Page 1


Questo libro è opera di fantasia. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.


Fosco Cerbo Le venti novelle

Chi non sa fingere, non sa regnare. (proverbio toscano)


La cosa più bella di un calendario esce fuori quando il tuo nome è privo del corrispondente omonimo personaggio sacro; non potrai festeggiarlo, né tanto meno ricevere per quella giornata gli auguri ed eventuali regali. Ci sono tutti i santi più assurdi di questa penisola, con nomi impossibili anche per la loro epoca. Alcuni mi hanno fatto addirittura sganasciare dalle risate, davanti ovviamente a gente seriamente credente in queste follie collettive. Ce n'era uno in cucina, sul lato destro della stanza, in corrispondenza di una credenza adibita per ospitare il pentolame. Dieci anni fa non mi sarebbe scappata la curiosità di indagare sul mio nome e sul mio legame sacrale, cattolico, nel calendario liturgico di Fra Indovino. Ero un bimbo curioso, anche per le sciocchezze più inutili. Lo scorsi dal basso, dalla mia importante statura di centosessanta centimetri, con un grande dettaglio nelle fasi lunari e nell'incidenza delle festività. Passai i mesi, gennaio, febbraio, salto a piè pari marzo, aprile, maggio, e in pochi istanti, con una velocità da computer in crash, raggiunsi la fine dell'anno, trovando oltre trecento nomi alcuni belli e altri insignificanti. Il mio non era presente. Per placare la noia e l'inutilità di quell'indagine mi focalizzai su alcuni nomi: Evangelico, Evaristo, Innocente, Ermenegildo. Nella mia mente infantile li trovai divertenti, e cominciai a sghignazzare, andando avanti in quel piacere demenziale, anche con i nomi delle donne: Anastasia, Genoveffa, Clementina, e altre povere donne il cui martirio almeno le aveva fatte scampare da una famiglia capace di tutto, già vedendo i nomi affibbiati. Questo gioco durò poco: entrò mia madre in cucina, in piena frenesia da ritardo per la cena


6

FOSCO CERBO

famigliare. Per i primi dieci secondi non mi notò. Controllò invece se il gas era a posto, se c'era la padella ove cuocere il filetto al pepe nero per il babbo e il roastbeef per mio fratello e la frittata per me e lei. Doveva però far bollire gli asparagi, e si prodigò verso la credenza. - Amore, che stai facendo? - mi chiese, con voce preoccupata e inquieta, vedendomi spulciare come un erotomane il calendario dei santi. - No, niente, mamma, stavo cercando il mio nome. - le dissi, tranquillo e ingenuo com'ero. - Adesso? È ora di mangiare - mi rispose, in climax Mettiti subito a preparare la tavola! Si mangia tra pochi minuti! Le urla mi fecero sussultare e allontanare dal calendario. Fu una mossa sbagliata: mi diede uno scappellotto subito dopo. - E guai a te se ti becco a ridere ancora dei santi! - mi rimproverò, con tono poi sarcastico - E poi, a che serviva controllare? Tanto non c'è il tuo nome. E fu così che decisi di non ricontrollare più. Dieci anni dopo ritentai, ma non per i santi. Il mio cellulare era scarico, il tablet pure e il computer era in riparazione: dovevo capire quanti giorni mancassero prima del mio ultimo esame di triennale. Ogni volta che ci penso mi viene il magone. Ecco la sensazione strana, quel lento affondare dentro di sé, come se una pietra mi spingesse il torace dentro il bacino, e io non mi reggessi più in piedi. Dovrei calmarmi ma già intravedo l'immagine, quasi profetica, di come andrà quel maledetto esame finale di settembre, all'indomani della mia conferma di laurea. Angosciato e timido, mi faccio avanti nel descrivere minuziosamente tutti i dettagli possibili di un teatro rinascimentale, di uno greco, romano, medievale, barocco, classico, neoclassico, otto e novecentesco. - Sì, signorino, ma non m'ha risposto alla domanda! - mi esclamerà, davanti alla mia vaghezza. - Ma, Vasari ha fatto il retropalco... - Sì, certo, ma lei mi deve spiegare cos'è questo retropalco. Lo descriva. - Ecco, sì, il retropalco è... - No, era. - mi correggerà, anche per il nulla. - Era, sì, una forma di rappresenta...no! - e sentirò lo sguardo folle della professoressa, intenta a farmi esplodere il cervello.


LE VENTI NOVELLE

7

- Si calmi, e ricominci. - mi avvertirà, con tono pacifico. - Ok, mi scusi... - Altrimenti la sbatto fuori dall'aula. - sempre con tono quieto. Certe scene ti fanno capire che basta poco e si ritorna indietro nel tempo, e tutto va all'aria. Intanto, con quest'ansia, leggo i giorni mancanti: dieci, tredici, diciassette, ventitré, trenta giorni. Ho trenta giorni prima dell'esame finale. E so meno di prima della materia d'esame. Maledetto quel santo a cui gli hanno lasciato il giorno d'esame: ma non potevi farti festività come Stefano? No, non poteva. C'è fuori da questa casa la notte estiva, da questa stanza adibita al pranzo ora mio piccolo studiolo per apprendere il più velocemente possibile la materia. Le poche lucciole sopravvissute dall'inquinamento stanno illuminando ad intermittenza le siepi del giardino, come lampadine ormai stanche, come me, già privo di voglia di continuare questo strazio di studio, pur avendo il libro ancora chiuso e senza alcun rigo di appunto. Me ne sto lì, a pensare, a capire cosa fare in questi giorni: niente mare perché non abbiamo i soldi; poca piscina perché ora costicchia un po' troppo; poco svago perché se sbaglio questo esame perdo la laurea e l'immatricolazione quest'anno. Intanto i messaggi dei miei amici in ferie continuano a tempestarmi lo screen saver del telefono, con messaggi del tipo: "Chi ha preso il vino stasera?"; "Chi è sulla spiaggia?"; oppure, il migliore, "Chi rimane a dormire da me?", il classico richiamo del morto di sesso, quasi senza più alcuna dignità. La mia tanto me la sono venduta ballando con chi so io dopo due bicchieri di Chianti rosso a tredici gradi. Sapeva anche ballar bene: molto sensuale, semplice eppure forte, senza problemi, mentre io a malapena stavo dietro a tutti quei movimenti, a quello spingermi da una parte e dall'altra della stanza, gremita di amici e conoscenti ubriachi tanto quanto me, solo perché è così che si deve ballare, perché sennò non si balla, ragazzo. Non m'è mai interessato ballare, avrei risposto, volevo ballare solo perché hai il collo scoperto e perché te lo voglio mordere coi miei canini, e poi continuare per tutto il restante del corpo. Avrei detto così se il coraggio fosse stata una mia virtù, e invece chi è che stavolta si becca l'amante nel letto? Non io, questo è sicuro. Mi sembra mi stiano tornando così vivide quelle immagini.


8

FOSCO CERBO

- Allora, che fai, balli? - mi chiese, quasi ordinandomelo. - Non ho voglia. Non vedi che sono al terzo bicchiere. Questa serata finisce male, te lo dico da subito. - Alzati, e balla, non rovinare tutto... - si incazzò, mostrando la sua natura ferina. - E sia! Peggio per te. - con tono di sfida, palesando la mia natura da ribelle. Fummo davanti insieme, ma mentre era coordinato, io a malapena stavo in piedi. - No, segui il passo, via: un due tre, un due tre, non è difficile. - Se non avessi mezza bottiglia di vino non lo sarebbe. - Dai, senti la musica. - e mi fece all'orecchio. - La senti la musica, eh? - Non ancora. Alza, sennò non ti sento. - risposi. Col senno di poi avrei dovuto evitare certe scenette. Forse sarebbe andato diversamente. Anche perché durante il ballo scivolai in terra e li rimasi per dieci minuti, sentendo il passo del ballo vicino all'orecchio, a ritmo, mentre l'occhio non coperto dalla postura era quasi spento, senza vita. Ecco i ricordi che vanno e vengono, come nella memoria involontaria di Proust, proprio mentre provo a studiare. Già ho cominciato con una storia sul calendario, e adesso mi propinquo a raccontare una cena tra amici finita con due sulla tazza del cesso, a rivoltarsi uno con l'altra per i ragazzi che si sono fatte mentre erano "fatti", e due intenti a pomiciare dopo aver riempito la propria bocca di patatine dai gusti più mirabolanti e di succhi alcolici o meno più disperati. Il tutto era in una saletta di cinquanta metri quadrati, in un appartamento privato di uno stallone che si credeva la regina della situazione, la cavalleressa di tutto il circondario; truccato con rossetto e eyeliner, iniziò la serata facendo la Regina con le ragazze sue amiche, per poi approfittarsi, una volta ubriachi, di noi ragazzi, anche giocando sulla sua considerevole stazza simile ad un armadio a due ante, e alle sue braccia da vichingo. È incredibile come certi soggetti ipereffeminati riescano nell'intento, ma probabilmente nel suo caso c'era il fattore fisico, elemento in me poco considerevole data la mia parlantina deficitaria. Non oserei pensare alla sua modalità di rimorchio. - Ehi, bello. Che fai qui tutto solo soletto? - chiederebbe, con voglia estrema.


LE VENTI NOVELLE

9

- Eh, ecco... - direbbe il povero sventurato, magari di bell'aspetto maledetto. - Vuoi che ti aiuti io? - gli pregherebbe, mostrando la sua sensualità prostituita. - No, non serve. - gli risponderebbe gentilmente. - Dai, su, sono grande e grosso. Se vuoi t'aiuto come si deve. - mettendosi in mostra tutto il davanzale, compreso il sottobosco. - Grazie, ma non c'è bisogno. - cercherebbe di allontanarsi da lui. - Dai, non fare resistenza, via. - si avvicinerebbe, in contasto aperto. - Davvero, non serve. - proverebbe a fargli intendere. - Ehi, senti, gioia, non mi rompere, se ti dico di volerti aiutare, tu accetti e basta. D'accordo? - s'incazzerebbe, senza problemi. - Cosa? - sarebbe stralunato, e perduto allora. - Dai, vieni qui, che è da parecchio tempo che non risento un po' di carne. - e gli si avvicinerebbe. E Dio solo sa. Io nel mio piccolo ero tranquillo, anche se fantasioso al limite della dissociazione. Pensai che ci fosse addirittura una ragazza che quasi m'adocchiasse, e ci quasi ci credetti. - Oi, raga, vieni qui. - mi domandò, mentre gustavo il secondo bicchiere di vino. - Come? Cosa c'è? - Vieni qui, dai, devo parlarti. - a quella richiesta avevo pensato volesse pomiciare con me, tanto per drenare fuori dal suo seno un po' di voglia, magari a forza di toccate a mo’ di infante ingordo. Mi avvicinai a lei, semi barcollando a causa dell'alcol in circolo per metà cervello (doveva aver preso il cervelletto, visto il passo incerto), e lei, coi suoi occhi mori come i capelli, mi chiese le seguenti parole. - Hai presente lui, Fra? - e in men che non si dica mi venne un colpo. Speravo ci fosse un altro Fra alla festa. - Fra? Chi? - le chiesi stupito e inorridito. - Lui, dai, quello che ora si dimena con lo spumante come se fosse il suo... - Ho afferrato...aspetta, dimmi che... - Temo di sì. - No! - angosciato, volevo scappare. M'aveva adocchiato. Fra era, ed è, un bestione con l'animo di una principessa, e come tale peggiore di un vichingo. Non volevo avere la rogna


10

FOSCO CERBO

di venir tartassato da lui per un mio rifiuto esplicito: era capace di romperti le scatole tutta la giornata, se ti beccava da qualche parte a Firenze, che sia una biblioteca o una sala di studio o un bar. Come una piattola, ti arriva addosso, e con ipocrisia perbenista fa l'amicone e ti rovina la giornata. Non ne volevo sapere. Girandomi dalla mora cominciai ad avvertire il peso del suo sguardo, dagli occhi marroni, mentre stringeva le labbra per fare una smorfia simile ad un bacetto da flirt, e dimenava le sue braccia da sollevatore di tavoli. Lei mi riguardò, confermando la mia rovina. Avrei dovuto quella sera dire quel famoso monosillabo negativo, ma, ripeto, il coraggio non è una mia virtù. Rientrando in sala lui continuava a ballare con le ragazze e con qualche squinternato ubriaco, e mi pareva mi scrutasse ad ogni mia distrazione visiva, quando io non lo controllavo da lontano. Feci due calcoli per capire quanto mi convenisse star lì, tra amici, tra alcol e tra comode poltrone ove trovare la pace dei sensi. Raggiunsi un'eventuale concordata. Tornai a bere un altro po' di vino. E poi avvenne il ballo. Quando caddi nessuno mi soccorse, essendo questi ultimi da soccorrere per primi, prossimi al coma etilico. Ero una facile preda per Fra, messo così, per di più rivolto a pancia in giù: un matto al femminile come lui non aspettava altro, dopo tutti quei fallimenti avuti per via del suo egocentrismo narcisisticoteatrale. La principessa ora avrebbe avuto il suo principe, solo che più che una principessa sembrava un orco, o il cavaliere oscuro, fedeli all'antagonista della fiaba. - Oi, Fra, hai sentito che botta ha dato? - gli disse, quasi ridendo. - Se uno non è adatto a bere farebbe meglio a rimanere a dormire a casa... - sarcastico e maligno degno della sua fama di gran rompiballe. - Dai! Piuttosto, ho visto che sai ballare bene. Ti va di ballare? - chiese con interesse. - Ma certo! - affermò giulivo, o giuliva, non saprei quale genere adottare data la tonalità del timbro utilizzata per l'affermazione. Loro ballavano, e il mio orecchio sentì i passi pesanti di Fra, fino a quando, con un po' di forze riacquisite, mi sollevai da solo e mi proiettai in uno dei divani di casa, in attesa di dormire senza preoccupazioni.


LE VENTI NOVELLE

11

Non disturbai nemmeno gli amanti di turno, né le ragazze del water; né i due piccioncini, che ora ballavano un lento, con la musica lounge, e io poco a poco li mandai a quel paese in contemporanea con la mia catalessi narcolettica. Chiusi gli occhi, sentì solo rumori, chiacchiere, volgarità e fatti degni da farmi spaccare la testa contro il muro. - Ohi, ma che fa, dorme? - domandò il padrone di casa. - Lascialo stare. Almeno non fa più il matto. - suppose una voce famigliare... - Ehi! Piano con le bottiglie voi! Pulite voi, tanto, domani mattina! - Ma anche no! Io vo a dormire! - disse una delle ragazze. - Ora? Ma non si scende a fumare un drumino? - si impuntò uno degli invitati. - Un che? - No dai, scherzi? - Dì canne! Canne! Non drumino! Non c'è mica la polizia qui! Che slang usi, idiota! - lo attaccò l'amico, altro invitato. - No, sentite, non litigate all'una di notte. - Appunto, io vo giù a fumare. Chi viene con me? - Vengo io, così ci si scambia i drumini. - Va quello che ti pare. - Te, Fra, invece? - e la domanda era di chi so io. - Te, invece? - Fra questionò. - Per me si può anche... - Perché no!? - Ok. - e tra tutto il casino di chi scendeva a fumare, chi a ripulire e chi a dormire, riuscì a sentire il passo di quei due andare verso le camere da letto. Io ero troppo stanco per oppormi. Anche quando mi svegliai grazie alla punta di forza come prima ormai il danno era fatto: sentivo da una camera da letto i mugolii di Fra. Me ne tornai in camera, praticamente asessuale. Che strana serata che fu. Non riesco a capire come ancora me la ricordi: saranno passati dei mesi, sì, quattro o cinque. Era prima della visita oculistica, se non erro. No, aspetta, riflettiamo. La cena venne fatta perché si stavano discutendo delle nuove libertà concesse agli studenti del condominio da parte del servizio regionale della DSU, ergo si doveva festeggiare per forza, e il rilascio della circolare dell’azienda regionale fu nel mese di marzo, non di aprile, quanto accadde


12

FOSCO CERBO

il casino dell’occhio. Sì, perché in quella notte mi colpì un particolare. Dopo essere rientrato in camera ed essermi spogliato di tutti i miei vestiti, calzini compresi, mi misi a letto, senza lavarmi i denti, solo per dormire all'istante. Spenta la luce, tenni gli occhi aperti: sentì come se una macchia nera si aprisse al centro dell'occhio, estendendosi. Pensai subito alla retina: perfetto, la retina se ne sta partendo! Evvai, diventerò cieco, di notte! Accesi la luce, e subito scomparve. Non capii nulla, e lasciai perdere. Spensi la luce e sentì quell'estensione del campo di cecità. E riaccesi, e poi spensi. alla fine chiusi gli occhi e andai a letto. Dopo una settimana accadde quello che speravo non dovesse accadere. Anche ora che ci penso mi viene da toccare l’occhio, e anche da chiedermi se quella caduta in un modo o nell’altro non abbia contribuito a quel disagio esordito in quella maniera grottesca e assurda. Maledetto occhio, mi sei costato un mese di delirio mentale. Già non sopporto l’idea di dover avere cura di qualcosa, in particolare di delicato; se poi aggiungi la minaccia di un danno permanente, di impossibilità di reversione, di prognosi infausta e compagnia bella non solo mi invogli ad essere meno preciso e attendo su certe cose, pur di evitare la contro-botta dell’eccessiva e ossessiva perniciosità del controllare ogni millimetro quadrato di quel suddetto elemento, ma anche a vivere nel terrore che, una volta fatto l’errore non evitato, io mi distrugga la vita. Preferirei evitare certi successi nel campo esistenziale. Lasciamo perdere, non ne vale la pena ricordare un episodio del genere.


I. Una bolla d’aria sale; due bolle salgono; tre; cinque; dieci bolle volano intorno alla mia faccia. Non sento nulla al di fuori del rimbombo sordo del vuoto. Le mie orecchie sentono un gorgogliò di blub provenire dai lati, dal fondo, mentre gli occhi chiusi aspettano solo di riaprirsi. Non riesco più a respirare, devo risalire. - Fosco! Fosco! – sento provenire dal fondo della piscina – Qualcuno ti chiama! - Ok, Ma, arrivo! – ed esco dalla piscina, ancora intontito per l’acqua entrata nei condotti acustici. Con una camminata veloce mi precipito sotto l’ombrellone, per prendere il cellulare. L’ho in mano: smette di suonare. Sbuffo all’aria, maledicendo questo soggetto anonimo. Prendo l'asciugamano tappezzato con il disegno di una banconota di diecimila lire e mi rilasso nello sdraio, in attesa che costui mi richiami subito. Do un'occhiata al panorama della piscina: a parte i soliti vecchietti dal color scamorza ci sono due gruppetti di giovani, uno dedito a calciare un pallone per gli angoli della piscina, giocando oltre a calcio anche con la pazienza dei bagnanti, e l'altro a tuffarsi compulsivamente, tanto per bagnare gli altri e i vicini, ovvero io e mia madre. Squilla di nuovo il telefono. – Chi è? - Fosco? Ci sei? – è una voce famigliare, ma non riesco a decifrarla, -Oh, mi senti? - Chi è? – gli chiedo ingenuamente.


14

FOSCO CERBO

- Mi prendi in giro? Sono io, Ernesto! Ernesto Sparvieri! Il tuo autore! - Ernesto? O che succede? C’è qualche problema col tuo ultimo libro? – riferendomi all’ultima raccolta di racconti, “Giorni tranquilli”, in cui rimette in scena il suo alter-ego, Bartò. - Sì, cioè no…nel senso l’opera va bene, anche se, come al solito, l’editing non è dei migliori… - Scusa, ma anche tu, con quella email assurda: non me la puoi inviare così, poco prima di pubblicare la raccolta, con quelle disposizioni così formali… - Tanto si può modificare, sì? – mi chiede quasi preoccupato. - Quello sempre, tranquillo. Cosa mi vuoi chiedere allora? - Ecco…adesso vado in ferie. – mi afferma quasi vergognandosi. - Bene! Era l’ora che ti prendessi una vacanza! Hai scritto una montagna di roba! Ferma un po’ il tuo cervello! - Beh, sai che non posso, in realtà; sono una macchina a vapore, e quando parto non mi ferma più nessuno nello scrivere. - A meno che tu non deragli, come accadde per alcuni racconti un po’ pessimi… – gli dico cinicamente. - Vabbè, erano i primi tempi. Poi hai sempre fatto te la curatela, no? E non è stata malvagia! - Ma se prima m’avevi detto… - Comunque la situazione non è semplice: ti ricordi il programma di questo mese? - Sì, devo pubblicare l’altra raccolta, ma quella è mia, non tua. Di tuo c’è il secondo romanzo di Bartò, Una questione privata, che devi pubblicare a fine mese. - Ecco… – e tace. - Ernesto? Cos’è quel silenzio? Che vuoi fare? - Non credo di farcela… - Ma è un romanzo semplice, dai! Come non ce la fai? Dobbiamo prepararlo anche in vista del concorso della RAI-ERI, via! Che fai da fare?


LE VENTI NOVELLE

15

- Altro. Vorrei riposarmi davvero. E sai che non mi fido dei concorsi letterari. Sono tutte mezze truffe, senza poi un valore critico effettivo e una… - Risparmiami la storiella: almeno loro ti pagano la pubblicazione, furbo. Saranno anche inutili e privi di valore, ma sono sempre un’ottima fonte di pubblicità. - Che io non voglio. Senti, bisogna pubblicare altro, non quel libro. - E che si pubblica per questo mese?! - Altro. - E basta con sto altro, Cristo! Non mi far imbestialire, Ernesto, o addio editing! - Scrivi te! Scrivi te! - Cosa? Come scrivo io? Che cavolo dici? - Hai già scritto, sai scrivere! È tuo il romanzo “L’avventura di un sognatore”, o sbaglio. E anche “I Montaltesi”, quello che vuoi pubblicare. Sono tuoi, come “Paolo” e “La Dialettica di Carlo”. - Vabbè, quelli sono per l’università, non c’entrano. Ma cosa scrivo? - Te! Scrivi su di te! Come faccio io, col mio Bartò! - Come su di me?! - Devo andare, scusa. Ci si sente dopo. – e stacca. - Ernesto! Testa di cacchio! - Oh, Nì, ma che ti prende? – chiede mia madre vedendomi paonazzo. Si mette seduta sullo sdraio, e indirizza il suo sguardo verde sul mio castano. - Niente, lavoro. Quell’idiota di Ernesto… - Ancora lavori per lui? Manco ti pagasse, poi. - Hai ragione, ma lo faccio per me, più che altro, per il futuro. - Il tuo futuro è studiare, non scrivere. Lascialo ad altri, come ti rammenta anche tuo padre. - Non mi fido degli altri. Voglio scrivere solo perché lo voglio fare, non perché voglio diventare un grande scrittore. - Sì, raccontala ad altri. – Torna supina, a prendere il sole. Incavolato come un mulo ma subito ispirato prendo il mio tablet, lo accendo, aspetto che si carichi, aspetto, lo riaccendo, aspetto, lo rispengo e lo riaccendo, apro


16

FOSCO CERBO

sulla home e cerco l’app per la scrittura. Appena l’apro mi dimentico quello che volevo scrivere. Per fortuna ritorna l’idea, e scrivo sulla tastiera digitale, sbagliando ogni parola di continuo. Penso: tanto, errore più, errore meno, non sarò peggio di quelli che pubblicano nei siti online. Finisco il primo abbozzo; sapendo di non avere altri lettori a cui affidarmi lo invio a Ernesto, alla sua casella postale. Dopo nemmeno cinque minuti mi risponde. Signor Cerbo Prima di tutto “Buon giorno”. Ho saputo che vorrebbe usare il mio Bartò per una sua storia. Le dico subito di no; non s’azzardi. Le consiglio invece di usare lei stesso, come si fa nelle autofiction. Lei è in vacanza. Parli di lei, in vacanza. Credo basti. Dio ti maledica, Ernesto. Mi tocca ricominciare da capo.


II. Una mattina di aprile mi svegliai con un bruciore all'occhio e delle piccole macchiette che si muovevano intorno al bulbo, appena la luce era percepibile allo sguardo. Ho avuto l'esordio dei "corpi mobili", l'effetto mosca che coinvolge l'occhio quando il corpo vitreo si degenera. Giustamente pensai, quando le vidi, che stavo diventando cieco o che avevo un glaucoma. Ero ancora a casa, e mia madre fu testimone del disagio e dell'ansia di questo fenomeno. Evitati internet, ma la curiosità non si volle fermare. Me ne tornai il giorno dopo a Firenze, per seguire le lezioni mattutine, sperando che il problema passasse. Passai invece un intero pomeriggio a fare la spola di due ospedali, quello vicino a casa mia, la S. Maria Maggiore, e quello principale, il Careggi. Finita la lezione chiamai su consiglio di mia madre la segretaria del Barberi, il mio oculista di fiducia: lei, calorosamente e con un po' di sarcasmo, mi disse che erano probabilmente "corpi mobili", incurabili ma del tutto innocui; mi raccomandò comunque una visita oculistica d'emergenza, perché c'era il rischio (seppur raro) di un distacco della retina. Nel complessivo feci nell'arco di un mese due visite; in quel pomeriggio feci la prima, al Careggi, a metà aprile. Andai prima all'ospedale vicino, la Maggiore: dovetti aspettare in piedi per quaranta minuti, diventando spettatore stupito di un fatto curioso: qualche minuto prima era


18

FOSCO CERBO

accaduto nelle vicinanze un incidente autostradale; il triage si riempì in pochi minuti di alcuni vecchietti in barella, pieni di lividi ma vigili e lagnanti. Quando toccò a me la risposta fu chiara: non c'erano oculisti nell'ospedale, dovevo andare al Careggi. E via a prendere l'autobus più vicino, mentre il mio cervello stava diventando un vocabolario di bestemmie e ingiurie contro il servizio ospedaliero. Dopo un'ora di viaggio mi diressi al Careggi; dopo trenta minuti mi accorsi di essere nell'edificio sbagliato, ovvero nell'ex ospedale ora clinica-neuromotorio o come cavolo si chiama. Tra l'altro mi dissero che, sì, c'era un ambulatorio oculistico al terzo piano; peccato che era ad appuntamento, e non era per le emergenze. Mi indicarono frettolosamente il palazzo moderno dall'altra parte della strada: era il nuovo Careggi, da poco aperto. Passai un'altra mezz'ora a capire dove fosse il pronto soccorso; arrivai a chiedere indicazioni alla portinaia della clinica radiologica, la quale mi guardò all'inizio con stupore (probabilmente pensava fossi un malato di cancro...). Un portantino in pausa presso gli uffici della direzione, posti in un bel palazzo stile fascista, mi indicò l'entrata del pronto soccorso. E dopo quello mi toccò quasi un'oretta e mezzo d'attesa, minuti snervanti e grotteschi. E solo per una ventina di minuti scarsa, tra gli accecati e gli anziani. Quando toccò a me non mi accorsi della velocità con cui mi visitò: dopo il controllo della vista e dell'occhio mi diede l'atropina per la dilatazione della retina, e rimasi ad aspettare un quarto d'ora prima che facesse effetto. Quanto toccò a me m'accorsi che praticamente mi stava squarciando la retina con un prisma ottico, pur di vedere il fondo. L'infermiera mi dovette tener fermo perché il bruciore e la violenza della luce temevano m'accecasse. Ad un tratto vidi, al passaggio centrale della retina, la membrana: sembravano radici nere, su uno sfondo avorio; quasi una foto da prontuario medico. Alla fine ebbi il risultato: retina e cornea erano apposti, ma il corpo era saltato. Non esiste trattamento perché non esiste prognosi, e non esiste prognosi perché è un fattore


LE VENTI NOVELLE

19

fisiologico tranquillo, senza complicanze gravi. Ergo non diventerò cieco. Fui euforico per la notizia; così tanto che a casa, eccitato per la "scoperta", m'addormentai, stremato, per poi risvegliarmi rimbambito all'ora di cena. Peccato che due settimane dopo ebbi dei problemi all'occhio sinistro. Una mattina, quando m'alzai dal letto, ebbi un forte stress verso l'occhio: cominciò ad offuscarsi, a chiudersi, per pochi istanti, poi si riaprì, e scomparve quella stretta oscura. Anche alzandomi dalla sedia per pochi istanti mi si "spegneva" l'occhio, per poi riprendere la vista. Per fortuna ero a casa in quell'occasione: la mattina dopo, in urgenza, presi appuntamento, ad Arezzo, dal Barberi, su ordine di mia madre. Lei non è ipocondriaca su di sé, ma verso gli altri. Quando trovò nel mio zaino i fogli delle dimissioni dal Careggi volle sapere la diagnosi, e, accidenti, voleva andare dal Nuti a Siena per il controllo, anche se questo significasse spendere più di cento euro; quando avvenne il problema all'occhio la indirizzai dal più economico Barberi, pur di evitare un viaggio inutile. Erano le otto e mezzo di mattina: io temevo in un tumore al cervello, lei che ero scemo. Spiegai la situazione alla di lui moglie, nonché segretaria dell'oculista: forse erano cefalee oftalmiche, forse era una vena che si era dilatata; nulla di grave, insomma. Iniziò la visita, e anche lì la vista era normale; toccò allora all'atropina. E mentre lei parlava a mia madre dei morti e delle disgrazie della sua famiglia (sorella morta di tumore, padre morto per cancro da giovane, figlia col doppio bypass a causa dell'infarto) e del mondo (casi di Alzheimer e Parkinson in cinquantenni e anche quarantenni, linfomi e tumori della tiroide aumentati per gli effetti di Chernobyl), io aspettavo l'esito del Barberi. Era la stessa diagnosi, con solo un integratore da prendere. c'era da fare qualcosa? Sì, smetterla di ansimare, lasciar perdere queste vaccate e passare un po' di tempo con amici e "ragazza". Così tutto sto triage finisce con una sgridata a me, per la mia ansia covata per tutti questi casini.


III. Questo è il programma della mattinata: dalle undici fino a pranzo avrei dedicato quelle due ore alla stesura del racconto; avrei cominciato a dargli una trama, dei personaggi effettivi, e forse avrei iniziato a rielaborare i primi materiali trascritti. Arrivo in salotto, determinato, col tablet nel braccio sinistro; lo accendo e apro l’app per la videoscrittura. “Quel giorno, allo scoccare del mezzogiorno, il signor M. si trovò trasformato…”. - Fosco! Vieni qui! – mi chiama mia madre dalla cucina, – Minou! Accidenti! Cosa hai combinato! – Che ha fatto Minou, stavolta? Ha vomitato nel pavimento? – le chiedo, entrando in cucina. Mi fermo davanti alla scena. – No! Peggio! – mi risponde mia madre: ha con in mano un cardellino, piccolo e tremolante – Guarda! Ha portato in casa un cardellino! – Oh, cristo! Da dove sarà caduto? Ora cosa si fa? – Poco! Se non troviamo il suo nido, morirà. Non so cosa dargli da mangiare. – Prova con una pappetta. Intanto cerco il nido in giardino. – e corro fuori, dirigendomi tra i giardini del vicinato. Abito attorno a diverse case, ognuna collegata ad un insidioso giardino fatto di albicocchi, ciliegi e peri ormai coperti dalle foglie, con al centro una fonte d’acqua pubblica. Mi fermo di continuo sotto tutti gli alberi, cercando di scrutare un potenziale nido, oppure seguendo eventuali richiami da parte di qualche


LE VENTI NOVELLE

21

mamma uccello, sperando in un collegamento col cardellino. Perdo mezz’ora a individuarlo, senza alcun successo. – Fosco! Torna qui! – mi urla dalla cucina mia madre. Io rientro: trovo il cardellino nascosto in uno straccetto. – Non ha toccato la pappetta che gli ho preparato: mela e briciole di pane. – Hai controllato su internet eventuali consigli per… – L’ho già fatto! – mi interrompe, combattuta, – Ho preso il tuo smartphone per entrare su internet, ma quello che ho trovato è poco: è troppo piccolo, deve farsi imboccare dalla mamma. Ci penso qualche istante, poi affermo – Sono disposto a imboccarla, a mettermi quella roba in bocca e a masticarla… – Sei scemo? Ma ti pare che tu possa imboccarla? Hai la mononucleosi, Fosco… – Perché? È trasmissibile per gli uccelli? -, mia madre mi guarda storto, pensando giustamente sia un cretino. – Senti, facciamo così. Lo metto in una cesta, sopra un albero. E aspettiamo. – Cosa? Che muoia? – Deve essere imboccato da un uccello. Se grida, qualcuno verrà ad aiutarlo. Spero… Così mia madre lo mette in un cestino, e lo mette in un piccolo pero dall’altra parte del giardino. Io rimango in casa, mentre da lontano sento i richiami disperati del cardellino. Ritorno a scrivere sul tablet: “Quel giorno, apparve al signor…” Mi fermo. Non faccio altro che pensare al cardellino. Lui è là fuori, da solo: chiama qualcuno che lo aiuti, affamato, solo, davanti al sol leone. Così piccolo e già così condannato alla morte, all’abbandono, lontano dalla madre, strappato per colpa di una gattina, così dolce tra di noi eppure così feroce nei confronti degli animali. Sì, è la natura: se non oggi sarebbe stato ammazzato da qualche animale, o sarebbe morto per colpa di qualche cibo avvelenato, come capita ai gatti selvatici. Ma sarebbe stata una morte non vista, nascosta tra i rovi e il fogliame. Mentre mia madre torna alle sue faccende domestiche, rassegnata ma tranquilla, io devo


22

FOSCO CERBO

assistere nella mente quella progressiva morte inesorabile, implacabile, a cui non posso impormi. È già mezzogiorno, lo scritto non è andato avanti. Mi alzo e vado fuori, verso il pero. Mi fermo poco prima: temo di trovarlo morto, di rinvenire il suo piccolo corpicino, stremato, con gli occhi chiusi, come caduto in un sonno. Vado avanti. Mi avvicino al pero: non c’era nulla, non trovo niente, nemmeno una piuma. Ricontrollo attentamente, per non sbagliarmi; il cardellino era scomparso. Passa lì un mio vicino, con in mano una caraffa di vetro pronta per essere riempita d’acqua dalla fonte del giardino. – Stefano? Scusa se ti disturbo. Hai per caso visto un cardellino? – gli chiedo. – Un cardellino? Non so. Ma qui? Beh, ho visto un uccellino zampettare tra i rami e a chiamare…ma – lo interrompo. È vivo allora! Se è riuscito a salire nel ramo forse è capace di volare. Forse l’hanno trovato. Mi sono tolto un peso; ho temuto il peggio. Rientro in casa, e avviso mia madre. – Ma! Stefano m’ha detto che il cardellino… – È morto? Sì, purtroppo. – mi interrompe. Ripiombo nell’angoscia – No…lui l’ha visto librarsi nel pero. L’ha detto lui. – Quale pero? Quello davanti casa o quello di lato? Ripenso un attimo al fatto che, effettivamente, mi sono diretto verso quello davanti – Ecco perché non l’ho trovato… – L’ho trovato in terra. A breve la Minou lo avrebbe mangiato. Fosco, era destinato alla morte. Non ce la faccio a scrivere il racconto che ho in testa: ora penso al cardellino. E non riesco a scrivere altro se non di lui. In fondo la scrittura è una testimonianza, anche se di un piccolo uccellino. È un’ingenuità; la preferisco comunque al cinismo.


IV. Nemmeno un mese dopo si scatenarono le amatissime dimenticate dal Dio, disperse nella mia mente da oltre tre anni: i pthiri pubis, le piattole. Le maledettissime piattole sono tornate, assieme al loro diabolico e umiliante prurito intimo. Avvenne dopo una serata fuori, al rientro. Ero stato a cena fuori, con i ragazzi del mio corso universitario, per festeggiare in baldoria la fine delle lezioni del triennio universitario, mugugnando gli ultimi esami universitari difficili; per l'occasione avevamo invitato, controvoglia, un ragazzo non proprio carismatico, anzi parecchio rompiballe, Brian, pur di farlo ubriacare. Ăˆ praticamente la mia "nemesi", la mia controfigura, ciò che sarei se in questi ultimi tre anni avessi seguito una strada diversa, pur condividendo con lui alcuni difetti (anch'io arreco disturbo agli altri, ma con stile!). Si era sempre negato da bere, per via di alcune "medicine" : si era fatto fotografare con la bottiglia di Corona in bocca senza berla, forse senza nemmeno aprirla, con tanto di commento "Viva la vida loca!". Quella sera bevette, quasi quanto me, ma io divenni brillo, lui lucido. Fu una bella serata, ma al rientro cominciai a sentire uno strano prurito. Mi svegliai per andare in bagno e trovai sul ginocchio un piccolo esserino trasparente, con le alette, che succhiava: una piattola! Ne trovai un'altra, a livello dell'ombelico; erano due! volevo piangere, ma preferĂŹ andare a letto, semi nudo, contagiando le lenzuola.


24

FOSCO CERBO

Dovetti aspettare lunedì per andare dal farmacista e prendere l'antiparassitario. Mi servì una farmacista la mattina; insieme facemmo uno sketch comico praticamente. Io le chiesi un prodotto per la pediculosi. Lei non capii. Io cambiai termine e dissi pidocchi. Lei mi diede l'aftir, per la pediculosi dei capelli. Io le dissi che non era quel genere di pidocchi, mentre la gente attorno mi guardava Lei non capì. Io dissi che era pediculosi del pube. Lei non capì. Volevo mandarla al diavolo ma preferì dirle piattole. Lei capì, tra lo stupore degli altri, mi diede il MOM, poco funzionale Le chiesi se c'era un prodotto migliore. Lei disse di no, mentendo. Lo presi e basta, e mi feci la doccia con quello: alla fine mi sentì come uno appena entrato in un campo disinfestato dagli insetti, con lo stesso odore di un minatore di zolfo da novella pirandelliana. Il trattamento continuò per giorni, non trovandole più. Speravo di essermele tolte di mezzo, se nonché le ritrovai due settimane dopo, tra i peli irti e ricciuti del mio pube, adulte e piene di uova da nascondere nell'epidermide e nei bulbi piliferi. Mi portai a Firenze il pettine d'acciaio per i peli del pube, cercandole ogni giorno, arrosandomi il pube in continuazione pur di levarle: nell'arco di ventiquattr'ore ne tolsi, dopo giorni di MOM, sei o sette piattole adulte, la maggior parte nel pube, e solo due tra le gambe. Il MOM non funzionava più; avevo usato quello perché tre anni prima funzionò perfettamente, anche nella ricaduta di due settimane dopo, grazie all'aggiunta del gel MOM, urticante. Rimaneva l'Aftirgel, ma era molto potente, molto forte, e la mia pelle era satura di MOM; poteva essere pericoloso senza un consiglio medico. Così iniziò il mio viaggio alla ricerca di un dermatologo decente. Iniziai come di consueto a S. Maria Maggiore, sempre al triage, stavolta deserto:


LE VENTI NOVELLE

25

dopo due minuti mi dissero che non c'era alcun dermatologo, ma che bastava una visita anche dal medico di guardia. Così uscì dal pronto soccorso ed entrai nell'ambulatorio pubblico; scoprì che era stato trasferito l'ufficio nel padiglione dalla parte opposta, da qualche parte nei corridoi. Andai per i corridoi: alla porta di guardia medica non trovai risposta, nonostante avessi bussato. Chiesi ad un portantino di indicarmi la via, e mi fece notare che avevano scambiato le etichette degli uffici; avevo bussato alla porta sbagliata. Quando mi visitò il medico di guardia, gli descrissi la situazione: mi prescrisse augmentin e Vitamina C: "L'augmentin è un antiparassitario interno, li uccide dal di dentro, mentre la vitamina C migliora le difese immunitarie e gli tende indigesto il sangue". Praticamente m'aveva dato la medesima cura di ottobre, quando ebbi la mucosite, senza il cortisone per fortuna. "Inoltre deve andare da un dermatologo, per farsi controllare la pelle, anche se può prenderlo tranquillamente come farmaco da banco". Volevo avere la garanzia del dermatologo prima di spandere nella pelle quel veleno. Andai al Careggi, imboccando alla prima il percorso del pronto soccorso: chiesi informazioni dell'ufficio del dermatologo: "Ma qui non ci sono dermatologi.". L'infermiere chiamò uno dei supervisori al telefono e mi diede l'indirizzo di un ambulatorio ove c'era dermatologia; era dall'altra parte della città. Uscì velocemente dal Careggi, maledicendoli con le mie bestemmie mentali, e presi al volo il bus di prima, intento a fare il giro dell'ospedale. Arrivai alla fermata più vicina all'ambulatorio, a tre chilometri di distanza. Passato ponte San Fosco entrai in un viale: era un quartiere residenziale lussureggiante, altolocato, pieno di villette liberty con giardini sfarzosi e verdeggianti, una meraviglia per gli occhi. In mezz'ora non capì dove diavolo fosse questo ambulatorio, e lo cercai su Google Maps: lo trovai, in un bellissimo colle immerso nel verde, ove si trovava una clinica psichiatrica (beati i malati!). L'ambulatorio aveva un impianto moderno in stile anni settanta, con ascensore-funivia obliquo e cinque


26

FOSCO CERBO

piani distesi sul colle. Quel giorno l'ascensore non funzionò, e mi toccò fare tre piani a piedi. Arrivato all'ambulatorio chiesi se era presente il dermatologo. "Sì, è presente, ma lei ha la prenotazione? Il foglio del suo medico curante?". Era un ambulatorio privato, con ordinazione secondo pratica del medico curante; ero del tutto impossibilitato ad accedere al servizio. Per di più chiesi ad una dottoressa al triage, e lei: "Ma scusi, perché è venuto qui e non al Careggi? Com'è possibile che quelli del Careggi l'abbiano dirottata qui?". Non lo so; sapevo solo di aver perso l'inizio della partita, perché quel giorno si giocava Italia-Spagna, e io ero stato per quattr'ore in giro, a grattarmi il pube e l'ano in pubblico, e così rientravo a casa, non prima di aver preso, arrendendomi, la crema. Anche dal farmacista quasi scoppiò lo sketch, ma non avvenne: una piccola e anziana signora canuta, piegata sul la stampella, chiese gentilmente ad un lungo e occhialuto farmacista potenziale effemminato se poteva leggerle la ricetta del medico, scritta in linguaggio criptico Le disse che era l'ondansetron; lo cercai su Wikipedia: era un antiemetico per le chemioterapie. Lui scherzò dicendo che il secondo farmaco, il chemioterapico, non poteva comprarlo, a meno che non avesse con sé più di mille euro. Dopo quella scena mi limitai, al mio turno, a prendere il mio Aftir, quasi incollerendomi quando mi diede alla prima After, per le afte alla bocca. Me ne tornai a casa, in tempo per vedere l'Italia vincere contro la Spagna, e io contro le piattole.


V. "Mi chiamo Fosco Cerbo. Campione di mediocrità..." No aspetta, no, ma che inizio è, scusa...no non ci siamo, è meglio ricominciare da capo. Questo ho pensato quando, tornato a casa dalla piscina, ho voluto buttar giù qualcosa di mio, su di me. Ma cosa posso scrivere su me stesso? Sono un soggetto narcisista, e anche narcissico, quindi tendo a inventare di sana pianta la mia vita se mi tocca raccontarla ad estranei: di mio, vero, ce n'è poco da raccontare. Mi sono chiesto a me stesso: intanto prova un incipit, anzi trovalo, magari ti verrà l'impulso di scrivere, di percorrere quella strada aperta da quell'introduzione, da quella frase iniziatica. Al peggio usa una frase fatta, un incipit da manuale, come fanno ormai molti scribacchini: inizia con qualcosa di semplice, come fanno tutti, tanto per non sforzarti. In aiuto m'è arrivato un libro, annoverato da certi critici della vecchia guardia come un buon esempio di "autofiction". No, non "La coscienza di Zeno" di Svevo, ma "Troppi paradisi" di Walter Siti. Ha un buon incipit, peccato per il resto del libro: ancora mi ricordo dell'indigestione provocatami dalla lettura del libro dopo sole poche pagine. Ora però si deve andare avanti. Mi toccherà imbrogliare, per colpa di quella carogna di Ernesto, che non mi vuole aiutare stavolta. - No, te la devi cavare da solo! - mi rispose al telefono qualche minuto prima di iniziare la stesura.


28

FOSCO CERBO

- Perché dovrei fare di testa mia? Dai, hai anche un alter-ego! Perché non posso usarlo? Molti hanno usato gli alter-eghi di altri autori, come Saramago ne "L'anno della morte di Ricardo Reis", uno degli eteronimi di Pessoa. - Bartò è mio! Toglitelo dalla testa! E non vedo perché non dovresti fare un’autobiografia... - Perché invento! Invento! Come fai te! Ma tu hai i tuoi nomi inventati! Io non so inventare fino a questo punto! - Ti toccherà imparare allora a crearli, Fosco. Non puoi fermarti per così poco. - mi rimproverò. - E poi che faccio, associo fantasia a realtà? Non sono mica uno psicotico, Cristo! - Gli scrittori devono sorbirsi certi disturbi, se vogliono far sul serio. - Tu stati scherzando, spero! Io matto come te non ci voglio diventare. - E allora arrangiati. Il vero matto è chi non sa cosa sia la pazzia, e soprattutto chi non ci gioca con essa. Solo chi gioca col male sa di sopraffarlo. - e comincia con le sue battute da falso Socrate. - Non è il momento di giocare a fare i filosofi, Ernesto. Dimmi solo come fare. - Fai come vuoi tu. E questo il punto. Non posso insegnarti nulla. E poi, perché? Hai scritto "I Montaltesi", cribbio! Hai inventato un piccolo microcosmo balneare dal nulla, senza nemmeno adoperare i tuoi ricordi d'infanzia. E sembra funzioni! - Quello non è stato difficile. Non erano nemmeno tanti i personaggi. - Sì, ma li hai fatti vivere al di fuori del racconto d'origine, sparpagliandoli tra gli altri racconti. È stata un'operazione intelligente, da esperti. - No, da arditi. E infatti si vedrà se il risultato sarà buono. - Io dico di sì. Comunque non ti posso aggiungere altro. Se vuoi ti posso fare da lettore per il futuro, ma altre discussioni dubito di mantenerle.


LE VENTI NOVELLE

29

- E sia! Ti richiamo dopo, allora. - e staccai, telefono e registratore. Ora ho dell'altro materiale per il racconto. A quante pagine sono arrivato? Sono già ottomila caratteri, forse novemila. Su base milleottocento, sono al massimo cinque cartelle. Il racconto deve arrivare almeno a novanta pagine. Sono già passate due ore e ho appena scritto cinque cartelle. Stacco il computer, e mi riposo un attimo, ormai oppresso dalla stanchezza. È l'ora della cena: i miei mi stanno chiamando da diversi minuti. Mi dirigo in casa e mi accomodo al tavolo della cena, puntando sulla mia modalità bersek mangereccia: ora mangio e ascolto, senza proferire parola, sia i miei sia la televisione. - Otto anni hanno dato all'atleta trentino. commenta mio padre Maurizio. - Se l'è cercata: aveva da non farsi beccare col doping! - sottolinea mio fratello Adriano. - Ma che c'entra? Ma ti pare possibile che per un po' di doping ora lui abbia la carriera rovinata per sempre. - controbatte mia madre, Graziella. - Non è quello, Grazia! - le risponde mio padre, Qui l'hanno voluto far fuori, e hanno trovato l'occasione adatta: quella del doping. Nello sport non bisogna mai imbrogliare, sennò ti trucidano nel peggiore dei modi, specie se poi hai contro certi mafiosi, perché di giudici sportivi non si parla più. Come si fa a condannare lui così ferocemente e tralasciare gli altri? E perché sono corrotti: con tutti sti soldi, poi, non è un caso... - e conclude - Mai imbrogliare, non conviene mai. Avresti ragione, papà. C’è un problema: al tavolo hai uno che vuole imbrogliare. Non nello sport, certo, ma nella scrittura. L’imbroglio è nel falso: i nomi sono inventati, la storia un pochino; nessuno capirà cosa sia vero e cosa sia falso. Non è la scrittura uno sport, ma un’arte, e nell’arte si deve imbrogliare per creare altro. Ma questo pochi lo fanno: tutti lo sanno ma non lo fanno. Hanno poca voglia. È il caso di cominciare a fantasticare. Parto da me stesso. In fondo, non faccio altro che seguire il consiglio di Ernesto.


VI. Ero a cena in mensa, a Sant'Apollonia, quando accanto a me si sedette Antonio, un vecchio amico gay conosciuto l'anno prima, residente nello studentato attiguo della Salvemini, e un ragazzo, silenzioso, dallo sguardo animalesco, coi capelli rasi sui lati e il ciuffo corto in cima, pieno di tatuaggi e di sesso. Questo è il ragazzo che ho frequentato a maggio, fuori e dentro. Ho frequentato per un mese un ragazzo di trentatré anni, dotato delle seguenti caratteristiche. È mezzo fascista: una sera, al bar, parlando dei miei famigliari e delle loro esperienze nell'antifascismo, mi mostrò il Littorio nel display del cellulare, e aggiunse che il suo secondo nome era di origini fasciste. È sempre vestito come un tamarro semi-palestrato; a parte i casi in cui era vestito elegantemente era sempre in canotta o con una maglietta decisamente da tamarro, che non gli donava al suo aspetto particolare, alto un metro e settanta ma praticamente grosso come un toro, con la voce acuta, quasi nasale. È delicato come i fiori che dipinge, passionale come le ciliege che ha tatuate sul braccio sinistro (ove si trova anche la data, in numeri romani, della sua nascita). Probabilmente è timido: la nostra conoscenza c'era stata con un mio amico, in mensa, ma per sua ammissione lui già m'aveva intravisto da novembre lì in mensa, sottolineando il fatto che mi seguiva con lo sguardo. E forse è anche fragile: all'inizio era impacciato, poi col tempo era diventato così premuroso e


LE VENTI NOVELLE

31

disponibile, ma anche timoroso per ogni mia reazione, dicendo sempre che forse non gli piacevo, e, per reazione, che doveva cercarne un altro (era una delle affermazioni più strane che m'avesse detto, dopo quella che mi voleva scopare davanti a tutti). È la prima persona tra le mie frequentazioni che non nascondeva la sua attrazione passionale verso di me: non faceva altro che dirmi che era cotto di me, o meglio che era "diventato scemo", e che gli ricordavo il suo gattino all'Aquila, tanto da imitare il suo miagolio ed esternarlo felice anche nei pub e in pubblico, quando si stava insieme. Attualmente è studente magistrale di Storia dell'Arte all'Accademia delle Belle Arti a Firenze, pur essendo già restauratore all'Aquila e a Roma . Insomma, forse uno dei migliori che avessi mai conosciuto. Cominciammo ad uscire insieme, e ad ogni occasione ci si teneva la mano stretta: la sua mano tozza e consumata dal lavoro e la mia, poco più grande, mediamente lunga e dalle dita affusolate e delicate. Voglioso, lo portai a casa mia, in camera, e lì limonammo e, per poco, tentammo il primo rapporto sessuale; era andata bene, se nonché un'ora dopo arrivò il mio coinquilino, quasi senza far rumore, e quasi ci beccò a tutti e due. La sera stessa, in sua assenza ci riprovammo, ma venimmo interrotti dai miei vicini di casa, intenti a festeggiare tutti assieme in cortile. Le loro chiamate dal fondo del cortiletto interno mi bloccarono, e passammo la serata a ubriacarci di vino. Ne bevve poco, io tanto: fummo allo stesso livello di sbronza. Io commentai il suo vestito decisamente da tamarro (era un gilet senza maniche di pelle nera, con bottoni borchiati d'ottone, su jeans a ginocchio strappato nero anch'esso), lui la mia "prestazione" e il mio comportamento da "frocetto", ridendomi in faccia con una smorfia grottesca, accompagnata dal suo riso acuto. Il giorno dopo criticai il suo gesto, anche se da parte mia non ero stato da meno, e litigammo. Lì mi accorsi che era introverso e orgoglioso. Dovevamo andare insieme ad uno spettacolo di lirica, in realtà ci andammo separati, con un breve tratto in cui lo "inseguì" da dietro (sì, m'ero comportato male.). Non so come sia successo


32

FOSCO CERBO

ma al primo tempo dello spettacolo ebbi il coraggio e tornammo a parlarci e a chiarire la situazione; dovevo essere scemo perso per il casino che stavo imbastendo a forza di cercare le ragioni del fatto, e lui più di me nel tentativo di seguirmi. Facemmo pace e ricominciammo a frequentarci. Arrivammo una sera, dopo una cena insieme, a passare la notte a letto, nella sua camera, in una piccola casetta sui colli fiesolani; una bellissima casupola immersa nel verde, nei silenzi della campagna, accanto ad un monastero. Il risultato di quella notte (e in generale di quelli successivi) erano purtroppo i prodromi di una realtà che non potevo negare. Non mi piaceva. Sembrerebbe avesse tutto, e anche a letto era decisamente ottimo; ma io non mi sentivo attratto tanto quanto lui nei miei confronti. Voleva scoparmi, fare l'amore con me, e le provò di tutte, dal lubrificante anestetico fino al sesso anale passivo. Nella prima notte la stanchezza era complice, quindi poteva anche andar bene, ma la notte successiva, quando tentò il sesso anale attivo su di me, soffrì: era un dolore terribile, quasi una violazione, uno stupro; sembrava che ogni mio nervo tirasse dal dolore, e fossi preso dall'angoscia (di cosa?); mi irrigidivo, e speravo fosse veloce, così che tutta quella fatica svanisse. Non avevo alcun piacere, solo nel baciarlo, anche se lui voleva solo scopare: lo diceva di continuo, all'estremo, quasi con ossessione, e anche nel volermi procurare piacere era fissato, tanto da tentare sesso orale per quasi un'ora, pur di farmi venire un orgasmo. Per la prima volta ebbi l'ansia di voler scopare con lui: temevo la notte in cui l'avremmo fatto, l'appuntamento al letto, il sesso che avremmo fatto, che avrei fallito. Anche questa era la prima volta in cui temevo l'approccio, forse per questo, perché era uno bravo, malgrado tutti attorno a me mi dicessero che non era il mio tipo, che non c'entrava con me. Sì, vero, avevano ragione: non era il mio tipo. Al riflesso di una vetrina di un negozio in via Roma ci specchiammo una volta: diceva che stavamo bene insieme; io non dissi nulla.


LE VENTI NOVELLE

33

Chi è allora il mio tipo? Lorenzo, il senese? Marco, l'aretino? No, nessuno dei due. L'uno era un po' tamarro, con le sue scarpe sportive rialzate, le sue magliette, il suo fumo insistente, il suo modo di toccarmi stretto, quasi violento, la sua ossessione per ogni mio comportamento non consono, fuori regola, e la sua nevrosi per gli incarichi, i compiti, lo studio: ancora oggi penso se valga la pena ritentare con lui; e la risposta è semplice, come è la verità. L'altro meglio non parlarne, non è il racconto adatto questo. Anche nei gusti io e Daniele non eravamo gli stessi: deve ancora nascere uno con il mio gusto. Qualcosa di strano in lui ci doveva essere. Una sera eravamo andati al cinema, o meglio io l'avevo convinto ad andare a vedere un film, di sua controvoglia. Era La pazza gioia, di Virzì: un signor film, una bellissima Commedia; quasi piansi verso la fine, durante il dialogo sul "sonno" per la stanchezza di tutti i logoramenti delle due protagoniste, lui invece non l'apprezzò, asserendo che erano cavolate, sciocchezze tipiche di chi non aveva mai provato la malattia mentale. Io gli dissi allora del mio passato, della mia ciclotimia (se si può parlare di "ciclotimia"; io stesso non so che sia...), e lui mi parlò di depressione, di disperazione. Per di più i suoi coinquilini erano personaggi strani: passavano le giornate a non fare nulla, al massimo a irrobustirsi con la palestra, e a riempire la casa di scherzi ai suoi danni, con la beffa di giochicchiare tutto il tempo con frasi senza senso tipo “La baia dei pirati!”. Secondo lui erano autistici, o quasi schizofrenici: non avevano lavoro, si facevano mantenere dai suoi e venivamo aiutati dai preti del monastero accanto, anche se quelli lì dovevano pensare anche al prete giardiniere, affetto da Alzheimer. Dovevo stare attento a Daniele: era più fragile del previsto. Purtroppo non lo feci: i miei blocchi gli fecero intendere che lui non mi piacesse; io tentai di costruire un dialogo il più moderato possibile, ma non trovavo mai né le parole né il coraggio, così gli diedi l'idea che ero un viziatello, un piccolo sadico che lo aveva preso in giro in tutto questo tempo. Non me lo disse mai, ma dagli occhi si leggeva che lo pensasse.


34

FOSCO CERBO

E cosĂŹ decidemmo di non frequentarci piĂš: con un messaggio su Whatsapp rimanemmo amici, ovvero non ci parlammo piĂš. Da quel giorno ogni volta che mangiavo in mensa con i miei vicini di casa lui passava tranquillamente, senza salutarmi, nemmeno con lo sguardo.


VII. La mattina è andata, e anche la mia voglia. Potrei tentare stasera, magari dopo cena. In città non c’è più nessuno: sono tutti in vacanza, sparsi per il Tirreno, a divertirsi sotto il sol leone o sotto la luna. Potrei fare così, magari la fortuna stavolta mi verrà incontro. Così pensavo, seduto nella tazza del gabinetto, quando all’improvviso squilla il telefono, proprio nel bel mezzo dell’evacuazione. Non sono disposto a camminare come uno stitico per mezza casa solo per vedermi riattaccare il telefono in faccia. Aspetto di finire i miei bisogni e poi procedo. Squilla altre tre volte, e io sono alla fase della carta igienica. Alla quinta vado a rispondere. Oh, alla buon’ora! Che è successo? – mi chiede indisposto. Mattia, ero in bagno. Cosa c’è? – gli chiedo. Senti, sei libero stasera per una cena? Oh… - m’interrompo, pensando a prima. Domani parto, e ti vorrei chiedere un consiglio…non so a chi chiedere…- quasi mi prega con tono mesto. Ok. – gli rispondo arreso - A che ore? E così anche la serata è andata. Mentre lo aspetto giro per qualche minuto nella libreria vicina: non cerco un libro, oramai scarico file pdf da Internet gratis; è solo per far trascorrere il tempo. Ficcanaso un po’ tra la narrativa contemporanea, tra i tascabili Feltrinelli e le brossure Einaudi e Rizzoli. A parte i classici e qualche autore straniero sicuro di novità ne vedo poche: in rilievo ci sono, tra ricette, biografie inutili e libracci di infido


36

FOSCO CERBO

genere i romanzi d’amore, di storie al rosolio, degni di qualche casalinga di Voghera. Noto che s’è fatto tardi, mi dirigo al ristorante. Lui, vestito come ad un matrimonio, è già seduto al tavolo. Come vanno le vacanze? – mi chiede, ironico. Vai al diavolo. – gli rispondo, acido. Ovvia, nemmeno io sono in vacanza. Non ora. Domani parto, e porto con me una ragazza… È lei il problema? – lo interrompo. Non fa altro che prendermi in giro: mi stuzzica di continuo. Vorrei provarci con lei, ma c’è sempre in giro il suo fidanzato. E quello può essere pericoloso. È grosso? Abbastanza. Forse a far botte vinco io, ma non vorrei poi perderla per la mia violenza. Non ti facevo violento. Non lo sono. Ma il fine, a volte, giustifica i mezzi. Questa te la potevi risparmiare… - interrompo, all’arrivo del cameriere – Io mangio poco. – mi avvisa – Ho problemi di stomaco. Quindi solo due pizze e via? – gli chiedo – Sì. – mi risponde. Ordino allora una pizza e un calzone. Da quando hai questi problemi di stomaco? - Da quando la conosco. Mi piace parecchio: è bella, solare, giocosa, e anche infantile, di quell’infantile da malizia, da giocarci sessualmente. Dio, quanto vorrei… Ma perché non parli con lei, da soli? Non è mai seria. So che anche io le piaccio, ma non vuole perdere il suo fidanzato. Anche se… Cosa? Sospetta abbia tendenze strane, omosessuali. – si blocca, all’arrivo della pizza. Appena servita, comincia a mangiarla. - Lei una volta m’ha confessato questo timore, alla luce di alcuni “comportamenti inusuali”. Siete sicuri di questo? – gli domando con in bocca un boccone. Lei lo sospetta, non è sicura. Per me sarebbe un paradiso. E che volete fare? Farlo uscire allo scoperto? Tendergli una trappola? Così lo lascia e noi possiamo “farlo” liberamente.


LE VENTI NOVELLE

37

E almeno non devi fare a botte…via, dai, ma siete seri? E cosa si può fare? Intanto parlate. Sul serio. E chiedevi tra di voi cosa fare, come affrontare la situazione. Non giocate su queste banalità. L’amore stesso è una banalità, credimi. – mi afferma superbamente – Chi si ama deve fare mille peripezie per avere qualcuna, o qualcuno, da portare a letto. Non ti credere che io non me la voglia portare a letto. Chissà, forse è questo il mio obiettivo, e mi sto facendo un film mentale per via dell’astinenza. No, dai, il cinico no… - lo rimprovero. Credo di essere realista. Sono sicuro che dopo averla “coperta” di lei non me ne importerà alcunché. Come tutte le altre. Me ne hai parlato prima con un certo interesse amoroso, no? Chi l’ha detto che non sia tutta una paturnia? – mi domanda, ambiguo. Quindi l’amore è una chimera? Io dico di sì. Per te? – e io mi fermo un attimo a riflettere, pensando al mio passato. Non ti so rispondere. Essere ossessionato, sì, ma non ho mai provato un amore fino in fondo. Allora di cosa si parla…sappiamo solo il sesso. Cosa sia l’amore ancora non lo si sa… E perché te la porti con te in vacanza. Ma pensaci un attimo. Ti do un indizio: staremo nella stessa camera. – e conclude la pizza. Dopo aver pagato il conto si fa un giro per la città. Ci si ferma in un pub: entrambi si prende una birra piccola. Una volta finita la propria, lui ne prende un’altra, e anche una terza, media stavolta. Si ubriaca, e mi tocca portarlo appresso a me, come se fossimo una coppietta. Gli viene da vomitare; gli tengo la testa mentre svuota lo stomaco pieno di birra. Lo trascino verso casa, passando per la libreria vicina, ora chiusa. Noto solo ora che hanno messo in vetrina un altro romanzo d’amore, stavolta gay. Guardo lui, sporco di vomito, e mi viene da ridere.


VIII. Eravamo a cena insieme, in una pizzeria nella via di Porta San Lorentino: stavano per arrivare le nostre pizze, poco prima ordinate, un calzone farcito e una pizza al salamino. Avevamo bevuto insieme una caraffa di vino bianco nel frattempo, dall’alto tasso alcolico; mezzo brillo Marco prese il cellulare e cominciò a messaggiare, sorridendo ad ogni messaggio ricevuto, sia con la bocca che con gli occhi. Marco si è innamorato di un ragazzo: un bel ragazzo aretino. Il suo nome è M. o N.: non me lo ricordo, vidi il suo nome nella chat di Marco una volta sola, quando cenammo insieme, una sera. Non vuole assolutamente rivelarmi il suo nome, né altri particolari che mi permettano di cercarlo su Facebook. La scoperta avvenne un mese fa all’incirca: mi scrisse un lunghissimo messaggio sul social, descrivendo tutte le emozioni che provava per questo ragazzo, ribadendo continuamente le differenze tra questa “passione” e quelle provate per le donne. Secondo il suo racconto questo soggetto anonimo dovrebbe essere un idiota dedito agli scherzi più assurdi , al comportamento più eccentrico e alla “goliardia” . Lui si limitò i primi tempi ad osservarlo, fino a che l’eccitamento non lo spinse a riconsiderare quella sua “amicizia”, di quasi un anno. Per sua fortuna Marco sta accettando, sempre con la sua solita spocchia narcissica, la sua bisessualità, con molte riserve: l’ultima volta che ha scopato è stato con una quarantenne, una signora “non necessariamente vecchia”


LE VENTI NOVELLE

39

che aveva conosciuto di recente su Facebook con un suo invito a “bere qualcosa, fuori”; non vuole avere alcun rapporto con quel ragazzo, eppure non fa altro che chiedermi cosa fare con lui, continuando ad elencarmi gli atteggiamenti che ha verso di lui, la passione che prova ed altro ancora. Sarebbe da mandarlo a quel paese, per vari motivi: ci prova con un idiota già fidanzato, con una ragazza per giunta, e con un carattere da screanzato; non è sicuro se si tratti di “bisessualità o se sia tutta una goliardata maschile”, ma lui vuole stargli accanto, provarci in tutti i modi con toni amichevoli; è un fanfarone, e avere emozioni per uno così è parecchio pericoloso, specie se si ha poca dimestichezza in fatto di passione (ha solo scopato ragazze che non amava, Marco; ne sa poco dell’amore, delle emozioni amorose…), e potrebbe ferirlo. E chi li raccoglie i cocci se non uno dei pochi amici rimasti, nonché suo “confidente”? Se ne parla solo con me vuol dire che prova del disagio nei confronti della propria bisessualità, e che è in trappola: forse teme che questo qui gli tenga una trappola, lo prenda in giro; se lui fa il primo passo l’altro scappa nella via della repressione, e perde un amico, oltre che la faccia davanti a tutti, compreso la famiglia. Anche perché Andrea, suo fratello, è omofobo. Una sera decidemmo di trascorrere alcune ore a Castiglion Fiorentino, al Velvet Underground. In quell’occasione mi accorsi che quel figlio di buona donna aveva cominciato a far palestra: se ne avessi avuta l’occasione l’avrei sbattuto in bagno pur di limonare con lui. Come sotto tortura, rimasi appresso a lui tutta la sera, dietro le sue larghe spalle, mentre girava attorno alle ragazze, senza mai guardarle, a passo continuo. Sperai davvero che nel viaggio di ritorno, per miracolo, gli venisse voglia di far qualcosa con me, anche solo limonare. Mi passò preso la voglia: appena salito in macchina l’imbecille aveva cominciato a disquisire sulle adozioni da parte di omosessuali. Se lui non era a favore a me importava poco; il problema era l’abuso di pseudo-teorie che sfruttava per darsi ragione. Per lui non doveva essere concesso tale diritto perché


40

FOSCO CERBO

sarebbe mancata la madre , perché è innaturale così come il rapporto omosessuale , e perché era da pazzi. Se con Marco evitai l’esposizione violenta, con Andrea, dato l’argomento trattato, reagì: lo mandai a quel paese, bestemmiandogli contro per la stupidità che trasmetteva con quei discorsi da mancato ubriaco (e quello brillo ero io). Dal canto suo diceva che il mio non era un “atteggiamento razionale; ero troppo emotivo per poter analizzare una discussione del genere”. Non mi sorprende che, dopo l’abbandono dell’americana, sia ancora solo. Non è in una buona situazione Marco. Assolutamente. Ma sulla questione del fratello non c’è comunque una gravità al momento così preoccupante: con lui non ci parla, evita il più delle volte di discuterci. Negli ultimi mesi Marco si è rifatto delle amicizie, potenzialmente superficiali per via dei tempi brevi, utili per poter mettere in mostra la propria caricatura di “aretino”, di “studioso”, e di altri personaggi ancora a me ignoti . Lo fa anche per poter girare per la città e darsi l’aria di uomo di mondo, di “avventuriero” ruspante, pur di dimostrare a se stesso che vale qualcosa, che in tutto quello che ha fatto ha sempre avuto ragione. Il suo orgoglio da conservatore, da bimbo capriccioso ed egocentrico, non gli garantirà un futuro serio: preferirà soddisfarlo, da buon “Lupo”, come viene soprannominato ironicamente dai suoi coetanei e compaesani. “I lupi vengono abbattuti, prima o poi, o si ammazzano con altri lupi”; così gli dissi una volta, superando il più criptico avviso “Il lupo teme il leone”, rivolto al rapporto tra me e lui, mesi prima del nostro incontro pseudosessuale notturno. I lupi sono soli, vivono della propria solitudine; è per questo che vivono poco. La solitudine sua è anche grave: suo fratello Andrea è l’unico a sapere cosa sia accaduto quella fatidica sera di gennaio, quando il suo ex migliore amico Biggì, uno dei fratelli Rosselli, gli andò incontro per sapere perché diavolo avesse fatto sesso con la sua (ora ex) fidanzata.


LE VENTI NOVELLE

41

La versione di Marco era di un dialogo svolto tranquillamente, con fare maturo e serio, “vincendo” moralmente: lui non si lascia prendere da scrupoli se “una ragazza gli chiede di scopare”. Diversa è quella del fratello: lui aveva all’inizio negato, da vigliacco fedifrago, e solo davanti alle foto avrebbe ritrattato, scatenando la rabbia di Biggì e di un altro suo ex amico, Marcello; questi una sera, arrivò a sbatterlo contro un muro per riempirlo di botte, incazzato per il tradimento, salvo poi calmarsi e dargliela vinta. Inoltre vengo a sapere di un'altra scappatella, prima dell’uscita con la milf quarantenne: aveva fatto sesso con la ex di un altro suo amico, col quale prima aveva un buonissimo rapporto. Se non altro una cosa del genere non accadrà mai con me! Sono un pessimo analista, me ne rendo conto. Avrei voluto fare una descrizione più distaccata possibile; invece mi tocca arrivare a livelli di giudizio così crudeli che quasi mi stupiscono. Questo è quello che di recente ho cominciato a presumere di entrambi. Più ci penso e più mi convinco che questi due, i fratelli Giustini, sarebbe stato meglio mandarli a fancuore tempo fa: uno è un fallito senza laurea e senza uno straccio di futuro, che trova qualche lavoretto presso amici di famiglia pur di sbarcare il lunario, continuando a portarsi appresso un lavoro immane come quello del saggio decennale (a quest’ora sarà diventato grande quanto la Recherche proustiana), fatto bene, davvero bene (ho letto uno dei capitoli: è davvero ottimo, anche nelle note e nei riferimenti), ma dal successo non garantito, anzi, quasi utopico, in-credibile. Sarà già un miracolo se avrà una conferenza o la presentazione del libro, o almeno il contratto editoriale di pubblicazione. L’altro, purtroppo, è un mancato tamarro: studia filosofia, un’ottima facoltà; invece di indirizzarsi in un campo umanistico preferisce fare scienze cognitive, a Trento, una località ancora più desolata della “mia” Siena. Ha un vantaggio: guadagna qualche soldo come cameriere per catering; ha uno svantaggio: potrebbe


42

FOSCO CERBO

benissimo fare lezioni di sostegno e di ripasso per i ragazzi del Liceo. In questa storia c’è anche spazio all’ironia, però della sorte: sembrerebbe che la gente attorno a lui dubiti della sua eterosessualità, come m’ha raccontato un suo amico nonché collega in catering. Qualche giorno fa ero con lui e alcuni suoi amici a Meliciano, per il Summer Party, in occasione del rientro di un suo caro amico. Dopo esserci persi per mezz’ora nelle campagne del Valdarno, senza sapere dove dirigersi per andare a Meliciano, arrivammo in ritardo alla festa, già iniziata e già ben definita nel suo pubblico, squisitamente aretino, con ragazzi ubriachi e “fatti”, ragazze annoiate e varie tipologie di alternativi degni della mia peggiore orticaria. Notai comunque che per tutta la serata era rimasto a parlare, senza ballare né chiacchierare con altri all’in fuori di lui, un suo vecchio compagno di studi rientrato da Londra dopo il conseguimento della laurea triennale in Filosofia. Lo guardai da seduto, anch’io estraniato al momento dal ballo e dalla birra, fuori dalla piana ove tutti ballavano: arrivò lui, questo suo collega, e mi fece notare che le ragazze attorno ci volevano provare con lui, ma le scansava. Così mi raccontò che qualcuno, dissociandosi personalmente dalla credibilità della voce, vede nel suo comportamento una repressione omosessuale. Praticamente m’è capitato il caso di due gemelli omozigoti entrambi con latenze omosessuali, caso che statisticamente potrebbe accadere solo ad uno dei gemelli . E così mi sono sfogato su di loro. Sì, è inutile che li offenda, o che avanzi delle critiche al vetriolo verso di loro; dovrei fregarmene. E non c’entra la storia del “sono degli idioti, si stanno rovinando, mi dispiace per loro, hanno talento, sono bravi, li vorrei limonare, scopare, avere una relazione con loro”. Per quanto possa provarci, sperando in silenzio, durante un’uscita con uno dei due, di finirla in bagno a limonare Andrea o a farlo nel tavolo dello studiolo di Marco, perdo in partenza: Marco ha in testa quel soggetto particolare;


LE VENTI NOVELLE

43

Andrea uno studio senza piĂš un indirizzo effettivo. Mi disturba vedere tutto questo, come uno spettatore, senza poter intervenire, o consigliare seriamente; non ne sono capace; non mi darebbero ascolto. Mi rimane solo guardarli, e vedere come va a finire, mentre io concludo la triennale e tendo verso la specialistica, e (spero) un buon lavoro.


IX. Spero non sia l’alcol che mi sta tenendo sveglio, stanotte. Sono tornato a casa, un po’ brillo. Credo ogni volta che l’alcol mi debba conciliare il sonno, aiutarmi a disconnettere il cervello, a sciogliermi nel torpore notturno. È l’una di notte, e sono ancora vigile: guardo accecato dal buio il soffitto di camera mia, il cui pavimento è completamente nascosto dagli abiti sparsi. Il tempo è scandito dalle cicale, dal loro criccare: tutto è immobile, tranne il suono. Ma qualcosa torna alla mia mente, lentamente. Mi sento come Un uomo che dorme, di Perec, ma non tengo in cerchio intorno a me il filo delle ore, l'ordine degli anni e dei mondi. Proust, il mio mondo e i miei anni vanno avanti, io in cerchio ci giro e basta, come Ennio Doris, solo che lui ha i soldi, io no. Scatta qualcosa nel cervello: mi passa alle orecchie della mente un discorso; ero forse a pranzo; era mio padre a parlare. - Eccoli lì, i comunisti…sempre a sparlare di diritti e riforme…sono sempre in giro con i loro yacht…le loro case al mare io me le sogno… Si aggiunge un altro discorso, di mia madre. - Non capisco cosa ci sia di male…uno può essere ricco e essere di sinistra, no?... Papà risponde: il tono di voce è alto, furibondo. - E poi chiedono i soldi a noi, con le loro facce toste! Vanno a fare le propagande in scuole, libri, comuni…hanno tutto, tutti i soldi che vogliono…


LE VENTI NOVELLE

45

Il criccare è finito. Ora c’è un bel silenzio. Non sento più nulla, quasi riesco a dormire. Ma il pensiero continua, quasi lo vivo. - Io così tanti soldi per tasse, imposte e compagnia bella non le ho mai pagate! Come cavolo si fa a ridurre la gente così. - Papà, piuttosto, come fa la gente a non ribellarsi? – questo è mio fratello, Adriano. - Come facciamo a ribellarci? Abbiamo tutti troppa comodità. Troppa pigrizia. Troppa paura. - Credo sia quest’ultima la più vera. – questo l’ho detto io. - Se provi a denunciare lo stato quello ti frega con la magistratura, con la magistratura ci vogliono anni, e soldi. Nessuno sarebbe così matto da perdere così tanti soldi. Non li riavrebbe comunque indietro. - Ma lo stato ti aveva rimborsato anni fa, per quelle tasse di troppo, no, Maurizio? – gli chiede mia madre. - Graziella, m’ero impuntato quella volta. Poi i soldi se li sono presi comunque…sono arrivate dopo altre tasse… Il sonno sembra vincere sulla chiacchiera, il discorso si fa meno chiaro. - Io ho sbagliato tutto. - afferma mio fratello - Dovevo fare il politicante, non l'impiegato di banca. Mi iscrivevo al partito di qua, mi facevo candidare alle elezioni promettendo a tutti qualsiasi cosa, mi facevo appoggiare dal partito. - Così saresti diventato assessore. - commenta mio padre. - O sindaco, no? E immagina i soldi che avrei avuto... - Quello senz'altro. Almeno qualcosa in più l'avremmo... Mi addormento. Davanti ai miei occhi vedo accendersi una scenetta, quasi la vivo. È iniziato il sogno, dopo pochi istanti. Il buio scompare e torna la luce del sole di un giorno di primavera. Sono nel cortile del comune, da solo. Si avvicina una ridda di adulti, tutti azzimati, con le loro cartelle. - Signor Cerbo! Si sbrighi!


46

FOSCO CERBO

Mi muovo, li seguo, li raggiungo. Sono nella sala comune; sta per iniziare il consiglio. Si siedono tutti alle proprie poltrone; io sono in piedi davanti a loro. - Dobbiamo scegliere quale tassa applicare. - sostiene il sindaco uscente - E il tempo stringe! - Lei a breve se ne andrà. Non ce la faremo mai! sottolinea uno degli assessori, iscritto al partito del sindaco. - Sì. Ci sono le elezioni. Tra poco me ne vado. - e si alza dalla sua poltrona. Il sindaco uscente si toglie la fascia tricolore, poi la giacca, la camicia, i pantaloni. - Signor Cerbo, si ricordi di salutare il nuovo sindaco. - dice il sindaco prima di denudarsi del tutto. Una volta nudo, questi scompare, come un cavaliere inesistente. La gente rimane alle proprie poltrone, aspetta l'arrivo del sindaco. Entra in sala un ragazzo, visibilmente invecchiato. Ho pensato: è mio fratello! No, è un altro. - Sindaco eletto, benvenuto. Le do subito i fascicoli di due tasse da scegliere: scelga. - gli dice l'assessore del partito del nuovo sindaco, opposto a quello del predecessore. - Approvi tutte e due. Le casse sono vuote, lo Stato non ci invia i soldi. - afferma il neo-sindaco, mesto. - Non dovevamo fare quelle feste per il partito. Ci sono scappate di mano. - sussurra uno degli assessori. Voglio dire qualcosa, mi avvicino a lui: Signor sindaco? Lui non mi risponde, mi guarda e basta. Non riesco a riconoscerlo, le sue rughe sono diventate più spesse, gli occhi più spenti. La sua vecchiaia è ora più appariscente. Comincia a parlare. - Approvate le due tasse. Lei cosa chiede, ragazzo? Io non dico più nulla. Fuggo dalla sala; scappo dall'edificio, e torno nella piazza. La luce è più accesa, più accecante. Torno alle mie palpebre, riscaldate dal sole mattutino. La notte è passata, e m'è venuta fame. Vado a fare colazione, mentre tutti sono ancora a dormire. Accendo la televisione: il governo ha varato una nuova tassazione. Spengo la televisione, e prendo il mio caffè.


X. San Gallo è una via di Firenze famosa nella storia urbanistica della città per essere stata precedentemente un rivolo d’acqua, una delle deviazioni dell’affluenza dell’Arno durante l’insediamento romano. Nel corso del Medioevo la via venne liberata dal fiumiciattolo e completamente pavimentata, diventando una delle vie “storte” della città. Io abito in mezzo alla via, dopo il Genio Civile, a pochi passi dalla facoltà di Lingue Straniere di Via Santa Reparata. L’edificio è un antico convento, poi reso edificio pubblico, modernizzato per gli studenti in cui vi hanno soggiornato negli anni precedenti, o vi dimorano tutt’ora. Malgrado le spesse mura e la mancanza di un servizio di sorveglianza, lo studentato è perfetto: è a tutti gli effetti un condominio tradizionale, senza portineria, senza controlli periodici per invitati non registrati, senza intrusioni; difetta però nella costante mancanza del WI-FI e nelle difficoltà riscontrate col servizio idraulico e con alcuni disturbi della quiete da parte della brigata dell’Accademia dell’Arte. Presi alloggio il due settembre dell’anno scorso, limitandomi a livello sociale con le mie conoscenze pregresse, senza dialogare o intrattenere alcun rapporto con il resto del vicinato. Da metà febbraio in poi conobbi diverse persone all’interno del palazzo, e anche con quelle che nel corso dei mesi presero soggiorno, dimorandoci tutt’ora.


48

FOSCO CERBO

La situazione è tranquilla. Prima di rientrare a casa il 15 luglio conducevo una vita da condomino normale: a volte ero invitato a prendere un caffè a casa di Camillo, a volte si beveva tutti insieme un po’ di vino fino a quando non si era un po’ brilli, a volte si discuteva fino a notte per alcune vaccate politiche o mediche. Proprio nella medicina sono riuscito, contro ogni prospettiva, ad entrare in simpatia con le ragazze, in particolare con Arghena, una studentessa di scienze dell’alimentazione di origini albanesi, dagli occhiali spessi e i denti storti, coll’animo da sorellona e la scontrosità di una zia, e con Ilaria, studentessa di biomedicina (credo) di origini lucane, chiamata amorevolmente Ciuffo per i suoi capelli gonfi e riccioluti e i suoi occhioni nascosti dalle lenti grandi. Con loro lì partivo io con la mia ipocondria, chiedendo in continuazione a loro se A è una malattia e cosa comporta, se B viene a me e a te e a tutti e tre, se C è grave e si morirà. Venivo continuamente sgridato per la mia follia medica, arrivando addirittura, per sedarmi, a raccontare delle loro malattie: Arghena ha una predisposizione genetica al diabete di tipo due e il suo seno è pieno di fibroadenomi, benigni ma pericolosi per l’allattamento materno; l’altra ha la predisposizione all’ipertiroidismo da parte di madre e all’obesità da parte di padre. Inoltre, per bloccarmi l’ipocondria, mi hanno raccontato dello sviluppo del cancro, e dell’impotenza attuale della medicina su certi casi. Sull’ipocondria mia c’è da dire che, come tutte le ossessioni, scompare dalla sua scenetta teatrale quando entra invece qualcosa di più grande, più importante: lo studio e il sesso, e anche la famiglia. Partendo dal secondo devo ammettere che, a forza di chiacchierare con le ragazze, sembrerebbe che alcune abbiamo in testa qualcosa. Mentre eravamo a comprare dei vestiti, o meglio le ragazze erano a comprare i vestiti in mia compagnia, Arghena più volte mi chiese se avessi mai fatto sesso con una ragazza, e perché non avessi mai provato sul serio; davanti alle mie titubanze venne in “aiuto” la sua coinquilina: dato che Arghena era single e fondamentalmente sfortunata con i ragazzi che aveva frequentato (la maggior parte erano dei farfalloni, che


LE VENTI NOVELLE

49

scopavano a destra e manca, lasciando una scia di ragazze infelici come lei) poteva provarci con me, a cui ero simpatico. Non mi ricordo di aver mai arrossito così tanto davanti alle ragazze. In aggiunta c’era Giorgia, un’altra sua coinquilina, che, dopo aver scoperto la mia cinefilia accanita ma cinica, quando si usciva in gruppo per andare a vedere qualche film in proiezione in piazzetta S.S. Annunziata, lei era interessata a parlare con me di cinema, e questo forse disturbò quel farfallone di Camillo, le cui discussioni ne tratterò avanti. Una volta finiti gli esami lei scoprì che avevo scritto una sceneggiatura, con annesso soggetto e produzione. In realtà quelli erano dei progetti scritti e redatti per il laboratorio di Strategie Comunicative, uno dei corsi facoltativi del semestre. Il corso era strutturato in modo che ogni persona dovesse fare tre progetti: il primo era sul “far parlare un oggetto comunicativo”, attraverso espedienti narrativi che, per sei settimane, avrei dovuto mantenere per creare una continuità narrativa; il secondo era un’analisi di uno dei dodici oggetti elencati, tra cui l’album dei Nirvana, Nevermind, quello che alla fine analizzai; il terzo era un progetto generico, versatile (poteva essere qualsiasi cosa, “anche una rapina”), e progettai, grazie al soggettoracconto scritto in una notte, una sceneggiatura per un corto, la storia semi-romanzata di Kurt Cobain, in quindici minuti. Il professore, un ragazzotto siciliano di quasi quarant’anni bello e simpatico e ingenuo, apprezzò notevolmente il progetto, tanto da consigliarmi su alcuni punti, dall’alto della sua laurea in Storia del Cinema. Lei invece mi chiese, dopo la lettura, se per agosto potessi aiutarla per la stesura di un soggetto e, se possibile, di una sceneggiatura. E io gliene buttai sette in un solo pomeriggio, da quanto ero felice per la notizia. Se il tema del cortometraggio rimane quello della "psicologia della mente" si possono scegliere le seguenti sinossi. LA SCRIVANIA DEL PADRE: Per questioni economiche lo studio del padre deve essere rimodernato


50

FOSCO CERBO

come stanza per gli affittuari. Durante il trasloco delle chincaglierie e dei mobili d'arredo assieme a suo fratello, con cui ha un classico rapporto di discordia, il ragazzo, ancora disturbato per la "scomparsa" del padre (non si sa se morto o fuggito per i debiti, o forse suicida per questi ultimi), rievoca per suoni e immagini il passato, le piccole cose dell'infanzia: la scrivania ove il babbo leggeva e imprecava nei giornali; i souvenir che portava dai viaggi d'affari; i cassetti chiusi a chiave e mai aperti. Ricostruisce il passato nella sua mente, ma inevitabilmente scopre la verità, proprio nei cassetti chiusi, litigando ancora col fratello. QUEL POMERIGGIO: Durante una seduta di ipnosi un ragazzo soggetto a disturbi dell'umore rievoca l'episodio che gli ha scatenato le prime turbe psichiche: a frammenti ricostruisce un pomeriggio al mare (si può tentare anche la tecnica del "ricordo falso" o del "sogno reale"), in cui consuma il suo primo rapporto sessuale con una persona (decidere se farlo gay o etero), per poi non rivederla più (dopo il sesso non si rivedono più). La seduta ipnotica gioca molto su un ritmo concitato, frenetico. TROPPO EGO PER ESSERE MENTE: Viene descritta la giornata tipo di un bambino affetto da autismo (decidere a quale gravità, da Asperger o da livelli ancora più gravi): è tutto un monologo, in cui parla senza quasi mai fermarsi, soffermandosi su tutto e nulla. Vengono descritte accuratamente tutte le sue disfunzionalità, quali il rapporto con i genitori (comprensivi sui suoi problemi ma ipocriti nella loro pietà, non negando il peso dell'avere un figlio "disturbato") e con l'assistente sociale, su cui è meglio soffermarsi: due scene potrebbero sintetizzare il bene e il male del disturbo: lei lo vede prima interagire con grande zelo sugli oggetti, rasentando la genialità, e con grande iperattività, poi lo vede bloccarsi sulla finestra, verso i campi, e, senza guardarla, le dice che soffre. GNICCHÈ, IL BRIGANTE: È l'ultimo giorno di Gnicche, appena arrestato dai carabinieri. Si intersecano, utilizzando come unica voce quella del narratore (vorrei puntare sulla mimica, sugli sguardi), le scene "popolari"


LE VENTI NOVELLE

51

di Gnicche, brigante aretino senza virtù (il ballo in cui si vestì da donna; la rapina al priore e al latifondista; l'assalto alla caserma; la tortura al rivale...) e le ultime ore di vita, in cui tenterà la fuga e verrà immediatamente ucciso dai carabinieri (si potrebbe anche aggiungere una scena disturbante: lo stupro dei carabinieri su Gnicche, poco prima di ucciderlo, fatto del tutto romanzato ma credo efficace per il taglio violento della storia). SOTTO I PINI: Tratto dal mio omonimo racconto breve (http://www.ewriters.it/leggi.asp?W=101038), questo ragazzo racconta un'esperienza estiva, in cui sogno e realtà si intersecano: per via del caldo si inalbera nella pineta, dove trova una ragazza con cui fa sesso; la scena gioca inoltre sulla figura del fallo (il bassotto che, inverosimilmente, si alza su due zampe; i pini che si elevano in cielo; l'ombra lunga appuntita delle persone...), e sul senso di afa e desolazione squisitamente montaliani. IL RIMEMBRARE: Tratto da un altro mio omonimo racconto breve (http://www.ewriters.it/leggi.asp?W=107297), è la storia raccontata da una donna, la zia di Ernesto, che rimembra un episodio della sua vita; purtroppo il racconto si smembra, per l'avanzamento della malattia di Alzheimer. DIALOGO TRA KEPLERO E UN ASSISTENTE: Un altro mio racconto breve, omonimo (http://www.ewriters.it/leggi.asp?W=107197): è il dialogo tra Keplero e un suo assistente, in linguaggio classico, sulla nuova scoperta astronomica, e sulle sue possibili implicazioni etiche e politiche. La mente qui è nel ragionamento, nelle reazioni emotive primarie (gioia della conoscenza e della meraviglia; terrore per la tortura; rabbia per l'ingiustizia...). Inoltre mi chiese se voleva andare con me a correre la mattina, assieme ad un’altra sua amica. Così facemmo l’ultima mattina prima della mia partenza, presso la Fortezza da Basso. Un'altra ragazza di cui nutro il sospetto di una sua attrazione è Valentina, soprannominata Fish per i suoi


52

FOSCO CERBO

occhi a palla e la sua incredibile fisionomia facciale, capace di fare smorfie esilaranti e fantastiche. Di bell'aspetto, mi legai a lei immediatamente, giochicchiando con lei con ecolalie e falsetti infantili, tanto per ridere un po'. La nostra amicizia non venne apprezzata né da Camillo né da un altro ragazzo del condominio, Ornel, un giovanotto secco e miope, vegetariano, alternativo e strampalato nella sua ipocrisia da "artista". Camillo, in particolare, aveva tentato un approccio con lei, riuscito a metà: lei era cotta di lui, Camillo invece ne trovò un'altra, in Argentina, durante il tirocinio nella National Universitad di Buenos Aires. Lei fu una di quelle ragazze con cui Camillo non voleva avere niente a che fare dopo, esprimendo su di lei disprezzo e dispotismo ipertrofico; quando lei, senza più posto letto dopo la laurea, invece di rientrare nelle mura senesi, si era fatta ospitare da Ornel, nel suo appartamento, quando lui lo scoprì esplose in un'ira furibonda, ordinandola di abbandonare il condominio all'istante, prima di chiamare la DSU. Una reazione del genere era inusuale da parte sua, e questo l'aveva fatta sospettare di un possibile e disperato tentativo suo di riprovarci con lei. Entrambi, al nome dell'altro, erano ossessionati dalle proprie storie, dalle proprie opinioni, ma in fondo vivono ora una vita sessuale attiva, anche goduta. Certo, lei lavora come capo-commessa in un franchising di una catena di enoteche-fiaschetterie fiorentina, lui finisce la sua monumentale tesi di dottorato (oltre duecento pagine, per me un numero sproposito!). Queste erano le fanciulle in fiore dello studentato; ora tocca ai farfalloni. Il primo è Camillo, dottorando in Storia contemporanea su specialistica in Storia dell’America Latina: dagli occhi azzurri e dalle guance paffute come il suo corpo tozzo, prima aveva una folta chioma biondiccia a boccoli, ora rasa come una pecora appena tosata. Ha una voce baritonale, e la personalità del classico meridionale un po' fanfarone e un po' capriccioso; a differenza del ragazzo di Marco questi, oltre ad essere eterosessuale, è fondamentalmente buono, però eccessivo nella sua auto-caricatura di


LE VENTI NOVELLE

53

capoccia del condominio, titolo "acquisito" con la sua responsabilità di rappresentante condominiale e per via della sua veneranda età di ventotto anni. Con lui ho instaurato una buona amicizia, inevitabilmente accompagnata da litigi e incomprensioni, del tutto tranquilli e irrilevanti. Notai negli ultimi tempi un suo modo di comportarsi curioso nei miei confronti: cominciò a raccontarmi sempre più spesso delle voglie che provava al passaggio di altre ragazze, giocando con la sua verve e pronunciando frasi divertenti quali "Oh, guarda quelle cosce! Belle!", alzando teatralmente le braccia al cielo. Arrivò a narrarmi anche delle sue imprese amorose, adultere dato il suo fidanzamento con una ragazza di Trento, un'occhialuta e puntuta dottoressa in scienze della formazione (?) di nome Francesca. Tra queste c'era la "ragazza" di un ragazzo conosciuto in mensa, Giovanni, un orvietano, studente del Conservatorio, belloccio, solare, "gagliardo" e simpatico, praticamente l'opposto di Marco, e decisamente un ragazzo con cui farei l'amore ovunque, perfino alle Cascine, in riva all'Arno. La sua "ragazza" è una sorridente argentina, dalla pelle bruna e dai capelli lisci scuri, Johanna; a detta di Camillo lei ci provava con lui da quando si intravvidero i primi d'aprile, con messaggi al cellulare e su Facebook. Lui non seppe resistere e si incontrarono, facendo però "sesso vuoto, così, per sfogarsi; lei non aveva voglia di avere una relazione, e voleva qualcuno per scoparla". Ciò nonostante è una delle poche da cui non voleva allontanarsene, rincontrandola giorni dopo ad un concerto allestito nel cortiletto interno dello Spazio Glicine, una cartolibreriaedicola-bar-salotto pubblico, assieme al suo amico Giovanni. A detta sua lei era un poco imbarazzata, e Giovanni non del tutto indifferente. Per scherzare, gli dissi che, se lui si fosse fatta la Johanna, io avrei voluto farmi Giovanni. Vedo che solo uno dei due c'è riuscito nell'impresa, anche se, come in tutti i discorsi da me riassunti, la menzogna narcisistica è sempre dietro l'angolo.


54

FOSCO CERBO

Non parlerò di Ornel perché lo conosco decisamente poco, come il resto degli altri coinquilini di matrice artistico-fancazzista. L'ultimo è Gregorio, studente basso e muscoloso di Design, di origini ligure, a tratti rassomigliante a Daniele, il ragazzo "fascista". Il suo modo di essere solo, distaccato dal gruppo di San Gallo, le sue maniere virili e grossolane raccontate nei suoi episodi sessuali con la sua ragazza e la sua attività di boxeur lo hanno fatto eleggere a "cane Alpha" del condominio. Feci amicizia con lui durante gli Europei di Calcio, in particolare nelle giornate in cui l'Italia gareggiava. Coalizzati contro Camillo, il quale per l'occasione era diventato oppositore ufficiale della trasmissione della partita, riuscimmo la sera di ItaliaBelgio a vederla in casa sua, col permesso del suo coinquilino albanese, facendolo schizzare dalla rabbia (sempre una rabbia baritonale, ovviamente). Dopo quella sera ci ricordammo a turno della partita, dando ad ognuno i compiti per la partita (chi prendeva la birra, chi trovava il televisore...): ogni volta però finiva nel limitarci a vedere la partita alla Fortezza, davanti a tutti, sul maxischermo del proiettore. In quei momenti ho avuto la sensazione balorda che lui volesse provarci con me, e che io dovessi saltargli addosso; la frequentazione con Daniele si era conclusa da qualche settimana, e, come già detto, Gregorio era rassomigliante, specie per i tatuaggi sul petto. Non accadde nulla: preferiva scopare con la sua ragazza, Anita, per la quale era arrivato a bidonare tutti gli altri, inviti compresi. Sembrerebbe che il "pirata" volesse tentare ancora il suo cavallo di battaglia: venire in faccia alla ragazza in un occhio, dopo averle dato una sberla per farle girare la testa. Anche dopo la partita continuammo ad uscire insieme, andando anche in piscina, in compagnia di due sue amiche, tra cui una stupida talmente incapace da non riuscire a correre e fermare un autobus fermo da un minuto alla fermata, facendoci ritardare l'arrivo alle Panoviere, una delle migliori piscine della città. Tutti quanti si erano divertiti, liberi dagli esami e dall'ansia, quasi dimenticandosi dell'eccezione del sottoscritto, ancora obbligato a


LE VENTI NOVELLE

55

concludere l'ultimo esame. L'ultima volta che lo vidi era qualche giorno dopo la piscina, poco prima di partire: s'era raso i capelli, facendoli a ciuffo; era lo stesso taglio di capelli di Daniele. Una mattina se ne tornò a casa, senza svegliare e, sembrerebbe, senza salutare nessuno. E poi ci sono io, chiamato da tutti quanti Bartò, o più precisamente Bartozzi, la crasi tra Bart, il fratello monello di Lisa Simpson e Fantozzi, il povero sfigato di turno. E da questo soprannome ho creato un personaggio, un alter-ego ottimo per quello che doveva essere il mio alter-ego, e che ora è il mio eteronimo, Ernesto Sparvieri. Chissà se un giorno troverò la voglia di raccontare le storie di questi ragazzi, celate sotto nomi alternativi, in luoghi immaginari, in situazioni autobiografiche. In fondo sono gli ultimi scolari di una generazione che presto sarà sommersa da un'altra, più sessuale, più stupida, più superficiale, più strafottente e più strampalata della nostra. Mancherà di umanità, di tradizione e di ricordi; vivrà l'attimo e si dimenticherà del presente, oltre al passato; sarà più dedita alle droghe e all'intrattenimento più futile; non studierà, né leggerà; sarà dipendente dai mezzi di comunicazione; sarà dominabile e disintegrabile, in razzismi, xenofobie, odi interni e altro. A me piacerebbe oppormi, scrivere di loro come si fa con la stesura di una testimonianza, a peritura memoria, contro l'oblio. Un buon inizio c'è già. PROLOGO Erano le sette del pomeriggio del trenta settembre duemila sedici quando Bartolomeo Mettimal, chiamato dai vicini Bartò, uscì definitivamente dallo studentato di Via Santa Apollonia, portando con sé la sua fida valigia-trolley rosso cremisi, mentre ai piani di sopra un ragazzo stava rischiando la vita assieme ad una ragazza.


XI. “Una mattina il signor…il signor…” Non riesco a cominciarla. Ritento. “Una mattina il signor M. si svegliò e si trovò davanti…”. Cosa? Cosa si trova davanti? Un mostro? Suo fratello? Un professore? Chi? Cosa? “Si trovò davanti un dinosauro. Era ancora lì”. Ottimo! Questo è un buon incipit. Provo a continuare. “Era ancora lì. Era fermo, lo fissava, vicino a lui. Il tempo era fermo. Non sapeva perché si trovasse davanti ad un dinosauro vivente; non sapeva perché s’era svegliato; non sapeva perché cavolo era in un racconto ambientato in una mattinata inutile come quella che sto vivendo io…” Per fortuna squilla il telefono. - Pronto, chi è? – domanda l’interlocutore dall’altro capo del telefono. - Ma come pronto? Ma chi è lei? – domando io, stupito. - Fosco, sei tu? Sono Ernesto! Ancora non riconosci la mia voce? - No, scusa, come fai a chiedere chi è se chiami sul mio numero? - Scusa, ma già la volta scorsa tua madre m’aveva risposto, e a momenti riattaccavo… - Sì, ok, risparmia. Cosa c’è?


LE VENTI NOVELLE

57

- Ti volevo chiedere come va il racconto. – Mi gela il sangue: guardo lo schermo del mio pc: nel file vi è appena un rigo di scritto. - Bene…sì, bene, sta procedendo bene. Sono ad un buon punto. – gli rispondo, nascondendo l’ansia. - Oh! A che punto? – mi domanda scrupoloso. - Beh…è a metà. Ho finito tre capitoli, l’ultimo oggi per giunta. - Perfetto! Quando li mandi? – alla sua domanda faccio finta di non capire – Dovrai pur mandarmeli, no? Non c’era una collaborazione in atto? - Sì sì, ma non sono ancora pronti. Li devo rielaborare, revisionare, ricostruire. - Vabbè, una prima bozza non è la fine del mondo. Puoi inviarmela comunque. - Anche se sono pieni di errori? – temporeggio. - Anche se ci sono degli orrori ortografici, tranquillo. - Anche se ci sono delle lacune… - Può essere il testo più ingarbugliato della storia della scrittura creativa: inviamelo e basta. Al più lo revisiono io. – mi interrompe, scocciato. Sono fregato. Ora non so cosa inventargli. Provo con l’ultima: Senti… - Lascia stare, Fosco. Sta farsa è meglio concluderla qui. Non l’hai scritto. - Aspetta, posso spiegare… - Non cercare scuse! – mi interrompe adirato – Hai lasciato il tuo file allegato in condivisione quando me l’hai inviato. Pensi che io sia così stupido? Ho visto quello che hai scritto. - E come ti sembra? – gli domando ingenuamente. - Non ci siamo. Assolutamente. – mi sentenzia. - Nemmeno l’inizio. Ma a me pare originale, no? - Cosa? Del dinosauro? La conosci la frase “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì”? - Oh no, non mi dire… - È di Augusto Monterroso, un novelliere guatemalteco. È il racconto più breve della letteratura mondiale. E non l’hai nemmeno citato…


58

FOSCO CERBO

- E allora cosa faccio? Non scrivo più perché cito in continuazione autori che nemmeno conosco? - Scrivere è saper rielaborare. Tu hai solo citato, a plagio. Ti dirò: la frase sboccata poco dopo è molto carina, anche se praticamente senza senso. - Quale? - Dove tu distruggi tutto l’incipit. Io la terrei. In fondo, racconti la tua vacanza, no? Non stai facendo questo, vero? - Oh, Cristo. - Vedi di scrivere così. Anche perché la vacanza sta finendo. - Lo so. Mi tocca rientrare a Firenze tra qualche giorno, nel mio studentato. - Beh? Ti lamenti? Hai tutto un vicinato attorno! - E che vuol dire? - Non ci arrivi, Fosco? Puoi raccontare se non di te, di loro. Una narrazione biografica, di vite altrui. - Dovrei fare l’origliatore e spettegolare sugli altri come una civettuola? - No! Per Dio! Inventa al peggio. Prendi una persona vivente, la storpi con la fantasia, assieme alle sue vicende, e la presenti al lettore. No? Difficile? - Ah, ok. Ma non credo di farcela nei tempi brevi. - Da quant’è che vivi accanto a loro? Un anno? - Sì, giù di lì. - Credo che tu abbia abbastanza materia da trattare. Prepara il testo il prima possibile. Non manca molto. – e riattacca. Magari fosse così facile come lo racconta Ernesto! Il mio vicinato è un condominio di appartamenti-camerate, e per quanto io conosca i proprietari, sono totalmente estraneo ad ogni loro storia vissuta. A malapena mi ricordo di qualche piccola vicenda a loro accaduta, ma sono bazzecole inutili da raccontare; sono per di più troppo brevi da poter trasporre per un testo lungo. Per ora ho solo appunti di dialoghi, riflessioni e qualche scheletro, ma la storia è ancora tutta da inventare e scrivere. Se non altro ora ho un incipit. “Perché il signor M. non sa che il cui presente Fosco sta rischiando un’accusa da parte di un autore latino-


LE VENTI NOVELLE

59

americano “, no aspetta, “guatemalteco”, no aspetta, “dai parenti di un autore ormai deceduto” ecc. ecc. “di plagio, per non aver detto che quel dinosauro è suo, del suo racconto brevissimo”. Ma chi me l’ha fatto di scrivere? Perché ho voluto seguire quel pazzo di Ernesto nelle sue stesure romanzesche? Mi pagasse, come dice mia madre! Manco un caffè m’ha offerto, quello sciagurato! Oh, lui non può scrivere: ha il suo romanzo civile da scrivere. Se va avanti così di civile in me non rimarrà più nulla.


XII. Qualche settimana prima di rientrare definitivamente al paterno ostello ho avuto al cellulare una discussione con mia madre. Ero in camera via, a San Gallo; ero solo, con lei al telefono. Stavamo parlando di alcuni problemi legati all’economia famigliare, alle nuove imposte appena incassare da mio padre da parte di EquItalia. Lei cominciò a parlare di mio padre, riguardo ad una chiamata a casa: “Signor Mauro, è lei? Lo sa che quanto lei è al lavoro ed è fuori casa, sua moglie è fuori invece a scopare?”. Questo, come altri, sono le supposizioni di mio padre verso mia madre, ora succube di queste illazioni verosimili ma non provate. Il matrimonio tra mia madre e mio padre è ormai morto e sepolto; purtroppo lei non riesce a separarsi da mio padre. Da marzo in poi la situazione economica e familiare è peggiorata drasticamente: verso aprile la direzione dell'outlet ha voluto denunciare mio padre per truffa a danni della proprietà, per il mancato pagamento dell'affitto negli ultimi dodici mesi. In sua difesa mio padre disse che aveva agito secondo consiglio del proprio avvocato. Due anni prima, per pagare meno tasse e favorire il mio ISEE presso la DSU, decise di intestare la propria tabaccheria, e la relativa licenza, a mio fratello, attraverso una tassa di successione e il passaggio notarile di proprietà; nel nuovo contratto l'avvocato gli fece notare l'assenza della clausola del pagamento dell'affitto, reso in quel caso opzionale. Così per diverso


LE VENTI NOVELLE

61

tempo non pagò nulla alla direzione. Quando lo scoprì, venne denunciato, e mandato in tribunale. Il giudice si esprimerà entro ottobre, nel frattempo la direzione da aprile ha provveduto a richiedere indietro i soldi spettanti per l'affitto, per un totale di sessantamila euro. Da quel momento mio padre è saltato per aria: due mesi fa intestò la macchina di Andrea, mio fratello, al nonno, appena seppe dall'avvocato di un fermo amministrativo previsto per la di lui macchina al mancato pagamento delle prime imposte; sta provvedendo da due mesi a ridurre le spese in casa, togliendo alla parte spettante di mia madre cinquecento dei duemila euro dalla sua carta, pur di concludere questa storia, nel mentre ingigantita per via di EquItalia, allertata e attivatasi sui conti di famiglia, parzialmente bloccati, e sulle tasse, con imposte varie, da trecento a duemila euro. Sui pagamenti e sulle spese famigliari è arrivato a livelli di paranoia verso mia madre, arrivando a sfogare su di lei repressioni e rabbie celate; a sua volta si prodiga ad esternare, su ogni mezzo (cellulare, chiacchierata in viaggio, discussione a colazione, in sua assenza...) tutto il disprezzo covato per lui a me, anche stavolta spettatore impotente di questa sciagura. Così mi racconta: mio padre avrebbe cominciato a darle della "sanguisuga", dispersiva nei soldi e nelle fatture, della "donna di serie B", incapace di lavorare e nullafacente, della "puttana", con l'amante nascosto, pronta per lei; mio padre avrebbe cominciato a minacciarla di cacciarla di casa, di spedirla "fuori dai coglioni", una volta concluso il caos finanziario; mio padre avrebbe cominciato a "toccarla", come accadde tempo prima, in mia assenza, durante lo spostamento di una macchina dal piazzale di casa, davanti a tutti, persino a mio fratello: la spinse verso la serra-uscio, quasi lanciandola, per via della sua incapacità, della sua inutilità. In poche parole lei è soggiogata da mio padre; per fargli capire che si sbaglia, si riempie di conti e scontrini per dimostrargli la necessità delle spese, cercando di fargli entrare in testa la vera natura dello sperpero, non sua ma di lui, della sua tabaccheria, vero e proprio buco


62

FOSCO CERBO

nero dei fondi famigliari. Inoltre, alla domanda "Dove sei stata? Che hai fatto?", lei deve dirgli che è rimasta a casa, ha fatto delle commissioni, ha fatto la spesa, è andata dalla parrucchiera; è quasi segregata in casa, senza amiche, senza alcun tipo di libertà se non quella di leggere e guardare la tv, oltre che fare le faccende di casa. Guardarla pomeriggio e sera in camera da letto, sdraiata a leggere o vedere la tv, in silenzio, senza poter uscire a cena, al cinema, al bar, mi stringe il cuore. Non ci prova nemmeno ad evadere: usa la carta della pietà, parlando degli effettivi dolori causati dall'artrosi, del tutto indifferenti a mio padre e a mio fratello, pur di giustificare la riduzione del lavoro e la stanchezza, e anche per evitare di fare vita sociale, limitandosi a qualche chiacchierata via cellulare con qualche amica lontana e con le cugine, anche loro in situazioni disperate e solitarie, e, grazie alla mia ostinazione, riesco a portarla fuori (ora che sono a casa), a cena con le “amiche” parrucchiere e in piscina, quando è possibile. Semmai, l’unica maniera per far capire il suo disprezzo, direttamnete a lui, è a cena, quando discutono di politica o attualità: è sempre critica, sarcastica, acida con lui, e lui tace, va avanti col discorso. Spero non nasconda in sé un piacere masochista nel sentirsi soggiogata, dal tono di come si considera, come una “senza palle, senza una personalità forte, fattasi soggiogare da uno così”, sospirando a volte “…avessi i genitori ancora vivi…”. È il suo racconto, terribilmente credibile ma ancora senza prova: sono a casa da due settimane e ancora non trovo la prova effettiva della violenza di mio padre nei suoi confronti, pur di scagionarla e difenderla; piuttosto cerca di fare il simpatico con me, sperando di riallacciate qualche rapporto, forse nel tentativo di capire se io sono "plagiato" da mia madre, davanti al probabile futuro di una separazione difficile, così da avere i figli dalla sua parte. Davanti a questo orizzonte ho sviluppato personalmente la mia soluzione. Se mio padre non garantirà a mia madre gli alimenti necessari per una vita decente io mando a fanculo lui e chiunque lo difendi, che siano nonni, zii e anche mio fratello, e mi faccio


LE VENTI NOVELLE

63

cambiare pure il cognome, prendendo quello della famiglia di mia madre, Olivieri. Sono abbastanza sicuro che tutto ciò non accadrà; per questo prometto l'impossibile. Anche perché mia madre non saprebbe come campare: davanti alle mie proposte di segretaria di qualche parente suo, impiegato o dirigente che sia, oppure postina o gelataia o commessa, insomma qualche piccolo lavoro dignitoso per una cinquantenne di bell'aspetto come lei; lei disse che gli sarebbe toccato prostituirsi. Lo disse per scherzo, ma mi bastò per capire meglio la situazione che si era creata in casa. E quando c'è il caos chiunque può sfruttarlo a sua piacimento, come è accaduto per la Virginia, raggiunta ormai al massimo grado di nevrosi. Sempre secondo il racconto di mia madre la Virginia avrebbe lanciato, in preda all'isteria, il suo cellulare verso il parabrezza dell'auto di mio fratello, provocandogli una scheggia di medie dimensioni. Nell'ultimo mese Virginia ha sofferto tanto: l'ultimo esame è finito in una bocciatura; forse passerà un anno intero per rimettersi a posto le materie tralasciate; a casa viene trattata peggio di prima, con insulti, attacchi, limitazioni e vessazioni da parte della madre autoritaria; la sua contrada, l'Istrice, ha perso contro la Lupa, la nemica storica, facendole passare delle giornate nere, a piangere senza freni per la sconfitta ("i senesi sono tutti matti per il Palio"). Per quanto sia pietosa, purtroppo non ha smesso di rompere le balle a mio fratello, arrivando a vessarlo a sua volta con chiamate a cena, chiamando anche al cellulare di casa qualora non risponda al suo cellulare; lui non si oppone, né i miei genitori, e se ci provo io ad oppormi vengo fermato da tutti quanti. Mio padre ha cominciato a mettere in discussione il legame tra lei e mio fratello: "Non voglio che sta matta si leghi a mio figlio! Bisogna fermarla!", disse a mia madre, quasi obbligandola ad occuparsi del caso. In fondo, tra lei e mio fratello non c'è mai stato un buon rapporto: lei lo critica per le bestemmie, il suo comportamento irascibile con tutti, anche con lei, i tic (non motori, chiaramente, ma quelli viziosi presi da mio padre, come grattarsi le parti intime, anche a tavola), e


64

FOSCO CERBO

lui comincia a cambiare linguaggio con lei. Così, garante di buona parte della pensione e del conto corrente per la tabaccheria (la licenza è a nome suo ma i liquidi sono di mio padre), mio padre rimane la sua ancora. Personalmente consiglierei alla Virginia di interrompere gli studi e di trovarsi un lavoro: non studia né con passione né con profitto, non fa proprio per lei; deve allontanarsi dalla famiglia, andarsene dalla città ove la famiglia di sua madre detiene il controllo lavorativo (suo zio è avvocato, e le avrebbe garantito un lavoro dopo la laurea; suo nonno è un palazzinaro ricco e potente nel territorio), ed emanciparsi, anche a costo di perdere la vita comoda e lussuosa promossa dalle ingenti casse alberghiere. Se non altro tornerebbe a vestirsi decentemente, e con lui quel "plagiato" di mio fratello. La situazione sarebbe critica se io la vivessi nell'affanno come tempo fa: non nascondo che i primi tempi l'ansia per queste scene mi disturbava, ma alla fine mi sono abituato alla situazione, con calma stoica, in attesa del crollo della diga, semmai avverrà. Per il momento ci sono altre preoccupazioni, altri timori.


XIII. “In quel giorno i signori M. discussero tra di loro sulla situazione famigliare. Il signor M. si impose sulla sua consorte riguardo alla sua idea dell’economia: già colpito dalla crisi economica, la sua piccola azienda orafa stava rischiando massicci licenziamenti e, se si fosse arrivati allo sfacelo, la chiusura dei laboratori. L’unica soluzione per questo problema era la conversione del proprio prodotto: non si doveva più vendere l’oro, troppo costoso e difficile da vendere, ma l’argento, più a buon mercato e popolare. La signora M. gli fece rimembrare il “successo” di questo tipo di marketing da parte di un suo collega; dopo tre mesi perse i pochi clienti fedeli alla vendita dei gioielli d’oro, e non riuscì a trovarne di nuovi. Certo, perché chi mai potrebbe pretendere dal proprio amico dei gioiellacci d’argento, delle bigiotterie di infida qualità! Bisognerebbe essere degli imbecilli a credere di potersi risanare cambiando un materiale che sarà pure economico ma certamente di poco valore. La qualità! Serve la qualità per questo periodo, non questi mezzucci da bottegaio…” - Maurizio, come cacchio puoi pensare di poter salvare la tua fabbrica con l’evas…”l’argento“? – Graziella, sono troppo indebitato. Lo Stato richiede sempre più tasse, e i profitti sono bassi. Mi tocca farlo! – Ma se arriva la finanza ti mandano in galera! Anzi, mi mandano, perché la fabbrica l’hai intestata a me!


66

FOSCO CERBO

– Non ho intestato la fabbrica a te: l’azienda è una società: ognuno ha messo i propri soldi, la propria parte! – Tu hai messo i soldi! Gli altri si sono spartiti i profitti, senza metterci le mani! – Graziella, oramai è così. Sembrava funzionasse. Non è più così. – E tu credi che riducendo le spese del carico fisc…” argenteo“, tu riesca a salvare l’azienda? – Sì. Sono un’azienda manifatturiera: ho dieci operai, tra cui i miei due soci. Già alcuni se ne sono andati, con la loro liquidazione. – Forse era meglio licenziarli, senza liquidazione. – No. Avevano fatto il loro lavoro, non erano da licenziare. Avevano sentito l’odore di crisi, e non se l’erano sentita di continuare. Come posso biasimargli? Tutto sta andando a rotoli! – Appunto. – Fosse solo l’azienda a preoccuparmi. Mia zia sta morendo di Alzheimer. Il nostro matrimonio è in crisi. I nostri figli non trovano lavoro. Non è una crisi economica, è una disperazione! “Il signor M. si fermò; pensava a loro.” - E dire che quando erano piccoli li volevi portare con te in fabbrica. – Solo? Ero disposto a lasciargli il posto. “Il signor M. cominciò a descrivere il suo mondo, la realtà che avrebbe tanto voluto far vivere ai propri figli. Una volta conclusi gli studi d’Economia e Commercio, lui, da buon padre, li avrebbe fatti entrare nella propria ditta; dall’alto delle loro lauree prestigiose sarebbero diventati suoi collaboratori, aiutandolo nella direzione e nella progettazione di affari e concordate tra aziende. Da piccolo laboratorio per tre soci e tre operai, l’azienda sarebbe diventata una holding da cento operai, con tre filiali solo nella provincia, con distribuzione nazionale. Il fatturato sarebbe passato da trecentomila euro a tre milioni, anzi, trenta milioni. Sì, non ci sarebbero stati più problemi, più rogne, più casini da parte di fornitori avidi e bugiardi, di banche maledette e assassine, di clienti snob e patetici. Con i figli tutto sarebbe andato per bene, una via rosea si sarebbe aperta davanti…”


LE VENTI NOVELLE

67

- Con i miei figli avrei potuto intestare diversi fondi affiduciari, così da ridurre il carico. Poi, con loro, avrei dato all’azienda una ventata di giovinezza, di freschezza: avremmo anche il pubblico dei giovani, rimbambiti abbastanza per comprare gioielli di bassa qualità a prezzi alti. Così avremmo altri soldi per tappare i buchi! Poi, chi mai potrebbe condannare, o solamente processare, due ragazzi giovani! “Il signor M. elencò tutte le virtù dei suoi due figli: lavoratori zelanti, mai pigri, grandi studiosi, appassionati, rigorosi…” - Che bella considerazione che hai dei propri figli! “La signora M. volle aggiungere anche che i figli erano sì così ma anche giusti, abbastanza onesti e non si sarebbero mai fatti fregare così ignobilmente da questi mezzucci degni del peggior…” - Graziella! Oh! Come ti permetti! “Iniziarono a discutere, pacatamente. C’era una grande quiete da come stavano discutendo, con gran tranquillità. Il figlio rimasto a casa non poté fare a meno che immaginare quello che si stavano dicendo entrambi, le proprie visioni, i propri vizi, e di quanta rabbia mi facciano venire a forza di vederli litigare continuamente su queste cavolate infernali che…” Il desktop del computer si blocca; una finestra appare: È IN CORSO L’AGGIORNAMENTO DEI FILE DEL SISTEMA. RIAVVIARE SUBITO? Io non ho voglia di fermare la stesura: clicco su “Posticipa di un’ora”. Appare il segnale. IL TEMPO DI SCELTA È SCADUTO. RIAVVIO IMMEDIATO. CHIUSURA DEL SISTEMA. Vedo spegnersi lo schermo, e la ventola del processore. Credo di non aver mai bestemmiato così tanto quella sera.


XIV. Il cadavere era adagiato rigido sulla bara, con un tubo esposto che gli usciva da sotto la mandibola; aveva un rosario in mano, ed era adornata di fiori e di santini. Intorno a lei la gente pregava, a volte chiacchierando del più e del meno, sotto gli occhi morti di mio zio, in contemplazione della defunta moglie. A parte la mia ipocondria, purtroppo la mia famiglia naviga nelle malattie, e nel chiacchiericcio di esse, sparlando di morti o di ammalati disabili. Qualche giorno fa è morta, a settantotto anni, la nuora di mio nonno, la prozia Palmira, dopo cinque anni di Alzheimer, ormai ridotta ad una bambina tetraplegica piangente. Suo marito, il fratello di mio nonno, Bruno, era distrutto: seduto, segato dal dolore, con la faccia di una melanconia terribile, silenzioso, stette per ore nella camera funebre, per commemorarla, senza nemmeno dormire, mentre i fratelli lo vegliavano, uno con stoica arresa, serio e comprensivo della situazione, mentre l'altro cercava di sorridere, con la battuta pronta e il gioco facile, mentre gli occhi si arrosavano sempre di più dalla stanchezza del lutto e del pianto. Nonno Giovanni è sempre stato resistente, un po' alla sua maniera burbera ma buffa, mentre lo zio Quinto è il più emotivo della famiglia, il contrapposto dello zio Bruno, razionale e serio. Riuniti tutti alla veglia, di notte, assisto per la mia prima volta ad una morte, con occhi più maturi: rincontro i figli della Palmira, mio zio Beppe, geometra


LE VENTI NOVELLE

69

con problemi di prostata, e mio zio Stefano, attivista con problemi di politica: quest'ultimo, per non lasciarlo deprimere dalla morte di sua madre, volli distrarre parlando delle ultime novità sul movimento 5Stelle, e del riassunto della mia partecipazione. A parte il dialogo con lo zio, passai la veglia a girare per due stanze: quella della camera ardente e quella del soggiorno, ove zio Bruno si era fermato a mangiare, su richiesta dello zio Bruno; questi, sprezzante, volle commentare, "Dai, su, ti fo compagnia; io poi devo mangiare, devo crescere!". Dio, non mi fermavo più: giravo in continuazione, agitato per l'aria, per il feretro, per lo zio distrutto. E in più il mio stesso cervello non m'aiutava di certo. In quel breve momento in cui stetti fermo davanti alla bara mi sopraffò un pensiero. "Palmira, Palmira, ti vedo muovere le dita. Stai pregando, Palmira? Vedo le dita toccare gli acini del rosario, uno ad uno, e forse la bocca si muove. Su, Palmira, destati dalla preghiera, torna viva! Palmira, tuo marito ti cerca! Sei la sua bambina! Ti deve mettere apposto, ti deve pulire! Su, muoviti! Palmira, dai, alzati, che sei, morta? Su, vai a scoprire il mondo con Bruno. Vai con lui; fatti accompagnare. Tienigli la mano. Lui ti aspetta. È lì con te! Su, alzati e vai da lui, Palmira. Lui ti cerca! Non sei morta!". Per fortuna che era un pensiero, sennò ero da ricovero. Così se ne va un altro anziano della famiglia. Già circola la voce che il futuro ammalato potrebbe essere o lo zio Quinto o lo zio Osvaldo, detto Bobo, il fratello di mia nonna, entrambi con una potenziale diagnosi di Alzheimer (forse per mio zio è Parkinson, non ne sono sicuro). Secondo la cognata dello zio Bruno, la moglie dello zio Stefano, è probabile che Quinto cominci a dimenticare le persone: "Comincia a dire che coso è cugino di coso, che la cosa è la moglie di eccetera ed eccetera." Per quanto io non abbia alcuna competenza nel ramo delle malattie neurodegenerative, commento


70

FOSCO CERBO

solo con questa frase: ha l'età di mio nonno: può trattarsi di Alzheimer, ma non è sicuro; anch'io dico a volte coso, tutti diciamo coso il più dei casi; mica siamo tutti malati!? Noi no, ma chi ha ormai parecchi anni sì. Se si trattasse comunque di Alzheimer, almeno per i primi anni potrà ancora mantenere il suo pezzo di terra, attiguo al campo del mio nonno; certo, semmai dovessi far visita mi considererebbe un perfetto estraneo: poco importa; deve solo continuare a coltivare il suo campo. Per lo zio Osvaldo forse non è Alzheimer. Accadde una mattina, mia madre mi fece vedere lo zio, nel giardino suo, confinante casa nostra, mentre controllava i fiori di sua moglie, la zia Perla: gli tremava la mano destra, e la velocità era decisamente inusuale per il suo lento andare. A sostegno dell'ipotesi di mia madre ci furono altri due episodi. Negli ultimi giorni, quando non passavo la serata ad Arezzo, intrattenevo i miei zii e i vicini, fuori, nel patio di casa loro; nelle loro discussioni usciva fuori qualcosa riguardante delle "medicine": "Bobo, hai preso le medicine", chiese ad un tratto mia zia a mio zio, Sì, ma devo per forza prenderle tutti i giorni? non posso interromperle per un po'?", "Il dottore ha detto di no. Prendile.". Si aggiunse anche la preoccupazione dello zio alla scoperta dell'avanzamento dell'Alzheimer del padre di un'amica di mia madre, ormai ridotto sulla sedia a rotelle: "Come sta?! È ridotto sulla sedia a rotelle quel pover'uomo! Pure la moglie è nella sua condizione, per colpa di un femore rotto!". L'altro episodio era a casa della mia nonna. Poco dopo la fine della chiacchierata con vicini e zii salì in casa della mia nonna per vedere, incuriosito, alcune foto della bisnonna Margherita; ella era morta prima ancora che io nascessi, e non sapevo come era di volto. La scoprì solo quella notte: il suo volto era identico a quello della mia nonna, oggi; dopo questo lei mi disse, con occhi seri: "Eh, Nì, hai visto che lo zio s'è stizzito quando ha saputo di Mario? Ma perché anche lo zio ha la sua stessa malattia! Eh, brutta la malattia! Ci si augura di non avercela mai così! Perché a morire si muore tutti, ma come per Dio!".


LE VENTI NOVELLE

71

È una follia ma credo che quest'affermazione riunisca al meglio la mia idea della mia famiglia: viviamo con Signor (o Signora) Morte accanto, come se fosse una nostra vicina, una nostra parente, il cui pensiero forse ci tocca ogni giorno, nella nostra cerchia stretta e distante creataci negli ultimi decenni, in compagnie formali, dalla doppia faccia, dalla lingua biforcuta e dall'inesistente rispetto. La mia ansia multiforme, senza volto, ha come giustificazione sempre lei, e tutte le sue manifestazioni: dolore, solitudine, melanconia, disperazione, lutto, rabbia, angoscia. È forse l'unica risposta sensata a quella che io considero la mia fame atavica di vita, di sospiri d'esistenza, di esserci, di stare dentro la testa, e fuori di essa, per sentire ogni particella di rumore, colore, odore, sapore, e dimenticarmene nella mia biblioteca mentale, in attesa di un suo ritorno, di un piccolo flash mentale nel momento meno atteso, come un anziano Marcel che si piega a lacciarsi le scarpe nella suite veneziana, ricordando la nonna, ormai morta, che glieli legava stretti, quando lui, sofferente d'asma, si sentiva scivolare via dalla vita. Curiosamente mi venne un flash mentale alla scoperta della positività del test delle feci di mia madre: lei mi diceva che si sarebbe dovuta operare alla tiroide, e io piansi perché temevo morisse sotto i ferri, e che fosse l'ultima volta che la vedessi in vita. Quando mi disse al telefono, un pomeriggio, a Firenze, in camera mia, temetti davvero che tutto lo stress, tutta la microtragedia che stava vivendo nei toni del grottesco, fossero arrivati a darle il colpo di grazia, un tumore al colon; sarebbe stata una beffa, da parte di una donna salutista e controllata in tutto (eccetto per il fumo, di cui è una consumatrice quotidiana), specie dopo l'artrosi conclamata. "Se dovessero trovarmi qualcosa, io non ci sono per nessuno.", "E se...dovesse...", "Dovrete cavarvela da soli! Non siete mica in pochi, e nemmeno piccoli!".


72

FOSCO CERBO

Era come se la tragedia fosse scritta, redatta e revisionata, pronta per la scena, per il grande spettacolo: c'era anche una parte per me, di figlio orfano. Ma io non ero pronto. Questa prospettiva, seppur ipotetica, mi pareva terribile, e quando ci pensavo, in bagno, mi pendevano le lacrime dagli occhi temendo che accadesse, di perderla definitivamente, di dover perdere l'unica persona che più di tutti cercasse di comprendermi davvero. Arrivai a pensare che, se non altro, avrebbe smesso di soffrire per tutte le cavolate che gli stavano capitando, ma non ci credetti mai. Io e lei passammo in attesa dell'esito della colonscopia del mese successivo, con l'obbligo di non allertare né mio fratello né mio padre, intanto si fece privatamente una mammografia, casomai fosse maligno e si fosse già diffuso nel seno o nei polmoni, o che i fibroadenomi presenti fossero diventati maligni. Verso gli ultimi giorni prima della colonscopia si fece delle purghe di liquido salino, perdendo kili e un po' di sangue dalle emorroidi, in contemporanea con le mie, corrose dall'ansia. Nel frattempo avevo trascorso due giorni a Pisa, in occasione della Luminara, con un ex frequentatore, uno studente di medicina, divertendomi a ubriacarmi e a cadere nell'abbiocco più veloce. La mattina dopo, nel viaggio di ritorno, mia madre mi chiamò al cellulare, in prossimità di Pontedera: "M'hanno fatto la colonscopia. Ci sono solo dei diverticoli, roba fisiologica. Il sangue era delle emorroidi.". Intanto il capotreno ci allertò: "È stato trovato un cadavere nei binari, tra Empoli e Pontedera. un altro caso di suicidio ferroviario.". Se credessi al karma, direi che il destino voleva un morto, nel bene e nel male; l'aveva ottenuto. Ma se non era mia madre, chi toccò allora? A mio padre? Sembrerebbe. Un mese e mezzo dopo il nostro dialogo, in macchina, quando gli rivelai l'ansia di mia madre per la colonscopia, tradendola ("Sangue delle feci? A lei, che è sempre da loro, giorno e notte, che non mangia praticamente nulla? E a me, che dovrei farla da anni, che mi farebbero i dottori? Mi ammazzerebbero?"), ebbe dei dolori alla prostata: non riusciva più a urinare, né a


LE VENTI NOVELLE

73

defecare, lamentandosi di continuo, quasi con fare infantile, dicendo in ogni momento di non averla fatta e di avere una fitta incredibile. Colto dalla sofferenza preferì andare la sera tarda al pronto soccorso, finendo nella mia stessa trappola. Ebbe fortuna quando trovò al triage il figlio di un suo amico, facendolo accomodare all'istante; peccato che ebbe la sfiga di trovarsi un'infermiera incapace e negligente; lo lasciò per due ore con il catetere in mano, svuotandogli la vescica e praticamente bloccando tutta la visita. Verso mezzanotte e mezzo arrivò l'urologo, ma poté fare poco per via della vescica liberata dall'urina: mio padre chiamò in causa l'infermiera, e il dottore gli diede ragione, ma poco servì, dato che non poteva denunciarla; al massimo poteva essere lui denunciato "per offesa ad un pubblico ufficiale" (le invenzioni dei matti...). Svogliato, chiese aiuto al nonno, affinché chiamasse al suo posto l'urologo di famiglia; seppe però che era fuori paese, in America; il suo rientro era una settimana dopo. Cercò di aspettarlo, il più possibile, mentre mia madre e io cercavamo di farlo ragionare. Non resistette tanto, e lo chiamò d'urgenza: trovò un posto per lui due giorni dopo. Anche per lui pensai al peggio: tumore alla prostata, come quello che colpì mio nonno quasi vent'anni prima, allo stadio iniziale, guarendovi. Per lui non mi prese un'angoscia enorme, a dir la verità: ero dispiaciuto, ma non devastato; probabilmente ero "plagiato" dalle lamentele di mia madre sul suo comportamento infantile, dalle sue presunzioni e da ogni cosa che la portava al disprezzo, anche la più minima fondo non avevo mai creduto veramente al morbo per mio padre; non aveva senso che lui se ne andasse così, nel bel mezzo della situazione. E infatti il dottore gli trovò solo una prostatite, un'infiammazione seria ma non grave, curabile con gli stessi antibiotici che gli erano stati prescritti al pronto soccorso, l'unica cosa buona uscita da quella visita. Ora da quest'esperienza ha cominciato a mangiar con più controllo; chissà quanto durerà.


74

FOSCO CERBO

Nel mentre io, tornato da Firenze per la pausa estiva, cominciai a soffrire d'insonnia, lieve, accompagnata da un po' di ansia, e dall'eccesso di libidine.


XV. Sono ormai le dieci di mattina, quando il cellulare, posto sul tavolo da pranzo, squilla senza fermarsi. Mia madre, senza farsi notare, mi sveglia, all’improvviso, ponendosi davanti al mio volto, facendomi saltare in aria dallo spavento; mi avvisa inoltre della chiamata in corso. Mi alzo di scatto dal letto e vado a rispondere. - Oh, alla buon’ora! Eri a far colazione? - No, Ernesto, ero a dormire… - Scusa se t’ho svegliato… – afferma sarcasticamente – …ma è urgente. - Che è successo? - Dov’è l’email con la prima bozza? - Ah, non t’è arrivata? – gli chiedo ingenuo. - No! – mi risponde scocciato – Ti prego, non farmi un’altra delle tue… - Aspetta che controllo nel PC. – lo interrompo. Vado a prendere il PC sulla scrivania e cerco tra i file inviati. - Effettivamente manca il file allegato. Te lo invio subito. - Grazie… – e chiude la telefonata. Gli allego il file nella email, e gliela invio, senza aggiungere altro. Ora che sono sveglio tanto vale andare a far colazione. Non è difficile, sono solo due passi dalla cucina. Sembrerebbe che nemmeno questo io possa fare. Mi richiama all’istante. - Fosco, hai davvero scritto questo? – mi domanda, con uno strano tono. - Scritto cosa?


76

FOSCO CERBO

- Leggi l’allegato che ti ho rinviato. ERNESTO: “Che del dipinto che hai fatto!” ANDRÉ: “Mah, insomma! Non è nemmeno uno dei migliori…” ERNESTO: “Perché dici questo? È bellissimo, invece!” ANDRÉ: “Tu credi? Io dico di no…” ERNESTO: “Io dico di sì. Perché non dovrebbe? ANDRÉ: “Perché lo dico io che non lo è. Gli altri dicano pure cosa sia; è chi crea l’arte che deve capire se lo sia davvero o no.” ERNESTO: “Non sapevo non ti interessassero i consigli altri…” ANDRÉ: “Secondo me nessuno dovrebbe dare retta alle voci di chi non fa. Tante parole al vento, senza nemmeno sapere cosa si ha di fronte, e tutto quello che è comportato farlo.” ERNESTO: “Nemmeno ai consigli positivi, ai complimenti?” ANDRÉ: “Peggio. Ti adagi sugli allori e non pensi di poter migliorare l’opera conclusa. È bella così com’è! Perché continuare, e provare altre forme, se è compiuta di suo?” ERNESTO: “Quindi l’opera quando è finita?” ANDRÉ: “Quando sono io che decido che va bene così, che è perfetta, ai miei occhi e al mio spirito. Tutti belli e bravi a giudicare la bellezza dell’opera, e a dire tra di sé che è bella, brutta, malfatta, perfetta, eccezionale, banale, originale, pessima, e tanti altri aggettivi tanto per fare i finti colti…perché siamo tutti artisti in questo mondo!” ERNESTO:” Il giudizio è sempre personale, e a sua volta piegato dalla volontà di voler aiutare o distruggere una persona. Bisognerebbe ascoltare chi vuole aiutare, no? ANDRÉ: “No. Non ascoltare. Fai quello che devi fare. Ma fallo per te, e per nessun altro. Fingi di volerlo fare per altri, per chi deve comprare. Rimani dell’idea che devi esprimere te solo, tu, solo, al mondo. Immergersi nella creazione, per trovare noi stessi.” ERNESTO: “Pensavo che tutti voi artisti fingeste, con la vostra arte?”


LE VENTI NOVELLE

77

ANDRÉ: “Cosa intendi dire con “fingere”?” ERNESTO: “Che create la finzione, una bellezza che non esiste nel mondo. Un modo di vedere le cose, dei punti di vista che avete solo voi e nessun altro, e li riproponete come estetica di una realtà immaginaria. Un reale piacevole nella sua finzione.” ANDRÉ: “Mi sai dire la differenza tra ciò che è finto e ciò che è vero?” ERNESTO: “Io? Beh, sentire, toccare, ascoltare…insomma, i cinque sensi, no?” ANDRÉ:” I tuoi sensi, ma non i miei, e nemmeno degli altri. Mai troverai una lettura che sia uguale, perfettamente, a quella d’un altro. Sarà sempre diversa. Ma quale quella vera?” ERNESTO: “Mi fai paura, ora…” ANDRÉ: “È l’arte che fa paura. Per questo che gli imbecilli la odiano nel loro altezzoso giudicare. Chi l’ama deve sorridere ad essa. Non cristallizzarla, e andare avanti.” ERNESTO: “Andare avanti?” ANDRÉ: “Ernesto! Devo metterti le parole in bocca? Deve farla vivere, perché l’arte deve vivere come noi uomini, come sia! Creiamo delle realtà che non possono essere finte, ma stare con noi, e non formarsi nella pietra e rimanere statue mute, e morte.” ERNESTO: “E davanti a questo, come ti ci vedi?” ANDRÉ: “Che ne so! Io per ora faccio, poi chi ha buon cuore, mi veda bene. L’importante è fare, poi vedere. Altrimenti non si va da nessuna parte…” - Dimmi che non l’hai fatto… - Hai detto che su Bartò non potevo scrivere. Su di te, però, non hai accennato. - Sei un maledetto…non farmi imprecare, che non sono solo in camera adesso…ma come hai osato raccontare di me! E di André! - Ovvia, non lo vedi da mesi! A momenti non ci parli più nemmeno su Facebook! - No, Fosco, non t’azzardare! Non sai nulla di lui. Sai di André solo per Frank, per il suo alter-ego nel romanzo di Bartò. Non sai niente! Non puoi toccare la mia vita. Tu la tua la puoi toccare, non la mia.


78

FOSCO CERBO

- Non fare il tragico, via, è solo un racconto! E lì non s’è più contenuto. Di tutto il discorso iracondo è rimasto solo questo avviso. - Hai meno di una settimana per concludere. O saranno guai. Vorrei tanto essere ancora a dormire.


XVI. Queste ultime pagine le sto scrivendo comodamente su una delle sedie foderate del tavolo di cristallo lavorato, nel soggiorno silenzioso di casa mia, pochi minuti dopo la mezzanotte, mentre dall'angolo cottura stile anni ottanta sento provenire il ticchettio delle lancette dei secondi dell'orologio rustico affisso al muro. Tutti sono già andati al letto, io invece, conscio delle prossime sei ore di sonno, mi prendo la libertà di scrivere un po', di concludere questa storia lunga, a episodi sconnessi. Prima di luglio non avevo più ritoccato la mia scrittura così a fondo come nell'ultimo mese, scrivendo di continuo le pagine della tesi per poi fermarmi adesso, a metà del secondo dei quattro capitoli previsti. Tanto la laurea è prevista per dicembre: devo concludere l'ultimo esame del triennio, su Storia del Teatro, e, una volta passato, pagare la tassa per l'appello, e ancora prima, concludere la tesi. Sono riuscito nel mese di giugno a concludere tre dei quattro esami rimanenti, ottenendo all'incirca quello che m'ero imposto. Ottenni a metà giugno l'idoneità del laboratorio di strategie comunicative, presentando il progetto della mia sceneggiatura come se fossi davanti al gruppo azionisti di una casa di produzione (questa scenetta me la consigliò il professore); dopo il trionfo della presentazione del gruppo precedente, un'agenzia governativa interessata alla progettazione del videocomplotto sul allunaggio del 1969, pur di apparire al


80

FOSCO CERBO

meglio iniziai improvvisando un ritardo, dovuto alla chiacchierata non richiesta di un "amico", che voleva farmi vedere un suo progetto di comunicazione, "far parlare un oggetto comunicativo", additandola come un'idiozia. La gente rise, sapendo che quello era stato il primo progetto del professore. e dopo aver rotto il ghiaccio, giustamente, annaspai per tutto il tempo, concentrandomi sui costi di produzione, senza mai parlare della scrittura. Non mi ricordavo di cosa parlasse; il professore pensò che la mia fosse stata una strategia di mercato, un tentativo di vendere il prodotto a scatola chiusa, un gesto furbo, molto ardito. Sapevo che quel belloccio non capiva assolutamente nulla. Dopo quell'idoneità toccò all'esame orale di Geografia della Comunicazione, un esame complesso ma facile, davanti a quello decisamente difficile di Teatro. Ci misi una settimana e mezzo per ripassarlo, più un giorno aggiuntivo dovuto al mio turno posticipato. Quando mi presentai mi sbalordì vedere tutti quei miei prontuari stampati dalla maggior parte delle ragazze presenti: tutte mi dissero che erano scritti bene, ottimi, ben comprensibili, limpidi addirittura. Probabilmente speravano, come tutti, che i miei prontuari le avrebbero salvate dal voto basso, o dalla bocciatura. Purtroppo non fu così: molte ebbero il voto basso, ma forse nessuna venne bocciata. In quel turno prendemmo il voto alto solo io e la Valeria, un'altra ragazza del mio corso, "la ragazza dagli occhi egiziani", come l'apostrofai in alcuni brevissimi racconti su Brian. Entrai senza ansia, scoprendo poco dopo che era meglio averla: iniziai male, sbagliando la risposta alla domanda a piacere, sulle onde economiche di Kondratiev. Lui cercò in cinque minuti di spiegarmele, chiedendomi anche alcune precisazioni e motivi sul passaggio Kondratiev-Kuznets, tacendo. Solo nella seconda, sulla terza Kondratiev, azzeccai, non rispondendo accuratamente alla domanda sul perché della radio come preferenza da parte dei regimi al posto del cinegiornale, o del cinema stesso. Presi ventotto, con il commento positivo del prof, sul buon esito dell'esame.


LE VENTI NOVELLE

81

Me ne uscì chiedendomi cosa diavolo mi fosse successo, senza avere risposta ovviamente. Dopo tre giorni di riposo iniziai a ripassare, o meglio studiare, l'intricatissima e dettagliata Storia del Teatro, corrispondente a trecento pagine di manuale, cento pagine di storia della regia teatrale (era il testo a scelta) e duecento slide, spiegate a lezione. Dovetti studiarle tutte in dieci giorni, alternando anche francese, per l'esame di lingua il giorno prima dell'appello d Teatro. Mentre studiavo l'Italia, la mia stella fortunata durante gli ultimi appelli felici, precipitò contro la Germania. Non sono un accanito giocatore di calcio, anzi non mi piace affatto: quando vidi le partite con Gregorio lo feci anche nella prospettiva di finire a limonare con lui, oltre che per rilassarmi un po' nell'euforia della gente, nel mischiarmi con gli altri estranei. Mentre l'Italia vinceva contro Belgio, Spagna e si faceva prendere in giro dall'Irlanda, io andavo avanti con gli esami, passandoli. Stessi a casa quando toccò alla Germania: la vidi con mio padre e mio fratello. Durante le partite mio padre fa uscire fuori tutto il suo istrionismo narcisista, diventando un giocoliere, un saltimbanco, malgrado il suo fisico da pagliaccio. Segnò la Germania: lui s'incazzò come una bestia; io me ne andai in camera a ripassare un altro po', conscio della sconfitta imminente. Ad un tratto sentì fuori le esultanze dei miei zii, in giardino a vedere la partita: l'Italia era di nuovo in gara. Ritornai in casa ad assistere la partita, fino ai rigori. Era quasi un'epica, uno scontro leggendario dalla foga con cui giocarono quella sera. Ai rigori fecero scendere in campo quei maledetti, gli innominati, tronfi e spavaldi, con i loro tatuaggi e la loro capigliatura da tamarri (uno però era calvo, ma aveva la barba da tamarro, comunque). Fecero i gradassi, gli arroganti: i loro tiri da deficienti ci fecero perdere contro i tedeschi la partita e la faccia. Me ne andai a letto per la prima volta depresso come mio padre. Le grandi battaglie in fondo si perdono così, per delle soperchierie, e per gli stupidi. Temetti questo per francese. Dopo essere stato presente all'appello di Teatro e alla minaccia


82

FOSCO CERBO

dell'insegnante, "Se siete bravissimi ci vorrà pochissimo tempo, altrimenti mi ci vorrà più tempo per convincermi che non siete preparati!", mi diressi alla fermata dell'autobus, per Novoli. Non passò. Presi allora quello nella via opposta, in Piazza San Marco. Era diretto verso Firenze Sud, dall'altra parte. Scesi e corsi alla fermata di prima, e presi il primo in cui il conducente mi garantiva la fermata a Novoli. Presi il 23. A metà strada notai che ero in ritardo e che era diretto nel quartiere vicino a Novoli, diviso dal passaggio ferroviario. Scesi immediatamente mandando a quel paese il conducente. Corsi verso Rifredi, per passare il taglio; mi trovai un lunghissimo reticolato, senza fine; trovai dopo dieci minuti l'uscita e corsi a Novoli. La strada era tagliata, di nuovo, e dovetti fare il giro lungo, passando per un ponte: mentre lo superavo puntai lo sguardo sul rivolo d'acqua; quando avrei desiderato fiondarmi nell'acqua, e metterci la testa pur di spegnere il caldo assassino. Arrivai a Novoli con venti minuti di ritardo. Scoprì che ero ancora in tempo, e mi preparai psicologicamente. Durò mezz'ora: due testi veloci su censura vietnamita e digital native. Respirai profondamente e premetti il pulsante di verifica: ottenni ottantotto; ero passato. Quella felicità incontenibile mi durò il giusto: mi dissi che ora potevo anche rimandare quello di Teatro; un esame a settembre era fattibile, no? Così persi l'esame Teatro, complice la scarsa preparazione. Davanti a me quel giorno ci furono ragazze che passarono dopo cinquanta minuti d'interrogazione, con voti alti, oppure bocciarono anche dopo venti minuti. Io entrai; già sbagliai la prima risposta, facendola sorridere istericamente, e andando avanti alternai alcuni lampi di genio con vere cacofonie, ottenendo anche delle critiche maligne, del tipo "Ma cosa sono queste improvvisazioni? Ma lei è troppo emotivo, sa? Siete tutti dei bambini emotivi, fragili e insicuri! Esponga meglio l'argomento, col linguaggio


LE VENTI NOVELLE

83

adeguato!". Ci credetti fino all'ultimo che mi avrebbe bocciato. Mi voleva dare ventiquattro, sulla fiducia: "Per quello che ha detto meriterebbe un voto più basso, ma ha saputo dimostrare anche diversi collegamenti intelligenti, e diverse contestualizzazioni. Lei ha studiato poco, ma può fare di meglio. Le consiglio di rifiutare: può fare davvero meglio." Mi piace troppo Teatro, così rifiutai, e me ne andai a casa amareggiato ma rilassato. Un mese prima discussi con la professoressa di Letteratura Contemporanea della mia idea di tesi. Pioveva quel giorno, e temevo che il mio tablet rimanesse danneggiato dalle gocce d'acqua che cadevano dalle fessure del tetto dell'ultimo piano della facoltà di italianistica. Mi presentai senza che lei mi riconoscesse: le esposi un abstract e un indice caotico, politicheggiante e troppo complesso; lei mi guardò come un imbecille e mi limitò la tematica al giornalismo nel mondo letterario del secondo novecento, su Calvino, Tabucchi, Eco e altri autori. Li cercammo uno ad uno per un'ora, con Wikipedia, e segnando ogni argomento interessante sul mio taccuino cremisi. Tre giorni prima di partire avevo intanto concluso il primo paragrafo della tesi e l'ultimo esame della sessione estiva, Storia del Processi comunicativi: la valutazione di ventotto era ottenuta dalla media di due esercitazioni scritte: una era un riassunto di uno dei capitoli del dottorato di una sua allieva, sul museo e la sua funzione formativa, e l'altra un'analisi di un museo digitale, ovvero, nel mio caso il Centre Pompidou a Parigi. Finì il primo capitolo due settimane fa; qualche giorno fa la prof mi rispose via email, commentando l'andamento della tesi: non andava male, ma dovevo migliorare la lingua e concentrare più il contenuto, e inviarle il tutto a inizi settembre, per la prima revisione generale. Però avevo bisogno di una pausa.


XVII. - Finalmente ti sei deciso! – mi dice Ernesto sempre al telefono – Finalmente hai scritto qualcosa di decente! – Meno male! – gli rispondo – Sennò era praticamente impossibile andare avanti! – Devo ammettere che mi sono sbagliato sul tuo conto. Qualcosa allora sai fare. Non gli rispondo. Lui intanto continua a parlarmi delle sue impressioni riguardo al testo che gli ho inviato qualche ora prima. La sua voce si fa progressivamente meno percepibile, più afona. Forse mi sto un attimo stordendo. – Scusa, puoi ripetere quello che dicevi? – e lui, contrariato, – Ma non riesci a seguire un discorso tanto semplice? – e continua a ciarlare del modo in cui scrivo, delle varie digressioni, della trama che s’è fatta più consistente. Io continuo ad allontanarmi, quasi involontariamente, dalla sua ciarla, fino a quando lui mi richiama all’attenzione: Fosco! Fosco! Oh! Rispondi! – Che succede? – gli chiedo. – Il testo…guarda… – mi sussurra al telefono. Apro immediatamente il file in condivisione: noto che la maggior parte del testo sta scomparendo, riga dopo riga, frase dopo frase; le parole ancora presenti si sono scombussolate tra di loro, in un caos assurdo. – Ernesto? Cosa succede? È normale tutto ciò? – gli chiedo, ma nessuno risponde dall’altro capo della cornetta. Le parole sono quasi scomparse, e il testo è ormai completamente vuoto, senza nemmeno il titolo.


LE VENTI NOVELLE

85

Non faccio in tempo per annullare questo delirio che il file si chiude automaticamente; non si trova più nella cartella. – Ma che cavolo? E ora che faccio? – commento da solo. Ormai disperato chiudo la cartella: mi ritrovo nello schermo principale; tra le applicazioni c’è un file word, non vuoto e senza titolo. Non mi ricordo della sua esistenza, e incuriosito lo apro. È un testo completo, ricco di capitoli e paragrafi, con dialoghi, sequenze narrative e perfino note a piè di pagina; è praticamente un romanzo completo. Ma in cima alle oltre centotrenta pagine non si presenta il titolo. È completa, ma gli manca il nome, ciò che potrebbe dargli un’identità. Provo a richiamare Ernesto ma non risponde, anzi il cellulare smette di funzionare poco dopo. Ad un tratto comincio a parlare, inconsciamente: Un…uno…La luce dello schermo mi dà fastidio. Mi risveglio: la retroilluminazione del display diventa il sole pomeridiano. La pennichella è durata più del previsto; fuori il sole comincia a tramontare, e anche quel maledetto racconto sembra dirigersi verso la stessa fine. È ancora lì, e non so come continuarlo. La vacanza sta giungendo al termine; non potrò consegnarlo in tempo il testo per la pubblicazione online. A meno che non tenti l’ultima spiaggia. Mi alzo dal letto e mi dirigo al computer, e comincio a scrivere. “Bartò si trovò quel giorno un po’ dismesso, stanco, svogliato di ogni interesse e di ogni passione. Era dunque una sua giornata tipica. Rimase buona parte del pomeriggio sul letto, a giochicchiare al computer, guardando fisso qualche video su Youtube o qualche post su Facebook.” Ad un tratto mi squilla il telefono in camera. È Ernesto. – Cosa stai facendo? – mi chiese cortesemente. – Hai ancora il file in condivisione, t’ho beccato subito, cretino. – Mi dispiace, ma sono davvero nei casini più… – Non puoi usare Bartò! Quante volte te lo devo dire? – e s’arrabbia – Ma ti rendi conto che non hai tu il


86

FOSCO CERBO

controllo del mio alter-ego? Già l’avevi fatto con me, riproponendo quel dialogo non autorizzato. – Ma è un bel dialogo! – Non m’interrompere! Non puoi usare la mia immagine, la mia personalità per certi scritti senza che io non accetti, lo capisci? – Sì… – E allora vedi di smetterla di scrivere certe corbellerie. Mi tocca cancellare tutto, ancora una volta. Metto “Seleziona tutto” e mi avvicino a “Elimina”. Oppure no? Clicco su “Taglia” e apro un blocco note, e vi incollo questo pezzo. Provo a continuarlo. “Bartò ebbe una grande fortuna quel pomeriggio: il computer saltò, per via del consumo eccessivo delle batterie al litio, mai ricambiate. Perché tornasse funzionante doveva comprare una batteria nuova, all’Euronics vicino a casa sua. Si alzò dal letto, saltellando sul materasso per darsi una spinta e combattere la gravità delle morbide coperte. Data la brevità del viaggio decise di andare a piedi, e non in macchina o in bus. Arrivò al negozio, ma notò che era prossimo alla chiusura. Entrò repentino, sbattendo contro la porta, sbagliando nell’indicazione d’apertura. Chiese al primo commesso il reparto delle batterie al litio; l’accompagnò e gli presentò alcuni dei migliori, troppo costosi. Bartò gli parlò del suo modello, mentre dagli altoparlanti veniva trasmesso l’avviso alla clientela per l’imminente chiusura. Il commesso gli fece vedere altri modelli. Il tempo stringeva, Bartò non sapeva cosa scegliere. Il costo era sempre troppo importante, e non c’era nulla simile alla sua precedente batteria. Fu allora che decise di…” Lo schermo si spegne improvvisamente: si era scaricata la batteria. Sono stanco di questo computer.


XVIII. Per staccarmi un po' dalla tesi, non difficile ma complessa e ricchissima, ripresi i miei vecchi testi. Prima di andare avanti descrivo la sequela dei testi che ho scritto negli ultimi dodici mesi; serve per me, per fare un po' di ordine nella mia bibliografia. Durante il periodo di malessere, più precisamente "esordio della ciclotimia", scrissi alcuni racconti brevi, di circa otto, dieci cartelle, per svago e sfogo, a cui aggiunsi, tra giugno e agosto, sei ballate-liriche, per un potenziale libretto di poesie, successivo al primo, allora chiamato "L'immaturità". A metà agosto, con coraggio, iniziai i primi dieci racconti brevi della raccolta "Un sognatore ricordato", in previsione di scrivere gli altri dieci entro metà settembre, e gli ultimi dieci entro fine ottobre. Nel frattempo decisi di confluire in un unico volume i racconti brevi di "svago e sfogo", assieme alle ballate, corredate di un commentario in stile dantesco; la raccolta si sarebbe chiamata "Un affabulatore improvvisato", e quelle erano le ballate del racconto lungo "Una lunga ballata", il primo dei tre racconti del volume, con "Un coro di voci distinte" e "I graffiti: inchiesta d'un passato", un vecchio racconto scritto tra ottobre 2014 e marzo 2015. Interruppi però "Un sognatore" a ottobre, e "Un affabulatore" a gennaio: le raccolte erano diventate un peso, e la loro stessa struttura divenne un coacervo di idee sempre più contorte.


88

FOSCO CERBO

Si aprì un intero mondo con quei libri incompleti: mi ricordai delle mie vacanze a Follonica, delle mie passeggiate, delle pizzate in spiaggia e delle vecchie compagnie, ora disperse nella penisola. Tutto questo ora aveva un altro nome: Montalto. Nacque dunque il progetto dei Montaltesi, un unico volume di quattrocento pagine, in cui si sarebbero susseguiti il prologo-racconto della madre dei due protagonisti, il sognatore e l'affabulatore: avrebbe raccontato il parto, grottesco e tragicomico, in cui già si intravvedeva i caratteri dei signori Mercalli, una leggera trasposizione dei miei genitori. E poi i due Libri: la storia di un figlio trattato come un novello Fantozzi, tra critica sociale e racconto umoristico, che si ribella coi ricordi di una vacanza dispersa nella mente, e nei dialoghi condensati nei suoi pensieri; questo enorme conflitto disintegra l'armonia dei racconti, creando nuove linee narrative, quasi approdando al romanzo, fino all'epilogo in prima persona, del figlio ricordato. In aggiunta al Libro ci sarebbe stato un racconto di trenta pagine, sull'avventura vacanziera del ragazzo, senza nome, nella sua Montalto, con l’amata non ricambiata e con i suoi amici segretamente amanti (una coppia gay e una ragazza lesbica innamorata della sua "amata"), così da introdurre l'affabulatore, il secondo Libro. Lui, a differenza del Padre-narratore del primo Libro, avrebbe tentato di riscrivere la sua vita, le sue esperienze, le sue amicizie, insomma avrebbe ricostruito la memoria non individuale, ma collettiva, di Montalto: ogni racconto metteva in scena amici, parenti, conoscenti legati a lui e alla città, rappresentando lo ieri e l'oggi della cittadella, fino a scoprire le origini del caos famigliare, con il racconto giallo "I graffiti". Alla fine, come nel primo Libro, ci sarebbe stato un racconto aggiuntivo: verrebbe raccontata la contemporaneità, senza più flashback, della famiglia, comicamente in rovina, con i famigliari sparsi per la penisola. Così sarebbe finita la storia dei Montaltiesi; una micro-epopea marittima. La scelta dei due libri ricade su un fatto personale. Scrissi nel 2014 due racconti lunghi,


LE VENTI NOVELLE

89

Frammenti di una vacanza inquieta e I graffiti; mi parevano, mesi dopo averli conclusi, frutto di due tempi diversi: tutti e due erano due mondi diversi, quasi scritti da due personalità diverse. Erano due personaggi: un sognatore riflessivo, introverso, inquieto, e uno più estroverso, più semplice, più solare; curioso che siano dicotomici, e che mi ricordino il disturbo ciclotimico. Vennero pubblicati su un social network, The Incipit, con poche visualizzazioni e commenti ambigui, alcuni poco credibili: scoprì che la maggior parte voleva essere ricambiato successivamente con un altro commento, da parte mia, per il proprio racconto; era una specie di catena di Sant'Antonio. Li avrei eliminati dal sito, assieme al profilo, una volta concluso il progetto. Speravo di concludere il tutto entro giugno, ma ancora sono fermi. Preferì concentrarmi su delle vaccate senza ritegno. A marzo, forte della mia vittoria all'esame orale di Estetica, dedicai tre settimane alla stesura de "Il Carlo. Dialogo d'un artista", un dialogo filosofico in dieci "libri" (si chiamavano così nell'antichità i capitoli), di cento pagine, con prologo e epilogo. Fu un progetto folle, poco produttivo alla fine: potevo scrivere un'opera godibilissima, per un pubblico più vasto, giocando ancora di più sul tono fiabesco e sul dialogo per creare fantasie e scenette gustose magari toccando le tematiche estetiche; sarebbe stato un "romanzo culturale", come quello delle Cosmicomiche di Calvino. Volli invece dedicare la stesura all'università, ai futuri esaminandi di Estetica: il dialogo si incentrò sulla storia dell'Estetica Occidentale, senza andare oltre, alternando di tanto in tanto qualche scenetta comica, tanto per ricaricare la storia. Il risultato finale fu ottimo, solo per gli universitari ovviamente; per la gente l'opera è inaccessibile ancor oggi. Così si unì a "Paolo, un modernista", fino a quando non decisi di modificare la sua layout, e a ripubblicarlo come "Paolo, ovvero il modernismo", tanto per rivenderla come un'opera parodia del "Candido, ovvero l'ottimismo" di Voltaire. Di recente ho deciso a cambiare il titolo del Carlo, in "La dialettica di Carlo. Dialogo sui


90

FOSCO CERBO

massimi sistemi dell'estetica occidentale", prendendo stavolta in giro il "Dialogo sui massimi sistemi" di Galileo. Per concludere quella che dovrebbe essere la "Trilogia dell'università", ovvero "Gli stressati", dovrei scrivere "Marco I, II e III", parodia delle tragedie in parti di Shakespeare, in cui metterei in scena il mondo della regia avanguardista di inizi novecento, prendendo spunto dal saggio di Mirella Schino, sulla nascita della regia teatrale. A me pare che non funzioni più il sistema: avrei dovuto seguire il primo progetto, invece di credere nella classe, come feci con la collana dei Prontuari. Quest'ultima è arrivata alla fine all'ultimo volume, su Teatro; ora ho riunito i sette prontuari in un unico volume, di quasi cinquecento pagine, adottando un'impaginazione più ampia, in stile BUR Rizzoli (un 22x28); una volta finito Teatro pubblicherò il volume in e-book, con prefazione sulla storia editoriale dell'opera, e delle vicende ad essa legate. L'unica fortuna del Prontuario non è stata quella della fama, o del rispetto; è stata quella di essere chiamato nel momento più inopportuno da parte degli esaminandi per garantire la bontà della mia opera, o per far pubblicità al mio prontuario, come se si trattasse di una marchetta. L'economia di mercato ce lo insegna: a far successo non è il prodotto di qualità, ma il prodotto di pubblicità, quello meglio piazzato e meglio confezionato, non quello meglio preparato. Spero solo non sia così anche nella letteratura, sennò è davvero un mondo terribile il nostro. Tralasciando questi scritti impossibili, dell'ultimo mese ho potuto riprendere e ricontrollare, sempre nei miei limiti, le vere opere da pubblicazione seria: i racconti e i romanzi. A novembre, poco prima di "vendere" l'ultima copia del primo libro, "un ragazzo dalle belle parole", mi venne l'idea di rileggere uno di quei racconti, così, per perdere tempo: non finì nemmeno di leggerlo "L'incendio", da quanto era decisamente assurdo e senza senso.


LE VENTI NOVELLE

91

Già mesi prima Antonio m'aveva avvisato della forma strana del libro, che "sembrava andare verso il romanzo ma senza una trama, per finire come una raccolta, senza tema", ma non gli diedi retta; ad agosto la inviai a destra e manca, e finì nella piccola truffa di quella casa editrice, con molta probabilità, ora fallita, pagando per fortuna mia solo un sesto del prezzo pattuito all'inizio. Era un pessimo lavoro, mio e dell'editor. Mi auguro di annullare la pubblicazione a ottobre, sperando siano abbastanza intelligenti da comprendere la vanità di tutta l'opera e della stessa pubblicazione. Dalla vergogna per la scoperta presi in considerazione l'idea di riscrivere da capo, forse un romanzo, quel primo romanzo da cui finalmente iniziare, dopo anni di apprendistato. La materia è abbondante: basta solo fantasticare su alcuni fatti della mia vita, come fanno molti romanzieri da decenni ormai, e giocare di stile; secondo la madre di un mio lettore, insegnante di letteratura italiana a Lucca, non mi dovrebbe mancare lo stile. Il titolo potrebbe essere "Alla stregua di Ernesto", oppure "La via di Ernesto", come parodia del primo volume della Recherche proustiana. E quello sarebbe stato il primo volume di una serie di sei volumi, su questo personaggio, sul mio alter-ego, Ernesto Sparvieri. Sarebbe bello, ma mi manca il tempo; solo tre capitoli su trenta sono stati scritti, tutti legati al racconto della mia maturità, o meglio della maturità di Ernesto. Vennero nel frattempo gli esami di Statistica e Estetica, e dopo quelli il nuovo semestre e "Carlo, dialogo con un artista". Su consiglio di Valentina avevo creato un profilo su issuu, una piattaforma digitale adatta per la pubblicazione libera di ebook vari (riviste, fumetti, rotocalchi...): misi nei primi tre mesi i primi due scritti "sperimentali", e a giugno la raccolta di poesie "I Colli", ex "L'immaturità", e nell'ultimo mese, contravvenendo ai miei progetti, ripresi una vecchia redazione de "Un ragazzo dalle belle parole", e la riordinai in nove episodi, seguendo lo stile del primo Philip Roth ("Lamento di Portnoy"): ora si chiama "Bartò frantumato", in omaggio


92

FOSCO CERBO

al mio soprannome fiorentino, ora alter-ego. Ma non è un secondo alter-ego, è qualcosa di più: è l'alter-ego del mio alter-ego, ora eteronimo, come quelli di Pessoa, ovvero un personaggio letterario con vita e personalità propria. Bartolomeo Mettimal è l'alter-ego di Ernesto Sparvieri, e quest'ultimo è il mio alter-ego: ognuno si lega alla mia vita con un margine ridotto; se le storie di Bartò sono, all'incirca, il 40% verità e il 60% finzione, quelle di Ernesto sono 80% vere e 20% fittizie. Io come personaggio non ci sarò mai; seguo l'idea di Calvino dello scrittore inesistente: io non devo esistere nei miei scritti, ma devo esserci, essere-per-il-segno, apostrofando l'essere-per-la-morte di Heideggher, ovvero usare i miei fatti, quando possibile, come ispirazione per la scrittura quando la creatività non esce. Da questo sistema uscì, oltre a Bartò, anche "Gli assurdi", il resto dei racconti del "Un ragazzo", con un racconto lungo iniziale, un potenziale ma fallito romanzo breve, "Il tempo di narrare", un racconto a cornice di sette racconti. Dopo questi presi i racconti ancora senza ordinamento e li riunì in un volume: "Giorni tranquilli", stavolta né un romanzo né una raccolta di racconti, ma un romanzo breve di racconti, in cui si intrecciano secondo la letteratura combinatoria tredici racconti in tre linee narrative, sempre col personaggio di Bartò (è presente anche in alcuni racconti degli Assurdi). Forse lo modificherò prossimamente, dando un ordine più sparso ai racconti. E per finire ho ripreso "i Colli" e vi ho aggiunto altre liriche, rimaste nel fondo delle mie cartelle; da "I Colli" a "Cose Acerbe"; così considero per onestà intellettuale la qualità delle mie poesie. In due anni ho reso "pubblicabili" sei libri, forse sette con la raccolta di quelle due opere teatrali (Così è allo specchio e Non importa, scritti durante il laboratorio di strategie comunicative): due opere sperimentali, veri esercizi di stile, un romanzo, una raccolta di racconti, un romanzo di racconti e una raccolta di poesie e una raccolta di opere teatrali. Manca solo il saggio e si è praticamente toccato lo spettro della scrittura tradizionale; ci sarebbe, "Oltre il Varco", quello scritto di storia contemporanea,


LE VENTI NOVELLE

93

ma devo ancora concludere le note, e non trovo mai il tempo. Da quando sono ritornato a casa ho avuto il ghiribizzo di progettare un romanzo breve, il seguito del primo Bartò, prendendo spunto dalla mia esperienza elettorale nei 5stelle e delle diverse avventure accadutemi: omaggiando “Una questione privata “di Fenoglio, ecco “Una questione civile”. Questo romanzo satirico e critico sulla politica e sulle ingiustizie sociali è ancora fermo ai primi due capitoli, su cinque (ma il terzo è praticamente un meta-romanzo di novanta pagine, diviso in dieci paragrafi). Non c’entra nulla il rischio di venire scoperto dai miei vecchi collaboratori o dalle autorità locali o da chicchessia; non trovo il tempo, tutto qui. L'unico scritto importante al momento è la tesi su Letteratura contemporanea: "Giornalisti da romanzo. Giornalisti e giornalismo nel secondo novecento". Al momento è ferma al secondo paragrafo del secondo capitolo; entro settembre deve essere conclusa. Ora sto anche studiando Teatro per settembre; sono un po' ingarbugliato, il che è una condizione fisiologica per me. La sessione di laurea comunque è a dicembre, quindi posso prenderla con calma; farò nel mentre la spola Firenze-Siena, come feci al primo anno della triennale. Sempre se mio padre mi garantirà gli studi, in tal caso dovrò prima cercarmi un lavoro, usando la mia laurea; non mi dispiacerebbe fare l'articolista in qualche giornaletto provinciale, alla stregua di Toc Toc Firenze, o lavorare in una casa editrice di medie dimensioni. Per quello che m'interessa, l'importante è avere uno stipendio; tutto si dovrebbe sistemare con i soldi in banca, se il nostro paese fosse ancora realistico, e non al limite del grottesco. Intanto io continuerò a scrivere, e a cercare di capire sempre di più (ma forse sempre di meno) me stesso e gli altri. Chissà se un giorno raggiungerò la maturità. Ma forse è solo una grande chimera, un’illusione.


XIX. Il cellulare squilla, incessantemente, da dieci minuti, ma io non rispondo. So che si tratta di Ernesto, so che mi vuol chiedere come sta procedendo il testo, so che, appena gli dirò che nulla è stato fatto né concluso, vorrà la mia testa. Non mi interessa, né mi preoccupa: ho abbandonato il mio computer alla polvere della scrivania; ora sono fuori dalla camera, fuori da casa mia, nelle campagne, da solo. Esco di casa e m’avventuro per via delle Selve, ove poco a poco le residenze moderne lasciano il passo a quelle più antiche, più rustiche, e ad una sempre maggiore vegetazione. Dopo pochi chilometri arrivo nella zona agreste della mia cittadella; per raggiungere i campi devio dalla via e passo per una strada sterrata, ove ogni due passi la ghiaia risuona scrosciando nelle suole. Davanti a me si apre una varietà di dossi irregolari, collinette cespugliose a levante e alcune brughiere tralasciate alle alte erbacce e campetti coltivati o messi a maggese a ponente, con diverse foreste oscure e solitarie, macchie di verde sulle distese piane del paesaggio, ondeggianti al vento della tarda estate. Da lontano si vedono le case dei proprietari campagnoli, arroccate sulle colline, circondate da mura di olivi e piccole querce, con torri di cipressi e pioppi. Cerco un luogo dove poter riposare, e forse pensare un poco sul da farsi. Si alza un piccolo venticello, e tutta la natura si muove, e quasi non smette più. Cammino per la strada: sento il gracchiare dei grilli nascosti nei


LE VENTI NOVELLE

95

fossi stradali, tra gli sterpi selvaggi, e non capisco se sia il vento o qualche animaletto a far muovere, da soli, alcuni cespi e rovi ai lati del sentiero. In pochi passi trovo lì il luogo ideale: è un piccolo castagno, dall’aspetto vecchio e consunto, i cui rami sono piegati sia dagli anni sia dai passati venti di tempesta; sembra quasi che le foglie vogliano ingannare l’età effettiva del castagno, con il loro colore smeraldo acceso. Mi siedo lì sotto, all’ombra, appoggiando la testa sul tronco spesso e rugoso. La vista ora è fissa sul vicino ponticello, murato, con delle transenne di ferro battuto leggero. Poco distante al ponticello si trova una rimessa di cavalli, vuota di animali ma piena di letame, il cui tanfo, per fortuna, non arriva alle mie narici. Passa qualche stormo di fringuelli nel cielo, dividendo l’orizzonte quasi come fa il fiumiciattolo sotto il ponticello: è una vena d’acqua forse stagnante, immobile, celata dalla vegetazione e dagli alberelli che lo contornano. Sento dalla mia ombra qualche gracidare provenire dal fiume: allora è davvero stagnante, se ci sono i rospi. Mi disinteresso del loro rumore, e comincio a rilassarmi, trovando la postura più adatta per favorire il piacere. Mi poggio quasi di lato, un po’ obliquo, e sento già il sollievo, un rilassamento di quei pochi muscoli che ho nella schiena. Adesso guardo un po’ il cielo, libero in parte dai cirri pomeridiani; ho come sottofondo le onde delle foglie che si scontrano tra di loro. Provo un attimo a riflettere. Cosa potrei fare ora? Il testo andrà avanti? Io andrò avanti? Ed Ernesto? Cosa mi farà quando saprà, od ora che sa che il testo non c’è? Che nulla è stato scritto, e quel poco che è stato tentato non funziona o non regge? Niente. Provo a pensare a qualche soluzione, e invece ho solo più domande, e più ansia. Guardo la natura invece: a volte mi chiedo se la vera fortuna non si nasconda negli animali, nelle creature; almeno loro non hanno da pensare a queste scempiaggini, a queste follie quotidiane. Mangiano, bevono e dormono, e a volte copulano e sempre defecano e urinano. Giochi o piccole caccie a parte sono più semplici di noi, e in particolare di me, obbligato a questo, a quello, ad un matto


96

FOSCO CERBO

scribacchino e al suo alter-ego, a sentire certi discorsi da amici, parenti, a vedere quello, a scrivere questo. Li ammiro gli animali: sono davvero liberi, e non come noi, liberi solo nel diritto, mai nella realtà. Il vento cambia ordine: sento arrivare un leggero puzzo. In pochi attimi vengo investito da un tanfo di letame. Per non respirarlo comincio a starnutire e arrivo a sbattere la testa contro il tronco, facendo cadere sulla testa alcuni ricci di castagna, fortunatamente troppo acerbi per pungere davvero. Il tempo intanto passa: l’ombra si è ristretta e il pomeriggio si sta protrando verso il tramonto. Mi tocca tornare a casa. Dopo ulteriori massaggi alla testa mi alzo e faccio in senso opposto la strada. O forse…il fiume ha cominciato a muoversi. Lo seguo, passando accanto per alcune sterpaglie leggere. il fiume si fa più veloce nell’affluenza. Mi fermo a pochi metri: il fiume finisce in un piccolo laghetto, chiuso al pubblico, simile per forma alla piscina di giorni addietro, ove oggi mia madre ha passato, senza di me, il pomeriggio. Il lago, malgrado la velocità del fiume, è fermo. non so perché ma mi sono aspettato altro. Prima di andarmene, però, accade qualcosa: al centro del lago si formano alcune bolle, prima una, poi due, poi cinque, dieci.


XX. - - Non sei credibile! - Come? - Sei più inattendibile dei tuoi personaggi da racconto... - E chi sei, tu, scusa? - Il tuo occhio, genio! Io ti guardo sempre! - Ma che diavolo dici? Sei un occhio! Guardi fuori, semmai! E poi sei un organo, come fai ad avere coscienza propria? - Non sono il tuo occhio fisico, o quello sinistro, che ti dà tanti problemi! Sono quello della mente. - No, dai, serio? L'occhio della mente? Cos'è sta boiata New Age, ora? - Non c'entra nulla la boiata New Age! Ti rendi conto che il tuo racconto è fittizio? - Ma se quello che ho raccontato è vero! Anche la storia dell'occhio è verissima: ho pure le ricevute dei medici... - Cero, come quella del ragazzo, dei fratelli, degli amici a Firenze e di tanto altro. Non è il modo con cui le dici. - Il modo? Ma non è una recita. Poi, è in prima persona: sono io che racconto, sono io che vivo queste situazioni; potrò pure raccontarle come posso, no? O c'è una maniera? - Una sì: essere distaccati. Non lo sei, non ancora. - Distaccati? Come faccio ad essere distaccato se temo di perdere un occhio, se le piattole mi arrivano, se


98

FOSCO CERBO

un ragazzo non mi piace ed eccetera eccetera. Sono le mie emozioni, per Dio! - Solo le emozioni che tu hai usato come catalogo, genio! Tu per l'occhio, ad esempio, non hai provato solo angoscia. - Certo: ero felice di diventare cieco. Tutti i ciechi sono felici quando perdono la vista, sai? - Non hai provato solo angoscia! Solo! Mi segui? Hai avuto timore, preoccupazione, disperazione... - E non sono simili all'angoscia? - Ma anche curiosità, e un certo interesse: quando ti sei svegliato quella mattina le vedevi; fin da piccolo le hai sempre viste, fin da piccolo le avevi... - Sì, ma mi sono peggiorate. - E già lo sapevi, con internet; non c'era nulla di cui preoccuparsi. Ma tu hai pensato alla cecità, al danno irreparabile. - Sai che non si possono curare, genio... - Tu sai che c'è un trattamento, però, che nessun oculista sano di mente ti farebbe fare: la vitrectomia. Rischieresti la retina, così. - La rischio ancora. - Non c'è segno di distacco, né di malattia. L'occhio è sano, solo un po' invecchiato. - Come me. - Hai già paura di invecchiare, non è così? - Ho ventun anni... - Nel medioevo saresti già nel bel mezzo del cammino. - È il 2016! La speranza di vita è a ottant'anni! - Ma i giovani muoiono comunque: un calciatore di quattordici muore all'improvviso nel campo da calcio per infarto; un ventenne muore per cancro; un trentenne non diventa padre per un morbo; un bambino non diventa adolescente per leucemia. Tutti muoiono. Tutti si ammalano. - Ecco perché vivo nell'ipocondria. - L'ipocondria t'è nata quando ti sei scoperto omosessuale: il giorno dopo aver baciato per la prima volta un ragazzo avevi cercato su internet i canali di trasmissione dell'HIV, perché temevi la saliva e non


LE VENTI NOVELLE

99

credevi in lui. La cosa più sgradevole della tua vita s'è legata a quella più incantevole di tutte. E quella è peggiorata, a seconda del tuo rapporto con il sesso. - Già, ho problemi ancora col sesso. - Non riguardano la tua sessualità. Per quello che se ne sa sei sempre stato gay, fin da piccolo. Non ne eri però cosciente: andavi in giro, alle elementari, a pomiciare con le bambine che ti facevano credere svenute, e alle medie a pavoneggiarti con tutte le ragazze, compresa la tua cugina di terzo grado, già fidanzata. - Eppure mi masturbavo pensando ai bei maschi della classe. - Ancora il bacio non lo volevi fare. Ci vollero i tuoi diciannove anni per provarlo. Da quel momento non sei tornato più indietro. - Ma il sesso ancora poco... - Quello perché non ti fidi di nessuno. Non ti sei mai fidato lontanamente di Daniele, assolutamente: per te era solo un pezzo di carne tatuata, fragile e facile da manipolare. - "Li vedi tutti questi tatuaggi? Di solito i ragazzi fragili se ne mettono così tanti...". Me l'aveva già detto. - E tu non ne hai voluto sapere. Era anche un donatore AVIS, e pensavi t'avesse attaccato l'AIDS. - Piccoletto ma tosto, scemotto ma dolce. Era la tua possibilità per capire il mondo dei tamarri, dei nuovi matti. Tu saresti l'ideale per quel mondo, con la tua faccia di bimbetto stravolta dalla barba vecchia e dallo sguardo stanco e malinconico. - Non sono l'ideale per nessuno. Appena mi scoprono scappano. - Che affermazione idiota! Trovane un'altra... - Sono io che sottovaluto o sopravvaluto gli altri, perciò lego poco. - Ci siamo quasi. Continua. - Non sono pronto. - A scopare? - Anche ad amare. - Lo sapevi che Bukowski ha iniziato a scopare a ventitré anni?


100

FOSCO CERBO

- Ma io sarei capace da subito. E che non mi apro per bene, sia fisicamente sia mentalmente. - Lo psyco pisano pensava avessi dei complessi autistici, visto anche il tuo modo di masturbarti. - Quando mi masturbo in quel modo penso alla scopata. È in vista di quello, non è autoreferenziale. - Ma vedo che dall'andrologo non ci vuoi andare. È solo per una mezz'ora, poi in un mese sei apposto. - Temo sempre che mi faccia qualcosa ai nervi, che poi non riesca più a masturbarmi. - Forse riuscirai a masturbarti come un essere normale, invece. E anche a scopare. - Dovrò farmi un mutuo per i preservativi allora. - Sempre meglio che farlo per gli antiretrovirali. - Comunque c'era in Daniele qualcos'altro: una tensione alla violenza, al far male. - Non t'ha mai toccato nemmeno con lo sguardo, via. E se è ancora la storia dei fascisti... - Quando mi scopò, provai davvero per la prima volta il sesso anale; prima non m'era mai entrato. - È doloroso? È normale! Devi abituarti. - Dio mio, ho pianto alla seconda pur di farlo smettere. - Pur di non scopare hai pianto, per intenerirlo. Come se fosse una bestia. - Era come se mi volesse scopare e basta. Come se fossi una puttana e basta. - Voleva fare l'amore con te. Te l'ha pure detto. Lo attizzavi. - E perché questa violenza, questa mancanza di delicatezza? - Ha trentatré anni! e la vita non gli è stata facile... - E a me sì? - Sì! in confronto a lui, sì! T'ha cercato e gli piacevi! Non sei così sfigato come pensi, a volte hai delle grandi fortune! - Che finiscono puntuali ogni volta. - Non pensare a Lorenzo... - E chi ci pensa? Entrambi attivi, entrambi nevrotici. Era impossibile. E poi lui mi disprezzava: i suoi occhi diventavano come quelli di un cane rabbioso


LE VENTI NOVELLE

101

quando parlavo. Non mi reggeva; anche lui voleva solo scoparmi. Infatti, bello bello, m'aveva detto in chat che dovevo essere calmo a letto, e che in futuro dovevo essere più "aperto". - Ma ancora la nota del cuore te la suona, o sbaglio. - Perché esteticamente era bello, cacchio. Era bello in tutto. - Gli occhi sono i peggiori consiglieri dell'animo. - Detto da te è contraddittorio. - Se fossi l'occhio fisico sì, sono della mente, il che significa essere anche più astratto, più coscienza. - Mi sembra uno psicodramma. - il vero psicodramma lo vivono gli altri: te hai scuola e scrittura. Gli altri hanno il futuro e la famiglia. - Sono stato crudele con i fratelli Giustini. - Loro sono crudeli con se stessi, ovvero con l'altro: si azzannano a voce e si disperano pure. Lasciali perdere. - Magari... - Te li faresti se potessi, vero? - Anche ménage a trois, da quanto sono belli. - Sogna! È l'unica cosa che ti garantisce di averli. - Non capisco come mai questa rabbia... - Perché hanno carisma e fascino, nonché una buona dose di talento. Te, ancora, l'hai da scoprire il talento. - E perché si lasciano disperdere così? Perché non si concentrano nei loro talenti, invece di fare tutto e niente? - Ti sei mai posto te, questa domanda? - Io? Ho solo ventun anni, via...non sto perdendo nulla... - Potevi, mentre facevi la triennale, continuare teatro; ora avresti un lavoro, e qualche soldo da parte, no? - Se per questo potevo anche continuare a fare articoli, così avrei potuto raggiungere la quota necessaria per ottenere la tessera da pubblicista. - Oppure avresti potuto cominciare a trovare un lavoro qualsiasi, magari come commesso, o come cameriere, come fan tutti.


102

FOSCO CERBO

- Sono tante possibilità, vero, ma credo di averne ancora il tempo. O che forse non siano quelle che cerco. - È più probabile l'ultima, altrimenti la tua ipocondria non avrebbe senso. Se mai dovesse averlo, un senso. - Poveretti tutti quelli che m'han trovano in crisi ipocondriaca. - Nessuno sopporta gli ipocondriaci, anzi, nessuno vuole attorno a sé dei rompiballe. - Ma credo di esserlo anche senza ipocondria. - Quello è innegabile. È il tuo modo di fare la puzzola: spari appena qualcuno ti si avvicina troppo il tuo fetore, così si allontana; come lo fai con chi frequenti, così lo fai con gli amici. - A volte mi piace stare da solo. È una dote famigliare. Stiamo tutti ammassati nello stesso paese, quasi nello stesso quartiere, ma preferiamo parlarci poco, starsene ognuno nella propria casa, nelle proprie stanze. - Infatti vedo grandi emozioni e grandi legami in famiglia... - Ogni famiglia è disfunzionale... - Magari la tua lo fosse, almeno qualcosa di autentico ci sarebbe. La tua è una tragicommedia, con rimasugli di farsa, satira e grottesco. E, dato che si parla di teatro, vedi te quanto di realistico ci sia in una metafora sulla finzione. - Si parla tanto di verità, di ricerca della verità e della giustizia: quando la si ha davanti subito si rifugge nella finzione. La verità è autonoma e indipendente; la finzione è a tuo piacere. - Ecco perché scrivi. - Già, ecco perché scrivo. Se non altro non penso a quello che succede; mi allontano, un attimo, non di più, poi ritorno. Tanto la realtà è come me, una rompiballe che si immischia in tutto, perfino nei miei scritti. - Tu ci provi a scrivere finzione, ma qualcosa di tuo c'è sempre. - Non ho mai trovato in tutto ciò che ho letto un solo rigo in cui qualcosa non sia stato vissuto veramente dall'autore o dal protagonista trasposto. Il nostro


LE VENTI NOVELLE

103

cervello registra tutto, ma siamo noi a scegliere cosa dover riportare alla luce. E la si può usare. - Ma dopo ti espropri della tua vita, la fai fittizia, la confondi. - Ecco perché fingo. Così non esagero, e non disturbo troppo i ricordi. Cosa non darei per poter vedere nella mente di chi ricorda, di chi racconta una propria esperienza, solo per poterla vedere. A me tocca al massimo ascoltare, e andare di fantasia. - Guarda il lato positivo: stai diventando una memoria enciclopedica di vita, morte e miracoli altrui. - Già: Firenze è un esempio lampante: potrei scrivere di tutto su questi due ultimi anni a Firenze. E invece quello che ho buttato già è metà della metà della metà di quello che potrei raccontare. - Non esagerare! L'hai detto tu che il cervello registra e poi si sceglie: hai scelto gli episodi che tu hai creduto migliori... - Ne sono avvenuti decisamente più interessanti. - Ma hai scritto, no? Bartò, gli Assurdi, Giorni Tranquilli, per non parlare di Paolo e di Carlo, anche quelli abbastanza fiorentini per certi avvenimenti. E sono già cinque libri, quasi seicento pagine. Più quest'ultimo testo, altre pagine. - Non mi avvicino mai. Per quanto ci provi non sento di raggiungere un obiettivo, o se lo sento all'inizio poi scopro il contrario. - Ovvia, manco avessi un contratto editoriale con una major! Ti diverti ora a scrivere: non hai impostazioni! E quando verrà il momento basterà presentare il lavoro. Non sia mai che tu debba trovare un lavoro in una casa editrice e farti amico il direttore, come fece alla tua età Calvino. Oddio, Bartò non è Pin, e non hai scritto I sentieri dei nidi di ragno, una favola partigiana. Hai scritto qualcosa di diverso e personale al tempo stesso, non necessariamente catalogabile. - Questo non aiuterà una pubblicazione futura. - Ma perché preoccuparsene tanto ora?! Piuttosto preoccupati per la laurea; negli ultimi giorno hai scritto poco, quasi nulla.


104

FOSCO CERBO

- Ho poca voglia, e devo anche leggere quei libri e non trovo il momento adatto. - Ci vogliono al massimo due ore al libro. Non è così pesante! Si scrive che è un piacere! - Ma c'è anche teatro! - Senti, se va male, pace. Dubito che andrà male, ma se dovesse accadere, amen. Sarà per un altro anno. Ti trovi un lavoretto, segui le lezioni, ti prepari ai futuri esami dell'anno dopo e pace. C'è gente dell'età dei Giustini che ancora deve finirla la triennale. E, si sa, al lavoro ti vedono male se sei "vecchio", vicino ai trent'anni. Tu ne hai al massimo ventidue! Quando finirai la magistrale ne avrai venticinque; sarai giovanissimo! - Preferirei fare tutto il prima possibile...staccarmi dalla famiglia, ecco. - E ti fa onore, anche se la scelta senese è ambigua. - All'inizio pensavo a Lorenzo, ma lui se ne andrà a Bologna, o Roma. Ha una carriera vera davanti a lui. Ha un futuro, lui, con tanto di certificato di lingua cinese da esperto. - Sì. Ma ha ventiquattr'anni, e ha la sua vita, il suo dramma. Non lo seguire, sia chiaro; sarebbe delirante ricominciare una terza volta. Perché allora Siena? Non sarà mica per la storia di Tozzi? - Di lui ho letto poco. Mi piace, parecchio, e spero di avere la sua bravura, ma non è per lui. È per le vie strette, per la sua musica. - Preferisci il paesone alla città? Non c'è molta vita sociale... - Appunto... - ...vuoi startene da solo? - Il giusto, sì. Vorrei ritrovare la mia privacy, il mio mondo personale, e costruire una mia vita, sena dover stare in compagnia di qualcuno ventiquattr'ore su ventiquattro in camera o in appartamento. Mi va bene la singola, in una residenza universitaria. Ma per quello che ne so mi verrò costretto a starmene a casa. - Non è ancora detto: forse l'ISEE l'abbassano. - È troppo alto. Così alto non lo è mai stato negli ultimi anni. Non lo voglio dire ma la mia famiglia


LE VENTI NOVELLE

105

diverrà così responsabile della mia interruzione di studio. - Interruzione? Non avrai la borsa, mica perderai lo studio! - Le tasse sono troppe alte: per quanto l'ISEE sia alto, la mia famiglia è indebitata, e non riuscirà mai a pagare le tasse senesi. Dovrò trovarmi un lavoro per contribuire allo studio, ma darò di matto prima del tempo così. - Mi sembri catastrofico. Non è detto che debba finire così. - Me l'auguro. Devo prepararmi al peggio, come ho sempre fatto negli ultimi tre anni. - Perché pensi che siano responsabili? Per i soldi? - Sono l'unico in famiglia ad avere uno studio universitario: mio padre ha fatto il geometra i primi anni dopo Geometri, per poi fare il rappresentante; mia madre poteva fare la maestrina, ma odia lo studio; mio fratello ha abbandonato scienze politiche, per gli stessi motivi di mia madre. Io sono l'unico a reggere, e per questo in famiglia non c'è alcun interesse. Anzi, quasi un'invidia. - Tuo padre, vero? - Già dalla scelta della facoltà: dovevo fare ingegneria, sennò non avrei trovato lavoro. Ma lavoro non ce n'è nemmeno per loro, figurati per me. L'ho fatto perché era l'unica più vicina alle Lettere che mi garantisse un lavoro al di fuori dell'insegnamento. - Tu, pigro come pochi, così ossessionato dal lavoro. - È l'unica cura alla pigrizia. - L'unica cura è la costanza dell'abitudine. Come per la scrittura, tu ti devi abituare a fare qualcosa. - Il tempo non manca. - Non giochicchiare, dai...prima ti lamenti dell'età, e ora ti prendi il lusso del tempo? - Sono strano, no? - Sei perfetto per quei matti di San Gallo. - Già. Mi mancheranno quando avrò finito tutto. Dubito che tornerò a Firenze; molti se ne andranno dopo di me, per il mondo.


106

FOSCO CERBO

- E tu racconta la loro storia, con quel bel progetto in stile "La vita, istruzioni per l'uso" di Perec. Fallo breve ma conciso. Verrà fuori un capolavoro! - C'è altro da scrivere, tipo Una questione privata. - Ah sì. Sei ancora ai primi capitoli, vero? - Non hanno trama! È bellissimo! Sono trenta pagine senza capo né coda, e il libro dovrebbe arrivarne a centotrenta! - Gli hai dato colore, hai ben messo in chiaro il paese, il personaggio, tutto semmai. E un pizzico di trama c'è, fin dall'inizio della storia. Poi, scusa, c'è tutto il terzo capitolo per la storia, che è lungo tre quarti del romanzo! - Sì, ma vorrei scostarmi dal primo Bartò, episodico e frammentato. - Anche questo è frammentato, ed episodico. - È questo il mio modo di intendere il mondo: frammentato ed episodico. Manco avessi le crisi semplici da epilettico! - Per lo psyco sembrerebbe di sì. - Per i neurologi no. Ho ancora le analisi di quando me le fecero da piccolo, tutte negative. - Sono vecchie di dieci anni. Dovresti ricontrollarti. - Non è il momento. E non ho più la sensazione di horror mortis. - Beh, perché hai visto la morte, o sbaglio? - Ho visto il segno della morte, non la Morte. Per un momento non ci volevo credere; in un attimo mi commossi a vedere quel cadavere così dritto, fermo, quieto. Dio, morire di Alzheimer è devastante: torni bambina, ma hai il corpo di un vecchio, e chi ti sta intorno ti vede mentre crolli inesorabile, scompari con la tua voce nel nulla. Nessuno vorrebbe vedere la Morte in azione. È tra i dolori più atroci che ci sia vederla. - Ma è naturale. È il ciclo vitale. Perché si dovrebbe cambiare, modificare? È così! - Ma tutto quel dolore...che senso avrebbe? - Alcuno. Se muori nel dolore trapassi quieto; se assisti alla morte il dolore rimane e scompare più tardi. Il tempo è l'unico aiutante contro il lutto. Il resto viene


LE VENTI NOVELLE

107

da sé. Al massimo rimane quel pensiero nella testa, qualche ombra, e forse un ricordo sotto forma di foto nel cruscotto della macchina, nei riquadri famigliari. Nel caso peggiore vuoi seguire il morto; lì, scatta il suicidio. A volte capita, ma anche quello è naturale. Ognuno è artefice della propria condizione, ognuno sceglie. - Chi è vivo non può più scegliere; ha già scelto la vita stessa su di lui. - Le storie di destino sono poco funzionali, credimi. - Chissà se mia madre avrebbe potuto avere un destino diverso. - Probabile. Nella sua vita ha scelto, e ha avuto le sue responsabilità. Forse il suo capolavoro, l'unica cosa riuscita, sei tu; e questo potrebbe spiegare il fatto di voler far bene tutto il possibile agli occhi suoi, compresa la salute. Le vuoi bene, forse troppo. Dovresti pensare a te, e starle accanto nel momento peggiore, forse difenderla quando sarà il caso. Non esagerare, ecco. Su queste cose essere cavalieri è veramente da matti. - Tutto qui? Su un argomento del genere questa risposta? - Non è una risposta! È un consiglio. Sono tutti consigli. La tua più grande virtù è che sei uno dei pochi che sa di scegliere. Hai il senso massimo dell'indipendenza, da amici e amori, da famigliari (o quasi) a conoscenti. Non ti fidi di nessuno se non della tua guida, anche se la attacchi di continuo. Non vai avanti mai se non sai rischi e guadagni; a volte preferendo le prime alle seconde. Per te non serve uno che ti ordini: uno così lo manderesti all'inferno, come hai sempre fatto, implicitamente, con tutti i tuoi maestri che ti obbligavano a fare questo o quello. Uno che ti consiglia, invece, lo hai sempre ascoltato e seguito. Perché il consiglio ti pone in condizione di scelta e responsabilità. Ti disperdi perché ti mandano in una direzione che né conosci né vuoi scoprire, così prendi un'altra, quella che piace a te. Sei un casinista assoluto, e in un momento difficile della nostra contemporaneità quelli come te sono pericolosi e non bene accolti dalla


108

FOSCO CERBO

società. Se avrai fortuna la società, o qualcosa di essa, forse la cambierai. - Questa è una risposta. - Ma non...oh, al diavolo. Finiamola qui. - Va bene. Però un'ultima cosa. - Quale? - Perché tutto questo? - Per chiarire le idee, no? Hai troppe idee per la testa. Un pochino di ordine ci vuole sempre. E ti serve uno che si faccia chiamare "occhio della mente" per rimettertele a posto, e non una più comune coscienza autocritica. Perché devi anche farti credere schizofrenico pur di continuare nella tua strada. - È quasi assurdo tutto ciò. - Beh, sei te il signore degli Assurdi. Scrivi te questi personaggi, mica io! - Infatti penso che continuerò a scrivere. - Questa è la cosa più intelligente che tu abbia mai detto. - Grazie. Amen. - Amen? Arrivederci.


Ti sei appena svegliato dal divano. Potrebbe sembrare un "buon giorno", ma non lo è. O almeno non per te: lo può essere per i tuoi amici, i quali si sveglieranno tra qualche minuto, uno alla volta, per fare una colazione. Tu sei già sveglio, perché hai sognato, e hai fatto un sogno che dentro di esso era piacevole, ma fuori non lo è: hai aperto le palpebre e il sogno è finito. Ti stai alzando dal divano, ed è giusto: a breve tutti voi sarete svegli; cioè, chi più e chi meno in realtà, perché la nottata non è stata facile da digerire: avete bevuto parecchio vino, nonostante vi siate tenuti a digiuno per il pranzo di oggi. Ti stai muovendo. Dovresti essere felice, tesoro; oggi è un giorno speciale, è la tua festa preferita: è Natale. Ma ha poco senso accennarlo. Hai dormito in casa, che avete affittato per le vacanze; per averla avete speso tutti i soldi della rata semestrale della borsa di studio; in soggiorno c'è un piccolo abete natalizio in cui qualcuno ha lasciato appesa una bottiglia di vin rosso vuota, possibile goliardata della nottata. Tu ti ricordi bene della nottata, a differenza di loro, i quali, appena si sveglieranno, non avranno più il ricordo febbricitante della nottata. Cominci a ricordare: eravate arrivati ieri pomeriggio, dopo un lungo viaggio in questa casetta, fuori dalla città natia; l’avete affittata un mese prima, per soli due giorni. Il proprietario v'aveva fregato, e vi fece pagare una cifra assurda un casolare di poche stanze. Non v’interessava: volevate fare il Natale da soli, e allora avevate preferito farvi prendere per il naso. Appena avete messo a post i bagagli, avevate fatto partire la musica, e in un colpo avevate


110

FOSCO CERBO

stappato le bottiglie di vino e riempito i calici; dopo solo tre bicchieri vi eravate ubriacati. Tu sai che non reggi l'alcol, come tutti del resto, ma avevi voluto bere, e seguire gli altri nel chiacchierare. Le ore passavano e tutti quanti voi vi eravate fatti prendere dalla sbornia. Avevate cominciato a storpiare i discorsi iniziali, i quali erano incentrati in tantissime dinamiche, molto interessanti, quali il consumismo imperante, l'indifferenza generale per la tradizione, la povertà e lo spreco, la follia delle festività: erano tutti grandi tematiche, che, però, andando avanti nella serata, si erano ridotte a delle risate senza senso, e siete finiti per fare battute sessuali e a volte sessiste, se non omofobe. Poi si erano seguire le goliardate: prima di quella dell'albero di Natale, avevate acceso un camino utilizzando le cartacce in cui era avvolta della carne, comprata qualche ora prima in città, la quale adesso è nel lavabo a insaporirsi di germi, e avete voluto intraprendere il gioco della bottiglia, facendo accoppiare maschi e femmine in continuazione nel bagno della casa. Ti ricordi di come quei due, durante il gioco, avessero avuto difficoltà nel baciarsi quando era toccato a loro? Ti ricordi come prima si guardassero male, come lui si mostrasse arrogante verso di lei, prendendola in giro, importunandola anche pesantemente? Adesso sono nella camera attigua alla tua, e stanno dormendo insieme: converrai che dopo una notte di sesso il riposo è fondamentale, e con molta probabilità loro saranno gli ultimi a svegliarsi. Allo stesso tempo lo saranno quei due che ieri sera avevano fatto quelle battute omofobe: anche loro non facevano altro che pavoneggiare con le ragazze, ma per tutta la serata non avevano mai smesso di guardarsi l’uno all’altro. Nessuno comunque lo sa, e, per sicurezza, nella notte avevano limitato i rumori dell’accoppiamento. Sei entrato in bagno, e ti stai per lavare la faccia; intanto senti che qualcuno si è svegliato: è quello che ha lasciato la carne nel lavabo; immagina che bella sensazione avrà quando vedrà la carne all’aria, e immagina che bella sensazione avrai te quando la mangerai. Non ti preoccupare, il vero problema non è nel pranzo; sai come finirà: non è la prima volta che fate scampagnate del genere, e c'è sempre qualcuno nel gruppo che progetta qualche uscita collettiva, proponendo qualche luogo "economico"; alla fine ci cascate tutti quanti. Oramai lo conoscete, quindi non vi pesa nemmeno più di tanto il fatto di


LE VENTI NOVELLE

111

farvi guidare da uno di così grande acume, il quale, tra l'altro, vi fa credere di saper cucinare. Ti ricordi come aveva cucinato, la volta scorsa, l'arrosto? Era molto buono, tanto che due ragazzi si erano in seguito sentiti male, nella serata, e avevano passato la notte in bagno a vomitare tutto il cibo: nemmeno in quel caso avete battuto ciglio, perché non era cosa nuova. Alla fine non è necessario che facciate tante critiche al cibo, ai banchetti e allo spreco in generale: lo sprecate comunque! Come a sua volta è inutile che facciate critiche sul consumismo. Sei uscito dal bagno, e se fai qualche passo avanti sei in soggiorno. Temi che nel tuo pacco regalo non ci sia un grande dono? Forse fai bene a temerlo, perché c'è in quello del cuoco: è un bel cellulare, molto costoso, di quella marca di cui avete parlato ininterrottamente male stanotte. Tu sai che quello rompe ogni cosa che tocca, e che gli cadrà molto presto dalle mani. Nonostante i grandi discorsi, non andate molto oltre alla normalità delle cose. Anche questo ritrovarsi insieme è molto “normale”: avete pensato di fare qualcosa di originale, tanto per rompere la routine, eppure di nuovo c'è ben poco, perché ogni anno si ripetono quasi le stesse cose: goliardate, pranzo, misero per di più, e poi a casa dalle proprie famiglie; fate tutto questo solo per non evitare il Natale in famiglia, per fuggire dalla loro follia. In fondo, passate da una normalità creduta folle a una follia vissuta normalmente. Per quanto sia effettivamente assurdo tutto ciò, agli altri non interessa. A te sì, però: non provare a negare; hai contro di te il tuo stesso sogno, che parlava chiaro; se in tutta questa situazione c’è qualcosa di autentico lo è quel sogno. Ti ricordi del sogno: era la cena che avevate fatto insieme mesi fa, quando venne quel vento gelido in città. Lui viaggia di continuo, per lavoro, e tu lo vedi solo poche volte all'anno; quando è possibile fai di tutto pur di non perdere l'occasione di averlo accanto a te: prepari ogni cosa, dalla cena alla passeggiata, fino al cinema, e poi lo porti a casa, la tua vera casa, non quella degli amici o della famiglia: la casa dove voi due, in quelle poche volte, vi incontrate e vi unite. Lì lo hai baciato, e dopo quel bacio ti sei svegliato. È quasi la stessa cosa che è successa a quei ragazzi stanotte, solo che per loro la storia finisce lì, ma tra voi due forse qualcosa potrà andare avanti. Ora sei vestito, pronto per il Natale. Pensi che non ci siano possibilità tra voi due? Non ti è lecito sapere se ci sia una possibilità o meno, o, almeno, non ce ne saranno se rimani lì.


112

FOSCO CERBO

Le avrai se te ne andrai da quella casa. È una cosa difficile, ma il sogno è molto chiaro: c'è un desidero, un volere quasi istintivo a cui non ti puoi piegare, di conseguenza non puoi rimanere un minuto in più lì. Per la prima volta forse potrai avere un Natale come si deve, vissuto intensamente; non lo avrai se rimani in quelle mura: avrai un misero pranzo composto da un arrosto duro come il marmo della cucina, con un contorno altrettanto indurito per via del pessimo scongelamento ad opera del fantomatico cuoco; avrai una misera chiacchierata in cui tu non parlerai mai, preferendo invece vagare nella tua mente per ricostruire totalmente quel sogno, e riviverlo, nonostante se ne stia andando progressivamente verso l'oblio. Alla fine di tutto questo, avrai un misero rientro, e comincerai a sentire una terribile nostalgia, a cui però non ti imporrai. Sei vicino all'uscio. Non te ne vuoi andare. Perché non esci? Temi di ciò che accadrà? Hai paura di sbagliare per via dell'aver litigato l'ultima volta? È quasi una legge aurea nelle relazioni umane il litigare qualche volta, anche in maniera violenta. Pensi che non valga la pena? Di sicuro il rimanere qui è decisamente meglio, in balia di certi personaggi! Tu lo sai che sarà un'occasione mancata; tu le odi le occasioni mancate. Tu sai cosa succederà se la perdi. Si stanno svegliando tutti; non hai molto tempo per decidere. La macchina è fuori, nel vialetto vicino all’entrata. Puoi giustificarti in qualsiasi modo: puoi dirli che un tuo parente si è sentito male; o che tu ti senti male. Puoi usare qualsiasi scusante; tutte solo valide se ti potranno far andar via da quella casa, e tornare da lui. Tu sai come andrà a finire, perciò devi deciderti. Potrebbe essere utile l’augurio di “Buona Fortuna”, ma non servirebbe a nulla; “Buon Natale” sì, però.


Questa è un’opera di pura invenzione, e come tale va interpretata. Persone, cose o eventi sono totalmente creati dall’autore. Finito di scrivere nel dicembre del 2016 Tegoleto, Arezzo, IT


PENSI CHE NON CI SIANO POSSIBILITÀ TRA VOI DUE? NON TI È CITO SAPERE SE CI SIA UNA POSSIBILITÀ O MENO, O, ALMENO, 114 FOSCO CERBO N CE NE SARANNO SE RIMANI LÌ. LE AVRAI SE TE NE ANDRAI DA ELLA CASA. È UNA COSA DIFFICILE, MA IL SOGNO È MOLTO ARO: C'È UN DESIDERO, UN VOLERE QUASI ISTINTIVO A CUI NON PUOI PIEGARE, DI CONSEGUENZA NON PUOI RIMANERE UN NUTO IN PIÙ LÌ. PER LA PRIMA VOLTA FORSE POTRAI AVERE UN TALE COME SI DEVE, VISSUTO INTENSAMENTE; NON LO AVRAI SE MANI IN QUELLE MURA: AVRAI UN MISERO PRANZO COMPOSTO UN ARROSTO DURO COME IL MARMO DELLA CUCINA, CON UN NTORNO ALTRETTANTO INDURITO PER VIA DEL PESSIMO ONGELAMENTO AD OPERA DEL FANTOMATICO CUOCO; AVRAI A MISERA CHIACCHIERATA IN CUI TU NON PARLERAI MAI, EFERENDO INVECE VAGARE NELLA TUA MENTE PER OSTRUIRE TOTALMENTE QUEL SOGNO, E RIVIVERLO, NOSTANTE SE NE STIA ANDANDO PROGRESSIVAMENTE VERSO BLIO. ALLA FINE DI TUTTO QUESTO, AVRAI UN MISERO RIENTRO, OMINCERAI A SENTIRE UNA TERRIBILE NOSTALGIA, A CUI PERÒ N TI IMPORRAI. SEI VICINO ALL'USCIO. NON TE NE VUOI ANDARE. RCHÉ NON ESCI? TEMI DI CIÒ CHE ACCADRÀ? HAI PAURA DI AGLIARE PER VIA DELL'AVER LITIGATO L'ULTIMA VOLTA? È QUASI A LEGGE AUREA NELLE RELAZIONI UMANE IL LITIGARE QUALCHE LTA, ANCHE IN MANIERA VIOLENTA. PENSI CHE NON VALGA LA NA? DI SICURO IL RIMANERE QUI È DECISAMENTE MEGLIO, IN LIA DI CERTI PERSONAGGI! TU LO SAI CHE SARÀ UN'OCCASIONE NCATA; TU LE ODI LE OCCASIONI MANCATE. TU SAI COSA CCEDERÀ SE LA PERDI. SI STANNO SVEGLIANDO TUTTI; NON HAI LTO TEMPO PER DECIDERE. LA MACCHINA È FUORI, NEL LETTO VICINO ALL’ENTRATA. PUOI GIUSTIFICARTI IN QUALSIASI DO: PUOI DIRLI CHE UN TUO PARENTE SI È SENTITO MALE; O CHE TI SENTI MALE. PUOI USARE QUALSIASI SCUSANTE; TUTTE SOLO LIDE SE TI POTRANNO FAR ANDAR VIA DA QUELLA CASA, E RNARE DA LUI. TU SAI COME ANDRÀ A FINIRE, PERCIÒ DEVI CIDERTI. POTREBBE ESSERE UTILE L’AUGURIO DI “BUONA RTUNA”, MA NON SERVIREBBE A NULLA; “BUON NATALE” SÌ, RÒ.

Profile for Niccolò Mencucci

Fosco Cerbo - Volume III - Le venti novelle  

Terzo volume dell'iperromanzo "Fosco Cerbo", opera senza forma né arte.

Fosco Cerbo - Volume III - Le venti novelle  

Terzo volume dell'iperromanzo "Fosco Cerbo", opera senza forma né arte.

Advertisement