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Indice

Arte e tecnica Una storia fredda

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Questo libro è opera di fantasia. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.


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Artisti. Non vanno presi troppo sul serio. Sono tutti − Dante compreso − bambini in castigo. UMBERTO SABA


Carlo era un artista. O meglio, lui si identificava nell’artista, e si faceva chiamare così dai suoi amici e dai suoi conoscenti, se non anche da perfetti sconosciuti salutati per strada, o disturbati durante colazioni o chiacchiere private. Nonostante si volesse far chiamare da tutti “artista” lui non aveva mai prodotto o plasmato alcuna opera d’arte decente, né tantomeno uno scarabocchio infantile. Questo suo appellativo i primi tempi gli garantì presso il pubblico mediocre un certo fascino, in particolare da parte delle ragazze, interessate a perdere il loro tempo inutile nell’avere accanto uno che si voleva far chiamare, dopo il suo nome, “artista”. Il culmine del suo privilegio di essere un “artista” lo ebbe una sera, quando un suo amico di vecchia data lo invitò a una cena, in una piccola villa nelle colline, di cui lui era, per quella sola e unica serata, il proprietario. Carlo non si fece troppi scrupoli e accettò l’invito seduta stante. Carlo venne accompagnato dal suo amico; fecero un piccolo viaggio in autobus, essendo entrambi non motorizzati, e una breve camminata in pendenza. Alla fine Carlo e il suo amico raggiunsero la villa: appena entrato nel giardino vi trovò una nutrita ressa, possibile auspicio di una festa popolare, se non mondana. Entrati nella dimora, subito si presentò al gruppo, ma nessuno gli mostrò interesse, essendo tutti oltre che della stessa età anche dello stesso genere. Poco dopo il loro arrivo il suo amico, nonché proprietario della villa e produttore della serata, diede inizio alla festa, ricevendo però un magro entusiasmo da parte degli invitati, al contrario del suo amico Carlo, eccitato dalla grande occasione di esibizione pubblica. Infatti, pochi minuti dopo, la serata era ormai arrivata ad un punto morto: gli invitati scoprirono infatti che non vi erano ragazze né


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divertimenti affini, di conseguenza caddero immediatamente nell’anedonia. Fortunatamente alcuni invitati ebbero l’idea intelligente di portarsi con sé delle scorte di liquori e di alcol casalingo, per cercare di smuovere le acque e l’aria della festa; effettivamente la serata migliorò, e molti ragazzi cominciarono a divertirsi sul serio, grazie all’ebrezza dell’alcol malamente raffinato. Dopo però alcune ore i maggiori bevitori di quell’intruglio alcolico notarono come la malvagia raffinatura dei liquori li stesse portando al sonno; la loro notazione non poté essere espressa, perché, magicamente, subito dopo si assopirono a terra, cadendo in un dolce sonno. A seguire tutti quelli che ebbero a che fare con le bevande improvvisate caddero uno alla volta nel sonno alcolemico, trasformando la serata in un pigiama party. Solo Carlo e il suo amico Paolo rimasero svegli: anche loro bevettero il liquame ma, a differenza degli altri, avevano nel tempo rinforzato la loro resistenza alcolica. In quello scenario assurdo i due rimasero da soli, prima in silenzio, e poi, poco a poco, cominciarono a parlare tra loro, in particolare sulla sua apposizione.


Libro Primo

CARLO: “Vedo che la serata non è andata come nelle tue previsioni, o sbaglio?” PAOLO: “Potevano evitare, questi idioti, di tracannare quel vinaccio liquoroso, però! Guarda come si sono ridotti! Sembrano dei bambini dell’asilo nell’ora della pennichella!” CARLO: “Alle feste se non si è un po’ bimbi, cosa si è?” PAOLO: “Ora che fai? Il filosofo, Carlo?” CARLO: “No, io filosofo non lo sono, Paolo. Sai bene cosa sono!” PAOLO: “E dimmi, cosa sei?” CARLO: “Non scherzare, dai…” PAOLO: “No, davvero, dimmi chi sei?” CARLO: “Io sono un artista” PAOLO: “Ecco, un’altra delle tue boiate! Fai ridere quando fai così, Carlo!” CARLO: “Non fare l’invidioso…” PAOLO: “Non sono invidioso, caro il mio artista, semmai sono un po’ stupito dal fatto che continui ancora con questa solfa ingenua e infantile del volerti chiamare a tutti i costi artista…” CARLO: “E che male c’è? Io mi sento artista! E che devo, negarlo, forse? E come quando uno si sente omosessuale o diabetico: deve negarlo? Sarebbe uno stupido se lo negasse!” PAOLO: “Ma che cacchio c’entra l’omosessualità e il diabete? Una è una condizione umana e naturale, l’altra è una malattia: a parte la prima, che non capisco perché l’hai accennata, la seconda se uno non avvisa di esserlo, nel caso sia in uno stato grave, rischia di non essere soccorso! Tu l’unico soccorso che ti serve è quello della


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Neuro! Non puoi continuare con sta cacchiata!” CARLO: “Non esagerare…ora la Neuro cosa c’azzecca?” PAOLO: “Ah, non lo so: vedi due tipe a bere un caffè, e ti presenti così, salve, sono Carlo, artista. Anzi, qualche ora prima, appena entrato, vai a dire, signori, è entrato l’artista. A parte le tipe, che t’hanno preso sul serio, e probabilmente si saranno iniettate qualcosa, ma giustamente gli altri non t’hanno preso in considerazione manco un instate!” CARLO: “E vabbè, le ragazze sanno con chi hanno a che fare, loro no. E si vede: questi qui si volevano divertire con l’alcol, e non l’hanno nemmeno retto il giusto…” PAOLO: “Non è che ci faccia gloria il fatto di avere una così resistenza all’alcol. Non è mai un buon segno…” CARLO: “Parla per te: gli artisti devono sempre bere, sennò che artisti sono? E la mia resistenza è una prova della mia identità.” PAOLO: “Allora lo sono anch’io, se per questo.” CARLO: “No, tu non sei un artista!” PAOLO: “Ah! Io non lo sono!” CARLO: “No, assolutamente!” PAOLO: “E chi sarei allora?” CARLO: “Al massimo un modernista!” PAOLO: “Oddio…no, ti prego…” CARLO: “Ho toccato un tasto dolente?” PAOLO: “Lascia stare…e speriamo di trovare quel maledetto che m’ha rovinato con quel suo scritto infame…” CARLO: “Ah! Ancora non l’hai trovato?” PAOLO: “No. E per di più m’ha messo confusione. Tutti, come te, mi chiamano Paolo, ma il mio vero nome è Carlo!” CARLO: “No, Carlo sono io!” PAOLO: “E anch’io, se per questo!” CARLO: “Ma tu sei più da Paolo che da Carlo!” PAOLO: “E tu sei più da idiota che da sbruffone!” CARLO: “Ovvia, che bambino che sei!” PAOLO: “Bambino io? Tu che ti fai chiamare pure dai passanti mentre vai in biblioteca non ti consideri un


LIBRO PRIMO

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bambino? Forse no, perché sei più un matto che un bambino!” CARLO: “Se non altro io non vivo ancora con i miei e cerco un lavoro. Io sono un artista, e gli artisti vivono senza lavorare!” PAOLO: “Punto primo: ho perso il lavoro e sono senza soldi; punto secondo: cerco un lavoro perché vorrei vivere per conto mio; punto terzo: gli artisti che vivono così muoiono entro l’anno.” CARLO: “Sì, ma almeno sono artisti.” PAOLO: “Buon Dio, tra un po’ ti prendo a calci davanti a sta platea di dormienti alcolizzati!” CARLO: “Non ti pare strano che sti qui davanti ai tuoi urli di rabbia non abbiamo smosso un dito?” PAOLO: “E ti credo: con tutto l’alcol che hanno bevuto avranno forse una paralisi notturna! Questi si svegliano domattina tardi. A me, se va bene, crollerò quando loro si saranno svegliati.” CARLO: “Nemmeno te hai sonno?” PAOLO: “Neanche tu? Ma, è per caso l’alcol che ci sta tenendo svegli? Che c’ha fatto, l’effetto opposto?” CARLO: “Allora passeremo una bella notte…” PAOLO: “No, no. Io piuttosto sbatto la testa contro il muro, pur di addormentarmi.” CARLO: “Ma non mi volevi picchiare?” PAOLO: “Allora la sbattiamo insieme, prima la tua, però!” CARLO: “Oppure…” PAOLO: “No, no. Non ti opporre. È una bellissima idea: si fanno due servizi in un atto solo!” CARLO: “Aspetta. E se invece si parlasse dell’essere artista?” PAOLO: “No, cosa? Che diavolo stai dicendo?” CARLO: “M’è venuta voglia di parlare di arte, di artisti. A forza di criticarmi per il fatto di essere un artista, m’hai stimolato l’interesse a capire cosa sia l’artista, e a capire me stesso di conseguenza…” PAOLO: “Preferisco l’idea originale.” CARLO: “Aspetta! Guarda un attimo la situazione: tu non reggerai questo racconto sull’arte, giusto?” PAOLO: “Sai cosa sarei capace di fare, e di farti se continui con la tua solfa.”


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CARLO: “Perfetto! Arriverai ad annoiarti, e a preferire il sonno che alla veglia.” PAOLO: “Oh, ho capito. Vuoi farmi addormentare con le tue lagne!” CARLO: “Diciamo di sì. Sono convinto che non accadrà, e che anzi ti piacerà sapere cosa si prova ad essere artisti!” PAOLO: “E ad essere spiaccicati su un muro…” CARLO: “Ovvia. Non fare il violento! Ricordati che sono un artista, e non accetto la violenza fuori dall’opera…” PAOLO: “…mi sto per lanciarti contro di te, Carlo…” CARLO: “Allora, senti, iniziamo da questo punto: cosa significa la parola “artista”? PAOLO: “Una persona senza un lavoro vero?” CARLO: “Una persona che produce arte, che lavora nell’arte!” PAOLO: “E con te cosa c’azzecca?” CARLO: “Cos’è l’arte?” PAOLO: “E qualcosa di cui tu non hai nulla a che vedere…” CARLO: “È un’opera sensibile e ricca di dettagli e particolari” PAOLO: “Davvero? E come fai a saperlo, se non ne hai fatta una?” CARLO: “Basta anche solo pensarle per farle!” PAOLO: “Allora anch’io sono un artista! Penso, quindi sono!” CARLO: “No, tu non pensi, quindi non sei. Io sì.” PAOLO: “E su quali basi?” CARLO: “Perché ogni artista, come me, è anche un esteta!” PAOLO: “Un cosa? Ora chi sei diventato?” CARLO: “Un esteta, un conoscitore dell’estetica!” PAOLO: “Non ci credo…pure sta boiata ora…” CARLO: “Piantala! Sai cos’è l’estetica?” PAOLO: “Io conosco l’estetista, vicino a casa mia, con cui ho avuto anche una relazione durata sei mesi perché poi ho scoperto che il suo collega parrucchiere non era gay come diceva lei…” CARLO: “Non mi interessa delle tue corna. L’estetica viene da un verbo greco, lo conosci il greco?”


LIBRO PRIMO

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PAOLO: “Una mia cugina si: lei è come il greco, praticamente morta per quanto studia quella lingua!” CARLO: “Aisthanomai! Significa ispirare, e infatti nell’estetica si ispira, si esala l’animo davanti alla bellezza. Si ispira con tutto il corpo e lo spirito!” PAOLO: “Oddio, chiudi quella fogna, che tra un po’ vomito!” CARLO: “Comunque, è una materia complessa: è una branca della filosofia, o almeno, lo è diventata nel corso dei secoli, a forza di accettazioni e dissociazioni e discriminazioni. Molti filosofi non ne volevano sapere di trattare il bello o dell’arte slegandosi di conseguenza dalla loro questione filosofica di prim’ordine.” PAOLO: “E ti credo. Se tutti quelli che hanno a che fare con estetica diventano come te allora sarebbe il caso di bandirla dall’umanità una materia del genere!” CARLO: “L’estetica non tratta fondamentalmente le questioni tradizionali della filosofia, anzi, si incentra più sul concetto di bellezza, e di arte. E in particolare anche sulle percezioni.” PAOLO: “Ora cosa c’entrano le percezioni?” CARLO: “Scusa, come fai a intuire cosa sia bello? Devi vederlo, devi sentirlo. Usi i sensi, giusto?” PAOLO: “Percezioni sensoriali?” CARLO: “Giusto. Con la conoscenza detta sensibile, ovvero dei sensi!” PAOLO: “Ma allora cosa ha a che vedere con la filosofia? È tutta astrazione il mondo dei filosofi!” CARLO: “Perché l’estetica non può basarsi solamente sui sensi umani: io dico di sentirmi artista, tu dici di no, altri si e altrettanti no. Finirebbe tutto in un relativismo puro!” PAOLO: “Ma è così! Anche se il tuo caso non è che sia così relativo: secondo me chi dice di sì deve avere qualche deficit cognitivo!” CARLO: “Che hai detto?” PAOLO: “Non t’ho offeso, semmai ho offeso i tuoi sostenitori! CARLO: “ma che me ne frega! Che hai detto, t’ho chiesto, che parola hai detto!” PAOLO: “Deficit? Dovevo dire deficiente?” CARLO: “No! Che hai detto dopo!”


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PAOLO: “Cognitivo!” CARLO: “Ecco! L’estetica richiede oltre alla percezione dei sensi anche una rigorosa capacità cognitiva di poter allegare a quella percezione un’idea concreta di bello, di piacevole. È bello perché ci piace ai sensi, ma è bello anche perché ha un senso interno, una sua logica nella forma e nel contenuto.” PAOLO: “Non ha senso! Tornando al tuo concetto: tu sei un artista perché hai le tue credenze, io dico di no perché le tue credenze sono illazioni, vere scempiaggini, e chi pensa come te, ripeto, deve avere qualche problema.” CARLO: “Sbagliato. Usi un preconcetto, un pregiudizio, non una logica nata dall’esperienza diretta del concetto. Tu sai dapprima di conoscere attentamente la cosa.” PAOLO: “Credimi, ti conosco da parecchio tempo, e in particolare da quando ti sei rovinato il cervello con questa follia demenziale. Di esperienza su di te ne ho parecchia, Carlo!” CARLO: “Ma non è perfettamente logica, ma basata su un sistema di relazioni emotive per niente logiche.” PAOLO: “Avere a che fare con te può essere tutto meno che una relazione emotiva logica. Con te si va verso il disagio…” CARLO: “Ribadisco comunque il concetto che l’estetica si basa su emozione e cognizione. Io, che sono un artista, so questi due legami, e li uso per conoscere la bellezza?” PAOLO: “Senti, sapientone, dato che mi sembri preparato su questa vaccata, perché detta da te non può risultare vera, ora voglio sapere tutto su sta roba. Dato che sei un artista, dovresti conoscerla molto bene, no?” CARLO: “Tutto?! Ma ci vorrà un casino di tempo!” PAOLO: “Guarda, hai tempo fino all’alba, o almeno fino a quando non crollo dal sonno, il che me l’auguro!” CARLO: “Dovrai concedermi un po’ di tempo per riflettere.” PAOLO: “Non te ne concedo, sennò non sei un artista.” CARLO: “Come non lo sarei?” PAOLO: “Gli artisti, oltre a quello che hai affermato,


LIBRO PRIMO

soffrono, e parecchio! Ti toccherà soffrire.” CARLO: “Spero allora di farcela…”

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Libro Secondo

PAOLO: “Vediamo un po’ cosa sai dirmi di questa Estetica...” CARLO: “Partendo dal presupposto che Estetica è l’unione tra ragione e sentimento…” PAOLO: “No, aspetta, prima avevi detto due parole diverse, o sbaglio?” CARLO: “Sì, vero, avevo usato emozione e cognizione, ma fondamentalmente si possono riunire i due concetti in ragione e sentimento…non in questo ordine, sia chiaro…” PAOLO: “Non è che ti stai arrampicando sugli specchi e stai cominciando a farneticare?” CARLO: “Ma stai zitto! Chi è l’artista tra i due?” PAOLO: “E chi è quello che finirà scaraventato dalla finestra?” CARLO: “Allora, questa unione tra le due cose, che non voglio ripetere sennò si fa alba…” PAOLO: “E non sarebbe una maniera malvagia per arrivarci…” CARLO: “È stata formulata secoli prima da un eminente studioso, anzi, un filosofo in piena regola!” PAOLO: “Deve essere un bel matto se ha formulato una simile demenza…continua, perché ti sei fermato?” CARLO: “Posso continuare?” PAOLO: “Certo, sennò non mi possono addormentare!” CARLO: “Scrisse nella prima metà del Settecento una tesi sulla poesia, che se non erro si chiamava “Meditazioni sulla poesia” o giù di lì, non ricordo bene…e successivamente, credo quindici anni dopo, un trattato in cui adotta definitivamente il termine Estetica, però dal latino, Aestethica!”


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PAOLO: “Aspetta! Ma non veniva dal greco? Che cacchio stai dicendo?!” CARLO: “Greco e latino sono collegati tra di loro! Aisthanomai è greco, e Aesthetica è latino: guarda caso la radice è la stessa!” PAOLO: “E perché ha scelto il latino?” CARLO: “Perché il greco era già morto a livello letterario, ma non il latino! Almeno, non nella filosofia.” PAOLO: “Non m’hai detto però come si chiama questo autore…” CARLO: “Se mi continui a interrompere come faccio a dirti chi diavolo sia? È tedesco, e si chiama…si chiama…” PAOLO: “Non te lo ricordi più, vero?” CARLO: “Accidenti a te!” PAOLO: “Un artista dovrebbe avere una mente molto allenata!” CARLO: “Certo, se continui però ad abbaiare come un cane, a fare bau bau…aspetta, si, Baumgarten! Ecco il suo nome!” PAOLO: “Che bello, associarlo ad un animale. Ne sarà molto felice l’autore di quel trattato…” CARLO: “Lui scrisse questo trattato filosofico, coniando oltre al termine ufficiale anche la definizione della materia.” PAOLO: “Ma prima nessuno aveva scritto niente di rilevante su questa Estetica?” CARLO: “Non farmi divagare, sennò perdo il filo!” PAOLO: “Eh no! Artista, devi dirmi tutto!” CARLO: “Uffa, ma credo di avertelo detto già sta roba! Effettivamente non sembra che nel passato ci siano state delle analisi legate formalmente all’Estetica, cioè che qualche pensatore o filosofo abbia voluto trattare direttamente di Estetica. Tutti si sono limitati al suo pensiero di base, e, nella riflessione sul bello e l’arte, hanno voluto riprendere la propria idea e modellarla secondo la sua forma.” PAOLO: “Esempi?” CARLO: “non ce ne sono pochi, è una lunga lista…” PAOLO: “Devo ripeterti quanto tempo abbiamo?” CARLO: “Io però non me la sento di spiegarli tutti, quindi ti darò un sunto di tutto.”


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PAOLO: “Male, questo non è da artista…” CARLO: “I filosofi dell’antica Grecia vedevano nella bellezza un’armonia tra bello e buono, tra kalos e agathos, secondo anche gli ordini divini e naturali. Il bello era il simbolo del conseguimento delle leggi degli dei dell’Olimpo, e dell’armonia dei pianeti…” PAOLO: “Aspetta, che c’entrano i pianeti con gli dei?” CARLO: “Tradizionalmente si riconduceva l’armonia tra bello e buono, o giusto che dir si voglia, al fatto che gli Dei, per contrapporsi ai titani e ai demoni degli Inferi, avessero affermato delle leggi in cui ciò che riconduceva ad una perfezione di bellezza e di proporzione avesse anche i canoni propri della giustizia divina, e quindi del conseguimento dell’ordine divino.” PAOLO: “Sì, ma i pianeti?” CARLO: “I pianeti t’arrivano in testa se non t’azzitti! Pitagora, ecco! È lui che considera la bellezza legata al concetto di armonia di bellezza e di proporzione, nel suo caso matematico e geometrica. Aveva notato come la distanza numerica tra i pianeti fosse proporzionalmente simile a quella per l’accordatura della lira: la musica allora diventa bella se proporzionata alla distanza cosmica, misurata matematicamente…” PAOLO: “Quindi ciò che è proporzionato nella sua misura matematica deve avere una bellezza oggettiva?” CARLO: “Sì, questo era il pensiero di Pitagora.” PAOLO: “Lo sai che sono un mucchio di…” CARLO: “Saranno pure delle vaccate ma questo pensiero tornerà prepotentemente per tutta la Storia dell’Estetica. E non solo il suo…” PAOLO: “Non oso immaginare gli altri…” CARLO: “Un po’ peggio lo sono: contro il concetto di kaloskaiagathos ci sono i sofisti, o meglio chiamati i presocratici…ma davvero non sai nulla di tutto ciò?” PAOLO: “Io filosofia non l’ho fatta a scuola. Ho preferito fare l’istituto tecnico industriale, se non altro per trovare lavoro…” CARLO: “E si vede, non sai un tubo di filosofia!” PAOLO: “Senti, piantala: io non ho mai disdegnato la letteratura! A casa ho parecchi libri, romanzi e qualche


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saggio; non sarò un pozzo di cultura, né avrò delle velleità letterarie o artistiche come invece fai tu andando a vaneggiare con tutti, anche con gli estranei…però ci vivo con quella cultura, la faccio mia, anche se poca!” CARLO: “E come la faresti tua, scusa?” PAOLO: “La alimento, con altre letture, con visite in teatri o musei. Te manco quelli hai visitato. La maggior parte delle tue conoscenze vengono dal periodo in cui facevi Filosofia…” CARLO: “E ti sembra poco?” PAOLO: “…prima di abbandonarla per l’accademia…” CARLO: “Volevo essere produttivo…” PAOLO: “…che successivamente avevi abbandonato a sua volta, dopo soli tre mesi di lezioni…” CARLO: “Non mi ci trovavo bene, i professori erano degli incompetenti…” PAOLO: “Disse così la volpe non potendo prendere l’acino d’uva!” CARLO: “E tornando alla Grecia con questa favoletta da quattro soldi: i sofisti al tempo si imposero sul pensiero filosofico dominante cercando di guardare, in maniera quasi cinica e materiale, alla realtà effettiva della bellezza. Me ne ricordo però solo tre di questi filosofi, e nemmeno concretamente…” PAOLO: “Basta che fai presto, comincia a stancarmi…no, aspetta, no, continua, è meglio così!” CARLO: “Se non altro mi potrò riposare pure io…” PAOLO: “Oh, perfetto, mi hai messo in agitazione, ora ci vorrà altro tempo per riaddormentarmi!” CARLO: “Protagora, Gorgia e Democrito!” PAOLO: “Parli dei tre filosofi di prima, o stai dando i numeri?” CARLO: “Il primo guardava al bello come un piacere sensoriale relativo alla persona, e quindi non riconducibile alla rappresentanza oggettiva delle cose. Per di più in lui non c’era la ricerca effettiva della bontà e della giustizia, ma solo del piacere unico dei sensi.” PAOLO: “Praticamente è quella che è effettivamente. Finalmente uno sveglio!” CARLO: “A suo tempo c’era anche Gorgia, che, oltre a riprendere il concetto di Protagora sul bello relativo,


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sottolineava notevolmente il peso emotivo della bellezza sull’animo umano, capace di produrre una grande potenza di sensazioni, in greco traducibili in psicagogia.” PAOLO: “Psicache?” CARLO: “Psicagogia, ovvero il farsi condurre dalle emozioni. Tali emozioni portavano all’eccitamento e al piacere, e in esse cruciale era infatti la poesia e la musica, vere arti del piacere e del diletto, del tutto estranee dalle leggi divine!” PAOLO: “Ah, vero. Come ho fatto a dimenticarlo!” CARLO: “Qualche rigurgito delle tue magrissime letture?” PAOLO: “No no. Si è parlato per ora solo di bellezza, di cosa sia il bello, ma non dell’arte, o dell’opera artistica! E in Grecia come veniva vista?” CARLO: “Aspetta, fammici riflettere. Tanto il tempo ne ho, giusto?” PAOLO: “Sì, ma non abusarne…” CARLO: “Allora…dato che tutto è riconducibile all’ordine divino la natura è dominata dalle leggi, quindi anche l’arte è dominata da esse, quindi deve essere rappresentanza di ciò che deve essere, quindi imitare la realtà. L’arte greca è incentrata sulla mimesi, sull’imitazione del reale naturale.” PAOLO: “Ma, dici sul serio?” CARLO: “Non scherzo, tutto deve essere legato alla bellezza della natura, degli astri e delle leggi divine, quindi la creatività non è contemplata dall’ordine. La vera bellezza è nella proporzione rappresentativa della natura.” PAOLO: “E l’artista, che cacchio serve nel mondo greco?” CARLO: “L’artista è infatti sia un produttore tecnico sia un produttore artistico. In Grecia si suddivideva l’arte in due categorie: tekne e mousike, l’arte propriamente tecnica, secondo saperi e canoni precisi, e quella delle Muse, ispirata da loro secondo un moto entusiastico, una specie di estraniazione dal mondo, sempre però per il mondo…” PAOLO: “Stop! Spetta, hai detto un sacco di roba. Riassumiamo: due arti, una tecnica e una artistica; quest’ultima dà all’artista poteri divini?”


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CARLO: “No, lo manda in uno stato di trance, in una sorta di entusiasmo dovuto all’infusione delle conoscenze divine nella sua mente. Si distacca dal mondo naturale per raggiungere quello divino, ove la conoscenza è altissima, e poi la plasma, ma solo per diletto.” PAOLO: “Perché solo per diletto? Potrebbe battere quelle della tekne? Ha a che fare con gli dei, mica con degli screanzati!” CARLO: “Non è tangibile, né regolabile: avviene per ispirazione, è pura astrazione! Chi ascolta l’ispirato dalle Muse raggiunge una dolcezza di sentimenti che quasi lo anima, lo conduce anch’esso da loro, verso il divino mondo!” PAOLO: “Ma non ha senso? Così si butta via tutto?” CARLO: “Democrito, di fatto, aveva notato come le sensazioni fossero, atomicamente parlando, diverse sia nel proprio contenuto sia nella ricezione da parte degli uomini, ma, al tempo stesso, fossero determinate da diverse forme di artifici insiti nella bellezza dell’opera d’arte. Anche Gorgia lo pensava, dando grande importanza per la poesia come artificio linguistico psicagogico.” PAOLO: “Senti, sono troppi paroloni…e non mi ricordo più di chi si parlava prima di questa digressione…” CARLO: “Di Baumgarten. E della sua Estetica!” PAOLO: “forse è meglio continuare con lui, altrimenti non ci capisco più nulla. Quali erano le sue affermazioni?” CARLO: “No, aspetta, mi hai rotto per tutto sto tempo con la storia dell’Antica Grecia, che, adesso, poco prima di parlare di Platone, Aristotele e Plotino, tu ti arrendi per tornare indietro?” PAOLO: “Sinceramente?” CARLO: “Sei un povero idiota…” PAOLO: “Non ho ancora sentito le definizioni di Baumgarten…” CARLO: “Va bene! Allora, lui diede per Estetica ben cinque definizioni precise…” PAOLO: “Cinque?!” CARLO: “Sì, cinque. Devo elencarle?”


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PAOLO: “Si può tornare indietro, ai tempi di Platone?” CARLO: “Hai voluto la bici? Adesso…oddio, come finiva?” PAOLO: “Siamo messi bene…” CARLO: “Allora, la prima è “gnoseologia inferior”, perché, ricordando l’unione tra ragione e sentimento, dato che c’è quest’ultimo, non può considerarsi una vera e propria ricerca o studio della conoscenza, ovvero una gnoseologia, mi segui?” PAOLO: “Partiamo molto male…” CARLO: “Se sei tardo non è colpa mia…tuttavia, essendo uno studio sulla sensibilità, è una forma di ricerca, quindi una gnoseologia sulla conoscenza della sensibilità. Infatti la seconda definizione è scienza della conoscenza sensibile!” PAOLO: “Ottimo. Ne rimangono tre.” CARLO: “Essendo legata alla sensibilità non può essere riassunta né nelle arti grammatiche, quali la retorica, né in quelle non meccaniche, le tecniche, né in quelle poetiche, come la letteratura.” PAOLO: “E allora?” CARLO: “È dunque una teoria delle arti liberali, e tali arti sono l’architettura, la scultura e la pittura.” PAOLO: “Ma se prima mi avevi parlato di poesia e musica nel concetto di bello perché queste non riappaiono nelle arti liberali?” CARLO: “È complicata la questione.” PAOLO: “Non dire cacchiate…” CARLO: “Nell’antica Grecia la divisione pretendeva che la mousike riguardasse poesia, musica e danza, mentre le altre erano tekne. Il tempo ha modificato gli ordini di appartenenza. Ti vorrei far notare che Gorgia è del quinto secolo avanti Cristo, mentre Baumgarten è del Settecento!” PAOLO: “Va bene. Le altre due?” CARLO: “Essendo legata al concetto di arte bella, ovvero la produzione di queste arti liberali, anche la loro produzione mentale, ovvero quella precedente a quella fisica, è da considerare arte bella: da qui il concetto di arte del pensare bello!” PAOLO: “Ma non è la retorica?”


LIBRO SECONDO

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CARLO: “Vero. Questa tua affermazione non me l’aspettavo, sai?” PAOLO: “Grazie, mi sono preparato apposta!” CARLO: “La retorica però adotta un procedimento puramente linguistico e tecnicistico per dare effetto. L’arte del pensare bello usa, sì, una comunicazione avvolgente, ma più svincolata da rigide regole di forma linguistica.” PAOLO: “In poche parole l’arte del pensare bello non è affine al linguaggio retorico e astruso.” CARLO: “Precisamente.” PAOLO: “E l’ultima definizione?” CARLO: “Sempre tornando al concetto di ragione e sentimento, essendo sia una scienza della conoscenza sensibile e una gnoseologia inferior, è anche un analogo della ragione.” PAOLO: “Fammi indovinare: pur basandosi sul sentimento e le sensazioni ha bisogno dei legami logici e cognitivi per comprendere il tutto, mi sbaglio?” CARLO: “Allora mi ascolti! E io che pensavo volessi solo addormentarti!” PAOLO: “E quello che voglio fare, e che continuerò a fare, ma vedo che a forza di ragionamenti il mio cervello continuerà a rimandare ininterrottamente il suo sonno.”


Libro Terzo

CARLO: “E così abbiamo trattato il concetto di Estetica, e del suo rapporto nei confronti dei pensatori greci.” PAOLO: “ma non m’hai ancora spiegato la visione di Paltone e di Aristotele!” CARLO: “Si chiama Platone, e come faccio a raccontartela se ogni volta mi fai cambiare argomento di conversazione?!” PAOLO: “Quello che è. Ora che hai parlato di Baumgarten si può anche ritornare alla questione platonica, o aristotelica. Qual è la loro differenza?” CARLO: “Davvero ti interessa sta roba?” PAOLO: “Mi sembra di quella profondità ideale per raggiungere in tempo il mondo dei sogni, se non celermente.” CARLO: “Beh, guarda caso per Platone si parla di un mondo…non onirico, sia chiaro, ma ideale!” PAOLO: “Avrei preferito il primo…” CARLO: “Il mondo delle idee! L’iperuranio! La celeste terra!” PAOLO: “Ma che ti prende?! Sei ammattito a urlare delle affermazioni del genere?” CARLO: “Scusa, mi sono fatto prendere dall’entusiasmo, che, tra l’altro, viene trattato sempre da Platone nei confronti dell’artista e dell’arte mimetica.” PAOLO: “Oh, bene! Finalmente della roba lunga e complessa. Così potrò seguire il gruppo degli alcolizzati!” CARLO: “Fammi finire di parlare, per Dio! Allora, per Platone la bellezza non è nelle sole cose, ma nelle idee a cui sono rivolte: è una bellezza ideale, fatta di astrazione perfetta, in cui a prevalere è l’aspetto più


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idealizzato della cosa, e non la cosa in sé, che, anzi, per Platone è un mero involucro di essa, una rappresentazione imperfetta.” PAOLO: “Perché legata al sensibile?” CARLO: “Bravo! Cominci a piacermi, lo sai?” PAOLO: “Grazie, troppo buono! Purtroppo mi vedrò costretto a spaccarti la testa qualora tutta sta intuizione non mi condurrà al sonno già desiderato…” CARLO: “Quanto sei originale. Che è, la terza volta che mi minacci di morte? Se davvero vuoi dormire, coricati lì, vicino al divano dove si è arenato quel bisonte umano con il suo cartonato di vino domestico. Grosso com’è avresti anche il cuscino e il materasso adatto per dormire!” PAOLO: “Ma di chi parli? Quello lì moro? Ma è svenuto e sporco di vomito!” CARLO: “Ovvia, quanto sei schizzinoso! Non ti va bene nulla!” PAOLO: “Eh, sì, sono di gusti difficili. Lo sai che in famiglia siamo tutti così. Ecco perché non votiamo.” CARLO: “E che c’entra?” PAOLO: “No, aspetta, scusa…per di più tra tutte le arti liberali, l’Estetica è quella meno utile a livello di società…” CARLO: “Chi te lo dice che non serva alla società?” PAOLO: “Si parla di arte e di bellezza…serve per i lavoratori? Per i disoccupati? Per le istituzioni? Rispondi…” CARLO: “No. E nemmeno per le riforme, per gli ospedali e per il commercio.” PAOLO: “E allora perché è così importante per quelli come te, per voi artisti? Io quando vedo in televisione quelle manifestazioni o scioperi che stanno tempestando il paese, e poco prima di spegnerla nel punto in cui cominciano a fare tutti quei discorsi populisti e utopici, inverosimili, non sento i segretari di partito o dei sindacati, o i sindacalisti stessi, parlare di Platone, Baumgarten e compagnia bella! Dicono fregnacce, volgarità, ma sempre roba per lo meno pratica, concreta. Ma l’Estetica cos’ha di concreto?” CARLO: “Sinceramente?” PAOLO: “Nulla? Era indubbio.”


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CARLO: “Però serve. Non alla società, ma forse agli uomini.” PAOLO: “Per fare cosa? Non ci mangi con la bellezza!” CARLO: “Non riempi lo stomaco, certo, ma la mente sì. E tu dovresti saperlo, dato che leggi. Li prendi ancora i libri dalle bancherelle, o dalle librerie mobili, o sbaglio? Tu la sai valorizzare la cultura. E allora ti porgo questa domanda. Preferiresti avere lo stomaco pieno e la mente vuota o viceversa?” PAOLO: “La so valorizzare la cultura, questo sì, ma non sei stupido: non si può vivere di sola carta, e non puoi nutrirti con quella. Lo stomaco deve essere pieno, altrimenti, se vuoto, impazzisci. E lì la mente, per quanto può essere piena, non può far nulla. Impazzisci, sragioni, e fai guerra.” CARLO: “Anche avendolo pieno lo stomaco, con la mente vuota, rischi di andare in guerra, ma non per motivi personali quali la fame, ma per motivi altrui, imposti da altri. Rifaccio la domanda: preferiresti lo stomaco pieno, la mente vuota e il dominio altrui, o lo stomaco vuoto, la mente piena e il dominio proprio?” PAOLO: “Farei comunque danni.” CARLO: “Sì, ma almeno lo fai per tua volontà, e non perché qualcuno, con la promessa di rimpiazzarti le viscere, ti dice di farlo. È peggio un uomo dominato a compiere il male che uno che compie e basta.” PAOLO: “Ma è sempre il male. Non si dovrebbe fare e basta.” CARLO: “Lo si fa, è nella natura umana compiere Bene e Male. Ma non è nella natura umana compierlo al di fuori dalla propria natura.” PAOLO: “No, aspetta, non ci sto capendo nulla. Cosa c’entra tutto questo con l’Estetica? Qui è filosofia ora!” CARLO: “Estetica è una branca della filosofia, ricordatelo. C’è un altro autore, successivo a Baumgarten di pochi decenni, Kant, che sostiene che la funzione estetica, l’elemento distintivo dell’opera d’arte dall’opera naturale, ha una grande componente soggettiva, che risiede nell’intenzione arbitraria e libera del suo autore.” PAOLO: “Quindi è la libertà che sta al centro di tutto ciò.”


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CARLO: “L’Estetica insegna anche questo: possiamo comprendere la bellezza delle cose anche al di fuori del contesto più meramente sociale, ma siamo sempre dentro la società perché siamo sempre uomini se siamo liberi. E l’Estetica gioca sull’importanza della libertà nel concetto di interpretazione della bellezza, e dell’opera d’arte.” PAOLO: “Così non l’avevo mai letta l’Estetica. Ciò nonostante quello che dici è vero fino ad un certo punto, perché, per quanto abbia senso, nella realtà è diverso: professoroni, studiosi e filosofi non hanno, oggi, mai ricercato nell’Estetica valori così aulici quali la libertà, o la cognizione del male umano.” CARLO: “La storia dell’Estetica e le sue stesse teorizzazioni sono molto complesse, e verso il Novecento un po’ si disperdono, nonostante di-venti uno studio vero e proprio dall’Ottocento in poi.” PAOLO: “Ci sono dei motivi per cui, come dici te, si disperde?” CARLO: “Il Novecento è sempre stato un secolo difficile: tutto cambia, e ciò che prima era diventa altro, e poi altro ancora. Prima c’era il periodo dei Romantici, con la loro tensione verso la pura immaginazione e la creatività, poi gli idealisti…” PAOLO: “Idealisti? Hanno a che fare con Platone?” CARLO: “Sì e no. Platone è la loro principale ispirazione in fatto di concetto di bellezza ideale, ma sviluppano il tutto verso l’Assoluto, il superamento dell’emozione e della cognizione. Dopo di loro però ci sono, come reazione negativa, gli anti-idealisti, che attaccano l’impianto assolutistico e riprendono una concezione della bellezza quasi in tono con i sofisti. E dopo di loro arrivano gli psicologisti, i puro-verbalisti, e questo solo nell’Ottocento. Nel Novecento tornano gli idealisti, si affermano gli esistenzialisti, poi i marxisti, gli strutturalisti, gli ermeneutici, i costruttivisti e gli istituzionalisti. E infine arrivano le neuroscienze, e la bellezza prettamente filosofica lascia il posto ai neuroni e alle catecolamine, gli ormoni delle sensazioni.” PAOLO: “Buon Dio! Che macello!” CARLO: “Tranquillo. Dormirai prima di arrivare a Kant.”


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PAOLO: “Me lo auguro. Non vorrei che stanotte sia la volta buona che perdo il senno. E dire che ho anche lo stomaco pieno.” CARLO: “Sì, ma ti fai guidare da me. No?” PAOLO: “Sì, ma almeno io posso ribellarmi a te.” CARLO: “Visto? Ecco l’importanza di avere una mente piena!” PAOLO: “Se lo dici te. Comunque, tornando a Platone, lui oltre all’idea cosa tratta?” CARLO: “Della mimesi. Ma ne parla male. Forse te l’ho già raccontato, ma lui è critico nei confronti della mimesi, che, seppur vista bene nell’antichità, lui invece, alla stregua della rappresentazione imperfetta delle cose da parte della natura sensibile, la considera come una copia della copia: già era una copia naturale dell’idea, se l’autore si mette, con la scultura, a raffigurarla, accade che fa la copia della rappresentazione naturale. Non tende verso l’idea, fonte inoltre di Verità, ma verso la sensibilità, che lui chiama doxa, opinione, perché non veritiera oggettivamente, come è l’eidos della filosofia, l’intelletto.” PAOLO: “Quindi rappresentare non è conoscitivo.” CARLO: “Solo in una sola maniera: riprende il concetto di proporzione e misura dell’armonia divina: se viene adottato tale sistema con le opere d’arte allora, nella loro misura icastica, diventano ottime rappresentazioni, e possono, con al loro proporzione, indurre alla ricerca dell’armonia, in particolare tra ragione e sentimento.” PAOLO: “Quindi a differenza di Gorgia, che era psicagogico e voleva che la gente si facesse trascinare dalle emozioni…” CARLO: “…esatto! Lui voleva il contrario, ovvero la guida di queste ultime, a livello educativo.” PAOLO: “Ora che ci penso in Grecia c’era il famoso teatro tragico, e venivano messi in scena momenti di grande pathos, di emozioni potentissime!” CARLO: “Appunto! Emozioni troppo forti, personaggi troppo umani. Dov’è l’educazione? Dov’è il controllo? Per Platone infatti la tragedia non ha fine conoscitivo, e si disperde nell’espressione pura delle emo-


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zioni. Per lui la poesia, di cui la tragedia adottava in particolare la metrica, doveva essere di nobile ispirazione, praticamente filosofica, e non emotiva, come quella degli antichi.” PAOLO: “Quindi per lui non esisteva altro all’in fuori dell’intelligenza?” CARLO: “Precisamente. E lui, come già t’ho raccontato, sarà basilare per molti pensatori, anche nel Novecento.” PAOLO: “E Aristotele in tutto ciò cosa c’entra? È anche lui un prosecutore della sua filosofia?” CARLO: “Non propriamente. Anzi, è quasi un suo critico. Non afferma come Platone che la bellezza vera è ideale, anzi, lui sottolinea come, davanti all’idea in sé come fonte di bellezza, anche la materia avesse un ruolo non secondario, ma coprotagonista nell’espressione della bellezza. Per lui materia e idea si univano, nell’ordine delle forme e nella grandezza della sensibilità che esprime. Cioè, per lui se c’è proporzione e…” PAOLO: “Si, ho capito! Ma allora per lui l’emozione serve!” CARLO: “E certo! Nella sua Poetica…” PAOLO: “La sua cosa?” CARLO: “Poetica! È una raccolta di appunti e preparazioni che sono stati raccolti nel tempo; di lui purtroppo si hanno solo gli scritti cosiddetti esoterici, quelli non da pubblicare, e non quelli essoterici. Abbiamo poco di lui, ma tanto basta per renderlo un degno avversario della filosofia platonica. Anche lui sarà una grande ispirazione per molti autori.” PAOLO: “Sì, sì, ho capito.” CARLO: “Ricomincio: nella sua Poetica all’inizio parla dell’importanza nell’apprendimento del bambino dell’imitazione, che è sia una fonte di insegnamento sia una fonte di piacere. Quindi ragione e sentimento sono legate nel vincolo dell’apprendimento.” PAOLO: “E Platone non c’era arrivato a questo? Ma che era, scemo?” CARLO: “L’idea di Aristotele era legata alla sua concezione naturalistica e immanente della realtà e della verità, mentre Platone rivendicava una posizione trascen-


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dentale. Per Platone forse non sarebbe bastato per riunire in equivalenza i due concetti.” PAOLO: “E quindi per la tragedia…” CARLO: “Per la tragedia è molto favorevole: essendo nella tragedia mostrata la natura umana, e le sue passioni, tali scene cruente porteranno al pubblico a comprendere che la loro disgrazia è dovuta ai loro errori, anche se fatti in buona fede. Non li dovrà fare se vuole evitare lo sfacelo: da qui nasce la catarsi, la purificazione dell’animo dalle emozioni terribili.” PAOLO: “Quindi riprende Platone solo nel controllo delle emozioni.” CARLO: “Non le controlla, ma le fa a comprendere interamente: sai che quello ha sbagliato, sai che patisce per lo sbaglio; tu sai che non farai come lui e che starai bene, e tu ti salverai.” PAOLO: “Quindi garantisce alla poesia una certa importanza!” CARLO: “Già. La poesia per Platone non poteva, data la sua emotività, garantire la conoscenza al pari di quella filosofica. Per Aristotele, invece, la poesia acquisisce un valore conoscitivo se non pari a quello filosofico di sicuro superiore a quello storico: la storia racconta ciò che è accaduto, i fatti, mentre la poesia racconta il possibile, ciò che può accadere.” PAOLO: “Come il possibile? Non narra dei fatti anch’essa?” CARLO: “Dei fatti però narrati, tratti dalla narrazione, dal racconto. La poesia è utilizzata dalla tragedia, e quest’ultima ha come discendenza quella del mythos, del racconto: non si narrano fatti effettivamente accaduti, ma inventati nella combinazione di possibili eventi, che possono accadere o meno.” PAOLO: “Ma come si fa ad apprendere qualcosa se non è vero?” CARLO: “Non deve essere vero nel senso di accaduto, ma possibile: quando vai al cinema, vedi qualcosa che è accaduto? No di certo: se non è un documentario, è fittizio per forza. Però, seppur inventato, mette in scena qualcosa in cui qualcuno può rivederci, e questo rivedersi, questa empatia, è simile alla catarsi prece-


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dente: tu capisci, tu rifletti e tu scopri. La poesia fa riflettere più della stessa storia.” PAOLO: “Ecco perché mi piacciono più i romanzi dei saggi!” CARLO: “Come tutti del resto! La finzione è molto più ricca di quanto si pensi, in fatto di conoscenza. È curioso infatti che Platone, sostenitore della filosofia come unica forma di vera conoscenza, usi una forma di scrittura più legata alla scrittura creativa che alla divulgazione.” PAOLO: “Parli dei dialoghi socratici?” CARLO: “Usa il dialogo sia come conferma della sua idea di una dialettica orale, e non scritta, sia come mezzo efficace per unire intrattenimento e divulgazione filosofica nello stesso mezzo. Lui ha sempre apprezzato un certo modo di esporre le idee, specie se in maniera teatrale.” PAOLO: “Teatrale? Ma era contro la tragedia!?” CARLO: “Eppure era un grande ammiratore dei mimi di Sofrone, un genere teatrale drammatico e colloquiale molto in voga ai suoi tempi. Gli piaceva il teatro, però era un filosofo e doveva mettere la sua amata materia prima di ogni cosa.” PAOLO: “È un po’ contradditoria sta storia: come fa ad apprezzare il teatro come mezzo di diffusione dei suoi scritti se poi la critica apertamente nelle sue opere?” CARLO: “Ti rispondo brevemente: è un artista…” PAOLO: “Ancora? Ma che c’entra?” CARLO: “Gli artisti sono contraddittori. Come me.”


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CARLO: “Continuo a parlare, a ciarlare di filosofia e di estetica e vedo che né tu né io ci vogliamo addormentare.” PAOLO: “È perché spieghi troppo! E io invece di afflosciarmi dal sonno mi sperdo nelle tue fandonie e non dormo più.” CARLO: “Dio, siamo ancora all’estetica classica! All’alba saremo ancora svegli! Ma perché non sono andato a dormire fuori?!” PAOLO: “Come? Ora dai la colpa a me?” CARLO: “La casa è tua, idiota! Ne sarai a conoscenza del fatto che vicino alla villa c’è un giardino verde e rigoglioso perfetto per dormirci. Ma perché sono rimasto qui a discutere con te?!” PAOLO: “Carlo, stai bene?” CARLO: “Che vuoi?!” PAOLO: “Ti rendi conto che fuori fanno, ora come ora, tre gradi? CARLO: “E con questo? Ho caldo per colpa di quel liquore, e vorrei tanto rinfrescarmi fuori, all’aria aperta!” PAOLO: “Un conto è un venticello estivo di quindici gradi, forse meno, ma guarda che adesso fuori c’è la tramontana! Siamo a pochi giorni dalla primavera!” CARLO: “Ho caldo! Non ce la faccio a star qui dentro!” PAOLO: “Vabbè, senti, fa come ti pare: vai fuori! Vediamo se non diventi un ghiacciolo entro qualche minuto! Tanto ho capito che con te non riuscirò mai ad addormentarmi!” CARLO: “Benissimo! A dopo allora!” PAOLO: “Buona nottata!” CARLO: “Anche a te!”


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PAOLO: “Imbecille! Accidenti a lui e alla sua arte. Oh, lui è un artista, un artista: vada al diavolo lui e la filosofia. Ho tutta la testa che mi rimbomba a forza di ragionamenti sulla forma, sulla bellezza ideale e sul teatro. Una cosa giusta l’aveva detta bene: la libertà e la mente piena. È perfetto: io, da uomo libero e con la mente piena lo mando a quel paese, lui e la sua filosofia. Spero solo di poter riposare un po’. Vabbè che domani non lavoro, ma non voglio passare la giornata libera a dormire di pomeriggio! Ho un libro da finire di leggere! Cavolo, quanto vorrei leggere qualcosa adesso. Ma sta casa è vuota, ci sono solo dei quadri e delle credenze ornamentali! Vabbè, proviamo a dormire da qualche parte. No! Non lì dove c’è quello che ha vomitato…che schifo…praticamente sono circondato da una massa di morti, o di esseri in stato comatoso. È incredibile come non si siano mai accorti di tutto sto casino che abbiamo fatto nel nostro discutere e litigare. Vabbè, torniamo al punto di partenza, e proviamo a dormire supini: tanto c’è un tappeto, che se non altro dovrebbe concedermi un po’ di morbidezza. Chissà cosa starà facendo quel matto là fuori: è talmente matto che non s’è accorto che siamo alla fine dell’inverno! Tipico dei pseudoartisti quello di far finta di essere matti; ad esserlo davvero non si è così tanto arroganti da mostrarlo al pubblico! Probabilmente domani mattina me lo troverò coperto dalla brina e buono per un posto letto nell’ospedale cittadino. Così imparerà a fare tanto il saccentucolo anche con le previsioni del tempo!” CARLO: “La vuoi piantare di parlare con te stesso?” PAOLO: “Ehi! Ma non eri fuori casa a morire di freddo?” CARLO: “Ho cambiato idea alla svelta: appena uscito una ventata di vento freddo e glaciale m’ha spinto qua dentro all’istante.” PAOLO: “Ben ti sta! Se davvero andavi a dormire fuori t’ammazzavi! Che diavolo, ma si può alla tua età ragionare come un bambino?!” CARLO: “Qui l’unico che ragiona da infante sei te, che ti devo davvero imboccare ogni volta che ti spiego il pensiero di uno o la filosofia di un altro.”


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PAOLO: “Mi dispiace! Ma davanti alla tua somma intelligenza io, povero imbecille, non posso misurarmi! Lei ha una intelligenza divina! Lei tende verso il mondo divino!” CARLO: “Mondo divino?!” PAOLO: “Che c’è? Non ti ricordi più quello che hai detto?” CARLO: “No, è che questa tua affermazione è interessante: sai chi verrebbe nella Storia d’Estetica dopo Aristotele?” PAOLO: “Aristofane?” CARLO: “Che cacchio c’entra lui, che è un commediografo? No! Plotino!” PAOLO: “Plotino? C’entra per caso con…” CARLO: “Non mi fare la battuta che Platone è parente di Plotino, via, altrimenti ti buto fuori con la tempesta ad aspettarti! L’unica cosa attinente a Platone è la ripresa del concetto di beltà intellegibile, ovvero della superiorità delle idee alla materia…” PAOLO: “Allora è un emulo di Platone?” CARLO: “No! Platone tendeva l’idea alla verità. Plotino al mondo divino, al mondo dell’Uno, dell’unità divina di tutto. Era misticista, nel suo paganesimo precristiano.” PAOLO: “Uno? Come l’Uno?” CARLO: “Ogni anima tende, dalla sua sensibilità, all’Uno, al to Hèn, e usa come tramite l’astrazione razionale, il Nous, l’Intelletto, mezzo di connessione tra le idee molteplici dell’Uno e l’Anima. C’è proprio un estati nella filosofia plotiniana carica di un senso di unità totalizzante.” PAOLO: “Risparmiami il commento, in particolare sulla religione. Così in seguito eviterai, con il Medioevo, di ripresentarmi tutto sto misticismo.” CARLO: “Anche tu ateo?” PAOLO: “Non credo in certe scempiaggini: tutta parola e poca roba, e alla fine c’è chi ci guadagna davanti a chi ci crede, senza poi ritrovar-si nulla per mano.” CARLO: “Quindi vedi nella religione solo lo sciacallaggio dei potenti sugli illusi?” PAOLO: “Non è così. Tu che hai fatto la Storia


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dell’Estetica sai quanti ci giocano, senza nemmeno crederci più del dovuto.” CARLO: “Ci credevano. Ci credevano. Solo a modo loro. Avevano dato la loro esistenza alla causa religiosa, usando però ciò che potevano usare al tempo: la scrittura. Chiaramente dovevano seguire i dogmi, il canone, altrimenti venivano perseguitati immediatamente, poi torturati e infine macellati in piazza, se non abiuravano in tempo. Messa così in fondo è un modo di vivere da codardi…” PAOLO: “Mi hai tolto le parole di bocca.” CARLO: “Ciò nonostante non potevano non crederci. Anche Plotino, nel suo paganesimo, dimostra una grande profondità religiosa, impossibile da mistificare.” PAOLO: “Però le loro idee sono state utilizzate dai potenti, no? Tutto il Medioevo è dominato dal pensiero cristiano!” CARLO: “Era un periodo di evangelizzazione, e si doveva diffondere una dottrina sempre più ricca, più complessa…” PAOLO: “Una dottrina? Non era una filosofia?” CARLO: “Con la religione non c’è la filosofia, solo la dottrina. A una filosofia puoi crederci per ragionamento, alla religione solo per fede, e basta.” PAOLO: “Altrimenti vieni perseguitato.” CARLO: “E ucciso, sì, lo sappiamo entrambi. Puoi continuare con questo discorso sul potere, sullo sfruttamento e sulle illusioni. Tutto il sapere è manipolabile, anche quello razionale come quello scientifico. Laddove non si può far credere alle persone per costrizione o per atto di fede, e quindi obbligarle con il terrore e la paura…perché con la religione puoi usare la paura, del Dio…si può usare la scienza, creduta per ragione, per dominare tutti, sempre con la paura. Dimmi te quale paura.” PAOLO: “Quella della mancanza di controllo…come si è visto con le pandemie, con le guerre terroristiche e con le armi nucleari…effettivamente è vero! Prima temevi qualcosa perché chi era a controllare tutto, cioè Dio, poteva anche ucciderti, per vendetta di un tuo peccato; ora, senza Dio, non c’è il controllo, è siamo alla de-


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riva delle malattie, dei pazzi dinamitardi che invece credono di essere loro la vendetta di Dio o qualche altra vaccata assurda tanto per intontirci e farci impazzire, e dei despoti del mondo che con la scienza nucleare possono distruggerci…” CARLO: “La religione per prima è stata la più offesa del mondo dal mondo stesso: soprusi, crociate, razzismi e fobie anti-etniche. Poi, senza la componente divina, quella sua tecnica distruttiva, staccata da quella costruttiva del legame, della comunità, è diventata il marchio di fabbrica dei totalitarismi, delle ideologie estremiste e del terrorismo.” PAOLO: “L’idea rimane sempre quella…” CARLO: “Però un così grande potere sulla natura umana non può essere dovuto alla sola imposizione di certi soggetti potenti. La religione gioca su certi aspetti da non sottovalutare, forse veri il giusto. Tipo l’importanza dell’altro, l’amore verso il prossimo, verso la natura che si chiama Dio, verso i propri simili e gli animali. Un senso di bene. E anche di importanza.” PAOLO: “Dov’è il bene se ti chiede di uccidere?” CARLO: “L’uccisione è contro natura, lo sai bene…” PAOLO: “Ma i testi sacri ne sono pieni di invocazioni alla morte degli eretici, dei pagani!” CARLO: “Gli unici testi sono di estrazione culturale: i testi sacri sono prima di ogni cosa testi di origine etnica, vere e proprie testimonianze scritte di una cultura. E in quella cultura era obbligo uccidere in determinati casi. Per di più quella era una cultura arcaica, scomparsa oggi giorno. Era limitata a livello storico, e usava Dio come movente sociale e forse politico.” PAOLO: “Tutti i testi sacri sono politicizzati.” CARLO: “Buona parte sì. Ma quella che fa credere alla religione no; quella è autentica, e guarda caso non trovi morte o sopraffazione, ma amore e unità. La gente non va di certo a credere alla prima, sennò l’unico desiderio loro sarebbe quello di essere dei potenti. La seconda è quella che serve per diventare umani.” PAOLO: “Già…ma oggi chi vuol essere umano?” CARLO: “La riflessione sta diventando parecchio crudele. È meglio tornare sui propri passi. Ora c’è appunto il medioevo.”


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PAOLO: “Eccoci! Quanti sono per l’esattezza?” CARLO: “Quelli che mi ricordo sono tre: Agostino, Dionigi e Tommaso d’Aquino, che però richiama alcuni, ma brevemente.” PAOLO: “Ho capito: stanotte proprio non dormo più…” CARLO: “E piantala! Comunque, il primo è semplice, perché unisce Platone con Plotino: riprende le sue forme di beltà, però, dato lo sviluppo dell’estetica moderna sul piano della claritas e della consonantia.” PAOLO: “Traduzione, per favore…” CARLO: “Aspetta, faccio meglio. Nel medioevo la sensibilità è tutta in dipendenza dell’idea, che verte su Dio. Ogni cosa è legata al Creatore, ogni cosa è del creato: da qui nasce una concezione simbolica e allegorica della realtà nei confronti di Dio. Da questo punto di vista se Lui è il solo creatore allora l’artista…” PAOLO: “…non vale più nulla…” CARLO: “Non può creare, al massimo trasformare: tutta l’arte va su Dio, sulla sua esaltazione; la realtà si deve superare, e in fondo già Plotino lo affermava quando auspicava al superamento progressivo della beltà sensibile a favore di quella intellegibile. Cioè che l’opera d’arte doveva tendere sempre di più all’idea, all’astrazione, e perdere sempre di più il legame con la materia.” PAOLO: “Qui invece tutto è raffigurazione di Dio.” CARLO: “Per Agostino sì: ogni cosa segue le regole della proportio, o proporzione, della similitudine, o similitudo, verso Dio e della luce che emana, la beltà assoluta, la claritas.” PAOLO: “E questa proportio ricorda la proporzione delle belle misure platoniche, giusto?” CARLO: “È per questo che riprende sia Plotino col suo misticismo sia Platone con la sua armonia delle forme. Almeno lui.” PAOLO: “Dionigi com’è?” CARLO: “Dionigi l’areopagita è diverso?” PAOLO: “L’aerofagita? Che, spetezza?” CARLO: “No, dai senti, battute così babbee non le accetto. Piantala…o ti lascio a dormire con questi ubriaconi…”


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PAOLO: “Va bene. Ma perché l’areopagita?” CARLO: “Era un giudice dell’Areopago di Atene, un’istituzione giuridica statale del tempo. Poi si è convertito al Cristianesimo.” PAOLO: “Un bell’affare…” CARLO: “Di suo è il più strano dei filosofi medievali: considera Dio non come luce, claritas in senso stretto, ma il suo opposto, una divina caligine, un’oscura tenebra, a cui non si può coglie-re direttamente le sue forme.” PAOLO: “Come non si può? Gli altri lo fanno, per Dio!” CARLO: “Per lui Dio è una luce troppo forte da comprendere: è come guardare il sole, alla lunga ti accechi. Per vedere Dio bisogna vedere il suo opposto. E qual è l’opposto della luce?” PAOLO: “La tenebra.” CARLO: “Lui è l’iniziatore della teologia negativa, ovvero di quella forma di teologia in cui si professa l’impossibilità di definire chiaramente il concetto di Dio, e quindi di parlare di Dio solo in ciò che non è.” PAOLO: “Praticamente un parlare a vanvera…” CARLO: “C’è della modestia in questo ragionamento: non si può con certezza dire chi è Dio, ma, andando per esclusione, alla fine si intuirà cosa sia Dio. Da lì in poi però scivola Dionigi nel concetto plotiniano dell’arte come elevazione mistica alla bellezza divina. Cita anche l’arte bizantina.” PAOLO: “I mosaici?” CARLO: “Sì. Opere frammentate, senza chiaroscuri e senza forme realistiche: in quella maniera la beltà divina si paventa, diventa concreta in quell’inesistenza formale. Diventa una teofania, sempre negativa perché non rivelatrice diretta e chiara di Dio.” PAOLO: “Ma tutta quest’arte come rivelazione di Dio fino a quando dura. Perché nel Settecento, da quello che m’hai raccontato, non hanno ancora in testa Dio.” CARLO: “Tranquillo. Questa ossessione allegorica finisce ben prima, con Tommaso d’Aquino. Altra epoca, altra concezione. È altro filosofo preso in considerazione.” PAOLO: “Abbiamo un aristotelico tra di noi?”


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CARLO: “Esatto! Con le nuove conoscenze bassomedievali dell’ottica si è riusciti a capire la natura materiale della luce, non atomica chiaramente, mica sono dei proto-Einstein. Con questa scoperta c’è chi ha visto nella luce la forma natia della bellezza divina nelle cose del Creato, a cui rintracciarci una teofania. E chi ha visto un rinnovo delle concezioni postclassiche della proportio. Questi sono Grossatesta e Bonaventura. Aquino, invece, cambia tutto. Con il concetto di ente, essenza ed esistenza.” PAOLO: “Siamo nell’esistenzialismo?” CARLO: “I termini verranno usati secoli dopo da loro, ma qui si riprende l’Aristotele della forma: per Aquino la bellezza, oltre che percettiva ed emotiva, ribadendo i concetti sofistici, è basata sulla perfezione formale e funzionale dell’opera bella, unita alla sua integrità tra essenza, la sua identità, e la sua esistenza, il suo atto di vita e volontà divina, dato che Dio è entrambi in un’unica forma. Non sono però espressione divina, perché la bellezza degli oggetti è legata alla propria forma, e quindi non ha legame intrinseco con Dio.” PAOLO: “Non ho capito nulla. Ma alla fine l’opera d’arte ha valore? Anche l’artista, che fine fa?” CARLO: “L’opera d’arte sì, seguendo però canoni cognitivi.” PAOLO: “Bene. E l’artista?” CARLO: “No. Per lui non vale nulla…e smettila di ridere!”


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CARLO: “Continua a ridere, maledetto, tanto adesso la figura che noi artisti facciamo nel Rinascimento sarà totalmente diversa!” PAOLO: “Ah sì? Non sarete più chiamati copioni senza talento? Che diventerete? Dei servi della gleba?” CARLO: “No. Degli intellettuali!” PAOLO: “No, ora svengo…” CARLO: “Ma piantala! Ti dico sul serio! Nel Rinascimento diventiamo importantissimi! Diventiamo degli scienziati!” PAOLO: “Quindi tu oltre a essere un artista sei anche uno scienziato? La tua megalomania sta raggiungendo delle vette straordinarie!” CARLO: “Lasciami spiegare. Tutto ciò nasce dalla prospettiva?” PAOLO: “Aspetta…la prospettiva? Ma non c’era la proportio?” CARLO: “Torna anche quella. Ma la prospettiva diventa la parte centrale dell’arte rinascimentale. Prima era usata solo per i calcoli matematici e adesso diventa un vero metodo di pittura, inaugurato con Piero della Francesca.” PAOLO: “E che c’entra la prospettiva con…aspetta, forse ho capito…” CARLO: “Cosa hai capito?” PAOLO: “…essendo matematica la prospettiva l’arte acquisisce un punto ora scientifico tale da rendere l’artista anche uno scienziato, o un matematico.” CARLO: “Giusto! Oltre alla matematica l’arti-sta dovrà avere una particolare erudizione nel campo geometrico e ottico, rendendolo a tutti gli effetti un piccolo


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scienziato. Nel Rinascimento l’arte acquisisce una radicalizzazione della sua percezione cognitiva, in cui la sua bellezza, riecheggiando Pitagora, è misurabile con tecniche geometriche e matematiche.” PAOLO: “Ma l’artista qui vale davvero qualcosa o è diventato solamente uno scienziato?” CARLO: “Vale. Ma torna il concetto di mimesi, non più platonica ma mescolata alla concezione perfettiva di Aristotele.” PAOLO: “Non mi ricordo questa parte…” CARLO: “Aristotele vedeva nella mimesi una forma di conoscenza, che, invece di essere copia della perfezione ideale, può invece migliorare tale perfezione, quindi diventare un’arte perfettibile.” PAOLO: “E l’artista adesso ha questo privilegio, di creare opere perfettibili. Ma se torna Aristotele allora Platone…” CARLO: “No, Platone c’è ancora. Mi spiace per te, ma, con Ficino, torna in auge la filosofia platonica, in particolare nel concetto dell’entusiasmo come base della creatività dell’artista. Lo sai come li chiamava gli artisti?” PAOLO: “E come?” CARLO: “Alter deus, simili a Dio!” PAOLO: “Vabbè, fai un po’ come ti pare…” CARLO: “Dopo il medioevo non potevano lasciarci così in disparte! E siamo tornati in grande stile!” PAOLO: “Per Dio, ora non lo ferma più nessuno…” CARLO: “Ma prima si deve parlare dell’Alberti, uno dei più famosi architetti e teorici del periodo. Oltre a comprendere l’importanza della prospettiva aveva diviso la bellezza dell’opera artistica in due categorie, in finitio e collocatio.” PAOLO: “Ah, bene. Però io non sono un architetto, quindi non capisco a cosa serva sapere queste nozioni…sono davvero utili per il seguito?” CARLO: “Francamente?” PAOLO: “Dimmi di no, ti prego…” CARLO: “Hai ragione. Infatti è inutile parlare di Alberti…” PAOLO: “Grazie a Dio…” CARLO: “…sebbene è con lui che si istituisce nella


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progettazione l’uso del piano, appunto, progettuale. Tralasciando l’architettura in sé, credo tu sappia che ogni idea, perché possa diventare reale, deve essere trasposta, no?” PAOLO: “Come, scusa, prima non si usava la carta per scrivere appunti o disegni per la costruzione di, non so, cattedrali e via scorrendo? Uso il termine “cattedrali” perché me l’hai detto te che nel medioevo era d’uopo costruire edifici e statue in gloria di Dio. Che facevano, tutto a mente?” CARLO: “Vero, hai ragione. Ma l’uso del progetto prima aveva un uso prettamente tecnico e artigiano, e nelle arti invece si affrontava all’istante la costruzione, in itinere, capisci?” PAOLO: “Cioè, come veniva, veniva?” CARLO: “Si e no. Il concetto è più complesso, in realtà, ma il punto è che col Rinascimento, e in particolare con l’Alberti, si riscopre l’importanza del progettare: l’idea diventa carta, immagine, che, col tempo, acquista sempre più forma, più contenuto. E se l’idea si lega alla materia…allora…dai che ci arrivi…” PAOLO: “Sì, ho capito. È aristotelico.” CARLO: “Bravo! E ora passiamo a Ficino, il platonico.” PAOLO: “Quanto platonico?” CARLO: “Abbastanza da fondare un’accademia platonica e da tenere con le migliori menti della città tantissimi simposi. Sai cos’è un simposio?” PAOLO: “Sì, si, taglia lungo…” CARLO: “Dimmi cos’è un simposio…” PAOLO: “È un incontro in cui si beve, ci si ubriaca, e nel contempo si vuole esporre le proprie idee su certi argomenti di natura filosofici.” CARLO: “Praticamente la nostra serata, in due parti però.” PAOLO: “Eh già! Tra l’altro, ancora non mi spiego perché continuiamo con questa solfa dell’estetica…” CARLO: “Che non ci faccia dormire s’è capito da Aristotele in poi. Forse perché ti piace?” PAOLO: “Forse sì. È la materia più inutile tra quelle conosciute, eppure non ci fa dormire, anzi, ci carica mentalmente. Maledico il giorno in cui mi sono appassionato


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alla cultura…” CARLO: “Chiamala maledizione!” PAOLO: “Lo è: più conosci, più sai, e meno ti illudi…e meno vivi bene, perché sei più infelice…” CARLO: “Questo pessimismo non è da te. Oddio, forse sì, perché da quando ti conosco un po’ di scetticismo nei confronti nella società e della gente l’hai sempre avuto in te. Guarda al fatto che la cultura in fondo è una garanzia per evitare la sopraffazione. L’hai detto prima, no? Non ci si deve, con la mente piena, farsi sodomizzare dai potenti?” PAOLO: “Lo faranno comunque. E la cultura non ci proteggerà di certo…anzi, davanti a grandi promesse ci sentiremo annichiliti, più che impotenti dal non aver potuto mantenerle…” CARLO: “È un motivo valido per non far nulla? Conosci la scommessa di Pascal? Anche lui era un filosofo.” PAOLO: “Lascia stare. La conosco. Che serve credere a Dio? A due cose: se esiste, si è vissuto bene; altrimenti si è vissuto bene comunque, perché si è seguita una vita proba e onesta. Non ci credo: qui c’è troppa leggerezza, troppa facilità. Tanta gente crede in Dio con molta leggerezza, e infatti per la maggiore sono degli ignoranti capaci di far del danno a chi non la pensa come loro. La loro vita facile la rende, paradossalmente, difficile agli altri! Immagina per chi vuol farsi una cultura. Acculturarsi non è mai facile!” CARLO: “Perché? Studiare Estetica lo è. Imparare le lezioni degli avi lo è? La facilità…” PAOLO: “Torniamo a Ficino. Questo discorso non mi piace…” CARLO: “Come vuoi. Ricordati però che sono questi discorsi che fanno la differenza tra un’ubriacatura serale accompagnata da vomito e narcolessia e un’attesa in compagnia di un’alba primaverile. Anche se si è nel tardo inverno!” PAOLO: “Procedi. Dunque, questo Ficino era a capo dell’Accademia Platonica, giusto?” CARLO: “Sì. Ha dedicato buona parte della sua esistenza alla creazione di un pensiero che riunisse sia il pensiero platonico sia quello plotiniano sia le sue idee rinascimentali: era il tempo dell’uomo, e per certi versi


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Platone, seppur trascendentale, aveva questa propensione al voler mettere l’uomo al centro di tutto. E infatti è da Ficino che si ricava il concetto di genio, con tanto di appellativo, saturnino.” PAOLO: “Spiega meglio…” CARLO: “Detto fatto: la natura è platonica, ovvero in corrispondenza delle idee, ma non imperfetta copia, bensì opera d’arte, perché raffigurazione della natura celeste. L’uomo, di fatto, nasce con la capacità di comprendere le idee celesti, le idee di quello che Platone chiamava Iperuranio. Con questa conoscenza l’uomo può plasmare la terra, che, sebbene opera d’arte, era una prigione per queste idee…” PAOLO: “…un attimo! Come fa a essere qualcosa di positivo e negativo al tempo stesso la natura umana? È un controsenso!” CARLO: “L’opera d’arte è nel senso che il mondo è bello così com’è, ma la sua sensibilità non è comparabile a quella della beltà intellegibile. Ed ecco Plotino, con il suo Nous e il suo Uno. La materia raffigura l’idea, e nelle arti l’idea è praticamente dentro la materia, imprigionata, legata alla natura terrena, e non umana, che le impedisce di svettare in aria. E qui entra in gioco una differenza sostanziale tra l’Alberti e Ficino, che, se tu non m’interrompevi prima avrei potuto spiegare…” PAOLO: “Oddio, quanto sei permaloso! Ma se avevi detto che non serviva tanto spiegare l’Alberti!” CARLO: “Sono anche sarcastico, Paolo!” PAOLO: “E va bene! Qual è la differenza?!” CARLO: “L’Alberti è aristotelico per certi versi: l’immaginatio, la creatività, per lui non è una materia da usare totalmente, ma da coadiuvare con la ratio, con la ragione, il sapere della matematica e della geometria. In qualche modo deve essere plasmato secondo forme ben precise. L’artista, per l’Alberti, è anche uno scienziato, ed è per questo che lui è molto significativo nel Rinascimento. Ficino non è così. Anzi, per lui la creatività è il dono di Dio al genio, è alla base del suo entusiasmo! Ma non è una felicità pura. C’è di mezzo la melanconia.” PAOLO: “Non c’era un legame diretto coll’entusiasmo platonico?” CARLO: “Fino a un certo punto. Platone parlava


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dell’entusiasmo dell’infusione delle Muse, che rende l’artista un demiurgo tra le due conoscenze, divina e umana, mentre qui, non essendoci le Muse, diventa l’esaltazione della conoscenza divina. È una conoscenza profondamente simbolica, astrusa nel suo linguaggio, e per renderla simbolica il genio ci perde nella materializzazione. Il gap sensibile e materiale diventa una condanna per l’artista.” PAOLO: “Mi sovviene Michelangelo a questo punto.” CARLO: “E fai bene! Decine sono le statue di Michelangelo che non riuscì a completare: c’è chi dice che non aveva alcun interesse a continuarle, vuoi per disinteresse, vuoi per inconcludenza dell’idea, vuoi per gli innumerevoli progetti che aveva…tante solo le ragioni del Maestro, ma in fondo una sola è stata l’intuizione: l’idea in fuga dalla materia. Questi esseri, provenienti dal cielo, imprigionati nella terra, vuole liberarli, con lo scalpello e il martello; non ci riesce; li mantiene statici, nella loro forma. Un’immagine così come può non rappresentare il concetto?” PAOLO: “E Saturno cosa c’entra?” CARLO: “Saturno è nell’antichità il pianeta delle idee nobili, delle idee elevate. È il più grande pianeta perché è quello più importante, più monumentale. Ma è anche il più pericoloso, non a caso si chiama Saturno apposta, come il padre di Giove, per utilizzare la nomenclatura romana.” PAOLO: “Saturno? Pensi a quello di Goya? A quello che…” CARLO: “…mangia i propri figli. Un quadro allucinante: lui che divora orribilmente, quasi con animalesca ferocia e orrore disumano i corpi della propria prole. Saturno truciderebbe tutti gli esseri umani; li odia, per quanto noi lo amiamo, nel suo essere terreno fertile per le idee. Ma a Saturno non interessa, e nel suo odio invia agli uomini la melanconia, la depressione. Questa depressione è abbastanza semplice. Il genio saturnino è chiuso, stretto, in una morsa incredibile: ha una tensione continua verso queste idee, ma è obbligato, sia per natura sia per mestiere, a legarsi alla materia.” PAOLO: “Dio, ma che Diavolo!”


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CARLO: “Non a caso Michelangelo teneva questa inquietudine tra la bellezza del cielo, di Dio e di compagnia bella e il disgusto per le cose effimere, terrene: specie negli ultimi anni della sua vita condusse un modo di vivere molto austero. Con tutti i progetti messi appunto lui poteva vivere una vita da nababbo: aveva uno scrigno pieno di così tanti fiorini da poter acquistare un intero palazzo mediceo. E gli ultimi anni della sua vita li passò invece in stanze scarne, spartane, vuote.” PAOLO: “Che bella vita che fate voi artisti, eh?!” CARLO: “Vabbè, c’è chi ha vissuto così, distruggendosi la vita e mandando alla malora tutte le sue possibilità di gustarsela a fondo. E c’è chi invece non s’è fatto scrupoli e ha goduto fino all’ultimo, come un edonista. Anch’io, per certi versi, mi sento più teso verso questa condizione.” PAOLO: “Un edonista? E dimmi, quanti sono quelli che riescono nell’arte rimanendo edonisti?” CARLO: “Stilisti, artisti contemporanei, musi-cisti…devo farti anche i nomi? Devo proprio?” PAOLO: “Vabbè, non è il caso. Mi sembra inutile cercar di capire cosa passa per la testa a un artista: la lingua che usano per comunicare tra se stessi è la loro, e non è decifrabile.” CARLO: “Sicuro! Io ho con me stesso un linguaggio che è praticamente impossibile che tu riesca a comprenderlo.” PAOLO: “Guarda, non ho alcuna intenzione di leggere quel casino che hai per la testa. Non oso immaginare i motivi che ti spingano a volerti considerare in toto un artista.” CARLO: “E io i tuoi sul fatto che tu non accetti tale situazione. A differenza tua io nutro poco interesse per i comportamenti degli altri: facciano come meglio credano. Io non li giudico, non in faccia almeno. Non è necessario, per loro.” PAOLO: “Sei davvero un uomo a comportarti così!” CARLO: “Cosa vai a insinuare?” PAOLO: “Che sei molto empatico. Nutri un grande interesse per quelli che in realtà sono i tuoi diretti interessati: gli spettatori.” CARLO: “Se l’artista deve farsi prendere per il naso


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da certi soggetti, per di più bifolchi e privi di cultura, tanto vale non concedere la visione delle sue opere a certa gente.” PAOLO: “Allora sei per l’arte di nicchia, elitaria?” CARLO: “L’arte lo è sempre stata. Solo il meglio per il meglio.” PAOLO: “Ma fammi il favore. Se fosse così io non avrei scampo: non sono un acculturato come quelli d’élite, ma almeno la coltivo giorno dopo giorno, la cultura, pur non sfornando un sapere enciclopedico come certa gente.” CARLO: “Ma infatti tu sei figlio dei nuovi colti, palesemente mediocri: hai la possibilità di sapere grazie ai media, e quello che sai non ha nulla a che vedere con gli accademici e i sapienti. La tua sarà sempre una misera cultura.” PAOLO: “Se non altro non coltiverò quello che invece rende il tuo sapere fortunatamente da non coltivare, assolutamente.” CARLO: “E sarebbe?” PAOLO: “La spocchia e la presunzione da snob, da imbecilli. Esisteranno i colti mediocri, ma esistono anche i sapienti idioti.” CARLO: “Ma va al diavolo, babbione!”


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CARLO: “Se mi devo far prendere in giro da un mentecatto!” PAOLO: “E io da uno snob idiota!” CARLO: “Senti, io mi sono stancato di farti da maestrino per questa scempiaggine. Tornatene a dormire, anzi, tornatene a casa, che fai prima.” PAOLO: “lo farei volentieri se non ci fosse questo vento fuori. Non ho voglia di congelarmi, o di rischiare anche solamente l’ipotermia. Come stavi per fare te prima.” CARLO: “Almeno la smettevo di parlare a vanvera con un presuntuoso ignorante come te!” PAOLO: “Anche tu sei un presuntuoso, anzi, lo sei più di me. E ciò, come artista, non ti dà tanta gloria…ah, al diavolo, che sto facendo? Devo essermi rimbecillito davvero se continuo a parlare con te…sei una perdita di tempo per il mio sonno!” CARLO: “Benissimo. Allora facciamo così. Senti, questa villa ce le fa delle camere da letto?” PAOLO: “Sì. Al piano di sopra.” CARLO: “Singole o doppie.” PAOLO: “Per tua fortuna singole da una piazza e mezzo.” CARLO: “Perfetto! Io me ne vado a dormire. Ed è meglio se fai lo stesso anche tu. Casomai ti risvegliassi più fresco di mente, un po’ meno babbione come al solito…” PAOLO: “Notte. E cuciti la bocca.” CARLO: “Notte.” PAOLO: “Finalmente se n’è andato. Non ce la facevo più ad ascoltare lui e le sue romanzate filosofiche. Ancora un po’ e l’avrei preso per la gola, come si fa con le anatre. Tanto, con lui, era come parlare con un’anatra: è


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sempre a starnazzare, su quello, su questo. Vuoi vedere che è per quello che non riuscivo a dormire? Vabbè, speriamo soltanto di riuscire davvero a dormire, di potermi riposare quel tanto da non dover rovinare tutta la giornata di domani. Vediamo un po’ che stanze ci sono. Speriamo di non incappare in qualcosa di spiacevole…” CARLO: “Ecco! Perfetto! Come al solito la fortuna è sempre dalla mia parte! Com’è possibile che tutte le stanze siano già occupate? Ma per Dio! Tutte! In alcune addirittura hanno fatto sesso insieme! E menomale che non si sono accorti che stavo entrando sennò mi avrebbero buttato dalla finestra! O peggio…praticamente tutta la casa è occupata, e a me toccherà o trovare un posto di fortuna per dormire o sperare che qualcuno si svegli presto per lasciarmi il suo posto letto. Ma credo che nessuno si sveglierà prima dell’alba…” PAOLO: “Ancora qui? Non eri a dormire?” CARLO: “E tu? Non eri in dolce compagnia?” PAOLO: “Come?” CARLO: “Lascia perdere, scherzavo. Vedo che la situazione è decisamente pessima per entrambi: tutta la villa è impossibilitata a garantire, almeno a noi, un poco di riposo.” PAOLO: “E cosa si può fare? Ripeto: fuori c’è ancora la tempesta che imperversa…vuoi metterti a volare, o a fare il pupazzo di neve?” CARLO: “Faremo di meglio. Si continua…” PAOLO: “No, ti prego, ancora no!” CARLO: “Vedi altre alternative?” PAOLO: “No, ma non questa. Basta. Non ce la farai mai a raggiungere il nostro secolo nella tua divulgazione storica! E io non riuscirò di sicuro a seguirti, perché tra un po’ prendo il largo e provo davvero a volare!” CARLO: “Suvvia, non fare il pazzo. Comunque, non trovi particolare tuta questa situazione?” PAOLO: “Cosa vai a farneticare?” CARLO: “Si cerca di ragionare, di far tornare le cose a una situazione decisamente assurda e inverosimile. Sembra un’analogia con il barocco, il secolo successivo.” PAOLO: “Mi arrendo. Racconta.” CARLO: “Il barocco si aprì laddove invece si chiuse il rinascimento: la considerazione dell’uomo al centro


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dell’universo. Se quest’ultimo aveva garantito a suo tempo la missione quasi divina dell’uomo, data anche la sua posizione decisiva nel Creato, il barocco invece sciolse questa credenza, e fa implodere tutto l’Umanesimo da lì sviluppatosi.” PAOLO: “E cosa ha portato a questa decadenza antropocentrica?” CARLO: “La rivoluzione copernicana: con la scoperta della vera posizione del Sole, all’esterno del suo centro è stato posizionato invece la Terra. Non è nemmeno vicina al centro, è proprio fuori, lontana. È vero che con Copernico ancora non si aveva l’intuizione delle orbite, ma degli orbi, delle sfere fisse, dal richiamo medievaleggiante, ma in seguito, con Galileo, e anche con Keplero, l’intuizione delle orbite renderà obsoleta la credenza tolemaica.” PAOLO: “E davanti a tutto questo le arti cosa hanno avuto?” CARLO: “Divisioni, spaccature e crisi. Con la caduta dell’antropocentrismo le arti sono tornate a due visioni dicotomiche: la prima, di stampo classicista, voleva riportare in auge i concetti platonici della mimesi, e sottolineo platonici perché non si parla più di mimesi perfettiva come quella rinascimentale, bensì di mimesi rappresentativa, senza soluzione di creatività. Questa scelta, avallata anche dal riuso delle tecniche geometrico-matematiche, aveva avuto però un concorrente alquanto forte: il barocco vero e proprio, in cui il tripudio di virtuosismi, di arditi giochi visivi, di trompe d’oeil, e di illusioni artistiche portarono alla creazione di un’arte in cui non c’era ragione, ma sola immaginazione. È un’arte spettacolare, mirabile e giocosa, ma al tempo stesso angosciata, terrorizzata.” PAOLO: “Non mi tornava infatti questa parte. Ci doveva essere sotto qualcosa…” CARLO: “Effettivamente, il modo con cui gli artisti riempivano l’opera d’arte era curioso: tutti gli spazi venivano riempiti, e nulla veniva lasciato al vuoto. Secoli prima, Aristotele trattò in uno dei suoi scritti un tipo di paura: quella del vuoto. La chiamò horror vacui, e oggi è tipica nelle personalità ossessivo-compulsive, almeno nella catalogazione psichiatrica.”


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PAOLO: “Stai dicendo che gli artisti dell’epoca avevano tutti paura del vuoto, ed erano ossessivi nonché depressi e ansiogeni?” CARLO: “Quando non hai più un punto di vista concreto, fisso e certo, e vaghi alla ricerca di uno tra l’infinità del mondo, come si fa a non aver paura del vuoto, del Nulla? Cerchi con tutte le tue conoscenze di costruire un baluardo tra te e il nulla, tra la tua vita e la morte. Il barocco celebrava una vita contorta dalla morte.” PAOLO: “Di bene in meglio. Qui il genio saturnino è praticamente esploso…ma com’è possibile che un’arte del genere generi così tanta depressione, se è così teatrale, così lucente e ricchissima?” CARLO: “Per il contraccolpo che dà la sua ombra: la tenebra è più definita, e al tempo stesso più terribile.” PAOLO: “E allora come avevano fatto i classicisti del barocco a non farsi…ah, già, ho capito…loro non se l’erano posto il problema perché per loro, nella loro proporzione greca, non esisteva…” CARLO: “Ci sei arrivato da solo. Non a caso in quel periodo c’era una tensione tra le due parti: i barocchi in qualche modo erano contemporanei, e cercavano di risolvere il problema del loro tempo con le loro conoscenze, seppure manieristiche e un po’ retrograde. I classicisti usavano per quella situazione un sistema consolidato ma troppo ferreo per quel tempo. Non poteva funzionare, né per i classicisti né per i barocchi.” PAOLO: “Nemmeno per loro?” CARLO: “Loro il problema non l’avevano mai risolto perché più che andare verso una soluzione avevano preferito arginarla. Cosa avevano fatto? Avevano creato un mondo ricchissimo e variopinto in cui la morte veniva esorcizzata di continuo, ma non risolta. Annullata, ma temporaneamente. Avevano in poche parole messo in atto una misura di comodo, un argine che non sarebbe durato mai nel tempo. Per questo successivamente è esplosa la Ragione, l’Illuminismo, perché era l’unica maniera per combattere il caos. E nemmeno quella sembra funzionasse.” PAOLO: “Aspetta, Carlo, andiamo per gradi. Chi abbiamo di fronte in questo secolo?” CARLO: “Cartesio per i classicisti, e Leibnitz per i


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moderati barocco-classicisti. Ci sarebbe anche Spinoza, però lui è una voce estranea al panorama del tempo. Di per sé ha attecchito poco.” PAOLO: “Solo il primo mi ricordo qualcosa, il resto niente.” CARLO: “Cartesio è abbastanza semplice: partendo dal fatto che era un razionalista, uno che vedeva nella ragione l’unica forma di conoscenza possibile, dimostrò come i sensi a loro volta non potessero garantire una conoscenza oggettiva, per via della limitazione posta nel senso in sé. Un esempio pratico: tu tocchi qualcosa, con una particolare temperatura. Ti sembra in un primo momento calda e in un secondo momento fredda. Pensi che quella cosa sia calda o fredda?” PAOLO: “No. Perché freddo e caldo non è l’oggetto, ma un senso che può anche essere dovuto alla mia mano. Quindi è soggettivo e basta? Non può la manualità incorrere nella conoscenza” CARLO: “No. Per Cartesio ciò che è possibile per il soggetto è una forma di conoscenza o soggettiva o soggettivizzata, ovvero a forma del soggetto stesso, tipo a storia del caldo o del freddo. Per Cartesio il dispiacere o il piacere è legato o all’orrore o al compiacimento nei confronti dell’oggetto. E nulla più.” PAOLO: “Quindi lui era il principale critico nei confronti del barocco immaginifico?” CARLO: “Se il soggetto non può da solo incorrere alla conoscenza, po' la sua immaginazione farlo? No di certo! Sarebbe contraddittorio! L’immaginazione è fine a se stessa, e non garantisce alcuna elucubrazione oggettiva.” PAOLO: “Quindi per lui l’artista non esiste ma solo lo scienziato? Quindi niente arte per lui?” CARLO: “Era un razionalista; l’arte era al secondo posto per lui. Ma, infatti, nell’illuminismo pochi saranno quelli che seguiranno i ragiona-menti di Cartesio, e preferiranno seguire, piuttosto, Leibnitz.” PAOLO: “Sinceramente, Leibnitz, non l’ho mai sentito…” CARLO: “Davvero? È diventato anche una marca di biscotti.” PAOLO: “Non ho mai avuto gusto per i dolci: questo


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com’è?” CARLO: “Beh, è una tavoletta di biscotto con sopra una di…” PAOLO: “Ma no! Intendevo il filosofo. Come mai è un moderatore?” CARLO: “Lo si chiama moderatore perché nel suo aveva sempre cercato di mettere pace a quella che nel tempo venne chiamata la “Querelle des Ancients et des Moderns”, ovvero la Disputa tra Antichi e Moderni. Erano praticamente delle botte tra orbi, tra chi non credeva che l’immaginazione potesse garantire la conoscenza e chi invece sì. Lui volle unire i due pensieri in un unico sistema.” PAOLO: “Spiega. Sono curioso di scoprirlo…” CARLO: “Cosa?” PAOLO: “…aspetta, ho detto davvero che sono curioso? Ma che diavolo mi sta succedendo?” CARLO: “Non è la prima volta che vai a dire una cosa del genere. Ti sta piacendo. Comunque, Leibnitz partiva dal presupposto che essendo Dio perfetto, ed essendo il mondo sua creazione, allora il mondo era perfetto, e tutte le cose ivi poste erano legate a questa perfezione, cioè concorrevano a creare questa unità di perfezione.” PAOLO: “Ma allora nella sua armonia si legava ai classicisti!” CARLO: “No. Perché notò come le cose, nella loro singolarità, esprimessero un loro punto di vista: Dio ha il punto di vista per eccellenza, quello unitario, ma le cose, tra cui l’uomo, ne ha uno imperfetto. L’imperfezione sta nella sua natura, limitata sensibilmente, che però la differenzia dalle altre, e la rende unica a sua volta. Quindi lui carica positivamente l’oggetto nella sua sensibilità, e la valorizza. Ma non può renderla superiore all’unità” PAOLO: “Cioè, lui preferisce l’unità nonostante tutto? Allora è un razionalista!” CARLO: “No! E due! Non lo è perché anche l’unità è imperfetta: se si considera l’unità come astrazione allora la stessa idea decade in una vuota creazione mentale, priva di contenuto. Ogni cosa, anche se frammentata, deve essere posta nell’insieme dell’unità. E come un mosaico.” PAOLO: “Che c’entrano i medievali ora?”


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CARLO: “Il mosaico qui non riguarda la divina caligine o altre cose riguardanti Dio, ma il fatto che se il mosaico è composto da vetri di diversa forma e colore, nel loro insieme, pur eterogenei, creano una visione univoca, precisa. Questa è l’unità leibniziana.” PAOLO: “Quindi frammento unitario, unità della varietà!” CARLO: “Esatto. Il suo ragionamento totalizzante sarà per questo ripreso da diversi pensatori del Settecento e anche dell’Ottocento. Lo stesso Baumgarten riprese tale concezione per la sua idea di bellezza. E anche Schelling, contemporaneo di Hegel.” PAOLO: “Perfetto, almeno la storia sarà più breve…vero?” CARLO: “No. Purtroppo per te, no.” PAOLO: “E adesso chi rimane?” CARLO: “Spinoza. Lui non trattò l’Estetica, ma considerava importante la ricerca dell’Essere nei confronti della conoscenza. Per lui l’Essere aveva un impulso atto all’autoconservazione di sé e della sua identità: la chiamava “cupiditas”, avidità, e con quella lui si avventurava tra le conoscenze e le inglobava una ad una. Per Spinoza tutto rientra nella conoscenza.” PAOLO: “Decisamente meglio, è forse più semplice di Leibnitz, o sbaglio?” CARLO: “Si e no. Leibnitz è lungo ma semplice. Io t’ho riassunto Spinoza brevemente ma il suo concetto di Essere e Sostanza, ovvero Dio, è parecchio complesso. Ciò nonostante non è servito a nulla.” PAOLO: “In che senso?” CARLO: “Spinoza non ha avuto alcun interesse da parte dei filosofi successivi. Venne riscoperto a fine Settecento, ma le cattive letture che vennero fatte sulla sua opera lo resero al pari dei neoclassicisti dell’epoca. E lui di classicismo ha ben poco.” PAOLO: “Perché cattive letture?” CARLO: “Per la considerazione che aveva di Dio. Il fatto che la chiamasse Sostanza era, per l’epoca, alquanto eccentrico, se non pericolosamente arbitrario, fuori dai canoni. Peggiorò la situazione nei suoi confronti quando nel suo Tractatus Teologicus considerò Dio ad un’entità panteistica, e non trascendentale. Il suo


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contatto con la natura e la sua visione di una natura divina nelle cose terrene venne osteggiata dalla chiesa, tal punto da ricevere la scomunica più assurda del tempo: ateo e giudeo.” PAOLO: “Come? Era ebreo?” CARLO: “Aveva una discendenza ebraica e portoghese, se non erro, ma lavorò in Olanda come costruttore di lenti ottiche. Ma chiamare uno ateo e al tempo stesso ebreo è un controsenso.” PAOLO: “Al tempo il giudeo era un ateo nei confronti del Dio cristiano, e anche di Gesù. Per loro avrà avuto un senso.” CARLO: “Quando si è antisemiti si trova sempre il senso nelle vaccate che si sputa dalla bocca.” PAOLO: “Si ha sempre un certo piacere nel denigrare le minoranze altrui: sono pochi, sono piccoli e sono facilmente attaccabili. Basta credersi di essere nel giusto, specie se la si pensa allo stesso modo. E questo nel caso dell’antisemitismo; immagina per gli altri!” CARLO: “Lo immagino! Anche per il mio caso vengo bistrattato…” PAOLO: “Ma sta zitto…con te io in particolare faccio bene!” CARLO: “Sei un anti-artista!” PAOLO: “E tu un idiota, il che è peggio, perché io posso anche migliorare col tempo e mettere pace al mio odio. La tua stupidità rimane così com’è.”


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CARLO: “Puoi star tranquillo: rimangono solo due secoli, perché, ti ripeto, il Novecento non me lo ricordo.” PAOLO: “Meglio. Se non altro spero di non arrivare nemmeno alla fine dell’Ottocento! Quanto è complesso questo secolo?” CARLO: “Agli inizi è semplice, poi peggiora, fino a raggiungere livelli terrificanti, in particolare con Kant e le sue Critiche.” PAOLO: “Critiche? Quante sono?” CARLO: “Di per sé tre: Ragione Pura, Pratica e Facoltà di Giudizio. È solo quest’ultima attinente a Estetica.” PAOLO: “Menomale…ma, aspetta, non c’era Baumgarten?” CARLO: “Sì, e la sua Aestethica. Ma si può ridurre a poco; se n’è trattato anche fin troppo per i nostri gusti.” PAOLO: “Non mi convince.” CARLO: “Cosa?” PAOLO: “C’è per caso un tranello in tutto ciò? Dov’è la difficoltà di cui m’avevi parlato prima?” CARLO: “Te la mostrerò. Intanto iniziamo…un attimo, è la mia impressione o qualcuno si è mosso?” PAOLO: “Di chi parli?” CARLO: “Dei dormienti. Mi pareva ci fosse uno proprio lì vicino alla lampada, con la pancia in aria e la testa appoggiata a destra. Ora non c’è più.” PAOLO: “Beh, è normale che si svegli! A forza di blaterare si sarà destato e sarà scappato! Anch’io farei così ma ho il timore di crollare dal sonno, una volta uscito dalla dimora, e di sbattere da qualche parte.” CARLO: “Non ti facevo narcolettico!”


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PAOLO: “E non lo sono. Ma la voglia che ho di riposarmi dopo sta festa infame è davvero tanta. Il fatto che quello lì si sia svegliato dopo tutto quell’alcol è indice della fine della nottata.” CARLO: “Ma se è ancora buio!” PAOLO: “Non mancherà molto alla fine della notte. Grandioso! Ora mi toccherà dormire tutto il pomeriggio e rovinarmi la giornata!” CARLO: “Non fare l’isterico e concentrati! E cominciamo, sennò non si va da nessuna parte. Che cavolo, perché ti devi comportare così appena succede qualcosa?” PAOLO: “Ma stai zitto! Sono stanco di tutta sta roba!” CARLO: “Manca poco! Siamo quasi arrivati…quasi…” PAOLO: “Quel quasi non mi piace per niente…” CARLO: “Allora…dopo la Querelle tra classicisti e barocchi era successo che a trionfare non fu una mediazione leibniziana tra le parti, ma la ragione dei classicisti. Il Settecento è di fatto il secolo dei lumi, della Ragione: si indagò infatti tutto lo spettro della Ragione, per poi prendere in considerazione le sue possibilità effettive nella realtà sociale dell’epoca.” PAOLO: “E perché allora ci nasce l’Estetica?” CARLO: “Semplice. Lo spettro della Ragione ha dei confini precisi, quelli della sensibilità, che, però, non sono chiari come quelli della Ragione, ma oscuri, criptici, e difficili da modellare e da determinare. Da qui si crearono diverse linee di pensiero: chi vedeva nella Ragione come un metodo di controllo per il gusto e la sensibilità; chi vedeva in essa solo un coadiuvante con la sensibilità per raggiungere la conoscenza; e chi non credeva in questa commistione, dividendo totalmente le due sfere conoscitive. I principali sostenitore di queste linee di pensiero sono Hume, filosofo empirista, Baumgarten, leibniziano neoclassicista e Kant, illuminista preromantico.” PAOLO: “Ah, solo tre. Allora non è difficile…o sì?” CARLO: “Fammi continuare! Hume, a differenza dei neoplatonici, non credeva nella linearità tra bellezza ideale e giustizia, come invece sostenevano quelli di Cambridge, ma sosteneva un relativismo di gusto come


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quello dei sofisti. Lo chiamò gusto proprio come se fosse un cibo: un giorno ti piace, l’altro no. È assolutamente dipendente dalla sensibilità del soggetto.” PAOLO: “E dov’è questo controllo della Ragione se è relativo?” CARLO: “Avviene attraverso le regole. Lui scrisse La regola del gusto, un importante testo filosofico in cui trattò l’importanza di un sistema di regole necessarie per garantire, se non un’utopica percezione oggettiva della cosa, almeno un senso comune, utile anche per la condivisione e la comunicazione generale. Si basa su cinque caratteristiche principali: senso; sensibilità; educa-zione; storicità e cultura.” PAOLO: “Ne pensavo di più a momenti…” CARLO: “Il primo è l’organo di senso, ovvero la necessità da parte del soggetto di possedere un ottimo sistema sensoriale: chiaramente un sordo non può sentire la musica, o un cieco i colori. Ma questo, comunque, non basterebbe. Il senso non fa la persona sensibile. Quest’ultima per esserlo deve possedere, quasi innatamente, una sensibilità non comune, molto raffinata e arricchita dalle caratteristiche successive: l’educazione, attraverso un continuo studio della percezione propria e altrui…” PAOLO: “Non m’è chiaro questo passaggio…” CARLO: “Se vieni educato al bello, le tue percezioni saranno sempre più stimolate a cercare il bello sempre di più, andando incontro a gusti sempre più alti, sempre più tesi al particolare. Ma il buon gusto deve essere distaccato da ogni forma di pregiudizio, sia nei confronti dell’autore, sia dell’epoca in cui è stato fatto. Bisogna considerare allora l’opera in esame nella sua condizione storica, anche se per gli uomini del tempo potesse trattarsi di qualcosa simile alla blasfemia. Per comprendere meglio questa condizione storica dell’opera d’arte essa…” PAOLO: “…deve essere studiata secondo i canoni adottati dai maestri antichi, dagli avi.” CARLO: “Visto che Hume non era difficile?” PAOLO: “Questo mi conforta. Ma per caso…” CARLO: “No. Non ha avuto un grande seguito la sua teoria. Per di più un sistema di regole per avere un gusto distruggerebbe la concezione dell’artista, che in questo


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secolo è genio della natura.” PAOLO: “Di quale natura?” CARLO: “Per i neoplatonici quella divina, per gli altri solo natura. Essendo la natura creatrice delle cose, ed essendo la maggior parte degli illuministi di ispirazione materialista e atea, il genio ha un dono non divino, ma naturale. Ma andiamo oltre…” PAOLO: “Sì. Passiamo a Baumgarten.” CARLO: “Già ho detto quali sono le cinque concezioni dell’Estetica: analogon rationis; scienza della conoscenza sensibile; gnoseologia inferior; arte del pensar bello e…e…” PAOLO: “Non te la ricordi? Dovrebbe essere la teoria delle arti liberali, no?” CARLO: “Bravo! Trenta e lode! Abbiamo visto queste cinque definizioni, e di altro su Baumgarten c’è da aggiungere che per lui la sensibilità era una forma di conoscenza, pari eguale a quella razionale, ma priva di un sistema logico. Anzi, perché questa conoscenza sensibile raggiunga la perfezione è necessaria la ragione. Perciò riprende Leibnitz, e non solo!” PAOLO: “Cosa c’è di altro su Leibnitz?” CARLO: “La sua concezione del bello è tesa alla conoscenza della perfezione. Questa perfezione si sviluppa nelle particolarità: più un’opera d’arte è bella e più è vicina alla perfezione. Non ti ricorda la varietà del filosofo barocco?” PAOLO: “A me ricorda solo un gran mal di testa…” CARLO: “Ma questa varietà ha bisogno di un’unità. E l’unità è sempre stata una costruzione astratta, puramente razionale, no? È sempre Leibnitz, che torna e ritorna dalla sua tomba murata. E per finire c’è la concezione della poesia. Laddove Aristotele parlò della poesia come una conoscenza del possibile, Baumgarten invece parlò di due condizioni di conoscenza poetica: se si parla di qualcosa che può accadere nel mondo attuale si parla di verosimile, altrimenti, se non accade nel nostro mondo ma in uno degli infiniti mondi di cui è composto l’Universo, è probabile.” PAOLO: “Lo sai che tutto sto pensiero non ha senso? La Terra è solo una! Come si può porre un’idea del genere senza nemmeno avere la sicurezza che ci siano altri


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esseri in altri pianeti?” CARLO: “La Fisica di allora era abbastanza ridotta, tantomeno l’Astronomia. C’era questa credenza dei seleniti, ad esempio, come lo stesso Leopardi presupponeva nei suoi scritti giovanili. Anche Voltaire ambientò alcuni suoi racconti filosofici in altri mondi. Oggi si è notato come non solo nei pianeti vicini, ma nel nostro sistema solare, anzi, in tutta la nostra galassia non ci sia alcuna forma di vita al di fuori di noi umani e animali. Eppure la gente ci crede, e non poco.” PAOLO: “Sì, la gente, vorrai dire gli svitati! Quelli tipo da film americano, nei deserti, in qualche roulotte fatiscente, con solo come strumento tecnologico un telescopio magari rubato da qualche turista forse anche malmenato o peggio. Già me li immagino passare le notti tra una birra e un distillato artigiano fatto in qualche botte lurida o in qualche vasca da bagno, a guardare il cielo in attesa dell’arrivo degli extraterrestri. Poveri idioti!” CARLO: “Oppure anche importanti astronomi, con telescopi giganti, nelle loro colline, nelle notti insonne, che, forse per ricordo infantile delle letture di fantascienza, usano le loro potentissime lenti per vedere ovunque, o forse da nessuna parte, segnando in ogni dove un possibile punto X o Y. Ma forse non stanno guardando il cielo in attesa degli extraterrestri.” PAOLO: “Glielo auguro. Sennò, è una vita sprecata.” CARLO: “O forse sì, non lo so. Almeno avranno qualcosa di forse più interessante da vedere. Come le stelle. A volte la ricerca diventa un po’ stressante, e se non ci si ferma un attimo a rilassarci con la natura, e con le stelle, dopo non si combina nulla.” PAOLO: “Questo momento aulico è alquanto ambiguo. Non vorrai mica introdurre così Kant, spero.” CARLO: “Nella mia tomba vorrò scritto questo: cielo stellato sopra di me, imperativo morale dentro di me.” PAOLO: “Ecco, l’ha fatto.” CARLO: “Quando si pone il problema dell’Estetica Kant deve riprendere dai concetti che aveva elaborato nelle due precedenti Critiche, quella della Ragione Pura e quella Pratica. Infatti, dopo aver delineato i caratteri e i confini sia della Ragione Pura, ovvero della ragione in sé, sia di quella pratica, ovvero l’intelletto, può prendere


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in considerazione l’idea del giudizio…aspetta, no, non ci siamo, così dopo diventa difficile…” PAOLO: “Come scusa?” CARLO: “Mi spiace, ma sono costretto a riassumerti le precedenti Critiche. Sennò non ci capisci per niente…” PAOLO: “Cosa? Sei pazzo? No, dai, senti, non m’interessa capire, basta solo che parli! No! Per Dio!” CARLO: “Mi spiace. La prima critica va ad affrontare la facoltà della Ragione, ovvero di quella abilità che permette di creare idee senza alcuna applicazione sensibile o legata all’esperienza diretta: è in pratica l’intuizione, però mentale, frutto di una logica interna, come quella della matematica o dell’aritmetica. Nella successiva invece vede come la Ragione, se prende in considerazione l’esperienza, acquisisce una conoscenza maggiore, ovvero quella dell’Intelletto. Di fatto, nel caso dei giudizi, divide l’ambito conoscitivo in due parti: il giudizio analitico, ovvero quello in cui si va a vedere l’oggetto in sé, le sue proprietà, e quello sintetico, ovvero le sue attribuzioni. Da questo…” PAOLO: “No, no, no, no. Fermati. Non ho capito nulla del giudizio analitico e sintetico. Qual è la differenza?” CARLO: “Il giudizio analitico è sul fatto che l’oggetto ha una forma precisa: tipo il quadrato, che è un quadrilatero, ha quattro lati; lo puoi dedurre anche senza presupporlo perché è una forma analitica dell’oggetto. Quello sintetico prevede una sintesi, ovvero che l’oggetto sia anche analizzato per alcune sue particolarità: il quadrato è rosso; se sai dapprima di vederlo che è un quadrilatero, non puoi sapere se è rosso se non lo noti dopo, con l’esperienza diretta. Capito?” PAOLO: “Quale sarebbe allora la comprensione ideale? Quella sintetica? O ce n’è un’altra?” CARLO: “L’analitica è a priori, perché teorica, quella sintetica a posteriori. Dato che non si può costruire tutto nel dopo ma serve un’idea di fondo pregressa, serve una sintetica, ma a priori!” PAOLO: “Va bene. Ma cosa c’entra il giudizio?” CARLO: “Dopo questa descrizione, si passa al giudizio: lui distingue diversi giudizi, quali quello determi-


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nante e quello riflettente. Il primo è a carattere conoscitivo-analitico, e prevede che il soggetto tenda a cercare l’oggetto in sé, mentre il secondo è riflettente al soggetto stesso, non teso all’oggetto. È una soggettività più ponderante, che porta ai giudizi o teleologici o quelli di piacere.” PAOLO: “Teleologici? Dal telos aristotelico?” CARLO: “Bravo! Cercano una finalità, una conformità a scopi, mentre quelli di piacere cercano se stessi, ovvero il piacere in sé. A sua volta però per comprendere questi è necessario analizzare cosa sia quel che conduce al piacere, ovvero il bello. Da questo nasce il giudizio estetico. E lo fa nell’analitica del Bello.” PAOLO: “Quanto è lunga?” CARLO: “Abbastanza. E poi c’è anche il concetto di Sublime.” PAOLO: “Non ce la faccio. Davvero, è troppo per me.” CARLO: “Cercherò di farlo breve, dai. L’analitica del bello si suddivide in quattro parti: qualità; quantità; relazione e modalità. La prima pone il problema del bello nella sua ricerca: non va a vedere un interesse effettivo, perché nasce dal disinteresse. Ciò che ci piace è perché ci piace, punto e basta. Il secondo prevede che il bello sia singolare logicamente e universalmente soggettivo, ovvero basato su un suo modo, su base del soggetto. Il terzo sulla sua conformità a scopi, tipica nei giudizi: nel giudizio estetico, però, manca un vero scopo, e rimane solo una forma a priori prima di contenuto. Cioè, la sua finalità te la cerchi da solo. Il quarto e ultimo punta al fatto che questo giudizio diventa principio regolativo per un senso comune estetico. Cioè, quello che vale per me, può anche valere per altri. Credo. Quest’ultima parte non è molto chiara. Mi stai ancora seguendo?” PAOLO: “…sì, sì, vai avanti…” CARLO: “Ora c’è il Sublime. Nel Settecento il sublime diventa una categoria nuova rispetto al bello: se quest’ultimo piace, il secondo non si genera dal piacere, ma dalla sospensione dell’angoscia, del pericolo. Non si parla di dolore, ma di qualcosa che cela in sé il pericolo, da cui, però, siamo svincolati. Un esempio è l’isolano che


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guarda all’orizzonte una tempesta: chi è in mare è a rischio, però lui, lontano, la guarda sia con grande disagio per la sua furia, sia con grande tranquillità, perché non è a rischio. Per Kant invece il Sublime o è matematico, e quindi si pone al dispiacere dell’immaginazione che non può andar oltre alla bellezza impossibile della natura, del cielo stellato, e al piacere della ragione che, nelle sue realizzazioni ancora più impossibili del noumeno, supera l’universo, o e dinamico, e quindi l’uomo ha dispiacere della sua impotenza, davanti alla potenza magniloquente della natura nei suoi fenomeni, e piacere della sua natura morale, perfettamente concreta e sempre carica di ragione. Il genio infatti è sia un dono naturale sia un potente spirito, quasi romantico, che…ma ti stai addormentando?” PAOLO: “...eh, cosa?” CARLO: “Ti eri addormentato?!” PAOLO: “Accidenti a te! C’ero quasi riuscito!”


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CARLO: “E dire che stavo spiegando anche qualcosa di carino! Ma ti pare possibile che…” PAOLO: “Stai zitto! E rispiega Kant. Ho trovato qualcosa che funziona alla fine! Con lui riesco ad addormentarmi! Dai, su!” CARLO: “No, no! Con lui ho finito il Settecento. Quindi, mi spiace, ma ora ti assorbisci l’Ottocento.” PAOLO: “No, maledetto! Non l’Ottocento!” CARLO: “Tutto cominciò con Fichte…” PAOLO: “Dio ti distrugga…” CARLO: “Fichte all’epoca aveva sostenuto delle tesi d’impianto non più legate alla sfera dell’irrazionale; era andato ben oltre, verso una concezione assoluta dell’essenza. Per lui Spirito e Natura e Spirito e Storia coincidevano, e tutto confluiva inesorabilmente nell’Assoluto. Ricordati: nell’Ottocento la parola d’ordine è Assoluto, Assoluto, Assoluto! Capito?” PAOLO: “Io per ora ho capito solo Assoluto: è come se invece delle parole tu stessi dicendo in continuazione Assoluto Assoluto.” CARLO: “Non ascoltarmi, allora. Anzi, addormentati, che è meglio. Io intanto continuo. L’idea di Fichte, di questo Assoluto totale, non ha avuto un certo apprezzamento da parte degli altri filosofi: tre infatti solo le stagioni dell’Ottocento, tralasciando le ultime che, personalmente, trovo molto irrilevanti, e sono quella neoclassica, quella idealista e quella antidealista. I primi sono Goethe e Schiller. Sai chi è Goethe?” PAOLO: “Certo, quello di Werther. Che ci fa qui?” CARLO: “Per la critica lui è l’ultimo dei geni universali, ovvero di quelle personalità che hanno voluto lasciare la propria impronta non solo sulla letteratura, ma


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anche nella scienza, nella meccanica, insomma in tutto. Aveva fatto anche degli studi di ottica e di botanica per le sue nozioni filosofiche. Era peggio degli ultimi della Scolastica medievale.” PAOLO: “Che cavolo ha scoperto studiando i colori e le piante?” CARLO: “A parte la teoria dei colori che sarà alla base degli studi degli impressionisti e dei primi fotografi, lui scoprì che la natura è un incessante divenire: tutto si muta e tutto si ricrea. E in questo continuo ricreare c’è però un tentativo di riunire le cose in un’unità predefinita, in un’armonia fissa.” PAOLO: “No, ti prego, dimmi che…” CARLO: “È un neoclassicista, che t’aspettavi? Uno originale?” PAOLO: “Sì. Ancora con la storia della mimesi.” CARLO: “Già, per Goethe la mimesi è la più alta forma di rappresentazione artistica, a cui l’artista si deve porre in obbedienza. Non esiste per Goethe un’effettiva creatività, ma un uso di tecniche proprie dell’armonia antica.” PAOLO: “Aspetta, se non esiste una creatività, per lui il genio cosa diamine è?” CARLO: “Non è. O meglio, per lui il genio non ha nulla a che vedere con la grande intuizione kantiana del genio come dono della natura ed esaltazione dello spirito immane ivi presente. Per Goethe…” PAOLO: “Ma che è successo? Com’è possibile che Kant sia stato tralasciato nell’Ottocento?” CARLO: “Questo è il secolo dell’Assoluto. A parte lui e Schiller i prossimi due parleranno esclusivamente di Assoluto, Assoluto e Assoluto. Capito?” PAOLO: “Assolutamente.” CARLO: “Kant non è stato più considerato perché la sua idea di dividere la ragione dalla sensibilità, e quindi di creare due campi conoscitivi completamente diversi l’uno dall’altro, autonomi, ha comportato a dover guardare alla filosofia come una scissione conoscitiva. Per gli idealisti e i neoclassicisti non era accettabile, di conseguenza è stato preso in esempio lo studio di Fichte, sull’idea dell’Assoluto totalizzante, tra Dio e Natura. A


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parte gli idealisti che vedranno nel genio un creatore romantico, di pura ispirazione, diretto al futuro, i neoclassicisti invece presumono che sia una creazione della natura. E così anche Goethe.” PAOLO: “Come una creazione della natura?” CARLO: “Se la produzione dell’arte bella è derivata da un genio, e se questi è un prodotto della natura, allora la natura è sia il genio sia l’arte. E se è la natura quella che crea allora è la natura che deve essere rappresentata, quindi mimesi.” PAOLO: “Ma questa “natura”, come la chiama Goethe, è tutto un divenire, giusto? Di cosa?” CARLO: “Bravo! Ottima domanda1 Infatti c’è nella natura un qualcosa da cui nasce, e da cui trae una continua evoluzione: l’urphanomen, il fenomeno primario. Questo fenomeno è però una forza astratta, a cui tutto si ricollega, come un richiamo leibniziano, ergo non c’è alcun empirismo a cui potersi ricollegare vagamente a Kant. E nonostante tutto per lui invece di una creatività continua c’è solo un ritorno alla grecità.” PAOLO: “Fammi indovinare: per caso è così anche Schiller?” CARLO: “No. Lui è un po’ peggio. Il concetto di bellezza che si fa lui non è legata a un ritorno della grecità, bensì a una ripresa del neoplatonismo: le idee. Per Schiller la bellezza è ideale, è anima bella, la quale trae gioia con l’obbedienza alla legge morale. Ma per superare la sua bellezza deve sciogliersi dalla sua natura sensibile, perché, precisiamo, la natura della bellezza è sia razionale sia sensibile. Una volta scioltasi da questa essa diventa un’anima sublime…” PAOLO: “Cosa? Sublime? Che fine ha fatto la differenza tra bello e sublime? Che cacchio stanno combinando?” CARLO: “Te l’h detto: in questo secolo i pensieri settecenteschi non vengono più sviluppati, ma, anzi, sorvolati con riprese o deviazioni. Nel Settecento c’era l’inchiesta di Burke sul bello e sul sublime: il bello dà piacere, il sublime diletto perché distacco e allontanamento dal pericolo, dall’incombenza. E poi il sublime kantiano, devo per caso ripetertelo? Per Schiller il sublime non è un altrui bellezza, ma una successione, un superamento.


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E anche questo a sua volta deve essere tralasciato per l’ultimo stadio.” PAOLO: “Come? C’è qualcosa al di sopra del sublime?” CARLO: “Sì. Lo stato di grazia, che la bellezza potrà raggiungere partendo da quello di sublime e ricongiungendosi con quello del bello in sé, e della sensibilità. La maestà della bellezza condurrà alla verità, l’unica ravvisabile nella realtà.” PAOLO: “Perché? Cosa c’entra?” CARLO: “La verità è al centro della filosofia ottocentesca, oltre all’Assoluto. Schiller analizzò anche le civiltà e le riunì in due forme, selvagge o barbare: le prime esasperavano gli istinti, e basavano tutta la loro struttura sociale in essi, mentre le seconde reprimevano questo stato di natura, a fronte di una radicalizzazione dell’esistenza civile. Queste ultime sono proprio le civiltà dello Stato burocratico, che soffoca l’uomo, il quale, in cerca della verità, non trova nemmeno risposta ai suoi bisogni con la filosofia, anch’essa sterile e rigida. Solo l’arte potrà garantire l’arrivo alla verità, col connubio quasi utopico tra ragione e sentimento.” PAOLO: “Va bene. Hai da aggiungere altro?” CARLO: “Ci sarebbe da aggiungere che la poesia per Schiller si divide in ingenua e sentimentale, che la prima è tale perché decanta il passato, quasi come un’età dell’oro, mentre la seconda il presente, e le contraddizioni della scissione natura e io. Sebbene quest’ultima sia quella giusta in fatto di emozioni e sensazioni, più diretta, la prima è formalizzata meglio, perché presenta una proporzione propria dell’arte antica. Per i tempi serve una poesia che unisca le due parti: l’idillio, che nobiliti passato e presente.” PAOLO: “L’idillio di Leopardi?” CARLO: “L’idillio sì, di Leopardi, ma lui c’entra poco con quella scuola di pensiero. Lo ritroveremo dopo Hegel, tra gli anti-idealisti. Ora invece si tratta degli idealisti.” PAOLO: “Ma io, guarda, vorrei arrendermi.” CARLO: “Non puoi. Si finisce tutto.” PAOLO: “Ma io voglio…” CARLO: “No. No. Ora c’è Schelling, dopo Hegel.”


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PAOLO: “Ma io volevo…” CARLO: “Schelling è idealista perché il suo bello è una natura organica tra l’Io e il non Io, non tra valori gerarchici come Dio e Natura: con lui il rapporto con l’Assoluto si acquista di una nozione di identità di opposti, ovvero di un’espressione che si ricrea dal rapporto tra le parti, che porta a una forma di oggettività. L’arte dunque diventa una forma di filosofia, essendo oggettivizzata nel suo rapporto tra natura e spirito, tra intenzione propria della natura e istinto dello spirito: è una rappresentazione vera del trascendentale, in cui il genio diventa il creatore demiurgo delle idee in concrete materie, le cui interpretazioni raggiungo-no l’infinitezza, l’assolutezza.” PAOLO: “Bello! Non ho capito nulla. A livelli assoluti.” CARLO: “Assolutamente?” PAOLO: “Piantala con sto gioco di parole passa a Hegel o t’ammazzo, e poi m’affosso con te.” CARLO: “Se non altro così troverai riposo, Paolo.” PAOLO: “E infatti sto seriamente pensando di mettere in pratica questo stratagemma. Sta zitto e mettiti a ciarlare.” CARLO: “Hegel è il capo di tutti gli idealisti. Ha basato tutta la sua filosofia su un sistema tria-dico in cui l’idea si spinge fino all’autoidentificazione e all’autocoscienza.” PAOLO: “Cominciamo bene…” CARLO: “Tre sono gli stati dell’Idea: l’idea in sé, l’idea fuori da sé e l’idea in sé e per sé. La prima si chiama idea soggettiva, un’idea solitaria, non autoconsapevole, troppo legata al sensibile naturale. Per Hegel, poi, la bellezza naturale è inferiore a quella artistica, perché non ideale, non tesa all’idea autoconsapevole.” PAOLO: “Taglia corto. Qual è la seconda?” CARLO: “La seconda è un’idea che si eleva dalla sua forma sensibile, ma è legata al razionale. Pur essendo oggettiva, non è ancora allo stadio finale dell’autocoscienza, ma solo a quello dell’interiorizzazione. Solo una volta superato questo stadio potrà raggiungere l’assoluto, la terza fase, in cui si rivelerà come idea universale, superiore anche alla stessa ragione.”


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PAOLO: “Perfetto. E cosa c’entra con la bellezza, col bello, con quella brodaglia che è Estetica?!” CARLO: “Lui scrisse la Fenomenologia dello Spirito, e da lì si è ricavata buona parte delle intuizioni che successivamente adotterà per le sue lezioni di Estetica, riunite successivamente in un libro di appunti redatto dai suoi alunni. Nel processo formativo dell’arte quale mediazione tra Dio e uomo pone l’accento sulle fasi dello spirito: l’arte, la religione e la filosofia. Per lui l’arte è lo stadio iniziale dello spirito, perché legato alla rappresentazione del sensibile. Con la religione diventerà superiore lo spirito: lo spirito diventa confessione, interiorità, e con l’astrazione finale della filosofia tenderà verso l’Assoluto.” PAOLO: “Ma se è minore, cosa c’entra con le altre fasi?” CARLO: “Perché la sua ultima rappresenta-zione la condurrà alla religione, all’astrazione. Ogni spirito ha la sua storia, e l’arte ha una storia, divisa in tre parti: età simbolica; età classica ed età cristiano-moderna o romantica. Dai, su, Paolo, ce la facciamo!” PAOLO: “Voglio morire…” CARLO: “Dai, su. La prima arte è detta simbolica per motivi ovvi: nel mondo orientale l’arte non aveva una rappresentazione proporzionale ai suoi contenuti, e così la forma risultava ingigantita fino agli estremi. Il contenuto era criptico, difficile da comprendere, molto opaco, e le forme erano magniloquenti, esasperate. In questo periodo l’arte principale è l’architettura, ovvero la sola forma. Un esempio di questo tipo d’arte è la Sfinge: un’enorme statua a forma di felino e di uomo e di donna, che sovrasta il deserto con la sua figura enigmatica e vaga. A sua volta la figura della sfinge diventa il simbolo del mistero, dell’oscuro e dell’indecifrabile, come quel suo indovinello, che, se risposto male, conduceva il poverello alla morte.” PAOLO: “Morte? Ma non era stato…” CARLO: “Sì, hai ragione. Vuole il mito che un uomo riuscì nell’intento di trovare risposta al suo indovinello. La Sfinge chiese all’uomo di rispondere al seguente indovinello, e se avesse errato sarebbe morto tra le sue fauci: chi è quell’animale che la mattina è su quattro


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gambe, al pomeriggio su due e alla sera su tre? L’uomo rispose, e lei, stupita, si lanciò dal dirupo.” PAOLO: “E quell’uomo era…” CARLO: “Sì, Edipo! Accidenti, non hai il senso della suspense! Non è un caso se Edipo è il simbolo della Grecia: è stato così tanto rappresentato al suo tempo da essere per i posteri lo spirito Ellenico per eccellenza. Lui è il portatore sano di razionalità, di proporzione e di armonia. L’arte classica infatti è un’arte molto equilibrata, basata su una giusta dose di contenuto e forma, come è la scultura, le statue perfette.” PAOLO: “Beh, sembra tutto a posto…” CARLO: “Peccato che sia precario. Lo spirito è diventato conscio dell’essere superiore ad ogni rappresentazione meramente sensibile, e non riesce a limitarsi alla sua forma, seppur proporzionale e armonica. Infatti l’evoluzione dell’arte è dietro all’angolo.” PAOLO: “…L’ultima parte?” CARLO: “Esatto! Lo spirito raggiunge la consapevolezza di essere superiore alla forma, e si astrae: è l’arte romantica, in cui l’astrazione si raggiunge con la musica e la poesia, due forme di rappresentazione pure, senza legami razionali o sensibili. È instabile come quella simbolica, ma in questo caso l’instabilità non ha legami simbolici, e trascende, supera la sua condizione.” PAOLO: “…c’è altro da aggiungere…” CARLO: “Solo alcune considerazioni riguardante la figura dell’artista secondo Hegel. Nella cultura romantica l’artista si trovava nell’impossibilità di poter rappresentare concretamente l’esplosione creativa propria del genio, e si poteva in stallo tra la sua soggettività rivendicata e la sua ricerca di oggettivizzazione effettiva. L’artista per Hegel non può essere che autoironico, non potendo concludere l’opera in una compiutezza nei confronti della mondanità, qui inteso come mondo a sé. Per di più Hegel guarda all’arte come a un guscio vuoto, a qualcosa di superato, ormai morto: l’arte è morta, perché superata dalla religione, contatto tra io e Dio, che a sua volta è stata superata dalla filosofia assoluta. Il guscio rappresenta infatti la testimonianza della schiusura dello Spirito dalla sua condizione iniziale. Il passaggio


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ultimo è ben ravvisabile nella poesia, di tipo artistico-filosofico, in cui tempo e astrazione vengono messi in contrasto attraverso la concettualizzazione semantica. L’idea hegeliana del Tempo e della Storia sarà fondamentale negli studi di fine Ottocento, anche se verranno progressivamente scardinati dagli autori…ma che…” PAOLO: “Zzzzzzz…” CARLO: “Bene. S’è addormentato. Alla fine ha raggiunto il suo scopo. E ora dovrebbe toccare a me. Come? Ho in testa tutta sta roba che non mi fa addormentare: come faccio a dormire? Per di più la casa è un disastro: ovunque è pieno di ubriachi, satiri in calore e assonnati. Io sono l’unico senza alcol, senza voglie e senza sonno. Vorrà dire che dovrò aspettare l’alba in silenzio. Tanto dovrebbe mancare poco.”


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PAOLO: “Yaaahm. Che succede?” CARLO: “Buon giorno!” PAOLO: “È già mattina? È stata una dormita così veloce?” CARLO: “Sembrerebbe di sì. Come ti senti?” PAOLO: “Non mi sento proprio rilassato. Ma davvero è stata così breve?” CARLO: “Eh, sì. Infatti…” PAOLO: “Ma che diavolo…” CARLO: “…è ancora notte…” PAOLO: “Quanto tempo è passato?!” CARLO: “Forse nemmeno cinque minuti: sei crollato quando t’ho raccontato dell’arte hegeliana, e t’ho lasciato fare. Non m’andava di finire morto ammazzato per mano tua.” PAOLO: “Non dormirò mai! Mai!” CARLO: “Vorrà dire che rimarrai alzato a seguire l’ultima parte dell’Ottocento. Sono sicuro che ti piacerà.” PAOLO: “A breve mi piacerà più morire…” CARLO: “Oh, come sei negativo. Tanto sono solo quattro autori, che forse già conoscerai perché, a differenza degli altri, questi sono più famosi e più digeribili.” PAOLO: “Lo spero, anche per te, visto che tu subirai tutte le conseguenze…” CARLO: “È l’ennesima volta che me lo dici: lo so! Stavolta però cambierai idea.” PAOLO: “Quali sono gli autori di questa fase?” CARLO: “Leopardi, Schopenhauer, Kierkegaard e Nietzsche.” PAOLO: “Nietzsche? Schopenhauer? Oh, finalmente autori validi!” CARLO: “È la prima volta che ti sento esultare per


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degli autori: la maggior parte dei casi sei talmente prostrato che sembri prossimo ad un infarto!” PAOLO: “Ma questi sono diversi! Sono autori che sanno quello che dicono, che non inventano mondi alternativi o idee d’un astrattismo convulso e contorto. Questi parlano di qualcosa di vissuto, di molto umano. Parlano di vita!” CARLO: “Perché? Kant non l’ha fatto con il sublime?” PAOLO: “No, senti, capisco che tu in questa storia ci capisci meglio di me, ma solo pochi autori che m’hai raccontato dicevano qualcosa di valido. Forse Kant, forse Platone, ma il resto era una cialtroneria assurda!” CARLO: “Quindi pensi che i filosofi siano cialtroni?” PAOLO: “Penso che la filosofia il più delle volte spicchi il volo e se ne vada per conto proprio in qualche mondo che noi umani non conosciamo e vogliamo conoscere. Sono mondi quelli dei filosofi privi di terra, di cielo, di aria a momenti! Forse loro hanno la capacità di volare, di spiccare il volo in aria; noi invece che non siamo filosofi a cosa ci aggrappiamo?” CARLO: “Tu respiri?” PAOLO: “Che domanda è?” CARLO: “Sai cosa respiri, vero?” PAOLO: “Ossigeno. Ma non ho capito…” CARLO: “Tu credi che quello sia così bene-fico? È un gas, per di più abbastanza nocivo per l’uomo se respirato ad alta concentrazione. Eppure è con quello che si può vivere, altrimenti si muore. L’umanità si è abituata a questo gas fin dagli albori da poter ricavare una fonte di sostentamento i cui danni potessero essere limitati. Il resto vale per la filosofia: la gente sa che i mondi filosofici sono alquanto difficili da percorrere, eppure ci si abitua, per logica e per ispirazione a camminarci. Alla fine ci si riesce a camminare.” PAOLO: “E che mondo si ha davanti se è tutto etereo?” CARLO: “Si ha un mondo, di sicuro diverso da quello nostro, e forse migliore: la filosofia vuole mettere in luce il meglio, le utopie; si andrebbe ad abitare in un mondo ideale, giusto, anche se troppo astratto.” PAOLO: “Infatti è un mondo inesistente, impossibile.”


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CARLO: “Qual è la prima regola degli artisti?” PAOLO: “Credo che tu la sappia già, la risposta.” CARLO: “Creare dall’idea qualcosa, un oggetto. Così fa a sua volta la filosofia: cerca di rendere concreta una propria idea, e di metterla nell’ordine del cosmo. La filosofia di Hegel era molto utile per il periodo storico in cui stava vivendo: c’era lo stato Prussiano che stava dimostrando all’Europa il suo dominio e la sua importanza strategica nello scacchiere internazionale, grazie alla sua burocrazia e alla sua politica. Hegel rese possibile con la sua filosofia il connubio tra politica e idea: lo stato era l’esaltazione dello Spirito Oggettivo, in cui il Principe era la punta… ” PAOLO: “Risparmia il fiato! Ho capito: l’utilità politica e sociale della filosofia ecc. ecc. Ma adesso secondo te?” CARLO: “Adesso niente. Oggi non serve. E già l’avevano intuito questi autori. Leopardi per di più ha riconfermato le sue aspettative sia nella ragione sia nella sensibilità. Ragione per lui è imitazione, mentre la poesia è invenzione, e non come negli altri la medesima cosa della ragione. Lui si distaccò progressivamente dal neoclassicismo e divenne un sostenitore dell’invenzione romantica, pur non facendovi parte: per lui il passato è morto.” PAOLO: “Ma non era un razionalista, il Leopardi?” CARLO: “Per la conoscenza lui era kantiano fino al midollo, però prese atto che la ragione è dannosa perché annulla le illusioni, che in realtà sono molto benevole per l’infelicità umana: allievano il dolore della realtà, stimolano la felicità e il piacere, e generano con il dubbio inventivo la filosofia stessa. Per lui questi mondi erano illusori; per gli uomini servivano azioni pratiche, vere. La sua infatti è una bellezza illusoria, una chimera, una tacita menzogna perpetuata dalle culture diverse, la cui verità, platonicamente parlando, è tra il vero e il falso.” PAOLO: “Azioni pratiche? Ha già battuto tutti gli altri!” CARLO: “Ma credo che il prossimo lo eguaglierà, o forse lo batterà: Schopenhauer. Lui scrisse da giovane il saggio Mondo come volontà e rappresentazione, che


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non vendette nulla per ben quarant’anni, per poi diventare un successo quando lui era più anziano, e misantropo. Ha rivoluzionato con la sua filosofia il modo di intendere la relazione umana ed esistenziale.” PAOLO: “Vai avanti, che comincia a piacere.” CARLO: “Il mondo, nella concezione kantiana, è rappresentato da cause ed effetti perfettamente meccanici e spiegabili: questo tempo e spazio è però piegato da un cieco furore, una sete di vita anche nei confronti degli altri, sopra gli altri, sulla morte degli altri: è la Volontà, suprema nell’umanità a mettere gli uni contro gli altri per essere vivi e vivere. In questa distruzione di cui lei è portatrice l’unica maniera per fermarla è nella violazione del suo Velo, di Maya, che porterà alla visione totale della realtà umana effettiva. E indovina cosa può solo fermarla?” PAOLO: “L’arte?” CARLO: “Esatto! Solo l’arte ha il potere di violare lo spazio e il tempo: le idee e i concetti artistici non sono dell’attimo di vita, ma vanno oltre, fuori dai confini. Con la violazione del Velo la dicotomia tra organico e inorganico viene innescata e lì avviene la rappresentazione totale dell’esistenza, tragica. Anche lui tratta la tragedia, ma non nella sua costruzione puramente formale, bensì nei suoi contenuti: la tragedia è la vita, la realtà, non una possibilità, e da essa l’uomo non cerca comprensione, conoscenza, ma distacco. Come quando oggi si va al cinema. Oggi, non ieri.” PAOLO: “Ne fanno oggi di film impegnati e riflessivi. Non mi sembra un esempio azzeccato…” CARLO: “Sì, ma quelli più azzeccati sono quelli di intrattenimento, di distacco dalla realtà. La gente oggi vuol più spegnere il cervello che accenderlo o tenerlo così. Anche perché per troppo tempo qualsiasi cosa crolla sotto il peso dell’eccessiva iperattività, anche un cervello umano.” PAOLO: “Alla lunga tutto si fulmina: come le lampadine così anche i cervelli. Quindi l’arte è qualcosa di superiore alla filosofia? È qualcosa di idealistico come concetto.” CARLO: “Ti dirò di più: per Schopenhauer è la musica quella che batte tutto! La musica non ha ragione,


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non ha logica, ma solo note e melodie, sola passione. Qui si ritorna quasi al barocco degli artisti! Per lui infatti l’arte deve essere solo contemplativa: l’uomo deve esalare la sua condizione umana e immergersi nell’opera d’arte, nella sua essenza inesistente, che non fa esistere. Il genio per lui è sola ispirazione, e nient’altro, niente ragione, niente filosofia: sola passione, e niente più.” PAOLO: “Bello! Decisamente meglio degli altri imbelli con le loro considerazioni sulla società e bla bla bla…il prossimo?” CARLO: “Kierkegaard. Forse non ti piacerà come gli altri. Parla di esistenza per l’arte. Per lui l’estetica non va vista come branca della filosofia, ma come condizione d’esistenza, come modo di vivere. Scrisse alcuni tomi su questo argomento, tutti della serie Aut Aut, Oppure od oppure, in cui riuniva le forme di vita a tre casi: la vita estetica, la vita etica e la vita religiosa. La prima era sulla base del più grande seduttore di tutti i tempi…” PAOLO: “Casanova?” CARLO: “Ma che…no! Don Giovanni, di Moliere, e di Mozart. Lui ci prova con tutte le donne e tutte cadono ai suoi piedi: in testa però ha un’idea del femmineo eterea, ideale, non reale; ogni donna per lui è solo una possibilità, e tutte un’infinità per lui eguale, tanto sono della stessa solfa, della stessa pasta mediocre. Essendo in cerca della donna perfetta non fa altro che vivere in questa continuità senza fine.” PAOLO: “Mi ricorda certe persone che conosco…” CARLO: “Parli di te? Tu non lo sei…” PAOLO: “Io no. Parlavo di te, cicisbeo…” CARLO: “Ma a me va bene, tanto quel che dice Kierkegaard non m’interessa per niente…” PAOLO: “Perché? Che dice?” CARLO: “Lui è critico: prima paragona il Don Giovanni alla pura musica, quasi con riecheggi schopenhaueriani, e poi lo mette in crisi con quello della vita etica, il giudice Wilhelm, che gli fa notare la sua impossibilità a fermarsi, a vivere tutte le possibilità e a non afferrarne una, per basarci la sua esistenza. Il giudice ha scelto la sua via tra tutte quelle possibili, e, seppur limitato, non è disperato come l’esteta, che vive senza consi-


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stenza, senza valori, nella noia più totale. Ha la possibilità di abbracciare tutto il reale, ma invece di creare un’unità rimane nel particolare, e ci affoga. Non è borghese, è un artista!” PAOLO: “Non ha proprio speranze?” CARLO: “Potrebbe distruggere la sua esistenza e volgere verso la disperazione divina, come quella di Abramo, che, sciolto dai vincoli familiari e sociali, è prossimo ad uccidere il figlio, ma viene bloccato dall’angelo di Dio. Non ha però la fede contemplativa, dal distacco dal reale, perché è troppo nel reale. È spacciato!” PAOLO: “Allora anche tu sei spacciato!” CARLO: “Te l’ho detto: non m’interessa quello che dice. Preferisco più Nietzsche. Anzi, te lo racconto subito.” PAOLO: “Dai! Vediamo cosa mi racconti…” CARLO: “Nietzsche ha avuto una grande influenza da Schopenhauer: anche lui guarda alla vita come ad una tragedia reale. L’arte di conseguenza per lui è una forma di sopportazione dell’esistenza, di distacco dagli orrori del reale: non esiste una trascendenza effettiva né un valore pedagogico nell’arte.” PAOLO: “Quindi è solo per fini di piacere?” CARLO: “Già. L’estetica con tutti questi autori diventa una finalità di piacere; forse non per Kierkegaard, che la trova più come una maniera di vivere, ma generalmente viene risolto il problema dell’estetica come una conoscenza legata intrinsecamente al piacere. Nietzsche, tra l’altro, riprende molto gli albori di questi studi: riprende la tradizione platonica…” PAOLO: “Platonica? Nietzsche un platonico? Mi stai prendendo in giro? Semmai è il contrario!” CARLO: “È il contrario! Lui riprende gli spunti platonici sulla trascendenza ma li capovolge, li annulla, per favorire invece la parte dapprima svalutata: l’irrazionalismo.” PAOLO: “Questo mi piace!” CARLO: “Come primo studio Nietzsche affronta la nascita della tragedia: nell’antichità la rappresentazione di quest’ultima non aveva una finalità storicistica come voleva Hegel o conoscitiva come intendeva Aristotele.


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La tragedia era l’incontro straordinario di due forze potentissime: l’apollineo, la ragione, l’ordine e la via retta dell’esistenza, e il dionisiaco, la violenza, l’impulso, il furore. L’apollineo era il simbolo dell’ordine divino, a cui l’autore si rivolgeva per controllare un altro simbolo, del dionisiaco però, ovvero il coro, la pluralità delle emozioni, il Kaos vero e proprio. Nelle prime forme teatrali il connubio era perfetto: l’autore entrava in scena e controllava questo enorme coro potentissimo e pericolosissimo; il piccolo apollineo aveva il potere di mettere nel suo gioco quella ridda di dionisiaci che cantavano e ballavano gli dei furenti. Con quest’armonia Atene era al suo massimo splendore.” PAOLO: “Perché? Che è successo?” CARLO: “Avvenne il crollo di questo mondo. Per Nietzsche le avvisaglie della crisi si sono paventate con l’arrivo dei sofisti, di cui Socrate a detta sua era il maggior esponente: la ragione doveva dominare totalmente gli impulsi, fino a reprimerli; solo il logos doveva essere messo in atto, solo la proporzione. E fu così che successivamente il dionisiaco non venne più messo in scena, né valorizzato generalmente. La repressione per Nietzsche è l’inizio di tutto il male che si è diffuso nella natura umana: la repressione delle proprie emozioni più violente, e quindi vitali.” PAOLO: “Sembra una favola morale.” CARLO: “Era un grande scrittore, come tutti i precedenti. Scrisse anche la Gaia Scienza, un pamphlet in cui rivendicava, nel tempo del positivismo e delle scienze più severe e precise, l’importanza della terra, della vita. Non era un fautore della Volontà schopenhaueriana, né del Decadentismo: voleva ambire ad un ritorno alle cose vere, agli spiriti forti, potenti, senza cadere nella compassione impietosa. Per lui la realtà era quella che era: finzione e verità, messi assieme, indissolubili e perfettamente legate tra di loro. Se tutto è fabula e realtà allora la vita in sé non ha un senso. Davanti a questo delirio e a questo abisso solo la Volontà propria, di potere, di potenza, può garantire la salvezza dalla disperazione, dalla morte. Laddove Schopenhauer non era riuscito a dare all’uomo la risposta al dolore dell’esistenza, Nietzsche invece quasi ci riuscì, dando agli uomini la cognizione


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che solo un atto umano voluto, un proprio interesse, può impedire ai dolori e alla tragedia di sopprimere l’animo umano.” PAOLO: “Posso dirti una cosa?” CARLO: “Cosa c’è?” PAOLO: “Ma davvero ha detto questo Nietzsche?” CARLO: “Ho parafrasato, ma dovrebbe essere così…” PAOLO: “No, perché, m’è venuta voglia di leggerlo. Lo conoscevo così per nome, e sapevo che aveva scritto parecchia roba interessante. Non sapevo fosse così straordinaria.” CARLO: “Lo so. È morto agli inizi del Novecento, eppure la sua potenza ancora adesso è ben ravvisabile. Anche in questo preciso momento.” PAOLO: “Cosa stai dicendo?” CARLO: “Guarda fuori. Vedrai.” PAOLO: “Ma…sta albeggiando. No, non ci credo…” CARLO: “Credo tu abbia compreso quanto può essere potente l’arte.” PAOLO: “Sì, ma tu come lui non lo sarai mai.” CARLO: “E chi l’ha detto?


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PAOLO: “E così si conclude Estetica?” CARLO: “Ci sarebbe il Novecento adesso, ma ormai è l’alba, e a giudicare dalle reazioni dei corpi che abbiamo attorno a breve non saremo più i soli ad essere svegli.” PAOLO: “Devo ammettere che è stata una nottata particolare. Spero assolutamente…” CARLO: “Di rifarla?” PAOLO: “No. Questo no. Senti, Carlo, m’è piaciuto davvero questa parte, non te lo nego, ma stare svegli a parlare di Estetica, di filosofia e di altre quisquilie alternando sogno e veglia, no, mi spiace ma non è una bella esperienza.” CARLO: “Peccato. Speravo tanto che, a forza di raccontarti tutti questi autori, qualcosa che ti attraesse e ti facesse cambiare idea ci fosse.” PAOLO: “Ma sì. Questi ultimi ad esempio mi sono piaciuti, e anche i primi. Ma il resto, no, per Dio! Sono troppo astrusi!” CARLO: “Immagina quelli a cui tocca insegnare certe materie: loro, alla nostra età, hanno trovato un certo godimento in questi studi. Ma tutti i professori, docenti, insegnanti, alla fine, nutrono piacere per queste nozioni.” PAOLO: “Loro sì, non glielo nego. Per questo sono professori. Scusa, non avevi detto tu agli inizi della nottata che il piacere in Estetica gioca molto sulla soggettività?” CARLO: “Vero. Ma questa soggettività non esclude che il piacere non possa coinvolgere anche le masse: pensa agli studenti di Filosofia; loro fanno quel corso proprio per insegnare certe nozioni, ergo hanno piacere per questa materia. E non sono mica pochi a Filosofia:


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ogni anno se ne iscrivono!” PAOLO: “E ogni anno se ne scappano: poco lavoro, troppi studi e poco piacere.” CARLO: “Sì vede che non ne erano convinti, che il loro piacere era temporaneo. Probabilmente si sono fatti prendere più da un’emozione che da un sentimento.” PAOLO: “C’è differenza?” CARLO: “Un’emozione è un attimo, un fuoco immediato, appena accesso, involontariamente, quasi da una scintilla nel bel mezzo del nulla, dalle sensazioni più differenti. Per ogni forma emotiva ha un colore, e una sensazione che provoca: gioia, dolore, tristezza, rabbia, paura e altre ancora. Ma si spegne, dopo poco tempo. Un sentimento è un falò, costantemente mantenuto, costruito con perizia. Tipo l’amore, no?” PAOLO: “Su questo hai ragione. Quello tra noi ragazzi è parecchio violento, immediato, ma dura poco. Io sono un esempio, specie con la ragazza di poco tempo fa.” CARLO: “L’amore violento, passionale, da romanzo di feuitellon, è passeggero, mentre quello coniugale, a volte, può durare di più, anche se con minor potenza del primo. I tuoi genitori ne sono una prova…i miei un po’ meno…” PAOLO: “Lo so. Si vede che per lui era passeggero.” CARLO: “Per mia madre no, però. Ma lasciamo perdere…” PAOLO: “Forse sì. Anche se ciò m’ha fatto pensare a quei ragazzi lassù, che hanno passato la notte insieme, a far sesso. Chissà come andrà con loro.” CARLO: “Avranno bevuto e si saranno piaciuti. Semplice. La meccanica dell’amore è così il più delle volte, e in queste feste non può essere da meno.” PAOLO: “Ma non durerà. Sembra che di sti tempi l’amore non sia fatto per durare: non parlo di me o di te, noi non siamo che casi particolari, però in genere quelli della nostra età hanno più frequentazioni e meno relazioni. Non lo trovi strano?” CARLO: “Non ci pensare. Non sei un filosofo.” PAOLO: “Tu sì, però, eh?” CARLO: “Certo. Sono talmente filosofo che ti dico di non pensarci.”


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PAOLO: “Non è una contraddizione la tua?” CARLO: “Lo è. Gli artisti lo sono.” PAOLO: “Scusa, Carlo, ma ci credi davvero a questa storia dell’essere artista. Ora, stanotte m’hai dato la giusta impressione che tu sappia il giusto dell’arte e dell’estetica, ma seriamente, ti senti davvero artista?” CARLO: “Indovina.” PAOLO: “Stai per dire di no, vero?” CARLO: “Né sì né no. Sai bene che sono un egocentrico, e che vuol piacere alle ragazze di continuo, ma tu non credi che dopo tutto sto tempo non mi sia presa una mezza crisi di coscienza se sono davvero o meno un artista? Non sono così falso.” PAOLO: “Ma se continui a voler fare il pavone, a dire di essere quello che in fondo non sei, cosa pensi di guadagnarci?” CARLO: “Nulla. Perché, ad essere un modernista, uno tutto lavoro e lettura come te, ci si guadagna qualcosa?” PAOLO: “Il termine m’è stato dato da uno che faceva bene a star zitto e a cercarsi qualcun altro a cui rompere le scatole. A differenza di te, del tuo essere artista, io vado più sul pragmatico, su ciò che serve. Sì, me l’hai fatto già quel discorso, non me lo ripetere, ma devi capire che ora come ora bisogna fare qualcosa.” CARLO: “E tu credi che uno come me possa servire a quel tuo qualcosa? Gli artisti se ne fregano del qualcosa, hanno la testa altrove, per cose che servono davvero.” PAOLO: “Le cose che servono davvero quali sono?” CARLO: “Quelle che in fondo colui che t’ha eccitato negli ultimi minuti ha affermato un secolo prima: le emozioni, la vita, il dolore, la solitudine, la volontà. E tante altre care cose.” PAOLO: “Ma tu non sei il tipo del genere, da cose così profonde.” CARLO: “Come lui di sicuro non potrò diventare.” PAOLO: “E infatti non te l’ho detto prima che non sei un filosofo?” CARLO: “Ma io intendevo matto.” PAOLO: “E che c’entra il fatto che era matto?” CARLO: “C’entra eccome! Aveva da poco concluso quelle che erano le sue opere più importanti: il Così


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parlò Zarathustra; l’Anticristo e altro; una sera, nei pressi di Torino, uscito di casa, vide un cavallo, uno di quelli da carrozza, che veniva frustato continuamente dal suo padrone. Nietzsche lo vide, avvinghiato nelle corde e nel dolore delle bruciature; gli si avvicinò, lo guardò negli occhi neri pieni di lacrime: lo accarezzò, dolcemente, e poi gli diede un piccolo bacio sulla criniera. Cominciò a piangere anche lui, disperato. Quando però lo vide il cocchiere, gli si mosse vicino, ma immediatamente Nietzsche ebbe un colpo: cadde a terra, urlando dal dolore, piangendo, quasi come se avesse una crisi isterica.” PAOLO: “Ma che gli era preso?” CARLO: “Chissà. Negli anni successivi perse progressivamente l’uso delle gambe, la capacità di parlare e di scrivere, e poi anche di ragionare. Di-venne quasi un vegetale.” PAOLO: “Era malato? Cosa aveva?” CARLO: “Chi lo sa! Poteva essere la sifilide, una delle malattie tipiche dell’epoca, oppure la schizofrenia, anche quella celebre. Non c’è dato saperlo, e se io, per raggiungerlo, devo finire i miei giorni come lui, preferirei rimanere così.” PAOLO: “Non è detto che il filosofo debba essere così.” CARLO: “L’unico filosofo è così. Un matto. E io matto non sono. Anche gli artisti sono matti.” PAOLO: “Allora non sei un artista se dici così.” CARLO: “Uno dei motivi per cui nutro dei dubbi a riguardo…” PAOLO: “Al massimo sarai un professorone…” MARCO: “O un saccente, per essere precisi.” CARLO: “O chi è?” PAOLO: “Oh, buon giorno! Mattiniero, eh?” MARCO: “Mi sveglio di solito a quest’ora. Anche voi avete quest’abitudine?” CARLO: “No no, per noi la storia è diversa.” MARCO: “Che storia? Ah! Siete amanti romantici?” PAOLO: “Ma che…no! Non abbiamo sortito alcun effetto dall’alcol, come invece te e tutti gli altri. Siamo rimasti svegli a cercar di dormire. L’ho anche lasciato la libertà di espormi tutta la sua conoscenza su Estetica, nel


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vano tentativo di addormentarmi, ma come puoi vedere non ha fatto effetto nemmeno questo.” MARCO: “Sì sì, lo immagino. Anzi, ti dirò, fa anche svegliare.” CARLO: “Come? Che stai dicendo?” MARCO: “In realtà ero già cosciente quando eri a…a, sì, a Kant.” PAOLO: “Che bello! Io ero quasi riuscito a dormire!” MARCO: “Sì, ma sono subito rientrato nel mondo onirico, lasciando te in quello reale.” CARLO: “Scommetto che a Hegel ti sei svegliato.” MARCO: “Certo. Perché, lui si è addormentato? PAOLO: “Sì, ma ho dormito poco. E adesso con questi ultimi autori sono reattivo più di prima. Vabbè, oramai mi toccherà dormire oggi pomeriggio.” CARLO: “Anche a me. Comunque, come mai m’hai dato del saccente?” MARCO: “Sei un professore, per caso?” CARLO: “No, però…” MARCO: “Allora sei un saccente. Chi ha studiato per bene e facendo tutto, esami, valutazioni e colloqui, può essere un professore e avere la dignità di parlare di filosofia. Tu qualcosina la sai, ma niente più. Se ci fosse un professore qui le tue elucubrazioni sarebbero prontamente criticate.” PAOLO: “Cominci a piacermi, ragazzo.” CARLO: “E a me no. Ti ricordo che l’ho fatto solo per crollare nel sonno. Non mi sentivo in vena di essere un professore. Quello che so è quello che ho detto. Non ho mica tenuto una lezione!” MARCO: “Da come raccontavi sembrava il contrario, che volevi ribadire un tuo ruolo nell’azione. Sembravi più volessi mettere in scena un personaggio più che te stesso. E non è che ti va a tuo favore tutto ciò, semmai il contrario.” CARLO: “Se voglio fare il personaggio non vedo perché tu debba giudicarmi per questo. Ho passato la notte a fare quello che più mi veniva: dovevo fare altro?” MARCO: “Non volevo fare il giudice nei tuoi confronti. Era solo una mia impressione. Resta però che fai parecchio il saccente.” PAOLO: “Digliene!”


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CARLO: “Avrò pure il diritto di fare l’artista con chi mi pare.” MARCO: “Se tu sei un artista, io sono un regista.” PAOLO: “Ma infatti, tu chi sei?” CARLO: “Ci scommetto la colazione che è un professore o simili…” MARCO: “Scommessa persa, ragazzo. Sono un attore.” PAOLO: “Oh, no, dai, prima mi piacevi. Ma come l’attore?” CARLO: “Nemmeno gli attori ti piacciono? Anche loro non servono?” MARCO: “Come non servono? Che stai dicendo?” PAOLO: “Io vado a teatro; mi piace il teatro. Ma, sul serio, è solo intrattenimento, come l’arte. Non è molto utile.” CARLO: “Eccolo che ricomincia…” MARCO: “Tu credi davvero che noi attori non serviamo a nulla?” PAOLO: “A parte nelle rappresentazioni, non vedo in cos’altro…” MARCO: “Hai mai fatto l’attore?” PAOLO: “Ma m’hai visto? Io l’attore? Non farmi ridere…” CARLO: “Nemmeno io. Ma non mi dispiacerebbe.” MARCO: “Senti, Paolo, giusto? Non puoi dire se qualcosa serva o meno finché non la provi. Mentre ero a pisolare v’ho sentito e, a parte i contenuti discutibili, non siete malvagi…” PAOLO: “Cosa vuoi proporci?” CARLO: “Ci vuoi attori?” MARCO: “Andateci piano. La situazione è semplice: sono stanco di fare l’attore per compagnie teatrali amatoriali o improvvisate alla peggio. Voglio per una buona volta qualcosa di buono. E voglio farmela da me, personalmente. Ma mi serve dell’aiuto.” PAOLO: “E noi facciamo a tuo comodo, giusto?” CARLO: “Io accetto. Almeno qualcosa di buono la faccio.” MARCO: “Intanto voglio vedere se siete bravi anche a recitare. V’ho preso così, al naturale: non so come sarete nella finzione.”


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PAOLO: “Ecco perché sono molto titubante.” CARLO: “Ma piantala. Quando vorresti cominciare.” MARCO: “Andateci piano. Quando sarà il momento vi chiamerò. Piuttosto, dato che hai perso la scommessa, ci offriresti la colazione?” CARLO: “Accidenti!”


Venne l’alba, e Carlo, Paolo e Marco assistettero al risveglio degli altri ragazzi dall’alcol soporifero: si seguirono sbadigli, rutti, peti al piano terra, nel salone, e alcune risate e urla al piano di sopra, nelle camere da letto. Tutti quanti uscirono, in maniere e velocità diverse, dalla villa: gli invitati se ne andarono con le loro macchine, ma i ragazzi se ne scapparono a piedi, potendo godere del sereno della mattina. Mentre camminavano continuavano a chiedersi cosa avrebbero fatto in quei giorni: Paolo sarebbe andato a dormire senza pranzare, lasciando cibo e lavoro per la serata; Marco sarebbe tornato nel suo appartamento a rileggersi gli appunti per lo spettacolo che spera di mettere in scena; e Carlo avrebbe passato la giornata a fare quello che fa di solito, ovvero importunare la gente dicendo di essere un artista. Stavolta però avrebbe aggiunto qualche affermazione filosofica alla sua presentazione, nel bene-augurato caso di avere un migliore effetto nel rimorchiare le ragazze. In realtà nessuno fece ciò che sperava di fare: dopo colazione, offerta da Carlo con gran piacere, i ragazzi rimasero ancora un po’ a chiacchierare sulla stranezza di questo incontro. Poco dopo si diressero verso il centro, e passarono per una libreria: Carlo cominciò a fare lo spaccone dicendo che prima o poi sarebbe finito lì, tra i libri; Paolo sottolineò che l’unico posto dove sarebbe finito era la vetrina, in particolare la sua faccia. Marco intanto era entrato per vedere tra i testi teatrali quale poteva essergli congeniale, invano. Dalla libreria passarono per le vie principali, e lì Paolo cominciò a punzecchiare Carlo dicendogli di provare il nuovo sistema, e di vedere se funzionasse.


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Carlo si avvicinò a due ragazze e, dopo essersi presentato come artista, le parlò che la bellezza delle donne era risieduta nell’istinto sessuale dei maschi; le due ragazze, a turno, gli diedero uno schiaffo in faccia, facendolo cadere a terra. Marco e Paolo risero fino a pranzo, quando, per compassione, glielo offrirono.Per tutto il pranzo chiacchieravano sulla propria vita e sulle proprie ambizioni: durante il pasto notarono come il vino stesse facendo quell’effetto che tutto quel beverone alcolico la sera prima non riuscì a provocarli. Cominciarono a dondolare sulle proprie sedie, segno che il sonno stava arrivando. Non volendo perdere l’occasione, pagarono alla svelta e con dolce fatica, si avviarono in un vicino parco, per trovare il punto giusto dove ristorarsi. Entrati nel parco, trovarono una quercia secolare col cespo enorme, ideale per una dormita: si appisolarono lì sotto, e ci rimasero fino al tramonto. Una volta svegliati Carlo e Paolo notarono come dalle giacche mancassero i propri portafogli, e che nel mentre non c’era più nemmeno Marco. Paolo impazzì dalla rabbia, e Carlo rimase esterrefatto, ma prima che la paranoia li prendesse del tutto, Marco li apparve da dietro con i portafogli, facendoli notare lo scherzo. Paolo e Carlo non poterono attaccarlo: in quell’istante passò in bici un signore, attempato, forse anziano, ben vestito, con grossi occhiali da miope sul viso, che salutò timidamente i tre ragazzi alla loro vista, chiudendo gli occhi per un istante. Poco dopo sbatté contro la quercia.


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“Il fuoco delle V2 scioglierà persino i ghiacci dell’Artico! Avremo il loro gelo! E la sicurezza che dell’umanità tutto rimarrà impresso nel ghiaccio. Che mai supererà il Varco! Per sempre! Mai oltre il Varco! Mai!” (L’ arcobaleno della gravità, Thomas Pynchon, 1973)


G. Vattimo parlava, nei riguardi della contemporaneità, di un“età del pensiero debole”: morti i pensieri dominanti, quali il comunismo e il fascismo, ora non sarebbe più necessario basare tutto un sistema in un’unica ideologia . Cosa è la nostra contemporaneità? Difficile spiegarlo in un saggio così breve. Cosa è la nostra generazione? E chi lo sa... Si è davanti nel nostro tempo della globalizzazione e dell'informazione digitale ad un propagarsi di centinaia, se non migliaia, di idee, così diverse, così numerose; un ragazzo qualsiasi, pur di non farsi travolgere da una simile piena, preferirebbe allontanarsi, scamparvene, e poco a poco scegliere la vita semplice e facile alla dialettica, la quale, da sempre, è portatrice di difficoltà, e di complicazioni, sia personali sia intellettuali. Sarebbe riduttivo riassumere il lassismo della mia generazione in così poche righe: oltre alla questione più “filosofica” c'è anche il decadimento progressivo dell'istituzione della politica, specie in Italia, da oltre vent’anni, il quale va in coppia con la crisi economica, sia del mondo del lavoro sia dei servizi. Tutto ciò nella mente di un adolescente farebbe prevalere il pensiero “forte” dell’evasione, e la consequenziale scelta di privarsi di interessi più utili alla vita, riducendosi volontariamente al meccanismo lavorativo, ora divenuto un obbligo di sopravvivenza. Ogni possibile approccio secondario, anche solo di attivismo vero, verrebbe automaticamente lasciato alle fondazioni e a qualche anima buona ed ingenua, mandata a contribuire


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all'effimero benessere artificiale creato in qualche paese, in conflitto da decenni per guerre le quali rendono vano ogni sforzo attivista. Non vengo certo a dire che precedentemente, magari cinquant’anni prima, la vita di un mio coetaneo potesse essere più idilliaca, più facile: oggi vige il lassismo postmodernista; ieri imperava l'iperattivismo più insensato. Violenza e degenere erano pressoché all’ordine del giorno, e per certi versi era come essere dentro ad una recita, tra eroi in veste di clochard e nemici in giacca e cravatta. I cosiddetti “eroi” poco potevano dinnanzi alle ideologie in cui loro stessi avevano sempre creduto: si chiedeva il cambiamento, quando l'unico elemento che veniva modificato non era la società, come tutti desideravano, bensì la mente collettiva, come volevano gli altri, i macchinisti dei partiti ideologici. Alla fine di questa recita, o psicodramma, dopo oltre quarant’anni, il boato distruttivo, creatosi dal ritrovarsi, dopo, senza più nulla, sia come genitore ed ex-idealista, sia come figlio di un ex-idealista, è devastante. Sono passati oltre vent’anni dalla fine dell'“Impero del Male”, termine coniato dall’amministrazione Reagan, oppure del “Socialismo Reale”, partorito dalla mente dello storico marxista E. Hobsbawn ; agli occhi della vecchia e nuova generazione si pone un nuovo secolo, fatto di scoperte sempre più interessanti, di moti e scenari politici di grande spessore: la nuova repubblica russa; il caso Tangentopoli in Italia; la fine dell’era Mitterrand in Francia; i due governi Reagan negli Stati Uniti; la Thatcher in Inghilterra; la riunificazione delle due Germanie, con Berlino unita dopo trent’anni di divisione tra le due Repubbliche. Fino a pochi anni prima la gente aveva ancora nella mente, assieme ai ricordi dell'infanzia, l’idea di un mondo diviso dalle forze del Capitalismo, perla della società occidentale e della medesima cultura millenaria, e da quelle del Socialismo, da oltre settant’anni anima dei popoli Balcani e urali. Io, come tutti quelli della mia generazione, l’ho potuta solo studiare, attraverso libri scolastici, enciclope-


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die, pagine Web, film storici, romanzi di qualsivoglia genere (dal giallo di Le Carrè al dramma autobiografico di Solzenicyn, fino al genere “rosa”, come il capolavoro di Kundera ), e testimonianze dirette e non, dei propri familiari, amici adulti, o professori. In particolare, le testimonianze vissute sono forse le più importanti in relazione a tutti gli scritti e i filmati pervenutici: rappresentare un evento storico colmerebbe solo la sete della conoscenza e della ricerca, ma non quella dell’empatia e dell’animo; chi ha vissuto un periodo sa come si è vissuto, sa quali pro e contro ha visto passare nel periodo della sua giovinezza e nell’età adulta, e sa dove è finita l’ideologia e dove è iniziata la realtà. E questo solo dopo molta sofferenza personale. Perché in questo conflitto, fatto di agenti segreti, attacchi mirati alle potenze nemiche o non alleate, di terrorismo, golpe, crolli, rinascite e prevaricazioni una dopo l’altra, alla fine il nodo centrale era l’idea. Ammetto che la scelta è stata ardua. Si parla di un tema molto difficile e complesso, quasi labirintico per la mole di eventi, dati e scene avvenute e a loro volta conseguenza di altre, sempre più determinanti, quasi un seguirsi di reazioni concatenate di atomi in fissione, che si scindono e producono sempre più energia. Non è un caso che questo susseguirsi di azioni e reazioni ricordi il procedimento di detonazione della bomba atomica. Dal 6 agosto 1945 la bomba, in senso non solo letterale, divenne il simbolo dell’epoca: così importante fu la sua esplosione da cancellare due città (Hiroshima e Nagasaki), e tale fu la deflagrazione di altre due “bombe”, sul secondo cinquantennio. Si ripartì dopo la guerra con la credenza che se precedentemente l'ideologia fascista poteva rovinare con la dittatura interi popoli, ora, con il trionfo delle due “bombe” (Comunismo e Capitalismo) su di essa, non poteva non dare benefici. Divenne al tempo stesso anche un deterrente, per una terza guerra mondiale, che tutti credevano potesse succedere, e che invece non è mai accaduta. Il “Varco” inteso nel titolo del saggio è la violazione della realtà da parte dell'idea: come viene accennata


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nell’opera mastodontica (che, sottolineo, ho solo studiato a livello di autodidatta) di T. Pynchon, “L’arcobaleno della gravità” (1973) , pur parlando della seconda guerra mondiale, guardava a quella successiva, e del superamento di ogni livello di sicurezza fatto dagli uomini, dopo aver violato i confini tra terra e cielo con il razzo V2 di Von Ghreim.Il superamento delle possibilità umane ha portato a credere reale l'irreale, e viceversa, facendo vivere l’astratto delle idee nella vita reale. Un’epoca di due idee, e di milioni di morti a loro nome. La sola componente ideologica (tralasciando altri elementi di eguale importanza) basterebbe per rendere la Guerra Fredda il conflitto più criptico della storia, e il più lacerante e emotivamente possente. Concludo affermando che, in fondo, i “veri” figli della guerra fredda non sono tanto i genitori, ma i figli stessi: i primi l’hanno vissuta interamente, e sono sopravvissuti parzialmente a tutte le idiosincrasie, alle contraddizioni, alle paranoie e ai deliri politici. Ma qualcosa è avanzato da questo periodo, ed è stato “trasmesso” ai secondi. Non pochi sono i figli che hanno dovuto subire gli effetti di questa trasmissione involontaria, di stereotipi, paranoie e disagi; tutte idee decisamente impossibili da accettare, anche dal solo punto di vista temporale. Eppure alcuni le hanno accettate, o le accettano, dannandosi. Questi sono i dolori quando si va oltre il varco.


Atto primo

Scena 1 Tutto inizia da dove c’è una fine. E di fatto era la fine del conflitto più assurdo del secolo, superiore sia in tempo sia in spazio a quello antecedente: ottanta milioni di morti in più, con soli due anni extra! Il tutto, come in un’opera musicale, con un tonfo finale, non però di tamburi e di piatti: la Enola Gay, sganciata l’6 agosto del 1945 sopra le teste degli abitanti di Hiroshima, e due giorni dopo di Nagasaki. Decine di migliaia di morti furono la croce della guerra, la quale si concluse con l’arresa del Giappone, successiva a quella tedesca (l'otto Maggio, poco tempo dopo il suicidio del Fuhrer A. Hitler) e a quella italiana (con la condanna a morte per il Duce Mussolini). Il loro fu un grande contributo: in pochi anni erano riusciti a mandare in guerra milioni di propri connazionali, chi a suicidarsi gettando i propri aerei nelle portaerei americane, chi a combattere fino alla fine i russi e a ingerire la pillola di cianuro pur di non essere presi vivi, e chi a morire negli Appennini per mano partigiana o nazista, o in Russia tra le nevi. In meno di sei anni due imperi, votati secondo la loro propaganda all’immortalità, finirono nella polvere delle loro città, bombardate e rase al suolo dalle battaglie interne. E non si può certo dire che i danni siano stati minori: decine di monumenti perduti per sempre; stragi e distruzioni di cittadelle, ponti abbattuti, anche di origine medievale (un esempio è Firenze, dove la maggior parte dei ponti venne fatta saltare per ritardare l’avanzata inesorabile degli Alleati, lasciando fortunatamente integro il Ponte Vecchio).


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Questo era il bilancio dell'epoca, e ora sarebbe doveroso comunque fare un’osservazione riguardo a questo breve e devastante periodo bellico passato. Un fattore particolare di questo conflitto era stato il paventarsi al potere di due ideologie violente e populiste, quali il fascismo e il nazionalsocialismo, divenute la forza scatenante della guerra e consequenziale alla crisi economica abbattutasi in Europa dopo il 1929. Il comunismo, ovvero la terza ideologia, era già al potere da oltre vent’anni, con J. Stalin, ma questa non venne considerata nel panorama bellico come una vera e propria “nemica giurata dell’Occidente”. La divenne per i popoli anticomunisti nel secondo dopoguerra per motivi diversi, quali l'istituzione del Patto Atlantico, poco dopo l'inizio della guerra, e la crisi dovuta alla spartizione della Germania all'indomani della conferenza di Jalta. Durante e prima della guerra godette di un certo disprezzo da parte dei governi americani ed europei, ma solo dopo Jalta il disprezzo divenne odio, e terrore. Per riassumere gli effetti dirompenti che comportò la Grande Guerra al mondo intero si potrebbe portare ad esempio il celebre poemetto di T. S. Eliot “La terra desolata”, formidabile espressione delle suggestioni e degli orrori della guerra, e del senso di smarrimento e di devastazione dovuti ad un simile atto, mai accaduto nella storia umana. Oppure “L’Allegria” di G. Ungaretti, incentrato sul sentimento di fratellanza e di universalismo per i morti e i caduti. Nonostante la fine di queste ideologie, e la cognizione di tutti i loro terrificanti danni all'umanità, ci fu un effetto inaspettato, maturato dai volontari delle guerre partigiane. Di fronte a simili effetti, pur parlando di un conflitto materialmente “minore”, da una guerra così mastodontica, in danni, abusi, morti, genocidi, come la seconda nessuno si sarebbe aspettato un simile attivismo, un rinnovato spirito di democrazia e di civiltà per le libertà riconquistate (lo stesso I. Calvino cita il grande vigore presente nei partigiani). Come in Italia, anche in Francia, Germania, Inghilterra e Austria ci fu un rinnovo dello spirito democratico, con l’ordinamento di repubbliche e stati autonomi.


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Scena 2 In poche parole, laddove le ideologie mostrarono la parte peggiore fomentando l’odio razziale, la violenza civile, la disparità di idee, la chiusura mentale e l’autarchia nel senso più ampio di termine, e l'incentivo alla distruzione, alla soppressione e all'annichilimento di ogni “alterità”, sia fisica sia astratta, si volle proseguire sostenendo, se non il fascismo e il nazismo, quella in coppia col vincitore statunitense: la Russia di Stalin. Una scelta d'adesione ideologica molto ambigua, perché non tutti gli intellettuali di sinistra, davanti alla scoperta dei gulag a metà degli anni cinquanta, accetteranno la sua politica: alcuni ridaranno indietro la tessera, come fecero all’epoca Calvino, Vittorini e in Francia A. Camus, l’autore de “Lo straniero” e “La peste” ; altri minimizzeranno gli effetti collaterali, fino ad ignorarli del tutto, pur di mantenere inalterato il programma di propaganda politica, come il caso del conterraneo del già citato A. Camus, l’eminente filosofo esistenzialista J. P. Sartre , il quale continuerà a sostenere, al pari dei partiti sovvenzionati dal PCUS, le direttive della dittatura. Si prospettò una rinascita ideologica quindi disturbante, quasi schizofrenica: da una parte la convinzione del valore effettivo dell'ideologia nonostante i rischi e le complicanze controproducenti, dall'altra le tragedie immani, già accadute in tutta Europa, e purtroppo recidive. Forse è eccessivo dire che era già destino che il mondo si sarebbe ritrovato diviso dopo pochi anni dalla fine della guerra; non era innegabile che l’alleanza interbellica fosse solo di comodo, per fronteggiare il nemico comune, A. Hitler. Per i sovietici venne visto come un novello Napoleone, pronto a ritentare la conquista di Mosca non curandosi del celebre inverno moscovita, fautore dell'arresa sia dell’armata napoleonica in passato, sia di quella nazista; per gli americani l’alleato della nazione che programmò a tradimento l’attacco di Pearl Harbor, nel dicembre del 1941. Ma poi, a Jalta e a Potsdam, il fato si abbatté.


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Nella prima conferenza, del febbraio del 1945, con presenti F. D. Roosevelt, W. Churchill e J. Stalin, si intendeva proseguire la guerra contro Berlino e Tokyo, cercando nel frattempo di creare un nuovo ordine politico subito dopo gli esiti finali, con la proclamazione dell'Europa libera, l'istituzionalizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e il celebre smembramento della Germania (allora pensato come un progetto “provvisorio”) tra le nazioni vincitrici come eventuale risarcimento, oltre l'inevitabile disarmo di quest'ultima . Nella seconda, nel castello di Potsdam, con H. Truman al posto di F. D. Roosevelt, ormai prossimo alla morte, e Attlee, uscito vincente dalle elezioni britanniche, si puntò sui nuovi confini territoriali della Germania e della Polonia, e sull'eventuale risarcimento bellico: per Stalin doveva essere necessariamente elevato invece che moderato come per le altre nazioni. In quella conferenza la Germania, poco prima del suicidio di A. Hitler, abbandonata a sé stessa, venne suddivisa in quattro parti (in aggiunta alla Francia). La divisione, già avviatasi con la prima (e non citata) conferenza di Teheran, venne decisa fin dopo Jalta, e si estese per tutta l'Europa influenzando definitivamente tutti gli assetti e gli organi politici in fase di rinascita (come la Francia e l'Italia), determinando il futuro politico delle amministrazioni locali: la nascita di partiti “bipolari”; la creazione di ideologie camminanti, viventi nel tessuto quotidiano e sociale; la necessità quasi vitale a schierarsi, a vedersi in un partito piuttosto che nella nazione. La conferenza di Jalta attualmente viene considerata come lo spartiacque tra la Seconda Guerra Mondiale e la guerra Fredda, il cui simbolo sarebbe stata la divisione apportata alla Germania: quella sovietica ad est, con la Repubblica Democratica Tedesca di Berlino, e quella filo-americana ad ovest, con la Repubblica Federale Tedesca di Bonn. In realtà, come è già stato sottolineato, l'idea della Germania divisa era presente fin da Teheran, mentre Jalta fu quella in cui venne realizzata tale decisione.


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Scena 3 Secondo il critico Sergio Romano, in un articolo del Corriere della Sera, il mito di Jalta nacque per tre motivi: il primo fu uno scritto di Charles de Gaulle (irritato per non essere stato invitato a Jalta): “La sovietizzazione dell'Europa Orientale non era che la conseguenza fatale di quanto era stato convenuto a Jalta”; il secondo sulle voci del partito repubblicano, oppositore della presidenza Roosevelt, parlando di un convincimento da parte di Stalin alla cessione di metà Europa ad un presidente molto stanco e malato. L'ultimo motivo riguarda più la condizione umana, da sempre interessata a cercare il fulcro genitore di un evento storico, di un'epoca, e quindi il fatto che spieghi e determini tutto quanto. Sempre Sergio Romano commenta questo ultimo punto: “Ma le vicende storiche sono il risultato di una molteplicità di fattori che sfuggono quasi sempre al loro controllo.” Scena 4 L'Europa nacque alla fine del conflitto. Ma se la madre di solito è sempre certa, stavolta non lo era. Il continente si pose la scelta di seguire o la superpotenza economica per eccellenza, quali gli Stati Uniti, garanti di sostegno e programmi economici di contributo per la ricostruzione delle nazioni colpite dalla guerra, o quella ideologica del “socialismo reale”, l'URSS, promotrice della rivoluzione leninista del 1917, e delle sue idee prima considerate pura teoria, e ora realtà. Tale scelta era tra l'altro non arbitraria: coloro i quali poterono seguire l'America furono le nazioni liberate dalla oppressione tirannica dei regimi conquistatori, mentre coloro i quali ancora gravavano intorno all'URSS furono costretti ad essere assorbiti, come accadde all'Ucraina (che oggi il presidente Putin, come richiamo al passato, tenta di riconquistare) e all'Ungheria, per tutto il conflitto sotto l'egida delle istituzioni sovietiche e della loro burocrazia. Ma solo da un punto di vista politico,


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non sociale, anche se il danno era comunque considerevole. L'economia americana era di nuovo in moto grazie alle politiche interne e al buon esito della guerra, capace addirittura di aiutare le nazioni distrutte con ingenti sussidi, a patto che rientrino all'interno del Patto Atlantico, ora NATO, e che contribuiscano al blocco occidentale, ora suo custode e difensore, dopo la violazione degli accordi di Jalta da parte di J. Stalin, il quale procedette all'espansionismo dei propri confini (molto probabilmente fu da qui che si sviluppò tutto il dispregio per la parte antagonista, motore principale di tutto il periodo) . Negli Stati Uniti vennero elaborati dei progetti di economia mondiale, firmati nel 1944, nella località di Brettonwoods, sotto il governo Roosevelt: vennero confermate le regole delle relazioni commerciali e finanziarie tra i principali paesi industrializzati del mondo, sotto il controllo di una politica monetaria economica, mettendo il dollaro americano come principale valuta di scambio per tutte le monete del mondo, il quale però era sua volta dipendente dal valore dell'oro. Tale sistema rimarrà attivo fino agli anni Settanta. In quella decade l'America si ritrovò a fronteggiare una grave crisi economica dovuta: ai costi di una guerra stavolta non riuscita, quella del Vietnam; e all'oro che veniva continuamente svalutato pur di mantenere stabile il dollaro. Alla fine venne deciso di sospenderlo, durante la presidenza Nixon. Venne istituito il Fondo Monetario Internazionale per la promozione dello stanziamento finanziario di ricostruzione dei paesi arresisi ed alleatisi, e allo stesso tempo venne approvato il GATT, i principali accordi sulle tariffe commerciali, elemento supplementare alla Banca Mondiale. Il piano Marshall prevedeva l'aiuto monetario a fondo perduto per la riattivazione dello sviluppo locale, dando anche sostegno alla ricerca e alla commercializzazione di opere nate nel palinsesto bellico, quali lo scooter (la “Vespa”, della Piaggio), che in poco tempo divenne una delle principali aziende di motocicli al mondo, come


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a sua volta diverse aziende, dalla gastronomia alla metallurgia, la cui maggioranza era diretta da persone di provenienza disagiata, da ex operai divenuti in poco tempo veri e propri industriali . Un esempio di questo “miracolo economico” è riscontrabile anche nella mia terra d'origine: la Del Tongo per oltre un trentennio era una delle più importanti aziende nella produzione di cucine e soggiorni in Italia, quasi al pari della Scavolini. I proprietari, tutt'ora viventi, sono due fratelli di origine contadina, i quali fecero partire l'attività, come tutti, da piccole botteghe, fino alla costruzione di veri e propri complessi industriali (uno dei più grandi, a Tegoleto, arriva a coprire pressoché un chilometro quadrato). Come accadde per la UnoAR e per molte altre aziende, cadde nella profonda crisi, nonostante trent'anni prima era, come tutte le altre, una vera e propria perla nata dagli abissi. Ci si augura che non lo raggiunga tanto presto, come purtroppo è accaduto per la Lebole, fallita negli anni Novanta. Per i paesi sovietici venne a sua volta stipulato una specie di NATO, il Comintern, il cui obbligo principale era quello di seguire pedissequamente le direttive del PCUS e dell'ideologia del Partito, istituita nel Conicom. Se per la NATO la libertà politica e governativa del paese alleato rimaneva illesa, nel Comintern il paese perdeva la direttiva politica e la sua indipendenza nazionale; diventava suddito dell'URSS, come a sua volta tutti coloro che facevano parte dell'area sovietica. Scena 5 Infatti, dal 1946 J. Stalin attuò diverse persecuzioni e processi “farsa” per l'eliminazione di tutti i potenziali nemici del regime e dell'ideologia imperante, senza distinzioni di classe o rango: dal più povero contadino incapace di seguire totalmente le direttive del governo quali l'inventario e l'esproprio di parte dei suoi beni e prontamente condannato alla prigionia o alla fucilazione, fino agli alti comandi del governo, anche dell'Armata Rossa; con pene varie, al palo degli impiccati, al


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muro dei fucilati, e al confino in Siberia, nei celebri gulag, ovvero campi di lavoro forzato e di rieducazione ideologica nella gelida regione della Siberia . Un esempio della ferocia della dittatura stalinista lo si potrebbe ritrovare sia in “1984” di G. Orwell: il Partito esortava i più piccoli, oramai figli del Grande Fratello più che dei loro genitori, a denunciare i possibili sovversivi, dagli amici ai propri parenti, anche il proprio padre o madre. La stessa pratica era al suo tempo propagandata dal PCUS, verso il medesimo pubblico. Un altro era stato il perseguire l'intento di uccidere un “nemico della nazione”, nonostante l'esilio forzato a questi: fu il caso di Lev Trovsky, assassinato in Messico, residente fin dagli anni Venti, dopo le prime purghe staliniane. Tutto questo era tipico in un paese totalitario, come il fatto di essere ascoltati e registrati da migliaia di “cimici” (radio ricevitori) fissate in ogni locale (bar, ristorante, scuola), anche privato, come la propria abitazione; come nel film “Le vite degli altri”, incentrato sullo spionaggio da parte di un membro della STASI, la polizia segreta della Berlino Est, ai danni di un drammaturgo insospettabile. Anche la parte filo-americana presentava dei limiti e dei condizionamenti alquanto discutibili (seppure non così violenti come quelli staliniani): la maggior parte delle politiche interne erano sì libere da qualsiasi condizionamento, ma non per questo contrarie a quelle della NATO, come il rifiuto all'installazione di basi NATO in tutto il territorio, oppure l'obiezione all'aiuto nell'arricchimento delle scorte delle armi nucleari, oppure al sostegno delle azioni militari. Rari erano i paesi in cui una o più di queste politiche non furono approvate dal governo in carica. Ma il più importante di tutti era la decisione di non favorire i partiti legati alla ideologia comunista, specie in patria: negli Stati Uniti, a metà degli anni Cinquanta, nacque un particolare tipo di “caccia alle streghe”, indetta dal senatore repubblicano J. Mc Carthy, per combattere qualsiasi sostenitore delle idee comuniste o detrattore di quelle americane. Il fatto esplose anche nelle università, creando anche disagi sociali tra i più giovani e anche all'interno delle


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famiglie, diventando quasi speculare alle denunce del PCUS, e scatenando le prime forme di quella che molti sociologi chiamano “paranoia sociale”. La situazione degenerò completamente quando vennero messi alla sbarra anche moltissimi personaggi del mondo sia istituzionale, quali politici o attivisti, sia artistico, come registi, attori, scrittori, molti dei quali non riuscirono a dimostrare le proprie ragioni e vennero costretti all'esilio, come accadde per C. Chaplin (risiedette in Svizzera fino alla morte) e in parte ad E. Hemingway (non perse la cittadinanza, ma passò il resto della sua vita a Cuba), entrambi di simpatie antiamericane, mai accreditate del tutto. In particolare fu il caso dello scrittore americano, tra i più assurdi: nell'ultimo decennio della sua esistenza manifestò deliri e paranoie riguardanti una cospirazione, una persecuzione contro di lui. Era improbabile che una persona, come lui, che contribuì con i suoi servigi, durante la seconda guerra mondiale, alla ricerca, indetta dalla CIA, di sommergibili nazisti, potesse essere perseguitava dalle agenzie governative; all'epoca tali deliri vennero creduti effettivi sintomi di una grave forma di depressione psicotica, dovuta alla fase disforica del suo mai curato disturbo bipolare, o maniaco-depressivo. Oggi si è scoperto che buona parte delle paranoie di Hemingway erano fondate, grazie alla scoperta di un dossier governativo incentrato sulle attività di Hemingway dagli anni Cinquanta fino alla sua morte, credute dalla CIA “sospette”. Scena 6 Un fattore speciale in questo conflitto è stato quello della paranoia, la stessa in cui gravita il romanzo “L'arcobaleno della gravità”: davanti all'assenza di una qualsiasi protezione da parte dello Stato ci si sente soli davanti al terrore di essere plagiati; tutti potrebbero essere dei potenziali nemici dello Stato, dei sabotatori capaci di far saltare governi, e di compromettere la propria libertà, la propria vita o quella dei propri cari; in ogni istante potrebbe arrivare l'oppressore, attraverso bom-


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bardamenti o insurrezioni interne; le armi atomiche potrebbero spazzare via la vita dalla Terra, oppure, nella migliore delle previsioni, il fallout nucleare delle bombe ad idrogeno (la potentissima bomba Zar, di oltre trenta megatoni! ) potrebbe impedire la vita per decenni, o crearne deforme, non umana, “alterata”; in ogni occasione in cui non si è svegli si potrebbe essere vittima di un lavaggio del cervello, portando alla fine della propria identità, della propria esistenza personale, e della propria libertà (termine caro all'America). In generale questi sarebbero i punti chiave di questa paranoia ideologica, e non ci sarebbe da stupirsi tanto per i suoi effetti secondari, e per il disagio che infonderebbe agli altri. Cos'è la paranoia? La paranoia è quando la tua mente rende realistico ciò che è impossibile ed assurdo, rendendolo irreale, folle: una realtà parallela che non dovrebbe esistere e che, invece, non solo esiste, ma è vivente, dentro chiunque la viva come vera. Può arrivare a dominare la vita, a mascherarsi da “esistenza”, e diffondersi con chiunque le creda. La sua eliminazione può portare grande beneficio in cui non vi ha mai creduto, ma desolazione in chi vi ha riposto la propria vita. Così fu la paranoia, così fu l'ideologia. E così fu in questa guerra, eternamente “fredda”, diplomatica e sempre sul filo del rasoio, o meglio di una spada, come quella di Damocle, pronta ad uccidere il malcapitato. Scena 7 Gli anni cinquanta furono per l’Europa il rilancio delle proprie economie locali, grazie agli ingenti investimenti del piano Marshall e alle sovvenzioni per la ricostruzione delle città distrutte dai bombardamenti locali. In Francia, a simbolo della reinassance, divenne celebre la canzone cantata dall’usignolo di Parigi, Edith Piaf, “La vie en rose”: il simbolo della Reinassance era una via arricchita di petali di rosa; il simbolo della nuova età dell’oro. In Italia la rinascita fu specialmente nel boom economico, un prorompente termine giornalistico (in questo


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periodo i media erano stati creatori di diversi termini ancora oggi presenti nell’immaginario collettivo, quale l’omonimo termine di questa guerra) che segnalò, come uno sparo di cannone, il riavvio della futura settima potenza mondiale. La ripartenza avvenne sì nella quinta decade del secolo ma ebbe gli albori alla fine degli anni Quaranta, nei primi governi De Gasperi, con le intuizioni economiche di Luigi Einaudi, primo presidente effettivo della Repubblica Italiana (in linea teorica il primo in assoluto sarebbe stato Enrico de Nicola, anche se solo nel periodo della Costituente). Attraverso un programma di riduzione della spesa pubblica, attuato in tre anni, e della ripresa come moneta nazionale della lira, alquanto svalutata dopo la fine del Fascismo a causa delle gravi pressioni durante la parentesi della Quota Novanta con la sterlina inglese, il debito pubblico venne ridotto drasticamente, portando anche ad una pressione fiscale tra le più basse dell’epoca. Si può dire che l’Italia stava affrontando economicamente una sorta di quarta rivoluzione industriale, (si precisa che la terza accadde trent’anni prima, in piena era Giolittiana). Decisiva nella partenza dell’Italia quale nuovo stato della nascente Comunità Europea fu la sua Costituzione: in elaborazione fin dagli albori della votata Repubblica, dopo il ripudio della monarchia sabauda al referendum popolare del giugno 1946 con uno stacco di un milione e mezzo di voti , venne stesa con l’unione di tutti i gruppi partecipanti alle lotte partigiane e alla liberazione nazionale (socialisti, comunisti, cattolici, laici, moderati, liberali) e varata il primo gennaio del 1948 . Tra le più speciali in Europa, aveva il vanto di essere stata al tempo una delle più all’avanguardia e tra le più complete. Ora ha il difetto di essere programmatica in molti suoi articoli, e di essere rigida al punto che eventuali modifiche non possano essere attuate con emendamenti o semplici votazioni; necessita della formazione di una corte costituzionale approvata quasi unanimemente dal Parlamento, per avviare i procedimenti di modifica.


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In tutto l’arco repubblicano ci furono tre tentativi, mai portati completamente a termine. Un’unità di diverse fazioni politiche nella stesura della carta fondamentale della Repubblica poteva apparire per l’epoca (e forse anche oggi) come qualcosa di miracoloso, se si pensa alle diatribe tra i sostenitori della rivoluzione comunista e i sostenitori dello stato borghese liberale, antagonista ai primi. Non c’era questo rischio in quel preciso momento storico, poiché ideologicamente l’Italia, come già affermato, era stata ristorata dal movimento partigiano, nella lotta alla liberazione nazionale, ed era, malgrado tutto, molto attiva nelle sue convinzioni ideologiche. In quel tempo la gente credeva ancora che tutto potesse accadere. Paradossalmente, l’istanza della credenza ideologica non nacque né con i partigiani né con i comunisti, né con i socialisti, bensì con i fascisti. O forse no? Scena 8 La Storia del Fascismo è indissolubilmente legata a quella del suo fondatore, un dittatore capace di tutto, B. Mussolini. Uscito dalla Grande Guerra come volontario, fondò dopo il suo licenziamento dall’Avanti, giornale socialista anti-interventista, il suo giornale, “il Popolo d’Italia”, col quale cominciò a sviluppare i suoi propositi di ordine e comando, e li rese possibili con la formazione dei Fasci italiani di combattimento (1919), sostenuti grazie al sostegno di un popolo uscito dalla guerra con molte vittime, civili e militari, con gravi sconfitte (Caporetto) e con la dannunziana “vittoria mutilata”. Si accaparrò il disagio della popolazione, e lo converse in una marcia, nel 1922, su Roma, disturbata nel frattempo da una continua crisi di governo senza precedenti, con più di sette governi in un quinquennio. L’allora capo di governo, L. Facta, non seppe come comportarsi davanti all’ascesa populista del futuro Duce: col senno di poi, qualora fosse stato scelto alla guida del


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paese piuttosto di L. Facta l’ottuagenario Giolitti, sarebbe stato adottato per questo fenomeno la scelta dello stato d’assedio, e l’uso della forza militare contro i fascisti. Era una previsione per l’epoca molto rischiosa, perché non si sapeva se in fondo la Marcia potesse sfociare o con la totale resa incondizionata e la fuga di Mussolini in Svizzera (il biografo Renzo de Felice scoprì che effettivamente Mussolini sarebbe scappato qualora fossero state impiegate le forze armate), o con l’inizio di una guerra civile, tra militari e fascisti, e popolani divisi chi dall’una e chi dall’altra parte. Non volendo rischiare, fu lasciato tutto al re Vittorio Emanuele II, il quale diede a Mussolini l’incarico di istituire un governo. E da lì avvenne tutto, anche l'impensabile. Dai brogli elettorali del “Listone” (le due cartelle, quella tricolore per il PNF e quella bianca per l’opposizione) all’eliminazione dell’opposizione, subito dopo quella fisica di Matteotti (sempre Renzo de Felice sull’accaduto parla di un omicidio non premeditato, ma casuale: Matteotti, il deputato socialista rapito dalla milizia nel 1924 e trovato morto poco dopo, non doveva essere ucciso, ma solo sequestrato, per intimidire il suo partito. Un omicidio, anzi, sarebbe stato gravoso...), fino alla proclamazione delle leggi fascistissime nel 1925-1926, con l'ottenimento di maggiori poteri e maggior controllo direzionale. Mussolini fu per l’Italia un momento in cui l’ideologia (fascista) dava oltre alla violenza anche l’ordine. Era una dittatura, prima non esplicita (le sue prime manovre di dominio e di potere vennero compiute sempre all'interno degli apparati liberali, senza mai scivolare in veri e propri atti totalitari...), poi effettiva (...poi arrivarono i veri colpi di stato); eppure pur sempre “accettata” dagli altri governi europei e americani: il grande controllo statale e la diffusione di istituzioni di prevenzione e di sostegno economico (IRIF, IMPSF, IMIF) resero l'Italia di Mussolini una delle miglior all'epoca, ottenendo addirittura il primato di essere una delle prime forme al mondo di stato sociale, tanto da essere seguita dagli Stati Uniti col “New Deal” e la nascita del “Welfare state” .


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La creazione di una figura forte, di uno Stato blindato, di una macchina delle vite di una nazione dava pur sempre una forma di sicurezza e di protezione che l’Italia reclamava dopo la fine della Guerra: in quel ventennio diversi intellettuali e scrittori aderirono al “Manifesto degli intellettuali fascisti”, come G. Ungaretti, C. E. Gadda e L. Pirandello, pur avendo idee del tutto estranee alla linea di partito. Quello spirito ideologico presente fin dagli albori della Guerra Fredda, poi esploso del tutto con il Sessantotto e con le manifestazioni universitarie e sociali, per l’Italia provenne dalla certezza che l’ideologia potesse, rendendosi reale, garantire quel mondo teorizzato, utopico, in cui ognuno poteva realizzarsi, essere qualcuno e valere. Nel fascismo si diventata fascista fin dall'infanzia: un ragazzo fin dalle elementari era obbligato ad entrare nei Giovani Balilla, per passare poi ai circoli fascisti nell’adolescenza, arrivando al tesseramento, anche questo obbligatorio. Per quanto fosse tutto legato all’obbedienza e al vincolo dittatoriale, questo senso di appartenenza a qualcosa, all’ideologia in questo caso, per gli italiani dava garanzia di un futuro, e il prezzo da pagare era l’accettazione ad essa, e a tutto ciò che comportava. Eppure se si credeva nel Fascismo, dopo, nella nascente Repubblica non era più pensabile credervici: a vincere sono stati gli antifascisti, non i fascisti. Fin dalla proclamazione dello Stato Fascista, nel suo lungo itinerario burocratico e legislativo, si stava sviluppando una forza nemica ad essa, contraria alla privazione delle libertà di pensiero, di espressione politica e di opposizione alla violenza imperante e all’oppressione delle leggi sulla popolazione più indifesa. Tra i primi oppositori diretti furono i socialisti dell’omonimo partito, assieme ai comunisti, i quali non poterono sfidare alle elezioni il Partito a causa dei brogli e soprattutto della scarsa presenza politica. Fuori dai partiti ci furono anche individui che credevano in qualcosa che poteva essere altro all'infuori del Fascismo, qualcosa che sapeva di democrazia, di repubblica: per questi c'era o il confino (esilio forzato in qualche zona


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sperduta dell’Italia, come la Calabria o la Basilicata, meta di prigionia per gli scrittori C. Pavese e C. Levi ) o i lavori forzati , o addirittura l’isolamento , come accadde al fragile A. Gramsci , paradossalmente uno dei pochi che, all'interno del PCI, sottovalutò la potenza di fuoco degli atti di Mussolini , e che in questi trovò la morte (rilasciato prima per ragioni di salute, morì poco dopo per le gravi condizioni riportante nella sua prigionia; o almeno così recitano le voci ufficiali ). In alcuni casi, certe personalità non potevano davvero convivere con il Partito, né tanto meno vivere: molti di loro o vennero trucidati da alcune milizie in accordo con i servizi segreti, come fu per il caso dei fratelli Rosselli a Parigi, o bastonati a morte, senza pietà, come per il giovanissimo editore degli “Ossi di Seppia” del poeta E. Montale, P. Gobetti , in Francia. Scena 9 Così, con l’entrata in guerra, le continue sconfitte, il crollo dello stato fascista, l’arresto da parte del Re nel luglio del 1943 a Mussolini, la svolta nei governi Badoglio paralleli a quelli Mussolini nella “Repubblica di Salò” (coadiuvata da giovani repubblichini, come i viventi G. Albertazzi e D. Fo , idealisti e legati all’idea di unità nazionale, solo negli anni Novanta vennero riconsiderati come “patrioti” in un discorso di L. Violante ), la sua fine e la fucilazione all’ex Duce, tutto finisce. L’Italia è libera, e da una parte si ha l’ideologia fascista crollata e vincitrice quella antifascista. Perché questi amori per le ideologie? Chissà. Si amava l’ideologia fascista per la garanzia di essere italiani sotto uno Stato unito e forte, capace e sicuro di sé davanti all’Europa e all’America, che nel frattempo non risparmiava abusi sugli immigrati meridionali e settentrionali nel tentare di riuscire nel “Sogno Americano”. Era un amore dettato dal desiderio di un riscatto, cercato e voluto da intere generazioni. Ma si amava anche l’ideologia antifascista per evitare che il fascismo distruggesse tutto il lavoro, tutta la fatica di umanisti, intellettuali, moderati, statisti, scrittori, poeti contrari alla


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violenza, alla guerra, al male e all’oppressione. Era un amore scelto per combattere contro uno stato bestiale e contro le restrizioni apportate a decenni di conquiste nel diritto e nella sovranità nazionale, un amore per uno stato migliore. Ora gli antifascisti avevano l’opportunità di ricreare la nazione, di non ricadere più nel baratro del Fascismo e di poter contare sulla propria ideologia. Ciò determinerà l’importanza dei partiti ideologici, e non nazionali, nel secondo dopoguerra: si creeranno due partiti centrali, che decideranno, nelle loro varie linee di pensiero vigenti, l’identità del cittadino italiano.


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Scena 1 Il mondo, tra il 1957 e il 1959, ebbe un grande sussulto quando salì al potere del Partito, dopo la morte del dittatore J. Stalin, malato da tempo, il riformista N. Krusciov, esponente moderato: in un mondo ormai saturo di battaglie ideologiche, di caccie alle streghe e di discriminazioni e blocchi, era venuto il momento di fermare questa escalation di pazzie. Durante una conferenza del PCUS, lo stesso segretario generale propose di de-stalinizzare l’intero apparato comunista, e di dissociare l’intento del socialismo reale dall’immagine del fu Padre della Patria, ora criminale vero e proprio, forse peggiore dei prigionieri nei gulag, dei fucilati a morte e dei condannati per tradimento. In quegli anni un folto numero di intellettuali in tutta Europa decise di estraniarsi dai diversi partiti comunisti a causa dello scandalo mondiale riguardante l’esistenza di questi campi di concentramento e di lavoro in Siberia, successivamente denunciato da grandi scrittori in altrettante grandi opere letterarie, come il già citato “Arcipelago Gulag”. Non tutti avranno il coraggio di abbandonare le file del partito: alcuni rimarranno ignorando addirittura le atrocità messe in atto. Fin dagli inizi degli anni Cinquanta gli intellettuali di sinistra venivano fatti soggiornare in Russia per brevi periodi, con guide e viaggi all’interno degli impianti industriali, delle scuole e delle istituzioni migliori, per propagandare fieramente la grandezza dell’URSS e nello stesso momento sminuire le voci reali su presunti disagi ed eccessi di potere sulla popolazione in fatto di lavoro (il mito di Stakanov non reggeva più da molti anni!), di istruzione (la censura era ai massimi livelli, arrivando a far esiliare vita natural durante tutti gli scrittori eterodossi alle linee del Partito) e di burocrazia (co-


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loro i quali erano all’interno del sistema avevano benefici di gran lunga superiore a qualsiasi “cittadino”, grazie alla crescente corruzione). Oltre alla disillusione si intravedeva anche l’accensione dei fuochi in Ungheria, quando la popolazione intraprese diversi colpi di stato per allontanare le influenze comuniste dai governi eletti. Scoppiata la rivoluzione, la Russia non esitò a usare l’esercito, portando questa rivoluzione ad una risoluzione abbastanza prevedibile: il governo venne restaurato, sotto la falce e il martello del PCUS. Il fatto, per quanto taciuto dal Cominform, venne fatto diffondere in Europa per mezzo di espedienti fortunati: un esempio fu la corrispondenza segreta epistolare tra il giornalista fiorentino I. Montanelli e un ungherese. Chiaramente opere discriminatorie su tali eventi venivano tacciate dai critici del Partito comunista italiano, oppure fatte ritardare, come accadde per la pubblicazione del libro di Solzenicyn. Un altro fatto importante fu la divisione interna di quest'ultimo partito, tra comunisti marxisti e socialisti riformisti, in contemporanea con la Germania Ovest, dove l’SPD rigettava la radice marxista della rivoluzione, solo che in questo caso venne compiuta la divisione per concentrarsi maggiormente nei riguardi degli accordi sindacali tra operai e datori di lavoro. Scena 2 Nel partito Socialista Italiano, nel frattempo, con la dissociazione diretta ai fatti di Mosca, venne presa la decisione di sganciarsi dal PCI, nonostante ciò comportasse assumersi dei grandi rischi, come la mancanza di fondi e il sostegno da parte del PCUS e dei quotidiani nazionali come l’Unità. L’allora segretario di partito P. Nenni, premiato cinque anni prima da Stalin per il contributo alla formazione nel dopoguerra del partito, chiese aiuto ad uno dei più illuminati ingegneri ed industriali dell’Italia del miracolo economico, A. Olivetti, proprietario della celebre azienda di macchine da scrivere.


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Egli era interessato molto alla modernizzazione del ruolo operaio e della realtà sociale italiana, tanto da avviare diversi progetti per la costruzione di nuovi ambienti di lavoro, più familiari, con mense aziendali, asili nido per le madri, e programmare e distribuire eventuali sostegni economici per le famiglie. La sua attenzione alla questione sociale corrispose alle esigenze dei socialisti alla promulgazione di alcune riforme sul lavoro. Accettò l’incarico di finanziere segreto. Era illegale da parte di privati il finanziamento dei partiti per via del conflitto d’interessi che vi potrebbe scaturire. Malgrado questo, i partiti venivano finanziati continuamente, anche da parte di contribuenti esteri: la Democrazia Cristiana veniva finanziata oltre che dalla parte cattolica del Vaticano anche dai sindacati americani; il PCI dal PCUS e dai piccoli proventi dell’attività giornalistica dell’Unità. Ma entrambe, tralasciando in questo momento la propria ideologia, dalla SIPRA, l’ente pubblicitario depositario dei guadagni delle trasmissioni televisive della RAI. In Italia esisteva, al principio, il Programma Nazionale, RAI 1, patrocinato dalla DC; qualche anno dopo nacque RAI 2, del partito Socialista, e anni dopo, per finire, RAI 3, del partito Comunista, però utilizzato prettamente per l’informazione regionale, come tutt’oggi. Tutti e tre erano finanziatori dei partiti grazie ai guadagni ricavati da programmi come “Carosello”, proprio grazie alla SIPRA. Ma questo è solo uno dei tanti giochi di potere presente nella realtà italiana. Se prima si parlava di divisioni di potere per motivi ideologici, ora, come se si dovesse discutere dell'infanzia, si tratta di giochi, sempre di potere, ma veri e propri divertissment nei confronti degli idealisti e degli elettori in generale. Tra gli anni Settanta e Ottanta, quando tutte le televisioni d’Europa stavano passando dal B/N al colore, con gli sviluppi tecnologici del tubo catodico, i partiti obbligarono la messa in onda con tale formato per motivi futilmente morali: c'erano personalità politiche che erano arrivare ad inneggiare addirittura alla corruzione del colore verso il buoncostume; il risultato è un forte ritardo, di un decennio,


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nell’uso del nuovo formato, nel mentre già attivo in Francia, Germania ed Inghilterra. Fino alla nascita di Mediaset vigeva in Italia il monopolio esclusivo delle reti nazionali alla RAI. Solo durante i governi di Craxi il monopolio venne messo in discussione, con il varo del decreto Berlusconi, nel 1985, e della legge Mammì, nel 1990; in realtà tale politica diede un prezioso contributo alla compravendita a prezzi stracciati di diverse reti commerciali (come fece la Fininvest di S. Berlusconi), ora con un maggiore spazio di ricezione e di diffusione. Scena 3 Tornando negli anni Sessanta, al tempo fece scalpore il tentativo di De Gasperi di far approvare una riforma elettorale, considerata dall’opposizione come “legge truffa” (cit. “La giornata di uno scrutatore” di I. Calvino): il partito vincitore delle elezioni, con il 50 % dei voti più uno, avrebbe ottenuto in Parlamento oltre il 65 % dei seggi, come ulteriore premio di maggioranza. L’idea minava certamente il senso stesso di democrazia bipolare (maggioranza ed opposizione), ma garantiva sicuramente maggiore sostegno alla “stabilità precaria” degli esili governi storici. Nel frattempo, con la prematura morte dell’ingegnere Olivetti, la politica italiana si trovava ad affrontare le pressioni americane nell’informatica, impedendo alla Olivetti di poter essere competitiva con l’evoluzione progressiva del modo di intendere “scrittura”: l’arrivo delle telescriventi e dei sistemi di videoscrittura, a inizi anni Settanta, resero obsoleta la macchina olivettiana. La fine del periodo aureo della Olivetti coinciderà con la fine del sostegno economico nei confronti dei socialisti, ma l'inizio di un grande vizio, forse unico nel panorama internazionale: la pianificazione di un piano di sostegno economico industriale italiano, per mantenere attive alcune importanti attività nazionali ora sull'orlo del fallimento. Per quanto possa sembrare un piano geniale, invece è solo un tentativo di mascherare, cercando di accaparrarsi i danni prodotti, l'incapacità degli esecutivi


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nel mantenimento e nella pubblicità dell'industria nazionale. Il caso della Motta è esemplare: produttrice di dolci stagionali, deteneva un grande fatturato; quando il governo approvò l’articolo 18, obbligando i datori di lavoro alla stipulazione di un contratto a tempo indeterminato (ovvero il mantenimento degli impiegati stagionali per tutto l’anno); non potendo vendere fuori stagione, l’azienda si è ritrovata priva di buone entrate, e sempre più indebitata. In poco tempo arrivò alla bancarotta, e venne commissariata e messa dentro il piano di sostegno economico. Un ottimo piano, davvero. Comunque, tra divisioni e giochi, effettivamente qualcosa stava accadendo, non solo in Italia, o in generale in Europa, ora in fermento per il crollo dell’immagine Staliniana, prima incrinatura nell’ideologia fantastica del socialismo. Non era nemmeno in America, la quale si ritrovò alla guida di una guerra assurda un giovane cattolico facoltoso dalle grandi speranze. C'era un caos, quasi globale, che si diffuse a macchia d’olio, fino a raggiungere l’Asia, l’Arabia, il Centro America. Dal 1959 fino al 1963 entrerà negli occhi di una generazione l’immagine di un ex-medico di origini argentine, divenuto sostegno militare e ideologico della Revolucion, il quale diede un decisivo contributo alle sorti di un paese centrale nella posteriore crisi internazionale. Negli anni Sessanta l’intera Asia Minore sarà riversata di stragi, omicidi politici e guerre brevi, tra le fazioni più controverse degli ultimi cinquant’anni, in concomitanza con le ribellioni dei popoli conquistati e colonizzati, ora in cerca di una patria. Scena 4 “Hasta la revolucion siempre”, gridarono i comunisti cubani. Questo urlo di ribellione fu il titolo dell’anno, nonché l’effige del Capodanno 1959, quando le truppe di F. Castro entrarono all’Havana dopo la fuga repentina del presidente filo-americano F. Battista, dopo aver passato


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mesi a cercare invano di impedire l’avanzata inesorabile dei ribelli castristi. Fu un momento storico, che segnò il tono della successiva decade; molti cuori si erano accesi per quello straordinario evento, un'intera generazione stava assistendo via radio e via televisione (per chi al tempo poteva permettersela) al trionfo del combattente Che Guevara, simbolo del comunismo trionfante sul capitalismo borghese. La storia della rivoluzione cubana aveva diversi antecedenti storici: tra i primi il già citato regime filo-occidentale, dedito alla speculazione industriale e commerciale delle rotte navali e della produzione nazionale, ove anche i malavitosi vi potevano rimpinguare le proprie finanze, con investimenti sull’intrattenimento e sul gioco d'azzardo (si ricordi il film “Il padrino Parte II”, quando uno degli antagonisti principali della pellicola, il ricchissimo affarista Hyman Roth, celebra l’apertura del governo di Battista ai loro interessi imprenditoriali e alle loro idee di “sviluppo”). Non fu la sola economia capitalistica ad essere stata il movente contro cui scagliare la rivoluzione. Da decenni il paese era manovrato, oltre dai regimi interni, anche dalle manovre esterne dell’imperialismo degli Stati Uniti, il quale voleva rinforzare, con un controllo navale, le acque dei Caraibi da eventuali approdi nemici (nazisti o sovietici). Non era di conseguenza un popolo artefice del proprio destino, del proprio cammino ideologico e politico, ma suddito di altrui potenze “sfruttatrici” (la mente di questi oppositori anti-dittatoriali era sempre cieca agli effettivi benefici di tali regimi, come l'industrializzazione e l'aumento dell'occupazione lavorativa e delle condizioni igienico-sanitarie-scolastiche). Cuba doveva essere liberata, attraverso la tanto proclamata rivoluzione, non più operaia come quella del febbraio 1917 nella decadente Russia zarista, ma ribelle, nel 1959. Fu un tale successo la rivoluzione da diventare simbolo delle lotte che da lì a poco avrebbero infiammato le città europee; complici furono anche grazie le comparte-


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cipazioni di diversi intellettuali dell’epoca come il francese J.P. Sartre, il quale intervistò, assieme alla compagna S. de Beauvoir, E. Che Guevara, detto “El Comandante”, oramai celebrato dei circoli di sinistra come il prosecutore dell’internazionalizzazione di L. Trovsky. Infatti questi continuò a perpetrare la sua idea di rivoluzione fino alla fine, penetrando all’interno delle Americhe, fino al cuore delle tribù sudamericane, aiutato a volte da volontari e da contadini. E lì trovo la morte, in Bolivia.

Scena 5 Tutto questo fu un sogno, un’illusione. Il regime falsamente democratico di Battista venne cambiato con uno per nulla democratico, ovvero quello di Castro, fino a qualche anno fa indiscusso Presidente, mai sostituito se non dopo cinquantanni, dal fratello; F. Castro diede sì vita ad un ottimo sistema sanitario civile ma bloccò freddamente tutte le opposizioni, nazionalizzò tutte le aziende private americane installando diverse cooperative, e creò malcontento sociale a causa della povertà dilagante per effetto dell’embargo americano, il quale non riconobbe mai la sua sovranità. Ad aggiungere altro disagio alla situazione ci pensò il conflitto sventato nel 1961, quando il governo di J. F. Kennedy appoggiò uno sbarco nella Baia dei Porci di dissidenti pronti alla controrivoluzione; fallito questo colpo di stato, Cuba si avvicinò sempre di più all’URSS, accettando la proposta di costruire diversi missili balistici nella costa cubana, puntati sull’America. Da questa scelta scoppiò la crisi di Cuba, unico caso nella Storia in cui il DEFCOM (livello di allerta nazionale e di mobilitazione del sistema di difesa) raggiunse il grado 2, su una scala crescente dall’innocuo 5 al fatale 1, corrispondente alla fine del mondo.


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Fortunatamente, un anno dopo (aprile 1961- ottobre 1962), la crisi, considerata come uno dei momenti più vicini al passo da Guerra “fredda” a “calda”, ovvero alla tanto temuta “Terza Guerra Mondiale”, si concluse con un accordo diplomatico tra Kennedy e Krusciov. Gli effetti della liberazione di Cuba furono all’epoca i più vistosi, ma non necessariamente gli unici, dato che nel frattempo diverse nazioni africane e sudamericane si stavano mobilitando per favorire la propria liberazione e la propria indipendenza dalla secolare colonizzazione vittoriana. Per oltre un secolo diversi stati furono allineati dalle politiche dei grandi Imperi coloniali quali Spagna, Francia, Belgio, Inghilterra e Germania, attraverso governi dipendenti dalla capitale e politiche economiche di sfruttamento delle risorse locali (le piantagioni di tè indiane o di cotone nelle pianure cinesi furono alcune delle merci più vendute). Gli Stati Uniti non vennero mai considerati come potenza colonizzatrice, per la natura implicita del loro imperialismo: un tipo di colonizzazione non politica, perché era basata solo sul controllo di alcune risorse economiche locali (petrolio in Arabia ad esempio), per mezzo di consorzi industriali mai toccati da governi, i quali, per proteggere l'attività loro, venivano comprati “a tavolino”, come quello dello Scià in Iran. Altri casi storici di indipendenza erano quella reclamata ad esempio dalla contemporanea Algeria, patria del romanziere A. Camus, il quale fu attivo sulla questione fino alla sua prematura morte; per la Francia fu una sorta di “Cuba”, seppur priva di ribelli carismatici, e solo dopo una lunga guerra le venne concessa la libertà politica. Anche la Libia si stava ribellando, e molte altre, ma nonostante molte di queste riusciranno ad ottenerla, saranno destinare ad incorrere a gravi problemi di stabilità, essendo a digiuno di interessi prettamente democratici e di idee nazionalistiche “risorgimentali”, come invece ne ebbero gli Stati europei durante il periodo post-Restaurazione. Per raggiungere la sua stabilità democratica l'Europa dovette affrontare secoli di tragedie, complotti, guerre, fino ad arrivare ad accettare la scelta democratica, tra


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l'altro instabile e particolarmente problematica da gestire; questi paesi non sapevano come affrontare la necessità di riunirsi tutti allo stesso tavolo, quando, come in Libia, molti di questi erano legati, più che allo Stato, alla propria tribù originaria. Pochi erano stati i casi di liberazione che avevano portato ad un regime nazionalista: la Cina di Mao si era liberata dal suo millenario Impero con una monumentale marcia dei contadini, all'insegna di un'unione sotto lo spirito di una nazione cinese, di una repubblica cinese; come per Cuba, finirà in una dittatura molto chiusa alle istanze sovietiche e alle aperture commerciali, paventando sola povertà dilagante, fino agli anni Novanta, quando l’alleggerimento ideologico di D. Siao Ping sulle idee anti-capitalistiche porterà ad un notevole incremento dell'economia nazionale, fino a raggiungere i primi posti nella classifica dei più alti PIL del mondo. Un altro esempio era il Vietnam, completamente devastato dalla guerra decennale in cui si vedeva l’America e la Russia come giocatori in questa macabra scacchiera fatta di torture brutali, assassini nella notte, bombardamenti di napalm nelle città, nei villaggi e nelle risaie; uno dei motivi che spinse alla guerra aperta e all'indipendenza fu la decisione di seguire, come Che Guevara, l’idea dell’internazionalizzazione, e quindi di occupare e conquistare altri territori. Fu la miccia di quella che si potrebbe considerare come la più gravosa non tanto per il Vietnam, ma per l’America. Scena 6 La questione democratica è sempre stata un nodo particolarmente difficile per le popolazioni decolonizzate: alla base di un dialogo e di una diplomazia democratica ci dovrebbe essere la coesistenza pacifica (ma non passiva, anzi, attiva da parte delle minoranze, per dar voce alle loro problematiche) e la libertà, sia economica, sia politica, sia ideologica, nel riconoscere tutte le parti quali elementi di unità di un insieme collettivo. Tutto ciò


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dovrebbe essere fuori da ogni conflitto fisico, fuori da ogni crisi civile o malcontento insabbiato. C’è da ammettere che in quell’epoca pretendere una libertà economica quasi globale era quasi utopico, laddove c'era un effettivo impedimento, sia per volontà americana, sia per volontà sovietica, nel condividere e commercializzare prodotti tra le parti (dato che non si volle seguire lo stile americano della resa commerciale dei mezzi ex-bellici, quasi sempre altamente sofisticati e all’avanguardia, l'URSS obbligò la popolazione a convivere con ruderi meccanici di infida qualità, sia negli “elettrodomestici”, sia nelle “autovetture”). Sempre nell'ambito della libertà, una sua mancanza totale si poteva intravvedere nel centro Africa, ove la maggior parte degli stati si basavano sull’assenza di qualsiasi forma di dialogo, con la preferenza alla caccia alle tribù; erano in guerra tra di loro, per il potere, e continuavano a progettarsi tra di loro congiure e sabotaggi, con l'effetto collaterale di compiere stragi di civili. I pochi governi africani in carica godevano invece di un’altissima corruzione interna e del beneficio di non essere allineate con nessuna delle due superpotenze; erano libere sia nella politica sia nel denaro, ma non ne erano così finanziate. O per lo meno non esplicitamente: alcune si facevano finanziare segretamente dall’America, pur di evitare l’avanzata del comunismo in Africa, impedendo la comparsa di altre “Cuba”, e altre dall'URSS, per bloccare l'imperialismo americano; si parlava di dittature comandate da veri e propri psicopatici assassini, architetti di eccidi e massacri violentissimi, mai puniti perché protetti segretamente dalle nazioni più potenti del mondo. Oltre a questi baluardi strategici ci furono casi in cui l'unica opzione concessa era quella dello scontro diretto, pur di impedire la diffusione del comunismo. Durante la presidenza del democratico Kennedy, mentre in patria si tentava di aprire le porte alle minoranze afroamericana, sostenuta da padre M. L. King, fino ad allora malviste nelle elezioni e in particolare in tutte le istituzioni (scuola, università, uffici amministrativi, e persino il ci-


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nema), si cercava anche di aprire il fuoco contro l'avanzata dei Vietcong nelle altre nazioni dell'Indocina; finì solo durante la presidenza Nixon, con l’aiuto dell’allora ministro H. Kissinger. Era difficile cercare una via diplomatica quando, segretamente, si andava a cercare nuove tecnologie puntate al controllo ossessivo della parte avversaria. Anni dopo, oltre alla guerra fisica, in battaglia, nacque quella “virtuale”, grazie all’avvento dei sistemi informatici, come ARPAnet, progettato negli anni Sessanta per unire a livello di telecomunicazione tutti gli Stati Uniti; all’inizio fu per scopi militari, ma col passare degli anni poté essere adottato anche per scopi didattici e universitari. Tale sistema, nato prettamente per il controllo di eventuali cospirazioni e trasmissioni di messaggi nemici, venne ulteriormente arricchito, portando nel 1983 alla nascita di Internet, ancora prettamente ipertestuale e molto complesso, poco fruibile ai nuovi consumatori dei personal computer, anche questi nati dai giganteschi complessi informatici della Difesa. Fu necessario aspettare all’incirca dieci anni prima che al CERN venisse progettato un sistema di comunicazione ipertestuale più semplice e allo stesso tempo più veloce del predecessore: il WEB. La guerra “virtuale” per l’URSS fu un grosso deficit che non riuscì mai ad arginare, per quanto fosse stata la prima a lanciare nello spazio un satellite artificiale (lo Sputnik, nel 1957); a questo si seguì la sempre più grande difficoltà a sostenere la corsa agli armamenti nucleari, anche questo iniziato sotto una prospettiva molto ottimista con la creazione della bomba Zar, e l'incapacità a sostenere il sistema burocratico e politico, quasi un parassita nella loro florida economia sfruttatrice. Eppure, davanti alla loro sete di controllo e di dominio sul mondo, mentre si combattevano, nel luogo dove la civiltà nacque stava per essere partorita una barbarie.


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Scena 7 Quello che si sta per trattare è un argomento estremamente attuale, delicato e dalla interpretazione molto controversa. È molto difficile determinare motivi e scelte causali di questo conflitto tutt'ora attivo, data non solo la sua continuità ma anche le varie ambiguità e le molteplici componenti che l'alimentano. Prima di iniziare sarebbe doveroso fare un passo indietro, fino al termine della Grande Guerra. Da oltre mezzo millennio, nella zona della Mezzaluna fertile e nella penisola anatolica, il governo era dell’Imperatore, dello Scià, volto a controllare tutte le comunità religiose islamiche che coabitavano il colossale Impero Turco-Ottomanno (sciiti, sunniti, cristiani copti), secoli prima in conflitto religioso, quasi insanabile. Gli eventi della Prima guerra mondiale portarono allo sfacelo tutto l’organismo governativo, lasciando gli stati sganciatisi dall’ex impero facili prede delle altre nazioni, speculatrici delle loro risorse. Nel frattempo, dove l’islamismo perse la sua realizzazione politica, l’ebraismo trovava invece sempre più fortuna nella sua speranza politica della creazione di uno Stato d'Israele, prospettiva nata pochi decenni prima ma in realtà desiderata fin dai tempi della diaspora dell’imperatore Tito, nel I-II secolo D.C. Il mondo ebraico dovrà aspettare fino al 1947, due anni dopo la fine dell’Olocausto, per riuscire a raggiungere l’obbiettivo tanto agognato, perpetuato da un movimento attivo dalla fine dell’Ottocento, ovvero il sionismo. Dopo la guerra il movimento riteneva che gli ebrei avessero bisogno di un proprio Stato, dove poter vivere in pace e sicurezza, lontano dai pregiudizi e dalle false accuse antisemite. Anche se da vent’anni vi era nella Palestina un’immigrazione ebraica vastissima, che già comportò diversi scontri con la presente popolazione araba, solo proprio alla fine del secondo conflitto mondiale venne deciso da parte delle Nazioni Unite la creazione dello Stato d'Israele. Nulla fu fatto per conciliare le due popolazioni, e nel 1947 venne definitivamente concesso al popolo ebraico


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il suo stato, diviso in modo da far convivere teoricamente le due etnie avverse. Teoricamente, perché l’anno dopo Siria, Egitto e Iraq dichiararono apertamente guerra al neo-stato d’Israele; fu la prima delle innumerevoli guerre territoriali che vedevano da una parte Israele, sostenuta dagli Stati Uniti e dall’ONU, e dall’altra la Palestina, patrocinata dagli stati della futura Lega Araba, nonché futura protagonista del successivo embargo petrolifero di inizi anni Settanta. Sulla questione ancora oggi non si riesce a trovare prove sufficienti per schierarsi totalmente contro o a favore di una delle due popolazioni: si ha davanti due popoli entrambi legati alla propria terra, per certi versi innamorati della propria discendenza e della tradizione secolare che li rapporta a quella breve striscia di terra (si legga il libro dell'Esodo); hanno diritto a vivere in quel territorio, chi per questioni storiche e politiche innegabili, chi per semplice tradizione (tra la diaspora e la rinascita sono passati quasi due millenni, un tempo più che sufficiente per radicare tradizioni e popoli). Israele non poteva vivere fuori dal suo Stato, e le popolazioni arabe della Palestina non potevano a loro volta trovare un’altra terra in cui vivere; essendo completamente diversi, la tolleranza tra le due religioni e i due modi di vivere, per quanto possa sembrare banale, non era possibile, non con tutte le guerre successive. Dal 1952 al 1978 si succedettero oltre quattro guerre: Guerra arabo-israelita del 1948; la crisi del Suez del 1956; la Guerra dei sei giorni del 1967 e la guerra del Kippur del 1973. La prima, già citata, fu l’inizio della divisione mondiale tra le due culture, occidentale cristiana-ebraica e mussulmana araba, con al centro la sua Berlino, Gerusalemme, sede di tre religioni: la moschea mussulmana, il tempio ebraico e il sepolcro cristiano. La seconda iniziò con la nazionalizzazione del canale navale britannico da parte dell’Egitto e con l’occupazione da parte delle forze israelite della penisola del Sinai. Francia ed Inghilterra erano sul punto di iniziare una battaglia che avrebbe devastato il precario equilibro dell’Asia Minore; furono bloccate per volere inedito


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dalle minacce sia dell’URSS sia degli USA, al timore che la guerra potesse peggiorare le diplomazie maggiori. La maggior parte dei profughi della guerra furono ospitati dall’allora scià del Libano, il quale se ne pentì a causa dei conflitti di potere che si erano instaurati con l’ospitalità di quest’ultimi, che destabilizzarono il potere. La terza, la “Guerra dei sei giorni”, portò all’ennesima rivolta contro le nazioni limitrofe, nel frattempo sempre più interessate ad ammassare truppe a ridosso dei confini; venne fatto un attacco preventivo, al comando di Y. Rabin e M. Dayan, allora rispettivamente capo di Stato Maggiore e ministro della Difesa; la strategia miracolosamente funzionò, portando allo sbaraglio gli altri eserciti e conquistando la Cisgiordania, la parte orientale di Gerusalemme, il Sinai, il Golan, la Striscia di Gaza (diventata indipendente dalla prima guerra araboisraelita) e altri terreni. Fu l’unica guerra in cui Israele riuscì ad accaparrarsi più di quanto gli fosse stato possibile. La quarta, del 1973, nacque dall’attacco a sorpresa dell'Egitto e della Siria, nel giorno sacro dello Yom Kippur, e si concluse con l’insperata ripresa dell’esercito israeliano contro gli occupanti, dapprima prossimi alla vittoria; cinque anni dopo a Camp David lo stato d'Israele decise di restituirgli la Penisola del Sinai, a patto che l’Egitto riconoscesse lo Stato e s’impegnasse a future relazioni diplomatiche tra questi. Scena 8 Tutto questo non portò ad alcun miglioramento. Non ci fu solo la guerra a creare disagio e terrore per gli israeliti: un anno prima dell’accensione della quarta guerra arabo-israelita, un gruppo di terroristi arabi entrarono segretamente nei palazzi del Villaggio Olimpico di Monaco di Baviera (Munich 1972) per rapire i rappresentanti olimpici dello Stato d’Israele, tutti giovani atleti, tra i quali ci furono alcuni che persero la vita nel tentativo di scappare o di rivoltarsi contro i rapitori. Finì in tragedia: per quanto le forze dell’ordine arrivarono ad offrire


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ai terroristi alcuni elicotteri di fuga, preferirono uccidere a sangue freddo tutti gli atleti, e poi farli saltare in aria con delle granate lanciate dentro gli abitacoli degli elicotteri. Fu un tale shock per la nazione che, quasi per vendetta, il primo ministro G. Meir promosse una squadra di agenti segreti assassini la cui unica missione era l’uccisione semi-terroristica dei mandanti di quell'organizzazione, “Settembre Nero”. Gli eventi vennero raccontati al cinema nel 2005, per la regia di S. Spielberg, “Munich”, in cui si sottolineò, col senno di poi, l’inutilità di quegli omicidi, i quali comportarono a concatenazioni di cause-effetto tra una loro azione terroristica e una filopalestinese: dopo la morte di uno dei membri dell'organizzazione, un aereo veniva dirottato, oppure un ufficio postale o un'ambasciata veniva fatta esplodere da delle bombe-carta. In effetti era una strategia tipica negli ambienti terroristici, non solo arabi o di qualsiasi altra etnia; anche in Italia la “moda bombarola” era arrivata, con le Brigate Rosse e gli anonimi terroristi della Banca Nazionale dell’Agricoltura (Piazza Fontana, 1968) e della Stazione di Bologna (Bologna, 1980). Tornando però al movimento sionista, ci sarebbe da sottolineare per l'appunto il motivo che avrebbe portato alla sua nascita, in particolare proprio nell'Ottocento. Theodor Herzì, nome tutelare di questo movimento politico, fu al tempo uno dei principali commentatori dell’Affaire Dreyfus, un' epocale polemica scoppiata nel 1894 dall'accusa di tradimento nei confronti dell'omonimo ufficiale francese, di origini ebraiche, e dal suo imprigionamento. Fu un momento storico per la Francia dell’epoca, perché da lì riprese vigore un’antica usanza che nemmeno l’Illuminismo di Voltaire era riuscito a mettere a tacere, anzi, lo stesso F.M. Arouet ne divenne quasi un sostenitore al pari degli altri suoi odi religiosi e razziali: l'antisemitismo. Il mondo ebraico fu perseguitato in continuazione da parte del mondo intellettuale più alto, come si può vedere negli scritti di Voltaire, il più illustre tra gli scrittori e filosofi illuministi, e anche da grandi prosatori della letteratura come L.F. Celine, autore sia de “Il viaggio al


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termine della notte”, sia de “Bagatelle per un massacro” (personalità difficile da comprendere e da salvare; in una sola persona albergano sia un eccezionale autore sia il peggiore nazista scientifico...). Pochi furono i casi di ferrea opposizione squisitamente positivista, come nel caso del romanziere E. Zolà, con la celeberrima lettera aperta rivolta al Presidente della Repubblica, lo “J’accuse”, che gli costò poco dopo gli arresti, qualche attentato alla sua dimora e forse la vita stessa (oggi si pensa che tra le cause della sua morte ci possa essere la mano di qualche gruppo politico antisemita). Particolarmente in Francia l’antisemitismo ebbe grande seguito probabilmente per lo spirito nazionalista emergente nel popolo, da sempre fiero della sua nazionalità, e poco aperto ad eventuali legami con altre etnie (e questo rapportato a nemmeno cinquant’anni fa!); una sorta di iper-etnocentrismo pari a quello tedesco, che però fu veicolo delle idee naziste sulla razza e sulla purezza etnica. L'antisemitismo, dalla Francia, si diffuse in tutta l'Europa, creando terreno sempre più fertile per la nascita di movimenti nazionalisti antisemiti, come poi accadde con la salita al potere del partito Nazionalsocialista di A. Hitler. Scena 9 Nonostante le orribili atrocità commesse dall’Olocausto e la promessa da parte del mondo occidentale di non ricadere più della follia antisemita, pareva che l’antisemitismo non fosse finito del tutto. Anche nella cinematografia di genere storico si può notare come un senso di dispregio da parte delle file conservatrici sul mondo ebraico fosse ancora vivente (un esempio è nel film “An Education”, ambientato negli anni Sessanta). Questa nuova forma di antisemitismo raggiunse l'apice un decennio dopo con la reinassance della storiografia negazionista (e non revisionistica, differente dalla prima: se la prima è impegnata alla negazione quasi assoluta dei fatti, l’altra punta ad un approccio meno convenzionale e unanime della lettura dei fatti, tra cui le motivazioni e


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gli effetti), che mise in crisi molti critici dell’antisemitismo e dell’Olocausto. Col tempo l'antisemitismo trovò sempre più motivi di esistenza: se prima era più legato al senso stretto della razza come nelle propagande naziste di Goebbels o dei scrittori negazionisti neo-nazisti (contro i quali lo scrittore P. Levi intraprese una critica aspra, con il saggio “I sommersi e i salvati”, incentrato sull’olocausto e sul perché di quest’atrocità, della quale ne fu vittima, più sommersa che salvata); ora si era implementato nell'idea irreale del predominio ebreo nell’economia e nelle azioni finanziarie e bancarie. La radice di questo movente di odio proverrebbe dal Medioevo, quando i compiti prettamente finanziari ed economici venivano lasciati per la maggior parte a persone non-cristiane, dato che la Chiesa proibiva ai credenti il possesso di ingenti quantità di denaro, considerata “merce del Demonio”; dovevano essere lasciati a persone “senza Dio, senza patria”, quindi ebrei, che, nel passare del tempo, divennero depositari di grandi fortune, gestite con prestiti e concessioni a prezzi oggi considerati da usura. Da qui si fece popolare la leggendaria figura stereotipata dell’ebreo usuraio e malevolo, divenuta poi una valida scusa per eventuali persecuzioni nei loro confronti (si veda il personaggio shakespeariano di Shylock, dalla commedia “Il Mercante di Venezia”, in cui viene dipinto come un essere spregevole, ossessionato dalla richiesta di “una libbra di carne” pur di riavere il prestito concesso al protagonista). Oggi l’antisemitismo nella generazione attuale ha dei connotati a volte farseschi, quasi di provocazione e di facile ironia, ma che non si sbilancia dal suo fuoco: è quasi un ritorno di fiamma, in cui si associa la figura delle banche, delle grandi agenzie finanziarie che comandano i governi, a quella degli ebrei, amministratori di queste banche e quindi possessori delle sorti di paesi quali gli Stati Uniti, in prosecuzione di “subdolo piano del controllo sionistico del mondo” (le frasi più ricorrenti...). In America frasi del genere hanno un certo richiamo nelle


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popolazioni della parte meridionale, dove perfino diverse congregazioni religiose muovono la piaga antisemita nelle loro propagande al pari dei vari Ku Kux Klan. L'antisemitismo purtroppo insegna una dura realtà dei fatti: quando un’ideologia nasce, nulla la uccide; tutte le forze del mondo non potranno mai eliminare un qualcosa che può vivere anche in un unico essere, magari un potenziale Hitler. Come per la paranoia, l'ossessione e l'illusione, un'ideologia, quando raggiunge picchi di assurdità e di irrealtà, diventa una delle più micidiali armi di distruzione, capace di rovinare stati secolari (o millenari) in pochi anni, col solo ausilio di un uomo qualsiasi, anche “banale”, per omaggiare la grande pensatrice H. Arendt. L'unica speranza verrebbe solo dalla riconsiderazione della politica, della conoscenza e della realtà d'insieme, non più come enti da guidare secondo un unico principio, ma come elementi o sistemi da far valere (e non sfruttare) secondo delle necessità, delle verità che si cerca, per il beneficio generale.


Atto terzo

Scena 1 Oramai era l'inizio della fine per la Guerra Fredda. Dopo la contestazione studentesca di fine anni Sessanta, le mobilitazioni politiche e terroristiche degli anni Settanta, i cosiddetti “anni di piombo”, si arrivò alla calma nevrotica degli Anni Ottanta. Prima di questo decennio questo ultimo periodo storico fu in continua agitazione, non si placò dalla violenza, dai massacri e dalle guerre perseverate nell'arco di un decennio; non si fermò, andando sempre di più a degenerare, a trucidare sempre più persone, nel peggiore di modi possibili (si vedano le macabre persecuzioni del dittatore dei Khamer Rossi, Pol Pot, poco dopo la fine del Vietnam). Dal 1978 fino ad oggi accaddero diversi altri confitti nel piccolo continente, e molti eventi legati alla ricerca di indipendenza e di rivoluzione, come la primissima Primavera Araba e la nascita della “Repubblica” Iraniana, finita invece in una teocrazia delirante e soppressiva, altro emulo dei grandi esempi di democrazia rivoluzionaria; un’ennesima Cuba, anzi, peggiore, quasi un surrogato di essa, forse la più oppressiva e assassina della storia dell’ultimo Cinquantennio. Il perché della rivoluzione islamica provenne, come tutti i fatti della storia, da una fine, quella dell’Impero Turco-Ottomanno, nel quale si dispersero le varie comunità mussulmane, che nei casi di omologazione e di unità territoriale non riuscivano ad approdare all’accordo e alla reciproca tolleranza, finendo per compiere molteplici conflitti e massacri. Caso raro in questo panorama era la Turchia, diventata una discreta repubblica democratica (si differenzia da tutti gli altri regimi locali per diverse libertà concesse alla popolazione quali la possibilità alle donne di non mettersi il velo), la quale


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viene esortata da anni dall’Unione Europea all’annessione (si tratta però di un tentativo invano: per l’entrata nell’UE la Turchia dovrà riconoscere l’esistenza, ancora negata, del genocidio armeno dei primi anni Dieci del Novecento). Gli altri erano sotto lo Scià, e di conseguenza sotto il controllo delle nazioni dominatrici della politica economica dell’Occidente, i cui rappresentanti, “Le sette sorelle”, costituirono il più importante consorzio petrolifero europeo e americano, a cui nessuno riusciva ad imporre le proprie scelte di amministrazione e di diffusione. Nemmeno E. Mattei, all'epoca presidente dell’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) era riuscito a distaccarsi dalle loro manovre imperialiste; s'era interessato a cercare un modo per garantire a questi paesi l’opportunità di collaborare e di avere voce in capitolo, e per sostenerli con un margine di profitto dalle estrazioni petrolifere più congruo di quello rilasciato dal consorzio. Il suo progetto alla fine precipitò, come lui del resto. Scena 2 Agli inizi del decennio la Lega Araba decise, come ritorsione contro Israele e gli stati suoi sostenitori, di sganciare il controllo monopolistico delle potenze straniere dalle sue terre, attraverso un vasto embargo nelle esportazioni, agli inizi degli Anni Settanta; ciò comportò all’Occidente ad affrontare la prima crisi economica del secondo dopoguerra, dato che all’epoca il costo di un pieno di benzina era irrisorio se paragonato agli aumenti contemporanei; nel giro di pochi anni la spesa divenne quasi astronomica, non solo per le macchine, ma anche per i riscaldamenti e per il sostentamento. Da qui iniziò anche il movimento per l’energia pulita e per lo sviluppo di energie rinnovabili e indipendenti da materiali fossili: la Danimarca ad esempio gode oggi di una quasi totale copertura energetica grazie all’energia eolica, dopo decenni di studi e di finanziamenti; la Francia e la Germania Ovest aumentarono il numero di centrali nucleari e allo stesso tempo avviarono manovre


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economiche per la ricerca di nuove fonti alternative. Negli Stati Uniti, dopo la conclusione della guerra in Vietnam e della parità aurea, non potendo assicurare il consumo nazionale con le sole proprie risorse dovette per la prima volta “limitarsi”, con politiche di austerità. E. Hobsbawn nella sua opera “Il secolo breve” intitolò questo ultimo trentennio come “La frana”, successiva a “L’età dell’oro”: un momento cruciale per l’Occidente che in quel periodo capì di non poter essere capitana assoluta della sua sorte, indipendente da tutti gli altri, e di esistere solo per lei. Il modello occidentale in poche parole ora aveva di fronte la scoperta della sua fragilità, dei suoi difetti, a cui non poteva sottrarsi. Le manifestazioni degli anni Settanta furono una prova di questa crisi, prima politica e economica, poi ideologica, e infine vuota. Ma se l’Occidente era riuscito a passare la crisi senza gravi ritorsioni, non si poteva dire altrettanto per l'URSS e i suoi paesi satelliti, i quali erano del tutto impreparati anche economicamente a questo effetto inaspettato sulle loro industrie, danneggiando ulteriormente la macchina sovietica già in crisi. Fu una vera e propria crisi energetica, che produsse malcontento e soprattutto mise in nuce le prime discriminazioni nei confronti del mondo arabo, al momento motivate dal soggetto economico, in futuro da ipotesi ideologiche di stampo conservatore, come venne sostenuto all'indomani dell'attacco terroristico alle Torri Gemelle, l'11 settembre del 2001, nello scritto della giornalista e scrittrice fiorentina O. Fallaci, “La rabbia e l’orgoglio”, in cui si mostrò molto severa nei confronti della crescente repressione mussulmana sull’Occidente, delle minacce di Al-Qaeda sui civili occidentali e delle rivendicazioni terroristiche brutali e macabre come quella già citata, non risparmiando però critiche anche verso la decadenza dei valori occidentali, prima difesa alla barbarie del terrorismo islamico, a rischio della predominanza di una cultura sulle altre (la polemica della moschea a Firenze ebbe come portavoce anti-mussulmana l’autrice stessa). Si era arrivati a queste forme di paranoia molto probabilmente dopo i fatti del 1979, quando l’Iran si ribellò


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allo Scià: a Teheran da tempo si erano formate diverse manifestazioni di protesta e altrettanti scioperi, tutti sostenuti a Parigi dal Comitato Rivoluzionario dell’esule ayatollah Khomeini. Da proteste civili però sfociarono nella rivoluzione, fino allo scioglimento interno dell’esercito, il quale si era rifiutato di uccidere i propri connazionali. Per chi ci aveva creduto era stata una grande promessa di modernizzazione, di libertà e di sviluppo; purtroppo quella rivoluzione non ha mai creato qualcosa di giusto o di relativamente vicino alle premesse iniziali. Lo stesso Khomeini, essendo un imam, un capo religioso, idealizzava una forma di governo in cui religione e politica fossero sullo stesso piano; non nell’intenzione laica occidentale, riassumibile in “Libera Chiesa in libero Stato”, citando C.B. conte di Cavour, ma nell’ottica di equiparare a legge civile concetti religiosi opprimenti come la sharià, una serie di leggi mussulmana in cui venivano legittimate pratiche oggi perfette per il Medioevo, quali la servitù assoluta della donna nei confronti dell'uomo e la sua lapidazione in caso di ribellione. Col passare degli anni gli effetti di questo dualismo si fecero sentire: le donne in particolare credevano nella liberazione dall’oppressione del regime precedente, e invece si ritrovarono a dover essere considerate cittadine di serie B, alla mercé dei soldati, delle ingiustizie non riscattabili e della tortura in caso di atti ribelli sacrileghi, come il non portare il velo. Con l’inasprimento dei legami con l’Occidente, sostenitore dello Scià esiliato, anche il solo portare oggetti di derivazione americana oppure europea (CD, vestiti, mode e cibi) era mal visto, se non denunciabile. Sembrerebbe un deja vù, un ritorno alle pratiche staliniane del socialismo reale, solo che non c’era il comunismo a muovere i cuori, ma la religione, per altro non ricercata con un grande consenso, ma obbligata dall'alto; semmai, l'unica cosa in cui erano simili le due era il suo inevitabile oscurantismo persecutorio.


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Scena 3 Un episodio analogo accadde in Afghanistan, che era stato il palcoscenico contemporaneo di una guerra senza fine. Nel 1973 venne proclamata la prima Repubblica Afgana, con a capo M. Da’ud Khan; cinque anni dopo venne rovesciato dal movimento marxista PDPA (partito democratico popolare dell'Afghanistan), con la proclamazione della Repubblica Democratica di Taraki, il quale fu fautore di politiche di stampo socialista, quali la laicizzazione forzata della società afgana, il diritto all’istruzione e al voto per le donne e la cessazione di pratiche religiose quali, per i maschi, “portare la barba” e, per le donne, “indossare il burqa” ed essere “oggetto” per matrimoni combinati. Tali scelte laiciste portarono stavolta non alla destituzione, ma al suo omicidio, da parte delle tribù e delle fazioni religiose. Il suo successore, Amin, accreditato come potenziale pedina della CIA, ebbe la disapprovazione dell’URSS, il quale intervenne con l'invasione del paese. In quel preciso istante gli USA scelsero di adottare una strategia militare che in futuro gli si ritorse contro totalmente. Dopo che l’Armata Rossa arrivò a Kabul e prima del 1980 mise al potere Karmal, iniziò un’altra guerra, con i mujaheddin, sostenuti appunto dagli Stati Uniti per frenare l’avanzata sovietica. Questo tipo di manovra si era già visto con le dittature africane, baluardi bestiali e cruenti, il cui unico motivo di esistenza era il blocco ad ogni invasione o espansione sovietica. Tale guerra finì nel 1989, con la cacciata dei Russi, nel tempo indeboliti dalla politica del segretario del PCUS M. Gorbacev e dagli ultimi esiti a Berlino Est. La fine della guerra afghana però fece scoccare una secondo guerra, interna. Nel 1992 nacque la Repubblica Islamica; all’interno delle file dei mujaheddin si avviò una divisione tra Alleanza del Nord e Talebani questi erano studenti di testi islamici, estremamente rigorosi ed ortodossi alle pratiche islamiche e molto radicali sulla questione religionestato, che tra il 1996 e il 2001 sbaragliarono i pochi mujaheddin rimasti e presero comando della maggior parte del territorio (il Nord era ancora sotto il controllo dei


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mujaheddin di Massoud). Considerati tra i peggiori inquisitori dell'epoca, adottarono la sharìa fino all’esasperazione e alla violenza più macabra, come accadde con la cattura dell’ex presidente Najibullah, la cui morte potrebbe ricordare quelle di un classico film horror splatter/gore, o con la distruzione del Buddha di Bamiyan nel 2001. Il terrorismo, al pari dell'antisemitismo, è una piaga silente, capace di adottate tecniche di colpo e di danneggiamento efficaci e al tempo stesso subdoli: essendo asimmetrico di sua natura, non conosce limiti territoriali, né morali, usando fino all'estremo lo strumento della paura per dominare sulle popolazioni avversarie, e a sua volta adottare richiami all'attenzione molto precisi, quali bombe, stragi, sparatorie, omicidi politici e attentati. Un terrorista potrebbe venire da noi in qualsiasi momento, non avendo difficoltà a mischiarsi tra la massa, tra le persone anche conosciute; potrebbe anche entrare in un qualsiasi mezzo a sua disposizione (un aereo passeggeri, una metropolitana urbana, un treno regionale) e arrivare a destinazione, e compiere la sua missione. In pochi anni, dopo il crollo delle Torri, l’Europa subì sempre più attacchi terroristici, come quello a Londra, nella Tube, nel 2004, o a Madrid, nel 2005, tutti rivendicati sempre dalle cellule di Al-Qaeda, il cui capo O. Bin Laden terrorizzava l’Occidente nascosto da qualche parte in Afghanistan. Una premessa del genere non può non produrre paranoie infinite e sospetti devastanti; e infatti così fu. Con questo motivo venne iniziata una guerra ancora oggi non conclusa, tra militari europei e americani e terroristi locali, senza apparente fine laddove non manchino esseri capaci di votarsi alla morte, facendosi saltare in aria anche durante delle elezioni amministrative, anche davanti ai propri connazionali. E’ interessante notare come si sia vissuto qualche anno prima un senso di paranoia e di angoscia simile a quello dei primi anni della Guerra Fredda, con il terrore dell’invasione e del lavaggio del cervello e dello spionaggio industriale (quest'ultima forse l'unica paranoia vera...).


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Comunque, nella decade in cui il mondo arabo stava portando all'avvio una forma di antagonismo nei confronti del mondo americano e dei suoi valori, un altro mondo stava conducendo un viaggio verso l'annichilimento della sua ragione d'esistere, quello del “socialismo reale”. Questi erano gli anni Ottanta: la decade in cui muore un filo-staliniano, Breznev nel 1982, e ne nasce uno filo-socialista, M. Gorbacev, ex KGB, chiamato dagli oppositori “il distruttore del sogno di Stalin”.

Scena 4 La caduta vertiginosa delle ideologie, e più in generale del più bel sogno color sangue del Novecento, era ambientata tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Novanta, quando in Italia nel primo tempo si stava affrontando la più grande crisi sociale ed ideologica del dopoguerra e, nel secondo tempo, la più grande crisi politica ed “ideologica” della Repubblica. Da questi ultimi eventi furono dipesi le sorti dei partiti centrali, non solo di sinistra ma anche di destra, i quali si ritrovarono successivamente ad essere non più oppositori del mondo sovietico, da lì a poco un ricordo, e nulla più. Alla fine degli anni Settanta gli USA e l’URSS detenevano rapporti alquanto freddi, in particolare verso un'apertura ideologica e politica per i rispettivi fronti. Dopo la defenestrazione nel 1964 del moderato N. Krusciov salì al potere uno dei più radicali segretari del PCUS e della storia della Guerra Fredda, L. Breznev, il quale governò per un primo biennio assieme al premier Kosygin, favorendo una maggiore coesione all’interno degli organi di partito, danneggiati dal tentativo di Krusciov di destalinizzare l’apparato. Durante il suo governo l’economia sovietica aumentò progressivamente: sebbene i piani quinquennali di Stalin avessero portato ad una larga industrializzazione dell’URSS, l’economia non era ancora perfettamente incanalata nella nuova realtà industriale. Con il primo


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piano quinquennale del GOSPLAN, sotto la tutela dello stesso Brezven, la condizione di vita e di lavoro in Russia migliorò notevolmente, dopo i precedenti tragici di sfruttamento stacanovista. Si era prospettato un periodo di benessere per l'URSS, di grande rinnovo economico e urbanistico; di sicuro fu una notizia felice sapere dello sfacelo economico che di lì a poco si sarebbe abbattuto alla sua nemica storica. Infatti, in America, si fece sentire la grave crisi dell’embargo petrolifero voluto dalle nazioni della Lega Araba contro la decisione dell’ONU di confermare ad interim l’esistenza e la dignità di stato ad Israele. Nixon nel frattempo si era dimesso da Presidente, dopo il colossale scandalo delle intercettazioni telefoniche registrate dell’hotel Watergate; dopo l’insuccesso di G. Ford, salì al potere J. Carter, senatore democratico e industriale del settore ortofrutticolo (era un produttore di arachidi). Entrambi furono dei presidenti del tutto mancati, senza alcuna partecipazione ed affetto da parte dell’elettorato: Carter poteva vantare il fatto di aver egregiamente portato alla firma di importanti tregue come quella a Camp David tra Israele ed Egitto da buon democratico quale era, ma a causa del compito ingrato di richiedere al paese di accettare delle riforme di austerità predisposte per affrontare e combattere la terribile crisi , come Ford, ebbe poca popolarità tra i suoi elettori. Ford, repubblicano, addirittura ebbe sfottò irriverenti sulla sua mancanza di carisma (lo stesso L. Johnson lo screditò pesantemente quando cadde dalla scaletta dell’Air Force One). Si dovette aspettare Reagan perché l’America ricominciasse a credere in un presidente vero. Ma questo accadrà nel 1981, un anno prima della morte di Breznev e della fine del suo governo. E dopo l'America anche l'URSS rimase colpita dalla crisi economica, seppur per cause diverse. Non stava passando un periodo facile, data la sottoproduzione degli elettrodomestici e dei servizi utili alla popolazione (si ricorda in precedenza come le politiche di riutilizzo di materiali bellici per fini civili negli USA avesse avuto grande successo tanto da essere


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stato imitato con grande seguito in Europa, meno che dal blocco orientale, in arretrato); l'economia finì in stagnazione e si preferì continuare a sviluppare non le tecnologie o la produttività nazionale ma il carrierismo e gli organi burocratici statali, creando sempre più pianificazioni al limite del mantenimento occupazionale. Scena 5 In poche parole, mentre si vedevano sempre più manager aumentare le entrate dei propri stipendi per il raggiungimento di “grandi” obiettivi (talvolta sottostimati per speculazione), la pianificazione diventava sempre più rigida, fino all’obbligo per aziende ed industrie del mantenimento di una forza lavoro che non poteva essere adoperata integralmente (un simile esempio potrebbe essere in Italia la Motta, azienda di prodotti stagionali). Uno degli effetti più esemplari di questo fenomeno di stagnazione fu il progressivo aumento inflazionistico del rublo, nella propaganda al pari del dollaro americano, nella realtà decisamente inferiore a questi (si parla di un rapporto di cento a uno!), dato che doveva affrontare “la scala mobile” degli stipendi (la proporzione delle busta paghe nel corso del tempo) e il tentativo di mantenere i prezzi bassi. Si richiedevano delle riforme sufficienti per fermare la deriva imminente. Fin dal defenestrato Krusciov ci furono dei timidi tentativi di far valere qualche modernità al mostruoso essere sovietico, da poco lanciato alla ribalta dei giornali per l’esistenza dei Gulag. Lo stesso Kosygin voleva far varare delle riforme aperte al mondo contemporaneo, e non retrograde come fino a quel momento venivano adottate grazie al “Pugno d’acciaio” di Stalin; sembrò come se in Russia, quasi posseduta dallo spirito del dittatore, nessuna riforma fosse più la benvenuta. La stessa dirigenza fu subdola nel voler ritardare le applicazioni di queste riforme decisamente deleterie per loro, con l’innalzamento di barriere burocratiche come blocco comunicativo tra le imprese e lo Stato. Per non parlare della Primavera di Praga del 1968.


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Lo stesso scrittore e drammaturgo boemo M. Kundera visse quel periodo, tanto da usarlo come ambientazione nel suo capolavoro, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”: la storia d’amore di due coppie cecoslovacche, immerse nella Storia, nella Filosofia e nella Politica del tempo. Fu un grande best-seller, uscito negli anni Ottanta, in cui venivano richiamate gli eventi di oltre un decennio prima: la Primavera fu per gli abitanti un tentativo di liberare poco a poco un paese dall’oppressione di un Partito onnipresente e di garantire ai cittadini più diritti di espressione e di libertà civile. Una prova fallita: iniziata a Gennaio del 1968, verso Agosto le truppe sovietiche e dei paesi membri del Patto di Varsavia (il corrispettivo della NATO americana) invasero il paese, portandolo alla inesorabile divisione e alla fine della Primavera. Intanto in Italia la situazione stava andando verso il caos totale. Per la penisola fu un intero decennio dedicato a stragi, bombe, attacchi, sabotaggi, rapine, manifestazioni cruente per le strade, palazzi occupati e vandalizzati, omicidi politici e gambizzazioni di giornalisti e magistrati. Una vera guerra civile, in cui oltre sette governi si susseguirono portando a casa il referendum abrogativo sul divorzio e l’aborto; la modifica in sede costituzionale dell’art. 5 e la nascita delle Regioni e la bara dell’ex presidente del Consiglio nonché membro di Democrazia Cristiana A. Moro, rapito e giustiziato dalle Brigate Rosse tra Marzo e Maggio 1978. In Inghilterra invece si decideva la maniera su come affrontare la crisi dei sindacati (Trade Unions) e della classe media, appesantita dalla crisi mondiale e dall’aumento dell’inflazione della sterlina. Il partito Conservatore (Thories) per la prima volta nella sua secolare storia si fece rappresentare alle elezioni britanniche da una donna: M. Roberts in Thatcher, detta “la Lady di Ferro”. E in Francia venne deciso il futuro delle riforme statali da un socialista, F. Mitterand. Come a sua volta in Italia, con B. Craxi, punta di diamante del PSI.


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Scena 6 Questi erano gli anni Ottanta. Secondo alcuni critici lo spirito degli anni Ottanta, per lo meno in America, sarebbe scattato con la vittoria alle Olimpiadi Invernali della squadra americana di hockey contro gli avversari sovietici; una vittoria che diede coraggio agli americani ad uscire dalla tormentata crisi economica; un clima che favorì l’elezione di uno dei più carismatici presidenti del secondo dopoguerra, il senatore repubblicano R. Reagan, ex-attore di serie B e deputato ex-democratico. Salito al potere nel 1981, per riscattare l’economia americana non passò a politiche di austerità come il predecessore Carter; adottò una riduzione delle imposte e dei tassi d’interesse, che portarono all’aumento della spesa pubblica e del deficit, i quali si fecero sentire nella successiva crisi del biennio 1981-1982. Fu una doccia fredda però di breve durata; nel 1983 l’economia ripartì in maniera vertiginosa. A sua volta, nel resto dell’Europa, come l’Inghilterra Thacheriana, con la privatizzazione delle imprese statali e la radicalizzazione dei rapporti con i sindacati sulle questioni cruciali dei minatori e degli operai si sviluppò un picco di benessere e di ricchezza economica. Anche in Italia venne adottata una politica del genere, paradossalmente non da un conservatore, bensì dal segretario del PSI, B. Craxi, figura imponente nel palcoscenico politico sia degli anni Ottanta sia degli anni Novanta. F. Mitterand invece adottò politiche molto vicine alla sua matrice politica socialista, prima con la rivoluzionaria abolizione della pena di morte (all'epoca la Francia era l'ultimo paese nel mondo occidentale ad averla ancora in uso) poi con l'incremento dei salari minimi e delle pensioni, con vari miglioramenti nell'apparato statale e negli incentivi industriali. A differenza degli altri presidenti coetanei era risoluto nel non dare troppa libertà ai settori privati, rimanendo inflessibile sull’importanza dello Stato nella produzione nazionale. La sua fu una politica controcorrente, se si guarda ad un'altra politica economica in tono col periodo, come la


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defiscalizzazione proposta dall’amministrazione Reagan, con l’alleggerimento dei controlli finanziari nelle azioni borsistiche e generalmente economiche. Dopo una grande crisi economica non sembrava, ora era certo che la situazione sarebbe stata molto positiva. Si stava aprendo davanti all’Europa, ora in fiore, un nuovo periodo aureo, con il decennio dei conservatori, mentre in Russia la situazione era di pari passo alla salute di Breznev. Quando l'URSS si riprendeva l’Occidente crollava, come si è visto negli anni Settanta, adesso era l’opposto; la banderuola del vento della sorte s'era girata in direzione dell’Ovest; forse tutto questo poteva essere letto come un presagio per gli anni a venire, ma nessuno chiaramente poteva prevedere un simile crollo. I sovietici, guardando le rovine della propria terra, non fecero altro che mirare quella altrui: una terra di ricchezza dove tutti potevano essere yuppies e dominare nelle montagne di denaro che traboccavano da Wall Street. Inutile era farli credere ancora nel “socialismo reale”, nel trionfo del proletariato sul capitalismo. Ormai il sogno era finito, e già molti se ne erano risvegliati. Scena 7 Era la prima metà dell’ottavo decennio del Novecento, quando le politiche di Reagan e Thatcher avevano permesso a questi ultimi di poter essere rieletti con grande clamore dai rispettivi popoli: il primo ebbe la riconferma per aver ridato la speranza e la potenza economica ad un paese devastato dalla crisi petrolifera; il secondo per aver placato gli animi dei lavoratori, sempre più a disagio per le riforme fiscali e i tagli alla spesa pubblica, con la vittoria alle isole Falkand, ex possedimento britannico allora sotto l’occupazione del governo argentino. Il PCUS, dopo due mandati falliti di Andropov e Cernenko, ebbe come nuovo paladino del Comunismo l’ex agente KGB M. Gorbacev, colui che successivamente venne considerato come “l’assassino dell’Unione Sovietica”. Come la uccise? Con due armi: la Glasnost (trasparenza) e Perestrojka (ricostruzione); con queste diede fine alla Guerra Fredda e al socialismo reale.


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Una delle prime manovre che affrontò, anche grazie all’apertura di R. Reagan, de facto, fu la riduzione della spesa per la corsa agli armamenti, oramai divenuta troppo onerosa davanti alle prospettive economiche del futuro, e soprattutto obsoleta, dato che al tempo gli Stati Uniti stavano rilanciando l’utopia dello “scudo spaziale”, ovvero una protezione globale informatica di grande efficienza che non poté mai essere avviata, né portata in fase di sviluppo per gli ovvi costi magistrali, malgrado la fondazione della Strategic Defence Initiative. Gli anni ottanta furono anche il rilancio dell’informatica, con la nascita di Internet , dei programmi quali Windows, e dei computer domestici della Apple, anche se ancora molto costosi (il Macintosh, oggi equiparabile ad un cellulare per la sua tecnologia ridotta, all’epoca arrivava a costare oltre tremila dollari!). Fu un momento decisivo l’incontro tra Reagan e Gorbacev: per la prima volta nella storia due presidenti di due blocchi antagonisti si ritrovarono su questioni per entrambi necessarie e disponibili, ottenendo da entrambe le parti grandi ovazioni: per esempio in Ungheria venne celebrata la fine dell’imposizione del Partito con la costruzione di una statua raffigurante Reagan, artefice con il segretario del PCUS della decisione di concludere definitivamente la dottrina Breznev, e di lasciare ai popoli satelliti la libertà del regime democratico. Una scelta non facile, data l’opposizione radicale del Partito, ma utile in fatto di costi, essendo da sempre i stati satelliti una nota dolente nella spesa pubblica sovietica. Nel 1987 venne definitivamente sancito col trattato INF l’eliminazione delle armi nucleari in Europa, deterrente inconveniente per tutti i paesi limitrofi, specie dopo la crisi dei missili a lunga gittata, i quali vennero predisposti lungo i confini in risposta alla medesima mossa americana; curiosamente, quest’ultima ebbe maggiori contestazioni, da parte dei media, dell’altra. Intanto M. Thatcher stava affrontando una crisi di governo dovuta all’iniziativa di adottare una tassa di soggiorno universale e non proporzionale: una tassa che chiunque avrebbe dovuto pagare, alla stessa cifra, senza distinzioni di ceto o di reddito. Fu un colpo basso per il suo


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esecutivo. Nel mentre la stessa IRA, Irish Repubblican Army, aveva sventrato Londra con i suoi attacchi dinamitardi, e arrivò a colpire l’hotel in cui si trovava il premier durante una conferenza (rea per i terroristi di aver fatto morire di fame alcuni attivisti dell’organizzazione durante un loro sciopero della fame). Anche B. Craxi non passava un ottimo momento, con l'aumento dell’inflazione e la continua svalutazione della lira, dovuta alla politica di sperperi e di investimenti a fondo perduto dello Stato nell’impresa e nelle opere pubbliche; il debito arrivò a raggiungere vette intoccate (da un’iniziale 70%, del deficit PIL-spesa pubblica, ad oltre il 100%). In Italia infatti venne dato grande rilievo, a differenza della controparte britannica, allo sviluppo di piccole manifatture familiari o generalmente di medio livello, portando buona parte della popolazione a preferire il settore terziario dell’imprenditoria piuttosto che quello secondario della produzione operaia. Tale fenomeno, di ispirazione angloamericana, portò alla ribalta un'intera generazione di Yuppies, con tanto di “protettori” e “simboli”. Scena 8 Negli anni Ottanta l’Italia affrontava la febbre dell’imprenditoria sfrenata e speculatrice, dove chiunque poteva diventare un VIP, un imprenditore, un magnate della finanza, oppure il proprietario di un azienda televisiva ed editoriale come il Cavaliere del Lavoro S. Berlusconi, con la sua Mediaset, o il proprietario della più grande casa automobilistica del paese, come l’Ingegnere G. Agnelli. Si vedeva infatti una repentina crescita del benessere, dell’occupazione e del commercio. Sarebbe doveroso fare un esempio personale, legato alla mia terra di provenienza. Negli anni Ottanta Arezzo ebbe un importante boom della produzione orafa, già portata avanti dagli anni Sessanta in poi; molti ex-rappresentanti di multinazionali orafe si misero in società, creando piccole aziende orafe dal grande profitto (il fatturato di una media impresa poteva raggiungere, all’acme, anche sette od otto miliardi all’anno!). Nella


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sola Arezzo si contavano oltre un migliaio di attività orafe a conduzione familiare all'epoca; dopo però la crisi dei primi anni Duemila vennero quasi tutte spazzate via, con l’aumento del valore dell’oro e la riduzione dello stipendio medio. Altra sorpresa in questi ultimi anni della Guerra era nella rinascita di economie insperate, come quella cinese, non più lasciata al suo destino maoista di eterna terra di agricoltori e di soviet, ma di ricchezza e di affari, come era in progetto durante l’amministrazione di Den Siao Ping, il quale rilanciò il proprio paese aprendo l’economia alle derive capitalistiche, pur mantenendo un governo dittatoriale comunista. Era in grande vantaggio col resto delle altre economie: dopo decenni di schiavismo e di sfruttamento prossimi alla miseria ci si ritrovava con decine di milioni di lavoratori dalla bassa manodopera e dall’alta produttività. In piena pace sociale non vigevano diritti sindacali o civili, né tanto meno controlli igienico-sanitari o di produzione; in questo decennio iniziò il fenomeno della delocalizzazione, ovvero lo smembramento della parte produttiva di un’azienda locale e il suo trasferimento immediato in un paese dalla manodopera a basso prezzo, con la conseguenza del licenziamento di massa della precedente forza lavoro. Il sistema funzionò in Cina, e oggi è uno dei motivi fondamentali per cui in soli cinque anni s’è vista raddoppiare il proprio prodotto interno lordo, con una crescita, fino a poco tempo fa, inarrestabile. D’altronde, la Cina ebbe al tempo la premura di non portare alle orecchie della popolazione la condizione “migliore” dell’uomo occidentale, come invece accadde nei paesi satelliti, quando nella fine del decennio si registrarono una serie senza fine di emigrazioni di massa dall’Albania, dalla Romania e da altri paesi completamente riversati su sé stessi per la totale dispersione dei governi locali alle novità della Perestrojka: la polizia segreta era diventata ancora più feroce con i fuggiaschi, e il divario sociale si estendeva sempre di più con un ceto proletario alla fame e un apparato burocratico ricolmo di privilegi, per lo più frutto anche di peculati, abusi di ufficio e corruzione per le nascenti realtà criminali.


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Una volta non ci riuscì: nel 1989 un gruppo di studenti manifestò il proprio dissenso al governo vigente sul continuo sfruttamento della popolazione e le sempre più pressanti manovre di controllo sulla cultura, sull’istruzione e sulle nascite, con l’aggiunta della riforma del “figlio unico maschio”, obbligando le madri o all’aborto o all’abbandono negli orfanotrofi dello Stato, diventando figli di nessuno, o all’infanticidio, la scelta più gettonata nelle classi povere. Gli scontri di Piazza Tienanmen furono completamente censurati localmente, ma non a livello internazionale; in quasi tutte le televisioni dell'Occidente vennero mostrati gli orrori della Cina, portando all'attenzione per la prima volta gli effetti della dittatura cinese. Solo di recente la Cina si sta aprendo al sindacato e all’istruzione pubblica e libera, anche con l’abolizione della riforma natale, a dir poco protratta fino al grottesco (studi recenti hanno evidenziato una natalità del 170% di maschi sulle femmine). Sempre nel 1989 stava per accadere il miracolo atteso da quasi trent’anni dai berlinesi: il crollo del Muro. Eretto in una notte del 12 agosto del 1961, divise la città in due parti, Est ed Ovest, impedendo ad entrambi gli abitanti di accedervi se non dai tre famosi check-point, Alpha, Bravo e Charlie, e solo in caso di necessità. La fuga era impossibile, anche se nei primi tempi era più fattibile dato il minore controllo e la facilità con cui si poteva raggiungere l’altra sponda della città; dagli anni Settanta in poi divenne un campo militare, controllato giorno e notte, presieduto perfettamente. Fino al giorno del crollo solo cinquemila cittadini della Berlino Est riuscirono a scappare nell’Ovest. E alcune decine nell'Est, nel tentativo di ricongiungersi con le famiglie. Scena 9 Era il 9 novembre del 1989; il muro stava crollando; tutte le televisioni del mondo stavano assistendo alla fine di una divisione, alla fine forse della stessa Guerra Fredda. La Russia non si oppose; il governo della DDR


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si stava annichilendo, dopo anni di persecuzioni e di regime dittatoriale sui propri cittadini; era ormai decaduto. Gorbacev era appena uscito dalla crisi, sedata vergognosamente con l’uso della forza militare, del Caucaso, in piena proliferazione dei moti indipendentisti, con vittime e vindici, e dei paesi Baltici, i quali erano del tutto inconsapevoli della successiva guerra che devastò le loro terre per un quinquennio intero. Non aveva alcun interesse a fermarli. Erano passate diverse mentre milioni di berlinesi s'erano appostati davanti al Muro, e continuamente lo colpivano con martelli, picconi e altri strumenti, pur di farlo crollare. Pochi istanti e il primo pezzo crollò. Poi tutto il resto si seguì. Il Muro era crollato. Berlino era di nuovo unita. La Germania un anno dopo si riunì, e la Germania intera salutò la fine di un’era di divisione con la sua unione; l'unione di un paese simbolo della Guerra. Nello stesso anno le truppe sovietiche lasciarono l’Afghanistan, secondo l’ordine del nuovo Presidente dell’Unione Sovietica, M. Gorbacev. Qualche anno dopo, purtroppo, nell’agosto del 1991 i conservatori decisero di tentare un colpo di Stato per abbattere colui che stava distruggendo il socialismo reale, il sogno di Stalin, e lo stava ripiegando in una forma di democrazia liberale fuori dagli schemi tradizionali. Concluso il golpe con la disfatta degli insorti, il Partito decadde, grazie alla spinta liberista di D. Elstin, e nel Natale 1991, M. Gorbacev rassegnò le due dimissioni. L’URSS morì e dalle sue ceneri vennero fuori l’Ucraina, la Bielorussia e la Russia stessa. Così finì la Guerra più silenziosa e, allo stesso tempo, fragorosa della storia dell’umanità. Ora si dovevano constatare gli effetti secondari di questa grande esperienza collettiva. Il grande sogno era finito, e, come una notte di ebrezza, tutto ciò portò ad un amaro risveglio; della grande sbronza ideologica ora nessuno sapeva cosa avesse fatto né sapeva cosa avrebbe fatto in futuro.


Il varco

Dal 1946 al 1992 qualsiasi abitante del mondo era obbligato a vivere scegliendo una delle due idee principi: quella dell’Occidente, il capitalismo; e quella dell’Oriente, il socialismo. Alla fine di questi quarantasei anni di congiure interne, spionaggio, manifestazioni, battaglie, crisi e rivoluzioni storiche non c’era più questa scelta: il sogno dell’Oriente era svanito del tutto e la realtà dell'Occidente non era delle migliori. Chi aveva combattuto nella seconda guerra mondiale sentiva che il mondo avesse bisogno di ricominciare a credere, a continuare la strada ormai segnata dal destino dell’umanità. Si doveva andare avanti. Tutto si decideva a seconda di chi era il vincitore in futuro; ora il mondo sarebbe stato governato dal capitalismo, quindi da una società ricca, in cui tutti potevano diventare tutto, ed essere chiunque (celebre nelle famiglie dell'epoca la favoletta del bambino che, sorridendo, diceva al padre di voler diventare presidente degli Stati Uniti, e poi lo diventava), e contare su tutti. Il prezzo da pagare era però quello di dover essere dentro un meccanismo che se premiava uno castigava l’altro, che non concedeva grandi libertà di pensiero né cambi di gioco che non fossero “soliti” al sistema. Si è potuto vedere negli anni Ottanta come il rampinismo speculativo stava diventando icona dei giovani. Tutti potevano arricchirsi, tutti dovevano arricchirsi, anche se questo poteva comportare a volte a brevi momenti di criminalità. Film simbolo di questo sfacelo è “Wall Street” di O. Stone, ove un giovane broker segue lo stile infido e doppiogiochista del suo mentore, un potentissimo finanziere e broker, temuto e odiato da tutti gli affaristi, per poi pentirsene. L’America


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di Reagan ebbe questa spinta, la quale non si volle fermare davanti alla crisi degli anni Novanta e continuò, fino a creare una bolgia di avidità, tutt'ora colpevole della recente crisi dei mutui sub-prime; tutto ciò denota come facilmente un sistema possa arrivare a speculare addirittura sugli investimenti immobiliari e sulle proprietà altrui. R. Reagan finì il suo secondo mandato, dopo aver lasciato il paese in condizioni difficili a causa del fallimento di diverse aziende storiche e con la nascente crisi finanziaria delle speculazioni borsistiche. Dopo Reagan infatti l’amministrazione Bush tentò di riordinare la crisi incombente e di risollevare lo spirito americano grazie al trionfo della prima guerra del Golfo, nel Kuwait, contro S. Hussein, che occupò nel 1990 con la successiva annessione dello stato petrolifero. Con un’operazione lampo di grande successo (fondamentale fu l’intervento mediatico della CNN sulle immagini e i video-reportage in diretta, primo caso nella storia dei media), riuscì nell'impresa, ottenendo, come ebbe la Thatcher con le Falkland, grandi ovazioni e popolarità. Non venne però rieletto, dato che aveva tralasciato, se non peggiorato, la ben più importante crisi economica. Solo durante la presidenza Clinton questa crisi venne assorbita quasi del tutto. In Inghilterra la Thatcher si dimise dopo aver perso tutto il sostegno del suo partito a causa della sempre più mancante spinta e collaborazione dei suoi colleghi. Dopo la sua amministrazione il paese era profondamente cambiato: i sindacati avevano perso influenza sulle decisioni governative; la popolazione si era vista aumentare il tasso di disoccupazione a causa dei tagli gravosi sulle attività minori quali l’estrazione mineraria. Tale politica però servì a pareggiare il bilancio, agli inizi in profondo rosso, e col senno di poi, molti premier videro nelle sue azioni un necessario contributo al benessere del paese. In Italia invece c’era Tangentopoli. Finita la Guerra Fredda in Italia i due partiti centrali, la DC e il PCI, si dirigevano verso la loro fine, non avendo più alcuno scopo meramente ideologico, di difesa e di propaganda delle proprie ideologie. L'inizio della loro fine si avviò


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quando B. Craxi venne a scoprire che uno dei suoi dirigenti, a capo del Pio Albergo Triburzio, era stato colto in flagrante nell’accettare mazzette per un appalto sulla pulizia dell’edificio, e prontamente arrestato. M. Chiesa, esponente del PSI, fece nomi diversi al processo, mettendo in crisi tutto il suo partito, e a sua volta tutti i partiti coalizzati. All’epoca un pubblico ministero, A. di Pietro, venne visto come un eroe per i cittadini italiani, per le sue indagini e i suoi tentativi di portare alla gogna i corrotti del paese. Al centro di questo maxi-scandalo ci fu la scoperta di un mondo industriale ed imprenditoriale gonfio di tangenti corruzione, clientelismo e peculato, al pari della defunta URSS. Mentre finiva il “socialismo reale” il presidente della Repubblica F. Cossiga rassegnava le sue dimissioni, incapace di portare avanti un esecutivo in cui le coalizioni si erano disperse totalmente dalla fine delle ideologie e per l’immane scandalo giudiziario. Dimessosi Cossiga, venne promulgato il primo governo tecnico della Repubblica, nell’occasione chiamata dai giornalisti “Seconda Repubblica”, con a capo G. Amato. Durante il caos governativo si tentò di depenalizzare il finanziamento illecito dei partiti, con la legge Conso, la quale avrebbe compromesso l’indagine giudiziaria; O. L. Scalfaro, allora presidente della Repubblica, non la firmò, a causa del dissenso popolare creatosi dal fatto. Il governo cadde poco dopo. La situazione rimase instabile anche dopo l’elezione di S. Berlusconi, il cui mandato durò a malapena due anni, subentratovi L. Dini, economista del FMO, mentre Craxi, finito il mandato elettivo, era prossimo all’arresto: si auto-esiliò in Tunisia, ormai latitante, morendovi qualche anno dopo, disprezzato da tutti i suoi ex-colleghi e dall’opinione pubblica. Mitterand era in visita nelle regioni della guerra balcanica, sventrate dai bombardamenti e dai feroci massacri in cui venivano colpiti persino gli infanti. La fine del suo mandato non comportò gravi disagi alla sua nazione. Questo accadde nel mondo occidentale, ancora in crisi e instabile nei propri problemi. Ma anche nell’ex


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blocco orientale la situazione non era delle migliori. Nella nuova Russia si stava scatenando un terremoto burocratico, con la fine dei partiti e delle istituzioni dipendenti; Elstin tentò la via delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni, e dovette usare l’esercito per sedare le rivolte e i disordini, arrivando anche a bombardare il Parlamento che lo aveva deposto. Dopo la rielezione miracolosa del 1996 decise di lasciare il governo al suo allievo e sostenitore, un ex-agente del KGB, V. Putin, tutt’oggi al governo. Lo spirito della grande Russia vive in questo premier, da sempre ancorato alla tradizione sovietica e stalinista dell’uomo forte delle Russie. Fin dal suo primo mandato impedì diversi procedimenti giudiziari contro di lui, tra questi la corruzione interna che avrebbe favorito e l’abuso di potere sulla figura dell’expresidente della Yukos, M. B. Chodorkovsky, arrestato per evasione fiscale e recentemente rilasciato (secondo la maggior parte dei media, lui era malvisto da Putin per via delle sue ingenti ricchezze e per il monopolio delle materie prime del paese). Dopo la crisi governativa in Ucraina la sua quarta presidenza era stata criticata pesantemente dall’Unione Europea e dall'attuale presidente degli Stati Uniti B. Obama, soprattutto per la scelta di annettere la penisola di Donestk alla Russia, andando contro i diritti internazionali sull’indipendenza di una nazione. Tutt’ora non ha mai ricevuto sanzioni gravi, anche perché a sua volta avrebbe minacciato l’embargo di materie combustibili a tutta l’Europa, tra cui la sua expartner Italia, non più sotto la presidenza del suo amico, S. Berlusconi. In poche parole il mondo si è svegliato in uno nuovo, dove l’economia e il potere vanno a braccetto mentre le ideologie vengono portate come medaglie al merito, o peggio come ricordo nostalgico di un passato vanaglorioso (molti politici attuali provengono dalle file dei partiti del secondo dopoguerra). Chi invece ha visto sopperire le proprie emozioni, le proprie passioni giovanili nel manifestare, nell’occupare scuole, nel programmare scioperi e iniziative attiviste credendo che le proprie idee potessero cambiare il mondo, alla fine gli è sembrato come una doccia fredda, come se si sia svegliato bruscamente, con davanti la cruda realtà: una


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pubblicità, alla televisione, sul giornale, alla radio, fuori casa sua, probabilmente di qualche sottomarca che aspetta possa essere comprata da lui o da qualche suo familiare o amico o vicino o conoscente. Questo era il varco, brillantemente oltrepassato, e tutto quanto, tutte le stragi, le disillusioni, le morti e le crisi che si credeva di governare e di contrastare sono state invece condotte e portate al peggior termine. Tutto questo si poteva evitare? Nulla si può evitare, perché nulla si può prevedere in questo mondo, in particolare in quel tempo; la ragione non ci poteva essere nel tempo delle illusioni.


Postfazione

Ammetto di aver scritto un grande pandemonio saggistico. Chiedo venia al lettore, o ai lettori, per eventuali sviste o indiscrezioni o leggerezze sulla trattazione di importanti temi quali il terrorismo, la paranoia o la guerra in sé; è stata una scelta voluta più per un mio desiderio conoscitivo, cioè il tentativo di comprendere i meccanismi dell'ideologia, o per lo meno gli effetti consequenziali suoi, a cui si può ricercare una sua concausa. L'enorme espressività e trattazione di vari autori, libri, film, eventi, sfortunatamente l'ho dovuta comprimere in un saggio breve, di appena ottanta pagine, per motivi legati alla tesi breve su Storia Contemporanea. Per il corso universitario che stavo seguendo era stato posto, per l'esame finale, un limite massimo di venti cartelle nella stesura della tesi, incentrata su alcuni temi selezionabili secondo un elenco prefissato. Volevo farlo su un argomento molto vasto, in cui potevo sbizzarrirmi e mostrare la mia cultura storico-letteraria (per la stesura ho adoperato in particolare l'antologia di Letteratura Italiana di G. Ferroni); scelsi la Guerra Fredda. Era perfetta. Si legava con diversi aneddoti autobiografici, con alcuni miei pensieri legati all'analisi dell'animo umano, e ad alcuni accorgimenti di carattere storico e contemporaneo. Uno di questi era la paranoia del terrorismo islamico: diedi l'esame il 18 dicembre 2014, quasi un mese prima degli eventi di Charlie Hebdo; qualche giorno dopo si erano registrate le prime paranoie sul terrorismo e il fondamentalismo islamico presso il Fiorentino; non dico di esser stato profetico nel parlare di terrorismo e di paranoia, anche perché avrei preferito sbagliarmi totalmente, però su alcuni punti non ho visto male.


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Forse complice della grande nebulosa di dettagli e particolari era l'idea iniziale di introdurlo con un racconto breve, o peggio ancora quello di adottare un'epigrafe come quella scelta. Entrambe hanno un fondo comune: la menzogna. Sia il racconto sia l'epigrafe sono stati inventati di sana pianta, e sono poco attinenti alla realtà contestuale. La citazione dal libro di Pynchon, come probabilmente sarà già stata riscontrata dai lettori effettivi dell'opera dello scrittore di Glen Cove, non esiste, ma, per dare un'attinenza con il saggio l'ho creata seguendo lo stile adoperato dall'autore in quel particolarissimo romanzo, non ancora letto realmente. Tra tutti i romanzi che potevo scegliere devo ammettere che quello de “L'arcobaleno della Gravità” è stato il più azzeccato per parlare di bombe e di illusioni e di ideologia; praticamente tutta la sua trama si basa su questi tre concetti: i razzi V1 e V2 di Von Ghreim lanciati sui palazzi londinesi; le illusioni dell'impero millenario nazista e dell'efficienza della scienza pavloviana ed einsteiniana; l'ideologia dell'umanismo, laddove si andava a delineare con le bombe il principio squisitamente pynchoniano dell'estinzione dell'umanità. Io invece, con falsa modestia, ho voluto trattare delle bombe illusorie delle ideologie dominanti (tanto per non dover finire per scrivere un saggio vero, da centocinquanta pagine, o oltre); è una frase breve e concisa, che spero possa rispecchiare una certa visione generale, ma sempre semplicistica, della Guerra delle Spie, della Paranoia e della Nebbia. Ho sempre trovato molto affascinante la maniera con cui quasi tutta l'umanità abbia perso il tempo dietro a dei veri e propri fantasmi, senza arte né parte. Sul racconto, a proposito, non serve che ne parli più di tanto. Basta solo leggerlo per capire cosa si abbia di fronte. A quest’ora, un ragazzo della mia età, nato all'incirca pochi anni dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, stava girando per le vie della sua città con una bicicletta sgangherata, della marca Graziella, senza pensare a dove andare e senza fare altro se non guardare, osservare tutto quello che c’era attorno a lui e alla sua bicicletta, comprata con qualche


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migliaio di lire da un amico ricettatore, e meccanico a tempo pieno. Era il classico studente di Lettere Moderne; si era distaccato dalla lezione per motivi personali (ovvero il disinteresse e il disturbo dell’opposta ideologia del docente): era talmente classico da essere vestito come tutti quelli simili a lui, con eskimo e pantaloni stropicciati e pieni di macchie di caffè e di sugo; per non prendere malanni teneva i capelli lunghi, con l'aggiunta di una barba lunga anch'essa, e lurida, dall'odore di “incenso” e birra Moretti. La sua città era quella che da qualche anno non faceva che rimanere della stessa facciata: piena di manifesti di Lotta Continua e dell’MSI; e di circoli extraparlamentari di sinistra e destra chi con le vetrine rotte dai mattoni e chi dalle fessure delle porte abbattute o carbonizzate dalle molotov notturne. Nel frattempo le radio trasmettevano le notizie riguardanti gli ultimi eventi politici, come la caduta dell’ennesimo governo democristiano, accompagnate dalle immagini provenienti dalle televisioni di un reportage della Fallaci sugli eventi più recenti della guerra in Vietnam. Il groviglio di macchine era impressionante, e non si rendeva conto di quanto la città sembrasse una vera discarica di lamiera e di smog. Nella strada ogni tre isolati c’era una pattuglia dei carabinieri, armati con il mitra, di solito di vedetta a qualche ufficio amministrativo caro a qualche sabotatore armato di spranghe o di liquidi infiammabili. Oggi era appostata per il controllo di alcune manifestazioni studentesche, a cui lui non voleva partecipare, dopo aver scovato qualche giorno prima, nell’ospedale locale, un suo amico grondante di sangue in tutta la testa, mentre un dottore gli stava cucendo i punti nella ferita alla fronte, procuratasi da una manganellata degli agenti anti-sommossa. Poteva anche rischiare peggio, come l’essere arrestato e incarcerato per qualche giorno, oppure mandato direttamente alla leva militare. Ebbe ragione ad evitare di addentrarsi nella manifestazione: un deus ex machina apparve all’estremo della strada; un cellulare del reparto anti-sommossa era apparso e tutti gli agenti erano pronti a fare la medesima ferita a tutti quanti, facendo schizzare in aria denti e sangue mischiato anche a quello degli agenti, colpiti a loro volta dai manifestanti più violenti e irascibili, senza distinzione tra amanti del Che o di Benito. Una vera battaglia in stile film western. Ebbe torto a fermarsi a pochi metri dalla striscia del parcheggio interna alla


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zona di battaglia, perché in quell’istante una macchina, una vecchia Alfa Romeo del ‘57, vuota di passeggeri ma carica di plastico, esplose, disintegrandosi del tutto e provocando un urlo di fuoco che fece cadere tutti a terra (agenti, carabinieri, missini e marxisti) e distrusse le autovetture vicine, creando anche una reazione a catena, una muraglia di domino che saltava in aria, fino al ragazzo, scivolato nel marciapiede a causa dell’urto dirompente dell’esplosione. Al fuoco si passò ai fumi, e nulla più, solo le grida dei civili e poi nulla; tutto questo venne smorzato dalle musiche di Dylan e Guccini che uscivano dalle stanze dei palazzi limitrofi, anch'esse squarciate dalla deflagrazione. Non era svenuto per fortuna, e riportò solo alcuni graffi alle mani e alla testa. Ma avrebbe voluto, laggiù solo i più fortunati erano svenuti. Non è un granché come racconto; lo scrissi di getto, senza pensarci più di tanto agli errori e alle sgrammaticalizzazioni che al tempo avevo lasciato vivere in pace. Come ventenne mi è praticamente impossibile aver potuto vivere quel periodo; forse un mio parente, come mio padre, o un mio zio, o un suo fratello, possono aver vissuto quell'epoca; la mia è stata una ricostruzione parziale, frammentata, senza nemmeno approfondire, in fatto di costumi o di eventi o di modi di vivere effettivi. Quello su cui ho voluto puntare era l'effetto finale: “tutti giù per terra”, per parafrasare il finale di una filastrocca dell'infanzia; e infatti tutti finirono per terra, col botto poi, e chi addirittura c'è pure morto.Le ideologie ne fanno di danni quando si arriva a farsi immergere totalmente la propria mente nella loro meccanica di vita e di pensiero. Ma ne ho già parlato abbastanza. E il punto è che per quanto se ne parli difficilmente se ne sarà immuni dei suoi effetti tossici nel futuro. L'importante è credere solo in ciò che davvero possa fare la differenza: possa contribuire, aiutare, far sentire meno la gravità del mondo e della vita, e creare una civiltà migliore di quella attuale. Questa da sola è già un'utopia, ma se le ideologie sono figlie dell'utopia e in soli cinquant'anni hanno raggiunto una produzione realistica così impressionante, forse allora c'è speranza anche


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per le idee umanitarie, al di là di pessimismi e di cinismo. Solo ora vorrei far trapelare la bellezza del voler credere in qualcosa, anche se va in controtendenza con il resto del saggio; per quanto sia distruttiva un'ideologia, in fondo qualcosa di buono porta sempre; in genere da parte di persone di buona volontà e di grande onestà intellettuale, e non di certo da qualche psicolabile avido di soldi e di potere, ma questa è forse la prova che qualcosa poteva accadere ma non è accaduto. Ma forse può ancora accadere, no?


COME VENTENNE MI È PRATICAMENTE IMPOSSIBILE AVER POTUTO VIVERE QUEL PERIODO; FORSE UN MIO PARENTE, COME MIO PADRE, O UN MIO ZIO, O UN SUO FRATELLO, POSSONO AVER VISSUTO QUELL'EPOCA; LA MIA È STATA UNA RICOSTRUZIONE PARZIALE, FRAMMENTATA, SENZA NEMMENO APPROFONDIRE, IN FATTO DI COSTUMI O DI EVENTI O DI MODI DI VIVERE EFFETTIVI. QUELLO SU CUI HO VOLUTO PUNTARE ERA L'EFFETTO FINALE: “TUTTI GIÙ PER TERRA”, PER PARAFRASARE IL FINALE DI UNA FILASTROCCA DELL'INFANZIA; E INFATTI TUTTI FINIRONO PER TERRA, COL BOTTO POI, E CHI ADDIRITTURA C'È PURE MORTO.LE IDEOLOGIE NE FANNO DI DANNI QUANDO SI ARRIVA A FARSI IMMERGERE TOTALMENTE LA PROPRIA MENTE NELLA LORO MECCANICA DI VITA E DI PENSIERO. MA NE HO GIÀ PARLATO ABBASTANZA. E IL PUNTO È CHE PER QUANTO SE NE PARLI DIFFICILMENTE SE NE SARÀ IMMUNI DEI SUOI EFFETTI TOSSICI NEL FUTURO. L'IMPORTANTE È CREDERE SOLO IN CIÒ CHE DAVVERO POSSA FARE LA DIFFERENZA: POSSA CONTRIBUIRE, AIUTARE, FAR SENTIRE MENO LA GRAVITÀ DEL MONDO E DELLA VITA, E CREARE UNA CIVILTÀ MIGLIORE DI QUELLA ATTUALE. QUESTA DA SOLA È GIÀ UN'UTOPIA, MA SE LE IDEOLOGIE SONO FIGLIE DELL'UTOPIA E IN SOLI CINQUANT'ANNI HANNO RAGGIUNTO UNA PRODUZIONE REALISTICA COSÌ IMPRESSIONANTE, FORSE ALLORA C'È SPERANZA ANCHE PER LE IDEE UMANITARIE, AL DI LÀ DI PESSIMISMI E DI CINISMO. SOLO ORA VORREI FAR TRAPELARE LA BELLEZZA DEL VOLER CREDERE IN QUALCOSA, ANCHE SE VA IN CONTROTENDENZA CON IL RESTO DEL SAGGIO; PER QUANTO SIA DISTRUTTIVA UN'IDEOLOGIA, IN FONDO QUALCOSA DI BUONO PORTA SEMPRE; IN GENERE DA PARTE DI PERSONE DI BUONA VOLONTÀ E DI GRANDE ONESTÀ INTELLETTUALE, E NON DI CERTO DA QUALCHE PSICOLABILE AVIDO DI SOLDI E DI POTERE, MA QUESTA È FORSE LA PROVA CHE QUALCOSA POTEVA ACCADERE, NO?

Profile for Niccolò Mencucci

Stramberie culturali  

Raccolta di due racconti lunghi ("Arte e tecnica", "Una storia fredda"). Sono testi molto liberi, molto tranquilli.

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