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IENA 3


© Gianni Tetti 2009 © Neo Edizioni s.n.c. 2009 Neo Edizioni Via Volturno, 2 67031 – Castel di Sangro (AQ) info@neoedizioni.it www.neoedizioni.it I edizione: novembre 2009 ISBN-978-88-96176-03-0


I CANI LĂ€ FUORI Racconti di Gianni Tetti


cane s.m. 1 mammifero domestico della razza dei canidi (gruppo dei carnivori) di cui fanno parte numerose razze da utilitĂ : da caccia, da guardia, da pastore, da ferma o da punta. 2 persona spregevole. 3 chi fa male il proprio lavoro. 4 nelle armi da fuoco portatili, martelletto metallico che, premendo il grilletto, percuote la capsula e accende la carica di lancio.


Aureliano E provava a pensare. Mentre i ratti spolpavano il piede e salivano alla caviglia strappando la carne a pezzetti. E da lì a qualche minuto avrebbe pensato di non farcela, che sarebbe morto in nottata, che gli era andata proprio male.

Dadi Dicono che da queste parti sono molto ospitali. Dicono che in queste zone si sono nascosti un sacco di banditi e vivono un sacco di balenti. E si sanno pure divertire, a modo loro, anche se il mondo sta da un’altra parte. Un signore sdentato ride in mezzo alla sala. Strizza gli occhi, apre le mani che sembrano fatte di canapa grezza. Ride tanto per ridere. Ha perso ai dadi appena un secondo fa. Ma c’è Consuelo al bancone che gli metterà da bere. Lui penserà che Consuelo gli stia facendo gli occhi dolci. E Consuelo lo manderà a quel paese, che non se lo sogna nemmeno di ammiccare ad un vecchio puzzolente di ricotta come lui. E poi è fidanzata. E il fidanzato la tiene d’occhio. È seduto a un tavolo vicino alla porta, chiacchiera, beve, ma in realtà sta pensando solo a controllarla, pensa solo a Consuelo che lo fa tribolare, dietro quel cazzo di bancone a parlare con tutti. Per terra c’è la scatola. Una scatola di cartone grezzo, aperta. Dentro ci si tirano i dadi. Due 9


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dadi sporchi che Corrias ha preso al tabacchino insieme a due mazzi di carte nuovi di zecca. Non è un gioco tipico di queste parti, ma da un po’ la gente si diverte anche così. Il gioco inizia con un giro di dadi. Sempre. Tutti zitti. Nessun rumore. Il dado parla e quando dice una cosa è quella. Il dado gira. Cinque! Scaldabagno alza le braccia. Scaldabagno è grosso, come uno scaldabagno. A petto nudo. Viene qua due volte a settimana. Quando passa col Tir. Il Tir di Scaldabagno trasporta tutto, basta che paghi. Una volta ha portato un carico di cinquanta donne rumene giù fino a Cagliari. Le sistemavano in una palazzina a sei piani. E un’altra volta ha portato uomini dalla Tunisia per raccogliere pomodori e fare la vendemmia. E una volta dentro il pesce surgelato c’era la cocaina da mandare in costa. E un’altra volta nel doppio fondo c’erano armi. Armi che poi le hanno usate per rapire un banchiere e svaligiare un paio di portavalori e altre cosette così. Meglio informarsi quando si va in un posto nuovo. Conoscere il lavoro e i nomi della gente aiuta a muoversi. Sapere il perché di un soprannome qualche volta ti salva la vita. Scaldabagno si infila un dito tra i denti. E scava. Scaldabagno fa cenno a Corrias, che fa cenno a Consuelo, che versa da bere. Scaldabagno beve la sua birra fresca. Da quel lato c’è Barore. Si è appena alzato dal tavolino tondo. Barcolla e sfiata. Sposta la gente a bracciate. Suda. Canottiera beige. Non parla mai, Barore. Si gratta i capelli dritti in 10


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testa. Prende in mano il dado. Lo stringe tra l’indice e il pollice. Dita grosse e scure di grasso, quello nero che non se ne va neanche dopo che ti lavi bene e poi ti sfreghi con la pasta abrasiva. Allora tanto vale fottersene del grasso. Barore, se ne fotte. Mano sinistra dietro la schiena, lascia andare il braccio destro in avanti. E tira il dado. Lo segue con gli occhi, piega la schiena. Tipo un ballo con finale a inchino. E tutti guardano il dado che gira, uno. Gira, sei. Gira, cinque. Alla fine, cinque. Barore urla. La gente ride. Pareggio. Un pareggio capita. La calca attorno si avvicina troppo. Sorsata di birra, bicchieri sporchi, tante impronte digitali sul vetro, la birra cade per terra, poca, bagna la polvere. Indio si asciuga la bocca, passa il braccio sulle labbra bagnate, soffoca un rutto. Si gira verso il compare e gli passa il bicchiere. La faccia è il suo nome. Indio ha una faccia da indio, peli radi sul viso scuro, occhi neri profondi e naso da indio. Non lo puoi confondere, una faccia come quella ti resta impressa anche se l’hai vista solo una volta. Il suo compare gli allunga il dado e gli dà una pacca sulla spalla. Indio chiude le mani a conchiglia, agita le braccia. Avvicina la bocca al dado e soffia, sussurra, gli racconta qualcosa, lo minaccia e lo lancia, stirando le braccia, stringendo le spalle. Silenzio secco. Quattro secco. Le chiacchiere riprendono più alte. Ti prendono per il culo, povero Indio. Sei fuori. Indio abbassa la testa. Va verso il bancone a mani vuote. Il compare gli restituisce la birra, gli offre una sigaretta, gli indica Consuelo, sorride. Consuelo è l’unica donna nel locale. Il sa11


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bato ci sono anche due puttane, le portano apposta. Il sabato c’è più movimento. Consuelo in questo bar è come un fiore in mezzo ad una massata di merda. Ma lei non l’ha capito. Ha il ragazzo. Zio Corrias la fa lavorare al bar, è la più bella di tutte. Sta bene così. Scaldabagno e Barore sono ancora in gioco. Barore beve. Un sorso lungo, poi guarda l’avversario, lo guarda storto. E Scaldabagno guarda il dado che ha in mano. Un tipo magro e basso, con i baffetti sottili e tanto gel sui capelli allarga le braccia. Si scommette. Io non gioco da almeno vent’anni. Quel tipo lo chiamano Camaleonte perché ha gli occhi come un camaleonte e li muove come un camaleonte. Quando ti serve un’informazione devi chiedere a lui, se provi a fregarlo sei fregato, se hai soldi lui ti trova un affare ma è meglio che conosci qualcuno della zona. Altrimenti è meglio non fare affari con Camaleonte. Le scommesse da queste parti sono roba sua. Camaleonte controlla in mezzo alla calca di camionisti con le braccia larghe. Tutti sventolano banconote, lui le acchiappa con le mani rachitiche che si ritrova e segna al volo le puntate su un foglio a quadri. I suoi occhi fissano gli scommettitori uno ad uno, non gli sfugge niente. Tiene stretta la sigaretta nel lato sinistro della bocca, contrae il viso, strizza l’occhio sinistro accecato dal fumo. Scopre i denti gialli, neri e d’oro. Muovendo le labbra sistema meglio la sigaretta. Intanto ha sempre le braccia larghe, prende i soldi. Un sacco di scommesse stasera. Il giro è bello grosso. La quota è fissa. Il giocatore che vince prende il venti per cento. Gli scommettitori che vincono prendono in percentuale variabile in base a quante puntate ci sono 12


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sul loro uomo vincente: più puntate, meno soldi. Camaleonte guadagna il suo in base a chi gioca, a quanti sono, alle armi che portano, a quanto hanno bevuto. Il gioco non parte se non ci sono almeno dieci giocatori. Di solito dieci giocatori si trovano sempre. Anzi se ne trovano sempre di più. Poi si gioca finché non ne resta uno solo. Quelli che non giocano puntano su chi gioca. Camaleonte ci alza sempre qualcosa. Giocando a dadi si passa tutta la notte. Altre volte esce fuori un coltello. E quando gira così di solito esce fuori anche una pistola. Allora Camaleonte resta a guardare. Rigira l’anello che ha sul pollice della mano sinistra e pensa. Chi crepa per primo? Chi crepa per secondo? Chi non crepa? Camaleonte pensa. Qualcuno vince, qualcuno perde e quel topo di fogna ci alza sempre qualcosa. Se tira brutta aria, ma brutta tipo che ce l’hanno con lui, Camaleonte se ne va, sparisce e chi s’è visto s’è visto. Io, in tutto questo, sono il tizio che se ne sta appoggiato al bancone, con la maglietta bianca, il cappello bianco, la giacca scura sottobraccio e una mezza Ducados tra le labbra. Di fronte a me c’è un bicchiere basso e largo, tra un po’ lo alzerò per fare un sorso. Io bevo rum, solo rum, dammelo liscio e caldo e ti lascerò in pace. Mi faccio chiamare Aureliano ma da queste parti pochi conoscono questo nome, solo quelli che devono conoscerlo. Qua sono uno straniero. Infatti tutti mi guardano. Cercano di farlo con discrezione ma io mi accorgo lo stesso. Devo sistemare un paio di cosucce e poi torno a casa. 13

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I cani là fuori  

I cani là fuori ha la forza di un concept. Undici storie che sono ognuna prologo ed epilogo di una stessa trama, di una visione che abbracci...

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