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La crudele via della seta “Baco da seta” è il nome comune utilizzato per designare la larva di molte specie differenti di farfalle. La seta non è altro che la sostanza secreta da tali larve per crearsi un bozzolo dove poter effettuare la metamorfosi in farfalle. Essa si ottiene pertanto mediante l’uccisione delle larve prima che possano trasformarsi. La seta viene prodotta principalmente in Tailandia (dove l’attività è svolta per lo più da contadini, a loro volta sfruttati, che spesso la lavorano a mano), in Giappone e in Cina. La seta tailandese viene filata a mano dai bozzoli, che contengono la crisalide ancora viva. Essa non viene uccisa prima perchè ciò renderebbe più difficoltoso il lavoro di filatura. Servono fino a 50.000 bachi per una stola di seta. Il fatto che il baco e le farfalle siano esseri viventi è assolutamente irrilevante: vengono considerati dei semplici oggetti, eliminati dopo che hanno svolto il loro “compito”.

Pelle d’oca La pratica per ottenere le piume che vengono utilizzate per l’imbottitura dei piumini è particolarmente cruenta: esse vengono quasi sempre strappate direttamente alle oche coscienti senza alcuna anestesia, provocando ferite e un fortissimo dolore. Questa pratica, definita “spiumaggio”, viene effettuata per la prima volta all’età di otto Oche appena spiumate settimane, per poi essere ripetuta ogni due mesi. Quando, dopo due o tre mesi, la qualità delle piume inizia a diminuire le oche vengono mandate al macello o in alcuni allevamenti dove verranno sottoposte al gavage. Si tratta di un’iperalimentazione forzata che dura diverse settimane, essa avviene tramite un tubo metallico infilato nell’esofago delle oche, con lo scopo di farne ingrossare e ammalare il fegato, per produrre, una volta uccise, il paté di foie gras. Non tutte le piume provengono da animali spennati vivi. Altre vengono strappate dopo la macellazione, spesso da macchine elettriche, ma in ogni caso la piuma proviene dalla sofferenza o la morte di un animale.

Cosa puoi fare? Per generare reali cambiamenti è necessario andare oltre l’indignazione e diventare consapevoli e responsabili delle proprie scelte. Ognuno di noi continuamente varca l’entrata di negozi e supermercati per fare acquisti. Siamo stati trasformati in clienti da un’economia consumista e le nostre scelte risultano determinanti. I prodotti derivati dallo sfruttamento animale sono perfettamente sostituibili con prodotti alternativi, fibre vegetali e sintetiche: basta fare attenzione alle etichette. Ma la consapevolezza può anche guidarci fuori dalle logiche di una società che ci vuole consumatori e consumatrici, alla ricerca di una dimensione il più possibile indipendente e autosufficiente, verso l’autoproduzione e la responsabilità individuale. Viviamo in un sistema che si fonda solo ed unicamente sulla propria crescita economica, che poggia su settori futili e che non tengono minimamente in conto questioni etiche, tra cui quello della moda è solo un esempio. Tutti noi veniamo sottoposti a una pubblicità ingannevole e insistente che cerca di farci credere nostri desideri e bisogni decisi a tavolino da altri. Strateghi del marketing fanno di tutto per spegnere la capacità di ragionamento dei consumatori e spingerli a comprare sempre di più, e lavorano per instillare subdolamente nelle nostre menti stereotipi e pregiudizi sulla bellezza, il fisico adeguato, il vestito giusto, il modello perfetto di uomo o di donna cui somigliare. Quella che va spezzata è la logica che vede tutti gli esseri viventi, noi compresi, parte di un continuo ciclo di produzione e consumo, cercando di uscirne, di limitare i propri consumi e sprechi. Non comprare e consumare prodotti derivanti dallo sfruttamento animale è solo il primo passo. Se per prime non vengono abbattute le fondamenta della mentalità impostaci fin dalla nascita attraverso una cultura che passivamente accettiamo e riproduciamo quotidianamente, non saremo mai in grado di far crollare questa piramide di sopraffazione.

Gli animali non sono indumenti Quelli che oggi sono abiti nelle vetrine dei negozi prima erano lo splendido manto di un animale, un individuo a cui è stato strappato per una moda futile e crudele. Si tratta di uno fra i tanti modi in cui l’essere umano ha deciso di sfruttare gli animali. Ogni anno vengono uccisi più di 60 milioni tra visoni, volpi, conigli, procioni e foche, costretti per tutta lo loro vita nelle gabbie di un allevamento o strappati con metodi cruenti alla natura. Solo per farne pellicce. Dietro ad ogni capo in pelle e pelliccia o ad un semplice inserto si nasconde la sofferenza di questi animali, uccisi per profitto e vanità. Ma non solo, la sofferenza si nasconde dietro alla produzione di lana, seta, piume d’oca. I prodotti derivati dallo sfruttamento animale sono perfettamente sostituibili con prodotti alternativi, fibre vegetali e sintetiche: fai attenzione alle etichette!

Attivismo - Informazione - Liberazione NEMESI ANIMALE è un progetto per la liberazione animale, di ogni animale, umano e non-umano. Nasce per creare un cambiamento culturale e sociale, per contrastare chi lucra sulla vita di altri animali e per salvarne direttamente il più possibile dalle attività distruttive così diffuse in questa società. Nella mitologia greca Nemesi era considerata in origine la dea che distribuiva a ciascun mortale la sua sorte, non a caso, ma secondo giustizia e merito, per assumere in seguito la prerogativa dell’indignazione verso i potenti e i superbi sui quali faceva ricadere la sua inesorabile vendetta. La nostra lotta vuole portare giustizia agli essere viventi e alla Terra violata che non possono resistere e combattere, facendo in modo che essi possano vivere liberi.

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LE NOSTRE ATTIVITA’ Ci battiamo attivamente contro lo specismo e contro ogni forma di sfruttamento. Facciamo informazione: tramite la stampa di materiale gratuito, conferenze, tavoli informativi e volantinaggi. Facciamo attivismo: organizzando proteste, partecipando a campagne di pressione e al salvataggio diretto di animali. Facciamo documentazione: reperendo dati e immagini sullo sfruttamento animale.

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Salviamo la pelle

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Sembra difficile da credere, eppure colletti, imbottiture, cappelli, scarpe e borse spesso costano la vita a qualcuno


Per un pelo

Visone con infezione agli occhi Danimarca 2010 - Foto Anima

Gli animali cosiddetti “da pelliccia” vengono tenuti in gabbia per tutta la loro breve vita, ammassati in spazi ridotti, condannati a un’incessante sofferenza fisica (sono frequenti le deformazioni dovute al continuo sfregamento sulla rete metallica) e psicologica (lo stress e la reclusione forzata causano comportamenti ripetitivi, cannibalismo e autolesionismo)

Non meno cruenta è la cattura di animali selvatici, che spesso arrivano ad automutilarsi pur di liberarsi dalle tagliole, e, se non ce la fanno, rimangono in agonia per giorni. I metodi di uccisione spaziano dall’elettrocuzione anale e vaginale, a bastonate sul cranio, camere a gas e rottura delle ossa del collo. Per un solo capo si scuoiano fino a 240 animali (conigli, visoni, linci, foche, coyote, cani, gatti, cincillà e procioni sono le specie più utilizzate). I principali paesi produttori di pelli sono Danimarca, Finlandia, Svezia, Olanda, Polonia, Norvegia, Cina e Stati Uniti. L’Italia figura però tra i principali importatori In Italia esistono una quindicina di allevamenti di visoni e un allevamento di cincillà. La produzione italiana è di circa 150.000 pelli di visone ogni anno. Uno sterminio che avviene vicino a casa nostra.

Una volpe visibilmente malata e sofferente fotografata in un allevamento finlandese nel 2010 - foto OikeuttaElaimille

Quanti animali per una pelliccia Conigli 80 - 100 Agnello Karakul 18 - 26 Castoro 16 - 20 Cincillà 130 - 200 Coyote 12 - 16 Ermellino 180 - 240 Foca (cucciolo) 5-8 Lince 8 - 18 Lontra 10 - 20 Lupo 3-5 Martora 40 - 50 Nutria 25 - 35 Opossum 30 - 45 Procione 20 - 35 Visone 30 - 50 Volpe 10 - 20

PELLICCIA ETICA? Per ingannare l’opinione pubblica l’industria della pelliccia europea ha creato il marchio “Origin Assured”. Questo garantisce che le pelli provengono da allevamenti certificati per il benessere animale. In realtà gli allevamenti certificati OA sono esattamente uguali agli altri e durante investigazioni animaliste sono stati trovati animali nelle stesse pessime condizioni di maltrattamento e sofferenza.

GLI INSERTI DI PELLICCIA Uno dei più grandi tentativi dell’Industria della pelliccia di vendere i propri prodotti a ignari consumatori è l’utilizzo sempre più massiccio di inserti in giacche, sciarpe, cappelli e scarpe. Il pelo è ovviamente meno evidente che in un capo intero e spesso viene venduto a prezzi molto economici e rasato o colorato, in modo che non sia facilmente identificabile come vero e aqcquistato anche da persone che non comprerebbero mai una pelliccia. In questo modo la pelliccia è uscita dalle boutique ed è entrata anche nei grandi magazzini.

Pellicce di coniglio Una tra le pellicce più utilizzate negli ultimi anni è quella di coniglio: essa viene spacciata come un sottoprodotto dell’industria della carne e ha così trovato un appoggio anche da stilisti e marchi che avevano cessato l’utilizzo di pelliccia. In realtà una buona parte della produzione proviene da varietà di conigli allevati esclusivamente per la loro pelliccia, come il Rex e l’Orylag. Il costo inferiore delle pelli di coniglio ne permette la vendita a basso prezzo e la diffusione come inserto. In ogni caso poco importa se un animale viene imprigionato o ucciso per finire in un piatto o in un negozio di moda, quello che conta è che ogni animale dovrebbe vivere ed essere libero.

Macellazione di conigli Orylag Francia 2007 - Foto Caft

100% vera pelle

Contiamo le pecore

Quanto detto per la pelliccia di coniglio vale per la pelle, ottenuta come sottoprodotto dell’industria della carne. Va specificato che non si tratta in ogni caso semplicemente di uno scarto, bensì la pelle costituisce la metà dei profitti dei mattatoi ed è quindi un motivo per aumentare l’uccisione di animali nei macelli.

La lana fa parte di quei prodotti che a prima vista non sembrano particolarmente “crudeli”, ma nascondono la stessa sofferenza che deriva da ogni sfruttamento degli animali in nome del profitto.

A ciò va aggiunto il commercio di pelli esotiche (di coccodrillo, serpente, zebra, elefante, canguro, ecc.). Si tratta spesso di animali in via di estinzione, cacciati e uccisi unicamente per questo scopo.

Materie naturali Altro Cuoio Cuoio rivestito o sintetiche

L’IMPATTO ECOLOGICO DI PELLE E PELLICCIA

Altro punto oscuro dell’industria della pelle/pelliccia è l’inquinamento che essa produce. Gli allevamenti di animali “da pelliccia” e i cicli di produzione e concia di pelle e pellicce utilizzano e rilasciano un gran numero di sostanze tossiche e altamente inquinanti nell’ambiente. Le deiezioni degli animali allevati vengono spesso scaricate nel terreno e nei fiumi, contaminandoli e provocando gravi ripercussioni sulla natura circostante. Un visone prima di essere ucciso e scuoiato produce circa 20 chilogrammi di feci. Solo negli USA gli allevamenti creano approssimatamene 62000 milioni di tonnellate di feci l’anno e cioè immettono 1000 tonnellate di fosforo ogni anno nell’ambiente. Dopo che l’allevatore si è impadronito della pelliccia dell’animale, essa viene trasferita in conceria, dove avviene il ciclo produttivo conciario, costituito da una serie di trattamenti chimici e meccanici che fanno si che la pelliccia “grezza” venga trasformata da materiale organico (il manto di un animale) a “prodotto per capo di pellicceria” (pelliccia, accessorio, inserto). L’industria conciaria provoca inquinamento al suolo, ai fiumi e ai mari a causa della composizione chimica dei prodotti usati. Le sostanze pericolose e gli acidi impiegati per la lavorazione del cuoio sono causa di patologie come tumori, disordini nervosi, infezioni, irritazioni della pelle e morte prematura. Le concerie producono scarichi con notevole carico inquinante sia chimico che biologico e immettono nelle acque altissime dosi di cromo. Non a caso alcuni distretti su cui si concentra prevalentemente questa industria coincidono con aree a rischio ambientale.

Le greggi sono composte da migliaia di pecore, e, come diretta conseguenza, Pecora utlizzata per l’attenzione per le necessità ed i sperimentare il clipping problemi del singolo animale diventa impossibile e anti-economica. Poche settimane dopo la nascita, gli agnelli vengono sottoposti al taglio della coda e alla castrazione (praticate quasi sempre senza anestesia). Nel corso della storia sono state selezionate le razze che producessero una quantità innaturale di lana. Questo causa spesso problemi durante i periodi piu’ caldi, poiché gli animali sono sfiniti dal caldo, e nelle pieghe della pelle si accumulano facilmente urine e feci. Quest’ultime attirano le mosche a deporre le uova, causando notevoli problemi agli animali quando nascono le larve. Per questo gli allevatori strappano larghi brandelli di pelle alle pecore nella zona vicino alla coda, una pratica chiamata mulesing. Ciononostante, spesso le mosche depongono le uova sulle ferite sanguinanti, prima che abbiano il tempo di guarire. Di fronte alle proteste contro il mulesing l’industria della lana australiana, la più importante al mondo, sta testando un altro metodo chiamato clipping: applicare delle clip che stringono brandelli di pelle e non fanno passare il sangue, in modo che i brandelli vadano in cancrena e si stacchino da soli. La tosatura avviene in primavera. Il pagamento avviene di solito “per volume” e questo significa che i tosatori lavorano il più velocemente possibile, senza la benché minima cura per l’animale. Inoltre ogni anno un gran numero di pecore muore perché esposta alle intemperie dopo una tosatura troppo prematura.

Agnello legato che ha appena subito il mulesing

Mostrando ancora una volta la perfetta analogia con gli altri tipi di allevamento moderni, quando le pecore iniziano a diventare “improduttive”, vengono immediatamente mandate al macello per essere sostituite con animali più giovani e redditizi.

Salviamo la pelle  

Un pieghevole a 8 facciate dettagliato e ricco di immagini sullo sfruttamento degli animali per farne indumenti e per l’industria della moda...

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