Page 1

BRARE GLI UMORI A QUALSIVOGLIA POPOLANO. NEL MENTRE I SUOI SEI FRATELLI SI RIMETTEVANO ALBA E TRAMONTO ALLE FATICHE DELLA TERRA, EGLI SI PRENDEVA LA BRIGA DI SOLLAZZARE SENZA ALCUN PROFITTO I CONSUNTI SEGRETI DELLE CORTIGIANE DELLE CASE DI PIACERE. COME ACCADDE QUELLA MATTINA DI INIZIO APRILE, NEI PRESSI DELLA CASCINA DELLA SOLITARIA DONNINA MARINELLA, GIORNO PER LEI DEDICATO AL GRANO PER LE POVERE GALLINE, OGGI INVECE SPETTATRICI DEL MERETRICIO FARSESCO.- OH MANFRÈ, NUN ME STECCOLAR LE PALLE! - GLI SENTENZIÒ.- TE VO ACCHIAPPA LA TU PATATA! - LE URLAVA IN PREDA AL FURORE DELLA PRIMA SVEGLIA. - NUN C'HAI PUNTA VOJA DE NULLA OGGI, EH? - LEI CERCAVA DI DISAGIARLO RICORDANDOGLI LA SUA IDENTITÀ DI PECORA NERA DI FAMIGLIA. - VIENI QUA, TROJONA! - CI PROVÒ, MANFREDO, MA SI BECCÒ PRONTAMENTE UN COLPO BEN ASSESTATO SULLA FACCIA: MARINELLA ERA FORSE LA SOLA PRONICCOLO’ MENCUCCI STITUTA CHE NASCONDEVA NEL SUO FISICO LEGGIADRO E SOTTILE UNA FURIA BEN GOVERNATA. ERA UN VALIDO MOTIVO, PER UN MANFREDO SENSUALE E VOGLIOSO, A CONTINUARE SENZA ALCUNA SOSTA O PIETÀ O SENSO DEL PUDORE QUELL'ATTO DA PRIMA MEZZOPARTE FELINO. PURTROPPO PER LUI, E ANCHE PER LEI, DIVERSI COLPI DI BAIONETTA COLPIRONO IN SUCCESSIONE LE PERSIANE, GLI AGGANCI DELLE FINESTRE, ALCUNI APPOGGI DEL POLLAIO E APPENA LE STESSE MAMME CHIOCCIOLE. MARINELLA SI NASCOSE, URLANDO A DIO E AI SANTI; MANFREDO RIMASE PIETRIFICATO, PRONTO AD ESSERE SPULCIATO DAI PROIETTILI. SERVÌ UN COLPO DI CANNONE, ESPLOSO A DIECI METRI DA LUI, PER LANCIARLO PER LA PRIMISSIMA VOLTA SOPRA DI ELLA. CIÒ FU PER EGLI SEGNO DEL DESTINO: DOVEVA AVERLA PER SÉ. LEI ERA PERÒ PIÙ LESTA DI LUI, E CON UN ALTRO CEFFONE LO FECE RINSAVIRE DALLA MANIA. RIALZATISI, VIDERO LA STORIA PASSARE DA SOTTO LA CASCINA: ERANO DIVERSE FILE DI SOLDATI DIRETTI VERSO LA CITTADELLA ARETINA, E APPRESSO SI PORTAVANO ALCUNI CANNONCINI, TRA CUI QUELLO FATTO CALIBRARE AI DANNI DI MANFREDO. - FIGLI DELLA MERDA, CH'I VOLETE DA NOI? - TAISEZ-VOUS, PUTAINS CHIANINI! NOUS ALLONS A AREZZO! ARRETEZ ET NOUS VOUS BOMBARDONS! - ICCHÉ SCIABORDANO STI FRANZOSI? CHIESE A MARINELLA, UNICA ITALIANA NEL RAGGIO DI CHILOMETRI. - STI QUI VAN' A' AREZZO! - E VEDENDO IL CANNONE CHE SI CALIBRAVA SUL CAMPO DEL VICINO FATTORE ARMIDIO - QUI LA STORIA S'INTURBOLA... - A PROPOSITO DI INTURBOL… MANFREDO SI BECCÒ UN ALTRO SCHIAFFO; FU L'ULTIMO CHE

LO SCOMPIGLIO


INDICE

PROLOGO PRIMA PARTE CAPITOLO PRIMO CAPITOLO SECONDO CAPITOLO TERZO CAPITOLO QUARTO CAPITOLO QUINTO CAPITOLO SESTO CAPITOLO SETTIMO CAPITOLO OTTAVO CAPITOLO NONO CAPITOLO DECIMO CAPITOLO UNDICESIMO CAPITOLO DODICESIMO

5 21 23 49 54 58 77 88 95 113 127 152 169 191

Questo libro è opera di fantasia. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.


Lo Scompiglio Scarti comici


Prologo

PRIMA REMINISCENZA STORICISTICA - 1897 "Non c'è pace, non c'è gloria serena, sollazzo e gioco senza alcuna pena... [cit. frammento della lirica "L'aratro dismesso" di Manfredo delle Pievi] - I so' sol di voler frucinare'l mi mondo come me disgarba o meno! Questo era il motto di Manfredo delle Pievi, figlio di Piera Senesi e Mariano delle Pievi , giovinotto balordo, acquiescente quanto un ciuco, disinvolto al pari delle oche e composto peggio dell'ultimo bovaro di campagna. Egli era conosciuto nel suo paesotto chianino per lo sfornare imprecazioni, pel disperdere energie ai laboriosi cittadini e per squilibrare gli umori a qualsivoglia popolano. Nel mentre i suoi sei fratelli si rimettevano alba e tramonto alle fatiche della terra, egli si prendeva la briga di sollazzare senza alcun profitto i consunti segreti delle cortigiane delle case di piacere. Come accadde quella mattina di inizio aprile, nei pressi della cascina della solitaria donnina Marinella, giorno per lei dedicato al grano per le povere galline, oggi invece spettatrici del meretricio farsesco. - Oh Manfrè, nun me steccolar le palle! - gli sentenziò. - Te vo acchiappa la tu patata! - le urlava in preda al furore della prima sveglia. - Nun c'hai punta voja de nulla oggi, eh? - lei cercava di disagiarlo ricordandogli la sua identità di pecora nera di famiglia.


- Vieni qua, trojona! - ci provò, Manfredo, ma si beccò prontamente un colpo ben assestato sulla faccia: Marinella era forse la sola prostituta che nascondeva nel suo fisico leggiadro e sottile una furia ben governata. Era un valido motivo, per un Manfredo sensuale e voglioso, a continuare senza alcuna sosta o pietà o senso del pudore quell'atto da mezzo felino. Purtroppo per lui, e anche per lei, diversi colpi di baionetta colpirono in successione le persiane, gli agganci delle finestre, alcuni appoggi del pollaio e appena le stesse mamme chiocciole. Marinella si nascose, urlando a Dio e ai Santi; Manfredo rimase pietrificato, pronto ad essere spulciato dai proiettili. Servì un colpo di cannone, esploso a dieci metri da lui, per lanciarlo per la primissima volta sopra di ella. Ciò fu per egli segno del destino: doveva averla per sé. Lei era però più lesta di lui, e con un altro ceffone lo fece rinsavire dalla mania. Rialzatisi, videro la Storia passare da sotto la cascina: erano diverse file di soldati diretti verso la cittadella aretina, e appresso si portavano alcuni cannoncini, tra cui quello fatto calibrare ai danni di Manfredo. - Figli della merda, ch'i volete da noi? - Taisez-vous, putains chianini! Nous allons à Arezzo! Arrêtez et nous vous bombardons! - Icché sciabordano sti franzosi? - chiese a Marinella, unica italiana nel raggio di chilometri. - Sti qui van' a' Arezzo! - e vedendo il cannone che si calibrava sul campo del vicino fattore Armidio - Qui la storia s'inturbola... - A proposito di inturbol… - Manfredo si beccò un altro schiaffo; fu l'ultimo che gli diede quel giorno. Manfredo non sapeva ma quell'aprile 1799 fu il mese in cui la Val di Chiana si trovava al centro dell'occupazione napoleonica, così come la città di Arezzo . In pochi giorni la città non se la sentì di imbarcare una guerra dispendiosa e sanguinolenta: pochi giorni dopo, in centro, i suoi genitori, assieme ai fratelli, videro ergersi a Piazza


Grande l'Arbre de la Libertè. Benché dubbi sui nuovi padroni, essi temevano per la terra, per gli animali, per il podere; e ovviamente per la loro sopravvivenza. Invece Manfredo era interessato a ben altro: era rimasto nelle campagne a inseguire senza freni la povera Marinella. - No! Levati di culo! - Ch'ài? Tutta nafantita oggi? - le domando, circondandola come una mosca. - I c'ho un omo che mi scerca! Manfredo balenò dalla rabbia: Chi l'è? - O dovina! - Franzosi! Cancheri! - Ma chelli l'han i guadrini! - e lei se ne andò, lasciandolo fremere dalla rabbia. - Ma non la vita. - sussurrò al sé diavolo. Non ci pensò affatto, e segui Marinella fino alla sua cascina: l'aspettava un jeune homme moro, rasato quasi completamente, seduto largo sulla seggiola della camera da letto di ella. - Merveilleuse! - le disse vedendola, prima donna della sua vita sessuale. - Come? - Tu est la più bela dona... - Marinella arrossì, ma solo per suo lavoro. Si tolsero gli abiti, e il jeune dolcemente le si avvicinò per toccarle il seno; sorridendo, gli massaggiò busto, cosce e testicoli, fino a sostenergli l'erezione. Egli la baciò, prima come un timido, poi come un amante. E infatti Manfredo, ormai privo di senno, sfondò la finestra da cui spiava la liason e prese per la gola il pio francese. - Mi te bordo ora! - e lo sbatté contro il muro. - No! Basta! Cheffai? - urlava appena coperta dalle lenzuola. - Sto bordellotto! Che vò fà, eh! - gli diceva mentre lo vedeva soffrir cianotico tra le sue grinfie. Marinella prese la pistola a focile del francese e sparò ai piedi di Manfredo. Dalla paura egli indietreggiò, così da liberare il francese; puntò la pistola a Manfredo, lasciando al poverello la possibilità di respirare e di scappare, pur a coito non raggiunto.


- Vous êtes fous! Nous vous paierons! Merde la Chiana! - Oh, a chi merda?! - e lei gli sparò appena vicino alla mano. - Bravo sciorno...bel casino t'haiffatto! - I te voglio tutt'a per me! Non per altri... - le disse improvvisando una giustificazione. Ella si arrese: gli concesse il turno del francese; tanto i fiorini erano nel tavolo. Egli la sbrigò in pochi minuti, ma non contento ripeté più volte, lasciando sfinita la povera donnina. - Minonna...o che, così sfondo? - Nun lo fo da secoli! Sempre, te a scapeare... - O, sta a vede che la colpa... - si fermò, due colpi provenivano dalla porta. Sentirono parole in francese. Manfredo bestemmiò in coppia con Marinella: lui si nascose, mentre lei si avvicinò alla porta. - Bonjour! Nous cherchons Marinella, la prostituée. Est-ce ici où elle vit? - dissero i due gendarmi. Lei non intese la lingua, ma non servì: i due scoprirono la sua identità nuda, e l'arrestarono. - Che volete! Levatevi! Manfredo! - urlava, mentre veniva portata via. - Vous êtes complice d'une embuscade contre un de nos camarades soldats! - ed ella gli morse una mano Aïe! Putain de salope! - ed egli gli tirò una sberla in volto, facendola svenire. - Cancheri! - urlò Manfredo, sparando in aria colla pistola del jeune homme. - Lasciatela! - e mirò al detentore di Marinella. - Non! Ne la libère pas! - gli urlò. - Gli sfondo la capa, giuro... - No! - urlò Marinella. Un colpo partì. La guardia cadde a terra ferita di striscio, e l'altra fece cadere l'arma. - Ma chi cazzo è stato... - disse Manfredo, con l'arma ancora carica. - Oh non allopiare Manfrè, e venimi ad aiutare! - gli disse il soggetto anonimo, intento a legare i due francesi. - Ma chi... - Chetati, fai meno lo sbrinco e aiutami.


Dopo averli legati, arrivò un carro con altri soggetti sconosciuti: questi mise dentro i due gendarmi, inbestialiti come il loro francese. - Ma ch'accadde? - chiese Marinella. - V'è ita bella! Ancora poco e a Dio! Ma tanto dura poco, Manfrè. - e salì sul carro - Avanti! E Viva Maria! - Viva! - dissero quelli alla guida, andandosene. I due non capirono più nulla. Marinella disse solo: - Alò, birbo, rientriamo, che hai da finì... ############ PASSATO PROSSIMO LA MARAVEA DAMIGELLA DELLA BUERE "[...] La Bora nassi in Dalmazia, la se scadena a Trieste e la mori a Venezia [...]" La chiamavan così, quella bea tata triestina; avea forme leggere, e l'adornavan fin da piccola frute d'origini dalmatiche come i due noni Pai Berto e Mame Celestina, fuggiti dalle campagne balcaniche, poveri in solti, cjase e dialet . Ella stette in casa in compagnia dell'anziana baia Lilith (Tu ses gna fie, biele nine...) , conterranea della mame; il babbo dovette trovar, giunto nei pressi della cuieta Trieste - tanti porti, tante barcje, tanto tanfo ispirava giorno e sera saltellando con gli infanti della materna...- un miserrio lavoro nella manovalanza locale presso i magazzini dell'azienda Veneziani ("Ghe pale! Sior Schmitz g'è una secjadure, no fa un'ostie di matine a sere...") con la mammina a far ripetizioni ai fruts, coetanei della figlia alle elementari ("Mi go d'istrui un frut, Gillo: un mus...") ; tanto, chi li ascoltava a comentà erano solo loro due ogni dì nella cucina abitabile. - Ma nestra fie, dula se? - Mi no save...à barcon?


Per ella non esisteva industria o scuola, ma solo la natura. Unica fie, nella sua solitudine preferì le verdi radure, le brughiere e le colline invisibili dalla sporgenza sul mare; le sognava al di fuori dell'orizzonte del golfo, là, oltre le bancjine dei porti, gli alberi dei velir, le ciminiere delle motonavi; là, oltre il fruscio del vento alle imposte, le polveri danzanti sulle vie e l'acuto gridolino dello spiffero. Ma cosa non poteva conoscerlo, aveva sol da studià, là a vore, buta fur frut o frute, e taser. Così come i grants vieli del Caffè, meditabondi alle finestre e ai loro caffè, incuranti della presenza di tre giovinetti in vestit de fjeste . - Maraman! Ve abita i terun, là de puart! - bofonchiava il suo amichetto delle medie; erano insieme alla sua migliorissima amica al Caffè degli Specchi in piazza Unità d'Italia per degli strucoli; in barba alla loro gola e al venticello lieve che girovagava per i lampioni. - Ossignù... - incredula esprimeva l'amica, intelligente quanto l'amichetto. - E chel che xe i terun? - chiese la frute strampa. - Int de mierde! - espresse l'amichetto; c'era una congruenza col pensiero orecchiato e orecchiabile della clientela della giornata (Chel nini ve reson!, il sussurro concorde dei vecji). All'esterno si sentivano gli ululati del vento, in crescendo) . - Ma nun g'è pussibil! Ti di stupiditate! - Fufigne? Ma cjosse ti dize! - s'alterò, offeso dalla presunzione della bimba; la corrente aumentò d'intensità. - Patacona! Te da su pataf fin a dute gnot! - Vonde cussi! - cercò di fermarlo la migliore amica, mentre la bimba si stringeva su se stessa. - Tase ancje ti, scrove! Le ante saltarono ai lati: tutte le vesti signorili cominciarono a sollevarsi per la raffica entrata, censurando alle signorine la scena seguente: le giacche dei signori divennero delle cappe improvvisate, e vennero verso i muri, le cristallerie, i balconi o gli angoli dei muri.


All'amichetto accadde di finir rovesciato all'indietro e lanciato fino alla caffetteria, finendo con la faccia travolta dal caffè bollente scivolato dagli scaldatazze in espresso. La bimba esplose dalle risate, incurante che la sua sacheta se ne volteggiava per la piazza, assieme alla siarpe dell'amica. - Ohi biele, cossa fà tuta suola? - gli chiese il suo ex amichetto, apparizione mefistofelica accanto al portone. La bora, quel vento della sua infanzia pre-mestruale, non tornò fino alla conclusione della sua adolescenza, coi venti erano rimasti sereni, ed ella si godeva i giorni d'uscita dal liceo classico, guardando i suoi coetanei andar via con le carrozze di famiglia, in compagnia delle balie, maggiordomi, governanti, educande, servi o camerieri presi a corvée . - Ah, mandì... - non si vedevano da anni; era cambiato, al pari dei suoi coetanei e dei più giovani balilla . Ella era divenuta giovincella, lunga di gonna, minuta e sottile, dalle fluide punte ricciole e dagli occhi color smeral; egli un rossino, lungo di corpo, scheletrico e pallido, dai filamenti corti e gli occhi d'argento. - Ti va de sta cun mi... - e col pollice puntava al ghetto ebraico, alle vie oscure e celate. - Mi gàvre da studia... - Timp nus'è! - e sogghignò. La prese, e lei non si oppose: la portò con sé al ghetto; attorno, giovani in maglie e fez neri marciavano per strade. Il ragazzo notò che il vento cominciò a seguirla per la strada, da un foglio di giornale alle foglie della strada. - Maledet vint... - lui deviò per un vicolo stretto e basso, impedendole di raggiungerli. - Una maledizion... - e se la mangiò cogli occhi - Come ti... - Cossa fà? - ma lei venne taciuta dalla di lui mano, lasciando all'aria i suoi gemiti. Stava per coprirla. Venne il tempo per la bora di divampare concentrata nell'insenatura; il ragazzo venne


lanciato sul muro, così da far fuggire la giovane. Lui riuscì a liberarsi, strisciando sui muri opposti, e la rincorse per strada: - Ven! Ti chiapar! - e contento nell'inseguimento si incitava: Eja eja alalà! Ella urlava chiedendo la grazia che non arrivava: la piazza dell'Unità era sgombra, surrealmente immota. Egli la prese di nuovo: Or ti ze mea! Rezì! La bora tornò alla carica. Fece letteralmente librare il giovane in aria, fino a farlo svolazzare fino al tetto del Municipio. La piccola resistette al vento agrappandosi ai categnacci posti a terra in caso di tormenta, sbatacchiando un poco ad est e ad ovest. - Maledeta troie! Folc ti trai! - lei non capì più nulla. Tu ses gna fie, biele nine. - Cui che al è? Lilith? Ma ti sestu muarte! Scjampa da Trieste! Scjampa! - Ehi, cossa ge fà fur? Tornà dentri! - le minacciò un gruppo di camice nere, pronta al passo della violenza. - No! Spietate! - E' una traditer! Copate! - urlò dal Municipio, ottenendo in direttissima uno schiaffo dalla personificazione meteorologica. Egli scivolò per il tetto, rimanendo agganciato ad una finestra al terzo piano. - No! - urlò - Vonde! La bora si scagliò alla fine, con una raffica, sui delinquenti, lanciandoli in aria. I giovani del Fascio non poterono veder volare la vecchia bimba: pareva un uccelletto con le vespe (loro) sparpagliate tra le sue ali. Avea da andar via dalla sua terra, ormai prossima alla follia annientatrice. La Bora aspettava lei, per quel dì, fattasi done, a porgerle la lieta novella. E si salvò, a differenza dei gjenitors, degli amì, dei vecji e dei fassists: scjampa era la sua promessa, rifugiarsi e darsi una nuova vita. Venezia, la lagune, fu per lei la sua nuova cjase, e vi stesse fino all'imbrunirsi della sua chioma e al chiarirsi dei suoi occhi. Tempo dopo venne a sapere che l'ex amichetto, ex violentatore ed ex fascistoide ora era arrivato all'ex vita:


andò nella sua tomba, in mezzo alla brughiera, lasciata alla natura e all'oblio assicurato. Un leggero venticello si avvicinò attraverso foglie, rami spezzati ed erbette piegate: le si mossero le vesti, e lei intese che era tornata. Tirâ indenant, biele nine, j'e ora de tira! L'ascoltò, immersa nel silenzio attorno della brughiera. Mame se ne andò con la Buere, lasciando ad Ella un'altra maravea damigella, Zefira. ...sea biele nine... ############ PRESENTE ASPETTATIVE NELL'AMBITO ACCADEMICO E AMOROSO Quando c'è da immaginare un ricordo storico, e non contemporaneo, di solito si adoperano degli oggetti, che sprigionano dei richiami potentissimi, riaccendendo la memoria su certi eventi. E ciò è accaduto per una piccola tazza di caffè. C'era nel tavolo della saletta da tè una piccola tazza di caffè fumante, nero, aromatizzato con una piccola stecca di vaniglia, con sopra una leggera glassa di panna bianca, vicino c'era un piccolo piatto ripieno di biscotti e dolci soffici, spolverati di zucchero di canna, proveniente dalle piantagioni del Nuovo Mondo. La porta della sala si aprì; vi entrò un piccolo fanciullo, addobbato con una blusa nera dai bottoni bianchi, che gli copriva quasi tutto il corpicino; frettolosamente si avvicinò al tavolino e, con fare imbranato, prese voracemente tutti i biscotti, lasciando la tazza a sfumarsi all'aria fresca della stanza. Ad accompagnarlo vi era la sua balia, nonché governante a tempo pieno, una signora insolita per il costume del suo tempo: era giovanile, dall'aspetto fiorito e solare, molto energica e materna nell'assecondare le scelte del piccolo bimbo. Infatti, dopo averlo visto strappare dal piatto tutti i biscotti senza nemmeno assaporare il caffè, lei, appena il bimbo era uscito dalla


stanza, lo prese in mano, gli tolse con un leggero soffio la condensa e lo bevve, noncurante del terribile calore che emanava. Dopo aver aperto gli occhi dalla disperazione per il fuoco che gli stava per uscire dalla bocca, si calmò e accompagnò il bimbo fuori dalla sala, fino alle scale di marmo, rimanendo per tutto il breve tragitto in silenzio, sorvegliando con un sorriso intriso di dolore il bimbo, che saltellava dall'euforia per l'imminente svago pomeridiano. Il bimbo ogni giorno, verso le tre del pomeriggio, usciva con la governante e si avventurava nelle piazze e nelle piccole borgate verdi della sua città. Ma quel giorno il bimbo, dopo ormai diversi mesi, poté ritornare in uno dei suoi posti preferiti: il parco centrale delle Ortensie. Tale parco doveva il suo nome per via dell'enorme coltivazione di Ortensie voluta, qualche secolo prima, dalla marchesa Bianca de Volpi, una delle prime donne nel paese a dedicare la sua esistenza non solo alla vita familiare e alle angherie del marito adultero, ma anche alla scrittura e al libertinaggio, divenendo in pochi anni una delle più accesi sostenitrici della emancipazione femminile nazionale: come segno iniziale di rivolta distrusse il giardino all'italiana del complesso residenziale, ove vi passava la primavera con la famiglia e con i suoi parenti e amanti più stretti, e vi fece impiantare una enorme coltivazione di ortensie, l'una di un colore diverso, a seconda dei raggi del sole che vi si ponevano nelle determinate ore del giorno (all'alba la luce era chiara ed illuminava le ortensie bianche, al pomeriggio illuminava quelle rosee, al tramonto quelle arancioni). Tale scempio, per l'epoca, la rese molto nemica nella sua classe sociale notabile, e venne considerata addirittura una matta, tanto da essere chiamata nel tempo “De Volpi la Matta”, mettendo alla berlina anche il cognome familiare. In breve, il marito la cacciò dalla dimora, facendole perdere tutti i suoi averi: per sua fortuna lei, con la sua scrittura, poteva campare dignitosamente, e proprio ad essa lei poté nel frattempo distruggere lentamente la vita del suo marito, arrivando a screditarlo e a mettere, nei suoi libelli satirici, insinuazioni di sodomia


nella sua vita amorosa. Tali accuse recriminarono il marito pesantemente, e, preso dalla ira vendicativa, ordinò ad alcuni suoi bravi che venisse stuprata pesantemente, come segno della sua potenza. Lei lo seppe, e prima di scappare all'estero, per potersi garantire un'esistenza più pacifica, dirottò astutamente i marrani in una casa di tolleranza, installata in un palazzo antico e simile per costruzione alla sua residenza effettiva; lì vennero dalle prostitute crudelmente tartassati fisicamente e sessualmente, ritrovandosi alla fine con alcuni accenni addirittura di quella che all'epoca si chiamava “mal francese” e oggi ha il nome di sifilide terziaria. Il bimbo e la sua governante erano ormai usciti dal palazzo antico, e stavano aspettando la carrozza per raggiungere il cuore del parco, distante tre chilometri dalla loro dimora. Nell'attesa il bimbo cominciò a giocare con un piccolo arnese, un giocattolo che il padre, qualche giorno prima, aveva comprato da un mastro giocattolaio in città, appena tornato dalle Americhe: era un piccolo oggetti a forma semi sferica, dotato di un nastro leggero e sottile, legato all'interno dell'oggetto e dipanato per tutta la sua circonferenza, arrotolandosi più volte su sé stessa; il bimbo continuava a farla scendere e poi riavvolgere, a farla scendere e poi riavvolgere, e così fece per cinque minuti, mentre la balia era ormai presa dal fuoco nella lingua e dalla nausea di vedere quell'orrendo giocattolo americano agitarsi in verticale e in orizzontale. Lo strappò dalla mano del bimbo, e gli chiese gentilmente se poteva rimetterlo nella tasca della sua blusa. Lui, dispiaciuto per averla fatta arrabbiare, lo rimise dentro; subito dopo arrivò la carrozza, e il bimbo tornò gioco come prima. La carrozza, fatta di legno d'ebano e rivestita di cuscini di lino e di piume d'oca, ripartì una volta aver caricato la coppia, e si diresse in direzione del parco: al suo interno era vuoto, e questo diede possibilità ai due di poter parlare per tutto il tempo, domandandosi l'uno all'altra quello che avrebbe fatto in quel pomeriggio: la risposta di entrambi era assolutamente niente, e quando


se la ripeterono insieme non poterono far altro che ridere. Intanto la carrozza stava lentamente scivolando per le strade sterrate del parco: gli alberi erano ancora in fiore, mentre la maggior parte erano ancora spogli e privi di gemme gonfie; nelle strade adibite ai passanti vi erano ancora le foglie dell'autunno, e alcuni piccoli rimasugli della pioggia di due giorni prima, la quale aveva fatto ingrossare lievemente il fiume che passava per la città. Arrivati al centro del parco, il bimbo poté, nell'ora in cui era, godere della luce arancione che si sprigionava dalle ortensie, che coprivano parte del parco ad est. Nonostante la temperatura non garantisse la piena fioritura, le ortensie di quel parco avevano la dote innata di poter sbocciare precocemente, forse per merito della portentosa cura della marchesa, energica nelle faccende se non proprio domestiche almeno vitali, dedicate alla vita, e non al dovere e al piacere altrui. Mentre il bimbo si dirigeva verso il tratto di pietra fuori dal giardino delle ortensie arancioni, la balia lo accompagnò per una parte della sua strada, perché, poco dopo, intravvide nei pressi del muro delle stalle del Club dei gentiluomini, un ragazzo: era vestito con abiti alquanto consumati, ma non logori, e teneva una folta capigliatura nera, messa ben in vista dalla sua lieve barba dalle punte blu. Lei gli puntò gli occhi color azzurro cielo, e lui la salutò da lontano. Lei, dimenticandosi quasi totalmente il dolore alla bocca, prese la strada diversa e si diresse verso quel ragazzo. Arrivato da lui, il ragazzo le chiese se poteva aiutarla: voleva entrare nel club, più precisamente nella stalla dei cavalli; lì, evitando le montagne di sterco e le pile umane di letame a loro guardia, avrebbe aperto le gabbie e fatto scappare la mandria, facendola spargere follemente per tutto il campo. Lei non capì e lui gli spiegò: era un allevatore di cavalli, che abitava fuori città, in una propria fattoria; qualche settimana prima aveva venduto alcuni suoi migliori cavalli al proprietario del club cittadino, a condizione che fossero trattati bene, e con rispetto; notando il disagio in cui i cavalli vivevano, lui ritornò alla presenza del


compratore, ma, a causa dei suoi abiti e del fatto che aveva quasi minacciato fisicamente il signore con un coltello da burro che si trovava in un tavolino vicino a lui, lo buttarono fuori a calci. Lei allora lo aiutò ad entrare nel club. Intanto, in mezzo al parco, il bimbo trovò due gruppi di bambini, vestiti con abiti scolareschi e alla marinara, che si divertivano con delle piccole palline colorate fatte di vetro lucido; lui si avvicinò a loro, e chiese ad uno di loro se poteva partecipare al loro gioco. I piccoli acconsentirono, ma gli chiesero una pallina per potervi partecipare; lui ne era a corto, e ne domandò una ad uno di loro. Gliene venne concessa una, color grigio carbone dolce, e iniziò a giocare con loro: durante la partita, in cui era obbiettivo principale buttare fuori dal centro disegnato col gesso le palline del gruppo avversario, ovvero quelli vestiti alla marinara, accadde che il bimbo, con troppa foga, diede un colpo molto violento alla sua pallina, facendola saltar fuori dal cerchio, correndo lungo il selciato, fino a intrufolarsi nella penombra del terriccio del boschetto. Il bimbo corse immediatamente nella zona dove aveva smarrito la biglia, ma non riuscì a trovarla; nel frattempo i bimbi avevano interrotto il gioco e stavano aspettando rabbiosi il suo ritorno, sentendosi in colpa per aver concesso una delle loro biglie ad un bimbo imbranato. Quando tornò fece notare che l'aveva di nuovo in mano, e, sfuggito il panico di averla perduta, tornò a giocare, mentre gli altri bimbi cominciarono a rivalutare la sua figura all'interno del cerchio. Dopo i turni di entrambi i giocatori toccò al bimbo, e anche in questa occasione, sempre per colpa dell'agitazione, lanciò la pietra fuori dal cerchio, ma stavolta non tornò nel bosco: saltò il gradino superiore al piano dove si trovavano; si alzò praticamente in volo: raggiunse gradualmente l'altezza d'uomo, sfiorando così le balaustre che dividevano il fiume dalla zona pedonale. Volava in cielo, formava un arco, poi una parabola, e infine cadde in testa a quel povero signorotto che stava navigando per le acque del fiume.


Il ragazzo venne aiutato dalla ragazza, la quale lo fece entrare di soppiatto facendolo salire sul muro di cinta. Ora era dentro il club, un imponente villino settecentesco ricolmo di edere e di fontane, con una lussureggiante terrazza panoramica dietro. Dopo aver scampato possibili riconoscimenti da parte delle guardie armate dell'edificio, venne scambiato per uno stalliere e condotto forzatamente dentro la scuderia: lì, dopo aver passato qualche minuto a togliere il letame dal maneggio, alternando per via dell'inusuale alta concentrazione di escrementi diversi conati di vomito, senza essere visto, prese le chiavi poste nella cabina del guardiano, andato nel mentre a pasteggiare nella dependance della servitù, e aprì tutte le porte dei box; i cavalli non si mossero ancora, e lui allora, tornando nella cabina, prese la pistola usata per le partenze alle esercitazioni nell'ippodromo privato del club, e sparò un colpo in aria, facendo però saltare una tegola della scuderia, che cadde vicino ad una spalla del ragazzo; il colpo non diede alcun risultato verso i cavalli, ma l'urlo successivo per il dolore lancinante fece terrorizzate tal punto i cavalli che, dal terrore, scapparono dalla scuderia, investendo tutte le piante e le siepi del giardino. I signori, la servitù e i fanti uscirono di corsa, assistendo alla distruzione quasi completa del giardino: il più anziano membro del Club, nonché direttore sportivo a vita, professor Augusto De Volpi, pronipote della defunta marchesa, avvisò le guardie di uno straniero che stava scappando dai locali della scuderia. Il ragazzo, ormai scoperto, scappò verso le mura di cinta, tenendosi grottescamente con il braccio opposto la spalla danneggiata, correndo all'impazzata verso una piccola breccia, nascosta ingenuamente dai giardinieri per evitare un possibile licenziamento in tronco. Nonostante il caos e il dolore, riuscì a piegarsi in modo tale da entrarci e da uscirne incolume. Fece poi il giro largo, e si nascose, per evitare le guardie, sotto una quercia secolare del parco. Dopo essere scampato a loro, beccò con lo sguardo la ragazza di prima, e, con gli occhi, le consigliò di seguirlo sotto il porticato della torretta di osservazione del centro


astronomico del parco. Lei lo notò, e viaggiò distanziata da lui. Il signor Reginaldo De Volpi, figlio del professore, alla fine della sua giornata passata all'ufficio amministrativo della compagnia commerciale della sua aristocratica famiglia, si trovava nella sua piccola barchetta, in mezzo al fiume, pacifico e quieto, accompagnato da un suo amico intimo, Gervasio; lui era in tenuta da spiaggia, e aveva in capo un cappellino di vimini ocra chiaro, mentre l'altro aveva una camicia bianca di seta e un paio di occhialini privi di montatura; stava remando al tempo del suo amico, ridendo ad ogni tentativo del suo amico di remare controcorrente, finendo continuamente per bagnarsi i baffi gonfi e castani che portava, quando all'improvviso venne colpito da quella che si credeva una biglia. Dopo essere svenuto per alcuni secondi, e poi risvegliato dolcemente ma al tempo stesso ansiosamente dal suo amico, il signorotto cercò di capire la dinamica dell'accidente: prese la pallina, e notò che non era una biglia, ma un sassolino a forma sferica, simile ma completamente diverso per durezza e per dolore. Ad un tratto, dal parco, sentì un bimbo ridere per la scena a cui aveva assistito; il signorotto, facendo due calcoli, capì la situazione, e dalla rabbia chiese a Gervasio di risalire il fiume e di andare a dare quattro sculaccioni a quei bimbi lassù, nel parco. Gervasio cercò di fargli cambiare idea, facendogli notare la natura infantile del loro gesto, ma lo sguardo di pietra del suo amico intimo lo distolse da qualsiasi tentativo, e lo assecondò. Gli altri bambini cercarono di farlo azzittire, invano, e il bimbo, pur notando che il signorotto stava risalendo la china, continuava a ridere impazzito. Era ormai a terra, e dopo essersi rimesso i pantaloni con la cintola, si mise per bene il suo cappellino, si grattò i suoi baffi arricciati, e scattò verso il parco. I bimbi cercarono di scappare dalla furia del povero signorotto, reso semi cieco per il colpo preso, e per scampare alla sua furia si divisero dentro il parco. Il bimbo allora, per scampargli, si intrufolò nella torretta del centro, e nel buio cominciò a sentire uno strano rumore, come se un animale stesse latrando per asfissia.


Quando raggiunsero la torretta, lei gli chiese cosa fosse successo, e lui le disse che c'era stato un piccolo incidente, e gli fece vedere la contusione che aveva alla spalla; lei notò che, nonostante il dolore, il ragazzo sorrideva in maniera strana, e gli chiese se stesse nascondendo qualcosa; lui le disse che non era importante, e lei allora s'impuntò, chiedendogli la verità a rischio di chiamare le guardie e arrestarlo. Lui le raccontò i fatti veri: era uno della servitù, addetto al giardinaggio, che scioccamente aveva chiesto al direttore un aumento dello stipendio; il padrone gli rise in faccia, facendogli notare non solo la sua poca presenza al lavoro, ma anche i suoi pochi lavori conseguiti, la cui maggior parte venivano fatti dagli altri giardinieri. La storia del coltello e della cacciata erano invece reali, solo il movente era diverso. Lei si sentì un lieve amaro in bocca, forse per sentirsi complice del suo reato; il ragazzo la ringraziò del suo gesto, e le toccò la mano delicata e linda. Lei arrossì, e si dimenticò quasi del tutto del suo gesto. Lei gli mise il palmo dell'altra mano sulla sua, callosa e sporca, e si guardarono per qualche istante. Lui si alzò, e andò a chiudere le persiane della finestra. Il bambino, intimorito per quei rumori, uscì, e notò che nel frattempo anche fuori c'erano gli stessi rumori, provenire da una siepe, ove vicino, appoggiato ad un masso, c'erano il cappello del signorotto e gli occhiali del suo amico intimo. Si accorse che i ragazzi si erano riuniti, stavolta solo per vedere il tramonto scendere nel fiume. Alla fine della giornata il bimbo venne riaccompagnato a casa dalla sua balia, la quale era ancora più splendente e più sporca; in seguito il bimbo ritornò più spesso al parco, e anche la governante, la quale continuò a coltivare sempre più spesso quel rapporto particolare con quel soggetto a delinquere che in futuro divenne il suo compagno. Quando il bimbo crebbe, la famiglia la congedò, offrendole un qualcosa raro per i tempi: una liquidazione, tra l'altro molto consistente, forse maggiore di quella di un dirigente. Con quelli e con i pochi risparmi del compagno un casolare in campagna, aiutando il marito nella cura del campo e dei figli. Da lei nacque il bisnonno di Nicodemo.


Prima parte


Capitolo primo

18 agosto 1989 Fece un salto nel vuoto. Il suo corpo volteggiava in aria, in sospensione totale dalla gravità; in quei pochi istanti i suoi arti si strinsero alle ginocchia, formando assieme al busto una sfera umana. Appena la testa si irrigidì il tempo era scaduto e il peso del corpo si diresse verso lo specchio d’acqua, schiantandosi contro i flutti del mare. Era sprofondato fino a un metro e mezzo. Le onde lo spinsero in alto. Concluse la sua apnea e poté respirare, tranquillamente; intorno a lui c’erano scogli arrotondati, barche ingrigite dalla salsedine e piccoli surf a vela che tagliavano il mare al loro passaggio. E una calma assoluta, come se il tempo si fosse cristallizzato. In quel mare piatto intravide una testa spuntare dall’acqua: un volto non nuovo, ben conosciuto. “Bel tuffo, Antonio! Ancora poco e ti spaccavi la testa!”. E c’era anche la sua ragazza, Serenella. Erano in vacanza, nella riviera, ed erano in acqua da poche ore. Si guardavano innamorati, anche dopo quella battuta sarcastica. Lui voleva provare un tuffo, buttandosi dagli scogli, tanto per dimostrare una qualche capacità atletica, ancora non ben compresa dalla sua ragazza. “E allora? Dopo non saresti venuta a soccorrermi?”, le domandò, avvicinandosi. “Sì. Ti avrei fatto affogare più velocemente. Non c’è niente di meglio dell’acqua di mare per sedare i tagli; anche berla aiuta molto!”, gli rispose, sempre un poco sarcastica. “Ma è possibile che tu debba fare sempre queste scenate, quando siamo in vacanza?”


“Ovvia, non te la prendere! Mica sono morto!”, le replicò. Riempì subito dopo la sua bocca di acqua; gonfie le gote, gliela spruzzò in faccia, facendola indietreggiare, e ottenendo il complimento di imbecille. La fece ridere, e poi sorridere. Lui allora si avvicinò dolcemente, con molta calma. “Deve essere bello…”, le disse sottovoce; “Cosa?”, gli chiese con un leggero interesse; “Fare l’amore in acqua, non credi?”, e l’abbracciò, e cominciò a baciarla. Si avvicinò ancora di più al suo corpo. “Che fortuna che non ci sia nessuno, in giro. Quasi, quasi, si potrebbe fare tranquillamente…”; “Dio, sei davvero il solito…”, ma non riuscì a finire la frase quando ad un tratto, sotto le sue gambe, non senti un qualcosa di molliccio, che le si scivolava addosso, lentamente. Lei si fermò. Un istante dopo sentì un tentacolo. Urlò dal dolore. Una scarica elettrica le pervase tutta la gamba, e cominciò ad agitarsi, ottenendo sempre più scariche alla gamba. Antonio la prese, dal terrore che potesse affogare per lo shock, e se la portò fino in fondo alla spiaggia. “Serenella! Tutto ok!”, le chiese ansioso, a causa della sua reazione; “Mi prendi in giro! Una stramaledetta medusa m’ha punto la gamba! Dio, che dolore!”. Raggiunsero la spiaggia, e lui, appena poggiata sulla riva, chiese aiuto alla gente intorno. Gli arrivò in suo soccorso un pallone in faccia, dritto sul naso per essere precisi. Cadde a terra, svenuto, senza nemmeno accorgersene, mentre Serenella alternava il dolore dell’ustione con lo sbigottimento della sfortuna del suo ragazzo. Dopo un minuto si riprese, ma nel frattempo lei era stata già soccorsa. Le chiese come stesse, successivamente alla ripresa di ogni grammo di lucidità e di ogni percezione del suo naso, privo di epistassi ma molto dolente. “Come sto? Bella domanda. Parti dal presupposto che quando sei svenuto per i primi secondi mi sono ritrovata addosso una schiera di piattole e di erotomani,


tra l’altro per la maggiore di brutto aspetto, che mi volevano “aiutare” alla loro maniera. A seguire era arrivato un bagnino, molto improvvisato. Dall’alto della sua esperienza, nemmeno mi consigliò, anzi, con decisione, secondo la credenza che la sabbia nera aiuti a diminuire l’infiammazione dovuta alla puntura, me la schiaffò nella gamba malata. Peccato che la sabbia locale sia normale, non nera! Quell’idiota m’ha reso ancora più rossa la gamba! Per fortuna, poco prima che tu ti risvegliassi, una signora gentile mi venne incontro e mi diede una pomata al cortisone, che mi sgonfiò la gamba. Accidenti a sti babbei!”, e nel dire questa lamentela c’era ancora qualcuno che la fissava voglioso. Non sembra sia per loro una buona vacanza. Già all’inizio di questo piccolo periodo di ferie si intravvedeva una sfortuna di fondo: alla partenza persero oltre un’ora a rifare in continuazione le valigie che prontamente esplodevano per l’eccessivo carico che trasportavano dentro; durante il viaggio dovettero affrontare in continuazione diversi ingorghi, file di macchine, incidenti e tamponamenti per le autostrade e le linee marittime, arrivando a tifare per la morte delle povere vittime di possibili colpi di sole o colpi di testa (forse sempre dovuti al sole); arrivati nella località vacanziera passarono l’ora del mezzogiorno, in pieno sol leone, a trovare un parcheggio all’ombra, probabilmente perdendo alcuni chili di peso in quella sauna che era diventata la loro macchina. Non trovarono nemmeno un posto decente in spiaggia; se ne fregarono e decisero di buttarsi in acqua, senza troppe pretese. Tanto, gli asciugamani erano in macchina, a cuocersi come in un forno a legna. Appena si rimise cominciò a zoppicare per il dolore che ancora pervadeva la gamba. Era ormai ora di pranzo, e Antonio prese l’iniziativa di andare a mangiare il pesce in un ristorante lì vicino, sulla spiaggia. Serenella, poco affamata per via della gamba, prese solo un piatto di spaghetti col pomodoro, mentre Antonio, particolarmente affamato, prese un piatto di cozze alla marinara, sotto lo sguardo particolare del cameriere, sorpreso per la sua scelta. Le mangiò


con gusto, e dopo aver pagato, entrambi si distesero al sole, per abbronzarsi. “Come t’è sembrato il pranzo, Serenella?”, le chiese gentilmente; “Quegli spaghetti? Non male. Le tue cozze, invece?”; “Molto buone. Per fortuna che ho scelto quel piatto. Oggi le avevano appena pescate, fresche fresche.”, commentò Antonio; “Pescate? Come, non erano surgelate?”, domandò Serenella; “Ma che surgelate! Ma ti pare, in piena estate, al mare? Erano fresche, appena pescate!” sottolineò; Serenella non disse nulla, e lo fissò; “Cosa c’è, ora?”; “Mi auguro tu ti sbagli…” gli disse con uno sguardo impietosito; “Perché dovrei sbagliarmi? Che c’è ora che non va?” le domandò incredulo, senza davvero comprendere il perché della sua affermazione; “Le hanno pescate qui, secondo te?” gli domandò; “E dove vuoi che le abbiano pescate, scusa?” le rispose arrogantemente; “Da un’altra parte, ma non qui…”; “E perché non qui?”, e lei, senza rispondergli esplicitamente, gli fece notare la notizia di un giornale, in lettura da parte di un anziano signore, sotto il suo ombrellone: il mare era inquinato, e la pesca era stata sospesa fino alla ripulitura del mare. “Dimmi che non è vero…”, le disse scoraggiato; “Scommetto che eri l’unico che le aveva prese, in tutto il locale, vero?”; “Già! Ecco perché il cameriere…”, e sentì un bruciore immane alla pancia, come se gli stesse fondendo lo stomaco. Sbraitò dal dolore, e corse nei bagni pubblici, facendo scoppiare dalle risate la ragazza, rimasta all’ombrellone a vederlo correre. Finito l’attacco di dissenteria, verso pomeriggio, si diressero verso gli scogli. Lei continuava a zoppicare, lui a tenere la pancia dritta, come se gli stesse per scoppiare. Nella camminata più volte rischiarono di essere punti dalle tracine affiorate dall’acqua e dai cocci aguzzi delle bottiglie di birra.


Poco prima di raggiungerli dovettero subire il tentativo omicida di un bambino, il quale li lanciò un frisbee ad altezza d’uomo, come se avesse lanciato una lama circolare, da film dell’orrore. Non li colpì, almeno non fisicamente. La povera ragazza, col dolore alla gamba sempre presente, sembrava sul punto di impazzire, come a sua volta il suo ragazzo. Si sedettero sul lido degli scogli, e contemplarono il sole prossimo al tramonto. “Che vacanza infame…”, commentò lei; “Hai ragione. Sarebbe stato meglio starsene a casa a non far nulla…”, approvò lui; “Se non altro ci saremmo risparmiati un calvario del genere…”. In quel momento Antonio notò che non c’era nessuno in giro. Erano soli, di nuovo. “Ehi, hai notato che non c’è nessuno, ora?”; “Già, si sta bene ora.”. Il sole si stava colorando di arancio rosato, il mare era ancora piatto, le palme erano calme e il vento non spirava. Non si sentiva alcun rumore se non il cricchiare dei grilli dalla pineta limitrofa e il frusciò delle onde che scivolavano sulle rocce e sugli scogli emersi. “E con ciò? Cosa vorresti dire?”; “Secondo te?”; “Non ti è bastato in mare?”; “Ma ora non siamo in mare.”. In quel momento ad entrambi passò il proprio malore. La gamba e la pancia si riappacificarono con il proprio corpo. Ci riprovarono. Lui ci avvicinò a lei, e si distesero sulla piana del lido artificiale. Cominciarono a ridere e sogghignare, non notando che a pochi metri da loro un piccolo crostaceo, forse un granchio “margherita” (dalle dimensioni notevoli) si stava avvicinando alla coppia, in particolare al ragazzo. E a qualcosa di suo. 21 giugno 2007 Sembra un evento uscito da qualche cronaca favolistica buona per tre giorni e successivamente etichettata


come soperchieria, tanto per un sorriso o un piccolo infarto alla coscienza degli eventuali lettori di un giornale regionale. Nessuna di queste scene è purtroppo inventata, ma vera, con tanto di citazioni degli intervistati, tutti abitanti della località. Una cittadella pulita, ordinata e tranquilla da anni, priva di sporcizia, di illegalità e di confusione, con piccole case coloniali di pescatori e manovali del porto e ville di ingegneri, commercianti e affaristi della camera del Commercio locale. Montalto, situata nella costa, con oltre un migliaio di popolani di diversa estrazione sociale, era la piccola perla, il baluardo della tranquillità e della quiete. Nel primo giorno, quasi a inizio degli eventi, dondolava musicalmente la campana della chiesa principe, risuonando per la vallata limitrofa, e per il mare fino al largo, tra i pescherecci, disturbando i gabbiani affamati e i pescatori al lavoro, poco riposati per gli straordinari. “Ma ti pare possibile che si debba lavorare di domenica?”, sbuffò uno dei due pescatori mentre lavorava alla rete, cercando di prendere più ombrine e spigole, prima dell’arrivo dei predatori. “Lascia perdere, Gerardo; lascia perdere. Che con certa gente meglio non ribattere!”, rispose al primo, occupato con una scopa a far fuggire gli uccelli rapaci. “Certe volte vorrei lanciarli in faccia il pesce che chiedono con così tanta richiesta, maledetti! A spaccarmi la schiena nel giorno del Signore!”, e scivolò nel pavimento oleoso della barca, riscuotendo dalla sua filippica il riso del vicino. Si rialzò: “Lo sai che gente strana è, come tutti quelli della terra!” Nel mare la vita era diversa, pensava Gerardo: non hai capi nella navigazione se non te stesso, con la tua esperienza, con le tue capacità; sei solo, davanti ai flutti marini, e non seguito da un telescopio dal datore di lavoro e proprietario della barca. Gerardo è un cinquantenne, i cui suoi trent’anni li ha trascorsi non nella sua famiglia composta da “quattro bocche, più quella del cane”, ma nel mare, la sua seconda casa e “terra solitaria”. Da oltre un decennio, per via di problemi all’ernia


iatale diagnosticata da vent’anni ma peggiorata di recente, è affiancato dall’amico trentenne Luigi, prima pescivendolo fidanzato, ora uomo di mare, e solo lì scapolo. Da quella domenica fino a quella successiva si sarebbe celebrato l’anniversario della fondazione secolare della città: una colossale festa piena di giostre, bancarelle e cene comunitarie, a cui tutti, dal primo all’ultimo, avrebbero partecipato, volenti o nolenti. C’era una forma di obbligo di partecipazione e di presenza a questa festività annuale, impossibile da evitare per chiunque, specie in una località piena di comari e di chiacchieroni come quella di Montalto, dove l’educazione ha come parte del processo formativo l’apprendimento della tradizione dello sparlare alle spalle altrui. “Quella gente…non capisco perché vivo ancora in questo luogo, così insopportabile!”, sentenziò Gerardo fermandosi nella pesca. “A me sembrano persone a modo.”, ottimisticamente Luigi rispose. “Si vede che ci vivi da molto meno tempo di me.” “L’impressione non viene dal tempo, Gerardo, ma dall’intuizione.”; la battuta poetica riempì di orgoglio Luigi solo per pochi secondi. “E intuisci male: la comprensione invece dall’esperienza diretta, in lungo andare. Li conosco oramai tutti, e non immagini quanto alcuni siano spregevoli.”; così stroncò l’animo di Luigi. “Un esempio?”, “Sai di chi mi riferisco.”, e lo sguardo divenne fisso. “Parli dell’avvocato Riverdi?”, “Macché!”, “Del deputato al parlamento regionale Sinisteri?”, “Luigi…”, quasi come una minaccia. “Ah, ho capito…l’ingegnere Talenti…”; e in quel momento il volto del pescatore si arricchì di una ruga molto ben visibile tra le altre: quella della bocca, una smorfia di disgusto. L’ingegnere Talenti, il signor Antonio Rinaldo Talenti, figlio di Giorgio Talenti e Luisa Verdani de Ferdini. Famiglia umile quella del padre, impiegato statale


presso il Ministero del Lavoro, pagato con pochi spiccioli come la moglie, insegnante in un asilo locale. Sacrifici, cintola stretta e tanti mutui bancari ad interessi poco fissi, e nacque un ingegnere, poco diligente nello scritto ma eccezionalmente zelante nell’orale, sia nelle interrogazioni, sia come cronista giovanile in una radio locale. Laureato a tempi record e con grande profitto, prima dei trent’anni ha già firmato molte opere pubbliche interessanti. Quarantenne, sposato con la professoressa di diritto penale Serenella Guildi in Talenti, è padre di una folta prole di età diverse. Proprietario di una lussureggiante villa a tre piani affacciata al golfo, bianco avorio, immersa nel verde delle palme, fu lui a rinvenire nel patio del giardino del palazzo un graffito che copre due metri di spazio, in bianco e nero. Scoppiò l’allarme ovunque. Il caso era cittadino. SECONDA REMINISCENZA STORICISTA - 1997 C'era la neve in quella sera d'inverno per le vie della città; un signore infreddolito, come preso da una foga inedita per forza e piacere, vi correva, urlando a squarciagola in ogni dove, salutando calorosamente chiunque incontrasse nelle vicinanze. Ogni volta che salutava la gente gli mostrava un sorriso felice: Buon Natale, maestro! Buon Natale, macellaio! Buon Natale, netturbino! Buon Natale, cagnolino! Buon Natale, nonno! Buon Natale, amore! Buon Natale... - Oh, la vuoi smettere di guardare quel film? Dio mio, è la settima volta che lo rivedi! Vieni qui e aiutami con i regali! alla voce squillante della moglie Giuseppe spense la televisione e si alzò dalla poltrona del soggiorno. La piccola signora Serenella stava cercando di concludere l'imbustamento e il confezionamento dei regali e delle dediche per il lungo pranzo natalizio, e necessitava di aiuto da parte del marito, un omaccione pigro e svogliato: - Finalmente ti sei deciso a venire ad aiutarmi! - Scusami, ma sai che mi piace tanto quel film...,


- Sì, a te piace tutto quando non hai nulla da fare...su, aiutami con questo fiocco, che non ci riesco. Devo andare a vedere che diavolo stanno combinando quei due. Serenella si allontanò dalla sala da pranzo, lasciando suo marito in balia di diciassette regali, uno diverso dall'altro, in colore e in fiocchettatura, ma non in dimensione. Andò nella camera dei piccoli Nicodemo e Federigo, ma non li trovò: cercò sotto il letto, tra le lenzuola e negli armadi, ma alla fine, stupita della loro scomparsa, notò dalla finestra che i due si stavano divertendo fuori, tra i mucchi di neve, pur avendo ancora addosso il pigiama. Lei allora uscì velocemente in giardino, per prenderli uno ad uno per l'orecchio: lì becco mentre stavano facendo una piccola competizione, ovverosia urinare sulla neve, per scrivere i propri nomi. Li prese per le orecchie: - Ah! Ho vinto io, alla faccia tua! - Aveva perso Federigo, il cui nome era rimasto ancora incompleto. Serenella li lasciò in bagno, ordinandogli di lavarsi per poter andare alla messa di Natale: loro non l'ascoltarono, e cominciarono a giocare tra di loro a morra cinese. Lei tornò dal marito, e, stupefatta, scoprì che era riuscito a imbustare e a confezionare tutto quanto: Allora, qualcosina la sai fare! Su, muoviti, che la messa inizia tra qualche ora..., - Tesoro? - Che c’è? - Sai che non ci vado alla messa..., - Nemmeno a Natale? - Ma ti pare! - Ma che figura ci faccio con la parrocchia? - Amore..., - No, senti, già la mattina è iniziata male, con quei due che mi stanno facendo impazzire, poi arrivi te che non vuoi muovere il tuo deretano dal divano per aiutarmi..., - Ma se ti ho aiutato...amore! - Per favore, Antonio; quei due poi che fanno casino: li ho beccati fuori vicino all'ulivo a fare..., - Amore... - Cosa?


Non poté andare avanti con la discussione, che il marito le fece accenno con lo sguardo che in sala era entrato Nicodemo, coperto di bolle di sapone. - Cosa diavolo... - Mamma, io e Federigo non riusciamo a lavarci... - Ma, cosa... - Abbiamo usato il tubino con l'acqua per le bolle. Era pieno di bolle, vedessi! Lo prese per un braccio e lo spedì in bagno; lo stesso fece con Federigo, beccato nell'altro bagno a giocare con i rotoli di carta igienica, umidendoli tutti. Per sicurezza li lavò personalmente, facendoli rattristare per la ferocia con cui li lavava, e, successivamente, li asciugava. Dopo un quarto d'ora erano vestiti e puliti; mancava lei e il marito. Ad un tratto sentì qualcosa: - Figlioli, sono a casa. Dov'è il tacchino ripieno? Amori, siete tutti a casa. Venite, voglio abbracciarvi! Andò in soggiorno e trovò il marito di nuovo sulla poltrona. Spense il televisore e lo buttò dalla poltrona: - Vai a lavarti! - Anche tu ti devi lavare! - Lo so, Cristo! Manca mezz'ora alla messa! Non c'è altra maniera.... Andarono entrambi in bagno, e si denudarono: fecero la doccia insieme, con una velocità tale che Antonio non poter farsi prendere in tempo dall'erotismo della situazione, sebbene lo spazio fosse molto ristretto. Dopo la doccia si vestirono, ma, all'ennesima richiesta della moglie, Antonio negò ogni sua partecipazione alla messa, e preferì invece andare in paese a trovare i colleghi di lavoro. Serenella e i due bambini andarono a messa: entrata in chiesa, stette vicino alle sue amiche comari, per la maggiore zitelle ancora residenti in famiglia. Mentre i bambini furono bloccati nelle poltrone di legno, una delle comari, Esther, le domandò maliziosamente: - Oh, Serenella, ma che ha fatto tuo marito, Antonio? - Eh, Esther, si è sentito male e l'ho lasciato a casa. Poverello, stava molto male., - Anche stavolta?! Saranno tre Natali che non si presenta! O che gli prende ogni volta.,


- Ma che ne so! Con quello che mangia, però, non mi meraviglia se si ammala così tanto in questa stagione. All'uscita dalla chiesa, però, trovò nelle vicinanze il marito, che rideva sardonicamente con gli altri amici; Sara, una delle comari, le chiese: - Ma quello non è tuo marito? Ma non stava male? - lei ebbe un sussulto, e i suoi occhi si dilatarono dallo sgomento. Antonio, dopo essersi ripreso dalla risata, la intravide, e, appena incrociò il suo sguardo di vendetta, svenne. Gli amici cercarono di sostenerlo, e i bambini, alla vista del padre svenuto, si staccarono dalla madre per aiutarlo. Lei rimase a vederlo nella sua scenata salvatrice. - Gliel'avevo detto di non andare in paese. Gliel'avevo detto. È troppo debole, per Dio, così mi si risente male ancora! - disse Serenella per salvarsi dall'impiccio. Si riprese e sgattaiolò dalla scena, salutando velocemente gli amici. Tornati a casa, lei, in silenzio, preparò il pranzo di Natale: scaldò il cappone; mise in cottura il brodo e i tortelli; cosse le salse per i crostini e i pani. Il marito, invece, continuò a vedere quel film, e i bimbi tentavano di vedere, piegando leggermente l'involucro, cosa ci fosse dentro i pacchi regalo. Inutili furono le chiamate di aiuto di Serenella alla veglia dei pacchi da parte del marito: solo quando i crostini furono pronti poté usarli per fermare la vivacità dei bimbi. Quando tutto era pronto, al tempo stesso, arrivarono a casa anche i famigliari, i nonni paterni Giuditta e Domenico, gli zii Mara e Giobbe; solo in quel momento bimbi e marito si comportarono normalmente, presentandosi davanti a loro. Dopo i convenevoli, lanciarono uno ad uno i propri abiti sulla poltrona del marito, impedendogli per parecchie ore di risederci tanto presto. Iniziarono il pranzo; mentre mangiarono i crostini, la zia Mara chiese: - Serenella, hai saputo del nuovo centro commerciale che hanno aperto qui vicino? - No! - No? Ma dove vivi? È quell’enorme complesso in fondo alla strada, dopo la casa del macellaio Butteri.


- Quel fabbricone? Lo fanno a supermercato? - Eh, già! - sentenziò lo zio Giobbe. - Che bello. Finché c'erano qua alcuni negozietti poteva andar bene, e si comprava la roba giusta e si stava anche bene. Si faceva pure amicizia con il gestore. Ma ora la gente non farà altro che comprare, comprare e comprare, e poi, cosa? Roba di pessima qualità: scatolame, cibi precotti, surgelati. Addio alla buona cucina! concluse Mara, - A proposito di cucina, tesoro, chiese nonna Giuditta, hai avuto problemi con l’arrosto? - No, perché? - Eh, è sempre un po' stoppaccioso quando lo si cucina troppo veloce. Anche a me capitava quando compravo la roba dal macellaio. Ora, per colpa anche della dentiera, mi tocca prendere certa roba strana..., - Visto! - sottolineò Mara - Che vi dicevo? I bimbi intanto bofonchiarono: - Ma la mamma non è andata dal macell... - e Serenella disse: - È l'ora del brodo. E voi aiutatemi a prendere il fondo per la pentola! Mentre mangiarono i tortelli, Domenico disse ai bimbi: Bimbi, avete fatto la letterina per Babbo Natale? e i bimbi smisero di mangiare, - Perché solo facendo la letterina, avrete diritto ai vostri regali! - Ai bimbi si illuminarono gli occhi e, dalla fretta, li andarono di traverso i tortelli; Nicodemo addirittura vomitò la porzione precedente. La madre cacciò un urlo, e il padre e lo zio esplosero in una risata, poi fermata dallo scappellotto delle mogli: - Oh che c'era in quei tortelli che i bimbi li han vomitati? - e anche il nonno si beccò lo scappellotto dalla moglie. Tralasciato questo momento increscioso, venne servito il cappone: - Ma, ti è venuto buono questo cappone! - disse sbalordita la nonna, - O come hai fatto? - e i bimbi, ripresisi dal colpo di tosse, si agitarono, ma la madre li guardò talmente male che ritornarono composti:


- Ma, sai, avrò avuto fortuna: gli era arrivato una serie di capponi nostrali particolarmente teneri...ma non è che stai esagerando, Antonio? Intanto il marito aveva cominciato a bere un po' troppo vino, e le stava toccando i piedi in maniera vogliosa: - Abbiamo fatto una bella doccia, prima… Mara e Giuditta si scandalizzarono, i due mariti avevano la risata pronta ad esplodere: - Tesoro, vai alla televisione, che in tutto il giorno non hai fatto altro che aiutarmi con i pacchi! In quell'istante la televisione si riaccese: - Il tuo aiuto è stato così importante per me, te ne sarò eternamente riconoscente! - e a Serenella si oscurò il volto. Finito il pranzo, fu il momento dei pacchi. Prima della consegna i famigliari ritornarono alle macchine per prendere i pacchi dono e portarli alla famiglia; vennero aperti: - Che...bel regalo...è.…un appendi cravatte? - domando Giuditta; - Perché un ferro da stiro per me? - chiese lo zio. Serenella disse al marito, digrignando i denti dalla rabbia: - Amore...cosa è successo ai pacchi? Non li hai messi bene.... E Antonio: - Tesoro, io li ho impacchettati come volevi te, ma erano tutti della stessa dimensione e mi sono fatto guidare dai colori. Pensavo fossero monocromatici. - Amore...era a sequenza complementare...le hai viste le buste delle dediche: hanno i colori complementari! Gesù! Nonostante il caos, ebbero i loro regali, quando toccò a Serenella ricevette un pacchetto di sconti: - Spero ti possano servire. Sono dei buoni sconto su molte offerte. - Grazie, ma in quale negozio, Mara? Non sapevo che qua in paese si potesse comprare con i buoni sconto. - Ma infatti non sono per i negozi qua, ma per il supermercato. - e Serenella non capì bene - Me li avevano dati qualche giorno fa, e non sapevo cosa farmene: io lo


odio quel posto, ma tu no. - e le fece intendere che sapeva dove aveva comprato il cappone. La ringraziò con grande astio. Mentre se ne andarono, ripresero possesso dei loro cappotti; appena l'ultimo vestito fu tolto, Antonio vi si risiedette, e non vi si mosse per tutto il resto della giornata. Finito il pranzo rimase tutto il tempo in cucina a pulire i piatti: in soggiorno c'erano il suo marito, Antonio, che stava vedendo la fine di quel film, nella sua poltrona, e i due bimbi, Nicodemo e Federigo, che stavano giocando con i modellini in similplastica regalati dal nonno, o meglio, che stavano rompendo a forza di tirarli uno verso l'altro, dato che entrambi erano desiderosi di giocarci da soli. Serenella stava pulendo il pentolone del brodo, quando sentì di nuovo una delle frasi del film: - Ora ho capito il vero significato del Natale... Lei starnutì sul pentolone, e poi lo ripulì. Starnutì ancora, e ancora. Sperava di non essersi presa qualcosa. ***************** Oggi non può, data la sua condizione temporanea di malato, fare altro che stare al chiuso, nella sua casa, nella sua personale camera da letto, tra le coperte ad annoiarsi a giocare ai videogiochi o al computer, aspettando che tutto passi in fretta, così da iniziare a passare i pomeriggi tra i portici, nei parchi a oziare con le sue amicizie. Non si ricorda le cause che hanno portato a questa degenza improvvisa e sgradita per il suo regime quotidiano. Forse per la partita a calcio di ieri pomeriggio, forse la serata al circolo musicale in compagnia dei suoi compagni di università? Tutto normale, tutto tranquillo e privo di dubbi, eppure qualcosa lo ha portato a dover rimanere bloccato nel letto ad aspettare la fine della malattia che lo tormenta dal risveglio di stamattina, che gli impedisce pure di alzarsi dal letto e di andare in cucina a fare colazione con la madre, ora partita per le commissioni da sarta quale è. Dalla finestra vede comunque che il tempo si sta rannuvolando, e pensa ai suoi amici che molto


probabilmente oggi non usciranno di casa, e che si riuniranno da qualche parte ad oziare, senza la sua presenza. La sua camera da letto è minimalista, pareti bianche, con un metto a una piazza e mezzo, davanti un televisore connesso ad una console con una pila di videogiochi, tra cui alcuni recenti e costosi, e un computer portatile di ultima generazione, collegato alla presa di corrente e al modem. Nei suoi comodini non c'è altro che un paio di occhiali alla moda e un cellulare ipertecnologico vicino agli angoli una pianta d'arredo e un lampadario moderno, al neon. Dal bianco quasi asettico della stanza si passa al grigio, con la scomparsa del sole tra le nubi scure; pioverà. Prova a mettersi in contatto con loro, attraverso la chat con cui ogni giorno dialoga con loro, per sapere i piani per oggi, ma un rombo risuona nel cielo, e l'elettricità scomparve dalla casa, rendendo il tedio ancora più morboso. Tutto a base di energia, quindi inutilizzabile. Non può fare altro che addormentarsi, e veder passare le ore, ma la malattia non gli concede questa scelta, e pur chiudendo chi occhi, continua a sentire il rumore delle gocce cadere e battere tra le persiane. Non ne può più di stare lì ad oziare: se ci fosse qualcuno con cui parlare, qualche mezzo con cui interagire o dialogare, così da far passare il tempo inutilmente; e invece niente, il nulla. Il cellulare è scarico, la console fuori uso, il computer inutilizzabile (proprio oggi pensava di ricaricarlo, ma il caso volle questo); ora cosa può fare, che in casa c'è rimasto solo lui? Riprova ad addormentarsi, e adesso sente un disturbo, un rigonfiamento a forma rettangolare nel cuscino, mai accortosi prima. Lo alza e vide un libro dell'università, che s'è ripromesso di leggere a breve per lo studio, cambiando idea a favore di copiare gli appunti via internet e di non perdere altro tempo. Non ne vuole sapere di leggerlo, lungo e complesso, austero e privo di divertimento. Continuano le gocce a cadere nelle persiane, a battere più dentro, nei vetri delle finestre, creando più rumore di prima. Deve in qualche modo evitare questo continuo


rumore, e si arrende alla lettura. Aprendolo, trova una prefazione riguardo la vita dell'autore, esistenza tormentata e sempre alla ricerca della normalità, un essere dall'infanzia e dall'adolescenza tranquilla, ma dall'intera età adulta storpiata da crisi, problemi e ricerche a tratti masochiste. Non c'è interesse in quello che aveva appena letto, ma continua solo per compassione di questo che oggi avrebbe l'appellativo di “sfigato”. Procedendo con la lettura, inizia il romanzo, con lunghe digressioni e descrizioni, che immediatamente salta dalla noia e dal disinteresse totale. Avanti, trova dei dialoghi insulsi, scritti ampollosamente e con un linguaggio strano e difficile; continua perché altrimenti l'avrebbe dovuto rileggere in momenti in cui sarebbe occupato, e se rimanda troppo sarebbe un disastro poi per gli studi. Arriva in un punto in cui uno dei personaggi dice una frase patetica: “Noi non possiamo pretendere di volere qualcosa da qualcuno; non ci rimane che chiedere se quello che lui vuole sia ciò che più desidera per sé, o se è mosso da altro, se nella sua mente pensa agli altri e a ciò che vorrebbero loro, e non lui. Noi attendiamo una risposta ora negata, e solo il tempo ci darà soluzione.” Basta, si dice, e chiude il libro e lo getta lontano dal letto. È insulso e moralista, che diavolo ci fanno leggere? Per fortuna che l'ho lanciato fuori dalla mia vista. Piuttosto al letto, a sentire la pioggia, che leggere queste volgarità. Gli fanno ridere quella gente che pensa ancora a convertire gli altri con idee che sembrano moderate, ma solo sempre le stesse: per farti diventare come loro, triste, privo di vita, solo. Per cosa? Tanto quello che scrivono viene cambiato subito, viene confutato subito da altri, e anche se non, chi gli interessa? Si ha lo svago, si vive leggeri e tranquilli. Quanto gli manca adesso quelle uscite, se non fosse per la malattia adesso sarebbe a girare con i suoi coetanei per la città, stare insieme, pur non facendo nulla, oziando. Cosa gli interessa degli altri, si ripete in testa, che non gli hanno mai fatto nulla e a cui non deve nulla? Come gli fa ridete certa gente, che


crede sia questo il modo e quest'altro. Vuole proprio vedere come vanno a finire quelle follie che andava a scrivere l'autore per bocca di quel signorino. Si alza dal letto, prende il libro e si mette a leggere dopo quel punto. Sta scomodo tra le coperte, e si mette sdraiato a pancia in giù, e riprende. Continua a leggere e non gli sembra che il tempo passasse; s'è già fatto mezzogiorno, ed è a metà romanzo. Non c'è più pietà in quello che legge, gli è interessante la storia, non è cattiva per niente. Una mattinata passata a leggere: se lo scoprissero i suoi amici lo prenderebbero in giro. È tornata sua madre. È l'una passata, e ha finito; vide che è piccolo, e non lungo, semplice e non complesso; austero sì, ma quasi simile a lui. Non è niente male. Va in casa a mangiare, e dopo il nubifragio, sereno, esce di casa e passando per la città si affaccia alla vetrina di una libreria, prima tralasciata per preferire il cammino dei suoi amici, e sta per entrarci che un suo amico lo saluta e gli chiede se era occupato adesso, per una bevuta al pub. È davanti all'entrata, e dice che li avrebbe raggiunti il prima possibile, ma deve fermarsi un attimo, per l'università. Andandosene, entra in libreria, e non accorgendosene, è lì da una mezz'ora e non trova alcun libro, tra l'immensità dei scaffali. La sua camera ha solo roba elettrica, alcun libro, forse è il caso di prenderne qualche d'uno. Ma ora deve andare dagli amici, e oziare con loro. Se non sa cosa fare dopo, magari avrebbe cominciato a scrivere: un appunto, una storiella, quello che gli passa per la testa. Ne parlerà con gli amici, gli chiederà qualche aiuto per quello che scriverà? Esagera. Si vedrà, se ne avrà voglia.

- Botolo! So' cotto di te e de tue bischerate! Accident'amme e a quando ti presi a lavoro qua! Vai in culo! Tempo due orette, quasi tre, e Angelo venne ripescato dal suo capo editorialista via messaggio lacrimoso e impietoso.


Era ormai un vezzo adolescenziale quel del suo datore: di sbraitargli la rabbia ansiogena del post lavoro notturno. Angelo lo aveva a mente l'ingordigia di sonno di quella peculiare habitué (a lui ormai distante) alla Comune di Firenze; angolo sempre più misero per via dello Sciopero Generale indetto dall'Ordine Generale del Giornalismo Italiano, neo organo Generale Istituzionale . Angelo sospirava, guardava al cielo, finito dall'uggia; se ne fregava, e ingurgitava il rospetto sempre più cresciuto. - Fàcia de mèrda...- ispirò, - con quel toscano ghe melio se evito di far uschi el mi parlat...- che per più, causa parentame longobardo, miscelava più dialetti e accenti, vivendo la condizione di bombola linguistica . Pace, era un sereno periodo di nullafacenza retribuita, facile e trottolante, come i pii manifestanti aggrediti dai taser a distanza del servizio di vigilanza cittadina, o le consequenziali perquise ai danni degli enti statali e privati de facto assistenziati e assicurati dai signorotti della Podestà ; o l'inarrestabile accrescimento delle tasse indirette sul caffè. - Oh no, ma sò ze pò sta co quei toscanacci ghe voliono fa li aseni a raià semper... - Eh, amur, g'ai resun, g'ai.. - No dovemo turnà a casa, belo, à star tra noaltri... - Eh, con che laurèr? - Stemo tra noi! Al resto... inans e 'ndrè - e lei fece un'olè da far sganasciare Angelo e rincuorarlo della sua topetta conterranea. Ma il Paradiso finì veloce: di fatto, il cellulare si mise a vibrare nel bel mezzo della colazione a prezzo d'oro. - Oi, Anghelone, icchè fai oggi? I vai al Podestà per l'intervista? Angelo bestemmiò nel cervello: tra dieci minuti al Comune, oh Sjgnur! Quel vegliardo del sistema lo attendeva nel suo salottino interno all'ufficio principe del Complesso Novi Uffici! Lei intese dal suo anatema: - Che la folgore sua lo trar giò un bel dì...


- Abbada, Anghelo, abbada! Che tu fà un trojajo, i vengo lì e ti moccolo fin alla morte! - Semo d'un terun... Angelo, à la Podestà, che sennò Egli sarà il prossimo tuo incubo. - Sjor, vero? - esclamò il Podestà, - Prego, s'accomodi! Angelo si compose comodo nel sofa, e attivò il registratore digitale; si diresse alle domande centrali: - Perdoni la mi freddezza...sàrei interessato a giungere al punto! Ci racconti dell'attuale sciopero generale! - Beh, lo sciopero è stato voluto dal suo ordine, o sbaglio? - Ordine de nomena statale...modificato dall'attuale governo...e dal suo partito... - Non vole seguire le direttive del partito. Semplice. - E alura li bacarate? Che mal gan fato? - Direttiva del partito. - si rilassò morbido - La legge sulle manifestazioni sono cambiate. - Ma g'e bigòl dite?! - Angelo stava per detonare. - Abbada! Non vorrà mica fa un trojajo? - con l'indice anellato indicò la cornetta. - Malèdet... - sussurrò, protetto dal climax inevitabile. - Beh, sta intervista m'ha stufato. Mi saluti il suo direttore. - chiamò due ufficiali - Portatelo all'uscio... - Arrivèdes... Venne lasciato ai portoni, prontamente richiusi al pubblico selezionato. Davanti ad ello si beccò uno stormo di bimbi usciti dalle scuole di primo grado, freschi di nuova divisa al soldo di Mamma Post-Repubblica Italica. - Helli bimbi, siam'a lo Palazzo. Come si dice? - Viva l'Italia! Viva! Viva! - con guarnizione di saluto militaresco, opportunatamente non romano o proletariatesco . Angelo venne fatto legare sul sedile di ferro agganciata al vertice della camera anecoica. Angelo era stato avvisato, e perciò si trovava con alcune manette anco-


rate ai poggioli. Angelo non doveva più provarci, e perciò gli ufficiali li aveva conficcato sul cranio elettrodi da terapia elettroconvulsivante. Angelo era fottuto. Avviso d'urgenza per responsabilità indiretta del Podestà incaricato: in assenza di obbedienza, Angelo sarà condannato a sparire nell'oblio. - AAAAA, bagascioni de saraci maledetti fiosci de nigut de porc... No signor Angelo, lei non si deve azzardare. Gli ufficiali, ora ingegneri elettronici e neurologi incaricati, aumentarono poco a poco il voltaggio. Carica 3 volts: frigore temporaneo. Secondo reclamo aggiuntivo a seguito delle ingiurie di Angelo: è pregato di evitare l'uso del dialetto per correttezza nei confronti dei non linguisti. - Me tu vulè ciapà rin der cul? G'è son sol un fijol de 23 ans, a marelà com'un mat sol per gioeuch! Girarono la manovella. Carica 7 volts: smandibolamento servito. Terzo richiamo determinativo: non parlì più in dialetto! - Ciulamelo! Scatto. Carica 13 volts. Disturbo leggerlo al lobo temporale. L'ha voluto lei... - Cosa...che diamine m'ha combinato! Così assomiglio ad uno scimmiotto, come un presentatore TV dopato male di codeina tagliata! Scatto scatto. Carica 17 volts. Dolore non percepibile se non alle cervella. Non ci siamo... - No, basta, ora parlo come uno qualsiasi... Triplo scatto! Carica 23 volts. Adios... Ancora... - No, prego Dio, non dico... - e Angelo pianse come il vitello ormai destinato allo sparo da macello. Ora va bene. Ringrazi il Podestà per averle mozzato la lingua. Malefico dialettomane! Così impara a usare il dialetto in presenza di un'alta carica! Lo vuol capire che non sono accetti i suoi interessi allo Stato?


Eccolo, dinnanzi: - Senta. Lei è fottuto. Lo stato è all'ennesimo fallimento socio-economico. La gente lo sa. Ma non serve che lei vada in giro a far casini con la sua linguaccia. Mancherebbe solo questa...per questo lei deve stare cheto! O finisce nel suo Po...anzi...avanti... - Amor, che ròb'hai? - Nigu...eh, niente cara... - Ma cos...gh'ai visto quela merda? - Obbligo del capo editoriale! - Ma z'è da mati! Com ti pò far obbligar a veder l'emulasion de precetto correttivo statale! - O quello o il licenziamento. E dove lavoro, per strada? - Grass chi tu ze. To grass te z'è arrivat à la co! - No, amore, non dire certe parole... - Che zo steufa de ciò. Ghe tu sei com'a loro. Allerta! - No che succede? Entrarono i due gruppi di controllo statale. Avevano prenotato per la perquisa; ebbero in aggiunta anche il di lei sequestro politico. - No, lasciatela! E sia! Presero un TEC portatile e le frissero la testa. Per quella giornata il loro compito era completato. - Amore! - Sì, bel ragazzo. Come stai? Tutto bene? Vuoi un po' di me? Angelo si mise a urlare dalla disperazione. [...] Ciao Angelo *** Mi sembra di capire che scalpiti dalla voglia di scrivere insieme; anzi, di metterti in gioco con prove così estreme e sperimentali. E a noi della Comune ci fa piacere; anzi ti diciamo subito che non sei il solo. Ma...gli amministratori delegati del gruppo proprietario del giornale stanno cercando di capire come organizzare al meglio la nostra rubrica di scrittura creativa...


Abbia pazienza, scritor. A breve le sapremo dire. Con affetto. Direttore - Giornale La Comune P.S. La prego, eviti di usare dialettismi, altrimenti nessuno la comprenderà. [...]

Aprile 2017 “Che ne pensa degli ultimi eventi che le sono capitati, Signor Nicodemo?” “Perché si ostina a chiamarmi con Signor? Mi chiami Nicodemo...manco avessi trent'anni...” “E' lei che vuole condurre questo dialogo dandomi del lei! Fin dall'inizio gliel'ho sempre detto: dammi del tu! Dammi del tu! Sennò non potremmo mai avere una buona relazione tra terapeuta e paziente. E difficilmente tra amici.” “Ok, Alberta, ti darò del tu, anche perché sono stanco di essere così formale, dopo tutte queste sedute. Comunque, degli ultimi eventi a me capitati non mi sembra di averci fatto caso, sinceramente. Anzi, non m'avrebbe fatto la minima differenza se non mi fossero mai accaduti. “Quindi il fatto che tu abbia litigato pesantemente con tua madre qualche giorno fa, riattaccandole il telefono in faccia, e che tu abbia cominciato a cercare una maggiore indipendenza dalla tua famiglia la trovi una cosa così poco importante?” “Appunto, sì. Di solito situazioni del genere mi mettono l'angoscia dentro al cuore, e comincio ad avere il fiato corto, poi il petto stretto, e infine la mente, bloccata nell'ossessione del caos che ho combinato. Ma stavolta...davvero...niente, una pace: fuori dalla finestra della mia camera da letto c'era uno stormo di piccioni che continuavano a tubare sul giardino, all'ombra del cipresso; dopo aver riattaccato il telefono per dieci minuti


non ho fatto altro che ascoltare quel loro tubare incessante al cielo, senza mai distogliere l'ascolto. A momenti non sentivo il mio respiro da quanto mi ero immerso in quel rumore silenzioso.” “E successivamente ha avuto modo di ripensarci, oppure di farsi prendere da quel dolore?” “No. Perché dovrei? Per soffrire? E di cosa? Di mia madre, che non capisce il casino in cui mi trovo alla mia età e di tutti i drammi e le turpi che dovrò affrontare in futuro, e che con ostinazione cerca in tutti i modi di mettere parola e di indirizzarmi verso una linea di pensiero, un modello da seguire. Di sicuro vuole plasmarmi come lei vuole, e ogni volta che cerco di farle capire che non potrà funzionare lei immediatamente si impone, quasi con fare dittatoriale. Stavolta però mi sono ribellato, e l'ho mandata a quel paese, e con lei tutto il suo voler trasformarmi in qualcosa che non sono e non voglio essere. Forse è per questo che non me la sento di soffrire per lei, nonostante verso la fine della chiamata ha cominciato ad abbassare il tono della voce. Tanto, a me non m'interessa...” “Aspetta. Tu hai detto prima “abbassare il tono della voce”. In che senso “abbassare”?” “Nel senso che la sua voce, dopo che io l'avevo mandata a quel paese, aveva iniziato a tendere verso un timbro più spento, quasi pietoso, come di supplica, di preghiera. Io pensavo volesse giocare sporco, e di adottare la tecnica della pietà, del senso di colpa indotto: io l'accusavo, giustamente, di starmi plagiando; lei negava e riaffermava la sua linea di pensiero, composta da idee quali l'imposizione di smettere di pensare al passato, di non soffrirci e di comportarsi come una persona normale; io allora le ribadivo le sue idee, per me assurde...” “Perché “assurde”? Non ti vanno a genio?” “Smettere di pensare al passato? L'uomo è fatto di passato, l'uomo è tale perché è il suo passato: come fa a rinnegarlo? Con che coraggio puoi negare a te stesso ciò che sei stato, ciò che hai fatto e ciò che hai avuto? E come fai a non soffrire per i fallimenti che hai compiuto nel tuo passato? E come fai, davanti a questi, a rimanere una persona normale? Buon Dio, c'è gente che impazzisce


per certi traumi che gli accadono che alla fine non sa più se sia ancora un umano o si sia trasformato in una bestia infame e terribile.” “Non è che esageri? E' una lettura infernale quella dell'uomo e della bestia. E forse lei non intendeva questo. Tutt'altro!” “Tutt'altro?” “Non pensare al passato significa che il passato è tale perché non è più presente, ma appunto passato, e quindi non vivente in maniera esplicita. Certi diavoli del passato alla fine si possono dominare. Messi nelle condizioni di non poter più nuocere, contribuiscono al raggiungimento di un'armonia soddisfacente col proprio passato. E per iniziare a dominarli bisogna impedirli di far soffrire, di indurre al dolore. Quello di rende poi pazzo: il dolore. La normalità scatta quando non si è più vinti da quel dolore. Quella è l'armonia. E dubito fortemente che una persona possa diventare una bestia se soffre: la sofferenza è uno dei sentimenti più umani che esistano in natura, forse al pari dell'amore e del coraggio. La pazzia è quando non esiste più l'umano. Nulla.” “E infatti parlavo di questo. Della figura dell'uomo e della bestia. Sa, di recente sono stato in un piccolo paesino, Montegemoli, da solo, andando col bus una mattina, quando il tempo me l'ha permesso. Molto carino, davvero.” “E' il paese della madre di Dante, giusto? Dove è nata lei, se non sbaglio. “Sì. E' un piccolo paese in collina, perfettamente mantenuto nella sua forma medievale, in mezzo alla pianura pisana, ai suoi boschi, alle sue foreste. Ero partito di prima mattina, del tutto svogliato e anche un po' apatico: non c'era nulla da fare e nulla da scrivere, e allora me ne andai in biblioteca a leggere qualcosa; lì incontrai alcuni miei amici, e uno di loro stava leggendo un libro riguardante la storia di un paese, Montegemoli. Stava facendo una ricerca storica su quel paese, e allora si era dato da fare per trovare tutti i libri che ne parlassero: aveva trovato solo quello. Era affascinato da quella cittadella arroccata, solitaria e silenziosa, tanto che mi con-


sigliò di farvici una girata. E così feci: presi il primo autobus; stetti due ore sul bus, ci rimasi un'altra mezz'ora in più per colpa del traffico sull'autostrada, e poi mi trovai alle porte del paese. Temevo di annoiarmi in un paese così antico e quasi del tutto privo di attività e di locali moderni, e invece non mi fermai un attimo a visitarlo. Vi passeggiai per tutta la giornata, fermandomi per qualche tempo in un bar, che aveva la terrazza su quel meraviglioso panorama verde. Fin qui sarebbe una gita normale, però, vicino ad una casa, ebbi qualcosa. Mi ero un attimo fermato sulla porta, ormai colpito dalla stanchezza per la continua camminata, e in quell'istante mi colpì alla lingua uno strano sapore, come di amaro, che lentamente scendeva fino all'estremo della lingua, fino in basso, nella gola, e poi dalla gola nel petto, nel cuore. Respirai male, annaspai per qualche secondo, e cominciai a lacrimare. Quasi non me ne ero accorto se non dalle piccole gocce che apparivano ai miei piedi, vicino ai gradini della casa. Una strana malinconia mi prese, e se ne andò solo andandomene da quel luogo.” “Non sai che casa era quella?” “No. Sapevo che quello era il paese della madre di Dante, ma non sapevo in quale casa lei aveva dimorato. Non c'era nemmeno una targa commemorativa che me lo potesse indicare. Poi, questa voce è più una leggenda che un effettivo dato storico. Ma perché me lo chiede?” “Sai, Dante era un personaggio particolare. Rampollo di una famiglia aristocratica, aveva una grande conoscenza del tuo tempo, delle arti contemporanee, ma in particolare lui era fissato con il sapere degli avi, con la cultura del passato, che nella Divina seppe ridar vita con grande maestria. Però questo suo passato lo viveva, tanto da costringerlo ad una visione del mondo non conciliante con i suoi conterranei: lui era un Guelfo nero, credeva nel papa fino ad un certo punto, e gli altri volevano spingerlo alla totale sudditanza. Lui si rifiutò: il papa e altri suoi sostenitori allora gli tesero la trappola. Una volta sconfitti tutti i Guelfi a Firenze, lui venne processato in contumacia, per baratteria, un crimine oggi paragonabile al peculato, all'abuso d'ufficio. Era a Roma quando lo condannarono, perché il papa voleva fargli


credere di voler negoziare con lui. Ora, un crimine come la baratteria era comune nella politica fiorentina: Dante nella Commedia continua a professare la sua innocenza, ma molto probabilmente era effettivamente colpevole...” “Dove vuoi arrivare, Alberta? Perché stai facendo questa divagazione su Dante?” “Perché è analoga alla tua situazione, per certi versi. E tornando alla sua condanna, per concludere la parentesi, questa non sminuisce la sua fama di poeta e di grande autore, né di uomo, nonostante l'adulterio e l'abbandono della famiglia, perché un crimine del genere veniva commesso all'epoca per favoreggiare alcune politiche fondamentali per il benessere della Comune, e dei suoi cittadini. E Dante credeva in questo, nelle persone. E in parte continuò a crederci, nei fiorentini, anche dopo che venne esiliato a vita. Andò in tutte le città che fossero vicine alla sua Firenze, alla sua terra madre: mai l'abbandonò. Alcuni storici credono che lui fosse giunto perfino a Montegemoli, nella casa di sua madre. Dove con molta probabilità anni prima nacque, e, dopo, nel suo esilio, vi iniziò a comporre la Commedia. Eh, sì, lì nacque probabilmente sia l'uomo, sia il poeta. E forse anche il figlio. Per quanto si allontanò dalla madre, terra o città che fosse, lui non se la dimenticò.” “Credo che dovrò chiederle scusa.”


Capitolo secondo

NICODEMO: “Io non vivo se non ad amare le ragazze! Mi dissi al fuoco del mio passare docile alla loro beltà di essere un fiero romantico poeta del loro apparire aggraziato nella mia vita. Io le vedevo, ed eran belle nei volti leggeri, nelle loro pose graziose e negli occhi freschi di vita! Oh, quanto amai, nel cercarle, nel dirle che mi piacevano e che volevo! L’amica del cuore, la ragazza dal naso aquilino e gli occhi da scoiattolo, il profilo greco della morosa; le guardavo e mi piacevan tutte!” CUORE: “Ehi, poeta! Dimmi una cosa, e lascia perdere questo linguaggio che non è tuo...Ma tu hai mai sentito che ti piacevano davvero le ragazze? Tu parli di pose, di volti, di occhi...ma di culi, di cosce, di tette? Perché guardi quel ragazzo allora, con il suo fisico da atleta e cacciatore, gli occhi profondi come quelli del lupo, la barba folta da sparviero e il sorriso da malizia, da animale? Vedo che qualcosa si gonfia, caro, e che il tuo cuore batte più per quei ragazzotti che forse ti desiderano. Ah, vedo che ora stai zitto e giri gli occhi...il piacere, vero? Come se tu fossi brutto e lui bellissimo! Non è narcisismo, ma passione.” E così capì che mi sarei più buttato in un fiume, addirittura se dall’alto della terza finestra del quarto piano di una palazzina sottostante un marciapiede di larghezza complessiva di due metri, il cui angolo di caduta avrebbe rischiato come minimo la perdita parziale di un arto come totale, di tutto il corpo, non per una ragazza, ma se solo avessi baciato la linguaccia fredda di un ragazzo di cui ero impazzito. Perché dopo un po’, se non mi piaceva un ragazzo, non trovavo di che baciarlo...anche se rimane una bella fantasia il baciare tutti i bei ragazzi che vedo (specie se


gay). Sembra strana una parlantina del genere da uno che un annetto fa era chiuso nel suo parlare di gay e via scorrendo, o che manifestasse il suo esserlo: se ei piace, ei lice; ergo vado avanti senza farmi troppi crucci in testa. Eccoci qui, a riscrivere la storia delle mie passioni, delle mie idee e del mio nulla generale che diventa infine qualcosa di vero, reale: lo scritto che non riesco a scrivere, a proiettare dalla mia mente, dalla mia macchina macina-parole-e-pensieri, la sintassi del mio spirito. Io, io, io, sempre questo mio ego maledetterrimo che vuole a tutti i costi primeggiare su tutti, nelle sue esperienze tracotanti di dettagli infiniti e obsoleti, infamanti perché snobistici e poco accettabili: ogni strampalata volta che parlo con uno e subito a dire: “Io però, io ecco, allora, io...”; a divenire smargiassi arroganti ed altezzosi ci vuole poco, e col cervello strabuzzante di parolacce e male lingue come il mio il risultato è insperato! Per tutto il pubblico che mai leggerà questo scrivere prolisso e delirante informo da questo momento che lo scribacchino torna a scribacchiare su qualsiasi foglio, su qualsiasi tavolozza digitale o analogico realistica (i cari vecchi fogli a righe, di trenta versi cadauno!). Devo ammettere che a digitare, a pennellare nella carta in questi mesi non ho trovato grande piacere: poco, relativamente misero è stato l’impulso a generare cervellotiche immagini dei miei ricordi e a dire a me stesso: “Sì, diamogli vita!” ********************** I corridoi dell'ospedale di San Donatello erano a quell'ora della notte illuminati con una luce fioca, da emergenza, per non svegliare né disturbare gli ammalati presenti nelle stanze accanto. I dottori e gli infermieri del turno di notte camminavano veloci ma a passo felpato, controllato, onde evitare il rumore più eccessivo. I famigliari invece rumorosamente irruppero, seguendo uno degli infermieri. La signora e i suoi due figli, tesi e


inquieti, si diressero accompagnati verso il fondo, per poi girare a sinistra, ove si trovava il reparto di Cardiologia. Dopo pochi passi all'entrata la signora vide suo marito, nella barella delle emergenze, legato a dei tubi e supervisionato dall'elettrocardiogramma. Il signore aveva un volto provato, stanco e sonnacchioso, con due leggere borse agli occhi e le pupille rossastre. Accanto a li c'era l'infermiere che li aveva accompagnati e il cardiologo, un ometto tarchiato e florido, ora interessato al controllo del QT e della pressione arteriosa. - Tesoro, va tutto bene. Non c'è nulla di cui temere. - le disse, quasi con peso, facendole notare la tranquillità della situazione. - Come nulla da temere? Ma cosa ti sta succedendo? - gli affermò, furibonda e disperata. - Papa, cosa è accaduto? - gli chiese la figlia maggiore, trepidante. - Non ti preoccupare. Il dottore vi spiegherà tutto. - le rispose dolcemente, da buon padre. Dopo questo breve dialogo il dottore si distaccò dalla macchina, e ordinò all'infermiere di controllarla al posto suo. Si avvicinò alla famiglia riunita, per spiegare la situazione. Erano le tre del mattino quando Luchino si svegliò, accusando dei dolori forti nel didietro, verso uno dei lati del tronco, verso il rene sinistro. Il dolore fu intenso, pulsante, e implacabile. Iniziò con alcune punture, accettabili, poi delle pressioni tendenti all'osso, già meno tollerabili, e finì per raggiungere i reni; lì non ci vide più. Cominciò a mugolare, sempre di più, fino a svegliare sua moglie, Nannina. - Che ti prende, Lù? Che hai? - gli affermò, scocciata. - Non so, ho un dolore atroce. - Così impari a mangiare cinghiale a cena! Sarà la terza volta questo mese. - gli disse, sarcasticamente. - Sì, ma un dolore così non l'ho mai provato. - Sarà un'indigestione. Così impari! - No! Non lo è! Oh, Dio, ora è verso il petto. - gli affermò, premendosi lo sterno. - Mi sembra che mi manchi il respiro.


- Cosa? Lù, Lù, piano, forse è solo aria. Meteorismo, no? - lo confortò. - No. Non mi scappa. Dio, temo di avere qualcosa. - Aspetta! Ti faccio una tisana, vedrai che starai meglio! - Ma quale tisana! Prendi la macchina e portami all'ospedale. - Ma no! Sarà una cosa da niente! - No! Portami all'ospedale! Per Dio! - gli urlò, privandosi di sempre più aria dai polmoni. E dopo diverse quisquilie lei lo portò all'ospedale. Mentre guidava Luchino cominciò ad avvertire una maggior calma; sua moglie lo rimproverò, adducendogli qualche forma di costipazione alla causa del malessere. Sventato questo pericolo, Nannina voleva tornare indietro, e stava per farlo: all'arrotonda in direzione dell'ospedale comunale il marito però si fece prendere dall'ansia e dal timore dell'esperienza, e le chiese di non cambiare strada, e di continuare per la strada per il pronto soccorso. All'ennesima richiesta della moglie di lasciar perdere l'incidente, lui si oppose e, urlando dalla rabbia, le ordinò stavolta di obbedire alla sua richiesta e di portarlo davanti ad un medico. Imboccò allora la strada per il soccorso. Arrivato, Luchino avvertì dei dolori alla schiena, e poi al petto; chiese di essere un attimo sorretto, e prontamente la moglie lo aiutò. All'entrata gli infermieri notarono il problema del signore: alla reception la signora chiese immediatamente una visita, e gli infermieri gli diedero un allarme giallo, da media emergenza. Si misero ad aspettare il cardiologo, non ancora disponibile. Nel frattempo Luchino si ritrovò di nuovo rilassato, come se adesso fosse davvero passato il problema. La moglie tirò un sospiro di sollievo, e, di nuovo, cercò di demorderlo dalla visita medica. Non poté imporsi stavolta: Luchino aveva deciso definitivamente. Dopo un'ora arrivò il cardiologo, e lo visitò. Sua moglie lo aspettò, riflettendo se fosse necessario chiamare anche i suoi figli e farli venire lì. Prese il cellulare e cominciò a comporre il numero di telefono di casa, ma a metà digitazione cancellò tutto, sicura dell'insignificanza del problema. Dopo mezz'ora vide uscire dall'ambulatorio


una barella, con un infermiere e un portantino che la spostavano. Nannina si alzò e vide che sopra quella barella c'era suo marito. Le si avvicinò l'infermiere, e le chiese di aspettare ulteriormente. Lei allora, con questo tempo, chiamò a casa.


Capitolo terzo

Un, due, tre, che incominci la serata! Mi dicevo uscito dalla mia grotta mentale quale è il mio cervello! Come una filastrocca doveva essere questo ritornello, cosicché qualcuno rispondesse al tempo con un “quattro, cinque, sei” e quello che gli balenava nella testa. Ma ero solo. Nelle vie della città io ero uscito solo, e di notte entrare in solitudine è forse un errore il cui fìo è troppo pesante per uno della mia età. Allora era giusto fare quello che feci in fin dei conti: camminare, errare quale peregrinante quale io sono! E camminavo, con in testa il mio reggi-capelli da donna, ricordo di mia madre, unico segno del mio essere frocio (la mia sessualità ha subìto di che glorificarsi!). Salire le scalinate, nel buio della serata autunnale, per andare in biblioteca, via, aspettare l’ora di tornare a casa e coprirsi tra le coperte, a riposo dalla chiacchierata precedente. Accadde una parvenza. “Due sguardi si incrociavano: uno di lupo selvatico, un lupo dal pelo marrone, il viso come sporco, malato e perverso, sensuale e terribile; uno di leone, fiero, serio, stoico, forte e impulsivo, passionale e terribile.” (sembra una scena tratta da un romanzo d’avventura!) “Si guardarono mentre si studiavano, e si incrociarono nel passare di pochi passi, perfettamente agganciati l’uno coll’altro, in sincronia, uno ad uno. Il passo si concluse, gli occhi erano fissi, belve pronte ad azzannarsi. Fino a che…” Lui! Sì, l’infatuazione prima di questa mia avventura! Quell’essere che in questa serata riscoprì e che tutt’ora penso, come di nuovo infervorato: i dubbi si alternano, forse di speranza. S’era tagliato i capelli, e sembrava più animale di quanto lo fosse dapprima; lo trattai all’inizio un po’ strano, anche se ero molto sciolto. Lo invitai fuori,


alla degustazione lì vicino...perché non lo so, cacchio! Ho sempre, in tutti questi stacchi dal soggiorno fiorentino, evitato di incontrarlo, lui e la sua smania arrogante e il suo carattere opposto al mio; tanto non mi chiamava mai, quindi non si perdeva nulla...ecco... Andammo prima a casa sua, e nella lunga passeggiata dal centro storico fino alla zona di Pescaiola mi venne da raccontargli l’episodio funesto che a breve verrà riassunto qui. Storia di un moretto. Non ho voglia nemmeno di riassumerlo! Sì, baltai di capo per un ragazzo moro alla mensa di S. Apollonia, e cominciai a farci amicizia, fin a quando non mi spinsi oltre a causa della mia infatuazione e arrivai ad inseguirlo durante il pranzo, per poi scrivergli che mi piaceva sulla chat, anche se lui non mi rispose mai. Ecco...tutto il caos mentale di quattro giorni riassunto in quattro righe; manca solo l’episodio della biblioteca, la fuga dalla mensa il giorno prima dello sfacelo, lo sfacelo e infine la confessione. Un ciclo di racconti che al momento metto solo in titolazione per progetto futuro...bene, torniamo al lupetto... Lui non riesce da tanto tempo ad innamorarsi, o almeno ad infatuarsi delle ragazze. Esce con una da oltre sei mesi e non le piace più, come se fosse passato l’interesse per lei: nel mentre, aveva scopato con altre. Quando mi raccontò i primi tempi feci il moralista, arrivando, come un novello Frate Cristoforo a dire: “Sappi che comportamenti del genere ti faranno terra bruciata attorno!”

E con me la fece. Dopo il concerto di fine agosto non lo volli più rivedere, perché staccatosi da me totalmente, anche nel parlare. Solo ora si riunisce a me nel confessarmi queste cose. Le accetto, ora. Perché? Per la fila di ragazzi che ho conosciuto in questi mesi, a cui vengono segnati anche diversi comportamenti per me anomali, ma ora compresi. Ora comprendo Maso, lo tollero; in


fondo non siamo mai stati così diversi. Sembra arrogante, sembra presuntuoso e distaccato: ha un coniglietto in casa, che coccola nonostante non abbia problemi a mangiare la suddetta carne nei pranzi domenicali; lo chiama “Giglio”, un trovatello che aveva portato a casa e che accudisce come un bimbo. M’ha intenerito, come a sua volta la dolcezza che ha nei confronti di sua madre, una minuta signora in cucina a preparare il salmone in casseruola. Incontrai anche Duccio. Mi salutò con lo sguardo e rispose alla mia domanda su come andava a scuola; lui, sorridendo, rispose e poi s'ammutolii. Un vero peccato che un poco mi disprezzi e sia nei miei confronti chiuso, ma forse me la cercai dopo gli ultimi eventi passati. E ne parlo come persona che, invaghendomi di lui, caddi in un breve lampo di depressione, poi rinsavita e sfogata nella serata dopo, la prima di tante incrinature con lui. O forse è il fatto che ancora sta con l’americana, e che, coraggioso, voglia andare da lei. Per tutta la serata Maso volle parlare con me, e mi stette sempre vicino, anche quando c’erano i suoi amici a mezzanotte al Mc Pinguino. Bere birra, mangiare, parlare di amore, farmi riaccompagnare a casa. Sa di strano, come di un qualcosa dentro di lui che mi vuole comunicare un approccio verso di me particolare. M’arriva perfino a dire di aver avuto esperienze omosessuali, che nel caso degli eterosessuali concludono con l’affermazione di quest’ultima. Ma cosa voleva dirmi in tutto questo comportarsi con me, nella sua maniera di voler smorzare la mia furia di pensiero, di dire la mia su qualsiasi cosa mi venga in mente, con un tono sensuale, quasi flirtante. Arrivò per sfida ad avvicinare la mia faccia a pochi centimetri dal mio naso, mentre lo minacciavo maliziosamente che sono “capace di tradimenti, anche inaspettati”. Sarei arrivato a baciarlo, ma non volevo farlo in pubblico. Due birre, dopo tre bicchieri di vini diversi alla degustazione. Tutti giovani venticinquenni, trentenni e quarantenni ad assaporare vini di piccola fattura ad alta qualità, del Casentino e del Cortonese, a raccontare della


loro preparazione, delle difficoltà incontrare e dei problemi in generale nel settore. E poi i piatti, poveri in quantità ma superlativi (relativi!) di pappe al pomodoro, fagioli e crostini al cavolo nero. Ci sarebbe da richiamare il ricordo di quei tre viticoltori che servirono la serata (uno, anziano, canuto e secco, un altro giovane e florido, e il terzo una via di mezzo tra i due) con le loro uve, dai nomi che non riesco a ricordare forse per puro disinteresse alla nomenclatura quanto alle vite delle viti, assieme ai piatti toscani del cuoco (Maso, dalla fame che aveva, fece il bis, pagando ancora!), ma ora il ricordo che vorrei chiamare a raccolta ha il suo nome. “Forse un giorno verrò a Firenze!” Fosse questo quello che desidererei da te...Chissà...che tutto quello che accadde in quella sera era strano, anche nei suoi modi, che sinceramente mi ricordavano quelli con cui uscivo a Firenze (naturalmente gay). Le birre poi, la prima, di sicuro la migliore (non è un caso, presi la marca che beve di solito di mio padre, che in fatto di gusto c’azzecca!) e la seconda buona per diventare brillo e far compagnia a Maso nella foto con lui, entrambi col dito medio alzato. Anche se lui non poteva non alzare l’indice, fratturato.


Capitolo quarto

28 giugno 2007 Ore sette del mattino, ricordava la moglie dell'ingegnere Talenti, la signora Guildi. Abitava in quella villa dapprima del parto del primogenito, Edoardo, e mai era accaduto un fatto del genere, proprio del giardino recintato dall'alta palizzata muraria. Era uscita dalla sua camera, un'ora dopo la sveglia del marito, già alzatosi per concludere un lavoro da oltre un mese in conclusione forzata; stava scendendo dalla scala, intenzionata ad andare in cucina ad aiutare la domestica a tempo pieno, Eleonora Ridenti, una gioviale signora di venticinque anni, nella preparazione della colazione per la prole affamata. Essendo domenica avrebbe impiegato, sebbene aiutata, almeno una sessantina di minuti, tra succhi da preparare, frittelle, biscotti fatti in casa, toast alla francese, caffè, tè, macedonia e altra gastronomia mattutina. Lo fa da quando l'intera prole si era formata compatta, dopo diversi parti saltuari e poco regolari. Chiaramente per lei era tutto più facile quando erano solo due o tre figli, ma il numero dopo complicò la cucina, almeno i primi sei mesi. Poi tutto tranquillo. "Mamma! Mamma!", disse il figlio Iacopo, di quindici anni, terzogenito, dopo essersi alzato dal suo letto ad una piazza e mezzo. Dal secondo piano della villa, ove si trova la sua camera da letto, aveva visto il graffito, brillante nel suo monocolore, ben piazzato nel patio ora rovinato. O almeno è questa la testimonianza del ragazzo, perché nella versione della signora la scoperta è stata denunciata dal marito. L'ingegnere si trovava nel suo studio, a controllare il progetto già citato: alle sei di mattina si era risvegliato,


come oramai da due decadi, da quando ha aperto a Montalto il suo ufficio, in connessione telefonica con gli enti regionali e statali per la costruzione urbanistica; era stanco, assonnato per il progetto, gli incontri con l'assemblea comunale, la cena di ieri con il signor Reginaldo Tanberi, presidente della Tanberi Edilizia, famosa per la creazione di interi quartieri residenziali di alto pregio attorno alla vallata di Montalto, e soprattutto per la sua grande ambizione, la preparazione della festa annuale, a cui lavorava separatamente da oltre due mesi. Avanti, indietro, avanti, indietro, casa, lavoro, casa, ristorante, casa, ufficio, basta; ora si poteva riposare nel suo quieto ufficio devastato di carte, enciclopedie di vario genere, librerie, specchi e una scrivania tralasciata da settimane alla polvere. Non ci rimase parecchio a controllare il punto della situazione: un raggio di luce lo distolse un attimo per il riverbero nei suoi occhiali, e il leggero colpo agli occhi lo fece girare verso la finestra che dava al giardino. La moglie era a preparare i pompelmi per la spremitura con la macchinetta apposita, quando sentì un prorompente "Ma che diavolo!" che risvegliò tutti gli altri abitanti addormentati per la stanchezza della partecipazione di cene, discoteche, uscite, bagni notturni e bevute in compagnia. Al grido dell'ingegnere si aggiunse il "Oh cavolo!" di Edoardo, entrato nell'ufficio del padre dopo il suo avviso, guardando anche lui dalla finestra, e di Iacopo, col suo "Mamma!". Colazione rovinata: tutta la famiglia si addentrò dall'uscio al giardino, fino a raggiungere, nella stradina di ghiaia grezza, il centro; il patio era rivoltato completamente per quel graffito, assurdo, senza senso; solo il cagnolino, Bert, non era così sconvolto dall'accaduto, e nemmeno la Ridenti, sempre sorridente, interessata a momenti del fatto. L'umore di Rinaldo era ora monocolore come quello del graffito: non aveva nemici, era una persona per bene, la cui ricchezza era sempre a disposizione della città, promotore di attività sociali per la coesione e l'unità, grande personaggio anche nell'opposizione locale, abbastanza scocciata per la sua presenza ma non tanto da porre sospetti su una loro complicità per il misfatto.


Vero, risponde il cognato del Talenti, un personaggio incline ad essere logorroico quando messo sotto pressione, facile ad essere irascibile in contraddizione, ma fondamentalmente una persona a modo, per bene, come tutti i suoi amici e conoscenti. La villa era a pochi chilometri dal borgo, assieme ad altre, con una muraglia controllata da sistemi di vigilanza notturni di buon livello: ogni due ore veniva effettuato un controllo al sistema d'allarme di ogni casa, grazie ad una speciale centralina accessibile ai sorveglianti. L'unica cosa da fare quella mattina era ripulire tutto. "Giorgio, scusa se ti disturbo di prima mattina...", telefonò Rinaldo all'amico imbianchino. "Oh, Antonio, buon giorno!" "...ma vorrei chiederti di venire qua, in casa mia, per un lavoro urgente..." "...in che senso?" "Non so come sia stato possibile, ma qualcuno ha deciso di rovinare il mio giardino, così, per divertimento!" "Ah..." "Ce la fai a venire tra mezz'ora?" "Sì, si, non ci sono problemi...anche se dovrai aspettare un poco più." "È successo qualcosa?" "Sì, la tua stessa cosa, ad altri." "Come?" "Con te siamo a cinque ville danneggiate. Scommetto il patio." "Oh, Cristo!".

13 luglio 2013 L'odore dei pini molto forte quando vi si abita vicino. Come il rumore delle cicale e dei gufi appostati sui loro rami. Di prima mattina sono questi i suoni che ti fanno da sveglia alternativa, e che ti portano ad alzarti presto, lasciandoti una leggera rabbia dentro di te. Il criccare dura tutto il giorno, e ci ti stimola l'interesse a passare il


resto della giornata sulla spiaggia, ove l'unico rumore che senti quello delle onde e dei gabbiani, meno forte e più rado. Generalmente non mi piace stare in pineta, per ovvi motivi; preferisco stare sul mare, tranquillo, a pancia all’aria mentre il sole mi abbrustolisce lentamente, guardando per qualche minuto il cielo terso ceruleo e poi il mare che tentenna tra la calma e l'inquietudine. Me ne sto proprio sullo sdraino, con gli occhiali e il cappello che mi copre la testa. Stavolta ho preferito passare il tempo lì, all'ombra. Lo so che non mi converrebbe, e che mi sarebbe toccato sopportare quella nenia maledetta, ma oggi mi tocca. Il motivo semplice: la solitudine. Quando si è al mare la compagnia è essenziale, altrimenti, se non si è abituati a star soli, diventa un logorio fastidioso. Un ombrellone, uno sdraino, un lettino non fanno una vacanza, ma amici con cui nuotare, giocare, parlare, ridere e scherzare sì. Mi piace abbronzarmi e vedere il cielo e il mare sereni, ma a volte, quando piglia la noia, se non ho con me nessuno con cui parlare, dopo è un macello, e vado di matto. Sbuffo in continuazione e comincio ad agitare le dita, in attesa che avvenga qualcosa che mi tolga da questa situazione. Per non parlare dello sguardo, che si stringe sulle sopracciglia e porta a corrugare la fronte fino a lasciare alcune rughe. alquanto ridicola la scena: uno della mia età che si comporta come un bimbetto in cerca di qualche sfizio con cui passare la giornata. Tanto quella cosa non accade. O meglio, nel punto in cui mi trovo nella spiaggia, poche volte intravvedo dei passanti, sul bagnasciuga. Non è colpa mia se preferisco soggiornare in un appartamento con vista mare, a pochi centimetri dalla spiaggia. E' una di quelle case antiche, appartenuta forse a qualche vecchio pescatore, o forse a qualche popolano di inizio secolo che, innamorato del mare, voleva salutarlo ogni giorno, costruendovi il nido di questo amore il più vicino possibile. Una storia probabilmente inventata; anche perché dentro casa non ci sono indizi di questa vicenda, se non qualche vecchio pesce imbalsamato o qualche mobile antico, forse proprio di quell'epoca. Comunque, dove soggiorno ragazze o ragazzi della mia età non ci passano, preferendo le vie dei resort, veri


e propri condomini sul mare, isolotti distaccati dal mondo, con tutte le loro attrazioni, autosufficienti anche alla stessa cittadella vicina. Peggio per loro. Se vogliono fare i vanitosi e preferire quelle artificialità io di sicuro non li cerco. E quindi mi ritrovo davanti il mare, e io che non faccio altro che rimirarlo con sempre maggiore noia e disagio. Stavolta la noia non la troverà al mare, ma dentro la pineta. Appena entrato subito sento l'odore degli aghi che bruciano al sole e dell'aria che si riempie di pollini e di salsedine. Noto placidamente che in fatto di pulizia molto ben tenuta, a giudicare dagli escrementi lasciati per strada; poveri cani, forse vogliono far intendere ai passanti qualcosa di metaforico con le loro feci, forse in riferimento a qualcuno? Se così allora deve valere la stessa idea anche per le cartacce e per le bibite e le bottiglie aguzze che si trovano ben lontano dai cestini, completamente sporchi e rigonfi di spazzatura. Meno male che alla fine un punto piacevole l'ho trovato dentro la pineta, sennò avrei preso in considerazione l'idea che mi stava balenando nella testa di scappare a gambe levate e di ripararmi in qualche localino vicino. E' proprio sotto uno degli alberi, e nonostante tutto la zona priva di aghi o di rametti. Me ne sto lì. Mi pongo supino e provo a dormire. Una dormita mi ci vuole, specie se ogni mattina vieni svegliato in continuazione da quei fastidiosi rumori, poco dopo l'alba. Non voglio mica finire con un qualche disturbo del sonno. No di certo! E allora uso il pomeriggio anche per una breve pennichella, al fine di reintegrare le ore di sonno perse. Chiudo gli occhi, e attendo il sonno. Dagli occhi percepisco il colore dell'aria, quasi un grigio azzurrognolo, che piano piano si scurisce, e senti di starti allontanando da quel colore, fino a raggiungere un tipo di nero intenso. Quello il segnale del sonno. Arrivo a un grigio scuro, dopo qualche minuto, ma accade qualcosa, e sento una voce provenire da sopra la mia testa. Apro gli occhi e ci trovo una ragazza: capelli rossi, efelidi, occhi verdi, labbra scure, naso a punta e quarta di seno. Sorridendo, e con un tono delicato, mi chiede che ci faccia qui. Mi ha appena svegliato: le dico scontrosamente che sono qui


per dormire, e niente più. Mi chiede gentilmente se ho visto un cane passarmi in mezzo. Le dico di no. Lei mi sorride: dice che le sto mentendo. Le dico, ora in maniera alterata, che non sono il tipo che mente, e che sarebbe il caso che non mi rompesse le balle. Lei ride, con un fragore tale che il suo seno si muove in continuazione. Lei dice che lo faccio apposta. Ora mi sta davvero facendo inferocire. Mi manca tanto così per mandarla a fare in culo. Ecco che spunta il suo animale; se ne sta uscendo tranquillamente da una siepe, dopo aver probabilmente aver finito di urinare o di fare i suoi bisogni metaforici. E' un piccolo bassotto color rosato, simile al colore della pelle umana; durante il tragitto non fa altro che scodinzolare, o cercare di saltare sulle due gambe per un non preciso motivo. Nel frattempo la ragazza si è denudata. Così, di punto in bianco si è tolta la camicetta che ha addosso, e in pochi istanti anche il costume. Lei continua a sorridermi. Io rimango di sasso. Cio, in pochi decimi di secondo lei si tolta ogni abito che aveva, di puro istinto. E poi, boom, mi salta addosso. Mi fa di aprire tutto, facendomi rotolare su di lei. Cerca di farmi tutto, e mi tocca ovunque, dandomi per qualche istante un senso di solletico. Aumenta fino a farmi ridere; a momenti scoppio! Aumenta di velocità, che sembra una macchinetta, mentre da lontano il cagnolino cerca di ergersi su un ramo, stando in verticale. Proprio nel momento in cui è perfettamente dritto lei si ferma. Non rido più. Silvia di sasso. Non sento pi alcun rumore, e non provo nulla. Non sento più gracchiare. Mi sveglio. Mi trovo nel mio ombrellone, al tramonto, con un eritema da panico su tutto il corpo e non riuscendo a capire più cosa diavolo mi sia accaduto. Forse sarà il caso di uscire un po', altrimenti a stare da solo impazzisco davvero.

BREVE QUESTIONE SULLA SCRITTURA


“E come si fa a dar vita al pensiero?”, risponderebbe un ipotetico e credibile passante. “Come fanno i paranoici; si crede alla loro realtà!”, (la follia è attiva!) “E come faranno a vivere?”, il furbo c’azzecca sempre! “Li si dice che sarà un personaggio a parlare con in testa tali idee; seguiterà tutto quello che io, come un novello regista del suo udire, gli ordinerò di ripetere, a suo piacimento o meno!”. E fu così che la pazzia trionfa, del suo portarsi indietro anche il buono che c’era! È meraviglioso sentire che ora ricomincia una piccola guerra contro l’eterna pigrizia che sembra facente funzione della mia indole, della mia anima, tripudio di bipolarità umanissima: piccola e colossale, delicata e schizogenica, fragile e distruttiva, razionale e impulsiva, molto debole e molto forte. Sì, tornare ai campi di lotta, tra le frasi che non vogliono uscire, dalle scene che sembrano cristallizzarsi come ghiacci nelle grotte, o statuirsi come esseri nei quadri antichi, tanto che nemmeno una foglia sembra cadere quando ci si pensa. Lottare, propugnare la penna come una spada e presentarsi davanti al foglio bianco, ingozzarsi di tutto l’horror vacui e buttarsi a scrivere, a dare ordine alle cose; finire ciò che si vuole sia finito, completo, deciso. Comunicare, bruciare le tappe di tutto il vento del cuore che mi ispira a parlare, a dire la mia ovunque, a concludere qualcosa nato nella mia testa e destinato a finire fuori da essa, dalla sua patria, come un autore ottocentesco. Il viaggio si sa dove inizia, ma non dove si finisce. Mi presento, perché tra tutti i miei comportamenti (contati uno ad uno, ad oggi risultano in attivo oltre diciassette comportamenti casuali oppure indotti, volontari, e forse quattro di questi razionali, pensati) c’è necessita almeno di esprimere in qualche modo un certo contegno verso il lettore, per altro indulgente se è arrivato a leggere il livore di un ventenne in disagio verso gli accadimenti più contorti e romanzeschi. Ero quello che scriveva qualche mese fa, all’incirca nel mese di


aprile (forse fino a maggio, metà maggio; la data si è persa nella ricostruzione narrativa) di non sentirsi, di non ritenersi seppure in una modestia falsamente discutibile: passionale, ovvero di credere ancora di poter negare a me stesso che in fin dei conti, se si vede un ragazzo, il cervello decide di andare in pausa pranzo e di lasciare le pratiche direttive e amministrative riguardanti il sistema motorio, respiratorio, direzionale e comunicativo in mano al suo assistente (poco riconosciuto, poco stipendiato e poco collaborativo) che si fa soprannominare “Istinto”, attuando un programma inesistente e assurdo, eppure straordinario e iperattivo, scalmanato e prorompente! Normale, perché della normalità non si riesce a compiacersene, non volendosi vivere tranquillo, quieto, al caldo della mente regolare, nel suo scrivere piacevole, nello scorrere liscio e pulito dell’esistenza generale. Troppi! Troppi fatti accaduti in questi giorni, in questi mesi fanno intendere che di normale nella sua vita forse non troverà che un raggio di stella nella notte dei sogni: l’amor che null’amato amar perdona! Sì, poetare il Padre, perché è giusto credere ancora di amare, fregandosene degli scopaioli e dei mentecatti pronti alle sevizie dell’affetto altrui per il guadagno fisico ed economico. Incompreso; si comprende sempre, e solo non riuscendo ad intendersi non si è compresi; basta solo usare il linguaggio più semplice, più induttivo esercitabile nei confronti dei propri coetanei, con la calma e la pazienza del parlato quieto e leggero possibile, senza sfruttare una conoscenza bibliografica (che tale rimane!) e viverla nella piacezia del tempo giovanile, ultimo dopo l’avvento dell’età adulta. Non lo si fa...sì, basta con il voler parlare balbo e standardizzato, un poco di gioco di lingua e corde serve sempre! A capire si capisce, e la critica è accetta da chi vuole parlare e discutere. Gli incompresi non fan che essere zitti e agire di conseguenza, lasciando alla mente l’opzione impossibile di una comunicazione telepsicotica, e buona notte! Inferiore...il più stupido di tutti crede ancora in una divisione manichea del mondo, tra i forti e i deboli, tra chi governa e chi deve essere governato! Nessun può


sentirsi così e vivere abbastanza per averne la conferma, al pari del superiore, dell’Alpha, di sicuro talmente forte da poterlo dimostrare sfracellandosi nella sua possanza infantile. E non si capisce di essere uomini agli uomini, e non uomini e caporali, non con dei nervi talmente tesi da farlo ruggire appena sente l’odore di provocazione e di arroganza nel suo raggio d’azione. Bilancia? Se si nasceva Leone forse c’era un senso in tutto ciò! PASSANTE: (appare dal nulla) “Perché scrive, allora?” AUTORE: (indispettito) “Come prego?” PASSANTE: “Perché, lei, con tutti questi acciacchi che nega e afferma allo stesso tempo pretende di scrivere?” AUTORE: “Non la seguo...” PASSANTE: “Ripeto ancora una volta... (respira perché lei deve per forza dire la sua se in fondo non ha nulla di speciale da raccontare?” AUTORE: (un attimo di silenzio) “...Ma chi è lei?” Che motivi ci sono per scrivere? Li ho detti! Basterebbero questi per scrivere! Ma forse non basta. Scrivere non m’è mai piaciuto quando ero piccolo: lasciavo il compito alla mia mamma, sebbene già colma di lavoro domestico e di cucina. Me la immagino, la scena: io lì, nel tavolo di vetro del soggiorno, con il libro da una parte e il quaderno dall’altra, mentre nella zona cucina c’è lei, in vestaglia di lana infeltrita ad usare come un pennello il ferro da stiro sulle camicie, sulle maglie della salute bianchissime e sulle mutande non altrettanto bianche (no, alcune erano grigie). Mi guardava e io la guardavo. “Mamma?”, chiesi con la vocina delicata come ebbi da pargoletto delle elementari. “Sì, Bìbì (il mio eterno e dolcissimo diminutivo)? mi rispose tra i vapori della pressa. “Mi aiuti a scrivere la recensione del libro per scuola?”. Al tempo ero obbligato ogni mese a scrivere una recensione, una sorta di commento con tanto di


trama riassunta, di un libro preso a scuola: al tempo odiavo leggere, quanto scrivere. Mia madre invece... “Aspetta, che finisco qui e poi ti aiuto.” In verità è lei che ha sempre scritto. Fin dal primo libro in terza elementare, per il triennio ha pensato lei a redigere il riassunto, scritto notevolmente bene, dopo aver chiaramente letto nelle notti, prima di coricarsi, tutto il libro, in contemporanea con il mio divertirmi in camera con le costruzioni: entrambi creavamo qualcosa; lei un testo per la scuola (dopo averlo ricopiato nella mia scrittura), io un mondo emulativo di fumetti, cartoni, film e sequenze di videogiochi, sempre più lontano dalle sue controparti. Lungo, incessantemente lungo, e io ricopiavo felice, sempre, senza che lei mi dicesse mai di no; portandolo nei tempi stabiliti a scuola, col minimo battito di ciglio delle insegnanti (mai, mai mi chiesero se fosse opera di qualche d’un altro, tipo di mio fratello più grande, o di mia madre). Che buffo che pure mia madre odiasse la lezione di italiano! Anche se comportò un ritardo nella scrittura, che si sarebbe potuto evitare tranquillamente, e invece è stato talmente tralasciato che solo di recente si è riusciti a rimettere insieme qualcosa di giusto tra le onde sfreccianti verso le coste del mio pensare inquieto e infinito, allegoria della mia vita, però finita (o forse nemmeno questa...). 17 ottobre 2016 Non c’è che il vuoto tra la terra e il cielo, non c’è che la quiete tra l’odore dell’erba che mi tocca il viso, tra il fragore silenzioso delle margherite spuntate all’aria, tra lo scrosciare della ghiaia delle strade del parco e tra lo sbuffare di un visitatore stanco, in cerca di qualcosa. È una giornata noiosa, priva di svago e di interessi. Alcune giornate lo sono, anzi, molte, però dopo queste si seguono, per fortuna di chi è allergico alla noia, quelle attive, più eccitanti. O almeno dovrebbero seguirsi: questo tipo di giornata sembra voler continuare da troppi


giorni; pare un tempo senza fine. Ma tanto non è così rilevante, in fondo. Passare la mattinata a casa, senza compiere alcun gesto in nessuna situazione capitatami, mi rende ancora più svogliato a trovare qualcosa che mi tolga di dosso questa noia opprimente. Appena svegliato, dalle finestre vedo il sole che si distende su tutta la strada del cortile, sui cespi delle rose della vicina, un’attempata signora compiaciuta per la sua vita da casalinga: anche oggi è uscita di buon’ora per innaffiarli e per assaporare il loro odore quasi impercettibile. Buon per lei: mentre lei si divertiva nel suo voler fare del giardinaggio la sua virtù io, dalla mia camera, ancora riposavo e mi sollazzavo nei miei sogni, per lei certamente deprecabili e impossibili. Non ha più l’età e la voglia per farseli venire. Non faccio nemmeno colazione dalla mancanza di voglia che ho; piuttosto mi avventuro, così, per solleticarmi l’interesse, e, dopo aver preso il cellulare e le chiavi di casa, esco, e me ne vado in città. Faccio a fatica a non notare la stranezza del tempo. Sopra di me il cielo è limpido, privo di nubi, coperto dalle sfumature crescenti dell’azzurro e del blu, fino al fosco zaffiro, verso lo spazio siderale. Rimango verso a fissarlo, in ogni sua tonalità, facendomi assecondare dall’assenza di altri focus che vi sono attorno: comincio ad avvertire un fremito, al cuore, come se stesse vedendo ciò che non vuole, poi un freno, un blocco immediato, che mi porta a sfocare gli ultimi colori dello spettro del vuoto. Voglio vedere cosa c’è lì, in quel punto strano. Ritorno a guardare in terra. Intorno a me c’è la pace, una tomba di rumori. Comincio a ripensare agli ultimi giorni, alle ultime cose che effettivamente ho fatto. Ieri, ad esempio, a casa non c’era nulla che altri non potessero fare: fare il bucato, o solo togliere gli stracci e i vestiti dalla lavatrice e metterli nel catino e poi prendere la bici ed entrare nella lavanderia e asciugarli con la lavasciuga formato industriale e nell’attesa leggere qualche rotocalco su qualche evento mondato oppure qualche gossip inutile su gente altrettanto inutile e poi prendere i panni e ritornare a casa? Oppure lavare i piatti, e prenderli dal lavapiatti e


metterli nella credenza e poi riprenderli e asciugarli lentamente in modo da evitare che si spacchino per l’eccesso di forza e di velocità e poi riporli con attenzione non sulla credenza di prima ma sull’armadietto in alto? Oppure rifare i divani, e strappare dai fondi delle poltrone il copridivano e sbatterlo fuori dalla finestra per togliere la polvere e poi ripiegarlo e poi riaprirlo e rimetterlo come prima nella poltrona in maniera più ordinata? Che lo facessero gli altri; tutte queste cose per me sono fin troppo complicate, e non mi valgono nulla. Mi tolgo questa ossessione dalla testa e mi dirigo nel centro urbano: ci sono pochi passanti, tutti a fissare o l’orizzonte fatto di palazzi di mattone, di strade in risalita, di fermate, di gradini, di banchi da lavoro esposti e di strisce pedonali scomparse dall’usura del tratto stradale, oppure a guardare in ogni direzione in cerca di qualcosa che li conduca da qualche parte, forse dove vogliono andar loro, anche se non sanno davvero dove. I locali sono tutti chiusi, con la saracinesca chiusa e con gli espositori e le tavole del menu o degli eventi privo di scritte o di avvertenze. Guardo a destra e a sinistra, anch’io in cerca di qualcosa. Non la trovo. Allora guardo in cielo, e noto che i colori sono arrivati ad un tono molto più chiaro, e quasi sembra non ci sia più lo spazio di prima; l’oppressione ora è quasi inesistente, e riesco a tenere più facilmente la testa verso il cielo. Non vola alcun uccello, niente infrange quel nulla che domina sui cieli, quel vuoto che sembra divida le cose, le persone, gli alberi delle strade, gli uccelli, i fiori, le case e le campane. Sento il campanile rintoccare il mezzogiorno, e capisco di aver perso un po’ troppo tempo a fantasticare. In giro per la città non c’è che camminare in bilico tra l’anedonia e l’abulia per i negozi e le vetrine in fase di pulizia. Passo tra una via e l’altra, tra un incrocio in cui si intrecciano le insegne delle panetterie e delle pasticcerie con quelle delle farmacie e delle erboristerie: vedo per qualche istante i clienti che chiedono ai commessi come placare la fame, come attenuare la gola, come fermare l’indigestione e come bloccare la sepsi. C’è chi esce con il panino, chi con il pasticcino, chi con il bugiardino


e chi con il chinino. E chi ci rientra di nuovo, e riprende da capo tutta la manfrina. Nel frattempo il campanile risuona ancora da lontano, c’è la messa alla cattedrale: c’è vicino un parco, verde e spoglio di alberi, una distesa pulita e solitaria per chiunque voglia dormirci. Credo di aver trovato il posto dove guardare quel cielo che cerco di capire fin da quando sono uscito stamattina. Continuo per la strada che va verso il cucuzzolo della cinta muraria della città, dove si trova il campanile e il parco, e nel camminare punto la mia vista, che, a causa del sole in faccia, è rimasta temporaneamente offuscata: prima avevo una visione completa della realtà circoscritta, con tutti i suoi dettagli e le sue varietà cromatiche, e adesso a malapena, dai tre metri in poi, riesco a individuarli ancora. Sulla scalinata prossima al parco tengo la testa verso l’alto, ma non in direzione del cielo, bensì sulle strane forme degli alberi, sulle loro impercettibili foglie, che nel mio sguardo sembrano quasi a forma triangolare: sono sbiadite, e non hanno quasi le loro venature reali; paiono un leggero tocco di pennello, magari di un’artista impressionista. Lentamente la vista ritorna e intravvedo le striature sue, di tutt’altra composizione geometrica; ora è una foglia vera e propria. Sono arrivato al parco, sono solo. Davanti a me avevo un mare, ondeggiante al venticello, sereno, quieto. Faccio qualche passo, notando la particolarità del cerchio che formavano i cipressi attorno; si è per caso in un campo santo, e dove sto camminando si trovano invece le tombe senza lapide dei morti? Ero nella parte sinistra del parco, e ancora non c’è traccia di alcun passante; le campane hanno smesso di suonare da parecchio, e con molta probabilità la gente è ancora lì dentro a seguir messa. Non m’interessa; mi distendo sulla terra, anche se mi toccherà sporcarmi. Ora posso puntare il cielo con piacere. Penso un attimo a ciò che ho perso due giorni prima, a scuola: a lezione non c’era altro se non dover ricopiare in forma di dettato le dicerie del professore, che credeva ancora alle sue frivolezze sulla filosofia esistenzialista, o gli appunti dei propri compagni di studio, intenti a ficcanasare sul cellulare e sui diari altri. Mi fermo. Vedo che il vuoto si


è riformato. Anche quel fremito è tornato, ma adesso cerco di capire cosa sia. La sensazione si genera ora in testa, e quasi mi manca di avvertire la terra in cui mi trovo. Ora sento pulsare le vene sulle tempie, e gli occhi perdono ogni contatto con ciò che è attorno. Il vuoto si distende per tutto il punto di fuga della mia vista, e arriva alle zone estreme. Mi sembra di sprofondare, la terra affonda con me. Il silenzio è diventato sordo, la luce è opaca e il tempo è quasi infinito. Non sento nulla, e continuo a fissare il vuoto. Dal fondo della visuale arriva una piccola nuvola, bianca; mi deconcentro, ritorno in me, e in quell’istante risento sotto di me l’erba che comincia a solleticarmi il viso, le margherite che ondeggiano al vento e la ghiaia che scroscia al contatto coi piccoli turbini dell’aria. Comincio a sbuffare, come se fossi stato prima in apnea o mi fossi dimenticato di respirare, e sento l’odore dell’erba, fresco, piacevolissimo: la nuvola si addensa e si forma; sembra quasi un cane, simile a quello che avevo tempo prima, che ogni volta che tornavo da scuola, quando ero più piccolo, mi scodinzolava e mi saltellava vicino, con la bava alla bocca e gli occhi luminosi; era sempre in cerca di coccole, e poi mi seguiva fino in camera per avere ancora le mie carezze e le mie attenzioni su di lui. Arriva un’altra nuvola, da est; si forma: è una bicicletta, no, un piccolo triciclo, come quello della mia infanzia, quando andavo per i campi con mio nonno, e ogni volta che cadevo mi rimetteva in sella e mi incoraggiava a continuare, nonostante fossi davvero impedito. Ne arriva un’altra: è una vela, come quella della barca di un mio amico, temerario fino all’ultimo, che mi obbligava ad andare con lui a fare slalom sugli scogli, scivolandoci sopra, facendo delle curve perfette, degne di un disegnatore professionista. Le nuvole cominciavano ad addensarsi; le vedo, si uniscono, diventano qualcosa, adesso sono indefinite; si dirigono a coprire il sole, a bloccarlo. Il sole le rende scure nel fondo, diventano nere, e iniziano a formare degli incubi: la maschera di Morte alla festa di Halloween, che per un attimo con mi feci prendere da un coccolone; il volto severo del mio babbo quando mi ero fatto male


a tentare di andare in bici da solo, quando ero diventato un po’ più grande; il mio cagnolino, spento e triste, chiuso del suo dolore, rannicchiato. Sono di nuovo fermo, avverto una fitta al cuore e mi sento male. Viene l’ombra: tutto perde colore; gli alberi diventano difficili da definire, e non si identifica una foglia dall’altra; i negozi sono simili tra di loro, e i colori diventavano grigi; l’erba ora ha il colore del mare; il vento si alza; il parco è in tempesta; le campane tornano a suonare impazzite. Cosa sta succedendo? Mi scende nel rialzarmi una lacrima dall’occhio destro. Il vento si placa, le nuvole se ne vanno e l’ombra scompare poco a poco. Il cielo ora ha le nubi. Provo a guardare il vuoto, e provo qualcosa di indescrivibile, ma non mi dispiace. Mi sento meglio. Il cellulare comincia a squillare. Non rispondo, e lascio che il suo trillare riempia l’aria. Credo sia l’ora di tornare a casa. PROSEGUO NON RICHIESTO SULLA QUESTIONE SCRITTORIALE Scrivere, sì, scrivere, sì, no, forse, mai...di solito molti autori, se li raggiungi nelle loro biografie, se ti interessi alla loro persona e controlli di tua mano i loro passati di gioventù, quasi tutti, a parte casi eccezionali, hanno sempre cominciato a scrivere verso un’età precoce: I. Calvino iniziò a quattordici anni; A. Moravia ad appena dieci; L. Pirandello a dodici e in due anni arrivò a scrivere, quasi per sfida a G. Verga, un romanzo, come fece quest’ultimo. Potrei continuare, da Hemingway a Leopardi, da Camus a Brecht. Tutti scrivevano nella loro infanzia, tutti credevano nello scrivere di sé stessi; e anche oggi molti ci credono e scrivendo dalla loro adolescenza arrivavano a parlare da adulti. Poi ci sono io, e quell’io sembra di altri: recentemente scopro un autore dapprima poco interessante, quale D. Pennac, di origini corse-marocchine, da giovane un vero fante-infame, pessimo allievo di convitto, incapace per


dislessia a scrivere bene; dal profitto insomma inverosimile, dunque, senza precedenti! Perché oggi è uno dei più cari e popolari scrittori francesi contemporanei (ma a differenza di quelli italiani, almeno intelligente!), amato per il suo stile e la sua passione per la Letteratura, unica perla da lui fuoriuscita nell’istruzione scolastica (la sua passione per la scrittura nacque da chi credette in lui, però; un professore lo esortò a scrivere, a cadenza settimanale, una puntata di un proprio scritto, poi un romanzetto). Un altro particolare fu G. Perec, quest’ultimo vero e proprio prosatore e maestro della letteratura francese, dell’OuLiPo il massimo esponente e produttore: dopo una carriera da matematico, da studioso di scienza, diventa in età adulta un formidabile scrittore, estremamente versatile e abilissimo nelle sue prove d’Autore, accompagnato dalle sue mogli e dalla sua schiera di psichiatri (di origini ebraiche, perse i genitori appena bimbo, uccisi dalla macchina feroce dell’antisemitismo; fatti del genere non ti fanno vivere bene...) In fondo, se sono bravo a scrivere (e questo lo spero), non lo dirò io. Nessuno scrittore serio si reputa tale usando come metro di giudizio sé stesso. Lo sanno gli altri: loro, i lettori, il pubblico che assiste e vede nei loro occhi scorrere le parole, le lettere dell’alfabeto locale (cambia nelle traduzioni, ma è troppo presto per auspicare una così apertura agli altri mercati) come pietre concave nei flutti delle acque. Ma è troppo, davvero, è eccessivo tutto questo onirico piacere che reclamo...anche se i mezzi non mancano, né il cervello...ah, che diavolo, lo pretendo eccome! Certo, in giro c’è chi scrive meglio di me. Me lo auguro! Ma non significa che quello che scrive lui, non lo scriva io un poco meglio, o, se dobbiamo diventare megalomani, accennare ad un’intuizione originale. Sarebbe un bel traguardo, una sorta di punto chiave dello scrivere. Che intanto compio senza troppi pensieri, violentando lo spazio per mia volontà. Ma ho parlato troppo. 5 luglio 2007


Arrivò in pochi minuti, con uno splendido furgoncino bianco tappezzato con la sigla della sua azienda di imbiancatura, "White color", su commissione. Entrò nel vialetto asfaltato della villa e scese assieme all'operaio dipendente, verso il patio, bene visibile da lontano, coll'inchiostro che sembra appena dipinto nel marmo della costruzione decorativa. I figli stavano assistendo alla scena a dir poco drammatica, o per lo meno seria per la maggiore della prole, davanti al sorriso della domestica Ridenti, del cagnolino Bert e del giovanissimo Stefano, il più piccolo della famiglia, di appena quattro anni. Guardava tutta la scena con incanto: l'amico imbianchino che si prodigava ad estirpare il male accaduto alla famiglia, l'oltraggio che fece dirompere i nervi del Padre, scioccare la Madre e i suoi fratelli; dalle sue iridi azzurre tutto sembrava una favola, non un classico atto di vandalismo. La colazione doveva essere preparata, di fatto la signora Talenti e la Ridenti rientrarono in casa, seguiti dai figli, meno che da Bert e Stefano, interessati al dialogo tra il padre e questo signor Giorgio, che stava tossendo durante il dialogo e doveva fermarsi nel parlare: "Giorgio?", domandò l'ingegnere mentre stava ristrutturando il patio. S'era appena messo a lavorare, mettendosi gli occhiali "speciali"; si fermò, senza voltarsi. "Lo so cosa vuoi chiedermi...non te lo so dire che diavoleria sta accadendo...", rispose fulmineo l'imbianchino, "In trent'anni di attività posso dire che...questo è un evento a dir poco assurdo, veramente senza precedenti. E dire che prima di venire qui... vent'anni fa, lavoravo in una metropoli, una città colossale dove ci stava che dei teppisti preferissero passare le nottate...a deturpare le cinte murarie delle ville private...ma qui, a Montalto, ma cosa...". Il signor Giorgio Frassin, di origini lombarde, dopo la più giovane attività nel capoluogo, decise di abbassare lo sforzo lavorativo, emigrando in luoghi con meno richiesta di servizi, per calmare le crisi nervose dovute al danno oculare per la prolungata esposizione ai colori estremamente chiari nella lavorazione, non ovviamente


alla tintura a piombo in dotazione. Non riesce infatti a capire perché a volte gli venga da tossire all'improvviso. "In quante ville hai detto che è accaduto il fattaccio?" "Cinque, sempre nella decorazione più rilevante...del complesso: un patio marmoreo come il tuo; un chiostro in legno pregiato; un muricciolo storico decadente; una statua moderna; perfino un podio commemorativo ai cari defunti...nemmeno il rispetto...tra l'altro, non riesco a intendere chi possa essere stato...", e lo stesso ingegnere annuì. Per quanto sia difficile crederlo, la cittadella non aveva una criminalità così diffusa tanto da poter dare espressione a simili atti di barbarie: gli ultimi casi di reato penale risalgono a qualche mese fa, e si trattava di un'omissione di soccorso poco chiara anche nei registri della polizia locale. Nessun colpevole, nonostante la vittima sia rimasta affogata durante una notte "di tempesta, ove il mare dimostrava di essere il dominatore assoluto", disse Gerardo riguardo a tale episodio, a cui Luigi aggiunse che tale persona non era conosciuta da nessuno, e che visse in quella vallata solo per poco tempo, senza lasciare nulla di preciso o di rilevante. "Comunque in cinque minuti abbiamo finito, basta solo ripulire il tutto...per fortuna che non è stato attaccato nessun palazzo civile, o storico; il lavoro...non sarebbe stato facile, e a breve ci sarebbero state le prime inaugurazioni..." "Non farmici pensare, Giorgio; da giorni non faccio che pensarci a tutte le preparazioni!" interruppe Rinaldo immediatamente. "Al podio per giunta, che lo feci costruire prima della casa, e costò quasi un quarto di essa!", e il volto si colorò di un rosso leggero, indice della sua rabbia. "Ho finito, capo!", disse l'operaio ultimata la pulizia. "Ora è nuovo, di nuovo del colore originario!" Ricontrollarono tutti e tre, in cerca di sbavature o eventuali graffi dovuti all'atto vandalo: effettivamente era pulito, quasi nuovo. Non ci lavorarono per cinque minuti, come sperava Giorgio; come nelle altre ville, il danno era consistente, e ci vollero quindici minuti per correggerlo.


Sembra che solo le ville abbiano avuto il danno: oltre a quella dell'ingegnere venne attaccato anche il palazzo dell'avvocato Riverdi, la casa di campagna del sindaco Espreri, la villa del deputato Sinisteri e la palafitta moderna dell'industriale Roncelli; tutti personaggi di spicco nella società locale. Un attacco al jet lag, ai pezzi grossi? Non sarebbe un grande azzardo, se non... "Ehi, signori, aspettate, c'è qualcosa, qui, nel patio...", avvisò l'operaio. Si avvicinarono al punto indicato dall'operaio, sotto l'intonaco fresco. "No, Giorgio, questa me la devi spiegare." C'era qualcosa che nessuno avrebbe immaginato potesse apparirvi. "Che senso ha tutto ciò?"


Capitolo quinto

Notte. Freddo. Una strada desolata lo accompagnava per la fine di un’altra giornata. Una luce divampa ai suoi occhi. Tutto il tempo si sgretolò, dalla noia all’azione. Fuoco! “Merda!” aveva risposto Maso davanti alla macchina che gli stava andando a fuoco. Era nella statale per la Senese quando uscì di strada a causa di una curva mal presa. La piccola macchinina si dirigeva fuori, scivolando verso il baratro distruttivo da cui sarebbe divampato l’inferno privato, una possibile tomba. “Va tutto a fuoco!”, e la macchina si coprì davanti di fiamme. Blimp! Blimp! fece l’istinto, scattando con una velocità pari a quella del suono. Gli occhi guardano quello che vogliono vedere, e se vedono il pericolo non è solo dal fuoco che si ha di fronte, ma quel fuoco che potrebbe venirti addosso, impedire di vedere, di controllare. Un grido di allerta risuonò nella scatola cranica. Scappare! Aria! Le fiamme lo volevano. C’era fumo attorno, la segnalazione del pericolo in cui si trovava, dell’aiuto che chiedeva. Non riusciva ad uscire dallo sportello: bruciava, si spargeva di tutto il calore che emanava l’incendio; gli era impossibile fare un altro passo. Si sentiva solo in quel momento, (si udiva, tra il divampare del fuoco e del suo sussurro, delle macchine fermarsi?) e soli si muore. Ventitré anni, e già davanti alla morte di fiamma. Era arrivato il suo momento? No, perché soli si muore, oppure soli si combatte. No, scappò dal bagagliaio della macchina, e riuscì a salvarsi. Veloce, in preda alla paura e allo spirito di autoconservazione e di sopravvivenza. Tutto distrutto, ma lui vivo. Arrivarono i soccorsi appena finito tutto. “Ecco, ora giro per questa strada, e tra poco sarò a casa. Potrò andare a letto e addio ad oggi...”. Questo era lo “stare pensando” di Maso,


quando accadde quello che avvenne. L’ultimo pensiero, dopo il dolore al braccio e la costola rotta dall’incidente. La realtà gli esplose, laddove non lo fece il disastro. Il grido della cura chiude questa vicenda. Devo smetterla di pensare a lui, a uno come lui, che mai forse mi verrà addietro, o arriverà a volermi, a possedere me stesso mentre io lo stringo a me e lo bacio per un giorno intero. Mi riaccompagnò a casa, e pensai alla bella serata che passai con lui. Lo sognai, o penso di averlo sognato che lo baciavo, e lo volevo. Spero tutto si sfoghi, e che passi solerte. Una voce echeggia tra i corridoi, per pochi istanti. “Mamma”. Ci salutammo con un bacetto, mentre salì sul vagone passeggeri del treno regionale veloce diretto in Città, nella speranza si fermasse presso la stazione più vicina alla mia dimora (anche se, trasportando un carrarmato pieno di vestiti e cibarie, un bottino degno di un contrabbandiere, per il peso mi parrà lontana!). Nella testa ritornano dei piccoli frammenti: un biglietto da otto euro, che mi pareva costoso in confronto a qualche mese fa; la vidimazione veloce con lo scocco della macchinetta colorata della stazione; e il via vai generale di turisti, lavoratori al rientro dalle ferie e studenti infelici della fine della loro libertà vigilata. Sempre in quei corridoi tornò quella voce, più tenue. Salimmo per l’ascensore d’emergenza per le valigie e i diversamente abili, tenendo premuto il pulsante della discesa, mentre sotto di noi stavano arrivando e tornando gente di ogni età, dispersa poi nelle strade, nei bar, e un po’ nel nulla della città. Il caos mi impedì di salutarla davvero. Quella voce è sempre accanto a me, al mio capezzale. I primi tempi ne soffrì, certamente: l'allontanarsi al grembo è forse l'impresa più ardua per un mammone come me, molto difficile. Come per tutte le cose, ci vuole un po’ di coraggio per fare quello che si fa. Arrivederci. Le porte si chiusero.


Il treno partì. La stazione si allontanò da me. Lei mi parve più lontana. Il buio delle campagne si aprì ai miei occhi. Si è soli in compagnia di estranei odori, sguardi e movimenti. Si spensero le luci della città, all’ultima collina. Quella voce si spense. “Mamma” La scena intanto si riempie di rabbia, appena penso agli ordini materni del controllo, dell’indagine e del sospetto. Controllare, indagare e sospettare di chi ho intorno: già non mi mancano le paranoie; con queste si fa jackpot! Tutto questo stress...alla mia età...e a volte mi permetto di dirlo a chi mi è attorno! Geniale! Così si continua un’amicizia coetanea! Ottimo, davvero ottimo...sublime, ecco; mi ritrovo a fare l’agente segreto in casa mia! Io non so cosa diamine ho fatto per meritarmi una situazione del genere: ritorno a casa, per passare con la mia famiglia il piacere del fine settimana, e invece no! Subito a parlare di soldi! Contratti, affitti! E per diamine! La domenica dovrebbe essere per il piccolo ramo cattolico della famiglia un giorno dove non si parla di lavoro. E subito, a tavola dei nostri nonni, a ciarlare di costi, di spese, di questo e di buona notte! 21 maggio 2007 Giacomo e Nicodemo si trovavano in mezzo ad una radura, circondata dai boschi, immersa nella vallata; da lontano si poteva vedere un antico castello, il cui mastio era stato brutalmente danneggiato da una tempesta secoli prima, e lì vicino alcune borgate medievali, lasciate alla furia del sole estivo. I due ragazzi avevano deciso di fare una piccola scampagnata in quella zona, ormai liberi da tutti i loro impegni quotidiani. Dopo aver parcheggiato la macchina si incamminarono nella piana,


guardando senza mai distrarsi l’orizzonte e il cielo. Arrivati in mezzo, Nicodemo, provato dalla breve camminata, si sedette sul prato, e chiese a Giacomo: “Fai ancora l’aiutoregista per quei ragazzi, in città?”. “Sì. Perché me lo chiedi?” “Ti vorrei raccontare una storia. Vuoi sentirla?” “In realtà preferirei rilassarmi…” “Allora te la racconto.” “No, aspe…ah, al diavolo, fa pure…” Un anziano solitario stava continuando a scrivere, quando, dopo aver appoggiato la sua penna d’oca nella boccetta d’inchiostro, si fermò e guardò fuori dalla finestra della sua stanza. Il suo sguardo all’inizio si era impuntato sul giardino interno del chiostro del palazzo, ma poi si allontanò sempre di più, fuori dalle mura, dentro la città bizantina; dopo aver posato gli occhi stanchi nelle pietre della strada, nei cipressi della piazza attigua e nelle panchine di legno vicine alla chiesa romanica, volle vedere ciò che era ben oltre, nelle campagne. Guardò le campagne, e le distese di verde e la palude. Vide che tra le distese c’era un piccolo fiume. Gli occhi in quel momento smisero di essere stanchi e si aprirono completamente, come illuminati. Il bambino sorridente stava correndo nella piana, dietro di lui c’era suo padre che lo rincorreva e che provava ad acciuffarlo. La pianura era del tutto vergine, priva di costruzioni e di mura, e da lontano si vedevano solo enormi distese di foreste secolari. Il bambino cercava di scappare ridendo sguainato, ma nella corsa sbatté contro un sasso e inciampò, finendo a terra e procurandosi una ferita. In quell’istante il padre lo prese e lo strinse a sé, mentre il bambino cominciava a lacrimare per il dolore della caduta. Vicino a lui apparve anche la madre, in vesti bianche, che prontamente gli bagnò il graffio sulla gamba con l’acqua di un fiume vicino, e gli baciò ove gli faceva male. Non gli fece più male e, tenuto alla mano destra dal padre e alla mano sinistra dalla madre, si rimise in piedi. Il giovane si era rialzato, dopo essersi disteso per mezz’ora nella piana assieme ai suoi amici e ad una ragazza, il cui sguardo era miracolosamente volto al sole; lui continuava a guardarle gli occhi fin da quando si erano conosciuti in città; il sole splendeva in cielo e da lontano si vedeva un nuovo ca-


stello in costruzione, e sotto alcune case di recente costruzione. Il giovane si sgranchì le gambe e poi cercò di attuare ad ogni suo amico un giochetto diabolico: con fare giocoso mentre lo aiutava a rialzarsi, appena l’amico era a metà aria lui allentava la presa e lo faceva cadere a terra. Così fece, sia all’amico, sia agli altri compagni; alla lunga però stancò e così gli amici, tutti insieme, con lo stesso suo fare ludico cercarono di acciuffarlo per dargliene di santa ragione; lui scappò, correndo più velocemente di loro, fino a quando non inciampò sulla sua veste. Lo presero per un drappo, lo alzarono da terra e, arrivati in un fiumiciattolo vicino, lo lanciavano dentro. Le ragazze, vedendo il ragazzo preso in giro dai suoi amici, lo risero, e lui non poté non riderci sopra. Intanto non perse mai di vista lo sguardo di quella ragazza, che seppure non la disdegnava, lui la voleva. Il ragazzo venne richiamato all’attenzione, e gli venne ordinato di seguire il suo gruppo nelle manovre strategiche. La piana era diventata un campo di battaglia, e in ogni direzione c’era uno stormo di soldati armati e inferociti; da lontano si vedevano i fumi uscire dalle case del paese vicino, e i lumi del palazzo ora abitato e difeso. Il ragazzo si mise in marcia col suo squadrone e si avvicinarono all’altro gruppo, per formare insieme un quadrato e attaccare il nemico. Aspettò assieme agli altri il segnale di inizio, e nel frattempo cominciò a guardare tutti i coetanei che aveva intorno, chiedendosi perché sia lui sia loro si trovassero in quella battaglia: aveva da poco abbandonato gli studi e fino a qualche giorno prima passava il tempo con gli amici a navigare per i fiumi e a scrivere poesie; ora era tra altri suoi conterranei a combattere contro persone che non conosceva ma che era obbligato ad uccidere. Venne il segnale. Il suo gruppo si mosse verso l’esercito nemico, impuntando l’asta all’altezza della testa: le prime file vennero sbaragliate dall’avanguardia nemica, e anche le seconde file vennero colpite, chi barbaramente, con colpi lenti e atroci agli arti e al busto, e chi dolcemente, con tagli netti al collo. Il ragazzo, impacciato e inesperto nell’arte della guerra, era aiutato da un suo commilitone, più robusto e più pratico, che lo protesse per buona parte dello scontro. Il ragazzo purtroppo si fece prendere dal panico a causa di tutti quei cadaveri che stavano riempiendo la piana, e scappò via, correndo tra le


frecce volanti, le aste sfreccianti e le teste catapultate. Inciampò, e cadde a terra, per colpa di un busto tagliato a metà, e perse la sua arma. In quel momento si avvicinò un nemico, il quale notò il suo stato di difficoltà e volle sfruttarlo a pieno: prese l’asta e corse verso il ragazzo. Il ragazzo cercava di rialzarsi in tempo, ma il nemico era ormai a pochi passi da lui. Poco prima che lo raggiunse arrivò il suo commilitone, che prontamente lo fermò sfondandogli il petto con la sua asta, uccidendolo sul colpo. Si avvicinò al ragazzo e lo fece rialzare, e lui, piangendo, lo ringraziò per il suo aiuto; in quell’istante una freccia colpì la schiena del suo commilitone, e lui perse l’equilibrio. Il ragazzo, disperato, cercò di tenerlo in piedi, invano, e lo vide cadere in terra, e perdere conoscenza. Il ragazzo intanto aveva individuato l’arciere assassino, e, furente, prese la sua asta e corse verso di lui, lanciandogliela e sfondandogli il ventre completamente. Poi riprese l’asta e continuò a combattere. Alla fine della battaglia, tra i pochi rimasti vivi dallo scontro, cominciò a cercare il suo commilitone; lo trovò, spostato dalla posizione precedente, in fondo alle acque del fiume reso rosso dal sangue che gli usciva dalla schiena e dal collo, il colpo di grazia inflittogli da qualche altro nemico. Alla vista del suo corpo rigonfio cominciò a camminare, senza sosta, col volto impallidito. Il signore stava camminando da solo nella piana, mentre si portava appresso i cavalli del carro, con sopra il suo cocchiere, agonizzante dal dolore per la ferita alla gamba: un serpente, nel bel mezzo del viaggio, durante un avvallamento, apparve lungo il cammino, e, intimorito per la stazza del cocchiere, lo morse nel suo tentativo di rimettere in carreggiata il carro. Non era la prima volta che stava lasciando la sua terra madre: quell’occasione era dovuta al fatto che era stato invitato dal pontefice a raggiungerlo al suo palazzo, per avviare le trattative di negoziazione nei confronti del suo gruppo politico. Nel viaggio aveva cominciato a richiamare alla memoria alcuni luoghi, quali boschi, grotte, monti, e ora piane, tutte legate al suo passato, ai suoi ricordi. Estraniato dal mondo, non si accorse della buca in mezzo la strada, e, perdendo la presa dalla corda della sella, vi cadde, sporcandosi di terriccio la veste color porpora. Fortunatamente vicino a lui c’era un fiumiciattolo; fermò il carro, si diresse al piccolo fiume e vi si sciacquò i panni.


Mentre si lavava, venne preso da un dolore, non fisico, e cominciò a piangere, invocando ad ogni singhiozzo la sua città, i suoi amici e la sua famiglia. Il cocchiere, stremato dalla sua sofferenza, lo vide piangere e non ci capì niente. Il signore, ripresosi dal pianto, prese dell’acqua dal fiume e con quella bagnò la ferita di lui, placandogli il dolore. Continuarono il viaggio, e per tutto il tragitto il signore non finì mai di rimembrare ciò che prima aveva pianto. L’anziano cadde dalla sedia, e il suo tonfo venne sentito dalle governanti del palazzo; entrarono in camera sua e lo aiutarono a risollevarsi e a rimettersi seduto sulla sedia. Le ringraziò e, ripreso l’equilibrio, chiese loro se potessero portare altra carta di papiro per il suo scritto. Loro acconsentirono, e, quando lasciarono la sua camera, lui cercò di ricominciare a scrivere; le sue mani cominciarono a tremare, e, dal dolore, buttò a terra la penna d’oca, e se le mise in faccia; incominciò a singhiozzare, e poi a piangere. “Come ti sembra questa storia?”, domandò all’altro ragazzo; “Triste. Però non è malvagia. Oddio, qualche modifica si potrebbe fare…” “Pensi di poterla trasformare in un cortometraggio”; “Come?” “Non m’avevi detto che fai l’aiutoregista, o sbaglio?”; “Sì, ma che c’entra?”; “Perché? Non puoi fare la regia di questo pezzo?”; “Ma io faccio l’aiutoregista per aiutare quei ragazzi, ma non sono interessato alla tua storia. Né a nessun’altra storia. Cioè, io non li faccio i cortometraggi.” Nicodemo rimase stupito della sua affermazione; girò la testa e cominciò a fissare la piana. “Scusa, ma mica m’hai portato qui solo per chiedermi questo? Mica sarai così bastardo e approfittatore?”, gli chiese Giacomo. Non gli rispose, facendolo adirare. In silenzio se ne andarono dalla piana. Nessuno di loro inciampò. Ore 23, sabato.


A Renzo Ti conobbi quando usavo la chat, e capì fin dal primo momento che eri un eccellente ragazzo. Sei come Dante, purtroppo; una persona straordinaria che ora non riesco ad attaccarmi, quando questo effetto animalesco lo provo per gli esseri più sensuali e rapaci che mi siano presentati (il lupo perde il pelo, ma non il vizio). Avevo capito fin dal primo momento che eri un ragazzo singolare, davvero meraviglioso, ideale per uno come me. Sai, se ci mettessimo insieme, probabilmente né io né te soffriremmo più la solitudine, il peso della ricerca e il dolore della mancanza; ci sentiremmo completi, e potremmo amare. Una bella storia, e come tale, una finzione... Purtroppo, pur essendo una persona straordinaria, e -ripeto- ideale, io non riesco ad attaccarmi a te: nel mio pensare razionale (e tu sai quanto io sia razionalista nei confronti della vita) provo verso di te quella simbiosi che mi porterebbe a dire a me stesso di aver trovato ciò che cercavo da un sacco di tempo; in amore però non si può essere razionali e basta, ma anche emotivi, e non sento quella passione che mi devasta, mi rapisce e mi sormontata quando sono in preda a questo furo-re. Un furore quasi animalesco, che provo davanti agli esseri più sensuali e rapaci, più terribili e più ambigui. Appena finita la cena, subito sei venuto in libreria per fare una girata con me: non sapevo dove andare e cosa fare, da quanto ero annoiato e frustrato per gli eventi accaduti ieri, nella tarda sera, per le strade della città. da quanto ero annoiato e frustrato per gli eventi accaduti quella mattina. “Ok, babbo, provvederò a chiedere al proprietario di casa i codici di registrazione per il contributo affitto...sì, va bene, se è in nero lo denuncerò...anche se rischio che tutti e tre i miei coinquilini possano finire per strada a causa della mia foga giustizialista. Mamma, io non so se mi troverò un lavoretto! Non so se lo studio si formerà per bene oppure se rischierò di compromettere tutto. io a girarmi i pollici tutto il giorno non voglio! Non voglio


farvi spendere più del dovuto, con la prospettiva della fine degli studi così in anticipo. Voglio venirvi incontro, e già lo sto facendo con borse di studio e contributi, i quali, con risparmi su tasse e mense, si arriverà all’incirca alla metà complessiva. Se vi faccio risparmiare di più, sarò contento.” Tu, in confronto, sei un angelo. Mi avevi accompagnato fi-no al cinema, e già speravo di passare la serata lì, a vedere un film qualsiasi, e a sperare che il cuore si accendesse, ed esplodesse la passione. Ma la troppa fila ha rovinato tutto. E giravi, giravi per trovare un posto, e niente; avevano allora deciso di trascorrere la serata a giocare al mio gioco preferito, il biliardo. A te non piaceva, e me ne ero accorto, perché ti sembrava un gioco strano, non da ragazzi della nostra età. Mi accompagnasti a casa, mal-grado la tua macchina non lo volesse. Speravi in un bacio. Ora sai perché non te lo potei dare. Prima di scendere dalla macchina, la mia mente tornò su di lui... Quello che accadde in quella serata fu all'inizio alquanto particolare, ma alla fine piacevole. La serata era quella che era, non c’era tanto da lamentarsi. Il momento migliore era stata la scoperta di un film al cinema, che aspettavo di vederlo da quanto era alquanto sensibile alla mia condizione: la storia di una ragazza che, infatuata di un ragazzo bellissimo, scoprì che era in realtà omosessuale, e da lì venne a scoprire altre realtà, con al fianco il suo amico e un possibile fidanzato all’orizzonte. La corsa dalla mensa universitaria al cinema era stata divertente quanto inutile: uscito, via! Fuori c'era la pioggia che cadeva, le gocce che aumentavano ad ogni passo e che si potevano intravedere dal riverbero dei lampioni e dalle pozzanghere inanimate dalle onde. Con l’impermeabile corsi in direzione della strada! Gira a destra, saltando tra i crostoni del marciapiede antico; pozzanghera, salto! Corsa veloce fino in fondo alla strada usando co-me parapioggia il mio impermeabile, facendo la figura del buffone con tutti gli ombrellieri in giro.


Mancavano venti minuti quando ero partito dalla mensa, ed erano passati dieci minuti...dieci minuti! Ero in ritardo! Niente film, e io cosa avrei fatto? Aumentai della velocità lì, a metà strada. Il traffico del centro era diffuso ovunque. Corre-re! Dall’altra parte. Ero pronto a ripartire. Mi scorrevano agli occhi tutti gli esercizi commerciali (pasticcerie, forni, bar, centri telefonici) che stavano chiudendo o erano ancora pieni di clienti e prossimi all’ora notturna. Prossimo taglio ed ero in dirittura d’arrivo. Passava una ragazza con una torta di compleanno, guarnita e delicatissima: un errore e la investivo. Feci uno slalom, e l'avevo superata. Se sbagliavo di un minimo centimetro ero fini-to: se fosse stata colpita in pochi secondi si sarebbe rivoltata di centottanta gradi e avrebbe avuto in più il sapore della strada lercia. Avrebbe perso tutta quella torta, non ci sarebbe stato alcun festeggiamento e sarebbe stata vittima della rabbia del padre, in colpa per aver lasciato alla figlia un compito così faci-le, per lei incompiuto a causa di un corridore maldestro. Arrivai al cinema, e non c’era la fila. Feci subito il biglietto...e l’attesa...mi dimenticai che c’era un ritardo aggiuntivo tra la fine della proiezione precedente e quella successiva; ero lì ad attendere di vedere il film, mentre guardavo il cinema riempir-si. Purtroppo scene del genere sono solo fantasie piacevoli. In giro momenti da cinematografia del genere non le trovi mai...mai! Sempre a parlare delle solite cose. E proprio al cinema infatti incontrai un ragazzo a cui ora non riesco a non pensarci. È l'esatto opposto di te, in tutto e per tutto: è un perfetto idiota, uno sfigatello di turno, dalla parlata facile, dai modi provocanti e dotato di una sensibilità davvero superficiale, degna di un bambino delle elementari (e riferendosi ad un ventitreenne converrai che è un dispregio gravoso...). Che follia arrivare a stare sveglio per una notte intera per un soggetto così meschino...ma il cuore batteva, la testa non smetteva di fissarsi su quel viso da volpe, su quella barba incolta e su quei capelli da selvaggio; mi spiace scrivertelo, ma non riesco a non pensare a lui


nemmeno in questo momento. Vuoi provarci con me. Ma non fai come molti con la sensualità e con la provocazione: timido come sei vuoi scoprire tutto di me, e sperare che io possa fidarmi di te, che tu sia quello giusto come io per te. Ma il sogno parla chiaro, ed è la voce del mio desiderio: “Sì...Maso...lo so che vuoi...ti voglio baciare...Maso...guardami negli occhi...ferma l’auto, e facciamolo; lo so che vuoi farlo con me...no, non diventi gay se scopi un gay, diventi gay se ami un gay...se lo vuoi fare con me, fallo, che sei bello e mi piaci; fallo però se vuoi farlo, se ciò non ti distrugge...vuoi amare come me, tutti e due ad amare; ora vogliamoci e basta, se vuoi amare, ama, uomo o donna che sarà, ma non crollare perché non ami...” Un bastardello davvero irresistibile... È un'ossessione? Forse sì, forse no, è difficile saperlo. Riba-disco soltanto che lui, come molti, forse, sono quell’opposto complementare che mi farà scaturire, una volta trovato, il miracolo dell’amore: non sentirsi più solo non nell’amicizia, ma nell’amore. Anche se temo che, aprendomi a lui, otterrò solo danni, dolori e niente più. Finché non ci sbatterò la testa, non potrò farci nulla. La ragione su queste cose non può fare altro che assistere, mentre le emozioni la fanno da padrone. Una guerra della passione, e pace la si avrà solo quando uno dei due cederà, se la razionalità o l'emotività mia. Torno su di lui non tanto per voglia erotica, quanto per ribadire che lui come molti forse sono quell’opposto complementare che mi farà scaturire, una volta trovato, il miracolo dell’amore: non sentirsi più solo non nell’amicizia, ma nell’amore, nell’essere il qualcosa di qualcuno che ti considera quella cosa! Tu sei un amico, come molti, forse di più. Da chi un poco di bene te ne vuole...


Capitolo sesto

/1/ POSTINO: “Buon giorno, lei è? Ottimo, le è arrivato per posta un foglio, una raccomandata veloce a suo nome. L’accetta? Perfetto! Firmi qui! Ecco...ora qui! Tutto a posto. Ecco a lei, signore! Buona giornata!” È doveroso ricordarle, signor N., che le direttive dell'amministrazione di cui lei è rappresentante esterno, non tollereranno in alcuna maniera possibile l’usura delle proprie risorse finanziarie ed economiche, costate all’incirca mesi di lavoro e di ricerca per lo sviluppo ai livelli consoni attuali, per investimenti a fondo perduto, quali il suddetto affitto in quella bicocca improvvisata in mezzo alle zone popolari di Firenze, nella condizione in cui si presenti il rischio di incorrere in un contratto in nero. Perché ciò non avvenga, sarà utile, se non indispensabile, l’acquisizione del tanto richiamato in sede “contributo d’affitto regionale”, alla quale lei è prossimo e in possibilità di richiesta. Basterà solo questo, e lei potrà continuare il suo soggiorno fino alla prossima crisi economica ed amministrativa. Provveda al più presto l’ottenimento di dati, prove certe che possano andarle a favore nei riguardi della sua scelta di proseguire fuori dalle mura domestiche i suoi studi privilegiati; in tal caso oltre ad essere del tutto disinteressati al sostegno monetario successivo di tale affare, verrà adottata una misura di denuncia e di pena per tutti i collaboratori della manovra fiscale evasiva. Anche il complice quale si ritroverebbe lei subirà la pena in questione, senza chiaramente la denuncia. L’amministrazione è conscia dell’utilizzo e dell’importanza di tale mezzo di cui lei in


questi ultimi mesi sta disponendo, ma deve ricordarsi che al momento (e difficilmente anche in futuro) tutto il meccanismo regge su un finanziamento generoso ed abbondante, comprensivo di risorse ben superiori alle richieste effettive. Nei casi in cui lei deciderà di distaccarsi dall’arricchimento del budget da parte nostra, lei sarà il benvenuto, e ogni nostro controllo da parte sua cesseranno all’istante, se non per minime questioni necessarie. Qui in allegato si trovano tutti i dati richiesti per la conclusione di questo momento critico; la prego di essere molto preciso nell’acquisizione, e soprattutto discreto: numero di registrazione del contratto d’affitto presso l’Agenzia delle Entrate; contratto stampato con in vista nomi tutelari (locatori e conduttori) e firmatari; copia della ricevuta dell’agenzia delle Entrate e del compimento della registrazione e foglio digitale stampato sulla richiesta del contributo affitto per il Dipartimento. Le si fa ricordare l’urgenza e la scadenza di tale manovra, non oltre la prossima settimana. Eventuali riscossioni indipendenti a favore dell’investimento sono ben accetti, e più saranno influenti nel complesso, più le darà maggiore libertà d’azione e minore controllo da parte dei nostri organi competenti. Auguro a lei di poter proseguire negli studi da lei iniziati, facendole presente che è per tale motivo se lei si trova dislocato dalla sede. Buona giornata! /a/ Così tornai a Firenze, ed ebbi una bella sorpresa interessante, riguardante l’affitto. FRANK:” Ti va bene se stiamo qui?” Anche lui deve essere presentato. /2/ Vuole la caparra assieme all’affitto? Avevi detto che l’avrebbe chiesta dopo!”


“Non t’ha ancora dato i codici della registrazione? Guarda che hai firmato per il contributo, mica per essere in regola!” “Ma Frank non ha firmato? Non potevi fare come lui se non te lo dà il codice? “Ma sei sicuro che pagherà? Sei sicuro che non voglia fare l’evasore fiscale?” “Vuoi trovarti un lavoro? Non fare l’idiota! Hai da studiare, non da lavorare! Guarda che a noi i soldi non ci mancano per fronteggiare le tue spese: ma in regola, Dio! In regola almeno in quest’occasione!” Come posso saperlo io, da uno che è pure commercialista; se ci riesce è perché ha le competenze necessarie per farlo! Devo mettere a soqquadro tutto, come accadde qualche settimana prima, che mi feci prendere dall’impulso di pretendere (con giustizia, chiaro, non si è folli a richiedere ciò!) un abbassamento della nostra tariffa mensile, davanti ai problemi presenti in casa, e di cui lui, a ragion del suo intermediario, avrebbe risolto...non l’avessi fatto! Tre giorni prima lo aveva chiamato con un principio di nevrosi assurda, bofonchiando parole come “sfratto”, “mensilità da pagare all’istante”, “accordi presi”; si calmò e chiese scusa, ma per la firma si dovette essere tutti calmi e decisi. Arrivò in giacca, molto azzimato; non sembrava così anziano da come me l’aveva raccontato l’intermediario, anzi, forse è più giovane di mio padre. Io rimango in silenzio e lui, seguito dal suo fratello notaio, controlla le carte e velocemente ci esorta a firmare. Velocemente, senza dolore. Gli chiedo di rilasciarmi il prima possibile i codici per la registrazione ai servizi regionali del Dipartimento per Lo Studio Universitario. Ancora non me li aveva dati, e dovetti aspettare, mentre il tempo era nemico giurato della mia calma e della mia pazienza. In casi sfavorevoli lo dissi imprudentemente e accidentalmente a Frank, quando ci incontrammo per l’aiuto richiesto per la borsa. /b/


“Io mi chiamo Frank. Sono di ventitrè anni, e faccio un accadèmie...un’accademia del Rinascimento, dell’arte rinascimentale. Non c’è in France, en Provence, questa scuola. Debbi...(come si dice), ho dovuto venire in questa città per studiarla: in Russia e in Cina era gratis per chi ci viveva, qui costa tanto! Quasi dodicimila dollars canadesi! Ho vinto una borsa di studio e ho la scuola gratis, così non douvrait lavorare quest’anno. Sono nato per errore? Mah, non so. Lui, father biologic, viveva come amico in casa di lei, in England, quando ubriaco fece sex con lei. Non si sposarono, non andarono a rivedersi. Lo vidi una volta in London di recente. Non mi va di conoscerlo encore. Mia mother è sola, unico figlio suo. Mi cerca sempre. Disegno, voglio disegnare. Ho già fatto the self-portrait di me e di Nicodemo, venuto una merda, a shit! Cucino sempre e pulisco sempre, non come il compagno di stanza, sempre a sentire musiche strane: mi impara le bestemmie, che non so what significhi, what does it means?...dice che è ateo, che non crede, ma non le vuole dire perché è offesa al dio di chi crede, e perché dalle sue terre provoca terremoto...che cosa strana?!?, strange!. Non so cosa significhi dirle, perché dire Dio P...o porca M..., non so...le sento dalle sue canzoni (Dio s.... put... la m....): non le dice, ma le sente! Se non le dice perché le sente? Pourquoi a persona faut le faire?!? Non conosco Firenze, non so...qualche palazzo. Ho in camera uno che è encyclopedie, che dice e ascolta tutto quello che gli pare attorno. Il est vraiment difficile di trovare un de son età che parla comme tout le mond, qui è sempre più grande di noi. Vince sempre a Scopa! A Scopa! Solo poche io sono winner! Ora c’è di meno in casa...sarà con une femme...” /3/ NICODEMO: “Sai cosa succede se si scopre che è un contratto d’affitto? Succede che mi toccherà andare in questura, Frank! Sì! In questura! Svegliarmi di mattina presto, non fare colazione (già non la faccio per pigrizia, se ci si mette anche l’impedimento succede il disastro!),


dovermi vestire di fretta: giacchetta, collo alto e camicia dentro i pantaloni; pantaloni della sera prima sporchi di birra o di pasta; passatine classica nei capelli (non vedo nulla senza la mia passata da donna!); scarpe qualsiasi (stivali, polacchini o scarponi che siano...) e via, fuori casa, senza avere nulla nello stomaco. Rientro preventivamene per prendere i fogli del contratto e soprattutto la carta d’identità, e via, di nuovo all’aperto! Passo dopo passo alla questura. Con tutti i poliziotti, gli sbirri lì a vedere uno vestito all’ultimo secondo e pieno di scartoffie; forse uno si fermerà davanti a me e mi chiederà: POLIZIOTTO: “Oh lei? Cosa fa con tutte quelle carte? AGENTE: “Sono in missione! Devo recare al maresciallo delle prove inconfutabili di un crimine commesso contro lo Stato, contro le Finanze della nostra Repubblica! Queste carte devono essere subito portate al cospetto dell’alto funzionario dell’istituzione dell’ordine! Io sono responsabile di questa scoperta gravosa e difficile: non posso non presentarmi al suo cospetto, per informarlo delle ultime indagini che io, in qualità di agente, ho portato al termine con grande sacrificio e con grave rischio per la mia, sì, la mia persona!” POLIZIOTTO: “...allora, ragazzo?” NICODEMO: “No, nulla, devo parlare col responsabile per le denunce.” POLIZIOTTO: “Denuncia?” NICODEMO: “Mi ritrovo a dover presentarmi davanti ad una persona che, se dovessi omettere qualche cosa subito dopo sarà la mia fine! Appunto, davanti a lui gli dirò...” MARESCIALLO: “Mi dica, cosa la porta fin qua dentro?” AGENTE: “Eccole! Eccole, tutte le carte del misfatto! Un evasore, signor maresciallo. Questo qui è un evasore fiscale: voleva appioppare un contratto in nero a noi! Era furbo, all’inizio disse che era un contratto d’affitto nazionale, quindi tranquillo e rispettoso delle leggi del nostro Stato. Poi, guardi...guardi! Imbroglia, e fa mancare questo! Questo! Il codice di registrazione nazionale del Ministero delle Entrate, dell’Agenzia a cui è tenuto


l’onere di dover presenziare alla conferma dei documenti catastali”. FRANK: “Boh, non so...” /c/ Questa è un po’ più inventata di quella precedente: Frank non parla così, anzi, ha un linguaggio più corretto di un parlante italiano qualsiasi, specie del qui presente, quando non è sotto alcol (ho scoperto che dopo due birre o una pinta di birra di buona qualità riesco a parlare in maniera più disinvolta, più sciolta, anche se il cervello mi fa credere di essere un uccello e di non essere a terra in quel preciso momento!). Francese, di origini ebraiche, ha tutte le potenzialità di un pittore di fama internazionale, eppure nella sua vera modestia preferisce non agganciarsi non solo alle donne, ma anche a qualche mecenate che gli dia un qualche centinaio di euro per i suoi ritratti e acquerelli, decisamente migliori di tante soperchierie viste in giro tra le mostre assurde di improbabili galleristi cariatidi delle proprie arti. Bohemien quanto me, è finito però col diventare il maturo della casa, lasciando a me il ruolo del bambino che cerca di scoprire il mondo a forza di stupidità e di figuracce. Ma lasciamo perdere certe libertà... Si stava facendo una camminata sotto la pioggia. Lui era ben vestito, con golf a collo alto sotto il cardigan blu e pantaloni grigi con scarpe marroni: il vestito più inadatto per un giro con un ragazzo annoiato come me, o per lo più tra studenti, con più problematiche nel lavoro e nel valore futuro della didattica che nel cercare al momento di avere i diritti per l’adozione o per il matrimonio. Cioè, non si stava pensando a questo, ma tanto vale dare l'illusione di essere anche degli pseudo-intellettuali. Oramai, in giro, c'è solo questa razza; di persone intelligenti il nostro tempo ne manca. E a dirlo è un fanfarone. Un pomeriggio molto piacevole, tra l’altro.


Eravamo a prendere il sole, al tramonto, in mezzo all’Arno: ancora non era fredda l’atmosfera fiorentina e la giornata era piacevolissima nel suo essere quieta e serena. Lui era a disegnare qualcosa, dal piccolo scorcio della pietra, vedendo arrivargli ai suoi piedi lo scrosciare dei flutti tra i sassi in fondo agli argini. Ispirato da quell'atmosfera, breve, era arrivano anche a chiedere ad una coppietta lì, vicina a noi, se lui poteva farli un ritratto, insieme. Nel frattempo io cercavo di riposarmi, vicino a lui, con il cappello che mi copriva la testa. Riuscì a sentire solo questa frase: “No, lasci perdere, non siamo interessati ad un ritratto. Tra poco ce ne andiamo da qui, e non sappiamo di che farcene di un disegno!”. Se la prese. E si fermò nel disegnare. Me ne accorsi facilmente, perché dopo quella frase non sentì più il suono della matita che si dipanava nei fogli. Mi destai, e prontamente gli chiesi di lasciar perdere. “Quello che ti sto per dire non dico che si rivolga a questa situazione, sulla sfacciataggine di quei due ragazzi, Frank, ma generalmente funziona così. Il mondo è dei bifolchi. Certa gente non vuol capire gli altri, e li sminuisce; peggio, riducono al tutto all'utilità per il proprio tempo. E vedo che anche i migliori preferiscono ridursi così.” “Ma che stai dicendo?” “Ti dico che appunto è un mondo...” “Ma non c'entra nulla...perché me lo dici?” “Non ti hanno ferito quei due?” “No.…perché?” “Ah...scusa...” Forse è il caso di tacere. Era meglio se rimanevo a riposarmi supino, col cappello in testa, e a pensare ad altro, e a ricordare.


Capitolo settimo

19 luglio 2007 Il bar Impero era un'autorità nel settore dell'intrattenimento e della consumazione di alta qualità a Montalto: aveva passato l'anniversario della secolare apertura con grande pubblicità e clamore della popolazione locale, riscuotendo grandi incassi nonostante la crisi incombente in tutta la nazione. Come vuole il nome, è un classico bar a due piani, tappezzato a legno, con una svariata quantità di mobili d'antiquariato dove vengono esposti ogni giorno leccornie salate e dolci squisiti, di loro produzione grazie alla concessione da parte del sindaco cinquant'anni fa della licenza da panettiere, rendendolo autonomo a tutti gli altri negozi di gastronomia. "Questa festa sembra che non debba paventarsi", una voce risuonò in un salottino privato del bar, mentre un cameriere, di cui sappiamo solo il nome, Augusto, si avvicinò al tavolo portando i caffè ristretti e i croissant; "Lei sa, signor Terenzi, quanto verrà a costare l'intera festività per le casse della città? ". Non si ode nessuna risposta; si sa solo che appena serviti, questo Terenzi annuì col capo, rischiando di far scivolare dal naso perfettamente liscio i suoi occhiali a montatura leggera. "Troppi! Non ci vuole una cifra, una sequenza di numeri per far intendere quando si è raggiunti l'eccesso.", e un'altra voce si fece sentire dentro il gruppetto. "Se si aggiunge il caos scatenato da quello strano fenomeno di vandalismo accaduto proprio ieri, in tutte quelle ville...ditemi voi, qualcosa sta succedendo in questa città...". "Per un po' di vandalismo non penserete mica che una festa annuale possa andare…", solo ora si decise a parlare Terenzi.


"Speravo tu stessi silente, piuttosto che mostrare ancora una volta la tua ingenuità...", e venne ammutolito, "...Terenzi...almeno sai come è andata la faccenda?" "Quello che so è che non è nulla di cui preoccuparsi così tanto da arrivare a dire che la festa non si terrà", e riconfermò la sua ingenuità. Ad essere precisi, è un bene che sia ingenuo Aldo Terenzi, funzionario comunale, da oltre un decennio relegato in un ufficio con al posto del pavimento uno strato corposo di pratiche burocratiche senza fine. Infatti preferisce stare al bar con i suoi amici, la cui identità è ancora poco chiara. Erano le nove di mattina, ed erano passate oltre ventiquattr'ore dagli eventi di casa Talenti, con il patio prima rovinato dalla scritta, dal graffito in bianco e nero, prontamente ripulito dall'operaio di Giorgio, l'imbianchino. Accadde però l'impensabile, un guaio disturbante per chiunque lo possa vivere. "Non che me l'abbia raccontato l'ingegnere in persona, o questo Giorgio, che sento parlare solo ora, o qualche d'un altro della famiglia; non ci credetti quando me lo venne raccontato ieri pomeriggio, in ufficio..."; da quello che s'è inteso doveva essere un dirigente di qualche agenzia pubblicitaria dei dintorni, difficilmente di Montalto stessa, data la poca utilità di un settore pubblicitario, tipico nelle grandi città. "Avete presente Edoardo, il figlio più grande? Ecco, venne lui, a raccontarmi tutto questo! E durante l'ora di lavoro, nel mezzo della sua sessione lavorativa, quando è strettamente vietato disturbare...". Il primogenito Edoardo Talenti, al suo ultimo anno di Scienze della Comunicazione, ha deciso di fare il breve periodo di tirocinio presso il di lui ufficio, lavorando come stagista e apprendendo così, nella realtà, e non nella pura teoria degli ultimi studi triennali, le strategie comunicative adatte per un lavoro nella pubblicazione. "Io e suo padre ci conosciamo, quindi stavolta chiusi un occhio e lo feci accomodare nelle poltrone del mio ufficio; tranquillo, con la sua voce calma mi raccontò dell'episodio accaduto al patio di casa, nei minimi dettagli." Era risaputo che il padre, di animo generoso verso


la prole, abbia non poche volte chiesto aiuto alle sue altolocate amicizie per aiutarli, attraverso raccomandazioni amichevoli e senza nessun sfruttamento, almeno non esplicito. "Cosa me ne poteva importare, per quanto si parlasse del padre, che lo rispetto sia nell'ambito lavorativo sia in quello affettivo...o, beh, così la pensai fino a che non arrivò al punto della riscoperta...ecco, ora so che c'è da temere che la festa possa essere rovinata, perché ora si è fuori rotta, "come una barca in piena tempesta", come si dice da queste parti...solo adesso l'ho capita..." Giorgio, l'ingegnere e l'operaio, e in secondo piano il cagnolino Bert e il piccolo Stefano scoprirono che il graffito non era scomparso dopo l'imbiancatura, anzi, s'era come... "Nascosta?!?, dissi quando Edoardo me lo raccontò, e fin lì io non gli volevo credere...ma le foto parlavano chiaro...". Edoardo fece delle foto quando sentì imprecare il padre alla scoperta senza precedenti. La foto era semplice: ingrandita, contornata dalla faccia rossa del padre fuori di senno, e quella dimezzata dallo scatto di Giorgio bianco cenere dalla scena, con al centro uno schizzo non più nero, ma giallo oro, di una brillantezza che "anche nella notte brillava" replica il signore in questione. La scritta era sempre la stessa, sempre quella stramaledetta scritta, come se fosse stato dipinto prima la parte dorata, e poi nera, nonostante la parte grattata fosse ben al di sotto della parte lesa, come se fosse dentro il patio. Alla descrizione si aggiunse anche la prova reale che anche negli altri graffiti era stato rinvenuto un substrato d'oro. Ma non in quelle cinque ville, non solo. Ora il numero era a quota sette, con la cappella sottostante la chiesa principe e il faro della città. Marzo 2017 “Allora, Nicodemo, mi racconti il suo sogno, se la sente.” “O cielo! Il sogno, no! Non vorrei farle perdere tempo, mi creda.”


“Oh, la prego! Lei è qui tutto meno che per perdere tempo. Se lei è venuto da me, è perché vuole curarsi da questo suo malessere. E vorrei conoscere il suo approccio nel mondo onirico, prima di tutto. È necessario, per poter scoprire l’origine di questo groviglio di emozioni che tiene dentro il suo cuore, e la sua mente. La prego, proceda.” “Sinceramente, nemmeno io so di cosa si tratti.” “Nemmeno io, o almeno finché non me ne parlerà. Può benissimo anche non raccontarmelo, ma sono convinta che non l’aiuterà di certo.” “Va bene, inizio col sogno. Mi trovavo in una quinta teatrale, o almeno qualcosa che ricorda una quinta teatrale. C’erano un sacco di tessuti che stavano attaccati al soffitto, probabilmente divisori delle cosiddette porte di passaggio, che ci sono appunto nelle quinte; io ero...oddio, non vorrei sbagliarmi...ma è appunto uno dei motivi per cui non vorrei raccontare questo sogno, per timore di sbagliare nel descrivere il ricordo...” “È difficile che lei si sbagli nel ricordare. Molti sogni hanno dentro di loro una componente mnemonica talmente forte che l’errore è pressoché inesistente; i casi di falso ricordo avvengono per amnesie, disturbi mnemonici di tipo neurologico oppure per frammentizzazione della memoria, quest’ultima vera e propria spia dei disordini cognitivi. Lei non è affetto da nessuna di queste patologie; sono sicura che lei non sbaglierà nel descrivermi la scena.” “È ottimista, da quel che vedo. Comunque, ero vicino alla scaletta che porta dai camerini al palcoscenico, mi pare fosse alquanto lunga, e difficile da percorrere; dietro di me c’erano i corridoi, illuminati, in cui si vedeva chiaramente il biancore dei muri e del legno delle porte. Non c’era nessuno, vi era un silenzio proprio tombale, e io stavo per salire sul palco. Le mie dita stavano cominciando a sfrigolare, o, anzi, a fare qualcosa di particolare, simile allo sfarfallio...a qualcosa che non riesco a descrivere...” “Non è proprio capace a descriverlo, questo sentore alle dita?”


“No, mi dava l’impressione che dovessero fare qualcosa, tipo agitarsi per l’aria, muoversi lentamente, al rintocco di qualcosa. Continuavano a farle ogni volta che salivo un gradino di quella lunga scala, che era sempre più difficile da camminarci, e ad ogni passo la luce dietro diventava sempre meno visibile, come se si stessero spegnendo le luci all’interno. Continuavo a camminare per la scala e tenni le dita allora dentro la giacca; mi accorsi in quel momento di essere vestito con un completo estremamente elegante: avevo una giacca color nero, con farfallino e calzoni del medesimo colore, e una camicia bianchissima, con tanto di plateau e gilet color avorio. Mi accorsi di avere anche le code dietro la giacca, e che mentre camminavo facevano un rumore strano, che non era uno strusciare nel pavimento, no, era simile al rumore della carta vetrata quando viene posta sulla suola di cuoio. Ha presente, sì: viene il mal tempo, la nevicata, e quando ghiaccia e impedisce a tutti di camminarci senza correre il rischio di battere il deretano in terra, ci sono poche cose che si possono fare per fronteggiare la situazione: o si comprano delle comode scarpe infortunistiche, con la suola ideale per il ghiaccio, oppure quelle da incursione, quelle tipo per andare in montagna, tra i sassi appuntiti e scivolosi, magari pieni di muschio e di licheni, che se scivoli poi non è che cadi e ti ritrovi i glutei piatti e addoloranti, oh no, comincio a rotolare fino a fondo valle, se non peggio; puoi finire anche per cadere dalla strada e fare un bellissimo volo in picchiata verso gli alberi collocati ai pieni della montagna, o peggio verso qualche costone di rocce, e far la fine dell’imbecille alpinista privo di esperienza e di sicurezza. “Signor Nicodemo, la smetta di perdersi in questa divagazione e continui il racconto, che sto perdendo il filo del suo sogno...” “Ah sì, dunque, se non hai nessuna di queste, cosa si fa? Si usa la carta vetrata: la si prende e la si mette sulla suola di una scarpa di cuoio, ed essa non scivolerà più. Beh, non dovrebbe più scivolare: a casa non si hanno scarpe o infortunistiche o da escursione, non avendo né i soldi né la voglia di andare in montagna, e allora si usa


questo sistema per poter uscire di casa e andare per la strada quando, dopo una tormenta terrificante, ci si trova davanti i marciapiedi trasformati in perfette lastre di ghiaccio. Le è mai capitato di trovarsi in una situazione del genere? Io ero piccolo ed ebbi questo stratagemma, che però mi costò parecchio: andai all’edicola a comprare un numero nuovo di una rivista di fumetti, che ora non mi sovviene il nome, e all’andata non ebbi particolari problemi ad affrontare la strada: mi ricordo che tenevo le dita delle mani dritte come stuzzica-denti, al timore di scivolare in qualsiasi istante. Era una cosa che facevo quando ero un bambino. “Lei teneva le dita dritte quando andava per i marciapiedi ghiacciati?” “Sì, come le ho detto era una misura di tutela per il mio povero culetto ossuto. Fatto sta, però, che all’andata potei tenere le dita così, dritte, col palmo piegato in parallelo col pavimento, ma, dopo aver preso la rivista e dopo essere uscito dalla calda edicola, che per quella giornata era un vero toccasana, dato che fuori facevano quasi cinque gradi sotto zero, non potei fare altrettanto per il ritorno: avevo una mano chiusa per impedire che mi scivolasse dalle mani la rivista, e l’altra non poteva impedirmi di scivolare qualora fossi caduto sul serio sulla neve. Fu una strada molto difficile, davvero, e io per di più abitavo a qualche centinaio di metri dall’edicola.” “E come andò, allora?” “Caddi. Che altro doveva capitarmi se non cadere. Sembrava di aver scongiurato il problema; per tutta la strada ebbi una paura colossale, e ne avevo ben donde: la strada era in salita, e la neve non ne voleva saperne di sciogliersi. Ero arrivato vicino a casa mia, e speravo di aver finito lì; posi la mano male, e le dita altrettanto. Dovevo aprire il cancelletto e, come avevo detto prima, non avevo altre mani a disposizione per mantenere l’assetto di sicurezza. Appena mi posi ad aprire il cancelletto persi l’equilibrio: prima la gamba destra, che scivolò in avanti, e poi quella sinistra, che provò ad installare un minimo di equilibrio prima di cadere anche lei. In pochi istanti avevo il culo a terra, e se non lasciavo a terra la


rivista e non mi impuntavo con le mani nella neve finivo per scivolare per la strada e di finire rimorchiato da qualche spazzaneve. O al peggio di ritrovarmi il fondo dei calzoni pieno di sale, che per quell’annata il comune aveva avuto il genio di usare i chicchi grossi che costringeva a tutti gli automobilisti ad usare le ruote da neve a forza; se si usavano quelle grosse era la fine, esplodevano per la strada come fuochi d’artificio. Io avrei dunque rischiato di finire anche con le chiappe salate per bene se non mi fossi aggrappato alla neve. Per fortuna che ripresi l’equilibrio e salvai la rivista dalla neve. Non s’era nemmeno bagnata, perché prima d’uscire l’avevo fatta plastificare per l’evenienza. “Sì, perfetto, ma il sogno? Non mi ricordo più dove si era...” “Ah, si, il sogno. Le avevo detto che era un sogno di poco conto.” “Lei continui a raccontare e lasci ad altri il giudizio. Ad altri, perché io non la giudicherò, mai. Non è il mio mestiere, quello del giudice.” “Allora, ero arrivato sopra la scala, e dietro era tutto spento. Non c’era più alcuna luce accesa e io ero sopra questi maledetti drappi che continuavano ad ondeggiare, allo stesso tempo di quel rumore che facevano le code del vestito. Ad un tratto davanti a me, in quel palcoscenico completamente svuotato e nudo, intravvidi un gruppo di persone, con lo stesso vestito: c’erano anche delle ragazze, anche loro con lo stesso vestito, ma erano colori invertiti, cioè quelli neri per i maschi erano i bianchi e viceversa. Io rimasi impalato a guardarli mentre una parte di loro fissava il palco, di cui non riuscivo a capire se era gremito di gente o meno, e una parte guardava le quinte, o forse me. Ad un tratto percepì una voce. Femminile, forse una mia maestra...non saprei davvero, perché quando sogni la voce la percepisci, ma non la sentì. Sei in un sogno, e quando sei dentro hai l’idea della voce, ma non la sua profondità, la sua tonalità e il suo timbro. Non è reale, ma immaginata, e quindi creduta. “ “Lo so come funziona la dinamica del sogno, Nicodemo. Vada avanti! Cosa dice questa voce?”


“Sì, allora. Questa voce dice: “Pianista? Tocca a lei!” Io ero un pianista? Io non so suonare il pianoforte, o meglio, non lo suono da ormai così tanto tempo che non mi ricordo più come si faccia a suonarlo. Per tutto il tempo prima della chiamata, tra l’altro, avevo le dita che continuavano ad agitarsi, sempre di più, e alla chiamata. Stop. Si fermarono, e si piegarono, proprio come quando ero più piccolo. E allora, come se fossi in trance, uscì dalla quinta e mi diressi verso il pianoforte, all’improvviso apparso sul palcoscenico. E apparvero anche altri strumenti, tutti in mano o ai piedi degli altri ragazzi. Io non riuscivo a capire chi fossero all’inizio, erano indefiniti, poi, come una nebbia di campagna col passare del mattino, i loro volti si fecero più chiari ed erano i miei compagni di studi, che insieme a me stavano suonando. Le mie dita erano ancora bloccate, ma nonostante tutto non mi doleva né mi preoccupava. Mi sedetti nella mia postazione e aspettai il segnale, come se fosse tutto programmato. Il palcoscenico era completamente vuoto, e non c’era nessuno all’in fuori di noi che potesse ascoltare la musica. Le mie dita si stavano muovendo da sole, e la luce proveniente dai riflettori della sala cominciò a diradarsi lentamente. Gli altri smisero di guardarmi e presero per bene i propri strumenti. Io non sapevo cosa fare, eppure le mie dita sì. Ero fuori da ogni controllo meno che alle mie sole dita. Cominciammo a suonare, ma la musica non me la ricordo, perché quando iniziai la luce scese talmente tanto che il tempo sembrava rallentare sempre di più, fino a fermarsi, fino a farsi anche buio. Prima che il sogno finisse tornò in mente quella voce, che ora che ci penso sono convinto si trattasse davvero della mia precedente insegnante di pianoforte, ma mai m’aveva chiamato così. Diceva comunque, “Pianista? Tocca a lei!”, e io ancora non capisco cosa ci fosse in fondo a quel corridoio illuminato e bianco e cosa nel palco buio e vuoto.


Una sera Fiorenza m’invito alla riunione settimanale in un pub ad Alberillo dove si erano riuniti alcuni attivisti del movimento interessati alla storia di un agriturista preoccupato sulla sua situazione. L’agriturista, di origini belghe (vagamente somigliante a P.Daverio) ci raccontò degli ultimi fatti del Comune: si presentò una mattina per alcune carte da far controllare presso uno degli uffici del Comune, quando s’imbatte in un protocollo da poco messo alla delibera del Consiglio riguardante la compravendita di due cave locali, di media grandezza, da parte di alcuni costruttori meridionali. Da qualche giorno c’era un continuo passo di camion, TIR, che scaricavano e caricavano in continuazione, senza sosta, tonnellate di materia e di calce, proveniente dalle cave, aperte! Questi sono i punti focali della situazione:  In Italia la maggior parte delle cave sono state dichiarate “fuori uso”, ovvero non accessibili e non utilizzabili, “se non per scopi di bonifica locale a favore dell’ambiente e del turismo”.  Le cave in questione, chiuse da oltre vent’anni, vengono riaperte solo con la delibera del Consiglio Comunale di un solo Comune, quando per spazio queste sono dislocate attorno a tre Comuni, tra cui quello della Valle dei Pini, sotto l’amministrazione della signora Civetta.  In assenza di un ispettore ambientale, dato che il più vicino e a Firenze, il compito spetta alle autorità competenti, le quali non sempre prenderanno il fatto come decisivo per la stabilità ambientale, intanto compromessa dai primi movimenti.  La firma sarà del sindaco, il quale può decidere per sua volontà anche senza prendere in considerazione qualsiasi consiglio o avviso da parte delle comunità o dei consorzi vicini (la presenza del Movimento è poco apprezzata al Consiglio; si dà per scontato un disinteresse da parte della “Sindachessa” ...)  “Così mi disse un mio collega, proprietario di un agriturismo anche lui: “Se apriranno le cave, per noi sarà la fine!”, perché col fumo dei TIR, le polveri della cava e il riutilizzo delle materie danneggeranno la flora


e la fauna locale, decimando il turismo già scarso. L’evento mi colpì, soprattutto per l’interesse vivo del movimento a fare qualcosa, e allo stesso tempo di mobilitarsi con grande parsimonia di moti e passioni politiche, con molto basso profilo dunque. L’unica passionaria era Fiorenza, che discusse anche con i suoi genitori, arbitri della questione nonché persone responsabili della “cellula”. Io, forse ironicamente e con una certa ingenuità, pensai alla Mafia! Non risero, anzi, ci credettero. La Mafia che porta la corruzione; la Mafia che porta i rifiuti come a Caserta e riempie le cave per poi rimettere a posto tutto e farci anche delle case; la Mafia dei quaquaraqua di Sciascia...tutto molto assurdo e molto divertente, ma poco credibile. Sono passati mesi dall’ultima volta che seppi di questo affare, e mai chiesi come fosse andata a finire. Conoscendo la sindachessa comincio a capire che la battaglia non sarà facile: dalle mie parti sanno tutti che lei è una favorita dalle alte sfere locali, dagli industriali nei guai con la legge (forestale) come un certo S, il proprietario della C., da qualche anno fuori dalle indagini per inquinamento colposo alle falde (uno dei titoli della Nazione di Arezzo era. Un week-end è noioso se gli si concede il beneficio del tempo. Se prende tutto il tempo a nostra disposizione allora si può essere sicuri che ciò che ci rimarrà sarà il miglior tempo, ovvero un minuto in una giornata. Perché in tutta la giornata l'unico momento in cui si è trovato il piacere è stato quando...quando... Il week-end che si prospettava doveva essere tranquillo e soddisfacente, o per lo meno diverso da quello di due settimane fa, con madre a carico a vedere una commedia al cinema. Ho preteso troppo? Forse, ma ciò non significa che volessi qualcosa di più. L’inizio non è da ravvedersi in un ordine cronologico ben preciso, di fatto si partirà al di fuori del tempo, a zig-zag tra le onde temporali e spaziali, fino a che non si riformi tutto.


Ore 23, domenica. Firenze, passato il ponte della Carraia, oltre il ponte Vecchio; adesso il locale Piccolo Caffè. Una camminata veloce e pesante risuonava nelle strade a pietra del quartiere. “Ti aiuto a portare la valigia, Nicodemo?” era una delle frasi che mi tornò stranamente in testa, fuori dal tempo in cui essa si trovava, alle 19:30 della medesima giornata, rientrato a Firenze carico di vestiti e di cibarie clandestine accorpate dentro la monumentale valigia della Roncato, comprata usata. “TROVATO CADMIO NELLE COLTURE LOCALI. C. SOTTO INDAGINE!” ...il cadmio, quello che si usava come isolante per le barre di uranio!). Una giornata, che pareva tranquilla accompagnava il lavoro del presidente, indaffarato nei mille impieghi dovuti all’amministrazione deficitaria sulla sua Azienda, in piena crisi nel settore metallurgico e chimico. Il suo ufficio è ben arredato, ricco di chincaglierie di prima qualità, che ben lo rispecchia, del resto, vestito azzimato e curato, da non far trasparire la sua anzianità. “Qual è la situazione?”, chiese il signor S. al suo assistente. Era nel suo ufficio, vicino alla sala d’amministrazione della sua Azienda, quando il volto del suo secco e timido assistente si appiattì, a significare il diniego delle sue aspettative. “Come sarebbe a dire?”, gli domandò con voce grossa. “Stai dicendo che sto per rischiare?”, e l’assistente approvò, alleggerendo i nervi e mostrando un sorriso amaro. Il signor S. si alzò dalla sua poltrona, e guardò fuori dalla finestra; cominciò a fumare uno dei suoi sigari toscani. Era tipico per lui favorire l’industria locale del tabacco e non quella importata cubana, seppure più gustosa. Si sentiva legato alla sua terra.


“Maledetti! Se non era per me, tutti questi lavoratori, che io, Io ho messo in occupazione, sarebbero a mendicare! Centinaia di famiglie della Città, decine di case costruire con i miei soldi, interi quartieri nati per favorire l’entrata al lavoro dei miei lavoratori...e ora questo...”. Il giornale parlava chiaro. La sua azienda era a rischio, e non di poco: “Potrebbe chiudere l’azienda, signor presidente!”, con voce atona gli rispose l’assistente; “Doveva capire che prima o poi...”. “Come? Prima o poi? Ma che diavolo dici? Hai idea di quanto io abbia impiegato per evitare questo momento? E pensa a tutto il lavoro perché non si venisse a sapere di questo affare...tutto sprecato...” “Che dice il ragazzo?”, chiese mentre il suo sguardo si dirigeva verso il centro del paese. L’occhio catafratto si impuntava su una struttura bianca, moderna. “Dice che lui non può più far niente.”, rispose in maniera sciolta l’assistente. “Come non può far niente?”, si voltò per tre quarti il signor S. “Come potrebbe? Il suo compito è finito. Sono passati degli anni oramai...” “Già...otto all’incirca, è quasi primavera poi...”, notò solo ora che il cielo era aperto, e che alcuni ciliegi volevano superare il tempo proprio, fiorendo a discapito di pioppi e castagni, meli e peri, olivi e perfino roseti e altri fiori. “Che si può fare? Lui non ci aiuterà. Anche se qualche cosina la vorrebbe in cambio...” “A non fare nulla si diventa tutto ad un tratto vogliosi di lavoro, eh? Quel...”, e sbuffò fumo dalla bocca. “Ha fatto delle cose a suo favore; pretenderebbe qualcosa...”; l’assistente lasciò sul tavolo alcune carte, tra cui quella della sezione locale dei trasporti pubblici. Lui li guardò per un secondo: “Ah, vuole fare il capoccia dei bus? Vabbè, incapace dov’era, non farà più danni di quelli che la crisi non ha già fatto lì dentro!” “E al suo posto? Chi ci si mette?”, e fuori intanto arrivavano le auto della guardia.


“Lo decideranno gli elettori. Il partito di quello prima, il signor D., è ancora ben voluto dalle nostre parti, se non sbaglio; mandategli qualcuno come suo successore, e lo voteranno a frotta! Tanto, qui l’opposizione non ha mai funzionato, né mai è servita! Che ci pensi quello nuovo a sistemare la faccenda. E sia chiaro! Che lo faccia chiamandomi!” “Certo, presidente, ma chi?”, e intanto dalle scale arrivavano le guardie. “Stiamo cercando il presidente della compagnia”, chiese la guardia ad uno degli impiegati. “Al momento è occupato in ufficio, col suo assistente, se vuole può aspettare.” “Mi spiace, ma devo fargli recapitare questo.” Mostrò all’impiegato l’avviso di garanzia da parte della procura della Città per inquinamento e distruzione colposa di falde ambientali. “Come può vedere, è urgente parlargli.” “Vede, è una persona molto indaffarata: tanto ha quasi finito...” “Non arrivano le guardie? Ci sono le vetture da dieci minuti, e non è lontana l’entrata dal mio ufficio.”, domandò impaziente il signor S. “Si vede che il personale sta cercando di bloccarli, di arrivare alla sua scrivania.”, “Inutile. Quelli mi vogliono. Non riesco ancora a capire perché quello scemo che abbiamo messo non riesca a bloccare anche questo! Sarà pure finito il mandato, ma non il potere che può esercitare!” “Presidente, non può chiamare, per caso, la Guardia, e fermare tutto. Lui deve stare attento alle mosse che può fare, altrimenti un’altra figuraccia lo distruggerebbe.” “Ti prego, non farmici pensare: abbiamo messo un imbecille, ma almeno l’unico abbastanza tale da essere di nostro appoggio.” Lo considerava imbecille per giusta motivazione. Accadde qualche anno prima, durante una conferenza alla scuola locale. Si parlava del nuovo programma dell’azienda locale di smantellamento rifiuti, di


riciclare più rifiuti possibile con l’ampliamento dell’inceneritore e delle sale di riutilizzo dei rifiuti. Durante la chiacchierata del direttore degli uffici, il sindaco stava giocando con il suo cellulare mostrando ben poco interesse al futuro dei giovani, indaffarati nelle lezioni a saltare per volontà degli insegnanti lo studio dei scrittori dell’Ottocento per andare a vedere se il compost era a posto. In fondo stava emulando la grande attenzione dei tredicenni e dei dodicenni scolari, lì, bloccati dal preside a seguire la noia fatta discorso. Durò poco l’annoiarsi generale, quando uno dei conferenzieri chiese al sindaco se era giusto mobilitarsi per il bene dell’ambiente. Fece un sì con la testa, che ricordava gli asini quando sono contenti della carota che si trovano davanti, e a ragliare furono tutti per quella scena. “Dio, non so chi fosse più stupido in quel momento se lui o il preside che gli ha dato la possibilità di presenziare alla scena!” “Per fortuna che non gliene diedero altre di possibilità.” “Già. Per fortuna...” Bussarono alla porta: la segretaria, vestita con un colore grigiastro e rivestita in testa dalle doppie punte e dal volto stanco, chiese se il presidente era libero per poter parlare con il capo della Guardia. “Oh, no, signor Presidente, non è il capo, ma solo una guardia.” Il signor S. approvò, e la fece accomodare. Salve, e subito gli fece vedere l’avviso di garanzia. Il signor S. non fece piega e le chiese di attendere un attimo fuori dalla porta. “Mi spiace, ma lei deve venire immediatamente con noi, in questura, per essere interrogato sulle ultime vicende accadute.” “Sì, ne sono cosciente, ma vede, oggi, non è una bella giornata, e devo finire di discutere col mio assistente nei riguardi di alcune faccende in sospeso.” “Capisco. Io intanto attenderò fuori. Badi lei di non opporre resistenza. Non sono venuto solo apposta.”, indicando le vetture fuori dall’edificio, “Devo ammettere


che di questi tempi non capita di rado un opporsi alle forze dell’ordine.” Uscito, il signor S. immediatamente scrisse su un foglio un nominativo, e lo chiuse a piega. “Senti, ragazzo, come hai capito mi devo assentare un istante. L’avvocato non mi farà trattenere a lungo dentro la questura, anche per via della mia età e della mia posizione. M’è venuto in mente un nome che può fare il nostro interesse, senza obiezioni: l’ho scritto qui dentro. Nascondilo per bene, affinché non ti faccia vedere dagli agenti quando uscirai da qui. Credo che tu la conosca, lavora per noi da qualche decennio. L’ho vista bambina e per favore dei suoi genitori l’ho fatta assumere da giovane da noi, se non averla fatta arrivare in poco tempo ai vertici. Stesso partito, pressoché la stessa età, solo che lei è più furba di questo qui! Non ci deluderà alle elezioni politiche.” Si preparò ad uscire, prendendo il cappotto di velluto appoggiato alla poltroncina del mini salotto dell’ufficio. L’assistente fece per aprire leggermente la carta che subito intese di chi si trattasse effettivamente. Guardò il presidente con uno sguardo sospeso tra lo stupore e l’incomprensione: una scelta del genere era rischiosa, dopo tutti questi anni. “Guardami quanto ti pare. Hai capito bene, la direttrice dell’ufficio; molto capace, starà zitta quando le verrà chiesto di assecondarci. Lei è l’ultima! Ah, e per il signor D…confermo l’idea di metterlo dentro il sistema dei trasporti. Non ci saranno problemi, dato che la sua famiglia gestisce l’azienda da generazioni. Il caso non si pone nemmeno così difficile!” Uscito dall'ufficio, si fa accompagnare dalla guardia fino all’uscita, fino a essere accompagnato da altre tre guardie, rimaste lì a fumare assieme agli uscieri dello stabilimento. Dopo due minuti non c’era più traccia né delle guardie, né del signor S. 1° agosto 2007 La scuola elementare di Montalto era situata ad ovest dell'intero borgo, in un'antica villa del Seicento, una


volta abitata dall'antica famiglia nobiliare dei Ronconi, decaduta dopo l'esproprio nazionale delle terre, su cui oggi sono state costruite pressoché l'intera struttura urbanistica della città. Dieci anni prima, per ordine di un decreto comunale approvato a tempi record, venne deciso di dislocale l'istituzione scolastica in una struttura "più adeguata, conforme alle nuove leggi edilizie e abitative", così recita la formula firmata dal Sindaco Espreri, allora al suo primo mandato. I bambini stavano salendo per le scale di cemento dell'edificio, un enorme palazzo vetrato, con colonne d'alluminio e di ferro, alto tre piani, immerso in un parco di quasi mezzo ettaro, completamente arricchito di diverse piante dall'ulivo all'acanto, fino al gelso, come incentivo alle lezioni di botanica implementate nel corso educativo. Tra questi bambini pronti per un nuovo giorno di scuola ne subentra un altro, in arrivo dal cancello principale, appena sceso da una macchina di grossa cilindrata. Domenico è il quartogenito di casa Talenti: un bimbetto allegro, vivacissimo e sempre in cerca di guai con i suoi compagni della classe 4A; ha nove anni e ne dimostra tredici dalla stazza che ha messo su in così poco tempo (un metro e settantacinque per sessantatré chili, raro per uno della sua età!). Veloce nel camminare, li raggiunse in poco tempo, salendo insieme l'ultima rampa di scale, al suono della campanella. I suoi genitori, al ritorno da scuola, lo trovarono impaurito, tremante e ansiogeno, quasi come se si fosse svegliato da un incubo. In fondo quello che gli era capitato quella mattina non poteva non provenire da un pessimo sogno. Una giornata normale: il solito trantran di compiti fatti, controlli, lezioni, interrogazioni e via, la ricreazione, poi la pausa pranzo in mensa e di nuovo una lezioncina, tanto per riposarci. Se non fosse che appena la maestra chiede di aprire il libro e di portare all'attenzione in una pagina in particolare, uno stormo di sirene, una babele di allarmi e di dicromie, dal rosso al blu, si


erano spinte oltre il cancello, fermandosi all'entrata principale. I bambini accorrono alle finestre, tralasciando gli ordini dei maestri, e si ritrovano davanti ad una scena inedita: un intero corpo dei carabinieri era stato mobilitato per il controllo del graffito che, da pochi giorni, si era presentato perfino nelle mura della scuola elementare, lasciando una chiazza ora meno scura del solito. Era come assistere ad uno spettacolo, con i bambini che facevano da pubblico gratuito, agganciati chi alle balaustre e chi ai corrimani delle scale. Tra i carabinieri spunta il maresciallo De Gigli, un signorotto di mezza età basso e tozzo, molto sanguigno, quasi militaresco nei modi di fare e comandare. "Voglio il preside della scuola! Subito!", urlò ai custodi del primo piano, e in pochi istanti spunta dall'ascensore un vecchierello alto e smilzo, vestito di tutto punto; il professor Alberighi, docente di Storia e laureato in Storia Contemporanea, per quanto fosse decisamente più potente del maresciallo in quanto ad amicizie e importanza istituzionale, non gli si poteva dire che era un uomo molto tenace e dal forte carattere. "Sì, signor maresciallo! Cosa chiede?", rispose il preside, imitando indecentemente un suo sottoposto. "Mi porti davanti al graffito, immediatamente! Adesso!"; non era molto socievole il maresciallo; anzi, nevrotico più del solito, era capace di tutto, infatti mentre parlava, la sua mano era sempre in tensione nel tenere la fondina della sua calibro 9. Scesero, accompagnati dall'intero corpo docente e dal corpo scolaresco, nell'aula magna. Aperta la porta, si intravedeva nel sontuoso muro bianco, simmetrico a tutte le finestre laterali, il gigantesco graffito, ora più chiaro di quanto era stato rinvenuto. Il maresciallo sogghignò alla vista di ciò: "E io che pensavo sarebbe stato difficile...ragazzi, cominciate a cavarlo di torno!", e in men che non si dica i carabinieri usarono gli idranti della scuola per togliere dal muro il graffito. Ma non lo poteva fare qualche d'un altro? Certo. Ma la scelta dei carabinieri, per quanto possa


sembrare assurda, in realtà si dimostrò molto corretta fino alla fine. Il graffito cominciò, sfiorato dall'acqua, a diventare color oro, tanto da risplendere. I carabinieri erano stupefatti dalla scena, e i bambini, meravigliati, si sentivano immersi in un sogno. Per quanto provassero a bagnarlo, aumentava in splendore, tanto da far coprire gli occhi al preside, presbite in tutto e per tutto. Dalla rabbia di questo affronto, il maresciallo prese la pistola e cominciò a sparare al graffito, come se si trovasse di fronte ad un oggetto animato! I colpi di pistola cominciarono a terrorizzare i bambini più piccoli, creando un'isteria di massa, mista alla paura degli eventi in seguito: i colpi rimbalzavano al graffito, tanto che si proiettavano alle finestre, facendo cadere i pezzi nel pavimento, portando tutto il personale ad evacuare l'edificio. "Maledetto! Maledetto!", gridò inferocito il De Gigli, una volta finito il caricatore. Tredici vetrate frantumate, diversi colpi incastonati nei muri attigui; solo il graffito era pulito, intoccato da tutto il disastro. Domenico era fuori, con tutti gli altri bambini, a vedere lo scenario, in cui sembrava trionfasse quel graffito, tutto color oro. La madre, la signora Guildi in Talenti, se lo ricorda bene quello che Domenico chiese al padre, dopo aver smesso di piangere: "Babbo, è stata una paura terribile! Tutti quei colpi, quel pazzo del maresciallo, e il preside che se la faceva sotto...babbo, ti prego, fai qualcosa!"


Capitolo ottavo

Era un bimbo coi riccioli castano biondi, forse più biondi che castani, e aveva gli occhi color marrone scuro, forse più scuro che marrone. Si vestiva come qualsialtro normale bambino della sua età: portava ogni giorno il medesimo golf grigio, vistosamente usato e consumato, e i medesimi jeans sciupati, con qualche leggero strappo sui ginocchi, e ai piedi portava le solite scarpe da ginnastica. Nessuno sapeva quanti anni avesse: il suo volto e il suo corpo gli garantivano un anonimato fisico tale da impedire a chiunque di decifrare la sua età anagrafica, e solo la supposizione rimaneva. Tantomeno si conosceva la sua vita quotidiana: era palese solo che, ogni mattina, appena sveglio, si coricasse, quasi soffocante e agitato, in bagno, a fare delle piccole facezie, perdendo nel complessivo dai cinque ai, massimo, dieci minuti, uscendone stanco e come liberato. Dopo la colazione a base di bustine da tè riciclate, o in altre occasioni elemosinate a qualche vicino di casa, si vestiva di tutto punto, per poi perdere quasi mezz'ora di tempo in bagno per mettere a posto i suoi baffetti, ciondolanti sul suo volto altrimenti efebico e chiaro, e i suoi riccioli particolari. Quello che in seguito concludeva nella giornata era difficile da intendere, anche per via del suo carattere. Il bambino era, nel complesso residenziale in cui dimorava quella primavera, un caso particolare, specie per la sua personalità così speciale e curiosa. Quel giorno uscì di casa, e, passeggiando per il cortile interno, venne chiamato. "Buongiorno", gli disse la signora portiera, un'attempata signorotta dai fianchi curvi e dallo sguardo dolce; era appena uscita nel cortile, e sorridendogli gli chiese, "Come stai? Tutto bene?".


"Ehilà", le rispose, "che ci fa alzata a quest'ora?" "Cosa?", gli domandò la signora portiera, "Come cosa faccio a quest'ora?" "Non ha capito la domanda, per caso?", le ribadì il bimbo. "Io qua...ma mi prendi in giro?". Lui prendeva sempre in giro. Dopo che lui le fece intendere la sua burla infantile lei sorrise un poco, e preferì concludere la conversazione velocemente, scomparendo poi nella sua saletta visitatori. Lui invece continuò, stavolta col mattiniero vicino di casa. "Oh bene, oggi c'è il sole!" disse a voce alta il giovane pittore dai capelli mori, guardando il cielo e i tetti delle case. "Se non altro potrò fare qualche cosa all'aria aperta" commentò il pittore. "Ma fammi il piacere!" gli urlò il bimbo, guardandolo dal basso. Il giovane lo guardò, stupito, e con gli occhi gli chiese perché. "Non fai nulla tutto il giorno. Almeno non dirlo in giro!" gli rinfacciò compiaciuto il bimbo al pittore. "O cosa dici? che ti prende stamattina?" gli chiese il pittore incollerito. "Ti sei alzato male, vedo..." gli disse il bimbo. "Ma stai zitto, e va a studiare! Sei te quello che non fa nulla tutto il giorno" "Perché? Tu fai qualcosa?" gli domandò sarcasticamente il bimbo. Appena notò sul volto efebico il ghigno dello scherzo il giovane pittore capì di essere stato raggirato e lo salutò alla medesima maniera della signora portiera, scomparendo stavolta nel suo appartamento nonché studiolo di pittura. Nel mentre la scena venne seguita da un'altra vicina di casa, una psicologa principiante occhialuta e dai capelli tinti: "O la vuoi smettere di fare queste battutine, piccoletto?". "E tu quando la smetti di fare la strizzacervelli?" le rispose malignamente.


"Non fai ridere, bimbetto. È curioso che tu continui a fare il cretinetto: sei annoiato per caso?" Il bimbo non le rispose; la guardò male, coi suoi occhietti scuri. "Chi tace acconsente. Vedi di lasciarci in pace." Lui non lasciava nessuno in pace. Lui doveva rompere le scatole a qualsiasi povero cristiano che si trovasse nelle vicinanze. Tutti sapevano che era un Talentie, un vero zizzaniatore, e lo scoprirono facilmente, durante la festa d'inaugurazione del nuovo appartamento di due giovani fidanzati da poco uniti nella convivenza. Al tempo tutti quanti si erano da poco trasferiti in quel complesso residenziale, appena aperto ai nuovi affittuari paganti: all'occasione questa coppietta aveva voluto ricolorare il proprio appartamento, e, una volta conclusi i lunghi lavori domestici, imbandì per tutti i vicini una piccola festa. Una volta entrato nel trilocale tinto con toni di pastello e rifiniture floreali a tutti pareva un bimbo angelico: teneva allora una capigliatura più lunga, un volto più roseo e un fisico più rotondetto, tanto da essere addirittura somigliante ad un piccolo cupido. Mentre i commensali imbandivano la tavola con gli aperitivi e gli stuzzichini lui si appropinquò degli alcolici, in special modo dei vini rossi, stappati per l’occasione mondana. Iniziò con un piccolo bicchiere, e se lo gustò poco a poco, al tatto; le sue papille dovevano essere particolarmente reattive al sapore di quel vino perché dopo tre sorsetti fece il bis col doppio della quantità precedente, stavolta buttato giù con solo un sorso. Così fece anche col terzo bicchiere, e anche col quarto; il fatto venne notato facilmente dagli ospiti, specie dai bevitori tipici. "Ohilà, non la facevo un bevitore così accanito! O quanti anni hai? Sembri così giovane!", affermò la fidanzata del padrone di casa, rossa di capelli, "Ah, lei è per caso golosa di..." le stava per chiedere, ma venne interrotto dall'arrivo dell'insalata russa, senza nemmeno essere compreso da lei. Mangiò quell'insalata con la stessa voracità con cui stava succhiando i vini, ma si fermò subito, notando come il sapore del cibo non assomigliava affatto a quello del vino rosso.


Più beveva, più il suo carattere si rivelava Nonostante quella uscita non combinò grossi disagi: per tutta la serata fece il simpatico, mostrandosi con la sua spocchia non credibile un tipo particolare. Lui continuava con le sue battute, salvandosi ogni volta per la bontà delle persone, fino a quando, alla fine della serata, non fece qualcosa che era meglio da evitare. Era quasi mezzanotte, ed era diventato totalmente brillo. "Ohi, tutto bene?" gli chiese la padrona di casa, guardandolo negli occhi dondolanti, “Piccolo, stai bene?”. Il suo volto era totalmente rosso, gli occhi debordavano dal campo visivo, e dalla bocca non usciva più alcuna parola di senso compiuto, "Sì...cioè...cosa...", e cominciò a perdere l'equilibrio, "Sei...sei una bella fi..." ed ebbe dei conati di vomito. Appena sentì i conati la padrona lo portò in bagno, per evitare qualsiasi reflusso gastrico nel pavimento di parquet sintetico. Venne accompagnato fino alla porta, e in quell'istante il bimbo fece uno scatto tale da lanciarsi contro la tazza di porcellana, sparando a tutto fuoco i liquidi intestinali risaliti. Lei vide la scena, disgustata per la violenza con cui rigurgitava il tutto. Durò poco per sua fortuna, ma forse era meglio per lei se fosse durata ancora di più. Il piccolo si staccò dalla tazza e riprese a respirare dopo la fragorosa apnea liquida, e, poggiato sulla tazza, notò due piccoli dettagli: la porta del bagno era stata chiusa per bene, e la signora era decisamente avvenente. Rimase a guardarla per pochi istanti. Il fidanzato intanto stava servendo gli ultimi pasti quando cominciò a sentire dei mugolii provenire dal bagno; anche i commensali, notando lo spostamento veloce del padrone di casa verso il bagno, lo seguirono rapidamente, facendogli da pubblico spettante. Si avvicinarono alla porta e il rumore era diventato un po’ più intenso: lui cercò di aprire la porta, ma la trovò chiusa a chiave dall’interno. La gente intanto si circondò, in attesa dello spettacolo che di lì a poco sarebbe uscito. “Chi è dentro? Chi c’è dentro?” urlò il fidanzato senza ottenere risposta, “Amore, sei tu? Sei rimasta dentro?”, ma nessuno parlò.


Intanto il mugolio si spense, e la porta venne aperta: la sposa uscì un po’ scossa, con alcune lacrime agli occhi, stringendosi allo sposo. Il fidanzato entrò e vide il bimbo a terra, con la camicetta aperta, ma coi pantaloni ancora alzati. Il fidanzato stava per saltare addosso al piccolo, per prenderlo a ceffoni, quando la fidanzata lo tenne stretto più di prima. “Non ha fatto niente, tranquillo…” commentò la fidanzata asciugandosi le lacrime, “Mi ha solo toccheggiato in qua e in là, senza nemmeno far nulla. Più che altro stavo morendo dal ridere per la scenetta.”, indicando le sue lacrime da riso. Il pubblico intero, da dietro, sogghignava per la sceneggiata indecente, mentre il bimbo, completamente avvinazzato, cadde nel letargo. Si risvegliò alla fine della festa, con la testa pesante e leggera al tempo stesso, sul divano del soggiorno. Uno degli ultimi invitati rimasti lo condusse alla porta, aiutandolo nella camminata; poco prima di uscire dalla porta dell’appartamento sentì dalla camera da letto dei due fidanzati provenire un mugolio simile a quello da lui prodotto durante il suo momento particolare. L’episodio della festa venne facilmente superato, e gli stessi fidanzati si dimenticarono del gesto del bimbo; difficilmente vennero superati quelli successivi a questo. Purtroppo quello fu l’inizio di altrettanti episodi in cui il piccolo diede libero sfogo alla sua personalità speciale, tutti accaduti nel corso della stagione, quasi con costanza. Erano passate due settimane dopo la festa di inaugurazione del nuovo appartamento: il giovane pittore aveva invitato quasi tutto il condominio, e qualche amico e compagno di facoltà, ad una piccola mostra domestica, in cui esponeva sui muri di casa le proprie tele sperimentali. Il piccolo non era stato invitato ufficialmente, ma, senza nemmeno avvisare il vicino di casa nonché esecutore della festa, vi partecipò comunque: appena entrato in casa venne da subito adocchiato dal giovane pittore, il quale, dopo un attimo di ritrosia, lasciò perdere, e lo lasciò integrarsi col resto della compagnia. Se all’inizio il piccolo era riuscito a non eccedere troppo col suo ego, alla fine però non riuscì a combinare


qualche guaio. C’era una giovane ragazza tra i commensali, una C’era una giovane ragazza tra i commensali, una minuta ragazza dai capelli neri, che passava tutto il tempo accanto al giovane pittore e ai suoi amici; il bimbo intanto aveva preso interesse nella bottiglia di vino rosso appoggiata in uno dei tavolini da festa del soggiorno, ma, dopo tre bicchieri colmi ingurgitati in tre minuti, si scansò dal vino e si avvicinò a lei. La ragazza lo intravvede e, stupita del suo volto giovanile, gli chiese, “O che ci fa un bimbo alla festa? Tesoro, non è un po’ troppo piccolo per la festa?”, chiese al pittore. “Ma tesoro…” le disse, poi abbassando la voce, “…non l’ho invitato! È venuto lui da solo!”. Nonostante la voce bassa, il bimbo riuscì ad ascoltarli, e cominciò ad arrossarsi; subito dopo però le sue palpebre si fecero pesanti: il vino aveva fatto effetto, ma non cadde nel conato di vomito, bensì nel sonno. Stavolta si risvegliò nel bel mezzo della notte, non in casa del pittore, bensì nella sua stanzetta, in totale confusione. Cominciò a sentire dei rumori provenire dalla camera al piano di sopra, coincidente con quella del pittore. Non ci pensò due volte: uscì di casa, salì al piano di sopra e cominciò a bussare alla porta, urlando in continuazione di aprire. La porta non si aprì, ma si sentì dall’altra parte la voce del pittore: “Ma che…è notte fonda! Cosa diavolo urli a quest’ora?!”. “Cosa stai facendo con lei?”, gli urlò dal corridoio. “Ma cosa…ma cosa diavolo te ne importa?”, gli domandò stranito. “Cosa stai facendo con lei? L’ho vista prima io!” “Vista? Tu? Ma lei è la mia ragazza, idiota! Stiamo insieme da due mesi! Ma vedi di tornartene a casa, bamboccio!” E il bimbo continuò a sbattere la porta, “Apri! O chiamo la polizia e vi faccio sbattere tutti e due fuori!”, “Ma cosa vai dicendo! Ma vedi di andartene, prima che finisca male…”, e se ne ritornò in camera. Il piccolo continuò per quasi tutta la notte, quando, verso l’alba, uscì adirata la ragazza, con la propria valigia. Nel passo verso l’uscita del palazzo il bimbo provò a prenderla a sé, ma al primo colpo venne fermato con uno schiaffo


alle guance rosse, che, col blu dell’ematoma, divennero violacee. Così il piccolo si fece conoscere nel condominio. Accadde però che, dopo aver importunato la vicina psicologa, uscì dalla saletta visitatori una voce non più tanto dolce, più vicina allo sgrido: “Miche! Per carità!”. Solo in quell’istante il bimbo perse il suo ghigno speciale, e scomparve nel buio della sua cameretta. ********** Ma prima una presentazione di comodo. “Io mi chiamo Mino, piacere! Faccio Storia dell’Arte qua nell’ateneo fiorentino e sono di Perugia. Abito con due ragazze lesbiche in un appartamento con un solo bagno: una volta mi alzai di buon’ora per andare a farmi una doccia e una delle due, Daria, lei, impazzita e mattiniera, mi bussò alla porta del bagno incazzosa per averla svegliata col rumore della doccia. Oh, lei fa così, è sempre incazzosa negli ultimi tempi: quando le chiesi se poteva aspettare a cenare, lei prima accettò, poi se la prese del fatto di averla fatta aspettare! Vabbè, i primi anni è sempre così...ma torniamo a parlare di me. Sono di origini metà finlandesi da parte di nonna e metà calabresi. Ho gli occhi azzurri, i capelli lunghi e biondi rialzati coll’asciugacapelli, faccio canottaggio e a volte vado in discoteca per sfogarmi (una volta un balordo mi rimorchiò, e capì di essere finito con un erotomane quando vidi nel suo appartamento una caterva di preservativi usati come copri-candele...). Sono stato con un ragazzo che tu conosci per mala fama, un certo Glauco, che con me è stato molto gentile, e forse ti assomiglia in qualche modo, no? Comunque, sono single, e gay, per altro non m’hai tolto gli occhi di dosso per tutta la serata, e non so cosa t’ispiro.” Non ci volevo andare per colpa della pioggia all’incontro settimanale del GGGBLTI, Gruppo Giovani Gay Bisex Lesbiche Transessuali e Intersessuali, ma vedo che


qualcosa è successo, no? A dire il vero interesse per l’attivismo non ne ho: ebbi consiglio di andare ad uno di questi incontri qualche mese prima da lui, che mi disse che avrei incontrato molti ragazzi là. Ebbe ragione in parte, molto in parte, perché la maggioranza non mi piaceva (tra cui uno con cui ero uscito tempo fa per motivi che ancora mi chiedo...), e se si aggiunge che la sensazione che ebbi in quel luogo era pari eguale a quella di essere al Piccolo Caffè, con tutti i vecchi che mi guardavano in continuazione, si capisce che l’incontro con quel ragazzo era l’unica cosa che oggi mi dà voglia di seguitare le vicende di questo gruppo no-profit attivista. Ammetto che è spregevole il fatto di usurare un ambiente importante come quello dell’attivismo per i diritti civili come luogo d’incontro per eventuali flirt o relazioni; non si neghi però che sia l’unico a non farlo. Una camminata sotto la pioggia, ben vestito, con golf a collo alto sotto il cardigan blu e pantaloni grigi con scarpe marroni: il vestito più inadatto per un giro di ragazzi annoiati e per lo più studenti con più problematiche nel lavoro e nel futuro del valore della didattica che nel cercare al momento di avere i diritti per l’adozione o per il matrimonio. L’Arno era tranquillo quella sera, nonostante la piana per i turisti dell’interno del fiume sia ancora grondante di acqua… Arrivo nella borgata dove si dovrebbe trovare il ritrovo del Gruppo, in via Leone, molto distante da casa mia, in via Ghibellina, e ancora più distante anche da un punto di vista mentale, e non locativo. Dentro una piazzetta comunicante un cancello ad apertura manuale, per accedervi bisognava addentrarsi in un piccolo chiostro; da lì un gruppetto di ragazzi gay, tutti a parlare del maltempo, da qualche giorno sfacelo di ogni buona motivazione ad un’uscita decente! Tanti ragazzi, chi della mia età come Mino e chi più grandi, verso i venticinque o i ventinove anni, tutti o già lavoratori precari o ancora in sede d’esame; tra questi anche diverse ragazze lesbiche, di gran lunga più energiche dei presenti maschi.


MINO: “Vuoi provare la mia pizza con mozzarella, pomodoro e pesto?” Allora...ribadisco il fatto che io non c’ho nulla a che spartire con attivisti di diritti inesistenti e di poco conto...certo, m’interesserà un giorno, quando sarò in compagnia, e se mi verrà voglia (o se gli verrà voglia, citando un ipotetico compagno... “Ricordate, ragazzi, l’importanza della nostra organizzazione no-profit!”, disse il portavoce del gruppo, un ragazzino della mia età smorto, simile ad un anziano. Ed eravamo lì, a seguire in cerchio una presentazione a dir poco dolciastra e perfino troppo idealista per me. E ne parlo da elettore del movimento! Ma con loro fu diverso; oltre agli ideali c’era un movimento più concreto, più fattuale. Questi attivisti non mi piacciono: parlano della bellezza degli ordini presenti in Germania, in Svezia, dove sono sovvenzionati ogni anno con cifre astronomiche, proprietari di servizi e di palazzi con tanto di impiegati full time, solo per negativizzare la situazione italiana sull’omosessualità. Un’ora intera a parlare del nulla! E il nulla era un passare di fogli colorati, di Power Point pieni di immagini sorridenti di associazioni, di locali, di riunioni all’aria aperta su tematiche come l’AIDS, il sesso, le famiglie di figli omosessuali e di diritti negati o in cerca di essere autentificati da qualche ministro non conservatore o assoggettato al potere. Eccoli lì! Lei, bellissima lesbica di ventotto anni, insegnante alle elementari, solare e divertente che spiega come mai in Germania c’è la parità nel testamento delle coppie unite, ma dell’assenza della possibilità di queste ad adottare se non prima dell’unione (prima single, poi adozione, e poi coppia!) Lui, il rachitico ragazzo effeminato che mi guardava da tutta la serata, mentre discuteva della crisi in atto all’interno dei gruppi, in Italia seguiti da attivisti più anziani dediti al paternalismo e alla formalità delle conferenze, con scene straordinarie del tipo: “Se tu alzi la mano e dici qualcosa, ti possono pure rispondere, “Ma


chi sei?”, perché in certe situazioni l’unico a parlare è chi è alla cattedra!” Sì può fare qualcosa per tutto questo? Certo, una piccola associazione di studenti e lavoratori giovani può andare in Comune, sbattere il pugno sul tavolo e dire con parole forti, davanti al sindaco della città: “Signori, qui c’è in gioco la dignità di noi froci! Vogliamo maggiore rispetto!” Signori, altre prospettive non ce ne sono. Questa è la risposta! Esagero con questo giro di disprezzo snob sul loro idealismo, ma è chiaro come il sole che non è possibile avere un certo peso politico quando si è l’ultima ruota del carro! Come associazione facciamo ridere, perché già non esiste una sede ufficiale, e si vaga tra uffici e lotti liberi temporaneamente; secondo siamo alla merce di altri gruppi “non tanto messi bene”, che vorranno sfruttare qualche associazione per farsi belli davanti ai partiti: è un gioco a premi e di meretricio, a chi si mostra le primizie per primo e con miglior risultato! Le associazioni...che risata! Nessuna funziona se fatta da giovani idealisti! Purtroppo ho già avuto la mia dose di credenza alle piccole follie dell’attività, del fare la differenza: quasi un anno fa riuscì ad accedere ad un blog giornalistico, che pubblicava diversi scritti su tematiche diverse (politica, sociologia, cinema, psicologia, musicologia), per finire dopo alcuni mesi di buona attività e di riconoscimento a non essere più ripreso negli scritti, mentre la qualità del prodotto scemava sempre di più, con articoli di poco conto (però di gran lunga più sensati di tante testate giornalistiche!). E che manca il criterio! Il fatto di essere veramente piccoli, e di chieder chi può dare vero aiuto; non a farsi pubblicità da qualche associazione che ti sorride in faccia e dopo, nel vero momento di carità e di solidarietà, non si fa sentire al telefono (Tuu, tuuu, tuuuu). Il silenzio dell’altra presa, e di nuovo soli, in balia del disinteresse. Di attivisti veri in quella stanza ne ho visti ben pochi, assolutamente. Forse uno dei ragazzi alla mia destra sembravano veramente interessati, ma come me non mancavano chi assisteva solo per conoscere altri gay.


Questi centri, questi gruppi sono da sempre grande movimento di ricerca, non del diritto e della tolleranza sociale, ma del bel ragazzo da conoscere, con cui poi uscire insieme e via, una notte a letto e la mattina a lezione! Siamo realisti, anzi, voglio fare il realista: il giorno in cui mi verranno a spiegare, come da programma, come affrontare il coming-out, ne riparleremo...ma poi, devo per forza sentire uno che mi dice come parlare i miei genitori del fatto che: “Sì, mamma, tuo figlio è gay. E gli piace tanto dormire coccolato da un bel giovanotto!”. L’occasione è quella, e cambia a seconda della situazione in cui si vive. Ci sono modi per dirlo, metodi da sviluppare. Ma il segreto di tutto questo è solo...avere la pazienza...cioè, se ti va di dirlo, ottimo, fallo! Ma non ti azzuffare, non piangere, non chiedere pietà! Dillo perché vuoi essere riconosciuto sia come figlio, sia come fratello, sia come nipote, ma soprattutto del fatto che ti senti gay, che sai che loro ti vedevano prima come etero e che adesso cambia tutto. Non c’è un tempo per dirlo: scegli te. Il coraggio viene a tutti, ma non allo stesso tempo. ******** COMPAGNO: “Quanto ci speri che io esista nel tuo mondo reale?” NICODEMO: “Troppo, credimi...una volta ti sognai...” COMPAGNO: “Allora sarà il tuo compagno nel mondo onirico, non reale...” NICODEMO: “Vorrei che tu fossi in questo, non in altri...” COMPAGNO: “Cerca! O fatti cercare!” NICODEMO: “Tu ti presenterai?” COMPAGNO: “Chi può dirlo...non tutti gli amanti hanno l’amore alla prima età...” NICODEMO: “Lo so: leggo di artisti, personaggi gay che scoprono l’amore in età adulta, chi anche in età avanzata...ma aspettare così tanto...e poi, se non dovesse funzionare?”


COMPAGNO: “Sei te a dirlo! Un amore giovanile lo avrai...” NICODEMO: “Magari con te!” COMPAGNO: “Potrei non essere quel primo amore della giovinezza. Potrei essere quello posteriore, maturo. Forse soffrirai la pena dell’amore illuso: un amore falso, un amore che non era tale perché gonfio di passione, ormoni e fantasie distorcenti...” NICODEMO: “Quanto vorrei avere un amore del genere...” COMPAGNO: “Non credo tu lo dica realmente...” NICODEMO: “Cosa?” “No, basta, hai capito! Sono stanco di te, Cristo; che mi chiami ad ogni ora del giorno! Che poi non ti fai mai sentire e dopo ti lamenti pure! Ti avevo chiesto se ti andava di vederci; ma no! Tu ora hai da fare, a te non ti va, ora! Il giorno dopo mi chiami e mi dici cosa ho che non va! Ma diamine, cosa è che a te non va?!? Ti lamenti a letto, ti lamenti in cucina, e poi vieni a rompere con me se per caso sono io a chiederti qualche cosa? Ma porco Giuda, che diavolo di cervello c’hai!?! Dio! Senti, non ti va di vederci ora? Sei troppo indaffarata? Ecco, allora ciao...No, non venire a rompere, ora! Non ti va di vederci? Allora, ti saluto, cacchio! E non mi dire di abbassare la voce! Basta, mi hai sentito! Ciao!” COMPAGNO: “A volte finisce così...” NICODEMO: “Mi ricorda mio fratello...o anche il coinquilino...” COMPAGNO: “C’è chi è pronto, e chi no...e i rischi sono sempre questi...” NICODEMO: “Però dopo si riappacificano a letto, no?” COMPAGNO: “Non è una cosa che funzionerà ad aeternum. Se uno ha fortuna, al massimo due anni, forse tre...” NICODEMO: “C’è chi si sposa, quindi è cosciente di tutto ma non gli interessa.”


COMPAGNO: “E infatti fa una brutta fine: un amore mancante, incomprensibile, finito dentro un cerchio vizioso, e poi lì, fermi senza più un moto proprio per andare avanti.” NICODEMO: “Mi ricorda fin troppa gente.” COMPAGNO: “Non sempre si è fortunati in amore: i più svegli però si salvano.” NICODEMO: “Auspico di esserlo, così eviterò il peggio.” COMPAGNO: “Non è detto che tu riesca a farcela. Prova questa esperienza, e poi deciderai se in fondo c’è speranza o meno.” NICODEMO: “Mi chiedi di crollare nel falso amore?” COMPAGNO: “Devi capire cosa hai davanti: la sperimentazione richiede sacrifici.” NICODEMO: “È farsi veramente male, così.” COMPAGNO: “In realtà hai una visione migliore della situazione: ti infatui di uno; riesci a legarti a lui, vivete insieme e poi nota tutto. Vedi se l’illusione ha prevalso sulla realtà.” NICODEMO: “Così eviterò in futuro di illudermi. Forse può funzionare.” /4/ “Il codice di registrazione sovrascritto non è corretto. La preghiamo di ritentare.” AGENTE: “I...codici...non sono quelli? Devo ritentare...copia...incolla...” “Il codice di registrazione sovrascritto non è corretto. La preghiamo di ritentare.” AGENTE: “No, ti prego! Aspetta, forse è quest’altro...” “Il codice di registraz...” AGENTE: “Accidenti! Devo avvisare il Dipartimento della questione!” “Vorrei sapere perché (maledizione...il tempo scorre!) il sistema di registrazione per il contributo affitto in richiesta non riesce a salvarmi il codice di registrazione del contratto d'affitto (lo sapevo che era un


truffatore! giuro che lo denuncio; lo denuncio!). Ovvero, perché quando provo ad incollare il codice di registrazione del contratto d'affitto immediatamente il codice scompare e non viene letto. (È falso, non è quello!)” Come andò a finire? Semplice. Il codice era nella pagina dopo della ricevuta. Salvata, stampata e pronta per essere spedita alla DSU. Tutto qua...niente paranoia, niente di nulla... AGENTE: “Pronto, sono io! Sì, riferisco che la missione può considerarsi conclusa! Falso allarme! Potete continuare a finanziarmi! Ora è tutto a posto! Ripeto: l’allarme era falso, non c’è rischio di evasione. La situazione è stabile. Passo e chiudo!” “Il codice di registrazione sovrascritto è corretto. si desidera andare avanti?” Sì, ora sembra che tutto sia a posto...


Capitolo nono

8 agosto 2007 Qui viene riportato il discorso riportato il giorno seguente, in cadenza con la prima giornata della festa cittadina, dell'ingegnere Antonio Rinaldo Talenti, in presenza del sindaco Espreri e del deputato locale Sinisteri, nella sala grande del comune di Montalto, un imponente edificio moderno costruito dieci anni prima dallo stesso Talenti per spostare il comune in un edificio più adeguato, lasciando il vecchio palazzo settecentesco al liceo Girondelli, prima dislocato fuori dalla città, in aperta campagna. Sono le dieci del mattino, riuniti tutti all'ascolto dell'avvertenza dell'ingegnere, ramo importante della comunità locale. "Amministrazione di Montalto, oggi l'argomento della seduta eccezionale verterà sul fatto che l'ingegner Antonio Rinaldo Talenti disporrà all'attenzione di tutto l'assessorato. È pregato l'assoluto silenzio!", così si pronunciò il sindaco Espreri, prima di dare la parola all'ingegnere. "Grazie, signor sindaco. Signori e colleghi assessori del comune di Montalto, sono qui per informarmi degli ultimi eventi accaduti nella nostra terra: negli ultimi giorni, o per essere più precisi, nelle ultime notti, diverse ville, alla mia scoperta di numero cinque, sono state vandalizzate con il dipinto di alcuni graffiti di colore nero, danneggiando le proprietà private di ingenti somme di denaro." (a parte il suo graffito, la reazione degli altri proprietari era stata quantomeno spropositata, eccessiva nella maggior parte dei casi: un esempio è l'avvocato Riverdi, alla cui visione dell'obbrobrio prese il fucile da caccia e sparò di pronta rabbia alla statua moderna, senza alcun modo di ragionare sulla vera entità


del danno, riparabile prima della disintegrazione totale per il colpo). "Si pensava fosse un fatto di poca curanza, un evento di poco rilievo davanti alla ristretta criminalità della zona, e di conto è stata allertata l'azienda di imbiancatura del signor Giorgio Frassin, il quale ha ripulito prontamente tutti i graffiti. Voi vi chiederete perché allora farne un dramma. Sono il primo a non voler drammatizzare sulla questione, cercando di mantenere dei toni chiari e molto moderati sulla situazione..." (nella stesura si è voluto mettere a rilievo anche le parti di sospensione, in cui l'ingegnere riprendeva fiato per migliorare l'enfasi del discorso, tecnica tipica del suo parlare in circostante comunitarie). "...purtroppo dopo la scoperta che questi graffiti scuri celavano, al di sotto della loro trascrizione, una seconda macchia, dorata, proprio nel manto delle statue, dei chiostri e delle mura; signori, siamo alle porte della festitivà più importante della città, dove non solo la maggior parte dei cittadini si rivolterà tra le piazze, nelle vie, per i chioschi, i negozi aperti fino all'ora tarda e le giostre, ma anche diverse centinaia, se non migliaia come l'anno precedente, di turisti, di ogni regione e nazione, vedrà, giudicherà e deciderà le sorti della nostra città, il cui simbolo è e sempre sarà la festa." Era arrivato ad un tale tono nel parlato che la voce, di natura quieta, stesse esplodendo in parole, come se caricate dalla lingua e sparate dalle labbra verso la platea degli assessori. Stava raggiungendo il punto. "Come possiamo, ora, con oltre una decina di monumenti come la scuola, il faro, la chiesa principale, rovinati dai graffiti che nemmeno il signor Frassin riesce a ripulire del tutto a causa del rischio di danneggiare le mura, di creare un danno strutturale dato che sembra dagli ultimi referti che il graffito in sé non scompare nemmeno grattando in fondo per qualche centimetro...a garantire la sicurezza e la buona riuscita della festa? Perché è questo il pericolo, il vero incubo che a questa amministrazione sta per paventarsi: l'orrore di vederla fallire, di incorrere alla sfigurazione della bella immagine


del borgo, fiore all'occhiello della nostra terra, del mare e della riviera!" "Sì, signori. La festa sarà rovinata: il lavoro di pescatori, di elettricisti, di fornai, di mastri pasticceri e birrai, di macellai, di agricoltori e allevatori, tutti quanti avranno perso tempo e denaro prezioso per veder fallire tutto questo, tutta l'opera di mesi, tra costruzioni di piccoli parchi, giostre e piste per i bambini, terrazze in legno per il litorale, bar in spiaggia. Tutto inutile: questi graffiti porteranno via tutto il turismo, tutta la nostra fonte di immagine positiva e ospitale costruita in tutti questi anni." (si roteano alcune decine di secondi di silenzio, mentre tutti gli occhi della sala fissavano il volto rosso dell'ingegnere) "È per questo che propongo, su vostro accenno unanime, l'istituzione di una polizia speciale che controlli tutte le zone più importanti della città, in modo tale che prima o poi l'autore, o molto probabilmente gli autori del gesto, vengano scovati, arrestati ed incarcerati prontamente; prima che sia troppo tardi e che tutto non sia invano! Vi ringrazio per l'attenzione, assessorato." La parola al sindaco Espreri: "Grazie per il vostro discorso, signor Talenti. Chi è a favore dell'istituzione immediata di una polizia di vigilanza e controllo totale, notte e giorno, per fermare l'escalation degli eventi, alzi la mano!" Inevitabilmente, la risposta è unanime. "In nome dei poteri conferiti dalla popolazione di Montalto, dichiaro accolta la richiesta dell'istituzione di una polizia segreta." "La seduta è tolta."

15 settembre 2013 “Hai preso tutto, Giacomo?” “Si, Ma, sono sicuro di aver preso tutto…” “Portafoglio?” “Sì.” “Soldi? Vuoi dei soldi?” “No, Ma, sto a posto!”


“E il cellulare?” “…” “Giacomo, il cellulare?” “Oh, Cristo…” Tutto accadde per colpa di un cellulare. Era passato il mezzogiorno, e fuori c’era una calura terribile, quando Giacomo scoprì che i Roncelli quel giorno sarebbero andati al cinema a vedere un film di spionaggio; trepidante, chiese se poteva venire anche lui e loro l’acconsentirono, avvisandogli di farsi vedere verso una mezz’oretta nei pressi del centro urbano, per poter essere accompagnato con la loro macchina al cinema. Notò l’afa che stava devastando gli esterni di casa sua; chiamò subito dopo sua madre, nel mentre impiegata a fare la spesa, avvisandola dell’uscita anticipata in città. Sebbene alquanto riluttante all’idea che suo figlio non potesse pranzare a casa e che debba già a quell’ora uscire, gli disse che se voleva l’avrebbe accompagnato lei, invece di usufruire dei mezzi. Giacomo non pranzò, dato che il tempo non lo permetteva, in promessa alla sua madre di ingurgitare qualcosa nell’uscita, e aspettò invece sua madre affinché lo portasse in città. Si vestì con una certa cura, mettendosi una polo color blu mare e un paio di pantaloncini beige scuro. Nell’attesa controllò tutto, dal portafoglio alla cintura, fino al laccio ben attorcigliato di ogni scarpa; quando arrivò sua madre l’aiutò a scaricare la roba che aveva comprato al supermercato (un po’ di pane e dei salumi) e, senza troppi scrupoli, salì in macchina con lei. La madre, alla guida, gli chiese i motivi di questa uscita anticipata, e lui le rispose che c’era un film in programmazione al multisala, e che era stanco di stare sempre in casa. Lei gli chiese se avesse nel frattempo mangiato qualcosa, lui disse di no, facendole corrugare la testa dal dissenso. Lei chiese se avesse preso tutto, lui annuì; quando le chiese se avesse il telefono a portata di mano, fece un breve controllo per rassicurarla. Mancavano ancora quindici minuti all’appuntamento amicale; controllò se


avesse le cuffie del telefono nella tasca sinistra, notando che c’erano in tasca solo queste, e non il telefono. Andò nel panico quando ricontrollò anche la tasca destra, quella in fondo a sinistra e quella a destra. La madre gli diede dell’imbecille, e lui annuì; non c’era comunque tempo per ritornare a casa e riprendere il telefono, quindi per quella giornata lui doveva cavarsela così, senza cellulare. Appena arrivato in città, alle porte del centro urbano, scese dalla macchina e confermò a sua madre che avrebbe avuto sue notizie il prima possibile riguardo al rientro; lei se ne andò, con un breve saluto e una lunga sequela di offese dirette al figlio. Con molta probabilità aveva lasciato il telefono a casa, ma per quella giornata era fuori comunicazione. Si fece prendere dall’ansia, nel timore che i suoi amici, a causa di un problema, lo avvisassero tramite cellulare di qualche ritardo oppure di assenza, costringendolo a dover dirigersi da solo al cinema; questo non lo avrebbe potuto più sapere, e non poteva fare altro che aspettarli. Passarono dieci minuti, mentre Giacomo girava avanti e indietro nella zona dell’appuntamento; non erano ancora arrivati. Il suo cuore palpitava dall’ansia trasformata in angoscia, pensando alla figura infame che avrebbe fatto con la compagnia; pensò di chiamarli attraverso una cabina telefonica, posizionata poco distante dalla sua fermata, ma non solo era privo delle monete o della carta ideale per usufruire del servizio, ma anche della memoria del numero dei suoi amici; lasciare che il cellulare memorizzasse una tantum il numero dei suoi amici stavolta non lo aveva aiutato. Altri cinque minuti passarono, ma non c’era l’ombra di alcun amico nelle vicinanze; nel compenso passarono vicino a lui diversi soggetti, appena scesi da diversi bus che si erano fermati vicino alla sua fermata: passeggeri improvvisati accaldati e madidi di sudore; turisti dalla provenienza sconosciuta e indefinita intenti a fotografare e commentare ogni centimetro cubo della città; impiegati dell’ultima ora appena risvegliati dalla pennichella successiva alla colazione e supplenti richiamati all’ordine per convenienze economiche.


Giacomo, in preda al delirio, chiese ad una passante se poteva chiamare col di lei cellulare; appena l’ebbe in mano subito chiamò sua madre, chiedendole se nel frattempo erano apparsi nel cellulare di lui dei segnali di avvertimento qualsiasi, come un messaggio o una chiamata non risposta; lei era fuori casa, di nuovo, a prendere dal macellaio un altro poco di carne, e quindi non era in grado di aiutarlo. Lei poi gli chiese come sarebbe ritornato a casa, ma lui le accennò ad un eventuale aiuto venturo, con molta imprecisione, e poi riattaccò. Giacomo era ormai saltato a livello cerebrale; già immaginava di avvisare sua madre dell’anticipato rientro, e di passare il resto del pomeriggio in camera a darsi la colpa della sua disattenzione. Erano passati altri cinque minuti e nessuno si era presentato, e intanto Giacomo aveva fatto venti volte il giro della zona per colpa della sua agitazione. Non sarebbero venuti, probabilmente. Lui si avventurò in una tabaccheria per comprare un biglietto per il ritorno, quando si trovò vicino un ferroviere, col turno ormai concluso; chiese al tabaccaio se sapesse, per caso, se ci fossero delle fermate attigue al cinema; lui non lo sapeva, ma il ferroviere sì. Ora Giacomo era cosciente che tra pochi minuti sarebbe passato l’autobus per il cinema, ma non sapeva se in quell’istante sarebbero passati i suoi amici. La situazione era del tutto folle, e non poteva far altro se non immergersi totalmente in quella follia reale. Andò alla fermata e prese il mezzo: dentro, ebbe la fortuna di non dover pagare il biglietto, dato che il conducente era ormai svuotato di tutti i biglietti comprabili a bordo, e per quella occasione lo lasciò entrare senza alcun obbligo. Arrivò al cinema, correndo come un delirante verso l’entrata; saltando a due i gradini delle scale, raggiunse il botteghino e chiese di un biglietto per il film della giornata. Mentre glielo stava stampando chiese alla maschera se avesse visto un gruppo di ragazzi entrare per quel film, ma non ottenne alcuna risposta. Mancavano pochi minuti all’inizio della proiezione; dopo essere entrato nella sala, appena si sedette iniziò il film. Non poteva credere che avesse combinato quel tale ginepraio, e non si rassegnò alla situazione: continuò


con questa ossessione per buona parte del primo tempo, non godendosi nulla del film che era proiettato nella sala quasi del tutto vuota. All’improvviso apparve dall’entrata una figura; a causa del buio non riuscì a distinguerla per bene, ma grazie alla particolarità di un suo difetto capì che era lei; i suoi occhi d’argento, che, grazie ad un barlume del proiettore, risplenderono per un istante. Giacomo la chiamò sottovoce, ma lei non lo riconobbe, andando a sedersi vicino ai suoi amici. Alla fine del primo tempo si presentò a loro, ottenendo anche da loro l’appellativo di imbecille. Alla fine del film diede a tutti la spiegazione, e venne ascoltato. Al rientro venne riaccompagnato per l’occasione da lei; durante il viaggio si chiarirono, e lei non poté non ridere di tutta questa sua disavventura. Lei gli disse che era un perfetto idiota, del tutto inaffidabile e degno di un ricovero, lui accettò la sua nomina a minorato mentale; entrambi risero di gusto. Appena arrivarono a casa si salutarono, ma si guardarono negli occhi; lui non era capace di non perdersi negli occhi d’argento di Silvia, gli stessi che lo convinsero ad andare in fondo alla sua follia. Si baciarono e si salutarono per davvero. E tutto accadde per colpa di un cellulare. 30 settembre 2013 Durante una breve cena in compagnia del suo gruppo di amici di vecchia data, Giacomo si sentì male, e si addormentò. Si trovava in un ristorante, fuori dalla città ove abitavano sia lui, con la sua famiglia, sia i suoi amici, chi da solo, chi assieme alla propria amante e chi in aperto legame con la propria discendenza. Per staccarsi da questi intrecci personali e privati, ogni tanto, con la compiacenza anche del clima sereno, si riformavano e architettavano un incontro serale, per poter sfogare lo stress acquisito nei giorni precedenti e divertirsi insieme. Cambiavano in continuazione locali, pur di stimolare la loro voglia di rinnovare il proprio spirito e di impe-


dire a familiari o signorine di essere riconosciuti e prontamente richiamati all’ordine. La scelta, per quella occasione, ricadde in un grazioso ristorante, in aperta campagna, a mezz’ora dalle mura della città; godeva di un bellissimo panorama, immerso nel verde della campagna, con alcuni accenni lontani di cimase illuminate e torri spente, sotto i monti e i colli accesi dall’ombra luminosa della luna, in quel momento prossima al plenilunio. Appena arrivati presero subito posizione al tavolo che avevano ordinato; purtroppo, vedendoli sedere al tavolo, un cameriere li avvisò che non c’era mai stata un’ordinazione a loro nome, e li obbligò ad aspettare nella saletta esterna del locale prima di potersi accomodare. In quel preciso istante uno del gruppo si ricordò di non aver mai fatto la prenotazione, ottenendo un particolare nomignolo da parte degli amici. Qualche minuto dopo presero posto, dopo aver visto passare davanti a loro oltre una decina di ospiti e commensali. Ordinarono in abbondanza: crostini misti e bruschette all’aglio; affettati di carni locali; minestre di pane rinforzate con cipolla e tonno; tagliatelle al suco di cinghiale; tortelloni di patate condite con pomodoro fresco; tagliata mista di carni con pinzimonio e mostarda; salsicce e insaccati vari; contorni a base di patate arrosto e verdure e funghi fritti. Nel mentre alternavano risate e scoppi di saliva tra una porzione e l’altra, creando un pandemonio allegro in tutta la sala. Arrivati al dessert, a base di millefoglie al cioccolato, Giacomo si bloccò dal ridere dei suoi amici, all’ennesima battuta sparata di getto; si sentì bloccare la bocca, come se fosse diventata una morsa; la sua mano rilasciò la forchetta che prima teneva salda nel pugno; la testa cominciò a girargli, mentre gli amici lo chiamavano all’ascolto, un po’ preoccupati; il busto si rilassò, scivolando sempre più a sinistra, fino a perdere l’equilibrio; gli occhi si chiusero prima di cadere nel pavimento. Poco prima di perdere i sensi sentì i suoi amici alzarsi dal proprio posto e accogliergli vicino. Poi si addormentò. Lentamente risentì qualcosa, forse una voce che ben conosceva. La sentì ancora più nitida, e assieme all’udito


riacquisì la vista, riaprendo gli occhi. Venne fatto rialzare, e sedere sulla sedia. Gli chiese come stesse, Giacomo rispose che aveva perso i sensi ma che ora stava meglio. Lei gli chiese se doveva chiamare l’ambulanza, ma lui la bloccò e la pregò di continuare la serata. Era il loro primo appuntamento, e lui era particolarmente agitato quella sera. Si conoscevano da pochi giorni, eppure non ebbe problemi a invitarla fuori a cena dopo il terzo incontro amichevole. L’aveva conosciuta vicino ad una libreria, da sola, mentre cercava un volume di storia dell’Arte; lui se ne stava all’angolo della libreria allestita per la letteratura fumettistica, a svogliare tavole di opere diverse, dall’horror al giallo fino all’umoristico. La vide lì vicino, mentre cercava di prendere un volume grande quanto il suo busto e di porlo sul tavolo della zona lettura; il suo sguardo non la incrociò, dato che quello di lei era immerso nella ricerca del volume. Giacomo prese, con molta improvvisazione, il primo tomo dallo scaffale, e si avvicinò a lei, facendole credere di voler leggere quel libro in mano. Le chiese se poteva leggere in quel tavolo; lei gli lasciò lo spazio, spostando il volume abbastanza per concederglielo. Lui intanto guardava il libro di lei, e lei stessa alternando discretamente. Lei intanto passava dalle figure della riproduzione artistica al fumetto capovolto di lui; lo avvisò della sua svista e lui si arrossì per essersi fatto scoprire ingenuamente. Lei scoppiò a ridere e gli disse che era un ragazzo buffo. Dopo quella battuta cominciarono a conoscersi: lei abitava in quel quartiere, e stava facendo una ricerca sul sogno come elemento ispiratore nella produzione artistica, e anche nella conoscenza umana; s’era da poco lasciata e s’era immersa, per limitare il dolore della perdita, nella sua materia di studio preferita. Giacomo l’ascoltava, con molta tranquillità e attenzione. Mancava poco all’orario di chiusura; si salutarono, con la promessa di rivedersi. Il giorno dopo, in un


bar della piazza del quartiere ove lei dimorava, si rividero; presero un cappuccino insieme e si chiesero cosa avessero fatto in quel breve intervallo tra i due incontri. Qualcosa in loro scattò, tal punto che, al terzo incontro, vicino alle Poste del paese, quando Giacomo doveva mandare un plico ad un suo amico all’estero e lei invece doveva ricevere una busta contenete foto di diversi quadri utili per la sua ricerca, lui le chiese se avesse voglia di uscire, una sera. Lei accettò, a patto che fosse lui a decidere il posto dove passare la serata. Giacomo iniziò a pensare in quale locale potessero cenare; in pochi secondi passò in rassegna a diversi ristoranti, tutti però lasciati alle cene amicali, essendo obbligato a non poter usufruire per cenare dei luoghi dove andavano lui e i suoi amici; ne rimase solo uno tra quelli accessibili in breve raggio. Quella sera andarono a cena insieme. Per sicurezza prenotò qualche ora prima, così da non dover aspettare mezz’ora prima di accomodarsi. Al tavolo scelsero il menu della carta, leggero, composto da alcuni crostini e affettati, una minestra di pane, una tagliata al pepe e verdure saltate e un semifreddo. Aveva finito di degustare il dolce quando all’improvviso, mentre rideva, guardando gli occhi suoi, scivolò a terra, come se si fosse paralizzato. Era a terra da pochi secondi, quando, prima di perdere i sensi, cominciò a mormorare qualche parola, non riuscendo però a farla uscire dalla bocca. Poi si addormentò. “Ohi, Giacomo! Mi senti?”, gli chiese il figlio dell’industriale Roncelli. “Giacomo, stai bene?”, gli domandò il secondo figlio del Roncelli. “Ma cosa diavolo t’è successo?”, gli disse l’unico figlio dell’ex deputato Sinisteri, “Giacomo? Ci sei? Lui si risvegliò. Gli amici erano intorno a lui. Non riusciva a capire cosa diamine fosse successo. Aveva però in bocca una parola. Un suono. Una voce. Silvia.


Ore 16, domenica. Alla fine riesco a contattarla, Fiorenza, attraverso il cellulare, e ad invitarla a fare una passeggiata prima della mia partenza, il mio ritorno al soggiorno fiorentino. Mi presento da lei sudato per la corsa che nel frattempo feci partendo da casa mia e allontanandomi dalle campagne poco alla volta, per poi rientrare: quasi un effetto molla, correndo, rimbalzai di nuovo nei pressi del mio paese, centro gravitazionale delle mie avventure domestiche. SIGNORINA: “Allora, come procede a Firenze?” NICODEMO: “Nulla di che. La noia vince ancora una volta!” No, non iniziò così. Quando mi vide da lontano completamente fradicio di sudore subito: FIORENZA: “Devo ammettere che in puntualità stai migliorando, Nicodemo!” (Questa è precisione!) NICODEMO: “Scusa, il ritardo, ma devo ammettere che oggi ne accadono di cose strane: un cane non riusciva a passare dall’altra parte della strada; ha fermato grazie alla mia presenza l’intero incrocio, facendo uscire dalla sua vettura una signora che cercava di aiutarmi a portarlo dall’altra parte. Aveva una paura quel povero cagnolino che continuava ad andare a destra e a manca, come se non gliele importasse di rischiare l’investimento.” SIGNORINA: “Certo che con te la noia non vince, eh? (nato drammatico, sono talmente sfortunato nelle mie sequenze quotidiane che raramente la normalità si fa sentire. Come se me l’andassi a cercare, tra l’altro!)


NICODEMO: “Te, Fiorè? Ho sentito che hai conosciuto uno...” FIORENZA: “Sì! Dopo essere uscita dalla prova di teoria per la patente (passata!), c’era un ragazzo che continuava a fissarmi! È carino: barbetta rossa, alto, ben messo, e soprattutto della mia età!” NICODEMO: “Ottimo! Almeno dimenticherai quello sgorbio del tuo precedente ex...” SIGNORINA: “Nicodemo!” (ammetto che l’ultima battuta era falsa; non la pronunciai mai, ma almeno la pensai, forte.) NICODEMO: “Posso sapere come si chiama?” (amico? io sono il suo fratellone!) SIGNORINA: “Non fare il guardiano delle fanciulline in fiore!” ovvero “Dai, su!” NICODEMO: “Se è come quello del Monte siamo messi bene: il classico omaccione pieno di ormoni che prova a rimorchiare la piccola per pura libido...” ovvero “Non vorrei che facesse lo stronzo con te!” FIORENZA: “Torchiarlo mi sembra troppo, Nicodemo. Lascia fare. Per ora risponde alla chat!” (mi ricorda mio cugino, durante la villeggiatura, che era convinto di essere stato lasciato solo perché la sua ragazzetta non gli rispondeva ogni secondo...) NICODEMO: “Voglio solo sapere come si chiama, tutto qui.” FIORENZA: “Lo saprai a tempo debito. Comunque, te, ragazzi?” NICODEMO: “Non bene. Non ne trovo uno giusto. Come il moretto...Cristo!” (no, fare il riassunto non ne vale la pena. Quando sarò pronto, o ne avrò voglia...) SAPUTELLA: “Veramente, io ci credo poco che tu sia effettivamente gay...”


NICODEMO: “Così è, Fiorè. O così sembra. Non ci indago più come mesi fa.” SAPUTELLA: “Ma te l’hai mai avuta una relazione con una ragazza?” NICODEMO: “No, nemmeno una scopata.” SAPUTELLA: “Come fai a dire allora che debbano essere gli uomini quelli che ti piacciono? Veramente, ancora oggi non mi sembra credibile.” NICODEMO: “Fiorè...è vero che ho avuto cotte e infatuazioni per ragazze, ma a dire il vero non mi cambiava la giornata se non piacevo o meno...cosa che invece adesso, con un ragazzo di cui m’infatuo, è ben altro; ossessivo, molto difficile da digerire, insomma...” ANALISTA: “Non è che è il tuo cervello a comandarti anche la libido?” NICODEMO: “Mi pare troppo, ovvia!” ANALISTA: “Quel poco che so di psicologia, freudiana, mi fa capire che il cervello monitora anche le pulsioni sessuali; quindi anche un cervello disturbato può interagire disturbando il sistema, no?” NICODEMO: “Stai dando della mia omosessualità un disturbo?” ANALISTA: “Ma ti pare! Sto solo dicendo che tu non mi dai l’idea di un gay nato tale, ma diventato.” NICODEMO: “E allora?” ANALISTA: “Che tu per fattori involontari lo sia diventato, non nascendovi allora.” NICODEMO: “Non ci arrivo...vuoi dire che forse non sarò gay per sempre?” SAPUTELLA: “Può darsi di no. Può darsi che invece troverai l’amore in una ragazza, ma che ora ti rifugi nell'omosessualità dato che sei sempre stato rifiutato dalle ragazze.” (lei fa così perché non vuole credere che il ragazzo migliore che le sia presentato, dopo il suo ex, sia gay; quando la conobbi ero infatuato di Bruno, e glielo dissi solo dopo una settimana che la conoscevo...in verità, lei è di sicuro la donna migliore che abbia mai incontrato, soprattutto per una della sua età!)


NICODEMO: “Io credo si nasca gay. Io me ne sono resoconto tardi, e non a pochi capita questo.” SAPUTELLA: “Ma di solito uno se ne accorge a 14 anni! Ma anche lì, come fai a capire se sia infatuazione o invidia fisica?” NICODEMO: “Anch’io credetti nella seconda. Infatti quella ritardò tutto!” ANALISTA: “Se nasci dovresti accorgertene dal principio che sei gay. Come si fa? NICODEMO: “Lo si scopre a nostre spese! E non sempre senza aver già avuto una relazione, o un rapporto sessuale completo.” SAPUTELLA: “Almeno capisci da subito se sei attratto o meno dalle donne. Hai una prova! Te potresti aver confuso un’infatuazione per una profonda stima per uno per quello che se ne sa.” (si vede che non conosce i meccanismi dell’omosessualità...) NICODEMO: “Quello che ho provato per il moretto, oppure per il musicista è roba che non può essere frutto di un trauma, ma di un sentimento. Quello che provo per loro è quello che voglio provare. Volevo parlare col moretto? C’ho provato, anche se sono sembrato un pazzo! Gli ho scritto un poema patetico pur di spiegargli le mie emozioni, eppure niente! Nemmeno una risposta! A farmi il sangue amaro un’altra volta, ecco cosa fa un’infatuazione quando fallisce miseramente!” FIORENZA: “E per il musicista?” NICODEMO: “L’ho incontrato qualche giorno fa...è assurdo come per mesi ho provato ad evitarlo per disprezzo del suo carattere arrogante, vivendo tranquillo dimentico della sua figura e ora, in una sola serata, lo riscopro come uno molto simile a me in effetti. L’infatuazione mi è ritornata...” FIORENZA: “Per un etero...” NICODEMO: “Da come in quella serata m’ha parlato, m’ha seguito, mi è stato accanto e mi ha quasi provocato col suo fare sensuale, sembrava quasi che ci volesse provare...dopo avermi detto che non riusciva a innamorarsi


più dopo aver lasciato la sua ragazza un anno fa, pur continuando a trombare, e dicendomi di aver avuto anche esperienze omosessuali, fino a dirmi “Non sono il tipo che si fa seghe sulla propria sessualità...” FIORENZA: “Vorresti che ci provasse con te?” NICODEMO: “Vorrei che lui mi volesse...” FIORENZA: “Non accadrà...” NICODEMO: “Già...” COSCIENZA: “Tienitelo amico, e lascia perdere...se un giorno te la sentirai di parlarcene, fallo. Ma aspettati di tutto.” NICODEMO: “Non ce lo vedo a fare a botte. Semmai ad evitarmi.” COSCIENZA: “Almeno è la volta buona che ti togli l’infatuazione che c’hai...” NICODEMO: “L’unica affermazione sensata della serata...” COSCIENZA: “Non ti voglio vedere solo. So che vuoi amare qualcuno che ti ami, Nicodemo, ma non lo fare con chi non te lo darà. Quando ci conoscemmo io ti raccontai che idealizzavo l’amore mio, il biondo alto con gli occhi azzurri...ora guarda, che voglio uscire con un rosso...non idealizzare l’amore, Nicodemo!” NICODEMO: “Mi conosci, sono molto donchisciottesco. Con tutti quei libri che leggo, poi...” COSCIENZA: “Peggio! Conosco un’amica, bruttina, che scrive racconti su racconti, e idealizza il suo amore come se fosse il personaggio di un suo racconto! Non ha mai avuto una relazione, e non vedo ragazzi che la cerchino...finirà male se continua così. NICODEMO: “E tu non vuoi che capiti una cosa anche a me...” COSCIENZA: “Se ti innamori poi di un idiota? Che succede?” NICODEMO: “Che finisce male. Che avrò davanti non un amore, ma un boia...” COSCIENZA: “Visto? Lo capisci già...” NICODEMO: “Non sarà facile. Le emozioni vengono ogni volta che vogliono...” COSCIENZA: “Controllati! È l’unica maniera. Ti farai del male...”


NICODEMO: “Mi farò sempre del male, Fiorè. Sempre!” (sempre me lo farò, come un bambino che per camminare eretto cade in continuazione per le ginocchia urlando e piangendo dal dolore che prova. Ho una mente che in gran segreto decide tutto lei, fa quello che vuole lei; io sono il suo personaggio, assisto attivamente a quello che mi mette davanti, per reagire, e mettere alla prova il mio spirito. Pochissimi lo fanno uno sforzo del genere, e pochissimi ci riescono. Vivere senza gli sforzi per vivere non ha senso, almeno per me, che la vivo così.) FIORENZA: “Riparti tra poco, giusto?” NICODEMO: “Sì, devo fare le valigie...anzi, mia madre deve fare ancora le valigie...” FIORENZA: “Che ragazzo modello che sei! Alla tua età te le fa ancora lei!” NICODEMO: “In realtà è lei che l’ha voluto: deve mettere le cibarie nella borsa, e solo lei sa come fare; così, mentre parliamo, lei starà cercando di frodare quelli di Trenitalia. FINANZIERE 2: “Dove è finita la borsa? Dove cavolo l’ha messa?” FUNZIONARIO: “Ahia, aspetti che non mi sono ripreso ancora dalla botta che m’ha dato...non lo so...non lo so che fine abbia fatto! Come di lui non se ne ha traccia!” FINANZIERE 2: “Maledetto! Chissà cosa stava portando...” FIORENZA: “E che cosa porterai?” NICODEMO: “Beni di prima necessita. Che, appena finiti, darà sfogo al nostro cannibalismo...” FIORENZA: “Buono! Cerca di non far fuori il tuo compagno di stanza, l’unico a te simpatico in quella casa...”


NICODEMO: “Non farmici pensare a quello che mi toccherà domani...Dio...accidenti a lui e alle stronzate sull’essere ventisettenni e compagnia bella...” FIORENZA: “Frank ti ha detto questo?” NICODEMO: “Macché, Lìlì è stato. Tipico dello stile meridionale fare i maschi Alpha della situazione: a farlo però con un franco-canadese di origini brasiliane ed ebraiche, e con un toscano-senese di sangue beneventano, franco-germanico (qualche spuntatina dal ramo paterno primo novecentesco) frocio, voglio proprio vedere come andrà avanti...” FIORENZA: “Non andare di capo!” NICODEMO: “Chiedi troppo. La prima volta che mi fece un discorso del genere mi fece indiavolare. Mi tolsi gli occhiali per non poterlo guardare negli occhi, mentre sentivo quella vociastra arrogante dirmi cosa fare e come comportarsi. Dimmelo in maniera giusta e cortese e io lo capisco e lo metto subito in pratica; dimmelo in un modo del genere e non sarò responsabile delle mie azioni.” FIORENZA: “Eccolo...il soldatino...” NICODEMO: “Non feci altro che stare zitto ed ignorare ciò che mi entrava dalle orecchie: una delle frasi di quella serata più curiose venne da Frank, che chiedeva cosa c’entrasse il fatto di essere ventisettenni o più...la fortuna di Frank: non essere italiani, e non conoscere le realtà malate del nostro tempo: l’ipocrisia; l’indifferenza e il potere paternalistico e nonnista...” COSCIENZA: “C’è ovunque una cosa del genere, Nicodemo; non si è soli nel far danno!” NICODEMO: “Spero solo che tutto questo finisca. Cioè abbia un finale, che si decipda qualcosa! Ottimo, ho il codice, registro e via, altri soldi dallo Stato, e posso andare avanti fino a luglio; ottimo, non c’è codice, non registro e via, direttamente in questura a denunciarlo...” COSCIENZA: “Se lo denunci che succede?” NICODEMO: “Succede che sarò felice di aver smosso le acque.” COSCIENZA: “Sicuro?” NICODEMO: “Certo, anche se questo comporterà la cacciata di casa per tutti e tre, e forse il disprezzo di Lìlì,


e di Frank...ecco, quello da lui non lo vorrei che mi dispiacerebbe...” COSCIENZA: “Non puoi però, se si dovesse mostrare una situazione del genere, lasciare che il nero si riversi nei conti in bianco della tua famiglia, no?” NICODEMO: “È per questo che lo faccio: prima dello Stato, la famiglia. Così funziona in Italia.” COSCIENZA: “E così anche nella mafia!” NICODEMO: “Non c’ho voglia di questi tempi di litigare con qualcuno, per ritrovarmi a corrodere le mie budella per colpa di un balordo qualsiasi!” COSCIENZA: “Allora calmati! Riflettici sopra. Forse la situazione è sopravvalutata per quello che è in realtà!” NICODEMO: “Ottimo. Allora torniamo al tuo ragazzo! Secondo me è gay!” FIORENZA: “Se è così allora te lo faccio incontrare...” NICODEMO: “Ehi, grazie!” FIORENZA: “...ma prima vi ammazzo a tutti e due!” NICODEMO: “Giusto! Fallo però mentre lo facciamo!” FIORENZA: “Dah, ti prego...” Ora si capisce perché i miei genitori sono innamorati di una come lei, fin da quando l’hanno avuta come ospite a Follonica. E la cosa più folle è che non sia ancora fidanzata...

*************************** Tutto accadde nelle ultime ventiquattr’ore: tutte le nostre speranze ci sono morte tutte attorno, e tutto quello che aveva senso era totalmente andato...ma piantiamola...ha ragione il direttore, non sono capace a fare il giornalista… Il signor Amerigo Falzi era un rinomato editore locale, fondatore e attuale presidente della Falzi edizione, la quale sostenne, anche nei tempi più difficili e poveri, la redazione in cui lavorammo. Pur essendo un uomo ormai colpito dall'andropausa il Falzi deteneva una


grande nomea di sciupafemmine, di lupo selvatico sempre eccitato: fin da giovane non s'era mai fermato nel corteggiare, o nel frequentare sessualmente ogni tipo di donna che scopriva o occasionalmente incontrava nei locali dove andava a bere la sera dopo il lavoro alla tipografia, sua prima mansione. Col passare del tempo alternò straordinariamente bene sia la sua attività di editore rampante, arrivando a quarant'anni sia ad avere il controllo di cinque delle principali testate giornalistiche della città (alcune di copertura nazionale), sia ad essere un perfetto Don Giovanni, soddisfacendo oltre trenta donne l'anno. Era conosciuto anche per il fatto di essere una persona sentimentale e al tempo stesso aleatoria nei confronti di legami più duraturi: corteggiava ogni donna con cui ci provava con dolcezze e carinerie, ma, dopo essersela portata a letto, in un tempo variabile tra le due e le dieci ore, difficilmente l'avrebbe rincontrata una seconda volta. Prima di compiere i cinquant'anni aveva raggiunto ben settecento amanti consumate, o almeno così si dice. Verso i cinquant'anni gli venne diagnosticato un malfunzionamento della prostata, e gli venne consigliato, nel rischio si potesse trattare di un tumore o di un cancro, di non frequentare per almeno un anno nessuna donna. Lui non li diede retta, e continuò a frequentarle, con maggior tenacia di prima, e ottenendo anche risultati migliori. Da tutto questo si evince che non si sposò mai, nonostante molti suoi amici gli consigliarono di sposarsi per sentirsi almeno meno solo. Non sembrano nemmeno esserci notizie di effettivi figli illegittimi nati dagli innumerevoli rapporti che il Falzi intrattenne nell'arco di quarantasei anni. Tanto si era sempre fatto soprannominare Il Lupo. Io personalmente non ho mai conosciuto il signor Falzi, ma purtroppo Gilberto ne ebbe l'onore e il disonore di incontrarlo, quella sera. Durante la serata il signor Falzi si intrattenne con le signore che erano vicini a lui, mentre gli altri si intrattenevano invece con i ricchi antipasti e l'enorme buffet che veniva rinnovato ogni dieci minuti dai cuochi e dai camerieri del servizio catering. Gilberto era sempre accanto al Cileni, e si stava


pentendo della scelta: il Cileni era sì una buona forchetta e un amante della gastronomia, ma era anche un pessimo ospite, sprovvisto totalmente di galateo; si ingozzava e tracannava di continuo tutto ciò che prendeva dal tavolo del buffet, senza nemmeno respirare. A volte biascicava durante il pasto, e non si lavava la bocca dopo aver bevuto il vino, insozzandosi anche la barba che portava. Gilberto, per far finta di nulla, oltre a tracannare vino come il nostro supervisore, cominciò ad osservare gli ospiti uno ad uno: notò che quasi tutti gli invitati o erano giornalisti o editori concorrenti o affiliati; anche le donne erano legate ai vari settori del giornalismo e dell'editoria locale, e anche al signor Falzi. C'era però una che non sembrava facesse parte di quei mondi, né tanto meno fosse stata legata in passato con il signor Falzi: mentre i signori parlavano tra di loro di lavoro, tra cui il nostro caporedattore, tra un boccone e l'altro, e le signore ciarlavano con Amerigo, lei rimaneva a fissare il piatto di bucatini all'amatriciana, senza proferire parola con nessuno. Di rimando, il signor Amerigo, tra una parola e l'altra, dirigeva per pochi istanti il suo sguardo sulla signorina in questione. Chi fosse quella signorina nessuno lo seppe: apparve e scomparve in quella sola sera. Era quasi una presenza celeste, inesistente per tutti se non per lui, per Amerigo. Dopo tutte le portate, molti signori si alzarono dalle sedie e si accomodarono nei salotti del villino, accompagnando quasi a forza le signore, distaccate da Amerigo come ostriche dal proprio scoglio. Nel frattempo la signorina si era recata in bagno, e Amerigo era rimasto al suo posto, in attesa di qualcosa, o di qualcuna. Gilberto stava ancora assieme al caporedattore, il quale stava discutendo con gli altri signori sul nuovo programma della rubrica Slurp: mentre parlava però delle grandi imprese raggiunte nell'ultimo anno, si azzittì, e si sentì come preso da una morsa, nello stomaco. I signori si misero in allarme e cominciarono a chiamare i camerieri per aiutarli; il Cileni prese di mano Gilberto e gli ordinò di dirigersi in cucina per prendere un digestivo, o qualcosa per fargli passare il dolore allo stomaco, probabile


disturbo intestinale provocato dal cattivo modo di mangiare che aveva avuto quella sera, in particolare. Gilberto cominciò a correre per i corridoi della palazzina, cercando in tutti i modi la sala della cucina: era rientrato nella sala da pranzo, trovandola vuota, e allora entrò in uno dei piccoli corridoi, sperando lo conducessero nella cucina. Quello che vide fu qualcosa che per la prima volta nella sua vita gli fece desiderare di essere cieco come suo padre, Fabrizio, malato di glaucoma. Col senno di poi avrebbe evitato di obbedire al caporedattore. Ero già occupato quella sera: dovevo uscire con alcune miei amiche per andare a vedere un film al cinema, un horror. Ma il mio collaboratore, Gilberto, nonché collega nella rubrica Sogni di letture, non lo era affatto. Di suo non ci voleva nemmeno andare alla cena, ma devo ammettere che il mio caporedattore sapeva essere molto convincente, quando voleva. Era meglio se quel giorno si dava ammalato, come feci io, per poter godermi la lettura di un lungo articolo su un giornale concorrente; così poteva evitare il nostro supervisore all'editing e all'impaginazione. E invece era in buona salute, tanto da essere riuscito in due ore a scrivere tre articoli lunghi, senza mai fermarsi, nemmeno per una pausa al bagno. Era in ufficio, quel pomeriggio: fuori pioveva, a dirotto, e con la poca gente che c'era fuori il solo rumore che arrivava alla finestra era quello delle gocce d'acqua. Era quasi rilassante, e forse ciò lo aveva aiutato a scrivere, se non che, ad una certa ora, da fuori aveva cominciato a sentire un passo pesante, alternato da diversi schizzi, che lo bloccò; probabilmente c'era un signore che stava calpestando tutte le pozzanghere che erano in strada. Dopo pochi secondo il rumore scomparve; tornò a scrivere, ma dopo pochi istanti lo risentì, mentre si stava avvicinando all'entrata della redazione; non capiva chi fosse, e si sentiva come preso da una paranoia. Quel giorno lui era tra i pochi rimasti in redazione: alcuni erano fuori città per dei servizi sull'agricoltura contemporanea (a quell'ora dovrebbero ritrovarsi immersi nello sterco di vacca), e altri si erano beccati un'in-


tossicazione alimentare a causa dell'abbuffata che avevano fatto alla fine di una lunga serata in redazione passata per la pubblicazione di un nuovo libro digitale. Pensava comunque si trattasse di un ladro: di cosa non lo sapeva, perché soldi non ne avevamo, e nemmeno di trofei, né placcati in argento né in oro né tanto meno in platino. Stava facendo le scale; saltò fuori dalla mia poltroncina e si mise vicino alla porta; se fosse entrato, lo avrebbe preso a badilate in testa con i faldoni delle precedenti inchieste. Era nel corridoio dove si trovava la porta del mio ufficio, aveva il cuore in gola. Temeva addirittura avesse una pistola con sé! Nel cuor suo diceva che non poteva farsi ammazzare! Si allontanò dalla porta e mi nascosi sotto la scrivania, sperando non mi trovasse. Bussò alla porta. Non rispose: se rispondeva, magari lo ammazzava con una fucilata da dietro la porta! Ribussò ancora, e negò la risposta ancora. Poi sentì la voce; era quella del caporedattore: avevano preso lui e lo stavano usando per farmi aprire e poi uccidere? Si accorse che ora era delirante. Andò ad aprire per farlo entrare. Era Augusto Cileni, il nostro caporedattore: un trentacinquenne con già i segni dell'invecchiamento nella sua folta chioma grigiastra, grande amante della tavola nonché critico gastronomico per Slurp, la rubrica dedicata all'enogastronomia. Dopo i soliti convenevoli gli chiese se stasera era già impegnato: se avesse risposto di sì non sarebbe successo quel che poi avvenne. Ma così non andò. Gli rispose che era libero: stava leggendo un romanzo da un mese, e quello era il giorno buono per finirlo; anche stavolta dovette rimandarlo. Gli parlò della cena, che si sarebbe tenuta nel villino dell'editore Falzi, fuori città, nelle campagne limitrofe: un aperitivo più buffet più cena e più dessert completo. Il problema della cena, al di fuori dell'ottimo pasto che avrebbe fatto, era nella compagnia: la maggior parte degli invitati insieme facevano una cifra pari alle due parti temporali in cui, usualmente, si divide il Medioevo. Lui era il più giovane, avendo venticinque anni, e non si sentiva di passare la serata in mezzo ad un ospizio. Lui gliene parlò, ma appena arrivò a spiegargli la


giustificazione, si tolse dalla tasca un piccolo foglio, piegato, e glielo diede. Quando lo aprì trovò una lista di articoli che, negli ultimi mesi, non aveva né ricontrollato né scritto. Il caporedattore gli fece capire le conseguenze della sua eventuale assenza, qualora gli fosse venuta voglia di parlarne col direttore, che in quei giorni si trovava a litigare animosamente con l'amministrazione del palazzo per l'affitto non pagato del mese precedente. Gilberto gli chiese a che ora iniziasse la festa. Finito il suo turno, ritornò a casa, e si fece una doccia. Mentre se la faceva, cominciò a imprecare, riempiendosi la bocca di acqua e schiuma, e a lacrimare, bruciandosi gli occhi con la schiuma. Si vestì di tutto punto, e prese la macchina; uscì dalla città, dopo aver imprecato ad ogni fermata a causa del traffico e dei vigili che nel bel mezzo della pioggia si erano sparpagliati nei bar vicini. Nel viaggio cominciò ad avere la tentazione di cambiare strada, e di nascondersi per la serata in qualche piccolo locale installato nella tangenziale. Fu tanta la tentazione che, alla guida, cominciò a scivolare dolcemente fuori dalla strada, in attesa di prendere il primo svincolo e di esaudire il suo desiderio. Ma, mentre guidava, da dietro, notò una berlina inseguirlo. Cominciò a farsi prendere dal panico, temendo si trattasse stavolta di un vero pericolo ambulante: per sicurezza si prese a controllare la targa dell'inseguitore. Con i fari posteriori riuscì a leggerla, e scoprì che era quella della macchina del Cileni: si domandò se non avessero preso la sua macchina per farlo fuori. Il Cileni gli fece un colpo di clacson, avvisandolo dell'imminenza alla stradina per il villino dell'editore. Non poteva più fuggire, pure il Cileni lo stava pedinando perché presenziasse a tutti i costi alla festa. Alle ore venti Gilberto era all'entrata del villino dell'editore Falzi: un piccolo villino di due ali, in stile toscaneggiante, con un parco interno di due acri. Parcheggiò la sua auto vicino alla fontana dove si trovava il garage, e, accompagnato dal Cileni, entrò della dimora: in ogni direzione c'era una coppietta di anziani o un gruppo di vecchi intenti a parlare di qualsiasi problema li affliggesse: dall'artrosi galoppante all'insonnia, fino


alla dispnea e al diabete. Lui rimase per tutta la serata assieme al Cileni, nella speranza di non invecchiare stando troppo vicino a quelle cariatidi. Una porta si aprì all'improvviso, e ne sbucò, nel disinteresse generale, il signor Amerigo Falzi, un sessantaseienne pelato, con gli occhiali da vista e il bastone. E ora si può tornare all'interruzione precedente. Nel frattempo aveva cominciato a sentire dei rumori provenire da una camera: dopo gli ultimi due eventi, non ci volle cascare, e andò avanti; all'improvviso sentì due persone, che gemevano; allora si fermò. Non riusciva ad intuire se era una sua allucinazione uditiva per il troppo vino bevuto a cena o se stava letteralmente impazzendo da stamattina. Lui allora si avvicinò alla stanza, la cui porta era socchiusa leggermente. Si allontanò, per il timore di trovarci qualcosa di spiacevole: sentì ad un tratto un sospiro forte; e poi una bestemmia alternata da uno sconforto. Allora guardò dallo spioncino, e cacciò immediatamente dopo un urlo, e scappò dall'orrore. Dietro a quella porta c'era la camera da letto per gli ospiti, e nel letto matrimoniale si trovavano il Falzi e la signorina insieme, nudi, con le membra all'aria. Era la sua segretaria storica, nonché amante del momento, l'unica nella sua vita a ripresentarsi per la seconda volta. Si fermarono nell'amplesso e uscirono dalla stanza, per capire chi stesse urlando. L'urlo di Gilberto fu così forte che ribombò per tutte le stanze, fino ad arrivare alla sala dove gemeva il Cileni, il quale, per l'urlo, ebbe un sussulto che lo rimise in piedi e gli fece sputar fuori un osso di pollo, rimastogli conficcato prima nell'esofago. Il Falzi, dopo essersi rivestito, chiese spiegazioni del perché lui si trovasse in giro per le stanze della villa. Il Cileni gli spiegò la situazione, ma nonostante tutto il Falzi li voleva entrambi fuori. Dopo quella sera non vennero più invitati alle sue cene, anche perché al signor Falzi accadde qualcosa d'imprevisto. Finita la cena, e lasciato solo con lei, voleva continuare il suo gioco sessuale con la signorina, ma, durante l'amplesso, non riuscì ad avere un'erezione; continuò per tutta la notte, in tutte le maniere, ma alla


fine, per la prima volta nella sua vita, non concluse nulla, meravigliandola. La mattina dopo si salutarono, per l'ultima volta. Dopo quella sera la fece trasferire in un altro ufficio, dopo trent'anni di collaborazione, e non si rividero più; fu per sua volontà, perché si sentiva umiliato e pieno di vergogna per il fatto di non essere riuscito a soddisfarla. Nei mesi successivi ci provò con altre, ma non ottenne alcun risultato: era come se il suo membro fosse morto dopo quell'urlo di terrore. I medici dichiararono che poteva trattarsi d'impotenza, tipica alla sua età. Non l'accettò e decise di vendere la sua azienda e di lasciare la città, in cerca di una cura per risolverla. Il Cileni, saputo dell'autoesilio del Falzi, prese la busta contenente gli articoli da preparare di Gilberto e la portò al direttore, in segno di ripicca per avergli tolto una delle poche occasioni in cui poteva banchettare allegramente. Da quel giorno non c'era un minuto che Gilberto non lo passasse a scrivere e riscrivere articoli. Se non altro così aveva cominciato a dimenticare quella scena orribile.


Capitolo decimo

22 agosto 2007 Il primo giorno. La polizia pattugliava tutte le strade, le vie, le corsie e perfino le piazze, mettendo sotto la lente della sicurezza cittadina ogni passante, ogni turista arrivato dalle città limitrofe o dalle terre più lontane. "Maresciallo De Gigli, ogni carabiniere è appostato!". Il maresciallo, sicuro della sua forza, procedeva allarmando dal cellulare di servizio: "Signori, come da ordinamento, tutte le strade devono essere messe in sicurezza; ogni civile può essere un potenziale teppista, un vandalo. E da quanto abbiamo potuto vedere alla scuola, non bisogna sottovalutarlo, specie se capace di creare simili assurdità!". Concluso l'avviso, la festa poteva iniziare. La festa della città di Montalto garantiva un ottimo sbocco occupazionale, un commercio florido di prodotti locali e perfino un aumento d'immagine per l'amministrazione locale. Come si è potuto vedere nel discorso dell'Ingegnere Talenti la festa era fin troppo importante perché un fatto del genere la potesse danneggiare. Ogni banchino di dolci, souvenir, gastronomie, suppellettili, vestiti usati, stoffe, quadri, articoli elettronici e libri erano supervisionati da delle guardie, le quali controllavano direttamente anche i muri dei palazzi, delle ville e delle case arroccate nelle spiagge. Nulla doveva essere lasciato al caso per il maresciallo. Tanto meno la stessa folla. La folla all'inizio della festività era davvero impressionante, ben al di sopra delle aspettative dei pubblicitari e dei commercianti: si calcolava una cifra intorno ai dieci mila turisti, una stima quasi triplicata, a causa della "cattiva" pubblicità ottenuta dallo scandalo dei graffiti.


Per sicurezza vennero aumentate non solo le ore di lavoro ai banchi, ma anche quelle di sorveglianza. I vigilanti dovettero passare tutto il tempo in piedi, a controllare attentamente ogni centimetro quadrato della zona; arrivarono persino ad auspicare il ritorno di quei graffiti, e dei loro colori accesi, per poter fare bella figura davanti al loro maresciallo, non ancora ripresosi dall'avventura precedente. Un sentimento condiviso anche dagli stessi turisti. Pure loro speravano di scoprire durante la loro gita, villeggiatura o soggiorno che fosse, uno dei fantasiosi graffiti tanto raccontati dalle piÚ importanti testate locali. Lo stesso ufficio stampa del sindaco Espreri aveva proposto di denunciare gli organi d'informazione per il disagio che pensavano stesse arrecando alla cittadina. Fortunatamente il sindaco venne consigliato dall'ingegnere Talenti, il quale consigliò di attendere. Vedere come viene recepita la notizia. Infatti, malgrado le previsioni avessero dato un tempo alquanto instabile su tutta la zona di Montalto, la moltitudine di turisti, gonfi di denaro contante, era piÚ che garantita. Come lo spettacolo che si sarebbe susseguito. Nella spiaggia vicina intanto stavano passando un gruppetto di giovani studenti, da poco in vacanza, che passavano a piedi scalzi per il bagnasciuga, guardando il mare gonfiarsi allo stesso tempo dell'aria. Si stavano dirigendo verso la zona pedonale, passando per la pedana di legno di un bagno locale, ancora chiuso al pubblico. Uno dei ragazzi, Antonio Rivieri, era inciampato sulla rampa di scale diretta verso il marmo del viale, cadendo a terra; lÏ, con acuta precisione, aveva individuato un bagliore provenire dal fondo del marciapiede, in quel vuoto adibito al passaggio delle fogne. Uno strano luccichio. Antonio prontamente aveva allertato il suo gruppo di amici; temendo fossero i celebri graffiti, corsero verso il viale, dimenticandosi dell'amico a terra, e allertarono i primi passanti. Quest'ultimi si sganciarono dai banchi della festa, e in poco tempo si riversarono nella spiaggia, in direzione del punto dove si trovava il possibile graffito. A quella massa informe di persone di varia e dubbia provenienza


si unirono anche quella dei vigilanti, per via della decrescente presenza di turisti in direzione del centro della città. Mancavano pochi metri al punto di ritrovo, quando all'improvviso il ragazzo si era alzato. La folla però non se ne era accorta e prontamente lo aveva investito in piena, facendolo barcollare di nuovo a terra. Il ragazzo non fece in tempo per allertarli della scomparsa del luccichio, ormai dileguatosi, e i vari turisti, pronti a fotografare il tanto famoso "graffito", umiliati, se la presero col ragazzo. Era iniziata una polemica infernale, riaccendendo le vie di grida, bestemmie, rabbia e offese gratuite anche verso persone assenti e particolarmente "sacre". In quell'istante lo spettacolo accennato prima era iniziato. In mezzo alla strada, in simmetria con le parti estreme del viale, apparve per un minuto preciso, una lunghissima striscia color oro, perfettamente dritta, irradiandola di quel colore visto da Antonio nel sottosuolo prima. Dopo quel minuto la striscia aveva cambiato colore e forma, diventando più articolata, a forma di frase. Dalla velocità con cui si contorceva e si dilatava pareva che la linea assumesse la forma di un corsivo, di una scrittura elegante. Finita la metamorfosi, era rimasta così per tutta la serata, nello stupore dei turisti, che preferirono passare la serata a guardarlo, in silenzio, invece di passare per le bancarelle. Gli stessi carabinieri si erano arresi alla grandezza monumentale dello scritto, il quale copriva tutto il viale di oltre cinque chilometri; decisamente il più lungo mai scoperto fino ad ora. Alla domanda su come affrontare un simile caso, decisamente impossibile da gestire e da "coprire", il Maresciallo rispose in maniera secca: "Deve essere opera di un genio! Far apparire nel bel mezzo della festa, sotto gli occhi dei passanti, una simile opera...abbiamo decisamente sottovalutato l'operato di questo maledetto...giuro che se non riesco ad acchiapparlo, butto in mare la mia arma!" L'ingegnere Talenti invece aveva preferito non proferire parola con la stampa, nel timore di mostrarsi impreparato ad un simile evento. Tutt'ora il graffito, seppure


di un colore nero, simile all'inchiostro, è presente nel viale. ******************** Da un po' di tempo a questa parte c'era un ragazzo che si fa vedere poco in giro. Le strade della città ogni giorno erano piene di persone, di esseri di qualsivoglia specie, ma sembrava che lui manchi all'appello. Non si sentiva la sua voce. Era quella tipica, con molta probabilità, dello studente universitario, la quale tipologia per tre giorni consecutivi ha passato le ore più solari della mattina e quelle più fresche del pomeriggio a seguire delle lezioni a cui la maggior parte della classe non si presenta nemmeno. In genere uno studente gira per le mense universitarie a racimolare qualche frammento di compagnia con cui sfogare la propria noia lavorativa (pur non sapendo cosa sia effettivamente il lavoro), oppure se ne sta in biblioteca a giocare con le pagine dei volumi in attesa del miracolo della concentrazione. Questo non era il caso di questo studente. Lui preferiva leggere. E la lettura non era quella classica, da topo di lettere come ne era piena l'omonima facoltà, oppure il mondo accademico. Non era di sicuro il tipo che preferiva scervellarsi con i tomi da aulica letteratura, di autori misconosciuti e impossibili. A lui piaceva sfogliare, in sua pace, qualche romanzo di evasione. Di quelli che lo facevano volare con la fantasia: storie di omicidi, di orrori, di amori, di passioni, di tormenti, di clamori, di morti e di risurrezioni. Non aveva grandi problemi di lettura: ha piacere di tutti i generi: dal rosa, al giallo, dal thriller fino alla satira. Da un po' di tempo si apposta, nella sua quiete letterale, nella poltroncina di casa, accanto al tavolo della cucina, gonfia della sua plastica. Passava le ore intere a sfogliare le pagine, a seguire le trame dei suoi personaggi, in viaggio e in avanscoperta del mondo creato dallo scrittore, per quel libro (o per i suoi) un Dio improvvisato. Salta a volte qualche pagina, se descrittiva o se una pura divagazione non necessaria, finché la vista offuscata dalla miopia gli consente.


“Accidenti! Maledetti occhiali", di solito era la sua tipica frase che aleggiava per le stanze della casa, ovvero un minuscolo appartamento universitario, nascosto tra le case popolari. Quando prende il via, nessuno lo deve fermare, pena l'insulto. Che sia un paio di occhiali, che sia un compagno di stanza, di studi, un'amante oppure un genitore, lui avrà la stessa risposta. Subito dopo, si riprende, non senza tentare di ricalibrare la propria attenzione. Come quando si trovò a seguire una serie televisiva, che all'improvviso sentì provenire dalla sala da pranzo (o nel soggiorno, o in cucina) lo squillo del telefono; dovette per forza sconcentrarsi, staccare gli occhi dal televisore e andare a rispondere. Come è giusto che fosse, dopo aver riattaccato il telefono in faccia, gli toccò ritornare a ciò che si era lasciato. A causa della telefonata, purtroppo, aveva dimenticato buona parte degli eventi raccontati. E allora il ragazzo dovette ricominciare a ricrearsi la trama, e riprendere in mano la situazione. Dovette allora ricordarsi il fatto che Tizio era con Caio; che quella macchina era esplosa; che quella donna era stata amata dal primo e uccisa dal secondo e che se non avesse ricominciato a seguire il filo della trama non ci avrebbe capito più! Questa sua particolare predilezione per la lettura non era di certo priva di difetti. Un giorno, infatti, mentre rincasava il suo coinquilino, lui si trovava nel letto, altro suo luogo di lettura, a farfugliare frasi intere. I primi tempi questo fenomeno non destò sospetti all'altro, e non ci fece caso. Un giorno avvenne un piccolo psicodramma. Era nella piccola anticamera che collega le due stanze al breve corridoio per il soggiorno. Ad un tratto senti una voce: “Ehi, tu!", e il coinquilino si sentì come chiamato. Si fermò, e rimase dentro l'anticamera. “C'è qualche problema?", gli chiese l'amico. “Sei un figlio di buona donna!", gli disse. “Buon giorno anche a te. Che t'ho fatto, stavolta?" “Tu e quella maledetta baldracca!” “Come? Ma di chi parli?" “Complimenti! Siete riusciti a devastarmi la vita!"


“Ma di chi diavolo parli? Di quella ragazza all'accademia?" “Quella, maledetta! Io la volevo, e tu te la sei presa!" “Scusa, come ho fatto a prendertela, che manco la conosco?" “Non cercare altre scuse, maledetto fedifrago!" “No, caro, sei tu che vai ad abbordarle a destra e a manca. Non venirmi a prendertela con me se una ti rifiuta!" “Era una così bella ragazza! E tu te la sei presa, lurido, maledetto..." “Oggi vedo che ti va di farmi tutti questi complimenti...che hai bevuto, stavolta?" “Dio, vi odio tutti!" “Da come ti comporti, guarda, non me ne sorprendo..." “Questa me la pagherete cara!" “Ma che ti prende?", e si avvicinò alla porta. “Io m'ammazzo! Mi butto!", e a quelle parole l'amico si precipitò dentro la camera, disperato, nel terrore che, stupido com'era, facesse una scempiaggine come il buttarsi dalla finestra del terzo piano dove abitano. Lo trovò, con le cuffie in testa, a leggere ad alta voce un romanzo noir. Il ragazzo gli chiese pure perché diavolo si era permesso di entrare nella sua camera. Gli tolse le cuffie, e gli disse che era un idiota. Subito dopo, riiniziò a leggere, stavolta non interrotto in maniera tale da dover ricapire da dove iniziare. Questa sua mania per il parlare nella lettura è un fattore particolare, perché lui è tipico a usare con moderazione il parlato proprio. Nelle uscite, se era circondato da ragazzi la cui conoscenza era molto breve e circoscritta, rimaneva come immerso, nei loro chiacchiericci più disparati e nelle loro dispute più assurde. È quieto con gli altri. Se veniva convocato da qualcuno, lui rispondeva con tono assertivo, chiaro, sorridendo e arrivando perfino a fare del buon umorismo, tanto per guadagnare qualche risata, ipocrita o meno. Personalmente preferiva starsene da solo, con attorno la quiete, il silenzio, e parlare solo quando gli veniva chiesto. A volte tendeva anche ad una certa permalosità. Se


una sera se la prendeva male per qualcosa, lui subito passa alla storia di un povero soldato di ventura in cerca di un amore. Prendeva allora il libro in mano e comincia a leggerlo, fino a quando i pensieri negativi che ha in testa non smettono. E ci entrava così tanto che non ne voleva più uscire, e in alcune occasioni oltre a rimanerci male se si deconcentrava, prendeva anche la cattiva abitudine a digiunare, pur di non perdere il filo della storia. Di recente non usciva se non per andare alla facoltà, e passava anche le serate a leggere in santa pace. Era arrivato a parlare solo con il suo coinquilino e con qualche amico di facoltà quando era ad esempio a mangiare, senza fissare negli occhi nessun altro. Staccandosi dai pochi conoscenti, rimaneva da solo, e non parlava con nessun altro. Più volte aveva tentato di parlare anche con estranei, quando era al bar a prendere un caffè, prima di ogni lezione; gli occhi non riuscivano a fissare quelli dell'altro, e il suo parlare non era più preciso, ma con una vena di agitazione, come lo erano anche alcune falangi. Non sudava, ma non si sentiva a suo agio. Solo leggendo, e fantasticando, si sentiva davvero in pace con se stesso, anche se era in un mondo fittizio, e non reale. Un giorno si trovò in biblioteca, dopo aver passato il fine settimana a concludere la lettura di ben due romanzi, uno intimista e uno d'amore. Era in sala lettura, ai banchi di lettura, quando si avvicinò una ragazza: era piena di libri e scartoffie, e ad un tratto le scivolò dal mucchio che portava tra le mani un piccolo libro, esile. Lei si fermò, ma non riuscì a prenderlo senza dover competere con il peso che portava da tempo. Il ragazzo allora si fece avanti, per aiutarla. Le si avvicinò, senza chiedere. Dopo aver messo a posto tutta la roba, lei lo ringraziò. Le chiese del libro, che gli ricordava uno di quelli che lui stesso stava leggendo. Lei gli disse che era un libricino a cui stava dedicando un paio di letture, con scarso successo. Le chiese di cosa parlava. E lei glielo raccontò. Passarono due ore da quando si incontrarono, e non avevano solo parlato del libro in questione: parlavano anche di altre cose, di altre faccende, e anche un po' di se stessi. Per tutto il tempo lui non smise di guardarla;


era come se non vedesse altro all'infuori dei suoi occhi e non ascoltasse altro dalla sua voce. Non gli tremava nemmeno la voce, e parlava sì con tono tranquillo e pacato, ma alquanto scattante, allegro. Dopo l'orario di studio uscirono dalla facoltà, insieme, e fecero una lunga passeggiata per il centro della città. Non smisero mai di parlare, né di guardarsi negli occhi. Il tragitto deviò in direzione della via dove abitava il ragazzo, su interesse della ragazza. Arrivati all'uscio della palazzina si promisero di rivedersi, il giorno dopo, sempre in biblioteca. Lei però, volle fargli una sorpresa. La sera stessa intercettò, anche sulla descrizione fatta dal ragazzo, il coinquilino suo, e gli chiese se poteva entrare in casa e salutarlo. Lui la fece salire, notando la particolarità della situazione, alquanto rara per l'amico. Era appena entrata in casa, quando ad un tratto sentì una voce provenire dalla camera sua: “Chi è?", disse. “Sono io!", gli rispose. “Cosa fai qui?" “Volevo farti una sorpresa!" “Vattene! Non voglio essere disturbato!" Lei rimase turbata della strana frase, ma in suo aiuto arrivò il coinquilino, che l'avviso della sua mania di estraniarsi dal mondo con i libri, e di recitarli ad alta voce, senza ascoltare. Detto questo, lui si diresse in cucina, lasciando a dialogare lei sola con lui: “C'è qualche problema?" “Ti prego, vattene!" “Sei ancora a leggere?" “Ma di che diavolo parli?" “Dai, esci, che ti vorrei far portare..." “Basta. Non voglio essere disturbato. Ti prego..." “Ma mi senti? Piantala di leggere, che non è il momento..." “Dio, ti prego, anche tu ti ci metti?" “Ma cosa ti prende? Si può sapere?" “Voglio essere lasciato, solo..."


In quel momento tornò il coinquilino, e l'avvisò di un fatto inquietante: i libri della biblioteca personale del ragazzo erano tutti stati messi in uno scatolone, e posti in cucina. Ora lei cambiò tono: “Ma stai leggendo un libro?" “Basta! Vattene!" “Ma stai dicendo sul serio?" “Ti prego..." “Dove sono i tuoi libri?" “Lasciatemi solo..." “Che cosa ti succede?" “...vi prego..." E sentì dei singhiozzi provenire dalla porta. Allora capì che non stava scherzando. Notò dal riflesso della vetrata opaca della porta una sagoma che si stava precipitando verso la finestra. Lei ebbe un sussulto, e aprì la porta immediatamente; il coinquilino, sentendo il rumore, si era precipitato pure lui nella camera, assistendo alla scena. Notarono che il ragazzo era in un angolo, vicino alla finestra, in posizione fetale, con le braccia strette ai ginocchi piegati, e con i pantaloni bagnati di lacrime. Lei gli si avvicinò e gli chiese cosa gli stesse succedendo. Lui la abbracciò, e pianse, supplicandole tutte le scuse del mondo. Lei chiese al coinquilino se potevano essere lasciati in pace, da soli, in quel momento. Lui obbedì, e se ne andò. Appena uscito, non sentì più nulla, fino alla mattina dopo. Ora ne leggeva pochi di libri, quando non aveva nulla da fare o quando aveva la mente più sgombra dai pensieri. Per il resto, Maso preferiva stare con lei. ********************* La risposta migliore a tutto questo. Un boh, che vale tutto. Che gliene frega di questo dramma che mi sto creando personalmente, con tutte queste costruzioni personali gravide di paranoie e nevrosi intime. In dieci minuti eravamo a casa, mentre la valigia continuava a dondolare su se stessa per il pavimento contorto e poco


agibile per le rotelle di un valigione usato e comprato ai saldi. Cominciai ad indagare tenendomi in bocca tutto il livore possibile della cosa: non dovevo fare altre scenate come quella passata, in cui pretendevo con fermezza e con incoscienza delle soluzioni inconciliabili con la realtà effettiva. La sera dopo uscì con un mio amico gay per le strade di Firenze, per poi fermarci fino a mezzanotte in un locale omosessuale per prenderci un po’ di birra. Ecco, Michè. Michè vagava solerte al passo della sua cerca; voleva avere, voleva possedere, voleva vivere... ...il piccolo amore infruttuoso per lui era il piacere più grande. Godeva di poco: quella brama di passione tangeva le sue corde, vogliose di vita... Mi parlava di come gli piaceva un ragazzo con cui era uscito poco tempo prima: gli avrebbe fatto da quanta voglia aveva in corpo sesso orale, veloce, da come gliene veniva goduria a farlo. Camminammo per le strade ancora vuote della città, dentro era il deserto. Un locale al neon, pacchiano, di dubbio gusto, ove per lo più si riuniscono anziani e adulti con amici e conoscenti, oppure coppie gay assetate di cocktail. Capitò quella sera un trio interessante: una coppia con una ragazza, americani, incapaci di parlare in italiano. “Lei is beautiful. I’m so sorry but I can’t stop me to say you I wanna you kiss in your mouth, nella bocca sua, e touch suoi capelli, hair, biondi e long. You are so masculine, male, un virile, e avrei voglia solo di toccarla. Ha un so cute nose, aquilino, e gradevole di corpo mi sembra, you like. Oh, you are...cosa, ma non è gay! Quella lo bacia, Cristo!” Etero, con la ragazza, in un locale gay. La fortuna vince ancora! Per fortuna che non arrivai che a fare solo


pensieri, e a squadrarlo con gli occhi; a pensarci bene, non vedeva altro che la ragazza, quindi era difficile che lo fosse...mi chiedo cosa ci facessero lì...La serata fu piacevole, anche se stavo per crollare dal sonno. Finite le birre ci dirigemmo alla stazione, sebbene lui volesse tornare a casa col taxi, spendendo inesorabilmente una fortuna; lo costrinsi a prendere l’ultimo autobus, così da risparmiare sui costi e per poter risparmiare sul futuro. Uno studente dovrebbe ricordarsi che i soldi scarseggiano se si è solo tali e non lavoratori: un po’ di parsimonia non fa male alla nostra età. “E non sopporto che tu continui a buttare i tuoi soldi in sigarette, cavolo! Ti bruci dei soldi che potresti usare per fare la spesa, anche se fumi due pacchetti alla settimana. Beh, io posso fare la morale (oltre a non-fumatore sono figlio di un tabaccaio, di conseguenza il primo a sconsigliarti di fumarti il vitto), e ti consiglio di ascoltarmi sull’importanza di un pacchetto. Potresti comprarti al suo posto una minestra pronta: buttata nel fuoco, con un po’ di olio e aglio; mescolata e pronta per essere gustata con un po’ di pane, anche raffermo, se proprio non ne hai uno fresco (consigliata la cresta sul pane della mensa!)”. Il waffel al Burger King concluse tutta la serata, e la pace della giornata, e infine la tregua dell’intrigo. Dapprima chiamai il proprietario per sapere se era possibile ottenere i codici in tempo: lui mi esortò ad inviargli la mia email per avere la ricevuta dei dati. ************* Erano le dieci di mattina del primo giorno di Primavera quando un passante, vestito alla buona e con una dose decisa di volontà personale, ebbe l'idea di passare il resto della mattina lontano dalla città. Dove viveva vigeva il caos delle macchine, il rumore dei café e delle piccole paninoteche locali, dei bar e dei chioschi improvvisati, sempre piene di turisti e abitanti affamati e assonnato. Ogni mattina gli era d'obbligo fermarsi in uno di


questi posti per rifocillarsi dalla nottata precedente, stavolta diresse il suo passo in direzione della porta antica del quartiere in cui soggiornava, fuori dalla zona più urbana, diradandosi verso altre zone, prima residenziali, poi più verdi, con lunghi viali alberati e piccoli parchi. In pochi minuti era lì, una piccola zona ricolma di pioppi, querce, ciliegi in fiore e cipressi, con un prato arricchito nel suo manto verde di margherite, soffioni e denti di leone; in fondo alla località si trovava un rialzo scalinato volto ad un mausoleo nascosto tra gli arbusti, abbandonato alle edere e ad altre piante rampicanti. Mentre passeggiava per il piccolo parco notava in distinzione, tra le famigliole di vario genere (una famiglia straniera seduta sotto un albero a riposare; una coppia omosessuale che amoreggiava su una panca attigua, delle attempate signore che controllavano da lontano i propri nipoti intenti a scalare alcune delle attrazioni pubbliche adibite al gioco) vi era, vicino alla scalinata, un ragazzo, intento a disegnare su carta, con una piccola matita in mano. Era vestito in maniera semplice, forse un poco trasandata, con colori autunnali e atipici nell'abbigliamento locale, e i capelli erano legati in fondo da un piccolo nodo fatto con un elastico improvvisato. Teneva un gomito appoggiato alla gamba, in posizione riflessiva, mentre iniziava a disegnare il soggetto di quella mattinata: il piccolo parco. Si fermò vicino a lui, spontaneamente. “Cosa pensi di disegnare oggi?”, gli chiese, quasi come se lo conoscesse da tanto tempo; “Come, scusa?”, gli domandò stupito; “Qual è il tuo soggetto?”, “Questo parco, non si vede?”, e gli indicò con un rapido gesto, usando la matita che teneva in mano, l'intera località circostante. “Perché hai scelto questo posto?”, “Come ma le interessa così tanto?”, “Sono a fare una girata, e m'incuriosisce la sua presenza, nient'altro...”, “Beh, se o vuole davvero sapere, è una bella zona, molto tranquilla e silenziosa.” “Solo per questo?”,


“In realtà per altri motivi, ma non vedo perché raccontarlo a lei, che manco la conosco!”. E riprese a disegnare. Il passante allora si discostò dal pittore e salì per la scalinata a destra, controllando ad ogni passo di non scivolare nel muschio; arrivato sulla parte mediana della struttura, cominciò a scrutare la tutta la zona, e lentamente notava come il vento primaverile cominciasse a far ondeggiare leggermente tutta la flora, dal mare di erbette fino agli alti cipressi. Rimase lì a fissare quel moto continuo degli alberi per un minuto intero, fino a quando non discese per ritornare dal pittore, per parlargli di nuovo. “Hai notato come gli alberi si muovano durante il zefiro primaverile?”. Questa interruzione al suo disegno lo portò a errare, disegnando accidentalmente una linea spezzata breve lungo il disegno preparatorio, e cominciò a borbottare. “Ma lei, perché è tornato a parlare con me?”, gli disse con tono alterato; “Non te la prendere; volevo solo dirti che è particolare, tutto qui...” “Particolare cosa? È normale per gli alberi ondeggiare? C'è il vento!” “Un bel vento, si. Però...è quasi straordinario come si muovano questi arbusti, non trovi?” “Non la seguo, scusa. Sarei più interessato a disegnare, a cercare di preparare qualcosa, ma se lei mi disturba, dubito che potrò fare qualcosa…quindi, veda lei...”; “Mi spiace se ti blocco la tua ispirazione. Nota però per bene come si muovono gli alberi...”, e gli indicò col suo dito il pioppo davanti a loro: tutti i rami ondeggiavano uniformemente, con una lentezza leggiadra, i cui colori riflettevano parte della luce del sole, variando assieme alle foglie a diverse tonalità del suo colore naturale. “Non trovo nulla di speciale; è solo il vento che passa tra i rami e li muove...”;


“Io noto di più!”, “Buon per lei. Io non gliel'ho chiesto. E ora mi lasci in pace...”; ma il passante volle continuare questa discussione. “Tu cosa pensi della condizione di vegetale?”, e il pittore si fermò ancora una volta, sviluppando un certo astio verso il passante. “Lo vuole capire che avrei ben altri interessi stamattina? Ho da disegnare! Non mi interessa sapere se uno vive da vegetale o no...”. Sembrava deciso a concludere questa storia, ma inaspettatamente: “...anche se vivere da vegetale sia un controsenso...”; “Allora mi stai a sentire!”, e con lena chiese: “Tu credi che non ci sia vita se si è vegetali, no?”; “Aspetti, era solo una battuta personale. Non sono interessato a voler continuare questo discorso con lei...”; cercava di ribattere in difesa il pittore; “Avanti! Perché per te sembra un controsenso vivere da vegetali?”. Il pittore si fermò, posò il suo lavoro sul prato, e scese dalla piccola seggiola portatile per stendersi sul prato, per lui molto più confortevole per chiacchierare. “Vedo che oggi non lavorerò affatto...senta, ho capito che lei non la finirà più se io non inizio a chiacchierare con lei, quindi, ci sto, l'accontenterò. Tornando al punto. Per me vivere è più una cosa da esseri animali, quindi tutte le creature animate in sé; un arbusto ha la linfa e diversi processi chimici che lo fanno crescere e progredire quasi come se fosse un animale, ma non lo è.” “Non lo è, perché?” “Perché non è animato. Semplice; hanno quasi tutto quello che servirebbe per compararsi agli altri esseri, ma non potendo muovere nulla di loro spontanea volontà, sono vegetali. E non credo esista vita nell'essere così. Ho risposto alla sua sete di conoscenza?” “Ed è interessante, non trovi, che appunto ci sia un senso di vita solo nel fatto di muoversi, di essere animato, e di essere dinamico, non statico?” “Adesso dove vuole arrivare?”; “Voglio dire che, guardando gli alberi, ho intravisto come un muoversi, un palesarsi, sì dipendente dal


vento, ma quasi come se la loro attività volesse produrre una comunicazione, un contatto con ciò che ci circonda...anche noi, non siamo dipendenti da qualcosa?” “La prego, non faccia discorsi del cavolo...ora, una pianta che comunica qualcosa è allucinante. È solo per il vento che si staglia sulla loro forma, e li agita. Non si animano per così poco. È roba da romanzo di fantasia.” Per un attimo pensava di averlo ammutolito, e invece subito ripartì. “Cos'è il vento, scusa?” “Ma come cos'è? È solo un agente atmosferico dovuto a molteplici combinazioni di pressione e di clima. Che vuole dire adesso? Che è una magia?” “No! Voglio dire che il vento fa muovere le cose, ma ce le fa anche notare.” “Notare?” “Io noto che si muove la pianta solo per il vento. Lei prima era fissa, e la linfa passava da una parte all'altra del suo complesso sistema di rami e foglie. Col vento ondeggia, e acquista un senso di movimento, e sembra quasi che viva, che rimanga fissa nella sua forma di sistema di rami nell'oscillare, e non si disperda...” “Anche un masso non si disperde, perché è perfettamente compatto, eppure non è vivente come potrebbe essere un cavolo di albero. È una pietra! Non ha la linfa!” “Tu non hai mai la sensazione che il tempo sia al pari del vento?” “Per una questione di assonanza, sì. E basta...” “Tutto si muove col tempo. Tutto si muove col vento. E io vedo quelle piante muoversi perché il vento le colpisce, e capisco che vivono perché il vento le fa ondeggiare, e capisco che il tempo passa perché vivono.” “Ora non la seguo proprio...” “Guarda in questo momento...”; e si azzittì, lasciando per qualche secondo in pace il pittore, sul punto di cedere (a livello di nervi) per via di questo dialogo. In quel momento un leggero venticello si disperse nel prato, facendo oscillare le piante, e riempiendo di luce le persone che dormivano ancora ai piedi del tronco di una quercia, anch'essa mossa. “Ha ondeggiato. Non ha fatto altro...”


“Ma non vedi come il vento ci fa intendere che il tempo è passato? Prima erano immobili, ora si muovono, ora ondeggiano, ora tornano fissi. Tutti questi piccoli punti se vengono uniti formano il tempo passato, e ti va capire come il vento stesso sia quasi un fenomeno del tempo. Il senso dell'esistenza è quasi legato a questi due elementi.” “È solo un maledetto vento. Non c'entra nulla il tempo!” “Secondo me, sì. È come se il vento fosse lo spirito del tempo. E noi tutti, respirandolo, e facendoci permeare da questo, viviamo, e passiamo avanti. Ma come le piante anche i cosiddetti alberi maestri, senza il vento, lasciano le barche in balia del mare, calmo, fisso, portando alla morte i naviganti.” “Ora…cosa c'entra il mare con gli alberi...sono metafore senza senso, via...” “Tutto vive quando c'è vita nell'aria, e si muovono gli oggetti. Se fissi, non sanno di vita.” “Vuole sapere cosa ne penso io?” “E cosa, scusa?” “Penso che sia un racconto senza senso, questo. Perché diavolo un passante dovrebbe chiedere ad un pittore, interessato a dipingere, il senso delle piante, quando dovrebbe solo passare e lasciarlo in pace? Io non la conosco, e non le voglio del male per quello che sta succedendo, ma io le consiglio di lasciar perdere altri discorsi del genere, che sanno di poco. Sono troppo articolati, e finiscono per perdersi ai quattro venti...accidenti a lei, che mi fa usare questi termini, m'ha fatto impazzire con questa storiella. Ho perso fin troppo tempo a starla ad ascoltare mentre ciarla su un colpo di zefiro, su venti, pioppi, foglie, tempo e via scorrendo; ora non mi ricordo più cosa disegnare e sono costretto a ricominciare da capo. Le ripeto cordialmente, per l'ultima volta, che sono discorsi, sinceramente, davvero annoianti, e a cui non voglio più accostarmi. Per cui, veda di lasciarmi in pace, e di farmi dipingere.” “Quindi non credi sia meglio continuare a parlare di tutte queste cose?”


“Senta, io sono qui come pittore, e vorrei stare qui, quieto, a fare quello che fanno tutti i pittori, cioè dipingere. Lei vada da un'altra parte, a rompere le scatole. Io sono piuttosto occupato, e si ritenga fortunato che io non l'abbia cacciata in malo modo.” “Ok...” “No, anzi. Per il bene comune, le consiglio di chiudere qui la storia. Davvero, una migliore non poteva farla? Manca di azione, di struttura, non sa di niente. Migliori la formula narrativa, e certi episodi non accadranno più. A momenti pensavo di parlare con uno che si è appena fatto una canna! La smetta di scrivere, ora.” “Ok...” “E questo vale anche per te, Nicodemo; sennò che figura ci fai con il lettore?” “Hai ragione, Frank...”


Capitolo undicesimo

Descrizione degli ultimi casi nell’arco di una settimana: DANTE: “Ok, Nicodemo, ok. lo so che non ti piaccio. Tanto ci conoscevamo da soli quattro giorni, siamo usciti solo due volte, non c’è bisogno che ti disperi così tanto. Hai fatto bene a farmelo capire e a dirmelo a voce. Non hai usato la chat e sono felice di questo. Spero di rivederti in giro, perché mi piaci tanto quando baci e quando mi accarezzi il volto. Sentiamoci, ok?” (poveretto...quando si dice essere dei cani con chi è buono con noi! Se solo fosse stato più bello, quel bello che mi faceva esplodere il cuore...bravo Manzoni, bravo: “Ma che ne sa, il cuore?” “Non ne sa proprio niente!” ...già...niente…) VALDO: “Sei molto carino! Mi arrapi da morire con quella barba da leoncino e quegli occhi marroni da cucciolotto. Quanto vorrei che me lo mettessi nel ciapet! No, non ci siamo. Non mi piaci come carattere. Sei carino, sì, molto bellino, ma sei troppo macchietta! Troppo piccolo per me [ventitreenne]; hai da crescere dolcino bello! No, forse è meglio se rimaniamo amici...” GIANCARLO: “Dio, come sei bello. Più bello di Ciaula [il suo coinquilino siciliano, l’amato perso di un personaggio poco credibile!] Mi piaci con quella barba e con quel tuo fare coccoloso e dolce. Ma basta con questi preliminari, che mi stai facendo scoppiare! Non vuoi che te lo metta? Ma sei attivo? Ahia! Anch’io lo sono...non vuoi provare? Stetti con un ragazzo per diversi mesi, e gli piaceva! Io? Io ancora mi ingrifo per le ragazze, non


tanto quanto per i ragazzi, certo. Sì, bisessuale! Attivo, purtroppo per te!” Per fortuna che con nessuno di questi sì arrivò a fare sesso in maniera completa, né in un modo né in un altro. Con gente come il sottoscritto l’erezione diventa tortura. Degli ultimi appuntamenti uno dei migliori. Era passata un’ora ed ero al Piccolo Caffè vicino a Piazza Santa Croce. Un bel ragazzo moro mi si avvicina e comincia a chiacchierare con me. È nervoso, ciarliero, simpatico e sorridente. Due occhi leggeri. Ma ha almeno dieci anni più di me. Di solito l’approccio classico del vecchio è semplice, anche se varia da persona a persona (richiederebbe un vademecum completo di tutte le personalità e le possibilità di incontro, il che è impossibile per la mia poca esperienza nel settore):  “Hai da accendere?”, questa domanda viene posta solo dopo aver passato un minimo di sessanta secondi a fissarti di volata, senza che tu lo possa effettivamente notare. Ti osserva mentre gli passi l’accendino, per capire se il tuo atteggiamento è effeminato o virile (la preferenza è casuale a questo mondo!)  “Come va?”, alla stessa modalità di consequenzialità, lui prima ti studia e poi va avanti. È l’inizio della chiacchierata, con uno anziano e uno giovane. Si capisce che è veramente interessato a te quando la conversazione dura per più d’un’ora, con la continua, e quasi assillante, parlantina del primo.  “Vuoi da bere?”, e qui è pericoloso; chi si ubriaca intende poco ed è facilmente assoggettabile, specie se si parla di ragazzi giovani e con poca esperienza. Tra l’altro questa manovra è tipica di chi cerca carni tenere per una notte, per puro sfizio. C’è da aggiungere che l’anziano qui inteso può trattarsi sia di un sessantenne, come di un cinquantenne. Non si parla di trentenni o di quarantenni, accettabili se giovanili e solari per la maggior parte dei giovani: non poche volte alcuni ragazzi della mia età hanno accettato


le avance da persone dal divario di dieci o quindici anni. Il caso del trentenne fu il mio. Una pizza da Totò, in piazza Santo Spirito, e la sintonia era inusuale. M’aveva invitato là, per allontanarsi in quei posti la cui percentuale di pederasti era al di sopra da ogni immaginazione. “Giochiamo a flic e floc?” mi disse in una panchina vicino all’ultimo ponte del Lungarno. Entrambi abbiamo il passo veloce, sordo all’assenza nelle vie del borgo dell’OltreArno, col nostro andare in coppia, con uno dei due che guarda l’altro e questi sommerso dai pensieri che guarda puntando il naso da aquilotto il fondo della strada. Era quasi mezzanotte e io volli scommettere qualcosa che lui non sapeva nemmeno che fosse. “Cosa?” mi disse; “Lo scoprirai”. L’appuntamento migliore? No, uno dei tanti. DANIEL: “Lo sapevo che mi volevi baciare. Senti, era solo per conoscersi, per vedere come eri...io non bacio così, alla prima. Mi spiace. Hai ragione a volerlo fare. Hai vent’anni, io trenta! Comunque mi fa piacere incontrare gente nuova, conoscere altre persone interessanti come te. È stata una bella serata poi, con tutto quel divertimento! Tanto ci si rivede, no? Io tanto c’ho da finire la mia tesi su Agraria, per il dottorato. Dai, continua a studiare te! E non finire come me ancora a studiare a quest’età!” La ricerca continua, la ricerca è il perseverare di ottenere in quell’infinità delle possibilità matematiche presenti dell’universo quel grano di speranza esistente nel cosmo caotico dell’ordine quantistico che ti dica alla Luna, al Sole e agli astri: “Sì, sì, voglio sì” (explicit dell’Ulisse di Joyce; non è un caso che citi il finale, perché alla fine si dirà quello che si vuol dire, ovvero che la vita propria in tutto il terribile, mefistofelico grovigliato


pasticciaccio disintegrativo abissale dell’esistenza, permeato di follia incelata, di disastrosi fati contrassegnati dalle forze avverse in gioco, e di deliranti psicopatogenici momenti culminanti di emozioni e raziocinio, abbia la sua vittoria nella semplice vita, nel vivere). “Come è andata la serata, Nicodemo?”; “Normale....normale...” “Cosa hai mangiato di bello?”; “Mah, una cosuccia in pizzeria...” “Con chi eri?”; “Con amici, tranquillo...con un amico...”

26 luglio 2015 La lettura è lettura: non si guarda mai all’apparenza quando si parla di un buon libro. Ogni volume, ogni romanzo, saggio, testo teatrale, raccolta di racconti o poesie o frammenti o aforismi, critica di vario genere, pamphlet è distinto e uguale a tutti gli altri. È distinto perché racconta una storia diversa dagli altri, pur adottando una tecnica diversa di narrazione (divulgativa, informativa, narrativa…), ma è uguale perché ognuno detiene la stessa libertà di tutti gli altri libri. La libertà di essere letto a discapito di qualsiasi forma attribuita, quale colore, edizione, formato e specialmente dimensione. Un libro di notevoli dimensioni può contenere verità superiori a quelle di un piccolo volume, come viceversa. Sarebbe scorretto pregiudicare un libro solo per questi dettagli, in particolare per l’ultimo. C’è però chi lo fa, come questo soggetto in questione. Dino, un ventitreenne sfaccendato e abulico in tutto. Non è che criticava i libri lunghi, o in qualche modo deteneva qualche ragione forse valida nel non volerli leggere. Assolutamente.


Dino odiava i libri troppo voluminosi. Non c’era nulla di razionale in questo odio assurdo e razzista. Ogni volta che passava in qualche libreria della sua città, quando chiaramente non trovava alcun altro interesse in quella situazione, evitava categoricamente ogni sguardo verso la letteratura “dei tomi a mattone”, come gli piace chiamarli: libri dalla grandezza elefantesca, lungi smisurati, in cui si intrecciano sempre più trame, personaggi di ogni genere e luoghi disparati, a tratti impossibili. Erano troppo per i suoi occhi; per quando non lo fosse effettivamente, si era da tempo diagnosticato una forma particolare di astigmatismo, che gli precludeva ogni lettura superiore alle duecento pagine. Nonostante ciò, non aveva mai tentato di correggere tale “difetto”, magari con una breve visita dall’optometrista, o da un ottico. Si teneva il danno, e placidamente si doveva giustificare ogni volta così. Generalmente Dino preferiva passare il cosiddetto “tempo morto” (sempre una sua affermazione) in una breve lettura, piacevole, leggera; infatti, nelle occasioni in cui entrava in una libreria, dopo aver salutato il cassiere e i vari lavoratori indaffarati alla classificazione dei libri si dirigeva automaticamente, senza nemmeno pensarci troppo, verso gli scaffali dei tascabili economici. Erano vicini agli scaffali dei tomi, e di fatto aveva un certo disagio a vederli, nel modo con cui riempivano gli spazi da un volume all’altro, nella ridotta scrittura del titolo, nell’austerità dei loro colori, nel peso effettivo che poteva comportare nel portarli a mano. Dopo aver emesso un breve brivido, al solo pensiero di dover uscire dalla libreria con tutte e due le mani occupate da un unico volume, o nel malaugurato caso con la borsa a tracolla completamente piena, quasi a rischio di sfondarsi, puntava gli occhi sui più lieti scaffali dei tascabili. Dino ne prendeva sempre uno qualsiasi, a volte di un autore preferito. Lo teneva in mano con grande facilità, dato il peso di nemmeno un centinaio di grammi; aveva, come tutti gli altri, una rilegatura molto semplice, ma


una certa complessità nei colori e nella minuzia dei caratteri in cui si leggeva il titolo e il nome e cognome dell’autore. Per fortuna del librario usciva sempre con un libro, anche se bonariamente gli chiedeva come mai, da diversi anni, non avesse mai tentato di leggere qualche libro audace come i tomi. Non faceva altro che giustificarsi, prima dando la colpa al suo astigmatismo, poi alle sue economie, e infine alla sua voglia di leggere poco. Tra le tre, quest’ultima vince il premio in quanto a incoerenza e stupidità. Come se fosse un lettore occasionale, da numeri quali tre, cinque libri all’anno. Dino ne leggeva altrettanti, ma in un mese. Era per sua fortuna anche abbastanza veloce, e per di più molto attento alle trame. Nel suo appartamento da scapolo (un piccolo trilocale in centro) c’era una stanza adibita a studiolo: non vi scriveva, ma in una piccola poltroncina si sdraiava, con molta improvvisazione, e si immergeva nella lettura. C’erano all’incirca oltre centotrenta volumi, tutti raccolti in quasi quattro anni di soggiorno: si trovavano in continuazione solo ed esclusivamente volumi brevi, che non arrivavano alle duecento pagine circa per la maggiore. Non c’era alcun romanzo lungo, corposo, ricco di capitoli lunghi e parti dalle dimensioni epocali, magari firmato da qualche predicatore dell’Ottocento o da qualche sperimentatore della pazienza altrui. Nemmeno questi gli garbavano: erano troppo per lui e per la sua incorreggibile facilità ad annoiarsi. Nella sua biblioteca privata c’era anche un piccolo scaffale in cui erano riuniti tutti i libri dello stesso autore: costui era diventato famoso nel suo paese per la grande capacità di saper descrivere con una grande sintesi scenari, idee e azioni a volte particolarmente complesse e difficili; laddove qualsiasi altro autore avrebbe impiegato una pagina per raccontare un simile evento lui invece poteva riassumerla in poche righe, senza sminuire il grande impatto visivo prodotto. Autori del genere al giorno d’oggi ce ne sono in grande quantità, ognuno con abilità più o meno eguali nell’ambito della sintesi narrativa; il rapporto che si era


creato tra il soggetto e questo particolare autore però era tale da non perdere mai un’uscita. Aveva raccolto da anni, ben prima di trasferirsi nel suo attuale appartamento, tutti i suoi libri, i quali spaziavano dal romanzo alla novella, fino alla poesia e alla saggistica. Su centotrenta volumi almeno una sessantina erano di questo solo scrittore: una proporzione assurda se si pensa che la parte restante se la dividevano in almeno una decina di scrittori. E dopo averne comprato uno, ogni volta, sorrideva all’apertura di un suo libro, ben più di qualunque altra lettura, e diventava poi ansioso nell’attesa della sua prossima pubblicazione, la quale era prevista in quei giorni. Era da poco passato il furgone delle consegne della casa editrice proprietaria della libreria ove andava a comperare i libri; appena entrato, si diresse nel suo solito scaffale dei tascabili. Non vi trovò alcun nuovo libro. Immediatamente si avvicinò al cassiere per sapere se era proprio quel giorno la data della pubblicazione; alla loro affermazione gli chiese fulmineo che fine avesse fatto il libro, e se era stato già venduta tutta l’edizione. In realtà il volume in questione non era ancora stato comprato da nessuno, poiché il primo della giornata era lui (erano le otto e cinque di mattina, e avevano aperto da pochi minuti), e per di più non si trovava in questa occasione nello scaffale dei tascabili, bensì nell’altro. Gli chiese quale. Lui gli disse che se non era quello era l’altro, che lui ben conosceva. Gli si gelarono le vene. Corse verso lo scaffale dei tomi, e in pochi istanti vide il nome del suo scrittore preferito tra questi, stampato su un volume terribilmente lungo, enorme. Era bloccato dallo stupore: da oltre vent’anni non si era mai cimentato questo scrittore nella stesura di libri che oltrepassassero la soglia delle duecento pagine, e in quest’occasione s’era deciso a produrre un tomo di oltre settecento pagine. Rimase per qualche minuto a fissarlo, e poi, con coraggio, lo prese in mano, strappandolo via dalla gravità


che lo incastrava tra gli altri volumi, macigni veri e propri; appena lo ebbe in mano gli toccò farsi aiutare dall’altra, come temeva da sempre. Col rossore in volto, si diresse alla cassa, camminando in maniera stramba, essendo quella la prima volta in cui portava tra le mani un libro così pesante. Alla cassa trovò il librario alquanto allibito per la sua scelta, e a tratti lo canzonava per il fatto di aver tradito il suo impegno alla lettura breve. Dino gli chiese di star zitto e di batterlo alla cassa, usando termini che si preferirebbe non esporre. Gli toccò mettere il libro dentro la sua borsa, e ad ogni passo che faceva il suo timore, che o il laccio o il fondo della sua borsa si rompesse per il peso immane, aumentava. Arrivato a casa, lo depositò nel tavolo dello studiolo, senza aprirlo nemmeno per dargli un’occhiata. E così fu per un giorno intero, in cui lo passò senza fare alcun che. Il giorno dopo, dopo colazione, entrò nello studiolo e lo fissò, immobile. Alla fine si decise e aprì la copertina: “Landa ferina: storia di una giostra”; un romanzo d’avventura e storico al tempo stesso. Non potendo prenderlo ancora una seconda volta in mano si sedette sulla sedia della scrivania, e cominciò a leggerlo, come se fosse un amanuense del Medioevo davanti ad un Codice. Iniziò a sfogliare l’indice; entrò nel panico vedendo la sfilza di capitoli, parti e appendici. Dio solo sa quanto Dino ci avrebbe messo per leggerlo tutto! Era tentato di uscire di casa e dirigersi in libreria, per cambiare il libro, o almeno ottenere indietro i soldi della vendita. Immaginò però la figura misera che avrebbe fatto davanti al librario, e pur di non dargli alcun piacere, si decise a tenersi il libro e a cominciarlo. Iniziò dal primo: era in medias res la narrazione, e la scena era ambientata nel Rinascimento; c’era un ragazzo, alle prese con una giostra cavalleresca, in cui tentava di vincere, nonostante la sua giovane età. Gli era particolarmente difficile: il tempo e i vari giocatori gli rendevano la vittoria sempre più incerta, quasi impossibile. Sembrava però al ragazzo che qualcuno lo stesse osservando, o forse guidando, da lontano.


Era passata una mezz’ora e il primo capitolo era già finito. Toccò al secondo. Dopo un’ora passò al terzo, poi al quarto, e così per tutta la giornata. Dalle undici della mattina fino alle undici della sera Dino aveva passato tutto il tempo a leggere quel romanzo, senza mangiare o bere o espellere o uscire di casa. Aveva sorpassato dopo poche ore il suo limite, senza nemmeno accorgersene. La storia l’aveva emozionato: la giostra non era ancora finita eppure sembrava sempre più ardua, perché si estendeva pressoché in tutta la città, e vi si univano anche giovincelle, dame di corte, mastri e liutai, podestà; insomma, quasi tutta la popolazione era alle prese con questa competizione, tranne uno, il quale sembrava non voler uscire dall’ombra. Non era stanco, in testa aveva solo questo racconto, e l’ossessione lo portò a continuare la lettura. Così andò avanti fino alla mattina dopo, e Dino si era come legato a doppio filo col personaggio in questione, tanto da vederci la sua situazione. Era arrivato, dopo quasi trenta ore di lettura, alla fine del romanzo, con grande meraviglia per le sue capacità. La giostra era finita, e il ragazzo aveva vinto, e proprio quando si era avvicinato al personaggio nell’ombra, intravvide per qualche istante il volto di qualcuno che conosceva fin troppo bene; era sul punto di esclamare il suo nome, quando all’improvviso scomparve, concludendo la narrazione. Lo disse Dino: babbo! E appena l’esclamò, chiuse il libro e cominciò a lacrimare, in silenzio. Dopo aver finito ripose l’ennesimo romanzo di suo padre nello scaffale, e se ne andò a letto, con un torpore nel cuore. 29 agosto 2007 L’Ingegnere Talenti riunì nella notte successiva all’episodio tragicomico la giunta comunale, per poter trattare con maggiore chiarezza il perché del fallimento della precedente idea. Alla seduta si riunirono anche il


sindaco Espreri, il deputato Sinisteri, l’industriale Roncelli e l’avvocato Riverdi, tutti nella sala grande del palazzo comunale. Si è riusciti ad ottenere una registrazione segreta dell’incontro, data l’inflessibilità dell’ingegnere a rilasciare interviste dopo gli eventi accaduti. “È scioccante il fatto che non si riesca a mantenere l’ordine in città, specie durante un avvenimento del genere.” (a parlare ora è il sindaco, davanti all’avvocato e all’industriale); “La colpa non è nostra se quei graffiti maledetti appaiono in ogni momento. Anche la polizia non ha potuto far nulla davanti ad un simile evento.”, (quello che ha appena puntualizzato è l’avvocato). “Dio mio! Ma proprio ora doveva accadere una grana del genere?”(a bofonchiare è il deputato) “Tra l’altro, in un momento così importante, con alle porte le elezioni regionali…davvero straordinario…”; “Sinisteri, non ci può interessare la tua situazione politica. Qui si parla di cose serie. Ben al di sopra della tua storia.”, (è entrato in scena l’ingegnere). “Tu credi che non lo sappia? So quanto sia importante il festival, mio caro Talenti. Lo è per tutti i qui presenti!”; “Parlate per voi, io sono fuori dentro la vostra storia…” (questo è il sindaco) “Di quello che è accaduto tempo fa sapere che io non ero al corrente. È vostra la rogna, non la mia.” “No, caro sindaco. Ci sei dentro anche te. E anche te, mio caro industriale. E pure tu, avvocato! Tutti i qui presenti siete dentro ‘sta storia!”, (a urlare è l’ingegnere). “Vacci piano, Talenti. Non ingigantirla più del dovuto. Come sindaco, ho fatto il mio dovere di primo cittadino, ovvero di servire la cittadinanza, fino all’individuo solo, al singolo cittadino in difficoltà.” “Talenti! Sai che se non fosse per la mia impresa industriale non avremo potuto coprirti in quel tuo affare. La grana che ti sei portato te appresso noi l’abbiamo potuto solo fartela evitare fin dove era possibile. Ma oltre non ci siamo spinti.”


“T’ho pure difeso. E tu lo sai, quando alcuni magistrati erano pronti a denunciarti e a mandarti contro le guardie per perlustrare casa tua. Ho dovuto impormi al cospetto del Tribunale per evitare l’inizio delle indagini e l’invio dell’avviso.” “Benissimo. E fin da quel momento non ho mai smesso di mostrare nei vostri confronti il riconoscimento delle vostre azioni. Perché sapevo che chiaramente non sareste stati così stupidi da non credere di essere ormai dentro il gioco.” “Che diavolo vorresti insinuare?” “Significa che sapete come sta la situazione. Sapete perché il festival sia così importante per la nostra cittadella. Sapete perché mai, dopo quell’evento, si è impedito di sospenderlo. E qui vorrei chiudere la questione.” “Non vorrai ora ricattarci con questi anatemi? Vuoi forse dire che ora dovremmo seguire ogni tua disposizione?” “Precisamente” “Sai che nessuno ti si è opposto dopo quel discorso ipocrita che hai fatto qualche giorno fa al consiglio riunito. Ti siamo venuti incontro, sapendo che era giusto fare così. Ma ora, diavolo, quello che proponi è impossibile.” “È l’unica strategia da fare. Non c’è altra soluzione.” “Potrebbe ritorcersi contro. Parli di una mossa che potrebbe portare alla luce fatti che forse sarebbe veglio evitare di far scoprire. Sai a cosa stai correndo?” “Ho parlato con quel signore…” (c’è silenzio per qualche istante). “Sì, avete capito bene. Quel signore. Del bar Impero. Mi dice che è possibile farlo.” “Ma siete impazziti tutti e due? Qui ci salta tutta l’amministrazione se fate come volete voi!”, (a sbraitare è il sindaco). “È un rischio che bisogna correre. O preferiresti che ti facessero saltare altro che il tuo posto di lavoro?” “Minacci, ora? Sai che sono sindaco e potrei…” “E sai chi è quel soggetto lì.” (l’ingegnere ha calmato il sindaco). “Sai di cosa è capace, quando non ottiene ciò che vuole.”


“Dio! Ricorrere a certi soggetti…ma è possibile?”, (è la domanda dell’industriale) “Sì, caro, come hai fatto te tempo fa, per tusaicosa, anche io posso farlo. Che qualcuno risponda a questa domanda di cortesia: “Chi non ha mai chiesto un favore a lui?” (silenzio in sala) “Come volevasi dimostrare. Lasciatemi carta bianca anche stavolta. È la nostra ultima possibilità.” “Lo dicesti anche per quel fattaccio. E guarda dove siamo arrivati!” “Siamo arrivati ad un punto in cui o si fa così o ci toccherà domani abbandonare le nostre famiglie alla stampa e fuggire alla giustizia. Vedete voi…” “Sei solo un maledetto…” (a parlare è il sindaco); “Espreri, vuoi rischiare? Lo sai che ha fatto a quell’uomo?”; “Va bene! Va bene!” “Mi auguro funzioni.” “Dovrà. O saremo spacciati.” “Quindi proponi…” “…lo stato d’assedio. Non c’è altra soluzione.” “Giuro che ti faremmo affogare nella melma se…” “Signori, tutti ci finiremmo. Tutti.”

******************************

Nicodemo guardava ogni mattina, svegliandosi alla meno peggio (a volte è fortunato) e con le cispe agli occhi per la lacrimazione notturna fisiologica, le fronde degli alberi ondeggiare al vento, e si immaginava lui bimbo che si arrampicava felice sul tronco, per raggiungere i rami e, nel caso di stagione autunnale, guardarsi da lì i solchi delle case e le campagne lontane, e nel caso primaverile, fare parassita dei suoi frutti. La tradizione del paese per la sua generazione se ne stava andando a


farsi beatamente friggere, con una inarrestabile dimenticanza delle proprie esperienze legate a quei spettacolari alberi locali: dei pochi conoscenti rimasti nella cittadella, tra Vincenzino, Guglielmo e Sandro, lui oramai con loro non aveva più nulla a che fare, e preferiva le uscite serali con gli aretini, coi figli dei colleghi del babbo, tutti incravattati e imborghesiti in appena pochi anni di università, senza nemmeno riprendersi dall’adolescenza o da qualche momento di libertà anarchica o ribelle; anime ormai prese in pieno da quella magistrale perdita di tempo quale la comunità sociale, o l’impegno politico: per Dio! La maggioranza di loro non faceva altro che acquisti a lungo termine (che diventavano brevi però entro poche sessioni se non si è lesti!) in alleanze o vocine sottili e appartate con i potenti di turno, cogli industriali e coi nababbi che, per potere economico, avevano ancora capacità decisionale nei quartieri urbani e affaristici della città, se non nei seggi, nelle stanze comunali, nei riguardi dell’assessorato. Suo fratello Adriano, cinque anni più grande di Nicodemo, era però un pizzico più attaccato alle sue origini chianine, e vagamente ai conterranei come s’era già narrato; più robusto del fratello, sentiva che prima o poi avrebbe aiutato nonno Santi, perfettissimo nella sua salute ferrea da ottantenne canuto e tarchiato, nella coltivazione dei campi limitrofi, poco fuori da Poggio Fiorito; inoltre per sicurezza s’era documentato anche per una futura professione di giardiniere, così come faceva guarda caso suo nonno da giovane, per raggranellare qualche migliaio di lire all’ora. Un casino di nomi si sforzava di ricordare! Aveva tra le mani una caterva di nomi latineggianti e descrizioni iper-analitiche, cosa incomprensibile per un ex-perito industriale (“Avessi fatto Lingue, Adri, qualche soldo in traduzioni per i siti ce li avresti…”, ma niente, lui era duro…); e poi in quell’immenso almanacco botanico pieno di ricostruzioni dipinte a mano, forte della vecchia edizione Rizzoli-Larousse degli anni sessanta - regalo di natale per il babbo Maurizio che non sapeva che cacchio farsene che gli piaceva piuttosto leggere i fumetti di Diabolik o di Tex Willer (faceva schifo a scuola, per la cro-


naca) - ma come faceva a ragionarci sopra? Il nonno sapeva come fare con quel ragazzone, essendo anch’egli, ovviamente, stato nella sua stessa situazione: “Siamo pieni di alberi qua, Adriano, come fai a non usarli per imparare?”, e poi aggiungeva sempre, “Ma che cazzo di nipoti ho: uno che non lavora (Nicodemo) e uno che non sa lavorare…”, e sempre in un buon raggio d’ascolto per sintonizzarsi con Adriano. Era comunque bello quel libro! Coloratissimo, ideale per un bimbo che voleva imparare ad amare la Natura, prima ancora che scoprisse il vero volto di ella. Al Poggio di tutte quelle piante c’erano solo sei tipi: ciliegio ritardatario (non fioriva a marzo, ma a maggio), fico selvatico (le radici entrarono in casa dei Menetti e dei Salò, gli unici ad averlo, gli scemi…), mandorlo amaro (e il piccolo Vincenzino rischiò l’avvelenamento da cianuro per via dell’amigdalina; prendine un pochino, non dà problemi; prendine troppo, e finisci in sala intensiva), castagno curvo (qualche pezzo di merda l’aveva quasi abbattuto per farne legna), palma sterile (non poteva fare il cocco per via del clima differente; ma era carina come ornamento da prato, all’inglese poi…), abete rosso (durava poco, con questo non si fecero scrupoli ad abbatterlo per le radici). Questi erano i principali, ma tanto non servirebbe speculare ancora; Adriano tanto non c’era stato troppo sopra, e preferì vedere come procedeva nei campi e capire se era meglio lavorare lì, e poi trovare del tempo buono per maneggiare siepi, cespi o cumuli di terriccio per conto dei vecchi residenti del paese, almeno quelli che avevano il buon gusto di decorare le proprie villette e di non farle finire nell’anonimato da periferia urbana. Gli andò davvero di merda però, sempre ad Adriano, qualche tempo prima; per di più fu uno dei primi lavori su commissione, in favore dell’aiuto del cugino italofrancese proprio in quel periodo. “Adriano Talenti”, chiese la voce quel sabato mattina di luglio. “Sì, sì, dica!”, e sentì un leggero tossire prima della risposta, che però lo preoccupò, lo mise in allerta.


“C’è da potare una pianta, ma non so come fare. Lei sa come fare?”, e la voce gli parve strana. “Sì sì, dove e a che ore?” “Sono da poco rientrata in possesso di casa del mio nonno. Lo conosceva il Sanucci?” “Aspe…Annalisa?”, e la preoccupazione divenne legittima. “Sì, lei chi è?” Adriano quando era piccolo ci andava parecchio spesso in quelle zone a pigliare i ciliegi, a succhiare uno ad uno la polpa candida e amarognola solo per vizio di farsi pigliare a calci dal vecchio Sebastiano Sanucci, zio da parte del nonno Remo e parente alla lontana del suo nonno Santi; questo masochismo era congeniale se alla finestra davanti al ciliegio si affacciava Annalisa Sanucci. E lo faceva per Annalisa, la figliola, con le treccine alla Pippi Calzelunghe, le tettine in maturazione pronta, il biancore lattiginoso della pelle, e le labbra del colore delle ciliegie che leccava prima di divorare, tanto per perdersi in un momento di incontro immaginario tra lui e lei, sotto quelle foglioline di ciliegio, col cielo chiaro sopra; da bimbo Adriano non aveva quel sanguigno desiderio di possessione delle femmine, cosa presa anche dal babbo Maurizio e così dal Santi e da tutti i “pseudo puttanieri” dei Talenti – ma le donne lo sanno: cercano le tate per vivere, e se ci provano, fanno “i parolai del palcoscenico, opportunamente tra amici”. Adriano seguitava gli amici a provarci con le femmine da bimbo, ma timido come il piccolo Nicodemo (ma più furbo in verità di lui, anche se preferiva lasciare l’ingegno al piccoletto), si limitava a rimanere appresso alle ragazze come fringuello in cerca di attenzione. Fu una scelta poco felice, perché nella realtà era diventato impossibile un incontro a parole, o fatto di sguardi e di carezze vocali alle orecchie; si aprirono in fretta i vari sistemi immunitari alla follia del controllo battericida; e tutto si fece più limitato, specie per le violenze reazioni allergiche di cui progressivamente avrebbe sofferto prima lui, con allontanamento definitivo dall’albero dei Sanucci, e poi da ogni ciliegio futuro, e poi lei, con l’abbattimento del ciliegio, le bestemmie rivolte a Dio dal nonno per via


delle crisi sempre più gravi di Annalisa per via delle complicanze all’allergene aggiuntivo del fico (ma dov’era il fico?), e il trasferimento conclusivo in città, in arie meno respirabili ma almeno meno infette di pollini e di frutta a portata di mano. E Adriano la vide partire, almeno lei, quel chicco introverso come lui, da quella villetta lasciata al nonno, spenta nelle luci e nel roseo prato. La scelta di Adriano era la sua, e con essa la responsabilità: se poi aveva avuto con quella chiamata la possibilità di riprovarci allora era una questione a parte, per quanto ovviamente fossero comunque fatti suoi e basta. Cioè, poi si videro, ma non c’era molto da aggiungere su quella predestinata coppietta. Adriano non venne con Nicodemo dai Menetti, perché se Adriano seguiva l’amorino infantile, Nicodemo seguiva l’amicizia, più a portata di mano, con Guglielmo Menetti, il buffo e similare figliolo della maestra Menetti delle elementari del Poggio, quella signora gioviale, peperina come il suo taglio maschile alla cute castana, tutta gambe e zero busto, dinoccolata e senza alcun piglio alla dolcezza, che prima della conoscenza con Guglielmo non lesinava il voto di sei decimi a Nicodemo, e che in seguito arrivava anche a dargli pure il cinque per via della sua cattiva influenza e per via del trafugargli dalla pietanziera sempre i mandorli del cognato suo, babbo dello sfortunato Vincenzino. Guglielmo glieli dava con piacere per diversi motivi, consci (non gli piaceva il mandorlo, ma la mamma glieli faceva mangiare per forza; e poi gli piaceva dividere le cose con altri pur di parlare di carte da gioco Pokemon e di cartoni animati giapponesi alla tv) e inconsci (forse voleva salvare Vicenzino da un più rapido avvelenamento, dare tempo al pediatra del Poggio, il dottor Nilo, di trovare la diagnosi giusta, e forse mandare al Creatore Nicodemo; forse nutriva per la madre un’avversione per via dei voti cattivi dati al suo amico nonostante il legame, o perché in fondo nei capelli castani, nel portamento, nelle mancate attenzioni si sentiva così simile a lei, e si auto-odiava allora). Per Nicodemo era il paradiso, in tutti i sensi, perché se fosse durata altrettanto l’amicizia con Guglielmo sarebbe stato lui a morire di mandorle amare. Fino a


quando loro due giocavano – senza il benestare della mamma, che però doveva controllare i compiti di casa del figlio e quelli degli alunni, quindi non aveva tempo per fare gli occhi storti al piccoletto – andava bene: una partitella a ping pong nella rimessa in fondo al giardino, che con tutte le pallinate sulle mura era miracolosamente rimasta in piedi; qualche chiacchierata pomeridiana ilare e leggera mentre giocavano alla Playstation mentre s’ammazzavano agli sparatutto con estrema ferocia e cattiveria nascosta; alcune scampagnate nelle piane di fronte alla casa, a far conoscenza del fico di casa loro, dei suoi rami duri e di quel frutto odiatissimo da piccolo Nicodemo (la vista era bellissima) ma non per mamma Talenti e signorotte attorno, che pagavano la maestrina pur di averne qualcuno di quei frutti molli e pregevoli. E lì Guglielmo non voleva che lui si arrampicasse sul frutto della mamma maestrina, non sopportava che Nicodemo s’arrampicasse sugli alberi e lui si doveva far superare da quel nanerottolo che gli trafugava le mandorle e lo trattava così: e cominciava a tirargliene di santa ragione, usando i fichi duri non maturi, facendo il cattivello, il birbone com’era diventato, coi dentini aguzzi tipici di quando diventava irato con Nicodemo o quando prendeva il frutto della mamma e gli strappava con bestialità la buccia leggera e morsicava tutta la polpa rosa, anzi con più famelicità di Adriano per le sue ciliegie. Forse le due cose non erano così coincidenziali. O forse sì. Un giorno Nicodemo entrò nel giardino dei Menetti senza essere stato invitato, così, per pura abitudine, sganciando la serratura del cancello, e si diresse verso la piana mentre la mamma-maestrina era alla riunione genitori insegnanti con la Graziella (ed era tutta sciccosa, modaiola per le occasioni “mondane”, come quasi tutte le altre mamme; pareva una delle maestrine che stavano rovinando la reputazione delle famiglie presenti dando del ciuco ai figli loro, e subito dopo gli chiedeva qualche consiglio di cucina per il marito troppo sofisticato e poco attento alle voglie nuziali, magari usando quei frutti dell’America che facevano rizzare l’uccello subito). Da lontano però notò che c’era sì il suo amichetto Guglielmo, ma anche una ragazzina, e


quella lì aveva le trecce alla Pippi Calzelunghe; lui doveva solo andarsene, ma ebbe grossa sfiga, quella lì ebbe una reazione allergica improvvisa, e Guglielmo cominciò a urlare in cerca di aiuto. Lui doveva allora avvicinarsi e aiutarlo, e invece, stranamente non visto, scappò dalla piana, e si rifugiò in casa sua, vuota, senza genitori o parenti o fratellone al giro, e non fece parola dell’evento. Le urla di Guglielmo le ritrovava sempre oramai ogni volta che passava per il cancelletto della casa, o intravvedeva loro due ancora nei loro dintorni; era una reazione psicologica, nulla di neurologico, ovvio; gli durò poco, qualche anno, poi scomparve, ma tanto il vaso di coccio della loro relazione s’era incrinato, e non si poteva riparare. L’amicizia si rovinò più avanti, non si mantenne per bene e nessuno di loro due ebbe più interesse a rivedersi: non tanto per l’episodio, ma per il fatto che Guglielmo aveva continuato a seguire Annalisa nelle sue dolci corde, e con lei scoprire un frutto più proibito (per lei) del fico (la variante al femminile…); e non mangiava più con lui, né gli lasciava più i mandorli, non giocava a ping pong o saliva sugli alberi. L’amicizia elementare tra di loro si spense presto anche per via delle distanze createsi nelle successive scelte di studio, e anche per evitare ogni interferenza con l’amico Casanova, che non ne voleva sapere di perdere il vizietto anche dopo la fuga di Annalisa. E diciamo che per Nicodemo, fino ai sedici anni, era rimasto fedele alla ricerca amicale, tenendosi lo sfogo grazie alla sana masturbazione compulsiva e ai film erotici in terza serata su Mediaset. Poi cambiò, si fece un pochino più conformista come Guglielmo, per quanto fosse come il ciliegio di lei, un ritardatario anche nello scopare, di ben tre anni dopo lui (e pensavano pure fosse un asessuato, tipo lo zio Gianni) e cinque dopo il fratello (eh, vabbè, il fratello aveva dalla sua il fisico; che aveva Nicodemo, la furbizia?). Almeno l’aveva fatto nel campo del nonno, che paradossalmente era il luogo richiesto dove imparare a fare l’amore; o a limite a saper “sfondare” la vagina di qualche paesana, che era la tendenza più in rialzo per la generazione sua. Lo fece quella volta


con la sorella gemella di Sandro, Marinetta Fini, entrambi figli di un collega del babbo Maurizio agli uffici commerciali per la lavorazione aurea: Sandro era malvisto da tutti per via di alcuni comportamenti ritenuti ambigui dalla popolazione, che già fin da piccolo non gli avevano creato pochi problemi anche tra coetanei: voleva stringere troppo i bambini con le sue braccia secche e lunghe; li prendeva quando voleva mostrare affetto sulla testa, con le mani scheletriche e delicatissime, e li teneva fermi come fossero bestie pronte per essere maciullate. I bimbi nutrivano per lui un’inquietudine altrettanto strana, inaccettabile, perché quella morsa che faceva ad ognuno li faceva sì piangere dalla paura; ma dentro di loro li creava come un senso di legame, di tocco quasi sessuale, una confusione che, data l’età, rimase in loro fino a quando la pubertà non travolse ogni dilemma fisico. Poi chi s’è visto s’è visto, di lui tutti preferivano non pensarci, mentre con gli anni questa sua possessione andò di pari passo alla sua altezza di centonovanta centimetri, e il volto fine e ovale, gli occhi nerissimi e tetri, e una fisicità quasi paonazza nella sua estrema duttilità. Nicodemo lo conosceva solo perché doveva “attraversarlo” prima di conoscere Marinella, tipico tra gemelli; sempre quelle vociastre di paese parlavano di loro due che se la facevano fin da quando avevano raggiunto i diciassette anni, ma era abbastanza difficile crederci per Nicodemo, essendo Marinella troppo diversa da lui, troppo più floreale, più vicina alle palme di casa loro, così solari e gioiose a sorridere e a svettare sugli altri; così anche Marinella, alta poco meno del fratello, più tondeggiante e sculettante, più provocante e sensuale anche nel fieno in cui lo fecero, quella sera di giugno, due ore dopo che il nonno Santi aveva messo apposto tutto il campo e il fienile in legno e tetto da amianto depurato. Marinella era facile da avere, perché tanto era difficile passare per quello sguardo mortifero di Sandro, che la voleva proteggere, che solo lei reggeva quella possessione fisica che le faceva di tanto in tanto, e che menomale non dovette subire Nicodemo nei primi tempi – appunto…nei primi tempi. A Marinella piaceva il fisico di Nicodemo, e la voglia del pelo ambrato suo


non la fece cadere nell’intrallazzo infantile dell’amorino; gli fece intendere, in cameretta sua, dopo il lascia passare di Sandro, che forse qualcosina si poteva fare, “Che mi garbava tanto toglierti qualche pulce d’addosso! E mi pari bellino con quella chioma che tu hai!”. Nicodemo non era scemo: “Sai del mio nonno Santi?”, e lei intuì troppo bene, “Nel fienile?”. Una velocità assurda, troppo assurda; Nicodemo era fin troppo dentro la situazione, fin troppo divorato dalla voglia giustissima dei suoi diciotto anni di sfogare il suo cazzo in qualche pertugio femminile, di inondare la terra come Onan, e di liberarsi degli ultimi anni di tranquillità scolare, prima dell’enpasse universitario. Quella sera la portò in mano, e sempre con la di lei mano aprì la porticina del fienile, la tenne salda nel farla adagiare al fieno, gliela fece mettere dentro la bottega dei pantaloni per sentirgli il gonfiore; e poi gliela tolse per sbranargli via il camiciotto di jeans e il reggiseno di seta, e poi il seno soffice e profumato di bagnoschiuma, cominciando a farle entrare il sesso nel suo, a tenerla fissa nella sua posizione per farlo arrivare all’orgasmo, tenendosi dritto mentre lei gli penetrava con la lingua ogni pelo del petto nudo. Ma un rumore lo fermò: accanto a lui apparì una figura altissima, e gli occhi erano scuri, ma brillavano. “Sandro!”, urlò in preda al terrore, “Cazzo ci fai qui?”. Lui non rispose, così come nemmeno la sua sorella. Si avvicinò a Nicodemo e lo prese con le sue mani da scheletro, “Ehi, togli le mani! Merdaiolo, vuoi stuprarmi?!”, provocandolo, per desisterlo. Nicodemo notò che Marinella li guardava mentre Sandro vibrava, come mosso da una voglia animalesca: e strinse forte Nicodemo, sollevandolo e portandolo nel mucchio, e lui implose in sé quando sentì il cazzo di lui gonfio. “No, non sono gay. Lasciami in pace. Levati!”, e lo spintonò per fermarlo, e lui quasi godeva nel farsi prendere a sberle da quel bassino di Nicodemo, aspettandoselo quando lo vide in camera di lei che ci provava con la sorellina; sapeva cosa gli sarebbe aspettato quella sera, e la voglia di farlo lo portò a entrare nel campo del di lui nonno. “Su, dai, è solo un gioco Nì, ti verrà voglia anche a te di farlo poi…”,


“Ma muori, figlio di troia.”. Nicodemo gli diede un bel pugno al naso e lo fece cadere. Vide ancora Marinella sul fieno come prima, e le bestemmiò mandandola a cagare: “Mi auguro ti venga la sifilide, maiala puttana. E a te l’AIDS!”, rivolgendosi alla fine sul fratello, che come un idiota aveva tirato fuori l’uccello e se lo mungeva alle sue provocazioni. Menomale che prima dell’apparizione lui aveva raggiunto l’orgasmo, nei pantaloni. Così imparava la lezione: mai scopare nel fienile; ma in camera, a chiave spenta. Bella è l’infanzia quando non si valutano altre variabili, altri disordini. Che a fare racconto del proprio benestare, del proprio essere felici e contenti si fa presto e facile; ma andare a vedere il marcio della provincia, le relazioni interne, i giochi non cattivi ma maligni tra le persone…eh, da piccoli mica si guardano certe sottigliezze; ma di merda ne era piena quel posto, e tutt’ora non si salvava; così nessun posto si salvava, perché se si rimane col cervelletto fisso nell’incanto si rimane incantati in senso lato, cioè rincoglioniti. Avanti di questo passo e sarebbe finito davvero con l’ano occupato da qualche Sandro di turno…ma fosse solo la questione sessuale quello che l’aveva fatto preferire le altre città, gli altri paesi a Poggio Fiorito. Nicodemo tanto a scopare ce l’aveva fatta comunque, mica era finito a farsi violentare! Certe volte non è qualcosa di tangibile che ci porta a prendere delle decisioni; è pur vero che sono così irrazionali gli uomini che è un miracolo che le scelte non siano in realtà dei veri azzardi suicidi. Gli stava stretta una cittadella in sé ridotta a qualche parchino divorato dai pusher, da viuzze che finivano presto e da una trentina di case, delle quali poche veramente distinguibili tra di loro. Dopo lo sviluppo urbanistico degli ultimi quindici anni s’era preferito non andare tanto di fantasia, e giocare con innovazioni o tradizioni, ma andare sul sicuro con edifici fatti su misura per l’azienda edile e per il geometra e architetto di turno, troppi impiegati più nelle pratiche burocratiche che nella progettazione di case (e poi, coi nuovi mezzi informatici, a ricopiare un modello tridimensionale mica ci


voleva una notte; alla fine si riduceva a qualche partitella a The Sims per la progettazione delle case nuove). E crescendo Nicodemo s’era fatto prendere dalla voglia di sperimentare altro: ma niente di originale, seguiva anche lui, per quanto poteva, le esigenze della sua generazione: qualche partita alla Play era tipico in alcune maratone notturne a casa di amici o in compagnia del fratello, nell’accettabile solitudine famigliare, così come passare la serata semi ubriachi a bere birra di quart’ordine presa al supermercato del paese, e parlare di chi s’era scopato e chi no e di chi si doveva ancora scopare sembrava una lista nera del sesso, una figomania indiscussa prevaleva nei dialoghi da ventenni – o poi andare in città e bere non più birra ma cocktail e vedere le amicizie rovinarsi alla maniera di Guglielmo, che tutti si trovavano la figotta di paese e lui sempre a manometterselo in camera da letto col porno nel cellulare (Mediaset era diventata troppo conformista, faceva cagare). Forse la passerotta non l’avrebbe trovata ad Arezzo, con tutte quelle pretese delle aretine di farsi valere al pari degli uomini, e di passare coi loro vestiti serali cupi e sessualmente banali come le modelle del paesone; quanto era inutile mostrare le cosce all’aria con gli hot shorts o le gonne strettissime al culo grosso e al fianco ad ape, e sperare di trovarsi il manzo entro le tre di notte! Ecco un altro motivo per cui era per Nicodemo l’ora di rientrare a Siena, per cui certe pulzelle di campagna, se prima almeno erano sessualmente dirette, ora sono normalizzate alla peggio, semplicemente altrui e non se stesso; eppure così disperate non tanto nell’avere l’uccello quanto nell’avere uno che non le abbandonasse a lungo andare, e non le facesse rimanere ferme ad assistere alla violenza attorno a sé. L’estrema violenza la sapeva anche Nicodemo, e sarebbe scattata in seguito, sibillina come sempre.


Capitolo dodicesimo

Di personaggi di un certo stile il mondo ne è pieno, ma molti di questi lo sono perché gli piace esserlo, mentendo un po' a sé stessi, e finendo per diventare solo ombre, effimere, e di non valere per quello che sono, ma che appaiono agli altri. Non è fortunatamente il caso di questi, che ha avuto il genio di incarnare sì una maschera popolare, ma di volerne essere sua, e viverla per esserlo davvero, senza dover avere un guadagno da tutto ciò. Per le strade alberate del parco comunale, nel capoluogo fiorentino, quando il tempo lo permette e smette di portare ogni due giorni su tre pioggia torrenziale e venti di tempesta, una volta era facile trovare, ora nascosto tra i cespugli, ora vicino agli argini del fiume, ora supino nell'erba della parte centrale del parco, questo particolare soggetto fiorentino, degno di memoria e di racconto. La primavera raramente si dimentica di non portare alla luce certe meraviglie, e ha la cortesia di risparmiarle, per un abbondante tempo, all'oblio della morte. Allo sguardo dei passanti era difficile da non distinguere dal resto dei podisti o dei turisti stranieri: era di statura normale, dalla pancia gonfia e grossa e con un leggero rossore nella faccia; aveva una leggera stempiatura, che non lo faceva sembrare né prossimo alla calvizie né tanto lungi dall'esserlo, e gli occhi di un color marrone scuro. Malgrado l'età non più giovanile e di non chiara approssimazione per chi lo intravvedeva al parco, aveva il particolare vezzo di vestirsi come un hippy americano, nonostante non fosse davvero così povero come una


persona qualsiasi potrebbe pensare davanti al suo vestiario. Generalmente indossava una maglietta ocra a mezze maniche, dei jeans azzurri stracciati ai ginocchi e due paia di sandali, i quali perdeva in continuazione a forza di camminare avanti e indietro per le vie del parco cittadino. Trasportava inoltre, come oggetti oramai d'obbligo nella sua vestemica, o una bottiglia di vino, in vetro, oppure un cartonato di vinaccio da supermercato, scelta dovuta più alla sfortuna che alla propria economia, specie se si dimentica dell'orario dei vinai e delle enoteche più genuine. Non godeva di una grande compagnia; stava per la maggior parte del tempo da solo, al silenzio da lui creato nelle rive o nelle zone più tralasciate del parco, e di certo non si lamentava di questo. Il tempo non gli mancava per fare quello che più gli piaceva. Chiunque stava vicino a lui sapeva che in fin nei conti non era così mite e mansueto come gli abiti parevano mostrare, comportandogli quella solitudine a cui è abituato: se portato ad estreme conseguenze, non sdegnava di palesare un carattere terribile, bellicoso e a tratti violento. Era capace di tutto, se infervorato acquisiva una forza quasi erculea, ed aveva il potere di poter disintegrare, con un pugno o con uno schiaffo, dei poveri tronchetti tenui, oppure dei massi di una certa massa. E non si faceva male; semmai terrorizzava, a suo discapito, i possibili spettatori di tali fervori iracondi. Come se nulla fosse, dopo questi attacchi tipici nella loro routine, ritornava tranquillo: la gente trovava assurdo, incoerente, un comportamento così esagerato, tra la furia distruttrice e la calma più allegra. I più estraniati erano coloro i quali si intrattenevano brevemente con lui, a chiacchierare sul tempo e a scoprire la sua vita. Era se impazzito una forza della natura, ma generalmente era un uomo molto socievole, gentile e generoso, dalla facile risata e dal cuore leggero. Poi, chiaramente, si trasformava in un animale, e se la prendeva con l'ambiente circostante.


La sua vita è dubbia, forse più inventata che verosimile; quei pochi turisti e passanti che si avvicinavano al suo cospetto, naturalmente se il suo carattere lo permetteva, e gli chiedevano della sua vita, non credevano a tutto quello che li veniva raccontato. Secondo quanto diceva di sé, era stato per qualche decennio un attore, e non solo da spettacolo amatoriale di infida qualità, buono per le platee locali, le sagre gastronomiche o i festival stagionali; era abituale nel grande schermo, come comparsa o deuteragonista, sempre nella sua particolare veste di omaccione inquieto e gioviale. Grazie a questa sua verve, e alla sua abilità nell'incarnare l'aspetto più completo dell'essere toscano, godeva sempre di grande interesse per i registi interessati a riportare sullo schermo personaggi del genere. Un regista, purtroppo, durante una prova, aveva assistito ad uno dei suoi sfoghi, ed all'inizio non credeva ai suoi occhi: in preda al suo temperamento, pur di far uscire la bile che aveva in corpo, aveva diretto un suo potente colpo di mano ad un povero tavolo di marmo; di netto, lo spaccò in due parti. L'evento in questione pareva più una leggenda, perché, nonostante l'accaduto, la sua carriera di attore non aveva avuto alcuna influenza negativa, anche se non ne mancarono di casi analoghi. Non era a questo che gli spettatori non credevano: la vera assurdità nel suo narrare era nell'arrivare a dire che, quando non recitava per il cinema nazionale, si presentava alle feste popolari non per fare la macchietta del toscano puro, bensì per recitare poesie. Liriche, composizioni poetiche, sia personali, scritte tra una passeggiata nel parco o tra una bevuta solitaria in riva al fiume, sia di autori famosi, principalmente legate alla sua terra: alle Cascine infatti, quando aveva di solito bevuto più del previsto, si divertiva a leggere ad alta voce passi della Commedia di Dante, in particolare i passi della cantica dell'Inferno, che stimolava sia la sua fantasia sia la sua ira verso soggetti che anche nel suo tempo vivevano.


Più di tutti sapeva che Dante guardava solo al suo tempo, ma agli uomini in generale, che rimangono gli stessi mentre il tempo cambiava. E così pensava anche il suo preferito, Dino Campana, del quale nutriva un particolare amore, come se fosse il suo babbo: e recitava, narrava e quasi cantava i suoi passi dei Canti Orfici, come se dovesse raccontarle alle stelle, al cielo. Ogni volta che cominciava a poetare se in cuore aveva un accenno di rabbia subito si acquietava e tornava ad essere solare e ciarliero. Non credeva che la poesia dovesse essere solo di chi la studiava, di chi la sapeva a memoria per gli studi umanistici e letterari. La poesia doveva essere di tutti, non di nessuno. Renderla sempre più chiusa, elitaria, non avrebbe portato ad altro che a negarla a tutti, e portarla alla scomparsa. Credeva che la poesia potesse, come è stato nel suo caso, cambiare il mondo, le cose, le persone: perciò preferiva, negli ultimi anni, celebrare le poesie della sua terra, la loro musicalità, e da come lo applaudivano gli dava garanzia che, se non proprio il mondo, almeno in quelle serate, davanti ad un pubblico di contadini, operai, impiegati di vario genere, forse un po' di leggerezza portava. La stessa leggerezza che lo ha allontanato sempre di più a dover vestirsi come i signorotti del suo paese, gli stessi che disquisivano di poesia con fare snob e sempliciotto, e a preferire il trascorrere le giornate lontano dalla città, a rifugiarsi nella lettura e nella recita della poesia. Negli ultimi periodi era un po' più difficile trovarlo per il parco; si pensava che si stesse nascondendo anche ai turisti, e che avesse acquisito una strana forma di misantropia, o che si stava allontanando dalla realtà a causa dell'estraniazione delle troppe letture. Tante ipotesi, una più falsa dell'altra. Alla fine lo ritrovarono, ma stavolta non era né iracondo, né allegro. Semplicemente era morto, con in bocca dei versi, che stava per pronunciare, quando la Morte lo trovò prima dei passanti. Se ne andò con un leggero sorriso.


************* Le zanzare colpiscono ancora! Non è più estate e quelle piattole con le ali continuano a rovinarmi la notte. C’è la notte, fuori, è tutto tranquillo, e.…bellissimo, uno stormo pronto a bombardare di aghi la mia pelle! La luce della lampadina appesa al muro segnala delle ombre in avvicinamento. Sono vicine. Tra poco mi bombarderanno. Con quel suo zinzinino di persecuzione rovinano anche la più tranquilla delle serate, rendendola simile ad un duello di strategia (dove possono essere? dov’è il loro rumore? cosa faranno? sono sulla mia pelle? mi stanno già bucando? dove diavolo sono? maledette, non mi avrete mai!) C’è da farne una guerra con queste, qualcosa di spettacolare, all’americana, con tanto di televisioni e di gossip. Già m’immagino i titoli, con “Stragi di zanzare, uccise tre in una notte”, oppure “La macchia è prova! c’è stato un zanzaricidio!”. Arrivano di notte e nessuno riesce a fermarle. Il radar del mio cervello segnala la loro presenza al centosettantacinquesimo centimetro dal mio naso. Prepararsi alla presa immediata, all’annientamento totale! (mi faccio coinvolgere troppo da queste cose, se mi svegli di notte è chiaro che confondo realtà con fantasia più di quanto non faccia già nel reale). A letto. Coperto dalla testa ai piedi con la coperta estiva (quella invernale non riesco a portarla mai!) e provo a dormire, ormai abituato ai rumori fuori dalla mia finestra. Si avvicina una. Il zinzinino si fa sempre più forte, non smette di cessare, e voilà, sopra la mia testa, cercando un punto scoperto dove pungermi e bere i miei liquidi per dissetarsi. Gira intorno, come un elicottero, avvistando possibili eliporti o zone di atterraggio per qualche emergenza possibile. Nulla da segnalare, e si allontana, non prima che io l’abbia scacciata dal tuo


tentativo di penetrarmi il cuoio capelluto alla ricerca del sangue. Mi viene in mente quando nella Seconda guerra mondiale...Dio, tutti quegli aerei in volo, sfrecciare tra le città e le campagne con una disinvoltura e un silenzio simile a quello della farfalla, nell’immensità della volta celeste, con le ali che tagliano le nubi e volteggiano tra i boschi e tra i colli, nei mari chiari, al sole del sereno...comunque, verso la fine della guerra, se non erro si trasmettevano tra aerei alleati, come quelli americani (coi loro bolidi super scattanti nel cielo, volando ad altitudini incredibili) segnali che i nemici non potevano decodificare: non parlo di codici classici da macchina Enigma, scritti criptati ottenuti con sequestri o rapine; voce, vera voce alla radio che immediatamente veniva disturbata per evitare intrusioni con le altre radio nemiche. I tedeschi non capivano mai nulla, non sapevano cosa volessero fare, e si beccavano le pallottole che uscivano fuori dalle ali del vento. Un aggeggio di morte, qualcosa che volava come un uccello, beato al sole e nella salsedine del golfo... Il zinzinno delle zanzare era da criptare in quel momento perché non sapevo come fare per fermarle, per capire cosa volevano fare data la situazione sfavorevole. Quale codice si poteva usare? Codice alfa-tre-diciassette-omicron-sigma? No, non avrebbe funzionato, troppo astruso e buono con le innocenti mosche (c’è chi li schiaccia, ma non fanno male a nessuno; si posano docili nella gamba e poi volano via. non pungono almeno, non qui in Europa; fossero tze-tze sarebbe ben altro!). Forse stavano cercando un punto scoperto nella coperta? Se ne avvicinava una, lentamente, e scrutava tra la foresta vergine dei miei capelli un punto dove agganciarsi; e inviava messaggi alle altre, cercando di segnalare la difficoltà dell’operazione: “Allerta! Zona pericolosa. Attendo istruzioni.” E loro, intorno alla stanza, a cercare un modo per venire incontro ai propri obiettivi. Attenzione, pronti a sparate. E zac, con la mano a schiacciarne una. Questa è l’operazione di difesa contro quelle maledette! Un colpo veloce, preciso, senza danno, a parte il muro probabilmente sfondato dalla manata che


darei o solo macchiato dal sangue ricolmo e misto della zanzara. Il suo carburante, da ripulire prima che scoprano tutto! I cannoni aerei! Stanno per puntarli contro di me, lo sento. L’altro dorme, e mi aiuta con colpi ben assestati al muro. Ma devo pensare a me solo, e vedere di scongiurare la piaga notturna, per il bene della mia sonnolenza. Non voglio finire insonne, cavolo! Sono troppo giovane per diventare dipendente dalle pillole degli ansiogeni. Che inizi la guerra! ******* CONTRABBANDIERE: “Aspetta, qui posso aprire! C’è una manopola per l’emergenza!” FINANZIERE 1: (urla) “Ehi! Fermo dove sei, ragazzo!” CONTRABBANDIERE: (apre la porta) “E vai! Posso fuggire...” CONTRABBANDIERE: “Ho fregato la dogana! niente tassa, stavolta, schifosi bastardi!” Sfrecciava sicuro di sé, con occhi attenti e precisi, per i vagoni del Regionale Veloce, mentre i funzionari non s’accorsero delle strane forme in risalto visibili nel complesso della borsa-trolley. Cosa avevo portato? Tortelli fatti in casa, biscotti, pasta, caffè, tè in bottiglia, salami, affettati e perfino della panna da cucina. Straripata in buona parte della valigia ermetica, fortunatamente non in quella esterna. FUNZIONARIO: “Ehi, lei! C’ha una macchia nel retro della sua borsa!” In un momento del genere, si sarebbero prospettate due scene: la scusante migliore (“Sì, è vero, devono essere i panni, che li avevo tolti dalla lava-asciuga troppo presto e dalla fretta li ho sigillati dentro senza tanta cautela” oppure “Sì, deve essere l’acqua in bottiglia che è straripata, che tanto non mi è interessante se...”), oppure la fuga. Il treno si fermò all’istante: i funzionari allertarono il servizio di vigilanza. In una carrozza si trovavano due finanzieri posti a parlare del loro stipendio tagliato dalle


direttive dello Stato in crisi, oppure delle belle ragazze che avevano visto nel vagone ristornate, e le loro fantasie su di esse; al sentir del fischio dell’allarme, si alzarono e uscirono repentinamente dalla loro cabina, pronti a dirigersi verso la fonte del misfatto. CONTRABBANDIERE: “Correre!!!” Un destro in faccia al funzionario di trent’anni (un ragazzotto moro e barbuto, dagli occhi dolci e ingenui) e pronto a saltare in tutte le poltroncine del vagone, fino ad uscire nei corridoi di comunicazione. FUNZIONARIO: “Prendete quel figlio di una buona donna!! Cristo, m’ha quasi spaccato il naso!” Prese il fischio e suonò immediatamente l’allarme. “Guarda che potevo...fare la spesa...”, disse Nicolas, tentennando col suo italiano maggiormente più corretto del qui presente soggetto. CONTRABBANDIERE: “Il treno era bloccato! Non riesco a fuggire”. Già, il treno era bloccato, e i due funzionari stavano per arrivargli, quando...


, E E A N N E A L I A A O E A N E


FUNZIONARI NON S’ACCORSERO DELLE STRANE FORME IN RISALTO VISIBILI NEL COMPLESSO DELLA BORSA-TROLLEY. COSA AVEVO PORTATO? TORTELLI FATTI IN CASA, BISCOTTI, PASTA, CAFFÈ, TÈ IN BOTTIGLIA, SALAMI, AFFETTATI E PERFINO DELLA PANNA DA CUCINA. STRARIPATA IN BUONA PARTE DELLA VALIGIA ERMETICA, FORTUNATAMENTE NON IN QUELLA ESTERNA. FUNZIONARIO: “EHI, LEI! C’HA UNA MACCHIA NEL RETRO DELLA SUA BORSA!” IN UN MOMENTO DEL GENERE, SI SAREBBERO PROSPETTATE DUE SCENE: LA SCUSANTE MIGLIORE (“SÌ, È VERO, DEVONO ESSERE I PANNI, CHE LI AVEVO TOLTI DALLA LAVA-ASCIUGA TROPPO PRESTO E DALLA FRETTA LI HO SIGILLATI DENTRO SENZA TANTA CAUTELA” OPPURE “SÌ, DEVE ESSERE L’ACQUA IN BOTTIGLIA CHE È STRARIPATA, CHE TANTO NON MI È INTERESSANTE SE...”), OPPURE LA FUGA. IL TRENO SI FERMÒ ALL’ISTANTE: I FUNZIONARI ALLERTARONO IL SERVIZIO DI VIGILANZA. IN UNA CARROZZA SI TROVAVANO DUE FINANZIERI POSTI A PARLARE DEL LORO STIPENDIO TAGLIATO DALLE DIRETTIVE DELLO STATO IN CRISI, OPPURE DELLE BELLE RAGAZZE CHE AVEVANO VISTO NEL VAGONE RISTORNATE, E LE LORO FANTASIE SU DI ESSE; AL SENTIR DEL FISCHIO DELL’ALLARME, SI ALZARONO E USCIRONO REPENTINAMENTE DALLA LORO CABINA, PRONTI A DIRIGERSI VERSO LA FONTE DEL MISFATTO. CONTRABBANDIERE: “CORRERE!!!” UN DESTRO IN FACCIA AL FUNZIONARIO DI TRENT’ANNI (UN RAGAZZOTTO MORO E BARBUTO, DAGLI OCCHI DOLCI E INGENUI) E PRONTO A SALTARE IN TUTTE LE POLTRONCINE DEL VAGONE, FINO AD USCIRE NEI CORRIDOI DI COMUNICAZIONE. FUNZIONARIO: “PRENDETE QUEL FIGLIO DI UNA BUONA DONNA!! CRISTO, M’HA QUASI SPACCATO IL NASO!” PRESE IL FISCHIO E SUONÒ IMMEDIATAMENTE L’ALLARME. “GUARDA CHE POTEVO...FARE LA SPESA...”, DISSE NICOLAS, TENTENNANDO COL SUO ITALIANO MAGGIORMENTE PIÙ CORRETTO DEL QUI PRESENTE SOGGETTO.

Profile for Niccolò Mencucci

Lo scompiglio - Prima Parte  

Prima parte dell'iperromanzo "Lo scompiglio. Scarti comici", ovvero la storia di Nicodemo Talenti.

Lo scompiglio - Prima Parte  

Prima parte dell'iperromanzo "Lo scompiglio. Scarti comici", ovvero la storia di Nicodemo Talenti.

Advertisement