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Superunknown they will be great

issue 00

november/december 2010 www.superunknown.it

{superunknown of the month} anna morosini {portfolios} david cooper john belushi dave navarro {interviews} annette pehrsson frankie pennywise anna banana {articles and columns} welcome back, polaroid! developing film 22+1 exhibitions


Superunknown they will be great

issue 00

november/december 2010

Editor in chief Nicola Riva Graphic Project Nicola Riva This magazine is not responsible for the texts, photographs and illustrations published in, as property of the authors. All rights reserved, reproduction is expressly prohibited under the rules governing copyright. WEB www.superunknown.it FLICKR flickr.com/groups/ superunknown

David Cooper —pag 93

MAIL superunknown@gmal.it

SUBMISSION GUIDELINE If you want to contribute to the next number, you can: —send us an email with your data and a PDF file that shows your works, or a link to your website/my space/flickr —upload photos to our flickr group We ask that you send us a portfolio, a developed project or photos linked to each other.

cover photo by Annette Pehrsson © Annette Pehrsson, all rights reserved

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{editorial}

The next Adams, Capa, Avendon will be found on the internet Photography is part of my every day life. Even when I’m not taking pictures I am always looking at everything as if it were a photograph. My great father was a keen photographer while I was growing up so thats how my interest began. Some people have said that my images are not pin sharp in focus, or too dark. It dosen’t matter to me really, thay are all just images, whether they are blurred, upside-down or back to front. I am also interested in using whatever tools I can to create an image, whether it be on my camera, a webcam or even my phone. I think photography is very personal and every photo will be portrayed differently by people. Most people own a digital camera now and the photographs usually end up being left on the camera or on a computer. I think it’s quite sad that people dont print their photos as much as they used to.We see photos every day, either in magazines, peoples houses, books, everywhere. It takes quite alot for a photograph to really jump out and grab your attention with the amount we see every day. I have never shown my work in a gallery or exhibition as yet but it is something I am very interested in. It’s hard to have your work shown in an art gallery unless

your work is exeptional. There are a lot of galleries that have open exhibitions which is a great way to have your work on display, although you can only include one or two photos. Street photography for me is a very interesting subject. The images are not set up or planned. they are spontaneous and documenting real life as it is happening. It is not without aim, it is capturing our enviroment and holds a mirror up to society. Street photography distances you from the subject matter, being almost voyeristic at times. It brings the viewers attention to something that we see on a daily basis, but often forget or dismiss as non-important. In Jerusalem there was no war, and it wasn’t even felt. I’m saying this in that very slight sense that distinguishes the normality with which daily life goes on in certain places, from the horrors that concern other people not much further away. And yet, in Jerusalem the war echoes were heard. The electoral posters were seen in between the solidarity slogans with the south of Israel, which was hit by missiles fired by Hamas from Gaza strip.

the editor

Nicola Riva


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{superunknown of the month} ANNA MOROSINI pag 003/015

{portfolios} DAVID COOPER pag 023/030

jOHN BELUSHI pag 031/040

DAVE NAVARRO pag 043/050

{interviews} ANNETTE PEHRSSON pag 023/030

Frankie pennywise pag 031/040

anna banana pag 040/050

{articles & columns} WELCOME BACK, POLAROID! pag 023/030

Developing film pag 031/040

22+1 exhibitons pag 023/030


{ superunknown of the month

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{superunknown of the month / portfolio}

Anna Morosini — seduced by her light

http://anna.morisni.blogspot.com (anna.morisini@yahoo.it) Leggi Gonzales prodotto da Boyse Noize e pensi a Tellier prodotto da Guy-Man. Come nasce la collaborazione tra l’eclettico pianista, produttore e il produttore e dj crucco? Probabilmente a Berlino, dove vivono entrambi. Magari via Erol Alkan, o viceversa; è stata la sua Phantasy ad anticipare il disco. Justice che spiega cosa fare per bene.

— on the left Miky the cat October 2006 © Anna Morosini

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— up Tits and cherry March 2008 © Anna Morosini

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Ottavo disco per Kazu Makino e i gemelli Pace. Messa da parte ogni irruenza no wave il trio newyorchese si lascia sprofondare in un nuovo universo sonoro, arredato di drum machine e sintetizzatori. Le melodie non sono mai state così limpide e malinconiche, le chitarre mai tanto languide e soffuse. Complice il capolavoro in fase di produzione del duo Van Rivers & The Subliminal Kid, già responsabile dell’esordio di Fever Ray, i Blonde Redhead raggiungono in Penny Sparkle una sintesi e una profondità di sfumature da lasciare esterrefatti, riuscendo a mutare definitivamente pelle pur rimanendo riconoscibilissimi. Il matrimonio tra la perizia elettronica del team di produttori svedesi e le canzoni ispirate del gruppo è esplosivo, quasi alchemico, mentre il tocco magico in fase di missaggio di Alan Moulder fa il resto.

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Prima uscita solista per il drummer dei Radiohead. Un disco di ballate fragili ed essenziali, appena sussurrate da una voce che è rimasta in disparte per troppi anni e ora è pronta a prendersi il suo momento di gloria, con garbo e pudore. Dieci inni intimisti che ricordano Nick Drake ed evocano stanze bianche e fiori alle finestre. La scrittura è di buon livello anche se a tratti risulta un troppo monocorde e ripetitiva. Phil non è Thom Yorke ovviamente, la distanza è abissale, ma la favola del gregario che sorprende con le sue doti. — up, on the left page Tits and cherry October 2008 © Anna Morosini — up Laying May 2009 © Anna Morosini — in the middle Red dancing shoes February 2009 © Anna Morosini

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Beat maker canadese apprezzato dalla comunità underground della West Coast e dj in tour coi Cobblestone Jazz (il cui tastierista suona in Yes I Do), Jules Chaz non è un appassionato di house né di techno. A sorpresa quindi, su un’etichetta che fa della cassa in quattro una fede, esce questo esordio di musica wonky. 21 tracce per un divertente patchwork di hip hop strumentale, condito di timbri folk indiani (The La, Say Sumthin), bonghi, cadenze giamaicane (Whipits), scorie SID e colonne sonore, di cui è testimone una fantastica revisione di Twin Peaks (Black Lodge). Ottimo lavoro, anche in combinata con l’Mc Ishkan. Leggi Gonzales prodotto da Boyse Noize e pensi a Tellier prodotto da Guy-Man. Come nasce la collaborazione tra l’eclettico pianista, produttore e showman e il produttore e dj crucco? Probabilmente a Berlino, dove vivono entrambi. Magari via Erol Alkan, o viceversa; è stata la sua Phantasy ad anticipare il disco.

Sicuramente di mezzo c’è Tiga (cameo nel disco e attore nel video e nel film omonimo - presente anche Peaches, a chiudere il trio di amiconi canadesi - che accompagna l’album). In questo vortice di parole, incontri, tasti bianchi e neri, a noi gira la testa; ad Aeroplane e Justice, probabilmente anche qualcos’altro a sentire Ivory Tower che spiega cosa fare per bene con piano e beats. A tre anni da Asa Breed, Matthew Dear (aka Audion, Flase e Jabber Jaw), che si è sempre riservato il suo vero nome per il materiale più pop, torna con un lp di canzoni. Come prima, più di prima new wave, funk, electro pop e uno stagionato indie rock, tra synth e ammiccamenti tribali, mettono in opera le idee del producer canadese.

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— up, on the other page Sea January 2005 © Anna Morosini — up Untitled February 2009 © Anna Morosini — on the left Monica August 2004 © Anna Morosini

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— sopra Banana February 2009 © Anna Morosini

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Nika Roza Danilova ripubblica in versione estesa l’EP che l’ha confermata come una delle più degne eredi della wave di Siouxie, passando per le più recenti bombe indie-goth Bat For Lashes e Fever Ray. Eliminando le scabrosità noise degli esordi, la sua voce si accosta a sublimi tensioni angeliche à la Cocteau Twins, proposte nel breve ma intenso intervallo di sole nove tracce. Ritornare per un momento alle nebbie melò dei dark, dimenticando i wayfarers e le prosopopee summery del glo-fi. Un bignami che ci spiega come l’estate possa essere infinitamente malinconica. John e Rian arrivano dall’Irlanda, una volta tanto, sono grandi cinefili (il nome arriva da Solaris di Tarkovsky) e citano il lavoro di Morricone, Vangelis e John Barry. She Was Coloured unisce l’euforia psichedelica dei Chemical Brothers e il romanticismo degli Air; i Cut Copy silenziosi oggi.

— in basso Anna September 2006 © Anna Morosini

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— in alto Horse February 2009 Š Anna Morosini

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{superunknown of the month / interview}

Anna Morosini, the good girl interview by

Nicola Riva

Come ti chiami? Ho diversi nomi, ma solitamente in questo periodo mi giro quando mi chiamano “Dany”. Come quel piccolo cane, hai presente?

Quanti te ne senti? Più o meno 17 – un’età alla quale tornerei subito. Forse perché ho fatto passare un bel po’ di tempo. Veramente!

Da dove vieni? Le mie origini sono un po’ complicate da spiegare. Mio padre è un nobile austriaco, mamma deriva da una famiglia di contadini ungari, io sono nato e cresciuto in Slovakia. Precisamente nella capitale, Bratislava. Se non ci sei ancora stato, hai fatto bene. Hai mai visto Hostel?

Quando hai iniziato a fotografare e perché? Sembrerà strano ma fu solo due anni fa. Da quando sono piccolo, ho lavorato su immagini e credo che questa mia passione non svanirà mai. La fotografia è semplicemente un nuovo modo di esprimerla. E’ stato come un richiamo muovermi verso questa nuova posizione. Può anche darsi che faccia questo lavoro semplicemente perché voglio provarci con due o tre modelline.

Dove vivi? A Praga. Ci campi con la fotografia? Dipende da cosa intendi per fotografia. A volte capita di fare dei lavori, anche se non devo pagare le bollette. E allora come fai? Ho fondato una band black metal. I nostri testi sono esclusivamente in norvegese. So che tra poco saremo ricchi e famosi anche se per ora non si sta ancora concludendo il tutto. Quanti anni hai? Quando uscirà il magazine, ne avrò 32. Credimi se ti dico che tutto ciò mi provoca una profonda depressione. D’altronde crescere è parte della natura umana; l’importante è imparare a diventare un adulto senza lasciare andare l’allegria tipica dei bambini.

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Guardando il tuo lavoro, ho potuto notare delle grandi varietà di stili diversi che sembrano essere nettamente divisi da periodi (prima e dopo), come mai? Cosa ti ha spinto a mutare? I miei lavori che trovi su internet, sono suddivisi da quelli dati in commissione da clienti paganti e quelli che sono stati fatti da me e stimolati dalle mie sensazioni. C’é una grande differenza tra fotografia commerciale e personale. Quando incominciai i miei, erano in gran parte lavori commerciali. Se invece mi stai parlando degli approcci diversi verso la fotografia, che si possono notare nel mio lavoro personale, credo che siano nati dalla mia voglia di sperimentare. E’ da poco tempo che mi adopero in quest’area. Ne sto provando i diversi aspetti e probabilmente sto cercando quello che mi si addice meglio per poi trovare me stesso e il mio stile d’espressione nelle foto. Forse sta già avvenendo, ma non me ne sono ancora accorto. Sta a voi giudicare.

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Per un certo periodo mi sono anche cimentato nella fotografia di moda, ma so che non è la mia branchia, almeno che non si tratti di alcuni magazine alternativi. Non mi si addice. Non sono abbastanza coraggioso per la fotografia di reportage in aree di conflitto, nonostante ciò ho un grandissimo rispetto per questo genere di fotografia e per i fotografi che letteralmente rischiano la loro vita per esordire con nuovi messaggi. Mi si addicono più quei tipi di lavoro che portano con loro concetti intimi e che si relazionano con il lato malato e oscuro della mia mente. Come descriveresti il tuo modo di fotografare? Lunatico, come me. E’ sempre difficile descrivere le mie creazioni. Lo stesso vale per ciò che si trova dentro di me. Non potrei mai parlare dei miei sentimenti e così li esprimo attraverso le mie fotografie. Qual è la tua big picture? Non è ancora arrivata, ma dentro di me esiste. Credo che non ti piacerebbe. Che cosa altera le tue percezioni? Sesso, morte e narcisismo. I cani sciolti si danno alla macchia del bosco, lanciando guaiti incredibili. Cosa non ti piace della fotografia oggi? Photoshop. Cosa ami della fotografia oggi? Il ritorno della pellicola fotografica e della qualità. Oltre che la maggiore libertà derivante dal digitale. Segui qualche regola? Se sì, quali? Ammetto che non ho trucchi e che non seguo delle regole precise. Recentemente ho fatto uno shooting con una modella che aveva una paura folle dei cavalli. Ad un tratto, una mandria di cavalli s’infuriò e ci si diresse contro. Non ero consapevole della sua fobia, so solo che questi suoi ritratti terrorizzati sono gli scatti migliori della giornata. A volte non è male quando succede qualche cosa di inaspettato, quando non sei preparato e esci dagli schemi. Le cose buone si creano in questa maniera. Quindi l’unico consiglio (forse un po’ stupido) che posso dare è: lasciamo che il casino partecipi ai nostri shoot. Cerchiamo di scavare in profondo e fare il meglio dei nostri errori, senza correggerli troppo. Le cose programmate dalla A alla Z sono noiose!

Chi è il tuo fotografo preferito? Terry Richardson…Noooo, hahaha, scherzo! Non ricordo di aver mai avuto nessun preferito di conseguenza non mi sono mai preoccupato di trovarlo. L’ultima che mi viene in mente e che ha attirato il mio interesse, è Nan Goldin e il lavoro della sua vita. Che tipo di macchina fotografica usi? Hasselblad CW503, Mamiya RZ67 Pro II, Mamiya 7II e Nikon F3. Che macchina vorresti usare? Mi piacerebbe scattare con qualche macchina a grande formato. Spero di poterlo fare presto. Chi ti piacerebbe scattare in topless? Mi piacerebbe fotografare la gente morta, anche nuda, ma nessuno in particolare o famoso. Questo non vuole dire che disprezzo le donne in vita. Chi dovrebbe essere il nostro prossimo fotografo del mese? Ovviamente Miro Minarovych. Quale sarà il tuo prossimo scatto? Ho un paio di progetti in questo momento: a partire da Febbraio ho lavorato a un progetto che si chiama “Disturbo”. È un ciclo d’immagini di persone catturate in momenti intimi, nei quali non sarebbero dovuti essere disturbati. Le sorprendo mentre si masturbano, fanno la pipì o la pupù, hanno rapporti sessuali, comettono crimini, rituali segreti o deviazioni. Non ho ancora pubblicato nulla. Un’ulteriore cosa della quale vale la pena parlare e che posso rivelare è un progetto concettuale con un’artista spagnola, Marìa Simò. Si tratta di una serie di foto, quadri, collage e installazioni video che parlano di noi come amanti virtuali i quali non si sono mai ne incontrati né toccati nella vita reale. Non si tratta solo di distanza vs vicinanza ma anche di fino a che punto è disposto ad arrivare l’uomo quando desidera qualcosa o qualcuno. Ieri sera hai suonato sul palco di Mary Anne Hobbs, com’è sei entrato in contatto con lei? L’ho incontrata un paio di volte all’inizio dell’anno. Mi ha subito detto che avrebbe voluto portarmi qui a Barcellona per farmi suonare sul suo palco perché le piace anche molto la mia musica e sarebbe stata davvero contenta di avermi come rappresentante del funky.

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Ho le dita dei piedi palmate stile papera. Hai iniziato come MC garage e solo successivamente hai cominciato a fare musica; come mai? E’ stato un processo naturale o una decisione particolare? Faccio musica da sempre, sin dagli inizi della mia carriera. Ho fatto l’MC per un po’ di tempo insieme a mio cugino perché lui mi faceva da DJ. Lui però ad un certo punto ha lasciato e mi sono trovato senza qualcuno con cui suonare live, così ho continuato a fare musica fino a quando è diventata la mia unica attività, anche perché progressivamente ho smesso di cantare. Puoi dirci qualcosa della tua etichetta? La Kick & Snares si occupa sostanzialmente di percus-

“Ho un fatto un paio di progetti in questo momento: a partire da febbraio ho lavorato a un progetto che si chiama distrubo. È un ciclo di immagini di persone catturate in momenti intimi.” sioni e bassi, del sound che mi rappresenta. Ogni cosa che pubblico è abbastanza simile a quello che farei io. Ci sono due uscite in questo momento in programma, anzi tre: Goosebumps di DJ Naughty (ho già pubblicato un suo EP chiamato Firepower), un altro ragazzo che si chiama J:Kenzo, con un disco che si chiama The Rockers, e poi anche dei remix di alcuni miei brani già noti. Insomma, ci sono un po’ di cose in programma, tutte che riflettono bene lo stile che mi piace. Come mai il tuo lp l’hai fatto uscire su Rinse? Sono molto legato alla Rinse Recordings. Credo che un album sia un progetto di una certa importanza e che richiede un lavoro di un certo tipo. Sono poche le label con cui sarei uscito, cioè Rinse e Genius Era. Sono ragazzi che sanno bene quello che fanno e non avrei affidato ad altri il compito di spingere la mia musica. Uscire su Rinse mi ha aiutato molto a livello di connessioni, di PR e di visibilità rispetto a quanto avrei potuto

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fare con la K&S di Birmingham Jenkins e Fred Squatt. Roska vs Uncle Bakongo… Di cosa si tratta? Uncle Bakongo è un side project tribale a base di conga e basso. Non so ancora se portarlo avanti, dipende da quello che succede e da come mi sento. Sembri una persona particolarmente impegnata, cosa fai quando non sei impegnato con la musica? Faccio sempre musica, dal lunedì al venerdì. Vado in studio ogni giorno, da lì in palestra, torno a casa e ricomincio a fare musica. Sono sempre davanti al computer insomma… Questo è quello che faccio. C’è anche da mandare avanti l’etichetta, fare si che tutto proceda nel modo giusto e da occuparsi di tutte le cose che stanno dietro le quinte. Dubstep, 2step, UK funky, grime… E’ tutto mixato nelle tue canzoni. Cosa succede a Londra, possiamo parlare di un’unica scena musicale? Ci sono scene diverse, separate, io ho semplicemente preso alcuni degli elementi tipici dei vari stili e li ho messi insieme e riarrangiati nel mio lavoro. Anche io appartengo ad alcune di queste scene e ho qualcosa in comune con altri artisti, ma non penso che la gente si considera parte di qualcosa di collettivo. L’altra sera al party della Hyperdub c’erano King Midas Sound, Alex Nut della Rinse, Jackmaster dei Numbers… Sembrava una grande famiglia. Sai, ogni etichetta pubblica quello che le piace. La Hyperdub è abbastanza crossover: dubstep, funky, grime. Per forza di cose mette insieme un gruppo di persone anche tanto diverse tra loro. Lo stesso vale per la Planet Mu e per altre label… Io personalmente però non credo in una grande scena. Quale potrebbe essere il prossimo trend della musica dance londinese? Difficile dirne solo uno, immagino ce ne saranno diversi. Ultimamente però le cose stanno andando davvero bene e la gente fuori da Londra se ne accorge: ci sono il funky, il dubstep, la electro… Non credo ci sarà qualcosa di nuovo per un po’, le cose si muovono abbastanza lentamente.

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{ portfolios

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{portfolio}

David Cooper — Ireland lived as a boy

http://www.flickr.com/photos/boyson/ Quando un brand che ha contribuito alla storia del punk si incontra con un brand, non può che nascere qualcosa di bello. Sono passati quattro anni dal primo “urlo” di Ollie Jones, quello che ha aperto le nostre orecchie al mondo del dubstep. Da allora molto è cambiato: Skream è rimasto un po’ in sordina e chiassosi producer hanno trasformato il genere in qualcosa di irriconoscibile. Dopo aver rischiato di perdersi, Ollie rialza con orgoglio la testa e abbatte tutti con Outside The Box. Un disco vario e umorale, emotivamente epico. Il suono estremamente potente dei bassi e non solo, accompagna l’incedere atmosferico e progressivo delle composizioni. Pezzi come l’intro sognante Perferated, l’r’n’b rivisto di I Love The Way - con un sample di Jocelyn Brown - o il dub robotico di CPU fanno venire i brividi sulla pelle. Se How Real è il future pop che l’Hyperdub vorrebbe pubblicare, bisogna aspettare Wibbler per l’unica traccia d’assalto vecchia maniera, mentre Finally sancisce la collaborazione eccellente con La Roux.

Seagull December 2009 © David Cooper


— up The living being June 2010 © David Cooper

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— up Sheep March 2007 © David Cooper

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— up, on the left The boy I March 2007 © David Cooper

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— down, on the left The boy II March 2007 © David Cooper

— up, on this page The boy III April 2007 © David Cooper

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{ articles & columns

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{Vintage Gear}

Welcome back,

Polaroid!

Mi sono sempre chiesto cosa muova le persone che stanno nel mondo dell’arte. Gli artisti è facile, si sa, è il sacro fuoco che li divora. Ma tutti quelli che ci stanno intorno? Galleristi, curatori, critici, agitatori… cosa li spinge? Questo blog è nato un giorno che avevo la febbre ed ero chiusa in casa ad annoiarmi e siccome avevo finito tutta la quarta serie di Una mamma per amica e nessuno mi scriveva su facebook, ho deciso di impegnarmi in qualcosa di costruttivo, tipo leggere le istruzioni della stampante e installare lo scanner. Così poi ho iniziato a scannerizzare la mia collezione. All’inizio non volevo fare proprio una collezione, io amo le collezioni ma ho avuto una brutta esperienza durante l’infanzia che mi ha segnato duramente. Avevo raccolto tantissime saponettine profumate e colorate, tutte piccine e con delle forme graziosissime, un giorno torno a casa e la donna delle pulizie le aveva sciolte. È stato un trauma, tutti quei cagnolini e cuoricini e fiorellini bellissimi sciolti in un’unica palla informe, ci sono rimasta malissimo e mi è passata la voglia di collezionare. I fogliettini sono più una cosa che ho

iniziato a raccogliere per caso, tipo le attrici famose che dicono “non volevo fare l’attrice, ho accompagnato un’amica al provino e hanno scelto me”. Camminavo e mi è capitato di trovare delle fototessere o delle lettere d’amore strappate

“A great return for all the lovers of polaroid istant film. Impossible project made it real.” oppure le liste della spesa con gli errori di ortografia, poi quando ho trovato il numero 2, il biglietto di condoglianze, ho deciso che avrei dovuto raccoglierli tutti perché sono estremamente affascinanti. Li ho messi tutti in una scatola che fra l’altro è appropriata perchè

l’ho presa nel laboratorio di un falegname vecchio e morto che aveva lasciato tutte le sue carabattole a dei miei amici che erano gli unici che gli volevano bene. E’ una bella storia. Non è facile come potrebbe sembrare, ci sono dei rischi: per esempio una volta una moto in corsa ha perso un post it e io ho dovuto buttarmi in mezzo alla strada per prenderlo, ero troppo curiosa. E poi mia mamma dice che un giorno toccherò qualcosa di infetto, prenderò una malattia gravissima e morirò anzitempo in un letto d’ospedale e lei non verrà a curarmi perché me l’aveva detto. Mio padre invece dice che qualcuno mi farà causa per aver pubblicato i fatti suoi senza permesso, mi trascinerà in tribunale e verrò spogliata di tutti i miei averi.

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PRO

SEMI PRO

Polaroid 600 SE Shutter speed 8-1/500 s 600 ISO film

Polaroid SX 70 Land Camera Shutter speed 8-1/500 s 125 SX ISO film

ENTRY LEVEL

AMATEUR

Polaroid 1000 “The Button” Shutter speed 8-1/500 s 600 ISO film superunknown —issue 00

Polaroid 300 Shutter speed 8-1/500 s 600 ISO film 031


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Exercise for Roberto's Gobesso course at ISIA Urbino  

I don not own any copyright on the images! © All articles and images have been borrowed for the exclusive use of the university course. Non...

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