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Peri odi co ed ito da CERDOMUS Ceramiche SpA 48014 Castel Bolognese (RA) ITALY via Emilia Ponente, 1000 www.cerdomus.net Di ret tore re sp onsa b ile Luca Biancini Progetto Carlo Zauli Luca Biancini Grafi ca e i mp a g ina zione Laura Zavalloni – Cambiamenti per Divisione immagine Cerdomus Coordi nam ento ed itoria le Alessandro Antonelli R edazi o ne Tommaso Attendelli Giuliano Bettoli Franco De Pisis Hilda Gadea Angelamaria Golfarelli Italo Graziani Vanna Graziani Paolo Martini Manlio Rastoni Valentina Santandrea Tatiana Tomasetta Carlo Zauli Foto Archivio Cerdomus Archivio Italo e Vanna Graziani Archivio Elio Ghiberti Archivio fotografico Viterbo Fotocine Archivio masque teatro Valentino Bettini Marcello Boschetti Christian Contin Luca Del Pia Ugo Galasso Rolando Paolo Guerzoni Venere Montalti Claire Pasquier Francesco Raffaelli Mario Spada s i ri ngrazi a no Comune di Roncofreddo Provincia di Rimini Tre Monti Montalti Pietro e Mario Cani - Errano, Podere San Severo Si ri ngrazi a per la p reziosa colla b ora zione Maddalena Becca / Divisione immagine Cerdomus Traduzi oni Traduco, Lugo Stampa FAENZA Industrie Grafiche Š

CERDOMUS Ceramiche SpA Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Ravenna nr. 1173 del 19.12.2001


E

ntrato nel suo settimo anno, ee muta il suo manto. Ravviva i colori accesi che fin dal primo numero ne contraddistinguono il temperamento, rinnovando al contempo la trama della sua livrea, o più prosaicamente il layout delle sue pagine. Una scelta non esclusivamente stilistica, volta bensì ad ottimizzare la leggibilità e, più di tutto, ad ispirare inedite percezioni, prendendo per mano il lettore e calandolo nell’atmosfera di ogni argomento raccontato. A planare tra i merli dei castelli arroccati sulle alture collinari come ad esplorare i claustrofobici camminamenti del sottosuolo. A viaggiare a ritroso nella storia tra splendori e tragedie del passato come a celebrare la poetica e la pragmatica dello spirito umano. A richiamare alla memoria ataviche tradizioni, anche le meno idilliache, come ad incontrare profumi e saporosità. A rievocare passioni mai sopite, per poi perdersi nella contemplazione delle multiformi realtà che si celano dietro la definizione “arte”. In breve a delineare i tratti distintivi di una terra che è più la reificazione di un sentimento: la Romagna. Un uomo che certo ha intensamente partecipato a questo sentimento corale è stato anche una delle più distinte firme di ee. L’Editore e la Redazione desiderano porgere un ultimo commosso saluto a Stefano Borghesi, le cui personali testimonianze di memoria storica, espresse tra le righe dei suoi articoli, rappresentano per tutti noi un importante lascito ed esprimono l’archetipo dei contenuti per diffondere i quali questa pubblicazione è nata. Alla sua memoria dedichiamo questo numero, e guardiamo agli iperurani filosofici di cui è stato in vita assiduo frequentatore perché da lì possa giungerci in qualche forma una sua ispirazione. La Redazione di ee

Entering its seventh year, ee changes its cloak. It revives the bright colours that have marked its character since the very first issue, renewing at the same time the weave of its livery, or more prosaically, the layout of its pages. This choice is not exclusively about style, but rather aimed at optimizing readability and, above all, at inspiring new perceptions, accompanying the readers and getting them involved in each topic they are reading about. It is aimed at gliding between the merlons of the castles clinging to the hill tops, as well as exploring the underground claustrophobic trench paths. It is aimed at travelling back in time between glories and tragedies of the past, as well as celebrating both the poetic and the pragmatic side of human nature. It is aimed at bringing back to mind ancestral traditions, the less idyllic ones as well, as well as encountering fragrances and flavours. At commemorating passions that are still alive, and then lost in the manifold realities hiding behind the definition of “art”. In short, it is aimed at outlining the distinctive traits of a land that is more a reification of emotions: Romagna. A man who strongly participated in these unanimous emotions was also one of the most distinguished personalities of ee. The publisher and the editorial team wish to give their last heartfelt greetings to Stefano Borghesi, whose personal accounts of folk memory expressed between the lines of his articles, represent for us all an important legacy and express the archetype of the contents whose diffusion is the main reason of the origin of this publication. We dedicate this issue to him while looking at the philosophical Hyperuranium which he constantly visited in life, hoping that from there one of his inspirations may, in some form, reach us. ee editorial team

EDITORIALE

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e a r th e lem e nt


Manlio Rastoni

Sotto il nucleo dell’antico abitato di Santarcangelo uno stupefacente complesso di antiche grotte artificiali sotterrane rapisce i sensi di coloro che si trovano a visitarne gli angusti camminamenti e scoraggia le menti di coloro che provano ad intellegirne la funzione originaria.

La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero; è la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza. Albert Einstein

AR C A I C I C U N I C O L I D E L S OT T OS UOLO S ANTARC ANG IOLESE

Ipogei del Mons Jovis

Primitive abitazioni, luoghi di culto cristiani o pagani, nascondiglio per la consumazione di riti proibiti e cerimonie sacrificali? Ben arduo cimento ricostruire un passato così lontano, sospeso tra razionalità ed occulto. Si narra che una grotta ancora inesplorata custodirebbe addirittura i telai d’oro, protetti dagli spiriti dei loro antichi possessori, che furono anticamente utilizzati per creare gli sfarzosi abiti indossati nell’antichità dai famosi poeti ed attori santarcangiolesi. Sono più di 150 le grotte che percorrono il versante orientale del Monte Giove, formando una struttura articolata e monumentale (vedi ee N°11): un lungo asse ed uno più piccolo si intersecano componendo una croce latina. Il grande asse termina, ad una delle sue estremità, in un tempio circolare a due absidi adorno di cinque nicchie a pianta rettangolare, sormontato da piccole volte a crociera. Le prime tracce documentarie di questo complesso risalgono al 1496, inizialmente le grotte sono individuate con il nome di volta, caverna, spelunca o tana, solo dal 1700 compare il termine “grotta”, definizione tuttavia impropria in quanto indica un anfratto naturale, mentre gli antri di

I

Sensi

di

Hypogea of Mons Jovis

ancient tunnels in the Santarcangelo underground Under the old urban centre of Santarcangelo, an astonishing set of ancient artificial underground caves will ravish your senses as you walk through its narrow paths and will make you wonder endlessly about their original purpose. Primitive houses, Christian or pagan places of worship, hiding place for forbidden rites and sacrificial ceremonies? It is difficult to go back so far in time, to a past that is suspended between rationality and mystery. It is said that one still unexplored cave even contains the golden looms, protected by the spirits of their old owners, used in the olden times to create the magnificent clothes worn at that time by famous poets and actors from Santarcangelo. There are more than 150 caves running along the eastern side of Monte Giove, forming an articulate and monumental structure (see ee No. 11): a long axis and a shorter one intersect to form a Latin cross. The large axis ends, on one of its extremities, with a circular temple with two apses,

Romagna

foto d’archivio

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Santarcangelo sono stati scavati dall’uomo ed andrebbero pertanto più correttamente identificati con il termine di ipogei. Doppiamente inesatto definirle, come spesso accade, grotte tufacee, in quanto sono scavate nella roccia arenaria. Le gallerie manifestano un costante orientamento ed uno sviluppo planimetrico completamente indipendente dal tracciato delle strade in superficie, sui loro lati si aprono, “a pettine”, nicchie di identiche dimensioni, si sa che a partire dal XIX secolo tali incassi laterali vennero utilizzati per contenere le botti da vino. Sempre alla conservazione di generi alimentari pare fossero destinate fin dalle origini le numerose sale parallelepipede o cubiche che si incontrano lungo i camminamenti. Alcune gallerie denotano però forme più complesse, rivelando una qualche ricerca estetico/ simbolica legata a temi sconosciuti, come grotta Amati (terminante in un cunicolo a triplice aula), la “Contradina” (terminante in una sala circolare) o la Felici (che conduce ad un ampio vano rettangolare, con pilastri distribuiti su due file) ed altre ancora. Qualunque sia stato il loro uso primigenio, oltre a rappresentare tuttora una prezioso ambiente per la conservazione del vino, recentemente entrato a far parte del circuito enogastronomico della provinciale Strada dei vini e dei sapori, gli ipogei hanno reso alla popolazione di Santarcangelo l’ultimo grande servigio durante la Grande Guerra, offrendo un insolito quanto sicuro rifugio dalle incursioni dei bombardieri alleati.

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decorated with five rectangular cavities, surmounted by small cross vaults. The first historical traces of this set date back to 1496; the caves were initially identified with names like “vault”, “cavern”, “hovel”, or “lair”, and only since the 1700s did the term “cave” (“grotta”) appear. However, this definition is inaccurate, as it indicates a natural ravine, whereas the Santarcangelo caves are manmade, and therefore should be correctly called hypogea. It is also incorrect to define them as tuffaceous caves as they are often called, being excavated in sandstone. The tunnels show constant orientation and planimetric development completely independent of the layout of the roads above, on their sides they open into cavities of the same dimensions, which, since the XIX century, were used to contain wine barrels. The parallelepiped or cubic rooms that you will find along the paths since the beginning were also apparently meant to preserve food products. However, some tunnels have more complex shapes, showing some sort of aesthetic/symbolic research connected to unknown themes, such as cave Amati (ending in a narrow tunnel with three rooms), cave Contradina (ending in a circular room), or cave Felici (leading to a wide rectangular room with columns arranged in two rows) and others. Whatever their original use, the hypogea nowadays represent a precious environment to preserve wine, and it has recently become part of the eno-gastronomic provincial Strada dei vini e dei sapori (Road of Wines and Tastes); in addition, they generously served the Santarcangelo people, offering them an unusual as well as safe shelter from bombing raids during the Great War.

Territorio


PATR I MON I O D I U N B O R G O E DE I S UOI PARAG G I Valentina Santandrea

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Sensi

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heritage of a borough and its surrounding area It happened several times that, over the centuries, personalities, later considered of great value, came across unknown areas: experiencing them or simply ending up there, naming them after their own deeds or highly praising them, eventually giving them touristic or simply affective importance. As luck would have it, at any time in history a lot of people happened to find themselves in the Romagna hills, and many of them ended up, wandering from one castle to another in the Cesena area, in a pleasant place, as wild as it was hospitable, called “Roncofreddo”, when according to the ancient language “roncare” meant “deforest”. In fact, Latin merchants first apparently stopped by these areas frequently, and unfortunately in around 430 B.C. some of them deposited there a bag of silver consular coins, which not even the children and grandchildren of the forgetful travellers could inherit, since they were found again only in 1962. But such an enjoyable land, history and tradition, far from embalming the friendly guys of the inland into museum guardians, constitutes a bastion to

Romagna

foto d’archivio

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Il caso ha voluto che in ogni momento della storia fossero in molti a trovarsi tra le colline romagnole, e numerosi sono capitati, nell’errare da un castello all’altro del cesenate, in un luogo ameno, selvaggio quanto ospitale, chiamato Roncofreddo, quando era in uso l’idioma avito che per “roncare” intendeva “disboscare”. I mercanti latini per primi, infatti, pare sostassero frequentemente da queste parti, tant’è che disgraziatamente attorno al 430 a.C. alcuni di loro depositarono un sacchetto di monete consolari d’argento le quali neanche figli e nipoti dei distratti viaggiatori potettero ereditare, giacché che furono ritrovate solo nel 1962. Ma in terre così goderecce, storia e tradizione, lungi dall’imbalsamare i compagnoni dell’entroterra in custodi di museo,

Roncofreddo

keep up, a heritage to “grow”, and considering that this heritage is mainly local vines and DOC farm products, the verb “to grow” is just right. And so, while the mortal remains of Santa Paola, martyr in the VI century at the age of fifteen, rest in the parish church named after her, the Roncofreddo people enjoy the nice inns and joyful feasts, such as the cherry and pea feast, during which there is also the Palio (athletic contest of historical character). Likewise, in one of the seven castles that surrounded the village, where Gianciotto Malatesta apparently hid after massacring the famous forbidden love incited by the book Galehaut (see ee No. 19), the festival of the Great Puppets takes place now, every summer gathering companies from all over the world. Although the Monteleone castle is property of a fortunate emblazoned family and therefore not open for tours, the village does not deny development of its touristic and environmental heritage, as well as the encouragement of tourism, so much so that it gained the Orange Flag of the Touring Club, the highest acknowledgment of touristic quality for a borough. However, the gentle hillocks and the wild streams (one of them still known with the sinister name of Gorgoscuro – “dark eddy”) that surround the built-up area are silent witnesses of a battle, as tragic as it was unforgettable: the battle of Rubicon that, in 1944, saw the allies breaking through the last hilly fortress of the Gothic Line (see ee No. 20). Since 1979, Paolo Savini from Roncofreddo has gathered with a metal detector so many finds of this page in history to be able to fill up a museum, inaugurated in 2005: the Museum of the Front. Therefore, martyrs, heroes and lovers gratefully watch over the still unfinished deeds of those who still remember them.

Territorio

È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. Fernando Pessoa

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È capitato più volte, nel corso dei secoli, che personaggi, poi considerati di valore, si siano imbattuti in località sconosciute: vivendole o semplicemente capitandoci, battezzandole con le proprie gesta o tessendone le lodi, finendo per costituire un marchio di importanza turistica o anche solo affettiva.

foto d’archivio

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Roncofreddo RONCOFREDDO

costituiscono un baluardo da tenere alto, un patrimonio da coltivare. E se il patrimonio è costituito soprattutto da vitigni autoctoni e prodotti agricoli DOC, coltivare non è un verbo casuale. Così, mentre le spoglie di Santa Paola, martire nel VI secolo a quindici anni, riposano nella pieve a cui danno il nome, i roncofreddesi si beano tra graziose osterie e gioiose sagre, come quella della ciliegia e quella del pisello, durante la quale ha luogo pure il Palio. Parimenti, in uno dei sette castelli che circondavano il paese, dove pare si nascose Gianciotto Malatesta dopo aver fatto strage del famoso amore proibito sobillato dal libro galeotto (vedi ee N°19), ora ha luogo il festival dei Grandi Burattini, che ogni estate riunisce compagnie da tutto il mondo. E se invece il castello di Monteleone è proprietà di una fortunata famiglia blasonata e quindi non visitabile, la frazione non rinuncia alla valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale, nonché alla qualità della ricettività turistica, tant’è che vanta la “bandiera arancione” del Touring Club, massimo riconoscimento di qualità turistica per un borgo. Tuttavia,i dolci poggi e i selvaggi ruscelli (uno dei quali è ancora conosciuto col sinistro nome di Gorgoscuro) che circondano tuttora l’abitato, testimoniano in silenzio una battaglia, tanto tragica quanto di recente memoria: la battaglia del Rubicone, che, nel 1944, vide impegnati gli alleati nello sfondamento dell’ultimo baluardo collinare della Linea Gotica (vedi ee N°20). Dal 1979, Paolo Savini, un roncofreddese armato di metal detector, ha raccolto reperti di questa cruenta pagina di storia, tanto da riempirne un museo, inaugurato nel 2005: il Museo del Fronte. Così, martiri, eroi, innamorati vegliano riconoscenti sulle gesta ancora incompiute di chi non li ha dimenticati.

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Le macchine a propulsione “naturale”

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Italo e Vanna Graziani

Guai alla macchina che confessa la fatica del proprio lavoro; anche nelle macchine, come negli uomini, noi apprezziamo l’ermeticità dell’organismo, l’abilità del lavoro, l’eleganza dello sforzo. Gio Ponti

ANT IC H E AL L E AT E DELL’UOMO Che cos’è una macchina? Una definizione ufficiale recita: “è una macchina qualsiasi strumento, dispositivo o utensile capace di compiere una funzione determinata” (Zingarelli).

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Più semplicemente potremmo dire che si tratta di uno strumento meccanico che consente di ridurre ed accelerare il lavoro umano. Nel luogo comune probabilmente l’idea di “macchina” è spesso associata all’era industriale, ma in realtà i congegni meccanici sono frutto dell’esperienza di secoli, e il loro primo utilizzo è antecedente alla grande rivoluzione che nell’Ottocento ha modificato il corso della storia e la vita degli uomini. Da sempre, infatti, l’uomo ha cercato di trovare soluzioni per facilitare i compiti che richiedevano un intenso impegno fisico e rendere il lavoro più preciso e veloce. Si trattava di solito di macchinari e ingombranti, ma efficaci, che svolgevano funzioni di qualsiasi tipo, dalla macinatura alla forgiatura, sfruttando inizialmente l’energia data dal lavoro umano, animale o da altre fonti “naturali”. Le tecniche per il loro utilizzo venivano tramandate agli apprendisti, i cosiddetti “garzoni di bottega”, durante il periodo dell’apprendistato in cui l’aspirante veniva accolto – dietro pagamento – nella famiglia del maestro e lavorava per anni nella sua casa-laboratorio. Molti di questi macchinari sono caduti in disuso, ma alcuni si possono ritrovare ancora oggi operativi in alcune botteghe od officine romagnole: uno di questi è il mangano, che serviva a stirare la stoffa in preparazione della stampa tradizionale (vedi ee N°17). Si trattava di una grande ruota in legno, camminando nel cui interno si faceva avanzare un enorme masso rettangolare di circa cinque tonnellate ed una serie di tre rulli che distende-

What is a machine? An official definition states: “A machine is any instrument, device or tool able to perform a specific function” (Zingarelli Dictionary). We can more easily say that it is a mechanical instrument allowing reduction and acceleration of human labour. The concept of “machine” is probably commonly associated with the industrial age; however, mechanical devices are the fruits of centuries of experience, and their original use was prior to the great revolution that in the nineteenth century modified the course of history and the life of people. As a matter of fact, mankind has always tried to find solutions to facilitate tasks that required intense physical effort and to make work faster and more precise. The machines were usually bulky but effective, and they performed all sorts of tasks, from milling to forging, exploiting at first the energy provided by the work of people, animals or other “natural” sources. The techniques to use them were passed on to the apprentices, the so-called “shop boys”, during a period of apprenticeship, in which they were accommodated – on payment – in the master’s family and worked for years in his house-laboratory. Many of these machines are no longer used, but some of them can still be found running in some Romagnol workshops and plants: one of them is mangano (large press) used to press the fabric in preparation for the traditional print (see ee No. 17). It was a large wooden wheel, in which people would walk in order make a huge rectangular rock of about five tons go

forward together with a series of three rolls that perfectly stretch the cloth underneath. It is currently possible to see it running in the Marchi workshop in Santarcangelo, where it has been kept for demonstrations. Another exceptional machine was the large tilt hammer, called maglio, used to forge metal. It was an idea from Leonardo da Vinci, who created the first designs. Finally, we will mention the oldest and no doubt the most widespread in the Romagna territory: the millstone. In this case the machine became an integral part of the building housing it, originating the mill with the typical wooden wheel, which was turned with the force of running water. The purpose of the millstone, and the production of flour for bread, surely made it one of the most important machines and somehow a noble one; it also represented the symbol of the economic development of entire geographical areas, following the creation of canals. The Romagna countryside and hills are still scattered with old mills, run down, restored, and in a few cases still running (see ee No. 9) which will perpetually remind people of the old alliance with these archaic, “natural” propulsion devices.

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ancient allies of human labour

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vano in maniera perfetta le tele poste al di sotto. Attualmente è possibile vederlo funzionante nella bottega Marchi a Sant’Arcangelo, dove è stato lasciato a scopo dimostrativo. Un’altra macchina eccezionale era il grosso martello battente impiegato per forgiare i metalli, ossia il maglio. Fu Leonardo da Vinci ad avere l’idea originaria e a realizzarne i primi progetti. Citiamo infine l’invenzione più antica e indubbiamente più diffusa sul territorio romagnolo: la macina. In questo caso la macchina era divenuta un insieme unico con l’edificio che l’ospitava, dando origine al mulino con la tipica ruota di legno, che veniva fatta girare grazie alla forza dell’acqua corrente. Il fine per cui veniva utilizzata la macina, cioè la produzione di farina per il pane, la rendeva certamente uno dei macchinari più indispensabili e in un certo senso “nobili”, ma spesso essa rappresentava anche il simbolo dello sviluppo economico di intere aree geografiche, in seguito alla creazione di canali artificiali pensili. Le campagne e le colline di Romagna sono tuttora disseminate di vecchi mulini in decadenza o ristrutturati, in qualche caso ancora funzionanti (vedi ee N°9), che ricordano tuttora all’uomo l’antica alleanza con questi arcaici marchingegni a propulsione “naturale”.

“Natural” propulsion machines

STORIA

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FRANC E S C O S E RANT INI

È nato a Castel Bolognese nel settembre del 1889 lo scrittore Francesco Serantini, che da bambino snobbava gli studi, ma si incantava ad ascoltare la Divina Commedia recitata a memoria dal barbiere del paese, e che da uomo “fatto” avrebbe raccontato l’anima antica della Romagna.

Poetica della provincia maiuscola

Durante la Seconda Guerra Mondiale Serantini scrive Il fucile di Papa della Genga, per questo romanzo riceverà nel 1949, all’età di sessant’anni, il premio Bagutta opera prima (quando il Bagutta era il più importante premio italiano). Tre anni dopo, con L’osteria del gatto parlante, verrà insignito del premio Bagutta opera principale, divenendo un caso letterario. Da Il fucile e da Fatti memorabili sono stati anche liberamente tratti due sceneggiati televisivi, nel 1965 e nel 1977. Tuttavia, sul desiderio di accrescere la propria fama in Serantini sempre prevarrà il piacere di conservare la propria intima dimensione dello scrivere, recitando il ruolo che ben illustra l’autodefinizione di “solitario nella repubblica delle lettere”. Nel 1955 l’autore darà alle stampe I bastardi, due anni dopo uscirà Le nozze dei diavoli e nel 1958 sarà la volta di La casata dei Gobbi. Le opere di Serantini, considerate nel loro insieme, vanno a dipingere un unico affresco corale, come afferma Scaramucci: “Da un particolare apparentemente secondario e trascurabile lasciato cadere in una trama precedente si va sviluppando un nuovo motivo che diventa il tema di fondo di un racconto successivo”.

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Franco De Pisis

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Le città straripano mostruosamente, dilagano sul verde che le circonda, se lo mangiano, quello che chiudevano dentro lo hanno già divorato […]. Francesco Serantini da La legge di Ceo

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I Sensi di Romagna

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Figlio di un capostazione che veniva continuamente trasferito, il giovane Serantini è costretto a cambiare spesso scuola e residenza, impara ad amare le grandi città d’arte italiane, ma il cordone ombelicale che lo lega affettivamente alla Romagna da queste assenze avrà solo di che rinforzarsi. Stabilitosi infine a Faenza, per tutta la sua vita, parallelamente all’attività di scrittore, eserciterà la professione di avvocato, mai allineato all’establishment e spesso difensore dei deboli, come nel caso dei fiocinini comacchiesi, difesi in cambio di una semplice mangiata di anguille. Serantini era un laico “di stretta osservanza”, ma felicemente sposato con una fervente cattolica, Ines Ferri, di cui soleva dire: “È di chiesa, ma è buona” e da cui ebbe tre figli, Marino, Domenico e Giacomo. Compie i primi timidi passi nel mondo della scrittura firmando alcuni articoli per la stampa locale, ma è nel 1918 che appare il suo primo racconto: Lifonsi. Dal 1926 al 1930 esce a puntate sulla rivista “La Piè” il saggio storico Fatti memorabili della banda del Passatore in terra di Romagna, che verrà poi da Serantini pubblicato a proprie spese. Proprio la figura del Passatore (vedi ee N° 8), tratteggiata attraverso un taglio epico-popolaresco, può assurgere a simbolo dell’intera poetica serantiniana. STORIA


[…] tetri falansteri brulicanti come formicai sorgono nel luogo delle gaie, accoglienti case di un tempo che vengono abbattute per avidità di lucro. Francesco Serantini da La legge di Ceo Romagna

The writer Francesco Serantini, born in Castel Bolognese in September 1889, as a child would snub school, but get lost in wonder when listening to the village barber recite the Divine Comedy by heart. As a “made” man, he would have had many stories to tell about the soul of old Romagna. The son of a stationmaster who was continually relocated, young Serantini was often forced to change school and residency. He learned to love the great Italian art cities, although his umbilical cord kept him emotionally connected to Romagna, to which, during his absence, this connection only became stronger. Having finally settled in Faenza, for his whole life, parallel with his occupation as a writer, he worked as a lawyer, never in line with the establishment and often defending the weak, as was the case of the poachers of Comacchio, whom he defended in exchange for a simple meal of eels. Serantini was a “strictly observant” laic, though happily married with a devoted Catholic, Ines Ferri, of whom he would say: “She is religious, but she is good” and with whom he had three children, Marino, Domenico and Giacomo. He took his first steps as a writer producing some articles for the local press, but it was in 1918 that his first book appeared: Lifonsi. From 1926 to 1930, his historical essay Fatti memorabili della banda del Passatore in terra di Romagna (Memorable events of Passatore’s group in Romagna) was published in instalments, and would later be published by Serantini himself at his own expense. The figure of the Passatore himself (see ee No.8), outlined with an epic-popular note, may represent the symbol of the entirety of Serantini’s poetics. During World War II, Serantini wrote Il fucile di Papa della Genga (The gun of Pope of Genga), and in 1949, at the age of 60, thanks to this novel he received the Bagutta Award for first work (when Bagutta was the most important award in Italy). Three years later, with L’osteria del gatto parlante (The inn of the talking cat) he was conferred the Bagutta award for main work, becoming a literary case. Out of Il Fucile (The gun) and Fatti memorabili (Memorable events) two TV serials were also freely made, in 1965 and 1977. However, for Serantini the pleasure to maintain the intimate dimension of the writer always prevailed over the desire to increase his fame; as his self-definition clearly illustrates, he identifies himself in the role of the "loner in the republic of letters". In 1955 the author published I bastardi (The bastards), two years later Le nozze dei diavoli (The devils’ weddings) came out and 1958 was the year of La casata dei Gobbi (The hunchback family). Serantini’s works, considered as a whole, depict one choral fresco, as Scaramucci says: “From an apparently minor and unimportant detail dropped in a previous plot, a new motif develops and becomes the main theme of the following story”. Historical events mix with everyday reality in a parallax of epoch-events and small everyday, yet always documented, vicissitudes. weddings) came out and 1958 was the year of La casata dei Gobbi (The hunchback family). Serantini’s works,

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Francesco Serantini

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Poetics of the Provincia Maiuscola

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La realtà storica si mescola alla cronaca della quotidianità in un parallasse di avvenimenti epocali e piccole vicende quotidiane, ma sempre documentate. Spesso lo scrittore attinge dalla memoria dei vecchi e fa narrare i fatti dalla loro voce. Ne è un esempio emblematico il personaggio di nonna Oliva, spesso citata come testimone degli avvenimenti e vero nume tutelare dell’universo serantinaiano. Quella che si respira nella sua opera è una narrativa contadina, che si nutre di luoghi provinciali, ancora fortemente legati alla natura, i quali divengono però paradigmatico teatro delle eterne vicende umane, allontanandosi quanto più possibile dalla semplificazione folkloristica che spesso affligge questo filone. Un’unica epopea ciclica i cui tasselli sono i singoli racconti brevi, che diventano metaforicamente i mattoni della solida casa contadina dall’architettura semplice ma resistente a cui è stata paragonata la tipica struttura narrativa di Serantini. Per “impressionare” la pagina, come fosse una pellicola, con il ritratto di un universo romagnolo che lentamente ma inesorabilmente svaniva, egli conduce uno studio linguistico serio e meticoloso, che si distingue dalle opere marcatamente dialettali o gergali, come quelle di Pasolini o Gadda, in quanto si fonda sull’uso di espressioni locali usate con puntuale oculatezza, alternate spesso a vocaboli arcaici e modi di dire direttamente derivati dallo stile burocratico ottocentesco, a cercare l’effetto di un voluto contrasto. Dall’inizio degli anni Sessanta in poi, i commenti critici sull’opera serantiniana iniziano a diradarsi, anche perché dal 1958 egli pubblicherà solo elzeviri e racconti brevi su quotidiani e riviste. Il pomeriggio dell’11 maggio 1978 lo scrittore morirà nel tinello della sua casa faentina, comodamente reclinato sulla sua poltrona di vimini preferita, aveva 89 anni. Se n’è andato nella generale indifferenza, secondo l’amico Carlo Bo principalmente per tre motivi: era vecchio, era un isolato la cui fama risaliva a due libri pubblicati nell’immediato dopoguerra, ma soprattutto perché non aveva mai voluto essere uno scrittore di professione. Per il trentennale della morte, recentemente celebrato, la cittadina di Castel Bolognese ha commemorato il proprio illustre letterato. Sono stati promossi incontri di discussione pubblica sulla sua figura ed è stato istituito un fondo a lui dedicato dalla Biblioteca comunale Dal Pane. All’opera serantiniana si è poi liberamente ispirato lo spettacolo “Perdersi per valli, taverne, torri e nuvole” (che ha visto l’esibizione dell’artista Sergio Diotti insieme al musicista Pepe Medri e a Paola Vallerani dell'Atelier delle figure di Cervia, con l’allestimento scenico di Michele Giovanazzi e Cristina Scardovi di Quadrilumi), preceduto da un ricordo dello scrittore a cura di Graziella Malgaretti. Questo spettacolo, oltre a rappresentare l’apice delle celebrazioni, si è voluto proporre non come evento isolato, bensì come la prima di altre rappresentazioni con cui ci si propone di riportare attraverso tutta la Romagna la memoria di uno dei suoi più ispirati cantori, a far sì che il suo ricordo non segua nel muto gorgo dell’oblio quell’autentico mondo antico di cui seppe così ben cogliere, sulla pagina scritta, gli ultimi palpiti.

considered as a whole, depict one choral fresco, as Scaramucci says: “From an apparently minor and unimportant detail dropped in a previous plot, a new motif develops and becomes the main theme of the following story”. Historical events mix with everyday reality in a parallax of epoch-events and small everyday, yet always documented, vicissitudes. The writer often obtains information from the old people’s memory and makes them narrate the facts. A symbolic example is the character of grandma Oliva, often mentioned as witness of the events and real guardian angel of Serantini’s universe. In his work you can take in a farmer’s narrative that lives in provincial places, strongly connected to nature, which become paradigmatic theatre for eternal human vicissitudes, breaking away from the folk simplification that often negatively affects this tradition. A cyclic epic, whose plugs are the short stories that metaphorically become the bricks of the farmer’s strong house, with its simple yet resistant architecture, to which Serantini’s typical narrative style has been compared. To “impress” the page as if it were a movie, portraying a Romagnol universe that was slowly but inexorably disappearing, he takes on a serious and meticulous linguistic study, that distinguishes itself from Pasolini or Gadda’s works, which are prominently based on dialect or slang; his works are based on the use of local expressions which are carefully used, often alternating with archaic terms and figures of speech directly deriving from the nineteenth century bureaucratic style, looking for the effect of an intentional contrast. From the beginning of the sixties onwards, the critical comments on Serantini’s work started to become less frequent, also because from 1958 he would only publish literary articles and short stories on newspapers and magazines. In the afternoon of 11 May 1978 the writer died in the living room of his house in Faenza, comfortably leaned back on his favourite wicker armchair, at the age of 89. He passed away without anyone even noticing, according to his friend Carlo Bo, mainly due to three reasons: he was old, he was a loner whose fame dated back to two books published in the immediate post-war period, but above all because he had never wanted to be a professional writer. For his death’s recently celebrated thirtieth anniversary, the town of Castel Bolognese commemorated its own distinguished literary man. Public debates on his personality have been promoted and a fund dedicated to him has been established by the Municipal library “Dal Pane”. Inspired by Serantini’s work is the performance “Getting lost in valleys, inns, towers and clouds” (featuring the artist Sergio Diotti together with musician Pepe Medri and Paola Vallerani of Atelier of figures of Cervia, staging by Michele Giovanazzi and Cristina Scardovi of Quadrilumi), preceded by a memorial to the writer by Graziella Malgaretti. This performance, representing the peak of the celebration, is not meant to be an isolated event, but rather the first of new performances, aimed at bringing back throughout Romagna the memory of one of its most inspired poets, so that his memory shall not follow into the silent oblivion that authentic ancient world whose last heartbeats he could so finely grasp on the written page. STORIA

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Paolo Martini

Il Mal della Gangola Il 20 giugno del 1348 fa il suo ingresso nella città di Faenza il Mal della Gangola: ghiandola, in dialetto romagnolo. [14

Sensi

di

Romagna

Boccaccio’s plague and Manzoni’s plague in Romagna On 20 June 1348 the Mal della Gangola, Romagnolo dialect for “gland sickness”, made its way to the city of Faenza. The aetiology of the sickness is simple and deadly. A physician of the time described it as follows: “Initial symptoms are an epistaxis […] and glandular swelling in the groin, followed by fever and death, often already on the third day”. The Gangola is nothing but the pulmonary plague described by Giovanni Boccaccio, the bloodiest and deadliest in history. It was a scourge that would sweep through the city for all of 1348. In the presence of this mass slaughter the people were overwhelmed and without resources. The mortality rate was high, insomuch as contemporary chroniclers spoke of two thirds of the local population dead from the Mal della Gangola. Those who could escape did so, often leaving the corpses of their buried loved ones. Those infected were rather often walled up alive in their own dwellings. The physicians did not

understand the origin of the disease and prescribed remedies that to us would seem laughable, if not ridiculous. Among the prescriptions for the rich and those for the poor, based on a primitive placebo effect, the latter was preferred, which were if anything less harmful. The personal physician of the bishop of Faenza Benerio prescribed to the clergyman Amerigo a treatment “that obliterates the illness”, even with their own prices: “Three pounds of white sugar, 21 coins; seven pounds of almonds, 8 coins; rose sugar, 2 coins; enemas by master Pietro, 8 coins”. In three days the body of clergyman Amerigo finished its final journey to the cemetery. The fight against the disease was an intricate tangle, in which the plague spreader never missed its target. In Romagna anyone who was found with suspicious powder was forced to swallow it in front of the established authorities. The plague of 1348 was the largest wave of pestilence that ever hit Faenza. The epidemic of 1412 was lighter and in those circumstances the cult of Our Lady of Grace was born. Remaining in the field of literary plagues, the plague of 1630 described by Manzoni stood beneath the walls of the city, unable to pass the cordon sanitaire organized by Monsignor Gasparo Mattei, the papal legate. The prelate lived in Faenza, defined “the city most protected from contagion”. But the Manzonian plague certainly did not spare Romagna, the disease raged from Imola to Rimini, leaving many cities and parts of the countryside deserted. Mattei describes the situation, managed with necessary harshness: “There is almost no one in Lugo and Bagnacavallo. The land of Bagnacavallo was surrounded by soldiers as illness did not come out”. We have given an account of the plagues with literary license, but every church and parish register contains a sad report of the passage of the plague. A passage carved in stone. In a votive plaque situated in Villa Pasi, now Tabanelli, a woman said that she had donated 50 lira (the value of an average sized estate) to the poor to thank God for the grace of having “returned to the earth only two children”. Two dead: the toll to be paid to the Gangola.

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The “Mal della Gangola”

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L’eziologia della malattia è semplice ed esiziale. Un medico del tempo la descrive così: «sintomi ne sono anzitutto un’epistassi (…) e una tumefazione ghiandolare inguinale, cui sopraggiunge febbre e decesso, spesso già al terzo giorno». La Gangola altro non è che la peste polmonare descritta da Giovanni Boccaccio, la più cruenta e micidiale della storia. Un flagello che spazzerà la città per tutto l’anno 1348. Dinanzi a questa ecatombe gli uomini sono allibiti, senza risorse. La mortalità è altissima, tanto che i cronisti coevi parlano di due terzi della popolazione locale morta per il mal della Gangola. Chi può scappa, spesso lasciando i cadaveri dei propri cari insepolti. Non di rado gli appestati sono murati vivi nelle loro abitazioni. I medici non capiscono l’origine della malattia e consigliano rimedi che ai nostri occhi paiono risibili, quando non ridicoli. Fra le ricette per i ricchi e quelle per i poveri, fondate su un primitivo effetto

placebo, si fanno preferire le seconde, se non altro sono meno dannose. Al chierico Amerigo viene prescritta, dal medico personale del vescovo di Faenza Benerio, una terapia «che oblitera il morbo», con tanto di tariffario: «Tre libre di zucchero bianco, 21 soldi; sette libbre di amigdali, 8 soldi; zucchero rosato, 2 soldi; per i clisteri, praticati da mastro Pietro, 8 soldi». Tempo tre giorni e il corpo del chierico Amerigo compie il suo ultimo viaggio verso il camposanto. La lotta al morbo è un groviglio inestricabile, in cui non manca la caccia all’untore. In Romagna chiunque fosse trovato con polveri sospette era costretto ad inghiottirle davanti all’autorità costituita. Quella del 1348 fu la più grande ondata di peste che abbia mai colpito Faenza. L’epidemia del 1412 fu più leggera e in quell’occasione nacque il culto della Beata Vergine delle Grazie. Rimanendo nel settore dei flagelli letterari, la peste del 1630 descritta dal Manzoni si fermò sotto le mura della città, incapace di superare il cordone sanitari o organizzato da Monsignor Gasparo Mattei, legato papale. Il prelato dimorò a Faenza definita: «il luogo più protetto dal contagio». Ma la peste manzoniana non risparmiò certo le Romagne, il morbo infuriò da Imola fino a Rimini, lasciando deserte molte città e parte delle campagne. Così descrive la situazione Mattei, gestita con necessaria rudezza: «In Lugo e Bagnacavallo non vi restò quasi persona alcuna. La Terra di Bagnacavallo fu cinta da soldati giacché il male non uscisse». Abbiamo dato conto delle pesti con patente letteraria, ma ogni chiesa, ogni registro parrocchiale ospita un triste rendiconto del passaggio della peste. Un passaggio inciso sulla pietra. In una lapide votiva collocata presso Villa Pasi, ora Tabanelli, una donna dice di aver donato 50 lire (il valore di un podere di media grandezza) ai poveri per ringraziare Iddio della grazia di aver «restituito alla terra solo due figli». Due morti: il dazio da pagare alla Gangola.

STORIA

E erano alcuni, li quali avvisavano che il viver moderatamente e il guardarsi da ogni superfluità avesse molto a così fatto accidente resistere […]. Giovanni Boccaccio

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L A PE S T E DE L B OC C AC C IO E DE L MANZONI NE L L E ROMA GNE

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Marafon/beccaccino

Hilda Gadea

the art of war with cards Marafon/beccaccino is definitely a social phenomenon, it is more than a card game, it could almost be defined “the foto d’archivio

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Che il “marafonbeccaccino” sia un fenomeno sociale è cosa certa, più d’un gioco di carte, quasi si potrebbe definire “un vanto del territorio”.

Marafon/beccacino Non solo un passatempo che i romagnoli, di nascita e di spirito, portano nel sangue, bensì una vera e propria tradizione con alla base un sano principio, almeno per chi, come Alteo Dolcini, vi vedeva motivo di forza ed orgoglio, tanto da considerarlo un importante canale di diffusione della cultura romagnola nel mondo. Espressione dell’identità di quella terra cordiale e aperta, generosa e passionale, come i suoi abitanti, che risponde al nome di Romagna. Si gioca in quattro, ossia in due coppie. Ogni giocatore è affiancato dai due avversari e fronteggiato dal compagno. Le carte che si usano sono, ovviamente, le romagnole e anche su quest’argomento ci sarebbe molto da raccontare, da colui che le ha inventate – nel 700 a Ravenna già esistevano fabbriche di carte da gioco - al valore simbolico delle figure. In mano 10 carte, i quattro buttano una carta ciascuno, le regole del gioco chiamato Tressette si mescolano

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L ’A R T E DELLA GUERRA CO N L E C A R T E

a quelle di un altro gioco nostrano: la briscola. La “marafona” invece è la cricca. Vale tre punti e assicura la vittoria poiché significa che un giocatore ha in mano asso, due e tre del seme dichiarato vincente. In guerra i romagnoli bestemmiavano e giocavano. Secondo l’uso, chiunque sia il compagno di partita, gli si può rovesciare addosso qualunque improperio e anche dare del “pataca” al ministro che, nel marafone, gioca con il facchino o con il contadino, magari analfabeti ma che non sbagliano mai un calcolo. Eppure ce n’è da contare a memoria, ce n’è di intelligenza da metterci ed è richiesta anche una particolare astuzia per capire la strategia della coppia avversaria. Libero Ercolani nel suo Dizionario Romagnolo del 1971 alla voce “marafon” riporta: “gioco che si fa con le carte romagnole”, ma la voce dialettale “marafone” del XIX secolo significa originariamente: “furbacchione, astuto”. “Il giocatore di marafon/beccaccino è un uomo libero, è un uomo senza classi, è un uomo al di sopra di qualsiasi convenzione” scrive Alteo Dolcini negli anni Settanta sul libro Il Principe di Romagna, un testo che si snoda tra regole, gergo e trucchi del celebre gioco e che racconta la storia delle sette partite più belle, giocate da prelati e capitani, politici e imprenditori, senza farsi mancare un protagonista d’eccezione come Fellini. In Romagna a marafon/beccaccino - non che abbia due nomi, a Forlì si chiama marafon mentre a Ravenna Beccaccino - giocano tutti e anche chi passa di qui rimane folgorato. Se si cede alla tentazione, insomma, è difficile tornare indietro. Ne sa qualcosa Roberto Benigni, che in tempi recenti, quando risiedeva a Cesena, si poteva facilmente vedere, in coppia con la moglie Nicoletta Braschi, a giocar partite infuocate con i vicini romagnoli.

pride of the territory”. Not just a pastime that Romagnol people, of birth and spirit, have in their blood, but a real tradition based on a good principle, at least for those who, like Alteo Dolcini, saw strength and pride in it, so much so that they considered it an important channel to spread the Romagna culture in the world. It is the expression of the identity of Romagna, a warm and open, generous and passionate land, as well as its people. It is a 4-player game, or rather 2 pairs. Partners sit facing each other, and next to their opponents. The cards used are, naturally, Romagnol cards, of which the inventor would have much to say – in 1700 in Ravenna there were already playing card factories - to the symbolic value of the pictures. Ten cards are dealt to each player, the four players throw one card each, the rules of the game “tressette” mix with the rules of another local game: briscola. The “marafona” instead is the cricca (the three highest cards are called cricca). It scores three points and ensures victory, since it means that the winner has an ace, two and three of the winning suit. During war, Romagnol people swore and played. It is customary that, whoever your partner is, you can insult him all you like, and you can even call the minister a “loser”, who in marafone, plays with the porter or the farmer, or maybe with illiterates who never miscalculate. But there is a lot to compute, and you need to be intelligent and clever to understand the opponents’ strategy. Libero Ercolani, in his Romagnol Dictionary of 1971 defines the word “marafon” as follows: “Game played with Romagnol cards”, but the original dialect meaning of “marafone” of the XIX century is: “Wily bird, clever”. “The marafon/beccaccino player is a free man, a man with no social class, a man above any convention” writes Alteo Dolcini in the seventies in the book Il Principe di Romagna (Prince of Romagna), a text which unfolds between rules, slang and tricks of the famous game and talks about the best seven games, played by prelates and captains, politicians and entrepreneurs, without missing an exceptional protagonist like Fellini. In Romagna everybody plays marafon/beccaccino - it doesn’t have two names, in Forlì it’s called marafon, while in Ravenna it’s called Beccaccino - and even those who pass by this area will be astonished. In short, if you give in to temptation it is difficult to go back. Roberto Benigni knows all about it: when he still resided in Cesena, a short time ago, you could easily see him teamed up with his wife Nicoletta Braschi, playing heated games with his Romagnol neighbours. Chi ha fortuna in amor, non giochi a carte. Antico proverbio popolare

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The historic tradition of pig slaughter in Romagna

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Per la famiglia contadina romagnola, il maiale era una vera e propria miniera di carne per la cucina di casa e per la propria sopravvivenza: il rifornimento durava un anno intero.

the death of the pig, the life of the farmer

For a farm family in Romagna, the pig was a truly boundless source of meat for their kitchen and for their survival: the supply would last a whole year.

MO R TE D E L M A I A L E , V I TA DE L C ONTADINO Giuliano Bettoli

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Di solito il norcino, che arrivava in bicicletta col suo sacco pieno di utensili appositi, aveva con sé un aiutante di fiducia. Ma al lavoro di sistemazione della carne partecipava tutta la famiglia, uomini, donne e bambini. Fatta la colazione, il maiale veniva sistemato in un luogo freddo. Passava almeno un altro giorno e di primissima mattina si riprendevano le operazioni di macellazione su una grande tavola: prosciutti, pancette, coppe; la divisione delle carni: quella per i salami, per i due tipi di salsicce - la buona e la “matta” - e il lardo per fare il grasso, cotto nel paiolo sul fuoco e messo poi in apposite vesciche o vasi, mentre a parte rimanevano i gustosi ciccioli. Il grasso - un maiale poteva produrne anche 50 chili - allora era la vita degli uomini. Adesso è considerato letale. Si mettevano da parte le ossa, venivano scarnificate per confezionare poi la “coppa di testa”. Si salavano i prosciutti, che dovevano rimanere nel sale per quasi un mese, le coppe e le pancette. Il norcino tornava dopo una settimana a legare da vero artista, con la refe, coppe e pancette. Del maiale non si buttava via niente. Erano giorni di grande fatica. Era freddo, il riscaldamento era dato solo dal camino acceso, ci si bagnava, ci si ungeva, fuori c’era la neve e il fango. Ma disgraziati quei contadini che non avessero avuto la possibilità di “ammazzare il loro porco”.

Quasi tutte le famiglie ne macellavano due, o anche tre, se i componenti erano numerosi. Il periodo più propizio per la macellazione andava dall’8 dicembre, festa dell’Immacolata, al 17 gennaio, festa di Sant’Antonio, protettore della campagna e specialmente degli animali domestici, ma si poteva arrivare sino ai primi di febbraio. Il giorno prescelto doveva assolutamente essere di “luna buona”. La mattina, molto presto, il maiale, ingrassato da mesi, ma a digiuno da almeno un giorno, veniva tirato fuori dallo stalletto, tenuto stretto da tre o quattro uomini e ucciso con una coltellata al collo. Solo dopo il 1960 è divenuto obbligatorio usare per l’uccisione un particolare tipo di pistola. Tutto era guidato da un espertissimo norcino, contadino anch’egli, ma specializzato in quell’attività. Raccolto il sangue in un catino - da cui si sarebbe poi ricavato un particolare dolce, il “migliaccio” - il maiale, pelato, veniva appeso, con molta fatica poiché poteva pesare più di 2 quintali, a un palo tra gli alberi, e il norcino, con mano sicura e con taglio dritto, lo spaccava in due parti, dall’alto in basso. Fegato, polmoni e cuore dovevano essere messi da parte, perché era obbligatorio che il veterinario comunale verificasse le condizioni di salute dell’animale. Dal fegato veniva poi staccato il fiele e gettato subito sopra i tetti della casa. Antico rito volto a tener lontano i topi e a portar fortuna ai maiali successivi.

Quando canta la cicala, il porco piange e si prepara. Antico proverbio còrso

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L’antico rito della macellazione suina in Romagna

Almost all families slaughtered two at a time or even three if there were many family members. The most favourable period for slaughter was from 8 December, Feast of the Immaculate Conception; to 17 January, Feast of Saint Anthony, protector of the land and especially of domestic animals; but could even last until the beginning of February. The chosen day absolutely had to be on a “luna buona” (good lunar period). Early in the morning, the pig, fattened for months but having fasted for at least a day, would be pulled out from the stall, held tightly by three or four men and killed by a stab at the throat. Only after 1960 did it become mandatory to use a kind of pistol for the killing. Everything was guided by an expert pig butcher, also a farmer, but specialized in the business. After collecting the blood in a bowl - from which a special blood pudding dessert called “migliaccio” would be made - the skinned pig would be hung on a stake, with much effort since it could weigh more than two hundred kilograms, and the butcher, with a steady hand and a straight cut, would split it in two, from top to bottom. The liver, lungs and heart had to be put aside, because it was mandatory for the local veterinary to check the overall health of the animal. The gall was removed from the liver and immediately thrown over the roof of the house. This was an old tradition to keep the mice away and to bring good luck for future pigs. The butcher, who came by bike with a bag full of special tools, was usually accompanied by a trusted assistant. The separation of the meat, however, involved the whole family, men, women and children. After breakfast, the pig would be arranged in a cold area. At least a day would pass and early in the morning the slaughtering would resume on a large table: ham, pancetta and coppa; the separation of the meat: salami, two types of sausages – good sausage and “mad” sausage – the lard to make fat, cooked in a cauldron over a fire and then put in special bladders or jars, and finally the savoury cracklings. The fat, of which a pig could produce fifty kilos, at that time was the life of men. Now it is considered lethal. The bones were set aside, to be stripped of their flesh and used to make “coppa di testa”. The coppa and pancetta were salted and the ham would remain in salt for almost a month. The butcher would return after a week to tie the coppa and pancetta with thread, like a true artist. None of the pig was thrown away. Those were strenuous days. It was cold, the heating was provided only by the lit fireplace, and one would get wet and greasy while outside there was snow and mud. But unfortunate were the farmers who did not have the chance to “slaughter their own pig”.

Passioni


Tre Monti

Carlo Zauli

SI N TE S I D I DU E M I C R O Z ONE C OL L INARI

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Tre Monti

combination of two hilly micro-areas The history of Tre Monti started at the beginning of the sixties thanks to the determined initiative of Sergio Navacchia, actively assisted by his wife Thea. Today the company stretches for about fifty-two hectares of vineyard, cultivated with mainly Albana, Trebbiano and Sangiovese, sub-divided into two estates, located one on the Forlì hills and the other on the Imola hills. Exactly from the latter, located in the area called Tre Monti, the company takes its name, and here lies the heart of production of the Cellar, where wine is made exclusively from estate vineyards. The second crucial phase that marks the course of the company dates back to the eighties, when the owners decided to give a new dimension of quality to the production standards. A renewal that starts from the vineyard through an interpretation of the territory, considered not only as the sum of the morphological characteristics, but also as the place where one can read the signs of human thoughts and actions, to continue into the cellar. It is here that essential joint efforts with some of the best representatives in oenology in Italy begin: young Francesco Spagnoli, then Vittorio Fiore and finally Donato Lanati, whose teachings have been effectively put into practice by Sergio and his sons Vittorio and David. All vineyards are cultivated according to biological pest control, which includes no-till farming and minimal use of synthetic products. The particular position of the plots of land in Imola and their composition make them especially suitable for white grapes and in general grapes from which fresh and pétillant wines are obtained. The Forlì estate, on the other hand, appears to be more suitable to red grapes producing more complex and austere wines, rich in minerals due to the sea nearby. Thanks to this two-sided dislocation, the company can count on a sort of Natural laboratory; the two territories on which it develops represented though time, and still do, a “school” for a close examination of the Romagnol master grapevine: Sangiovese. di

Romagna

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Oggi l’azienda si estende su circa cinquantacinque ettari vitati, coltivati principalmente ad Albana, Trebbiano e Sangiovese, suddivisi in due corpi poderali, posti l’uno sulle colline forlivesi, l’altro su quelle imolesi. Proprio da quest’ultimo, ubicato nella zona detta dei Tre Monti, l’azienda trae il suo nome e qui risiede il cuore produttivo della Cantina, ove vengono vinificate esclusivamente uve provenienti da vigneti di proprietà. La seconda fase decisiva che segna il corso dell’azienda risale agli anni Ottanta, momento in cui si decide di imprimere una svolta qualitativa ai criteri di produzione. Un rinnovamento che parte in vigna attraverso un’interpretazione del territorio, inteso non unicamente quale somma di caratteristiche morfologiche, ma soprattutto come il luogo in cui è possibile leggere i segni del pensiero e dell’azione dell’uomo, per proseguire in cantina. Qui si innestano le fondamentali collaborazioni con alcuni dei migliori esponenti dell’enologia italiana: un giovanissimo Francesco Spagnolli, quindi Vittorio Fiore fino ad arrivare a Donato Lanati, i cui insegnamenti sono stati efficacemente messi in pratica da Sergio e dai suoi figli Vittorio e David. Tutti i vigneti sono coltivati secondo le metodologie della lotta integrata, che prevede l’inerbimento fra le file ed un minimo utilizzo di prodotti chimici di sintesi. La particolare posizione degli appezzamenti imolesi e la loro costituzione rivelano che questi sono particolarmente adatti alle uve a bacca bianca e in generale ad una materia prima da cui si ottengono vini freschi e vivaci. Il podere di Forlì si rivela invece nel complesso più consono alla coltivazione di uve a bacca rossa che danno vita a vini più complessi ed austeri, spesso non privi di una certa mineralità, influenza di un mare non molto distante. Grazie a questa dislocazione bipartita, l’azienda può contare su una sorta di laboratorio naturale: i due territori sui quali si sviluppa, hanno rappresentato infatti nel tempo, e costituiscono tuttora, una “scuola” di approfondimento del vitigno romagnolo “maestro”: il Sangiovese.

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La storia di Tre Monti ha inizio nei primi anni Sessanta per caparbia iniziativa di Sergio Navacchia, attivamente coadiuvato dalla moglie Thea.

Ciardo_Chardonnay 2007_Uve/Grapes 100% Chardonnay Interpretazione di uno dei bianchi più internazionali giocata su spezie e frutto armoniosamente equilibrati in un corpo di superiore fittezza. Si presenta all’occhio con un giallo paglierino consistente e giunge al naso con note dolci di banana e frutta esotica, ginepro, mela cotogna e vaniglia. Rivela un gusto morbido, fresco dal finale lungo e persistente. Viene vinificato al 50% in barrique nuove con fermentazione malolattica e al 50% in acciaio. Temperatura di servizio 10°. Si accompagna egregiamente a primi piatti come la pasta al forno, pietanze di pesce e secondi a base di carni bianche. One of the most international whites, full-bodied with its harmoniously balanced spices and fruits. Straw yellow in colour, it reaches the nose with sweet notes of banana and exotic fruits, juniper, quince and vanilla. The mouth feel is smooth, fresh with a long persistent finish. It is vinified 50% in new barriques with malolactic fermentation and 50% in steel tanks. Serving temperature 10°. It matches perfectly with main courses such as lasagna, fish and white meat.

Casa Lola_Albana Passito DOCG 2007_Uve/Grapes 100% Albana di Romagna La notevole concentrazione di questo vino rivela la capacità di durare a lungo nel tempo fin dal colore giallo dorato consistente e dal profumo fruttato, maturo e candito, con note di rosa gialla e ginestra. Si offre al palato con un gusto dolce, avvolgente e potente al contempo, accompagnato da sapori di scorze di agrumi e albicocche canditi. Attraversa una criomacerazione a freddo per 12 ore ed una completa fermentazione in barrique. Temperatura di servizio 14°. Si accosta ottimamente con i formaggi di fossa e gli erborinati. This wine, thanks to its considerable concentration, can be kept for a long time. Strong golden yellow in colour with fruity bouquet and notes of yellow rose and broom. The mouth feel is sweet, enveloping and powerful at the same time, with scents of candied citrus peel and apricot. It undergoes cold cryomaceration for 12 hours and complete fermentation in barrique. Serving temperature 14°. It matches perfectly with fossa cheese and blue cheese.

Thea_Sangiovese di Romagna DOC Riserva 2005_Uve/Grapes 100% Sangiovese Da una selezione delle migliori uve Sangiovese nasce il vino che meglio rappresenta la Cantina, il cui nome è dedicato alla cofondatrice dell’azienda. Colpisce per il suo colore rosso rubino concentrato e conquista il naso grazie al profumo elegante con sentori di frutta e rosa rossa, pepe, liquirizia dolce. Si sviluppa lungamente al palato, con i suoi tannini fini, seguendo le stesse note dell’olfatto. Attraversa una macerazione di 12 giorni a 28 °- 30 °C. e conseguente fermentazione malolattica, viene poi affinato in barrique di Allier di media tostatura nuove per 12 mesi. Temperatura di servizio 18 °. Si sposa con i sapori forti, come la cacciagione, i funghi, i brasati, e la carne di agnello. From a selection of the best Sangiovese grapes the wine that best represents the Cellar is produced, named after the company cofounder. It impresses for its dark ruby red colour and captures the nose thanks to its elegant bouquet with scents of fruit and red rose, pepper and sweet liquorice. The palate is persistent, with its fine tannins and the same notes of the bouquet. It undergoes maceration for 12 days at 28°- 30°C, and then malolactic fermentation. It is then aged in new, medium-toasted Allier barriques for 12 months. Serving temperature 18°. It matches nicely with savoury food, such as game, mushrooms, braised meat and lamb.

Or Noè, ch’era agricoltore, cominciò a piantar la vigna. Genesi 9:20 Enogastronomia

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I LIQUORI TRADIZIONALI ROMAGNOLI FATTI IN CASA

Gli spiriti della festa Tommaso Attendelli

In tempi meno lontani di quanto potrebbe parere, almeno a giudicare dai profondi mutamenti che da allora hanno ridefinito lo stile di vita collettivo, l’autoconsumo si estendeva anche generi voluttuari come i liquori e i distillati. [22

Sensi

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the traditional home-made liqueurs from Romagna In a time not as remote as it might seem, at least according to the great changes that have since then redefined the people’s lifestyle, the self use of superfluous goods such as liqueurs and distillates were common. In addition to the traditional brandy, common almost all over Italy with its variants, the festive days and the banquets were always honoured with one or more glasses of home-made digestives. 0 Each region has its own traditional recipes, based on its local aromatic plants. Romagna, a land of people who love spirit (both in terms of personality and alcoholic drinks), could not fail to display a rich recipe book. From erba luigia (lemon verbena), a perennial plant with spike-shaped white or lavender flowers native to South America but common in the countryside of Romagna for the longest time, one can make a liqueur with a pleasant cedar and lemon aroma, with excellent digestive properties. Prugnolino (little plum) is another genuine liqueur typical of Romagna. The authentic one is obtained

Romagna

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foto d’archivio

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The spirits of the feast

Immagine d’archivio

foto d’archivio

Oltre che all’acquavite artigianale, diffusa con le opportune varianti in quasi tutta Italia, i giorni di festa ed i banchetti venivano immancabilmente onorati da uno o più bicchierini di digestivo fatto in casa. Ogni regione possiede le sue ricette tradizionali, legate magari alle proprie piante aromatiche endemiche. La Romagna, terra di amanti dello spirito (sia nell’accezione legata al carattere che in quella etilica), non poteva dunque non “schierare” un nutrito ricettario. Dall’erba luigia, pianta perenne dai fiori bianchi o azzurrini riuniti in spighe, originaria del Sud America, ma diffusa da tempo immemorabile nella campagna romagnola e particolarmente del ravennate, si ottiene ad esempio un liquore dal gradevole aroma che ricorda il cedro ed il limone e possiede ottime proprietà digestive. Altro genuino liquore tipico romagnolo è il prugnolino, quello vero si ottiene da una varietà di prugnolo che vegeta esclusivamente nelle Saline di

Cervia (vedi ee N° 19), e conferisce al liquore un sapore forte e deciso, piacevolissimo nel suo retrogusto un po’ allappante. Secondo l’antica ricetta tramandata dai salinari cervesi, le bacche vanno lasciate a macerare nell’alcol per circa dieci mesi prima di far ulteriormente affinare il prugnolino in bottiglia per qualche altro mese. Già gli antichi conoscevano i sapori e le virtù salutari racchiusi da questi piccoli e preziosi frutti ben protetti da spine acuminate. Lo stesso Ippocrate ne consigliava l’uso farmaceutico, i frutti sono inoltre ricchissimi di antociani e resveratolo, potenti antagonisti dei radicali liberi. Pure il nocino, liquore tipicamente modenese, possiede una variante tradizionalmente romagnola della ricetta: i malli delle noci, raccolti ancor freschi nelle tiepide giornate di fine giugno, venivano infatti subito messi in infusione e scossi frequentemente con vigore per un certo periodo cosicché il loro sapore si sposasse con le scorze di limone e con le note speziate della cannella e dei chiodi di garofano. La lista potrebbe continuare, ma citiamo per ultima una delle rare eredità piacevoli della dominazione napoleonica. Fin dal 1797 è infatti conosciuto in Romagna un vino liquoroso tipicamente francese: il Feuilles de Cerises, dal gusto gradevolmente dolce-amaro, ottenuto dall’infusione di foglie di ciliegio selvatico in cabernet-sauvignon con aggiunta di alcol purissimo, zucchero ed un breve periodo di maturazione al sole estivo. Oggi questi volatili aromi sarebbero probabilmente destinati ad una prossima estinzione, se il fu Angelo Babini, romagnolissimo sommelier AIS, grazie anche alle esortazioni di Mauro Zanarini (fiduciario della Slow Food di Ravenna), non avesse deciso di avviare una produzione artigianale di questi liquori tradizionali. Un’iniziativa dedicata alla memoria di suo padre, attraverso la salvaguardia di una memoria collettiva.

I liquori ti uccidono lentamente. Ma chi ha fretta? Leopold Fetchner

from a blackthorn variety growing exclusively in the Salt Mines of Cervia (see ee No. 19), which gives the liqueur a strong and distinct flavour, delightful in its slightly mouth-puckering aftertaste. According to the old recipe handed down by the people of the Salt Mines of Cervia, the berries must macerate in alcohol for about ten months before the prugnolino can actually age in the bottle for a few more months. The ancient peoples already knew flavours and healthy virtues contained in these small precious fruits protected by sharp thorns. Hippocrates himself recommended its use in the pharmaceutical field; besides, these fruits are highly rich in anthocyanins and resveratrol, powerful antagonists of free radicals. Nocino (walnut liqueur), typical liqueur from Modena, also has a traditional Romagnolo recipe: walnut husks, harvested when still fresh during the warm days of late June, were put right away in infusion then strongly and frequently shaken for a certain period of time until their flavour mixes with the lemon peels and the spicy notes of cinnamon and cloves. The list is endless, but we will last mention one of the rare and pleasant legacies of the Napoleonic domination. A typically French, liqueur-like wine has been known in Romagna since 1797: Feuilles de Cerises, with its bittersweet taste, obtained from the infusion of wild cherry tree leaves in cabernet sauvignon combined with pure alcohol, sugar and a short ripening period in the summer sun. Today, these volatile aromas probably would have started to disappear, if the deceased Angelo Babini, a remarkable Romagnolo AIS (Italian Sommelier Association) sommelier, also thanks to Mauro Zanarini’s advice (trustee of Ravenna Slow Food), hadn’t decided to start a home-made production of these traditional liqueurs. An initiative dedicated to his father’s memory, through the safeguard of folk memory. Enogastronomia


Da artigianato ad arte Angelamaria Golfarelli

Certi destini paiono inevitabilmente legati ad un luogo e di sicuro quello di Elio Ghiberti lo è alle Valli che circondano S.Alberto. foto d’archivio

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Some lives seem to be inevitably bound to a place and Elio Ghiberti’s life definitely is, his place being the Valleys surrounding S. Alberto. Since his childhood, swamps and cane thickets acted as a detonator for his lively curiosity, especially for birds dwelling there, whose species, singing and habits he knew by heart. During hunting season, with small boats that he built entirely by hand, he would take the hunters in the floating barrels, around which he would position the decoys. But those artificial birds were for him as fascinating as the ones flying in the sky. So he learned with patience to build them using marshy weed, reproducing their colours and, sometimes, their flying pose. He started to develop personal prototypes, immortalizing the ancient art of the decoy. His skills grew quickly and so did his knowledge, together with the study of new and more ingenious techniques and more refined and precious aesthetic sense. Thus it became a real business, developed also thanks to the Ecomuseo della Civiltà Palustre (Marshland Museum) of Villanova of Bagnacavallo (see ee No. 06) and culminated in the small museum that Elio

di

Romagna

Museo dedicato ad un mestiere antico che avrebbe finito per scomparire con l’estinguersi della caccia, ma ancora vive grazie alla tenacia di Ghiberti, che porta i suoi richiami, accompagnandoli con i racconti delle Valli, in laboratori e conferenze ad essi dedicate, tanto da suscitare un vero e proprio culto da parte di collezionisti ed amatori, il cui interesse ha contribuito a fare di Batono (questo è il suo soprannome) una vera celebrità. I suoi richiami sono quindi diventati, più che strumenti d’inganno per ingenue prede, veri e propri oggetti d’arte che egli costruisce con grande rigorosità riproducendoli in misure e colori diversi, ma pur sempre perfettamente fedeli a quelli antichi. Vederlo estrarre da una piccola fascina di giunco palustre la sagoma perfetta di una volpoca o di un cormorano in volo sembra quasi impossibile, eppure la naturalezza e la sapienza con le quali Elio si muove nella sua arte sono semplicemente sorprendenti. Oltre a quelli tradizionali, ha progettato e costruito nuovi tipi di richiami, sempre più lontani dal proprio scopo originario. Ciò con la consueta poetica discreta e schiva che contraddistingue il carattere riservato di Ghiberti. Un signore d’altri tempi il cui rispetto per l’ambiente e per quanti lo popolano non conosce differenze. A volte lo si può incontrare mentre cammina sugli argini contemplando quel panorama, con negli occhi ancora l’infantile curiosità e stupore che esprimono un animo sensibile e attento. Alla ricerca di ispirazione e nuovi soggetti per i suoi richiami, in quella laica preghiera con la quale ringrazia il destino di averlo legato indissolubilmente alle sue Valli. Arte

Ghiberti created in his house in S. Alberto. His museum is dedicated to an old trade that would have disappeared with the disappearance of hunting. However, it is still alive thanks to Ghiberti’s tenacity: he brings his decoys, together with stories of the valleys, to laboratories and conferences dedicated to them, arousing a real cult among collectors and connoisseurs whose interest contributed to make Batono (his nickname) a great celebrity. More than just tricks for ingenuous prey, his decoys became true objects of art that he creates with great rigorousness, reproducing them in different sizes and colours, yet always fully faithful to the historic ones. It is simply amazing to watch Elio’s ability and spontaneity in his art; although it may seem close to impossible, he can extract, from a small bundle of marshy canes, the perfect profile of a shelduck or of a flying cormorant. In addition to the traditional ones, he designed and created new types of decoys, further and further from their original purpose. This with the usual discreet and shy poetics that marks Ghiberti’s reserved character. An oldtime gentleman whose respect for the environment and those who populate it knows no differences. Sometimes you will meet him walking along the banks contemplating the landscape, with the same childlike curiosity and wonder in his eyes that express his sensitive and attentive soul. In search of inspiration and of new subjects for his decoys, in that laic prayer he thanks fate for giving him such an indissoluble connection with his Valleys. foto d’archivio

Sensi

the decoys (of natural aesthetics) of Elio Ghiberti

foto d’archivio

I

From handicraft to art

L’arte è un passo che dalla natura va verso l’Infinito. Kahalil Gibran

Fin da bambino, infatti, acque palustri e canneti furono per lui il “detonatore” di una curiosità vivace catturata soprattutto dai volatili che li abitavano, di cui sapeva infallibilmente riconoscere la specie, il canto e le abitudini. Durante la stagione di caccia, con piccole imbarcazioni da lui costruite interamente a mano, portava i cacciatori nelle botti galleggianti, intorno a cui posizionava i richiami. Ma quegli strani volatili posticci per lui erano non meno affascinanti di quelli che si libravano in cielo. Imparò quindi con pazienza a costruirli utilizzando le erbe palustri, riproducendone i colori e, in alcuni casi, la posa in volo. Cominciò a sviluppare dei prototipi personali, perpetuando l’arcaica arte dei richiami. La sua abilità crebbe in fretta e di pari passo la sua conoscenza, insieme all’approfondimento di nuove tecniche sempre più ingegnose e ad un senso estetico sempre più raffinato e ricercato. Divenne dunque una vera e propria attività, sviluppatasi grazie anche all’Ecomuseo della Civiltà Palustre di Villanova di Bagnacavallo (vedi ee N° 06) e culminata nel piccolo Museo che Elio Ghiberti ha creato in casa sua, a S. Alberto.

foto d’archivio

foto d’archivio

I RICHIAMI (ALL’ESTETICA NATURALE) DI ELIO GHIBERTI

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Territorio di ricerca LA ROMAGNA TEATRALE Si può con fermezza sostenere che il territorio romagnolo rappresenta oggi uno dei luoghi di maggior fermento teatrale in Italia.

La motivazione non scritta - e neanche cercata – di questo fenomeno, sta in un elemento socio-storico che da sempre caratterizza la regione e cioè la forte presenza della cooperazione, intesa come forma di organizzazione del lavoro condiviso, estremamente sentita in questa comunità. All’inizio degli anni Ottanta a Cesena nasce la Socìetas Raffaello Sanzio per iniziativa di Romeo Castellucci (regista), Claudia Castellucci (melode), Chiara Guidi (attrice) e Paolo Guidi (attore). Si tratta dell’incontro fra giovanissime e altissime

Territory of experimentation Romagna theatre

One can firmly assert that the territory of Romagna is now one of the areas with the most theatrical unrest in Italy. We are talking about experimental, contemporary theatre, whose modernization has developed and redefined it in a period between the beginning of the twentieth century and present day, whose birth certificate is the twentieth-century reaction to the realistic drama of the late nineteenth century. Without going into the history, it can be said that dramatic creation went toward newness, and different ways for theatre to exist have brought it to nowadays. Beyond the definitions, experimental theatre knows no boundaries or prejudices, neither has conventions nor serves a function. It has neither a placement nor inner and outer forces, and it embodies all its internal phenomena, culture and knowledge that have origins elsewhere.

foto d’archivio

foto d’archivio

Questa intera creazione è essenzialmente soggettiva, e il sogno è il teatro dove il sognatore è allo stesso tempo sia la scena, l’attore, il suggeritore, il direttore di scena, il manager, l’autore, il pubblico e il critico. Carl Gustav Jung

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Stiamo parlando del teatro di ricerca sperimentale, contemporaneo, attualizzazione di ciò che si è sviluppato e ridefinito in un periodo compreso tra gli inizi del Novecento e i giorni nostri, il cui atto di nascita è la reazione novecentesca al teatro verista della fine del XIX secolo. Senza addentrarci nella storia si può affermare che la creazione teatrale è andata verso il nuovo, modi diversi dell’esistere del teatro hanno portato alla contemporaneità. Al di là delle definizioni, il teatro sperimentale di ricerca non ha frontiere o pregiudizi, non ha convenzioni né assolve ad una funzione, non ha collocazione né forze esterne o interne, ingloba al suo interno fenomeni, culture e scienze che hanno altrove origine. Questo universale lavoro interdisciplinare è la cornice di un fenomeno che in questa sede si vuole localizzare in un territorio delimitato pur in assenza di confini. Si vuole arrivare ad una sintesi – improbabile – degli accadimenti che storicamente si sono snodati intorno ad un territorio, la Romagna, rendendolo una terra impastata con il teatro contemporaneo. I

Sensi

di

Romagna

foto d’archivio

Tatiana Tomasetta

personalità artistiche, tutte le loro opere realizzate in questi trent’anni sono significative e fondamentali nel ripensare e rimettere in gioco il linguaggio, il significato, il modo di fare, vivere e recepire il teatro a tal punto da diventare una compagnia di ricerca definibile “super icona”, un successo di critica internazionale. Sembra lontano il debutto della compagnia nel 1981, oggi Romeo Castellucci – classe ’60 nato a Cesena – è considerato uno dei più grandi innovatori della scena contemporanea, chiamato a dirigere i grandi festival come la sezione di teatro della Biennale di Venezia. Ha ricevuto nel 2008 l’ambito incarico di “artista associato” al Festival di Avignone, dove ha presentato la sua nuova creazione: la trilogia ispirata alla Divina Commedia, un successo di pubblico e critica planetario. Sempre a Cesena altro aulico nucleo è il Teatro Valdoca, nato nel 1983 ad opera di Cesare Ronconi (regista) e di Mariangela Gualtieri (drammaturga), presente fin da principio sulla scena europea.

This universal interdisciplinary work is the framework of a phenomenon that needs to be established in a defined area despite its absence of borders. It is difficult to arrive at a summary of the events that historically revolved around the territory of Romagna, that made it a land filled with contemporary theatre, a land where theatre experimentation rises to the highest starring role, where the established theatre companies contribute, both with their own intellectual work and with their shows, to write the pages of the history of international theatre, while new groups of artists emerge to impose their presence on the Italian scene. The unwritten, and also unsought, reasons for this phenomenon lies in a socio-historical element that has always characterized the region, namely the strong presence of cooperation, as a form of organization of shared work for which this community is extremely well known. In the last twenty years, the use of collaboration, mutual help and support among the workers was instinctively respected by artists and actors, both in atmosphere and mentality. This is also one of the only truths that still exist in Italy, where theatre companies cooperate and help one another, not in competition but in assistance. Compensating for economic problems, space, lack of instruments, but also for problems of poetics, of the director and of the actor through the exchange of props, for mutual accommodation of creative space, and for the ability to confront reality already imposed on the international scene, has been the key Arte


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foto d’archivio

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foto d’archivio

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L’Officina Valdoca, luogo poetico, sodalizio d’arte, di pensiero e mutuo soccorso, cerca il confronto con giovani emergenti che lavorano grazie alle risorse messe loro a disposizione dalla compagnia (come per la Sanzio è lo spazio del Teatro Comandini), che devono inevitabilmente in questo panorama sostenere il confronto con una selezione “naturale” immediata. Tutto si muove secondo questi meccanismi cooperativi, rendendo la Romagna un territorio di ricerca teatrale condivisa. A Ravenna nascono e operano egregiamente nuclei artistici come il Teatro delle Albe e i Fanny e Alexander, a Rimini agli inizi degli anni Novanta nascono i Motus per mano di Enrico Casagrande, a Forlì viene fondata dall’ingegnere Lorenzo Bazzocchi la compagnia Masque Teatro. Impossibile elencarli tutti. Un altro fattore determinante per lo sviluppo del teatro di ricerca in Romagna è stata la volontà di quei direttori, amministratori, sindaci che nel passato – parliamo degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta - presero decisioni illuminate. Un esempio eclatante è il festival Santarcangelo dei Teatri, la cui storia cambia nel 1978, anno spartiacque, quando fu deciso dal Comune di cambiare la fisionomia, ma soprattutto la filosofia, di quella che era una festa di paese per artisti di strada, scegliendo di dedicare quella risorsa a valorizzare i nuovi linguaggi, i nuovi artisti già impegnati sul territorio nella ricerca teatrale, gli emergenti e, soprattutto, quella interessante scena di nicchia totalmente dedita alla sperimentazione assoluta. Erano anni in cui Carmelo Bene registrava il tutto esaurito sui palcoscenici degli eleganti teatri comunali romagnoli. Oggi Santarcangelo dei Teatri è il festival che, dopo 35 edizioni, si colloca tra i più importanti momenti di confronto del teatro di ricerca in Europa, fiore all’occhiello di un territorio che registra il risultato di un controllo dell’esperienza teatrale così profonda e differenziata, da regalarci, oltre a decine di notevolissimi artisti e altrettanti festival, il primato di “territorio teatrale” ammirato da tutto il mondo.

element that has allowed the development of this dynamic and tangible scene. In the early eighties in Cesena, the Socìetas Raffaello Sanzio was created, through the initiative of Romeo Castellucci (director), Claudia Castellucci (melody), Chiara Guidi (actress) and Paolo Guidi (actor). The encounter between top young artistic personages and all their works in these thirty years are significant and fundamental in the rethinking and addition of language, meaning, character and life, and in the understanding of theatre to the point of becoming an experimental company of “super icons” of international critical success. The theatre company’s debut in 1981 seems so long ago. Today, Romeo Castellucci – Class of ’60, born in Cesena – is considered one of the greatest innovators of the contemporary scene, called to lead major festivals such as the theatre section of the Venice Biennale. In 2008 he received the field position of “associate artist” at the Avignon Festival, where he presented his new creation: the trilogy inspired by the Divine Comedy, a worldwide public and critical success. Another courtly group in Cesena is Teatro Valdoca, created in 1983 from the work of Cesare Ronconi (director) and Mariangela Gualtieri (playwright), always present on the European scene. The Officina Valdoca, a poetic place and an association for art, thought and mutual aid, searches for emerging youth to meet each other face to face, where they can work thanks to the resources at their disposal by the company (as is Sanzio and Teatro Comandini), who must inevitably support this view with an immediately “natural” selection. Everything moves along according to these cooperative workings, making Romagna a territory of shared theatre experimentation. Artistic groups are created and operate well in Ravenna, such as the Teatro delle Albe and Fanny & Alexander. In the early nineties in Rimini, Motus was created through the work of Enrico Casagrande, and at Forlì engineer Lorenza Bazzocchi established Masque Teatro. It is impossible to list them all. Another determining factor for the development of experimental theatre in Romagna was the willpower of directors, administrators and mayors who in the past – around the sixties, seventies and eighties - made brilliant decisions. One striking example is Santarcangelo Theatre Festival, whose history changed in 1978, a turning point when it was decided by the city council to change the appearance, and especially the philosophy,

Sono apparso alla Madonna. Carmelo Bene

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of what was a village festival for street performers, choosing to dedicate that resource to show off new languages, new artists already committed in the territory to theatre experimentation, emerging artists, and in particular the interesting niche completely dedicated to absolute experimentation. It was the time when Carmelo Bene recorded a sold out show on the stages of the elegant municipal theatres of Romagna. Today, the Santarcangelo Theatre is a festival that, after 35 editions, is ranked one of the most important events of experimental theatre in Europe, a crowning achievement of an area that maintains a theatrical experience so profound and diverse that it gives us, in addition to dozens of remarkable artists and festivals, the honour of being the “theatrical region” admired around the world.

Arte


[4] TERRITORIO Ipogei del Mons Jovis _ arc ai c i c uni c o l i de l so t t o suo l o sant arc angi o l e se Hypogea of Mons Jovis_ anc i e nt t unne l s i n t he sant arc ange l o unde rgro und RONCOFREDDO_ pat ri mo ni o di un bo rgo e de i suo i paraggi RONCOFREDDO_ he ri t age o f a bo ro ugh and i t s surro undi ng are a

[8] STORIA Le macchine a propulsione “naturale”_ ant i c he al l e at e de l l ’ uo mo “NATURAL” PROPULSION MACHINES_ anc i e nt al l i e s o f human l abo ur Il Mal della Gangola_ l a pe st e de l bo c c ac c i o e de l manz o ni ne l l e ro magne THE “MAL DELLA GANGOLA”_ bo c c ac c i o ’ s pl ague and manz o ni ’ s pl ague in r om agn a Poetica della provincia maiuscola_ franc e sc o se rant i ni Poetica della provincia maiuscola_ franc e sc o se rant i ni

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[16] PASSIONI Marafon/beccacino_ l ’ art e de l l a gue rra c o n l e c art e Marafon/beccacino_ t he art o f war wi t h c ards L’antico rito della macellazione suina in Romagna_ morte del maiale, vita del contadino The historic tradition of pig slaughter in Romagna_ the death of the pig, the life of the farmer

[20] ENOGASTRONOMIA Tre Monti_ s i n t e s i di due mi c ro z o ne c o l l i nari Tre Monti_ c o mb i n at i o n o f t wo hi l l y mi c ro - are as Gli spiriti della festa_ i l i quo ri t radi z i o nal i ro magno l i fat t i i n c asa The spirits of the feast_ t he t radi t i o nal ho me - made l i que urs fro m ro magna

[26] ARTE Da artigianato ad arte_ i ri c hi ami ( al l ’ e st e t i c a nat ural e ) di e l i o ghi be rt i F R OM H A N D I C R A F T TO ART_ t he de c o ys ( o f nat ural ae st he t i c s) o f e l i o ghi ber ti

Territorio di ricerca _ l a ro magna t e at ral e Territory of experimentation _ ro magna t he at re

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Romagna


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