Page 1

È ODIOSO INIZIARE QUALCOSA DI RELATIVAMENTE IMPORTANT CON UNA DOMANDA ALQUANTO GENERICA. BISOGNEREBB ESSERE DIRETTI, E NON INDUGIARE NELL’INCIPIT; È IL LETTORE CH SI PONE LE DOMANDE, NON UN AUTORE. È PUR VERO CHE L SITUAZIONE NON PREVEDE CHE SI POSSA ARRIVARE AD UN CONCLUSIONE IN MANIERA DIRETTA, BENSÌ CON LUNGH RIFLESSIONI E ANALISI COMPLESSE. CERTO, BUONA PARTE DELL LETTERATURA DI CARATTERE SCIENTIFICO E (ANCHE) LETTERAR È CONCENTRATA SUL DIVAGARE, SULL'ARTICOLARE DIGRESSIO IN FAVORE DEL LETTORE. MA QUESTO LIBRO NON NE VUOL SAPERE DI INIZIARE IN MANIERA TRADIZIONALE, DATO CHE PRESENTA COME UN'OPERA DI VARIA FORMA, CHE ALTALENA TR IL GENERE SAGGISTICO, IL TRATTATO ANALITICO SCIENTIFICO E GENERE ROMANZESCO NOVELLISTICO. IL MOTIVO È INSPIEGABIL QUINDI È INUTILE RAGIONARCI SOPRA: NON SI PUÒ FAR ALTR COME SI FA CON MOLTI EVENTI DELLA VITA, CHE SEGUIRLO, VEDERE DOVE VUOLE INDIRIZZARSI. QUESTA DOVREBB NICCOLO’ MENCUCCI MOSTRARSI COME UNA RACCOLTA DI RICORDI, IMPOSTATI SULL STRUTTURA DEL RACCONTO CON ALL'INTERNO IL RICORD NARRATO CON PARTICOLARE ANALISI, E SEGUIT SCIENTIFICAMENTE, COME SE FOSSE SOTTO LA LENTE DI U DUE MEMORIE MICROSCOPIO ELETTRONICO. MA PRIMA DI INIZIARE, È GIUST PARTIRE CON DELLE DOMANDE POSSIBILI, RIGUARDANTI L MATERIA IN QUESTIONE; IL RICORDO, E LE SUE FORME PARALLEL E SIMILARI. QUAL È IL SENSO DEL RICORDO? IL DIZIONARIO DELL TRECCANI DESCRIVE IL TERMINE “RICÒRDO” SUDDIVIDENDO L SUA SEMANTICA IN CINQUE PUNTI SPECIFICI: 1. L’ATTO, IL FATT DEL RICORDARE, DI RIEVOCARE ALLA MENTE IMMAGINI, NOZION PERSONE, AVVENIMENTI; 2. LA PRESENZA DI UN FATTO O DI UN PERSONA NELLA MEMORIA E NEL SENTIMENTO DEI POSTERI; 3. L COSA STESSA RICORDATA; 4. IL FATTO DI RICHIAMARE ALL MEMORIA; 5. CON VALORE CONCRETO, CIÒ CHE VALE CONSERVARE, A RISVEGLIARE O A RINNOVARE LA MEMORIA UNA PERSONA O DI UN FATTO. IL PRIMO SIGNIFICATO L IDENTIFICA NELL'ATTO, NELL'AZIONE DEL RICORDARE E D RIEVOCARE QUALCOSA NELLA MENTE, COME UN FLAS IMMEDIATO; IL SECONDO NELLA PRESENZA, NON SOLO NELL MEMORIA MA ANCHE NEL SENTIMENTO, CHIAMANDO IN CAUS ANCHE L'INTELLIGENZA EMOTIVA, OVVERO LA SIMBIOSI DELL RAGIONE COL SENTIMENTO; IL TERZO È LA COSA RICORDATA; QUARTO È IL RICHIAMARE, COME SE SI FOSSE PERSO QUELL'ATT E IL QUINTO È LEGATO AL VALORE DI CIÒ CHE SI VUOLE RICORDAR


Indice

Due memorie Prima parte

15

Seconda parte

47

Terza parte

91

Questo libro è opera di fantasia. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale


DUE MEMORIE


Cos’è il ricordo?

È odioso iniziare qualcosa di relativamente importante con una domanda alquanto generica. Bisognerebbe essere diretti, e non indugiare nell’incipit; è il lettore che si pone le domande, non un autore. È pur vero che la situazione non prevede che si possa arrivare ad una conclusione in maniera diretta, bensì con lunghe riflessioni e analisi complesse. Certo, buona parte della letteratura di carattere scientifico e (anche) letterario è concentrata sul divagare, sull'articolare digressioni in favore del lettore. Ma questo libro non ne vuole sapere di iniziare in maniera tradizionale, dato che si presenta come un'opera di varia forma, che altalena tra il genere saggistico, il trattato analitico scientifico e il genere romanzesco novellistico. Il motivo è inspiegabile, quindi è inutile ragionarci sopra: non si può far altro, come si fa con molti eventi della vita, che seguirlo, e vedere dove vuole indirizzarsi. Questa dovrebbe mostrarsi come una raccolta di ricordi, impostati sulla struttura del racconto con all'interno il ricordo, narrato con particolare analisi, e seguito scientificamente, come se fosse sotto la lente di un microscopio elettronico. Ma prima di iniziare, è giusto partire con delle domande possibili, riguardanti la materia in questione; il ricordo, e le sue forme parallele e similari.


6

DUE MEMORIE

Qual è il senso del ricordo?

Il dizionario della Treccani descrive il termine “ricòrdo” suddividendo la sua semantica in cinque punti specifici: 1. L’atto, il fatto del ricordare, di rievocare alla mente immagini, nozioni, persone, avvenimenti; 2. La presenza di un fatto o di una persona nella memoria e nel sentimento dei posteri; 3. La cosa stessa ricordata; 4. Il fatto di richiamare alla memoria; 5. Con valore concreto, ciò che vale a conservare, a risvegliare o a rinnovare la memoria di una persona o di un fatto. Il primo significato lo identifica nell'atto, nell'azione del ricordare e del rievocare qualcosa nella mente, come un flash immediato; il secondo nella presenza, non solo nella memoria ma anche nel sentimento, chiamando in causa anche l'intelligenza emotiva, ovvero la simbiosi della ragione col sentimento; il terzo è la cosa ricordata; il quarto è il richiamare, come se si fosse perso quell'atto; e il quinto è legato al valore di ciò che si vuole ricordare, con la conservazione, per poter essere rinnovato nell'immediato futuro. A parte il sottolineare il fatto di richiamare alla memoria, il risvegliare, il rinnovare la memoria per conservare, non c’è un senso vero e proprio al ricordo. C’è il ricordo, e la sua attività, ma non c’è una vera e propria utilità originale; solo un uso generico, non applicato da tutti per l'appunto. C'è una soggettivazione del ricordo, e questo rende difficile comprendere la realtà del ricordo. ●

Su che cosa si basa il contenuto di un ricordo?

Il ricordo può essere qualsiasi esperienza come può non esserne nessuna: il ricordo di una gita al museo; una passeggiata solitaria o in compagnia in un periodo della giornata; uno spettacolo teatrale in piena notte; un


PROLOGO

7

pomeriggio passato sotto il sole; il suono di qualche strumento, in ogni dove; una notte passata in una certa maniera; un viaggio inaspettato; un soggiorno breve; un estate tormentata o tranquilla; la lettura di un caso giornalistico; le riflessioni di un evento straordinario; le persone, incontrate o solo pensare, immaginate; i sentimenti di un istante o di un periodo lunghissimo; un pensiero avuto, mai dimenticato; la lettura di un libro e della sua trama, a discapito della sua lunghezza; un sorriso, simpatico o solo amoroso; un panorama, spoglio o florido, pur sempre ricco di emozioni; una chiacchierata tra amici; un attimo pieno di risate; il cibo gustato in compagnia o da solo; gli alti alberi di un colle; uno sguardo a qualcosa, o a qualcuno; gli odori di un locale, di una persona; un periodo di malattia; uno stato di malessere vissuto; la paura di un istante o di un periodo; gli accadimenti di una persona cara; una crisi passata ma avuta; la suspense di una scoperta straordinaria; l’illuminazione; la cognizione di un dato fatto; la ricerca di un oggetto, di una conoscenza; di un senso che possa dare anche un valore....concludo qui la lunga enumerazione, per evitare di incappare in qualche errore, tipico se si divaga su dettagli a volte vaghi e a volte molto concisi. Comunque, il contenuto è abbastanza chiaro, ma il fine no. Un fine generale, una teleologia della memoria, non esiste, o al momento non si conosce. ●

Perché si hanno i ricordi?

Fino ad oggi nessuno sa cosa siano i ricordi, cosa li produca, perché gli esseri viventi li possiedano e li ottengano, e cosa servano davanti ad un quadro più generale dell’esistenza. O almeno nessuno detiene una risposta unanime: tra la psichiatria, la psicanalisi, la neurologia e la religione c’è, tra le tante faccende a cui sono costrette a compiere vita natural durante, una gara incessante a carpire la ragione del ricordo e della memoria.


8

DUE MEMORIE

È possibile che una qualche soluzione non la si avrà presto. Dal canto suo non si conosce nemmeno l’origine dei cosiddetti “falsi ricordi”; quei tipi di ricordo non esistenti nella realtà, inventati dalla mente umana o per confabulazione o per aggregazione di effettivi ricordi parziali e frammentati e riuniti in un’unica forma, sempre astratta. A differenza del genuino ricordo, questi vengono prodotti a volte per suggestione di racconti uditi da persone care, oppure per motivi psicologici protettivi (i “meccanismi di difesa”) oppure per il fallimento di una ricerca ipnotica protratta all’esasperazione: esiste infatti il caso in cui il terapista possa accanirsi sul paziente tanto da metterlo in agitazione, facendoli produrre il ricordo artificiale e inesistente. Esiste anche il caso del ricordo onirico, nato sì da qualcosa di “costruito” e naturale, ma proveniente dal sogno, dalle fantasie della notte. ● Cosa è che fa scattare il ricordo nella mente umana? Il poeta T.S. Eliot parlava di “correlativo oggettivo”, ovvero un determinato oggetto che rischiarerebbe la memoria soggettiva e lo condurrebbe verso il ricordo legato a quell’oggetto. Il processo subordinato al correlativo oggettivo si chiama “memoria involontaria”, la quale è stata scelta quasi come protagonista del ciclo della Recherche di M. Proust. Per quanto l’altissimo livello scrittoriale dell’autore dell’opera abbia portato in nuce un capolavoro di sensibilità, di introspezione e di genio, nemmeno in questo ponderoso e monumentale romanzo si riesce ad intuire l’eziologia del ricordo. Nemmeno la Letteratura sa spiegarsi una funzione del genere. Ma la Letteratura non ha compiti unicamente conoscitivi come invece ne ha la sorella Scienza, e, se non può spiegare, ricorre al romanzesco, in genere per cercare una giustificazione breve,


PROLOGO

9

nell’attesa di una risoluzione da parte della Sorella, che è tarda ad arrivare. Si ha solo la consapevolezza di questa capacità, la quale ci prende e ci porta via, volenti o nolenti. La si chiama, la si cerca, o è lei che viene incontro, e travolge, rapisce, e rilascia solo quando tutto è finito. Uno qualsiasi potrebbe essere a fare la spesa, o a mangiare fuori a pranzo o a cena, o a portare a spasso l’animale domestico, oppure a bere con gli amici e i conoscenti: scatta, e nel tuo cervello si attiva un filmato breve, legato forse all’azione che si sta compiendo in quel preciso istante, o forse in maniera del tutto casuale. Viene, e non la si può fermare. Questo discorso vale sia per i ricordi sia per le ossessioni, la parte oscura della memoria, le quali però possono diventare molto fruttuose nel lavoro. ● Perché si vuole rivivere il passato, se è ormai stato soppiantato dal tempo? È bene soffermarsi su un punto, riguardante il tempo. Il passato prima era un presente, come il futuro diventerà successivamente un presente. Il ricordo è quasi una registrazione di questo passo, dal prima al dopo, che è ora, ma diventerà prima. Se il tempo passa, il ricordo rimane. Se il ricordo passa, il tempo distrugge il passato. Ma questo non capita così spesso come sembrerebbe: alla fine si ricorda sempre; semmai non si vuole far esprimere il suo contenuto. Dimenticare è possibile, ma solo se lo si vuole davvero. Quindi non sempre, forse quasi mai. Se si pensa all’idillio di un passato felice allora si cerca di riviverlo, e di allontanarsi dal presente non idilliaco; il ricordo porta indietro nel tempo, in quell’istante in cui qualcosa era accaduto, buono o brutto che fosse, e, come una realtà alternativa, lo si rivive, con totale immersione o con un leggero interesse. Una volta finito, si rientra nella realtà, con una qualche emozione, o sentimento.


10

DUE MEMORIE

● Cosa comporta a farsi inondare la mente da queste scene, da queste vivide immagini talvolta piacevoli, se non paradisiache, e talvolta fastidiose, se non infernali, nei confronti del reale vivere? Quanto danno o vantaggio creano questi ricordi sulla nostra vita quotidiana? Se si è lontani dalla realtà, all’interno di un mondo distaccato dagli agenti esterni, si è lontani da tutto, dal dolore più infinito fino alla gioia più meravigliosa. Il ricordo piacevole toglie nel suo passo la percezione del dolore, quello doloroso il piacere; una volta finito di ricordare la sua impronta lascia un sentore che può influenzare variamente. È una dicotomia che serve nella vita, dato che lei è tendente a variare dal bello al peggio sia nei tempi brevi sia nelle fasi lunghe, sorprendendoti fino all'ultimo attimo. Non è effettivamente una concezione amara dell'esistenza, ma alquanto realistica se si valutano entrambi i volti della vita. Sembra quasi che questa predisposizione antagonista porti un senso di equilibrio psicologico, per evitare euforie e disforie in continuazione. Ma è pur vero che esiste la condizione in cui il pensiero turpe perseguiti in uno stato di malessere, come un pensiero dolce uno stato di benessere; la prima è una malattia che tutti vorrebbero evitare, la seconda è uno stato che tutti vorrebbero avere. La sua influenza è innegabile nella mente di chi prova queste sensazioni. Ciò nonostante alla lunga (temporaneamente non crea alcun disagio) può togliere dalla realtà, estraniare ed alienare; la realtà è parte della vita, e si esiste specialmente dentro la realtà, nelle sue più innumerevoli sfaccettature. Una persona distratta può avere piccoli problemi nel quotidiano; una persona volitiva può averne un po’ più grandi; una andata non ne ha di problemi, perché non ha un luogo dove averne.


PROLOGO

11

● Perché non si lascia da parte tutta questa memoria, tutto questo ricordare, e si vive, nel presente, nelle cose del quotidiano, nei fatti pratici? Una persona perfettamente integrata nelle cose della vita sarà da una parte perfettamente in sincronia con l’esistenza propria, e con la realtà (lavoro, famiglia, amore, amici, studio...), dall’altra sarà perfettamente sganciata con il resto della vita, perché è possidente di un qualcosa che la rende irresistibile: la meraviglia, le illusioni, l’assurdità e le follie, che paradossalmente, per quanto danno possano fare, conducono l’esistenza su punti originali, vivi, i quali possono all’occorrenza diventare spunti originali per la propria conoscenza, e anche per quella di chi abita il mondo, o chi lo abiterà. Tutto ciò non esiste nella realtà, perfettamente autosufficiente, ma nel mondo astratto, anche questo autarchico. C’è una tensione nel volerli unire, forse per una qualche forma di completezza che si cerca. Se sia necessaria o meno è difficile stabilirlo: senza il legame intrinseco si diventa o statue di ghiaccio o acque multiformi e prive di consistenza (tanto per utilizzare due figure squisitamente letterarie); ma l'unione di questi può creare instabilità alla lunga, e portare a conseguenze gravi. Ma non sempre il ricordo è un tentativo di legare l’astratto al concreto, perché c’è una grande parte del ricordo che è sì legata alla realtà, ma per una combinazione, secondaria, con l’astratto soggettivo. Nessuna persona può vivere nella perfezione di tutti gli eventi di una vita; il ricordo potrebbe avere la capacità di allontanare dalla realtà proprio per alleggerirla. In certi casi fa vedere con più distacco il reale, e lo rende più comprensibile; aiuta, ma sempre con un allontanamento. Dimenticarsi una volta ogni tanto di esistere ha senso, ma sempre è da squilibrati. E vivere da squilibrati è come morire. ● Perché si vuole ricordare? Perché non si vuole vivere?


12

DUE MEMORIE

Bene, con le domande si può finire, che adesso stanno diventando troppo pensanti e difficili. Alla fine il peso del ricordo è nella persona che si fa carico di capire cosa sia per lui il ricordo, per il suo modo di vivere in questi due mondi. Sono tutte domande alquanto frivole, insensate, e decisamente inutili. Domandarsi, o farsi certe paranoie, su una funzione naturale e non necessariamente invalidante come è il ricordare non porta a nessuna risposta. Le risposte delle domande precedenti sono alquanto generali, molto brevi e poco esaurienti sulla natura misteriosa del ricordo. Non serve rispondere a certe domande, in fin dei conti: come vuole la Letteratura, basta descrivere, mostrare cosa sia, poi il senso lo troverà il lettore, anche se sarà sempre limitato alle intuizioni di un soggetto, e non potrà andare oltre la sua figura. Questo è infatti il caso di questo libro. E più specificatamente di questo ragazzo. Non ha un’identità chiara e inconfondibile. Non presenta caratteri particolari, né segni che possano richiamare ad una persona; potrebbe essere l’autore oppure un suo amico, un suo conoscente, un suo parente, o uno qualsiasi che si può incontrare per strada andando al bar a far colazione dopo una giornata di leggero lavoro ozioso, e che può sembrare abbastanza interessante da metterlo dentro un libro come il protagonista di una storia. Non è nemmeno necessario che lo si debba descrivere davanti a questa eventuale lacuna. Anzi, non serve nemmeno descrivere gli altri personaggi. Per la narrazione la loro presenza è pari eguale a quella di un passeggero di un treno, di un autobus, insomma, di un mezzo pubblico in generale. Cosa c’entra la figura del passeggero? Semplice. Cosa fa un passeggero quando sta per partire? Sale a bordo; si siede dopo aver controllato il loro bagaglio o valigia che sia; si mette comodo; accende la radio; la spegne notando che la musica sta dando fastidio agli altri passeggeri; si mette le cuffie e la accende in modalità auricolare; vede muoversi il mezzo; guarda il panorama; si addormenta; si risveglia a metà del tragitto; riaccende la radio; scopre


PROLOGO

13

che si è scaricata; aspetta la fine del tragitto; si riaddormenta; si sveglia alla fermata ed esce di corsa. Di per sé non combina nulla di particolare, e il viaggio, inteso come mezzo, va avanti senza di loro. Anche lui non è così tanto necessario alla trama: si parla di una raccolta di frammenti che sono legati alla sua persona, ai suoi sentimenti e alle sue emozioni. È difficile credere che il libro possa dare una risposta, anche minima, alla teleologia della memoria, ma in compenso può incentivare un intrattenimento e una riflessione alla concezione stessa del ricordo. Lui serve solo per garantire un punto focale alla narrazione, e al senso stesso di questi ricordi. È comprensibile che un atteggiamento del genere verso un protagonista sia alquanto offensivo e speculatore, ma è da considerare il fatto che si ha davanti un soggetto che viaggia per suo conto, alla sua maniera, e che, nonostante la sua anarchia di vita, va lasciato andare così, per la sua via. Sarebbe pericoloso piegare il soggetto in questione in una maniera a lui non consona, perché renderebbe la ricerca vana e poco fruttuosa: non è autentica, ma plagiata se controllata fin dall’inizio. Comunque, se il passeggero abituale si comporta in quel modo, lui è peggiore: sarebbe addirittura capace di non prendere alcun mezzo, e di viaggiare per conto proprio, essere quindi passeggero di sé stesso, e di non comprendere certe dinamiche del viaggio. Come è plausibile, non si pone un esperimento alquanto facile da analizzare e studiare. Questo è il tipico caso di un ragazzo distratto e anche un poco (per fortuna) volitivo verso la vita. Molti nella vita lo sono, a fasi o forse sempre; lui lo è adesso, in questo momento probabilmente cruciale per la sua esistenza. Nessuno sa se in futuro rimarrà lo stesso, o se cambierà. In questi momenti cruciali l’importante, per lui specialmente, è cosa davvero gli serva, perché non si lasci traghettare da queste fantasie e ricordi immaginifici. Non sia mai che si faccia prendere troppo da questi, tanto da farsi schiacciare. Stare sempre con la testa tra le nuvole ti rende fantasioso, molto mnemonico, ma poco pratico, poco esperto della meccanica del


14

DUE MEMORIE

vivere. Il rischio di diventare un venticello aumenta così; e quando lo si diventa dopo è più difficile ancorarsi alla terra, e altrettanto difficile è atterrare su di essa. Ma non è il suo caso.


Prima parte Autunno universitario


Primo ricordo

Alla base di questo ricordo c'è uno scontrino, in cui si legge il costo di una porzione di patatine e wurstel (quattro euro) presso un pub in una via della città, famoso per le sue birre artigianali. Non faceva tanto freddo, o almeno non ancora. Era una giornata particolare, e infatti il ragazzo era uscito con un amico, con l'intenzione di desinare fuori, in compagnia. Non aveva mangiato nulla a pranzo, a causa di alcuni problemi con lo studio e con la scrittura, che gli anestetizzarono l'appetito, fino a quando, allo scocco dell'ultima ora dell'effetto, la fame non gli riesplose tutta d'un colpo. Quando si erano incontrati alla fermata dei bus, a pochi passi dalla facoltà in cui entrambi studiavano quell'anno, invece di salutare l'amico con la solita stretta di mano per quella occasione si mise avanti lo stomaco, borbottando talmente tanto da far scoppiare in bocca all'amico una risata infantile, la quale portò all'imbarazzo il ragazzo. Nella strada si chiesero cosa avessero fatto in quel giorno: uno aveva passato il pomeriggio tra i libri; l'altro a scrivere appunti, saltellando però tra una pagina all'altra per noia e totale disinteresse. Ovviamente, l'amico cominciò a mostrare un certo disprezzo nel riguardo del ragazzo, ma lasciò perdere, dato che era inutile lamentarsi del suo comportamento, e che doveva soltanto accettarlo così com'era. Ad un tratto si fermarono alla prima biforcazione della camminata serale. Non sapendo dove andare si fermarono un istante per cercare di fare il punto della situazione, e di


18

DUE MEMORIE

capire quale fosse il posto migliore dove passare la serata. Prima pensarono ad una pizzeria, ma conoscendo la zona era altamente probabile che quasi tutte fossero già piene; allora puntarono a qualche lounge bar, ma i loro vestiti erano troppo estranei a certi tipi di locali alla moda, e vi avrebbero guadagnato solo qualche miserabile figura infame. Il ragazzo intanto si ricordò di un locale che il suo sguardo aveva registrato. Il ragazzo, un giorno, stava correndo per la via principale; gli passavano davanti e dietro volti coperti da sciarpe di varia tonalità e stoffa, lampioni spenti e arrugginiti, pozze di acqua e altri liquidi particolari, cassettoni della spazzatura, cani col guinzaglio, cartacce buttate a caso per il marciapiede, buste lasciate vicino alle porte, foglie degli alberi che sporcavano l'asfalto e riempivano l'aria di odori melensi e macchine folli, velocissime. Ad un tratto, non potendo più correre per via del fiato corto, rallentò; era nei pressi di un garage sotterraneo, la cui entrata era perpendicolare a quella di un locale. Per qualche secondo vide gli interni di questo posto: era alla penombra, completamente ricolmo di souvenir, oggetti e cianfrusaglie che contribuivano a determinare lo stile grunge-pop del locale. Si fermò, e vide i boccali nei tavoli, le luci dei lampadari d'epoca, le spine del bar e le televisioni accese sui canali sportivi. Ripartì per la sua strada. Il ragazzo accennò a questo locale, e tranquillamente, tanto per mangiare un boccone, vi si diressero. Entrarono in questo pub, dove si respirava un’aria ricca di alcol, risate e aromi speziali. Si sedettero e aspettarono l'arrivo di uno dei camerieri. Chiacchierarono sulla loro condizione di studenti, accennando alla nuova tassazione, alternando anche alcuni piaceri, fortunatamente, quali i nuovi professori, le nuove materie, i nuovi progetti, e poi i nuovi esami, i nuovi problemi con il tesseramento, e i nuovi grattacapi con le tasse scolastiche. Continuarono a parlare per diversi minuti sui soldi che dovranno sborsare ben prima di iniziare le lezioni; non si accorsero che nessuno


PRIMA PARTE

19

li stava servendo. Il ragazzo lo intuì, e chiese all'amico se poteva andare dal commesso per alcuni chiarimenti. L'amico si avvicinò alla cassa, e senza chiedere tornò indietro: vicino al banco c'era una scritta, che sottolineava l'assenza di camerieri per l'ordinazione. Non era il classico locale da ordinazione al tavolo, bensì quello tipico da asporto e ordinazione personale. L'amico chiese al ragazzo cosa volesse prendere. Il ragazzo stava ancora scartabellando il menu, stampato sui fogli adibiti per la consumazione, e pretese all'amico ancora qualche istante per decidere con maggiore convinzione. L'amico aspettò ancora un minuto, poi, insistentemente, ordinò al ragazzo di sbrigarsi. Il ragazzo decise di prendere quella sera una porzione di patatine e wurstel, però d'asporto. L'amico non ci volle credere, e cominciò a pensare che davvero il ragazzo fosse uno sciroccato. Dopo cinque minuti si diressero verso l'entrata del locale; il ragazzo teneva in mano una busta piena di patatine piatte e wurstel ondulati, talmente cotti che, al primo morso, si ritrovò la bocca cotta peggio del cibo che stava gustando all'aria aperta, per le vie della città.


Secondo ricordo

Una ricevuta, cifrata al numero 05356 di dieci centesimi per la stampa di due fogli A4, presso una biblioteca del quartiere, adibita anche a tipografia parziale. Faceva caldo; l'aria era particolarmente bollente. Le tasse dovevano essere evitate quest'anno; questo era il pensiero ossessivo che si era impuntato nella testa del ragazzo, quando seppe dell'imminente scadenza del bando della borsa di studio universitaria. Mancavano solo due ore alla chiusura dello sportello degli uffici adibiti alla registrazione al bando, e a lui mancavano ben due fogli per completare la registrazione; senza di essi, sarebbe condannato al pagamento delle tasse, e della mensa, e dell'affitto a cui a malapena riusciva a far fronte. Uscì di casa alla svelta, continuando però a vedere il suo orologio da polso, dato che dimenticava in continuazione che ore fossero. Incurante, dopo aver visto per la quarta volta il quadrante dell'orologio, rischiò di scivolare in un gradino dell'anticamera del palazzo in cui abitava; perse l'equilibrio con grande maestria, zigzagando tra un muro all'altro, nel tentativo di evitare il tonfo in terra. Lo evitò, però guadagno lo sguardo incredulo di un suo vicino, appena rientrato da una nottata difficile: lavorava come metronotte, nel suo quartiere, e in quella occasione rischiò di scontrarsi con uno spacciatore locale, nerboruto, difficile da bloccare. Per lui fu provvidenziale l'arrivo dei carabinieri, su progetto di una retata nei confronti della microscopica criminalità della zona.


PRIMA PARTE

21

Il ragazzo corse verso la prima tipografia pubblica, tenendo appresso a sé la busta contenete tutti i fogli per la registrazione. Entrò velocemente in una copisteria, e chiese la stampa di questi due fogli. A stamparglielo fu non uno dei commessi, ma un suo contemporaneo, anche lui in attesa della stampa; era lì per avere la copia della sua tesi di laurea, non potendo farla in una tipografia a causa dei costi esorbitanti che pretendono. Dopo aver pagato venti centesimi, uscì e, sempre con grande slancio, puntò tutte le sue energie in direzione degli uffici. Alla fermata dell'autobus, con fare menefreghista, non aspettò per il passo pedonale il passaggio dal rosso al verde, e camminò per la strada; notò subito l'arrivo maledetto delle macchine dall'altra corsia, e via, subito cominciò a correre, salvando la sua pellaccia. E dire che nelle altre situazioni non era così sfortunato come quella volta. Era in un'altra città, a pochi metri dalla stazione dei treni. Per non perdere il treno che lo avrebbe portato nel paese del suo amico, nel momento in cui non intravvide in fondo alla strada una qualsiasi automobile, iniziò a camminare sulle strisce, anche se il semaforo verteva ancora sul rosso purpureo; da una delle vie apparve una lussuosa macchina a combustione ibrida, che, silenziosamente, svoltò all'angolo e s'imboccò sulla strada dove stava camminando il ragazzo. Lui non se ne accorse, ma non cambiò nulla: gli passò davanti, mentre l'anziano signore, alla guida, lo mandò a quel paese. Ma tanto non se ne era neanche accorto, e, come se non fosse successo nulla, si trovò davanti la stazione ferroviaria. A sua volta, quando dovette dirigersi nella biblioteca per stampare alcuni fogli, non si rese conto che durante la sua camminata illegale, gli era passato accanto un motorino truccato, il cui guidatore, con voce chiara e comprensibile, lo mandò a svuotare il suo intestino in qualche bagno pubblico. E a questa si deve aggiungere la chiamata alle santità celesti da parte di un ciclista quando, durante la sua corsa mattutina, ebbe l'iniziativa di passare, con premeditazione, da una parte all'altra del grande incrocio che lo divideva dal parco cittadino alla


22

DUE MEMORIE

zona residenziale. Sempre i santi venivano chiamati in suo nome. Mancava un'ora alla chiusura degli sportelli. Arrivò alla sala d'aspetto degli uffici generali, ricolmi di file di studenti come lui, ritardatari cronici e poveri diavoli dell'ultimo minuto. Aspettò un'oretta prima di poter rilasciare le proprie carte alla segretaria di turno. Toccò a lui; le lasciò le carte, e durante il controllo già pregustava la libertà riconquistava dalla tirannia delle carte e della burocrazia nazionale. Fu un'illusione: la segretaria gli fece notare l'assenza di due altre carte, troppo utili per poter essere dimenticate. Lui le chiese di aspettare un poco, e, se possibile, di tenere per quest'ultima mezz'ora la busta. Al suo accenno lui partì di corsa, sia nel correre, sia nel ragionare: dove poteva andare a stampare all'ora di pranzo due fogli maledetti? Girò due copisterie, tutte chiuse. In quel momento ricordò della biblioteca; corse al secondo piano, e, biascicando per la fretta, riuscì ad avere due fogli, seppur poco definiti per la mancanza coincidenziale dell'inchiostro. Pagò solo dieci centesimi per il difetto di stampa, e, peggio di un matto infervorato, si diresse presso gli uffici. La segretaria se ne stava andando, ma lui la blocco. Lei gli prese gli ultimi fogli, e gli disse che entro due giorni avrebbe avuto notizie del bando. Ora il ragazzo era sollevato.


Terzo ricordo

Un foglio mal spiegazzato in dieci parti rettangolari; c'era scritto, in una delle parti, il numero di uno studio, e in un altro il nominativo, e in un altro un altro numero, e poi un altro nominativo, stavolta di una portineria. Era un foglio molto confuso. Il ragazzo voleva parlare con il professore di una sua materia: stava scrivendo un piccolo saggio e voleva avere alcuni chiarimenti su dei precisi argomenti che avrebbe a breve parlato sul suo scritto; per non rischiare, si voleva limitare ai consigli del professore, e alle sue conoscenze in certi punti specifici. Però il colloquio con il professore era possibile solo ed esclusivamente tramite una prenotazione telefonica. Quel giorno era uscito dalla biblioteca della facoltà alla volta della segreteria di un'altra facoltà, posta nella stessa via della sua mensa. Raggiunta, dovette attendere che i custodi dell'ufficio, ovvero una specie di serra improvvisata dove al posto delle piante grasse c'erano dei soggetti della medesima staticità, gli rivolgessero la parola. Appena smisero di fare nulla, chiesero al ragazzo cosa volesse. Alla sua richiesta, loro gli consigliarono di presentarsi presso la portineria degli uffici dei professori, vicina alla mensa anch'essa. Durante la camminata per raggiungerla, gli venne la voglia di passare per una via piÚ lunga, in cui poteva sbizzarrire la vista con la vista dei diversi edifici ivi rivolti; c'era un crogiolo di case, cimase, terrazzi, patii, balconcini esposti di ristoranti e osterie e portici, e non gli sarebbe dispiaciuto abitare in uno di questi posti.


24

DUE MEMORIE

Arrivato a destinazione, anche qui dovette aspettare il custode, nel frattempo impiegato alla fotocopiatrice, che probabilmente funzionava ma, per suo piacere ozioso, preferiva il custode far credere non funzionante, pur di non lavorare. Dopo che la sua scusa era ormai bruciata, si pose al ragazzo libero di poter ricevere la sua richiesta. Lo dirottò di nuovo alla precedente segreteria: colui che cerca non poteva essere chiamato da quell'ufficio non solo per la mancanza effettiva nella loro rubrica del suo numero, ma anche per l'impossibilità burocratica che vigeva su quell'ufficio. Appena uscito dai locali cominciò a sbuffare, ma si calmò facilmente, al pensiero di poter rivedere quella strada che aveva fatto all'andata. La rifece senza dispiacere, notando altri dettagli, come la grandezza delle colonne dei porticati, il tendaggio color beige dei balconcini di quella osteria, il verde florido del patio che intravvedeva dall'uscio del palazzo, le inferriate dei terrazzi, le tegole delle cimase e il numero delle finestre delle case; gli erano sfuggiti, eppure ora li intravvedeva. Ritornato al punto di partenza, non volle aspettare dell'altro e chiese con urgenza stavolta cosa potesse fare: loro all'inizio gli avevano consigliato di dirigersi direttamente presso l'ufficio; poi era subentrato il problema della burocrazia, e ora loro arrivavano a dire per la seconda volta che non era possibile né l'una né l'altra. Era un maledetto paradosso. In quel momento arrivò dai bagni un altro custode, certamente più dinamico degli altri, dato che suggerì ad una sua collega di chiamare direttamente l'ufficio in questione per ottenere informazioni riguardo al professore. Lei fece così, con grande sollievo del ragazzo. Compose il numero, con grande lentezza: prima un due, poi un sette, poi un cinque, fino all'otto; si accorse però di aver dimenticato il prefisso cittadino e lo ricompose, sempre con molto zelo. Dal rumore intermittente era chiaro che il custode dell'ufficio se ne era altamente fregato di lavorare quel giorno. Il custode allora, per evitare un attacco isterico da parte del ragazzo, scrisse su un foglio improvvisato una serie di cifre: la prima era riferita al professore e al suo studio; la


PRIMA PARTE

25

seconda alla portineria dell'ufficio. Il ragazzo uscì dall'edificio, con il desiderio di non rimetterci più piede. Nella medesima strada di prima si volle fermare: oltre al proposito di chiamare l'ufficio, e in alternativa anche lo studio, il motivo per cui si era stoppato era nel colore rosso della tegola della casa di fronte a lui, lo stesso colore presente nelle venature ferree dell'inferriata della terrazza, nella rifinitura del patio e nel risvolto della tenda del balconcino e nel rialzo delle colonne del portico. Il ragazzo non sapeva cosa prendere quella sera al supermercato; il frigo era del tutto pieno grazie alla spesa del suo coinquilino, eppure gli era venuta una strana voglia di andare a fare una piccola spesa. Era davanti al settore ortofrutticolo, e, sempre con la busta della spesa vuota, annaspava in ricerca di qualcosa che potesse comperare e al tempo stesso soddisfare della scelta presa. Non gli andavano le banane, né le mele o le pere, e neppure le susine o le albicocche oppure le pesche noci. C'erano un sacco di colori, dal giallo al verde, fino al violaceo e all'arancione rosato; non riusciva a scappare da quell'incastro di propositi. All'improvviso vide una piccola mela, rossa; non ci pensò nemmeno; la prese e alla cassa si presentò con una sola mela, nello stupore imbarazzato della cassiera. Il suo colore l'aveva quasi stregato, o meglio, incantato. Un piccione si avvicinò ad una tegola, ma, per il suo peso, la fece cadere nella strada. Si ruppe a pochi centimetri dal ragazzo.


Quarto ricordo

Un biglietto della mobilità regionale, con molta probabilità dei servizi pubblici locali, dal costo di tre euro: è maggiorato, di tipologia extraurbana, vidimato ben due volte. Era monouso. Era ormai il tramonto quando il ragazzo si ritrovò in centro città, in giro, coll'interesse di stare con gli amici. L'aria era alquanto fresca, e infatti si volle vestire in maniera precisa, per farsi bello con la sua compagnia: indossava un giubbotto leggero, foderato di piuma d'oca, con pantaloni di velluto e giacca di lana. Passò qualche decina di minuti nella libreria locale, guardando in continuazione i titoli dei romanzi esposti, con la certezza che non ne avrebbe comprato alcuno. Continuò a girovagare per la città, guardando in continuazione le vetrine dei negozi, con sguardo assente: i suoi occhi puntavano ora il vestito signorile di un manichino femminile ora l'abito da sera di uno maschile, ma la sua testa era altrove, a cercare di ricordare qualcosa che non sembrava volersi ancora palesare davanti a lui. Sempre nella sua assenza quasi generale lo spostò dalle vetrine ai piccoli gruppi che in quell'ora attraversavano le strisce pedonali, bevevano ai tavoli esterni di qualche bar e conversavano sotto le colonne di alcuni palazzi, ma la sua sordità nei confronti di discorsi su qualche facile uscita sessuale, oppure su una piacevole sbornia serale, oppure su una difficile sessione d'esame poi scandalosamente passata in trionfo e col tonfo dell'ira di chi non ce l'aveva fatta, rimaneva comunque chiara.


PRIMA PARTE

27

Non sapeva dove andare, come forse la maggior parte dei camminatori come lui in quella fresca serata. La provvidenza volle che a fargli compagnia, nell'attesa infernale, gli venisse incontro un'amica; la conosceva dai tempi delle scuole primarie, ma a causa delle proprie scelte personali nello studio si erano quasi persi di vista; ora avevano l'occasione di rivedersi dopo tanto tempo. Per lei era un'occasione fortunata, per lui no: non le voleva male, ma non sopportava il suo ciarlare di continuo; la sua ossessione al parlare nemmeno di questioni veniali, e dunque accettabili, bensì di assurdità impossibili da trattare anche alla personalità più infantile. Lui stava passando vicino al bar dove si trovava lei col suo fidanzato storico, assieme alla sua migliore amica e al di lei fidanzato e ad altri ragazzi, il cui sguardo, a differenza di quello del ragazzo, era attento alle forme sinuose delle vesti aderenti delle cameriere. Lei lo salutò, chiamandolo per nome; lui la vide e non fece alcun movimento facciale, né di piacere né di amarezza; lei gli sorrise; lui rimase della stessa staticità facciale precedente; lei lo invitò al tavolo dove si trovavano tutti; lui capì che non poteva assolutamente evitarla, perché era stato scoperto. Da quel momento iniziò la sua giostra, passando da domande quali il perché della sua passeggiata serale solitaria, alla richiesta di sapere se avesse amici in città o in generale, fino alle domande più impertinenti, se lui avesse qualcuno o qualcuna nel cuore. In quell'istante ricordò. Erano a cena fuori, nel centro storico della città. Erano ben vestiti, seppure non necessariamente eleganti. Stavano girando per le vie illuminate a festa, mentre li passavano accanto famiglie pronte ad entrare nei ristoranti per cenare insieme, coppie di anziani intente ad entrare in qualche negozio di giocattoli per comperare qualche strambo ninnolo per il nipotame e giovani innamorati, o infatuati almeno, usciti dalle boutique e completamente ubriachi di profumi vari. Dopo aver passato il pomeriggio in casa, insieme,


28

DUE MEMORIE

vollero passare la serata fuori, sotto le luminare dei palazzi antichi. Per iniziare decisero di cenare in qualche locale di lusso, per suggellare inoltre l'importanza di quel loro incontro. Scelsero un ristorante francese; il ragazzo, purtroppo, durante la squisita cena a base di crostini di fegato d'oca, ratatouille, quiche loraine e stufato di cinghiale con funghi porcini, si interessò al delizioso vino rose, tanto da berne una bottiglia intera. Non divenne ubriaco, ma si ritrovò in uno stato leggero di sbronza tale da alzare un po' troppo la voce, e finire per fare la figura dell'imbecille. Quando si accorse, usciti dal locale a fine cena, dell'errore commesso, per il terrore di far concludere troppo presto l'incontro ebbe addirittura un attacco di panico, obbligandoli a dover rientrare prima in casa. Per quando sfortunata fosse stata la serata, non la fu la nottata, in cui gli rimase impresso, ben oltre la mattina seguente, il suo bacio. Finite le chiacchiere, il gruppo di lei lo condusse in una discoteca vicina al bar, in una stretta via in discesa, facendogli pagare l'esoso biglietto e anche le bevute non comprese; in quella ressa incasinata e confusa lo coinvolsero nel ballo, e lui, impacciato e goffo, si arrese, e ballò con tutti loro. Per far sì che il tempo passasse in fretta si ricordò ancora il suo bacio, in continuazione, fino a quando l'amica non lo avvisò che era ormai orario di chiusura, ovvero le cinque del mattino. Nessuno lo poté riaccompagnare; non avendo più soldi per pagarsi un biglietto del ritorno, scoprì qualcosa nella sua tasca; prese la prima corriera in direzione di casa sua, e pregò per tutto il tragitto di non venir beccato col biglietto già vidimato che aveva in tasca. Per sua fortuna non ci fu quell'incontro.


Quinto ricordo

Un volantino mal spiegazzato, in bianco e nero, in cui è scritto a caratteri cubitali la propaganda di una lista elettiva per le elezioni studentesche di quell'annata. Vi era stato scritto a penna un'offesa. Lo stomaco del ragazzo stava bisbigliando da una mezz'oretta, ma nonostante ciò non s'interessò al suo passeggero vuoto d'aria; quando però, davanti all'assistente del professore, incaricato per la correzione di un suo compito, mentre stavano discutendo sulla realtà di un dato errore, il bisbigliò divenne un effettivo ruggito di fame, capì che forse era il caso prima di ingurgitare, pur velocemente, qualcosa di sostanzioso, per evitargli una situazione alquanto impietosa. Era uscito dalla sala dei professori, con in testa la risata dell'assistente per la scoperta del rumore, e, con la borsa a tracolla sulla schiena, si diresse per la strada che lo avrebbe condotto in pochi minuti alla mensa del suo ateneo universitario. Dopo quattro minuti e mezzo era vicino alle scale del complesso, quando a impedirgli di raggiungere il piano superiore non gli si parò davanti un gruppo di studenti coetanei; si erano ritrovati in quel giorno, qualche ora prima, a fermare tutti gli affamati per chiederle di poter aderire alla loro lista elettorale, cercando di ottenere da loro anche una firma per la compartecipazione alle loro attività extra-universitarie. Lui non fu uno dei primi di quella giornata afosa, ma certamente fu l'unico che diede ascolto alle loro pretese di ascolto e di firma. Rimase vicino a loro, e intanto gli arrivavano alle orecchie frasi continue di promesse,


30

DUE MEMORIE

quali la garanzia della rispettabilità delle richieste degli studenti a loro allineati, di aspettative, come la maggiore presenza nelle riunioni studentesche e dirigenziali durante le venture crisi di budget, di certezze, come il trionfo della loro ideologia sulla nascente condizione capitalistica all'interno degli stessi organi universitari. Tutto ciò gli passò da un orecchio all'altro. Quelle storie fantastiche di idee, credenze e mezze superstizioni laiche non lo toccarono alquanto; un po' si sentì in solidarietà con gli altri due ragazzi, anche loro sequestrati dal gruppo semi-brigatista e vittime della loro logorrea anacronistica, e un po' si sentì solo mentre altri ragazzi, sfuggiti alla loro vista, salivano le scale contenti di poter mettere loro pace al rimbombo dello stomaco, il quale, benché stesse aumentando d'intensità il suo urlo di cibo, non interessava minimamente ai volontari ideologisti. Poteva anche mandarli nei gulag, come fece in un'altra occasione. Era sera, e aveva piovuto. In terra c'erano ancora diverse pozzanghere, buone per essere calpestate da qualche bambino vivace e giocoso da qualche ubriaco arzillo e infelice. Il ragazzo era annoiato quella sera, così decise di seguire il consiglio di un suo compagno di studi, e di seguire l'incontro serale di un gruppo politico studentesco, che si teneva nella zona industriale, a pochi passi dalla fermata del treno urbano. Lui non ne aveva alcuna voglia, però, a dargli maggior convincimento di questa uscita, venne in suo sfavore la chiamata di una delle responsabili del circolo politico, che qualche giorno prima era riuscita a strappargli il suo numero telefonico, durante l'ennesimo appostamento all'entrata di un locale universitario; dandosi dell'idiota, salì sul treno, dopo aver cenato in un bar della stazione, e dopo pochi minuti scese alla prima fermata. Lo stavano aspettando, e appena si sedette nella austera sala color bianco artificiale iniziarono la riunione. La prima parte del loro discorso era particolarmente convincente, se non molto razionale e valido nelle pretese economiche e sociali; quando arrivarono a trattare dell'effettiva soluzione al problema


PRIMA PARTE

31

precedentemente trattato, in cui era evidente una certa nota razzista, non l'accettò, e chiese spiegazioni. La situazione degenerò: erano peggiori della soluzione stessa. Non voleva crederci e chiese se tutto ciò avesse senso; l'imbonitore della serata lo guardò male, nel suo volto corrugato, col sopracciglio stretto e teso all'ingiù; gli chiese chi fosse, ma non gli disse alcun nome; lui attaccò dicendo che era una follia; venne additato come “uno di loro”. A quell'offesa si alzò e se ne andò dall'edificio; gli si pose davanti uno dei ragazzi dell'incontro e prontamente venne spintonato lontano da lui. Lo inseguì per diverse centinaia di metri, ma il ragazzo non si fece prendere. Fu la prima e unica volta che si fece vedere alle loro riunioni. Lui disse che avrebbe riflettuto sulla scelta alle elezioni, e si fece lasciare il volantino. Rimase calmo e del tutto distaccato dagli effetti di ben venti minuti di chiacchiera ininterrotta, e con altrettanta tranquillità salì le scale ed entrò in mensa. Ne uscì mezz'ora dopo contrariato per il pessimo pranzo che gli era stato offerto, e stavolta, ritornando alla sede della sua facoltà, quando si trovò davanti l'ennesimo gruppo studentesco in cerca di elettori, prima di essere vicino al loro raggio d'azione prese il volantino e scrisse, usando la propria cartella come tavolo improvvisato, un messaggio abbastanza comprensibile da chiunque. Quando lo lessero, mentre lui li passava davanti con in mano il volantino in bella vista, capirono che il ragazzo non era un votante ideale.


Sesto ricordo

Sono due oggetti: un foglio protocollo di piccola dimensione (forse un A6) a quadretti, e un foglio strappato di un quotidiano regionale. In entrambi ci sono delle scritte: un numero di cellulare e un racconto molto breve, quasi un frammento. Era appena rientrato a casa dopo un lungo pomeriggio di studio matto e sempre piĂš disperato; si era appena tolto le scarpe, emanando nel perimetro della sua stanza un calore degno di una sauna turca e un odore degno di un bagno turco, e stava per cadere in braccio al suo letto, quando in un frangente di tempo pari a pochissimi istanti il suo idillio venne interrotto da una telefonata. Prese il suo cellulare e rispose alla chiamata: era uno dei co-editori di una rivista underground a cui aveva inviato tempo prima un racconto breve, nella speranza di poter essere pubblicato; era arrivato a ritrovarsi dei cassetti completamente ricolmi dei suoi scritti e delle sue prose, scarabocchiate e lasciate a metĂ in un foglio e poi continuate in un altro pezzo di carta. Ne erano interessati; avevano trovato il racconto originale e anche in tono con la loro linea editoriale. L'avevano chiamato in primis per avvisarlo del loro interesse a pubblicare il racconto, ma piĂš precisamente per lasciargli, per il futuro, un recapito telefonico che dovrĂ  utilizzare per eventuali conferme o partecipazioni alla progettazione dell'edizione e della pubblicazione del suo racconto. Il ragazzo era elettrizzato, e chiese al mittente di aspettare un istante per poter cercare un pezzo di carta su cui


PRIMA PARTE

33

scrivere il numero di telefono; venne il silenzio, ma non la calma, perché in dieci secondi non riuscì a trovare né nella sua borsa né di prima vista nella scrivania e nei comodini di camera sua alcuna superficie scrivibile. Gli chiese se poteva comunque recitarlo, così da memorizzarlo e mantenerlo in testa il tempo ideale per trovare un foglio qualsiasi su cui trascrivere il numero. Gli scandì i numeri, uno alla volta, e lui cercò di memorizzarlo attentamente; glielo ripeté tre volte, e poi lo salutò. Non gli era rimasto molto tempo prima che la memoria breve gli tendesse un tranello con qualche lacuna e dimenticanza. Continuava a ripeterlo nella sua testa, usando anche le labbra e un tono di voce più basso, e nel frattempo scandagliò con maggior cura gli interni della borsa, rovesciando tutto il suo contenuto nel letto, sporcandolo di polvere e di confezioni strappate; non trovando nulla procedette con la scrivania, aprendo ogni scaffale del mobile, trovando solo penne e altri articoli da cancelleria; nemmeno rovistare sotto il mobilio o nelle tasche dei pantaloni sporchi servì. Già aveva notato che stava dimenticando qualche numero, saltando di pari passo le cifre dispari; si arrese e tentò di scrivere il recapito sulla superficie della scrivania, ma nessuna penna era abbastanza appuntita da poter lasciare uno schizzo d'inchiostro visibile per un occhio normale. Il timore di perdere l'occasione lo mandò nel pallone, e gli mancava poco a crollare e a farsi prendere da un attacco di panico; controllò uno dei suoi quaderni nel disperato cercare di uno spazio per poter trascrivere il numero, quando trovò in mezzo ad uno di questi due carte diverse ma accomunate. Gli venne il colpo d'ingegno, e, con molta fretta, chiese ad una sua amica se gli poteva prestare un foglio protocollo del suo quaderno; lei glielo strappò volentieri, ma, sebbene fossero passati nemmeno dieci secondi dalla richiesta all'ottenimento, lui aveva già cominciato a scrivere il racconto che gli era apparso nella testa, e a tempo di record era arrivato a riempire tutta la carta che aveva preso da un giornale.


34

DUE MEMORIE

Ma la trama che aveva scritto non era ancora alla sua conclusione, e prese il foglio che le aveva lasciato per continuare la storia, che gli pareva uscire dalle sue dita per la velocità inusuale a cui stava scrivendo. Quando completò il racconto si alzò dal tavolo di studio, e senza salutare nessun suo conoscente raggiunse la saletta informatica, ove si trovavano i computer; accese uno di questi; trascrisse in pochi minuti tutto il racconto, allungandolo in diverse parti, a seconda della fecondità della sua ispirazione. Dopo gli ultimi controlli, la rilesse e vide che era una cosa buona e giusta per una qualche pubblicazione. Ricontrollando i fogli su cui aveva scritto notò che nella pagina di giornale c'era una pubblicità riguardante una rivista underground interessata alla pubblicazione di racconti di autori in erba, purché la tematica del racconto fosse inerente al loro stile. Il racconto che aveva appena prodotto rientrava nei loro canoni, e decise di inviargliela via email. Ora doveva solo aspettare. Prese la carta e cercò di scrivere il recapito telefonico, però vicino allo spazio c'era un sondaggio statistico in cui venivano mostrati una marea di numeri e cifre; rischiò di perdere il recapito a forza di 25%, 5,7, 22/77, 34 casi su 50. Segnò allora il recapito cerchiando i numeri delle statistiche che lo formassero. Lasciò dopo il foglio sul suo comodino, mettendolo in parte sotto il piedistallo della piccola lampada; dopo provvederà a salvarlo sul computer, come fece per il racconto. Si gettò subito dopo nel suo letto, e non si mosse fino all'ora di cena.


Settimo ricordo

Una confezione dallo sfondo bianco raffigurante un paio di cuffie del medesimo colore; sotto si trova la cifra del loro costo, cinque euro; dentro non c'è alcun foglio di garanzia o di sicurezza. Probabilmente è stato comprato da qualche venditore all'ingrosso, pur di risparmiare. Un gruppo di ragazzi correvano per la strada, saltellando e piroettando in aria, mentre da dietro c'era una ridda di persone pronte ad acciuffarle per il loro crimine commesso: la liberazione di un loro amico dalla prigionia, facendo saltare per aria il muro di protezione del centro di detenzione ove si trovava per aver commesso un crimine non spiegabile. L'atmosfera era ancora piena delle polveri della deflagrazione, in parte trasportate dall'ex prigioniero, accompagnato nella corsa dai suoi amici; saltellavano da una strada all'altra pur di non farsi beccare dai carcerieri e dalle guardie che componevano in parte il gruppo dei cacciatori. Ad un tratto avvenne una seconda esplosione, in mezzo alla strada, e tra le fiamme e le ceneri i ragazzi si gettarono dentro, scappando dalle loro grinfie; fermatisi davanti al buco, non poterono non sentire le risate di contentezza dei ragazzi, i quali si dirigevano felici verso la fine della fogna. Purtroppo, raggiunta la scala per risalire dalle fogne, trovarono le guardie, che si erano fatte furbe, cercando anche loro il punto di risalita. Erano accerchiati, senza piÚ bombe da lanciare nei muri o nei condotti fognari; stavano per essere assaliti quando dalla tasca uno dei ragazzi prese una...in quel


36

DUE MEMORIE

preciso istante le cuffie del ragazzo smisero di funzionare. Si trovava a camminare per una strada, in pieno centro, in direzione della sua facoltà, ove avrebbe continuato lo studio di una materia a cui, a breve, avrebbe dovuto dare un esame scritto. La musica non si sentiva più e lui si trovò con una fantasia interrotta, senza un proseguo efficace; provò a smuoverle e notò che se tenuta in un certo modo la musica ancora si sentiva, sebbene con un volume più basso e con qualche dispersione e interferenza. Tentò di continuare la storia che aveva nella sua mente, ma non riusciva a mantenere la presa perfettamente bilanciata: bastava solo un millimetro a destra, a sinistra, in basso o in alto che subito la musica dalle cuffie scompariva. Si sforzò mentalmente, nel caso si trattasse di un disturbo temporaneo, e rivide nella sua fantasia riapparire i ragazzi, però prima della scena in cui li aveva lasciati: uno di loro stava lanciando la bomba contro il muro, e gli sembrava di vederla perfettamente, quasi al rallentatore, mentre librava in aria, facendo una parabola prima crescente, poi discendente; nell'istante in cui i ragazzi si protessero la testa con le mani e si accasciarono dall'altra parte della zona di lancio partì l'esplosione, che fece esplodere in mille pezzi tutta la palizzata, colorando per pochi decimi di secondo lo sguardo di tonalità che variavano dal giallo ocra al rosso scarlatto. La musica si interruppe ancora una volta, e perse l'attenzione a quella fantastica scena. Sbuffò dalla rabbia: doveva essersi rotto con molta probabilità uno dei fili, che se messo in una posizione particolare faceva contatto e ritornava alla condizione precedente. Si strappò dalle orecchie le cuffie e le gettò nel primo cestino possibile. Dopo averle gettate cambiò direzione, e invece di andare in facoltà e studiare si impuntò, dirigendosi verso il negozio all'ingrosso dove aveva comprato tempo prima le cuffie, sempre per quel motivo apparente. Lui l'amava ed era ricambiato; stava per far schioccare il bacio nelle sue guance, quando videro


PRIMA PARTE

37

vicino al fiume una piccola lontra emergere e danzare sull'acqua, con sopra le loro teste la Luna che aveva raggiunto quella notte il plenilunio. Lui l'amava, e voleva lasciare un bacio sulla sua bocca; il silenzio della notte era accompagnato dal gracchiare dei grilli e dal luccicare delle lucciole, dormienti nelle siepi del muricciolo della strada del fiume calmo e senza alcuna corrente. Stavano passeggiando, tenendosi per mano e parlando sotto voce dei loro buoni propositi per il futuro, quando il ragazzo era ormai arrivato al punto di baciare, di assaporare quel momento magico ed idilliaco. Erano vicini al ponte di marmo, e sotto di loro la lontra ancora giocava con le acque chete; si guardavano negli occhi mentre parlavano, e al suono del mandolino si avvicinarono per baciarsi. Gli occhi di entrambi si chiusero, e lasciarono scivolare quel momento intorno a loro, sotto il cielo di stelle dorate e senza alcuna nuvola...si sono rotte di nuovo le cuffie, e, rientrato nella realtà, il ragazzo le strappò, spaccando il nodo di aggancio. Fremeva dalla rabbia. Dopo averle gettate in terra passò vicino ad un negozio che le vendeva; v'entrò, e scelse quelle più economiche, senza interessarsi della qualità e della longevità, purché fossero adeguate per il suo modello di cellulare. Il ragazzo entrò nel negozio e passò in rassegna ad ogni paio di cuffie esposto nella vetrina degli scaffali: scelse quello più economico, senza però dar l'idea al commesso di una qualche vena di parsimonia in realtà esistente. Il commesso gli consigliò di comprare quelle con la garanzia, che possono durare di più. Il ragazzo non gli diede retta e pagò. Lui pregò, sottovoce, che stavolta gli durino più del previsto.


Ottavo ricordo

Un promemoria di un prelievo, effettuato presso lo sportello della tesoreria di una banca locale, di circa cinquanta euro, a carico di un conto corrente familiare. Ăˆ stato incorporato anche il saldo contabile, di circa duecento tre euro, e quello effettivo, di centoquarantotto euro. Il calcolo non torna. Il suo sguardo, quel giorno, si posò proprio su una particolare illustrazione, originale, di un pittore di fine Ottocento: era raffigurata una ninfa, dai capelli giallo oro e dalla pelle di perla, che usciva dall'acqua e si posava ai piedi di un giovane Ilo, impudico e glabro; era una delle tante illustrazioni adoperate come riassunto visivo di una vicenda degli Argonauti di Apollonio Rodio. Agli occhi del ragazzo era uno spettacolo unico. Era nei pressi di una vecchia libreria, completamente diversa da quelle contemporanee: era piccola, dello spazio di un solo vano, senza cassa, la cui proprietaria, una signora anziana e vestita e truccata di tutto punto, era sola a controllare dalla sua poltroncina i pochissimi interessati della giornata. Non potendo combattere contro le holding editoriali, proprietarie di librerie in franchising, superiori in tutto, sostenute anche da importanti pubblicitĂ e sponsor e pubblicazioni di successo, tendeva a mettere in saldo il suo inventario, anche per poter disfarsi di vecchi libri ormai consumati, probabilmente adoperati nella sua infanzia di lettrice accanita e di appassionata di arte figurativa. In uno dei tre mobili che deteneva nella sua libreria c'era una sezione dedicata alle arti, piene di libri artistici e


PRIMA PARTE

39

manuali illustrativi delle più disparate stagioni artistiche. In alcune di queste c'erano anche delle illustrazioni a parte, le quali potevano essere anche incorniciate come se fossero dei quadri d'autore. Il ragazzo era conscio che illustrazioni del genere potevano essere costose. Appena entrato, chiese alla signora quanto mettesse quella iscrizione; gli disse che, data la rarità delle vendite artistiche, gliela poteva mettere anche a trenta euro, malgrado, quasi sicuramente, ne valesse il doppio, come minimo, se non di più. Gli chiese se poteva aspettarlo, lei gli disse che a breve avrebbe chiuso e che non poteva aspettarlo più di tanto, e che ci sarebbe un altro interessato all'illustrazione. Quest'ultima frase il ragazzo non la sentì, perché, preso dalla foga per l'unicità di questa occasione superlativa, corse spedito verso la prima filiale bancaria a prelevare la somma necessaria per comprare l'illustrazione. Dopo aver girato l'angolo tra la libreria e la zona attigua alla banca, si mise a correre con una velocità tale che aveva passato diversi semafori rossi, rischiando di venire addirittura investito da qualche camion e furgone-merci, senza alcun controllo, guardando fisso il fondo della strada che aveva imboccato; raggiunse la banca, anch'essa prossima alla chiusura. Appena entrato però dovette fare la fila, composta da anziani impegnati a mettere al più preso i soldi della pensione nel loro conto corrente e padri di famiglia chiamati a confermare il trasferimento di soldi della propria azienda ai conti di famiglia. Cominciò anche a discutere con uno dei vecchietti, fino a doversi sorbire il loro racconto, un riassunto non breve della loro esistenza e della loro esperienza in guerra come impiegato statale nelle città bombardate. Quando toccò a lui fece prelevare non trenta ma cinquanta euro, per eventuali aggiunte nella spesa corrente. Ci mise più tempo del previsto, a causa di alcuni problemi dovuti alla confusione nel riconoscimento del suo conto corrente con un altro, che lo fece tardare nella strada del ritorno. Uscito dalla filiale, si rimise a correre ma stavolta dovette fare attenzione ai semafori per via dei vigili che


40

DUE MEMORIE

si erano appostati lungo i passi pedonali; stava piovendo, e non volevano altri incidenti. Arrivò in ritardo; stava per pregustare l'illustrazione, e invece si ritrovò davanti la libreria con la saracinesca abbassata. L'occasione era persa, perché gli venne in mente in quel momento l'ultima frase della signora attempata. Se ne tornò a casa, con la coda tra le gambe. Entrato in camera da letto, si accorse in quel momento di un pacco, posto sotto la credenza vicino al suo letto. Lo prese, non sapendo se quel pacco nascosto fosse per lui o per gli altri suoi coinquilini. Lo aprì, e in quell'istante si ricordò tutto. Il ragazzo era interessato ad un'illustrazione prestigiosa, e voleva comprarla a tutti i costi. Entrò nella libreria e chiese se poteva comprarla; lei disse di sì, anche se c'era già un altro interessato all'illustrazione. Lui però notò che era a corto di soldi e chiese se poteva aspettarlo; doveva rientrare a casa e vedere se aveva lasciato qualche soldo in qualche tasca dei pantaloni. Lei glielo concesse, e immediatamente era sotto la propria casa. Dopo averli trovati tornò da lei, ma gli disse che ormai era troppo tardi, e qualcuno se l'era preso. Rientrò in casa, e prima di scomparire nella sua camera, un suo coinquilino gli venne incontro e lo avvisò di un pacco sotto il mobile vicino al suo letto. Non vi andò mai a controllare cosa ci fosse in quel pacco. Ora aveva tra le mani la sua illustrazione tanto cercata.


Nono ricordo

Un biglietto del cinema, con sovrimpresso al livello del titolo il timbro della vidimazione; il costo è di sette euro, e sembra che sia stato spiegazzato, forse per noia. Il ragazzo era di nuovo annoiato e stanco, ma stavolta indossava oltre al cappotto doppiopetto e alla sciarpa bicolore anche la veste della melanconia: non trovava stimoli per continuare la serata, e s'era promesso, uscendo dalla biblioteca pubblica, di rientrare a casa, di ritirarsi in camera e di andare a dormire in anticipo. Fuori pioveva; la città era inondata di pozzanghere, di cascate create dalle grondaie dei palazzi e di nubi di vapore create dalle risacche d'aria calda che uscivano dai condotti. La maggior parte degli abitanti si era rifugiata nei locali, rendendoli inaccessibili per i ritardatari come lui, senza alcun progetto in testa. Mentre si dirigeva in mensa vedeva il bar vicino al complesso pieno fino all'orlo di giovani e adulti che se la ridevano, probabilmente gonfi di alcol e di qualche canna di marijuana; allontanò lo sguardo e salì le scale, ma dovette cambiare tragitto, quando vide il cartello di chiusura anticipata posto all'entrata della mensa universitaria. In quell'istante gli venne in mente di andare al cinema: non potendo chiamare nessuno, dato che erano tutti i suoi amici erano fuori città, decise di sfruttare quella che considerava come “ultima spiaggia”. Scese le scale, controllando attentamente ogni scalino, per evitare di cadere e scapparsi il coccige sul pavimento, dopo chiaramente una ruzzolata degna di un film


42

DUE MEMORIE

comico. Camminò verso il cinema, ma a metà strada si fermò; appena vide il camioncino, vicino alla piazza, dello shish kebab e del gyros l’appetito gli impedì di continuare per la sua camminata; si avvicinò e chiese un panino. Rifocillato, controllò il suo portafoglio, per vedere se aveva abbastanza denaro per comprarsi il biglietto per il cinema; era uscito di casa con pochi soldi, del tutto impreparato agli imprevedibili colpi di genio. Si tranquillizzò, e tornò alla sua camminata; nel frattempo notò che era solo, e che tutte le strade in cui stava passando erano vuote del tutto. Se prima non era del tutto stupido per la vacuità delle vie urbane, ora, come destato da un sonno, ne rimaneva sbalordito, anche davanti alla proporzione delle strade e delle piazze in cui camminava. Arrivò al cinema in netto anticipo e chiese un biglietto; alla richiesta del film selezionato lui annaspò per qualche istante e guardando sopra il botteghino, ove si trovavano le locandine dei film in proiezione, scelse quello meno stupido e più intelligente, così da non doversi annoiare. Si sedette al suo posto: nonostante i pochi soldi rimasti non ebbe un posto inadatto per la proiezione; volle però sceglierne uno più congeniale, e, poiché la sala era del tutto vuota e priva di attenzioni da parte delle maschere, saltò di osto, mettendosi al centro della sala, nelle poltrone più costose, ovvero quelle più larghe e più comode. Stava talmente bene che quasi gli venne voglia di addormentarsi, ma si fece forza e rimase vigile, sia per il film sia per eventuali controlli o arrivi di coloro che avevano comprato davvero la poltrona dove si era seduto. Era iniziato il film, e la noia sembrava prendere il sopravvento ancora una volta; dopo una decina di minuti il film era diventato monotono e triste, facendolo ricredere della scelta che aveva fatto. Tempo prima però ebbe più fortuna nel trovare un film congeniale sia per la serata sia per la compagnia. Era una serata depressa e faticosa da vivere quando il ragazzo e un suo coinquilino decisero di passarla a vedere un film nel primo cinema che era accessibile per quell'ora. Non avevano alcun film in testa, e il


PRIMA PARTE

43

coinquilino fece decidere al ragazzo, quando erano al botteghino: scelse la commedia, e comprarono allora i biglietti per quella. C'era un po' di gente nella sala, e nonostante ciò il coinquilino lo coinvolse nel prendere abusivamente posto in un'altra poltrona, nella speranza di non essere beccati. Non erano passati nemmeno dieci minuti e stavano morendo dalle risate, e il ragazzo era sì contento per la scelta fatta, ma era anche felice per aver reso altrettanto quieto il suo coinquilino, da tempo dello stesso tono del tempo per via di alcuni problemi familiari difficili. Venne svegliato da una maschera, alla fine del film; aveva in mano il suo biglietto, e gli chiese gentilmente perché si trovasse in quella poltrona. Gli disse che s'era sbagliato, e che non l'aveva fatto apposta; la maschera non gli credette ma, data l'unicità del caso, lascio correre; lo pregò di uscire dal cinema, che stava appunto per chiudere. La sala era del tutto vuota, ed erano rimasti solo le maschere e gli spazzini, intenti a raccogliere i biglietti e i resti dei popcorn. Il ragazzo si rialzò con difficoltà, non ancora ripreso dalla dormita fulminante, e venne accompagnato fuori; nell'uscire però scivolò nel gradino e a momenti non cadde di schiena. La maschera scoppiò a ridere per la scena comica, il ragazzo no.


Decimo ricordo

Due biglietti per una mostra d'arte contemporanea, scritta in inglese, in cui è raffigurata un'opera della mostra, a destra del titolo. Il ragazzo se ne stava in giro, grazie al cielo sereno che il pomeriggio stava promettendo in quel giorno; aveva appena preso della pizza d'asporto, da dividerla con alcuni suoi amici e compagni di studio, quando, dietro di lui, gli arrivò una strana voce, dalla parlata straniera, che lo chiamava; si voltò e non trovo nessuno; penso si trattasse di una svista, e che quella voce fosse quella di un passante che chiamava un suo omonimo. Risenti la voce da dietro, si rigirò su sé stesso e non trovò nulla. Infatti se la ritrovò davanti: era una ragazza formosa, con le efelidi e il sorriso sia in bocca sia negli occhi. Gli chiese se fosse lui il ragazzo che stava cercando; lui chiese chi fosse: era l'amica di un suo coinquilino, ed entrambi quel giorno avrebbero dato la loro prima mostra artistica, con la visione pubblica delle loro opere d'arte contemporanea. Lui, su richiesta del suo coinquilino, era stato invitato a partecipare, e lo stava cercando direttamente per lasciargli il biglietto per l'accesso, non sapendo il suo recapito telefonico. Il ragazzo si accese e la ringraziò per la gentilezza; lei ne se andò, lasciandolo a guardare il biglietto e a sovreccitarsi per l'occasione straordinaria. Tornò a casa, sempre immerso nella sua aria fantasticheggiante, senza ascoltare uno dei suoi coinquilini, il quale era preoccupato per la bolletta che ancora non era stata pagata e che era a rischio di scadenza. Il ragazzo se ne


PRIMA PARTE

45

andò in camera a cambiarsi d'abito, constatando che, dato si trattasse di un evento quasi mondano, era necessario un abbigliamento adatto. Se ne uscì con indosso una camicia a righe colorate, con un pantalone color noce e con scarpe nere; come era entrato ne era uscito senza rivolere nemmeno il saluto al coinquilino, fisso a guardare il costo dell'ultima bolletta, a cui nessuno nell'appartamento era capace di provvedere finanziariamente. Arrivò alla mostra, dopo aver passato tutto il tragitto ad evitare che anche la minima goccia di sporco intaccasse il suo vestiario da festa; non ricordandosi però in quale piano si trovasse la mostra cercò di intuirlo passando per ogni piano, guardando, se possibile, dentro. Al primo piano scoprì che c'era un ufficio notarile, la cui segretaria, quando lo vide passare, pensò si trattasse dell'ennesimo giovane adulto eccentrico e figlio di papà ricco e viziato; passando per il secondo piano invece trovò uno studio psichiatrico, e venne adocchiato dal proprietario in uscita, il quale pensava di avere davanti l'ennesimo caso di mitomania. Alla fine trovò la mostra, al terzo piano del palazzo, ma se la prese male quando notò che il salone era vuoto: tutto l'appartamento era ricolmo di quadri e di statue dalla strana forma e dal gusto difficile, ma non c'era l'ombra di un visitatore all'infuori di lui. Era solo, in mezzo a tutto questo mobilio artistico, che tra l'altro non lo elettrizzava come poco prima sperava. Trovò all'entrata alcuni dépliant in cui era scritto che tutte le opere in mostra erano state consegnate dai rispettivi autori, e quindi pagate completamente; non avevano più alcun diritto di proprietà su di esse. Per perdere un po' di tempo cominciò a fare delle foto a tutti gli oggetti in mostra: prima ai quadri posti nella sala est dell'appartamento, i quali, a causa della poca luce esterna, erano difficili da riprendere in fotocamera, e quindi dovette ricorrere a qualche gioco di luce per riportarli nelle foto. Dopo passò alla sala nord, e lì fece una scoperta particolare quando guardò uno dei quadri affissi.


46

DUE MEMORIE

Il coinquilino stava disegnando, quando il ragazzo, senza farsi notare, entrò in camera sua per prendere il libro che gli aveva lasciato in prestito. Mentre passava inosservato nella parte della camera adibita a sala studio e lettura, il ragazzo notò un quadro, ben rifinito; cominciò a fissarlo con piacere, quando venne interrotto dal coinquilino, che, accortosi della sua presenza, gli disse che era un suo quadro, a cui aveva dedicato molte ore di lavoro, anche notturne. Ci teneva molto a quel quadro, da come ne parlava, e avvertì il ragazzo di non toccarlo per nessun motivo. Sotto il quadro c'era anche un foglietto, con una dedica; chiese al coinquilino delle spiegazioni e lui rispose che lo voleva inviare a sua madre, via posta, come regalo per il suo compleanno. Poi chiese al ragazzo, dopo che avesse fatto la sua faccenda, di lasciare camera sua. In quel momento il cellulare del ragazzo squillò, rimbombando per tutta la sala; disattivò l'applicazione della fotocamera e rispose: era il suo coinquilino, che lo avvisò che l'altro aveva portato una busta contenente dei soldi, bastanti per pagare la bolletta. Riattaccò, e vide di nuovo quel quadro, che nel frattempo si era illuminato di un raggio di sole pomeridiano. Se ne andò, con una certa amarezza in bocca.


Seconda parte L’estate ricordata


Undicesimo ricordo

Un dépliant di un'opera teatrale messa in scena quella sera, con all'interno le interviste al regista e agli attori protagonisti; è allegato anche una raccolta di impressioni da parte del pubblico, sia in quel periodo sia egli anni precedenti. Tra un racconto e l'altro ci sono delle pubblicità e degli sponsor, forse del teatro in cui avviene la recita. Il ragazzo quella sera, in occasione dello spettacolo teatrale, volle uscire vestito da anziano. C'era il suo spettacolo preferito, una pièce teatrale che raramente mettono in scena nel suo paese, specie in un ambiente raffinato qual era il teatro civico. L’aspettava da diverso tempo, e ogni volta si sentiva male quando scopriva che quello spettacolo o era stato rimandato, o era stato rappresentato in un’altra zona del suo paese, di conseguenza non più accessibile per i suoi mezzi precari, o era stata fatta in un momento in cui non era in grado di partecipare. Questa era un'occasione forse irripetibile, e come tale si preparò con un vestiario particolare. Il suo abito era facile da comporre grazie ad alcune vesti portate da casa: una camicia bianca di lino; una cravatta monotematica color rosso e un paio di pantaloni eleganti scuri, come era anche la giacca, di velluto, che portava sotto l'impermeabile. In aggiunta prese in prestito il cappello di lino, un borsalino color grigio scuro, da un suo coinquilino, il quale stava trascorrendo la serata con la sua fidanzata, tra un litigio e un'affettuosità a cui lui si erano ormai abituato impotente, non potendo in alcun modo intervenire per placare certe oscillazioni di umore di lui e di lei. Dopo


50

DUE MEMORIE

aver ricontrollato tutto e aver preso anche il biglietto per il teatro, uscì di casa e si diresse all'entrata del teatro, un vecchio edificio in ristrutturazione, di origine barocca, in decadenza. Nel tragitto notò come molti soggetti in costume si erano riversati per strada, come se quella fosse la sera di Ognissanti, in particolare quella angloamericana di Halloween, dove tutti si travestono per piacere, per alternare l'estro vestemico e l'estro alcolemico, a volte in maniera divertente e comica, come quello che accadde vicino all'entrata, dove il ragazzo trovò un gruppetto di ragazzi travestiti da mimi, che prendevano in giro le signore in pelliccia e accappottate con versi osceni a sfondo sessuale. C’erano anche le situazioni in cui di divertente c’era davvero poco, ed era più uno sfogo violento e ignorante, come quello che vide al rientro, e che non toccò minimamente il suo interesse, riuscendo per bene a dimenticare. Passato il gruppo di mimi, addentrò nel botteghino del teatro; nessuno capì che si trattasse di un giovanotto e senza guardargli gli occhi, sua unica maniera per intuire la sua reale età, si fece trascrivere il costo ordinario del biglietto, senza farsi agevolare con lo sconto da studente. Infatti il ragazzo, quando vide il prezzo del biglietto, si levò la sciarpa che s'era messo e si fece palesare come il giovane che era. Non cambiò nulla: il biglietto ora era stato registrato e dovette pagarlo intero. Lo pagò, e, senza discutere, aspettò nella sala, guardando nel frattempo riempirla da altri passanti e spettatori in attesa del biglietto: c'era una coppietta di anziani, che guardavano i pensieri che avevano lasciato come ricordo negli annuali del teatro; c'era una famiglia, composta dai genitori e dai due figli piccoli, che, a causa della loro vivacità, erano messi sotto torchio da questi; c'era una coppia, madre e figlio, che leggevano insieme il dépliant dello spettacolo, sebbene uno dei due stava più puntando il suo sguardo verso la sala d'entrata, ove si era formata una lunga fila. Anche il ragazzo iniziò a fissarla, ed ebbe un richiamo.


SECONDA PARTE

51

C'era un importante spettacolo, ove si esibiva la sua compagnia preferita in un'opera alquanto inconsueta per i palcoscenici locali: la storia di un essere che tradisce tutti e lascia morire uno dei personaggi perché non accettava l'adulterio della sua ex-moglie. Il ragazzo era insieme al suo gruppo di compagni di studi, guidati dal suo professore di letteratura italiana, e, agitato per il momento per lui storico, cercò di ridurre l'ansia con la lettura del dépliant in particolare delle interviste ai protagonisti e al regista. In quel preciso istante la sua pancia gorgogliò, richiamandolo all'attenzione sul suo folle digiuno perseguito fin dalla stessa mattinata: non potendo andare per questioni di tempo nel suo locale preferito, preferì non andare a mangiare da nessun'altra parte e di tenere il suo stomaco vuoto, dimenticandosi degli effetti consequenziali. La pancia continuò, e peggiorò nel suo tentativo di obbligarlo a sperperare i suoi soldi nel comprare qualche leccornia dal piano bar del teatro; lui era del tutto riluttante nello spendere così tanti soldi per un piccolo boccone di pane, laddove sarebbe stato pagato, in un altro locale, molto meno. La pancia lo condusse nella visione degli altri spettatori: alcuni avevano ascoltato le proprie intestina e avevano lasciato dimagrire ulteriormente il proprio portafoglio, ingrassando il proprio stomaco, anche se non nella stessa proporzione. Il ragazzo li guardò ancora, mentre addentavano qualche sandwich e un poco di brasato. La pancia continuò a bramare il cibo, e arrivò perfino alla testa. “Venire in vacanza e passarla ad aumentare il proprio peso corporeo per qualche disturbo di narcisismo al rovescio. Questa sì che è una bella trovata! Certo, una tale intelligenza è tipica nei furbi. improntati a dimagrire per bene, non potendolo fare prima, nella stagione passata dell'inverno. Ogni estate mi tocca rincontrarli, povero me...


52

DUE MEMORIE

Come se non si fossero ingozzati quei marpioni acciambellati come oche durante il pomeriggio, stando sotto l’ombrellone nel momento libero del cielo! Con molta probabilità avrei ritrovato questi personaggi, ancora, ad ingurgitare in continuazione qualche pezzo di cocomero dopo un set di panini farciti con gli avanzi della cena, amalgamati con succhi oppure vinelli fatti in casa. E tra questi ci sono quelli più tranquilli, che non hanno raggiunto il livello della pasta d'asporto, o delle crocchette fritte prese in mezz'ora di fila e trangugiate in due minuti con salse ed altro, e si sono arresi prima, ritrovandosi ad affondare nel sonno dei cibi indigesti...” Dunque, il ragazzo stava ancora a fissarli e si ritrovò in mano niente per poter placare la fame, se non un dépliant, che evitò di mangiare, per sua fortuna. Intanto il suo professore lo chiamò, per avvisarlo dell’imminente entrata per il primo tempo della recita. Il ragazzo entrò, e, dopo aver passato dieci minuti a capire quale fosse il suo posto, trovò la cabina sua, e si addentrò: si tolse la giacchetta che teneva quella sera e occupò la sua poltroncina, mentre gli altri suoi compagni saltellavano tra un bagno e un palco; alcuni erano addirittura arrivati in sala regia per fotografare il panorama da quella postazione, e stavano per essere cacciati dalle maschere quando, a causa della tempistica, vennero richiamate a controllare la folla nel palco, lasciandoli scorrazzare di nuovo verso la propria postazione, senza ottenere alcuna pena. Iniziò lo spettacolo, e il ragazzo fin dall’iniziò non cambiò sguardo o posizione, rimanendo del tutto immerso nella loro rappresentazione: gli unici momenti in cui purtroppo venne richiamato alla realtà dei fatti fu dato dal rumore del suo stomaco, fortunatamente udibili solo da lui e non da altri, che li fece ricordare la sua scelta estrema, e la natura di quel capogiro che stava cominciando ad avere nel bel mezzo della recita. “E certo! Meglio mangiare e tenere attive le proprie mandibole piuttosto che prendere un poco di sole in più! Vo oltre, o almeno ci provo, altrimenti dovevo buttarmi


SECONDA PARTE

53

in acqua e tentare di risollevarmi l'animo bagnandomi, senza essere coperto da un asciugamano che lo potesse coprire dal venticello serale. Guarda con quale voracità quella signora sta addentando quell’oliva ascolana! Guarda con che ferocia quell’altro si succhia quell’alice sott’olio! Provo a mettere la testa sott’acqua e forse mi dimenticherò di tutti questi mangiatori compulsivi. Dio, le mie gambe mi stanno uccidendo! Devo fermarmi il prima possibile o crollerò!” Lo spettacolo finì, e il ragazzo tornò a casa. Nella strada trovo un gruppo di adolescenti che, ubriachi, spaccarono nelle mura di un palazzo una serie di bottiglie di birra, ridendo ad ogni deflagrazione del vetro. Il ragazzo voleva usare la sua veste pur di fermare quella stupidaggine, ma preferì allontanarsi, pensando al letto di casa sua.


Dodicesimo ricordo

Un biglietto del treno, perfettamente vidimato dalla macchinetta, con segnalato la supervisione del macchinista. Ha come direzione finale una località marittima, alquanto lontana dalla città ove il ragazzo studiava. È bagnata una sua estremità, forse dal mare. Era mattina presto, fuori c’era una leggera coltre di nebbia che aleggiava tra i palazzi del quartiere dove risiedeva il ragazzo, e pochi erano i passanti che camminavano nelle piccole vie, la cui maggior parte erano podisti intenti a dimagrire per la vacanza imminente. Il tempo aveva promesso qualche giornata di sole, sereno e chiaro, e il ragazzo, non avendo nulla da fare in quei giorni, s’interessò ad una piccola vacanza che poteva tranquillamente fare in una zona costiera lontana dalla sua città. Alcuni suoi amici avevano pensato la stessa sua idea, ma qualche giorno prima, lasciandolo da solo in città, e senza invitarlo alla loro scampagnata. Non se ne risentì, e capì, seppur con qualche difficoltà, la loro scelta d’azione. Una sveglia scattò e lo fece svegliare. Dopo aver disattivato la sveglia, se ne andò in bagno a lavarsi la faccia, preferendo una breve pulizia invece di un lavaggio completo con la doccia, data l’ineluttabilità del caldo che avrebbe avuto per lo spostamento delle valigie e del sudore che gli sarebbe venuto nel compiere una simile odissea. si preparò, vestendosi con indumenti leggeri quali una camicetta e un paio di chinos beige, e, ricontrollando per la terza volta tutti gli oggetti messi dentro le valigie, le prese e si


SECONDA PARTE

55

diresse alla prima fermata degli autobus. Appena passato il vicolo tra casa sua e la zona dove si sarebbe fermato il bus, se lo vide passare, con lui troppo distante per sperare di riuscire a salirvici: non perse d’animo e il ragazzo saltò sulla carreggiata, e dopo aver evitato una macchina che stava superando il bus, salì sul marciapiede opposto e chiese, battendo con il palmo delle sue mani il vetro, di poter salire a bordo. Ci riuscì, e dopo aver preso le valigie, ripartì. Arrivato alla stazione ferroviaria, si diresse verso il botteghino dei biglietti, ma vi trovò una ressa immane di passeggeri e viaggiatori, di ogni lingua conosciuta, e non potendo perdere tempo per via del ritardo dovuto al bus e al traffico urbano, fece girare le ruote delle sue valigie verso le macchinette automatiche, e anche in quelle vi trovò la medesima fila, quasi copia perfetta di quella precedente. Aspettò che la fila si disperse tra i suoi viaggi e i suoi treni, e quando toccò lui dovette accelerare i gesti della mano, per riuscire ad avere la stampa e compiere la vidimazione presso di sistemi di timbro in pochi minuti. Salì sul treno dopo la vidimazione, trovandovi per la terza volta la medesima ridda: se fosse paranoico avrebbe potuto pensare che si trattasse di una persecuzione ad hoc, voluta per fargli rovinare la mattinata. Aveva portato con sé, tra le valigie e gli oggetti a lui cari, anche il computer portatile, e, appena il treno partì, collegò il filo della ricarica alla presa di corrente, e si gustò alcuni film che aveva scaricato qualche giorno prima, in vista del lungo viaggio verso il mare, e in quell’istante si ricordò di un medesimo viaggio che fece poco tempo prima. Il ragazzo stava ascoltando la musica che aveva nel suo cellulare dalle sue cuffie portatili; intorno a lui i suoi amici stavano conversando su quale locale era più consono per il loro soggiorno: avevano passato le ultime tre giornate chiusi in biblioteca a ripassare due materie allo stesso tempo, arrivando a confondere terminologie di un dato registro con parole di un testo studiato per un’altra scienza. Uno puntava per i locali sulla costa,


56

DUE MEMORIE

forse nella florida speranza di ottenere il pretesto di qualche ubriacatura, uno in qualche visita notturna nei centri del litorale, magari cercando di rimorchiare qualche ragazza nei paraggi. Lui non riuscì a sentirli, anche se aveva giù intuito dove sarebbero andati a parare per quella loro breve uscita marittima. “Il locale è un classico ritrovo rivestito di legno, famoso nella costa per lo stile riecheggiante alla città di L’Avana, la mitica Cuba dei rum, che adesso stanno servendo alcuni giovani camerieri scapestrati alla clientela. Dobbiamo attendere il nostro turno; forse è più che giusto prendere qualcosa, nell’attesa di un miglioramento delle condizioni, o al limite per ubriacarsi in compagnia. La lista era lunga, tra liquori, alcolici e cocktail esotici anche nel prezzo: c’è chi ha scelto il Cuba libre, chi il Caipirinha, chi altri nomi dimenticati a favore dell’alcol dentro. Ma tutti in silenzio? Nessuno che ha voglia di ciarlare; allora il silenzio, una piccola tregua concessa contro la tempesta in crescendo inesorabile. Wow, fuori c’è un continuo tuonare, infernale proprio! Alcuni hanno con sé il cellulare, per usufruire della linea WIFI e divertirsi come a casa, da soli, al caldo tra le coperte. Intanto alla radio danno della musica cubana, in tema col bar; arrivano i liquidi alcolici, e solo uno della compagnia comincia a bere senza frenarsi. La musica continua anche se fuori i tuoni la fanno da padroni nella scenografia del golfo, schizzando per pochi secondi il bianco nel nero del cielo. Qualcuno muove le labbra annullando il silenzio imposto dalla situazione. È l’inizio della serata, e finalmente qualcuno c’è riuscito ad attivarla!” Mentre il ragazzo non li ascoltò, decisero di andare a passare la serata di quel loro soggiorno in città, tra le mura costiere, con davanti il panorama illuminato delle navi in ormeggio, ancora più forti grazie alle poche luminare accese, indice di un numero esiguo di locali aperti. La scelta fu rischiosa, perché essendo pochi i locali aperti non potevano far altro che passeggiare.


SECONDA PARTE

57

Infatti quella sera trovarono delle ragazze, ma finì male per tutta la brigata. Iniziò con alcuni fischi da lontano, per chiamarle, e appena erano nel raggio d’azione loro si avvicinarono e chiesero a quelle ragazze, appena uscite dalla boutique, se le andavano di andare insieme per i moli; loro accettarono, ma, nel momento in cui si discostò uno dei ragazzi del gruppo per provarci ancora più esplicitamente con una delle ragazze, entrambe si prepararono e, dopo averlo fatto inciampare con una sgambata precisa, lo fecero cadere, scivolando in mare. Le risate delle ragazze si accompagnò a quelle del ragazzo, che vide il suo amico cercare di risalire, rischiando di finire sotto le carene delle navi. “Dio! Che emozione! Le navi sono ormeggiate nel porto della marina locale, ferme allo specchio della darsena, bloccate all’afa senza vento: diversi yacht sono abbandonati dai padroni e dalla manutenzione al sole di mezzogiorno, sole al silenzio del primo pomeriggio. Il mio sudore gocciola dalla fronte poco a poco, aspettandosi tra qualche minuto di affumicarmi sotto la camicia. Per scongiurare il rischio, se la toglie, ma commetto l’errore di lasciarla momentaneamente vicino alla balaustra; cade come una foglia in acqua, osando anche affondare. Era in mare! Il colpo al cuore e al cervello m’arriva con tanto di schiaffo alle tempie e in fretta e furia mi butto in acqua scendendo veloce dalla scalinata d’emergenza del ponticello. Stava per affondare ma io, con pronta calma, mi tuffo e la vado a ripescare, anche se stavo per affondare!” Era ancora in viaggio il ragazzo; notò che il sistema di carica non era funzionante, e che il computer era quasi scarico. Guardò fuori da finestrino, e cominciò a pensar male.


Tredicesimo ricordo

Un piccolo volantino in cui viene annunciata l’apertura di un nuovo locale di cucina vegetariana, in cui vengono serviti stuzzichini e bevande gratuite, con alcune piccole offerte omaggio. Le varie tonalità di verde usate nella stampa rendono meglio l’idea della loro politica gastronomica. Il ragazzo stava studiando presso la biblioteca della facoltà: era totalmente immerso nei propri libri, con fare inusuale, dato che la maggior parte delle volte non riesce a concentrarsi quando si vede costretto a studiare delle materie alquanto noiose e mortificanti per la mole e per l’impegno che richiedono. Si trovava a leggere il terzo libro della materia in esame, un recente saggio del professore, ove il narratore, sempre lo stesso professore, si sbrigava a concludere le proprie idee in maniera frettolosa e sbrigativa; grazie a questo il ragazzo sente di poter respirare un poco, essendo alla terza ora di studio, su un numero obbligatorio di cinque ore. Ad un tratto sentì un leggero tocco sulla spalla, fulmineo, tanto che subito dopo non lo risente. Allenta per un istante lo studio e si tocca con la mano destra la spalla, non trovandoci nulla: poteva essere uno spiffero, un insetto ora volato o una piccola allucinazione sensoriale. Qualche istante dopo la risente e stavolta vi pone anche lo sguardo, non trovando per la seconda volta nulla che gli desse la prova di quella sensazione. Risentì il tocco per la terza volta, e, irritato, si girò completamente: era un suo amico, che da quasi un minuto, lo richiamava all’attenzione su un piccolo progetto serale. Lo mandò a quel paese, facendogli notare la sua enorme quantità di


SECONDA PARTE

59

libri e appunti che deve studiare per un imminente esame. Dopo aver ricevuto l’apposizione di imbelle ottenne anche un piccolo plico di un locale che in quella giornata avrebbe aperto. Era solito per quel gruppo fare delle piccole incursioni nelle inaugurazioni o nelle aperture straordinarie di negozi o piccole boutique gastronomiche: essendo la mensa alquanto magra in fatto di pietanze e di pasti, se c’era la possibilità di rimpinzarsi con alcuni manicaretti senza dover toccare tutto meno che il portafoglio, perché non farlo? Il rischio maggiore è di fare la figura degli accattoni, dei mendicanti, e di perdere la propria dignità. Il ragazzo chiuse i libri, prese il resto degli appunti che non erano stati messi fuori dalla sua borsa, li rimise dentro, chiuse la borsa e si fece accompagnare dall’amico in questo locale. Prima passò di casa per riporre la valigia, lasciando fuori, all’uscio del palazzo, il suo amico: dopo essere risalito notò il suo coinquilino indaffarato con una sua amica, mentre bevevano del vino rosso insieme; quando uscì dalla camera senza la valigia non lo ritrovò più al tavolo, ma dalle voci sottili che si sentivano dalla camera di lui intuì come sarebbe andata al suo coinquilino la serata. Ritornò dall’amico e arrivò, con un certo ritardo, all’appuntamento del gruppo: c’erano alcuni suoi amici, fuori dal locale ad aspettarli. Lui chiese che fine avessero fatto gli altri, poiché non erano tutti presenti all’aperitivo; uno del gruppo lo informò dell’assenza giustificata di alcuni suoi amici: uno si era ammalato; un altro era fuori città; un altro era schizzato per via dello studio e si era asserragliato in casa; e un altro era occupato con un’altra, e preferiva rimpinzarsi in un altro modo. Il locale era composto da tre stante di piccole dimensioni, troppo per la mole degli interessati crapuloni. In quell’istante gli venne in mente, guardando la fila fuori dal locale, un avvenimento analogo. C’era un breve venticello intorno alla cittadella, e il ragazzo, in fretta e furia entrò nel locale, illuminato leggermente dai lampadari in stile retrò e dagli specchi


60

DUE MEMORIE

posti sui muri. Una sua amica stava presentando una sua piece teatrale, assieme ad una famosa attrice locale, e il ragazzo si trovava seduto fuori dalla sala della conferenza, la quale era totalmente piena di spettattori e giornalisti, tra cui alcuni suoi amici di facoltà. La ragazza era particolarmente timida e impacciata e mostrava delle difficoltà nel rispondere alle domande dei cronisti, i quali le chiedevano della sua capacità attoriale e della sua tenera età. Per quanto il campo visivo non glielo permetteva lui cercava di guardarla e di seguirla con lo sguardo, non notando i camerieri che aveva dietro. Quando l’intervista finì, i proprietari del locale avvisarono i presenti del ricco buffet che si trovava dietro al ragazzo. Lui se ne accorse della sua posizione scomoda quando vide la folla andargli addosso, con la stessa foga delle masse durante la caccia all’assassino. Se ne scansò facilmente; purtroppo tale mossa, per quanto lo avesse salvato dall’essere investito in pieno, lo portava a dover retrocedere, e a dover aspettare il proprio turno, mentre gli altri poterono gustare prima le pietanze servite. “Le cene, oh sì, le cene! Prendere d'asporto qualche pizza, o bere nei pub vicini, o pattinare nelle piste delle sale gioco. Tanto per mettere a posto lo stomaco vorace ed insaziabile! E già, per farmi calmare il mio appetito, mi tocca guardare gli scogli, e uno di quei ragazzi che si trovano lì, sugli scogli: pensava di fare il sirenetto per qualche ragazza, o di fare lo sbruffone all'amico; intanto lo hanno fatto finire contro gli scogli. Bam! Buttato giù come un sacco di patate. E certo, se qualcuno ti colpisce la gamba con qualche pietra sfido io se non cadi in acqua. E intanto ci sono loro, i ragazzi, che stanno riflettendo troppo a lungo su dove andare e cosa fare: temono di rischiare se vanno nella cittadella medievale; temono addirittura di perdersi. Certo, non sono modaioli mondani, come molti della nostra età, e preferiscono divertirsi non solo in un'unica maniera, seppur allettante e più dinamica, ma in altre. Vedremo


SECONDA PARTE

61

un po’ cosa il loro cervello produrrà da questa pressione che il tempo li sta esercitando.” Nel mentre, fuori il tempo cominciava a peggiorare: le nubi si facevano sempre più grigie, e la gente, che tentava di prendere anche ricorrendo a spintoni e tonfi il cibo dai vassoi che stavano servendo i camerieri, cominciava a mangiare più velocemente possibile, anche rischiando l’asfissia e il blocco della trachea per l’enormità del cibo che ingurgitavano. Iniziarono le prime gocce, lentamente, una ad una, che rendevano il pavimento cementato della zona pedonale sempre più a pois; la gente cominciava a sentire le gocce, ma pensava fosse un’allucinazione, fino a quando non si moltiplicarono. Non poteva più essere un fenomeno di psicosi collettiva. “Piove. No, dai, è fantastico! Le previsioni parlavano di una pioggerella tenue, leggera e breve; sarebbe stata accettabile, se non deliziosa con l’afa che è scoppiata da ventiquattr’ore. Tra l’altro, il mio stesso vestiario è fatto su misura per ottenere dal clima un poco più di fresco, e in caso di acqua di rinfrescarsi. Ero appena uscito dall’appartamento, e, dopo solo cinque passi contati a posteriori per l’assurdità del momento, ecco le prime gocce. I pochi temerari seguivano la moda di affollare i locali della zona, sempre con la stessa speranza di quest’ultimi di vedere il nubifragio passare, e di scendere in spiaggia, verso il mare. Noi invece? Chi lo sa...” I ragazzi notarono che vicino al locale vegano c’era una birreria: decisero di passare la giornata, a causa del maltempo e della troppa gente, a berci sopra, dimenticandosi il caos di quel pomeriggio. Il ragazzo intanto si era beccato in pieno un bicchiere di succo: maledì il cielo.


Quattordicesimo ricordo

Un plico contenente informazioni su un nuovo gruppo politico emergente: sembra moderato dalle scritte iniziali presenti nella copertina, però, andando a leggere il contenuto, si nota una certa propensione alla propaganda, visto l’uso delle maiuscole e del grassetto. Era un giorno come tanti alla mesa dell’università: entravano ed uscivano con la stessa voglia di noia quotidiana tutti i commensali che si prodigavano a leggere, a controllare e a scegliere i pasti della giornata, veri e propri ricatti su carta. Il ragazzo aveva appena finito di scrivere gli ultimi appunti della parte mattutina del suo studio matto e sempre più disperato, ed era appena entrato nei locali della mensa: per quella giornata aveva deciso di prendere il menù tradizionale, e di sorbirsi la minestra e il petto di pollo; quando era sul banco in attesa di essere servito notò il colore di entrambe le pietanze, e si sentì quasi un paziente di un ospedale sull’orlo del fallimento economico. Gli mancava soltanto vestirsi con una tunica azzurra, abbottonata sulla schiena, e con la cuffia anti-germi. Prese il suo vassoio colmo delle pietanze e se ne andò a mangiare fuori, all’aria aperta: il cielo era terso, eppure c’era un particolare clima freddo, nonostante il sole svettasse in cielo e con i suoi raggi sembrasse poter spaccare le pietre. Aveva passato diversi minuti a vedere il panorama che aveva davanti a sé quando a bloccargli la vista venne un ragazzo, della sua età: aveva con sé un vassoio pieno di squisitezze e di leccornie del tutto diverse da quelle


SECONDA PARTE

63

che aveva il ragazzo. Questo ultimo, infatti, cominciò a provare una certa invidia per lo sparviero. Lo vedeva mangiare, lentamente, e il suo sguardo non era ancora stato ricambiato. Il ragazzo allora decise di continuare a mangiare, senza tentare altri ammicchi o sguardi. Ma, mentre mangiava, lo sparviero gli chiese come fosse la sua pietanza; il ragazzo gli rispose, dicendo che era particolarmente fredda; allora lo sparviero affermò che in mensa le uniche cose calde erano i corpi obesi delle cameriere. Il ragazzo cominciò a ridere leggermente della battuta. Lo sparviero aggiunse che era come mangiare del vetro da quanto erano duri perfino i pani del contorno. E ancora il ragazzo rideva di buon gusto. Si presentarono: quel ragazzo era uno studente di Scienze Politiche, interessato alla letteratura umoristica e alla satira politica; in futuro vorrebbe diventare un comico, un commediante, e viaggiare per tutto il paese facendo delle tournee. Era anche appassionato della situazione politica attuale, tanto da parlarne anche con dei perfetti sconosciuti, come il ragazzo che aveva di fronte. Gli spiegò la sua idea riguardante la condizione degli studenti e gli fece intendere che era a favore di una maggiore libertà da parte loro nell’amministrazione e nella didattica. Il ragazzo condivise il suo pensiero, aggiungendo che generalmente gli studenti sono tenuti lontano dalla tavola delle direttive e dei controlli sindacali; i diritti verrebbero a meno così facendo. Continuarono a trattare queste argomentazioni per oltre due ore: il ragazzo cominciò addirittura a credere che tutto questo fosse il déjà-vu di un’altra situazione. Fuori faceva freddo: era una giornata quasi autunnale, per colpa del sole di ghiaccio e della lieve tramontava che agitava le strade. Il ragazzo era a passeggio con un suo amico, e aveva scoperto che qualche giorno prima questi si era tesserato ad un partito moderato. Lo aveva capito da quanto l’amico non faceva altro che raccontargli della sua esperienza: l’amico si trovava da solo, in una stanza; poi apparvero, come per magia, due segretari, i quali gli chiesero la carta d’identità e il codice fiscale; subito dopo gli


64

DUE MEMORIE

diedero la tessera, e gli strinsero la mano. Il ragazzo non trovava nulla di speciale nella situazione descrittagli, ma l’amico aggiunse che si sentiva al settimo cielo per essere un sostenitore di quel partito politico, il quale sosteneva delle idee che apprezzava in toto. Il ragazzo gliele chiese, e dopo averle sentite, domandò all’amico cosa ci trovasse in quelle astrazioni. Alla parola “astrazione” l’amico si oscurò e chiese il perché di quel pregiudizio. Iniziò un gioco vizioso che durò un’ora a forza di equivoci, malintesi e contraddizioni; era a tutti gli effetti una commedia degli equivoci! “Oh, ma il gioco era semplice: io vo da solo, così, nei sentieri coperti dagli aghi e dallo sporco della terra, in silenzio, a passo lento con le mie infradito nere; ma il caldo deve starmi alla larga, e dovrò riprendermi dopo aver oltrepassato i cinque metri di distanza dal primo punto in uscita; sono già stremato dalla noia del luogo. Non certo tanto, mi basta questo: una promessa, all'aria, accordata al sentire che la pelle si apriva al fresco delicato dei tetti dei pini. Toh, un cane mi passa all'istante sotto le mie gambe. Ohi, ohi, riesco ad evitare di cadere in un primo momento. No, no, no! Cavolo! In pochi secondi ero a terra per colpa del guinzaglio impigliatosi alla caviglia della gamba destra. Sono caduto piano, evitando sbucciature agli arti scoperti, così da non dover soffrire negli altri giorni mancanti alla partenza. Che bastardo! Il cagnolino intanto urina in un tronco, puntando gli occhietti vuoti, increduli, a me che lo guardo privo di pensiero. Il padrone accorre alla creatura, al minuscolo essere metà bassotto, metà Pincher, marroncino come lo sterco che, oltre all'urina, stava depositando nell'ambiente pubblico. Si scusa del comportamento del piccolo animaletto, tra mille perdoni e tentativi di dare la colpa di tutto all'incoscienza del cane; mai è la colpa del padrone, l'unico a essere responsabile della libertà abusata del suo animale domestico.”


SECONDA PARTE

65

Il ragazzo dopo un’ora capì di essere in ritardo e chiese al suo amico, ormai inviperito, se volesse prendere un caffè insieme; all’inizio rispose negativamente, dicendo che ci voleva ben altro per poter ripagare dell’offesa a lui recatavi. Il ragazzo aggiunse che avrebbe pagato il suo caffè. L’amico rimase della sua idea. Il ragazzo disse che avrebbe pagato anche il dolce incluso nel caffè. L’amico lo perdonò e lo fece scattare, per la fame che aveva. Ora era tutto perdonato. “Tutto sommato, il cane non ha grandi colpe a questo mondo: ha quello che ogni umano vorrebbe avere se non dovesse seguire pedissequamente la realtà e la società in cui abita; il poter essere appunto libero da tutto, anche dal pensiero. Per questo continuava ad abbaiare e a giocherellare con quello che poco prima l'aveva fatto cadere se non graffiare col pavimento ruvido della strada tra le brecce degli alberi.” Lo sparviero disse che gli aveva fatto piacere incontrare una persona così aperta di mente, e lo invitò a uscire qualche sera, nell’eventualità lui volesse partecipare anche a degli incontri politici che si tenevano nell’ateneo; gli lasciò anche un volantino. Il ragazzo rifiutò l’offerta, e preferì che entrambi uscissero insieme amichevolmente, senza dover necessariamente finire a trattare in gruppo di politica e di argomenti sociali. Lo sparviero accettò e gli lasciò il suo numero di telefono. Entrambi, finito il pasto, si salutarono, augurandosi reciprocamente di rivedersi. Nei giorni successivi lo sparviero non lo richiamò mai per un’uscita serale, e non riuscì più a trovarlo in mensa, nemmeno aspettandolo per ore intere. Invano fu il tentativo di chiamarlo: il cellulare era sempre occupato.


Quindicesimo ricordo

Una confezione vuota di biscotti al cioccolato: è una marca a poco prezzo, priva di qualità e di sostanza. Il cartoncino della confezione è stato strappato, probabilmente nell’atto di aprirlo. Non è rimasta alcuna briciola del contenuto della scatola. Il ragazzo era in giro con alcuni amici: avevano lasciato per quella giornata le carte sudate a casa, e stavano passando il pomeriggio in città, a perdersi tra le vie e i mercati generali. Guardavano a volte, alternando la chiacchiera al silenzio, il cielo, ricco di cirri, e la strada, piena di passanti e turisti appena arrivati alla stazione centrale. Ad un tratto, davanti al gruppo, apparve un loro amico, madido di sudore. I ragazzi, appena lo video in quel modo, gli chiesero cosa gli fosse successo: aveva ricevuto da parte dell’università l’obbligo di presentarsi presso la segreteria studentesca, per alcuni accertamenti nella sua immatricolazione. Il problema, nonché fulcro della sua ansia, era il timore di perdere alcune credenziali e bonus che aveva ottenuto con molta fatica negli ultimi mesi. L’amico supplicò gli altri di aiutarlo e di sostenerlo nel rischio che tutto ciò potesse avverarsi. Alla fine lo accompagnarono all’ufficio della segreteria. Durante il tragitto alcuni ragazzi cominciarono a sbuffare nell’aria, mostrando disinteresse per le sorti del loro amico, il quale non ci fece caso e continuò ossessivamente a pensare all’eventuale perdita e del deficit che avrebbe dovuto ricoprire personalmente. Arrivati alla segreteria, notarono l’enorme fila che era prima di loro; ciò nonostante decisero di non prendere


SECONDA PARTE

67

il numero e di andare a fare una girata per sbollire l’angoscia del loro amico e per far passare il tempo così da ridurre il numero dei presenti nella sala. Ci sarebbe un terzo motivo, ma questo è legato ad un fatto precedente. Il ragazzo doveva presentare domanda d’immatricolazione alla sua segreteria, ma, insieme ad altri suoi amici, anche loro mossi dalla medesima attività, quel giorno trovarono la sala gremita di persone. L’ora di apertura non era ancora scattata, ma malgrado ciò, quando presero il numero per l’accesso alla segreteria, scoprirono che davanti a loro c’erano all’incirca cinquanta persone. Decisero di perdere tempo andandosene a zonzo per la città, con in tasca il biglietto: pensavano che, col biglietto con sé, dopo non avrebbero dovuto fare la fila, perdendo meno tempo possibile. Nella loro pausa entrarono in un supermercato e, spinti dalla golosità, presero una scatola di biscotti al cioccolato, a poco prezzo; dopo qualche istante di decisione legato alla scelta del tipo di cioccolato (fondente, bianco vaniglia, aromatizzato), comprarono la classica confezione. Uno di loro, notando come il tempo stesse cambiando, offrì a tutti la possibilità di visitare la sua residenza. Dopo essere saliti in casa sua, rimasero lì, a mangiare cioccolato e a guardare fuori dalla finestra, in silenzio, gustandosi un biscotto alla volta. “Ci sono alcuni bambini, a pochi passi da noi, che stanno giocando con i propri secchielli, entrando ed uscendo dall'acqua in continuazione, mai fermandosi a nulla, col sorriso stampato nei loro volti glabri. Ora, a pensare nell'ombrellone, in una giornata fortunatamente priva di afa era il massimo: a cosa pensavano? A come divertirsi: quelli in vantaggio nella scelta sono quelli votati alla noia, stando a braccia conserte e nascondendo gli occhi socchiusi dal sonno annoiato con occhiali o ciuffi lunghi delle frange. E intanto c’è l'isola, e la sua spiaggia, dove poter giocare a


68

DUE MEMORIE

pallone, camminare, se non correre, come disperati, o dove passare le notti a vedere le onde scagliarsi sugli scogli vicini mentre si parla, si ciarla del più e del meno, si beve e vi si dorme; e c’è anche la costa, dove passare le serate e i pomeriggi nelle gelaterie, a camminare nel lungomare, e a rincorrere le ragazze e far scherzi ai passanti. C’è anche una città, posta sul fondo della punta a sinistra: una rocca antica sopra la collinetta, in cui domina un complesso mastodontico di negozi, case, alberghi, ristoranti, cinema e teatri, bar, discoteche, e vicino il porto, enorme e profondissimo, diverso da quelli in fondo. La gente lì c’è, non quanto nell'isola, ma abbastanza per fare le stesse piccole facezie...e intanto sempre quei bimbi, sempre in acqua a schizzarsi e lanciarsi pallette di sabbia, gridando così tanto da togliere alla progettazione uno dei miei amici. Adesso li sta fissando, nel loro gioco infantile, pieno di divertimento. Dopo essersi rifocillati i ragazzi uscirono dall’appartamento dell’amico e raggiunsero la segreteria degli studenti. Tovarono una bella sorpresa; in loro assenza il numero della convocazione aveva brillantemente superato quello da solo riscosso: se avevano il numero cinquanta ora invece si andava per il sessanta. Buttarono il foglietto e, scoraggiati, rifecero tutto da capo, sbuffando dalla noia e dalla rabbia. Dopo un’ora d’attesa, buttata nel giocare al telefono e all’aria, poterono essere chiamati. “Qualcosa in più si può fare lì: salire per le mura; far finta di essere cavalieri; nuotare se il sole lo permette nel porto e cercare di sfidare le barche in partenza; scoprire tutta la cittadella in bici, grazie al lungo tratto ciclistico; saltare nelle barche vuote, prive dei proprietari. L'alternativa è rimanere in città, non fare altro se non quello che si è già fatto, il che avrebbe portato possibile frustrazione a rivivere alla stessa maniera le medesime azioni. Tra l'altro alcuni bar a noi preferiti sono chiusi per coincidenza con la loro giornata libera, lasciandoci veramente con poche speranze. Poi, l’intuizione1 Mi


SECONDA PARTE

69

avvicino ai bimbi, abbandonando il gruppo un attimo; nessuno si accorge che sto chiedendo a loro un secchiello. Me lo danno velocemente, ora puntati a ben altro che l'acqua. Silenziosamente entro in mare e riempio fino all'orlo, non contando della qualità. Torno da loro, gli amici: butto l'acqua addosso ad uno di loro, scatenando una risata generale e la rabbia di questi, il quale mi lancia in mare a forza di spinte. Tutti intanto seguono la vicenda: continuo a lanciare l'acqua al ragazzo, ridendo come un folle e l'altro mi lancia la sabbia al torso; gli altri dal sogghigno passano alla risata e infine alla partecipazione. Si lanciano tutti alla battaglia, sfracellandosi anche nel fondo per alcuni mancati equilibri. Non smettiamo di ridere, ci siamo identificati per quel frangente come i bambini di prima, e mandiamo finalmente al diavolo il progetto, non curandoci della serata e di quello che verrà. È stata un'ossessione bellissima, di mezz'ora, caduta in pochi minuti se ci ripenso.” Dopo aver fatto merenda al bar ritornarono alla segreteria e si accorsero che quel giorno chiudeva in anticipo. L’amico loro quasi svenne per la sorte sua sfortunata, e gli altri cercavano di tenere in alto il suo morale. Nel frattempo la porta della sala si aprì e ne uscì uno degli addetti alla segreteria: in fretta e furia l’amico si scagliò su di lui, chiedendogli impietosamente se poteva controllare il suo protocollo. Il segretario gli fece notare l’orario, e gli consigliò di ripresentarsi nei prossimi giorni. Lui lo pregò di fare la sua pratica, promettendogli che sarebbe stata breve. Accettò, e lo fece accomodare. Appena uscì, gli amici notarono che il suo volto era spento, peggiore di prima: gli era stata revocata la sua condizione di borsista, e aveva davvero perso tutto il bonus. Gli amici gli furono accanto, per quanto gli era possibile.


Sedicesimo ricordo

Un piccolo cartoncino con su scritto l'invito per l'inaugurazione di una discoteca appena costruita nelle vicinanze della città. Vi è l'impressione dell'occhio color smeraldo di una donna, con vicino il prezzo per l'entrata, scontato per gli universitari. Fuori faceva freddo, ed era il clima ideale per starsene dentro, in qualche locale, magari con in mano una tazza di cioccolato caldo o di qualsiasi altra bevanda. Infatti il ragazzo si trovava nella sala della caffetteria della biblioteca quando si trovò vicino al suo posto un cartoncino colorato, in cui erano impresse le date di un’inaugurazione, imminente. Stava aspettando per l’ennesima volta la sua brigata, per studiare ancora una volta quelle materie, presto d’esame. Aveva nella mano sinistra un bicchiere ricolmo di caffè, e non faceva altro che tentare di raffreddarlo poco a poco, e di sorbirselo lentamente; quando la sua attenzione si rivolse tutta nei confronti del cartoncino si accorse sempre di meno del rischio sempre maggiore di ustionarsi la mano. Dopo cinque secondi la sua mano sinistra implorava di lasciare la presa: urlò leggermente, facendo cadere in stallo il bicchiere, lasciando scivolare qualche goccia sul cartoncino, mentre si trovò a contemplare le chiazze rosse apparse tra le sue dita, ora sensibilissime. Dopo aver ripulito il cartoncino dalle gocce di caffè, tornò a riguardarlo: era fissato con lo sguardo della ragazza che vi si trovava impresso, e non riusciva a stabilire precisamente il suo colore degli occhi. Erano verdi? Oppure azzurri? Oppure gialli? Non riusciva ad


SECONDA PARTE

71

intenderlo, e rimase di pietra per diversi minuti. Gli interessava solo quello dell’invito, dato che era del tutto disinteressato dell’inaugurazione imminente. Il ragazzo aveva un certo disagio nel ballare nelle discoteche della sua città, e preferiva passare il tempo ad ascoltare una musica più leggera e a parlare con gli altri ragazzi presenti piuttosto che ballare con molta improvvisazione e parlare con un tono simile al grido finendo per farsi prendere per un pazzo. La musica non gli piaceva nemmeno e gli bloccava i timpani dalla violenza con cui veniva sparata dalle casse e diffusa su tutto il locale, piccolo e poco areato. Un po’ il ragazzo se li immaginava i ragazzi o le ragazze che passavano le notti intere a tentare di ballare come aringhe in una scatoletta, di bere come cammelli, di flirtare come ricci e di limonare come delle rane, con gli altri, e non riusciva a capirli più di tanto. Non credeva nemmeno di sbagliare più di tanto. Intanto uno dei suoi amici era arrivato e, dopo averlo ingiuriato per il ritardo, si alzò dal tavolo, lasciando il cartoncino sul tavolo, e buttò nel cestino vicino il bicchiere; notò che anche il suo amico si era fatto prendere dallo sguardo della ragazza, quasi incantatore. Il ragazzo cercò di riportarlo alla realtà, ma senza successo, e allora gli toccò prendere il cartoncino e buttarlo nella spazzatura, così come aveva fatto con il bicchiere. L’amico se la prese male, ma non fece il permaloso, e lasciò scorrere questa ingiustizia; mentre il ragazzo non era attento, alla chetichella, prese dal cestino il cartoncino, rischiando di mettersi tra le mani altri rifiuti più sporchi, e se lo mise in tasca. Si diressero verso l’aula di studio, e il ragazzo cominciò a pensare all’ultima volta che era stato ad una festa del genere, o quantomeno in discoteca. C’era un grande caos nella discoteca dove il ragazzo si trovò come imprigionato: alla postazione c’era un dj completamente andato per i fumi dell’alcol, il quale metteva in continuazione musiche house ed elettroniche, mentre il pubblico, senza mostrare alcun accenno di preferenza o di disgusto, accettava


72

DUE MEMORIE

passivamente la sua musica, avendo probabilmente lo stesso livello di alcol nel sangue del dj. Il ragazzo provò a ballare, prima agitando le mani in alto e in basso, scattando con le braccia alla stessa maniera, poi stringendo i pugni e spostandoli nell’aria stretta a destra e a sinistra, e infine alternava i saltelli sulle gambe a seconda del ritmo della musica, la quale cambiava in continuazione sia ritmo sia tonalità. Ad ogni ora il locale, invece di alleggerirsi e di concedere un poco più di spazio, continuava a riempirsi sempre di più, diventando invece sempre più stretto e inaccessibile a chi si trovava ancora tra gli spalti. Il ragazzo aveva oramai i timpani prossimi a scoppiare, e il rumore non faceva che aumentare, sempre di più. “Toh. Non si ode nulla, nemmeno il criccare dei grilli, o il cinguettio dei passeri; un nulla, un silenzio senza tempo. C’è un’assoluta calma attorno a me. Ecco la deviazione: giro lentamente, rigido, di pochi gradi, e subito sono nella corsia a senso unico; costante, mi dirigo vicino ad una panchina, quasi attaccata ad una siepe dal tronco ligneo esposto. Vi parcheggio la bici legandola salda e procedo per il suo svago. C’era ancora un delizioso silenzio, una quiete totale, malgrado cammini con una certa pesantezza. Aspetta. La bici cade, e fa un rumore fragoroso; rompe la quiete dell’aria in pochi istanti; continua il riverbero e finisce col suo guaito. Sembra quasi un’invocazione, forse alla mia stupidità costante.” Intorno a lui i suoi amici si erano dati alla pazza gioia, convinti di essere nel paese della cuccagna: vi erano intorno a loro ogni tipo di ragazze, dalla bassotta alla spilungona, fino alle cozze e alle volpine. Alcuni tentavano di abbordarle, arrivando o a confondere la bella con la bestia e viceversa o a ottenere gratuitamente qualche schiaffo ustionante. Ma in tutto questo il ragazzo era assente, e cercava di resistere al caos. “Gli amici? Eh, non ci sono; sono tutti in spiaggia a perdersi nei libri, nelle racchette, nel mare. Spero nella


SECONDA PARTE

73

loro noia, così non mi sentirò solo in questo momento. Volevo essere accompagnato, così che il dialogo potesse animare la scena, chiacchierando anche di futilità o sciocchezze, per rilassarmi. Tutto tace invece, tutto non manifesta il men che minimo appiglio al movimento. Guardo allora le navi, ancorate alla banchina: non c’è nessuno a soggiornarvi. E anche esse sono immerse nella quiete” Il ragazzo scoprì che il suo amico aveva ancora la carta, e appena si sedettero, aspettò che lui se ne andasse in bagno, per poi prendergliela e buttarla definitivamente, non nel cestino, ma dalla finestra. E così accadde, e il ragazzo beccò uno spintone dall’amico.


Diciassettesimo ricordo

Un volantino con l'immagine della biblioteca pubblica, la quale apre i battenti una nuova sala di lettura e di studio. In fondo al volantino c'è l'orario della biblioteca e dentro vi si trovano quelli delle letture e delle recite che vi avverranno nei prossimi giorni. Il ragazzo era nella sua camera da letto, e stava leggendo un libro che aveva preso in prestito dalla biblioteca. O meglio, stava cercando di leggere un libro, perché non riusciva a trovare la giusta concentrazione per poter seguire la trama, e perdeva sempre il filo del discorso. Continuava a sfogliare pagina dopo pagina alla ricerca di quell’interesse che potesse fargli scatenare l’attenzione nella lettura. Dopo dieci pagine cominciò a capire qualcosa della storia, ma all’improvviso entrò nella sua cameretta il coinquilino, sbattendo violentemente la porta e facendo scattare in piedi il ragazzo, spiazzato di colpo; teneva in mano il suo computer portatile, con lo schermo acceso e proiettante una costruzione architettonica: voleva fargli vedere il suo ultimo progetto, e si sentiva fiero di aver costruito in quella occasione un così bel progetto. Il ragazzo, quando capì la follia del suo coinquilino, annuì e vide il progetto senza battere ciglio, e poi, appena se ne era andato il suo coinquilino, si tolse il pigiama che aveva addosso e si vestì; se ne voleva scappare, e andare a rifugiarsi nella biblioteca vicina, dove lì avrebbe probabilmente trovato una maggiore calma. Il ragazzo uscì di casa e si diresse alla biblioteca, tenendo alle orecchie le cuffie con la musica a tutto volume; non si


SECONDA PARTE

75

accorse che si stava dirigendo verso la direzione opposta, in prossimità del centro urbano. Nel tragitto, tenendo la vista principalmente sulla pavimentazione del marciapiede, per evitare di inciampare, non notò il ciclista che si stava avvicinando a lui, e, accidentalmente, appena gli era vicino, inciampò, e si fermò. Il ciclista intanto era andato avanti e il ragazzo, senza nemmeno pensarci, tornò a camminare con la stessa andatura, stavolta nella direzione opposta, e quindi verso la strada giusta. Appena si trovò alle porte della biblioteca, ricevette uno spintone da un passante, il quale, come il ciclista, non s’interessò a fermarsi e a chiedere cortesemente scusa, ma continuò nella sua corsa leggera; nel colpo era caduto al passante un volantino, di nuova stampa. Il ragazzo lo raccolse ma non s’interessò a restituirlo a lui, ormai scomparso all’orizzonte: vi erano scritti gli orari della biblioteca, e c’era anche la novità di una nuova sala di lettura, fatta apposta per gli studenti universitari, data la sempre maggiore affluenza di lettori nella biblioteca. Incuriosito per questa novità, dopo aver messo il volantino nella borsa entrò nei locali. Prese l’ascensore e salì al piano dove si trovava la nuova saletta. La raggiunse e la trovò vuota; si avvicinò alla prima poltrona e vi si sedette: la trovò molto comoda, tanto da cominciare a preferire invece della lettura una possibile siesta, tranquilla e beata. I vetri posti come muri divisori della stanza erano insonorizzati, così ogni volta che passava qualche d’uno lui non era disturbato dai suoi passi. Era totalmente fuori dal mondo altrui, e lo trovava straordinario. Il silenzio lo fece rilassare al punto da cominciare a perdere sempre meno attenzione sulla realtà che lo circondava, e ad appisolarsi, ma prima di crollare pensò alla prima volta in cui studiò lì. La biblioteca era completamente piena: c’erano studenti ovunque, chi al computer fisso a scrivere il proseguo della propria tesi, chi nel tavolo a controllare gli appunti della lezione precedente, chi a seguire un suo compagno di studi che cercava di aiutare i propri amici mimando i concetti di


76

DUE MEMORIE

una materia e chi a sottolineare ossessivamente pagine e pagine di tomi sconclusionati. Il ragazzo non poteva non far caso al mormorio presente nella stanza, rinforzato anche dal parlare delle coppiette di lettori e lettrici vicine a lui e anche dal passare avanti e indietro dei bibliotecari. Il libro che aveva in mano il ragazzo era quasi concluso, e doveva solo raggiungere il finale, così sarebbe potuto andarsene a casa contento e meno stressato. “O buon Dio! Lo scenario ricorda qualche sogno allucinato dei malati di schizofrenia: nessuna persona, nessun rumore, nessun movimento; e io che cammino a passo lento, spostandomi nel tempo e nello spazio, i quali sono sospesi da qualche moto fisico improbabile. Le vele delle barche più lussuose, spesse ed ancorate all’albero maestro, non promettono alcun leggero sospiro. È tutto immobile, come il mio pensiero. Non penso a nulla, la realtà attorno mi blocca nel mio immobilismo, nella mia staticità assillante. È uno strazio, se si pensa al mal tempo dei giorni passati, deliranti nella ferocia delle acque del cielo e della terra, negatrici di libertà serale.” Il ragazzo si arrese e non finì la lettura, a causa de sempre più assillante rumore presente nella sala. Uscì dai locali della biblioteca, ma all’entrata trovò un suo vecchio amico e lo salutò. Dopo i convenevoli gli venne chiesto cosa ci facesse in biblioteca e il ragazzo disse che era lì per leggere quel romanzo. Il vecchio amico gli disse che quel romanzo lo aveva già letto e che sapeva come andava a finire; gli disse il finale, e con fare ingenuo, entrò in biblioteca. Il ragazzo ci rimase male. “Tutte quelle barche, così belle e solari, e non poterle vedere solcare le onde, il mare piatto, tagliarlo in due e aprirlo: ecco, è questo lo spreco totale dei parvenu; sì, è un pensiero cinico, ma è tipico nella mia solitudine. Proseguo a camminare, che è meglio, magari accaldandomi sotto il cappello bianco e gli occhiali da sole neri, poiché non riesco a scrutare alcuna ombra


SECONDA PARTE

77

rinfrescante; ho capito tardi la follia del mio gesto, di avventurarmi in pieno sol leone, quando solo i temerari suicidi si vedono in giro. E poi mi chiedo: dove è la gente? Dove sono gli animali, le cose vive, le onde che si stagliano nel mare, le foglie che volano leggiadre allo scirocco? Devo essere un deficiente se mi faccio prendere ancora da queste mie impressioni irrazionali. Non sono mica entrato in un sogno, dove la mia mente mi gioca lo scherzo di vedere la realtà come un continuo dinamismo non comprendendo le punte morte del tempo? Ma per carità...” Il ragazzo venne risvegliato da uno dei bibliotecari, il quale lo pregò di uscire dalla saletta; il ragazzo chiese il perché, dicendolo con una certa arroganza, concausa del suo risveglio violento. Gli venne fatto vedere l’orario nel volantino che gli era stato preso dalla borsa e notò che era entrato a circa mezz’ora dalla chiusura. Lui, vedendo il volantino in mano a lui, cercò la borsa; fortunatamente ce l’aveva il bibliotecario, dato che c’era il rischio che qualcuno gliela potesse rubare, col silenzio che dimorava nella sala. Il ragazzo venne accompagnato all’uscita, e se ne tornò a casa, facendo anche stavolta la strada opposta. Stavolta però se ne accorse da solo.


Diciottesimo ricordo

Un pezzo di carta stracciato in cui è stato disegnato il volto del ragazzo, in forma stilizzata. Dietro al foglietto vi è il punteggio di un improbabile gioco fatto in compagnia. Il ragazzo era in giro per la città; era una sera senza nuvole e intorno a lui la folta ressa silente si muoveva per il viale. Stava facendo una passeggiata solitaria, guardando le insegne dei vari bar e delle varie boutique o negozi d’alta moda presenti nella via. Guardava in continuazione la grandezza e il dettaglio dei palazzi che vi si affacciavano: enormi case dalla bellissima antichità, adornati di rifiniture e di ornamenti di stampo rinascimentale, con finestre lunghe e strette in cui il ragazzo pensava che si trovavano le camere dei notai, degli avvocati e degli industriali ed imprenditori della città. Ad ogni passo seguiva un altro palazzo, di forme e di mura diverse, ora medievaleggianti, con colori e tinte unite e monotematiche, dagli ampi portoni di legno d’acero, in cui vi entravano i signori addormentati e gli usceri della notte; sotto si trovavano le gelaterie secolari, e i negozi d’alta moda, con gli interni modernissimi e bicromati, passando però per tutto lo spettro del bianco e del nero, e anche per quello delle tasche dei consumatori, dal più lussuoso ed effimero a quello più pratico e conveniente, più alla portata del ragazzo. Il pavimento in cui camminava era in tono con l’aria ancestrale che tirava per quella via: un insieme di pietre grezze discontinue e non proporzionali con il livello del


SECONDA PARTE

79

piano, a rischio per qualsiasi passante di inciampi o scivolate improvvise. Fortunatamente il ragazzo era già caduto troppe volte perché riaccadesse. Alla stessa maniera era il graduale passo dai palazzi del bel centro a quelli della periferia: non si trovavano più bei palazzi antichi, ma case popolari, costruite negli ultimi tre o quattro decenni, dall’architettura moderna e standardizzata nelle forme e nelle strutture. Non c’erano più le gelaterie dai rivestimenti di mogano e le boutique d’alta moda, bensì bar della mezzanotte e piccole osterie fuori mano dalla cucina tradizionalista e spicciola. Il ragazzo non si accorse della lunga camminata che aveva ormai compiuto e si fermò all’istante, prendendo in considerazione l’idea di cambiar strada e tornare indietro. Era in mezzo a delle larghe vie di periferia, e aveva vicino un locale d’aperitivo prossimo alla chiusura e una rosticceria cinese ancora aperta; le luci delle case erano quasi tutte spente se non quella di una palazzina popolare, un po’ decadente, con la porta lasciata semi-aperta. Non ci fece gran caso e dopo aver dato un ultimo sguardo al panorama riprese il passo e rifece la strada all’inverso. Davanti a lui però vi sbatté un giovanotto, il quale cadde per un istante a terra, facendo scivolare dalle mani alcuni cartonati di pizza d’asporto. Il ragazzo chiese scusa per l’incidente, e aiutò il giovanotto a rimettersi in piedi; questi accettò le scuse e domandò al ragazzo cosa ci facesse in quel quartiere. Alla risposta il giovanotto rise, facendogli notare l’ingenuità sua, nel percorrere a quell’ora quel tratto di strada alquanto pericoloso. Il ragazzo rispose dicendo che non aveva particolare paura del luogo, e non avrebbe sgradito una lotta in piena notte; il giovanotto rise alla sua provocazione, e, per la simpatia che gli pareva, lo rassicurò promettendogli di riaccompagnarlo a casa, però dopo dato che ora era indaffarato con una cena di gruppo. Il ragazzo chiese cosa fosse, e il giovanotto gli spiegò che lui era un occupante con altri ragazzi di quella palazzina illuminata, e che era andato a comprare e a


80

DUE MEMORIE

prendere la pizza per tutti gli altri. Al nome della pizza lo stomaco del ragazzo cominciò a borbottare e il giovanotto capì che era il caso di invitare pure lui. Accettato l’invito, i due entrarono nell’appartamento al piano terra: era un trilocale improvvisato con sedie, poltrone, mobili e credenze e lampadari dell’usato, in cui aleggiava un’aria carica di fumi e polvere. Gli altri occupanti salutarono il ragazzo appena entrato, e, dopo essersi presentati e avergli raccontato la loro situazione, passarono insieme la serata a mangiar pizza e a giocare a carte. In quell’istante, mentre gli altri avevano finito di giocare, ormai annoiati, il ragazzo ebbe un piccolo guizzo d’ingegno, scaturitogli dal ricordo dell’ultima cena. Il ragazzo stava disegnando qualcosa in un pezzo di carta, lentamente, cercando di non sfumare nei contorni e negli schizzi che aveva fatto preventivamente, per costruire tutto il disegno: passava da un ciglio ad un occhio, fino al labbro, il quale cercava di rimodellarlo passandoci sopra, essendogli venuto troppo largo; poi cerco di modellare un volto non troppo largo, né troppo stretto, ma il tempo scarseggiava e dovette sbrigarsi cercando di completare il disegno prima degli altri. Il tempo finì e tutti quanti mostrarono il proprio disegno: dopo aver cenato tutti i ragazzi invitati da lui pensarono a giocare a farsi ognuno il ritratto di quello che avevano davanti, e, passati cinque minuti, dovevano concludere e mostrare; quello che aveva fatto il disegno più bello vinceva. “Da quello che vedo, con i miei occhi poco chiari per colpa del riverbero del sole sulle pozze d’acqua, la pineta mi sembra un luogo pieno di cariatidi, di persone troppo anziane per rischiare le coronarie appena messe in buone condizioni nel mettersi in balia del sole, e facendosi portare via tra lo squillare dell'ambulanza e degli occhi dei passanti. Della gente oramai non mi meraviglia l'assenza quasi costante della terza età nella spiaggia: quei pochi temerari se ne vanno dalla spiaggia prima della venuta


SECONDA PARTE

81

del sol leone, nemico naturale del loro cuore. Mi piace vederli così, come rughe adipose che scivolano dal proprio volto, lentamente, fuori dai contorni di un improbabile schizzo.” Vinse l’amica del ragazzo, la quale fece un disegno perfettamente riuscito, ottenendo l’ambito premio: un biscotto al cioccolato in più nella razione concessa dal proprietario della casa nonché organizzatore della festa. Lei rise di gusto, mentre gli altri la vedevano ingurgitare con pochissimi e altrettanto brevi morsi l’enorme biscotto formato maxi, che sparì nella sua bocca ricolma di saliva e di chinotto. “La pace era stata interrotta dalla sua risata felice; le foglie si disperdono nella strada, le onde prodotte muovono la darsena e le vele si gonfiano. Proseguo ancora per una mezz’ora nel porto, sorridendo per l’esperienza capitanata all’improvviso. Forse i miei amici dovevano esserci, almeno si divertivano.” Propose il gioco agli altri ragazzi, ma oramai era il tempo per andarsene a casa. Venne riaccompagnato, guardando, mentre chiacchierava sul tempo con il giovanotto, il mutare delle case, non più tralasciate, e di nuovo signorili e solitarie.


Diciannovesimo ricordo

Una pellicola contenente delle tavolette utilizzate come anti-zanzare, non ancora aperta. Davanti vi è la sigla del prodotto, con sotto il simbolo dell'anti-zanzare. Erano le quattro del pomeriggio e il ragazzo si trovò nella gamba un piccolo insetto ancora poco definito. Era nel chiostro della sua facoltà, adibito a giardino per le pause pomeridiane, con altri amici, in attesa nell’inizio della nuova lezione di Letteratura, quando, colpito dal sonno, si adagiò sul prato tagliato e, supino, cominciò a fissare le tegole esposte del tetto del chiostro. Quando sentì un formicolio leggerissimo alla gamba pose la testa in avanti, per cercare di vedere cosa stesse provocando quella sensazione strana: trovò una zanzara, piccola, con il corpo piccolo e le zampette piegate; vide che il suo ago si stava avvicinando alla sua pelle, per bucarlo. Il ragazzo se ne accorse ma non riuscì, col suo palmo, a colpire la zanzara, ed ella volò via, saltando dalla gamba con le sue zampette. Quella cominciò a volare intorno a lui, distraendolo e facendolo andare su tutte le furie, mentre i suoi amici cercavano di riposarsi controllando i propri appunti. Riprese la calma, e si adagiò di nuovo sul letto del prato, riposandosi per la seconda volta. Cominciò a sentire in quel momento un leggero ronzio passargli accanto, vicino all’orecchio, e poi vicino al naso: davanti ai suoi occhi si ripresentò la zanzara e lui, con quiete e precisione, alzò le mani e le richiuse come una trappola per topi. Quando riaprì i due polsi trovò il corpo della zanzara schiacciato, con attorno una piccola chiazza di sangue rosso, fuoriuscita dal suo


SECONDA PARTE

83

ventre, e il ragazzo poté considerare chiusa la storia della zanzara. Purtroppo notò che la zanzara, prima di morire, gli aveva lasciato un segno della sua esistenza: c’era un piccolo alone rosso, a forma circolare, sul braccio sinistro, che quasi impercettibilmente stava cominciando a gonfiarsi e ad alzarsi sulla sua pelle. Si sentì in dovere di grattarsi ripetutamente, senza fine, e ciò lo portò a doversi isolare dai suoi compagni; finita la pausa rientrarono per seguire la lezione, ma per tutto il tempo maledì quella maledetta zanzara, alternando tra un rigo degli appunti che stava scrivendo a mano un piccolo gratto sull’altro braccio, non procedendo che un lieve sollievo e un lieve gonfiamento del bozzolo, il cui colore diveniva più bianco. Finita la lezione tornò a casa, ma nella strada trovò altre zanzare, forse vindici della caduta, e gli si avvicinavano di continuo, facendolo piombare in una scena degna di qualche film dell’orrore a basso costo. Appena entrato nella sua stanza, senza nemmeno salutare il coinquilino intento a cucinarsi qualcosa con gli avanzi della cena precedente, prese il fornellino elettrico e vi mise una piastrina anzi-zanzare, per limitare così gli influssi malefici di quegli insetti spregevoli. Nonostante nella confezione fosse garantita la totale efficacia del prodotto sulle zanzare, sopra la sua testa sentì una piccola zanzara aleggiargli addosso, e riuscì anche stavolta a farla mandare all’altro mondo, come a sua volta la terza zanzara della giornata, e la quarta, e la quinta; sembrava che stessero uscendo tutte da un antro nascosto da qualche parte nella sua stanza, nonostante le sue finestre fossero chiuse e sigillate, come la porta della sua camera. Per qualche ora si calmarono e iniziò finalmente a studiare in pace, ovvero a giocare con il computer fino all’ora di cena, quando poté gustare la prelibatezza che aveva creato il suo coinquilino con gli avanzi. Dopo cena si diresse infatti di nuovo in camera sua e prese dalla sua borsa alcuni dolciumi che aveva comprato giorno addietro ma che non ne aveva ancora potuto abusarne. Per la sera gli aspettava una dura lotta tra lui e le zanzare, come già era accaduto precedentemente.


84

DUE MEMORIE

Erano le quattro di notte, e il ragazzo si era svegliato per colpa di una puntura al braccio destro. Non riusciva a vedere nulla per colpa del buio, così si dovette alzare per accendere la lampada della sua camera: appena ebbe la luce vide attentamente il segno lasciatovi, un piccolo brufolo. In camera c’era una zanzara, e questa, con la sua bocca a forma di siringa, era una minaccia per il suo sonno: non poteva rischiare un’altra notte insonne, non per causa loro. Aveva dimenticato di accendere lo zampirone e il fornellino elettrico; decise allora di cercarla, ascoltando con molta cura il suo zinzinino assordante passare tra i mobili e i libri lasciati alla polvere. “L'afa mi sta mandando alla follia. Buon Dio! È mai possibile che ogni estate sia peggiore di quella precedente? No, davvero, se senti il meteo in ogni estate c’è sempre da temere che aumenti inesorabilmente qualche grado e qualche morte senile, ma loro la mettono sempre come un evento naturale e quindi sostenibile; qui si muore, si brucia! Sempre quel fruscio senza suono del caldo infinito che domina i primi pomeriggi: è ovunque, nel litorale, nel mare, nella sabbia più deserta, nei bagni, nelle cabine, negli ombrelloni. Ovunque, anche nella pineta dove il cercavo di salvarmi. Sono passati solo pochi giorni dall'arrivo degli amici, e troppi da quando sono qui, al mare, a non fare nulla; solo ora capisco che ho atteso con poca cognizione di causa.” Si era palesata, eccola: stava volando velocemente, conscia del fatto che se non sfuggiva per bene sarebbe finita tra i suoi palmi. Il ragazzo si fece avanti e si preparò ad ucciderla, per bene. Fece uno scatto veloce, ma non riuscì a prenderla pur avendo avuto per quell’istante la sicurezza e la convinzione di averla schiacciata; ritentò per la seconda volta, ma il palmo fu troppo poco saldo e la perse ancora. Tentò la terza, alzandosi in piedi sul materasso del suo letto, e ci riuscì, colpendola perfettamente. Era la sua zanzara, e da


SECONDA PARTE

85

quanto era ripiena il sangue gli stava colando dalla mano, fino a formare una piccola goccia che si riversò nella coperta del letto. Non voleva svegliare il suo coinquilino, il quale dormiva nella camera accanto, così bestemmiò sotto voce. “Ancora una volta ho lasciato gli amici a divaricare le gambe e il cervello lì, all'ombra degli ombrelloni, trasportati a fatica dalle loro abitazioni fino al punto di congiunzione del suo. Per l'occasione, uno ha lasciato il compito all'altro, tanto per essere libero e vederlo soffrire, in ricordo di un possibile sgarbo fattogli da qualche tempo passato. Io invece lotto col caldo e con le intemperie, e me ne frego se loro si stanno rilassando. Io invece ho i nervi ben saldi.” La notte per il ragazzo passò tranquilla, grazie al fornellino e alla strage che fece preventivamente nella sua camera: sotto il suo letto si trovavano i cadaveri di ben sette zanzare, tutte schiacciate e prive del suo sangue, probabilmente molto dolce e ricercato.


Ventesimo ricordo

Un dépliant di un'opera teatrale messa in scena quella sera, con all'interno le interviste al regista e agli attori protagonisti; è allegato anche una raccolta di impressioni da parte del pubblico, sia in quel periodo sia egli anni precedenti. Tra un racconto e l'altro ci sono delle pubblicità e degli sponsor, forse del teatro in cui avviene la recita. Il ragazzo si risvegliò dal suo sonno pomeridiano, alzando leggermente la testa dal suo volume di Letteratura; ricominciò a studiare, cercando anche di tenere il suo livello di attenzione ad una soglia minima, per evitare di ricadere nel piacere del sognare. Dopo trenta minuti, arrivato alla terza parte del volume, ricadde nel suo torpore; solo l’avviso della chiusura imminente della biblioteca lo fece risvegliare definitivamente, stavolta senza più alcuna preoccupazione di una nuova forma di narcolessia. Prese il suo volume e quei pochi appunti di cui aveva intenzione di studiare assieme al libro, e uscì dalla biblioteca, dopo aver salutato un altro suo amico, a differenza sua, ancora nel mondo onirico ed indifferente a passare la notte a dormire nel banco da studio. Si diresse a casa, facendo, invece della comoda via breve che faceva ad ogni rientro, la via più lunga, dove si trovava la facciata dell’antico teatro cittadino, un maestoso palazzo rinascimentale con un tetto in ferro lavorato e rifinito in stile floreale. Mentre vi passava accanto notò che una delle locandine appese al muro della facciata si stava staccando leggermente: quel


SECONDA PARTE

87

particolare lo pose all’attenzione di un nuovo evento teatrale al quale non gli era nuovo. In città era arrivata una compagnia teatrale di giovani ragazzi con l’intento di rappresentare una nuova opera teatrale, scritta da un commediografo esordiente, e la prima nazionale sarebbe stata messa in scena proprio quella sera. Il ragazzo entrò dunque all’interno dei locali del botteghino e chiese informazioni alla cassiera su questo spettacolo: la sua descrizione dello spettacolo lo incoraggiò a comprare un biglietto, addirittura nel palco, pagando quasi il doppio del consueto. Dopo averlo comprato, andò a casa e, come per ogni occasione mondana, si cambiò d’abito e al posto del vestiario casual adottò un completo elegante, composto da cardigan scuro, camicia bianca, pantaloni di cashmere e scarpe classiche. Nel frattempo il suo coinquilino, come sempre, aveva preparato la cena, e il ragazzo si era messo l’abito prima di cenare: passò tutto il tempo a controllare se qualche macchia di sugo all’amatriciana fosse finita nel suo abito, lasciando stupito e preoccupato della sua sanità mentale il suo coinquilino, il quale sperava fosse solo stupido e non matto e disturbato. Si accorse che era anche in ritardo e, come sempre, non aiutò il suo coinquilino a pulire i piatti; uscì di casa correndo, a rischio di inciampare tra i gradini delle scale. Arrivato nella sala principale del teatro il suo cellulare cominciò a vibrare; per alcuni minuti non ci fece caso e si fece controllare il biglietto d’ingresso e continuò a leggere il dépliant dello spettacolo. Dopo che alcuni spettatori, nella sala interna, cominciarono a guardarlo incuriositi per via della continua vibrazione, lui decise di rispondere: era un suo amico, della sua città natale, che, dopo diversi mesi di assenza totale di comunicazione, aveva voluto, in quella sera, chiedergli come stesse e come si trovasse in città. Il ragazzo cominciò a rispondergli, tenendo metà del suo cervello in attivo sulla richiesta delle maschere di accomodarsi, riuscendo non solo a trovare il posto da occupare, ma anche a sederci piegando perfettamente il sedile senza scivolare sulle altre postazioni. Poco prima che iniziasse


88

DUE MEMORIE

lo spettacolo l’amico, al telefono, gli chiese come era andata qualche mese fa nella sua terra natia. Il ragazzo ci pensò poco prima di rispondergli, e proprio mentre le luci nella sala si stavano abbassando. Il ragazzo ed un suo amico stavano litigando nel parco cittadino. Lui era particolarmente contrariato della sua scelta, sconclusionata e poco corretta secondo lui, e viceversa il ragazzo non credeva alla sua. Stavano scegliendo il luogo adatto dove passare quel pomeriggio caldo e uno era proteso per andare in un lounge bar, e l’altro in una gelateria artigianale: uno non voleva mangiare un misero gelato, richiedendo invece qualcosa di sostanzioso, e l’altro non voleva finire i suoi pochi risparmi in qualche locale alla moda per bere una misera bevanda da alcolizzati. Erano in piedi, infervorati e irrequieti, e continuavano a litigare sulla loro scelta, dando alla gente una valida occasione per riposarsi e divertirsi grazie al loro spettacolo umiliante. “Era una gran bella scelta: da una parte la città medievale, dall'altra l'isola. La loro posizione, poi, rende il golfo di una forma intrigante: il golfo è posto a forma semicircolare, con un lido sabbioso a pochi metri dalla riva, che continua diversi chilometri verso l'ala sinistra. La parte a destra è una meraviglia per gli occhi, tutta rigogliosa di verde, in cui si trovano delle pinete lasciate a crescere nei decenni, volutamente lasciate chiuse al pubblico per rifiorire, e delle piccole spiagge incontaminate se non per alcune ville mediterranee concesse dal demanio per lucro.” Come dei bambini, finirono per giocare a morra cinese per decidere il proseguo del pomeriggio: vinse prima il ragazzo, poi l’amico, e ancora il ragazzo e poi l’amico; all’ultimo tentativo decisivo però continuarono a fare pareggio, copiandosi a vicenda le mosse; vinse finalmente il ragazzo e lui volle andare alla gelateria. Vi si diressero, accompagnando l’amico che continuava per tutto il tragitto a sbuffare nell’aria per la sconfitta; smise presto, e cominciò a ridersela quando vide il


SECONDA PARTE

89

ragazzo con gli occhi sbarrati davanti alla saracinesca abbassata della gelateria, con davanti gli orari ormai passati della sua apertura. “Mi indirizzo gli occhi lì, sulla diversità delle parti, perché la parte opposta è pressoché priva di rilievi come la precedente: c’è anche una zona industriale, illuminata a notte, diversamente dall'altra, e tiene in fondo un enorme porto, che è l’unica connessione all'isola, sempre spenta. Le vedo in continuazione, al centro di un punto focale mediano; sono da poco in vacanza e la voglia di viaggiare non fa che aumentare di giorno in giorno. Non riesco a smettere di vedere la sinuosità della strada diretta alla cittadella, lunga trenta chilometri, col panorama della costa, delle aperture collinari, e vi si affacciano delle città di villeggiatura, dei quartieri residenziali, popolari e facoltosi. Aspetto e scruto il tutto, ed immagino il traghetto, eventuale possibilità di viaggio, qualora sia necessario; immagino anche l'altalena delle onde, che si aprono al taglio della nave, e io che le solco sopra la nave.” Chiese all’amico di interrompere la conversazione, essendo a teatro a vedere uno spettacolo. Staccò il telefono e si gustò lo spettacolo: la storia di un padre che voleva cercare l’attenzione del proprio figlio abulico e aneddotico, e che forse c’era riuscito. Il ragazzo s’annoiò talmente tanto che si fece prendere dalla narcolessia e chiuse gli occhi davanti allo spettacolo.


Terza parte Frammenti di una vacanza inquieta


Ventunesimo ricordo Primo frammento

Un biglietto d’accesso per il museo cittadino: una parte è obliterata, con un adesivo in cui è impresso lo stemma del museo, e l’altra è stata strappata dalla guardia d’entrata. Il prezzo è inesistente, fisso a zero, e la datazione è sul tardo pomeriggio. Il ragazzo era ormai prossimo a finire quell’annata universitaria. Aveva fatto alcuni conti e da quello che aveva ben inteso gli erano rimasti pochi esami, all’incirca tre, che, nella speranza della buona sorte, riuscirà a concludere in quegli ultimi mesi di soggiorno studentesco. “Viaggiare, andare oltre e sentirsi in altri luoghi; passare forse per la città luminosa e piena di fumi del porto, col faro giroscopico e i segnali delle partenze compiute. Voleva progettare qualcosa per oggi, una scampagnata da qualche parte, o alla città medievale o all'Isola, più lontana ma spettacolare nel suo ambiente diametralmente opposto a quella del suo luogo di vacanze. Erano in spiaggia e stavano cercando di trovare una soluzione alla scelta, dato che nei prossimi giorni del soggiorno sarà impossibile usufruire dei mezzi per ora più che disponibili e a breve in sessione estiva.” È INIZIATO IL VIAGGIO “Sto per partire per il mare, con la famiglia, e sono in attesa degli amici del mare, in una stazione balneare nel


94

DUE MEMORIE

litorale tirreno agglomerato dove c'è la pineta, i boschi lasciati a crescere, maturare, alzarsi nel cielo e poi essere arsi dai migliori della specie umana, alla città imitatrice pessima di metropoli lontane migliaia di chilometri dalla nazione. Due settimane mi stanno aspettando, programmate in maniera blanda e superficiale: non avevo prospettive su come sarebbe andata o cosa mi avrebbe aspettato, anche se ero speranzoso di scoprire i soli momenti di divertimento a cui ambiva dapprima dell'inizio dell'estate. Tutte queste, o per lo meno due su tre, sono alla base di una vacanza quieta, semplice, priva di ambizioni gigantesche o legate al più becero conformismo contemporaneo a cui non sentivo di volerne fare parte per un motivo discutibile, di formazione snobistica e aristocratica. C'è da immaginarsi il rischio in cui mi trovo, nel dover passare due settimane in una condizione piuttosto agitata, con i miei genitori, con compagnie al momento non accessibili per anticipo del mio arrivo nel luogo di balneazione, attorno a personaggi usciti da qualche film grottesco, o commedia che sia. Sì, era una brutta situazione.”


Ventiduesimo ricordo Secondo frammento

Un biglietto per il cinema: il prezzo è ridotto, in occasione di un evento cittadino di breve durata. Ăˆ alquanto spiegazzato, forse dovuta al maltempo della giornata. UN PICCOLO VIAGGIATORE Cosa poteva sognare nel suo lamentarsi mentale, a tratti neurale, del presentimento di non ritrovarsi se non da solo, o peggio in una stringa familiare e amichevole per cui desiderava l'ingiuria a denti stretti? Arrivò in cittĂ nella tregua del sole, anche lui pronto per le sue brevissime ferie di dieci ore, poi per volere atmosferico ridotte a nove per straordinari stagionali: deserta, e non gli piacque in quel silenzio impossibile all'ora della serale passeggiata nel litorale restaurato. E qui una scena tipica nei ragazzi che vanno in vacanza con i propri genitori in questi scenari dall'aura sinistra nel loro cielo beato: il trasporto merci. Scaricare le valigie dalla macchina, salire nell'ascensore, prenderle e trascinarle nell'appartamento, e ripetere tutto questo per sei viaggi. La fortuna era che il mortorio, divertito dalla pignoleria dei genitori per l'ozio che tendeva avere tra un viaggio e l'altro, era solo all'andata e al ritorno. Non s'azzardava a programmare nulla: sapeva come andava a finire, col passato che per lui non ne voleva sapere di concludersi, ma che preferiva ripetersi ciclicamente per sadismo. Non rimaneva che vedere quello che succedeva.


96

DUE MEMORIE

Ci sono dei casi in cui la programmazione non porta da nessuna parte, se si presuppone qualcosa nella propria mente, auspicando la successione di tutti i piaceri possibili, qualora non venisse condotta in quella linea edonistica sarebbe normale rimanerne in bocca col retrogusto amaro dell'incompiutezza. Allora stavolta adottò la tecnica del vedere quello che succedeva. Il ragazzo ora attendeva gli amici. NUMERO DI SCELTE? Il ragazzo ebbe a pensare sulle possibili scelte a lui poste. Alcuni suoi compagni di facoltà nel frattempo avevano deciso di passare le due settimane prefissate dalla sua situazione a viaggiare: chi per l'estero inesplorato fino ad allora dalle loro brevi vite, in mete esotiche e lontane anche dal pensiero comune, forse per timore di essere messi in condizioni disarmanti a violenze tipiche di quelle zone o a sfruttamenti economici di incivili; chi in terra natia, sempre timorosi di questi pericoli eppure più lieti nel visitare città d'arte o anche soli paeselli di campagna, tra cipressi, case diroccate e porcilaie all'aperto; chi a rimanere a casa, godendosi però di scampagnate, avventure rustiche con compagnie alcoliche e piaceri sessuali occasionali. S'aspettava le loro pubblicazioni nei social network o nelle loro applicazioni mobili, con foto felici e allegre, commenti gai e sorrisi programmati: la punta d'invidia ci stava in questo suo atteggiamento alquanto indecoroso verso i suoi conoscenti e coetanei. Era sempre così riguardo agli accidiosi, veri e propri emuli della volpe della celebre fiaba di Esopo: si vorrebbe avere il desiderio degli altri e non ottenendolo subito dopo lo si schernisce immediatamente, lo si svaluta con molto disprezzo e semplicismo. Non andava da nessuna parte, né emotivamente né fisicamente; rimaneva sempre lì, in quel posto per lui desolato, senz'anima. INVIDIA? BRUTTA BESTIA...


TERZA PARTE

97

Era invidioso della felicità altrui, e soprattutto della sua intelligenza, ora volata via per ferie lasciandogli la stupidità e l'ingenuità: un duetto che l'ha portato a dover passare il resto dei giorni ad assistere a battibecchi tra le maschere delle opere buffe da lui adorate solo al teatro e non nella vita reale. Un suo amico stava passando l'estate di una settimana in giro con una ragazza, una conosciuta in qualche bar, nell'attesa della sua brigata, forse sorseggiando una birra di infida qualità, a gambe conserte per la stanchezza della giornata a studiare la sua materia di apprendimento, o forse guardando il canale che la televisione stava trasmettendo in alta risoluzione, per far volare il suo tempo e la mente spossata e puntata sul disgusto del ritardo dei suoi amici; una presenza ammagliante, assurda per l'incapacità della sua apparizione in un momento del genere, in un'attesa irresolubile. SÌ, L'ATTESA ORA È PASSATA! ALLELUIA! O FORSE NO? Un caso che, da copione, portò alla chiacchiera di sciocchezze e osservazioni poco edificanti, alla confidenza su questioni, appigli personali di eventi casuali, al numero di cellulare richiesto da una delle due parti con la speme di rivedersi un dì venturo, all'incontro privato in una piazzetta della città abitante, ad una seconda chiacchiera adesso più interessata della precedente, ad una cena divertita nella sua semplicità, ad una passeggiata notturna tra i lampioni del parco deserto e infine nel prato, supini, o l'uno o l’altro. Quanta invidia per una scena del genere. Non era il suo caso: lui dovette aspettare il rientro programmato tra due settimane. L'aspettativa di rientrare a casa era veramente il primo problema che si trovò davanti già a poche ore dalla partenza. Stava pranzando con i suoi genitori, due ore prima di mettersi in macchina e partire per la volta del litorale, attendendo alla guida altrui quasi due ore di viaggio nel sol leone coperto dalla lamiera dell'auto, e dall'aria condizionata di eccellente aiuto per colli


98

DUE MEMORIE

sottoposti nel suo passato ad interessanti e tristi torcicolli allo sternocleidomastoideo. Un messaggio sulla chat virtuale, da parte di un suo disperso amico nelle lande campagnole: un ritardo possibile, di qualche giorno, scritto in poche righe e con la classica asciuttezza di chi non ha nemmeno il tempo per giustificare un imprevisto per lui senza problemi, per il ragazzo un vero macello. ATTENDERE, PREGO, I SIGNORI VIAGGIATORI STANNO PER IMBARCARSI... Passare i primi giorni in totale privazione di quella cosa che poteva salvaguardarlo dal rischio di recludersi nell'acqua a impazzire facendo esplodere in continuazione con le mani l'acqua del mare, ritornando bimbo per l'ennesima volta, colla differenza di ritrovarsi adulto, sia nella mente sia nel corpo. La schiuma alla bocca gli doveva uscire, quantomeno lo avrebbe scaricato dall'affronto subito per la malignità insensibile sottoposto. Si limitò a mangiare poco, ricevendo la prima di una lunga, terribilmente e sfortunatamente ininterrotta, serie di lamentele da parte di madre, padre, zia, amici di famiglia, amici propri, conoscenti, passanti e pure estranei totali. Il ritardo era diventato l'obbiettivo dei prossimi giorni: le ore sarebbero state calcolate per poi essere suddivise nel numero quantificato di minuti e successivamente strutturato in momenti di svago, di lavoro, di gioco e di sforzo. Certo, speranze che il loro arrivo concluda la noia possibile delle giornate passate non ce ne erano; non vedeva altre opzioni, pur pensandoci mentre caricava le ultime valigie per l'itinerario tra le strade senesi. Dimenticò il viaggio dormendo, chiudendo anche con forza le proprie palpebre nonostante il rumore delle macchine in andata e ritorno da ponti o ferie non pagate per via della crisi delle piccole aziende lasciate a morire; lavori in corso per le ciclopiche autostrade e tunnel sotto monti sventrati per evitare dai tre ai cinque chilometri in più, facendo in alternativa la strada accanto; la radio


TERZA PARTE

99

a manetta dei grandi successi di tre decenni prima, i cui cantanti se la staranno ridendo della propria ricchezza per un così poco lavoro e nell'insopportabile sol leone del meriggio. Riuscì a dormire, ma non a sognare, a vedere nei suoi occhi chiusi qualche breve momento ludico. O ALMENO QUALCOSA CHE LO SCHIODASSE. In vacanza, sempre in vacanza e mai nel lavoro, nell'occupazione domestica o nelle commissioni di qualsivoglia genere inimmaginabile, c'era sempre il piccolo punto del dover trovare altro per evitare questo, un piccolo male gonfiato dal sentimento perpetuo d'impotenza o di indifferenza. Non ci si sentiva mossi a sgonfiare quel pallone aerostatico del male se non negandolo con un diversivo per i nostri occhi, unico sistema per la vita e l'esistenza di quello sgorbio. Cambiare mente, deviare, sciogliersi e dimenticare: era per questo che molti suoi coetanei si sono dati a programmare, o ad aggiungere come un paradigma indiscutibile, una serata o un'uscita allungando il bicchiere di un liquido che necessita al bevitore di togliere un altro liquido, cristallino, né basico, né acido. O l'alcol o nulla. Era per caso un puritano costui? Tutt'altro! Non era uno che si ubriaca ogni sera, ma se l'occasione lo permette, chi era per ritirarsi? Basta solo ripresentarsi, al compimento della sbronza, in casa col massimo della cautela, muovendosi lentamente e fiatando poco, altrimenti il sentore olfattivo sarebbe abbastanza da continuare la serie. Per ora non c'era stato di cui preoccuparsi. Ma scene del genere sono tipiche a ripetersi, e non ci si può sempre salvare da queste libertà buone per chi era indipendente dalla famiglia, e non per chi vive grazie al patrimonio paterno. Tutto sarebbe iniziato dal primo giorno.


Ventitreesimo ricordo Terzo frammento

E COSÌ IL PRIMO GIORNO GLI PORTÒ QUALCHE MOVIMENTO NELLA SUA PICCOLA TESTA DI VENTENNE. Il primo giorno. Un duro colpo il risveglio alla scoperta nelle nuvole che sovrastavano tutto il golfo, prefigurando una giornata di pura noia. Se qualcosa di delirante doveva accadere, sarebbe capitato in quei giorni sicuramente. La vacanza era destinata ad essere inquieta, terribile, soffocante nel programma ripetitivo che già immaginava in questo soggiorno. Un succedersi di azioni ripetute, noiose, inconcludenti. Alzarsi di prima mattina, notando il caffè già in tavola, raffreddato dal vento fuori stagione; il preludio ad un soggiorno molto disturbante in fatto di relax e quiete personale. Il disturbo stava nel sentire l'odore del bar di sotto che risaliva verso l'appartamento in cui dimorava, al quarto piano: cornetti appena presi dalla panetteria locale, affiduciata, legati dai caffè preparati dalla macchinetta professionale in dotazione; il cioccolato allungato col latte intero guarnito con panne e zuccheri...e lui a gustarsi i biscotti rinsecchiti dalle intemperie del viaggio di andata, il caffè freddo e scialbo della moka da quattro, in avanzo per la poca fame dei parenti. Cominciava a covare un po' di bile. Si diceva se poteva evitare tutto questo, eventuali possibilità di poter essere rimasto in terra natia col patrocinio della famiglia. Non c'erano esami che non avesse dato, parole e promesse che non aveva


TERZA PARTE

101

dimenticato di citare alle amicizie del luogo, programmi che non aveva consultato prima di iniziare scelte poco felici. La località in cui stava non garantiva il massimo del divertimento in caso di mal tempo, dato il mare poco agevole per via delle onde che si gonfiavano in continuazione. Il mare non gli creava disagio; l'acqua gli ricordava il piacere di perdersi nelle acque e di non essere più fisso a respirare, a contare sul poco ossigeno ingerito, fino a quando non doveva risalire e riprendere fiato. La bollicina del caffè ricordava l'ultimo respiro prima di uscire dal mare, ricolorarsi di vita e aria e ritentare di scendere in quella profondità esigua di un metro. Guardava le montagne dell'isola accanto, allineata al porto della punta del golfo; pochi chilometri dal faro dominante, libera per così poco da ogni aggancio alla terra. Intanto si accorse che i suoi genitori se ne erano andati via da prima che si ridestasse. MA NELLA CASA NON POTEVA STARSENE TRANQUILLO, A FISSARE IL MURO SENZA PROBLEMI E SENZA DISTURBARE CHICCHESSIA. In casa era lui solo: il padre era uscito a prendere il suo giornale della mattina, all'edicola in fondo alla strada; pochi passi per muovere gli arti pesanti dalla fatica degli ultimi mesi lavorativi gravati dalla crisi e da altri aspetti personali, di natura senile. Se ne dirigeva a passo proprio, lasciando alla madre la bicicletta per andare a far compere, dall'altro capo della strada. Un fatto curioso come si siano distanziati diametralmente i due, l'uno per l'edicola e l'altra per la spesa: non c'erano motivi per pensare a scenari pessimistici sulla loro situazione affettiva, eccessivo d'altronde; pareva solamente. Di mattina si iniziava a pensare a particolari poco inerenti alla realtà, e lui ne era d'uopo in questi movimenti neurali. Guardando il cielo per la seconda volta, non riusciva a credere che fosse nebuloso. Questa mattina non fu all'insegna di una discesa nella spiaggia dorata, ora argentea. Non trovava che poche speranze


102

DUE MEMORIE

di un miglioramento per la giornata. Non c'era nulla da fare di conseguenza che potesse muovere il suo cervello, a parte per la noia, sempre pronta a snaturare la mente sua. Dopo colazione, sentì di poter essere libero da qualsiasi commissione ed obbligo di presenza fissa da persone e cose: già un primo movimento positivo davanti alla situazione attuale e al futuro incerto. Un primo segno di riuscita nei suoi interessi: del tutto sciolto da possibili impegni, in una breve solitudine un poco cercata dopo i giorni passati all’aperto, si concentrò alla continua messa in scena di lui stesso nelle più disparate occasioni mondane. SUONARE, STRIMPELLARE CHICCHESSIA NOTA AD ARTE RIVOLTA E DIVERTENTE. Andando in camera si ricordò di dover mettere alla prova un suo piccolo piglio infantile: s’accorse di poter usufruire del pianoforte del proprietario della casa di villeggiatura: un pianoforte a muro di fattura Hawai, stretto e dotato di tre pedali, di cui due non funzionanti. Lucido nel suo colore nero base, del tutto intoccato dai decenni di presenza costante nell'atrio dell'appartamento; un piccolo gioiello di grande interesse per uno come lui, molto attratto dalla politonalità dello strumento. Guardava un attimo le mani sue; da anni non toccava una tastiera e temeva di non essere in grado di suonarla. Notò invece che erano proporzionate al palmo, poco curate e leggermente carnose, quasi impalate alla struttura delle articolazioni, esili per fortuna; qualche dubbio sulla buona riuscita dell’intera sua improvvisazione musicale gli era rimasto, ma le mani davano garanzia di una certa agilità. Sentiva che era improbabile poter raggiungere un livello soddisfacente, in linea con l’ambizione di riuscire a riguardarsi al suo precedente momento lontano nel tempo in cui suonava svogliatamente spartiti semplici, buoni per uno privo di fantasia nella melodia. Non


TERZA PARTE

103

sapeva improvvisare, né tanto meno rimettere alla voce delle corde del piano melodie della sua innocenza; non ne era sicuro assolutamente. Voleva provare. Tentare era l'unica prova di questi suoi dubbi: tutti per non credere alla tristezza della risoluzione dei fatti più drammatici vogliono sperare in un cambiamento, un riscatto ad una previsione troppo terribile per essere vera. Sapeva comunque come sarebbe finita. Cominciava a strimpellare, sedutosi sullo sgabello rinfoderato, un motivetto in testa, in ricordo di un precedente ascolto tra amici, mesi prima. Iniziava all’allungare gli estremi del palmo, divaricando pollice e mignolo a tal punto da toccare i due do. Li premeva lentamente e cercando di andare a tempo leggero, non più pratico di musica da camera da diversi anni passati in totale disinteresse a qualsiasi richiamo allo studio, intona gli accordi difficili della sinfonia cinematografica. A passo di allievo. La musica era un colpo troppo forte per la sua totale inesperienza, persa nel tempo e nel disinteresse fino ad oggi per lo strumento in competizione: era come se dovesse affrontare l'oggetto, come se gli impedisse di compiere la sua idea, quella fantasia di mettere in suono la melodia in testa, nell'accordo in do e in si bemolle le cui orecchie ambivano ad udire nella realtà. Dopo i primi accordi di do, la, fa, al passare del secondo agganciò il re con giusto punto, rimanendo nel ritmo prefissato. Non azzeccava il si bemolle; ecco il primo disaccordo, una nota stonata e acre all’orecchio non dimentico dell’armonia della melodia. Il dubbio cominciava ad avvicinarsi alla realtà, incamminandosi lentamente e senza sosta a trasfigurare l'illusione di una certa bravura e realizzarsi nella sua completa ignoranza svestita di arroganza e presunzione di perizia ingenua. Non azzeccava il re ancora, né alla seconda, né alla terza. NON VOLEVA CEDERE A QUELL'INUTILE PIANO MANCATO ORGANO DA ORATORIO.


104

DUE MEMORIE

Ritentava considerato lo sbaglio ennesimo. Fallì ancora al passaggio ora del do col re, producendo altre note stonanti, infastidendosi. Ripeteva continuamente, riascoltava, prendeva in mano il foglio con le note scritte prese dalla memoria e le corregge. Un tasto, due tasti uniti, la mano cercava di rimanere fissa e allungata alle due opposte parti; rifletteva sull’accordo ed erra all’ennesima ripresa. Dimenticava il pensiero precedente, ora pensava al fatto che le sue dita fossero poco sveglie, quindi le riattivava con una scrocchiata veloce a tutti i nodi delle falangi. Come se potesse cambiare qualcosa, in cuor suo aveva già precluso la buona riuscita di tutto il pezzo, breve per giunta. Passava un momento di fumo nella mente e riesce a concludere la parte non esentandosi da imprecazioni riferiti al soggetto della sinfonia stessa. Arrivò al momento saliente, il tocco maestoso del celebre pezzo musicale: ancora qualche tasto e sarebbe riuscito ad emulare con certa soddisfazione la memoria riemersa delle note. Un bemolle posto in alto, subito seguito dal do, ancora il mi; salta il re, e tornò il soggetto a uscirgli dalla bocca irata. Non si arrese, tornava sul punto, rifacendo da capo tutto il pezzo, sciolto dopo diversi tentativi saltati. Arrivò al re e passò avanti, ma quel bemolle non torna, stona anche se compiuto nel digitarlo. Premette di nuovo il tasto dopo la sequenza, ed esplose l’armonia: nel frattempo le dita non allenate si sentirono troppo tirate e si fermò un secondo. MEGLIO NON PROVARE NULLA CHE NON ABBIA LA COMPIACENZA DI QUALCHE GIORNO PASSATO ALLO STUDIO, O SI FINISCE DAVVERO AD ESSERE DERISI ED ALTRO. La finì dopo un quarto d’ora di pausa, ricontrollando ora sul web la sinfonia originale, di gran lunga più difficile di quella che pensava, troppo per uno assente del tutto da qualsiasi ripresa del pianoforte. Quel pianoforte non aveva che provato il timore consolidato da qualche tempo: privo di possibilità, le sue dita erano troppo corte, tozze e rigide per mantenere l’elasticità e


TERZA PARTE

105

la giusta apposizione a zampa di ragno richiesta nella performance da pianista. Le dita della sua insegnante, degli amici pianisti; vere e proprie canne lunghe e secche, snodate e articolate l'estremo, perfette a comporre e suonare. Quelle musiche che voleva suonare personalmente, magari a sbalordire passanti ed ospiti. Un futuro inesistente; la sua musica sarebbe stata solo quella non uscita dalle dita, ma entrata dalle orecchie, percepita dal timpano, da tutto il cervello, distorcendo e strutturando ogni nota con qualsiasi immagine simbolica impressa nella mente. Il risuonare che lo portava a immaginare. C'era qualcosa di strano. La noia era come passata dopo quella fatica personale a giocare contro se stesso pur di conferirsi una certa abilità inesistente. Aveva fallito miseramente, la sinfonia non era riuscito a musicarla privandosi di qualsiasi errore da incompetenza. Non sembrava di aver perso qualcosa: invece acquista la compiacenza di garantire quel suo ascoltare, richiamare all’attenzione la identità di ogni tasto, e di dare ad ognuno di essi un segno computato. Allora il cielo non gli sembrava così grigio. E non lo era più, ora era sereno. Pericolo scongiurato per il momento, non sarà così per i prossimi giorni.


Ventiquattresimo ricordo Quarto frammento

LE NUVOLE SONO NEI PARAGGI... La strada. Non pensava ad altro che a quella stramaledetta strada, quella viuzza che continuava a tormentare lo sguardo per la sua lontananza. Era da sempre ossessionato dalle ininterrotte diramazioni della costiera, quasi infinite e senza senso: alcune dirette verso la fine della pineta; altre verso le campagne assolate; altre dirette all'isola vicina, passando per il porto principale. Era pomeriggio passato, e nulla era accaduto di rilevante durante la giornata: era stanco da quando si era alzato stamattina; continuamente si aggirava per la spiaggia cercando di togliersi addosso la noia. DOVE, ANZI, QUALE POSTO MIGLIORE DI UNA SPIAGGIA? Era a passeggiare, una delle prime volte in cui gustava a fondo il ritorno a toccare coi piedi la spiaggia della località. Questo però quando era bambino, che non aveva problemi a divertirsi anche con i tappi di bottiglie, i quali lanciava tranquillamente ai passanti per vederli adirare. Se dopo prendeva le sberle per il suo comportamento non poteva non avere torto! Non c'erano nuvole in cielo, prometteva tranquillità e forse un goccio di piacere. Ma il cielo non voleva passare oltre: i piedi non fanno che andare avanti, interessati non più ad andare per la spuma di mare e salire su, inerpicarsi nel cemento rialzato, in altri marciapiedi.


TERZA PARTE

107

Era meglio se rimaneva nella spiaggia, colma ancora di qualche bagnante, mentre si allontana dal mare le onde che risuonavano, sbattevano nel bagnasciuga, e si alternano; il raggio del sole era scappato dalla nube al rientro nell’altra parte della volta luminosa. Il costume gli dondolava continuamente dal venticello pomeridiano. Non voleva più camminare a piedi scalzi, ormai completamente bagnati dal rigetto del mare e dalla sabbia molle, simile a quelle mobili dei film d'avventura o di qualche presagio di morte indesiderabile. Notava un particolare interessante: la gente risaliva dalla spiaggia, poco a poco, chi portando su il proprio ombrellone, per chi stava nella zona pubblica pur di non spendere troppi soldi, e chi solo le vettovaglie e gli asciugamani, lasciando ai bambini piccoli i giocattoli quali formine ed altro. Se erano responsabili; nel caso di bimbi particolarmente viziati, la famiglia intesa come parentame adulto doveva portare come optional incluso le sacche pesanti dei rastrelli e dei secchielli. La prospettiva di questi era pronta, messa a tavolino fin dalla prima mattina: rientrare nelle mura domestiche a mangiare. IL PENSIERO ORA SI RISTABILIVA TRANQUILLAMENTE NEL SUO CERVELLO, CON MOLTA CALMA; PACATO ERA IL PROSEGUO ALLA SERATA. Non pensava a nulla, si rilassa ascoltando il mormorio delle persone che ciarlano, parlavano, discutevano, litigavano: un bambino che gridava per il graffio provocato da un corallo perché sceso dagli scogli tuffandosi; il vecchio che strepitava per la politica locale ed internazionale con in testa i suoi ideali, astratti come i suoi pensieri; l’adulto che bestemmiava la compagnia per l’assillante presenza anche nella cabina privata, al cambiarsi di costume; la vecchietta che incitava la rabbia ad un gruppetto di teppisti solo perché giocavano al


108

DUE MEMORIE

pallone vicino al suo spazio vitale. tutte scene di grande impronta, da assistere personalmente. Ma ora non poteva, doveva andare avanti. Camminava ancora e il sole sembrava tentare di scoprirsi per avvisare del tramonto. Dondolavano le braccia inutilmente, a scivolare la noia di dosso che si accumula nella giornata uggiosa, tra amici dispersi nelle proprie dimore, familiari scappati per il freddo fuori stagione e conoscenze affogate nei giornali, nelle riviste scandalistiche e nei cruciverba impossibili. Capitava troppe volte a lui di trovarsi in queste situazioni. Se ne stava quieto a pensare, passando di bagno in bagno, notando l’assenza in aumento delle persone, lascive ad ogni interesse futuro a sostare nel proprio pagato ombrellone per minuti di sole non più usufruibili per il tramonto. DOVEVA TORNARE PRIMA O POI NELLA STRADA, O DOVE ERA GIUNTO NEL SUO CAMMINARE INCESSANTE, A GUARDARE A DESTRA E MANCA PERSONE, LUOGHI E COSE, E PUNTUALIZZARE SUL NIENTE. A correre non ci sarebbe andato stasera, così, per provare di nuovo la freschezza della piana stradale. Una decisione importante, qualcosa che faceva la differenza in tutto questo proseguire senza senso: tagliò per il primo tragitto e se ne tornò indietro. Scelta di un certo peso, non trovando altre possibilità o interessi a proseguire per una via agonizzante di vita, anche se s'era promesso che doveva essere più lunga la passeggiava, non poteva più non dare ascolto al leggero dolore ai polpacci, e preferì l’asfalto della strada parallela. Un’apertura lì, in mezzo al breve tratto di boscaglia, di macchia mediterranea lasciata tranquilla, intoccata da speculatori o affaristi edili: un colpo d’occhio alla foresta dei box estivi e dei lettini di plastica dura e distruttibile. Alcuni ragazzi, forse della sua età, sentendosi più al di sopra del freddo e del vento, combatterono il tempo a furia di pallonate e reti squarciate: al primo tuono in


TERZA PARTE

109

prossimità dell’isola vicina rientrano impettiti, col loro torso nudo tronfi della tartaruga portatile. Voleva ridere di quel momento tra il trionfo epico e la sciagura farsesca: preferì lasciar perdere, come forse era l'unico atteggiamento valido da fare in queste cose. C'ERA DA PUNTUALIZZARE, COME SUL CIBO, UN PICCOLO CONSIGLIO DI SOPRAVVIVENZA A QUESTE LIBERAZIONI PERSONALI, DEFICITARIE AL COMPLESSO GENERALE DI UN ORGANISMO DI BASE. Era da solo in giro e ridere di un gruppo di energumeni dalla testa rinchiusa era da considerare un'arditezza molto sconsigliata, nel caso di rimostranze a base di offese in aggiunta ad avvicinamenti per sfogo brutale. Uno contro uno poteva farcela; non era così debole fisicamente, semmai contro uno stormo poteva apparire un'impresa vera e propria! Evitare il rischio a volte garantisce il proseguo delle funzioni vitali. E NON LA SMETTE DI PASSEGGIARE, DI ANDARE AVANTI IN QUESTO SUO BATTERE DI PIEDE! Nella camminata il ragazzo oltrepassava alcuni alberghi, dove i camerieri preparavano le tavole imbandite per la clientela sofferente di leccornie da buttare giù. Le famiglie dovevano prepararsele da sole le proprie porzioni di cibo fumante; ma chi poteva aveva il privilegio di essere pure imboccato. Le ampie finestre sovrastavano la strada creando ai più insicuri l’idea di sentirsi inadeguati se nudi dalla cintola in su: non ce n’erano molti a passare vestiti, o perlomeno senza un personale pudore da proteggere. Lui stava in questa condizione personale: scoperto, agli occhi di tutti, al torso. Chi poteva interessare un particolare del genere? A nessuno in fin dei conti, con molta probabilità a qualche pervertito, dato che di ragazze non ve ne era l'ombra.


110

DUE MEMORIE

Passava l’albergo coprendosi leggermente e s’addentra nella strada vicino alla pineta e al parcheggio delle macchine limitrofo: un gatto lo stava aspettando. UNA PICCOLA SORPRESA, FINALMENTE. Era un piccolo meticcio, di pelliccia corta e variegata, dagli occhi verdastri e gialli, tipici di quella zona e di quegli incroci casuali capitanati dal caso; aveva al collo un collarino plastificato viola, col fiocchetto duro. Passava vicino, lentamente e con fare sinuoso si avvicina al ragazzo, che lo guarda stupido dall’interesse per un passante: salta su una panchina di recente produzione, e alzando leggermente la testa gli fa segno di coccole. Una carezza in testa e il calore lo pervase dolcemente, e aumentava strofinandogliela fino a fargli perdere l’equilibrio per un secondo e a scuotere la testolina come se avesse qualcosa. Si sedette e continuava ad accarezzarlo e a coccolarlo, sorridendo dalla faccia che fa il gatto ad ogni buffetto. Cominciò anche a verseggiare onomatopee e richiami ridicoli, tanto che chi si avvicinava non sapeva se era più compassionevole per il gatto o per chi lo stava tormentando a forza di carezze. IL TEMPO DI TUTTO QUESTO IDILLIO ERA STATO VERAMENTE BREVE, A DIR POCO FULMINANTE, SE SI CONSIDERA LA NOIA PASSATA A SCORGERE DETTAGLI SUPERFLUI IN TUTTE QUELLE FACCE! Tutto qui? Questa era la piccola gioia quotidiana? Così veloce e senza problemi? Pochi istanti, due sguardi, una carezza, diverse coccole, qualche foto tanto per non dimenticare quello sguardo intelligente, o di sicuro più celere di qualche conoscente o passante intravisto nel breve tratto. Troppo tardi per continuare, e voleva ancora giocare con lui. Andarsene così, dopo tutta la passeggiata a vedere una breve desolazione fatta


TERZA PARTE

111

persone e gesta. Il gatto nel frattempo aveva trovato altra compagnia, e via, altre coccole delicate, non agitate come le sue. Lo vedeva felice, sapeva che non l'avrebbe perso, e questo era credo la conferma a tutta la serata: una scoperta fatta animaletto, un piccolo incontro che vale qualcosa. Si sentiva più leggero, sentendo che ora c’era un poco più di piacere alla sua giornata noiosa, scoprendo dal cambio inaspettato della strada una delizia per tutti. Salutò il gatto e camminò a piedi scalzi.


Venticinquesimo ricordo Quinto frammento

MEGLIO SE ME NE VADO, SE MI ALLUNGO È PEGGIO… Se ne era andato per il litorale. Il motivo di andare per il litorale non era estremamente complicato da pensare, davanti alle prospettive intuibili lasciategli dalla vacanza; lo svegliarsi male di prima mattina pregiudica sempre la giornata, se normale. Tanto per svagarsi, riposare la mente nel tentativo di cercare un poco di tranquillità dalla mattinata svegliata dalla sveglia solerte della madre a portare nella spiaggia pubblica l’ombrellone. Non potendosi permettere nei bagni attigui un ombrellone, associabile ad uno sdraio o lettino che fosse, erano obbligati tutte le mattine, a volte scendendo in spiaggia solo per portare tutte le attrezzature verso le sei di mattina. Un plot tipico nel passare le vacanze, una trama a tratti idiota. Alzarsi, scendere con l’ascensore, aprire la porta principale, camminare, fermarsi, girare nella direzione opposta, rientrare nell’atrio, risalire per le scale, riaprire la porta dell’appartamento, prendere l’ombrellone, scendere, andare in spiaggia, mettere l’ombrellone, accorgersi di portare lo sdraio lasciato nel bagagliaio della macchina, dirigersi alla macchina, prendere cautamente lo sdraio senza che la portiera sbatta contro l’altra, andare in spiaggia e finirla lì. E su a fare colazione. Una colazione che non sapeva di granché, quando gli occhi ancora sentivano di essere chiusi nel mondo scintillante dell'onirismo: scendere nel


TERZA PARTE

113

lido all'ora dell'alba comporta lo stimolo a sentirsi dentro un mondo irreale, quasi in creazione, nelle sue luci e nelle sue ombre che si accendono e spengono. Gli veniva da pensare ancora una volta alla casa in cui si trovava a soggiornare: una casa “vissuta”. OGNI CASA ERA UNO SPIRAGLIO DI VITA INTERROTTA DA QUESTIONI ECONOMICHE DI CHIARA FAMA ALLA GENTE COMUNE; CI SI LASCIA A QUESTO E CI SI LAMENTA PURE! L'appartamento aveva un qualcosa di “vissuto”: anni prima la famiglia doveva contare di uno spartano, con poca mobilia e suppellettili a pro dell'affittuario; la spesa per il mensile era al di sopra della reale situazione immobiliare, ma questo lo seppero tardi. Non potendo riprenderlo quest'anno, la vacanza si poteva considerare conclusa ben prima di ogni inizio, se non che un proprietario locale non propose alla famiglia, conoscente da dieci anni per affari ed investimenti in alcune finanziarie di sua competenza commerciale, di prendere affitto della sua, vissuta familiarmente fin dalla nascita dei suoi figli. Un ottimo affare, la casa era provvista di tutto, e ben più che elegante di quella austera e allo stesso tempo costosa. Un motivo in più di critica alla coppia, anche per tendere ad un pareggio in lamentele. QUESTA ERA LA MATTINA, PASSATA A FAVORE DELLA SERATA, NELLA SPERANZA CHE QUALCOSA DI POSITIVO SI SVILUPPI, O CHE PER LO MENO NON PEGGIORI! Uno dovrebbe avere la cortesia di togliersi la voce quando gli era possibile, si ricorda il ragazzo quando tentò di riunire la compagnia estiva sotto una serata all’insegna del divertimento e della tranquillità, seconda opzione qualora la prima fosse mancata. Il maltempo nelle serate precedenti non garantiva uscite dopo l'ora di cena, e si presupponeva potesse esserci un riscatto a


114

DUE MEMORIE

tutto l'ozio non voluto degli ultimi tempi. Poteva andare tutto nella maniera più dignitosa possibile, senza alcun tipo di risentimento o di screzio a dettagli o ad altro; gli amici preventivamente lo guardarono male davanti agli eventuali eventi che sarebbero accaduti qualora avesse vinto la sua negligenza ed ingenuità. Lo conoscevano da ben troppi anni per sentirsi smentiti solo ora. Un tragitto semplice: ritrovo sotto al bar; bevuta; chiacchierata; tragitto per raggiungere il bagnasciuga e lì passare la serata fino all’una di notte minimo. In aggiunta all'ozio del maltempo c'era anche quel lasso temporale trascorso nell’impegnarsi per le classiche faccende domestiche e più per far godere agli altri, compresi i familiari, la vacanza, non lasciando nulla a chi s’era impuntato per averla. Un segnale da non sottovalutare: le strade erano pressoché vuote, deserte da tutte le parti, lasciate occupate da foglie secche volanti e coltri leggere di sabbia. Riscoprì in quel momento una libertà prima non pensata, e ancor oggi impensabile far rivivere, soprattutto alle porte di un dramma serale di prima qualità! Li contò uno ad uno quando capitò la follia del cielo: il primo, scattante, privo di remore; il secondo simile al primo; il terzo meno quieto e gli ultimi due uniti dallo scatto della perdita di equilibrio per un gradino rialzato. Gli costò qualcosa questo delirio infantile, in un gruppo la cui media d'età s'aggira intorno ai ventidue anni, due in più di quelli che ha? Lo faceva da bambino, e non trovava un perché sincero per non farlo. Lo guardarono male, stavolta con la conferma della stupidità esplicita del loro amico, disprezzandolo per la scelta assurda di non mettere in discussione il tempo fragile della sera. Il bar era vicino, quindi tennero un passo costante, non ponendo attenzione alle gocce della pioggia.


Ventiseiesimo ricordo Sesto frammento

SÌ, IL MARE, NELLA COSTA; LA CREATURA PIÙ AMBIGUA CHE ESISTA IN UNA VILLEGGIATURA. Lo sentivano da qui, alternando le onde che si adagiavano sulla sabbia al rintocco dell’acqua tra le foglie, visibili all’aura delle luci dei lampioni e alle pozze in espansione nel marciapiede del litorale. Nella notte il mare doveva avere un sentore di pece, di liquame nero e torbido, il quale ti inghiottiva, ti faceva scomparire agli occhi di tutti. Portava vita se illuminata dal sole del giorno, trasparente e cristallina, doppio specchio dei pesci, molluschi e invertebrati. Si vedeva il vivere, il movimento costante quando il raggio lo colpisce; di notte era un nulla. Non si notava nulla, alcun movimento anche con il riflesso della luna in plenilunio. Ti disperdevi tra le onde, non c’eri, scomparivi: il mare diventava tomba notturna della forma umana. Eccola che scattava la fantasia, la creatività di estraniarsi e pensare ad altro, togliersi il peso e portare l'anima nelle idee, nei pensieri. Ovunque, e da nessuna parte. Perché era sempre lì, in quel bar, a pochi metri dal mare; il temporale aveva detto il suo su come sarebbe stato impossibile entrare in acqua. E ORA ERA COME ESSERE A CUBA! Era una storia, una breve narrazione legata alla sua infanzia. Parlò di quando, da bambino, dopo una cena a


116

DUE MEMORIE

base di pizza d'asporto e Coca Cola, si unì ad alcuni suoi coetanei per andare a fare il bagno in mare in una notte di agosto. Tutto il litorale marino, tutta la marina era scura, tenebra vera e propria quella notte, si ricorda il narratore del momento. Tutti quanti entrarono nel mare, non curanti dei rischi legati all'oscurità dell'acqua. I primi secondi di freddo si sciolsero nelle risate generali, divertite per il piacere dell'avventura; per quanto fosse oramai una moda, un must da seguire in vacanza, trovavano il tutto assurdo, fuori tempo per ragazzi della loro età, tra i sette e i dieci anni. Ci fu un piccolo sconveniente davanti all'idilliaca scena: accadde che per qualche strana ragione, usciti dall’acqua vennero presi da un leggero formicolio inusuale, imprevisto, senza alcun perché né fonte possibile. Continuavano a formicolare, a strusciare le loro mani nella schiena, nelle spalle, ovunque, per togliere quel prurito senza fine, urticante al pari dell'ortica. Si ricordò di quando un suo coetaneo, per farlo lenire, si arrotolò nella sabbia; non funzionò, anzi, peggiorò: oltre a sentirsi immerso nel prurito, ora era completamente invaso dal sentore della sabbia fredda, costringendolo a ributtarsi in acqua e ad aggiungere altra orticaria sulla pelle. Solo la doccia lo toglieva, e questo lo appresero tornati a casa. Poteva essere la cosiddetta pulce marina, o il sale che di notte brucia; fatto vuole che tutti rientrarono per colpa del divenuto bruciore, a farsi una seconda doccia, anticipando il tutto ad un’ora non voluta. E IN POCO TEMPO, TUTTA LA SERATA SI MODIFICÒ. Ora l’acquazzone era totale. La serata sembrava fallita, e l'unica possibilità rimasta era quella di rinchiudersi in casa, lasciando perdere l'obiettivo finale della serata: il divertimento. Tutte le serate erano poste così, ci si doveva divertire; bisognava scaricare tutto lo stress della giornata facendo


TERZA PARTE

117

qualcosa di diverso, qualcosa di ilare e giocoso, e alla loro età non potevano certo perdere tempo facendo le gare di sputazza come i ragazzi appena entrati nel giro del tabacco, o giocare a bocce come gli anziani entrati a loro volta nel giro della senilità. Se c'era bisogno di essere conformi, se ne fregavano, primo tra tutti il ragazzo: come si fa a chiamare intrattenimento un qualcosa buono in fondo per tutti? Era come con le battute; ci si deve aspettare che qualcuno non rida come gli altri, dato che forse gli scatena una reazione diversa da quella che l'umorista prevede. Sapevano che a fare quelle cose non si sarebbero divertiti come piaceva a loro. Aspettare era solo il metodo migliore per far prevalere la noia. Dopo questo discorso la voglia stava realmente passando. Erano passati almeno dieci minuti, e ancora nessun cameriere si era avvicinato per portarli le bevande. Solo uno si era avventurato nella sala: accese la radio, la sintonizzò in un canale di musica jazz latina; subito dopo aver eliminato ogni disturbo o interferenza dovuta al maltempo, aumentò la musica. L'aria ora si caricava di un frizzante ritmo, assecondato dai continui scoppi delle trombe, dei clarinetti e dei flauti latini. Uno del gruppo si mosse, scattò immediatamente per via della melodia, e forse per divertire i suoi amici, iniziò a ballare. Gli unici rimasti erano loro in quel locale, e non trovavano scuse per non assecondare quella follia in pieno svolgimento. A momenti sembrava che i tuoni all'esterno aggiungessero altre percussioni alla musica. Scimmie rimbambite, disse uno del gruppo mentre imitava tutti i suoi amici nel ballare. A tocco, seguendo le note, si liberarono dello stress di questa serata, ridendo del modo altrui di danzare; uno di loro salì perfino nel tavolo, raggiungendo lo stadio di gorilla, non capendo di non avere abbastanza equilibrio per resistere a lungo in quella posizione scomoda: scivolò, e batte pure la testa sui tavoli. Si rialzò e tutti quanti esplosero in una risata convulsa.


118

DUE MEMORIE

Era impressionante come in poco tempo un palo della luce, così soprannominato, dopo pochi minuti divenne elastico tanto da salire su un tavolo e quasi cedervici. COME ANDÒ A FINIRE? Continuarono fino a mezzanotte e mezzo, ormai stanchi alle gambe e alle mascelle, dopo aver pagato i drink. Fu quel poco alcol bevuto, eppure avevano voglia di correre nella pioggia, a rischio di beccarsi un malore di lì a poco. Il ragazzo non riuscì a tenere il passo loro temendo d scivolare e rompere il suo cellulare e corse scalzo tra gli scrosci d’acqua, quasi buttandosi al muro di un albergo per non cadere a terra. Dal modo come correva ispirò una fragorosa risata degli amici. Il mare non servì per quella sera.


Ventisettesimo ricordo Settimo frammento

E BASTA! BUONA NOTTE! IO INVECE... Il porto era ormai a pochi passi, ancora una deviazione ed entra nella lunga zona pedonale, parallela alle nuove costruzioni commerciali e residenziali in stile anni Cinquanta, bianche, pulite, dalle finestre chiuse nelle tende veneziane. La bici scattava in continuazione a causa dell’usura dei freni e delle marce ogni dieci secondi, facendo slittare i pedali a vuoto e portandolo a dover scivolare per l’itinerario più volte: fortuna volle che la strada era libera da macchine, tutte parcheggiate e meno minacciose dei guardrail a pochi centimetri dalle sue gambe. E poi c’era chi dice che non rischia la pelle. CHE BEI AMICI! Li conosceva da anni, fin da quando erano piccoli andava al loro ombrellone all’epoca ancora fissi con le loro famiglie e i loro giocattoli da spiaggia. Incredibile, il tempo era infame nei giorni precedenti, arrivato a deturpare del tutto la natura trasfigurandola in figure a limite della razionalità e della capacità di comprensione; ancora pensava al mare dell'altra sera, all'effetto che gli produsse quel nero tenebroso. Erano in spiaggia, quelli che considerava davanti alle serate passate i suoi amici, e lì al momento sperava di ritrovarli una volta finito il giro per il parco dei pini addentratovi. All'improvviso vedeva in questo


120

DUE MEMORIE

addentrarsi nella pineta una fatica magica, epica. Socchiudeva gli occhi e li riapriva, non credendo al peso di quel camminare difficile. La strada fantastica per i pini era solo nella sua mente, cosĂŹ difficile per la calura, cosĂŹ lontana l'entrata negli occhi offuscati dal sudore e dalla stanchezza per l'umiditĂ al cento per cento. Era tardo a vedere come fossero pochi i passi dalla via ristretta tra le case della costa all'insenatura in mattoni, pendente, all'ombra di quelle palme alte venti metri, il luogo ideale di scoiattoli, civette e insetti spregevoli al sonno altrui. Aveva anche iniziato a giocare con il cielo.


Ventottesimo ricordo Ottavo frammento

LA LUNA… Una luna era in cima, vicina al plenilunio. La litoranea era affollata di tutte le età, nessuna esclusa: le bancarelle sono appena state aperte e l'interesse sembrava alimentarsi da qualche parte. Del mare piacque il tempo breve e concentrato. Nelle villeggiature tranquille la noia era mostruosa, un implacabile smorzamento di ogni interesse al divertimento, al piacere. Vero che il divertirsi non tutti era uguale: il risciò, le passeggiate, l'uscire per gelaterie, pub, discoteche, creperie e negozi aperti fino a mezzanotte. Ma se si doveva trovare la gioia nelle cose, in fondo si era credenti nella disistima propria e delle altrui persone. "LEI, SÌ PERMETTA, DOVREBBE ESSERE IL SIGNOR?" In una sera, al passare della cena, una donna fermò il ragazzo, e le chiede qualcosa. Dopo la pioggia il corso era tornato pieno di gente, camminando lente e veloci passeggiando gruppi e coppie: vestiti ora simili tra loro nelle colorazioni, e le capigliature dalla tinta e il gel uguale; le coppie si muovono felici in un costume di tedio alla lunga vacanza. Ma dove si palesava quella ragazza non se lo chiesero i passanti. Nessuno la reclamò, nessuno la criticò. La presentazione era tutto, e lo stile si denotava.


122

DUE MEMORIE

Sì avvicinava una tranquilla signorina, dalla voce gutturale e squillante, forse stanca: pochi passi ed era vicina dall'uomo, formatosi un istante in mezzo alla folla. L'occhio era cervice della situazione; nota tutto con taglio estremo: si trovava un qualcosa di diverso dalle serate passate in solitudine, tra amiche. Scattava per avvicinarsi, lontano dalla folla che imperversava nell'incrocio. Attenta, si scostava da un gruppetto di ragazzini, febbricitante di giochi e alcol. E lì, vicina a lui, quel colpo all'occhio della serata in sviluppo. Un sorriso e via. Un incontro nato dal nulla, semplice ed inedito. E intanto la gente passava, in un fiume imperterrito. Cosa accadde tra quei pochi secondi di labbra e di sguardo, bisognerebbe immaginarselo. Non si udiva il discorso, solo un’immediata richiesta, un breve movimento di mano e scivolo veloce il polso sotto la tasca e via; questo era il risultato. "MA LE PARE, CERTO." Chi dovesse essere non lo capì. Quel cercare anche di sapere chi fosse il cervello non trovò la voglia di domandare l'identità, il suo io. Non sapere il nome e domandarsi la stranezza della tipa di fronte, quello sguardo celato dagli occhiali da sera, era curioso; una persona del genere la trovò di rado, nel suo portamento e nei modi costruiti con disinvoltura, spontaneo e fiero, scapestrate a curarsi di un estro sottile ed originale. Eccola. Vicino alla strada, tra i tavolini della gelateria artigianale, nel caos delle sedie di vimini lasciate in disparte dai clienti precedenti: le pedane erano sporche di unto del gelato alla crema di pistacchio o di melone dolce, cioccolati e vaniglia pregiate, cocco e una marea di gusti appiccicati al caffè, allo zucchero. Si mangiava con poco piacere, trangugiando carboidrati per ripartire in un camminare ossequioso, fatto di silenzi e di poco interesse. E poi in terra le carte sporche, le bucce e i residui di sabbia lasciati spargersi al vento, al cielo, alla terra, al mattone del litorale popolato dalla gente di mare. Un passo la smosse leggermente, mostrando


TERZA PARTE

123

l'indole nervosa e inquieta: il vestito nascondeva una paranoia, sul tentativo di smuoverla dal torpore della serata, passata nella solitudine del cervello e delle sue perversioni miste fantasie di compensazione: almeno non soffriva più di tanto. "SPERO VENGA BENE, NON VORREBBE..." Una preoccupazione inutile, un attimo ed era finito: lei in posa, a controllare veloce tutte le più piccole pieghe, il colletto, le amiche arrotolate di netto senza simmetria, il gilet di colore chiaro, le lenti offuscate a specchio, la capigliatura bagnata dall'umidità e il risvolto invisibile dei pantaloni chiari. Agli spettatori un programma di puro narcisismo, di estetica vuota, pietosa. Divertita, gli chiese di vedere se era venuta giustamente: poco centrale, illuminata a malo modo; prossima ed un altro click. Una seconda, ora posto con più scioltezza, dato che per farla bene si agitava le spalle per alleggerire la tensione nervosa. Avanti, un secondo e via; era al secondo tentativo. Riguardò nel display della fotocamera: non tornava assolutamente, la testa era mal puntata e il viso ha una smorfia sciocca, da arrossare l'uomo. Non volle mostrarsi diversa da quella che era: o la prossima o si può anche passare ad altro, vedere altro. Ecco, forse questa funzionerà. Tolse ora anche le lenti, per vedersi meglio. "DOVREBBE ESSERE VENUTA BENE." Ora era precisa: gli abiti, gli occhi non più celati dalle lenti, il viso, lo sguardo dolce e melanconico di fondo, la fossetta al labbro sinistro. Un colore in più alla serata, e la nube di noia si libera velocemente, al vento della novità, del leggero colpo di vita. Una piccola gioia. La signorina ringraziò; una foto ricordo speciale, così, per ricordarsi di qualcosa. Il ragazzo la guardava attento: basta davvero così poco


124

DUE MEMORIE

per divertirsi, per allontanare la nenia del non fare nulla? E le feste, il gioco, le scorribande, l'alba, quelle cose che piacciono a tutti, che fanno gridare, urlare come pazzi nell'euforia generale. Non ci credeva all'intrattenimento classico, ma dove trovare un nuovo divertimento non lo sapeva. E si accontentava di pensare, arrovellare il cervello nell'astratto. Lei, docile, aveva la foto. La gentilezza a volte poteva far scoprire grandi cose, eppure non tutti la decantavano. La signorina rimette a posto la fotocamera. "POSSO SAPERE SE ERA LIBERO O NO?" Colpì il fatto che nel mentre alcuni bambini avevano cominciato a chiacchierare col loro cellulare, a stare in silenzio e a trotterellare tra un punto e l'altro, senza combinare nulla che gli mutasse il sorriso. C'era chi aveva provato a fare l'adulto, a conformarsi facendo il grande. Ma nemmeno il sorriso gli era venuto, e provò a mentire a chi gli chiedeva se si divertisse; tutto pur di non dare soddisfazione. La noia si sconfigge con così poco a volte che manco ci accorgiamo di essere degli incompetenti a pensare di screditarla con modi così blandi e privi di originalità. Il mare più dura poco più era piacevole, che per taluni diventava un'impresa reggere alla monotonia, alla mediocrità. Il mare vero era al largo; ma era più piacevole guardarlo da riva, che solcarlo.


Ventinovesimo ricordo Nono frammento

Scese dalla bici, arrivato in fondo al suo tragitto di diversi chilometri non contati per disinteresse totale. Contare nel movimento dava al cervello l'illusione di stare ancora fermi, mentre si era in cammino. CosÏ si rimaneva tranquilli. Alla vista del faro era quasi colpito dal fatto che era tardi; tutti scappati, in preda al dovere del rimpinguare la cassa intestinale ancora una volta di leccornie altrui o familiari. Era passato un paio di minuti, nella sua camminata dalla torretta del faro abbandonata fino all'altro capo del piccolo lido silenzioso. Ancora quel cappello in testa a coprirlo dal sole in caduta, con tanto di occhiali, suoi fidi compari di piccole libertà quotidiane. Era ormai alla fine della vacanza, di quello strazio firmato desolazione e patimento, che, salendo per il crostone di roccia a forma di pontile tra le due parti della darsena, non notò che un piccolo barlume di pensiero. ********** Aveva davanti il golfo, in parte annerito dalle nubi che sovrastavano l'orizzonte in unione con la sagoma delle colline insulari, creando un vuoto di fondo; alla sua sinistra un gruppetto affiatato di pescatori, senza timore, con l'amo in mano e la pazienza in corpo, pronti a far vedere al mare di che pasta erano quegli attempati signorotti di città. Ora pensava a questo: una breve incursione nel suo cervello. Una specie di sinfonia di tutta la vacanza. Il divertimento. Che curioso lemma


126

DUE MEMORIE

aveva in testa per tutta la vacanza, per tutte queste giornate in cui pensava assiduamente a questa parola. ********** Pensava a qualche giorno fa, le parole dell'isola e della città medievale, ricche o collimate di qualche gusto in più nella loro radice semantica: da lontano entrambe dominavano il golfo, e ancora sentiva quel riverbero nell'animo pulsare. E stava lì fermo, ancora un poco a vedere dalle lenti degli occhiali, con le onde a tentare di risalire inutilmente ogni centimetro scivoloso di scoglio acuminato alla base e perfettamente lisciato alla cima del passare dei piedi turisti. Arrivava intanto una presenza curiosa, ad alleggerire il momento. Una navetta stava passando dallo sbocco del piccolo viatico di mare, nel suo biancore avorio, con al comando un potenziale parvenu di prima scelta: cappellino alla marinara, sì, tipico di questi novelli ricchi, più deturpanti e disturbanti di un comune sfruttatore di stupidità generale massificata nel commercio. ********** Lui sorrideva, gaudente nel governare una formosa navicella senza alcun problema, in barba alla poveretta truppa di pescatori che lo guardava con tanto di smorfia e di fischio al suono del clacson navale: la gente era pronta a lanciarli la bottiglia di vino portata da casa, dal comodo scaffale di cucina. Non ne valeva la pena, non per così poco, almeno. Il ludo sfrenato: quello dei suoi amici, in giro per la nazione, per la penisola a scattarsi foto mentre cenano in qualche bistrò all'aperto, in qualche pub a sorseggiare birre nostrane, o in giro a ridere come bambini in continuazione; quello degli adulti, loro avevano ben altro, tipo andare per gelaterie a prendere un classico vaniglia, oppure ballare nelle piccole piazzette dei locali improvvisati a discoteche buone per la consumazione obbligatoria alcolica e dolciastra. Tutta questa noia, questo continuo passare per le strade, le sue piste ciclabili quasi senza fine, dirette o all'isola o alla cittadella; si fermava ancora, lì, a


TERZA PARTE

127

pensare, e punzecchiare il cervello alla ricerca di una visione a questa piccola nevrastenia. Aveva capito che non era nel suo programma. Non poteva divertirsi. Ma non era il fatto che non volesse: in lui sentiva il desiderio di un momento ilare, di sentirsi uguale agli altri e di smettere di essere inquieto, di potersi godere la vacanza. L'aveva trovato eppure, in tutte le avventure passate, in tutti gli scenari accaduti. ********** Oppure no? Non gli bastavano in fondo, perché troppo brevi, e voleva che fossero durati di più, che fossero stati più lunghi e smisurati. Rimbombava nel timore, nel rigore più severo nei suoi confronti. Aveva da fare altro che tentare di vivere, di proseguire nel tempo, senza attendere nulla se non l'arrivo alla piccola gioia che avrebbe mutato tutto quanto. Voleva ancora attendere il compimento di quella liberazione, catarsi dei suoi nervi. Li guardava sorridendo e al passare di una breve parola con loro sulla supposta considerazione di qualche pioggia in arrivo. Puntò l'occhio per la riva nella sua ennesima scena solitaria, al tramonto di questa giornata di mare, mentre le palme fluttuavano nell'aere e un debole sussurro si disperdeva tra le nuvole, nella sabbia fine ormai svuotata di bagnanti e di giocatori di pallavolo. Ora sorrideva più forte per la risposta di uno dei simpatici vecchietti, quasi caricatura di un vecchio marinaio. Una breve calma lo riportò a considerare il tutto. Si metteva comodo nella balaustra di acciaio, fissata con giganteschi, a dir poco inusuali viti di blocco nel fondo della via, e mirava. I pescatori stavano per buttare l'amo, e compiere con molta probabilità un'azione illegale, di frodo. Sinceramente, quello per loro era un pari caso di disinteresse collettivo, contro leggi a loro prive di qualsiasi senso pratico: di pesci tanto non ne avrebbero trovati, perché lì erano non per la pesca. In compagnia, a ridersela felici, non curanti di quello che succede o del successo o meno. Si dicevano al diavolo la pesca, e a fare battute di spirito. Lui, Giacomo, li vedeva e sentiva la loro felicità, illuminandosi.


Trentesimo ricordo Decimo frammento

“Di solito la vacanza dovrebbe essere basata su alcuni punti fondamentali, elementi indiscutibili di cui la loro assenza non può che portare problemi all'eventuale vacanziere di passaggio: il relax, la possibilità di potersene stare quieti, tranquilli nella propria villeggiatura tra il sole splendente, il mare ondeggiante vicino al bagnasciuga, le palme delle ville accanto alla spiaggia, i bar della costa; il silenzio dei gabbiani, dello scroscio delle onde che si abbattono suicide nella spiaggia, delle torri di frontiera immobili al tempo, delle pinete, delle piste ciclabili; la pigrizia assoluta nel poter decidere cosa fare, quando fare, con chi e perché, senza compromessi, necessità ed obblighi personali o di generale interesse, come può accadere se si era in famiglia o in compagnia di amici di dubbia fedeltà. Ma così non è stato. E va bene anche così. Se non altro è stato bello passarlo, in questo formidabile caos, senza controllo, senza regole. Da lontano, mentre mi accingo ad abbandonare il litorale, vedo il mare distendersi nella sabbia; ora è quieto.”


“DI SOLITO LA VACANZA DOVREBBE ESSERE BASATA SU ALCUNI PUNTI FONDAMENTALI, ELEMENTI INDISCUTIBILI DI CUI LA LORO ASSENZA NON PUÒ CHE PORTARE PROBLEMI ALL'EVENTUALE VACANZIERE DI PASSAGGIO: IL RELAX, LA POSSIBILITÀ DI POTERSENE STARE QUIETI, TRANQUILLI NELLA PROPRIA VILLEGGIATURA TRA IL SOLE SPLENDENTE, IL MARE ONDEGGIANTE VICINO AL BAGNASCIUGA, LE PALME DELLE VILLE ACCANTO ALLA SPIAGGIA, I BAR DELLA COSTA; IL SILENZIO DEI GABBIANI, DELLO SCROSCIO DELLE ONDE CHE SI ABBATTONO SUICIDE NELLA SPIAGGIA, DELLE TORRI DI FRONTIERA IMMOBILI AL TEMPO, DELLE PINETE, DELLE PISTE CICLABILI; LA PIGRIZIA ASSOLUTA NEL POTER DECIDERE COSA FARE, QUANDO FARE, CON CHI E PERCHÉ, SENZA COMPROMESSI, NECESSITÀ ED OBBLIGHI PERSONALI O DI GENERALE INTERESSE, COME PUÒ ACCADERE SE SI ERA IN FAMIGLIA O IN COMPAGNIA DI AMICI DI DUBBIA FEDELTÀ. MA COSÌ NON È STATO. E VA BENE ANCHE COSÌ. SE NON ALTRO È STATO BELLO PASSARLO, IN QUESTO FORMIDABILE CAOS, SENZA CONTROLLO, SENZA REGOLE. DA LONTANO, MENTRE MI ACCINGO AD ABBANDONARE IL LITORALE, VEDO IL MARE DISTENDERSI NELLA SABBIA; ORA È QUIETO.”

Profile for Niccolò Mencucci

Due memorie  

Romanzo breve su due narrazioni, due memorie, due personalità avverse e nemiche tra loro.

Due memorie  

Romanzo breve su due narrazioni, due memorie, due personalità avverse e nemiche tra loro.

Advertisement