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ne{{e tenebre ... Plinio Correa de Oliveira

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a festa del Santo Natale occupa sicuramente un posto importante n ella liturgia. ( ... ) La nascita del Divin Salvatore costituisce di per se stessa un avvenimento d'infinito valore per il genere umano. Il Verbo di Dio avrebbe potuto unirsi ipostaticamente a qualcuno degli angeli più santi e rutilanti delle sfere celesti. Tuttavia ha preferito essere u omo, farsi carne, appartenere per l'umanità alla discendenza di Adamo. Dono assolutamente gratuito, per noi nobilitante, d'ineffabile valore, punto di partenza storico di altri doni a noi dati, anch'essi insondabili. Così, nella previsione che il Verbo si sarebbe incarnato, la Provvidenza ha creato un essere che in sé conteneva perfezioni maggiori di quelle di tutto l'universo nel suo insieme, e per esso h a sospeso la successione ereditaria del peccato originale. Dei meriti previsti nella Redenzione si nutre la virtù di tutti i giusti della legge antica. Ma quella moltitudine era seduta «alle soglie della morte» (Sl. 14 • Spunti. dicembre 2002

107,18), in attesa che per tutti noi s1 immolasse l'Agnello di Dio.

Non soltanto loro attendevano a pie' fermo. Attendeva a pie' fermo , se possiamo dirlo, la storia inter a in muta trepidazione. Al momento della nascita di Gesù Cristo, il mondo conosciuto viveva in un periodo di epilogo. Era fiorito l'Egitto, ma raggiunto un cer to culmine crollò. Lo stesso si può dire di diversi altri popoli: caldei, persiani, fenici, sciiti, greci e tanti altri. Infin e, anche i romani erano sul punto di imboccare la via di un lungo tramonto che, con periodi di rapida decadenza, di stagnazioni più o meno lunghe, di effimere reazioni, li avrebbe condotti da Augusto al suo lontano successor e e miserevole omonimo Romolo Augustolo. Tutti questi imperi erano saliti abbastanza in alto per testimoniare la profondità e la varietà dei talenti e delle capacità dei rispettivi popoli. Ma il pari livello che più o meno tutti avevano raggiunto non soddisface-

va alle aspirazioni degli animi più nobili. Sembrerebbe che queste magnifiche civiltà abbiano fatto risaltare non tanto ciò che avevano, ma quanto lor o mancava. Nonché l'inguaribile incapacità del talento, della ricchezza e della forza degli uomini per costruire un mondo degno di loro. Tutto ciò creava in Asia, in Africa e in Europa un'irrespirabile atmosfera che accresceva il tormento degli schiavi nella loro già tanto miserevole vita e minava segretamente i piaceri e i godimenti dei ricchi. Oppressione imponderabile ma onnipresente, impalpabile ma evidente, indescrivibile ma molto definita. Il corso della storia si era arenato in un pantano di corruzione, pieno dei ruderi del passato, in cui spiccavano le miserie dell'esistenza. Così vediamo nel terreno politico la fine di una lotta fra due espressioni della demagogia: quella anarchica e di piazza oppure quella militare e dispotica. Nel campo culturale, lo scetticismo religioso che divora le antiche idolatrie. Nel campo internazionale, le vecchie patrie ch e vanno a disgr egarsi n el contenitore dell'Impero, per dare vita a quell'inorganico moloc cosmopolita in cui ebbe a trasformarsi Roma. Nel terreno morale, si vede la depravazione dei costumi dominare la vita quotidiana. Nel terreno sociale, l'oro inalber ato a supremo valore. Per quanti erano ben inseriti le cose procedevano gradevolmente, all'apparenza. Ma in tali epoch e, i «ben inseriti» sono la feccia morale e intellettuale delle società. E proprio i migliori patiscono i mille tormenti di situazioni immeritate e inadeguate. Ch e dire poi del quadro del popolo eletto n el momento in cui il Verbo si incarnò? Erode cingeva il diadema di re. Tuttavia era uno scellerato, fra i peggiori del regno, mediocre, bramoso, crudele, consapevole strumento dell'oppressore per illudere gli ebrei con le apparenze di una vana regalità. I sa-

Spunti 2002 dicembre  

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