quanto il Duca aveva richiesto ed ottenuto un dispaccio vicereale (confermato nella licentia aidificandì) con il quale si faceva divieto ai disastrati di emigrare ed a tutte le vicine comunità di accogliere i profughi di Santo Stefano, pena la carcerazione per tre anni11. Giuseppe Lanza, dunque, aveva ben chiaro sin dal principio l'obiettivo di rifondare l'abitato nel sito presso cui oggi si trova, anche se in quegli stessi momenti iniziali non pare che abbia avuto la lucida consapevolezza per dettare un'esatta pianificazione urbana: difatti, durante l'estate e l'autunno 1682, il Duca, simultaneamente impegnato nella ricostruzione del suo palazzo a Palermo12, sembra volere gestire da lontano la vicenda, inviando ai propri amministratori presso la Terra cospicue somme di denaro per distribuirle "alle genti che vogliono fabbricare"12'. Tuttavia, da esperto stratega, con le stesse logiche adoperate due millenni prima dai calcidesi per Imera, dai megaresi per Selinunte, dai siculi per Alesa e Calacte, aveva designato un luogo dominante sulla foce di una fiumara (storica via naturale per l'entroterra), ed in prossimità di un piccolo scalo marittimo che in quegli stessi anni lui stava attrezzando, restituendogli quelle lucrose funzioni mercantili che in tempi più remoti, con la munizione del castelletto di Serravalk, erano state appannaggio della potente città demaniale di Mistretta e sulle quali la 8

Cfr. A. PETTINEO, Santo Stefano di Camastra, castello dì Serra/ville, ad vocem in Castelli Mediera/i dì Sicilia, Palermo, 2001. II fondaco, secondo le attestazioni documentarie coeve che appresso citeremo, era situato a poca distanza dalla battigia e attaccato ad una torre che, proprio negli stessi anni, era in fase di costruzione. Sulle procedure da intraprendere per la fondazione di una nuova città e sulla presunta consuetudine di localizzarla dove si trovavano preesistenze insediative cfr. M. Vesco, Fondare una città netta Staila di età n/odenia: dino.iiìtcije tern/oria/i <> /etiliche ofrerai/re, in «Mediterranea ricerche storiche». anno X, agosto 2013. 10 Archivio di Stato di Palermo (ASPa), Fondo Trabia, serie 1°, voi. 900, e. 42. 11 S. R U G G E R I , Santo Stefano..., cit., p . 74. 12 Numerose attestazioni documentarie informano della totale ristrutturazione del palazzo del Duca di Camastra a Palermo, "dorè nifri-esenteabita, existen.'e aito piano detta ecclesia di San Paolino", ad opera del capomastro Silvestro Castelli, vicenda per la quale si rinvia ad altra sede editoriale. 13 ASPa, tondo Trabia, serie 1°, voi. 900, e. 45. 9


medesima città continuava ad avanzare n o n poche rivendicazioni. Sicché, la constatazione di u n concentramento degli scampati nel Piano del Castellacelo, venutosi a determinare dall'oggi al domani in virtù dell'emergenza, e l'evidenza di tale stanziamento a tutto vantaggio degli stefanesi e del loro feudatario rendevano ben chiare le intenzioni del D u c a agli amministratori della Città demaniale che sì premuravano d'irretire qualsiasi abbozzo di nuova fondazione denunziando i fatti alla competente autorità regia. Infatti, un memoriale del 17 maggio 1684, riepilogando le donazioni reciproche avvenute tra donna Maria G o m e z de Silveyra ed il consorte Giuseppe Lanza, annovera la «Terra SJl Stephani Mistrectae cum eius mero et misto imperio ac integro et indiminuto statu, quequidem Terra huìus annis praeteritis ab maxima ìnundatione aquarum et ut dici tur per li palanchi fuit diruta et devastata ita ut dici tur allavancata et non amplius habilis. Valde dictus lll.mus Dux Camastrae volens novam terram aedificare prope mare et in feudo nominato [...]. ipsius universitatis S." Stephani, fnìt impeditus a juratis Mistrectae qui pretendehant terram predictam aedificare non posse, nisi in eodem loco in quo erat edificata, quod nullo modo in dicio loco ut dicitur per li palanchi aedificare poterai et fuit dictus III,""" Dux cohactus litigare in Tribunale Kealis Patrimoni a quo tandem obtinuit Ucentiam reedificandi dìctam novam terram prope mare, qua lìcentìa stante dictus IH."1"5 Dux iam incepit fabricare dictam novam terram prò ut ad presens reedificatur cum pecuniis tam propris, quam alienis et mutuatis et exbur^atìs ad caiubium [.. .]'AA. Perciò, i Giurati di Mistretta avevano osteggiato subito il tentativo della nuova fondazione, pretendendo che la Terra n o n si potesse riedificare se n o n dov'era e com'era. Questa diatriba aveva costretto Giuseppe Lanza ad arrestare precipitosamente qualsiasi forma d'insediamento, anche effimero, al Piano del Castellacelo, causando la momentanea dispersione dei rifugiati in altri ricoveri temporanei situati nelle campagne del loro sventurato casale. Ma la pervicacia del D u c a di Camastra e l'evidenza dei fatti disastrosi avevano convinto, prima ancora che il Tribunale del Real Patrimonio, lo stesso Viceré, il quale convalidava le scelte del feudatario, rilasciandogli una licenza "aperta", ovvero una concessione che gli consentiva di scegliere, senza ulteriori interferenze, dove e come riedificare la Terra: "[...] concedemo alti sudettì supplicanti (Lanza e de Silveyra) licenza e facultà di potere reedificare la detta terra dì SI" Stefano disfatta dalle dette lavanche in loco atto et alti detti supplicanti ben visto nello territorio di detta terra di S.t0 Stefano et in qualsivoglia parte di esso Frattanto, i nove mesi trascorsi dalla frana alla risoluzione vicereale, oltre ad accreditare il D u c a come strenuo defensor dei poveri vassalli (e del proprio interesse), con una certa plausibile sicurezza sull'esito del contenzioso grazie ai forti legami tra lo stesso D u c a e la Corona, consentivano al feudatario di riflettere 14 ASPa, Fondo l'rubia, serie "A", voi. 90, ce. 442 e ss. '"' Lettera del Viceré Francesco Bonavides, Conte di Santo Stefano, relativa alla concessione della licnlia a-dìftcmidi, rilasciata a Palermo il 30 marzo 1683: cfr. S. RUGGERi, Santo Stefano..., cit., p. 7374.


di Nico Marino, Voi. 11(2012)

meglio sul da farsi, riconsiderando l'intera questione come una straordinaria opportunità per la quale valeva la pena impegnarsi in prima persona con "militaresca" disciplina, attraverso l'individuazione di metodi ed organigrammi gestionali, come ci accingiamo a descrivere. Il Castellazzo, il Fondaco ed il Palazzo L'idea della nuova città trovava il primo concreto momento inaugurale nella costruzione del palazzo riservato al suo Signore, edificio che, dopo l'emancipazione umanistica, non poteva certo essere avulso dal tessuto urbano, alla stregua di una fortezza medievale, con le difese allestite contro la stessa città. Esso andava opportunamente integrato alla maglia generatrice del nuovo impianto, costituendone il caposaldo primigenio ed ergendosi tanto monumentale ed elegante agli occhi dei nuovi abitanti che lo avrebbero scrutato dall'interno, quanto arcigno e munito agli occhi dei forestieri che si approcciavano alla nuova terra dalla vallata e, soprattutto dal mare16. In più circostanze è stato avallato il convincimento che il palazzo si sorto addossandosi ai resti della torre di Serravalle, ricuperandone il basamento per commutarlo nel cosiddetto bastione, teoria in parte instradata dalle similitudini formali del volume tronco-piramidale e del cordone lapideo marcapiano col tipo di torre costiera realizzata in più parti della Sicilia secondo il modello teorizzato da Camillo Camilliani (Fìg. 1). A scanso di ulteriori equivoci, sfatiamo subito tale convincimento, confutandolo attraverso semplici deduzioni logiche, citazioni topografiche e, specialmente, con la certezza dei documenti che narrano le fasi costruttive del bastione in quanto tale, riguardo a tutte le sue diverse componenti (murature a scarpa, terrapieno, cordone marcapiano ecc.). Il Castellacelo, descritto e rappresento nel 1584 da Camillo Camilliani come "anticaglia disfatta e consumata In molte parti"11,

malgrado la sollecitazione

di

quest'ultimo a restaurarlo per avere rispondenza visiva con i castelli di Tusa e di Caronia, restava una piccola fortezza semidiroccata, costituita essenzialmente dai muraglioni sbocconcellati della torre, entro una più bassa cortina perimetrale (Fig. 2), e dai sotterranei che, nonostante la fatiscenza del complesso, continuavano ad essere utilizzati come segrete per i galeotti durante la loro traduzione da Messina a Palermo e viceversa. Serravalle, difatti, era parte integrante di quel tragitto carcerario, direttamente statuito dall'amministrazione vicereale, che da Capo d'Orlando, interessando le fortificazioni litoranee di San Marco, Militello, Caronia,

16 Con le necessarie distinzioni, segnatamente riferite alla volontà dì attestare o meno il palazzo alla preesistente torre federiciana, interessanti appaiono alcune analogie con il precedente rappresentato dalla fondazione di Menfi (1638) voluta da Diego Aragona e Tagliavia dove la residenza ducale, in questo caso unita alla fortezza dì Burgimilluso, occupava il margine destro dell'abitato fronte mare: M. VESCO, Diego Aragona e Tagliarla comi/zittente di città nuove, in A. C A S A M E N T O (a cura di), Fondazioni urbane. Glia nuore e/tropee del Medìoem al' Xorm'iito, Roma 2012, pp. 293-301. 17 M. SCARLATA, L'opera di Camillo Camilliani, Roma 1993, p. 165.


Santo Stefano, Tusa, Cefalù e Termini, approdava a Palermo. DÌ questa particolare funzione abbiamo attestazioni dirette in almeno due circostanze: nell'aprile del 1715, Don Pietro Antonio de Riguarda, Capitan d'Armi straordinario del Valdemone, per il suo trasferimento con ben 48 galeotti verso la Capitale, faceva tappa a "lu carcere di lu Castellanti", imponendo alla locale Università di sfamare i suoi uomini ed i forzati; nel gennaio e nell'aprile del 1720, medesime disposizioni erano impartite per la traduzione nell'uri caso di diciannove corsari liparoti, nell'altro di dodici marinari napolitani18. Basterebbero questi fatti a sancire la totale incompatibilità fra la residenza del Duca e l'uso reclusorio che si continuava a fare della fortezza di Serravalle, ancora per tutta la prima metà del Settecento, ovvero quando il palazzo era già attivo nelle sue destinazioni di rappresentanza al piano nobile ed in quelle utilitaristiche al piano terra (cavallerizza, frantoio, magazzini dell'olio, ecc.), mentre le descrizioni che se ne fanno durante gli stessi anni non riportano traccia alcuna di ambienti carcerari. Alla luce di tutto ciò, anche se Giuseppe Lanza avesse voluto riutilizzare le strutture obsolete del Caste/laccio, non poteva certo impossessarsi di un presidio adoperato, in tempi più antichi, dalla Deputazione del Regno e del quale continuava ad avvalersi il potente Tribunale del Real Patrimonio. Egli, anzi, avrebbe dovuto garantirne la conservazione in quanto feudatario del territorio nel quale ricadeva, non potendosene giovare neanche come prigione per la stessa amministrazione del mero e misto imperio, impedimento che lo induceva a fare costruire ex novo due piccole celle di reclusione dentro la nuova città. Perciò, il 15 gennaio 1685, pagava circa 50 on%e a mastro Domenico de Amato «per avere fatto a suo attratto e magisterio canne 56 di fabbrica dì calce e arena [...] arrivatura e imbiancatura [... / della Carcera, fuso et suso, existente in detta preditta terra nel quarterio della Porta di Palermo»19.

Assodato che la torre di Serravalle non poteva coesistere col palazzo del Duca, cerchiamo adesso di localizzare la fortezza medievale partendo dalle motivazioni per le quali era stata edificata: secondo le più antiche ed accreditate fonti20, essa sarebbe sorta all'inizio del XIV secolo per iniziativa di Federico d'Antiochia, signore di Mistretta e conte di Capizzi21. L'impresa attingeva plausibili motivazioni dall'annoso conflitto angioino-aragonese, quando le coste erano infestate da ricorrenti e sanguinarie scorrerie francesi, per cui la Corona avallava l'installazione di questa e di altre fortificazioni, assecondando la stringente

18 Archivio Storico Parrocchiale di Motta d'Affermo (ASPM), \:<>nd<i Cmiahiìin Castelli, Registro dei mandati dell'Università di Tusa, ce. 164, 165. L'ordine per la traduzione dei detenuti era stato promulgato il 21 gennaio 1720 dal Capitan d'Ama à Guerra di Naso. 19 Archivio di Stato di Messina (ASMe), Noi. Ignoto, busta 8226, fascicolo V i l i , 2° parte, e. 33. 20 V. AMICO, Dizionario topografico..., cit, II, p . 497. 21 Sugli Antiochia si veda V. D'ALESSANDRO, Polìtica e società nella Sicilia aragonese, Palermo 1963, pp. 70-73.


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necessità dì garantire un adeguato deterrente militare sulle attività della marineria, sul transito di uomini e mercanzie alla foce della fiumara, nonché sull'itinerario tirrenico che ricalcava a malapena le tracce dell'antica via Valeria. A proposito di quest'ultima importante via di comunicazione, alcuni riferimenti indiretti lascerebbero indiziare una giacitura più litoranea rispetto a quella che rileviamo odiernamente. Il moderno attraversamento della Settentrionale Sicula, infatti, è scaturito dal progressivo adattamento di una diversione sollecitata dall'opportunità d'intercettare il luogo occupato dalla ricostruzione del nuovo centro, tramite l'ausilio di espedienti tecnologici di livellamento stradale abbastanza ponderosi e recenti (seconda metà del XIX prima metà del XX sec). La valutazione sulla prossimità costiera dell'antico percorso è di fatto confortata da una serie di notazioni che riguardano il posizionamento di un altro edificio con funzioni primarie per i traffici del tempo, ovvero il cosiddetto fondaco, infrastruttura deputata a ristorare i viandanti, accogliendo e stoccando in sicurezza derrate di qualsiasi genere. La teoria secondo cui tale attrezzatura era situata all'angolo sudorientale del nuovo impianto di città, preesistendo allo stesso impianto e costituendone quasi un riferimento obbligato, seppure accattivante, risulta destituita di ogni fondamento, poiché, come recitano gli stessi documenti, questo blocco edilizio, compresa la chiesa di San Giovanni, veniva edificato ex novo proprio durante le fasi di rifondazione urbana. Invece, giusto per riepilogare alcune tra le citazioni più interessanti, nell'estate del 1477 veniva chiesto al Viceré dì autorizzare il ripristino dì una vecchia torre esistente nel luogo di Serravalle e la costruzione di tre magazzini per destinarli a deposito di frumento, formaggio, cuoiame, lane ed altre merci da imbarcare nel vicino caricatore22; ancora più esplicito è il documento secondo cui il Duca di Camastra, dopo i catastrofici eventi del 1682, nell'intento dì normalizzare la quotidianità del nuovo abitato, peraltro ancora in costruzione, il 18 novembre 1684 reclutava un certo Andrea Mineo, alias Sacco, proveniente da Castelbuono, per gabellargli la gestione della macelleria, del forno, «existentem in hacpreditta terra S." Stephanì, in quarteria nominato la Porta di Palermo» e soprattutto il «fundacum nominatum delti gratti in Udore maris prope hanc predittam terram et hoc unum cum stantiis in eo existentibus et cum isolis terranis existentibusprope diclttm fimdacum [...]», con la clausola specifica che il Duca stesso si fosse impegnato a «conciare e reparare dicto fumo et fundacum ac stantias predettas, cum patto che [...] habia da complire e perfettiva re dì tutto punto, quanto più breve sì può, la Torre al presente ìcomplìta in ditto fundaco»23'. Dunque, il fondaco si trovava fuori le mura, in prossimità del mare, con altri fabbricati ad una sola elevazione, dotato di un edificio alto a scopo difensivo ma ancora da completare e perfezionare. In sostanza, si trattava dell'originario nucleo della Marina in contrada Grotte, a ridosso dello storico attracco naturale (più recentemente denominato "Varchi Ruossì"), 22

A. PALAZZOLO, Un frammento dì Storia Medievale a proposito dei "Castni ai" di Mìgaìdo, in Miscellanea Nebroidea, contribuii alla conoscenza del territorio dei Xebrodi, Sant'Agata dì Mìlite!lo, 1999, pp.160-161. 23 ASM, Noi Ignoto, busta 8226, fascicolo V i l i , 2° parte, e. 6.


che, intorno al 1770, sarà letteralmente spazzato via dall'iniziativa degli Strazzeri, i quali lo soppianteranno con l'edificazione di una Casina di villeggiatura, di una chiesa dedicata a Sant'Elia, di abitazioni per i pescatori e di officine per la lavorazione dei prodotti ittici, configurando il borgo marinaro così come ancora lo si poteva osservare qualche decennio addietro (Fig, 3). Pertanto, l'impervio e remoto attraversamento costiero, nel breve tragitto che interessava i nostri luoghi e nell'ipotesi di percorrenza da Messina verso Palermo, per ovvie quanto tassative ragioni di opportunità commerciale e militare, lambiva il fondaco della Marina e, risalendo a mezza costa, scavalcava il passaggio obbligato del Castellalo. Da qui s'innestava la tramerà che, ricalcando lo spartiacque del crinale, s'inerpicava fino alla città di Mistretta, diramandosi per il vecchio casale di Santo Stefano e per il diffuso insediamento colonico della contrada Vacante. Riportandoci ai tempi degli Antiochia, la loro trecentesca torre alla foce del Serravalle viveva una stagione tanto esaltante contro il nemico angioino quanto effimera per le controverse dinamiche dei rapporti tra la Corona aragonese e la feudalità siciliana: infatti, re Pietro ordinava di diroccarla come ritorsione contro Federico d'Antiochia che si era consociato alla sedizione di Francesco Ventimiglia (1337-38)24. Così, pare che sia rimasta in stato di rudere per più di un secolo, ovvero almeno fino all'I 1 gennaio 1453, quando un certo Antonio Agnello otteneva la concessione dì costruire nuovamente una torre alla Marina di Mistretta2-"1 In ogni caso, l'esatta dislocazione della fortezza era frutto di attente valutazioni logistiche volte ad assicurare un adeguato sbarramento d'accesso, la posizione incombente sulla rada e, soprattutto, la copertura della gittata visiva dal fondovalle al castello della città demaniale, assicurando le reciproche segnalazioni di fumo e fuoco. Condizioni, queste, intrinsecamente connaturate a quella propaggine rocciosa che, seguendo il digradare del crinale, a valle del palazzo Trabìa, sì protende verso il Tirreno, comunemente identificata col toponimo "Teléffu", evidente derivazione di quel corpo di fabbrica che alloggiava il telegrafo, puntualmente segnalato nella cartografia del Bonaviri (1857) (Fig. 4). Un'ultima e forse decisiva testimonianza per localizzare il vetusto torrione, entrato nel gergo della locale comunità col termine Castellalo, ci viene resa dalla cronaca del sopralluogo effettuato il 16 giugno 1686 al fine di censire sia le terre impegnate dall'edificazione del nuovo abitato, sia quelle ricadenti nel suo immediato intorno come dotazione della collettività civica (o dell'Università che dir si voglia), espungendole dal feudo Romei ed esentandole dal pagamento del censo dovuto al feudatario. In tale circostanza, i due agrimensori, incaricati rispettivamente dall'Università e dal Duca, dovendo procedere all'identificazione 2i

T. FAZZELLO, Detta storia di Sicilia Deche Due, tradotte in lingua toscana dal P.M. Remigic Fiorentino, Palermo 1817, Voli. 3,1, pp. 529, 603. 25 A. PALAZZOLO, Unframmento,cit..., p. 160.


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delle terre extraurbane, discendevano idealmente lungo il profilo che segna la sponda orientale della fiumara e raggiungevano proprio il Castellalo, rispetto al quale, a mano manca, distinguevano i terreni lavorativi che digradavano fino al mare fiancheggiando le ghiaie torrenziali (Ottura), a mano dritta quegli altri che si estendevano fin'oltre il Gurga^o (Vallone Tudisco?), tutto ciò mentre si lasciavano alle spaile «il terreno del piano di sopra dove al presente si sta fabbricando la nova terra di Santo Stefano», ovvero il cosiddetto Piano del Castellacelo20. Ottenuta la lìcentia adifìcandi il 30 marzo, Giuseppe Lanza già nel mese di maggio 1683 intraprendeva le fabbriche della nuova città con una prontezza organizzativa che potrebbe sembrare inverosimile a distanza di un solo mese dalla concessione del Viceré, se non considerassimo il lasso di tempo trascorso per la risoluzione del contenzioso giurisdizionale con Ì Giurati di Mistretta, periodo nel quale è plausibile che il Duca, da buon coordinatore, abbia avuto modo di affrontare tutte le implicazioni della vicenda, dalla scelta della straordinaria "forma" urbana con tutte le relative suggestioni che l'avrebbero ispirata, alla valutazione degli strumenti finanziari, fino al reclutamento delle maestranze, opportunamente selezionate ed "intruppate" con criteri di specializzazione, per allestire un formidabile cantiere, senza lasciare nulla al caso. In questa serrata economia organizzativa, è lecito sospettare che lo stesso breve periodo trascorso tra la lìcentia ed i primi contratti di fabbrica sia servito al Duca per fare tracciare i contorni degli isolati che avrebbero configurato la nuova città. Con procedure illuminanti anche per capire le scelte adottate dopo il catastrofico terremoto del 1693 per la ricostruzione del Val Demone e del Val di Noto, egli evitava qualsiasi tentennamento che, in quella fase, sarebbe stato fatale, circondandosi di persone fidate e di operatori già accreditati nel suo entourage, senza rinunciare a dirigere personalmente tutte le principali iniziative. Dall'estate del 1683 all'autunno del 1684, salvo sporadici allontanamenti, risulta presenziare alla stipula di tutti i contratti, senza avvalersi di alcun procuratore, piuttosto, auspicando l'assistenza come testimoni agli atti notarili dell'arciprete Filippo Lo Conti, del guardiano dei francescani Ludovico Averna, dei Giurati e dei notabili. Interventi, questi, che ratificavano una larga condivisione dell'impresa tra i ranghi della locale collettività. Sul piano strettamente operativo, proprio per intraprendere le fabbriche, ricorreva ad un'equipe di muratori, scalpellini e capomastri provenienti dalla sua terra feudale di Pettineo, distogliendoli momentaneamente dalla ristrutturazione del castello di quella località, da lui stesso commissionata27. Si trattava di artefici molto esperti nell'intaglio lapideo, cui veniva riservato il compito di cesellare le membrature architettoniche dei primi e più rappresentativi edifici, ossia del Palazzo ducale e del Convento francescano28. 26

S. R U G G E R I , Santo Stefano..., cit., p.76. La ristrutturazione del Castello di Pettineo sarebbe stata ripresa dopo la ricostruzione di Santo Stefano, col rifacimento di alcune volte nel torrione principale ad opera di mastro Geronimo d'Auyeni: A. P E T T I N E O , Pettineo la storia nella storia, Bagheria, 2007, p. 115. 27


Infatti, solcato il perimetro della nuova città, Giuseppe Lanza ne definiva la cuspide nordoccidentale con la propria residenza, desiderandone fortemente la contiguità al cenobio dei frati e riservandole uno spazio di filtro che ne marcasse una certa distinzione dal resto dell'abitato dei vassalli. Invero, la configurazione "urbana" dell'edificio era abbastanza diversa dall'attuale, poiché la piazza sulla quale prospetta n o n era che il suo "baglio", e l'avancorpo esistente fino a qualche decennio addietro n o n era che un adattamento ottocentesco dell'originario e monumentale scalone a tenaglia, le cui rampe sì protendevano verso la fontana, tutt'ora parzialmente conservata, in un artificioso contrappunto scenografico, degno delle migliori ville sorte nel suburbio palermitano, presso la Piana dei Colli e, p o c o più tardi, a Bagheria. La domus magna, sin dalla sua iniziale concezione, era composta da due blocchi inquartati che s'incardinavano ad un ampio modulo centrale con funzioni distributive e di rappresentanza. Ferme restando le destinazioni strumentali del pianterreno, il piano nobile si articolava nel grande salone centrale, dove sbarcava lo scalone esterno, e nei due quarti del "bastione'' e del "magagno", cosiddetti dalle rispettive fabbriche confinanti. Ciascun quarto si componeva di anticamera, retrocamera e camera, con la sola distinzione che, dalla parte del "bastione", il quarto si completava con la camera dell'alcova, mentre dalla parte del "magagno" con quella dell'archivio. Tutti gli ambienti erano riccamente adorni con u n o straordinario corredo di pitture su tela per le quali, avvalendoci di un inventario redatto nel 1742, possiamo restituire un'idea sommaria ma significativa, adoperando il seguente consuntivo 2 9 : 30 quadri grandi situati nelle pareti principali di tutte le camere e della sala centrale; 28 quadri, men^ani collocati per lo più sulle porte di passaggio da un ambiente all'altro; 7 quadri grandi e lunghi sovrapposti alle grandi aperture dei balconi; 13 quadri piccoli 24 quadri tondi e 40 quadretti su carta. Purtroppo l'inventario n o n specifica i soggetti, fatta eccezione dei quadri sopraporta, con prevalente raffigurazione di paesaggi, di 9 carte geografiche, 7 delle quali collocate nella camera dell'alcova che si affacciava sul bastione e 2 nell'anticamera, facendoci agevolmente identificare gli ambienti che il D u c a aveva eletto come suo quartier generale per scrutare la sua impresa. Con scelte eccezionalmente analoghe il Camastra, giunto a Catania per il cataclisma del 1693, si stanziava in alcuni locali posti sul baluardo San Salvatore per pianificare e controllare le sue strategie d'azione 30 .

28

Cfr. A. PETTINEO, Storie e artefici dì un 'utopìa urbana a S. Stefano dì Camastra, in «Paleokastro», n° 6, novembre 2001. 29 ASPa, Archino Traina, voi. 388, ultime carte senza numerazione. Sebbene l'epoca dell'inventario sia successiva di un cinquantennio ai fatti della rifondazione di Santo Stefano, pare fotografare la condizione del palazzo al tempo del Duca, marcando anche una certa condizione decadente di arredi e suppellettili derivata dal progressivo abbandono dell'edificio da parte dei Lanza. •10 Cfr. L. D U F O U R , H . R A Y M O N D , 1693 Catania... cit, p. 65.


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Riportandoci al principio della nuova fondazione, lo stesso palazzo, appena definito nella sola prima elevazione, oltre a fungere da riferimento preordinato all'esercizio del potere feudale, nei primi mesi assolveva alle urgenze gestionali del cantiere, accampando maestranze e materiali, ingombri che ben presto avrebbero lasciato posto ad una capiente "cavalierini'', all'officina del maniscalco, ai ricipifttrì (cantine), allepitarre (giare) dell'olio e ad un vero e proprio frantoio. Le attività per l'ultimazione della dimora ducale procedevano comunque di pari passo con quelle del bastione, così come possiamo evincere dal contratto con il quale i mastri Giuseppe e Paolo Ffrruzza, provenienti dalla terra di Petralia Sottana, il 14 dicembre 1683 s'impegnavano a completare la fabbrica già iniziata con l'elevazione del secondo piano (quello nobile) «per insino alti tetti», collocando mensole, stipiti, architravi e cornici dei balconi e delle finestre, nonché i gradini dello scalone, già intagliati «dalli mastri di Pettmeo»31: col medesimo contratto si obbligavano a «complirci et perfettionarci di tatto punto il bastione collaterale di detto palalo, ad altera di detto bastione di altri palmi sei, ita che la fabbrica incominciata di detto bastione è al presente di altera di palmi sei [...] con metterci in detto bastione il suo cordone et farci il bianchìato [.. ._/»32. Non appena ultimate le murature in elevazione del piano nobile, apprendiamo da altre notazioni del 1684 che il mastro d'ascia palermitano Marcantonio Galercia realizzava gli infissi di legno per Ì balconi ad imitazione di quelli già fatti per il palazzo che il Duca stava contemporaneamente ristrutturando nella Capitale33, mentre i mastri Sebastiano di Salvo e Bartolo Fundacaro ordivano Ì solai lignei «tanto di sotto quanto di sopra [...] etfarci ti soy listuni scorniciati a scacco» e «la sala con il tetto piano, dell'istessa sorte scaccolata e scorniciata»34. Pertanto, desumiamo facilmente che la prima versione del palazzo, nel solco della tradizione cinqueseicentesca, non disponeva di auliche volte ma di più austeri soffitti lignei a cassettoni pronti ad accogliere una decorazione pittorica a motivi floreali. «Apud novam terram S." Stephani in plano Castellatii»: l'epopea della ricostruzione Il cospicuo lasso di tempo trascorso dallo smottamento di una parte del vecchio casale alla disponibilità di abitazioni presso la nuova terra, combinato con la paradossale applicazione del vincolo d'intrasferibilità dei vassalli, aveva indotto gli sfollati ad arrangiarsi, trovando estemporanei ripari nei paraggi del caseggiato risparmiato dalla frana, dove, tra l'altro, un discreto numero di abitanti avrebbe

11 Nella contabilità personale del Duca, risalente al 1683, si pagano 41) ou-^e alle maestranze di Pettineo «per annui fello cinqui' f/nìstronì d'ìnlaidìo ella mia nova casa in SJ" Stipano»: ASPa, Archivio Trabia, voi. 900, e. 6v; sono inoltre registrati pagamenti «a/ti ///astri pi!tini-si per k due comici delle finestre della casa e per li: comic/ di dui f/uislroua ... per li furi/li della porta delpalalo» e per ut re f/n/stroni di cui uno grande per il Convento»: ASPa, Archino 'Trabia, serie "F", voi. 49 ce. 102, 113. 32 ASMe, Not. Ignoto, busta 8226, fascicolo V i l i , e. 28. 33 ASPa, Archìvio Trabia, serie "F", voi. 49 ce. 117, 121. "' inide li/.


continuato ad abitare fino all'autunno del 1685, frequentando gli uffici sacri nella Matrice ancora perfettamente intatta e funzionante35. D'altra parte, la collettività stefanese, pur non misconoscendo i meriti e l'impegno del feudatario per trovare il giusto rimedio alla catastrofe, non sposava unanimemente l'idea del trasferimento di massa. Rileviamo questo dissenso latente e in misura circoscritta attraverso l'inedita prassi con cui il Duca regolamentava l'esodo dall'antico al nuovo insediamento: tutti i proprietari delle case superstiti (circa 200) erano tenuti a rimuovere le coperture delle dimore, ricuperando le tegole e trasportandole al Piano del Castelaccio per reimpiegarle sui tetti dei lotti progressivamente edificati ed assegnati. Chi non si fosse attenuto a questa regola veniva materialmente sfollato poiché l'amministrazione feudale disponeva ed attuava la scopertura del fabbricato e la requisizione delle tegole. Di queste procedure coattive abbiamo sia indicazioni generiche, sia specifici riferimenti ai "dissidenti", come nel caso in cui le maestranze erano compensate dal Secreto «per avere fatto scamcare la casa di Antonino d'Aurea, di mastro Sebastiano Moretto, di Giuseppe ho Buscio, del Canonico di Branco, d'Erasimo Morrato e spedale»^. In altre circostanze e per giustificati motivi si concedevano delle deroghe temporanee: a certo Giovanni di Bianca, si dava «licentia di non scommigliare la casa per la promessa che per tutto il mese di novembre (1684) se ni viene ad abitare la Terra nuova, altrimenti perdirà li canali»57. In ogni caso, malgrado queste limitate resistenze, l'intera popolazione risultava trasferita entro la fine del 1685. Per attivare la ponderosa macchina della ricostruzione Giuseppe Lanza aveva inviato in molte località come proprio emissario di fiducia il capomastro Geronimo d'Auyeni (Ojeni) perché provvedesse ad un oculato ingaggio di costruttori e manovalanze. Ai più mastro Geronimo risulta ignoto, ma anni di ricerche hanno consentito di ricostruire la statura di un personaggio di tutto rispetto, protagonista delle maggiori imprese costruttive portate avanti nei paesi dell'area nebrode-madonita per tutta la seconda metà del '600 e nei primi anni del 700. Nato a Pettineo nel 1637, scandiva tutti gli avanzamenti di carriera, iniziando dal ruolo di semplice scalpellino, proseguendo con quello di "capomastro" ed approdando alla prestigiosa qualifica d'ingegnere. In estrema sintesi, la sua attività è documentata nelle costruzioni e ricostruzioni delle Matrici di Tusa, Castel di Lucio, Motta d'Affermo, Capizzi, Pettineo e Reitano38, compiendo anche operazioni particolarmente impegnative sotto il profilo tecnico nella Maggiore Chiesa di Nìcosia e dirigendo la fabbrica della cupola in quella di Mistretta39. Le

" ASPM, Fondo Gioacchino Cash-Ili, Carreggio su Santo Stefano di Camastra, ce. 58-64 ASPa, Archivio Trabia, serie "F", voi. 49, e. 88 1 Idem, e. 12óv. (ultimo foglio del volume). 38 Cfr. A. PETTINEO, Andrea Gigante e la chiesa di S. Rocco a Motta d'Affermo, Messina, 1997, pp. 2223, 26; A. PETTINEO, intagliatori e lapicidi nelle iesiinionian^e architettoniche e nei paesano urbano dell'arca nebrode-madonita, in L'artigiano artista elei Xehrodì occidentali, Milazzo, 1999, pp. 14-15. 39 Su tale argomento si rimanda ad un prossimo studio monografico dello scrivente e di Giovanni 36


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sue opere documentano ancora oggi una grande perizia imprenditoriale e un'approfondita conoscenza della trattatistica architettonica che padroneggiava con rigore e versatilità. Nella nuova terra di Santo Stefano, mastro Geronimo, insieme ad un'equipe di sua fiducia, rispettando l'ormai consueto parametro della comune provenienza, veniva direttamente incaricato della realizzazione delle fabbriche più importanti del centro40: dirigeva personalmente lo smontaggio il trasporto e la nuova erezione delle colonne della Chiesa Madre; dava un contributo determinante all'elevazione del palazzo ducale41, progettava la fontana dello spiazzo antistante il medesimo palazzo, curando personalmente la scultura di quattro statue per le corrispondenti nicchie42 (1687), attendeva alla gìacatura delle strade e della cavalierino4*, e, soprattutto, si occupava della costruzione del Convento dei Minori e della chiesa intitolata a S. Maria della Catena44, opera della quale corrispondeva direttamente il Camastra, avendola finanziata dall'inizio alla fine. Dalle sue ricognizioni e dai reclutamenti operati a suo insindacabile giudizio scaturiva l'organigramma operativo del gigantesco cantiere, al quale prendevano parte una molteplicità d'impresari, con le loro rispettive squadre composte da 8 a 10 uomini, che di seguito elenchiamo per dare contezza della complessità nella quale si veniva ad operare: tra Ì più attivi si distinguevano ì mastri Giuseppe, Filippo e Paolo Firruzza, provenienti da Petralia Sottana; mastro Vincenzo Palumbo ed i Barreca da Castelbuono; mastro Paolo Mangano da Giarratana; mastro Giuseppe di Noto da Mussomeli; mastro Giuseppe Gialluisi da Caltanissetta; mastro Battista Cicala da Santo Mauro (Castelverde); mastro Domenico de Amato da Castel di Lucio; mastro Antonino Battaglia da Termini; Mastro Giuseppe Di Martino da Cefalù. Per quanto riguarda le opere che necessitavano di particolari pezzature lapidee intervenivano gli scalpellini Francesco Credenzeri, Geronimo Russo e lo stesso d'Auyeni, tutti di Pettineo. Le forniture del legname necessario alla tessitura dei solai e delle coperture si appaltavano a mastro Vincenzo Racinazzo, della terra di Naso, che, approvvigionandosi dai boschi dei Nebrodi, s'impegnava a consegnare travi, arcarecci e tavolame «arraspati sen^a scorcia conforme si costuma nel/i magagni della Ugnarne della città di Palermo», sbarcandoli «in marittima huius teraae SJ' Stephani in frontispizio fundacì nominati detti Grutti» entro il mese di gennaio del 168445. La Travagliato, cui devo la gemile comunicazione di questa notizia e che in questa sede ringrazio. 40 ASPa, Archivio Trabia, serie " F " , voi. 49, ce. 78-117. 41 Idem, ce. 102,113. 42 Purtroppo, di tali statue non vi è più traccia e la stessa fontana ha subito un notevole degrado per la natura deperibile della pietra arenaria di cui si compone. Mastro Geronimo per tali sculture riceve un compenso di 5 on-y. ASPa, Arduino Traina, serie " F " , voi. 51, e. 121. 43 Ibidem. 44 ASPa, Archivio Trabia, serie " F " , voi 49, e. 117, voi. 51, e. 121; ASM, Not. Giuseppe Salemì, voi. 1698, e. 87, 18 febbraio 1687. 45 ASMe, Not. Ignoto, busta 8226, fascicolo V i l i , e. 22.


somministrazione dell'ingente quantitativo di pietra si affidava ad un'indefinita pletora di lapicidi, quasi tutti originari di Petralia Sottana46, che non poche volte si sarebbero rivelati come l'anello debole del sistema, ritardando o disattendendo le forniture, fino a costringere il Duca ad imputarli giudiziariamente, ottenendone la carcerazione e la restituzione degli anticipi47. Com'era logico, dopo il tracciamento dell'inedita pianta urbana, le iniziali attività costruttive erano finalizzate all'innalzamento delle mura perimetrali per offrire da subito le basilari condizioni di sicurezza ai primi abitanti che, plausibilmente, erano gli stessi profughi senza dimora per la frana del casale. Lo stesso termine "Terra", con cui la nuova Santo Se/ano era definita, si rifa al preciso cifrario giuridico che, dal basso medioevo, era strumentale al riconoscimento dei borghi fortificati48. Tuttavia, la presenza di mura urbane non va travisata con i sofisticati sbarramenti merlati che l'odierno immaginario collettivo ci restituisce, poiché per la nostra località, come nella maggior parte dei casi, le mura altro non erano che il paramento cieco di una serie d'abitazioni disposte a formare una cortina, interrotta solo in corrispondenza di pochi passaggi. Riguardo a questi varchi, identificati da subito coma la Porta di Palermo e la Porta di Messina, dotati d'infissi lignei, a loro volta incardinati a stipiti lapidei, nel più classico dei meccanismi che consentivano l'immediato sbarramento con la chiusura delle ante, possiamo ora identificarne l'artefice in mastro Geronimo d'Auyeni che nell'autunno del 1683 veniva retribuito insieme ai suoi "compagni per la mastrìa delle due porte che fanno in S.'° Stefano"*®. Precisiamo inoltre che i due accessi alla città non erano situati, come recentemente si è creduto, alle due estremità dell'attuale Corso Vittorio Emanuele, condizione inammissibile nella prassi strategica che avrebbe certamente scongiurato di spalancare al nemico l'asse principale dell'insediamento nella malaugurata evenienza di una breccia; esse, piuttosto, erano sapientemente sfalsate poco più a Nord e a Sud del medesimo asse, diagonalmente simmetriche, facilmente traguardabili dalle artiglierie dei bastioni ed apotropaicamente vigilate dalle chiese di S. Maria della Catena (S. Francesco)50 e di S. Giovanni Battista51, in modo da creare l'obbligo 46

Tra gli intestatari dei contratti si ricordano i cavatori Giuseppe, Rocco e Giovanni Randazzo, Domenico Li Puma, Placido Fumati, Apollonio e Geronimo Santoro, Michelangelo Missineo, Antonino Xclfo, Pietro Inzuni, Giseppe di Pasquale, Giuseppe Caudararo, Francesco Violante, Antonino Castaldo. 47 C o n un atto di citazione dell'I luglio 1686, Giuseppe Lanza intima ai lapicidi il rispetto delle condizioni contrattuali: ASP, \ot. din seppe ì://nio, voi. 3241, e. 795; vista l'ulteriore inadempienza, il 27 agosto elegge come suo procuratore Bartolo Macaluso per recarsi a Petralia Sottana, arrestare Ì truffatori e tradurli nelle carceri della Terra di Santo Stefano: idem, e. 1142; infine, il 20 ottobre 1686, stipula un accordo transattivo con mastro Francesco Giunta, pure lui di Petralia, che si fa garante dell'operato dei lapicidi (ancora carcerati) depositando una fideiussione di quasi 132 on-^e alla Tavola di Palermo: Idem, voi. 3242, c.179. 48 F. MAURICI, Lei terw/ii'J'i:!/:: c'h-ìì'iìiSL-dia/in-ntf, ••• dc/i'iuri.iiìeHia-a jon'ìiicata nei/ti Sicilia niedkrak, in Castelli medievali di Sicilia, Palermo 2001, pp. 63, 69, 73, 49 ASPa, Archivio Traina, serie l a voi. 900, e. 7v. 50 Puntualizziamo che la chiesa dei Francescani, poi del Collegio di Maria, fino al 1835 non


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d'attraversamento a "gomito", perfettamente difendibile e spiazzante per coloro che avessero approcciato la sconosciuta e labirintica maglia urbana. La cellula domestica, chiusa su tre lati ed aperta esclusivamente verso l'interno dell'abitato, era l'addendo ideale per la configurazione di una perfetta forma chiusa che avrebbe delimitato il territorio urbanizzato almeno fino alla fine del Settecento. Le mura conservavano n o n poche caratteristiche del loro antico carattere sacrale, viste come mezzo di difesa, come segno di distinzione fra città e campagna e come limite di una giurisdizione. Si trattava di u n recinto che sanciva il presupposto della cittadinanza, con pochi diritti ed onerose subordinazioni ad angherie e servitù, derivate anche dall'assegnazione censuale di un lotto edificabilc La dimensione di questo spazio era di lunghezza e larghezza costanti, con l'asse maggiore usualmente ortogonale alla maglia viaria. La misura doveva rispondere ad una chiara esigenza di natura tecnico-costruttiva, mirata a razionalizzare l'impiego delle travature lignee di copertura, essendo difficile oltre che costoso superare i cinque o sei metri 52 . La casa n o n era che uno degli ingranaggi del ciclo produttivo e, in quanto tale, bastava che rispondesse al minimo della funzionalità. Le dimore finanziate dal Duca erano indistintamente terrane (ad una sola elevazione), costituite da u n o o due ambienti destinati al ricovero d'uomini, animali e derrate, considerato che i vassalli avrebbero trascorso la maggior parte del loro tempo in campagna. I contratti per la loro edificazione erano stipulati mediamente di trenta in trenta: ad esempio, i mastri Giuseppe e Filippo Firruzza il 2 novembre 1683, al cospetto di Giuseppe Lanza, si obbligavano «ut dicitur fabrìcarci nella nova terra di S.t0 Stefano trenta casi tirrani in circa, nella seconda filata con darci detto llim Sig Duca allo pedi della fabbrica la calcina, petra, rina, ma^acani e minuti, però detti de Firru^ga ìnsolidum si habbìano da impastarì la calcina ìncipiendo [...] a primo januarì p.v. seguenti annis 1684 in anthea et successive sequitur de die in diem [...] ita che la fabbrica baia da essere di grossì^a dui palmi et nmi^mr0; il 15 aprile 1684, mastro Giuseppe di N o t o «faber murarius Montis Mellis» riceveva 344 on%e per avere realizzato «trenta casotte terrane di calce e arena [...] larghi li mura dui palmi e men^o a ragione di tari 22 la canna»; lo stesso giorno mastro Sebastiano Mancuso «faber lignaminis» incassava 90

disponeva di una accesso in asse con l'altare maggiore ma della sola porta laterale sulla via Collegio. Infatti, solo in quell'anno mastro Mariano Fratantoni s'aggiudicava l'appalto per l'apertura della porta grande nella "V/e chiesa della Galena". Pertanto, il fronte meridionale cieco del sacro edificio ben si confaceva alle necessità funzionali dell'adiacente Porta di Palermo. 51 Fino al 1827 il Notaio Andrea Florena, nell'incipit dei propri atti specificava che il suo studio era prossimo alla "Porta di Missina Vecchia", mentre da altre notazioni si desume che il suo banco notarile era nella piazzetta della chiesa di San Giovanni. Incrociando le citazioni è presto detto che, dopo l'apertura della nuova Porta Messina, all'estremità Ovest dell'attuale Corso Vittorio Emanuele, la vecchia subiva la commutazione onomastica in "Porta San Giovanni' dettando anche la denominazione dell'adiacente via. 52 Questo tipo di lottizzazione era diffuso in Sicilia come nell'Europa: la fondazione delle bastìàes lo adoperò come modulo-base. Cfr. V. F R A N C H E T T I P A R D O , Storia dell'urbanistica dal Trecento al Quattrocento, Bari 1982, pp. 14-20, p . 50. 53 ASMe, Not. Ignoto, busta 8226, fascicolo V i l i , e. 1 lv. e ss.


«on^epro suo magisterìo ut dicitur di tanta Ugnami, trava, supraporti efirmaturifatti [...] nelli trenta casotti terrani di detto Sig. Duca" ed altre "30 on^e prò pretto ut dicitur di canni e spaco per aver coperto lì trenta casotti [...]»; allo stesso modo, mastro Sebastiano Pizzuto «canalarìus huius terrae SJ' Stephani» era compensato con «36 on%e prò pretìo ut dicitur di dkìdotto migliarti dì canali per servigio dì trenta casotti tirrani»54. Il resoconto che si può facilmente trarre da questo quadro abbastanza esaustivo dei contratti e delle apoche di pagamento, oltre a consentici di comprendere modalità e tempi per la edificazione di un lotto di trenta case, c'informa che ciascuna abitazione sarebbe costata al Duca circa 17 on^e, cifra tutto sommato equa per ottenere un alloggio di prima necessità in quei tempi. Solo i maggiorenti avrebbero potuto consentirsi di erigere a proprie spese case solarate che, in queste prime battute, sembrano localizzarsi nella cortina settentrionale, lungo la Via Palazzo (oggi L. Famularo): lì, in posizione opposta a quella della sontuosa dimora dei Lanza, ovvero all'angolo nordoccidentale del quadrilatero, l'arciprete Filippo Lo Conti elevava la propria residenza, quasi nell'ideale bilanciamento a scala urbana tra potere laico e potere religioso; lì, in contiguità con la casa dell'arciprete, il sub-diacono Eugenio Minneci, proveniente dalla vicina Motta d'Affermo e rampollo di una tra le più potenti famiglie delle Madonie, installa il suo palazzetto55, arricchendolo presto di preziosi balconi e finestre con mostre, mensole e ballatoi finemente intagliati nell'arenaria locale30; nella stessa cortina settentrionale, sempre con criterio simmetrico rispetto all'asse centrale Nord-Sud (odierna via del SS. Rosario) e posti l'uno a confine col palazzo Trabia, l'altro a confine col palazzetto dei Minneci, quasi a bloccare qualsiasi velleità edilizia che potesse sminuire la monumentalità di queste prestigiose dimore, il Duca, nel 1683, faceva erigere al capomastro Geronimo d'Auyeni due capienti magazzini per il frumento e per l'olio, ciascuno con superficie di poco superiore ai 200 metri quadrati57, misura che ci restituisce la concezione grandiosa di queste attrezzature. Solarate erano anche le fabbriche religiose "sponsorizzate" dal Duca stesso, come l'ospizio delle Orfane, altrimenti denominato Badia, situato a prosecuzione occidentale della chiesa del Rosario, nella quale si aprivano le gelosie dell'Istituto, e soprattutto il convento dei Francescani, riedificato con lo stesso impegno e negli stessi tempi del Palazzo: il 13 giugno 1683, ovvero all'indomani della lìcentia (vdiftamdi, i mastri Bernardo Bartolotta e Giovan Filippo Insinga, entrambi di

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idem, ce. 61-64. I mastri Pietro, Paolo e Gaetano Pullara, il 25 dicembri.' 1684 s'impegnnno col Minneci ;id ingrandirgli la casa con l'edificazione di «.due aimmarì et una sa/a»: idem, II, e. 28. 56 II 9 febbraio 1685, mastro Geronimo Russo della ferra di Pettineo assume l'obbligo di realizare «due fìnes troni d'intaglio ... con frìxi, cornicili dì sopra, nec non con li soy gattoni et baiati /"...] etfarci dui finestri pure d'intaglio ... de/l'isfesso modo et con/orme che sono l'altre due finestre assettale nella fabbrica di case di detto Minneci esistenti ne/la terra nominata lo (.as/ella^o»: ASM, i\ot. Cu/seppe I .o Monaco, voi. 1583, e. 43. 57 ASMe, Not. Ignoto, busta 8226, fascicolo VIII, ce. 65-68. 5D


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Mìstretta, s'impegnavano con frate Ludovico Averna, guardiano e procuratore generale di Giuseppe Lanza, a costruire «quattru stantì terrani di calce e arena nello piano del Castellalo, collaterali di quelle case terrane di detto Signor lllmo Duca che al presente sono incominciate a fabbricare, li quali abbiano da essere di quella medesima forma che sono le altre case collaterali»5^', finalizzando l'appalto ad impiantare il primo nucleo del cenobio francescano proprio in contiguità col palazzo ducale; il 14 dicembre dello stesso anno, un'equipe di mastri provenienti da Castelbuono si obbligava allo stesso Lanza «ut dicitur a farci nel convento di questa terra una stanca solarata desistesse modo et [...] conforme sono l'altri due stantii comunicanti in detto convento, come pure fari lo curriturì [...] conforme al presente detto curriturì et camera seu stantia sono incominciati a fabbricare»^, mentre altri mastri della terra di Pettineo intraprendevano la fabbrica della chiesa, almeno per quella parte che avrebbe consentito la definizione del recinto urbano, ultimandola tuttavia solo nel 1687 60. Frattanto, i vari e simultanei cantieri del nuovo abitato procedevano a pieno regime, attraverso u n efficace sistema competitivo fra Ì vari appaltatori che, tra l'altro, erano di volta in volta interpellati per stimare l'operato dei loro concorrenti, applicando u n virtuoso procedimento di autocontrollo. E n t r o il secondo semestre del 1683 veniva compiutamente definito il periplo murato e nel successivo semestre si edificavano Ì lotti a schiera del quadrilatero: più esattamente, Battista Cicala erigeva le casotte di San Sebastiano (Sud), D o m e n i c o d'Amato quelle di San Giovanni (Est), Giuseppe e Filippo Firruzza quelle di S. Maria della Catena (Ovest), chiudendo il recinto con la stecca del SS. Rosario, ultimata già da tempo, mentre ininterrotte carovane continuavano a trasportare dalla vecchia alla nuova terra pietre, travi, porte, tegole, mattoni e quant'altro fosse riciclabile nell'attività edificatoria 61 , interessando con le demolizioni anche altre fabbriche rappresentative dell'antico casale, come il Convento e l'Ospedale 6 2 . Gli isolati interni al quadrilatero cominciavano a sorgere nella seconda metà del 1684, ad opera dei mastri Giuseppe Firruzza e Giuseppe di N o t o che, con le loro rispettive imprese, marcavano una posizione sempre più dominante rispetto agli altri. Venivano a configurarsi in questo m o d o le cosiddette "fiate", cioè gli isolati di case a schiera con sviluppo Nord-Sud, sebbene spezzettati dall'intersecazione dalle strade diagonali. Sappiamo che il Duca, prima della sua morte (1708) donava le case a coloro che ne disponevano già da tempo. Ad ogni m o d o , ne riservava per se stesso alcune che, di a n n o in anno, venivano puntualmente censite dal Secreto al patrimonio feudale, atto che ci svela una parte della primordiale organizzazione toponomastica del centro, individuando da Ovest ad Est la cosiddetta "fiata di \j4ca lo Dragotto" (poi della Fontana), la "filata del forno", la "filala allaccio il magagno

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ASMe, No/. Giuseppe Salenti, voi. 1714, e. 69, 13 giugno 1683. ASMe, Not. Ignoto, busta 8226, fascicolo V i l i , ce. 27v. ASPa, Archino Trahia, serie "F", voi. 51 ce. 121. 61 ASPa, Archivio 'ì'ntbia, serie "F", voi. 49, e. 117. 52 idem, e. 93. 59 m


sotto il reloggio", la "filata affacio il notaio Salerno, la "filata affaccio il SS. Rosario" la "filata del virmicillaro (produttore di pasta) che viene affaccio lo retaggio", la "filata della bocceria". Dalle stesse ricognizioni apprendiamo infine che Giuseppe Lanza non amava abitare gli ampi saloni della dimora signorile, preferendo ritirarsi in periodo invernale "nelle sette casette che donano nel baglio del palalo", di rimpetto a quelle tre dove risiedevano i suoi più stretti familiari63 (Fig. 5). L'atto fondativo della nuova città portava con sé anche il problema stringente dell'approvvigionamento idrico, questione essenziale che, tuttavia, pare non abbia condizionato per niente il Duca nella designazione del sito: nel Piano del Castellaccio e nel suo immediato intorno, di fatto, non esisteva alcuna sorgente naturale. Questa mancanza aveva addirittura determinato un aggravio di spesa ammontante a 10 tari per ogni casotta edificata, in quanto i vari appaltatori dovevano rifornirsi dell'acqua necessaria ad impastare "calce e arena". Il feudatario, quindi, si premurava di risolvere la questione incaricando nell'autunno del 1683 Antonino l'Ammirata, capomastro delle acque della città di Palermo, per effettuare la ricerca di sorgenti a monte dell'insediamento, come documenta l'ultimo significativo pagamento di 10 on%e effettuato nella primavera dell'anno successivo per questa particolare prestazione tecnica, sottolineando che l'emolumento era corrisposto «per avere venuto apposta detto l'Ammirata da Palermo per insino a questa nova terra ed avere cercato l'acqua come in effetti la trovò et al presente è portata in detta nova terra, con aversi trattenuto quìndici giorni». Ad assisterlo nella ricerca64 ed a realizzare 600 canne d'acquedotto (ca. 1200 m) dalla contrada dello Statone al baglio del Palazzo erano i mastri Santo Rogliano, Giovanni e Giuseppe Macào (Mazzeo), provenienti dalla Calabria65 e, più precisamente, dalla regione cosentina. Agli stessi calabresi veniva riconosciuta una peculiare attitudine per l'effettuazione degli scavi, essendo stati impegnati sin dall'inizio dell'epica fondazione «per avere fatto 540 canne di fosso, tanto per lo palalo di detto Ecc.mo Sig. Duca in questa terra quanto per tutti ti casotti terrani», ovvero per avere scavato le fondazioni dei primi edifici66. Infine (e non per ultima) documentiamo la pregnante componete militare dell'insediamento, accoppiando al recinto murato e alla marziale regolarità del tessuto urbano i due baluardi posizionati ai vertici settentrionali del quadrilatero. Di questi dispositivi che munivano la città contro lo spettrale pericolo proveniente dal mare, ovvero contro le fameliche orde barbaresche, si è col tempo persa ogni memoria, travisando fin'anche l'unico superstite (quello attaccato a Palazzo Trabia) come relitto di una torre cinquecentesca. Invece, per il buon veterano Giuseppe Lanza e per il suo "luogotenente tecnico" (personalità che ci accingiamo a svelare), la peculiarità difensiva, gli accorgimenti logistici e le potenzialità 63

ASPa, Archirio Trabia, serie " F " , voi. 63, e. 83; voi. 65, e. 2 1 ; voi. 66, e. 6. ',4 "Paliti tari 20 per aver fatto rompere pietra nel fosso dell'acqua eòe ideile per la terra con li calabresi»: ASPa, Archìvio Trabia, serie " F " , voi. 49, ce. 93, 55 ASPa., Archivio Trabia, serie " F " , voi. 49, ce. 93, 116. 56 ASMe, Noi Ignoto, busta 8226, fascicolo V i l i , ce. 65, 69,


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balìstiche dei due bastioni erano fin t r o p p o chiaramente definiti. Anche per la loro edificazione venivano distinte competenze specifiche, impegnando per le opere murarie di quello situato ad E s t mastro Giuseppe Ferruzza e per quelle dell'altro situato ad Ovest mastro Giuseppe di N o t o : il primo capomastro, infatti, il 15 aprile 1684, incassava ben 116 «on%e per aver fatto a tutto suo attratto e magisterio canni centoquarantacinqm di fabbrica di calce e arena per servitio del bastione seu baloardo existente in detta terra, collaterale con li casi di don Filippo Lo Conte Archiprete, che guarda detto bastione la parte dello fondaco delti grutti, larga detta fabbrica palmi sei a finire al cordone, con sei palmifunna difosso, canniata detta fabbrica per mastro Giuseppe di Noto e mastro Gernimo d'Auyeni esperti [...] comunemente eletti»; analogamente, il secondo capomastro, il 9 maggio 1684, riceveva «88 on%e per canne centodieci di fabbrica [...] per lo baloardo seu bastione [...] collaterale al palalo di detto Ecc,mo Sig. Duca, che guarda, detto bastione, la parte del castello di Tusa e Torremu^a [.. .J»61. Per colmare il terrapieno dei due bastioni si ricorreva alla prestazione di mastro Paolo Mangano e della sua numerosa manovalanza 6 8 , mentre l'intaglio del cordone marcapiano, realizzato ancora alla maniera delle cimase che coronavano Ì volumi tronco-piramidali delle torri litoranee cinquecentesche, era opera dell'esperto scalpellino Francesco Credenzeri 6 9 . Per la cronaca, lo stesso cordone marcapiano era l'unica parte lapidea a vista, sormontando le murature a scarpa che erano perfettamente intonacate ed imbiancate. Ultimata la struttura dei due baluardi, Giuseppe Lanza li muniva subito allocandovi le rispettive batterie di cannoni: all'inizio del 1684 acquistava da certo Antonio Stefanilzi di Messina «tri casci dipeli di cannuni d'artigliarla diferro con soy roti e ferramenti»10 che patron Hieronimo Usi aveva sbarcato «alla marina delti grutti», dandoli in consegna a mastro Paolo Mangano che, a sua volta, aveva provveduto a «metterti sopra ti baluardi»11; negli stessi mesi comprava due pezzi grandi d'artiglieria a Palermo e con le stesse modalità li faceva situare sui bastioni; uno di questi due cannoni era in disuso presso il Castellammare, per cui ne disponeva la pulitura, pagando mastro Francesco Palma «per avere annettato e sbirrinato un cannone di ferro di libri 42 per essere stato chino di rina e petri», ne organizzava il trasporto fino al molo della Capitale e, da qui, la navigazione fino alla «marina delti grutti», per la definitiva traslazione su u n o dei due bastioni 72 . T u t t o quest'armamento n o n era semplicemente dimostrativo, se ancora nel 1715 sì retribuivano maestranze per «avere ìnbalatato e fatto merguli al bastione collaterale alla casa del fu Stefano Minneri» provvedendo alla riparazione di 5 pezzi d'artiglieria e commissionando allo scalpellino Giovanni di l i b e r t o «100 palle dipetra per li cannoni»1^, e se ancora nel

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' Idem, ce. 60v, 81v. Idem, ce. 52v, 59v Idem, ce. 60r, 81r. 70 ASPa, Archìvio Trabia, serie 1°, voi. 918, e. 320. 71 ASMe, Noi. Ignoto, busta 8226, fascicolo V I E , e. 74. 12 Idem, II, ce. 5rv, 12-13.

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1719, tra le spese dell'Università, figurano gli acquisti di polvere «per li cannoni per sparare alti Corsali»14. D'altra parte, proprio intorno al 1719, l'essenza icnografica della nuova terra di Santo Stefano viene colta e sintetizzata da Samuel von Schmettau, topografo e generale dell'esercito austriaco, che nella sua "moderna" carta dell'Isola rappresenta il fronte settentrionale della nostra città con due forme cuspidate per restituire in estrema sintesi e nei limiti della scala cartografica l'idea delle due propaggini bastionate75 (Fig. 6). Concludiamo questo breve compendio sulle più appariscenti caratteristiche militari dell'insediamento introducendo il ruolo determinante ed inedito che svolgeva un personaggio-chiave non solo per gli aspetti legati alla munizione dell'abitato ma anche per la sua tanto dibattuta vicenda urbanistica: mastro Giovati Battista Vaspa. Era lui che vendeva al Duca i cannoni provenienti da Palermo, coordinandone le delicate operazioni di trasporto ó ; era lui che foggiava "due modarf' (impronte cilindriche per la perfetta riuscita della canna e della bocca da fuoco di bombarde e piccole artiglierie durante la colatura del metallo)77, consegnandoli «a detto Ecc.""' Sig. Duca per servigio della suddetta nova terra»™; era lui che veniva riconosciuto come autorità indiscussa, persino da Geronimo d'Auyeni, allorché gli si affidava la stima di alcuni edifìci appena realizzati, senza necessità di contraddittorio, poiché gli impresari nutrivano nei suoi confronti tanta fiducia quanta gliene riconosceva lo stesso Duca; era lui, in buona sostanza, che sovrintendeva, sin dal suo esordio e per quattro mesi ininterrotti, alla fondazione della città, solcando il reticolo urbano di strade ed isolati. 40 onze a mastro Giovan Battista Vespa «per fattura di pianta di detta nova terra»: da Santo Stefano a Catania Le intriganti geometrie scaturite dalla concezione del centro storico di Santo Stefano di Camastra hanno da sempre incuriosito chiunque, sollecitando gli interessi specifici degli studiosi di urbanistica. Non di rado, per comprenderne le motivazioni, tra le fonti, si è cercato di sviscerare il carteggio dei provvedimenti assunti dall'autorità vicereale. Tuttavia, il memoriale d'investitura, anche per la sua implicita natura strumentale, non riferisce alcunché sull'insolita forma urbana, mentre restituisce con esattezza la congiuntura feudale e fiscale che sarebbe derivata dalla dispersione degli abitanti dell'antico casale, con il conseguente abbandono del territorio. D'altra parte, lo stesso carteggio reca un interessante

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ASPa, Archivio Trabia, serie " F " , voi. 68, e. 141. Mw,vol.71,c.l41. •'- L. D U F O U R (a cura di), lui Sicilia disegnata : la carta di Samuel von Schmettau, 1720-1721, Palermo, 1995, tav. 12; sulla figura dello Schmettau si rinvia anche a P. M I L I T E L L O , L'Isola delle Carte, cartografia della Sicilia in dà moderna, Milano, 2(104, pp. 127-139. 7b ASMe, Not. Ignoto, busta 8226, fascicolo V i l i , I, e. 71-72; II, e. 12. 77 Cfr. A. G A E T A , A tutela et deli-ma dì (jais/o regno, Palermo, 2010, p. 17. 78 ASMe, Not. Ignoto, busta 8226, fascicolo V i l i , ce. 70rv 74

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documento da cui si evince come, già nel 1686, mentre Ì cantieri ancora fervevano nel Piano dei Casteiiaccio, mastro Sebastiano Picurella e mastro Antonino de Antoni, esperti eletti dall' Universitas Cìvium e dal Duca di Camastra, a tutela dei rispettivi e concorrenziali interessi, redigano in contraddittorio la stima del censo perpetuo da corrispondere al feudatario79. Le misurazioni effettuate da questi due mastri, che "'canniavano" e "cordiavano" il sito del nuovo abitato ed il territorio circostante, non andavano inquadrate come attività progettuali ma, più semplicemente, come rilievi agrimensori per quantizzare un corrispettivo onere fiscale. Certamente, l'adozione di una pianta urbana così fortemente schematizzata, presupponeva un intento speculativo finalizzato a soddisfare precisi e, purtroppo, ancora nebulosi obiettivi, rappresentando anche la prima inedita proposta siciliana per l'attuazione di un modello icnografico complesso rispetto alla feconda stagione delle città nuove che, pur avendo raggiunto il suo acme tra l'ultimo quarto del XVI e la prima metà del XVII secolo, non aveva ancora espresso casi con spiccata originalità formale, reiterando la pedissequa applicazione della scacchiera ortogonale80 (Fig. 7). In quanto alla supposta derivazione dello schema di città da istanze militari che si richiamavano a modelli già teorizzati nel '500, alla luce delle nuove importanti acquisizioni archivistiche riportate in questa sede, riteniamo questa evenienza, più volte decodificata dall'accostamento del nostro caso ai sistemi radiocentrici81, una possibile fonte d'ispirazione, anche se bisogna riconoscere che le sole geometrie di Santo Stefano non bastano a giustificare la concezione o l'apporto di sostanziali novità in quell'ambito sperimentale che aveva già portato all'avanzamento della scienza balistica, disciplina familiare al nostro Giuseppe Lanza che ne avrebbe fatto un uso più congruo se avesse voluto applicarla all'impianto della nuova terra. La suggestiva attribuzione del piano urbanistico a Carlos de Grunembergh82 , ingegnere delle cittadelle di Messina, Siracusa ed Augusta, più volte invocato per la sicura frequentazione col Camastra, in mancanza di precisi riscontri documentari, si affievolisce al solo raffronto tra i sofisticati sistemi di bastionamento poligonale che questi adoperava nelle sue realizzazioni con la scarna partizione della nuova terra. Inoltre, è significativo che Giuseppe Formenti, allievo dello stesso Grunembergh, non faccia menzione alcuna di Santo Stefano nel manoscritto che curò di redigere per dare conto dell'isola di Sicilia e delle sue coste (1705)83, negligenza incomprensibile per un ingegnere militare che,

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Per la trascrizione del documento cfr. S. R U G G K R 1 , Santo... cit, pp. 71-77. Cfr. P. MISURACA, Caratteri urbanistici ilei /inori insedian/eiifL in ditta nuore di Sicilia XV-X1X secolo, a cura di Maria Giuffrè, I, Palermo, 1979, pp. 95-158 81 S. BOSCARINO, Sicilia barocca, architettura e città 1610-1760, Roma, 1986, pp. 74-75. 82 A. G U I D O N I M A R I N O , Urbanistica e ''ancien reoi/nr" nella Sicilia barocca, in «Storia della città», 2, 1977, p. 28. 85 G. FORMENTI, Descrizione dell'isola di Sicilia e delle site coste, Siracusa, 1991, p. 25. Contrariamente, 80


diversamente, avrebbe potuto riferire di un impianto urbano appositamente concepito dal suo maestro per un ulteriore sperimentazione. Ricordiamo, inoltre, che Donna Maria Gomez de Silveyra, consorte del Duca e non meno partecipe di lui nei fatti che avrebbero portato alla ricostruzione di Santo Stefano, poteva contare su una certa familiarità con padre Angelo Italia, essendo nipote del celebre gesuita Carlo Ventimiglia ed ascrivendosi tra le principali benefattrici per la ricostruzione della chiesa di San Francesco Saverio a Palermo, circostanza che ci ripromettiamo di approfondire in altra sede. Le ipotesi non documentate, quindi, potrebbero "fiorire" con estrema naturalezza ma, nella stessa misura, potrebbero "sfiorire" per la schiettezza d'inattese rivelazioni. La ricostruzione puntuale degli eventi e l'attribuzione di alcune competenze oggi ci aiutano a documentare con maggiore circostanza i fatti, ritenendo che l'inconsueta forma urbana sia scaturita dall'estemporanea razionalizzazione delle risorse per portare avanti una simile impresa in condizioni di emergenza, dal coordinamento di un insospettato capomastro e, probabilmente, dall'influenza di una certa corrente filosofica condivisa e sviluppata dal Duca stesso. A tutto ciò faceva da sfondo il sentimento palpitante di una comunità che partecipava all'epopea della nuova fondazione sia col senso pragmatico del cantiere, sia con la caparbia volontà di conservare la memoria anche attraverso la materiale traslazione delle pietre dall'antico al nuovo sito, operazione eseguita con commovente ritualità. Un pagamento registrato il 15 aprile 1684, riportato quasi integralmente di seguito per la sua rilevanza, dice testualmente: «Mqgister Jo: Batt." Vespa [...] habuisse et recepisse ab Ecc.™" D.nn D. Joseph Lan^a Duca Camastrae et Prìncipe predittae terrae [...] unciquadraginta [...] et sunt ut dìàturper bavere assestuto detto di Vespa quattro mesi allifabbrìchi in detta nova terra fattura di pianta della detta nova terra fatta detta pianta per detto di Vespa e pure per avere fatto detto di Vespa altri così necessari per servitio di detta nova terra [.. .]»M (Fig. 8).

Il documento sembrerebbe risolutivo rispetto alla ridda d'ipotesi fin qui formulate sull'autore dell'impianto urbano. Ad ogni modo, pur volendo considerare l'eventualità che il capomastro abbia solo solcato le giaciture del nascente abitato, limitandosi a riportare sul terreno il progetto elaborato da un altro85, appare del tutto ingiustificata la reiterazione e, quindi, la sottolineatura della causale di pagamento, ovvero la «fattura di pianta della detta nova terra fatta detta

lo stesso Formenti non trascura dì citare il castello di Tusa e le spiagge di Caronia, Sant'Agata, Castel di Brolo e Marina di Patti.. 84 ASM, Net. Ignoto, busta 8226, fascicolo V i l i , ce. 68v 85 Così come è stato sostenuto, con riferimento allo stesso Vespa per le citazioni che lo vedono attivo durante la ricostruzione di Catania: S. BOSCARINO, Sicilia Barocca, architettura e atta 16701760, con revisione e note a cura di Marco Rosario Nobile, Roma, 1997, p. 92; S. BOSCARINO, Sicilia e Spagna: architettura e città nei Seicento, in Annali del Marocco in Sicilia, Roma, 1999, p . 20.


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pianta per detto di Vespa», se non con l'intento del notaio dì volere distinguere e riconoscere due momenti e, perciò, due prestazioni dell'artefice, vale a dire quello della stesura progettuale e quello della sovrintendenza al tracciamento materiale. D'altra parte, tenendo conto degli standard retributivi dell'epoca, sarebbe stato uno sproposito liquidargli 40 on^e per un semplice salario da topografo. Le attitudini e le mansioni tecniche del Vespa vengono suffragate dalle poche ma significative citazioni che lo riguardano, esattamente un decennio dopo, quando lo si rintraccia nel più stretto entourage del Duca, al momento in cui si avviano i cantieri più significativi per la ricostruzione di Catania, a seguito del devastante terremoto che aveva raso al suolo gli abitati del Val di Noto8(i. Dopo la ricognizione preventiva eseguita dal Grunembergh sull'idoneità delle mura, dei bastioni e delle strutture munite, attività che, da subito, avrebbero distolto l'ingegnere militare dal capoluogo etneo per impegnarlo in verifiche analoghe presso altre città demaniali della regione disastrata87, sembra che mastro Giovali Battista abbia cominciato a gestire, col sicuro avallo di Giuseppe Lanza, la spinosa vicenda della riconfigurazione urbana all'interno delle mura, così come ci riferiscono alcuni documenti: nel febbraio 1694, il vescovo Riggio, per l'impostazione delle fabbriche religiose, designa con un editto solenne «Don Giovanni Battista Vespro (sic!) incignerò a effetto che li dii la retta delimitatone e le dirigga le Unie, giusta la disposizione della nuova pianta di detta atta»; il Camastra, a maggio del 1694, lo compensa per i servigi resigli nel capoluogo etneo, facendo appuntare sul suo libro paga «all'ingignieri Vespa per dui ter^i cioè quello di settembre e l'altro di gennaro adon^e 14perter%o, e più al detto altro mandato per il ter%p di maggio, on%e 14»; infine, già il 12 maggio 1693, quindi nei mesi immediatamente successivi alla catastrofe, cioè nel periodo in cui fibrillavano le decisioni da adottare sul futuro della città, una clamorosa notazione riconosce a certo capomastro Giuseppe Vespa un pagamento <per avere fatto U desegno delle strade»88. Al di là delle chiare approssimazioni testuali che, comunque, non c'impediscono di riconoscere il travisamento del cognome Vespa in «Vespro» e del nome Giovan Battista in «Giuseppe», certamente, dopo il riconoscimento del suo ruolo determinante già al tempo della rifondazione di Santo Stefano, molte delle considerazioni tese a sottovalutarne la capacità o l'ingegno dovranno essere meglio calibrate, poiché, se da un lato è avvincente il fascino che può scaturire dall'aura di personalità già consacrate nella saggistica, seppure non riscontrate nei

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Sulla ricostruzione di Catania: G. D A T O , La città dì Catania, forma e struttura, 1693-1833, Rima 19S3,passim. Un ruolo più decisionale nella determinazione del nuovo impianto urbano viene attribuito al Grunembergh da S. Boscanno, Catania, te forfif/ui-;fonì alia fu/c dei Seicento id il piano dì ricostruzione dopo il terremoto delU93, in Q.I.D.A.U.C., n° 8, 1976. 88 Le citazioni testé riferite sono riportate in D U F O U R , H. R A Y M O N D , 1693 Catania la rinascita di una città, Catania, 1992, p. 74. 87


documenti, dall'altro è assolutamente stringente ed inconfutabile il quadro delle fonti documentarie nelle quali Giovan Battista Vespa figura responsabilizzato. Sicché, il Duca di Camastra, corroborato dall'eccezionale esperienza maturata con Santo Stefano e incalzato, nel suo ufficio di Luogotenente, dalle urgenze degli scampati al catastrofico sisma del 1693, pensava bene di richiamare i suoi uomini più fidati per apprestare i primi interventi e per farsi consigliare sulle soluzioni più adatte alla ricostruzione. Difatti, oltre ad accreditare Vespa nelle sue mansioni di coordinamento per l'impianto del nuova città di Catania, coinvolgeva anche altre maestranze della precedente impresa, come nel caso di Giuseppe Mazzeo: questi ed il fratello Giovanni, nativi di Gruliani (uno dei casali di Cosenza), avevano assolto al gravoso appalto di eseguire la totalità degli scavi per impostare le fondazioni di tutta la nuova edilizia realizzata nella rinata cittadina tirrenica89, dove tra l'altro si erano agevolmente naturalizzati; la competenza specifica nel "movimento terra" induceva il Camastra a precettare mastro Giuseppe e Ì suoi sodali calabresi, aggregandoli al suo convoglio da Santo Stefano a Catania per attendere speditamente alla rimozione delle macerie e soprattutto per avviare quei terrazzamenti necessari al nuovo tracciato urbano90 (Fig. 9). Proprio sui tempi a disposizione e sulle problematiche inerenti la determinazione dei tracciati non si può certo immaginare che le condizioni di base tra le due località siano state equiparabili: intanto, per ovvi fattori di scala fra l'agglomerazione dì un piccolo paese e la "risurrezione" di una città; poi, per lo stato d'emergenza che, ad un anno dalla frana (praticamente senza vittime), in attesa della lìcentia adificandì, aveva già consentito agli stefanesi di arrangiarsi attraverso sistemazioni provvisorie, mentre, nelle settimane successive ad un terremoto epocale, con migliaia di vittime e di profughi, i catanesi superstiti attendevano aiuti immediati e segnali concreti della possibilità di rinascere; ancora, per l'assolutismo del feudatario, unico arbitro delle scelte da fare per stabilire luogo, forma e dimensione della sua nuova terra, mentre le diverse anime della città demaniale, con in testa clero, aristocrazia e borghesìa, scatenavano da subito una bagarre per tutelare i rispettivi privilegi, non poche volte in contrasto con il Luogotenente; infine, per il margine creativo lasciato alla pianificazione ex novo sulla radura libera al Piano del Castel/accio, mentre, la decisione di riedificare la patria di Sant'Agata lì dov'era presupponeva i vincoli dettati dalle preesistenze e dall'onere di ripristinare gli elementi connettivi fra le emergenze monumentali. Ciò non di meno, malgrado le sostanziali differenze che abbiamo sintetizzato, Giovan Battista Vespa, nell'un caso e nell'altro, con l'egida sicura del Duca, riesce ad interpretare efficacemente la lezione della città tardorinascimentale e barocca, nella quale i vuoti costituiti dagli stradoni rettilinei, dagli incroci e dalle piazze sottendono il principio ordinatore della spazialità moderna,

9 0

Infra, note 65-66. L. DUFOUR, H. RAYMOND, 1693 Catania..., cit, p. 74.


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ovvero la tessitura geometrica sulla quale fissare precise gerarchie d'insediamento, assecondare intenzioni di rappresentanza e proiettare l'ampollosa ritualità delle cerimonie popolari. Entrambe le ricostruzioni, poi, vengono affermate precocemente (rispetto alla cultura dei risanamenti ottoceneschi) come iniziative di "salute pubblica", nelle quali il progettista riesce a declinare per i futuri abitanti una precisa gradualità funzionale: a Santo Stefano, tramite strade di due, tre e quattro canne; a Catania con viali di quattro, sei e, addirittura, otto canne. Il tutto con l'ambizione, neanche tanto nascosta, di affermare un modello di città ideale, sia per le sue implicazioni simboliche, sia per le nascenti tendenze filantropiche. Architettura laica e religiosa nello scacchiere alchemico del Duca Il coacervo delle molteplici influenze che possono avere condizionato l'impianto urbano della nuova Santo Stefano può chiaramente implicare riflessioni che travalicano la disponibilità editoriale di questa sede. Tuttavia, tra le tante possibili ispirazioni che non intendiamo sottacere, ricuperiamo la sicura ascendenza di un certo neo aristotelismo praticato in quegl'anni dal francescanesimo locale di cui lo stesso Camastra si dimostrava fervente sostenitore. Nei forti legami tra il Duca, il suo procuratore generale, frate Ludovico Averna, guardiano del Convento di Santo Stefano e mastro Giovanbattista Vespa, sono da riconoscere inequivocabili elementi che offrono un'ulteriore chiave interpretativa delle matrici geometriche applicate alla nuova terra. I Cappuccini di Pettineo, terra feudale del Camastra, dalla fine del '500 e per rutto il '600, vantavano una ricchissima biblioteca frequentata da molti confratelli francescani per studiare, assistere e contribuire alla dialettica culturale del loro tempo con veri e propri simposi. In questa collezione bibliografica spiccava, con apposito ordinamento, una pregevole raccolta di commentari alla filosofia d'Aristotele ed in molte di queste opere, per esemplificare e sintetizzare l'esposizione dei concetti, si ricorreva ad una schematizzazione che avrebbe consentito un'immediata lettura gerarchica o analogica degli stessi concetti filosofici: lo schema principe della fisica aristotelica restava quello che individuava Dio come motore immobile e sommo arbitro delle combinazioni possibili ed impossibili tra elementi primari {aer, aqua, terra et ignis) ed elementi secondari {umidìtas, jrigiditas, siccitas et caiiditas), schema su cui s'incardina, tra l'altro, gran parte della cultura alchemica dell'epoca (Fig. 10). Era questa pluralità combinatoria che la filosofìa cristiana aveva assunto per secoli come modello dell'equilibrio cosmico e che, proprio negli anni in cui si fondava la nuova terra di Santo Stefano, era oggetto di un'ulteriore speculazione da parte delle locali comunità francescane. A riprova di quanto affermato, nell'ultimo ventennio del XVII secolo, il risultato di tali speculazioni veniva esitato in più volumi manoscritti che raccolgono dissertazioni sulla fisica e sulla metafisica aristotelica. In uno di questi manoscritti abbiamo rintracciato l'esatta riproduzione dello schema descritto precedentemente, con una configurazione geometrica cui è


difficile negare un'eleggibile ascendenza sull'impianto della nostra cittadina91, nell'intento di sublimare l'arcano rituale nella teatralità dello spazio barocco. La stessa fontana, collocata fra il Palazzo ed il Convento, concepita come epilogo della rifondazione urbana, e decorata con quattro statue può tranquillamente rinviarci ad analoghe e metaforiche raffigurazioni dell'Aria, dell'Acqua della Terra e del Fuoco (Fig. 11). Ciò detto, appare chiaro che il francescanesimo s'impone come fucina culturale e spirituale di primo piano, cui lo stesso Duca tributava la propria "figliolanza", chiedendo, nell'estremo del trapasso, che le sue spoglie, allo sbarco presso la marina di S. Stefano, fossero accolte dai Cappuccini di Pettineo e dai Minori della nuova Terra, e che, vestite col solo saio, fossero tumulate nella chiesa del Convento. D'altra parte, problematici sono i ruoli ricoperti da certi religiosi francescani anche nella successiva fase di ricostruzione del Val di Noto: basti ricordare l'attività di fra' Michele da Feria nella fondazione di Grammichele (1693)';2 Una delle iniziali attività costruttive della città era data dal solo perimetro murario di un fabbricato che andava a segnare l'angolo sud-orientale della nuova terra, ossia l'angolo che, nel complessivo impianto quadrangolare, individuava il vertice diagonalmente opposto a quello già definito dal palazzo e dal convento: quest'edificio, almeno per i primi anni, non veniva completato con le coperture, fin quando nel 1685 il Duca lo cedeva all'acquirente Giuseppe Volpe, non trascurando di puntualizzare solennemente che si trattava del "casalenum discovertum in cantoneria ut dicitur lo primo casalino [...] in la preditta nova terra e quarterio S.11 Jobannìm . In quest'area, fino al 1962 sorgeva un palazzetto settecentesco, con balconi a edicola, inferriate a petto d'oca ed un elegante scalone a tenaglia anteposto alla facciata per guadagnare il piano nobile, manufatto che, da citazioni indirette, sappiamo essere stato la "casa grande" della famiglia Bosco, una tra le più potenti della locale comunità, durante tutto il XVIII secolo1'4. Alla metà della stessa diagonale (odierna Via Luigi Sergio), nella primavera del 1684 si localizzava il sagrato della Chiesa madre, mentre altre maestranze 91

Tali manoscritti sono stati consultati presso la Biblioteca Civica e quella Parrocchiale di Motta d'Affermo che, già nel 1870, a seguito della soppressione d'ordini e corporazioni religiose, incameravano 1034 volumi provenienti dal convento dei Cappuccini di Pettineo, altri 929 da quello di S. Stefano di Camastra e 329 testi dei frati riformati dell'Abbazia di S. Maria di Sparto. Cfr. A, PETTINEO, La Biblioteca S. Luca L/unge/ista delia parrocchia Maria SS. degli Angeli a Slotta d'Affermo, in Guida al Patrimonio librario aulico delie biblioteche pubbliche e agli archili i/orici ecclesiastici nella provincia diMessina, a cura di A. M. Sgrò, Messina 1998, pp. 75-76. 92 Cfr. I. D I RESTA, Grammichele, idea progettuale, e/i/ergenrg e tras/ormargoni, in i Architettura del Settecento in Sicilia, a cura di M. Giuffrè, Palermo, 1997. 93 ASMe, Not. Giuseppe Salmi, voi. 1697, e. 5 3 , 1 luglio 1685. 94 Oggi sopravvive soltanto un'ala dell'originario organismo. Secondo una fondante tradizione, questo palazzetto sarebbe appartenuto al barone Antonio di Napoli e costruito, pertanto, prima a della fondazione della nuova Terra.


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venivano impiegate "pi sfabbricari la mairi ecclesia a la terra vecchia" e per "wnsare la sfrata pi veniri le colonne". Al fine di non danneggiare le pe22ature in pietra intagliata durante le demolizioni, si ricorreva ad un curioso escamotage: "cento fasci difiascapi farici cadiri sopra li pe^i delli archi e le colonne della chiesa"9^. Dunque, la Matrice dell'antico casale veniva smontata pezzo per pezzo e le notazioni contabili puntualizzano come tale operazione fosse accuratamente eseguita per le coperture lignee e fin'anche per le tegole. Il trasporto delle colonne avveniva dal 14 settembre all'I 1 novembre del 1685 con l'ausilio dì tre carrozzoni, trainati da altrettante paricchie di buoi, accumulando tutti i materiali nella piazza su cui avrebbe prospettato la facciata principale della chiesa96. Tuttavia, da una memoria apprendiamo che la Chiesa Madre non sarebbe stato il primo edifìcio religioso della nuova Terra, poiché lo stesso Duca di Camastra, subito dopo la lavanca, edificava a proprie spese la chiesa del SS. Rosario, pressato anche dalla fisiologica necessità di offrire alla prima comunità un luogo per le sepolture97. Infatti, nel novembre del 1684, il sacerdoti Vincenzo Spinnato e Gaetano D'Anna, rispettivamente procuratori del SS. Rosario e della Matrice, supplicavano il vescovo di Cefalù per avere il permesso di vendere un terreno comune alle due chiese, in quanto si necessitava di denaro contante per "principiare la fabbrica della Matrice chiesa [...] perrìponereli SS."'1 Sacramenti per beneficio pubblico, essendo la maggior parte della gente abbassata nella nuova terra". Anche per la chiesa del Rosario si riutilizzavano le pezzature provenienti dal vecchio casale98, mutando naturalmente l'impianto dell'edificio che, in questo caso, avrebbe dovuto rispettare lo spessore prestabilito per la cortina settentrionale del nuovo impianto urbano, facendo aggettare dalla cortina stessa, verso mare, solo l'abside semicilindrica. Questo vincolo dettava per la nuova chiesa un impianto basilicale contratto, fatto di due sole campate. Per la realizzazione delle quattro arcate, il Duca acquistava le centine da esperti carpentieri di Mistretta". Ogni navatella era (e continua ad essere) definita da una profonda anta iniziale, da una conclusiva e da un pilastrone centrale così da permettere di allogare lungo tutto il perimetro dell'edificio ben otto altari. Il portale veniva realizzato da mastro Geronimo Russo, lapicida di Pettineo, nella primavera del 1685. La frana che aveva travolto il vecchio casale, distruggeva anche un'antica chiesetta dedicata a Sant'Andrea, originaria intitolazione cui subentrava la nuova del "SS. Rosario" per volere dello stesso Duca.

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ASPa, Archivio Trabia, serie " F " , voi. 49, ce. 78-88. Ibidem. Tra i primi lavori fatti effettuare dall'amministrazione ducale si segnalano le realizzazioni della fossa nella chiesa del SS. Rorario e di quella nella chiesa del Convento: ASP, Archìvio 'Traimi, sene " F " , voi. 49, e. 102 '*Idw, e. 117. 96

1)1


In ogni caso, il simulacro dell'Apostolo100 veniva traslato dentro la nuova chiesa, continuando a condizionare la dedicazione dell'edificio: infatti, per tutto il Settecento, i documenti riferiscono della chiesa del Rosario come chiesa di Sant'Andrea, così come s'identifica nella visita pastorale condotta da Mons. Valguarnera nel 1734101. Gli interni dell'edificio venivano stuccati e coperti con volte a crociera nel 1783 da mastro Mariano Lo Cascio102, artefice appartenente ad una fiorente bottega di stuccatori di Motta d'Affermo. Un restauro effettuato durante gli anni '70 dello scorso secolo permetteva la restituzione al culto dell'edificio. Ultimata la chiesa del Rosario, s'intraprendeva l'erezione della Matrice. Si è ritenuto che la ricostruzione del principale edificio religioso di Santo Stefano sia stata completata con l'atto di consacrazione, solennemente celebrato dal Vicario Filippo Conti il 26 marzo 1685103. Tuttavia, si può sostenere che quella data è da riferire alla consacrazione della prima pietra e all'inaugurazione del cantiere, piuttosto che alla conclusione delle fabbriche, così come siamo in grado di dimostrare per il reperimento del contratto che attribuiva ai mastri Giuseppe e Filippo Firruzza il compito di riedificarla104. D'altra parte, non è pensabile che nel novembre del 1685 si procedesse ancora al trasporto delle colonne e dei materiali provenienti dal diroccato edificio dall'antico casale, implorando il vescovo di Cefalù per ottenere Ì fondi necessari a "principiare" la costruzione, e che già nel marzo precedente si procedesse alla consacrazione della chiesa. Per la sua realizzazione si riproponeva l'impianto basilicale già dato alla precedente Matrice, riutilizzando, come già detto, Ì colonnati accuratamente smontati dal vecchio edificio. L'assetto attuale della chiesa presenta il corpo delle navate articolato in cinque campate, con altrettante cappelle ricavate lungo il perimetro murario dell'edifìcio; a questo corpo s'innesta un presbiterio absidato dalla profondità molto pronunciata, affiancato dalle cappelle del SS. Sacramento e di Santa Maria di Gesù. Al posto delle originarie colonne oggi si trovano robusti pilastroni voluti dal Vescovo Giovanni Sergio, presule che promuoveva la rivisitazione neoclassica della chiesa nella quale, fino alla vigilia della sua elezione alla cattedra cefaludese (1814), aveva officiato come Arciprete e per la quale, nel 1805, aveva costituito un ragguardevole patrimonio al fine di elevarla alla dignità di Parrocchia. La trasformazione ottocentesca sponsorizzata dal Sergio, si attuava su progetto dell'architetto Agostino Perez, palermitano, coadiuvato dagli stuccatori Lo Cascio di Motta d'Affermo105. Lo stesso Vescovo, avvalendosi della medesima équipe, tra 100 Opera di Giuseppe e Giovambattista Li Volsi, risalente al 1610: A. P E T T I N E O , P. R A G O N E S E , Dopo i Gagini, pruno, chi Sapo/fa, i ÌJ I 'ohi, Palermo 2007. 101 Archivio Storico Diocesano di Cefalù (ASDC), busta 106, serie 46, fase. 364. 102 ASMe, Nat, Gaetano Manera, voi. 5684, s.n., 31 ottobre 1783. 103 Santo Stefano di Camastra, Palermo 1982, p. 38. 104 ASMe, Not. Ignoto, busta 8226, fascicolo V i l i , II, ce. 42rv ltb La Matrice è ricostruita fin dall'inizio con impianto basilicale a tre navate; in tal senso depongono le fonti che qui riportiamo. La ristrutturazione ottocentesca promuoveva il rivestimento e la sostituzione di alcune colonne per la convinzione d'irrobustire la struttura. In quanto al più volte


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il 1815 ed il '20, auspicava l'annegamento degli antichi colonnati nelle Matrici di Pettineo e di Castel di Lucio dentro corpulenti pilastroni. In origine, quindi, la Chiesa madre di Santo Stefano doveva presentarsi in forma basilicale molto sobria, con colonne in pietra e tetto ligneo. I lavori inaugurati nel 1685 si sarebbero conclusi nel 1693, quando lo stuccatore Antonino Pisano106 riceveva numerosi pagamenti dall'amministrazione ducale, per avere stuccato la chiesa, intervento che possiamo localizzare, con una certa approssimazione, nel cappellone, nell'altare del Sacramento ed in quello di Santa Maria di Gesù. Per queste ultime due cappelle, lo stesso anno è documentata la decorazione pittorica di Giovanbattista Caprera, artista già presente nella vicina Mistretta ed attivo per analoghe realizzazioni. Tuttavia, di questo primigenio assetto nulla resta a seguito delle trasformazioni barocche attuate tra il 1745 ed il '50 da Vito e Giuseppe La Mammana, stuccatori di Regalbuto107. Intanto, l'edificazione della nuova terra proseguiva attraverso la realizzazione dei fabbricati che avrebbero delimitato la piazza principale, con la conseguente definizione dell'impianto radiale. Sulla stessa piazza, contrapposta alla Matrice, veniva costruita la casa dell'orologio108, sede anche dell'Università, ivi si collocava la "buccina"109 e cominciavano ad insediarsi le famiglie più facoltose della comunità. In corrispondenza di Porta Palermo si trovavano "fundaco, aposada et paglialord"no, attrezzature sotto il diretto controllo dell'amministrazione feudale per profittare del transito di uomini e mercanzie. Tra il 1686 ed il 1690 si completavano le strutture del Palazzo ducale, con un assetto non molto diverso dall'attuale. In quegli anni i mastri Giuseppe Guarneri e Francesco di Bernardo, palermitani, s'impegnavano a completare i solai lignei e gli artistici soffitti "scaccolali e scorniciali"111 sulle stanze del piano nobile, sostituiti tra XVIII e XIX secolo con auliche volte a padiglione. Al seguito di Geronimo d'Auyeni si distinguevano sin dall'inizio i mastri Geronimo Russo112 e Francesco Aliberti, entrambi conterranei dell'ingegnere: nel 1692 l'amministrazione del Camastra corrispondeva alTAliberti nove grani d'elemosina "mentre facea il S.to Nicola pi la Ma/ori Ecclesia"110, oweo la statua che richiamato ampliamento ottocentesco da una a tre navate con l'aggiunta di cappelle, riteniamo di poter affermare che tale convinzione sia derivata da un clamoroso equivoco d'inventario che vede riferito il voi. 3 8 9 / 2 , seria "A", dell' archivio Trabia alla "Costruzione della chiesa madre di Salilo Stefano di Camastra", mentre il carteggio va correttamente ricondotto alla Matrice della terra di Camastra. 1116 Allievo e collaboratore dei Serpotta, insieme al fratello Giuseppe: cfr. L. SARULLO, Dizionario dc»/i artistisiciliani, .-ìròìtettarti Palermo 1994, p. 267. 1( " Archivio Storico Parrocchiale (ASP), carte sciolte, contratti redatti tra il 1749 e il 1752. 108 ASPa, Archivio Trabia, serie " F " , voi 49, f. 99. 105 La "bncàrid", o macelleria, s'intravede ancora in un quadro ottocentesco che riproduce una veduta della piazza. Cfr. E. D I SALVO, Le Origini, in XVIIIMostra Ma Ceramica, Palermo, 1994, p. 18. 110 ASMe, Not. Giuseppe Salemi, voi. 1707, e. 67, 6 dicembre 1708. 111 Idem, voi. 1697, e. 55, 9 giugno 1686. ASP, Archivio Traina, serie " F " , voi 52, e. 121, 112 ASPa, Archivio Trabia, serie " F " , voi. 49, e. 114-116 m i ^ , v o l 5 2 , e. 95.


ancora si trova nella nicchia della facciata principale. Francesco d'Aliberù segue le orme del maestro maturando dalla condizione di scalpellino a quella di progettista: questi, infatti, dopo la scomparsa del d'Auyeni (1707 ca.) progetta e dirige l'edificazione della torre campanaria della Matrice. Questa fabbrica veniva portata avanti con non pochi travagli: il primo ordine era commissionato nel dicembre del 1704114 ed ultimato solo quattro anni dopo; il secondo s'iniziava nell'agosto del 1709115; infine la costruzione del terzo s'intraprendeva nel luglio del 1712116, regolando il contratto in questi termini: «fari quattro finestrì tunni, cioè una con la sua giorlanda, per l'affacciata della pianga, et l'altri trefinestri tunni abbiano da essiri plani e più piccoli, una per l'affacciata dell'oriente, l'altra per l'affacciata dell'occidente, l'altra per facciata di scilocco, confarci bolle di petra, cioè una bolla per cantonera, conforme al disegno fatto da quel mastro Francesco di Uberto et al presente in potere del vicario foraneo Rev. Sac, Andrea Spianato». In questi casi la pietra veniva cavata nei pressi della fiumara e, successivamente, lavorata ed accantonata nel sagrato della chiesa, in attesa di una successiva collocazione in opera. Durante il XVIII e la prima metà del XIX secolo, l'edificazione riusciva ad essere contenuta dall'originario quadrilatero, debordando solo verso oriente, nel quartiere San Giovanni. La chiesa eponima scaturiva da una commissione ex novo che lo stesso Duca curava di avviare il 3 dicembre 1684, affidandone la realizzazione al capomastro castelluccese Domenico d'Amato. Essa presenta un semplice impianto ad aula, sormontato da una volta a botte Umettata in corrispondenza dei quattro altari che si trovano addossati alle pareti laterali, mentre la sua decorazione a stucco risale al 1803 per l'opera attuata dall'architetto stuccatore Agostino Perez117. Intorno alla metà del '700, Padre Scienza, della Compagnia di Gesù, animava il culto della Santa Croce e sollecitava la fondazione di una chiesetta e di una piccola Casa di Esercizi al margine sudoccidentale dell'abitato. Questo nucleo di fabbricati diveniva il presupposto per l'insediamento dei Cappuccini che vi erigevano un articolato complesso conventuale, odiernamente surrogato dalle strutture della Scuola d'Arte. Della piccola cappella di Santa Croce venivano responsabilizzati Beneficiali nominati periodicamente dalla Curia Vescovile, fin quando il Sac. Giovanni Sergio, sin dai primi anni dell'800, avrebbe ricoperto definitivamente tale ruolo. Negli stessi anni, assurgendo alla carica di Arciprete, riusciva ad ottenere dal Vescovo di Cefalù che i cospicui proventi del Beneficio istituito da Don Gaetano Bosco fossero distolti dalla Matrice ed applicati alla chiesa del Calvario, poiché lo stesso benefattore vi era stato seppellito. Quindi, divenuto egli stesso Vescovo, acquistava per se ed i suoi eredi il diritto di 114

ASMe, Noi. Giuseppe Salemi, voi. 1717, e. 24, 14 dicembre 1704. Idem, voi. 1707, e. 167, 15 agosto 1709. Idem, voi. 1708, e. 309, 3 luglio 1712. 117 Archivio Storico Parrocchiale, carte sciolte, contratti redatti tra il 1800 e il 1805 in ordinamento provvisorio. 115 116


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patronato sulla chiesa, convertendola in pantheon di famiglia, avendola fatta voltare e rivestire con stucchi e pitture di sontuosa foggia neoclassica già nel 1803, per mano dell'architetto-stuccatore Agostino Perez118 e dello scenografo palermitano Gaetano Riolo119. L'impianto dell'edificio è ad aula, con presbiterio ed endonartece su cui si trova una cantoria che si affaccia sulla navata attraverso una grata (Fig. 12). Nel 1755 Ì Lanza Trabia cedevano terra e stato di Santo Stefano agli Strazzeri, principi di Sant'Elia e signori di Caltagirone, fatto che verosimilmente agevolava l'immissione tra gli "stagnatati'' della nostra località d'altre maestranze specializzate provenienti dalla regione calatina. I nuovi baroni iniziavano soprattutto una politica di valorizzazione commerciale del centro, attraverso la creazione d'alcune strutture presso la Marina. Nel 1771, l'Abate Ottavio Strazzeri, come procuratore del padre Antonino, chiedeva al Vescovo di Cefalù l'autorizzazione a consacrare una chiesa dedicata a Sant'Elia e sosteneva che, oltre a quest'edificio, la sua famiglia aveva fabbricato «nella marina e spiaggia di detta terra) molte case, casamenti magarmi, botteghe per comodo d'abitatone di persone e specialmente di marinari e di bottegai, venditori di diversi commestibili [...] e una Casina per abitatone di suddetto Principe e Padrone e di sua famiglia [.. .]»120. Probabilmente, tale casina potrebbe identificarsi col baglio tutt'ora esistente in via Marina, dove un consistente fabbricato con due torrioni circolari di rinfianco ai cantonali di N-O e di S-E sovrasta una corte recinta da bassi magazzini ed officine. Sul litorale si affacciavano, fino a pochi anni or sono, quei "casamenti descritti dall'Abate, compresa la chiesa, odiernamente intitolata alla Madonna di Pompei, edificio ad aula con una semplicissima facciata a capanna dove si aprono un oculo ed un portale neoclassico finemente intagliati nell'arenaria locale. Col XIX secolo, la detenzione del potere economico, ancora più sostanziale del titolo feudale, passava dai Principi di Sant'Elia ai Sergio. Alla scalata sociale degli esponenti di questa famiglia corrispondeva l'ampliamento e l'arricchimento del loro palazzo, situato nell'invidiabile isolato che delimita il lato orientale di Piazza Duomo. Quest'organismo, frutto della graduale annessione di fabbricati diversi, tra cui il palazzo incompiuto di don Gaetano Bosco, si articola intorno ad un cortile centrale cui s'arriva attraversando un atrio. In asse con l'accesso principale si trova lo scalone coperto, diaframmato dalla loggia che si apre sul fronte meridionale della corte121, mentre gli altri lati del medesimo cortile sono 118 ASMe, AW. Florena, voi. 5629, e. 407 e ss. 22 novebre 1803. Il compenso ammontava all'esorbitante somma di 425 onze. Altre 225 furono corrisposte all'indoratore palermitano Giuseppe Bevelacqua per decorare cornici ed arabeschi secondo le indicazioni riportate nel grafico del Perez: ASMe, Not. Florena, voi. 5629, e. 824 e ss. 13 maggio 1804. 119 ASMe, Noi. Manera, voi. 7323, e. 231, 12 Gennaio 1803. Il pittore riceve pagamenti per avere fatto «.tutto l'adormaieiìi quadroni di detta I '.le chiesa del Cedrano e hi aver fatto le ri/rate fìnte in essa e colorito i fondi di rat/ischi». Su Gaetano Riolo, fratello del più noto Vincenzo, si veda L. SARULLO, Dizionario de<ili artisti siciliani, l'/t/nra, Palermo 1993, p. 453. 120 ASPM, t'ondo C/facchino Castel'/, hddonc su S. Stefano dì Camastra, s.n.


traforati dai fornici che un tempo immettevano alle stalle e ai depositi. Il piano nobile vedeva svilupparsi una serie di saloni passanti, dove l'ala affacciata sul corso principale e sulla piazza era destinata alla rappresentanza, invece le ali retrostanti erano più riservate ed accoglienti per la residenza dei proprietari. I dipinti di questi ambienti venivano realizzati fra il 1803 ed il 104 da Gaetano Riolo122 e da Francesco Pagone123. Come ricorda una lapide, Ferdinando IV di Borbone veniva ospitato ed onorato dall'Arciprete Sergio in questo palazzo nel 1806, evento non secondario per ì benefici che ne traeva lo stesso presule e la sua famiglia. Purtroppo l'edificio ha subito nel tempo alcuni danneggiamenti, causati anche dal progressivo frazionamento dell'immobile. Negli ultimi anni è stato e continua ad essere gradualmente recuperato. La situazione dell'abitato alla vigilia dell'unità d'Italia è significativamente documentata da una carta topografica redatta nel 1857 dall'ingegnere Giuseppe Bonavìri. In questo straordinario documento si vede ancora la cittadina racchiusa entro l'originario quadrilatero con l'espansione del quartiere San Giovanni, si notano i fabbricati della marina, il convento dei Cappuccini e la chiesa del Calvario, la stazione telegrafica e, soprattutto, un addensamento d'isolati che il redattore qualifica come "fabbriche di stovilglie" (cfr. Fig. 4). Proprio alla testa di questi opifici si trovava già il palazzo di don Gaetano Armao, personalità tra le più interessanti dell'800 stefanese. Artefice della sua stessa fortuna, riusciva ad affermare la sua fabbrica di mattonelle con spregiudicata mentalità imprenditoriale, con sistemi di produzione avveniristici e, soprattutto, col marchio di qualità del suo prodotto. Il suo opificio SÌ trasformava gradualmente in prestigiosa dimora, dove al seminterrato e al pianterreno si raccoglievano le officine, mentre al piano superiore si distribuivano ambienti confortevoli che, tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo venivano arricchiti con preziose decorazioni art-nouveau. Il complesso architettonico era armonicamente congegnato per combinarsi con un sistema di terrazze e con un giardino murato dove la percezione dei volumi sia dall'interno che dall'esterno era impreziosita da una serie di fregi maiolicati, vere e proprie vetrine per propagandare l'abilità dei laboratori di don Gaetano124. Le qualità di questo personaggio non sembravano essere testimoniate solo dai prodotti del suo opificio e dalle caratteristiche uniche

121

L'arioso scalone veniva realizzato dal capomastro e scalpellino Gaetano Catalano che riceve l'incarico da D o n Giovanni Sergio, quale procuratore dell'erediti del Sac. Gaetano Bosco. Con lo stesso contratto, l'architetto-stuccatore Agostino Perez s'impegnava a realizzare le voltine sopra lo scalone: ASMe, Not. Fioretta, voi. 5629, e. 653, 11 marzo 1804. 122 Ved. nota 119: ASMe, Not. Matterà, voi. 7323, e. 231, 12 Gennaio 1803 123 ASMe, Not Fioretta, voi. 5629, e. 873, 10 Giugno 1804. Le dorature di cornici e arabeschi erano effettuate da mastro Giuseppe Bevelacqua, Il pittore D o n Francesco La Barbera si accompagnava a D o n Francesco Pagone, quest'ultimo già attivo nella vicina Mistretta per la realizzazione della "Via Crucis" nella Matrice di quel centro. 124 N . L O CASTRO, Il Palalo di Don Gaetano Armao, in AA. W . , XXIV mostra della ceramica Santo Stefano di Camastra, Sant'Agata di Militello, 2000, pp. 95-102.


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del suo palazzo, ma investivano anche le scelte dell'intera comunitĂ , allorchĂŠ potevano esprimersi con i ruoli istituzionali che l'Armao ricopriva dal 1860 al 1880, anno della sua morte. Nel 1861, come Sindaco, incaricava l'ingegnere Gaetano Riolo per la redazione di un piano regolatore che avrebbe consentito l'urbanizzazione dei suoli comunali ricadenti nella contrada "Piano", immediatamente a monte dell'abitato storico, e subito dopo, fissava il regolamento d'acquisizione delle quote (ciascuna di 26 palmi quadrati), imponendo un canone annuo di 42 centesimi per ogni lotto e vietando la realizzazione di qualsiasi andito o scala esterna. Determinava cosĂŹ il presupposto giuridico per un'ordinata espansione urbana che avrebbe attirato altri numerosi abitanti. Allo stesso ingegnere, nel 1875, affidava la realizzazione del nuovo cimitero che, nelle intenzioni progettuali si proponeva come una serie di terrazze e di giardini pensili, adagiati lungo il pendio di una collina e disposti simmetricamente rispetto ad una cordonata centrale. Non a caso, don Gaetano Armao sarebbe stato il primo cittadino stefanese ad essere seppellito nel nuovo camposanto123.

5

Idem, p. 96.


Fig. 1. Il bastione di Nordovest (1684), per situarvi le artiglierie a difesa della città. Fig. 2. "Prospettiva di Serravalle", disegno acquerellato di C Camilliani, 1583 circa, (da M. Sparlala). Fig. 3. La Marina delli Grutti in una foto dei primi del Novecento la chiesetta di Sant'Elia e la Casina Strazzeri. Fig. 4. Planimetria redatta dalFIng. Giuseppe Bonavìri nel 1857 con l'ipotesi di attraversamento della rotabile Palermo - Messina (da Ruggeri). Fig. 5. Pianta del nuovo insediamento di S. Stefano con dislocazione delle principali emergenze architettoniche. Fig. 6. Stralcio della cartografia di Samuel von Schmettau, 1719-1725. Fig. 7. Schema della cittadina con ipotesi della sua concezione ideale. Fig. 8. Il documento del 15 aprile 1684 che attesta la realizzazione della pianta urbana ad opera di mastro Gìovan Battista Vespa (Archivio di Stato dì Messina). Fig. 9. Pianta della città di Catania nel suo assetto successivo al terremoto, in un'incisione del XVIII secolo. Fig. 10. Schema dei Quattro Elementi nella interpretazione dei neoaristotelici, di Cristoforo Clavio(1606). Fig. 11. La Fontana con le 4 nicchie, oltre quella centrale, dove si trovavano le raffigurazioni metaforiche dei quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco. Fig. 12. Interno della chiesa del Calvario, in una foto degli anni '50 dello scorso secolo.


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Fig. 12


La produzione ceramica di CoUesano nel XVII secolo TOMMASO GAMBARO

È ormai ampiamente accertato che il secondo Seicento abbia rappresentate] il momento di massimo fulgore per la produzione ceramica di CoUesano. La recente mostra tenuta nella prestigiosa sede della Galleria Regionale di Palazzo Abatellis a Palermo (6 luglio - 6 settembre 2012) ha chiuso il capitolo dedicato alla recupero della memoria dell' arte del fuoco a CoUesano, mettendo in mostra tutti i manufatti secenteschi conservati nei depositi del museo, mai esposti prima nel loro insieme. L'esposizione è stata l'occasione per svolgere un'analisi complessiva della produzione del secondo Seicento, restituendo al pubblico dei visitatori e più in generale degli studiosi uno stato dell'arte con ancora qualche lacuna, ma anche alcune certezze. La conoscenza, inoltre, di ulteriori manufatti della stessa epoca, presenti in collezioni museali e private, arricchisce ancora di più il quadro della produzione secentesca di CoUesano nel suo complesso, e fornisce dati utili a coUocare gU artigiani che operarono in quei decenni nel centro madonita all'interno di quello scambio tecnico e culturale che, da Caltagirone a Trapani, caratterizza la storia della ceramica siciliana. L'osservazione della produzione ceramica collesanese conservata a Palazzo Abatellis ha fatto emergere tre stili di bottega; a questo dato va aggiunto che si tratta di manufatti reaUzzati tutti per le farmacie dell'epoca, destinati dunque a contenere Uquidi o soHdi spesso polverizzati, pronti alla vendita da parte dell'aromatario, committente degli stessi. Tre stili dunque, tre mani diverse di artigiano, sapientemente impegnate nell'utilizzo di una tavolozza che comprende il verde, il giallo-arancio, il bianco, il blu, il manganese, appartenenti tutte a periodi diversi, seppur distanti tra di esse non più di un trentennio. La prima bottega, di cui non conosciamo U nome dell'artigiano, è legata all'aromatario di Polizzi Giovanni Saldo, committente di quattro albarelli a cilindro datati 1667, raffiguranti nei medaglioni: santa Columba, santa Basilla, santa Lucia, un ritratto di angelo (senza data, ma con U nome del committente). Giovanni Saldo chiede espressamente aU'artigiano collesanese che la sua committenza venga iscritta nei manufatti ed è per questo che leggiamo loanni Saldo diPolitu. 11 dativo di vantaggio (loanni) conferma che il pezzo è stato realizzato in favore di Giovanni Saldo, originario di PoUzzi. Dello stesso anno, 1667, sono altri tre albarelli raffiguranti: santa Rosalia, un mezzo busto di santa non identificata, san Vito. Sempre del 1667 l'unica fiasca con iscrizione del contenuto, acqua rosacea, e l'indicazione del luogo di fabbrica, nonché un vaso globulare con la figura nel medagUone di un santo domenicano.


In questi ultimi manufatti n o n compare alcun n o m e di committenza, ma vi sono pochi dubbi che la loro realizzazione sia da attribuire alla stessa bottega. La scelta cromatica, il ductus della pennellata lo indicano con chiarezza. Anche un albarello rastremato al centro con ritratto femminile a mezzo busto è ascrivibile alla medesima bottega a cui si era rivolto l'aromatario Giovanni Saldo per i primi quattro albarelli sopra citati. In ogni caso l'artigiano precisa Fatta in CoUesano. È interessante notare che l'albarello con san Vito indica perfino il mese di lavorazione, luglio; quest'ultimo dato conferma che erano le stagioni calde il periodo abituale di lavorazione della terra negli stamani. In conclusione, relativamente alla prima bottega, osserviamo che nove dei dieci manufatti descritti sono datati 1667, quattro riportano il n o m e del committente, l'aromatario Giovanni Saldo di Polizzi. U n secondo nucleo di manufatti nella collezione di Palazzo Abatellis è identificabile per il fondo biancastro del medaglione. Diverso rispetto al primo gruppo è infatti il ductus del pennello e sono presenti dettagli figurativi che accomunano i cinque manufatti. Il primo è un vaso globulare con, probabilmente, le figure di san Giuseppe e del Bambino, Giuseppe con la sinistra sollevata stringe ciò che sembra essere un tozzo di pane. L'immagine dovrebbe riferirsi alla distribuzione del pane ai poveri in occasione della festa, molto sentita e partecipata soprattutto a livello popolare. Il cartiglio riporta per esteso l'iscrizione del luogo di fabbrica, CoUesano. Assimilabili alla stessa bottega sono il ritratto di Madonna incorniciato nel medaglione di un vaso globulare e due albarelli, rispettivamente con u n ritratto femminile a mezzo busto e un francescano. Anche questi esemplari riportano l'iscrizione CoUesano. Il quinto manufatto è ancora un vaso globulare con ritratto frontale di francescano; tre stelle spiccano nel fondo biancastro; l'oggetto, datato 1668, potrebbe aver fatto parte, come altri, del corredo farmaceutico del locale convento. I cinque esemplari con fondo biancastro sopra descritti n o n indicano né il n o m e dell'artigiano, né quello del committente. U n solo anno, dunque, separa dunque il secondo nucleo (1668) dal primo (1667). Del 1687 è l'unico albarello del maestro palermitano Filippo Rizzuto, attivo a CoUesano tra il 1677 e il 1693, a n n o della morte. Rizzuto ha ritratto nel medaglione santa Rita e ha indicato il luogo di produzione: jecit in CoUesano. La tavolozza cromatica comprende il giallo, l'arancio, il bianco, il blu, il manganese, con il quale sono delineati i contorni e tracciati i dettagli, e il celeste, con cui a pennellate viene ricoperta la campitura bianca del velo e dell'abito della santa. Agli esemplari delle tre botteghe individuate si aggiungono due manufatti riportanti la sola indicazione del luogo di fabbrica, CoUesano. Si tratta di un


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albarello rastremato al centro, senza figure, ornato soltanto di trofei, ascrivibile alla serie commissionata dall'aromatario Giovanni Saldo, e un vaso globulare con l'immagine di un santo (o santa?) che tiene tra le braccia conserte la palma del martìrio e con la sinistra stringe uno spadino. Il fondo del medaglione è giallo, si intravede anche l'arancio; una robbiana incornicia la figura. La sigla SPQP tra i trofei legittima l'ipotesi che il maestro abbia voluto richiamare la sua origine palermitana: potrebbe trattarsi di Filippo Rizzuto anche in questo caso? Vi sono ancora quattro esemplari nella collezione di Palazzo Abatellis che, per apparato ornamentale o per datazione, possono essere ricondotti a botteghe collesanesi. Tra questi, due albarelli con campitura in verde e incisioni circolari: il primo datato 1662, il secondo con l'iscrizione Colksano nel nastro; un terzo albarello raffigura sant'Antonio da Padova con giglio e libro. Infine, un grosso albarello cilindrico datato 1673 con la sigla SPQP di difficile attribuzione, seppur riconducibile alle officine di Collesano per alcuni dettagli cromatici e decorativi. Nel corso dell'excursus sui manufatti ceramici delle fabbriche di Collesano presenti nella Galleria di Palazzo Abatellis è emerso un solo nome di artigiano, quel Filippo Rizzuto di origine palermitana, di cui nel corso delle ricerche in questi anni sono stati rintracciati anche l'anno di morte e il nome della moglie: Rosaria Venturella, castelbuonese di origine, già vedova di un altro maestro, Giuseppe Savia. Appartenente anch'essa a famiglia di stagnari, il matrimonio conferma le ragioni dello spostamento del maestro palermitano, che possiamo considerare definitivo fino all'anno della morte, il 1693. Ciò che manca nella definizione del percorso professionale di Filippo Rizzuto è, invece, la documentazione della sua attività a Palermo prima del trasferimento. Una lacuna che, molto parzialmente, pensiamo di poter colmare proponendo all'attenzione il confronto tra due manufatti realizzati per committenze palermitane e due opere certamente collesanesi: — Due pannelli di mattonelle murali di censo (canoni per proprietà site nella città di Palermo) attualmente esposti nella Cattedrale del capoluogo siciliano raffiguranti rispettivamente la Madonna del Ponticello (Fig. 1) e Nostra Signora della Consolazione del Deserto con san Mercurio (Fig. 2)1. — Due vasi ovoidali entrambi con iscrizione Collesano e la rappresentazione, il primo (in collezione privata), di un'anima purgante (Fig. 3), il secondo (in collezione Abatellis), di san Giuseppe con tozzo di pane e Bambino (Fig. 4).

1

cfr. F. Azzarcllo, / mattoni dì censo ninnili nhiìoììcjtì dì Pnkrwo, Poligraph, Palermo 1985, pp. 81 e 87.


Molte sono le somiglianze di segno, di dettaglio che inducono a pensare debba trattarsi della stessa mano di artigiano. Che costui possa essere Filippo Rizzuto resta ad oggi da verificare. Da una ulteriore immagine, un albarello, anch'esso in collezione privata, datato però 1666 (Figg. 5-6) potrebbe ricavarsi l'informazione della presenza di Rizzuto a Collesano già a quella data. Quale altro ceramista si muove tra Palermo e Collesano in quegli anni, prima di lui?

Fig. 1. Madonna del Ponticello, seconda metà del XVII s e c ; mattonella murale di censo attualmente esposta nel Museo della Cattedrale di Palermo, Fig. 2. Nostra Signora della Consolazione del Deserto con san Mercurio, seconda metà del XVII s e c ; mattonella murale di censo attualmente esposta nel Museo della Cattedrale di Palermo. Fig. 3. Anima purgante, recto di vaso ovoidale recante iscrizione Colkstiim; colle/ione privata. Fig. 4. San Giuseppe con tozzo di pane e Bambino, recto di vaso ovoidale recante iscrizione Col/esano; Coli. Palazzo Abatellis. Figg. 5-6. Albarello datato 1666 recante iscrizione Collesano; collezione privata.


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Fig.3


Fig. 4


Figg. 5-6


Matteo e Giuseppe Garigliano, pittori gangitani del tardo Settecento. Un primo bilancio con una appendice su due opere inedite di Pietro Martorana e Raffaele Visalli SALVATORE FARINELLA

Dei pittori Matteo e Giuseppe Garigliano non c'è traccia nei Dialoghi familiari sulla pittura di padre Fedele da San Biagio, nemmeno fra quei Vittori di seconda classe a cui allude don Pio nel giorno decimoquarto delle conversazioni, sebbene il buon Tirrito non nasconda al suo interlocutore la presenza di tanti «giovani di gran talento, inclinati alla bell'Arte, [che] sì perdono, e debbono procacciarsi il vitto per me^Xp di quella sola meccanica, che il proprio naturale talento gli detta. Sempre la Sicilia è stata fecondissima di bravi ingegni; ma per la dìsgrava di non avere qualche Mecenate da promuoverli, sollevarli, e premiarli, restano svagati, e negletti»1: forse i due erano troppo "giovani" e poco noti per essere considerati fra Ì pittori di una qualche notorietà. Un silenzio che SÌ riscontra nella storiografia successiva, a partire dal Gallo fino ad arrivare al Sarullo, i quali comunque citano un Giovanni Garigliano pittore nella città di Nicosia attivo nella seconda metà del secolo XVIII2 - artista di cui aveva tuttavia segnalato la presenza il Beritelli La Via3 - che potrebbe essere "parente" dei Nostri. Il primo riferimento diretto e più concreto a Matteo e Giuseppe Garigliano, pittori gangitani (seppure non eccellenti) del tardo Settecento, risale alla fine degli anni Novanta del secolo scorso e ai primissimi anni Duemila, quando pubblicai Ì due volumi sulla chiesa-santuario dello Spirito Santo4 e sulla chiesa della Catena di Cangi5: in quelle due occasioni ebbi modo di "incontrare" don Matteo Garigliano Vittore, autore di alcune pale d'altare nella prima chiesa e, successivamente, don Giuseppe Garigliano a cui era riferito un più modesto quadro nella seconda chiesa. In quei momenti pensai di trovarmi di fronte a un medesimo personaggio dal doppio nome di "Matteo Giuseppe Garigliano", visto che la documentazione fino ad allora consultata riportava il primo e a volte il secondo nome cancellato. La meraviglia fu quella di scoprire che non solo si trattava di due personaggi diversi ma addirittura di due fratelli, entrambi pittori e autori di una produzione artistica che man mano, al divenire della ricerca d'archivio, diventava sempre più corposa e sparsa ben oltre gli stretti confini del borgo di Gangi: da qui l'esigenza di

1 P. FEDELE DA SAN BIAGIO, Dialoghi familiari s/ilhi pillarti (17X8), ristampa anastatica a cura di D . Malignaggi, Palermo 2002, p. 214. 2 L. SARULLO, Dizionario degli artisti siciliani, voli. 3, Palermo 1993, II, Pittura, p p . 223-224. 3 G. BERITELLI L A V I A , Notile storiche di Nicosia, Palermo 1852, p . 353. 4 S. FARINELLA, La chiesa dello Spirita Santo in Coirsi. I •'aiibricayoi/e. trasformazioni e fotti d'arte dal 1576 attraverso i documenti inediti, Assoro 1999. 5 ID., Gangi. La chiesa di Santa Moria della Catena. Calda alla storia e all'arte, Madonnuzza-Petralia Soprana 2003.


portare alla conoscenza un primo bilancio di tale attività artistica, sebbene con un catalogo di opere ancora modesto ma che la continua ricerca rende via via, seppure lentamente, più definito. Poi, come raramente avviene, un caso fortuito ha permesso di scoprire due opere inedite di altrettanti artisti del periodo, più noti rispetto ai Garigliano e citati invece da padre Fedele fra i «Pittori di bei talento» e che ebbero modo di lavorare a Gangi nella metà del Settecento: Pietro Martorana - padre del più famoso Gioacchino e suocero di Gaspare Fumagalli - e Raffaele Visalli dei quali altre opere sono nella nostra cittadina. Due opere già assegnate a ignoti autori che oggi trovano invece la loro sicura paternità. Matteo e Giuseppe Garigliano. Note biografiche L'attività artistica di Matteo Garigliano a Gangi appare oggi documentata a partire dal 1745/46, quando il pittore aveva l'età di circa venticinque anni6: dichiarandosi ventottenne nel suo rivelo presentato nel 17487, desumiamo infatti che egli nacque intorno al 1720. Giuseppe Garigliano appare invece operoso dal 17538, circostanza che ce lo fa immaginare forse più giovane del primo. Ad ogni modo appare certo che i due non avevano origini gangitane e che la loro famiglia proveniva dalla vicina città demaniale di Nicosia, come peraltro attesta il cognome che qui risulta abbastanza diffuso. A dare certezza alle origini nicosiane e soprattutto alla consanguineità dei due artisti sono gli atti di matrimonio di Matteo e di Giuseppe celebrati nella chiesa madre di Gangi: Ì due documenti attestano che, pur non essendo forse nati nel borgo madonita, essi si erano comunque stabiliti a Gangi da qualche tempo ma più di tutto testimoniano l'identità dei genitori. Il primo atto del 27 novembre 1745 riguarda il matrimonio di Don Mapteum Garaglìano e di Maure de Salvo, figlia di don Rosari/ e della defunta Benedicte Puccio et Salvo, famiglia in vista nel borgo madonita'': il secondo atto di matrimonio del 4 maggio 1750 attesta le nozze fra don Joseph Garaglìano e d(onn)a Dorothea Lombardo, figlia di don Pascalis e della q(uonda)m d(onne) Catbarine Lombardo et Ragusa10. Un ulteriore atto del 24 aprile 1786 rivela un secondo matrimonio di Giuseppe Garigliano, vedovo della prima moglie, con donna Carmela Fiale figlia dei castelbuonesi Michelangelo e Anna Maria Seminara11. 6

Archivio della Chiesa Madre di Gangi (ACMG), ÌJbri dei con/i deità dnesa di San (.ala/do, voi. 2, e.148: a questo anno indizionale risulta il pagamento di 2 onze a Matteo Garigliano per la fattura di un quadro raffigurante san Mauro. 7

Archivio di Stato di Palermo-sezione Catena (ASPa-Ca), Dep/iia^ione del Rey/o, Riveli delle anime e dei beni del Regno di Sicilia, voi. 2972, ce. 288-289v. B ACMG, ÌJbri dei coni! della chiesa di Sania Maria della Calma, voi. 3, e. 97: Giuseppe Garigliano viene pagato 15 tari per un quadro raffigurante sant'Agata. 9 ACMG, Liber di-ntiììittiìtones DIO.ìnummi (Libri dei matrimoni), voi. 6, e. 137. 10 Ivi, voi. 7, c.s.n. 11 Ivi, voi. 10, e. 117.


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In tutti e tre i documenti, sia Matteo che Giuseppe risultano figli di d(on) Leonardi Garagliano e di d(onna) A.nm Leon (già defunta all'epoca del secondo matrimonio di Giuseppe) civìtatìs Nicosit. difficile è stabilire, allo stato della ricerca, quando e per quali ragioni Matteo e Giuseppe Garigliano si stabilirono nel borgo di Gangi. Alla luce dei tre atti è comunque certo che i due erano fratelli e che provenivano dalla vicina città demaniale. Il dato confuta peraltro l'ipotesi avanzata qualche tempo fa circa il fatto che Matteo e Giuseppe fossero figli «del pittore Giovanni Garigliano nato a Nicosia (EN) il primo settembre 1727 e morto il 29 novembre 1797»12: per il resto non sappiamo ancora se fra costui e i due Nostri intercorressero rapporti familiari o solamente di concittadinanza. Esigue sono ancora le notizie biografiche sui due artisti. Nel suo rivelo del 1748, Matteo Garigliano - che utilizza già l'appellativo di don - dichiara una condizione non particolarmente agiata: egli rivela infatti un limpto (reddito) complessivo di sole 25 onze e 15 tari, derivanti esclusivamente dal possesso di tre tumuli di terra e di una vigna «con un migliaro di viti» in contrada Trebrain, non dichiarando nemmeno il possesso di una casa di abitazione13. Altri documenti di quegli anni attestano in effetti la situazione di indigenza in cui, almeno in questo periodo, versava Matteo Garigliano insieme alla moglie. Una supplica al Viceré datata 19 gennaio 1751 ci informa come «D(on) Matteo e D(onna) Maura Garigliano e Salvo [...] non tengono luogo di casa in q(ue)ta sud(ett)a T(er)ra [di Gangi] per propria abitazione, che per la loro povertà non possono comprarla»: l'istanza mirava ad acquisire il permesso di vendere due tumuli di terra posseduti in contrada Trebbrazza e facenti parte dei «beni dotali per d(ett)a D(onna) Maura a d(ett)o D(on) Matteo» per la cui alienazione (essendo beni dotali) occorreva il beneplacito delle autorità; col ricavato Ì due avrebbero potuto acquistare una casa nel borgo di Gangi14. Gli stessi testimoni, «examinati in Curia Cap(itanal)i Civ(Ìta)tÌs Gangi/» il 30 gennaio successivo, giurarono che «D(on) Matteo e d(on)na Maura Garigliano e Salvo ]ug(a)li campano in grandissima Povertà e Miseria e che vendendo la terra [che] tengono nella q(ontra)ta di Trebra^a [...] (avrebbero potuto) comprarsene una Casa in q(est)a sud(ett)a Città», La vicenda ebbe termine nel gennaio dell'anno successivo, quando Matteo Garigliano e la moglie - dopo aver venduto i due tumuli di terra - poterono acquistare per 30 onze una casa in "tre corpf nel quartiere di San Vito (sotto la piazza del borgo), venduta loro da donna Anna de Salvo et Calamaro, vedova di don 12

B. DE MARCO SPATA, Liniii/aidne dei patere nella Sicilia borbonica: i pittori ritrattisti di%ii "an/abilissin/i" Sovrani e il bando del viceré Caracciolo del 24 febbraio 1785, in L'isola ricercata, inchieste sui centri nailon della Sicilia setoli Xll-Xl III, atti del Convegno di Studi (Campofiorito 12-13 aprile 2003) a cura di A.G. Marchese, Palermo 2008, p. 553. 13 ASPa-Ca, Rivelo di Matteo Garigliano già citato. 14 Archivio di Stato di Palermo-sezione Termini Imerese (ASPa-TI), Fondo notai defunti, memoriale di vendita del 28 febbraio 1751, notaio Mario di Chiara, voi. 7081, ce. 127-133v: la supplica, datata a gennaio dello stesso anno, è inserita nel memoriale come le dichiarazioni dei testimoni sentiti per l'occasione.


Felice Calamaro e probabilmente parente (forse sorella) di Maura15: poiché tuttavia la somma ricavata dalla vendita della terra (16 onze) non riusciva a coprire l'intero costo della casa, nell'agosto del 1752 i due coniugi ricevettero in dono la predetta casa dal padre e suocero don Leonardo Garigliano, «ab(ita)ntem Cìvìtatis Nicosie»1''. Su Giuseppe Garigliano non abbiano invece ancora alcuna notizia di carattere biografico. Un atto di donazione del 2 marzo 1768 fra don Joseph Garigliano e don Rosario Ventimiglia conferma le sue origini nicosiane e la sua residenza gangitana: «C(ivita)is Nicosie et hab(itato)r C(ivitat)is Gangi/» recita infatti il documento, attestando la sua provenienza17. Se, per la loro frammentarietà, le poche note sopra ricordate non consentono ancora di ricostruire con più precisione i profili biografici dei due fratelli, le notizie più dettagliate sulla attività pittorica gangitana e madonita di Matteo e Giuseppe Garigliano permettono di tratteggiare una sintesi - seppure non esauriente - dell'attività artistica dei due pittori. L'ambiente artistico e culturale a Gangi e le influenze nicosiane L'epoca in cui operano i due fratelli Matteo e Giuseppe Garigliano (la seconda metà del Settecento) è per il borgo di Gangi un periodo particolarmente florido dal punto di vista culturale e delle presenze artistiche: tuttavia non si può escludere che una particolare influenza sulla formazione dei due artisti possa averla avuta anche la loro cittadina di origine, quella Nicosia città demaniale che, come Gangi, nella prima metà del XVIII secolo aveva visto la presenza di pittori di chiara fama. Se nei primi anni del trasferimento a Gangi (gli anni '40 del Settecento) Matteo e Giuseppe Garigliano ebbero a confrontarsi con i modesti esempi di un pittore anch'egli immigrato nel borgo agli inìzi degli anni '30, quel Giovanni Nicosia zio del futuro famoso scultore ligneo Filippo Quattrocchi18 e autore di alcune opere in parte perdute e in altra parte ancora esistenti - gli affreschi dei Misteri del Rosario nell'attuale sepoltura dei sacerdoti della chiesa madre, datati 1735 e a lui attribuibili19, e gli affreschi nella volta della chiesa di Santa Maria della Catena documentati al Nicosia fra il 1748 e il 175420 -, a partire dalla fine degli 15 Ivi, atto di vendita del 17 febbraio 1752, notaio Mario di Chiara, voi. 7 0 / 1 , ce. 101-103. Interessante è la figura di Felice Calamaro, indoratore e forse anche pittore residente a Gangi ma probabilmente proveniente pure da Nicosia, del quale si sta cercando di ricostruire il profilo. 16 Ivi, Fondo notili definiti, atto di donazione del 14 agosto 1752, notaio Andrea Cammarata, voi. 7047, ce. d93-d94v. '' Archivio Storico del Comune di Gangi (ASCG), Fondo notai defunti, atto del 2 marzo 1768, notaio ignoto, voi. 1-45, c.s.n.. 1S Sulla figura di Giovanni Nicosia ho dato un primo profilo in S. FARINELLA, Filippo Quattrocchi iifiivjìtaiius sadptoi\ catalogo della mostra, Palermo 2004,passim. iq Per l'attribuzione di questi affreschi a Giovanni Nicosia, e per un profilo più approfondito del pittore, si rimanda a S. FARINGI J.A, dorar/ni Xicos/apie/or delprimo Settecento fra il nis.wno e le Mndonie, in «Palcokastro», in corso di pubblicazione.


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anni '50 Ì modelli di riferimento per i due artisti furtono decisamente diversi: sotto l'abile regia di Gandolfo Felice Bongiorno, architetto, erudita e letterato dell'omonima famiglia che proprio in quegli anni aveva fondato la prestigiosa Accademia degli Industriosi dì Gangi (aggregata all'Accademia del Buon Gusto di Palermo)21, operarono infatti nel borgo madonita pittori del calibro di Gaspare Fumagalli e di Pietro Martorana - autori degli strabilianti affreschi nelle volte del palazzo Bongiorno fra il 1756 e il 175822 - o del meno noto Crispino Riggio (autore di affreschi nelle volte delle chiese dello Spirito Santo, di San Cataldo e dell'Oratorio del SS. Sacramento nella chiesa madre fra il 1755 e il 176223). Già a metà del decennio precedente un altro pittore palermitano, Raffaele Visalli, aveva inviato diverse opere alla Badia di Gangi24 dove nei decenni successivi anche Matteo e Giuseppe Garigliano si sarebbero trovati ad operare. I due artisti di origine nicosiana immigrati a Gangi si trovarono dunque immersi in un ambiente già culturalmente intriso di istanze tardo barocche, contrassegnato dalla presenza di opere di affermati artisti ma contraddistinto anche da un fermento culturale in continua espansione grazie all'attiva presenza di Gandolfo Felice Bongiorno e della sua Accademia: istanze che venivano ulteriormente alimentate dalla presenza di opere scultoree di un certo prestigio, come VImmacolata (oggi nota come YAssunta) realizzata nel 1758 dallo scultore napoletano Loren20 Cerasuolo23, o come la splendida custodia lignea nella chiesa dei Cappuccini realizzata nel 1752 da fra' Francesco Fedele Tedesco26 o ancora come l'altrettanto esemplare gruppo scultoreo della Madonna del Rosario con san Domenico realizzato fra il 1761 e il 1764 da un Filippo Quattrocchi alle prime armi, ma già con la stoffa del genio della sgorbia, opera prima dello scultore gangitano eseguita su bozzetto dell'affermato pittore palermitano Vito D'Anna27 e col quale uno dei Garigliano si sarebbe trovato a collaborare negli anni seguenti. Se Matteo e Giuseppe Garigliano trovarono a Gangi un ambiente favorevole alla loro attività di artisti, è probabile se non addirittura certo che anche a Nìcosia ì due poterono attingere (o addirittura formarsi) da affermati pittori del loro tempo: dalle poche notizie di carattere biografico che gli esigui documenti d'archivio ci consentono di conoscere, è possibile intuire infatti che fino all'età presunta di venti anni (fino ai primi anni '40 del Settecento) i due vissero nella 20

S. FARIXELLA, CHHUJ. \J: chiesa dì Santa Maria delia Catena ..., cit., pp. 76-77. 21 Si veda S. FARIXELLA, li palalo dei Bongiorno. La famìalia, il palalo, i dipinti\ Madonnuzza-Petralia Soprana 2008, passim. 22 Ibidem. 23 S. FARINELLA, ha chiesa dello .S'pìr/to .Santo ..., cit.; lD., Gli affreschi di Crispino Ri^io nella chiesa di San Cataldo, in «Le Madonie» n. 1, 2002, p. 3. 24 S. AXSKI.MO, Rafiael/ I '/salii. Recisione critica <> aliante dociii/ientarie su un pittore del Settecento, in «Pakokastro», n.s., n. 3, 2011, pp. 43-48. 25 Data e firma sono nella base della statua. 26 Archivio Frati Cappuccini di Gangi (AFCG), Raccolta, voi. 1, e. 22, 27 Cfr. S. FARIXELLA, Filippo Quattrocchi ..., cit., p p . 47-49, 98.


vicina città demaniale, forse frequentando la bottega di qualche ignoto pittore, ma sicuramente ammirando le opere di due artisti di successo come il fiammingo Guglielmo Borremans e il nicosiano Filippo Randazzo. Il Borremans aveva lavorato, fra il 1716 e il 1717, alla decorazione della volta nella chiesa di San Vincenzo Ferrer annessa al monastero delle Domenicane di Nicosia e alla realizzazione delle tele per gli altari della stessa chiesa28: l'estro del pittore avrà certamente influenzato la fantasia dei giovanissimi Matteo e Giuseppe Garigliano che, ancora ragazzi, avranno ammirato le pitture realizzate un decennio prima dal maestro fiammingo. Di Filippo Randazzo, «eccellente Pittore ... di gran forila nel disegno [e] di bel colorito» - secondo padre Fedele da San Biagio - sebbene fosse Monocolo (orbo d'un occhio)2''', i due Garigliano avranno forse colto anche la presenza a Nicosia visto che il maestro - nato nel 1695 -, nonostante si fosse trasferito a Palermo forse al seguito del Borremans, fece ritorno nella cittadina demaniale almeno per eseguire gli affreschi nella chiesa di San Calogero30: tuttavia il Randazzo risulta habiiatorum Panormì già nel 1723 quando convola a nozze31. Una influenza da parte del Randazzo almeno su Matteo Garigliano si coglie in una delle opere di quest'ultimo datata 1775: si tratta del Sant'Isidoro agricoltore che Matteo realizza in quell'anno - insieme ad altre due opere - per la chiesa dello Spirito Santo di Gangi32. L'opera è infatti la copia quasi esatta (a meno di alcuni particolari reinterpretati dal Garigliano) dell'analogo soggetto che Filippo Randazzo avrebbe elaborato in una tela della prima metà degli anni '30 per la chiesa di San Francesco di Paola di Nicosia33: analoga è infatti l'impostazione della pala d'altare, col Santo in posizione centrale intento a fare sgorgare una polla d'acqua mentre incredulo il padrone sta in ginocchio sul lato inferiore sinistro: e analoga è anche la scena sullo sfondo, con l'angelo che ara la terra al posto di Isidoro, così come racconta la leggenda. SÌ discostano tuttavìa dall'esempio del Randazzo il paggio (moro nel caso del dipinto del Garigliano, forse più aderente al racconto agiografico) e alcuni particolari nell'abbigliamento di sant'Isidoro e del suo padrone. Per il resto il pittore dì origine nicosìana naturalizzato a Gangi sembra avere tratto tanto dalla lezione del suo più insigne conterraneo. (Fìg. 1) Influenze "nicosiane" e forse anche "gangitane", dunque, nella pittura dei due Garigliano, con richiami a modelli iconografici del periodo che tuttavìa, data l'esiguità delle opere conosciute dei due pittori, non appaiono ancora ben 2S Sulla presenza del Borremans a Nicosia si veda, fra l'altro, G. Di MARZO, Guglielmo Borremans di Anversa, pittore fiammingo in Sicilia nel secolo Xi '111, Palermo 1912, pp. 23-24. Gli affreschi sono stati recentemente restaurati con un intervento diretto da chi scrive. 29 P. FEDELE DA SAN BIAGIO, Dialoghifamiliari..., cit., giorno decimo quarto, p . 241. 30 D . CASCINO, Classicismo e rococò nelle tele di ii/ippo Randello, tesi di laurea, Università degli Studi di Palermo, corso di Laurea in Lettere Moderne, a.a. 2004/2005, relatore prof. Mariny Guttilla, p. 25. 31 A. GIULIANA ALAJMO, L'architetto della Catania settecentesca G.ii. Vacai rini e le sconosci/ite ricende della sua vita, Palermo 1950, atto di matrimonio di Filippo Randazzo e Antonina Sciortino, p . 13, n. 9. 32 S. FARINELLA, La chiesa dello Spirito Santo in Gangi ..., cit., p. 83. 33 D . CASCINO, Classicismo e rococò . . . , c i t , p. 169.


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chiaramente definite. I riferimenti sono sicuramente da connettere alla cultura figurativa tardo barocca e rococò, a quei repertori (il gioco barocco della linea serpentinata in primo luogo) e acquisizioni che fanno capo alla vasta schiera di pittori che, fra la prima e la seconda metà del Settecento, arricchivano il panorama artistico siciliano: e in parte probabilmente alimentati dalla presenza di un personaggio come l'architetto Gandolfo Felice Bongiorno che non fu certamente estraneo alle commesse verso i due artisti. Un dubbio ci sorge sulla figura del pittore Giovanni GarigMano che, nato secondo le fonti a Nicosia nel 1727 e morto nel 1797, parrebbe coetaneo - oltre che conterraneo e forse anche parente - di Matteo e Giuseppe: poche sono le notizie su questo pittore34, - autore sembra di una Ultima cena per l'oratorio della Sciabica a Nicosia - la cui vita (come esistenza terrena) appare stranamente sovrapponibile a quella di Giuseppe Garigliano. A meno di non voler pensare a un terzo fratello anch'egli pittore, magari rimasto ad operare a Nicosia, non è improbabile che le fonti abbiano potuto confondere Giuseppe attribuendogli il nome di Giovanni. (Fig. 2) Matteo e Giuseppe Garigliano: un primo bilancio della produzione artistica L'attività artistica finora nota di Matteo e Giuseppe Garigliano si svolge fra il 1745 e il 1785, per il primo, e fra il 1753 e il 1797 per il secondo: un quarantennio che abbraccia la seconda parte del XVIII secolo e che vede i due artisti impegnati non solo a Gangì ma anche nelle Madonie e in altri centri della Sicilia centrale. I seppure modesti rinvenimenti archivistici consentono, come si è detto, di tracciare un primo bilancio di questa attività durante la quale i due artisti furono impegnati non solo nella realizzazione di nuove opere (tele) ma anche nella elaborazione di decorazioni di altra natura (altari, statue) e nell'acconcio (restauro) di dipinti esistenti. I documenti d'archivio rinvenuti, la maggior parte dei quali inediti, ci consentono dunque dì redìgere un primo seppur parziale catalogo delle opere dei due artisti gangitani di origine nicosiana. Opere di Matteo Garigliano La prima opera documentata, oggi nota, di Matteo Garigliano a Gangi è un dipìnto raffigurante San Mauro abate, realizzato nel 1745/46 per la chiesa di San Cataldo e per il quale il pittore percepì appena 2 onze, forse come acconto o come liquidazione finale a meno dì non voler considerare modeste le dimensioni della tela35: l'opera è identificabile nelle residue figure del Santo e dei due cherubini che si trovano oggi nella sacrestia della chiesa, tagliati in epoca successiva dal contesto della tela, forse gravemente danneggiata. Agli inizi degli anni '50 don Matteo Garigliano sembra impegnato solo in modestissimi lavori secondari, complice forse

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Si vedano le precedenti note 2 e 3. •" ACMG, Libro dei conti delia chiesa di San Cataldo, voi. 2, c.148.


la sua precaria situazione economica e sociale: nel 1751 ancora dalla chiesa di San Cataldo egli percepisce infatti 20 tari «perpincere U tabernaculo dentro»36 mentre dalla chiesa madre riceve 12 tari «per conciare il quadro della Nunziata»71, un'opera risalente al secolo precedente. (Fig. 3) Alcune notizie lo v e d o n o tuttavia impegnato in quegli stessi anni, e poi ancora nella seconda metà degli anni '60, a dipingere opere in alcune chiese di Petralia Superiore: nel 1 7 5 2 / 5 3 Matteo dipinge infatti la cappella del Salvatore nell'eponima chiesa (probabilmente u n affresco), mentre nel 1766/67 realizza per la Chiesa Madre il Martirio dei santi Pietro e Paolo, patroni di Petralia, su una lastra di Genova 3 8 . Ancora in quegli stessi anni Matteo sembra fare la spola fra i due centri madoniri: nel 1767 realizza la cappella della Provvidenza ancora nella matrice di Petralia Superiore e l'anno successivo affresca la "pennata" (il porticato) della stessa chiesa, opere tuttavia perdute 3 9 . Per quest'ultimo intervento sembrano registrati compensi anche negli anni successivi fino al 1769/70, ma pare che a percepire le somme sia il fratello Giuseppe 4 0 , indizio che porta a pensare a una possibile commissione in solido (e dunque a una probabile collaborazione fra i due) e a un temporaneo abbandono del lavoro da parte di Matteo. Ai lavori probabilmente più proficui nella vicina Petralia, in quegli stessi anni Matteo Garigliano alterna modesti incarichi di restauro a Gangi: nel 1767/68 viene pagato infatti dalla chiesa madre del borgo (15 tari) per «conciare il quadro dell'Uria», una pala d'altare della Madonna Odigitria realizzata a metà del secolo precedente dal pittore nisseno Vincenzo Roggeri 41 , mentre nel 1770/71 riceve 3 onze dalla chiesa di San Cataldo di Gangi «perfar nuovo il quadro di S(an) Cristo/alo»42, Incerta è qui l'interpretazione dell'espressione "far n u o v o " riferita al dipinto raffigurante san Cristoforo, in considerazione del modesto compenso percepito dal Garigliano: tuttavia altre voci di spesa annotate nel medesimo libro contabile della chiesa, riferiti all'acquisto di materiale e a lavori «per l'altfarje si fece nuovo di S(an) Cristo/alo» nonché «per licenza di Messina per la benedizfiojne di d(ett)o quadro di S(an) Cristo/alo», fanno pensare che in effetti possa trattarsi della pala d'altare raffigurante appunto San Cristoforo e san Giacomo tuttora presente nella nostra chiesa e che il c o m p e n s o di appena 3 onze possa riferirsi a una parte della mercede percepita da Matteo Garigliano.

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Ivi, anno 1750/51, voi. 2, e. 173v. Ivi, Libro dei coni! delia chiesa madre, anno 1751, voi. 3, e. 359, Notizie gentilmente fornitemi da Salvatore Anselmo e inserite in S. ANSELMO, appunti sulla pittura a Petra Ha Soprana dal XV al XIX secolo, in Studi in onore di .Antonio Mogarero Fina, a cura di A.G. Marchese, in c.d.s. 39 Ibidem. 40 Ibidem. 41 A C M G , Libro dei conti della chiesa madre, voi. 4, e. 151. Per l'opera del Roggeri si veda S. FARINELLA, Note storiche sulla chiesa madre dì Cangi, in .Irte nelle Madonie. Storia, restauro, design, a cura di G. Antista, Bagheria2013, p. 42. 4 - Ivi, Ubro dei conti della chiesa di San (.alatelo, voi. 3, e.82. j7

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E tuttavia si può anche pensare che questo nuovo impegno per la chiesa di San Cataldo di Gangi possa essere stato uno dei morivi dell'allontanamento di Matteo dal cantiere decorativo della pinnata della chiesa madre di Petralia Superiore svolto negli stessi anni. L'altro motivo potrebbe essere stata ancora una commissione, stavolta da parte delle Benedettine di Gangi: ad agosto del 1771 Matteo Garigliano venne pagato infatti 1 onza e 9 tari «in conto del quadro della Cena per lo Refett(ori)o» di quel monastero, e altre somme percepirà per lo stesso lavoro a novembre di quello stesso anno (1 onza e l i tari) e a ottobre dell'anno successivo (3 onze e 10 tari)43. L'opera può essere agevolmente individuata in quella Ultima cena oggi posta nella cappella del SS. Sacramento della chiesa madre di Gangi, che autorevoli fonti orali dicono proveniente (insieme ad altri dipinti, sculture e arredi liturgici) proprio dalla vecchia Badia a seguito della soppressione dell'Ordine nel 1866 e della successiva demolizione del monastero nel 193444: dipinto già attribuito a Gaspare Vazzano45 ma che il dato documentale consente di assegnare invece alla mano di Matteo Garigliano. (Fig. 4) Per i primi anni '70 del Settecento sono ancora documentari modesti interventi di Matteo Garigliano per acconciare dipinti esistenti nelle chiese di Gangi: nel 1772 egli riceve 1 onza e 10 tari dalla chiesa madre del borgo «perpincere la Croce [e] acconciare li quadri della cappella del SS. Crocifìsso»46, mentre l'anno successivo viene pagato 15 tari in conto dell'onza pattuita «per conciare il quadro della Concessione»41', un dipinto di cui oggi non c'è più traccia. Il salto di qualità sembra avvenire nella metà degli anni Settanta: nel 1775 si registrano infatti una serie di pagamenti a Matteo Garigliano per tre dipinti commissionatigli dalla chiesa dello Spirito Santo di Gangi nell'ambito dei lavori di ridefinizione degli apparati decorativi, affidati peraltro all'architetto Gandolfo Felice Bongiorno48: non è escluso che a suggerire l'intervento del Garigliano possa essere stato lo stesso aristocratico gangitano che in quella metà del XVIII gestiva tutti i cantieri decorativi delle chiese del borgo e di alcune chiese madonite49. Dai libri contabili della chiesa apprendiamo i seguenti pagamenti «A D(on) Matteo Garìgliano Pittore per pittare con suoi colorì e tela etìlaria spese della Chiesa li quadri di S(an) Gaetano, di S(anta) Caterina e S(ant'jlsidoro pel pre^p di on^e 16 cioè quello di 43

Archivio della Chiesa Madre di Petralia Sottana (ACMPS), ì Jhri dei colili delia Badia di Gangi, voi. 2, ce. 47, 49, 63v. 44 La fonte orale è l'Arciprete emerito della chiesa madre di Gangi, sac. don Gioacchino Duca. 45 S. NASELLO, Ennio e Gangi. Scf/a storia, nella legenda e nell'arte, Palermo 1949, p. 65. Più volte è stata dimostrata l'inattendibilità delle notizie fornite dal Nasello. 46 ACMG, / uhm dei conti delle chiesa madre, voi. 5, e. 21. 47 Ivi, e. 33. 48 Per i lavori nella chiesa dello Spirito Santo si veda a S. FARINHLLA, \M chiesa dello Sfurilo Santo ..., ót.,passim. 49 Sulla figura di Gandolfo Felice Bongiorno si veda S. FARJNELLA, Il palalo dei Hongortto ..., cit.. Sull'argomento si rimanda anche a S. FARINELLA, Gandolfo Felice Bongiorno architetto 1722-1801, in corso di lavorazione.


S(an) Gaetano per on%e 7 di S(anta) Caterina on^e 4 e di S(ant')Isidoro on%e 5 delle quali sud(dett)e on^e 16 se ne sono compensate on^e 6. 3 sopra la vigna venduta al sud(dett)o di garigliano dal Procur(ator)e D(on) Cataldo di Duca nel 1770 e fatto il contratto li 2 lug(li)o 1775 in N(ota)r Chiara (on%e) 9.27»h0. I dipinti sono tuttora esistenti nella chiesa dello Spirito Santo (nell'ordine terzo altare destro, terzo altare sinistro e secondo altare destro): interessante, come si è già notato sopra, è la tela raffigurante sant'Isidoro agricoltore, copia quasi identica del dipinto con lo stesso soggetto attribuito a Filippo Randazzo e conservato presso la chiesa dì San Francesco di Paola a Nicosia: opera che costituisce un valido trait-d'union riguardo ai possibili riferimenti culturali di Matteo Garigliano. (Fig. 5) Negli anni successivi il pittore appare ancora impegnato in modesti lavori per le chiese gangitane. Nel 1775/76 don Matteo Garigliano riceve infatti dalla chiesa di San Cataldo 4 tari «per mettere l'occhi nuovi a S(an) Cataldo q(ua)ndo s'indorò»: la statua del Santo vescovo - realizzata nel 1589 dallo scultore trapanese Berto de Biasio e dal pittore suo concittadino Vincenzo Gallo — era stata oggetto di un intervento nel 1772 per il quale il S'ignor Filippo Quattrocchi scultore era stato chiamato «per acconciare la statua di San Cataldo per alcuni pannigli che gli mancavano» e per «rifare il bastone pastorale allafigura»51.Nel 1776/77 ancora un modesto incarico per il compenso dì appena 5 tari e 10 grana, ricevuti dalla chiesa madre dì Gangi «per conciare dite quadri della cappella del SS. Sacramento»52, dipinti non meglio specificati e di cui nulla sappiamo. Al momento le notizie sull'attività artistica di Matteo Garigliano si fermano alla metà degli anni Settanta del Settecento: un'ultima annotazione vedrebbe il pittore impegnato nel 1784/85 per l'Università di Leonforte, dalla quale viene pagato 2 onze «pelli due Retratti dei Nostri Sovrani e tari 20 per apersi portato in Castrogiovanni per estrarre la copia dì detti Retratti colla dimora di giorno dieci»33, indizio forse di un suo trasferimento nella cittadina dell'ennese. Opere di Giuseppe Garigliano La prima opera documentata di Giuseppe Garigliano risulta ad oggi un piccolo quadro raffigurante il Martirio di sant'Agata, dipinto realizzato nel 1753 per la chiesa di Santa Maria della Catena per un compenso di 15 tari54: tuttavia una annotazione nel registro contabile dell'anno 1768/69 riporta il pagamento di 24 tari «a don Giuseppe Garigliano perfare il quadro di S' (ant'jAgata»0'-', forse in sostituzione 50

Archivio Chiesa Spirito Santo Gangi (ACSSG), ÌJbri dei conti, anni 1774/1775, e. 25v-26. Di questi pagani eli li e delle opere ho dato notizia in S. FAR1NELLA, ÌJI chiesti delio Spirito Stinta ..., cit., pp. 8184. 51 ACMG, Ubro dei coati de/hi chiesti di San Cataldo, voi. 3, e. 109v. Si veda anche S. FARINEIJ.A, i'i/ippo Quattrocchi ..., cit., p. 96. 52 Ivi, Libro dei confi de/iti chiesti madre, voi. 5, e. 92. 53 ASPa, Tribunale del Rual Patrimonio, Conti Civici, voi. 2332, fascicolo anno 1784/85, in B. D E MARCO SP ATA, L'iwwatone dei potere nella Sicilia borbonica ..., cit, p. 553. 54 ACMG, Libro dei confi delia chiesa di Stinta Mirriti cicliti Catena, voi. 3, e. 97.


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del precedente. È probabile che si tratti della piccola tela ovale che ancora oggi si trova nella chiesa gangitana e che in una prima istanza era stata assegnata al fratello Matteo, individuato come l'unico pittore col cognome Garigliano e dal doppio nome di "Matteo Giuseppe" operante a Gangi'6. (Fig. 6) L'attività artistica di Giuseppe nel borgo è tuttavia meno documentata e, allo stato delle nostre conoscenze, appare più sporadica rispetto a quella del fratello: anch'egli alterna però modesti incarichi per le chiese di Gangi a più interessanti e forse più proficui lavori commissionati dalle chiese madonite. Nel 1763/64 si registra un pagamento di 19 tari per un antaltare da collocare nella cappella di Sant'Antonio da Padova nella chiesa madre di Gangi57 e nel 1767/68 il pagamento di 7 tari per "accomodare" il quadro del Crocifisso nella stessa chiesa58. Ancora una serie di opere da "acconciare'' nell'anno seguente, sempre per la chiesa madre, gli valgono il compenso di 1 onza e 13 tari39: le opere erano il dipinto della Nundata (^Annunciamone di Maria tuttora esistente nella quarta cappella della navata destra della chiesa e già ritoccata dal fratello) e altri non meglio specificati della cappella del SS. Sacramento, mentre per il quadro della Madonna del lume è registrata la curiosa annotazione per la quale il Garigliano era pagato «per levare il demonio dal quadro di Maria I/ergine del Lume», un piccolo quadretto che possiamo forse individuare in quello tuttora esistente nella cripta della chiesa madre. L'attività di Giuseppe Garigliano nelle chiese madonite appare assai più intensa e documentata rispetto a quella del fratello Matteo60: un'attività documentata durante l'arco di un trentennio a partire dalla metà degli anni '60 del Settecento, intercalata da episodiche commesse gangitane. Alla fine di ottobre 1761 il Garigliano è documentato nella chiesa madre di Geraci, dove viene pagato 27 tari «per aver pitto la tela dell'organi»;, oltre 7 tari e 13 grani per la tela61; nel 1764 pare che Giuseppe sia impegnato invece nella chiesa madre di Polizzi a dipingere Ì SS. Apostoli2. Al principio degli anni '70 Giuseppe Garigliano è documentato nella chiesa di Santa Maria di Loreto a Petralia Superiore: qui è pagato, nel 1770/71, per aver dipinto il quadro nuovo di San Cosmo e per avere colorito la statua di Santo Stefano indorata da don Giuseppe di Figlia63: quest'ultima è la statua lignea attribuita a Filippo Quattrocchi che avevamo ritenuto copia dell'omonima opera

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Ivi, voi. 3, e. 240. Cfr. S. FARINELLA, Gangi. La chiesa di Santa Maria delia Catena ..., cit., p 82. ACMG, IJbro chi confi delia cappella di San/'.- intonai da Padova, voi. 1, e. 16. 58 Ivi, Libro dei conti delia chiesa madre, voi. 4, e. 151. 59 Ivi, e. 157. 60 D e v o le notizie sull'attività madonita dei Garigliano all'amichevole suggerimento di Vincenzo Abbate e di Salvatore Anselmo che ringrazio sentitamente. 61 G. TRAVAGLIATO, I esiimonian~y pittoriche a Geraci Sicnìo dai Medioevo ai XIX secolo, in Geraci Siculo. Arte e devozione. Pitture e Santi Protettori, a cura di M.C. Di Natale, lìagheria 2007, p . 105. fl2 Si veda V. Abbate, La l Generabile Cappella di S. Gandolfo nella Chiesa Madre di Polipi Generosa, Bagheria 2014, passim. 63 S. ANSELMO, Documenti inediti e appunti sulla pittura a Pei rada Superiore ..., cit.. 56 57


di Milazzo documentata all'artista gangìtano al 1784/8664 e che invece il documentato intervento del Garigliano riconduce allo scultore gangitano come opera originale rispetto a quella milazzese. Nello stesso anno il Garigliano appare anche impegnato nella realizzazione di un dipinto di Santa Lucia per la chiesa eponima di Petralia Superiore, opera oggi perduta63. (Fig. 7) Nel 1772 Giuseppe si trova a Petralia Inferiore per realizzare alcuni paliotti per la chiesa di San Pietro66 e negli anni seguenti alterna impegni di lavoro in entrambe le Petralìe. Nel 1773/74 lo ritroviamo ancora nella Superiore, dove viene pagato per avere ritoccato la pinnata della chiesa madre (forse un lavoro svolto insieme al fratello Matteo qualche anno prima) e la cappella del SS. Sacramento61', evidentemente opere ad affresco: nel '74 invece è nuovamente nella Inferiore dove dipinge la veste e ritocca la cerva della statua di San Calogero nella chiesa di San Giovanni (oggi nella chiesa madre), acconcia la testa della statua di San Giovanni Battista nella chiesa eponima e dipinge dei paliotti ancora per questa chiesa e per quella di San Sebastiano68, lavori che fanno forse intravedere da parte di Giuseppe Garigliano anche una certa abilità nell'intaglio o comunque nel restauro di opere lignee. Nel dicembre dello stesso anno 1774 il pittore riceve 1 onza e 28 tari dalle Benedettine dì Gangi «in conto del quadro del dormitorio», opera per la quale venne pagato ancora 1 onza e 2 tari nei mesi successivi69: il soggetto purtroppo non è specificato e il dipinto è andato comunque perduto dopo la soppressione dell'Ordine e la demolizione del monastero, salvo trovarsi fra le varie opere provenienti dalla Badia e conservate ancora in forma anonima presso la chiesa madre di Gangi. L'attività artistica di Giuseppe Garigliano sembra proseguire ancora negli anni '80 e finanche negli anni '90, sebbene le notizie risultino piuttosto frammentate. Nel marzo del 1787 si rileva un pagamento di 2 onze e 22 tari dal tesoriere dell'Università di Santa Caterina Villarmosa (oggi in provincia di Caitanis setta) a «don Giuseppe Garigliano Pittore per la formazione dei Ritratti dei Nostri Amabilissimi Sovrani»1® e ancora nel marzo del 1790 il pagamento di 1 onza e 12

54 Cfr. S. FARINELLA, Filippo Quattrocchi ..., cit., p. 146. Il Santo Stefano Protomartire di Petralia p u ò dunque considerarsi come il prototipo di quella di Milazzo che, essendo realizzata un quindicennio dopo l'intervento del Garigliano, è senza dubbio copia della prima. 65 S. ANSELMO, Documenti mediti e appiani sulla piti/ira a Petralia Superiore ..., cit.. bb S. ANSELMO, Pittori du/X\ 'lì agli ini^i dei XIX secolo nelle carte dell 'Archino Storico Parrocchiale di Petralia ìujerion', in h/trico Alauceri (1869-1966). Storico dell'urte tra connoissenrship e conservazione, atti del Convegno Internazionale di Studi (Palermo 27-29 settembre 2007) a cura di S. La Barbera, Palermo 2009, p. 323. 67 S. ANSELMO, Documenti inediti e appunti sulla pittura a Petralia Superiore ..., cit. 68 S. ANSELMO, Pittori dalXVII agliinisg delXIXseco/o ..., cit., p. 323. w ACMPS, ÌJbri dei conti della Badia di Clangi, voi. 2, ce. 122, 127, 70 ASPa, Tribunale del Reni Patrimonio, Conti Civici, voi. 1013, fascicolo anno 1786/87, e. 66v, 235, in B. DE MARCO SPATA, L'immagine del potere nella Sicilia borbonica ..., cit., p. 553.


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tari, sempre a Santa Caterina ma insieme a certi mastro Giuseppe Mazzanobile e mastro Antonino Alferi «per averriformatol'uniforme del Servente della Sede Giuratoria che servir debba in tempo delle solennità della Chiesa ed altre occorrente, cioè al primo [al Garigliano] per aver dipìnto una impronta dietro del sndeìio uniforme l'Armi dei ÌX ostri sovrani»11. Alla fine dello stesso mese u n ulteriore pagamento di 16 tari insieme a certo mastro Raimondo la Cagnina - 7 tari dei quali al Garigliano - ancora «per aver dipinto l'Armi dei Nostri Sovrani infrante di una cassettina che servir debba per uso delle lettere della Posta»12, interventi tutti di modesta entità che tuttavia testimoniano c o m e anche Giuseppe in quel torno di t e m p o , al pari del fratello, cercò fortuna in ambiti esterni a Gangi e alle Madonie. Agli inizi degli anni '90 il Garigliano è ancora documentato a Petralia Inferiore dove, nel 1792, dipinge Ì paliotti in stile neoclassico per l'altare di San Gaetano e ritocca quello della Madonna della Catena nella chiesa di San Giovanni e dipinge i paliotti - nello stesso stile - per la chiesa di Santa Maria la Fontana 7 3 . Un'ultima notizia lo vede infine a Polizzi nel 1797, dove è pagato 6 onze e 2 tari per «aver fatto pittare il quadro del SS. Salvatore» nell'eponima chiesa, opera e chiesa n o n più esistenti 74 . Questo primo bilancio sulla produzione artistica dei fratelli Matteo e Giuseppe Garigliano, traccia u n profilo consistente dei due pittori, originari di Nicosia e naturalizzati a Gangi, operosi nella seconda metà del Settecento nei centri delle Madonie, sebbene sia un profilo ancora parziale: allo stato delle ricerche Ì documenti n o n ci autorizzano tuttavia a ipotizzare una unica bottega d'arte gestita dai due fratelli. Mentre scriviamo questo contributo, la ricerca d'archivio ci consegna nuovi inediti documenti sui due artisti, che come i tasselli di un mosaico o come i pezzi di un puzzle contribuiscono a ricomporre, per quanto possibile, il quadro dell'esperienza artistica dei due pittori: rimando però ad altra occasione l'approfondimento sui due fratelli, alla luce dei nuovi rinvenimenti archivistici 75 .

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Ivi, voi. 1014, fascicolo anno 1789/90, e. 67, 230, in B. D E MARCO SPATA, L'immagine delpotere nella Sicilia borbonica ..., cit, p. 553. 72 Ivi, C. 231, in B. DE MARCO SPATA, Uiimnavine dei potere nelle! Sicilia borbonica ..., cit., p . 553. 73 S. ANSELMO, Pittori dal XVII agli inisg del XIX secolo ..., cit., p. 323. 74 S. ANSELMO, Doaw/en/ì inediti e uppnnlì sulla pilliira a l'eiraiia Superiore ..., cit. 5 ' È già in corso di lavorazione, da parte di chi scrive, u n o studio monografico dal titolo Matteo e Giuseppe Cari^iiano pi/lori. Una boi tega operosa dei laido Sellea-nlo siciliano, con nuove notizie e nuove opere documentate ai due artisti.


Appendice. Due opere inedite di Pietro Martorana e Raffaele Visalli Come a volte accade, la ricerca - anche non archivistica - riserva inaspettate sorprese: è il caso di due opere pittoriche della metà del Settecento già assegnate a ignoti artisti ed oggi ricondotte alle mani di coloro che ne furono artefici e che in quella metà di secolo frequentarono il borgo di Gangi. Le opere inedite, due pale d'altare, sono fortunatamente segnate dalle firme dei due pittori (fino a qualche tempo fa ignorate) che rispondono ai nomi di Pietro Martorana e di Raffaele Visalli. Pittore palermitano della prima metà del XVIII secolo, citato da padre Fedele da San Biagio fra i cosiddetti "minori"1 e attivo soprattutto nel retroterra della capitale con puntate anche sulle Madonie (Petralia Inferiore), il Visalli ha avuto "assegnate" ultimamente quattro tele eseguite per la chiesa di San Pietro della Badia delle Benedettine di Gangi: la ricerca archivistica ha infatti consentito dì aggiungere al catalogo del pittore palermitano le quattro tele raffiguranti la Sacra Famiglia con sant'Anna, san Gioacchino e san Giovanni Battista, il Martirio di san Bartolomeo, San Benedetto consegna la Regola a santa Scolastica e ai santi Mauro e Placido sugli altari dell'aula - e San Pietro e san Paolo sull'altare maggiore, opere realizzate nel 174ó2 per le quali Matteo Gariglìano venne peraltro pagato 4 tari «per intolerare i sud(ett)i quadri»5. Nello stesso anno il Visalli risulta impegnato con un altro Ordine religioso presente a Gangi: per Ì Cappuccini infatti, che all'inìzio del secolo (1710) avevano ultimato la loro nuova chiesa annessa all'ultimo convento edificato pochi anni prima, il pittore palermitano realizzò il dipinto raffigurante Santi Cappuccini con la Vergine Maria e il Bambino Gesù, oggi posto nel cappellone della chiesa conventuale. L'opera, che risulta firmata Rajfaef..] Visalli fecit 1746 vicino al piede del puttino posto alla base della composizione, ritrae due Santi dell'Ordine in contemplazione ai piedi del trono dì Maria mentre uno porta in braccio il Bambino: la scena è inquadrata in una quinta architettonica della quale sì scorge un tratto dì colonna mentre dal lato opposto la visuale si apre su uno sfondo naturalistico. (Figg. 8 e 9) L'altra opera inedita è pure collocata nella chiesa dei Cappuccini di Gangi (ultimo altare sinistro della navata) e porta la firma /756MARTORANA [...]: la tela raffigura L'Immacolata con santa Chiara e santa Rosa da Viterbo. La mano è quella di Pietro Martorana, padre del più celebrato Gioacchino e suocero di Gaspare Fumagalli, «ottimo Pitt(or)e di Pal(erm)o che qui (a Gangi) addimorò a pingere»4: proprio 1

P. FEDELE DA SAX BIAGIO, Dialoghi'familiari..., cit.,p. 244. S. ANSELMO, Raffaele I "isol li. Revisione evitica ..., cit.. Lo studioso cita il contratto d'opera agli atti del notaio Andrea Cammarata. 3 ACMPS, Libri dei conti delia Wodìa dì Cangi, voi. 1, anno 1750-51, c.s.n.. 4 G.F. BOXGIORNO, intiera a l'ito Amico, 1761: il cosiddetti) Manoscritto Bongiovno è conservato presso l'Archìvio dei Frati Cappuccini di Gangi. Il documento è stato integralmente pubblicato in S. FARINELLA, Ilpaia^o dei Wongiovno ..., cit., Appendice dei documenti. 2


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in quell'anno ìl Martorana iniziava, insieme al genero, Ì lavori di affresco delle sale del palazzo che il barone Francesco Benedetto Bongiorno si era fatto costruire. Il Martorana, al quale sono da ricondurre i quadroni nelle volte del palazzo, rimase a Cangi fino agli inizi del 1758, un anno prima della sua morte5: la firma rinvenuta sulla pala d'altare della chiesa dei Cappuccini Ìndica dunque che l'opera venne eseguita dall'artista palermitano all'inizio della sua permanenza gangitana e che la stessa opera venne probabilmente eseguita a Cangi. Il dipinto raffigura la Vergine Maria assisa in trono mentre viene coronata di stelle dall'Eterno Padre e dallo Spirito Santo che si libra sotto forma di colomba: in basso le due Sante dell'Ordine, Chiara in piedi e rivolta verso lo spettatore mentre un putto regge l'artistico ostensorio col quale essa scacciò i saraceni, e Rosa da Viterbo genuflessa e con la corona di rose nelle mani. In basso stanno due putti, ai piedi di uno dei quali è la firma ancora leggibile dell'artista. (Figg-lOell) E molto probabile, se non addirittura certo, che a commissionare il dipinto sia stato lo stesso barone Francesco Benedetto Bongiorno, che per eredità di famiglia ricoprì il ruolo di Sindaco Apostolico (procuratore) dei Cappuccini per diversi anni: peraltro la famiglia Bongiorno aveva la sepoltura gentilizia proprio nella chiesa dei Cappuccini6. Non è da escludere che anche per l'opera del Visalli il committente (o comunque in certo qual modo l'artefice) possa essere stato lo stesso barone Bongiorno. I documenti d'archivio hanno portato a definire un primo quadro delle vicende artistiche di due sconosciuti pittori e a restituire diverse opere pittoriche del tardo Settecento gangitano ai propri autori: un esame più approfondito ha consentito poi di assegnare due opere a due più noti pittori del panorama artistico siciliano. Altri rinvenimenti archivistici e nuovi esami su opere esistenti consentono di continuare tale impegnativo lavoro di conoscenza e di trarre dall'oblio e dall'incertezza tante altre opere, anche di epoche diverse, talune ancora esistenti, altre andate perdute: una rilettura dell'attività artistica svolta a Gang! nel corso dei secoli che si rimanda, in ogni caso, ad altre occasioni e a tempi più propizi7.

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Si veda S. FARINELLA, Gaspare ì'ita/agallt e t dipinti nclk rolli' del palalo Rouoiomo a Ganci. Un giallo nella Siàìic! (hi Settecento, in «I.c Mudi mie» n. 2, 1999, p. 3. f ' Sull'argomento si rimanda a S. FARINELLA, Il pillarlo dei Bongiorno ..., cit., passim. Segnalo la lavorazione di un testo organico sull'arte a Gangi dal tardo medioevo al XX secolo, già avviato e in fase di completamento.


Fig. 1. Filippo Randazzo (attribuito), Sant'Isidoro agricoltore, anni '30 del XVIII secolo, Nicosia, chiesa di San Francesco di Paola. Fig. 2. Giovanni Garigliano, Ultima cena, Nicosia, Oratorio della Sciabica. Fig. 3. Matteo Garigliano, San Mauro abate, 1745/46, Gangi, chiesa di San Cataldo. Fig. 4. Matteo Garigliano, Ultima cena, 1771, Gangi, chiesa madre. Fig. 5. Matteo Garigliano, Sant'Isidoro agricoltore, 1775, Gangi, santuario dello Spirito Santo. Fig. 6. Giuseppe Garigliano, Martirio di sant'Agata, 1768/69, Gangi, chiesa di Santa Maria della Catena. Fig. 7. Filippo Quattrocchi (coloritura di Giuseppe Garigliano), Santo Stefano protomartire, 1770 ca, Petralia Soprana, chiesa di Santa Maria di Loreto. Fig. 8. Raffaele Visalli, Santi Cappuccini con la Vergine Maria e il Bambino Gesù, 1746, Gangi, chiesa conventuale dei Frati Minori Cappuccini. Fig. 9. Raffaele Vìsalli, Santi Cappuccini con la Vergine Maria e il Bambino Gesù, 1746, Gangi, chiesa conventuale dei Frati Minori Cappuccini. Particolare della firma. Fig. 10. Pietro Martorana, L'immacolata con santa Chiara e santa Rosa da Viterbo, 1756, Gangi, chiesa conventuale dei Frati Minori Cappuccini. Fig. 11. Pietro Martorana, L'immacolata con santa Chiara e santa Rosa da Viterbo, 1756, Gangi, chiesa conventuale dei Frati Minori Cappuccini. Particolare della firma.


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Bernardo Cornelia poeta caltavuturese dell'Ottocento ROSARIO POLLINA

Due sono gli atteggiamenti tipici della gioventù di fronte alla vita: o di decisa contestazione rivoluzionaria o, all'opposto, d'ostentato conservatorismo. Quest'ultimo è il caso di Bernardo Cornelia, poeta caltavuturese nato a metà Ottocento e morto allo scoppio della prima guerra mondiale: si tratta in verità di una chiusura che tocca tanto la politica quanto l'idea di letteratura e che è il portato di un preciso momento storico, anche se attinge a valenze metafisiche. Sicché converrà dare i minimi, essenziali riferimenti alla situazione dell'Italia postunitaria e più precisamente all'ultimo ventennio del secolo, datandosi la raccolta del Cornelia al 1885. Sono gli anni dei governi di Agostino Depretis, prestigioso esponente della sinistra liberale: anni in cui s'inaugura il fenomeno del "trasformismo", male tutto italiano destinato a una vita plurisecolare e che s'accompagna al sistema dei grandi appalti pubblici avviati con lo scopo d'ammodernare la nazione, ma che produssero scandali e corruzione. Va aggiunto che proprio in quel periodo s'era saldato il blocco agrario - industriale, le prime forme cioè di un capitalismo moderno sul modello delle grandi potenze occidentali i cui costi furono scaricati sui ceti più deboli, anche perché il debito pubblico del giovane regno d'Italia era spaventoso e veniva sanato con una pesantissima tassazione fondata principalmente sulle imposte indirette. Cornelia, allora poco meno trentenne e nutrito com'era d'ideali patriottico risorgimentali consustanziali a fortissime istanze etiche e religiose, guardava con indignazione alla meschinità della vita parlamentare e amministrativa, non diversamente che tanti intellettuali più illustri di lui: si pensi perlomeno a Federico De Roberto e alla sua impietosa rappresentazione della classe dirigente siciliana. Come in molti, il nostro poeta viveva il dissidio fra il grigiore del presente e il vagheggiamento di un primato italiano, di un'Italia cioè viva nei suoi sogni e ammantata da un'aura classicistica: nulla di meno che l'Italia dei secoli aurei, portatrice di un patrimonio civile e culturale di cui s'era nutrita l'ideologia risorgimentale. Ora, questo spirito nazionalistico in Cornelia non si declinava, come nell'elite del tempo, in atteggiamenti anticlericali e massoni (si ricordi che lo stesso Depretis fu un altissimo dignitario dell'associazione): piuttosto si tingeva di neoguelfismo; visione, questa, che aveva alimentato nei primi decenni del secolo XIX una corrente importante del pensiero politico italiano, ma che era divenuta minoritaria e soccombente con l'unificazione a danno dello stato pontificio. Diversamente da molti cattolici, che obbedirono rigorosamente al non expedit, cioè al divieto di partecipare alla politica italiana, Cornelia non esitò a schierarsi per la patria e a sentirsi contemporaneamente obbediente al papa, anche se non sappiamo se tale scelta fosse da lui accettata pacificamente o avesse risvolti


conflittuali. Ignoriamo d'altro canto se la sua ripulsa della corruttela postunitaria fosse figlia del rigorismo cattolico (la lezione manzoniana era al suo acme) o se piuttosto riflettesse un generico moralismo: ci troveremmo allora di fronte alle reminiscenze scolastiche nutrite della saggezza greco-latina o delle invettive dantesche, ancorché il Fiorentino non sembri un autore prediletto dal poeta caltavuturese. Tutt'al più risente di echi biblici, la cui lettura nonché l'ascolto liturgico costituivano per lui pratica indefessa e zelante. Siamo così passati dalla vita politica alla letteratura: significative per quest'altro aspetto della sua personalità sono le dichiarazioni programmatiche a introduzione de I canti. Egli guarda alla produzione del Trecento e del Quattrocento, inserendosi così in una tradizione purista che nel Meridione aveva avuto il suo corifeo in Basilio Puoti, maestro di Francesco De Sanctis nei primi anni del Risorgimento. Sicché Cornelia assurge al ruolo d'epigono, emarginato dall'affermarsi di un nuovo modello linguistico assai meno aulico e più aperto al lessico della modernità. A fronte di questa rivoluzione, affettata e anacronistica appare la prosa del suo discorso proemiale, pieno di calchi scolastici e affollato da citazioni che ne appesantiscono la fruizione, segno dì un'erudizione non ancora matura. Sfilano così gli auctores del liceo classico, non senza compiaciuti rimandi alle voci più significative del romanticismo europeo. E qui è da segnalare l'assenza di Leopardi, la cui amara lezione esistenziale nonché lo sperimentalismo metrico non rientrano nelle corde dì Cornelia. Egli piuttosto si rifa all'esperienza petrarchesca e neopetrarchesca, senza cogliere il rinnovamento operato dal recanatese all'interno del codice lirico. Del pari assente è la lezione di un poeta classicistico che avrebbe potuto essere congeniale alla vena del caltavuturese, vale a dire Giosuè Carducci: forse il suo anticlericalismo ne impediva l'accoglienza, nonostante fosse una voce dì primo piano nel panorama tardo ottocentesco? O forse non arrivavano nella provincia siciliana le pubblicazioni più aggiornate? Ancor più conservatrice è la posizione rispetto alla narrativa. Cornelia si dichiara nemico del verismo e del sensualismo, intendendo con tale termine tutta la produzione postromantica, simbolista e decadente (non dimentichiamo che quattro anni dopo il libretto va alle stampe II piacere di D'Annunzio). Anzi — egli dice — con la nuova letteratura la poesia appare ''''non più come regina e donna del pensiero, piena dì gratta, di vita e di pudica belletta, ma vestita oscenamente ora da sgualdrina ed ora nelle sembiante orribili d'una strega morente"; il che è una criptica allusione al compianto dì Sordello da Goito nel sesto del Purgatorio incrociato con il lamento di Sacripante nel primo de L'Orlando furioso. Nondimeno Cornelia è figlio del suo tempo: il componimento d'apertura s'intitola Visione d'amore, cioè "Sogno d'amore", una forma poetica che ripropone il cliché romantico del Uebentraum, seppur irriconoscibile nei suoi panni iperclassicistici. Ma si dà anche il caso d'intuizioni anticipatrici: difatti, contestando


di Nico Marino, Voi. 11(2012)

il concetto dì genio e rivendicando la possibilità di una poesia media, egli approda a una visione democratica della letteratura quale non sognavano i tanti intellettuali affascinati da pregiudizi superomisti. Né importa che parlasse prò domo sua, avvertendo le possibili ironie dei compaesani con un atteggiamento tipicamente provinciale. Il fatto è che mancavano a Cornelia il respiro europeo e la sensibilità verso una poesia oltre che moderna libera da paludamenti di scuola. Volendo essere classico a ogni costo egli forgia versi diseguali, alcuni armoniosi e musicali altri irrimediabilmente segnati da una Musa pedestrìs; sicché accanto ad aperture felici convivono cadute di stile tanto più evidenti a distanza di tempo. Le sue ambizioni letterarie sono più interessanti dei suoi esperimenti, che tuttavia conservano un preciso valore documentario, dal momento che testimoniano della reazione medio borghese e provinciale ai grandi fenomeni della storia italiana, nonché della mediazione culturale delle istituzioni scolastiche nel tardo Ottocento. Vien così da dire in definitiva che ì silenzi di Cornelia sugli autori alla moda^m de siede siano più eloquenti della sua voce squillante e generosa: ci troviamo cioè di fronte a un modello polemico e anticonformista, ove s'intessono motivi erotici, patriottici e religiosi, con un gusto rétro che ci fa percepire quanto lontani siano i nostri avi, seppur mantengano un fascino discreto e sottile.


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LA SVEGLU DEGLI AMANTI

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Tu sei la bella Venere Tu casta verginella, Più che la luna candida Piti vaga d'una stella.

ROMANZA Tarda è la notte, tàcita I] sonno si. irle l'ale Stanco del giorno all'opere Giace '1 plebeo mortale: ha luna '1 ciclo valica Volgendoti! a ponente, 'I min è silenzio : un zefiro Spirare sol tu «ente.

Sorgi mia bella vergine Sorgi dal tuo MfflMf l*aaciii le piume morbide, Amor mi spira al core... Al suoli dì questa eetera, Della mia voce al canto, Vaga donzella svegliati, £ mi ti mostra alquanto.

Il corpo tuo virgineo Statura ha do la palma: Affettuosa e semplice Come colomba è l'alma. I tuoi capei Sili d'auro, il collo e 1 sen di latte, IA' mani bianche nivee Dal tornitor SOR fatte.

Di rose e gigli candidi Splendo leggiadro '1 viso; Le cinabrato labbia Aprì a gentil sorriso. Come due soli fulgidi Ti brillano le luci, Ahi come '1 core e l'anima Col guardo tuo m'abbruci!

8. Lo tue sembianze ngcliche Le forme tue celesti, Fammi veder bell'Angiolo, Co' portamenti onesti.

Parla superno Gemo Deh ! parla al tuo fedele. E dolci al cor mi scendano


— 44 I detti tuoi <,"..! miele. Sorgi min bella vergine Sorgi dal tuo sopore; Lascia le piume morbide, Amor mi ispira a] cori-...

UN AMOR POETICO FALLITO «i:.|.s.n. DEL 6 sKTrnttiax 1877

Lagrime e pianto Fia il mio canto, Suono gradito UH: e aospir. Ab ! m'ha ferito D'amor lo strale: Viver che vale? Meglio è morir. Paco e contento Non sperimento, Un gran desire M'arde nel cor. Non posso diro Con degni accenti I mie* tormenti II mio dolor. To l'ho veduta Tremante e muta. Bella noi viso ilclla nel crin.

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Da lei diviso Non mi sarei, Vicino a lei Mio duolo ha fin. Coi- dolce affetto

MI strinse al petto; Klla baciava Il suo fedel.

Ah ! palpitava yuel petto amato, Kra beato Rapito in Ciel. Dolce la gola Schiuse a parola, K mi dicea Cose d'Amor. }'.à io piangea Di tenerezza, La sua dolcezza Scescmi in cor. Di suoi capelli Neri e sì belli Una gran treccia Mi volle dar. K come freccia Dall'arco uscita Larga ferita Vc-unemi a far. Bello ed intatto 11 suo ritratto Da me bramato M'offerse in don.


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Spenta sarebbe quasi la virtute; Tante ©rolclie gesta invcr perdale; Ogni grandezza vera ^comparita. La terra quasi a lotto e «colorita: Lo storie d'ogni gente tutte mute; X.e più sublimi glorie sconosciuto; Senza aprone nell'ozio ogn'alma ardita. Sicché non strega, ma piuttosto Dea Dal del la fama dicasi diacesa. De«nIì a venir cantata in epopea. La fama buona, vera e Imi intesa. La fama ili virtù, min già la iva Merita sempre elogio e non offesa.

I/AVVENIRE PHESENTIMENTI POLITICI

Tristo i! passato, orribile '1 presente, E fosco e tenebroso l'avvenire: Vegga acissi fra lor Sovrani e gente, E Italia e tutto '1 mondo pervertire. Di sètte e di rivolte '1 suol fremente Si ride de' (ìoveroi e di lor mire; Un malesscr no* popoli si sente, Che fa sciagure e sangue presagire. Ondo, gran Dio ! ai nero mutamento Nel mondo più importante ch'è '1 inorale.

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Che vive ancora quasi mezzo spento? Ognun ai vanta dotto e liberale, E chi teme e chi spera: ma io pavento Che 1 male seminato frutti male...

L'EUROPA MODERNA

Incostante Isra&llo, e fia pnr vero Ch'Idoli di materia t'abbi fatta? Non se' tu fonte 'I popolo primiero A Dio diletto nell'antico Tatto? Infalìibil di Storia magistero.' Quello che accadde allor. accade in atto Col popolo civile- e del pensiero, Primogenito figlio del Kixcaitu. Dov'è l'Europa antica criwliiiiia? Dove l'eroica terra della Fede? Ah tende tutta a divenir pagana \ In essa chi ama ancora, e spera, e crede Inorridisce a l'empietate intana: E a'to mentisca ben ognun sei vede.

LA POLITICA ATTUALE

Se pur wi volga l'occhio un poco attento A chi governa in atto negli Stati,


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Si prova certo un sonno di scontento Mirandoli in poter di scellerati Maestri di delitto e tradimento Diventano ministri e deputati; 1 voti con intrighi e con argento Sì compran da maligni spudorati. Sicché la feccia de' ribaldi 'ndogni Scappando dallo forche o da galera Invade tutti i posti de li regni. E colla più sfacciata sicumera Si mirano posposti i grandi ingegni DÌ fronte u la canaglia fatta altera.

ALLA CAMPANA NEL ni DE' MORTI 1879

Ahi.' qu»l voce lugubre e funesta Odo alzarsi per l'aria, andar pel vento? K che sacro terror, che pio sgomento Nell'alma dolcemente mi ridesta? Voce sublime, maOntoM e mesta. Voce di duolo, voce di lamento, Tutu piombar nel coro me la s»nto; Qua] mai tremendo, arcana voco e questa? K la tua, sacro bronio, elio ai forte Uatte incessante a funebri rintocchi, 0 fore'c quella orribile di Morto? Piangi, o metallo, ad ogni KUOU che scocchi Sulla feral de' morti iniqua aorte; Ma più su' vivi, al pianger tuo, sì sciocchi !

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ALLA MIA PENNA

O dolce penna, solo mio ristoro Nell'immensa tempesta de' mio' mali : Dono celeste largito ai mortali Per eternare i pensamenti loro : T'amo divo strumento, ai, t'adoro! S'io so adoprarti immensamente vali; Tu fai quaggiuso gli uomini immortali, Più che terreno, tu, del eiel tesoro... Oh quanto il possederti dolce o caro Mi riesce, e tutto già m'inonda *1 core D'nn senso di lifterza a me sì raro ! La tua vista mi fuga ogni dolore : DÌ mia vita mi fa scordar l'amaro; Oh fossi un d'i tu a me ragion d'onoro !

UNA KISPOSTÀ A MADAMA ÀNISOR IL 13 LUGLIO 1879

Lungi da me bruttissima stregarci» Lungi per sempre o scheletro di morte : Poco m'importa dell» ria tua sorte Or cha vii moglie set d'un Mastro d'accia. A che mi mostri più la scarna faccia? Perche, vieni a bussar*: a le mie porte ?


// territorio:. • 1 r/t e Storia delle Madonk Studi in memoria di Xico Marino, Voi. II \ cura di Marco Failla, Giuseppe Fazio e Gabriele Marino .Associazione Culturale "Nìco Marino", Lulu.com CefalùPA, ottobre 2014 ISBN 978-1-326-03409-2 Atri della seconda edizione Organizzata da Archeoclub d'Italia sede di Cefalù presso la Sala delle Capriate del Municipio di Cefalù e il Polo Culturale Santa Maria di Gesù, Collcsano (PA), 19-20 ottobre 2012


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Contributi di

Salvatore Anselmo Arturo Anzelmo Diego Cannizzaro Marco Failla Salvatore Farinella Tommaso Gambaro Gabriele Marino Angelo Pettineo Rosario Pollina Giuseppe Spallino Rosario Termotto

15,00 euro ISBN 978-1-326-03409-2,. "90000

Conoscere il territorio: Arte e Storia delle Madonie. Studi in memoria di Nico Marino, Vol. II  

Il volume, curato da Marco Failla, Giuseppe Fazio e Gabriele Marino per l'Associazione Culturale “Nico Marino”, raccoglie gli atti della sec...

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