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Questo libro è opera di fantasia. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.


Fosco Cerbo I sessantaquattro giorni

La memoria: piĂš la ferita che ti ha lasciato, piĂš il cambiamento che ha portato in te e che ti ha fatto diverso. ITALO CALVINO


I. La prima mattina di questa ricerca. E non l'ultima, purtroppo. Mi sveglio agitato, per la mancata riuscita del pezzo precedente, di quel racconto mal riposto, creato dozzinalmente e lasciato nel suo stato di bozza senza un finale decente: una finestra aperta a tutto il vento, delicato spiro di primavera come bufera delirante. Cosa potrebbe entrare da quella vetrata nessuno lo sa, e forse è questo l'itinerario che affronterò nei prossimi giorni, in questa ricerca smodata verso la completezza che cerco, non tanto nella storia, nelle sue pagine ora poche e si spera enormi in un dato futuro, ma anche nella mia vita, per il momento breve nei suoi a malapena vent'anni trascorsi tra le intermittenze di mali e beni mescolati a dolori e gioie. Sembra un'impresa disperata la mia, alla ricerca di raggiungere nel mio giovanissimo esordio il livello degli altri autori, capaci di raggiungere alla fama ben prima di concludere gli studi universitari, o peggio prima di intraprenderli. Oramai sono con i primi, già alla fine del primo anno di una buona facoltà, forse la scelta migliore. Scelta che ora devo mantenere, evitando di disperderla con cazzeggi e libertà senza senso quali pigrizia e disordine: tra un mese ci sarà l'esame e non posso che prepararmi dovutamente.


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Mi dissero che la scrittura conduce alla catarsi, alla liberazione di quel blocco di parole, di pensieri infervorati nel cervello, nell'animo più profondo, contribuendo allo scrittore in fatto di sollievo, di concretezza personale delle sue abilità di scrittura, e al lettore che gode di vedere un buon lavoro e di fruirne con diletto. Oggi non l'ho avuta cominciando a revisionare il passo precedente e i pezzi lasciati ad incipit. Ma non per questo mi toccherà rimanere a casa per vedere di risolvere il guaio mio (non che abbia un contratto editoriale da scrivere, fortunatamente non sono così folle da prendermi delle responsabilità ciclopiche per chiunque non sia nella mia penuria di esperienze letterarie. Ci tocca che debba rimanerci senza aver compiuto nulla di cui rimproverarsi, per giunta!). Oggi devo presentarmi da un mio amico, uno studioso di filosofia, così, per rilassare le meningi dal carico difficile delle ore trascorse in quei mattoni di carta e inchiostro, eccellenti come armi da difesa contro nemici, avversari, amici ed amanti. Mi è toccato correre per raggiungere il bar in centro, sede settimanale delle sue conferenze amichevoli e prive di ambizioni per un pubblico più largo e interessato (la maggior parte di noi dopo trenta minuti di minute riprese sulla tematica centrale dell'etica, della morale umana e della condizione esistenziale, si annoia morbosamente e comincia a giocare con il cellulare, fortunato per la linea libera WI-FI attigua al bar). Si sparavano nello sguardo tutte quelle case laterali, unite nella facciata, dando uno straniamento incredibile, inedito per me. In salita l'effetto aumenta, come se stesse per crollarmi addosso tutto. Ci misi poco per giungervi, ormai prossimo a concludere la sessione. Stava parlando dei classici autori della filosofia ottocentesca, ed ho capito che l'avevo sopravvalutato. Intelligente lo è, senza alcun dubbio, ma affronta argomenti talmente complessi che ridurli a poche righe, per quanto argomentate brillantemente,


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non si può non storcere il naso. E dire che ne ero pure in soggezione per la grande cultura. C'è da chiedersi se non sia tutto sommato un asservito, un altro piegato del sistema? La conoscenza richiede prima del sapere in sé, quanto lo studio applicato all'apprensione delle forme conoscitive, un atteggiamento di critica verso le forme di sapere, di novità apprese. Non mi dà l'impressione che sia libero dai pregiudizi della sua idea (se non ideologia), anzi, quasi li riadotta con un velo nuovo, più sottile da distorcere, da liberare se infangato di ipocrisie e monolitiche forme di dogmatismo. Non credo che debba continuare questa soggezione. O forse sì, non credo si possa negare che, nonostante tutto, è di sicuro superiore di tanti altri babbei in giro: ci starebbe una filippica da fare su quegli esseri che vedo in giro, col loro modo di fare, i loro comportamenti terribili, del tutto privi di qualsiasi forma di rispetto verso gli altri. Ma non parlo tanto dei coetanei o della mia generazione in particolare, che per quanto mi conceda non sento di appartenerne tanto quanto ad una comunità in cui si è nati. Anche nel mondo adulto ci sono veramente dei momenti in cui capisci che l'educazione è alla base della diffusione di vizi e malevolenze che, ripercuotendosi nei ragazzi, hai a che fare con cloni di maschere futuri partecipanti di un grottesco gioco quali sono le mode, i costumi abituali e l'obbligo sociale di dover fare questo ed altro. Come quella gente a vedere la facciata che si stava scoprendo a pochi passi dal centro: un antico palazzo settecentesco, di pietra antica, marrone scuro, dalle vetrate al tempo dei lavori logore e danneggiate dal passare del tempo; stonava con l'ambiente data l'imponenza nell'orizzonte e nella verticalità della facciata classicheggiante. Oggi viene inaugurato per la gioia dell'intera città e della giunta comunale, e dei suoi elettori, Non potevo sopportare questa gentaglia lì solo per il buffet, per quel suo voler essere in bella mostra alla scopertura del


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palazzo, prima nemmeno adocchiato né interessato. Ma fosse la presenza. In realtà è il fatto stesso di dare lustro ad un palazzo: un lavoro egregio, certo, molto ben elaborato; eppure una festa perché una facciata sia rinnovata dopo anni di lavoro, una cosa, senza anima, ma che dà l'anima nella sua bellezza estetica, però non vivente, non sverzante di vita, come una persona. Il senso di tutto ciò, di tutte queste manifestazioni prive in fondo di una ragione vera, forse non c'è; si lascia andare e si gode la facciata delle cose. Ecco la liberazione e l'animo leggero. E la voglia di scrivere? Tre pagine, e ho già raggiunto la descrizione di momenti autobiografici, senza un messaggio vero dentro di loro ma espresso dalla mia ragione, dalla mia logica esasperata, esagerata. Non redo che il lettore, che i lettori saranno interessati ad uno scribacchino che mescola vita a finzione. Ricontrollando, avrò scritto al computer almeno sei racconti (quel passo incompiuto di romanzo lo riadatto) e cinque in manoscritto, e ne mancheranno per una probabile pubblicazione almeno altri dieci, e quindi almeno centocinquanta pagine per una raccolta d'esordio, per non parlare di quel romanzo accusa in stile sperimentale, o altro ancora: una testa piena di idee troppo secche per poter essere sviluppata con interesse e soddisfazione. Gli incipit non sono un'opera, ma il contenuto di questi ultimi che sanno di romanzo, di trama e di completezza.


II. Mi accorgo di cominciare a rinchiudere il mio sguardo su una ossequiosa ricerca di dettagli impressionanti, aizzandomi mia madre su questa piccola follia, che mi vede riflettere su troppi oggetti, in un momento della analisi psicologica ove la razionalità dovrebbe essere messa da parte per favorire le emozioni. Il caffè. È esasperante pensare a tutto, ma stamattina, svegliandomi, ho pensato al caffè. Mi prodigo ad accendere la macchinetta, a cliccare il pulsante, dopo aver messo la capsula dentro al filtro, per portare alla lavorazione e alla spremitura dell'intruglio che dopo sarebbe stato il mio liquame mattutino, come da anni. Un pulsante, e il rumore fa scivolare fuori dal beccuccio rotondo la crema nero carbone misto ocra, nel fumo leggiadro. Una goccia, e si staglia nel piccolo mare della tazza l'onda che travolge tutto, che nulla lascia indenne. Così le mie meningi, il pensiero umano: un goccio secondo e il caffè diventa un mare in tempesta bollente, attanagliato dalla spuma beige che chiude la vista al nero del fondale. Un continuo influenzarsi di piccole cose; arricchiscono nel loro buttarsi nella calma piatta della tazza l'intero contenitore, allertando tutta la struttura, portandola ad un totale sconquassamento dell'insieme. E poi passa, una calma al passo del pensiero nel suo


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perseguirsi tra le onde: e forse non ha fatto altro che insinuarsi dentro, lentamente, e giungere là dove il sole non batte, lasciando il suo segnale, il suo piccolo grano. Annotabile, innegabile. Tutto qui, e pochi minuti dopo è passato nella mia gola, finito. Un pensare inutile, scolato nella sua tranquillità, lasciato disperso nella sua voglia di identificarsi, di esserci. Faccia pure, intanto mi diverto giocando al computer e ricontrollo i racconti: riunendo i lavori abbozzati si raggiungono le ventiquattro pagine, davanti alla prospettiva di centocinquanta, che solo ricordarmelo mi viene la nausea dall'insormontabile lavoro che m'attende. Quanto vorrei alla tastiera concludere il lavoro o riuscire a farmelo bastare suddividendolo in poche parti, così da non soffrirne per l'incompletezza. Quando scrivo le poesie sento di poter finire tutto in poco tempo, per una buona novella, di almeno sei od otto pagine si parla di più sessioni. Il problema poi è nella pubblicazione, non nella stesura. All'inizio della serata, ora ancora di prendere l’autobus c’è un primo incontro piacevole con un amico, dall'altro capo della strada, in compagnia di altri, di ritorno a casa: un pensiero di solidarietà al passato mi giunge, e posso dire di ammirare molto chi sceglie di non voler uscire da soli il sabato sera, preferendo casa. Non avevo ansia nell'uscire, come mesi prima, anzi sapevo del programma che n'ero predefinito (girata in centro, nella fiera dell'antiquariato e cinema). Avviso che ero arrivato in stazione, e le dico di non essere in compagnia (ho taciuto del fatto, per non farla preoccupare più del dovuto, e in genere per non avere la predica dell'essere soli). M'impressioni immediatamente della futura assenza di interlocutori con cui potermi riscaldare l'animo e ridere felice: questa in continuità, un blocco temporale


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dove le lancette rallentano sadicamente e torturano i cervellotici come me, in solitudine. L'Ordine delle cose è ristabilito, il tempo riparte e tutto scorre, il cielo tramonta; intravedo un amico del Liceo e vado verso di lui per parlarci, in treno, e chiedergli della scuola; dopo averlo salutato per la sua entrata nella sua compagnia è poi la volta di un professore, insegnante di cultura, e pare una coincidenza non causale, a pensare della futura decisione di assistere all'ultima della Pergola (m'ha invitato domenica assieme ad altri, con l'autobus). Mi fa i complimenti: sembro adulto con la barba e il vestito elegante: ecco quello che da anni voglio essere, adulto, non ancora adolescente come gli altri miei conoscenti. Il giro prosegue. Uscito dalla libreria scorgo alcuni familiari per loro irriconoscibile data la mia serietà vestita, Vincenzo e Patrizia Olivieri, simpatici e divertenti, e scatta il ricordo di scene estive della cena di famiglia ad agosto. Salire e scendere per il Corso e guardare tutti e tutto, e scoprire la fiera dell'antiquariato e le res ammessa dei libri, delle chincaglie antiche ed erotiche. Avverto una tensione al passare per un bar conosciuto, nel non voler essere soli per non voler incontrare altri tipi, a me temuti, e litigare, e star male. Passo comunque, non vedo nessuno. Successivamente all'incontro con Filippo non avevo più alcun timore: se in compagnia non ci sarebbe stato nulla, e nessun attacco; se esposto, ero alla mercé dei dementi. Non ero che un collante in un gruppo in sfacelo, opportunisti ignari, partecipi al giogo forzativo del gruppo di coglioni. Passo nelle vie a vedere gente avviarsi intorno, d'ogni tipo possibile ed irriconoscibile, seguirsi alla cieca, un mondo in atto. Forse è insensibilità, non credo disagio a rincontrare uno del gruppo con cui ho litigato: rido estroso e buffo, ma nulla, una punta fresca della gola, un ovo sodo che rimane lì, e nessuna libertà, ma sempre spontaneo (scalo le strade camminando nelle pietre obliquamente). Differente alle volte altre, in cui ero spronato, vivo.


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E tardi ormai? Odio le persone in apprensione patetica e pietosa, quasi visto pregiudicato ed inferiorizzato (non cerco del vittimismo? non cado in contraddizione?), con uno che mi scopro strano, gentile ma non di mio piacere (che la sua mente non rispecchi la mia ricerca di spontaneità? Che la sua diversità mi inquieti nel vederlo mutare ad ambito, incessantemente? Lo scherzo al posto della realtà, e l'opportunismo di certa gente, tecnica conforme e valida a tutti (incosciente io a non comprendere il gioco delle parti?). Ma è gentile, e starei male a negargli la compagnia). Un amico del gruppo tradito spera in me, e mi dà ragione del misfatto; sento del disagio nell'uscire con lui, ripensando alle serate trascorse (fuorché l'ultima, con la fidanzata, molto tranquilla). Idem per Adriano, l'amico della Giada, a cui avevo promesso di incontrarci a dopocena, se il gruppo con cui festeggiava gli anni di un suo amico si fossero interessati a venire in centro piuttosto che andare al cinema, o in altra parte. Mi fa paura. Lo vedo assieme ad un gruppo ed è troppo premuroso verso di me, eccessivamente interessato a me, come un padrone con un cane, troppo pietoso ed accondiscendente; mi nasconde qualcosa. Dai modi sembra ci voglia provare con me, che lo faccia apposta: mi racconta a sé che da anni va da alcuni psicologi, quattro cambiati in poco tempo "perché non mi piacevano". Sembra un disastro, tra guide spericolate e troppo spronate per un neopatentato, aggressività alternata quando si sente attaccato da chiunque altro, in questa paranoia, simile ad un povero cristo affetto da disturbo bipolare, e falsa estroversione, in un gruppo di deficienti menefreghisti: uno ubriaco che fa battute da buttarlo dalla macchina, e l'altro tranquillo e cheto nella sua musica elettronica che non dice nulla né fa nulla. È simile a me sotto certi aspetti: a volte mi sento strano intorno alla voglia di pietà della gente, nel mio vittimismo, e il fatto di venire considerato adulto e maturo, quindi allontanato da certi atteggiamenti per


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me offensivi o anormali. Ma ne ho disagio a sentirlo parlare, non riesco a vederlo negli occhi (mi ricorda il serial killer perverso di GTA IV) Chiuso, bloccato nella mia forma, prendo atto di tutto questo sentirmi male, ma me ne sto zitto, mentre non posso che vedere le sue incongruenze del suo parlare, del suo agire sequenziato agli altri (non ha fame, rifiuta di mangiare al McDonald e arriva a prendere un panino, come se gli fosse venuta tutto ad un tratto la fame). Altro problema è quando m'ha chiesto se volevo che mi riaccompagnasse a casa: non riesco a palesare agli altri dove abito, nel timore che possano venire di loro spontanea volontà e venir costretto a ospitarli e a scoprirmi piÚ del dovuto, avendo dopo da affrontare i quesiti del clan attorno a casa mia. Già precedentemente non volevo venire riaccompagnato a casa da gente che temevo potesse, alle due di notte, far scoppiare un casino nei dintorni e mettermi in cattiva luce davanti a tutti (arrivai a mentirli, cercando di far credere a loro di abitare a trecento metri da casa mia, menzogna che non resse e la presero male). Non so dire di no a piccole gratitudini e mi feci riaccompagnare a casa, e durante la guida l'ubriaco lo stuzzico facendolo alterare nella guida, e giocandoci pure su questo pericolo costante; era nervoso abbastanza che appena l'ebbro lo confuse nella strada, poi dando la colpa a me, fa una sterzata infernale e s'incazza pure. Racconto tutto a mia madre, il che non era necessario, sebbene lo feci.


III. Posso far quel che mi pare, e quindi quattro ore di videogioco, che prontamente decido di non ragionarci più dalla sua complessità, piuttosto che sfruttarle per allungare e scrivere altre novelle, specie quella autobiografica sull'impressione di giovedì, di aver intravisto uno con cui ho fatto "sesso" (sono incapace, forse è per questo che non voleva più vedermi), e ho passato quella serata con lui, fino a sentirmi bene. Che nostalgia. Ora so come si sentono le donne tradite, le Nanà di tutto il mondo. Averne parlato con lei me l'ha fatto dimenticare, e vederlo su FB ha confermato tutto quanto il mio dimenticare; scrivendo, mi si ripresenta l'emozione, tenue e non violenta come prima, addolcita, in bocca, un turgido restringimento dell'ugola. Forse non è dimenticabile, non come il primo, di cui non sentivo nulla nemmeno una settimana dopo la fine; in qualche modo ci speravo in lui, che spero di non rivedere a Follonica, e che tenti solo di provarci con me. Spero su dimentichi di me, così avrò una ragione sufficiente per farlo anch'io. Adriano m'aveva invitato ad andare con loro per una scampagnata, in macchina: dopo gli avvenimenti di ieri sera ho preferito bugiarlo parlando di uno studio inesistente. O sono io che mi sto creando mura di difesa per una battaglia che non c'è, evitando di uscire con gente che solo per quella occasione si è mostrata difficile,


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o sono io il difficile, e rischio di cadere nella misantropia e nell'asocialità. Pensavo bastasse a mio padre tutto questo esercizio fisico che mi sto forzando da anni: a cena viene lui, panzone pantofolaio, a criticarmi per il fisico "ridicolo", a obbligarmi di rovinare le mie vacanze a far pesi, ad allenarmi per rischiare come mio fratello Adriano la pubalgia, che guarda caso non fu colpa dell'ortopedico ma sua, a portarlo maliziosamente a fare esercizi e a spronarlo all'estremo, fino a dover per forza essere capo cannoniere e a farsi rispettare al calcio, e a farsi offendere da lui platealmente appena sbaglia qualcosa (un gol, un approccio con l'allenatore). Se sono bello, attraente, perché continuare questo tentativo pusillanime di soverchiare l'autostima del proprio figlio, dicendogli che è nelle spalle e nel torace "vuoto", quando pensa di essere abbastanza aitante, malgrado tutto? Anche da piccolo continuava ad obbligare con minacce velate, alla mia socialità, al mio vedermi bene, e assume a lui, in vacanza, anche la Maura di Milano si univa per fare un duetto (me lo disse appena sveglio, mi ricordo, prima di far colazione); e lei nulla, sempre lì a dirmi di non curarmene, mai in mia difesa, sempre da solo. Come far disobbedienza a chi la ragione l'ha scommessa vincendo? Perché ha avuto ragione nel farmi correre, e fare gli esercizi ginnici, tanto che mi masturbo ancora toccandomi come se stessi scopando, con io protagonista, bello, forte, un Dioniso che si eccita con se stesso e nessun altro, pronto a far piacere all'amante, in tutti i sensi, dal letto al divertimento teatrale (quante volte avrò divertito facendo monologhetti da bambini o scenette divertenti, pur di restare simpatico). A scrivere questo mi sento un gigolò, che di esperienze sono tutte tragiche, che mai nelle cotte, nelle vaccate possibili inimmaginabili ho mai avuto quel momento di essere interessato, che una sola ragazza


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fosse attratta da me. Tutte lontane, nei gruppi, nei loro uomini, nelle loro fortune. E io scemo ad invidiare i vincitori, nelle loro forme, tanto che spronavo me stesso ad essere come loro, ad immaginarmi come loro, tanto da dover diventare quello che sono ora. Con una paura terrificante di fare scena magra a fare sesso, come in fondo nelle occasioni mancate: solo baci, carezze, piaceri, e poi nulla, subito nulla. Nelle mie esperienze, tra la gente che conosco, mai nessuno, adesso, sì era impuntato nel fisico, complimentandomi; da piccolo avevo in classe chi la pensava come mio padre, più perfidamente, anche toccandomi i difetti (tettine, capezzoli, maniglie dell'amore...) Devo sempre far piacere agli altri per far piacere a me stesso. Andando in bagno però è come se cercassi i difetti, che prima non mi interessavano, come se fossero riapparsi dal tempo passato. C'è un cambio? Dal disgusto amaro si passa al pensiero assillante della vera situazione? Il mio fisico non era da tempo in disequilibrio? In forma ho le gambe carnose e gonfie, e solo i pettorali tonici, mentre le spalle e il busto non sono grossi, un po' secchi, vuoti. Che non gli stia dando retta ancora, tradendomi ed arrendendomi? Che sia il mio narcisismo? E ora che da tempo mi immagino, e mi medesimo davanti allo specchio del bagno, da solo in casa, di essere un gladiatore, e di poter piacere a chicchessia. Cosa vuole mio padre? Che diventi come quei ragazzi che in fondo invidio narcisisticamente, in giro, metà uomini metà tori, buoni per montare giovenche e niente, banali, idioti, menefreghisti, insulsi, gretto e gutturali? Se li vedo quasi percepisco un'emozione simile alla bile della rabbia e all'interesse spregiudicato, appena li sento parlare, tutto finisce, ma a casa mi immagino nel masturbarmi di essere migliore di loro, più forte di loro.


IV. Un'altra lezione di quel ciarlatano che pensa di farci credere a mere teorie, prive di qualsiasi appiglio al reale. Parla di modi su come affrontare diverse forme di comunicazione, fino a farle fallire: a mio avviso non potrebbero funzionare; se confondi un energumeno con due parole quello ti spacca la faccia comunque, anche se gli dici dopo averlo disturbato accidentalmente frasi del tipo: "Sì, è un gatto nero!"; oppure a far credere che la gente può intendersi alla fine, che non è possibile non comunicare. Allora Pirandello ha inventato tutta la sua poetica sulla falsità di una condizione esistenziale introversa che si pensava fosse vera: l'incomunicabilità delle anime, la difficoltà quasi inaccessibile di poter far comprendere le proprie emozioni all'altro, a causa della componente esperienziale ed umana (una lettera di Einstein: lui ha famiglia, figli, amici, collaboratori; dovrebbe essere felice, però preferisce stare nella sua solitudine, perché tra se stessi c'è sintonia, e non patetismo o carità compassionevole del "malato" e del sano, usando termini sveviani). Ed è uno psicologo e ci fa credere in un mondo in cui tutti possono essere estroversi, sociali e altro. Tanto che si dovrà mai pagare? La sensibilità? La coscienza interiore? A che servono, se ci si riduce ad essere delle vacche o dei tori da monta, o scimmie, ratti, bradipi,


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volpi, conigli, lupi; mai uomini, mai umani. Troppo facile. Non è credibile. Penso al seminarista e alle sue verità assolute della chiesa trionfante agli attacchi della storia. È mai possibile che anch'io non stia correndo il suo errore, di far prevalere la mia idea di "dignità dell'introverso" sulle conoscenze più che stagionate di uno psicologo, nonostante il suo modo ipocrita di accattivare il pubblico giovanile, con un abbigliamento ed uno slang popolare e banale? Io che avevo fatto l'esperimento pubblicitario sulla pubblicità giovanile chiarendo l'utilità di questi sistemi, ora li denigro profondamente? Alla lezione di letteratura italiana si affronta “il nome della rosa” di U. Eco, sulla figura dell'abate pazzo che avvelena chiunque osi leggere il secondo libro della Poetica di Aristotele (probabilmente esistito ma perduto), sul riso, soverchiatore dei potenti e dei governi dittatoriali. Lui credeva nella paura come modus credenti per il Signore, senza la pura non c'è il timore di Dio, e anche gli intellettuali andranno contro la chiesa, nella Scolastica delle più grandi menti della cristianità. Si va a vedere come la Verità diventi la scusa dei fanatici pronti ad uccidere, massacrare i diversi in nomine sua. Allora ho il coltello pronto ad uccidere uno che per bontà vuole darci il conforto illusorio di poter essere tutti alla pari? Mi credevo abbastanza aperto, e invece mi riduco a sgranare i denti appena sento dicerie non appartenenti al mio mondo, alla mia verità, al mio vero vivere. La ragione umana è uguale alle altre, ma il pugnale ce l'ha solo una.


V. Aspettare il Brontese per la verbalizzazione dell'esame di febbraio d'Inglese giornalistico col senno di poi avrei preferito farlo il prima possibile. A mensa vengo a scoprire che un mio amico di lunga data, “Bibi” (per la sua altezza inferiore), è venuto a mangiare a Santa Reparata, quando aveva la mensa vicina all'istituto dove studiava, al Morgagni, qualche chilometro prima. La sorpresa m'è piaciuta, ma non ero oggi molto interessato a parlare, preferivo starmene per conto mio dopo l'escandescenza precedente. Scopro che a Firenze c'è un giornalino underground che pubblica ogni trimestre dei racconti contemporanei pulp: il genere che non riesco a capire come faccia ad avere così tanti lettori, e così tanta indifferenza alla tradizione letteraria o per lo meno allo sperimentalismo in sé. Sono molto snob nei riguardi dell'anti letteratura, e faccio l'ipocrita firmando per avere una copia gratis in futuro; non credo molto alle iniziative poco serie, anche se fatte con molto criterio e molta credenza. Il vecchio pessimista che c'è in me dice no. Nell'attesa di due ore prima di una firma di tre minuti faccio amicizia con tre ragazzi della mia aula, facendo qualche battuta umoristica e no, il buffo e l'idiota tanto per rimanergli simpatico. Tempo perso, perché per primi si mettono nelle firme di presentazione al professore, lasciandomi in fondo (la logica dei gruppi),


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e secondo, appena tutti e tre hanno finito se ne vanno, dimenticandosi di tutte i tentativi di mostrarmi aperto, e manco mi salutano appena li sorpasso, piuttosto amareggiato dal tipico atteggiamento da camerati. Sono diventato allergico ai gruppi. Quand'è che capirò di evitare assolutamente, tassativamente, di dormire stanco in treno, con la luce che mi batte in testa. M'è venuto il mal di testa, dopo due mesi di assenza totale. Pensavo di assopirlo con una tranquilla passeggiata appena sceso dal treno, ed aveva funzionato, se non che dopo, nella coincidenza Arezzo-Badia mi tocca sorbirmi un'ora di ritardo per colpa delle batterie del treno (la grande abilità di Bindolini, maledetto giustamente da mio padre per la sua negligenza manageriale nelle ferrovie regionali), tra il ciarlio di quelle anatre vicino a me. Se non scendevo subito mi facevano salire poco dopo sul cellulare della polizia per oltraggio a pubblico ufficiale. Niente corsa, niente relax, solo pillola, prontamente mancante per colpa di quel farmacodipendente di mio padre, con tutte le aspirine contro la cefalea (dieci pillole in tre mesi!), e devo prendere altre. Sabato Gigio m'aveva chiesto se un giorno, un mezzogiorno, ci si vedeva per pranzare, con altri amici; gli mandai il messaggio di vederci domani, che non ci sarei andato in università, ma ha detto che aveva il test di ingresso per Medicina. Mai una buona.


VI. Noia, ultimo mio rifugio, solo, in casa mia a pigrare inutilmente. Nulla, né una parola di troppo, e perdere continuamente tempo a giocare al cellulare o vedere alla TV o nullità o interessanti provocazioni personali. Devo registrare i miei soliloqui letterati e di venturi auspici, sui romanzi, le novelle e i drammi che voglio scrivere trovato coraggio, tempo e interazione totale con la scrittura, senza disturbi di pensiero o distrazioni videoludiche. A volte rasento la genialità, ma dispersa al maestrale primaverile. Penso invece alle novelle o ad altri scritti a quell'episodio di Assassin's creed, che voglio comprare ma non trovo mai il tempo né la voglia, come del resto in tutto. Non avevo nemmeno voglia di uscire di casa; tutto il giorno a dormire, piuttosto che andare in biblioteca (ma a correre sempre disposto), e gli scritti lì fermi alla ventiquattresima pagina, o venticinquesima, e finché non trovo la voglia di creare dal nulla qualche strampalata opera etica e satirica rimarranno come il pezzo di romanzo, incompleto. Non faccio altro che far passare abulicamente il tempo senza lasciarci alcun ché di importante, preferendo sprecare un'ora sola in un gioco, in un sito, in qualsiasi attività non costruttiva al pari della scrittura applicata e riflessiva, solo per rilassarmi per poi assistere al tramonto maledicendo la brevità del ciclo solare, mai fermandomi un secondo


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sull'insensatezza del mio gesto quotidiano. Sto sempre in pigiama, non sopporto di tenermi la tuta come mio padre tutto il giorno in casa (da piccolo preferivo tenermi abiti borghesi) e d'estate giro in casa con maglietta della salute e mutande, se è afoso solo mutande, e appena c'è una superficie speculare, mi fermo un attivo a vedere la forma del mio fisico e in pochi attimi è un ginepraio di ormoni nello stomaco, che salta nell'esofago fino alla gola in un sapore acre e possente, e vado in erezione. Priapismo, eccesso di eccitazione glandea involontaria (anche guardando la televisione, priva di qualsiasi attrazione visiva, mi viene duro, e non credo che inconsciamente trovi nella visione qualcosa; scatta il più dei casi a mente libera). In più occasioni, nello spogliatoio maschile del periodo liceale, all'ora di educazione fisica, mi chiedevano di vederlo, e quando glielo feci vedere subito furono schivati sia dalla mia spontaneità e dalla ingenuità della credenza a loro riposta in un “evidente” scherzo, sia dal fatto che per loro era un pene “strano”, “col glande a forma di martello, perfetto per il sesso”. Faccio mie seghe mentali sulla questione omosessuale, e loro con molta semplicità arrivano a giocare su scene ambigue, al limite di una convinzione eterosessuale: la realtà è più contorta di me, e la mia diversità sta nella mia visione conservatrice di una realtà “naturale”, semplice. Ci credo che mi pigliavano in giro: davo troppa serietà al reale, e ancora sono credente in questo; e lo scherzo diventava affetto, l'offesa una dimostrazione di amicizia, la presa in giro pubblica un'ammirazione. Il Classico, fin da bimbo, l'ho creduto il manicomio degli intelligenti. Si vede che la proprietà ha preferito una clientela di normali, allargando fino a tutta la città.


VII. Affronto mio padre, oramai penso troppo a questa sua provocazione del fisico. Gli chiedo cosa dovrei modificare, e lui ricomincia, ma stavolta uso l'estro della mia parlantina per far cadere il tutto in una follia assurda (mi chiede di lavorare anche nei glutei, ma cosa m'importano?). Infine ci ridiamo su e tutti a mangiare. Due giorni e più a tenere il broncio tanto da non volerci parlare né guardarlo quello lì, da quanto non sopporti la sua prepotenza per giunta incoerente (fosse atletico potrebbe anche aver ragione, ma “palla di lardo”, no!). E mia madre solo in privato lo recriminalizza, ma mai si mette ad aiutare i pensieri diversi dei figli, solo ci chiede di ignorarlo, di far finta di nulla. Non mi colpisse nulla di quello che dice, mi andrebbe bene, ma non è così: tutto mi colpisce, dalle battute più o meno offensive anche alle prese di posizione di persone a cui pongo fiducia; non faccio altro che rimuginare permaloso a quello che mi dicono, per poi non riuscire a trovare il nesso della dichiarazione. Povera Giorgia, mai l'ho capita, mai l'ho avuto amica; sempre saccente, sempre distaccato mentre lei ogni giorno mi detestava per il mio falso estro, la mia stupidità oggi disprezzata. L'unica sincera, l'unica intelligente tra le oche della classe: questa presa di


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posizione su Tonio Kroger, sull'amabile e vicino Mann, a me troppo umano da essere anima, e ancora questa boria di secchionaggine e di snobismo. Anche in classe ero così: il primo anno parlai con lei di politica con una ferocia saccente, ignobile che m'ha messo in cattiva luce fin dagli inizi, e se l'ultimo anno si sono ricollegati i rapporti con lei avevo avuto fortuna, che le do ragione solo ora per tutto il falso rapporto empatico che con lei avevo. Estranea alla classe, e forse dalla generazione, anche lei “vittima” delle maldicenze, delle visioni distorte di fanatiche convenzionaliste, e poco empatiche alla sua situazione familiare (madre sola, quasi violentata dal marito e in chemioterapia), come del resto anch'io, che non la capì mai, né mai comprenderò qualcosa se non passa per la carne: la mia giustificazione alle esperienze omosessuali, provate per capire me stesso, coinvolto troppo nel vedere i coetanei maschi attraenti, per non continuare con gli approcci alle ragazze, divenendo sempre più complessato, più radicale verso loro, e quasi misogino (la scena del teatro, il disprezzo del comportamento anti utopico che vedevo nelle donne, e solo in mia madre; così diverse, e sempre provavo, provavo, e male finiva). Ci credo che quando la incontrasti di volata a Firenze sia scappata di corsa, al treno per Milano. Sapeva scrivere come Dio comanda, abilissima in toto a studiare; a lei si sboccerà la carriera letteraria. Io aspetto il mio scoppio.


VIII. Comincio solo ora a scrivere di quello che dovrebbe essere una sorta di zibaldone fatto in casa, invece preparato estemporaneamente in treno, coll'applicazione Writer del mio cellulare, per mezzo della tastiera qwerty, talmente piccola che mi pare di impazzire senza il correttore automatico e fallibile. Per il momento lascio degli spunti poi a casa, in tranquillità, costruirò ed allungherò, oppure oggi nella biblioteca universitaria collegandolo al computer e lavorandoci lì: a sforzarmi di digitare tre parole in uno schermo di dieci pollici e niente mi sembra di non avvertire il passare del treno tra le stazioni del Valdarno, come a leggere o parlare con i passanti. Odio i fast-food. Pertanto l'ho scelto, al di sopra della mensa, meno costosa e più corroborante di un panino con la cotoletta da due euro (grazie al bonus vendita di un mio amico). Il Burger King nei pressi della stazione di Santa Maria Novella era così lontano che pareva l'ultima spiaggia il pranzarvisi; niente McDonald di via Nazionale, e forse è stato meglio così. So di essere un petulante assillo idiota con i miei amici: parlare dello schifo di un posto, quando loro stessi cominciano a sbuffare di questo mio modo di approcciarmi, mangiare malgrado tutto un panino per me disgustoso per la poca sostanza; lo snobismo più


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idiota, ecco tutto. Potevo andare in mensa, pranzare con altri e pagare la stessa cifra; non volevo stare da solo e perdere un'occasione di stare insieme una buona volta e ridere, scherzare. A me pare che cosĂŹ facendo me li stia allontanando, che mi mostri a loro insopportabile, da dimenticarsi finita l'universitĂ . Tutta quella storia scolastica, tra maledetti di cui non mi potevo fidare, in una tensione nervosa e nella solitudine di tutti quei pensieri: temo che possa ricominciare dal principio.


IX. È incredibile quanto sia riuscito a scrivere in poco tempo tutte queste pagine autobiografiche, sapendo che ho appena detto pochissimo di me, di tutte le emozioni che mi colpiscono nelle giornate, nelle serate, e che vorrei farle sapere ad altri, magari sconosciuti, amici e conoscenti, per quanto sia rischioso far trapelare notizie private di tale intensità. Magari pubblicherò qualche pensiero su Facebook nella speranza di avere qualche parola di conforto, di complimento del tipo “Complimenti, sei uno scrittore”, oppure “Wow, sei mitico”. Molto difficile. Pontassieve e Sieci nel sereno del pomeriggio variabile ha un che di risvegliato, rinnovato. Ho preferito alternare alla visione bucolica dei boschi, della campagna e delle città immerse nel verde con qualche documento scaricato nella lezione di Cinema riguardo gli effetti ambigui della bomba atomica, nell'episodio fatale dei due bombardamenti. Non so se sia giusto contaminare questo scritto con idee erudite o riflessioni zibaldesche. Ma mi va di espormi, e di seguire le idee scritte poco prima, di pubblicarle in seguito per motivi personali. La bomba è stata una scelta la cui validità è simbolo assolo dell'impossibilità di fermare l'uomo allo scegliere le azioni disumane per risolvere i problemi più contorti:


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la parte favorevole vuole la scelta necessaria a sconfiggere gli imbattibili e irremovibili giapponesi, da secoli obbedienti fino al suicidio volontario alla volontà dell'Imperatore, a rischio di continuare le morti, forse superiori alle morti delle bombe, allineate ai precedenti bombardamenti mortali (Dresna, Tokyo), e poi il continuo della guerra in sé, e i problemi economici. Hanno ragione se posta così, e allora giù la bomba, e addio a due città, duecento mila persone e alla dignità umana. Perché gli stessi generali quali McArthur la pensavano, quasi succubi di essere in torto al governo statunitense, alle voci di una rinuncia da parte di una fazione giapponese interna all'amministrazione, alla possibile resa verso Novembre, agli errori dei calcoli nel numero dei morti, superiori da quelli pensati, all'uso per minacciare i sovietici (la paura dell'ordigno “Fine del mondo”, parafrasando il film “Il Dr. Stranamore”), e tutto, il male di sfruttare i morti per placare gli animi dei governanti, le minacce di morte e le esecuzioni consecutive all'apertura dei campi di sterminio (in fondo le bombe sono state dei tentativi riusciti di sentirsi in sintonia coi nazisti nel privare la vita con assurde tesi; vincendo nessuno li ha giudicati, perché non si addita l'eroe dell'epoca). La rabbia della guerra, come se finisse con essa stessa. Oggi con le missioni di pace, con i benefattori che vanno in Afghanistan, e i Talebani e il nuovo Hitler in Putin, in quello della Serbia, la battaglia manichea del Bene e del Male; sempre questo, sempre qui dobbiamo finire, dando ragione alla follia degli eletti democratici. Muoiono. Muoiono tutti gli oppositori, ed è lapalissiano che la pace diventa un'utopia che sono un povero cristo come Gandhi poteva auspicare: pure Bertrand Russell era arrivato a dare ragione alla guerra davanti al “mostro” umano di Hitler, genio nell'unire un popolo con l'antisemitismo dell'epoca e la povertà della Repubblica di Weimar, che probabilmente aveva a cuore la Germania tanto da diventare l'esecutore con Eichmann della “Soluzione Finale”, paradigmando


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l'uomo alla macchina, come volle fare Taylor e Ford nell'industria. Il mostro, che nei film recenti è visto come un colerico introverso anziano distrutto dalla guerra e dalla nevrosi, e dalla follia antisemita (ma non salvò il dottore ebreo di sua madre dalla persecuzione?), serve per rassicurare i poveretti nella storiella che il Male non tornerà, e che il Bene ha ragione di condannarlo. Ed è interessante parlare di Germania, poiché c'è un ragazzo, vestito quasi da tossico (io sono certo migliore di lui, e sì, ecco come si scivola facile nella stupidità), e racconta di un'America per italiani, e per tutti, pronta ad aiutarti nella loro serietà e flessibilità, in un paese e in una capitale spettacolari e pieni di vita, di ricchezza. Da tempo pensavo di andare in Germania, a visita turistica a Berlino, vedendo su Google Maps il tempo per il viaggio da Firenze, scoprendo il caos del viaggio nella penisola: da Arezzo a Firenze è tranquillo, finché non tocca salire fino a Bologna, poi Verona, Milano, e lì per Trento, e poi Monaco, e dopo quattro fermate Berlino; dalle 20 del primo giorno si arriva alle 13 del giorno dopo, e le prime dieci ore solo in Italia. Il biglietto sarà assurdo nel prezzo. Il dialogo era stato fantastico, per uno che di viaggi all'estero ne ha fatti pochissimi, e ne ha una voglia marcia di viaggiare.


X. Quanto si può cadere così in basso: in un programma di denuncia sociale, “Le Iene”, alternare stacchetti da cabaret in cui un imbecille fa delle prese patetiche facendo credere di aver fatto “un sogno” in cui era gay, e stare a continuare questa macchietta dell'effeminato voglioso di sesso anale e orale, di “maschioni”. E ci si lamenta dell'omofobia, la si reclama in parlamento come legge penalizzante. Se si permette di continuare con certe vaccate la gente sarà assiduamente propensa ad attaccarli, inferiorizzarli, denunciarli pubblicamente, e il bullismo, gli orrori della gentaglia discriminatoria, l'ignoranza dei falsi intellettuali. Il suicidio per loro diventa l'unica possibilità. Uno sfottò ignobile, per uno che le ha avute le esperienze, veramente deprimente. Non dico di non averli cercati (chiaramente non i palestrati come nel reportage satirico andava a scherzare, che mi fanno ridere; solo i virili, i belli, come penso di me solo ora), e a scriverlo ora ho un po' m'imbarazzo, se penso a quelle deliranti parole da maschio romantico alfa, che scrivevo nelle chat tra chi chiedeva un incontro o se a volerlo ero io, manco fossi uno gigolò. Avevo paura quando i ventottenni, i trentenni o peggio i cinquantenni mi inviavano i messaggi: paura e


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disgusto, disagio e un sentimento di essere scoperto, adocchiato a qualche pederasta forse violento e stupratore (raramente c'erano degli esseri di ventotto anni intelligenti e belli, che appunto rifiutavano di farlo alla fine per la mia giovane età, quando sotto sotto ci stavo, per una pomiciata e una sega, come tra "trombamici", amici che fanno sesso per sfogarsi). Rispondevo solo ai coetanei, o a quelli di massimo due anni più grandi. Ed ero così, a fare l'erotomane: a provare, usando la mia prosa, ad elencare tutti i piaceri, i baci, i tocchi che potevo fare all'amante, come un patetico D'Annunzio, che non lo sopporto e ora capisco quanto di debole ci fosse nella sua personalità eccentrica ed autoritaria. Diciannove anni, e ridursi come quella gentaglia che denigro, disprezzo profondamente nella loro spocchiosità e falsità; ma io sono peggio di loro a fare queste cose, a ridurre uno del mio cervello a trascinarsi in scene del genere, ad essere succube di provare se il sesso era la risposta, se il mio uccello voleva che io fossi destinato a essere bisessuale attivo (o forse solo omosessuale). Componente sessuale. Il sesso super omnia. Io che con Lolò provavo a toccarlo mentre mi toglievo la maglietta, e mi stringeva il pene, e sorrideva leccandomi, che mi buttava la lingua in bocca e me la spingeva violentemente, e mi dava fastidio, e non sentivo il piacere vero; non pensavo a nulla, trascinavo la verga tra le cosce, e toccavo il corpo suo mentre mi stringeva completamente, e non riuscivo a fare nulla quando ero sopra di lui, col suo che occupava spazio, che non m'aiutava a raggiungere il coito col suo membro che occupava come vuole Natura il pube e non riuscivo a premere nella parte d'eccitazione (non riesco a masturbarmi a mano perché in erezione è intoccabile con la mano, non sento nulla, come se toccassi un blocco di pietra, e solo premendo con forza nel materasso, come se spingessi per penetrare la vagina, riesco a sfogarmi) mi innervosiva durante il tentativo (il primo, a Ottobre, due mesi prima di quello di cui mi innamorai, voleva


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anche sesso anale. Io non ce la faccio, a ficcarlo nel deretano di uno, sporco di feci e a imputridire il mio pene). Ci credetti solo a posteriori, sapendo che in fondo era meglio di altri, che forse potevo procedere nell'esperimento mio; e poi questo, e la crisi ad aver pensato fosse lui in treno qualche giorno fa, in cui la mia ansia non di vederlo, ma di non averci parlato se era lui, e di capire tutto, di sapere il perché, per poi comprendere che non m'importava più nulla, nonostante vorrei ancora parlare con lui. Se per caso lo incontrerò a Follonica, d'estate, che abita da quelle parti, glielo chiederò, se le emozioni del ricordo non mi faranno saltare in aria prima. Come nelle storie degli innamorati, il ricordo continuo è per segnalare il fare persistente, di poter rimediare la situazione a mio favore, e conoscere. Spero che lui non ci provi, che voglia continuare d'approfittarsi di me, ed io, che non so se m'incazzerò fino a sbatterlo in terra, o se mi arrenderò, se forse questa nostalgia in gola prevarrà nel vedere se in fondo è qualcosa che voglio, continuare. Non mi vedo. Non mi vedo nel passare gli anni con un uomo, che si raggrinzisce, s'imbruttisce malamente, e che poi non mi piacerebbe più visivamente, cosa che per le donne invece proverò sempre. Il fisico per me delle donne è sempre stato secondario, quasi di secondo piano, davanti al viso e al sorriso: una volta, per rincuorarmi da una cena finita male, tra ubriachi molesti e stupidi idioti, pensai al sorriso di Noemi, un po' da topetta, e mi commossi, e tutto il disagio finì, a vedere la felicità in quei denti. Io vedo tra vent'anni con una donna attempata, per sempre bella. Perché a chi mi dice che è difficile che io sia omo non ci credo? I risultati di queste esperienze, di questi modi non sembrano così deboli da confermare le convinzioni eterosessuali. Non dico che io sia o l'uno o l'altro, anzi sono sicuro di essere bisessuale certamente, e questo per me è perfetto, che in una futura libertà ed indipendenza potrei non dico continuare, ma nel qual caso non dover


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essere dipendente dalle idee di famiglia e amici. È meraviglioso, quando avrò dei figli poi poter insegnare a loro il valore grande dell'amore libero, non cadere nel padre incomprensibile semmai avessi un figlio gay, e ricordare la tolleranza, la solidarietà e l'empatia alle differenze più inconciliabili.


XI. L'arte è in questo momento molto difficile da trattare nella sua interezza. Sul treno ho incontrato un mio amico, Bibi, e non riesco a capire come sia arrivato a parlare di arte, sulle statue futuristiche in via Crisci, nei Portici. Ammetto, che con lui sono stato un po' distaccato, che non mi piace, probabile le esperienze omosessuali, stare troppo vicino ad un ragazzo; mi scatta il disagio, e non guardo se non in pochi scatti lo sguardo dell'altro, parlando avendo come punto di focalizzazione un qualsiasi orizzonte: potrebbe essere timidezza, da soggezione, per uno che non è bello, di conseguenza non è narcisismo o sentimento estetico. Non è un bene alla mia apertura verso gli altri, ma è come se temessi che ricominciasse la storia, e a dover soffrire ancora. Mi sembra di distorcere, di essere paranoico se penso che un ragazzo con cui parlo sia troppo vicino e ci voglia provare con me. Uno può dire che in fondo io stia nascondendo qualcosa, di voler invece continuare realmente la faccenda, e può essere così, dato che precedentemente l'ho scritto, ma non ora, né con gente che conosco; non so quale sia il motivo per cui solo recentemente sia più attraente l'idea di tentare un approccio con le ragazze belle che con i ragazzi, e continuo a dire certe cose, che


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forse continuerei con i ragazzi, per quanto io sia cosciente che nulla, nulla mi fa dire di avere un qualche interesse sentimentale per un ragazzo, che di quelli che invidio li scopro stupidi, peggiori di me, e con loro il sesso, se così si può chiamare, è disagio. Eppure punto sulle ragazze, quando durante l'esperienza non avevo alcun interesse, talmente fissato con la situazione personale. Quante contraddizioni: a volte vedo, un’apparizione, una ragazza che guarda con me la televisione, e mi sorride, o in una brughiera, al tramonto, che la inganno per amore. Fantastico donne d'ogni tipo, fin da piccolo: virgo bellatrix, ninfe, principesse guerriere, spiriti, angeli, voci del tempo, canti delle città. Vorrei la donna che altrui non saluta se non me, solo me, il torello, il perverso che si scopava le gambe di alcune sue amiche del mare per mimare quello che mi faceva la mia cagnolina, e avevo nove anni. Mi sto ingannando? E ancora il mio cervello, appena mi vedo col mio fisico in qualsiasi specchio, parte alla riscossa e mi fa impazzire di erotismo e non do interesse a chi, uomo e donna; impazzisco di voglia, di gusto e voglio amare, fare il perverso libero, e divertirmi fino a sentire in chiunque che amo la musica, e ricordare nell'eternità. Non riesco a capire perché fossi attratto dai piedi di mio padre e di mia madre, che a volte mi coricavo nel divano per toccarli, e per scopare la gamba (credo di averlo fatto anche a mia nonna). Da anni non ho più alcuno stimolo per piedi che non siano i miei, e mi eccito a toccarli e a strofinarli nelle gambe pelose, pensando che me lo stia facendo l'amore mio. Comunque la discussione era notevole, anche per il fatto di aver improvvisato delle conoscenze artistiche represse nell'accumulo culturale. Oggi l'arte è tesa allo sperimentalismo più volte abusato, ed è anche genitore di stupratori e falsi, senza abilità artistiche discrete, e un classicismo a volte contro esso stesso, a volte unito ad esso: un esempio le camicie arroccate tra le volte delle Logge Vasari, e le altalene


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nella quercia secolare davanti alle Poste Nazionali, e, in questo caso, quei meridiani nereggianti in via Crisci. Qualche mese fa andai a vedere la mostra di arte contemporanea in piazza San Francesco, su un'artista francese simbolista, buono per metà delle opere messe in scena; personalmente non mi considero un grande appassionato di arte rinascimentale, ad essere sinceri preferirei un quadro impressionista francese o espressionista tedesco alle opere del Da Vinci e di Raffaello, oramai sfruttate dall'eccesso di turismo e trionfalismo storico, santificate in stile kitsch. La bellezza nell'arte è nell'originalità: come voleva Piero Manzoni, la cui arte era satirico/commerciale, contro la tradizione emulatrice e puramente ipocrita alle nuove esperienze artistiche; e capita di avere a che fare con opere strane, incomprensibili all'ordine di un quadro romantico o un affresco italiano, belli e basta. Gli italiani sono stolti a non vedere le straordinarie soluzioni delle altre genti, nazionalizzando ferocemente la propria arte come la migliore del mondo (e tali in tutto quanto, ovunque, stupidamente), tralasciando i rimandi classici ed arcaici delle eredità romane e greche, e le influenze delle varie comunità medievali e moderne. Perché un barattolo di zuppa è arte? Perché una pipa anti-identificata è arte? E una dama in primo piano in avanti al baratro dei malanni? Arte, della propria epoca, della propria cultura, della propria sensibilità. Vederla limitandosi a questo è già un approccio non privo di guadagni personali. Solo piacere l'arte non dovrebbe darla; che crei un pensiero, un'idea in questa terra di spettacolarizzazione di massa, di luddismo e di pensiero debole; o l'arte non avrà più alcun valore propedeutico, nessun appiglio culturale e conoscitivo, e vinceranno tutti i mercificatori del consumo umano. Ma nessuno lo fa, e si affonda nel gozzoviglio più scadente.


XII. Sono veramente strano. Mi sono ormai reso conto di essere bello: di avere un bel fisico, “seppur vuoto e da riempire”, e una faccia da bimbetto innocente che nasconde alla perfezione perversioni demoniache bisessuali ed esageratamente narcisisticamente (non è che mi sono autoconvinto; non pensavo a questo mesi fa, e non vedo la mia mente credente a tutto quello che sento dalle orecchie). La stranezza sta nell'incomprensione del mio disagio quando un adulto mi dice di avere un corpo atletico, così anche per donne attempate, come se non ci credessi e volessi smentirmi: da bambino avevo delle “pocce”, tettine da grassottello e piene d'ormoni, possibilmente a causa della dieta quotidiana di dosi eccessive di carne (ogni giorno carne se non nelle vigilie quaresimali), che rendono plausibile l'aumento esagitante di testosterone nel corpo. Dopo tre anni di attività fisica graduale, dalla cyclette alla corsa leggera, dopo anni di nuoto inconcludente dotandomi di un busto mezzano, in proporzione alle lunghe gambe, sono arrivato a questo, malgrado i fianchi vuoti “ad anfora greca” e i capezzoli larghi e visibili anche nelle maglie. Un anno fa, alla gita tra le capitali mitteleuropee (Vienna, Budapest, Lubiana e Trieste) non mangiai tanto


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quanto a casa e persi in una settimana più di tre chili. La mia mamma ci riempie la tavola di troppi cibi, come se non mangiassimo abbastanza, che impazzisco dopo a dormire, con la nausea per la mia gola erotica nel cibarmi, nell'ingozzarmi come un maiale; stesso stile mia nonna, a trattarci come oche e poi, come in una famiglia ebraica, a lamentarsi con sensi di colpa manifesti di non aver fatto abbastanza per la sua famiglia. Mia mamma mi riempie di cibo per curare la sua “assenza”, il suo ruolo di madre, nella mia distorsione. Tutti questi attacchi erotici dovuti alle proteine follemente composite nel mio organismo mi fanno avere degli effetti assurdi, come quello di qualche ora fa. In treno, mi guardo in continuazione al riflesso dello specchio divisorio delle salette di seconda classe: quella camicia che sembra mostrare un corpulento fisico di ventenne, quegli occhi miei marroni, dolci, innocenti, e la barbetta, e le labbra, e il corpo che ogni giorno, per mettermi il pigiama ,mi spoglio in bagno, per vederlo libero, pulsante, forte; al solo scriverne la verga si anima, e delle invidie degli altri ragazzi non provo più nulla, anzi superiore, tronfio, mi guardo voglioso di masturbarmi. Quanto vorrei che una sola donna abbia mai detto sinceramente a me queste parole: sarei impazzito e l'avrei posseduta, liberando le mie fantasie onaniste più nascoste, tutti quei desideri di mascheramento sessuale (capitano che ricatta la servetta, falegname che chiede di essere massaggiato, sconosciuto in treno che fa piedino alla vicina e le si avventa contro, contadino sporco che lercia e lecca la nobile. l'atleta che si fa spogliare, il compagno di classe che la becca in bagno e si fa toccare e stringere a sé, il rapitore che sevizia dolcemente la vittima, il mafioso con la lupara). Incredibile. Dopo quelle giornate a scervellarmi nella mia omosessualità e ritorno a fissarmi morbosamente nell'amare le donne, facendo il galletto dannunziano. E dire che me lo immagino appena sveglio di mattina e strizzando e schiacciando parte del materasso, con accanto mio fratello che dorme (temo sempre che mi


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possa beccare, ma il solo farlo è eccitante, secreto). Un perverso polimorfo, con solo due mesi e mezzo di scarso latte materno, dopo gonfiato dal latte in polvere, senza ricordarmi come era un capezzolo femminile. E con sei mesi che ero? Un satiriaso pazzoide? Perché mai uno sciupafemmine? Follia; la donna si ama come donna, non come figa, e la si ama per amore, non per sesso: a fare il gatto in fuga ci pensino tutti i misogini del mondo, ad amare lo lascino ai poeti (Proust: "I migliori mariti per le donne sono gli omosessuali, ma non potrebbero mai data la loro vita di trombe-de-femme"). A volte mi chiedo quale sapore ebbi la prima volta che baciai alle elementari; agli amanti senti solo sputo e biascichio, acido della saliva, di sicuro nelle donne è meglio (a meno che la loro bocca non olezzi come quella di mia madre o della Degano). Pensando al teatro c'era la francofortea Barn, che giocava con me e io, considerandola stupida quanto bella (non della mia bellezza, forse era meglio quella di Francesca, o la Borri, o meglio il sorriso commovente della Noemi, che a vederlo mi rugghiavano gli occhi), e la scansai disturbato. Dalla visione del film “A Dangerous Method”, agli albori della psicanalisi freudiana e junghiana, una riflessione sulle cosiddette fasi sessuali infantili è d'uopo: orale, passai forse troppo tempo a ciucciare il biberon e il ciuccio, e me lo dovettero togliere a forza, per poi continuare, dopo il taglio settimanale delle unghie delle mani, a succhiarle come se mi mancassero; anale, settimane a tenere le feci nello stomaco, che sembrava di scoppiare, e mi dovettero sforzare con metodi feroci quali il clistere alla camomilla, prima all'ospedale, immobile dagli infermieri, polverizzando i cuscini al ritorno dell'auto con la diarrea, e poi in casa, stessa sorte le mutande. Altro per il momento non mi viene, ma a masturbarmi iniziai a nove anni, in fase di latenza freudiana, privo di peli pubici e di sperma da emettere. Prima nelle gambe di mio padre, poi nei materassi, concentrandomi sulle cose gonfie: ho una paura attuale per i palloncini, al timore di farli scoppiare e toccarli


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provocandone l'esplosione fragrante e distruttiva (odio i rumori forti, come i litigi e le urla di disperazione e di rabbia), ma tutto ciò che si gonfia, anche lontano da forme antropomorfe (uomo e donna che sia) mi eccita terribilmente, e mi masturbavo prima con quel pensiero; tutto quello che si gonfiava, oggi il mio petto e le mie braccia, o il seno, il culetto di una donna, o i muscoli d'un ragazzo, e parto al massimo. Aggiungiamo anche quella perversione per le gigantesse ed i giganti, alla TV, nei cartoni animati o nei racconti, tipo Alice nel Paese delle Meraviglie, o Atlante, il titano nemico di Ercole; non si sa se c'entri il fatto che in confronto alla mia generazione ho una statura puramente “mediocre” di 1,79 m, e che quasi tutti quelli che conosco siano alti tre o quattro centimetri in più (anche sei o sette), provando quindi un’invidia profonda per le persone alte, da bambino un’attrazione. So solo che nella mia infanzia molti pensieri le facevo, che mi dava un senso sia di sgomento, di terrore, sia di piacere, di pulsazione. La vita è in mille passi, non in dieci. Non so che c'entri, ma mi sembrava una bella intuizione, in questa scenetta di pura follia erotica. Si vede che in fatto di repressione sessuale mi ritrovo al livello del povero Da Vinci, sempre secondo le parole di Freud, dai sogni lasciati dal genietto, e il nibbio che gli metteva in bocca la sua coda.


XIII. Un ragazzo, biondo a riga a sinistra, occhi azzurri, secco ed alto, dal viso mi ricorda il protagonista di “Red Lights”, sebbene fosse moro nel film, che voleva baciarmi mentre c'era l'occupazione in un'anonima scuola riecheggiante le medie di Badia: non volli, mi scansai disagiato, e cercai di uscire dalla scuola, e lui m'inseguiva, sorridendomi e cercando di convincermi. Appena sveglio non mi colpì come quando rividi la sua “rappresentazione” in un personaggio della puntata odierna di Dr. House, simile anche nel taglio di capelli. Da giorni non faccio che pendolare tra il piacere omo ed etero, e sarebbe normale in un bisessuale, se non fosse che estremizzate sono micidiali emotivamente, eccessive, perché non so mai quale sia più vero dell'altro, se sono paralleli e devo tranquillizzarmi, o c'è qualcosa sotto, e devo stare attento, e capire cosa mi sta succedendo.


XIV. Oggi rileggo una fase che scrissi un annetto fa sulla figura di Dante nella Divina Commedia: “difficile la coaudiuvazione di un secondo, o diversi autori, amici dell'autore o collaboratori letterati; lo stile cambia in vari canti, e non da un punto di vista linguistico, ma nel ritmo della narrazione, nelle descrizioni e negli atteggiamenti del Dante protagonista”. A raccontarlo ad un critico si avrebbero minacce e sberleffi, per la mia cialtroneria e presa in giro del santo patrono delle lettere italiane: un poeta, un romanziere o un drammaturgo qualsiasi, se li si vuol bene bisogna sfidarlo, apertamente giudicarlo nelle sue limitazioni e nei suoi errori, per umanizzarlo, per dare speranza agli estimatori di sviluppare le idee ogni volta e per sempre incomplete, lacunose in punti diversi; adularlo e basta agiograficamente è deleterio. Cinquecento anni dopo nacque e si consolidò un secondo Dante: Thomas Stearns Eliot, poeta modernista e autore de “La Terra Desolata”, un'opera citazionista e satirico/parodica epica, degna della Commedia di Dante, a cui si rifà. Il mondo, la gente, i sogni, le conoscenze, la sensibilità, la natura, la poesia, il canto, gli umani e Dio: questo fa della poesia di questi esseri degna di essere letta e amata visceralmente (un giorno unì la lettura ad


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una musica sperimentale degli Art of Noise, “Beat Box Diversion One”, e impazzì dal godimento, dalle immagini, dall'ordine generale delle cose; un drogato, un’estasi da eroina). E non posso non amarli, nella grandezza delle loro parole, spremute in anni tragicissimi, sia per l'esule fiorentino (sono dubbioso della sua innocenza, data la sua fama di adultero non mi sorprenderebbe la verità delle accuse di baratteria), sia per il confinato americano, in una clinica psichiatrica per rilassarsi dagli attacchi di nervi, seguendo la moglie Vivien. La poesia di adesso è buona per accendere i fuochi, con tutti i prosatori e i falsi intimisti (con alcune eccezioni sincere, come Fabrizio, che gli credo nella sua abilità poetica): nessuno che richiami la tradizione epicheggiante della poetica leopardiana, montaliana, o le sue digressioni eccellentissime in Pascoli, Gozzano, Ungaretti, e molti altri, migliori di chilometri a questi plebei del metro. Tutti sabiani, tutti prosatori poetici dell'animo umano, tutti pezzi di carne di cavallo, che odio mangiare, e odio solo avvicinarmi ad un cavallo, disgustoso essere cacopoieco. Solo Caproni è un valido sequitur della poesia ufficiale, gli altri sono un nulla blando e patetico. E apprezzo anche i poeti americani, come Pound e Stromberg, e irlandesi, primo fra tutti Yeats. N, io e Napoleone, un bel film di un'opera che forse vale il Premio Strega vincitore (venne premiato?). E qui la figura carismatica, forte, amichevole e quotidiana, umana, di un dictateur illuminato, un monarca fautore di Codici moderni e tecniche amministrative efficienti, grande passione ladrocinia per l'arte e la Storia. Noi italiani lo apprezziamo, tanto che Manzoni gli dedicò, alla morte scoperta mesi dopo, il Cinque maggio, di notevole spessore poetico ed umano; gli inglesi ancor oggi disprezzano loro, Napoleone e noi che lo ammiriamo, nella loro boria insulare. Il despota, il tiranno platonico e il principe machiavellico, solo per questi tre un saggio di trecento


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pagine: distruttori di libertà ma portatori di grandi risultati di livello di statista democratico, per lo meno riguardo a Napoleone e Pericle, e qualche altro monarca illuminato da Federico II amico di Voltaire; dopo questi si passa ai beceri, da ricostruire il Principe da capo. Penso a Mussolini, riformista in agraria, banca, armi, burocrazia e finanza; la maggior parte fallite, eppure forti nella loro risoluzione spietata, ai danni di un'opposizione disintegrata da incendi degli uffici e secessioni parlamentari e esili volontari e no, e molti a sottovalutare la sua figura, come Gramsci, che dovette stare attento a quello che pensava, da quanto peso ebbero nella sua vita. Hitler non ho voglia di parlarne, almeno ora, semmai rileggo Levi ci rifletterò su. Se penso poi a Gandhi e Roosevelt che lodavano la figura di Mussolini, a statista; mi viene da ridere che questi due siano eroi delle patrie indiane e americane. Il primo che liberò piano piano l'India rischiando la sua vita per poi lasciarla in pasto, morto lui, all'Inghilterra e alla Cina, che mai provò a bloccarle, mai tentò di fermarle in giusta misura, parlando di pacifismo, non violenza e disobbedienza civile: lo ricorda Terziani, anche lui critico verso di lui se non “Cosa avresti fatto con un mostro come Hitler? Io dico che un popolo è schiavo di un tiranno se gli obbedisce, se questi disobbediscono, tutto si ferma e cade”. Come se il popolo fosse unica mens, e tutti la pensassimo allo stesso modo, alle stesse idee, negando gli ipocriti, gli opportunisti e i fanatici più malvagi. Non è così che si ferma la guerra, il Male, non seguendo passivamente gli ordini, che, seguendo la morale del nazista, se muoio io ne arriva un altro che obbedirà dopo la mia morte compiuta, anche se dubbia nell'etica dell'atto lavorativo (Arendt docet, e Eichmann sugellat). A morire tanto c'è sempre tempo, e carne da cannone non mancherà mai per queste teorie. E la gente a credere a Gandhi, a venerarlo. Stupidamente si rifugiano nelle idee di un Cristo che,


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come il primo, non andava seguito alla lettera, ma messo in giudizio continuo ed imperterrito. Di Roosevelt tralascio la sua vita da poliomielita aristocratico: il New Deal di matrice keynesiana funzionò solo con gli sforzi della popolazione, ma guai a ricordare che fu tra i primi a volere il Progetto Manhattan, per combattere il Progetto Nazista Nucleare, e poi a ridursi a dare la possibilità a Truman di bombardare Hiroshima e Nagasaki, condannando i morti del fall-out e i vivi alla paura nucleare della Guerra Fredda. Democratico ma poco fluido nelle sue abilità di statista, e di stratega.


XV. Non si paventavano da anni e ora un altro di quei testimoni di Genoa, a parlare di Cristo con quei modi, quella ingenuità degna di un diacono fanatico, e Gesù lì e là, la Santa Rievocazione e compagnia bella. Una mia zia con loro farebbe l'inquisitoria da Sant'Uffizio, io manco esco di casa a parlarci, in un discorso tra sordi. Parlare di religione e aprire una ferita che si apre ad ogni tensione mistica, tra letture di atei e credenti, tra momenti panici e campane sonanti, e i ceri , le candele, il gotico delle cattedrali, il rosario, i riti della fertilità, i giochi trascendentali, l'estasi mentale romantica, il canto eterno delle città, la Madonna, la Madre, il martirio, il bocciare di foglie e fiori di ibisco, le colombe anime cadute del Cielo, le anime del fiume dell'oblio, il volo, il vento, la Natura, il Divino del varco celestiale, il suono armonico dei pianeti, la poesia della Bibbia, il Corano, il Talmut e la Torah, la metempsicosi e la rinascita, l'eterna morte e l'eterna vita. E non posso non considerarmi uno spirito dell'Universo vacuo e sublime. Una componente che non esiste in nessuna religione formale, disprezzatamente forzata a parlare di Dio, Signore, Allah e il dio ebraico che ora non mi sovviene: tutte a giustificare Dio, sempre Lui, mai a dire che è l'uomo attore e regista di se stesso; mai aperte al vero


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Umano, forse autore della religione comunitaria, e a chiamare l'essenza della vita Dio, e il Tutto, il Nulla. Quanto odio la teologia, falsissima ed erratissima come voleva Kant, a sua volta malvisto da quest'ultimi, che pensavo, come nel seminarista, o filosofo, mostrassero novità che non avevo già sentito da parte di esistenzialisti atei, ora allineati a girare la filosofia a loro piacimento, sempre con logica precisa, ma distorcendo a volte le traduzioni, le interpretazioni (del suo scritto ho trovato delle forzature che, come direbbe Copernico, “basterebbe un semplice paradigma per rovesciare il sistema stretto nella morsa di una legge soffocante” (parlando della teoria Tolemaica). Troppa teoria, troppa facilità, che a parlare di Dio si sbaglia in continuazione, io tra i primi a farlo e a dimostrarlo, parlando del Dio che penso, e non credo tipicamente come molti altri babbei infelici e sempliciotti, a dire atei per un nonnulla e credenti per ancor meno, e negare quasi matematicamente baggianate indecenti. Uomo errante, animale della Ragione e dell'Istinto. Cosa significa credere? Esistere? O agire? Spinoza: il miracolo come errore della sua onnipotenza. Anselmo d'Aosta: nulla di cui si può pensare oltre. Hegel: Dio come figura delle bontà umane. Alla fine questo, per nove persone su dieci, e ateismo vero e proprio, anche se lo nego, perché è negare a Einstein il suo credo panteista, e a molti altri “falsi atei”; i corvi delle mura alte non fermeranno mai la bolgia delle anime inquiete, Sansoni delle colonne della società e del mondo umano, una crudele continuità dell'ingiustizia dei sentimenti. Il concetto è nell'arte universale: dire qualcosa, non farla dire a qualche mezzo; e si vede come tutto ciò sia abusato da patetici esseri privi di morale, ingiusti ai credenti, tutto per un consumo ingordo e violento; a perdere tempo sui tentativi di creare qualcosa di vero, di autentico. Ci si ferma a scrivere inutilità, ripetizioni aggrovigliate in soluzioni blande: quanto vorrei essere il


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romanziere, il poeta al pari di Pirandello, di Joyce, di Montale, altissimo nella mia sommità e nella mia importanza, nelle ambizioni assassine che mi pervadono il cervello, tra fiumi di idee, voglia incommensurabile e sogni di potere. Ma tutto questo accadrà? La risposta è sì, se mi impegnerò e se la fortuna mi stringerà la mano.


XVI. M'ha dato ragione, Gigio, e mi pare sincero quando capisce la mia introversione e la mia avversione alla gente stupida, come Alberto, che l'avevo intravisto prima di tornare alla macchina con la mia mamma: c'ha la faccia da imbecille, da bambino, e il fisico di un trentenne palestrato. A vederlo mi scappò, e lei lo notò, un gestaccio facciale tra la smorfia per il profumo patetico che portava (odio i profumi per principio, preferisco i deodoranti, seguendo l'idea de “l'omo ha dà puzza!”), simile a quello che indossa mia madre come molti altri del resto, e il sorriso di questa gente, che purtroppo non posso che invidiare, per la fortuna sociale e per il successo relazionale. Ero vestito allo stesso modo di un adulto: camicia a righe azzurre, golf ceruleo, pantaloni beige invernali e scarpe di cuoio marroni; Alberto, maglietta nera a mezze maniche e jeans scuri. È curioso come in anni non sia mai andato in giro per la città se non vestito classicamente, mai con una felpa, con una tuta, al massimo jeans e una maglia a righe, mai sportivamente (solo andando a correre). Temevo che mia madre avesse inteso la smorfia e il sorriso da compiacimento effeminato, e subito a chiederle cosa avesse inteso da tutto quanto, in paranoia di temere che


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lei mi giudicasse per errore, e sapere che non la pensava così. Mi sento come il protagonista de “Lo Straniero” di Albert Camus: all'una Luna, la cagnetta della nostra vicina e parente del ramo Anticoli, e coetanea di Heidi, la nostra cagnolina di tredici anni, ha avuto un infarto fulminante ed è morta. Andando a prendere la legna dallo stanzino mi ferma e mi rileva, con un sorrisetto in faccia, da sempre avuto, la sua dipartita; alle prime pensavo scherzasse, e la smorfietta sembrava darmi ragione, ma non era così, e a dirlo alla mia mamma non è stato piacevole, che le voleva più bene di me: si presentava ogni giorno in casa a far compagnia ad Heidi e a pretendere sempre dei biscotti per cani, puntualmente dati. Solo un disagio, ma il vero sentimento del lutto, della mancanza non m'era venuto, e nonostante fosse di un altro il cane ho sempre provato affetto ed empatia mostruose per i canidi e i felini in sé; non è un buon segno, non provare alcuna empatia vera per un morto; può essere tutte quelle notti prima di cadere nel sonno che pensavo a mia nonna, di cagionevole salute, di ritrovarmela morta sul letto, con la Morte in casa, l'orrore della scomparsa, dell'addio prematuro. Anni fa mi turbavo con queste torture: era il periodo in cui lei soffriva di problemi cardiaci, e s'è dovuta operare d'urgenza all'intero sistema coronarico; da quanto era malata una volta gli stava per venire un infarto quando eravamo di ritorno al teatro di Tegoleto. Spero di darle giusto ricordo in futuro, con vero cuore, e magari una lacrima. Prima di prendere il treno per Arezzo incontro Ilaria, vecchia compagna delle medie, cambiata in nulla, che mi saluta e mi fa qualche domanda disinteressata. Più intelligente di me, era maliziosa e cattiva alle elementari, e non si faceva scrupoli quando sbagliavo e poteva ricorrere alle insegnanti, di cui ho sempre avuto una soggezione da inquisizione. Come per Bibi, il disagio di vedere in faccia i ragazzi ritorna, con il Safo che non riesco a guardarlo in faccia,


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ebete nello sguardo, simpatico, e quindi non lo guardo negli occhi e sposto il punto di focalizzazione alla finestra del treno, ai divisori e ad altro. Per quanto sia dimagrito Gherardo è sempre un incorreggibile babbeo, buono per una scazzottata come a Lubiana, in gita: con l'amico al seguito gli avrà raccontato delle battute che mi facevano in classe sulla mia rassomiglianza a Oscar Wilde; non me ne curo, e passo oltre, capendo che vuole mettermi in inferiorità perché in gita avevo detto di essere bisessuale, e di avere attrazioni per lui.


XVII. È rischiosissimo parlare di sesso con gente del genere, e per quanto uno possa essere sincero e cercare nelle parole un gesto di solidarietà e comprensione, per testare la bontà della gente (sono sempre ottimista su questo), scopri quanto siano negletti e diabolici a rigirare la tua condizione al tuo contro, lasciandoti solo e mascherato da buffone della classe. Sapevo che la mia classe era destinata a non riunirsi più, a disperdersi in altre amicizie e a non far valere più quei cinque anni di sintonia generale: l'ultimo anno di Liceo volli tentare di fare il rappresentante di classe, in tutta la mia vita scolastica mai raggiunto tale livello, da sempre trombato con zero voti; pensavo che la mia condizione fosse migliorata in classe. Dopo il Diazi tocca a me, e appena pronuncio qualche parola sulla mia idea che “nulla si può promettere di concreto e che ogni proposta non ha mai garanzia di successo, anzi bisogna constatare se può funzionare con un professore e con un altro no” (idea pericolosissima per qualsiasi politico, ma giusta per un filosofo platonico, da sempre avversi alla politica), parte l'inquisitoria: venti contro uno, da solo, e mi ritorcono tutto contro, davanti all'insegnate, assente mentalmente per i suoi appunti.


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Una scena delirante, tra l'incubo e la follia. Che finale impietoso, con io che non prendo alcun voto e abbandono la classe indignato, e i professori a lamentarsi del mio comportamento con i miei, e loro che cercano di cambiare il mio atteggiamento. Una congiura, e non so se quello appena raccontato sia veritiero o se abbia distorto (a chiederlo a loro potrei non avere una versione giusta). Gigio mi vuole bene, e dice che in fondo è buono, e non ha mai pensato male a me, come del resto Lele, con i suoi sputazzi e le sue prese in giro. Che stani modi hanno di portare avanti un'amicizia; e dicono che gli altri, più gentili e tranquilli, sono iene quando non sono presente, e maligni, a parlar male di tutti e tutto. Loro no, sono sempre angelici bifolchi. Non ci credo, per niente. Alla cena con gli altri ero l'intruso, non mi sentivo a mio agio; Alberto era già ubriaco e già odioso, con i suoi tentativi di farmi entrare nel suo giro di falsi, e le sue battute misogine sulla fica, e i suoi interessi convenzionali, da “stupido” usando il lessico paterno; e Gigio che non vuole vedermi da solo, a giocare con il cellulare, e vuole che ci provi con le ragazze, che appena ci ragiono un attimo mi arrendo per la loro meschinità. Aspettavo di andarmene, in un clan di ubriachi. Esagero a prendermela snobisticamente, alla fine il sabato si ubriacano tutti: ma non disturbano come dei trogloditi (non ho voglia di usare termini veramente offensivi e pesanti, non posso con questa gente che comportarmi come un adulto, come un “signorino”, tanto per fare dell'autoironia) gli altri commensali, non vomitano fuori dalla tazza dei bagni e imprecano a tutti, o non lanciano la provola tra di loro come bambini (a momenti mi sporcavano i capelli e i pantaloni nuovi, e a casa sono dolori con la mia mamma). Finita la cena, pagando nella magra consumazione anche il loro vino, e tutti a pigliarmi in giro perché non volevo pagare i cinque euro in più, tanto da incazzarmi con Alberto, non sapendo che tra ubriachi non ci si può parlare.


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Solita questua, per me sempre poco dimentica: mi ritrovo, dopo quasi un mese senza problemi, di nuovo con gente grezza, irrelazionabile , antintimista, che se sei più intelligente di loro prima ti fanno una domanda seria, poi ti deridono tre secondi dopo per averci creduto: la serietà si mescola alla falsità, e la realtà non è più una verità ma un gioco di specchi contorti, distorti; e se vuoi scoprirla non hai mai compagnia, estraniato da loro, nelle loro discussioni idiote e prive di senso (per me, per loro forse ci ragionano pure, e se è così parto nel pregiudizio), loro, i figli sani e forti della comune società de magnaccioni. E sempre sarà così per chiunque segua la strada nella ricerca e della scoperta: poter raccontare il mondo e sapere buona parte del pubblico sono come quest'ultimi, sordi alla mente per la discoteca e i fumi dell'alcol (ho notato che bevono a litrate vino di pessima qualità, volendosi volontariamente ubriacare, stordire ed alienarsi dalla realtà, in compagnia, e non sfidarla, combatterla nello scacco ad essa, alla battaglia dell'esistenza. La fine verrà quando nemmeno il sentimento avrà ragione di esistere, e ci siamo vicini che della donna si dice figa, e si vuole solo scoparla, ma non amarla (la logica vale anche per gli omosessuali, per mia esperienza). I vincitori sono quelli che sono privi di alcun vero sentimento. I buoni, certo che tutti quelli che me l'hanno fatta erano buoni, ma stupidi, infantili, immaturi, e non potevo più vedermici, parlarvici; povero Gigio, che sto civettando su dettagli degni di un asociale, che in fondo si divertono, e solo felici insieme. Ma la loro felicità è un codice in un linguaggio a me ora incomprensibile. Esagero? Sono troppo difficile, forse non dovrei pensare troppo, al fatto che i pantaloni che indosso stanno per sporcarsi per il lancio di provola, o cacio, come in una mensa elementare. Per quanto mi voglia bene, se alla fine cerca di coinvolgerli, di correggere il


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mio animo parlando di una sintonia incredibile tra la mia introversione anticonformista e la sua non avente. Questa è presa in giro, un tentativo di mentirmi e di voler essere amico per finta, per quante le sue siano buone intenzioni. Se sì è anticonformisti, non lo si è; non ci si crede come tali mai. Medesima sostanza per l'essere introversi, aggiungendo la difficoltà alla fine di conviverci appena scoperta, nel mondo estroso. Sto tentando invano di conformarmi, il problema sta in questo tentativo di adeguarmi a questa gente. L'educazione del diverso, e gli errori e i difetti, che sanno di verità. Dove sta l'assurdo in questa generazione? Nel rovesciare una bottiglia senza colpa, senza nemmeno tentare di ripulire, per non disturbare i lavoratori e per non interrompere la chiacchierata tra i simili. Non c'è etica della responsabilità, il vero personaggio principale della vita sociale e comunitaria. Lo vedo ovunque tutto quanto; è una visione generale: della scuola, del comando in classe, e le prime figurazioni sociali, dal demagogo rispettato e voluto per la sua grande decisione al comando e alla sua sfrontatezza al mondo dei vecchi, non al saggio, pieno di dubbi e tendente ad una purezza, una chiarezza. Come un Temistocle, rassegnato alla sua ostracizza zione, fuggendo dal paese. Posso avere ragione su tutto questo, ma non vincerò mai, e la mia introversione mi ricorderà la solitudine di Einstein. Posso essere migliore d'altri, ma mai lo saprò da loro, e solo dai beneamati.


XVIII. Mi ritorna in mente ancora l'incontro con Gherardo, così, a poche ore dalla partenza per Firenze, all'ultima rappresentazione della Pergola, assieme alla scolaresca del mio ex professore Parodianti, “il suo pupillo” (dimenticato dopo un anno di liceo!). Un bruciore, un rancore bastardo, sul suo sorrisetto e per il fatto di non aver impedito che mi sputtanasse parlando di serietà con un suo amichetto e compagno di merende, sottolineando l'dea eterna per lui di me, di imbecille ed effeminato (nel primo approccio omosessuale chiesi se avevo particolarità effeminate, tanto per sgonfiare la mia paranoia antisociale, ricevendo un no secco, anzi avendo delle puntigliate sulla mia virilità “dolce”, “gentile”, “morbida”). Dovevo intervenire, affrontarlo e castigarlo con una bella rinfacciata aggressiva, riscattando il mio disprezzo per lui e per le persone come lui, e tutto per aver proliferato la storia della mia somiglianza a Oscar Wilde, dandomi anche dell'omosessuale. Gentaglia, nata tale, da gentaglia identica; se l'avessi detto, se avessi avuto il coraggio di offenderlo, ma non sentivo in quel momento di offenderlo, di attaccarlo. Stavo per offenderlo, mandandogli un messaggio su Face Book, per riaccendere il fuoco che ha portato alla rissa della gita, ma accadde che un pensiero mi balenò


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nella testa, talmente forte da rassicurami del tutto: e se fosse stato un complimento, un tentativo alla sua maniera di essere amichevole, affettuoso? Se voleva offendermi continuava, mi inseguiva, mi tartassava come in gita, e invece ha sorriso (ma non è il volto dell'ipocrisia?). Una guerra, doveva rinascere una guerra, e ora sono calmo, completamente tranquillo, scaricato dalla tempesta, la quiete serena, e non ci penso piÚ.


XIX. È stata un Ottima rappresentazione. E dovrò scriverci qualcosa sulla rappresentazione di Orsini de “Il giuoco delle parti” di Pirandello: il crollo dell'istituzione familiare (le due radici, latina e toscana di familiare/famigliare) e delle scelte sociali, la razionalizzazione fallita delle malvagità emotive. Tanti discorsi come quelli trattenuti con un ragazzo, amico di Mario, il mio miglior amico: interessato alla chimica, m'ha raccontato l'aneddoto esilarante della creazione della nitroglicerina, e della preparazione della metanfetamina (dopo aver visto Breaking Bad, voglio proprio capire se è veritiera tutta la trama chimica); e abbiamo intrattenuto un discorso sulla questione morale della guerra: il male minore di combattere per la pace, e la diplomazia fallita coi Talebani, le morti civili e tanto altro. Anche in questa occasione, e sto cominciando a preoccuparmene il disagio della presenza così vicina, troppo intima, di un ragazzo, che speravo si mettesse più lontano da me, nel pullman, al posto in avanti, per lasciarmi più spazio, come se soffrissi di claustrofobia. Pensavo veramente male, come per Bibi, Safo, sempre così, ma mai con le donne; se è interessante il discorso con lei, non vorrei che finisse mai.


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Oltre all'esercito ci fu un momento di letteratura, parlando delle mie teorie letterarie già citate, e anche di racconti riguardo alcune personalità: il drammaturgo siciliano, per esempio, si è scoperto che la trama de “Così è, se vi pare” sia nata da uno spunto autobiografico, di un Luigi bambino che assiste di lato ad una vicenda simile a quella dell'opera (le due storie inconciliabili tra genero e suocera, la figlia che non conferma nessuna tesi ma le accetta tutte, il desiderio di chiarezza tra le parti borghesi), e tutto rimasto impresso, nella mente per anni. Ho messo a dura prova il mio fisico: ero a digiuno da stamattina, e speravo di trovare aperto “Il ritrovino dei servi”, una paninoteca rustica vicino all'ospedale degli Innocenti, per cui ho un bonus gratuito per una consumazione; chiuso, come è stato per tutto questo tempo il mio stomaco, e per tutta la giornata ad assistere a tutti gli effetti del digiuno “ascetico”: prima il vuoto della pancia, gorgogliante di cibo in mancanza, reclamante di materia, di cibo, assistendo a tutti quei bar aperti in cui volevo entrare rischiando di fare in ritardo per entrare in teatro (arrivati alle 14,30, avevamo mezz'ora per pasteggiare ed entrare, o si avrebbe perso il posto; persi dieci minuti per scoprire la paninoteca chiusa, non potevo farcela). Da lì, appena seduto nel mio posto, nel loggione, la testa accusò i primi colpi di cefalea, e temevo di cadere nella mia malattia, e cercai di socchiudere gli occhi per rilassarmi, ma cominciava ad assillare, pulsando. La testa si ferma, in piena rappresentazione, e scatta la difesa: sonnolenza, e le palpebre vogliono arrendersi, e non c'è nulla per fermarle, finché non sento una leggerezza, il passo di un colpo, un'ora dopo l'inizio della rappresentazione e non sento più che una calma piatta, drogato dall'aria, dalla scena teatrale, con la scenografia in movimento, le luci cronologiche del passato di Leone e il presente da malato mentale (è una rappresentazione libera, unendo l'opera alla novella “Quando si capisce il giuoco”), e tutte quelle uova sfruttate nella scena, tra cucina e spiegazioni filosofiche,


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nella perversione sessuale di Silia e psicologica del marito, “traditore” dell'amico, complice nel tentativo di uccidere il protagonista mandandolo a morire per una scaramuccia sfruttata dalla moglie per farlo fuori. Non sentivo più nulla, il cervello ha bloccato la fame, e fino a casa non sentì nulla. Al ritorno parlai di nuovo di letteratura, e pensavo che l'uovo avesse un senso autobiografico (Pirandello stesso si descriveva come un essere dalla testa a forma ovale, da uovo), continuando con una ragazza a parlare della poetica, della scelta determinativa di autori massimi a basare la propria opus letteraria su un idea generale (il dolore per Leopardi, il pasticcio per Gadda, l'assurdo per Pirandello, per citarne alcuni) e vincere, pur ossessivamente, nelle proprie convinzioni, eternamente valide per chi le capisce. M'è tornato in mente un'allegoria, quella della bottiglia, che è simile a quella della pallina pubblicata oralmente su Youtube da un liutaio di Sesto Fiorentino, Fabio Chiari: se nella pallina c'era il simbolo della politica, del disinteresse latente del ceto politico alle questioni civili, giocando sull'inutilità di una pallina per un senatore, quella della bottiglia è il simbolo della generazione, del la mancanza di vedere, riconoscere e risolvere il problema in sé, di trovare una soluzione a ciò che sono un sempliciotto penserebbe sia irrilevante. Racconto il primo: durante la seduta per la firma di un disegno di legge da approvare immediatamente, con tutta la camera presente e a pochi minuti dalla fine, ormai certissima la buona riuscita della giornata nel Senato, accadde che un senatore denunci la scomparsa di una pallina, un suo oggetto portatore di fortuna, e chieda al presidente del Senato l'interruzione momentanea della seduta per cercarla; invece di mandarlo a quel paese, non solo accetta, ma esorta tutto il Senato ad aiutarlo, e tutto si ferma per una stupida pallina, concludendo con la scoperta della pallina quando ormai era troppo tardi per avvalorare la garantita legge, e viene annullata la seduta, rimandando al futuro la questione.


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Quella della bottiglia viene dalla serata precedente: ero seduto sul ciglio del Corso, mentre Gigio parlava con la fidanzata e noto che una bottiglia vuota, ancora intatta, di birra Moretti rimaneva in terra, alla mercé dei passanti e dei ragazzini, che continuano a passare, a camminare, incuranti della bottiglia prossima ad essere fracassata da qualche pedata o calcio incosciente, rotolando per le cunette e gli spazi tra i ciottoli della via, e nessuno che si ferma, nessuno che la prenda e la metta in un tavolo, o la butti in un cassetto dell'immondizia, un cestino qualsiasi. Nemmeno il cui presente si smuove a cambiare la sua condizione, ottimista della buona volontà della gente e passivo alla mia noia generale, da guardone del destino di un contenitore di birra, ora allegoria filosofica della capacità risolutiva della gente. Solo un vecchierello si posiziona piegato a prenderla, e non la butta o la mette da qualche parte; la porta fuori dalla strada, sotto un palo delle piattaforme di restauro di un negozio. I giovani privi di alcun impegno sociale, a cambiare i problemi più piccoli, e forse i più importanti, quelli che valgono per tutti, non fanno altro che divertirsi e perdersi nelle loro chiacchiere da bar in cammino; i vecchi non vogliono sbrigarsi e rimandano il problema, non pensando di poter essere effigi di morale, adesso completamente snervati e disillusi di un insegnamento al popolo degli asini del nostro tempo, come il Parodianti, che era arrivato in prima Liceo a dirmi di essere “un dono venuto dal Cielo”, a mia madre, al primo colloquio, “per il mio interesse letterario e conoscitivo”. E poi a lasciarmi in balia della Cerici, potentissima e violenta nel suo carattere, perverso tanto che è attraente, nella sua sconfinata intelligenza, nel suo estro originalissimo e provocante, malgrado il collo da oca, i capelli unti, e quegli occhi da egiziana, da subdola Lolita di trentasei anni. Non gliela perdono, un falso, un insegnante che m'ha istillato la lettura ma solo lei me l'ha fatto nascere e


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fiorire nella battaglia, nella competizione narrativa e culturale piĂš feroce e fiera.


XX. Vedo su Google Maps, per perdere tempo, le località della tratta Firenze-Borgo San Lolò, lontane dalle città, nelle selve e nei monti più ignoti, e desolati. È un sogno terribile: scappare dalla terra natia, e scoprire, conoscere l'ignoto terrorizzato dell'infanzia e dalla famiglia; una dispersione nei boschi, nelle vie serrate delle campagne, e le notti al gelo, il sole di meriggio, le fiumare dei rivoli, e i colli che diventano pianure, foglie di colori diversi, e le aurore in alba, e il mare tra i laghi. Voglio essere indipendente, adulto, e seguire la strada che si apre dopo il passaggio ferroviario del palazzo Comunale di Badia, da sempre un invito celato a vedere oltre la cittadella, quell'ultimo orizzonte che il guardo esclude, diceva Leopardi. Ma non è ancora il tempo, sono troppo giovane per fuggire e abbandonare la famiglia e le poche amicizie valide. Solo guardando dal finestrino del treno posso immaginarmi lì, in un casolare nel Valdarno, oppure là, tra le vallate nei pressi di Figline, o nei cespi arbusti di Pontassieve, in viaggio, senza meta, senza fine, e solo io. E tutto stando in treno, prima di scendere a Santa Maria Novella. Tendo troppo all'aulico, forse non sono nemmeno serio in queste illusioni adolescenziali fantomatiche, che nessun sano di mente farebbe (ma non mi consideravo


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matto?); la mia diversità, la mia terrificante diversità, il “Matto” della canzone di De André: Tu prova ad avere un mondo nel cuore, e non riesci ad esprimerlo con le parole, e la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te, lo scemo che passa, e neppure la notte ti lascia da solo: gli altri sognano se se stessi e tu, sogni di loro La gente ascolta De André, tutti i più intelligenti ascoltano Faber, tutti e nessuno, uno Zarathustra umano per la nostra fascia d'età. Né poeta, solo cantastorie: degli umili, degli ingannati e dei caduti. Un suonatore medievale, nato nella migliore famiglia genovese, e amante implacabile di San Giovese: la Città Vecchia era la sua serata mondana, il suo club, il suo Caffè, il suo teatro; noi sentiamo le sue canzoni e le elogiamo, bevendo una birra, parlando seguitamente di figa, sport e altro. Non dico fanatismo elogiativo; una presa di coscienza e un tentativo di sfida, simile a quello per gli autori letterati. Per non far perdere la sua, di conoscenza.


XXI. La gente trabocca di cultura, ma non sapienza. E così vedo quel grande maestro di Albertazzi, fiorentino, da giovane facente parte dei repubblichini, attore, regista e a momenti drammaturgo, decano del teatro classico italiano e della vecchia generazione, di Bene, Fo, De Filippo e molti altri. Come lui, molti altri, che si scoprono gente dalla cultura meravigliosa, gigantesca, acutissima e pressoché infinita; privi però di sensibilità creativa vera, di empatia profonda quanto la loro cultura, e di morale, o etica che si vuole, e almeno di un certo contegno, di una serietà professionale valida in tutta la vita, con tutti e per sempre. Vedi un’effige degli attori della nuova generazione che, dopo mesi di soggiorno in un elegante appartamento romano, non solo non paga i proprietari delle giustificate spese di alloggio, ma nemmeno quelle di manutenzione, per alcuni suoi lavori domestici (intonaco artistico nei soffitti, posizionamento di divisori murati...). Le Iene lo hanno beccato, e sfortunatamente ammette e se ne frega, fa lo gnorri e dice che lui può, perché “lei non sa chi sono io”, arrivando anche a minacciare “di botte” l'intervistatrice, per la boxe fatta da qualche anno. Che vergogna. Ridursi in queste scenate da parte di un ottuagenario di squisita fattura; ora capisco mio padre, in continuo dispregio delle sue opinioni,


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accettabili solo in queste occasioni: “un pupone della mia fava”, “uno stronzolo”, “gente che non gli darei nemmeno un soldo bucato”. Il disastro è nell'angolo, se la mia allegoria riesce e raggiunge certi livelli pessimistici. Sofia scientia non est, dicet Euripides. Da duemila quattrocento anni addietro l'urlo di ira risuona nella volta celeste, e il freddo punzecchia l'animo degli scopritori. Il mio disprezzo per l'eruditismo, sulla pura teoria e la nostalgia delle vecchie glorie secolari, del passato che non passa mai, in una continua svalutazione del passato, bloccati dalla noia e la mediocrità del presente, a usurare le idee degli avi. Il sangue è sempre originale, rinfresca ossigenando gli organi facendo macerare i globuli portatori di anidride carbonica, e facendone rinascere altri per l'ossigenazione (le cellule muoiono in pochi giorni, e al mondo c'è una conglomerazione di esseri che proprio non se ne vuole andare, tanto inutili che sono). La razionalità muore senza solidarietà. Sempre su Levi, penso al male di conoscere l'umanità distrutta dall'orrore della morte eterna (la morte in sé è un bene, come vuole San Francesco d'Assisi, ma morire nella vita, nel fiorire della mente e dello spirito, è, additando formule religiose, il peccato più grave), e tutto il disastro seguito dalle generazioni, di nuovo felici e contenti e intossicati dalla cultura di massa e mercifica, tra alcol, disco, cinema, pornografia, musica, letture, tv, e altro ancora. Lui diceva che l'essenza del male è nelle bocche sigillate dei “mussulmani” (il termine non è inerente alla religione islamica; intende la gente “sottomessa” non a Dio ma all'Inferno), logorati dal virus, già morti. E fosse solo questo. Il negazionismo dei neonazisti, alcuni anche docenti accademici, e l'oblio dei morti, non sopravvissuti come i vivi (perché? I morti non hanno ragione di morire?) e quindi perdenti. Anche qui la follia della società, e del costume. In “Maus” di Arthur Spiegelman, nella seconda parte, in una seduta psicologica l'analista del protagonista dice: “Ci vorrebbe una seconda Auschwitz per far riprovare il sentimento


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di dolore e di desolazione”. Ed è ebreo, figlio di sopravvissuti, non di sommersi. Nel campo di prigionia comunque c'era una società, un piccolo mondo economico di baratto, di favori e di aiuti, e anche di sfruttamenti, sprechi e collaborazioni; l'uomo cerca di combattere il male con se stesso, con l'identità umana, razionale, di Ulisse dantesco; bisogna essere uniti, e non divisi e soli, per fronteggiare le colonne d'Ercole, e superare i limiti del Bene e del Male. Non era suicida. Non s'è ammazzato Levi, il quale sì aveva i demoni dell'Inferno rincasati dal passato, e la madre e la suocera ammalate e da accudire, ma aveva ambizioni, progetti umanistici e letterari; lui viveva scrivendo, continuando a credere alla Leggenda delle Lettere, alla parola razionale, alla vita, che teneva a sé con pillole che provocano vertigini, morendo nella tromba delle scale. Basta poco perché tu venga eliminato, ucciso dal potere più oscuro ed umbro. Oggi per ucciderti non ti mandano in un campo a lavorare fino agli stenti: ti eliminano pubblicamente, ti tolgono la parola di sentore vero, puntando sulla figura di uomo fragile e debole, di introverso, di strano; e nessuno ti crederà, ti valuterà. Sarai disconfermato, e vivrai nell'alienazione, nella solitudine esule, e morirai nel dolore, senza alcun conforto dai posteri, di essere martire (cambierebbe qualcosa? Sarai sempre solo per tutti, forse non per alcuni) e creduto. Scrivere mette a disagio se personale.


XXII. Il vestito fa il monaco ogni giorno della mia vita: mi vesto su consiglio di mia madre, un golfino o un cardigan di colore grigio, blu, crema, rosso, bianco, o collo alto grigio e blu scuro, o camicia azzurra, a righe o elegante bianca, a righe verdi e scarlatte, o blu e azzurre, più scarpe marroni o blu, polacchini grigie ed azzurre. Sempre classico, come mi piace, quasi “dandy” per alcuni miei amici. Ma l'invidia è sempre nell'angolo, se poi è mai invidia o altro, che alla storia del narcisismo solo il primo a crederci poco. Ragazzi con magliette bianche col colletto storto e squadrato, e sciarpe deformi, jeans con buchi, o pantaloni col risvolto sulla caviglia spoglia e scarpe alte; tutti con l'orecchino o il piercing, e i buchi in faccia, la barbetta curata eccetera eccetera. C'è chi va in giro con la felpa, con la tuta e la maglietta, e le scarpe da ginnastica. Io vestito così non mi ci vedo, drogato di vestiti formali ed adulti, lontani dal mondo adolescente; penso sempre di starci bene se lo facessi, di avere più successo e di non venire subito etichettato come il ragazzo che finge, che teatralizza l'essere adulto: anche nelle mie fantasie erotiche, quando sono solo in casa, mi piace fingere, mascherarmi mettendomi la tuta con cui corro e fantasticare mentre mi masturbo di essere questo ed altro, e di mettere in mostra come un galletto la muscolatura e fare il sensuale, per finire


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arrivo ad immaginarmi l'inizio dell'amplesso baciando il cuscino del mio letto, come se lo stessi facendo. Dopo queste esperienze rischio di voler raggiungere subito il letto e di non provare più il piacere dell'innamoramento e dell'amore in sé; tanto vale andare a prostitute. Ma sempre a me. Devo sempre contare sulla mia forza, rinchiudermi nel mio fisico, per avere paura di non piacere l'altrui, chicchessia, e di dover forzarmi nel far piacere, nel godere. Sempre queste perversioni, le quali mi aiuterebbero nel sesso, nell'amare, con originale pepe nel talamo, tutto a mio favore; il rischio è di non esagerare tanto da terrorizzare chi è accanto a me; dovrei smetterla di masturbarmi così tanto, molto probabilmente è causa di qualcosa di attuale, e di sviluppare delle piccole fantasie solitarie. Ed ecco, qui sul treno, un bruciore dovuto al mirare ossessivo per una ragazza apparsa mentre scendeva dal treno, passando accanto a me: un volto volpino, capelli di arancio ibisco, efelidi; non ho fatto altro che puntarle il viso, e poi cercavo di vederla, fuori, con un freddo al cuore. Capita anche per alcuni ragazzi, ma è diverso: perché con i ragazzi, capito con chi ho a che fare, non m'interessa più e guardo al corpo per voyeurismo, invidia e tanto altro, e rabbia a loro felici, all'essere diverso e a dover accontentarmi di questa bellezza impudica, un tempo efebica. Negli spogliatoi i miei amici, quando mi vedevano a torso nudo, mi chiamavano “Arcangelo Lele”, dai capelli lunghi, floridi come il corpo; e mi eccitavo, mi saliva su la verga immediatamente. Felice di essere qualcosa di valido, non di inadeguato. Mai una ragazza, o qualcuna che impazzita per me mi plagi e mi convinca a essere anch'io come lei. Ogni giorno o penso ai maschi o penso alle donne, ininterrottamente, disturbato, a non capire chi sia, se carne o pesce, e come comportarmi; se fare lo scopaiolo senza freni o cercare di far predominare una delle due parti, sapendo a priori quale delle due sia.


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Perché questa tortura mentale sulla sessualità, che non ci capisco più?


XXIII. Non ho mai visto i miei genitori fare sesso tra di loro, benchÊ la loro camera da letto sia vicina a noi di pochissimi metri; fino ad oggi nemmeno un bacio in bocca, solo qualche carezza ai glutei o un abbraccio confortevole mentre mia madre cucinava, da sola. Ho sempre avuto dei dubbi riguardo all'effettivo affetto da parte di marito e moglie, e lei m'ha sempre parlato di un padre poco romantico, poco sensibile e per niente delicato; dividono il letto da anni, ma non credo che oltre a noi due siamo mai andati oltre la procreazione. Fratello e sorella, per noi due amici, ma non padre e madre, almeno non convenzionalmente. Da qui uno dei motivi puramente personali del mio anticonformismo, se fosse solo questo. Anche il mio fisico si unisce a questa mania, col priapismo feroce, insensato, attivo nei momenti piÚ assurdi; una volta scattato non funziona piÚ controllarlo. Da bambino le prime erezioni le avevo da quando avevo nove anni, e continuano oggi: appena tocca la superficie del mio materasso ho la voglia matta, e in testa non ho alcuna eccitazione erotica, meccanico. E sempre da bambino temo di essere stato autistico, dati i miei problemi di comunicazione, le urla nelle orecchie ai coetanei, i pizzichi e gli abbracci violenti, rimanendo fisso a non guardare negli occhi gli altri. Quando si è


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autistici non esiste il mondo, solo l'Io assoluto, costruito tanto da annullare l'esterno “altrui”, creando una realtà murata, ordinata maniacalmente nel dettaglio più percettibile, più riorganizzato e garantito nella sua costruzione. Ho trovato interessante la costruzione del test della falsa credenza: due bambine con le loro rispettive ceste, una palla da gioco, nella stessa stanza; la prima nasconde la sua palla nella propria cesta, se ne va e l'altra la prende, ci gioca e la ripone nella propria cesta. Il bimbo potrebbe soffrire di autismo se va a vedere, appena rientrato, ella cesta dell'altra ragazza, negandole l'identità relativa e la credenza “falsa dell'altro, nelle sue convinzione e nei suoi gesti possibili. L'ordine delle cose è l'obiettivo primordiale nell'autistico, e in generale nella vita umana, immersi eternamente nel “flusso vitale”, come soleva dire Pirandello, per me “il caos naturale”, che riunisce nei suoi blocchi la capacità umana di costruire su sé stessa e da piccoli pezzi creare un insieme, un complesso di varia forma: l'umano.


XXIV. Non mi ci vedo nei personaggi del romanzo di Alberto Arbasino, “Fratelli d'Italia”: snob eruditi raffinatissimi ed edonisti, in giro per l'Italia del boom economico degli anni Sessanta, nell'ambizione di sfondare come scrittori e come intellettuali, parlando la sera di libri che mai scriveranno e di opere lette e stralette superbamente e superficialmente, elencandole nel loro pensiero continuo e fluente nella storia, tra un pensiero ricorrente e un desiderio impalpabile, assieme alla voglia omoerotica che li contraddistingue, perseverabile dallo scialacquio delle risorse illimitate delle loro agiate famiglie. Non me la sento di dire altro su queste personalità, banali e prive di sincerità (gli introversi non vogliono altro che la sincerità, solo ed esclusivamente questa). M'ha preso molto la loro cura dell'abito, simile alla mia; un paragone recente, sabato, vestito con giacca nuova, blu, cravatta fantasia celeste, pantaloni beige e scarpe marroni. Troppo elegante mi sentivo, troppo abbigliato, mentre della mia età nessuno è così. Come quei ragazzi dell'università con cui ho condiviso l'avventura del treno di ritorno: arrivati in tempo, correndo fino a Santa Maria Novella, siamo dovuti scendere dal treno per “problemi tecnici al sistema elettrico”, cambiando il


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treno in ritardo di venti minuti, diventati trenta per “controllo generale della chiusura delle porte automatiche”. Stessa età, stessa scuola, ma negli abiti, contemporanei, diversi dai miei: uno da tamarro, altri normali, tra giacchetta jeans e pantaloni al livello del deretano (obbedisco alle idee materne civettando il vestiario altrui). Diversissimi da me. Non come la Cerici. L'aspettavo da mesi, appena scendevo alla stazione la prima cosa che vedevo è se tra la gente c'era una signorina di trentasei anni, capelli scuri rossicci, pelle d'avorio sporco, occhi egiziani quieti e sensuali, con culetto largo e la veste nera, da Dama Nera. Ed era lì, la mia ex professoressa di Letteratura Italiana e Latina, tanto da sognarmela la notte nell'attesa di vederla, fio ad immaginarmela che m baciava, anche in bocca, e che ci provavo con lei. Nella sala d'aspetto della stazione di Arezzo, a vedere il cambio dei treni: il saluto era potentissimo, e sembrava che il sogno di un mese fa, incontrarla a Guido Monaco e a singhiozzo baciarmi in guancia e poi in bocca, fosse vicino a realizzarsi: la testa me la rimetteva in scena e appena avvicinò la guancia il bacio fu limitato, mentre il cuore era bloccato dall'avvicinarsi della tangente tra onirico e reale. Parlare di Letteratura, lei che mi chiama “il mio filosofo esistenzialista” per la barba, tutte quelle battute che ancora mi fanno ridere, “Eh, ma Leopardi serve sempre nella vita”, “Linguistica è stata la tua scelta vincente!”. Non volevo che l'orologio segnasse cinque all'una, per la coincidenza a casa: volevo continuare a parlare con lei, di tutto, e perdere il tempo. Scappai veloce, felice, riuscito, pieno di questo incontro atteso e concluso nella migliore delle più rosee previsioni. Lo sentivo che dovevamo incontrarci, era certo. Fin dai tempi del suo insegnamento la sfidavo, la facevo impazzire, per la sua originalità; la prendevo in giro in privato, la scimmiottavo, come se la temessi e la disprezzassi.


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A casa non parlavo altro di lei alla famiglia, del suo spirito, della sua boria e della sua vera essenza di donna; non come quelle che ora vedo in giro, purtroppo (a volte vorrei innamorarmene, ma si rileva invano, lontane da tutte quelle figure di donna che mi fanno impazzire, come la mia ex professoressa di Francese alle Medie, la SalinĂ , veneta, un po' gobba sia nella cifosi sia nella fede calcistica, straordinaria e vera).


XXV. Solo. Sempre solo. Diverso. Non sento altro che questo, nella mia tensione malinconica, a parlare con altri non mi riconosco, a sentire gli altri non mi ci mostro, e un estraneo in me decide questi pensieri, queste scelte, queste parole forti, mature, da venticinquenni, trentenni, quarantenni, fuori dal tempo, dallo spazio toscano, dalla terra natia, dalla famiglia, paese, clan, parentame, conterranei e coetanei, lontano, lungi da tutto. Un ragazzo, un bambino felice, agitatissimo, abbronzato, estroverso e secco in un ritratto della vacanza di Santo Domingo a quattro anni, un cristallizzato bimbo sempiternamente normale. Ora ho la barba, gli occhi riflessivi, la pelle bianca, la muscolatura, e un circolo privato di perversioni, manie, follie, fragilità , crolli e violentissime emozioni, che mi spingono a fare cose contro il mio Super-Io, il mondo esterno collimato nel mio. Il mondo. Il mondo mio ha il linguaggio estraneo, escluso, isolata alle altre, e non trovo una traduzione efficace da impedire il tradimento di essa. La diversità. Sempre questa piaga aperta, difficile da curare data l'inesistenza attuale di una medicina. Il mio sentire, il mio capire il mondo, le esperienze strane avute, tutto quel disagio nel cercare di capire me stesso anche nel sesso, anche nella vita, eppure è potente,


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passionale, uno scintillio di immagini e suoni sinfonici, creazioni di universi idealizzanti, di bolle di parole, e la magia nel reale, il passo delle persone, il fisico degli altri ragazzi, i visi delle donne, le anziane, i cani, i bar, i lampioni, i palazzi. Io, bello, innocente, pudico, che mi rimiro negli specchi dei rivestimenti della banca di via Guido Monaco, col mio petto, che guardo nei ragazzi, eppure lo tocco quando mi eccito pensando sempre a me, me solo che; le gambe mie che stritolano quelle dell'amante, le braccia mie che si fondono, i baci che ora imprimo nel cuscino pensando alle labbra, Come faccio a vedermi negli altri, se sono solo a percepire l'umanità , ad un pubblico ubriaco di vini che bevono perchÊ devono berlo, che ballano perchÊ devono ballare; non riesco ad invidiarli, diversi a me come vorrei. Idem per i gay, che li vedo, e so cosa provano, cosa è per loro amore, e mi fa capire come sia orribile il loro inferno. Sono anche per me diversi, che non li capisco nel carattere, e se avessi pensato a questo, non sarei arrivato a questo punto, nonostante il piacere di scrivere.


XXVI. Pur non essendo in treno, a leggere nell'attesa di scendere, mentre mia madre mi accompagna a vedere, ad Arezzo, un paio di scarpe per Pasqua, e oltre; penso, a molte questioni, le più recenti, tipo l'antisemitismo, l'orrore dimenticato. Scrivo a volte i pensieri su Face Book tratti dal mio zibaldone, pezzi intellettuali, per avere una visione più completa da parte dei “colleghi” del Versus, il blog in cui occupo una rubrica sociologica, e amici di pari sensibilità. Questo era interessante: “L'antisemitismo sta rientrando in gara. Scopro nell'antologia di Letteratura l'accentramento della figura di Primo Levi nelle opere riguardo il suo periodo nei lager: "Se questo è un uomo", "La tregua" e "I sommersi e i salvati". La prima non è un memoriale tipico dei sopravvissuti, ma un’agguerrita dichiarazione di odio alla barbarie umana, raggiunta nella depravazione dello sterminio di uomini perché ebrei, gay, pensatori al di sopra dei regimi, partigiani e altri. Si dice che sia suicidato per il rimorso della sopravvivenza, mentre amici e conoscenti sprofondavano nella morte e nel dimenticatoio, come se avessero perso. E nessuno importa, non del suicidio, ma del fatto che l'antisemitismo, come tutti gli odi insensati, sta rinascendo nell'ignoranza di questa generazione


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maggior nell'estetica idiota di burini e vili fedifraghi, buoni per concimare. Battute banali e popolari sono come i germi di una tosse improvvisa; porta il virus, lo trasmette silente. È sociologica la questione di dover essere superiori ai gruppi diversi, a predominare, a dire di essere migliori in toto. Insopportabile poi è sentire la gente acculturata, insensibile in fondo al mondo esterno, chiudendosi alla torre d'avorio; complici dei fedifraghi, peggiori quanto loro. Purtroppo li conosco, ma non gliela vado a dire. Troppo divertimento, troppa gioia effimera, e droghiamo il dolore vero, non prendiamo cognizione, e nulla. Tutti felici e contenti, e al diavolo i pessimisti, gli infelici. Gente inutile.” Pesante ma sensata come polemica della realtà vivente. Tanto che nessuno m'ha mai risposto. Al ritorno dalle spese, dopo aver incontrato l'amico pizzaiolo di mio padre, una persona allegrissima e “ostile” a mio padre nel calcio e nel comportarsi con mia mamma, abbiamo parlato dell'Angela. Sua cugina e poco più giovane, è zitella inconsolabile, imprigionata tra il lavoro come commercialista presso uno studio notarile, la palestra e le camere della casa paterna, dividendo il tetto familiare da anni col padre ultraottantenne e la madre, per confortarli senza sosta della scomparsa pressoché ventennale del fratello Lolò, morto in un incidente stradale. Il fratello era importante per lei, che la rassicurava dalle angherie e dagli sfruttamenti di tutti gli uomini con cui lei cercava una relazione seria e stabile, successivamente stroncata dalle falsità e dalle scuse infantili di questi: un esempio segreto è l'adorazione ossessiva per Luca, reporter e intervistatore presso Tele Etruria, della medesima età, sposato e adultero, ingannatore della sua debolezza romantica, più volte criticata da mia madre. Dopo Lolò toccò a lei essere la guida delle sue disavventure e dei suoi tormenti, fino ad annichilire sostanzialmente la sua vita sociale, chiudendosi nella compagnia dei genitori; nessuna indipendenza, nessuna solitudine personale.


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Angela ora ha scoperto un uomo con cui poter fare qualcosa di serio. Dal racconto di mia madre si parla di un attempato e simpatico signore che, passate le nozze d'argento, padre di una maggiorenne, vorrebbe “conoscere altra gente e scoprirle, anche formando un rapporto sincero ed affettivo”, andando inesorabilmente in una specie di adulterio programmato e firmato. Lei vorrebbe di più: è serio, non romantico; brillante, non diretto; e spererebbe in un po' di contatto, che lui non vuole perché non interessato. Le turbini dell'Angela mi hanno fatto riaffiorare la mia scena di una settimana fa sull'aver pensato di aver visto Lolò sul treno: l'ossessione del non finito, della chiusura non voluta ma fatta per ragione; la speranza morbosa che possa esserci un continuo con uno mai cercato, mai interessato ad essere richiamato né da me né da lui (perché pensare ancora a lui se forse nemmeno questi ha mai provato a richiamarmi o a continuare? Perché pensarci ancora, se lui voleva la fine di tutto?). Mia madre dice che in fondo sono simile a lei, sognatori e idealisti dell'amore, che non ci si accontenta e ci si assilla l'animo per gente ingrata, priva di alcun riserbo per persone come noi. Che ero un debole lo sapevo, ma mi piace pensare di essere un debole maturo, che un forte infantile. Poi cos'è la debolezza, e la forza, nella concezione attuale?


XXVII. Bella domanda m'ero lasciato. Il significato di base tra il debole e il forte oggigiorno. Il forte nel topos civile è l'umano carismatico: voce altisonante e dominante, atteggiamenti di potenza e di dominio, posa e fisico indubitabili e perfettamente allineati al senso comune, mentalità conformata alle masse da governare e quindi grande comunicatore e manipolatore della conoscenza altrui; non deve avere dubbi né “seghe” mentali, deciso e garante delle sue scelte fino a essere meschino nei confronti degli oppositori; deve vincere per la società, per il gruppo a cui fa parte, e che probabilmente ha plasmato a sua idea e somiglianza, con gente identica tra di loro e “passiva” alle sue decisioni totali e indiscutibili. E questo è nella parte più semplice della figura; oltre si parla di funzione ecclesiastica, di figura accentrativa per lo sviluppo societario e culturale di una civiltà, da riporre speranze e pensieri idealistici resi reali; nella politica è il Presidente, il Primo Ministro sicuro e a capo del partito centrale, sostenitore delle riforme e del volto della Repubblica. Oppure del dittatore, esteticamente promosso alla divinizzazione del suo essere nello Stato, lui simbolo della Nazione e del Partito, non più capo ma parte stessa, potentissimo e implacabilissimo.


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Deve essere estroverso; non si allontani dal gruppo, dalla gente e unisca bene col male, ingrigisca a favore dell'insieme generale, mostri sempre la faccia che gli altri vogliono che lui palesa, non proponga nulla di discordante e indecente, innovativo e disgregante. Il debole è l'opposto che nessuno vorrebbe essere né desidererebbe avere vicino. Non propone nulla di conservativo al bene del gruppo, sempre pericolose creazioni individualistiche, e quindi allontanato, deriso e attaccato colla bocca e colle mani, torturando il malcapitato per mezzo di tecniche che solo la sociologia ha scoperto quanto siano raffinate e deleterie: la violenza per mezzo di metodi fisici, in stile Inquisizione e Polizia segreta (nel mondo antico erano ancora più brutali), o usando la psicologia dell'esilio, della solitudine e dell'alienazione. Nel secondo assioma della teoria della comunicazione della scuola di Palo Alto, “forma e contenuto nella relazione comunicativa”, l'alienazione è conseguenza della disfunzione di un procedimento identificativo nell'interlocuzione: se tu riconosci nelle parole l'individuo A, quello sarà confermato come persona A quale è, altrimenti, se nemmeno viene negata l'identità e funzionerebbe comunque alla identità, non ottenendo alcun riconoscimento, non riesce a essere qualcosa: l'alienazione. È introverso, propositore di idee personali e applicabili, troppo strane da essere valide agli altri, e per quanto sia intelligente sarà sempre debole, illuso della realtà utopica da lui creata colle idee meravigliose che gli escono dalla penna e dalle labbra; vittima degli altri e degli inganni e delle scrupolosità opportunistiche. I salvatori dell'umanità sono tutti introversi, rivoluzionari nelle loro abilità, martiri nell'umanistica e nella scienza, obliati alla massa generale, la quale vive grazie a loro, senza gloria né fama: artisti, scrittori, poeti, filosofi, scienziati, illuminati, religiosi, rivoluzionari, promotori di opere pie, e la lista e lunga di mestieri e opere. Il peggio poi è nel voler accomunarsi agli altri tendendo l'animo naturale a quello artificiale: uno nato


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introverso invidia l'estroversione dei vincitori, davanti al destino di perdente nella società abitante; crolla inesorabilmente e mi maschera, si costruisce un 'identità forzata e illusoria, mischiando la verità alla bugia, non distinguendo a posteriori più l'una e l'altra, come tutti gli altri. Oggi è facile cadere e preferire l'estroversione, da parte di corrotti intellettuali e vincenti plagiati da forze oscure (tipo quello psicologo delle ultime lezioni all'università): invece di far comprendere la grandezza dell'animo introverso, delle smisurate conoscenze accessibili, in nomine felicitatis atque vitae si deve, obbligati, a essere conformi agli altri, a piegarsi opportunamente, per tutti; più difficile per lo sventurato sarà riscoprire se stesso, tra inganni e configurazioni prestabilite. La mia situazione, la mia natura, che sto piegando per vivere meglio e farmi drogare dalla felicità degli altri, sapendo di poter raggiungere una sublime seguendo la via mia: non si cura nulla se legato alla natura originale; necessita farlo funzionare e farne arma ai criminali legalizzati della civiltà.


XXVIII. Ho temuto di sentirmi uno psicopatico per alcuni secondi. Di non provare empatia, di non sentirla e di averla solo in comprensione intellettuale. Poi mi ricordo che domenica, appena riaccompagnato a casa dal nonno, al ritorno dall'uscita fiorentina, ascolto “Beat Box” degli Art of Noise e le note di pianoforte del finale mi commuovono, e immagino la Luna, deceduta, sola nel piazzale, mentre guarda il Cielo (non riesco a scrivere, solo queste tre parole mi stanno per far piangere). Il rito funebre è concluso, la degna sepoltura è conclusa. È bastato solo questo pensiero in testa e ho dimenticato tutto, anche perché l'essere psicopatici è l'essere veramente pazzi, insensibili, malvagi e machiavellici con tutti, da sfruttare senza scrupoli, e vendicarsi subdolamente e orridamente. Oggi c'è anche la conferenza riunita del seminarista sulla figura della donna nella Bibbia; gli porterò il saggio della mia docente, Giovanni Campani, “Madri Sole”, per avere un testo valido in confutazione di eventuali idee, per ora pregiudizievoli, sulla storica misoginia del mondo antico. Non è un razionalista scarso, il seminarista. Ma credo voglia forzare troppo gli autori e le interpretazioni per favorire l'idea di Dio cristiano,


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criticando apertamente ogni visione tranquilla e moderata, come se andassero contro la logica della teologia (ossimoro?), quando è tutto a favore di un'idea più umana di Dio. Non potevo pretendere tantissimo da uno legato agli ambienti ecclesiastici, ed è un miracolo il fatto che lui è l'eccezione di quel mondo a me né ostile né malvisto, solo incompreso, difficile e contorto, formale e semplicistico in certi aspetti, dove a loro ragione la maggior parte è ben approfondita ma mai messa in relazione ad altro o criticata da parti estreme. Continua, la ricerca di trovare il confronto totale tra Due Idee, Due Menti (io non sono pronto, non posso affrontarlo data la mia bassa conoscenza teologica e biblica): vorrei lui con un ateo radicale, conoscitore della Bibbia e di conseguenza ateo per questo, che giudichi le sue idee in maniera frontale; terribile ma giusto, un confronto violento e pari. Tralasciando la questione intellettuale, m'è capitato di nuovo il sentimento: guardavo i fianchi del seminarista, pieni, quadrati perfettamente regolari alla struttura del suo busto, quando io invece ho un vuoto concavo ad anfora greca, che non riesco a riempire e mi fa il corpo bolso. Come quello di un altro ragazzo del gruppo, che m'ha sorpreso dalla sua costituzione robusta: da seduto sembrava fosse un ragazzone di quelli fortunati per la prontezza fisica naturale, il che m'ha fatto innervosire, dato che il mio corpo, non grosso e carnoso come vorrei almeno nel petto e nelle spalle, è tale per esercizi assurdi e quotidiani, mentre c'è gente che riesce ad avere questo senza fare tutta la mia fatica, e a non soffrire tutta l'attività che ho fatto. È mancanza di autostima, perché parlandoci non ho più pensato a questo, dato che da seduto mostra un corpo robusto ma bolso, non atletico e preciso come il mio. Se fosse interesse omosessuale dovrei innamorarmene o essere attratto continuamente; appena ci parlo con tutto il mio estro riprendo coraggio e non mi colpisce più nulla, del fisico di lui, dell'altro, di


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altri. Riprendo presa di coscienza del mondo, e sto bene, libero, e l'Ordine ritorna, il gioco riparte e tutto è al sicuro. La bellezza è strana in me, perché del volto maschile non trovo nulla, ma solo il fisico degli altri mi mette in soggezione, in attrattiva visiva. Pare si dimeni appena mi vedo, toccato il tasto dolente, in qualsiasi superficie speculare, con un castano ragazzotto torello e baffuto, occhi di noce, volto innocente, smorfia mefista. Riprendo parte alla realtà e sto bene, a combattere ancora. Piacere all'amante, piacere a tutto e pensare a scopare, a come e dove, con quali sistemi sia per uomini sia per donne, alle perversioni da usare e ai giochi amorosi da adottare. Tra il gigolò e l'amante romantico, delle dolci parole, delle carezze e dell'animalesco furore.


XXIX. La donna nella Bibbia non è la donna della società. Può dirmi che c'è del femminismo nella Bibbia, ed è così, da quello che racconta giustamente, ed è straordinario questo, credibilissimo; eppure si parla di autori di libri della Bibbia, veri poeti sensibili alla figura della donna ora moglie ora prostituta, simbolo di vita e di dolcezza, più forte dell'Adamo e dei maschi, più intelligenti, più sicure. Sono gli attori a parlare, in quelle società la donna era come una vacca, maltrattata e repressa, e solo gli intellettuali amavano le donne in quanto tali, esaltando il loro sincero amore con l'aulica prosa musicale delle allegorie, delle immagini antiche e delle storie “decameroniane”, di donne seviziate e vincitrici della lotta. M'ha messo rabbia il suo snobismo per il libro della mia docente, criticato definitivamente per una citazione sulla considerazione autoriale del matrimonio protestante “migliore eticamente” di quello cattolico, nelle idee della progenesi umana e nella relazione. Dovrò parlarne con lei, l'insegnante; ma non si fa questo ad una laureata, ad una che ha più esperienza e più sale in zucca, dalle chiamate per conferenze e di consigli umanitari; anche a offendere la qualità di uno scritto, e io zitto a non riprenderlo, minacciandolo di screditare anche il suo teologismo da venticinquenni.


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A parte questo, è sempre un validissimo intellettuale, migliore sicuramente di tanta altra gente ignorante nei modi e in altro. E mentre al bar, dopo la conferenza, parlava di religione, io facevo “proselitismo” di psicologia e antropologia umanista, parlando di culture (Arapesh, Moundougumor e Tchambuli, diversi in calma matrilineare, ferocia patrilineare e ambiguità matri-patrilineare) e di psicologia, affrontando il tema dell'empatia in psicopatia e autismo, da quello appreso via Wikipedia e con le lezioni di Teoria dei Processi Comunicativi e Formativi. In seguito nella cattedrale, alla visione degli affreschi: posso essere convinto dell'idea che purtroppo l'arte medievale e rinascimentale non m'ispiri più di tanto, davanti all'impressionismo e all'espressionismo, fin troppo vicino e contemporaneo, strabiliante nel suo realismo naturalista e nelle sue verità stroboscopiche. Personalmente mi considero un “leonardista”: gli estimatori della cultura rinascimentale si dividono in due personalità forti, Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti; entrambi geni, entrambi innovatori e, pur non confermato, entrambi sessualmente repressi sia nella specie eterosessuale sia in quella omosessuale. Simboli della sapienza umana e della poesia artistico/figurativa. Michelangelo sarà incommensurabilmente un genio della scultura da enfant prodige, un potentissimo poeta della roccia e delle forme possenti dei vincitori della fede cristiana, specie nell'esordio affrescato della Cappella Sistina, del quale non si spiega perché tanta libertà ad uno scultore, a digiuno di conoscenze basi della pittura. Era anche satiro, abile a disegnare in poco tempo, presa la mano, figurazioni contemporanee di detrattori che lo rendono vittima di critiche aspre (la celebre opposizione di Pietro Aretino, lo scuoiatore dell'autore del Giudizio Universale). Il “non finito” ha dimostrato l'esistenza della natura creativa nel marmo in formazione, reclamante di uscire e vitalizzarsi agli occhi umani e all'aria fertile, imprigionato dal magmatico elemento primordiale, anticipando Rodin di oltre quattro secoli.


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Ragiono con i sostenitori del maestro; non mi si chieda di abbandonare d'altro canto il vero genio del Rinascimento. Leonardo, figlio illegittimo d'un notaio, accolto da una famiglia anticonvenzionale e piena di donne forti, era fin da giovane avido di sapere e di curiosità insaziabile, mostruosa anima incarnata in un “omo senza lettere”, che viveva da disoccupato cronico mantenuto da qualche dipinto il più delle volte non finito, incompleto. Non ha mai lavorato in vita sua come Michelangelo, non ha mai lasciato opere monumentali e colossali al suo pari: solo decine di migliaia di pensieri, note e progetti futuristici, avveniristici e riflessioni sul vegetarianismo, sulla religione e sugli uomini. Come posso non vedermi in lui, sublimato sessualmente, da piccolo intervistatore delle menti adulte, pigrone inguaribile e progettatore di creazioni abortite, “di bella persona, proporzionata, graziata et bello aspetto” (Anonimo Gaddiano), “con lo splendore dell'aria sua, che bellissima era, rasserenava ogni animo mesto, e con le parole volgeva al sì et al no ogni indurata intenzione” (Vasari). Quando voglio sentirmi bello me lo dico da Narciso quale sono; gli altri non ascolto se mi chiamano “Sirenetto”, data la mia follia a dover vedere in ogni specchio le mie forme, contornate di difetti ai capezzoli e ai fianchi. In programma c'è all'ora di cena al Monachetti un aperitivo con i vecchi amici del teatro, così saprò quale opera rappresenteranno, quando e chi tra di loro è rimasto a sorbirsi le follie del Biagiotti. Lui è un genio, e come tale rabbioso e eccentrico, a cui obbedivo perché, a differenza degli altri, mai mi criticò con offese e prese in giro, mai m'importunò come gli altri; non ci sono stati casi in cui sbagliavo o sentivo che ero per lui in errore. Tutto sommato, a differenza della Barbagli, m'ha sempre visto come il migliore allievo, quello a cui fare veramente affidamento, più professionale e conscio dell'essere attore di tutti gli altri, la cui età andava dai quindici ai ventidue anni.


XXX. Elena, che senza gli occhiali avrebbe un volto da piccola giapponese graziosa, da innamorarsene in quello sguardo dolce, sfigurato dagli occhiali e dai capelli tinti rosso fuoco, e dall'ammirazione assurda per Morgan (quando venne truccata da Signora Frola, al mio secondo saggio teatrale sull'opera pirandelliana “Così è, se vi pare”, era incredibile, in quegli occhi). Guida la macchina talmente bene, assieme alla Marina come mappa e sostenitrice dei suoi nervi, che sembra idiosincratico con tutte quelle ansie infantili, tipo il tentativo più volte rifatto di uscire alla deviazione dal viale di Trento Trieste, e io che mi divertivo a farla impazzire dall'angoscia di entrare per la stradina del forno Monachetti. Eravamo tutti, meno che Emiliano, ma da quando se n'è andato dal gruppo di teatro (nemmeno io ci sono più tra loro, ma a volte vado a visitarli e a salutarli nelle prove, per solidarietà) non si parla più di lui: complessato e afasico, non guardava nessuno negli occhi, e lo distoglieva anche all'obbligo teatrale, mimando una posizione del tutto stereotipata e non consona al contesto della scena, balbettando frasi e toni privi di contenuto; in poche parole inadatto a recitare, e a continuare.


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Mi spiace parlare malignamente di lui, però sono in molti, anche del pubblico dei saggi a pensarla come me ed altri nel gruppo; la peggiore è che non se ne accorge di tutto ciò, e continua. Tutti a fare le foto, che ci vengo poi male, e a parlare del teatro e di come sta andando avanti: faranno il monologo, in forma corale, dell'opera teatrale di Alessandro Baricco, “Novecento”; le donne si lamentano della propensione del maestro a montare le scene decidendo la maggior parte delle battute alla figlia della mia ex insegnante di teatro nei primi due anni, per raccomandazione e altro. Conosco la figliola della Barbagli. Una ragazzina molto disinibita, tenace e provincialotta, diversa assolutamente dalla serenità e quiete del padre, e dal carattere materno e un poco tosto della madre; non la potei sopportare, e ipocritamente le chiedo informazioni, avendo spocchia e scemenza. C'era anche Anna, chiamata “la Diva” dalla rappresentazione della commedia di Neil Simon, “Rumors”, danzatrice e nasale ventunenne sibillina, che squadra con un sopracciglio rialzato tutti quelli che le parlano, pronunciandosi con una parlata acuta da renderla più giovane. Dopo la fine dell'aperitivo la lasciammo ad altre sue compagne di studio venute con lei per la cena, mentre noi decidemmo di accompagnare a casa, causa il treno saltato, di Niccolò, a Castiglion Fiorentino, in macchina di Elena. La madre di lui è il motivo per cui il figlio non riesce ad avere un carattere estroverso come potrebbe per natura sua: solare e disponibile, accogliente e premurosa, è fin troppo accondiscendente e pietosa alle voglie del figlio, tanto da concedergli tutto, fino ad annoiarlo e a non dargli alcun moto di iniziativa propria e personale, ammorbidito dalla scena (ha adottato anche con me questo atteggiamento, nel desiderio di non aver ecceduto nell'analisi). Stavo per parlare dell'argomento trattato in compagnia di quelli con cui trascorsi il pomeriggio, sull'autismo, e scopro che la sorella di Niccolò studia psicologia; meglio se stavo zitto, trionfa all'ennesima


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sua occasione la mia saccenza e ignoranza, provando anche a parlare del nulla. Andiamo su, nella cittadella del Castiglione, e solo ora capisco il significato medievale proprio. Ricorda molto Siena, dalle viuzze strette e dalle aperte panoramiche nebulose e vaghe in chiese e torri antiche, quella Siena di Lolò, delle strade rialzate, della Banca del Monte dei Paschi, del Campo, e della salita dove volle che ci baciammo. Mi si è aperta la ferita a ricordarlo, ed era inevitabile, finché non capirò il perché di queste rimembranze dopo tutti questi mesi di assolato oblio (con il primo, che lo vedo ogni sabato per le strade aretine, non provo niente di alcuna emozione ritorta a me con quello sguardo mnemonico di due settimane fa). Ci fermiamo in un punto del belvedere, usciti dalle porte delle mura, e m'arriva la chiamata di Nico, il quale, quel pomeriggio stesso, chiesi se, avendo dichiarato libertà domestica per un festino di vini , era libero un posto per uno come me: mi raccontò che, avvisandomi alle venti via WhatsApp (che non ho perché il cellulare non riesce ad installarlo) dell'inizio della serata, si ubriacò tanto da dimenticarsi di usare i messaggi tradizionali; era un quarto a mezzanotte, e non era più possibile. Nico è diverso dagli altri ebbri che evito di comunicare o di essere solo amichevole. Prima di tutto è melanconico, come me, e di carattere fragile, solitario, “da rinchiudersi in una baita invernale a passare le giornate a leggere a falò acceso, in compagnia magari”, succube di compagnie dispregevoli anch'esse diverse dalle mie. Un esempio è a Capodanno, quando addormentato e rintronato dall'alcol voleva far saltare la serata, dopo essere uscito in fretta e furia dalla cena in ristorante, come promesso ai miei, e dirmelo a metà strada da casa sua via cellulare. Valerio mi ci portò, festeggiammo nella sua camera da letto, mentre questi lo importunava con pose ambigue da pederasta, nonostante il suo amico stesse male e avesse precedente vomitato, addormentandosi prima dello scocco della mezzanotte; begli amici, che manco si interessano al suo malanno e lo abbandonano miserevolmente.


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Me ne scappai all'una, ritrovando miracolosamente la strada da Fonte Rosa alla Porta di Trento Trieste. Litigai con Valerio e non ci parlammo per un anno, solo riappacificandoci alla lettura del suo romanzo “Selene”, che redassi per lui per piacere e divertimento estetico. Un'ottima serata quella di stasera, piena di ricordi e di richiami al teatro: riuscì a parlare alla Marina della mia convinzione che il Biagiotti avesse di me, e quasi concordò, per quanto arrogante fosse la mia idea di predominanza da “Primo Attore” su alunni di dieci anni di esperienza come lei.


XXXI. Sembra folle ma potrebbe funzionare lo sfruttamento di questo diario per creare una nuova tecnica letteraria inedita della letteratura. Chiaramente dovranno essere fatte delle modifiche importanti. L'idea è semplice quanto geniale: lo zibaldone, pieno di pagine tra l'autobiografismo e la riflessione sociale e umana, con momenti di lirismo e di intuizione saggistica e poetica, può essere arricchito con racconti poi messi in scena dalla mente, ricondotti e analizzati nei giorni posteriori, aumentando il numero delle pagine e creando una metanarrativa postmoderna ma parodistica nei confronti della stagione stessa: un gioco di specchi, di pensieri, di illusioni, di creazioni e di ambizioni. Umberto Eco aveva di suo trattato la commistione di diverse forme letterarie fin dai tempi del “nome della Rosa” e del “Pendolo di Foucault”; si parla di un diario, descritto in ogni forma e punto, censurato nelle parti più facilmente riconducibili a me come autore, specie nelle parti intime e sessuali, riconducendo il resto all'eteronimo progettato, un aspirante ragazzo senza arte né parte, distrutto dal tentativo di raggiungere l'abilità di scrittura dei maestri prosatori, raccontando nel suo romanzo zibaldone i suoi racconti da esordiente,


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giocando sulla metanarrativa e sull'autobiografismo mentito e selezionato. Messa così può essere geniale. “Le lettere di un giovane scribacchino” è il titolo della prima opera mia, tra il saggio riflessivo, la raccolta e il diario personale. Qualcosa comunque non quadra se messo in rapporto all'ordine da me già strutturato delle opere future. L'opera successiva dovrebbe essere un breve romanzo di almeno cento pagine su una requisitoria di un potentissimo narratore plurilinguista, eruditissimo, giudice giuria e boia del criminale in questione, un altro mio io, debole, simbolo del futuro distruttore delle grandi sorti della società vivente. Un narratore violento, sadico, torturatore, non credente nella società ma garante di essa, della sua decadenza “congiunta dall'unità generale delle cervici parallele”, voluta da tutti, crudele con i rivoluzionari. Un crudo sberleffo, sfottò totale di me in ogni momento della vita, una persecuzione giudiziaria fin dagli inizi colpevolizzata: vince comunque il condannato, che si rileva diverso, nel suo silenzio, dagli striduli da iena del narratore, moltiplicatore dei versi e delle voci della società da lui diretta; verrà fatto impazzire tanto da criticare anche la parte difesa, e lesa dal “criminale”. Subito dopo questo romanzo un altro: un padre serio, gentile, buono che non capisce, e per forza scrive con una prefazione narrativa all'editore, il perché delle due fughe estive, in giro per le campagne lontane dal luogo di villeggiatura, del suo figlio, che intanto lo descrive nelle sue gesta e nelle sue faccende quotidiane. Un dialogo tra sordi, ogni volta contraddetto e mentito, ripetuto fino alla noia in un’intervista tra padre simbolo della buona cultura e il figlio ribelle ed introverso (autobiografismo anche in questa, tranne nelle fughe, desiderate ma mai realizzate). Sullo stile della “Coscienza di Zeno”, tra verità e menzogna, e nel finale, inconcludente e fermo come all'inizio, col padre che al racconto non ci crede e neppure alle scoperte e ai motivi del figlio,


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il quale scrive segretamente “Le seconde omissioni”, in cui il figlio, nel romanzo solo la voce dell'intervistato o in discorso indiretto o in dialogo giornalistico, racconta le vicende nascoste al padre, in un'ipocrisia di protezione (una di queste è la sua piccola notte omosessuale con un turista coetaneo straniero, in un agriturismo). È facile progettare romanzi e racconti tecnicamente: non sento di essere pronto a scrivere opere così fantastiche eppure così lunghe, complesse e difficili per uno come me, un diciannovenne che, se funziona, diventa il secondo caso storico di romanziere prodigio dopo Alberto Moravia.


XXXII. Non aiuto mia madre a ripulire la casa per ospitare la Maura, mia zia e sua cugina alla lontana, passando invece sei ore alla PS3, per concludere il videogioco iniziato più d'una settimana fa, per un totale complessivo di trenta o più ore di gioco, mentre lei spolvera, pulisce e cambia lenzuola, tappeti, libri, scaffali e pavimenti, tra un’aspirapolvere e un catturapolvere. Mi merito le sue critiche al mio ozio, e per quando provi ad aiutarla, non lo è mai per mia iniziativa, come a sgomberare il tavolo da pranzo prima e dopo il pasto; poche volte sono io a farlo, prima che rientrano dal lavoro (casi di negligenza totale ci sono stati) o in totale noia. Per il momento l'unico piacere viene dallo scrivere lo “Zibaldone”, con tutte le sue limitazioni e pochezze assolutamente inferiori all'esempio leopardiano: sapere che tutto quello che verrà scritto cicatrizzerà le mie vampate emotive, tra il maschio e la femmina, lo apprezzo decisamente. Tra poco andremo a prendere alla stazione di Arezzo la Maura, così mi vedrà barbato e diverso dall'altro anno; lei invece sarà sempre la stessa, forse un po' meno di qualche anno fa.


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Già m'immagino la scena: lei mi saluterà calorosamente appena mi adocchierà; poi avverrà l'incontro tra le cugine, capaci insieme di non concludere una frase senza scoppiare tra le risate maliziose o le battute esilaranti, e quando scoprirà che rimarrò ad Arezzo e non cenerò con loro tenterà di strozzarmi gentilmente, da quanto mi vuole effettivamente bene. Penso che forse non troverò piacevole la sua compagnia, nei ricordi delle estati ossessiva e pedante: qualche anno fa, a Follonica, dopo essermi svegliato, solo con le mutande, notò che “dovevo fare un po' di ginnastica, di allenamento”, e tutto questo dopo pochi minuti dalla sveglia, in maniera del tutto bastarda e miserevole. Vive nel ricordo dei morti e del figlio, vivo e ammogliato, Ivano, il suo tesoro e simbolo di vittoria, perfetto in tutto da essere un’effige simbolica e da modello; è deprimente vedere una donna, caduta in analisi trent'anni fa dopo un amore fallito con uno sposato, ridotta a questa estroversione patetica, alternata a stati di melanconia e di perpetua memoria dei morti in piccoli singhiozzi, all'età di sessantacinque anni. Una critica maligna dal suo “nipote preferito”, degna di chi poco considera l'affetto degli altri, davanti a questi comportamenti.


XXXIII. Solo ad Arezzo. E nella mia mente avevo la musica e il canto di Edith Piaf, “La foule”, passato uno strano bruciore alla stazione, accaduto dopo aver visto alcuni ragazzi, non so se di bel aspetto (può essere stato il tè freddo dopo la corsa, fatta in fretta e furia pur di coincidere con la partenza dell'arrivo alla stazione). Caricato, passo per Piazza Grande e mi viene in mente quelle foto scattate nella serata della fiera dell'antiquariato qualche settimana fa, e mi scatta un piacevole passatempo, nell'attesa di aspettare l'accesso all'Eden programmato mentalmente ad una certa ora (dovevo decidermi se alle venti o le ventidue): ripresi la posizione delle prime foto e cercai di adattarle tra di loro nello spazio, e non nel tempo, quasi un effetto Monet, dal pittore impressionista autore di tutte quelle tele della cattedrale di Rouen, fatte in diversi momenti della giornata. Stavo lì, ad applicare un certo stile alla posizione delle foto, a misurare con una goniometria dimenticata tutte le sfaccettature della foto e se una finestra della Camera di Commercio nella prima era più nel contorno o meno esposta, inquadrata al campanile della Pieve e parallela alla torre della casa nobiliare affacciata alla piazza, nei gradi quarantacinque o sessanta; un continuo esercizio


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e meticolosità, ed eliminazioni e cestinamenti di foto digitali, avanti così per una mezzora, fino al finale del lavoro. M'era andato a genio tanto da farlo anche al Prato, come esercizio successivo per la settimana prossima, ed ero lì, nel belvedere del muro, simboleggiato da una croce incastonata in gesso nel muricciolo, davanti la vallata del Casentino; poi un'ultima, dalla parte opposta, nei pressi della cattedrale gotica, usando due tronchi d'albero come cornici verticali. Mi dovrò ricordare di farle vedere al Pazziagli, provetto fotografo e compagno di studi all'università. Impazzisco, come al tempo della Tirreno-Adriatica a passare un'ora a fotografare i ciclisti favoleggiando un reportage fotografico inesistente per il blog Versus. Una voglia irresistibile mi asseconda, e non posso non scrivere, raccontare dettagli dopo appena pochi passi nel Corso Italia: ragazzi e ragazze sconosciute che rassomigliano a universitari e conoscenti; due innamorati per i Portici di via Crespi; uno che m'assomiglia, obeso e con la faccia larga, i capelli divisi castani corti e il naso a patata, in un gruppo di amici anziani; i gruppi “coi cappelli uguali”; i bar nella piazza San Francesco, dove vedo a pasteggiare tra amici il custode Massimo, amico e bidello del Liceo Classico; per la strada una signora col cagnolino (e la domanda sorge spontanea del dove la farà?); il bar pasticceria “Gli Svizzeri” chiuso a quell'ora; il “Pin Up” erotico esposto all'entrata della Libreria Mori; la Feltrinelli di via Cavour; la mostra d'arte contemporanea alla Moderna Galleria; il tramonto tra i tetti delle case; e la musica di Edith Piaf a overture della serata. Tutto colpisce e mi stimola, e mi rallegro come un buffone, come ieri: se sono stimolato o scrivo subito o perdo l'intuizione e il dettaglio, e mentre sono a scrivere non penso a nulla, un vuoto nella testa, e dimentico i dettagli; si spera un giorno un parallelismo magari tecnologico ed informatico tra parola mentale e scritta). Mi capita di essere un allegrone, un umorista originale in allegria convulsa, successivamente appiattita dalla


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riflessione e dalle vampate che m'ammutoliscono. Per aspettare ancora il film, disturbo alcuni miei amici e scopro che Mario forse sarebbe passato in città: infervorato non capisco che prima che arrivi ci vorranno decine di minuti e in un colpo, correndo fuori di senno passo dalla mia seduta in piazza San Agostino fino a Guido Monaco, ad attenderlo. Non è tempo perso, perché nel mentre comincio a riempire di dettagli tutto lo scritto adibito alla giornata in questione, a dare identità alle piccole cose, una valenza di dignità che non avrebbero a vivere da sole e girovagare nel tempo della realtà. Avevo incontrato alcuni vecchi amici del liceo, tra cui Filippo, studente a Perugia, tra un concerto e un'uscita fuori porta, talmente delirante da improvvisare con la sua compagnia una serata non programmata, una “zingarata”, anche a Roma, partendo alle ventuno. Quando vorrei farle anch'io, con gente intelligente, e non stupida ed infantile, che è differente: la prima ti diverti nella scampagnata totale e libera, fuori anche dal pensare collettivo della città e degli altri gruppetti, e diventa occasione di conoscenza; la seconda è fine a sé stessa, priva di originalità, nello stesso torpore delle altre serate, magari nell'alcol più blando. E poi c'è Mario con la sua mania preferita per lo splatter e il nonsense, che si sposa magnificamente col mio estro umorista; al bar vicino alla Pieve facendo finta di non conoscere il ritratto di un attore posto sui pannelli di legno del locale chiede al barista il telefono per la Neuro; in giro si canticchia insieme il ritornello della sigla di “Ok, il prezzo è giusto”, immaginandosi delle réclame surreali del tipo “Minchiata”, tappezzate nei muri della città, “con un Mike Buongiorno che scappa dall'ombra e sulle parole di “Allegria!” intrappola la gente e la fa scomparire insieme a lui”. Un intermezzo spacca-mascella, veramente delirante. Durato troppo poco; aveva da tornare al campo di rugby per le prove e il film stava per iniziare. Per quanto fosse banale il film, non è male “Gigolò per caso”, una commedia romantica sui rapporti tra


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uomo e donna nella cortesia e nella sensibilità più innocente e dolce, senza machismi e provocazioni misogine o autocelebrative: m'è venuto in mente il discorso di ieri sulle donne della Bibbia; in fondo chi ama la donna veramente o è il migliore degli uomini eterosessuali o è soltanto un omosessuale effeminato, per lo meno nella condizione generale, non condivisa da tanti come me. Mi forzo in continuazione, dopo gli esiti delle mie esperienze omosessuali, a capire se in fondo c'è ancora l'amore, l'interesse forte e prorompente che m'ha seguito fin dalle elementari per le ragazze, se quei baci strappati ma mai consumati in qualche relazione sono da dimenticare con la pubertà, vero scrigno della sessualità dominante, con tutte queste occhiate tra il narcisismo e l'invidia altrui, e le ossessioni per il corpo mio e di una persona che conosco, fortunata ad avere quel corpo che mi garantirebbe l'essere in compagnia di amici e di amiche. Per quanto mi dica bisessuale dovrò decidere un giorno se vorrò condurre la vita con una donna o un uomo, la seconda è esclusa, per mio orrore a dover dividere il letto da anziano con un vecchio, ma dovrò pur vedere se la scelta storica è ancora valida, e se è sentita in fin dei conti.


XXXIV. La Maura sta diventando insopportabile già alla prima giornata di soggiorno: falsamente interessata, tanto che richiede più volte qualcosa solo se ne è attratta realmente, facendoti capire quanto sia ipocrita o prossima alla demenza senile (un po' sorda lo è, e ci sono momenti in cui mi tocca ripeterle il filo del discorso perché capisce sempre male ed arriva a conclusioni tutte sue e senza senso); testarda nelle sue convinzioni educative, vantandosi del figlio Divino, sceso nel suo utero e vero trionfatore della sua vita, dove lei ha perso mentre il figlio, padre di due bambini, ispettore di polizia, atletico e bello come la compagnia, ed altrettanto intelligente, deve la sua fortuna a lei, dicendo sempre, quando discute con lui, figlio di un lestofante divorziato ed adultero, a cui lei deve molta riconoscenza per i tanti sacrifici fatti per mantenerlo, che i figli non capiscono la sua fatica e sono immeritevoli di tutto. Ha quasi settant'anni, cugina di mia madre nel divario di quasi vent'anni, e non sono maligno come queste righe possono dire giustamente: lei, come le Oliveri, è una donna fortissima nelle crisi della vita maledetta ereditata dal padre, anche lui vittima del giuoco perverso del clan meridionale a cui discende il ramo (sono originari del Benevento), e del matrilinearissimo estremo e autoritario.


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Padre severo ma giusto, deciso e razionale, amatissimo anche dopo la morte e ricordato dalle preghiere della sua convinzione religiosa saggia e non fanatica; madre e serva “libera” nell'istituzione conservativa del marito, tradizionalmente succube ma salvata dalla tortura dei parenti di lui e resa donna. Una famiglia che per lei non poté emulare, dal marito adultero e più anziano che si ritrovò, vile e strafottente, tanto da sfruttare a posteriori la calma della nipote, lasciandola ad occuparsi di se stessa, ad appena dieci anni, mentre il nonno se la passava eroticamente. Tradita, nonostante cattolica e di famiglia conservatrice ed opposta alla divisione, divorziò con la neonata legge del 1970, dopo pochi anni di matrimonio e poco più che bambino il suo figlio Ivano; ma dovette trovare svariati lavori, evitare di cadere nella trappola del servilismo maschilista “piacente” (un suo datore di lavoro voleva provarci con lei, rifiutandolo rischiò il licenziamento), e cadere nel trauma dell'amante sconclusionato intorno agli anni Ottanta, imitando anacronisticamente l'Angela. Ci vollero delle sedute psicoterapeutiche, quasi come le mie, per risollevarsi dalla crisi, sopperita dalla religione e dal nipotame, assieme ad un boxer da anni deceduto, suo secondo figlio, una persona che la confortava nella depressione malinconica. Piansi con lei quando le morì, e da allora ha sempre pensato a me, ha sempre seguito me e chiesto di me, assillandomi più volte e quasi soffocandomi: arrivò, e mi sentì male, a dire “che ero il suo preferito”, a discapito di mio fratello. Ogni anno che viene o a Follonica o da noi a Tegoleto è come se mi sentissi male ad avere la sua compagnia, per tutti questi strani comportamenti tra la premura più assetata e la critica più diretta e incontrovertibile: avere una specie di padre femmina, più rigido nelle sue posizioni, nelle sue idee, a chiedermi tutto e a sorvegliarmi se ho qualcosa, uno sguardo assonnato, un pensiero continuo o un attimo di quotidiana melanconia. Penso a lei e vedo una donna uscita da anni di psicoterapia e mi pone la domanda.


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Mica diventerò come lei, che alterna forzate manie estroverse, con cui mi lamento con mia madre (e lei a chiedermi di compatirla e di essere garbato con lei, ospite raro e da far compagnia) che se non condivido mi attacca e mi giudica, e queste manie “chiuse”, da pietosa vittima quale è sempre stata nella vita, vantando fortunatamente momenti di forza decisiva contro chi voleva sodomizzarla (marito, vigili, datori di lavoro, amanti)? Ma in generale, mica diventerò come tutti quelli ragazzi, guariti dai psicologi e resi normali, semplici, simili tra di loro, dimenticandosi nel passato il dolore della scoperta, la cognizione volutamente mancata per una felicità arrivabile?” Sono in analisi perché dalle mie esperienze non capisco più se sono carne o pesce, se ancora sono io a essere al governo della mia esistenza, se sono ancora il cui presente, o se ho perso la mia identità, se mai potrò amare ed essere felice. Non voglio però, riconquistato tutto (e già credo di aver ripreso una buona parte della situazione), essere come gli altri, e perdere il fiore del male pur sempre voluto.


XXXV. Né un'ora prima, né mezz'ora prima, però in macchina, all'altezza di Sinalunga, mi viene il sentimento del baratro di ghiaccio, sprofondando nell'idea di rischiare di incontrare a Follonica, per pasqua, Lolò, originario della città e molto probabilmente a pranzo dai suoi genitori. Sospetto questo dal ricordo di una discussione con lui, a Natale, che disse avrebbe passato le feste dai suoi, e che quindi era possibile fosse lì; un'occasione di incontrarlo, davanti ai miei, nel pericolo di farmi scoprire da mia madre con uno da cui non parlò volentieri da mesi, che non m'ha mai richiamato e che ho pensato di averlo visto in treno, scoprendo che era un sosia simile a lui. Rifletto del perché, e mi calmo dopo un po', sapendo comunque che era inevitabile non incontralo. A pranzo ho davanti mia madre e mia zia, le quali mi chiedono il perché della faccia bianca e dello sguardo riflessivo, rispondendole ad un attacco di meteoropatia o, per far capire a mia madre cosa realmente provavo e per frenare le continue domande insistenti della Maura, capace di farmi il terzo grado davanti a tutti, mettendomi in ridicolo, che si tratta dell'”amico” Lolò, “forse in città, ed aspetto di incontrarlo”.


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Alla domanda “Ancora malinconia?” mi si gela e ribolle il sangue: come può lei dice queste parole in presenza della zia, la cui storia è sconosciuta a tutti e tale deve rimanere, e con tali parole, un atteggiamento così superficiale ed osceno, da lei che mi dovrebbe coprire le spalle a domande del genere, e invece le propone, facendomi disperare tanto da andare in porto per riprendere un po' di calma e fuggire da quella compagnia della mia famiglia? Il Cristo risorge in compagnia di questa emozione zampillante e molesta. Se questa è l'omosessualità a me più lineare, tra conoscenza, letteratura ed estetica, c'è da scapparne, da fuggirne tragicamente, come qualcosa di semplice, falso, ipocrita, meschino. Ogni omosessuale che si conferma come tale finisce nella tecnica dell’effeminatezza, non puramente esterna, ma anche nella visione generale, priva di epica, di ambizione; tranquilla, tra cagnolini e vestiti morbidi, tappeti e lampadari (tutte cose che Lolò, a me più maschile possibile, desiderava). Nessuna virilità, nessun impeto vero e alto. Solo una carineria sdolcinata. Perché penso a Lolò? Non credo sia solo per frustrazione sessuale, desidero amoroso, che nulla c'è di quello, nemmeno nella dolcezza. Quando lo vidi nel treno quasi due settimane fa la prima cosa che volevo fare era parlarci, capire se quello che avevo vicino, nella cabina di viaggio, era lui, da tre mesi dimenticato e mai richiamato, nemmeno via Facebook. Se era lui, la prima azione che avrei fatto, era sapere come stava, la sua storia di questi mesi; fuori da quella storia “amorosa” doveva formarsi l'amicizia, protratta in vacanza, evitando di essere solo nel mese di luglio, un rischio che non voglio correre. È intelligente, e chissà se in fondo mi riconoscerà, se vorrà parlare con me e se vorrà un'amicizia. Voglio la risposta, e solo pensarci mi agito, ad attendere di incontrarlo e di non dover rimanere solo. Più che amore è amicizia, un'occasione forzata dalle prime certezze: prima di incontrarlo, lontano dall'omoerotismo, avevo passato un mese da solo, tutti i


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sabati alla Pergola di Firenze, senza compagnia, senza amici. Lui mi disse che si poteva festeggiare insieme il Capodanno, e se fosse successo non sarebbe accaduto il dramma avvenuto, tra ubriachi molesti e idioti, infantili. Poi la crisi, e lui che non voleva nemmeno essere amici. Ma è passato il tempo, e almeno in vacanza mi pare sia fattibile, concreto. In tutti questi anni m'è mancata una vera amicizia al mare, e questo sentimento, di pregiudizio e di mal pensiero mi ricorda quello per Francesco: da bambino lui e i suoi amici babbioni mi tartassavano, mi facevano piangere dalla disperazione, una congiura continua di soprusi, battutine e giochi rovesciati per la spiaggia, a doverli raccogliere. Temevo i primi giorni che fosse rimasto allo stesso modo di anni fa, e non volevo rischiare di richiamare la mia presenza alla sua attenzione, ad essere di nuovo succube delle sue angherie in compagnia. Un pensiero maligno, pieno di tensione, sgonfiato alle prime parole, scoprendo un ragazzo cresciuto, più maturo, e amichevole. Ma ci vollero giorni prima di far rimembrargli il passato che ancora credevo possibile. E una settimana dopo, in un'uscita di gruppo, scattò, ancora teso per il ricordo fisso, sperando in una sua ammissione, in una richiesta da parte sua di scuse, credibile, e sincera. E avvenne, e fui svuotato. Non funzionò con gli altri; con lui sì. Assente per le vacanze della maturità, rimasi ad uscire col gruppo suo, e sembrava funzionasse nel relazionarmi con loro, per quanto fossero alcuni imbecilli (per non annoiarsi stavano per bruciare una mosca appoggiata sulla pelle di uno dei loro amici, con questi avente in mano l'accendino, si incazzarono quando con un soffio la feci volare via). Ero entrato in un bar a prendere qualcosa, una Sprite, e appena uscito se ne erano andati via, ed ero dentro da qualche minuto. Li cercai per la strada, e mi feci beccare solo dai miei genitori, preso dalla vergogna di farmi vedere solo quando poco prima non lo ero, e diventando vittima di possibili pensieri disturbanti, di mentire di avere mai, quando li avevo. Li avevo, perché il gruppo


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si era diviso, annoiati, e li beccai nella pineta; furioso chiesi perché l'abbandono, e stupidi non sapevano che m'avevano lasciato da solo. Con questa gente irresponsabile non ha senso essere amici. Dalla rabbia feci scattare una delle ragazze, chiedendomi di andarmene, e li mandai a quel paese. Salutai prima di andarmene da Follonica, dieci giorni dopo, solo Francesco, capoccia del gruppo, ma pur sempre abbastanza sincero, più degli altri certamente. So che questo sentimento, per Lolò, è simile a quello per Francesco, una ricerca di amicizia sincera, da anni di solitudine a Follonica, e questo slancio deve essere compiuto. Tutto il giorno a marcire il cuore nella riflessione continua, incongruente il sentimento pensato passato dall'episodio del treno; la rivelazione era questa, e tutto si calmò, il sole lo sentivo, percepivo il passaggio, e non lo cercavo tra i passanti vaghi nel suo aspetto (a riguardarlo su Facebook, non provo nulla, non l'innamoramento, solo il pensiero di incontrarlo). Era come se il mio stomaco, la mia mente avesse dato ragione a questo impeto di vita, di voler vivere io, solo, unico, e provare, sapere di essere diverso, che il pensiero male non è paura ma slancio di scoperta, di scoprire nelle tenebre le luci del sentiero: avevo voglia di correre e buttarmi in acqua come un pazzo, senza gli sguardi dei miei, unico a conoscere il mio volto, e provare da solo, lontano da domande, sguardi e giudizi, e soffrire da solo, cercare la verità da solo (ma non era la stessa convinzione che mi fece crollare a Dicembre? E mi portò alle sedute?) Non credo fosse dal fatto che mancava pochi minuti a ripartire per casa, e quindi evitarlo fino a luglio, sebbene la Maura voleva passare da Siena, dove abita, e mi scattò la molla per pochi secondi (ho un obiettivo, e appena c'è l'occasione, deve essere conclusa, ultimata, per non pensarci più). Auto-convincimento? Può darsi, ma ero lieto, calmato anche dal rischio che i miei potessero conoscere, e far trapelare tutti gli avvenimenti ignoti ai più se non a mia madre. Volevo essere solo, non visto, pensato e


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messo in dubbio dai miei genitori, dalla Maura; è una questione privata, non voglio nessuno che mi aiuti, che mi giudichi e mi consideri. Se lo voglio incontrare, uso le mie armi, ed evito la scoperta pubblica. Non voglio pensieri osceni su di me, non voglio scandalizzare, non voglio il dramma che temo possa accadere.


XXXVI. Maura, sempre a criticare il mio pensiero idealista sulla condizione degli immigrati, come se mi piacesse che certi possano abusare della libertà concessa a compiere efferatezze e illegalità. Non si considera razzista, certo, anche per il fatto che non conosce quanto dare ad un'etnia il termine “razza” sia facilissimo quanto incappare nel ceppo che fece sbagliare lo scienziato ed antropologo Gobineau negli studi sulle differenze biologiche tra culture, alimentando inconsapevolmente ed involontariamente l'antisemitismo ed il razzismo europeo, secondo il saggio “Razza e Storia” di C. Levi-Strauss. Ci cade, sempre nella sua boria estroversa, di infallibile donna pur sempre cosciente delle sue debolezze e fragilità, comportandosi a volte da bambina, non guardando in faccia ai pensieri degli altri, se non sto esagerando nella sua rappresentazione. Ha le sue convinzioni, e dice sempre “ognuno e libero di pensarla come gli pare”, la formula degna di tutti quelli che due secondi dopo ti condanna perché “la pensi sempre diversamente, non accetti mai nulla e non sei aperto agli altri”. Non lo fa solo lei, anche mio padre, tutti insomma, tra cui io. È legata alla religione dei morti, continuando a raccontare dei cari vivi e deceduti, quali il suo cane


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boxer passato a miglior vita da oltre sette anni, Ronny, per complicanze dovute da un tumore, portato all'eutanasia nella scena più tragica dell'abbandono, per lei, alla morte del suo animale; la prima volta che mi raccontò del fatto volli piangere assieme a lei, per poi contestare la scenetta da femminuccia da me portata, a lei degna di un bambino veramente sensibile, amabile. M'ha sempre voluto bene; io a raccontarle male, dei suoi metodi di approccio e di relazionarsi con me, del suo carattere e delle sue debolezze espresse esplicitamente, di una donna che mi vuole bene, che mi sorride e mi carezza la testa, parla bene di me, stimandomi più di mio fratello. La critico, spregevole e vilmente, un'ospite in casa, dannata dalla solitudine delle divorziate e delle madri sole, col figlio che in certi casi la “assale” per la scelta della separazione; il figlio perfetto, riuscito, la creatura che si ritorce al creatore, una coincidenza interessante data la stazza di Ivano corrispondente a quella del mostro di Victor Frankenstein.


XXXVII. Ho visto sul mio personal computer che è possibile scaricare un simulatore Android, tecnologia specificamente per cellulari mobili, e usare WhatsApp, che sul mio cellulare non riesco a mettere in funzione. Vorrei provare a rileggere il backup dei messaggi tra me e Lolò, e riscoprire eventuali speranze di un futuro estivo incontro o se la mia ossessione al futuro non sia stata in alcun modo diminuita dalle sedute psicologiche (punto sulla seconda condizione). Non vorrei allo stesso tempo farlo, a rivedere tutto quel dramma tra me, che volevo incontrarlo amichevolmente, capire il vero movente di questi rifiuti, il suo completo disinteresse per la mia situazione, basti pensare che iniziavo io sempre il dialogo, mai lui a chiamarmi per sapere se stavo bene o se voleva chiacchierare con me, e scrivendo questo non capisco perché ancora mi fidi di lui) e le sue fredde parole, distaccate. Eppure ancora ci penso, come un innamorato. Non è nemmeno così bello, è solo virile, di quel virile che vorrei essere personalmente, bloccato in questo viso da fanciullo, da Ernesto di Saba, un libro che mi diede coraggio e volontà ad intraprendere questa ricerca dell'identità personale, talmente a digiuno delle eventuali conseguenze.


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Sapendo che può ritenersi una forma di interesse amichevole, di ricerca non conclusa di un approccio sedimentato, come è sempre successo in tutte le mie amicizie maschili e femminili. Ora mi viene in mente l'amicizia con un ragazzo, un orientalista poco più giovane di me, un genio della letteratura cinese, originario di una famiglia benestante di Anghiari, Valerio. Parlavo molto con lui di letteratura e di etica, e non riuscivo a staccarmi dal computer, tanto che era lui a chiudere per motivi personali la chiacchiera; così come un altro ragazzo di Rimini, conosciuto epistolarmente su Yahoo e poi su Facebook, sempre su filosofia e scienza, e, scoprendo che anche lui viveva un disagio sessuale identificativo, anche di quello, ma molto distaccato, per non rischiare. Una persona affetta da disturbo paranoide della personalità pensa sempre a frasi continue e ridondanti: un obiettivo da concludere e risolvere, simile al romanzo che la zia Rosetta, moglie di Gerardo Olivieri, zio di mia madre, mi consigliò di scrivere per concorrere al premio della Rai-Eri “La Giara”, presieduta dall'autrice di “Marianna Ucria”, Dacia Maraini. Doveva venirmi un romanzo di centoventi pagine, ed ero arrivato a solo sei pagine di racconto, in sole due giornate, all'incirca sei ore di lavoro (a quella velocità sarebbero dovute bastare ore pari uguali alle pagine, centoventi). Non ce la facevo a perdere pomeriggi per la piscina a scrivere un romanzo non sentito.


XXXVIII. Non mi può chiedere di scrivere un'opera sulla vita di suo padre, sulla sua famiglia, dopo che un giornalista del Corriere della Sera l'ha gabbata promettendogli un articolo in terza pagina sulle sue gesta: è una storia viva ed efficace, ma trita e ritrita nel panorama letterario nazionale, tra revival di romanzi storici e memoriali di poca rilevanza. Il romanzo ottocentesco non funziona più nel nostro mondo, o almeno non ha più nulla di originale da impartire alle generazioni degli sperimentalismi romanzeschi alla Gadda, Pirandello, Svevo, per parlare degli italiani soli. Io vorrei invece concentrarmi sulle mie idee letterarie. Ma ne parlerò in questo diario, per farla felice, e forse per una futura pubblicazione nel Versus. Prima un antefatto familiare: agli inizi del Novecento, nella Benevento natia, gli Olivieri, madre Graziella, mia bisnonna, e Padre Vincenzo, e i fratelli Giuseppe, Gerardo, Salvatore, Angelo e la sorella Gianna, erano sotto il dominio della madre, la quale governava la madre del padre di Maura, Giuseppe, in pieno stile di Donna meridionale, nel tempo ideale per un governo del genere. Tradizionalisti, a ribellarsi dalla ferocia, dalla crudeltà spregevole della madre, avvoltoio nelle vite e nelle scelte della famiglia, non essendoci un marito forte abbastanza da soverchiare le sue scelte e le sue


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malignità, sono solo i figli Giuseppe e il nipote di lei (figlio della sorella della Graziella), l'altro Giuseppe. Il primo era diventato indipendente e fidanzato con la mia nonna materna, che si scopre fu fatta trascinare dalle volontà di lei ad essere passivamente sua serva nei lavori domestici. Si ribellò, abbandonandola agli altri figli, e decise di trasferirsi in Toscana, a Borghetto, tra Monte San Savino e Cesa, nella provincia aretina, nonostante la moglie avesse ormai subito le sue angherie, e divenne “maschera” nei cinema mono sala finché non furono chiusi dai multisala, con la nonna a rimpinguare le entrate familiari come cuoca presso la tenuta dei Fontarronco, nobile famiglia proprietaria di due palazzi nella medesima località, parallelamente opposti nella stradale per Cortona, diventando oggi la migliore per mia madre e mia nonna paterna in cucina. Il secondo, soverchiato dalla madre, durante la Guerra civile spagnola, partito come volontario salariato, inviò ogni volta che poteva qualche lira per mantenere indipendente la fidanzata, e impedirle di essere dipendente della famiglia della zia, conoscendola da tempo. La zia Graziella, l'unica ad essere istruita nello scritto e nella lettura in una famiglia di braccia agricole analfabete, tipiche nel Meridione pre-repubblicano, costrinse a sfruttare la futura nuora intercettando alle Poste Nazionali le lire di mantenimento, celandogliele e nascoste per tutto il tempo, usandole per la famiglia sua e non per gli altri come lei. Appena tornato dalla guerra, la vide rientrando piena di stracci e sporca, a lavare al fiume piena di calli e di dolori; appena scoprì del misfatto e dell'ignoranza della madre, la minacciò di non rivederla più (solo gli ultimi anni della di lei vita le concesse di vedere la nipote Maura) e velocemente abbandonarono la terra materna. La stessa madre era diventata così mansueta e malleabile dopo il tragico incidente che coinvolse orribilmente la figlia della Graziella, Gianna. A causa della malaria del fiume, così si suppone, prese una lieve forma di congiuntivite; con la ricetta del


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medico ottenne delle gocce oftalmiche contenute in una boccetta anonima. Nel momento in cui gliele applicò negli occhi non riuscì a leggere, dato l'analfabetismo, le etichette delle boccette nel ripostiglio in comune con tanti altri prodotti: gli applicò una sostanza contenuta in una boccetta identica a quella vera, con all'interna una sostanza certamente acida, bruciandole in poco tempo la retina e rendendola cieca a vita. Non si seppe dar pace dello sbaglio (e se si trattasse invece di una “ripicca” alla ragazza, unica nella famiglia a essere femmina, quasi una sorta di maligno transfert alla figura dominante? Le gocce se sono acide e le poni in un'intermittenza breve ma consistevole, tipo tre secondi ad occhio, uno percepisce l'acido del tocco, e si blocca, limitando il danno ad un occhio; tutti e due gli occhi, e uno può pensare sia dovuto al fatto che pensando il sentore acido sia benevolo abbia continuato; comunque mancano dettagli importanti, segreti classici in una famiglia meridionale). Il padre è il protagonista di questa storia simile al David Copperfield di Charles Dickens e al Tortless di Musil, esempi che tornano nel racconto. Figlio di primo letto in una famiglia di tre fratellastri e due sorellastre del secondo compagno, perse il padre biologico, artista da ozio e rampollo d'una decaduta famiglia nobiliare di origini siciliane, i Carpologhi, insigniti d'una piazza nella città natia, a causa dell'obbligo di leva nella prima guerra mondiale, morendo in una maniera grottesca, da romanzo da feuilleton: nei pressi di Trieste venne colpito alla gamba e portato d'urgenza in un ospedale di campo, una piccola tenda adibita alla chirurgia; un colpo di cannone s'abbatté nella zona, uccidendo tutti, in un luogo lontano da ogni conflitto. Si risposò con un altro signore, di carattere sincero e gentile, distante dalla famiglia per il lavoro ed estraniato dalla situazione drammatica della famiglia allargata, con due ragazzi, suoi fratelli, uno che usciva e rientrava nelle carceri per la sua sanguigna propensione alle risse e al crimine, e l'altro dai riformatori. Quest'ultimo è finito la prima volta in un riformatorio per costrizione del protagonista, il quale


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aveva beneficiato amaramente del privilegio di orfano di guerra e della borsa di studio per il tremendo convitto a cui dovette accedere per trovare lavoro in futuro nell'apparato statale. Dedito alla famiglia, si prendeva cura dei fratelli disoccupati e più giovani di lui, in piena macchietta dickensiana; non accettava che uno, appunto questo di cui si parla, trattasse la madre, troppo accondiscendente alle prodezze e ai comportamenti della prole più ribelle, violentemente (non con la forza, ma con il mancato rispetto), e lo obbligò civilmente a presentarsi in riformatorio. Personalità forte, autoritaria anche nella sua famiglia, moglie e figlia, severa e giusta, da meridionale di vecchio stampo, del tutto diverso dagli Olivieri, con Gerardo e Salvatore pupilli viziati della zia Graziella, coerenti nell'infantilità anche in età matura (del primo posso dire che continua a imprecare la moglie, Rosetta, dandone anche della prostituta in pubblico perché lo tratta male, quando lei è fin troppo gentile nei suoi confronti, da spirito di crocerossina quale è nata). Il Tortless v'è venuto in mente pensando al convitto che ne “I turbamenti del giovane Tortless” era il covo del cameratismo più bullo e spregevole, se non perverso nell'attaccare e violentare sessualmente un loro compagno compiacente e giudicato dall'autore “immorale”; posti del genere dovrebbero essere vietati per legge.


XXXIX. Tutte quelle vie, quei cunicoli bui da illuminare, e i baratri da scoperchiare, la lava colante dalle pareti intonsa ai flutti che scivolano dalle rocce, i bagliori dell'oro e delle pietre nascoste, le caverne abbandonate con tesori e carrelli, un intricato susseguirsi di alture nascoste nella terra, una tenebra gelante e impervia dell'ignoto, i demoni oltre l'abisso, e il cielo scoperto dall'alto delle grotte. Minecraft è un ottimo gioco se t'ispira, nelle sue musiche e nei suoi scenari, una metafora della conoscenza, della scoperta e della vita intesa come un viaggio eterno senza fine o finale, esplosiva nelle novità di un bagliore lontano, di un piccolo chicco di sabbia. Mi vedo allo specchio e non posso credere che dietro questo volto convenzionale e tranquillamente normale si celi uno spirito così avido di sapere, di voglie di qualsigenere, di riflessioni e di intelligenza. La mia unicità si identifica con un’essenza impossibile da determinare empiricamente. Solo dicendo queste parole ho giustificato la trascendenza di tutta la storia dell'umanità, negando agli atei più radicali e materialisti la lettura olistica della realtà umana. Nei primi tempi avevo paura delle caverne buie e spettrali, data anche la musica gotica, di pericolo all'apparizione di qualche mostro tra le ombre, e mi


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ritiravo indietro nei boschi. Le profondità della terra mi attraevano nella sua complessiva e nella sua mole energetica usata per raggiungere tale portata: nell'isola in cui mi trovo, verso la parte più a sud-est, una imponente cava a cielo aperto, arricchita di archi naturali e fosse convergenti; una meraviglia malgrado la grafica ridotta ed originale del gioco, in stile Lego. La paura del buio scompare mettendo le torce ovunque, in tutte le grotte in cui passo, eliminando il chiaroscuro e il pericolo di un mostro appariscente che possa portarmi al Game Over, pur avendo installato il gioco su modalità pacifica, assente la componente mostruosa (nella miniera abbandonata c'era un ragno intrappolato in una cella, ed era piena di ragnatele; alcuni liberi cene saranno di sicuro). Sapevo dell'esistenza di alcune miniere abbandonate, solo ora ci credo. Sono colossali, immense, profonde e pressoché infinite, senza una via d'uscita se non l'entrata costruita per scoprirle, interrate dall'intelligenza artificiale del gioco; devo stare attento, a non rischiare di finire dentro un crepaccio e perdere la cognizione dell'orientamento, rimanendo imprigionato per sempre, o almeno finché non muoio, perdendo tutto quello che ho nell'inventario. Il che, con questa testa che mi ritrovo, non è impossibile.


XL. Sto rileggendo su Internet la figura di Aristofane, di cui ho letto quattro delle sue undici commedie: “Acarnesi”, “Uccelli”, “Cavalieri”, “Nuvole”; sarebbe un ottimo protagonista per un'opera teatrale biografica nello stile shakespeariano di “Giulio Cesare”: durante la stesura della sua considerata ultima commedia in vita, Aristofane, ricreato grazie alle note autobiografiche insediate nelle sue commedie (per il momento si pensa fosse di statura bassa, sofferente di alopecia fin da giovane, panciuto per la sua fame insaziabile e barbato come i sofisti), richiama alla mente Atene, difesa ed amata in tutte le opere satiriche contro demagoghi, filosofi rivoluzionari, costumi barbarici e idee aristocratiche, e lui stesso da giovane, figura romanzata dati i pochi documenti sulla sua giovinezza (di sicuro di origini altolocate visibili nell'accesso alla drammaturgia, e all'arte in sé, degna di pochissimi ad Atene, e legato agli ambienti più conservatori). L'anno scorso per la tesi (e non tesina; se lo fosse non sarebbero trenta pagine, ma dieci, per uno studente del liceo) cercai di analizzarlo a fronte di quello che considero un secondo Aristofane, Mario Fo, attivo nella satira e nella critica alla società con punte politiche come il predecessore.


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Sbagliai a considerarli simili e allo stesso pari. Aristofane, essendo conservatore, è forse l'unico caso di satira di “destra”, storpiando la consuetudine storicista dell'apparizione della politica delle parti dopo gli eventi della Rivoluzione Francese (a sinistra i filo repubblicani progressisti, a destra i filomonarchici conservatori); mentre Mario Fo è indiscutibilmente di sinistra. All'epoca la conservazione era del tutto estranea alla idea generale contemporanea, di una visione retrograda della figura della donna nel lavoro e nella società, delle novità diverse al costume e alla tradizione, e alle innovative visioni della politica provenienti dall'estero, preferendo un approccio più classico, tranquillo ma non estraniato dal pubblico e alle questioni sociali, sebbene trattate con metodi sempre discutibili e poco edificanti nella esecuzione. Aristofane voleva una vera democrazia, richiamata dalle figure divine degli antichi, che oggi si scoprono più dittatori di ieri, vicina al pubblico, non esaltato populisticamente ma valutato più nei difetti del vecchio Diceopoli, che nelle speranze che porta, molte volte rapite dai demagoghi quali Cleone, anche questo riscoperto come un buon politico un po' troppo permaloso (arrivò a denunciarlo, ventenne, per i Babilonesi, opera a noi perduta, e a volergli infliggere una condanna terribile, forse capitale; si salvò per l'aiuto di molti intellettuali dell'epoca, come qualche decennio fa capitò a “Una vita violenta” di Pasolini, protetta pure dal poeta Ungaretti). Era un pacifista, chiaramente non di sinistra sempre nell'ottica odierna: guardava alla pace come fonte di guadagni per il mercato ateniese, unica attività commerciale resistente al tempo e alle guerre, e di tranquillità, agognata dalle classi povere e anche dagli aristocratici (lettura in seguito errata, data l'importanza del commercio delle armi propagandata e finanziata da opliti, i guerrieri nobili, e dai più ricchi mercanti e armaioli quali il padre di Lisia, l'oratore). Ed era anche un femminista, esaltatore delle marce di donne contro il potere fallocentrico del mondo ellenico


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(si veda “Lisistrata” e “Termoforiazuse”), in cui venivano rispettate ma costrette ad esempio a uscire di casa in presenza di uno schiavo, femminile o maschile che fosse, e mai sole, nemmeno al teatro né tanto meno alle votazioni, esonerate per legge anche nel tenere patrimonio ingenti da nubili e di ribellarsi alla consuetudine della convivenza delle etèria. Non che volesse una campagna di diritti a favore di una maggiore libertà delle donne, non s'era mai sognato di andare contro Atene; contro i maschilisti sì, che Aristofane vede in colui che oggi pochi critici riconoscono come un suo amico, e non solo rivale e “nemico” ideologico, Euripide, per le sue tragedie in cui la donna (dalla “Medea” fino alle “Baccanti”) faceva sempre una figura indecente, tra la follia e l'abbandono delle leggi sacre della convivenza greca. Erano amici di sicuro; Euripide certamente, se Aristofane avesse avuto più tempo, sarebbe stato idolatrato in qualche commedia come Cratino, altro rivale nella commedia, negli “Acarnesi” preso in giro anche violentemente, e dopo, nei “Cavalieri”, dopo la di lui morte, onorato per la sua grande abilità drammaturgica. Gli ha fatto fare una magra scenetta delle “Rane”, ci voleva un'opera che lo riscattasse come grande tragediografo che era. Mario Fo è femminista e pacifista, ma di sinistra, promotore di Lotta Continua e di attività extraparlamentari rischiosissime (lo stupro della moglie, Franca Rame, sarà dovuta a questa scelta), criticando il mondo borghese fino all'esasperazione, scimmiottando il consumismo e le follie dell'uomo moderno, arrivando alla critica più feroce nel rarissimo caso letterario della satira religiosa (opere del genere nel Medioevo saranno state danneggiate o nascoste dagli amanuensi monaci), “Mistero Buffo”, un'opera di narrazione teatrale spettacolare, però sola nelle altre commedie leggere del commediografo. Il Nobel posso dire che non se lo meritava; è un attore/autore, poco rivoluzionario se non per piccoli aspetti e poche innovazioni nel genere letterario, dopo i


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casi poetici di Montale e prosaici di Pirandello, in linea col mondo intero e maestri nei loro rispettivi campi. Ha dato carica alla satira e a rinnovato le tecniche di critica alla società, facendo da “padre” di diversi autori satirici tutt'ora attivi, quali Guzzanti, Corrado e Sabina, Luttazzi, e altri anche americani. Ha approfondito il romanzo, la poesia o altri aspetti della letteratura? No, anzi ha sempre adottato un linguaggio per nulla interessante agli sperimentalismi della Neoavanguardia o ai discepoli di Gadda, o al purismo di Calvino e di Sciascia. Solo nel teatro s'è fatto sentire, mentre un suo contemporaneo, più rivoluzionario di lui, si lascia disperdere nell'oblio, Carmelo Bene, vero rinnovatore dello stile teatrale, con i rifacimenti assurdi e personali di opere classiche, da Shakespeare a Goldoni, perfino opere in prosa come Pinocchio. Un autore/attore più complesso e dispersivo anche nelle forme di comunicazione (romanzi, film, radio, poesia); ma nemmeno a lui un Nobel vero e proprio, data la maniera troppo personale e non seguita dai posteri. Da quel che mi viene in mente il Nobel a vincerlo devono essere autori eccezionali e rivoluzionari nel vero senso della parola, in futuro riadottati e studiati fino al midollo, creatori di nuove tecniche consequenziali e scopritrici di nuovi saperi, insomma dei precursori viventi.


XLI. Ancora puntella Maura su questo suo vizio di dover obbedire alle sue convinzioni meramente inopportune e non condivisibili forzatamente. Non riesco a scrivere con lei, amorevole e premurosa in tutto ma troppo presente, attaccata al suo pupillo, che non nega nemmeno in pubblico di esserlo per lei, e vuole sapere quello zibaldone di perversioni violente, di dubbi esistenziali e sessuali alternati a idee, pensieri, opere incompiute che questa, in concorrenza alla progettazione di sé in uno scritto pubblicabile in forme più costruite e meno intime. Se mi potessero vedere le mie professoresse delle medie e del liceo a scrivere, o a leggere ciò che prima scrivevo, tra poesie, bozze didrammi, racconti e romanzi; non capirebbero perché tutto questo, tra errori ortografici e fuori uscite contestuali dalle tematiche di fondo. I temi della mia infanzia erano tutti accomunati, benché diversi ovviamente dall'argomento e dal tempo di trattazione, dai seguenti errori "dell'ingenuità tipica di chi poco sapeva della scrittura": uso eccessivo di ipotassi (subordinazione); periodi lunghissimi e contorcenti; sinuosi e di difficile interpretazione; linguaggio incostante nelle frasi e nei paragrafi precedenti e successivi; voci lessicali incoerenti, dal


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parlato quotidiano al tecnicismo valido in casi totalmente secondari al tema di classe; trama allungata e ristretta in piĂš punti, "a due velocitĂ ". Una pessima scrittura per il futuro di uno studente universitario e lavoratore privato. Molti giustamente pensano alla necessitĂ  della scuola di garantire alla civiltĂ  il senso della comunicazione generale, in tutti i settori e in tutte le forme, punendo scelte artistiche quali quelle sopracitate (non si parla di persecuzione artistica, dato che tra gli errori c'erano anche evidenti segni di ortografia e sintassi vergognosamente sbagliati e dirottati per ignoranza), ai fini di un linguaggio pulito e valido a tutti i lettori. Ora mi si viene a dire che scrivo bene, seguendo allo stesso tempo le mie mai tradite scelte di scrittura, dopo anni di voti bassi anche per motivi di deviazioni contenutistiche e divaganti. Mai un buon critico che veda la mia scrittura in senso generale e dica testualmente: "Scrivi con [...], e non sei [...], ma devi [...], e in confronto agli altri sei [...] per [...]". Invece va bene tutto; comprendere le migliorie, le scelte originali di uno, diverse per altri, quello per l'attimo non si paventa mai.


XLII. Mi sono allontanato da casa passando buona parte del pomeriggio in biblioteca. O almeno è questo che ho voluto far credere ai miei, portandomi con me la borsa nel viaggio inedito alla ricerca di Spazio Seme, nella convinzione di trovare un buon teatro. Una lunga passeggiata, pur di non pagare il biglietto per la fermata in fondo al viale “Trento Trieste”, in cui si alternava parti degradate da periferia milanese dei film anni Settanta, osterie, botteghe, locali e barbieri, con “navigli” e canali immersi nelle edere e nelle erbacce, per raggiungere il quartiere accentrato al Panta- Sport. Passai anni lì ad allenarmi a nuoto, inutilmente poiché in meno di due anni ho raggiunto un fisico mai ottenuto in sei anni di continue vasche da gare agoniste. Una piscina sporca, decadente, vecchia di decenni tanto che aveva ancora il bar con le insegne al neon e i cartelloni con le lettere da lavagna magnetica manualmente fissabili, trovabili in qualche circolo di vecchi pensionati nelle cittadelle di campagna. Ci feci delle amicizie che mi dimenticai poco dopo, per quanto valessero. Incontrai il vecchio gestore, uscito dagli appartamenti arroccati alla struttura: per quanto siano passati gli anni rimasi impressionato dalla voce estremamente rauca, bassa e soffocata che emetteva


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quando gli chiesi dove fosse il ritrovo teatrale; deve aver fatto una tracheotomia per qualche operazione alla gola, quindi o iper/ipotiroidismo o tumore ai linfonodi (se si trovano lì, o sbaglio). Davanti a questo l’Accademia è decisamente migliore in tutte le aspettative. Per quando molti insegnanti della Libera fossero ancora idealisti quando li lasciai, non curandosi della qualità e della professionalità dei ragazzi, da istillare in mancanza, e alcuni dei cinici e potentissimi maestri (Biagiotti) che arrivavano ad offenderti dopo tre prove fallite; qui è il trionfo dell’inutilità: hanno più mezzi dell’accademia, eppure sono fermi a insegnare ai ragazzi, a basarci un saggio teatrale su questo, l’improvvisazione, l’ultima delle tecniche degli attori, lasciata ai più intelligenti e ai più spontanei, difficile da apprendere in sé e per sé. Il risultato è quello di voler scappare: da un insegnante ingenuo, che vuole esibire dei ragazzi dai quattordici ai diciassette anni una rielaborazione gretta de “Sogno di una notte di mezza estate” di W. Shakespeare, iniziando con un viaggio didattico di aretini con una professoressa montata per un dietologo accademico tedesco, nella foresta Nera. Solo a scriverlo non posso pensare di aver sottovalutato la Libera Accademia. Era tutto così irreale, assurdo nel loro modo di recitare, patetico. È conservatorismo dell’arte, un atteggiamento chiuso a tentativi sinceri di dare qualcosa di nuovo e buono al pubblico; se questo però significa mandare in malora buona parte dell’arte teatrale e della serietà (parola mancante in molti giovani esordienti o desiderosi di entrare nel mondo attoriale), allora è perfetto, quel posto è mirabile. Me ne andai dopo un’ora e mezza di prova, alleviata dall’assenza successiva dell’insegnante per questioni mediche, assistendo ad una che non è riuscita a farmi ridere una sola volta, pur trattandosi di un rifacimento comico. Appena fuori volevo dirmi il perché di tutto. Il ritorno fu addolcito dal vedere di una mostra di action painting nella via conducente a “Porta Trento


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Trieste”: è sorprendente come in questo minuscolo sgabuzzino di pochi metri quadrati un artista abbia avuto la sua possibilità di disegnare la sua opera ora a cena e tempera, ora su carta e gesso con matita, con grande efficacia, lontano dal fumettistico ed avvicinandosi alla mimesi reale, per quando chiaramente incompleta e ferma dalla limitatezza del disegno, presente anche nella migliore tradizione pittorica delle epoche artistiche per eccellenza (Gotico, Rinascimentale, Romantico, Impressionista ecc. ecc.). Mi sono tolto la scena del teatro improvvisato di poco prima (troppo viziato dal classico, già). E la giornata si concluse con una serata a casa, nella calma mia cheta.


XLIII. Penultimo giorno con la Maura, poi se ne ritornerà a Milano, dai suoi cari e dalle sue stanze; per quanto in me ci sia disagio a non volerla in casa ancora un altro giorno, non voglio che lei, paranoica sul disagio della sua presenza e delle sue richieste (il problema non è la sua presenza, ma il suo modo di interagire e di battere il dito su questioni in cui lei non deve avvicinarsi).


XLIV. Quella puntata di Dr. House l’ho trovata molto personale, non necessariamente simile ma interessante. Un novello sposo viene ricoverato per un attacco di afasia accaduto proprio prima di dice il sì del rito matrimoniale, scoprendo che in realtà aveva finto per paura, per poi ricontrollare la sua situazione e notare che effettivamente c’è un problema. Dall’anamnesi si viene a sapere che il paziente ha taciuto per sua volontà di un precedente rapporto consumato con un suo coabitante al tempo dell’università, con cui aveva inoltre una relazione omosessuale da tre anni. Lui oltre a negare il rapporto afferma la sua eterosessualità totale; più tardi arriva a dire che prima era stato solo occasionale, nato da una bevuta di troppo e da una relazione non riuscita, cosa del tutto smentita dall’ex, che è convinto dell’amore nel suo precedente legame. Alla fine lui confessa di non sentirsi gay e di essere arrivato a trattare una terapia di conversione anche chimica pur di eliminare la controparte pericolosa. Perché personale? Perché non voglio ritrovarmi tra qualche anno a dover essere più confuso di prima, a credere in una chimera e a vivere infelice delle mie scelte, ad oggi invaso di impulsi tra l’omosessualità e l’eterosessualità. Questo personaggio poi m’ha colpito nella parte in cui, guardandosi allo specchio, si


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convinceva di non essere gay, di non vedervisi, giustificando quelle torture quali le terapie di conversione o le cure ormonali. Sotto sotto non mi vedo omosessuale, né vorrei che altri mi vedessero come tale, dato che nemmeno io arrivo a vedermici, ma non posso negarla, questa mia parte erotica, questo impulso collaudato precedentemente e fallito nella parte sia sentimentale ed affettiva sia in quella sessuale, arrivando a qualcosa che di sesso aveva tutto meno che la penetrazione. È molto precipitosa la storia e soprattutto il paragone: si parla di un uomo che durante la storia ha dato (e qui inizia il mio pregiudizio insensato) segni di essere un po’ effeminato, se effemminato si può parlare, che anzi non c’era nulla se messo in confronto con la mia prima esperienza (si travestiva da drag-queen in discoteca). L’eccentricità non è essere effeminati, questo è lapalissiano. E anche la questione degli anni: io solo da tre mesi in ricerca per poi ritrovarmi solo delle orette a sfogare l’istinto ritrovandomi poi un pugno di cenere in mano, lui tre anni convivente e “fidanzato”; è molto più stupido negare di essere x nel secondo caso che nel primo. Empatia dunque. Pura empatia di un uomo che condivideva con me il fatto di non vedersi come tale, anche se arrivato ad estreme conseguenze e talmente idiote che se lo m’azzardassi a pensarle dovrei lanciarmi da una finestra.


XLV. Una possibilità s’annidò nella mia mente mentre mia madre mi stava accompagnando alla stazione di Badia per l’attesa del treno per Arezzo. Sviando il discorso sul fatto che anche stasera rimarrò solo in giro per Arezzo, ho presupposto che buona parte di tutti questi disagi emotivi potessero essere scatenati dall’eventuale eccesso ghiandolare di secrezione testosteroidea, ovvero di avere troppi ormoni maschili in corpo, capaci, secondo l’articolo su Wikipedia, di alterare sensibilmente la personalità dell’uomo o di chi ne assume in quantità importante (i casi di doping riscontrato in atleti divenuti aggressivi nella competizione). Non è un azzardo, basti solo pensare a quanti problemi negli inizi della pubertà ho riscontrato a causa degli ormoni: formazione preliminare di peli facciali (barba, baffi) in quantità smisurata per un bimbo di dieci anni, alterazione delle dimensioni dei pettorali (le “tettine”, prima creazione ormonale, poi lipidica), e primi casi di tempeste ormonali e masturbatorie. Mia madre ha nel giusto parlato di idiozia: non si può racchiudere sentimenti, emozioni, disturbi e disagi esistenziali, angosce, ansie, dubbi feroci in un goccio in più di qualche steroide delle gonadi; troppo riduttivo, per di più falso avanti ai precedenti storici pre puberali di iperattività, dubbi e controlli soprattutto. Nell’agosto


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di sei anni fa lei mi portò al San donato, dopo notti passate insonni per violentissimi mal di testa, vomito recidivo, diarrea e fotosensibilità, per fare diversi esami, dal sangue alle urine fino a quelli più radicali (elettroencefalogramma, TAC) e in quello oculistico, con l’agente liquido per dilatare la pupilla, il dottore disse ai miei genitori, sapendolo per mia richiesta solo di recente, che c’era il rischio di un tumore ad un lobo, o peggio intorno alla retina. Non mi accorsi della loro disperazione, manco quando m’accompagnarono dal professor Nuti, a Siena, primario di oculistica e tra i primi in Italia ad adottare in fase sperimentale il laser correttore. Non trovò nulla, e prima di prendere a calci il dottore del San Donato, li consigliò di tentare con la risonanza magnetica, la cui richiesta era molto ristretta. Nulla, non trovarono nulla, se non un’incommensurabile attività cerebrale in un punto della testa dove tutt’oggi mi duole se sforzata all’estremo (le mie cefalee). La mia iperattività aveva raggiunto una vetta infame di dispersione, tale da causarmi tutto quel disagio intestinale e neurale.


XLVI. La canonizzazione dei papi di oggi è l'evento storico del secolo, per i credenti e per gli storici: i primi pronti a glorificare due pontefici, Papa Giovanni XXIII e Papa Giovanni Paolo II, i secondi a distruggere nel futuro le medesime figure, se non gli uomini, il Signor Roncalli e il Signor Wojtyla. Che immagine patetica, un’assurdità da dramma ioneschiano. La storiografia con i santi proclamati politicamente diventa spietata: subito i miracoli di entrambi sono entrati nel girone dello scetticismo internazionale, non per la natura irrazionale ma per la facilità dell'accettazione e dell'attestazione dopo pochi anni dalla beatificazione; me l'immagino ad indagare sulla loro presenza degli atti giudiziari delle accuse di pedofilia, di abusi d'ufficio, di corruzione svolti e giunti nell'archivio delle sabbie. Non mi meraviglio più di tanto, la gente intelligente li ricorderà come uomini validi e giusti, ma non come pontefici pedina della Chiesa, deboli alle scelte dei mali minori e delle forze internazionali, snocciolati esempi di essere pastori. Mi fa rabbrividire il fatto che il papa di mezzo, Luciani, non sia stato toccato come possibile santo né ascoltate le sue idee interessanti, come il Dio "femmina" (non ne ho certezza totale della dizione); preferendo quello che diceva di accarezzare i propri figli dicendo


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che è "la carezza del Papa", come se dovessi coccolare qualcuno per conto terzi. Adorare gli uomini nell'oltretomba è ingrata ai vivi: non ascolteranno le tue lodi, e il tutto si perderà nell'ipocrisia, in un passare di notizia e gossip, nella vacuità delle golosità dei media, accompagnati dalla greggia persa dei parroci di paese, dei vescovi delle città, dei pontefici abissati. Borgia, cantato da Nietzsche come il trionfo della decadenza morale del Cattolicesimo, e finale privo di dignità del Cristianesimo, salvato da Martin Lutero, con la sua austerità e il suo rigore, era uno statista in veste bianca. Uno oggi discriminato da molti storici e studiosi di etica, fino a raggiungere telefilm biopic e videogiochi di ruolo di ambientazione storica come Assassin’s Creed, per aver messo alla berlina il ruolo politico del pontefice, non casto ma puttaniere, non buono ma machiavellico, davanti alla figura che lui doveva portare con sé. La parte più moderata vede in lui un potenziale malato di bipolarismo: nella sua vita si vedeva momenti di vera fede cristiana, carità, aiuti, rosari e “pensieri puri”, e aberranti distruzioni di umanità, torture, flagelli, guerre, incesti, adulteri. Malgrado tutto c’è dell’accademia storiografica chi ne parla come un valente stratega e “principe”, in alcune piccole riforme e costruzioni di opere importanti e da mecenati. Può starci una riflessione sulla politica moderna, peccato che non sia qui per fare un saggio politico o per andare ad affrontare in uno zibaldone di temi più adulti.


XLVII. Un ricordo mi tornò alla mente. Mi capita, per divertirmi e giocare con loro, i miei gatti, forse ricordando i pupazzi da cui decisi di mettere in soffitta finite definitivamente le medie (la mi mamma li metteva come decorazione nei letti, e io ci giocavo con loro facendo scene di teatrino, di burattini o soffocando e reprimendo rabbia e sfoghi dopo alcune giornate da scuola, in quei anni molto tirati per motivi chiari): lÏ strapazzavo, li toccavo e li stringevo, manco fossero di cotone, le zampe posteriori, del fondo, per non rischiare, facendolo a quelle anteriori, di venire graffiato o di essere nel raggio loro di difesa. Quello che in classe, tra sberleffi, pizzichi e prese in giro facevano quei bastardi dei compagni, dalle mie fino agli ultimi anni di liceo, io lo riponevo nei gatti, non chiaramente arrivando a fare vera violenza, al massimo a stringerli troppo, a voler sentire, come uno psicopatico, le loro vocine, miagolii. Tempo fa, del tutto inconsciamente tale da non capire se quel tempo era mesi o se ancora mi capita, arrivai, feticisticamente e fortunatamente raramente, a mettere in bocca una zampetta loro, per divertimento, non saprei dire, e basta, senza succhiarla o leccarla, tale da provare un senso erotico in tutto ciò, o almeno penso di non essere arrivato a questo.


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Se avessi fatto una delle due sarebbe stata molto disgustosa, quasi come se facessi un pompino a quello che la psicologia chiama surrogato del pene, ovvero il piede. Per la mia storia il feticismo pudico c’è stato, ma mai erotico nel leccare, succhiare, o in altre, al massimo toccare, sentire la forma come un gioco ingenuo e mai compreso. Tratto i miei gatti con profondissima empatia se non vengono in casa a mangiare o altro, e arrivo a questo, a giocare con loro strapazzandoli, grattandogli la pancia, strizzarli le zampine o la coda e a grattargli il fondoschiena: il desidero sessuale negli animali, sviato; dovrebbe essere verso gli umani ed è diventato verso gli animali, quasi da violentatore, da psicopatico. Manco li volessi del male, o li tormentassi facendoli vero male, fisico, solo questi giochetti pseudo-erotici, vicino alla maniacalità: tutti sanno quanto li voglia bene, ed è terribile che arrivi a questo, e poco tempo fa lo facevo anche in casa, davanti ai miei, e pur rimproverandomi urlando sembra non ci sia stata da parte mia un freno, se ancora ci si pensa e, pur limitando, lo si faccia. E poi vado a criticare, a fare lo snob con gli altri, conformistici e tranquilli, semplici e infantili: potrò avere un cervello più evoluto degli altri e una sensibilità devastante, eppure sono convinto che il gioco non valga la candela delle perversioni di questo tipo, paranoiche, maniacali e “viscide”, un lemma che ho ritrovato spesso nelle letture, di personaggi forse leggermente autobiografici, intelligentissimi e “caduti” in un giro di follie sessuali morbose e crudeli. Che ci sia gente così, come me, non mi fa sentire meno solo; più di tutto, mi fa sentire “sbagliato”, da “correggere”. Una frattura nella diga, e un altro pensiero mi tormenta immediatamente. La masturbazione, se data la mia modalità pseudo-scopaiola si può chiamare così (con me non c’è nulla di normale, di conforme a qualche metodo universale, sempre originale fino al disgusto) è sempre stata fomentata dal pensiero del gonfiore, delle cose che si gonfiano come palloncini, che rompono qualcosa che li soffoca, che vogliono farsi vedere ed


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esporsi, come i pettorali maschili, prima degli altri, anche solo vederli in giro, o anche il seno delle donne, però meno attizzante del primo. A toccarmi vado sempre per i miei pettorali, come se poi lo volessi fare con chi faccio sesso; a volte capita assomiglino, quando li tocco, alle tette molli delle donne, e non mi cambia nulla: sento sempre un oggetto con cui stringermi, avvinghiarmi e goderci per il possesso (a tentare di scopare ragazzi sentivo sempre spigoli, durezze che non funzionavano, mai del morbido, del gonfio e del tenero, come nei pochi sogni erotici, in quelli con personaggi le ragazze, in cui affondavo la faccia nelle cosce, o le aprivano, o le toccavo ovunque). Questi colpi del mio cervello sulla questione sessuale mi danno sempre fastidio, specie se mi pone in dubbio la mia idea, non certa personalmente, di bisessualità. Posso non essere mai andato a donne, e quindi di esagerare; temo di non riuscirci, che possa a priori fallire davanti al passato, alle esperienze non convincenti e ai dubbi che possano bloccare tutto il potenziale, rendere vano tutta la mia infanzia, prima della masturbazione, dove amavo la ragazza in sé, e le cotte, le spericolatezze, le inopportune tentazioni e vaneggiamenti inconsci. A Follonica, due anni fa, uscì con un vecchio amico del mare, più giovane di me, fiorentino. La serata era tranquilla, finché, prima di rientrare a casa non accadde che, seduti in una panchina della pineta nella costa, mi chiese se mi piacevano le ragazze. Lì pensai male, molto male allora: che mi considerasse omosessuale al tempo in cui non mi ponevo nemmeno il dubbio attuale; che fosse lui omosessuale e sperava in una risposta negativa per provarci con me (posso essere sincero se dico che lui è l’ultimo a cui tenterei di portare a compimento un atto omosessuale). Dormì nel terrore di rincontralo, di temere che lui volesse fare quello che né ieri né oggi tantomeno con lui farei; curioso il fatto che mia madre mi spronò a non continuare, al di fuori di questo momento tenuto segretamente nella mia mente, di vederlo: trovava in Ennio una specie di ossessiva presenza, a voler stare a quel tempo sempre assieme, in


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mia compagnia. L’anno scorso era il contrario, esortandomi a salutarlo e a fargli visita. E qui c’è qualcosa che mi ricorda palesemente il mio io di anni antecedenti, molto più presuntuoso. Ci furono degli anni in cui facevo avanti e dietro dalla zona Parrini a quella Eden, zona pubblica, poche centinaia di metri, per passare le giornate con i vecchi amici della spiaggia. Anni prima noi avevano affittato tutte le estati in quel lembo di spiaggia una tipica “baracca” (una casa coloniale a pian terreno di diverse camere da letto e salotti, più grande della casa madre) della costa, decenni prima di proprietà di pescatori e falegnami. In tutti quegli anni di presenza ostinata s’è conosciuta molta gente che risiedeva affittuaria nell’isolato: pisani, bergamaschi, torinesi, milanesi, emiliani, anche gente del luogo; tra le serate dell’infanzia a base di pizza, i giochi nell’ombrellone e altro, pur passata la stagione si mantenevano i rapporti via telefono. Da oltre dieci anni l’affitto lo sfruttiamo in una casa della zona Parrini, passando i primi sette anni negli ombrelloni all’ultima fila degli omonimi bagni, e i restanti nell’attigua zona pubblica, con un intermezzo breve al Tanagra, dalla parte opposta della zona. E di loro, se vengono da noi si salutano, altrimenti no. Io per anni feci la spola da casa alla spiaggia dell’Eden, fino a ricevere critiche per la mia insistenza eccessiva a “sfruttare” i posti concessi gentilmente dalle famiglie una volta amiche. Decisi di darli retta quando capì che i miei vecchi amici, solo un anno prima alti quanto me, erano diventati dei bestioni rimbambiti, e decisi di andargli a salutare in poche occasioni: le “comari” probabilmente nel privato parleranno male di noi, e solamente ora capisco quanto sia presente l’ambiguità nelle amicizie più antiche: pur andandocene nessuno s’è opposto, o ha continuato a invitarci nel loro gruppo, preferendo stare con i pochi rimasti.


XLVIII. Nella mia dilagante discordia tra amicizia e amore non riesco a capire dove inizi l’una e dove finisca l’altra, i confini ineluttabili del congiungimento. Non torna, è sempre così che finisce; il giorno prima penso di essere x, e il giorno dopo, magari confortandomi e convincendomi del contrario, divento y, non avendo conferme che possano dirmi che funzioni più il primo che il secondo. Allo specchio tutte le ombre diventano visibili. Mi vedo allo specchio, parzialmente nudo, al massimo il busto scoperto, e non capisco come istintivamente voglia la presenza vicina, tale che il mio cervello percepisce un alone chiaramente invisibile (altrimenti è allucinazione) ma sensibile, di una donna: capelli lunghi castano rossi, viso chiaro, occhi scuri, corpo leggero, carne morbida; ma mai quella di un uomo, magari virile o assatanato. Non c’è equilibrio, e un senso di tutto ciò l’ho trovato nelle perversioni elencate e in un altro aspetto recente: stavo cercando un film su Youtube, “Dick Tracey” di W. Beatty, perché la sua fotografia mi ricordava molto quella che sto studiando per il corso di “Storia e Critica del Cinema”, e in italiano ho trovato solo la scena in cui veniva legato ad una sedia con vicino una caldaia portata al massimo della pressione dagli sgherri dell’antagonista di turno, Big Boy; in quel crescendo di suspense e di attesa della


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fuga salvifica del protagonista quella caldaia, l’atto di voler esplodere era come se mi eccitasse, mi colpisse per la violenza che emanava nello scoppiare, con la lancetta della pressione prossima a raggiungere l’estremo assoluto della portata in bar. Alla fine esplode devastando i locali e l’appartamento al piano di sopra fragorosamente, il che è simile alla violenza delle esplosioni piriche dei film d’azione, che mi fanno scattare un’adrenalina impressionante, un’agitazione violenta e priva di sbocchi. Ci credo se arrivo a pensare che in tutti questi anni ho poco considerato l’impeto violento intrinseco nel mio animo, puntando alla lettura, allo studio razionale e altrui. È alquanto credibile tutto ciò.


XLIX. In treno mi capita troppo spesso di accorgermi di strani pensieri e fissazioni, del tutto assurde e improprie, per la maggiore della gente o della mia età. Avevo parlato qualche giorno fa della mia diversità nel vestirmi e dell'invidia che provo per gli altri, abbigliati da tamarro o da DJ, coerenti più loro nella conformità degli anni adolescenziali di me, impacciato nelle vesti di un adulto: un gruppetto di ragazzi stava cercando un posto e in fila camminavano per andare nell'altro vagone; pregiudizievole sarebbe l'idea di considerarli degli individui poco raccomandabili per il loro modo di vestirsi, o di condannarli a dei delinquenti, senza averli colti in fragrante in qualche atteggiamento provocatorio. I criminali, almeno i più astuti, non si ritrovano nelle vesti criminalizzate dalla massa, dalle felpe sporche, i jeans strappati nelle ginocchia, le cinture a forma di catena o i cappelli con visiera rialzata da giocatore di baseball, con tanto di orecchino o di “divaricatore” dei lobi (da tribù nigeriana o nordafricana): questi al massimo sono sempliciotti, buoni in fondo e maliziosi, disincantati, possibilmente maliziosi e infantili; non dei cinici, spregiudicati opportunisti senza scrupoli ed empatia, dal sorriso gentile e dalla mano diabolica e agguerrita. “I veri supercriminali magari sono a capo di multinazionali, o


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dirigenti, poliglotti, che salutano le vecchiette e i passanti o aiutano gli altri a portare le valigie quando scendono dai mezzi pubblici, pur nel loro lavoro pronti a distruggere famiglie, città o storie di culture e popoli diversi, il giorno prima apprezzati”. Mentre leggevo una parte dell'antologia di letteratura, guarda caso sulla figura di Oskar, protagonista del romanzo di G. Grass “Il tamburo di latta”, mi colpisce il vicino di posto, una donna florida di pelle scura, al seno il figliolo neonato, che, osservando di non creare disagio ad altri, apre la gonna e lo allatta. Non volevo fissare in maniera diretta la mia curiosità indecente di puntare lo sguardo nel capezzolo, e finsi di guardare l'esterno, riguardando il tutto dal riflesso in chiaroscuro (si stava passando una galleria, e l'oscurità mi diede la possibilità di vedere l'interno), per non allertarla. Un bruciore, un senso di calore nel membro, non alzato ma come in attivo, dello stesso sentore della bile, della rabbia, dell'incoerenza in atto, e guardavo, non volevo distogliere gli occhi, a rischio di beccarmi un insulto per la volgarità. In gola era come se mi mancasse qualcosa, o che ci fosse un vuoto ancorato alle tonsille, tirava e stringeva, torcigliava l'esofago e temevo fosse disgusto, dispiacere, e stessi forzando il tutto, dopo gli eventi delle scorse giornate. A volte vorrei vedere cosa proverei ad avere in bocca le mammelle di una femmina, con gli uomini non provavo nulla, né loro mi facevano provare qualcosa a farlo su di me. L'istinto orale, trattato su quella scena scritta riguardo al vizio vicino alla “zooterastia” (un termine assurdo, dato che in questo si parla di genitali per cui si prova piacere nel farlo eroticamente, non di arti messi in bocca e basta, senza altro di erotico), da quello che ho visto non s'è placato. Strano, e dire che ho tenuto il ciuccio da piccolo fin troppo, a detta dei miei, e che era tardi per portarlo. Sono tutte perversioni inconsce, che facevo senza averne pensiero, senza il disgusto susseguito come ora. Non so dove andare a parare con tutte queste idee; prive di testa, troppo segrete da dire a veri amori, a vere


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speranze in forma umana, troppo scioccanti: ci credo che nessuno fino ad oggi sapesse dei deliri di onnipotenza sessuali degli autori dell'Ottocento, il caos da questi scandali li avrebbe distrutti: come Zola, che racconta abbia spesso un principio di eiaculazione dopo aver scritto di getto le scene da lui preferite, di varia natura. “La perversione è cosa naturale, pregna ne è l'organismo degli umani, in tutte le culture” diceva R. Benedict, nella sua mente ideale, mai comprovata dalla realtà sociale. Quante perversioni sono nel mio corpo, quanti i furori del mio cervello: troppa intelligenza vuole sempre troppa “droga”, piacere sempre più tenace, tosto.


L. Una donna che amò un'altra donna per una dozzina di anni oltrepassando la vedovanza dalla morte cancerosa di lei innamorandosi di un uomo. Le dinamiche dell'amore non si spiegheranno mai; quello che io vorrei cercare di fare semmai volessi continuare la sperimentazione omosessuale: spiegare cosa provo veramente per gli uomini, per le donne, nelle meccaniche, nei sentimenti, nel piacere e nel dolore. Perderò il piacere stesso se mi porrò ancora questo obiettivo fondante. Iniziando le esperienze non mi ponevo se non la fantasia di Ernesto, nel piacere erotico e nello sfogo istintivo, alla base di una ricerca conoscitiva di me stesso, di scoperta di me nell'amore, che piÚ non volevo percepire nell'intelligenza ma nell'affetto, nel vitalismo della pura voglia nell'affetto, nelle coccole, in sorrisi e dolcezze. Non chiedevo che una sola risposta da questo viaggio: se io provavo, col bagaglio già presente in me di sguardi, pensieri, ossessioni fisiche e domande illusive, cosa ero io, se mi sono ingannato per anni nelle cotte eterosessuali e se ero un altro che non ho mai conosciuto, che non volevo conoscere per questo. Il dramma ha fermato tutto l'idillio. Prima una corrispondenza epistolare ed intellettuale con Simone, consumata in un nulla di fatto, nella nube di speranze


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nell'incontrarci, nel progettare eventuali incontri a lungo termine tra Arezzo e Rimini (vidi anche su Internet i tragitti ferroviari, se erano buoni passando per Firenze o Roma); le prime settimane passavo ore a chiacchierarci di molte storie e considerazioni sessuali, oltre alla scienza e alla cultura generale, aspettando di parlarci il prima possibile, controllando sempre la posta su Facebook, dopo alcuni mesi si mostrò in un atteggiamento che non mi piaceva, quasi ipocrita alle prime volte che ci parlammo, da volitivo, privo di serietà, effeminato in certe battute e poco credibile. Non trovai più motivi per tenere un regime di discussione con lui, rispondendogli solo alle sue di chiamate, dopo giorni a voler essere io a parlare con lui. Ho sempre il timore di disturbare, di sentirmi debole e passivo se inizio io a discutere con un ragazzo, di essere disperato nel relazionarmi e nel cercare amicizie o ben altro; aspetto che parli l'interlocutore, che parta di sua volontà, segnale di un interesse sincero, affidabile. Così era per Simone, così nelle chat su Internet, dando l'idea di un rompiballe intollerabile. Dopo Simone, i primi ragazzi sulla chat, tutti finiti appena iniziavo a parlare di mio, mostrando nello scrivere un atteggiamento troppo “anormale”, intelligente ma “non facente alla mia idea di ragazzo”; i primi tempi volevo parlare e incontrarci amichevolmente, solo vedere se il mio interesse era da catalogarsi come omosessuale vero o solo qualcos'altro. Per il primo fu un incontro puramente sessuale: non so cosa mi prese l'ultima volta ma iniziai a fantasticare scene erotiche, per confermare l'incontro, unico al momento, e a raccontargliele in tutti i dettagli, eccitandolo. Il mondo sembrava contro di me, prima col ritardo del mezzo, poi il biglietto mancante col rischio della multa che avrei dovuto spiegare a casa, e la corsa, nel terrore di aumentare le possibilità di farmi beccare dai funzionari nell'ultimo tratto, arrivando stanco e sudato. Subito in camera, pur rimanendo alquanto disilluso per la sua presenza, non coerente alle immagini


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che m'ero fatto nella testa, emozione che provai con Lolò a Siena. Ci svestimmo poco alla volta. Non sapevo cosa fare, la mia prima volta a fare sesso, tanto che il primo bacio in bocca mi fece schifo; non volendo penetrare feci come i cani, strusciando il pene ancora nelle mutande nelle sue gambe, mentre toccavo la sua schiena. Continuavo, dato l'inevitabile insuccesso, a fare qualche battuta, facendolo ridere fino ad avere l'invito di farmi leccare il pene dalla sua bocca, rifiutando apertamente, disgustato tanto quanto il sesso anale. Durò poco; prima di andarmene da casa sua lo baciai in bocca, sentendo qualcosa che mi turbò fino a casa: un ultimo saluto alla traumatica esperienza senza piacere e senza speranze. Così non fu, dato che amoreggiammo segretamente due settimane dopo nel muretto esterno di un'aula universitaria del polo aretino dell'università di Siena, nella sporcizia e nelle piante alte arrampicanti e intorcigliate, concluso dalla sua fissazione per volermi fare un pompino; mi arresi e me lo fece, non provando se non solletico e un vuoto, come il cielo bianco fosco di quel pomeriggio. Persi diversi inviti a riprovare di giocare nelle coperte, sentendomi ogni volta male, al terrore che fosse l'ultima. Volevo garantire la voglia mia di sesso, raggiungere il vero piacere per avere quella conferma, e se c'era un'occasione di rivederci io mi agitavo dal gusto di poter ritentare, credendo di non fallire in quel caso. Dopo un mese, e soli due incontri, tornò dal fidanzato. Prima di Lolò, l'ultima volta in cui feci “sesso” fallito, ci fu quella masturbazione oscena accaduta a metà novembre, disgustosa perché mi ritrovavo con un vero pervertito, coetaneo e foianese. Era anche un po' brutto, e la voglia di sfogarmi era tale che non volevo perdere l'uscita, per poi pentirmene, col suo feticismo e la sua presunzione di potermi masturbare in quel modo. Non lo so cosa cerco, cosa voglio in realtà, se veramente ripartire nella ricerca omoerotica o se arrendermi e non


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pensarci più, ritardando e reiterando una risposta più vicina di quanto ora posso supporre.


LI. Una bella serata all'insegna di libri sulla teologia, vino casereccio, discorsi sulla musica e sulla donna, conoscendo nuove persone e coetanei; il mio carattere sembrava tutto meno che il mio. Nel senso che pur divertendomi, ed era pura libertà il mio giocare, il mio umorismo continuo e la mia verve, tra camminate assurde ed esilaranti, qualche strombazzata con la bocca nelle note della colonna sonora di Nino Rota del film “AMasord” di Fellini, ed eccentricità buffe, nell'alzarmi dalla tavola con frasi epicheggianti del tipo “È l'ora di assicurarci la pancia piena!”, facendo sorridere la gente (quanto c'era di vero nelle bocche sottilmente aperte non si saprà mai, a pensare male della gente non si arriva all'inizio di una celebrazione). Gli portai un libro ardito secondo me, non conoscendolo se non da un mese e poco più: “Pensieri” di Blaise Pascal, con tanto di pacco regalo e dedica aforistica sulla frase “È assai giusto sapere un po' di tutto che sapere tutto di una sola cosa”. Quando la trovai su Wikisource capì che era perfetta per me, sulla mia inconciliabilità a considerarmi più intelligente nei tempi miei, dalle voci degli altri, conscio dell'esistenza di ragazzi coetanei o più giovani di maggior sapere seppure settoriale.


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La curiosità mia era l'occhiello della serata, non riflettei sull'impatto della dedica a lui, molto apprezzata nella saccenza costruitavi. Nulla d'altronde davanti ad un altro regalo, un libro clericale in edizione tardo ottocentesca, cimelio di famiglia dell'invitato, su questioni etiche e filosofiche nella Chiesa di Papa Leone XIII. Ecco che il mio regalo perde di significato con uno del genere, personale e più azzeccato; tanto valeva regalargli il rosaio del mio ultimo pellegrinaggio di otto anni fa a San Giovanni Rotondo, in Puglia, per la tomba di Padre Pio. Personalissimo, simbolo di due giorni di dolore, crisi mistica nel panorama di due chiese, una antica e moderna, di una colossale “Casa del Conforto”, nel ticchettio della tomba del cuore del santo (era meccanico il piccolo cliccare sotterraneo; come poteva la gente pensare che ci fosse un cuore miracolosamente in battito?). La confessione nel confessionale col vescovo era terrificante; andandomene assieme il parentame (nonna, zia Maria ed Elevar, mia cugina) ne uscì distrutto, bloccato nel continuo ripetere rosari (durò l'abitudine per alcuni mesi, rapito dall'angoscia della gita) per accontentare il bigottismo della zia, le pressioni religiose. Non ne feci più di pellegrinaggi. Mi sentivo bene a fare quelle stravaganze inedite in prospettiva dei tempi precedenti, ancora legato ad un formalismo e al continuo dialogare razionale e poco relazionale; ero libero, dando voce a quello spirito mio di dover andare oltre il grigiore della normalità, del continuo immedesimarmi nel passo prima, agitato dalla voglia irrefrenabile di farlo, di elettrizzare la serata. C'era un groppo nella trachea, quell'impedimento alla leggerezza più sfrenata, in cerca di un parallelismo nel parlare, nel relazionarmi con gli altri, che dovevano sintonizzarsi alla mia frequenza dialogante e ludica, tra follie e commenti umoristici e comici, portatori di un sorriso e di qualche esplosione di riso. Intuì che era per lo sguardo che si impuntava nel guardare un amico di Riccardo, Matteo; un sentimento di piacere nel vedere il suo fisico, le sue spalle e il suo busto.


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La sua faccia è piuttosto allungata, da lupo, con un capello degno di un fumetto giapponese, debordante ai lati e piatto in cima, da cappa trapezoidale con la base lunga tonda; non era bello, di quel bello che mai trovo nel viso dei maschi, e solo nelle donne, era il corpo, pieno, non molle al mio primo punto d'osservazione, ma come se costruito, nella forma imponente che dava il risvolto del suo maglione a collo rialzato, rettangolare, preciso e forte. E io allo specchio con i fianchi vuoti, le spalle secche, dove alcuni ragazzi tengono il fisico completo, riuscito. Lo guardavo solo lÏ, nel busto, quasi piacendomene, in quella sommità di pochi centimetri piÚ alta della mia; non lo guardavo mai in faccia, poco coerente col volto, attaccato per qualche strano motivo al tronco che dava l'impressione di una robustezza natia, congenita e fortunata alla mia, costruita nel tempo sacrificando molte ore e molto sudore e fatica.


LII. Si sta ripresentando quello strano sentore di inquietudine, di stranezza che mi ingloba l'animo, mi pervade amaramente e fluido si intriga nel petto, si scivola tra gli arti, nelle mani, un mistume di dispiacere, di livore indescrivibile. Lo stesso sentimento provato ieri davanti a Matteo.


LIII. Come un immane felicità, un'agitazione dolcissima e potentissima mi attanaglia il corpo, uno spirito indemoniato incapace di sfogarsi immediatamente, che brucia i lombi miei; l'emozione del compimento di una prospettiva riuscita, di qualcosa che speravo accadesse da troppo tempo. Un amico conosciuto alla festa, Maso, che m'invita di sua spontanea volontà, per voler parlare con me, e unirmi al gruppo con cui si cenerà insieme. Mai capitata un'occasione del genere, un invito così altruista e aperto (di solito chi è già in un gruppo non invita “estranei” ad unirsi, secondo mia esperienza diretta di serate), e mi pare che questa emozione violenta, straordinaria e meravigliosa sia simile a quella che provai quando riuscì ad accordarmi con Lolò per vederci quella fatidica sera del 15 dicembre. È veramente stupido pensare immediatamente che lui, Maso, sia interessato a me alla stregua parallela dell'esperienza sessuale di mesi fa, di una ricerca su chat di un incontro sessuale ed affettivo, da presupporre che lui voglia provarci con me, non capendo più se io intanto stia vedendo in tutto questo un'amicizia o un amore. Il solo illudermi è come se mi avesse riempito l'animo di quella lusinga dell'essere piaciuti, dell'essere qualcosa per altri essendo se stessi. È amicizia quella che cerco in lui? Un'emozione così


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felice non l'ho provata l'ultima volta che al suo tempo, e se è simile all'innamoramento, alla ricerca di amore e non di amicizia non m'interessa più. Giorni fa ero terrorizzato e pensieroso di essere omosessuale, di sentirmi come tale, ed adesso, dopo il racconto della donna in amore, mi sento come se non m'interessasse più del timore di non dover riconoscermi in un simbolo, in qualcosa. Anche se è chiaro che sia solo amicizia, che dubito che Maso abbia tendenze omosessuali tali da poter aprire la possibilità anche ad altro, per me è sì. Solo perché di bell'aspetto che arrivo a fare tutte queste considerazioni e ipotesi; se era come Ennio, rimanevo angosciato dall'idea che un “brutto” mi volesse. Si vede che ancora sto all'emozionarmi del bambino per ridicolezze, confondendo il bianco al nero e viceversa; tutte quelle domande su di me m'hanno messo in stato di “allerta”, che si stava andando in una strada per me passata come “Viale degli Incontri”; esagero sempre su certi momenti, al punto da farmi saltare il cuore quando qualcosa di sperato accada, se lo volevo profondamente. Poniamoci la questione cosa io voglia veramente cercare in lui. La risposta è di non saperla. Ho passato gli ultimi minuti a scrivere perché allineo un'emozione di mesi fa a questo momento fortunato, cercando di registrarlo con un codice approssimativo, pregiudicando tutta la spontaneità che vi è intrinseca. Due domeniche fa pensai a razionalizzare quell'emozione tra il piacere e il dolore di incontrare possibilmente Lolò, senza capire che non me ne deve fregare nulla del rischio, ma di quello che accade hic et nunc. Io sono arrivato a pensare questo, ora rimane che crederci completamente, cosa più vera che mai. Perché non me ne ero mai reso conto di tutto ciò, prima? Adesso mi sento come in pace, e spero duri il più a lungo possibile.


LIV. Un film a simbolo della mia opera, “Nella casa” di F. Ozon, sull'interesse di un professore di letteratura francese nel liceo Flaubert per la vena narrativa di un introverso e diabolico narcisista sedicenne, Claude, interessato morbosamente alla vicenda della famiglia Raufa, tipica genie medio borghese di tre persone: figlio coetaneo e “migliore amico” di Claude, incapace nella matematica e nel ridimensionare i propri istinti, proiettati o nella violenza più esagerata (desiderio represso di far esplodere auto) o nei disturbi affettivi, arrivando a provare più che un'amicizia per lui (il bacio concluso con l'allontanamento di Claude dalla famiglia); padre babbeo e sempliciotto, come il figlio in preda a qualche follia violenta (distrugge l'auto di un suo rivale), pessimo marito della Bovary dei Raufa, l'amore di Claude, decantato tanto da penetrare le stanze col solo occhio e diventando voyeur perverso. Una casa riscritta nelle pagine ad appendice lette dal professore e dalla compagna, infelice nel letto e nella pinacoteca da lei diretta. Non riesce il ragazzo a descrivere con la sola immaginazione altri scenari, nei primi tempi, sviluppando solo nel seguito la capacità inventiva, facendo credere al lettore/professore che il figlio di lei si fosse impiccato appena li vide amoreggiare in cucina;


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la scena è reale, il suicidio è inventato e scoperto con tonalità thriller più tardi. Come me, poco tempo fa, limitato a raccontare disegni e fondali privi di trama, vicende e storie ricce, elaborate e drammatiche, rimanendo su uno stile puramente gaddiano, di sola osservazione distaccata ed espressionista, dal linguaggio alto e ricercato, privato di emozioni, di continuità e fluidità degna di una lingua cristallina quale è l'italiano. Sono molto indietro nel racconto, e diverse pagine sono impubblicabili di suo, con tutte quelle scene di perversione autobiografica pericolosissime se pubblicate o fatte leggere a gente incapace di comprendere la mia situazione, preferendo lo sberleffo e la superiorità dei normali. Pensando a ieri, allo scritto così pieno di vita, emozione e potenza, per la sola mia idea di quel ragazzo, del suo altruismo e della sua disponibilità per me inedita con cotanta spontaneità; ero felice che qualcuno mi volesse, confondendo il sentimento dell'amicizia con quello dell'amore. Fin da piccolo queste inezie sono state per me fonte di speranza, che qualcosa esistesse per l'io che sono, tremando d'agitazione, di squilibri corporei al concepimento di un allineamento, di un'apertura garantita totalmente, dopo innumerevoli chiuse e delusioni, dalle elementari ad oggi. Nulla mi è estraneo a ciò che mi tocca, nulla mi è diverso da un saluto affettuoso o da una frase equivoca. Dovrei non farci caso, non passarle dall'animo mio e dimenticarmene, che faccio gli studi di comunicazione e conosco l'importanza delle parole, dei gesti e degli approcci, scoprendo se uno mi è amico o ipocrita, falso o sincero. Difendermi dal male, allontanarmelo, per una perfezione, per non errare, per essere “eccellente”. Ma gli angeli non sono umani, sono solo presenze divine. Dentro di me allora riempio l'aulico col volgare, la virtù più eccelsa col vizio più nefando, per essere umano, non riconoscendomi mai in qualcosa di umano, e vedendo gli altri essere sé stessi, mentre rimango a guardare, e una voglia di essere me, di parlare e far


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defluire le mie emozioni tutte in un colpo solo, per essere come gli altri. Invece divento migliore degli altri, per la mia parlantina non toscana, non volgare, non contemporanea, non tranquilla, tutta ragione, tutta maturità. Non posso vedermi nel tracannare alcol, nel ballare in discoteca, nel giocare a prendere in giro estranei e deboli, nel parlare di sciocchezze quali i calciatori, le “fighe” (nemmeno donne, solo vagine da scopare) ed altro. Alla chiacchiera ci sto, perfettamente se buona, non se superficiale, se imprigiona una persona a chimere e stupidaggini infantili. Vedo purtroppo che chi ho conosciuto è rimasto fedele al tram tram quotidiano.


LV. La devo smettere di essere un illuso a pensare moltitudini di idiozie come quelle di due giorni fa, di un ragazzo che ci vuole provare con me e io lusingato debba “concedermi” se vuole che vada a letto con lui. Sindrome di Nanà, una bella voglia di essere nuovo e di ritornare alle esperienze. Ha un'amica che sta a Venezia, con la quale ci proverà, fortunatamente, perché questo presentimento dolce non se ne voleva andare, sapendo che era illusione e basta. Non lo fanno le ragazze con me queste prese di posizione nell'uscire e io subito per un ragazzo parto in quarta. Si vede che la mia parte emotiva è ancora in fase di calibrarsi su un giusto mezzo. È incredibile come ero ieri invaso da questo piacere interiore, da questa foga viva di un sentimento esaudito; sono talmente razionale e preciso da essere un sognatore caotico, freddo da far uscire un romanticismo da Byron, un essere diviso da due giganti, il titano della Ragione e il ciclope dell'Emozione. Voglio subito e tutto, la serata all'ora di cena, l'uscita, nuovi incontri, ore che sfuggono, e se non l'ottengo subito il mio animo si riempie di ansia, di un agrodolce sentore di pieno, intaso nello stomaco, da bloccarmi l'appetito, e farmi saltare le gambe dall'attesa.


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Assecondo la razionalizzazione, la ricerca strutturale di ogni mia emozione spasmodica, e mi faccio dominare dalle mie condizioni, senza liberarmi dalle presenze ansiogene; ancora non riesco a drenare le emozioni più infantili, a metterle in condizioni di non nuocermi, o di tendere alla calma più umana, nell'immagine di un Paolo sfracellato tra le pareti delle caverne infernali, nel turbinio delle passioni, delle incomprensioni, e dei freni inibitori, mossi da convinzioni fin troppo sagge da essere asfissianti. Il senso è allineato alla quiete scrivendolo, e mi sentirò felice quando lo incontrerò, alla scoperta delle illusioni da me create forse per una speranza di una rinascita delle esperienze che volevo dimenticare e invece forse voglio riprovare.


LVI. L'incontro è nella sera, un buon motivo per girare solitario tra le vie dell'Antiquariato e della città acquietata dalla tempesta che ininterrottamente, da tre giorni, non vede un attimo di pausa. Arrivato, passai per le strade a cercare anche qualche conoscente, amico a passeggio, magari per aspettare più velocemente e senza pensieri l'attesa, godendomi l'ora del tramonto in compagnia; poca gente, occupata con le proprie compagnie, e avanti con quella vecchia sfida tra me e l'amico dell'università, fotografo: è la terza versione delle pose a Piazza Grande (punto del pozzetto, visuale camera del commercio e scorcio della piazzetta), un passaggio più diretto con la prima, fatta in occasione della precedente fiera; sono riuscito a concludere l'obiettivo in meno tempo, oramai avevo raggiunto una certa abilità nelle inquadrature verosimiglianti, a tendere nella posizione geometrica e goniometrica delle foto, giocando con l'aritmetica quantitativa delle finestre dei locali superiori della Loggia Vasari, assieme alle finestre delle torri e della Camera di Commercio, guardando le linee della piazza nelle angolazioni e nei punti tangenti alle colonne e alle prospettive della linea dell'orizzonte. Più difficile fu la prova del Prato: sguardo alla periferia in basso, dal muro, e la cornice di tronchi con


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la visuale nei palazzi; nella prima non riuscì a scovare nel baluardo la croce segnaletica tralasciata dall'ultimo posizionamento, probabilmente il gesso si sarà sciolto dalle piogge, ottenendo un risultato poco edificante, a causa del modello oscurato dalla luce automatica della fotocamera; il secondo è concluso in maniera bonaria per noia nonostante abbia ritrovato il segnale, il cerchietto del taglio della balaustra di legno non lavorato, vertice di un angolo ottuso con due panchine. Mi diressi in fondo al colle, alla libreria indipendente Edison, interessato alla mole impressionante dei libri non ancora letti, un'infinità oceanica imparagonabile alla damigiana di pagine sopra la mia testa. Mi addentro negli scaffali dei classici e noto una signora non più giovane alla ricerca di libri; faccio il presuntuoso gentile, dicendole, mentre lei era nella sezione Poesia, che era consigliabile, avendo scrutato la prima scelta per “Jane Eyre”, un libro realista e passionale quale “L'Assomoir” di Zola, mai letto ma studiato, sorprendente in molte scene. Voleva fare un regalo a qualcuno (o qualcuna) e mi misi sulla difensiva, dicendole che allora ero nel torto a disturbarla, non sapendo il livello di lettura di questi. La spocchia è eterna. L'incontro è stato veloce, e mi disse di entrare in macchina velocemente, per non arrivare in ritardo. Mi ha profondamente colpito la premura, l'altruismo e la gentilezza nel seguirmi, di Maso, studente a Siena, con alle spalle amicizie consolidate e relazioni concluse ed attive (la ragazza di Venezia è una “frequentatrice”; vi aveva amoreggiato prima di raggiungere alcuni suoi amici musicisti, come ho notato facendogli la battuta della “bottega” aperta, dove cascano tutti). È l'esatto opposto di me: estroverso, spensierato, tranquillo, perfettamente immerso nella realtà e nelle esperienze, di preferenze normali e non letterarie (ha letto dieci libri in tutti questi anni, solo scolastici); come non posso non essere attratto dal suo carattere e dalla sua personalità, quell'Hans amico di Tonio Kroger, ammirato da tutti e amicissimo del protagonista, che nel profondo ne è quasi innamorato.


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La serata con i suoi amici, col gruppo di individui fantastico con cui passai la serata, era una delle migliori di questi ultimi mesi; tutti più grandi di me, affascinati da un ragazzotto di bell'aspetto con una verve linguistica e umoristica decisamente superiore a quella dei coetanei, forse al di sopra della loro, di venticinquenni, tanto da farmi sentire unito, ognuno specializzato chi nel cinema d'explotation e horror, chi nella musica, chi nelle canne. E sempre Maso, a chiedermi appena soli come mi trovavo nel gruppo, sincero più di Gigio, diverso da quest'ultimo per una certa maturità tipica della sua età, introvabile tra persone della stessa mia annata. Tutta la serata ad assistere a discorsi, chiacchiere originali, vere, e non potevo non sentirmi bene. Il disagio subentrò; non lo volevo ma l'algido bloccarsi delle emozioni, contorte da troppe considerazioni e ricordi, timori: la felicità trovata in gruppi in cui ho tentato di entrarvici, come quello di Follonica di Francesco, quello di Gigio qui, pochi sabati passati, passata e non più ripresentata per scissione continua, per occupazioni; tutti queste entrate a freddo, improvvise in gruppi nati anni prima, sentendomi spaesato ai loro discorsi e ingelosito per le loro relazioni consumate, nel ricordarsi delle scenate, delle sensazioni, delle melanconie. Il peggiore di tutti, durata quasi tutta la serata, era quella per lo sguardo e il sorriso di Maso, poche volte sfiorato con gli occhi, in soggezione della sua presenza estrosa e diametralmente opposta alla mia, associata a tutte le fantasie precedenti, violentissime e assurde, provate fino al midollo (ho avuto come la sensazione di volerlo baciare, in un momento in cui era molto vicino a me). Perché andare avanti con queste emozioni idiote? Fossero condivise mi sentirei meglio, decisamente migliore in un parallelo di sentimenti, ma un conto è un castano diciannovenne bisessuale come me, considerato “un genio incompreso” amichevolmente da un ragazzo di un anno più grande di mio fratello, privo di qualsiasi interesse omoerotico. Vorrei dirglielo, che c'è questa


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fissa verso di lui, ma sarebbe troppo, una bomba a un possibile idillio, che mi priverebbe nel massimo raggiungimento sociale degli ultimi mesi. Mi dice di non dovermi piegare troppo agli altri, di non temere dei pensieri altrui e delle macchiette che mi appioppano; quanto può un passato dare ragione a giustificazioni di pieghe e forzature di cui ne sono grondante, di questo Super-Io quasi invincibile e di ignota etimologia. Quando mi fisso sono implacabile, non rendendomi conto di giocare con la pazienza delle persone, e della mia stessa felicità. Ho paura della felicità? Temo che duri poco, e di rimanere solo, a cercare ancora, a starmene incompreso per davvero, e non sentirmi preso in comunione, di vedermela scomparire per cause maggiori, esterne, immodificabili, inopinabili, a cui non poter rimediare, impotente. Queste idee su questa nascente amicizia, con un ragazzo troppo aperto per la mia storia delle relazioni umane, che confondo gli approcci di Lolò (terribile la bolla di pensiero della rassomiglianza con lui, subito un fuoco mnemonico), sono talmente ambigue che chiedere sarebbe inutile, anzi poco maturo: non mi entra in testa il fatto di limitare le riflessioni su questi punti, di godere, vivere che analizzare ( e lo dice pure lui!); e non penetra per abitudine, da modificare nel tempo, al passaggio delle nubi da temporale. Mi dice anche di considerarmi nel bene, non nel male come al solito, ed è giustissimo, se avessi più ricordo delle bontà che delle deficienze mie: mi vede come un lettore straordinario, dai miei centocinquanta libri, pochi per uno che vuole “eccellere”, un ragazzo intelligentissimo e vivacissimo (ritornando a Piazza Sant'Agostino dal campo di pattinaggio , passando per la piazzetta De André, come un bambino saltellai nelle “zebre” pedonali bianche, in tutti i punti bianchi, divertendomi come un matto mentre gli altri rimanevano meravigliati dalla mia stranezza), oratore di battute deliranti con cui strappo sempre almeno il sorriso. È come se non mi sentissi alla loro altezza, diverso pure nel vestirmi, da classicista come sono. Ci fu un


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momento in cui stavo pensando di mollare, una serata e basta, per colpa del sentimento struggente in me; non potevo, era contro di me, che desidero la felicità, la quiete, la compagnia, l'amicizia e il non sentirmi più estraniato dal mondo, e contro di loro, aperti a parlare con me, disponibili ad imbarcarmi in imprese future, anche estive. Mi avevano offerto una canna, la celebre marja delle persone rilassate, forse notando dalla precedente discussione dei miei nervi; il problema è nella mia mente, ritorno a reclamarla per dare voce e nome alle emozioni turbolente, non accorgendomi del suo bieco gioco a quadrare le cose, a sottolineare e mettere in categorie da fare e non, da assecondare ed evitare. Costruire tutto per proteggere me e gli altri dal sisma dello shock, un muro di cinta per evitare che i massi delle nostre rispettive montagne collassino su entrambi. Tutto in nome del senso civile, nobile ed umano; ma a perderci più di tutti sono io, talmente generoso in questa opera eroica da non liberarmi dall'onere in alcun modo, sempre in battaglia contro questo Male per la salvifica di tutti, conoscenti e no. Annichilisco me stesso, censurandomi fino al silenzio, per dare voce al mondo esterno; martire di me stesso, l'eccellenza ideale e innominabile, impensabile. Non posso farlo, non più. Non vedo perché continuare a seguire la logica divina di questo impegno, sublime ma deleterio, se alla fine di questo viaggio la strada della felicità da persa diventerà perduta (la bellezza di due radici semantiche diverse nel lessico: la speranza di rientrare nella via e la sconfitta totale, la caduta). Anni che penso a tutto, e mi viene dal cuore di non seguire questa tortura autoprogrammata e costruttiva, che mi renderà un angelo, ma non un umano. Deve essere dentro di me la volontà, non il semplice scritto riflessivo, di vivere, di allontanarmi dalla mia idea di vita, e vivere, fiorire. Solo il tempo vorrà disintossicarmi dai veleni innocenti della mia mente in evoluzione.


LVII. Ho passato la notte con il senso dell'innamorato, dalla passata serata, pensando a questa amicizia, ai viaggi in gruppo, alle uscite garantite. Da quanto era forte mi sono alzato agitato e abulico allo stesso tempo, e solo scrivendo il riassunto della serata, tutte le mie considerazioni, mi passò ogni sentimento. Appena però scopro la sua presenza su Facebook mi si accende uno dei miei organi, si riscalda, volendo parlare con lui e chiacchierarci; mi fermo al solo immaginare di quanto possa essere frustrante questa ossessione dialogica tra me e lui, la cui età lo terrà occupato tutto il dì. Così era per Simone, così per Valerio: parlare, chiacchierare quasi per ore intere, di tutto, per conoscerci e capirci, e sentire l'affinità, l'uguaglianza; non pensarmi più solo, avere qualcuno con cui vedere nella realtà le medesime idee (con Maso è diverso, diametralmente opposti nella lettura della vita). Mi sento come ad obbedirgli ogni volta che mi consiglia. Chi mi vuole bene, chi lo fa per il mio bene, lo ascolto, gli obbedisco, gli credo. Tipo mio padre, con la storia della palestra per le mie spalle: passai giorni infelici nel tormento del ritorno di questa incapacità di essere arrivato ad un punto in tutto questo allenarsi; anni di ginnastica, cyclette e di corsa leggera. Adesso non gli basta; vuole che io m'ingrossi nella parte alta del fisico,


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per un mese e mezzo, così “potrai fare il sirenetto in vacanza”. Dal dispregio all'ansia, quella dell'attesa. Ora voglio fare palestra, così potrò vedermi veglio allo specchio, precipitare ancora più in basso nel mio narcisismo, aumentare la mia fantasia erotica. Ancora torna la questione dell'omosessualità? Se voglio fare altre esperienze, non le potrò più fare col vecchio sistema delle chat erotiche, non dopo tutta quella vergogna provata a ridurmi come quei pederasti in giro (per poco uno mi scoprì, minacciandomi di penetrare nella notte in casa mia; appena letta la frase mi gelai come non mai). Durante la prima esperienza mi consigliò l'amante di turno di vedere all'ARCI Gay, dove incontrare altra gente. A parte che questo significa iscriversi ad una lista, e qui far trapelare qualcosa di cui ora non sono certo, ma solo perplesso; preferire conoscere qualcuno a quattr'occhi, lontano da movimenti, bar tematici e altre idiozie, in cui non mi riconosco. Una volta ci pensai a passare all’ARCI di Firenze, tanto per capire il sistema. Se mai volessi tentare, lo dovrò fare da solo, abitando a Firenze, fuori da occhi indiscreti e familiari. Che stranezza la storia di Simone. Mesi fa voleva tentare, davanti al mio medesimo dubbio, prima una relazione con le ragazze; da qualche mese, forse prima di febbraio, si è “arreso”, considerandosi omosessuale, senza riserve. Che io in fondo non mi stia illudendo di poter continuare con le donne, davanti alle ipotesi di queste esperienze e di qualche amicizia epistolare? Il problema è nell'occasione: se per caso fossi nel momento di poter assecondare la ricerca al sesso con una donna, se sentissi poi ribrezzo a farlo, davanti a lei. Non credo sia timidezza, ma un senso strano, cristallizzato da tutta quella masturbazione a tratti compulsiva sul mio fisico, sempre su di quello. Con le esperienze fu sempre incompiuto. Lì, nudi, e quindi doveva accadere qualcosa. Ma per quanto fossero belli, non mi eccitavano le loro spalle, il busto o altro: premevo il loro corpo col mio, e il tocco avviava al mio organismo il processo di erezione, pur non pensando a


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nulla, non vedendo nulla nel mio cervello del piacere del corpo maschile. Io non vedevo altro che il mio fisico, le mie braccia, il mio torace stringere, premere, gonfiarsi e sopraelevarsi al fisico dell'amante. Lo tenevo dritto solo con questo, con la mia prevaricazione totale su di lui, “dominatore nato” come diceva il primo, schiavo di me, della mia possanza. Mi accentro al sesso, al volere bruciare subito la candela e gettare la cera subito dopo. E l'amore? Esiste, sentivo di voler esserci, di seguire, di andare ovunque. Ma per cosa? Per il sesso? E l'amore? Non sono così lontano dalla mia generazione. Sono il simbolo, il raggiungimento più concreto di tutte le contraddizioni, tutto lo strano, l'anormale e il delirante; e tendo all'aulico, alla nobiltà, quasi a pentirmi di tutto, a voler essere ciò che il mio volto dice di no, negli occhi marroni innocenti. Lo sto scrivendo, ed è un paradosso, ma sento di essere vivo a narrare questo, il male mio, superiore a tutti, così tranquilli nella normalità innocente. La “Belva” diceva il poeta Caproni, “mostruosa”. Cosciente del male, immondo, e quindi vero, immorale. Non voglio più nascondermi all'ipocrisia dei falsi; sono talmente diverso da essere più vero della verità degli altri.


LVIII. Non credo di poter scrivere molto, per non distogliere la mia mente alla colossale prova tra due giorni, di una difficoltà tale che ho tempo due giorni per ripassare tutti e trenta gli autori dell'antologia. Sono fermamente convinto che le mie solide conoscenze letterarie non richiedano un ripasso ferreo simile alle precedenti parziali; il dubbio rimane, e cresce lentamente, come sempre. Da due mesi non mi si forma la classica manifestazione ansiogena scattante una settimana prima: una settimana prima è un minuscolo tarlo che saltella leggero nella parte più avanti della cassa cranica, ricordandomi che a breve dovrò mettere in gioco le mie competenze, non credendoci e sviando il problema al dopo. Tre giorni prima del compito si paventa cresciuto, nello sterno, a punzecchiarmi, a dire che rischio il fallimento se non inizio subito. Lì inizio a darmi una mossa, notando sempre come lo studio dapprima sottovalutato si dimostri più arduo di quanto lo fosse; considero sempre lo studio come fattibile in qualsiasi quantità possibile. Ho passato il pomeriggio con un paio di ragazzi a leggere e rileggere più di venti passi possibilmente richiamabili nel primo esercizio, dal più celebre “Gattopardo” al misconosciuto “Le mosche del


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capitale”; all'inizio non credevo di voler passare con loro il pomeriggio, prediligendo lo studio domestico, ma non me ne interessai più di tanto e procedetti a divertirmi con loro nella pausa pranzo, consigliandoli una paninoteca rustica vicino all'Ospedale degli Innocenti. Da quanto lessi non capivo più nulla, manco come mi chiamavo io. Mi ricordo solo che ogni momento era buono per farmi scattare il secondo processo ansiogeno, stavolta tipico e assurdo: più studio e leggo, più mi accorgo di non conoscere a pieno l'argomento, di non riuscire a riassumere nella maniera più esauriente e completa, rischiando enormemente non soltanto di non raggiungere l'obiettivo sublime del voto alto, ma anche di cadere in un voto basso o peggio, l'insufficienza. Avanti con le ore e mi preoccupavo di ciò che non sapevo, e pur andando avanti sentivo la deficienza del sapere, cominciando a fare prove sempre più complesse nelle scene più disparate, nella garanzia di sapere per bene (in treno, un'ora dopo la fine delle letture; al passeggio poco prima; in stazione, in attesa del treno; ecc. ecc.).


LIX. Un ragazzo vorrebbe ripassare con me, via Skype, gli argomenti di Letteratura. È stato strano. Apparso dal nulla, da come chiedeva insistentemente sul gruppo su FB, dai modi alquanto estrosi e nervosi, dall'atteggiamento tendente alla paranoia e alla permalosità; pensavo sinceramente fosse un omosessuale, che volesse provarci con me. Ed evo da una parte lusingato, come nel caso di Maso, ma non accondiscendente, quasi preoccupato dato il suo aspetto per me non piacevole. Come presupposto mi sembrava reale: mi chiama insistentemente; cerca in tutti i modi di parlare con me, mandandomi messaggi al cellulare a mezzanotte, dopo essermi coricato; fa squillare il sistema telefonico di Skype, mandandomi in disagio, per il timore remoto che voglia provarci con me dicendomi via telefono qualche cosa di disturbante. Verosimile se non che è stato fidanzato con una di Lucignano, quindi un altro caso errato equivoco. Un comportamento così estroso mi fa fastidio, specie da un ventiquattrenne come lui, presente a questo parziale solo per una coincidenza, malgrado abbia dato già dieci esami in un anno. Che sia un coglioncello però lo saprò domani: farò un'altra sessione di studio pomeridiano, in vista della prova imminente, preferendo scrivere qui piuttosto che ripassare alcune


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date richiedibili nel compito. Ha mandato su tutte le furie tutto il gruppo, per la nevrosi che ha istillato a chiunque stesse chiedendo altro; insistente come me, in fondo, ma poco razionale, non capendo che non è il tempo né il luogo per “essere calmi”. Se ne è andato dal gruppo quando Fiammetta, proclamatasi matrona del gruppo, lo avviso della rottura di scatole che stava dando a tutto il quieto pubblico. Domani sarò con gli altri ragazzi a studiare, e presumo che la sua presenza influenzerà il gruppo di studio. Negativamente, se gli altri non lo sopportano.


LX. Non sono l'unico narcisista dell'aula, fortunatamente. Prima dell'inizio dello studio pomeridiano ho passato le due ore della lezione di Teoria dei Processi Comunicativi in uno dei chiostri della sede, a ripassare ad alta voce con uno dell'aula gli autori più quotati, bruciandomi la lingua a parlare solo io. Arriva un suo amico, vestito come se fosse inverno, in una delle giornate più serene delle ultime due settimane: scopro che lavora da due anni nei palinsesti per le mostre culturali, guadagnando all'incirca ottocento euro mensili; permettendosi di vestirsi con abiti propri e di passare, grazie al lavoro, vacanze gratuite a Nizza. La gente muove il proprio deretano e fa qualcosa di costruttivo, io sono qui a scrivere un'opera di difficile pubblicazione (da censurare in più punti), nella pigrizia e negli agi di essere servito e riverito dalla famiglia. Come personaggio è strano, questi che racconto: il volto ha le fattezze androgine, gli occhi femminili nelle guance piene di brufoli; la voce per altro è giovanissima, simile a quella del doppiatore del primo Harry Potter. Ci discuto un attimo sul fatto che mi pare un dandy, che scialacqua i soldi per vacanze costose (un esempio è che spende soldi a Nizza in bevande lussuose) e nel mantenimento di diverse case ed appartamenti in tutta Italia, senza affittarle o sfruttarle per ridimensionarsi


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dalle tasse e dall'IMU (lo stesso sbaglio, in spirito “latifondista”, del suocero di mio zio, proprietario di alcuni appartamenti a Foiano, mai usati). Sono nel torto: i suoi familiari non vogliono sfruttare case di famiglia, usate in ogni occasione; i soldi non vengono scialacquati sempre; e molto altro. Mi sono fatto un'idea sbagliata. Fino a che non mi colpì il fatto che lui si ritenga narcisista, arrivato a “guardarsi lo specchio anche nello scopare con la propria ragazza”. Quanti tipi di narcisismo esistono nell'umana mente? Perché il mio è molto più feroce del suo, se non se ne preoccupa nel sesso.


LXI. È strano il fatto che nell'arco di tre ore dal disagio che provavo per lui, della sua personalità tendente all'infantilità estrosa, mi sia diventato simpatico. Arriva in tempo alla biblioteca e non riesce a capire come agganciare il lucchetto degli sportelli per le borse vicino all'entrata della sala di lettura, incasinando la bibliotecaria nel disattivare il congegno di protezione, resettando il tutto. Anche a pochi metri si sente l'olezzo del suo alito; come è possibile che il mio cervello abbia mai potuto pensare di tendere all'accondiscendenza, che non ha nulla di valido. All'inizio invidiavo i ragazzi del gruppo, rimasti a casa per problemi di mezzi. Ma poi accade che questo sentimento, attivo da ieri sera, si spenga, e non provi lo slancio simile a quello di sabato per Maso. Lentamente, capendo che in fondo è amichevole e pronto ad aiutare tutti, con le innumerevoli pagine del raccoglitore piene di dati su Letteratura. Se penso che nella mattinata, in sua assenza, parlavo di lui con un conoscente dell'aula, assecondando le malelingue, mi viene il rimorso. Tutto sommato siamo simili nella nevrosi per il compito, nell'ossessione a prendere a mente tutti i dettagli di ogni autore, a segnare ogni possibilità e statistica. Da quanto parlavamo in biblioteca c'era il rischio di far innervosire


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qualche lettore silente, e portarci alla cacciata dalla sala. Non sarebbe stato un problema: fuori c'era un sole fantastico, un clima che desideravo da giorni; purtroppo l'esame ha fatto saltare ogni uscita interessante, per la città. Dopo il compito potrò stare fuori con le compagnie quanto voglio. Non sento di essere pronto per il compito. Non faccio altro che convincermi che non serve studiare anche la sera se ho fatto il mio nel pomeriggio; vorrà dire che ripasserò un'ora prima del parziale. C'è però da dire che l'ansia, il sentimento più violento, da agitarmi, tormentarmi nel leggere, affossandomi ancora di più nel dubbio di non sapere giustamente le argomentazioni, non si è ancora palesato totalmente. Ho come l'impressione che domani avrò un testo di lettura semplice, tra quelli letti e stralletti e analizzati più completamente. Non sarebbe male passare il pomeriggio, domani, ancora a Firenze; stavolta non per studiare.


LXII. Eccola madama Ansietà , nel disturbo di una data non ricordata perfettamente, a cui è crollato tutto.


LXIII. Bianca. Mi sembravi solo una povera matta, una scemenella senza arte né parte, prepotente e acida nella tua boria e nel tuo voler scherzare al mondo intero, trovandoti sulla strada io, colui che non ti crede così sciocca da ridere di argomenti così delicati e patetici. Il disprezzo era alto quando risposi, sapendo in seguito che era tutto un discorso buffo, da non prendere sul serio, scrivendo “la dittatura fa bene allo spirito”. Rimasi disgustato fino alla fine, nonostante volessi parlare seriamente su questo argomento, troppo alto per sghignazzarci sopra; ci ridevi ancora, non eri vera. Parlo con te, ti chiedo perché tutto, e ti scopro. Una bresciana coetanea, tradita da troppi uomini tanto da non credere all'amore, sperimentando allora la ginosessualità, e l'amaro della vita ritorna ancora possente. Come le parole mie, la forza della mia fede nell'amore, nel legame, nel sapere che qualcuno esiste, che il male non trionferà sugli animi. Ora scrivo di te, dopo tutti quei racconti idioti sul mio narcisismo, sui miei pensieri erotici di matrice immaginaria: non capisco perché, in tutto questo dialogare non sentissi nulla, l'energia che mi stringeva il cuore quando, con poche battute innocenti sulla mia personalità, parlai su Facebook con Maso, non la ritrovassi in te.


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Forse in fondo, per quanto bella, non mi piaci: nelle tue foto pensi ad altro, eviti te, la tua vita cruda, e neghi il tutto nel riso; forse l'essere lontano (ma Maso ha la ragazza a Venezia, la quale si presentò ad Arezzo l'altro giorno, per lui; i primi tempi poi con Simone, nonostante fosse Rimini, non pensai al peso della distanza, sperando un giorno di vederlo); forse perché, per quanto tu senti che io sia simile a te, che, pur provandoci, non sento, al ricordo di tutte le discussioni, le liti su Facebook nella pagina della redazione, sempre con la tua arroganza, che io possa volere un tuo incontro. Oppure che non mi possa più innamorare delle donne, sentendo il sentimento per amici con cui l'emozione sembra vada oltre all'amicizia. Quanti pensieri, quanti casi. Fiammetta. Anche lei pensai di potermici innamorare, eppure la scopro ignobile, infantile, come la volta che lei mi diede del “senza palle” perché non le obbedì: alla lezione di Letteratura mi ordinò di prendere, essendo vicino a lei, la lista degli appelli da firmare in mano ad una ragazza della fila precedente; non volevo fare il bastardo saltando la fila, non facendolo lei mi offese. Settimane fa ancora pensavo alla speranza di parlare con lei, dopo quella discussione amichevole; non ho più alcun interesse per lei, alcuno. Devo per forza innamorarmi adesso? Vedo tutti quei ragazzi in giro, invidioso delle loro compagne, mentre io solo, o in compagnia di ragazzi. Sto forzando un fatto naturale; tento di provarci con tutte le donne come i donnaioli di Proust, per avere la conferma di non essere ciò che non si vuole essere. Se penso a ieri, vestito di un golf attillato, andavo in giro per Arezzo tronfio del mio fisico, e guardavo tutte le ragazze sperando che mi vedessero negli occhi meravigliate, eccitate dalla mia bellezza. Mi fermavo in ogni specchio a rimirarmi, per essere il più piacente possibile. A parlare con Bianca, in tutte quelle descrizioni erotiche che le raccontavo per provarci con lei, assecondando il mio interesse a raccontarle del mio


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narcisismo; mai si è alzato il bollore nel sangue, come invece accadeva nel periodo degli incontri via chat (i pochi casi in cui poi ci sarebbe stato anche un incontro reale); calma piatta. Non riesco a spiegarmelo, anche perché da tempo non faccio altro che masturbarmi pensando a me che faccio sesso, non a chi faccio sesso: vedo nei miei pensieri io, sempre e solo io che eccito l'amante, stranamente più donna che maschio, facendomi toccare il corpo, perché il mio membro possa farla godere nella penetrazione, immaginandomi anche di toccarla, per eccitarla. Un mal di pancia, un'indigestione violentissima per una serata movimentata e molto chiacchierata. Tutto quel fritto m'ha fatto passare un dopocena veramente molesto, coll'incubo di rigettare in città, davanti a tutti; per quello che sembrava dal pomeriggio avrei dovuto incontrare il mondo intero, ed è stato così: alle venti mi avvisa Mario che sarebbe passato per il centro, tornato dal suo soggiorno universitario fiorentino, così avrebbe incontrato Maso e tutti gli altri. Il tema della serata sono state le donne: non posso che provare invidia per uno come lui, che fin da quando aveva la mia età aveva avuto relazioni, esperienze con donne, tutte soddisfacenti, avendo tutt'ora due frequentazioni libere, con due donne diverse caratterialmente ed interessanti. Invidia perché vorrei che fosse accaduto a me, l'anno prima, per essere uguali nelle proprie esperienze, e non ritrovarmi in mancanza, in deficienza alla sua condizione; da tutte queste esperienze ha ricavato un corredo esperienziale emotivo, vivo e vissuto, credibile e toccabile, mentre io mi ritrovo la maggior parte delle esperienze vissute dal distacco razionalista, che le avrò vissute come lui, in toto, ma sempre estraniato dall'emotività. Per tre ore abbiamo parlato da soli su questo argomento, creandomi un disagio micidiale, sentendomi in qualche modo non normale, gelosissimo della sua felicità, tranquillo nelle sue piccole cose, nelle donne che sono più che sicuro che ama, che cerca perché


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le ama; per me, sentendogli uscire quelle parole, tutte quelle uscite, relazioni, un furore di accidia, di disprezzo mi pervase l'intestino, bloccandomi tutta la digestione. Ha cinque anni più di me, ma in quegli anni ha fatto scopate e relazioni degne di un Casanova, in cui non ci si vuole vedere, perché non è un puttaniere (persona che il veneziano non era tra l'altro). Non mi sorprende che abbia successo: è difficile che una donna non possa rimanere meravigliata dal suo modo silvestre e virile, e questo spiega il successo. Il problema è che ho pensato volesse rivendermi il suo paradigma di amore. Mi raccontò una sua esperienza “traumatica”: alla mia età, dopo diverse uscite di solo sesso, s'innamorò di una ragazza perdutamente, e per averla tutta per sé le fece vincere assieme a lui un premio scolastico, di una settimana a Parigi. Una favola degna di un romanzo rosa, se non fosse che lei gli chiede, durante la gita, se voleva scopare. Lui voleva scopare ma in quella occasione disse di no, pentendosi dolorosamente, e in qualche modo s'è ripromesso di non fermarsi mai a nessun freno, e se voleva conoscere un potenziale amico, lo faceva (come per me), o se voleva conoscere una ragazza, che le piacesse caratterialmente, se la faceva. Molto dannunziano. Lui si pente di non averla scopata, e da allora se vuole lo fa. Mi sa tanto di amore “trascendentale” il primo: lui voleva amarla, non scoparla, e mi può dire che se la voleva scopare, ma se non l'ha fatto e perché inconsciamente non sentiva di volerlo fare, di “rovinare” l'idillio con una scopata volgare, non al suo amore. Chiaramente parole del genere, se dette da chi non ha avuto esperienze femminili, non sono attendibili, ed è quello che pensa in fondo di me. Sente che io adotti un metodo relazionale con le donne troppo “idealizzato”, troppo “ferreo” e “ambizioso”: facendo così rischio di non potermi accontentare e scoprire le piccole cose, la semplicità, e di rincorrere una chimera che può anche esistere nella realtà, ma non significa che comporti a giustificare


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l'ansia mia, di trovarla, o meglio “di vederla scendere dal cielo”. Ha ragione. Ma non gliela diedi, dando invece ragione alla mia diversità di vedere le donne, per lui semplicista anche nei casi da me citati: non volendo accondiscendere alla richiesta forse gentile di Fiammetta di prendere la lista degli appelli nella fila avanti, per poterla firmare lei, mi beccai l'appellativo di “senza palle”; non facendo nulla, non dicendole che lei la pensava diversamente, non mostrando in qualche modo la mia ragione, ma lasciandola fare, è come se mi fosse andato bene di farmi chiamare “senza palle”, non mostrandogliele. Con donne dalla parlata così gentile e dolce non sento di esserne all'altezza, e non m'interessa cadere nella volgarità per poter conoscere qualcuno che in fondo non ha nulla di speciale. Le vorrei proprio incontrare le sue donne, per capire che personalità siano; se sono mature ed intelligenti come piacciono a me o sono delle banalità che per lui basta, per me no. Perché lui s'accontenta, io no. Non posso farmi bastare qualche ragazza sempliciotta, pur inserita nel mondo, tranquilla nel suo tempo, senza dubbi, senza incertezze, senza una maturità attiva, in costruzione. Lui è un contemplativo, che ama la donna così com'è, del suo semplice. E pensa di far cambiare idea a me, nato nel Caos, nel contorcimento totale della vita, del complesso, dell'assurdo. Certo, avrò sempre invidia della felicità altrui, compiuta, riuscita e godibile, ma io combatto, affronto, cerco; sono in una guerra, un'epica impresa per far valere il mio diversissimo io. Troppo facile la strada delle ragazzette, che forse proverò a breve per sentire se per me potrà funzionare (così gli impedisco di riprovarci a parlare con me di donne); io voglio la Musa, la vera donna. Per tutta la serata ho represso le emozioni, di natura ostile, che dicevano che ero debole, un insignificante essere davanti al successo, alla vittoria in lui incarnata, alle donne che si faceva, all'eroe che vorrei essere. E


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parlai da perfetto razionalista, dicendogli molte cose di me, del mio passato, del recente tempo della ricerca sessuale. Lo so che mi vuole bene, che lo fa perché interessato a me come grande amico; per me è un miracolo il fatto di sentirmi da lui come in analisi, pur non essendo laureato in psicologia e avendo le sue esperienze felici e tranquille. Quell'emotività che in lui è compiuta al massimo io la voglio avere, e qui tutta l'ansia da attesa, a volerla. E basta che, come già scritto, mi sciolga un po'. Cosa significa sciogliersi? Dire che tutto mi deve piacere, che devo adeguarmi a tutto, al gusto e ai modi di tutti quanti, per avere la felicità. E quanto di me rimarrà se sciolgo tutta la mia essenza? Gli voglio un mondo di bene, ma non è che intellettualmente voglia essere come lui, coi suoi dieci libri letti. Si rivede molto di lui in me, e più volte me l'ha detto, però lui non è me e io non sono lui. Io posso essere come lui, ma non sarò lui. Io sarò sempre Niccolò, il ragazzo che capiva le donne, e le amava per questo: lui va alla ricerca di donne che siano similmente materne, per quello che m'ha dato ad intendere; io voglio una pazza come me, ma allo stesso tempo genuina, che non si nasconda, e sia vera fino all'ultimo, seria. In questi ultimi giorni personalmente ho avuto molto di cui essere fiero nei modi con cui comunicare: come la storia della Benedetta, che mi arrampicai nella terrazza d'entrata degli Svizzeri, e se avesse provato a parlare ancora della sua “bruttezza”, giuro, bastava che l'avesse detto e davanti a tutti lo avrei fatto: mi sarei tolto il golf e sarei rimasto a torso nudo, dicendole “Ecco, per farti capire quanto per me sei bella, che in pubblico mi sono tolto la veste!”. Buffo è il suo racconto dell'ultima relazione: durata tre anni, temette di perderla per colpa di alcun ragazzi che giravano introno a lei, cominciò ad “azzopparsi”, minando il suo proprio carattere, nel timore che ci fosse qualcosa in lui che la facesse perdere; e così fu, la perse. Posso dire che in quanto a comico siamo sul mio stesso livello, sebbene nelle esperienze “diverse”; anch'io per


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colpa di qualche parola errata feci intendere male e scatenò una polemica con una di classe mia. L'amore vero comporta fare follie, e sono certo, le farò. Ma deve essere vero, sennò a fare il buffone non ci sto. In qualche modo stasera ho abbattuto quella figura idilliaca che era in lui, di perfezione raggiungibile nelle donne, notando come nemmeno il suo paradigma sia più sicuro del mio. Vedrò sicuramente di applicarlo, per provarlo nella pratica e non in puro astratto come ho continuato a negarglielo: un po' per obbedire alle “persone care e buone con me”, forse compiacendolo che ha ragione su un ragazzo dal cervello cinque anni più evoluto della mia età coetanea. Il mio timore di fondo è se mi scapperà la mano da tutto questo, se dopo non cada nell'erotomania, sentendomi uno sborone e un puttaniere, così da mandare al diavolo l'amore vero, teorico ma sublime, per un po' di sesso degno di qualche pellicola cinematografica. Perché questo screzio per lui, che in fondo mi vuole aiutare, consigliandomi tecniche che già so? Nessuno nasce imparato, e più volte m'ha detto che sarò io a scoprirle, parlandomi di consigli spassionati e amichevoli. Il fatto che emotivamente sento che ci sia qualcosa di vero, che dovrei obbedirgli, non voglio però farmi mettere i piedi in testa da chi conosco da poche serate, per quanto apertissimo con me. Fin da quando lo conosco, le mie parti emotive sono in fermento: il caso è assolutamente inedito, introvabile nella mia storia e non so come comportarmi. Una settimana mi ero detto di essere libero da questi preconcetti e di dirmi sciolto da tutto: continuano a tempestarmi l'animo, a punzecchiarmi a dire, e dire, esprimermi, fare; ci sono dei casi in cui non so cosa fare, né dire o esprimere. Mi pare assurdo che sia solo io in questo caos, che in giro non ci siano altri della età mia o sua, più normali di me ma tesi, nonostante non lo diano a vedere in un'estroversione convenzionale e impassibile. Sono fissato su molte cose, i motivi ci sono, eppure voglio ancora credervici; qual è il movente?


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La Benedetta mi disse che all'Elba quest'estate ci sarà, a lavorare in un bar. Non mi ricordo quale giorno, e se mai è a luglio, in mia villeggiatura: questo è un promemoria, a ritornarmi alla mente di volerci parlare con lei, nella speranza non sia più fidanzata con quel Niccolò.


LXIV. “A volte credi che gli altri possano giudicarti malamente ed allontanarsi da te, se chiederai loro aiuto. Se la tua condizione ti fa sentire a disagio, cerca di lavorare sull'idea che gli altri non sono necessariamente migliori e che le situazioni nuove e inaspettate possono anche fornire stimoli piacevoli e costruttivi. Inoltre non devi lasciarti condizionare eccessivamente dal timore di perdere la stima e la fiducia degli altri, in fondo chi ti vuole davvero bene non cambierà opinione su di te così facilmente”. Un ottimo sito quello di Nienteansia, sebbene per due volte m'abbai dato ben 52% di autostima, dicendomi che andava bene, mentre in questo caso era di 47%, dopo aver esagerato in alcuni punti. Gli eventi con Maso lo dimostrano. Ancora mi dà fastidio del suo successo nella vita, nelle donne, pur sapendo, e anche lui me lo mostra, che potrei avere anch'io altrettanto successo, forse maggiore del suo. Sono molto riflessivo sull'amore, quando non bisognerebbe esserlo. Anzi, nell'amore c'è e ci sarà solo emotività: è che mi programmo tutto in anticipo, perché segua la linea della mia felicità, del mio piacere personale, senza farne parte totalmente dei rischi costruttivi di ogni evento. Il cervello va regolato in queste scenate di razionalità da difendere a tutti i costi. Non posso avere ragione su tutto; il più dei casi sono in


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torto e non significa che sarà sempre così. Su certe questioni devo lasciar parlare gli altri, o sarà come se volessi tagliare i ponti con tutti, anche con chi mi vuole bene. Misantropo non voglio esserlo: con chi mi disprezza e mi sfrutta sì, con gli altri, giammai.


Questa è un’opera di pura invenzione, e come tale va interpretata. Persone, cose o eventi sono totalmente creati dall’autore. Finito di scrivere nell’aprile del 2014 Tegoleto, Arezzo, IT


A VOLTE CREDI CHE GLI ALTRI POSSANO GIUDICARTI ALAMENTE ED ALLONTANARSI DA TE, SE CHIEDERAI 190 FOSCO CERBO RO AIUTO. SE LA TUA CONDIZIONE TI FA SENTIRE A SAGIO, CERCA DI LAVORARE SULL'IDEA CHE GLI ALTRI ON SONO NECESSARIAMENTE MIGLIORI E CHE LE TUAZIONI NUOVE E INASPETTATE POSSONO ANCHE RNIRE STIMOLI PIACEVOLI E COSTRUTTIVI. INOLTRE NON VI LASCIARTI CONDIZIONARE ECCESSIVAMENTE DAL MORE DI PERDERE LA STIMA E LA FIDUCIA DEGLI ALTRI, FONDO CHI TI VUOLE DAVVERO BENE NON CAMBIERÀ INIONE SU DI TE COSÌ FACILMENTE”. UN OTTIMO SITO ELLO DI NIENTEANSIA, SEBBENE PER DUE VOLTE ABBAI DATO BEN 52% DI AUTOSTIMA, DICENDOMI CHE DAVA BENE, MENTRE IN QUESTO CASO ERA DI 47%, OPO AVER ESAGERATO IN ALCUNI PUNTI. GLI EVENTI CON ASO LO DIMOSTRANO. ANCORA MI DÀ FASTIDIO DEL SUO CCESSO NELLA VITA, NELLE DONNE, PUR SAPENDO, E CHE LUI ME LO MOSTRA, CHE POTREI AVERE ANCH'IO TRETTANTO SUCCESSO, FORSE MAGGIORE DEL SUO. NO MOLTO RIFLESSIVO SULL'AMORE, QUANDO NON SOGNEREBBE ESSERLO. ANZI, NELL'AMORE C'È E CI RÀ SOLO EMOTIVITÀ: È CHE MI PROGRAMMO TUTTO IN TICIPO, PERCHÉ SEGUA LA LINEA DELLA MIA FELICITÀ, L MIO PIACERE PERSONALE, SENZA FARNE PARTE TALMENTE DEI RISCHI COSTRUTTIVI DI OGNI EVENTO. IL RVELLO VA REGOLATO IN QUESTE SCENATE DI ZIONALITÀ DA DIFENDERE A TUTTI I COSTI. NON POSSO ERE RAGIONE SU TUTTO; IL PIÙ DEI CASI SONO IN TORTO NON SIGNIFICA CHE SARÀ SEMPRE COSÌ. SU CERTE ESTIONI DEVO LASCIAR PARLARE GLI ALTRI, O SARÀ ME SE VOLESSI TAGLIARE I PONTI CON TUTTI, ANCHE N CHI MI VUOLE BENE. MISANTROPO NON VOGLIO

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Fosco Cerbo - Volume I - I sessantaquattro giorni  

Primo volume dell'iperromanzo "Fosco Cerbo", opera senza forma né arte.

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Primo volume dell'iperromanzo "Fosco Cerbo", opera senza forma né arte.

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