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michele viola ama il tuo nemico una teen fiction per tender hearts e fag boys

introduzione di Daniela Casarini

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A Ilenia

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Prologo "Ma io vi dico: Amate nemici" Matteo 5,44

i

vostri

Il periodo della scuola è di certo indelebile nei ricordi delle persone, primi amori, prime sigarette, primi gran torcioni di nascosto al bagno, prime insufficienze (per i pochi eletti che non c'avevano già fatto il callo alla scuola media), l'apparecchio che quando lo togli credi di diventare d'improvviso bellissimo e invece fai sempre schifo, le punizioni, il cazzeggio con gli amici, i calci nei reni, che bel periodo. Questa storia prende vita in una qualche scuola di un qualche paese

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italiano. Leonardo era uno dei più vecchi lì dentro, prossimo al congedo. Mancavano solo 178 giorni. La scuola, per certa gente, è un po' come il Vietnam raccontato da qualche regista famoso in qualche film storico. Non vedi l'ora di menar le tolle, lasciare i tuoi cari amati compagni ed i tuoi disponibili professori a bagnomaria nel fango dove meritano di annegare. Se c'è un solo motivo per svegliarsi ogni mattina ad orari assurdi, dopo aver dormito sì e no quattro ore con fatica, presentandosi tipo zombie, sempre più difficilmente ogni volta, è proprio il pensiero che un giorno questo schifo finirà. Lo stesso giorno in cui si entra nel tunnel della nostalgia, d'improvviso si diventa responsabili, d'improvviso giunge il momento di rimpiangersi, di dire 'se avessi studiato non farei di certo il lucida scarpe per

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mantenere i miei diciotto figli', di pensare 'oh, che brigata di manigoldi, che bei vecchi tempi e quanto ci divertivamo'. La vita, sÏ, insomma, piomba con tutto il suo dolce peso sui gracili corpicini degli irresponsabili studenti, che pensano d'essersela cavata una volta per tutte. Ma questa è un'altra storia. Leonardo aveva due motivazioni forti. La prima, come abbiamo detto, era quella di potersene andare, prima o poi. Ed aveva un buon cervellino e tutte le carte in regola per farcela. La seconda erano le ragazze. La scuola pullulava di belle ragazze e se si era capaci di ritagliarsi i giusti spazi ed i giusti tempi, si potevano fare rimorchiate molto approfondite, manco fosse il sabato

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sera. Però, e questa storia ne sarà a voi, cari lettori, la dimostrazione, non bisogna mai sottovalutare le ragazze, neanche dall'alto del proprio strapotere di latin lover. PerchÊ sorprese terribili serbano quegli esili corpicini con capelli ben curati, trucco e vestiti mai casuali, e mai comodi. Leonardo aveva scherzato un pochettino con le sue spasimanti, ma siccome ad un certo punto l'inconscio bussava alla porta del cervello e diceva "Oh, tu ora vuoi provare nuove sensazioni", cioè tradotto: le fatidiche parole che ti rovinano, all'improvviso egli decise di cercarsi una ragazza. Una palla al piede. Una plasmatrice dei suoi impegni, delle sue abitudini,

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dei suoi interessi, dei suoi amici. Il metronomo della sua giornata, qualcosa di cui non ha mai avuto bisogno. Il medicinale con un sacco di effetti collaterali, salvo dare piacere ed avere un godibilissimo retrogusto mastrolindo al limone. L'uomo può vivere benissimo senza nessuna donna fino a trent'anni, ma siccome tutti ci cadono, perchÊ dovrebbe dimostrare agli altri ed a sÊ stesso di essere un fallito? No! Non sia mai! Leonardo conobbe Anita, parlottarono, risero di battute insignificanti, condivisero i loro artisti musicali insignificanti preferiti, parlarono di cose insignificanti, uscirono il sabato sera in discoteca e dopo un pesantissimo Cuba Libre si cacciarono la lingua in gola ed ufficializzarono su Facebook il tutto. CosÏ andava al giorno

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d'oggi. O non andava. Le donne non sono mai troppo svelte per chi ha le idee chiare nÊ troppo lente per chi non ci sa fare. Stan sempre nel mezzo. Sempre nel mezzo. E dopo questo ridicolo corteggiamento, a scuola si chiacchierava di Leonardo ed Anita, che al veglione di sto cazzo erano 'usciti' sui divanetti tra le 00.45 e l'1.15, prima che i genitori li andassero a prendere per metterli a nanna nella culletta. E loro passavano fieri, mano nella mano, invidia delle pupette che per Leonardo stravedevano ed orrore degli amici del ragazzo, che vedevano in Anita una, seppur piacente, minorenne con il quale non sempre si è disposti a rischiare le manette. Ma l'amore è cieco e non ha età, non sono queste

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le lezioni del cantautorato che tanto ci sta a cuore o, peggio, dei cioccolatini? Le storie sono fatte per andar male, quando si è adolescenti. Perché l'ormone vince quasi sempre sul buon senso, sui veri sentimenti, e qualche bastardo è sempre pronto a rovinarti la festa. Che poi se uno ci pensa bene è veramente il caso di parlare di fedeltà? Di rispetto? Si parla di fedeltà e rispetto al neonato che sorbisce latte dal grembo materno? Beh, intellettualmente, neonato e adolescente, siamo in situazioni analoghe. Bisognerebbe essere dei bulli per mettere in preventivo tutte queste cose, ammesso e non concesso che le storielle premature lo meritino, ma quando si è cotti per un bel faccino, ed a tutti ahimè è capitato, si pensa a niente

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per ore. A niente! Non si riflette... ed il male trama sempre alle spalle.

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1 Dopo due mesi di sfiancante, mieloso e cariante 'amore' giovanile, ci furono un po' meno occhi a forma di cuore ed un po' piÚ routine. Ah, la cara e vecchia routine. Quella che ti fa dire "ma che cosa sto vivendo a fare, scusate?". Per fortuna Leonardo non era cosÏ intelligente da porsi domande simili. Era divenuta routine e basta, ma lui mica se ne accorgeva. E lei? Anita? Tanto meno. Anita faceva prima liceo, aveva la borsa di Hello Kitty e sostanzialmente viveva ancora nel mondo di Totoro. Di Bim Bum Bam alle 4 e di Teen Toon Town all'una. Vivevano per inerzia e manco se ne accorgevano, perciò erano felici. Dannati teen agers.

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Era alle porte un evento importante, un open day semplicissimo dove, con la consueta ipocrisia, veniva presentata la scuola agli alunni del domani, come la migliore delle scuole possibili. Per far piÚ bella figura si spiattellava lÏ in mezzo qualche primina carina a dire frasi palesemente studiate a memoria e, per contrasto, qualche veterano per far capire che è anche possibile arrivare in fondo. Possibilmente in meno di dieci anni. Praticamente i proff obbligavano gli alunni a partecipare a questa menata, dunque un sabato pomeriggio random dell'anno solare eri in trappola. Dovevi farlo, se ti sceglievano. Leonardo, per suo immenso gaudio, lui che per quella giornata aveva altri progetti, che variavano dal dormire, al giocare

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all'xbox, al farsi un giro centro, fu scelto. Anita no.

in

Lei rimase dunque a casa, a mangiarsi un chilo di gelato di fronte a qualche film sordido, a spiagnucolare e concludere il tutto con una toccata di quelle epiche. Le donne smettevano di farsi fisime sul peso quando erano fidanzate. Era il regalo per il proprio moroso: cominciare avendo per le mani un bignè di ragazza e finendo con un profiterole Nel mentre, Leo era a scuola, seduto in un angolo a parlottare con amici scelti come lui, guardando con la coda dell'occhio tutti gli altri che lavoravano sodo con un insolito entusiasmo. Da dove la tirano fuori la voglia, l'entusiasmo, i giovani? Si vede che, per questioni cronologiche, la

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borsa non s'è ancora rotta abbastanza per vedere le cose come realmente sono. E quando, in situazioni come quelle, il promiscuo mischiarsi di gente che a scuola non s'è mai incontrata, l'entusiasmo e la voglia di far nuova la giornata, eccetera eccetera, capita che ragazze e ragazzi provino a fare la loro conoscenza. CosÏ. Per passare il tempo. Giusto per ricordarsi, una volta tanto - e spesso ce lo dimentichiamo -, che siamo dannati animali, con dannati istinti. E dannate tendenze a farci imbarzottire il pisello. E Gaia, classe prima, ed i suoi amichetti, fece la conoscenza di Leonardo, classe quinta, ed i suoi amici. Simpatica, Gaia, e carina. Sveglia per una della sua età. Leo e Gaia parlarono di come sono piccoli, i

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liceali del domani. E ne parlavano con tale convinzione che qualcuno serio avrebbe potuto pensare che loro due non s'erano mai visti allo specchio manco per sbaglio. Gaia aveva appena compiuto 14 anni, eh sì, era una donna oramai. E Leonardo ne aveva 18, era un ometto! E si mettevano a fare discorsi su quanto la gente è bambina, quando quella sera, probabilmente, sarebbero collassati dopo due giri di Bacardi Breezer alla discoteca dei fighetti, dj set Provenzano, costo entrata 20€. Gaia aggiunse, quella sera, Leo su facebook e rimpianse amaramente di non essere aggiornata sul gossip quotidiano scolastico. Relazione stabile con Anita. Non lo negava: ne rimase delusa. Pensò che il

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mondo era ingiusto o qualcosa di simile. Che i migliori sono fidanzati e queste cazzate. Gaia non sapeva proprio nulla di chi fossero i migliori. E mentre Anita stava per farsi il suo consueto, serale, giro panoramico di cazzi altrui sul profilo del suo moroso, indossando il pigiama, con i capelli spettinati, gli occhi come fessure, il buio nella stanza, la luce del monitor, vedendo la nuova amica di Leo, scoreggiò dolcemente.

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2 Sabato sera. Disco evening da venirsi nelle mutande tipo subito. Prevendita. Tutto organizzato. Leo e Anita, come al solito. BMW. Chiaro, quale mezzo migliore di un macchinone per il figlio neo patentato? I padri col grano hanno sempre avuto qualche problemino a distinguere quella che è l'incoscienza, e quello che invece è un pallido e ridicolo tentativo di farsi amare dal proprio pargolo. E siccome null'altro si ha se non i soldi, ce la si può solo comprare, la fiducia. Leo guidava una merda. Ogni tanto

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sbagliava le precedenze e cose così. Perciò doveva impiegare tutta la concentrazione possibile quando era al volante, onde evitar di mandare in sacrifico al creatore delle vite umane. E fu proprio in quel momento di estremo pathos. Di pesantezza nell'aria. Di profumo di morte e lamiere e macerie e testa bloccata con la faccia sul clacson che continua a suonare eccetera eccetera che Anita lanciò la prima pietra. "Com'è andato Tutto a posto?"

oggi

l'open

"Tutto bene, tutto bene. cose, fondamentalmente."

day? Solite

"Conosciuto qualcuno?" "... in qualcuno?"

che

senso

conosciuto

"Se hai conosciuto qualcuno. In che cazzo di senso dovrebbe

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intendersi?" "Beh... non lo so. Comunque no, non ho conosciuto nessuno." "Neanche una che si chiama Gaia?" "..." "Sono entrata col tuo profilo per farti uno scherzo ed ho visto una conversazione iniziata..." Anita indossava calze chiare sottilissime. Una minigonna molto corta, scarpe col tacco, camicetta e giacca stretta bianca. Fuori la brezza autunnale si faceva sentire. Le donne avevano uno stomaco d'acciaio, since Raffaella Carrà. Da quando c'è 'sta moda scandalo dell'ombelico di fuori miliardi di pulzelle hanno esposto al vento ed a tutti quanti il loro nodo stomacale, le loro panze da chiattone talvolta, o il loro

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addominale palestrato ridicolo. Resta il fatto che le donne hanno, a mio parere, un potere magico. Nonostante tutta questa sporgenza senza alcun senso, nonostante i -8 gradi al mattino, nonostante tutto, non si cagano mai addosso. Mai viste una volta al cesso perchĂŠ gli scappa da cacare. Robocop o Terminator, al loro posto, cederebbero molto piĂš facilmente. Comunque Anita in tutto avrĂ  avuto dieci centimetri quadrati di vestimento, addosso. E stava sentenziando. "... con una tizia che si chiama Gaia. Lei t'ha chiesto che fai stasera. E tu gliel'hai detto. E poi lei ti ha detto: 'ma che coincidenza! pure io vado dove vai tu!'." "Beh,

ti

ricordi

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tutta

la


conversazione a memoria?" "Più o meno. Allora, non rispondi?" Fidanzatini del 2010. Deprimenti. Uno dei cliché a dir poco tipici dei rapporti odierni è lo scambiarsi, consenzientemente (ed è questa la cosa che gela il sangue nelle vene), la password dei vicendevoli profili Facebook. Cioè la metaforica chiave di tutti i segreti che uno può custodire. La parola d'ordine per i cazzi altrui. Consegnata così, su un piatto d'argento, come se fosse roba di poco conto. La vendita gratuita ed insensibile della propria intimità. La telecamera del Grande Fratello che ti sbircia quando sei seduto sul water. Il genitore curioso che forza il lucchetto del tuo diario segreto di Barbie. Il bimbominkia che ti legge i messaggi sul

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telefono. Fiducia. Parola da abolire, nell'immaginario collettivo. E 'Amore' la seguirà presto a ruota. "Beh, che devo rispondere? Sì, m'ha aggiunto sta sera, perché? Abbiam parlato, e allora?" "E allora? E allora!?" Ci fu una pausa. Leonardo stava per schiantarsi contro qualche cartello di Stop. Imballò successivamente la macchina in salita. Rischiò di riuscire in un'impresa epica e paradossale, tamponarsi da solo. Anita riprese: "Da quanto tempo la conosci quella?" "Ma... Cristo, Any, ci ho parlato due minuti all'open day così, per fare due parole. Che cazzo stai farneticando?"

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"E allora perché facebook? Perché quella conversazione? E perché, soprattutto, mentirmi quando ti avevo chiesto se avevi conosciuto qualcuno!" Concerto di clacson di guidatori mediocri suonava tutto per il nostro Leo. "Senti... Ho una bocca, ok? Ho una forma ed una dimensione, ok? Queste cose mi fanno uomo, e quando dico uomo non intendo dire maschio, intendo dire uomo, mammifero. E sai cosa fanno gli uomini, mammiferi? Comunicano. Comunicano tra di loro. E non è che sotto sotto ci sono relazioni nascoste o puttanate simili. In due parole dette così, disinteressatamente, non c'è un cazzo. Come è vero che io, 'sta Gaia, sappia a malapena come sia fatta."

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Povero Leonardo, perché menti alla tua cara Anita e per di più menti a te stesso? Perché non hai ancora capito che non esistono parole disinteressate? Perché credi ancora nell'amicizia tra uomo e donna? Perché non hai ancora capito un cazzo di niente? Comunque, dopo quelle parole Anita si calmò, sembrò più tranquilla. Naturalmente non ne aveva percepito l'ipocrisia, la semplicità. Era giovane lei. S'accontentava con poco. Di lì a poco avrebbe bevuto un cocktail e sarebbe svenuta per il troppo apporto alcolico della bevanda. E la chiavata del sabato sera, probabilmente, per l'ennesima volta, sarebbe divenuta di nuovo sogno. L'aria divenne Finalmente si poteva

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respirabile. odorare, in


tutto il suo splendore e in tutta la sua chimicitĂ , l'immortale Arbre Magique al mandarancio appeso sotto lo specchietto retrovisore di una BMW che sfrecciava in quarta marcia ai 40 all'ora, in Tangenziale Nord.

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3 Arrivati all'Odissea 2001, parcheggiata la barca, mostrata la preve da dieci sacchi al butta, entrati, subito diretto Sex on the Beach, e sulla pista da ballo o sul cubo. Il cubo, che cazzo d'invenzione. Ragazze che rischiano la vita, sospese da terra, cercando di mantenere l'equilibrio con le luci stroboscopiche che impediscono movimenti limpidi del proprio corpo. Ammassate con qualche decimetro cubo a disposizione per sculettare e risolvere che cosa? Cioè, ammesso e non concesso che ballare in un posto pieno di gente abbia un senso, rispetto al farlo da soli per i cavoli propri, ma mi

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sfugge proprio danzare sopra un Sopraelevati. E' di senso. Atto cosa?

la sfumatura del cubo, per giunta. un concetto privo a dimostrare che

L'Odissea 2001 era un posto da sballo. Viveva e si faceva di minorenni e delle mance dei loro nonni. O dei loro genitori. Del lavoro e dei sacrifici. Era il set delle serate liceali e del limone duro. SĂŹ cazzo, quello umido, la lingua in gola che ti provoca il conato, le toccate di fregna epiche alle minorenni, far nasare il dito agli amici subito dopo e loro che ti offrono il prossimo giro, buttarsi nel fiume della pista da ballo, muoversi a caso ascoltando pezzi terribilmente mixati. Terribilmente noiosi. Senza creativitĂ , senza

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inventiva. Tette, zizze, zinne, seni, chiappe, culi, sederi, di dietro, posteriori, fiche, vagine, puchiacche, tutto a portata di mano. Paradiso terrestre. Eden orgasmico ed orgiastico. Tutto questo era Odissea 2001. Le insegne al neon, nessuna linea di dialogo, nessuna riflessione. Staccare la spina del cervello, e non riattaccarla mai piĂš. Anita era fuori da un pezzo. Non barcollava, ma aveva giĂ  iniziato a dire la sua solita tiritera di stronzate con le amichette. Se la ridevano di gusto, ma erano solo ubriache. La Pepsi, di questi tempi, era roba tosta, signorsĂŹ. Leo non aveva gran voglia di palle al piede. Era vestito scazzo, si comportava scazzo e viveva scazzo in quel momento. Beveva il suo

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drink, parlottava con gli amici, non rideva molto. Non che qualcosa lo turbasse, in verità non gliene fregava un emerito cazzo d'essere appena entrato all'inferno e non essersene manco accorto, semplicemente era stanco. Esausto. Rincoglionito dalla scuola, dai professori che gli abbaiavano gli ordini, dai compiti da svolgere, dalle interrogazioni da fare, le verifiche programmate. E i turni di classe che non si è mai capaci di decidere. Che ci si scanna sempre, come se il votino di merda in piÚ che puoi prendere ti realizzi la vita. Stronzate. Il sonno. Ecco. Il sonno, una buona dormita era la risposta. Finalmente Leonardo cominciava a crescere, a capire uno dei grimaldelli per scassinare la serratura di questa vita del cazzo. Senza

che

se

ne

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accorgesse

chi


spunta? Miei cari lettori, non starei a parlarvi di complessi di ragazzini in una teen story se non fossi scontato come l'avvento del brivido mentre stai pisciando, o come il finale di un filmato porno. Ovviamente era Gaia. Gran topolina, non c'era niente da dire. Pantaloncino, collant, rossetto, phard. Un chilo. Una faccia ricoperta di terra, da affondarci e soffocarci. Si caricò la molla. Era inevitabile. Ciao, ciao, bacino del saluto, come va, come stai, di qua e di là, ti stai divertendo, dove sta la tua ragazza, è in un angolo a vomitare con le amiche, io sono sola, balliamo, eccetera. Leonardo rifiutò. Povero stronzo. Rifiutò ragazza.

perché Rifiutò

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lui aveva perché lui

una era


innamorato. Rifiutò perché non voleva deludere Anita. Rifiutò perché era un bravo ragazzo, sostanzialmente. Il suo povero uccellino bestemmiò e lo maledì. Leo gli rispose che tanto, trasgressivo che fosse stato, non l'avrebbe messo in funzione, l'attrezzo. Aveva ragione, c'era da dargliene atto. Ma era un cretino. Un fesso ingenuo. Quando hai un'erezione troppo prolungata capita che lo sperma prodotto nei propri testicoli vada in eccedenza, la cosa si manifesta al corpo in una sola maniera. Dolore. Un mal di palle epico. Non era il caso per quella sera. E poi... c'era da portare a casa

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Anita. Se per caso, in un lume o barlume di lucidità lei l'avesse visto, ci sarebbe stato l'interrogatorio. Gaia era davvero splendida. Per essere una quattordicenne. Si caricò di nuovo la molla. Doveva smettere di guardarla. Fissarla. Forse doveva controllare come stava Anita. Si avviò con tutte le buone intenzioni di questo mondo, ma nella strada incontrò lo Ste. Saluti, abbracci, eccetera. "Che merda di serata." esordì lui, "Non Leo.

mi

pare

così

male."

rispose

"Non ti pare così male? Cosa c'è di bello?"

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"Beh, c'è gente, c'è casino. La musica è dinamica. Le ragazze vanno fuori di testa." "Ma che parli tu, Casanova, che sei fidanzato?" "Sì, sì, era soltanto un modo di dire." "Anita?" "Sdraiata su collassata."

qualche

divanetto,

"Ti dico una cosa. Tutto questo è una merda." "Perché è una merda, Ste? t'intristisce, in tutto ciò?"

Cosa

"Vedi... io ho vissuto un'adolescenza 'diversa' in termini di donne e così..." "Sei frocio?" "Forse..." replicò Ste ridendo "il fatto è che la mia adolescenza non

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l'ho passata sul motorino a portare minorenni al parchetto del paese, a limonarmele sulla panchina, poi tornarmene a casa coronando il tutto con una sega di quelle epiche" "E cos'hai fatto, da giovane?" "Ma non ha importanza cosa facevo da giovane. Ha importanza il fatto che ce ne sono stati tanti come me, vuoi per menomazioni fisiche momentanee, tipo gente con l'apparecchio in bocca, o per un fisico non ancora completamente sbocciato e..." "E, beh... vai al sodo, Ste" "Il sodo è che certa gente, a diciannove anni, crede di poter recuperare le cose che non ha fatto da giovane. Hai capito questo?" "Che c'è di male?" "Beh,

è

una

cosa

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fottutamente


odiosa, ecco tutto." "Ma perché mai, Ste... Farsi una ragazza non è odioso, è solo... boh, normale." "Sarà come dici tu. Sarà che molto presto te lo prenderai nel culo." "Felice di questa chiacchierata Ste. Grazie per l'avvertimento. E' stato un piacere. Devo andare a vedere in che secchio sta vomitando la mia ragazza." "Chiava, Leo. E fottitene delle ragazzine, porca puttana. Tu non sei come me. A te non frega un cazzo." Era vero. Leonardo era così. Stupido. E gli stupidi hanno un potenziale enorme per le mani in tema di donne. Perlomeno prima di raggiungere i 20. Possono vivere la vita di cose sordide senza

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accorgersene candidi.

ed

uscirsene...

L'Amore. Ecco un'altra merda.

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4 Era stata una bella serata. Stroboscopica. Acida. Dolciastro sapore di succo gastrico in bocca, rotazione verso antiorario degli occhi, o del mondo intorno a sĂŠ. Ma era forse il tempo di raggiungere la propria magione per un lauto sonno. Il pranzo domenicale a casa della nonna, pronta ad imburrare ogni alimento esistente, incombeva e bisognava essere pronti di stomaco. Non bisognava esagerare. Il viaggio di ritorno fu tranquillo, nella macchina di Leo. Anita, cotta, ciucca, silenziosa, testa rovesciata sullo schienale, bocca semi-aperta, lingua secca e nido di piccioni in gola. Radio

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accesa al minimo. Mother dei Pink Floyd, alle due di notte. Sembrava quasi di vivere in un bel mondo. Le luci della notte, qualche stella, strade deserte, solo il rumore del traballante motore della BMW guidata da un demente, ed il mondo a nanna. Ed un pensiero, un chiodo fisso nella mente, la ragazza che ti sta rapendo il cuore. Leonardo era preoccupato, aveva pensato tutto il viaggio a Gaia, alla simmetria ed alle forme perfette del suo culo nell'atto dello sculettare. Sapeva già cosa fare, al ritorno a casa. Fatto è che quella ragazzina aveva invaso troppo i suoi pensieri. E lui non era un'anima libera, ma peggio, era un innamorato. Sia le anime libere, sia gli innamorati, non possono permettersi che figure estranee con suadenti corpi e movenze invadano

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le meningi troppo a lungo. C'era da fare qualcosa. Dimenticare. Barcollando, giunta la sua fermata, Anita ci mise un buon cinque minuti per scendere dalla macchina. Dopodiché sarebbe stata sola, alle prese con la porta di casa. Non oso immaginare. Leonardo le diede un bacino sulle labbra e la lasciò andare. Piacevole retrogusto di vomito fresco. Anita non lo aiutava. Sembrava che quella sera facesse di tutto per sembrare uno schifo. Fece manovra, rischiò di fare la fiancata ad un Audi lì parcheggiata, e si diresse verso casa. Erano le due e trenta, ma la RedBull stava rimontando bene. Non aveva sonno. Così accese il computer, mise un po' di musica al minimo, e sì. Trovò Gaia connessa su Facebook. S'inventò che la chat non gli funzionava bene, si fece

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dare l'indirizzo di MSN, chiuse la conversazione su FB per mai riaprirla. Ora era salvo. Ora era in incognito. I giovani d'oggi non erano dei gran chiacchieroni. Dovevano subito arrivare al dunque. Quando mancavano le parole doveva esser lì pronta la lingua. E le parole, per questo, scarseggiavano. Improntare un rapporto sul Logos non era cosa, forse, più adatta. Però ahimè da due monitor non si può fare molto altro. Certo, nella vita reale, erano dei bambolotti. E tutto quello che riuscivano a dire di importante lo facevano con minimo un chilometro di distanza l'uno dall'altro. Non so cosa furono, se i fumi dell'alcool o le parole dello Ste,

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o ancora il barlume di consapevolezza di vivere in un momento speciale della propria vita, e che era giunto il momento di approfittarne, ma Leo si fece sfuggire un "Sai, avrei voluto ballare con te stasera, ma... la mia ragazza". Quando un uomo ubriaco, alle due e mezzo del mattino, esordisce con una frase del genere con una ragazza su una chat di qualche tipo, significa che sta pescando. Nel mondo ci sono due mazzi, uno di carte pulite ed uno di carte sporche. Leo aveva pescato il Jolly sporco. L'intero discorso, del sesso e della fava grossa ne divenne metafora. Parlavano in modo tipicamente giovanile di cose tipicamente giovanili, ma era chiaro che volevano l'uno l'organo

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genitale dell'altro. Era scritto su delle insegne al neon enormi e luminosissime di fronte a loro. Le vedevano tutti, quelle insegne. Tranne loro. Loro erano ricoperti da una montagna di merda, dalla quale erano accecati. Quando si dice... essere nella merda fino al collo, oppure: quando ci sei troppo dentro non capisci nemmeno le cose piĂš semplici. Si salutarono in maniera innocua ed andarono a dormire. Nessuno era andato strano perchĂŠ lo entrambi.

al dunque, desideravano

Oh, dannata tendenza giovanile a girarci intorno, alle cose. Alle relazioni. Alle banalitĂ . Alle scontatezze. Statisticamente un adolescente perdeva circa un mese

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di vita a girarci attorno. Ed altri tre mesi li perdeva davanti ad un semaforo. Capite che non è facile, arrivare a trovare il senso dell'intera esistenza, di fronte a questi nudi e crudi dati.

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5 La mattina seguente Gaia, in casa, stava sistemando gli smalti e si decorava le unghie. Smalti. Esistono alcuni tipi di donna che possono inzoccolirsi di un considerevole numero di punti solo mettendo dello smalto. Altre magari mettendo un paio d'occhiali. Insomma i dettagli fanno la differenza, eccome. E se ci pensate è bizzarro. Perché pitturarsi le unghie o farsi un tatuaggio, un buco in faccia, un taglio di capelli esoso, eccetera? Perché tutto sto culto dell'apparire, della società veloce che corre e non ha tempo di fermarsi a vedere cosa c'è dietro, dell'alienazione? Nessuno sa la risposta, ma tutti sono depressi, al giorno d'oggi. Metà delle persone perché non

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capiscono un cazzo. L'altra metà perché l'altra metà non capisce un cazzo. Una volta finito di darsi il bianco addosso, Gaia rimise a posto le sue cose e andò al computer. Nell'aria un acre ed insopportabile odore di acetone e cherosene e acqua ragia e tutti i prodotti affini da lei usati. Il computer era occupato dal fratello maggiore. Che stava su Skype a chiacchierare e non poteva, nell'immediato, abbandonare la postazione. Dannazione. Gaia capì in quel momento che si stava, improvvisamente, annoiando. La noia è una cosa pericolosa, per i giovani. Perché li fa pensare. Gaia accese la tele e risolse l'annosa situazione.

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Suo fratello si chiamava Marco e parlava con la sua fidanzata che abitava tipo lontanissimo da lui. Ebbene sÏ, era uno dei fieri sostenitori e fruitori delle tanto discusse, ma anche, ahimè, tanto popolari, storie a distanza. E si dicevano smielaggini insopportabili tutto il tempo, credendo di far parte di qualcosa di speciale, per poi accorgersi dopo qualche mese che "non erano fatti l'uno per l'altra". Un momento. Questo accade anche nelle relazioni non a distanza. Beh, ad ogni modo, i giovani hanno pure questo nuovo credo, amplificato con le tecnologie comunicative odierne. Non solo, tante persone non se la possono permettere una storia con qualcuno nei paraggi, perchÊ potrebbe vederli in faccia, no?, e allora si affidano a questa simpatica

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lotteria. Che come lotterie è truccata.

tutte

le

In tele davano programmi di prim'ordine, dall'alto spessore culturale e intellettuale, su Canale 5. Gaia amava impapparsi la mente di quelle cose e non pensare ad altro. Lei viveva, e bene tra l'altro. Chi pensa troppo alle proprie circostanti situazioni finisce presto nel vortice della depressione. Ma il modo migliore per combattere la depressione è l'ignoranza, e Gaia era laureata in questa branca della medicina. Telefono. Sms. Laura. L'amichetta. Ogni ragazzina ha, per definizione, un'amichetta. Quelle tipo ti lovvo forever bestfriends non litigheremo mai ci lecchiamo la fighetta e queste cose. L'amichetta di Gaia era Laura. Si tenevano

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costantemente aggiornate su tutti i cazzi loro e altrui. Condividevano al cento per cento la loro intimità. Contente loro. Non capisco come si possa aver bisogno, biologicamente o spiritualmente, di una persona sempre accanto. Una persona costantemente informata di tutto quello che succede nella propria vita. Si vede che, chi ha veramente bisogno di questo tipo di amicizia, ha una vita talmente felice, a saltellare come un'anguilla su prati sterminati verdi assieme a Tinky-Winky e gli altri Teletubbies, che si può permettere di accogliere per sÊ, i malumori e le disavventure di un'altra persona. Se questa è amicizia, questa nebbia costante, spessa e opprimente, che circonda costantemente la propria persona,

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di ipocrisia, sparatemi un colpo con una 44 Magnum o un fucile coi controcazzi e crematemi, così son sicuro che non mi sveglio più. Marco, seppur fosse un coglione che parlava su Skype con la fidanzatina ologrammica che credeva d'avere e magari Mandingo se la stava inchiappettando la sera prima a sua insaputa, era già un tipo diverso. Non so dire se sia un approccio prettamente maschile alla vita, forse sì forse no, ma lui le sue sofferenze le viveva da solo e in pace. Senza gentaglia tra le palle. Ed aveva i suoi momenti di riflessione. I momenti di solitudine in cui puoi, per un attimo, escludere il tuo cervello dal mondo esterno. Sottrarti all'alienazione della società, una volta tanto. Basterebbe, non dico molto, solo... cagare una volta al

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giorno. E starsene mezz'oretta in bagno per i cavoli propri. Non si rischierebbe mai lo stress, così facendo. Ma invece la gente appena sente la parola merda si deve scandalizzare, e vabé. Gaia e Laura parlottarono, anzi, 'messaggiarono' (uno dei verbi più brutti al mondo, assieme a "fare sesso" e pochi altri) di Leo. Era un chiodo fisso per Gaia, in quel momento, ed il pensiero che fosse già fidanzato la mandava in bestia. Alla fine Marco finì di dirsi le troiate con la sua amichetta Francesca e lasciò libero il pc. Ci si appostò Gaia. Quella era la sua giornata fortunata. C'era connesso Leo. Quel pallino verde che ti mette la felicità addosso. Probabilmente era rimasto connesso immobile davanti al pc dalla sera

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prima ad aspettare che riconnettesse. Tipico piccione/monumento.

lei si fattore

Gaia compose alla tastiera un 'ciao'. Pigiò invio e la finestrella passò da grigio chiaro a grigio scuro. Il pallino prima pieno e verde e vitale divenne in un attimo simbolo di vuoto e tristezza e morte e di tutte le cose brutte del mondo. Leonardo è offline. Dannato Facebook.

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6 Domenica. Leo si alzò tardi, erano almeno le 11. Stette un po' nel letto in solitudine. Controllò se c'era. C'era. Lo usò. Si pulì. Fece colazione - per gli altri pranzo con tortellacci ripieni Giovanni Rana, bistecca e patatine ed un dolce da ottomila calorie. Per tutta la giornata poteva star tranquillo, era a posto. La domenica passò in fretta, nella consueta e solita noia, si guardò il Milan che tifava, un film, un po' di xbox a pascolare su Oblivion, un po' su internet e via. Fece un'operazione classica delle giornate giovanili, cioè legare il giorno ad una corda e trascinarlo senza aver fatto nulla di che.

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Nulla di entusiasmante o utile. Una piaga per il mondo. Lunedì mattina. 0.7 gradi, diceva la centralina meteorologica che il padre di Leo, fanatico del tempo, inteso come what's the weather like today, aveva comprato. Comunque la lingua inglese non è la lingua di Dante, ma in certi casi è seriamente più precisa della nostra. Time e weather sono due cose precise. Noi diciamo tempo. Ought e must hanno un significato preciso. Noi diciamo dovere. In compenso però se dobbiamo mandare a cagare qualcuno abbiamo all'incirca centocinquanta mila modi, mentre in inglese ce ne sono, se si è particolarmente fantasiosi, quasi due.

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Leo si mise il giubbotto, la sciarpa Burberry costata gran soldi, prese tutto l'occorrente e uscĂŹ di casa per dirigersi verso la scuola. Chiuse a chiave l'uscio. Fece un passo. Si sentĂŹ leggero come una piuma trasportata dalla brezza primaverile. Stava stranamente bene, specialmente se si pensa a quanto era appesantito dal pranzo domenicale la sera prima. Quei pranzi che tipo non molli dei rutti lisci. Belli sonori e succulenti, ma ti si incriccano in gola. Senti come il cibo che si arrampica con dei piedini per l'esofago. Senti come avere delle palline di gomma anti-stress pronte ad esploderti in gola. C'era luce. SĂŹ, ok, faceva freddo, ma il sole rendeva la giornata piĂš

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piacevole. Sensazione di leggerezza. Testimonial della Nivea o di qualche assorbente interno. Fece un altro passo. Cazzo, lo zaino, ecco cosa mancava. Rientrò, prese lo zaino, lo inforcò tra le spalle, richiuse la porta e si avviò verso scuola a passo lesto. C'era qualcosa di gradevole nelle belle giornate, che andava oltre alle molteplici possibilità di sfruttarle per il meglio. C'era la sensazione sotterranea di sentirsi liberi. Quando l'alba schiarisce le punte argentate delle montagne all'orizzonte ti senti come ad avere l'infinito attorno a te. Mentre la nebbia, stopposa come un petto di pollo, ti si chiude attorno come una stanza sempre più stretta. Ti opprime. E senti addosso tutto il peso della vita.

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Sembrava una giornata giornata da riscoprire.

sì.

Una

Pestò una cacata di cane. Leo pestò una merda. Fa niente. Tanto porta fortuna. Al primo cespuglietto d'erba diete una sgommata o due e fece finta d'essere pulito e proseguì, come se niente fosse. Come se l'avvenimento, a maggior ragione, rafforzasse la tesi della giornata sì. Cioè, una persona qualunque, avrebbe fatto scendere, per un minuto, ad ascoltare, tutti i nostri cari in paradiso, perché aveva da fargli un discorsetto, ma la superstizione, grande feature della nostra cultura ed unico espediente con il quale si riescono a far pagare le tasse al mezzogiorno, ha voluto che le cose andassero diversamente. Parlo

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proprio del cornetto toccoferro pestomerda gattonero passosottolescale ambulanza carrodamorto. Adesso inventerò che quando tipo crepa qualcuno porta fortuna. Vedrete quanta gente ci rimarrà secca. E che gran culo avremo tutti. Arrivato a scuola, Leo, cominciava a notare che la poesia del tutto iniziava a scemare. Brutte facce con tre, al massimo quattro ore di sonno sul groppone, occhiaie, alitosi, depressione, gente che parla e urla di prima mattina e non si sta zitta, professori con sempre la solita faccia di cazzo di chi ce l'ha a morte con qualcuno, freddo, pareti fredde, banchi freddi, piedi freddi. Si mosse lo stomaco. Leo andò a cacare.

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Una nuova iniziata.

settimana

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di

merda

era


7 Parlando chiaro e tondo, Leonardo voleva rifuggire tutto questo scannarsi quotidiano e mattutino. Malediceva i proff che esordivano con 'fissiamo la data del compito in classe', 'stabiliamo i turni d'interrogazione'. C'era gente, nella sua classe, che sembrava obbligata a vivere. Obbligata ad andare a scuola. Obbligata a studiare. Obbligata a prendere un bel voto. Obbligata ad esser magra. Obbligata ad esser bella. Obbligata ad esser ricca. Era veramente la peggio gente, quella. Piantavan su delle menate inutili perchĂŠ non volevano pigliare il voto di merda. Che non avevano il tempo di studiare e cazzi e mazzi.

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Già fin dalla prima ora del Lunedì mattina era quasi ormai sessuale il bisogno di una corda da mettersi al collo. Maturità alle porte. Ovvero: gran pentolone di idee, di terrorismo psicologico giusto per mantenere il clima teso e interessante. La classe è un micro Truman Show. Dove tu sudi freddo e t'incazzi ed i proff se la ridono. Perché ti ci portano loro all'esaurimento. Ma se glielo dici, nota sul registro. Leonardo uscì con la scusa di non sentirsi troppo bene. Macchinette. Crocchette al ketchup. Le aprì. Lo squarcio di quella plasticata carta si udì per tutto l'atrio della scuola. L'odore che esalò il suo interno, poi, peggio ancora. Sembrava avessero aperto una

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fabbrica di non so, rifiuti. Se le pappò in pochi secondi. Si leccò le dita ed i resti di quella polverina rossa, probabilmente polvere insetticida, rimasta. Goduria. S'era ripreso. Bevve un caffè, che intonava bene come gusto. Campanella. Non doveva neanche tornare in classe. Non aveva per nulla voglia di incontrarsi con Anita al cambio dell'ora. Tutti i cambi dell'ora con Anita. A dirsi le solite scemate. Si sarebbe incazzata tantissimo, avrebbe fatto mille domande, ma non se la sentiva, il Leonardo. Era spossato e triste. La amava? Sì, no, non lo so, boh, forse, magari, certo, per niente, eccome, ma figurati! Ok, le voleva bene, però a tutti è concessa una tregua, ogni tanto,

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no? Se la doveva sposare? E che cazzo. Aveva bisogno di respiro. Aria nuova, per un po'. Voleva bene ad Anita. Non voleva farla soffrire, ma al contempo doveva trovare un modo per star tranquillo. Parole, parole, parole, soltanto parole, diceva Mina. E così furono. Dopo quest'attimo d'esitazione andò da lei. Stettero abbracciati. I professori guardavano schifati. Si sussurravano cose tenere all'orecchio. Si baciavano. Ed ogni secondo che passava la loro relazione era sempre più insignificante. Facendo finta, ancora, di stare poco bene, Leonardo si firmò la giustificazione ed uscì un'ora

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prima da scuola. Non voleva tra le palle nessuno. Voleva sedersi su qualche panchina ad osservare il mondo andare avanti insensatamente, come al solito, senza di lui. Non aveva però calcolato che il lunedÏ, le classi prime, uscivano anch'esse un'ora prima. Tranne la classe di Anita. Dio benedica la sezione col tempo prolungato. Ma un'altra faccenda poteva diventare pericolosa. La medesima faccenda che si avvicinava in tutta la sua felicità zompettando. Non ho mai capito perchÊ le ragazzine non camminano, ma zompano. Saltellano come Bugs Bunny, come Cappuccetto Rosso ignara della presenza del lupo cattivo, come esseri senza pensieri in prati sterminati, e che il sole splende, le margheritine fioriscono, i girasoli rigogliosi,

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il cielo chiaro, la luna col sorriso, come la disegnano i bambini, le scarpe che s'illuminano con le luci, sorrisi sdentati per via dei denti ancora da latte, eccetera. Ingenuità. Sei, sette anni per togliersela di dosso e dieci secondi per capire che, senza, è tutto merda. Gaia arrivò presto al cospetto di Leo e lo riempì di domande, cazzate, attenzioni, aveva scritto 'voglio che m'infili la mano nelle mutandine all'istante' su ogni centimetro del suo corpo, ma Leonardo non sapeva leggere. Neanch'io, d'altronde. Leonardo non aveva nulla da fare, nessuno poteva spiarlo, così accompagnò, a piedi, la dolce Gaia a casa. Poi lei confessò che non abitava esattamente molto vicino.

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Lui le chiese se non poteva dirglielo prima di percorrere un chilometro a piedi, visto che aveva la macchina. Lei si scusò, risero tutti e due spontaneamente della loro stupidità immensa e tutti vissero felici e contenti.

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8 Tornarono indietro. Raggiunsero il parcheggio della scuola e Leonardo salì a bordo dell'amica di tante avventure. Salì anche Gaia. Di cosa parlarono? Il peggior Anita.

argomento

esistente.

Allora, non so come funzioni per le donne, probabilmente questa regola non vale per loro, o magari sì, ma per gli uomini c'è una ferrea restrizione nei discorsi col gentil sesso. Ci sono alcune espressioni tabù che non vanno mai dette. Mai. Una di queste frasi è "io sono fatto così". Un altro discorso è quello di menzionare il ragazzo di lei. Non bisogna mai e poi mai menzionarlo. Gaia, stoltamente, era

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già partita in quarta, tanto che si potesse sospettare che avesse una tattica in merito. Che avesse schierato i suoi pezzi strategicamente di modo da fare in poche mosse scacco matto. Oppure, niente.

semplicemente,

"Beh, sì, stiamo più di due mesi"

non

insieme

capiva

da

poco

"E come vanno le cose?" "T'interessa?" Leo.

chiese,

"Certo, perché interessarmi?"

non

stupito, dovrebbe

Non si può sapere cosa le frullasse in testa, ma secondo un ragionamento puramente obiettivo non le interessava niente di

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niente. Non poteva interessarle. Sono le classiche domande di circostanza. Sono diventate parte fondante delle nostre quotidiane discussioni talmente in profondità, che oramai s'è preso automaticamente atto che si basino su un interesse sotterraneo. Ma sapere i gossip dell'interlocutore non è mai interesse. Solo circostanza. Ascolti perché sei lì. In quel posto. Se non ci fossi non ascolteresti. Se non parlassi staresti zitto. E allora si parla. Per far passare il tempo. La dura verità è che la grandissima percentuale di tutte le cose che ci si dice sono di circostanza. Si passa il tempo senza parlarsi davvero. "Beh, è insolita tutto qui"

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come

domanda,


"Insolita? Vuoi farmi credere nessuno mai vi chiede come va?"

che

"Sì sì, no, beh... certo, ovvio che ci chiedono come va, ma... beh, sì, intendevo insolita fatta da te" "Beh..." "... beh, sì... beh, ad ogni modo bene. O meglio... mmmm... discretamente" Leonardo ricordò, in quell'istante, a tutto quello che aveva pensato quella mattina. Gaia era lì, ed era bella. A furia di guardare lei e non la strada aveva rischiato di andar dritto ad un paio di rotonde. Devi avere più condotta di guida gli diceva il suo istruttore, ai tempi dell'autoscuola. Devi essere meno scazzato. C'era grande affinità con quello dell'autoscuola, non c'è che dire.

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"Oh..." sospirò Gaia "Comunque siete una bella coppia, state bene assieme" disse tanto per dire Gaia. "Sono del parere che la femmina riluccichi maggiormente in presenza di un maschio che la esalti. Una bellissima ragazza che, però, sta con un demente risalta molto meno. Ad esempio Anita è bella perché ci sto io" disse col sorriso Leonardo, vantandosi di cose non vere. "Modesto" ridacchiò Gaia. "Il fatto è che sto percependo un po' di stanchezza in questa storia" "Che vuoi dire?" "Beh, non riesco a l'entusiasmo degli inizi"

ritrovare

"Magari è solo un periodo no" disse con una frase particolarmente riflessiva, dall'alto della sua

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esperienza, Gaia. "Sarà..." "A destra" indicò poi la ragazza per segnalare la via dove abitava. Un posticino carino, un giardinetto lì fuori ed una casa che sembrava non male. Leonardo accostò dove lei gli disse. "Beh sono passaggio!"

arrivata,

"Normalmente l'autobus?"

che

grazie fai,

del

prendi

"Sì c'è una navetta che si ferma qui vicino" "Beh, se dovessi essere difficoltà chiedi pure"

in

"Dai, non vorrei approfittare" disse Gaia ipocritamente. Insomma, per non farla tanto lunga

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con sto banale dialogo: i neon mano a mano cominciarono a luccicare con intermittenza anche ai loro occhi. Si scambiarono il numero, ma successe anche qualcos'altro. Ci fu un bacio. Piccolo. Piccolino. Sulle labbra. Labbra contro labbra. Scacco matto. Non si sa chi baciò chi, ma nessuno dei due si tirò in dietro. Ecco, la loro firma su un contratto che prevedeva un mare di merda. Gaia uscì dalla macchina e zompettò in casa. Leonardo riordinò le idee, rimise in moto e si diresse verso casa, pensando al da farsi. Bacio. Che convenzione. In alcuni paesi dell'est per salutarsi ci si dà un bacio in bocca. Ed equivarrebbe ad una comune stretta di mano. Ma qui ci incavoliamo. Qui la donna appartiene all'uomo e

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viceversa. O meglio, la fidanzata e il fidanzato si appartengono. Come se ci fosse qualcosa di burocratico, di legale sotto. E se dai un bacio sulla bocca a qualcun altro è probabile che questo accordo, questo contratto, salti per aria. Perché? Eterna domanda. Perché. Il sentimento è qualcosa di fondamentalmente molto labile, un giorno ami, un giorno odi, un giorno sei neutrale. Un giorno provi forti sensazioni, un giorno provi indifferenza. Non so come le cose vadano davvero, non sono qui per dispensare verità, però vi confesserò che non ho mai capito se sono i sentimenti a cambiare o le persone a non capire i propri sentimenti. Beh, sta di fatto che, completamente slegata dalla componente sentimentale, sta quella

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istintiva. E l'istinto mica si può comandare. Cioè se il dottore ti tira 'na martellata sul ginocchio tu la gamba la alzi. Non è che puoi dire no, sto giro non alzo un cazzo. E allora forse sarebbe il caso di smetterla con questa gelosia. Con questa credenza di appartenere al proprio moroso e che il moroso ci appartenga. Di essere appiccicosi testadicazzo. E poi, combinato il fattaccio, insabbiare tutto in modo che nessuno lo scopra. Io credo che i simboli sessuali non si possano valutare. Che un bacio può significare tutto, ma anche significare un cazzo. Che il tradimento sia relativo. Che nessuno possa scrivere il proprio nome su persona alcuna, anche se ci piacerebbe.

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Io credo che il difetto della gente, cosĂŹ, a pelle, in generale, non sia quello di tradire o non tradire. Io credo che il difetto della gente sia quello di non capire e di non saper voler bene.

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9 Allora, analizziamo con metodo la situazione, pensò tra sé e sé Leonardo. Ci siamo baciati. Ok. Per me non può significare un cazzo, o comunque molto poco, ma non ci vuole un genio a capire che per lei, quattordici o non si sa quanti anni, questo sia un giorno storico. Merda. Lei lo avrebbe cercato. Di certo non si sarebbe dimenticata dell'accaduto. Però lui stava con Anita. Doveva fare in modo che lei non sapesse nulla. O altrimenti cogliere l'occasione al balzo per lasciarla? Lasciarla? Senso di vuoto e formicolio al coppino e alla nuca.

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Ingranò la quarta, accelerò, fece galoppare i cavalli sull'asfalto e si disse c'avrebbe pensato sul momento, a contatto con il problema. Tre minuti dopo il telefono suonò. Guardò chi era. Era il problema. "Che fine hai fatto?" "Dannazione, scusa, mi sono dimenticato di avvertirti. Comunque non sto bene, sono a casa" "E questo rumore di camion cos'è?" "Eh... err... è che ho aperto la finestra per far cambiare aria e proprio qui, sulla strada, è passato un camion" disse Leonardo mentre s'impegnava a superare un Tir. "E va bene, quindi oggi non passi, presumo?"

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"Già, starò a letto. E magari per domani mi sarò ripreso" "Riposati ciccino." Arrivato a casa si mise sul letto. Sdraiato a fissare il soffitto. Crepe. Quanta fiducia possono esercitare su loro stesse una manciata di crepe lunghe qualche metro? Gli lacrimarono gli occhi. Gli succedeva sempre quando era in contemplazione delle crepe. Si pulì da un lago di lacrime, pensò 'speriamo che non mi cada la casa addosso' e si addormentò. Sognò di avere organizzato una Royal Rumble per la scuola e tutti se le davano di santa ragione. Poi ad un certo punto uno aveva fatto cadere un bicchiere di plastica da un tavolo contenente uno o due sorsi di Fanta e si metteva a piangere per questo.

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Si svegliò col cazzo duro. Sogni. Dannati e bizzarri ed incomprensibili sogni. Bastardi per di più. Quante volte vi sarà capitato di sognare di poter addentare cose buonissime tipo panini alla marmellata di pesche e fettina di burro, che poi alla fine non hanno sapore o che ve le rubano all'ultimo momento. O che vi svegliate. Oppure, tipo, piangete. Ma dei laghi, dei fiumi di singhiozzi. Purissimi e sincerissimi, per stronzate. O per cose che manco sapete. Sì perché nei sogni capita anche, non so, di avere un pacchetto di ricordi che non si ha nella vita reale. Tipo vedere un completo sconosciuto e dire "ah sì, sì, mi ricordo di te cazzo. hai fatto vincere ai red sox una partita tiratissima all'ultimo

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inning con un home run", senza ovviamente aver mai visto una partita di major league, nĂŠ tanto meno di baseball. Sveglia. Computer. Facebook. Una cosa bizzarra. Incredibilmente bizzarra. Gaia e Anita amiche su facebook. Cazzo. Pagina del confronto dei profili: se la davano da intendere come due che si conoscevano da una vita. Erano ufficialmente amichette. Che cazzo di situazione. Telefono. Quattro chiamate senza risposta. Tre Anita. Una Gaia. Leonardo, per la prima volta in vita sua, non voleva essere cosĂŹ desiderato come lo era in quegli istanti. Poteva averle tutte. Una dopo l'altra. Progressivamente stava capendo, ma non afferrava. Capiva, intuiva alla lontana, che i

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fidanzamenti sono per gli stronzi. Che poteva pluccare a caso dal mazzo della vita e delle femmine. Ora, ovviamente, questo è il suo pensiero decodificato. Ma con la criptatura ancora intatta di una mente indietreggiata, il tutto risultava più o meno come "cacca merda pipì che palle vita di merda". Messaggio. Gaia. Voglio rivederti. C'era uno specchio. Leo si guardò allo specchio. Indurì il bicipite. Se lo ammirò. Era pressoché inesistente. Se lo baciò come fanno i grandi culturisti. Poi iniziò a dirsi cose mache ed a farsi l'occhiolino. Uscì di casa. Destinazione sconosciuta. "Ma non studi??" gli urlò imbestialita dalla finestra la madre. Occhiali da sole, senza che ci fosse il

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benchĂŠ minimo raggio. Pulsantino sulle chiavi. 'Clac' di portiere che si aprono al tuo cospetto. Pene barzotto e sentimento d'onnipotenza. Tombeur des femmes, chiamatemi d'ora in poi. Qualcuno non gli aveva detto che, a 19 anni, uscire con le quattordicenni non era un'impresa eroica, ma semplicemente illegale.

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x Per il mese successivo Leonardo uscì regolarmente con Anita e, nel frattempo, nei momenti in cui non era osservato, stava con Gaia. Oltretutto inventava pure scuse imbarazzanti per ritagliarsi del tempo con lei. Non so se gliene fregasse qualcosa di essere scoperto, in tutta sincerità, secondo me trovava solo la cosa divertente. Erano quattordicenni, in fondo. Vita davanti. Libri da scrivere. Esperienze da vivere. Avevano tutto il tempo per essere trattate come le vere signore. La cosa imbarazzante, però, in tutto ciò, è che Anita e Gaia erano diventate amiche piuttosto intime. Ecco, questa mossa Leonardo non

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riusciva proprio a capirla non solo dal punto di vista strategico e dal punto di vista etico, ma neanche dal punto di vista puramente razionale. Cioè cazzo, ma vuoi proprio farti sgamare? pensava tra sé e sé. E poi dai, che stronza, povera Anita, non solo il moroso che le fa le corna, va pure con l'amichetta. Che non era neanche una cosa completamente vera, perché lei ci andava già quando non si conoscevano! Un universo, le donne, incomprensibile. Plasmato dal caso al caso. Troppo avanti o troppo indietro, chi può dirlo. Ora, in tutto questo, la componente stealth aveva un'importanza capitale. Cioè non è che uscendo con Gaia ci si poteva permettere di

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far vedere in atteggiamenti e modi equivocabili. Le voci girano. Quando uno compie, non so, un'impresa eroica del tipo ammazzare un drago o salvare la vita a qualcuno, nessuno se la caga di striscio. Erano tutti fuori a prendere il caffè in quel momento. Appena forse, magari, strizzando un occhio e torcendo la testa, facendo finta che quella con te è una ragazza, ti vedono con una, sacrilegio. La verità è che tutti avevano da sbirciare e da chiacchierare, credendo, così facendo, di essere dei fenomeni. Credendo che, parlando dietro alla gente, si potesse esorcizzare il proprio status di ciccioni sfigati che non san fare due più due. Quando tutto sembrava andare per il

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verso giusto, primi voti positivi a scuola e due buchi da riempire, facendo sempre finta che tutto ciò abbia un reale senso, facendo finta che sia questa la felicità, facendo finta che è bello svegliarsi al mattino anche se tempesta, facendo finta che non arrivi il giorno in cui si crepa, il giorno in cui, se sei fortunato, ti vestono elegante e ti chiudono in un posto con dei fiori marci attorno; ammesso e non concesso tutto ciò, la donna percepì che la situazione andava troppo bene. Era troppo giusta per tutti, qualora nessuno si fosse scoperto. Così decise che voleva tutto per sé. "Senti, comincio un pochettino a stancarmi del fatto che tu abbia anche lei. Il nostro rapporto si sta solidificando, comincio ad ingelosirmi" disse Gaia. "Stiamo

parlando

della

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tua

amica


Anita?" "Sì, ok, riesco a assieme. resistere

è mia amica, ma io non resistere quando vi vedo E penso di non poter più"

"E allora che vuoi fare? Dire: ciao, Anita. Senti, volevo dirti una cosa... niente di importante, eh, solo... il tuo ragazzo esce con me da praticamente un mese e... e niente, mi andava solo di dirtelo. A proposito, lui con te non avrà più nulla a che fare." "Ammetto che la situazione delle migliori..."

non

è

"Andiamo, Gaia. Ti voglio bene, lo sai, ma che cazzo di motivo c'era di diventarle all'improvviso amichetta? Oltretutto non credere che non mi senta in imbarazzo con voi due che mi parlottate vicino. Non credere che io non abbia i patemi, ogni volta che devo far

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finta di parlarti come se vedessi una volta ogni tanto."

ti

"Beh, è anche per questo che devi chiudere con Anita. Dobbiamo pensare a noi due. Dobbiamo fare un atto responsabile" - disse Gaia cominciando a pronunciare parole a caso che suonavano bene ma erano vuote di significato. "Senti, io non voglio dirglielo" "Oh, Leo, guarda che mi fai incazzare, eh? Credi che io ti lasci a fare il bello e cattivo tempo con due donne, con la scusa che non la vuoi far rimanere male? Ma che c'ho scritto fessa in faccia? Devi chiudere, e sarai tu a farlo!" "E va bene, penserò ad un modo. Non voglio essere secco, anche se in effetti non ho molta scelta. Hai ragione"

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Leonardo aveva capito che gli animi s'erano surriscaldati. Aveva capito che c'era da dare ragione a random, giusto per evitare che tutti quelli che passavano di lì in quel momento udissero Gaia sbraitare. Avrebbe pensato ad una soluzione, ma il mondo faceva troppo rumore e non lo lasciava pensare. In effetti è così che ci si sente quando non si è avvezzi a far funzionare il roditore sulla ruota. Visioni erotiche nella sua testa, utopia di un sesso consensuale e affettuoso tutti assieme. Di un rapporto libero. Dalle catene. Dall'oppressione. Dalla gelosia. Cose che possono esistere solo in due mondi concreti, ma ben separati da quello reale, il migliore dei mondi possibili, e quello della

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masturbazione. Mi chiamo Leonardo, le cose vanno bene, ma non benissimo. giorno morirò e la gente se fotterà di me.

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mi Un ne


xi Il giorno dopo, per ragioni scolastiche, il Leo doveva menare le tolle da quella cittĂ , assieme alla sua classe, per andare a vedere una specie di museo non so dove e non so perchĂŠ. Per ragioni di cultura. A nessuno fotteva di quel museo, manco ai professori, a tutti importava ingollarsi i gran litri di alcool e fare i giochi della bottiglia e sburrare dentro i goldoni. O fuori. La comitiva partĂŹ alla mattina prestissimo dalla stazione del posto e si fece 7 godibilissime ore di viaggio in treno. Quanti zombie nella stazione. Persone in eterna attesa. Poveracci. Disadattati. Non normali. Gente con dei pezzi di

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verruca enormi attaccati, facce storte, incriccate, voci ridicole. Ospedale, settore Cottolengo, la vita andava meglio. Una voce robotica, la solita, scandiva le partenze e gli arrivi. Fugaci occhiate di orologi, fugaci occhiate di orari, fugaci occhiate di biglietti, di portafogli, di caffè e brioches, di obliterazioni, di binari, di stridulo collidere tra ruote metalliche in frizione e acciaio. Dentro al treno è tutto sporco. Tutti stravolti. Qualcuno o qualcosa deve aver rovinato, piano piano, quella gente. Il lavoro, forse. O il viaggio. O le ferrovie dello stato. O qualsiasi cosa. Non c'era anima. Quanto metafisiche erano, lÏ in mezzo, le scolaresche, ridere e scherzare. Se la spassavano di fronte a sta gente che pian piano moriva, maledicendo la loro vita di

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merda. Maledicendo gli addii. Maledicendo quella stazione e quella città che si allontana alla vista, quella città dove non tornerai mai, dove saresti volentieri potuta rimanere ancora un po'. Ed una voce fredda annunciava il tutto. E le lacrime di un ragazzo qualsiasi su una panchina qualsiasi brillavano dietro gli occhiali da sole, mentre guardava quel treno allontanarsi, scomparendo all'orizzonte di una bella giornata. Leo pensò che, dopo tutto, queste giornate di spensieratezza, con la classe che quasi odiava, ma come diceva qualcuno, in gita si è sempre tutti amici, lo avrebbero distratto dalle scelte che doveva fare. Ed è bizzarro pensare che ti

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aiuta molto di più evitare un problema, e farsi prendere dall'istinto e dall'ispirazione del momento, piuttosto che riflettere girando e rigirando alla ricerca di una soluzione. Che non è mai troppo sentita, non è mai troppo allegra, non è mai troppo giusta. L'albergo era una merda. Come al solito. Non s'è mai capito, però, cosa pretendessero i giovani in un albergo. Le navi spaziali? Le fighe sotto al letto? E poi c'è sempre qualche problema ridicolo. L'acqua che non scende calda, la luce che non si accende, la maniglia che si distrugge, le porte non si aprono, lo sciacquone che non scende o il cesso che s'intasa. Ma dico io, per essere così, le stanze d'albergo, cosa gli fanno?

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Probabilmente, certa gente, la prima cosa che fa è infilare tutti gli asciugamani nel cesso, prendere a calci la porta, lasciare aperta l'acqua ed andarsene uscendo dalla finestra. Ma il reale problema, tutti lo sapevano, ma nessuno lo diceva, era che andarsene via per un paio di giorni con gente che conosci oramai da cinque anni non ti dà nessuno spunto utile per erezioni o inumidimenti di sorta. E finiva per essere tutto agrodolce. Finiva per essere tutto pura e semplice scuola. Nel frattempo, dall'altra parte, in assenza di Leonardo, sopperivano al problema le sue due amanti, Anita e Gaia, incontrandosi tra di loro e facendo cose da donne. Come infilarsi sotto a delle coperte

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invernali a guardarsi un puntatone epico di Vivere o di Cento Vetrine, mangiare gelato, utilizzare fazzolettini Lines per piangere lacrime per qualcosa, giusto per usarli, eccetera eccetera. Mai discorsi intelligenti, mai calcio, mai macchine, mai scoregge, mai rutti. Parlavano, chiacchieravano, spettegolavano e se la ridevano. Facevano le foto assieme, le mettevano su facebook, si scrivevano amo' tvukdbxs, eccetera eccetera. Quel pomeriggio Gaia approdò a casa di Anita. Di solito era sempre invitata in quel tipo di pomeriggi poichÊ i genitori di Any erano al lavoro. Quante cose circospette avrebbero potuto combinare senza che nessuno avesse potuto dire

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niente. Anita disse che stava per entrare in doccia, perchÊ eran successi un paio di contrattempi e s'era scordata che giorno era. Tipo che Leonardo aveva tardato a chiamarla. Tipo che Leonardo aveva fatto tardi nel parlare con Gaia e doveva ancora chiamare Anita. Tipo che Leonardo cominciava a chiedersi quanti cazzo di soldi di credito andava spendendo e tipo che si stava chiedendo che cazzo stava combinando. Gaia aspettò sul divano, sdraiata, leggendo un qualche rotocalco rosa su un qualche tipo di fesso ritenuto 'figo' dalle ragazzine. A dispetto di un bel faccino e due bei vestiti su, le new generations s'erano scordate del carisma e del fascino. Non trovavano mai il

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giusto uomo perchĂŠ non lo volevano, ecco la veritĂ . Ed era inutile lamentarsi, se non s'imparava prima a capire. Ad apprezzare. Ad accettare. Il fardello del giusto uomo.

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xii Normalmente si tendeva a non portarsi dietro, nel portafogli, i miliardi, in viaggi d'istruzione. E allora il risparmio era la parola d'ordine, ma non su tutto. Solo sul mangiare. E in quale luogo emblematico, risparmio e mangiare vanno a braccetto, profumati anche di cipolla e olio, se non dal Kebabbaro? Il Kebabbaro ha deciso, riuscendo senza difficoltĂ , di conquistare l'Italia. E' un eroe. Stacanovista. Gran parte della giornata a rosolare di fronte ad un vitello speziatissimo che gira su sĂŠ stesso e brilla di luce propria ed emana calore. Stoicamente preparando miliardi di panini con dentro

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sempre le solite cose. Solite domande. Soliti ingredienti. Soliti prezzi. Soliti gesti. Soliti movimenti. Sudore che cola dalla fronte e contribuisce all'impasto della cosa pi첫 buona che si possa trovare: la piadina. Leonardo e altri quattro amichetti, vogliosi di una bella vangata sullo stomaco, e di un aroma eau de toilette d'alito da sfoggiare al museo che ancora dovevano visitare, s'infilarono da un Kebabbaro rigorosamente turco. Il posto dentro era piuttosto bello. Accogliente. Posti a sedere. Classici abbinamenti di colore da turco. Ovvero, non so, arancio mandarino e grigiastro monolite di Stone Henge. Dentro era raso di gente. Di tutti i tipi. Dai cinghialozzi del

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domani, col cappellino ed i pantaloni della tuta larghi, che fumavano le sigarette fuori dal locale, al muratore che a malapena si poteva intravedere dietro un'armatura di calcina indurita. Probabilmente non stavano costruendo una casa o qualcosa, ma stavano costruendo il muratore. Poi c'era il classico bestione che si mangiava pure due kebab, e ci metteva un minuto per farlo. I due fidanzatini, in fondo, che limonavano. Quale cosa migliore può esistere, se non quella di commistionare l'amore all'aglio e lo scontro poetico di lingue e cose e papille, con la salsa yogurt? Pure due uomini, che avevano tutta l'aria dell'esser turchi, ad un certo punto si baciarono in bocca. Leonardo rimase lÏ, stupefatto, tentando di pensare che fosse una specie d'usanza. Ma poi la realtà

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era ancora più banale. Uno era una donna. Era irriconoscibilmente una donna. Ordinarono. Multietnicità. Pane quotidiano del futuro. Ma allora perché non rassegnarsi? Perché fare tante parole, tanti discorsi, sparare tante bombe così, per niente? Bastava entrare da un qualsiasi Kebabbaro per vedere quanto gli italiani fossero pochi. E quanto gli altri fossero tanti. Cosa che, peraltro, non è per nulla dispiacevole. E nessuno insultava nessuno. Tutti mangiavano il loro kebab completo senza piccante. Ed il dio turco dominava sovrano, e si tirava una sega, compiaciuto del suo enorme piacere, pregustando il momento della penetrazione.

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Il museo era una gran pizza. Gran discorsi su una punta di freccia o su una fune, che probabilmente era solo uno di quei classici sacchi di patate sfilacciato dieci minuti prima da qualche cretino e messo lÏ con una targhetta. Qualcuno prendeva appunti. Incredibile voglia di riempirgli la parte laterale esterna delle cosce di vecchiette potentissime. Io voglio Anita, si redense Leonardo. Non la vorrò per sempre. Non la amo, forse. Ma ho fatto una cosa che non si dovrebbe mai fare e che, purtroppo, è status symbol del vincente. Il pezzo di merda. Ed era cosÏ, che calava dal cielo l'illuminazione. Nel bel mezzo del nulla. All'interno di discorsi insensati e poco interessanti.

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Appare la via. Per fortuna. Ogni tanto. Come quando ci viene dopo parecchio tempo quel nome difficilissimo che avevamo sulla punta della lingua e che, fino a trenta secondi prima, sapevamo benissimo. Sono gli scherzi del cervello. Ma, più importante, calava dal cielo l'uomo. Calava dal cielo qualcosa che è più raro, nell'esistenza, dell'oro o del tartufo bianco. Il senso. Gaia leggeva sempre il suo giornaletto dall'altissimo spessore artistico e Anita uscì in accappatoio e ciabatte fuori dalla porta del bagno. Gaia non capì perché, ma percepiva qualcosa di strano. Non capì nemmeno cosa. Non s'erano praticamente neanche salutate, dunque si zompettarono

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appresso vicendevolmente. Chiacchierarono sedute accanto di stronzate, fino a che arrivarono a parlare di cose più toste. Più femminili. Più intime. Ora, io non so descrivere in maniera da nobel cosa stesse succedendo, ma c'era un'aria diversa, immanente tra quei discorsi e tra quelle mimiche e quelle gestualità. Fiato mozzato. Ansia e poi un timido bacio che fece correre il cuore delle due all'impazzata, fino a che trovò conforto nel candido calore delle labbra altrui. Si guardarono spaventate pensando, ma cosa stiamo facendo? ma non si tirarono in dietro. Si baciarono di nuovo, ora con più forza. Si rovesciarono su loro stesse in preda ad una passione che non sapevano da che parte avesse luogo. O forse sì. Forse nel profondo di loro stesse.

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In tendenze e paure che si sono sempre volute nascondere. In un cammino di giovani donne. Scivolò via l'accappatoio di Anita che, presto, rimase nuda su Gaia. Quest'ultima si spogliò subito dopo con foga. Le labbra si stesse con labbra. Fino oltre. Quel perdizione.

strofinarono tra loro forza, cosĂŹ come le al piacere massimo, ed senso di vuoto e di

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xiii Anita pronunciò, con un filo di voce, 'che è successo?'. Cos'era avvenuto? Cosa stava succedendo. Capitava tutto molto per caso, senza una teleologia precisa. Accadeva così in tutte le storie del globo, amore, sei tutta la mia vita, ti amo da morire, sei l'unica per me, eccetera eccetera, ed un bel giorno, per caso, senza che nessuno se l'aspetti... Non siamo più bimbi. Non fateci credere che le cose accadano per caso. Non fateci credere che le cose accadano per quei motivi semplicissimi che ci adducete. Diteci solo ci siam rotte le palle. Diteci solo la verità. Senza ricami agrodolci, senza vasellina.

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Anita era figlia di un rapporto di cui teneva le redini. Sentiva suo un uomo che faceva praticamente tutto quello che lei voleva. Ed era stanca. Voleva ribellione. Voleva essere trattata peggio, voleva sentirsi odiata. Non s'è mai capito il vero perché, però, di questa bizzarra ricerca femminile dello scaricatore di porto figlio di puttana. Non s'è mai capito il bisogno. Non s'è mai capita la logica. Mi viene da abbozzare, però, che sia tutto un peccato d'immaturità. E di stupidità. E pugni sul cuscino, la notte, a pensare di quale occasione buttata via. O almeno così mi piacerebbe. Ma quando una donna trovare una donna da sistemata.

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riesce amare,

a è


Gaia era in bilico in una storia rischiosa che stava prendendo la via non desiderata. Questa sterzata mescolava le carte in tavola. Ed il problema principale era cosa farne di Leo. O cosa farne di Anita. O cosa farne della vita. O cosa non farne. Perché, sì, fondamentalmente, se uno ci pensa, non è obbligato a trovare queste cose di gran lunga importanti. Non è obbligato a trovare niente, di gran lunga importante. Vivere come se non ci fosse un domani, sesso e tradimenti e chi s'è visto, s'è visto. E chiedersi perché si è al mondo, tutti i giorni. E chiedersi che senso ha svegliarsi la mattina e fare delle cose e mangiare dei gran piatti di pastasciutta e masturbarsi di frequente. E andare in bagno a cacare, ascoltare musica, disegnare, film e partite

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di pallone e poi dormire e risvegliarsi, e coprirsi quando si ha freddo, svestirsi quando si ha caldo, bere velocemente quando si ha sete, abbracciare forte e baciare, e saltare, danzare, seguendo un cervello che sta impazzendo. Un cervello che vuole una via d'uscita e non la trova. Ma invece no, c'era una soluzione da trovare, dopo questa cosa, ma nessuna proponibile avrebbe avuto senso. C'era solo da non pensarci, fare come ci si sentiva. E Gaia e Anita decisero di farlo di nuovo. Si costituĂŹ un simpatico triello, col terzo sconosciuto. Coincidenze, misteri, scuse, gli ingredienti del rapporto che legava Anita, Gaia e Leonardo. Tutti andavano con tutti. Solo che non lo sapevano.

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Leo tornò da dove se n'era andato, un po' affranto ed un po' deluso. Queste uscite di sede non avevano più il fascino di una volta. Rimase così indifferente a questa esperienza che il giorno dopo andò a scuola. Cosa che non aveva mai fatto dopo qualsiasi gita. In classe erano in quattro, così i professori non fecero lezioni, ma fecero esercizi. Cioè, nella loro distorta visione del mondo, fare esercizio per ore, visto che mancavano tutti, era una cosa leggera. Così uno, che aveva fatto il santo piacere di presentarsi a scuola, si trovava le sue palle presto tramutate in segatura e l'inchiostro di suo pugno sul quaderno a quadretti insozzava con macchie e scarabocchi la nuda carta.

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Leo pensò che era tempo ordine nella sua vita.

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di

fare


xiv Storie di ordinaria follia, ordinaria adolescenza. tentazioni ed egoismo.

di Di

Spiegare di una storia omosessuale non era così semplice. La gente tendeva a non vedere di buon occhio queste cose, tendeva a chiacchierarne. La paura che Leonardo potesse reagire male ed, in un impeto d'ira, spifferare ai quattro venti la cosa, creava frizione sulla mezza intenzione, di Gaia e di Anita, di confessare il tutto. Perché poi sia così pronunciata, nella società odierna italiana, l'omofobia non si sa. La psicanalisi direbbe che l'omofobo è il primo gay represso. Ma pensandoci bene viviamo nel tempo

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dei machi, dei pompati, della forma e dell'esteriorità. Ho visto un sacco di checche passeggiare mano nella mano con vestiti lillà e sandali orrendi in comuni pomeriggi di piazze di grandi città straniere e nessuno a parlottarsi nell'orecchio al loro passaggio. Nessuno voltarsi scandalizzato. Nessuna madre a coprire gli occhi del proprio bambino. E loro ne erano contenti. Ci crediamo superiori perché crediamo di saper vivere la nostra sessualità nel migliore dei modi, così diciamo. Ma la semplice verità è che noi non viviamo affatto, impediamo di vivere, anzi. Impediamo che altra gente se lo possa mettere nel culo quanto gli pare e piace. Ci scandalizziamo se due finocchi chiavano e poi è normalissimo, per noi, masturbarsi con le ciabatte della propria nonna

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o farsi cacare addosso o infilarlo dentro i buchi del termosifone avvolto in bistecche surgelate. Come dicevano in un bel film "Lei non sa un cazzo perchĂŠ non l'ha mai preso nel culo!" Alla fine Gaia e Anita optarono per resistere. Optarono per tenere nascosto il tutto ed evitare di rifarlo. Con l'esplosione di quel famoso pomeriggio, c'era un'attrazione sessuale irresistibile tra le due. Ma c'era dell'altro: Gaia era l'unica a conoscenza di tutti e due i segreti di quella storia e temeva una, seppur inevitabile, bomba che avrebbe distrutto tutto. Era tempo di chiedersi, allora, cosa provasse sul serio per quelle persone che le stavano occupando la vita in quel periodo. Era tempo di chiedersi

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cos'avrebbe fatto nella non molto remota situazione in cui ognuno fosse andato per la sua strada. Gaia non amava Leonardo, nÊ aveva avuto una vera e propria relazione con lui. Difficile chiamare relazione qualcosa per la quale si è costretti a fuggire e nascondersi. Però gli piaceva. Ok. Ma Anita era tutta un'altra cosa. Si sentiva veramente attratta da lei e oltre. Credeva d'esserne davvero infatuata. Ok. Era una situazione di merda. Destinata a finire in malo modo Chi ha le palle, in questi casi, sa abbandonare tutto. Sa mandare tutti a fare in culo e ricominciare. Chi ha le palle. Mettere i gettoni da due mila lire l'uno, bestemmiare stupendosi del costo, maledicendo il giostraio che ci vuole truffare,

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e cominciare con una nuova vita. Ma normalmente la tendenza, per affetto o per stupidità, è quella di provare a conservare il poco che si è costruito. Giusto per non chiedersi cosa si è combinato, altrimenti, per tutto il resto del tempo. Giusto per non avere neanche il minimo sentore di aver sprecato qualcosa. E fu così, per magia, che Leonardo non seppe nulla di Anita. E Anita non seppe nulla di Leonardo. Ricominciò così il ciclo. Di segreti e di coincidenze. Di bugie e inganni. Di scuse e di sesso. In pratica, l'allegoria della vita.

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xv Leonardo aveva oramai preso la decisione di smetterla con Gaia, anche perché, ultimamente, le sue richieste piagnucolose si stavano facendo incessanti e pesanti. Oltretutto non era il massimo, per eticità e stress, fare doppio gioco con Anita. Si sorprese, però, del fatto che Gaia non menzionò più, assolutamente il problema. Sembrava, anzi, la ragazza più felice del mondo. Ma anche la più nervosa. In poche parole esaltava catatonicamente tutto ciò che una ragazza è, ingenua e insopportabile. Come un perenne ciclo mestruale. Ad interrompere questo trasognante furono le

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stato parole


secche, ma profondamente meditate, di Leonardo. Gaia, non possiamo piÚ vederci. Non aveva reali motivazioni, Leonardo. Se qualcuno gli avesse chiesto perchÊ la scelta di abbandonare Gaia e rimanere con Anita, lui non avrebbe saputo rispondere. Era puro istinto. Ed era la cosa migliore, in fondo, agire per istinto. Certo, il problema cominciava a farsi pressante in sede di spiegazione. Non avere le parole, non avere una buona arringa da spiattellare immediatamente poteva rendere difficoltoso il tutto. Poteva lasciare spazio a fastidiose domande. Odiose domande. Odiose discussioni. Odiosi litigi. La nostra vita è praticamente in funzione delle domande, interne ed esterne. Praticamente vent'anni di

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vita studentesca significano vent'anni di domande. Il sapere ha come unità di misura le domande. Senza tralasciare le domande fuori dall'ambito professionale. Tipo quando sei appena sveglio. Mille domande fastidiosissime. Oppure quelle che ci assalgono dentro di noi. Tipo esistenzialiste. Perché. Porca puttana, ma io vorrei conoscere il signor Perché (che tra l'altro aveva pure un bel cognome di merda) per sparargli, per aver inventato questa parola. Vivremmo benissimo senza, così come senza un sacco di parole. Leonardo si sorprese del fatto che Gaia sembrava aspettarsi una bomba del genere. Non solo, sembrava impassibile, quasi sollevata. Ma non era abbastanza sveglio da farsi delle sane pippe mentali in proposito. E così dimenticò di

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quanto appena visto. Alla fine, cosa insperata, Leonardo non dovette nemmeno addurre delle motivazioni. Non dovette neanche litigare. Chiusero il tutto cosĂŹ, di comune accordo. Come persone mature. Al centro del ciclone rimaneva, ora, soltanto Anita. Finita in mezzo alla passionale storia unisex con Gaia e la tradizionale, seppur pallosa, relazione con Leo. Al momento non aveva un piano. Ma che piani volete che avesse Anita. Sembrava la tipica persona caduta dal cielo per caso. Mai a conoscenza di dove sia girata. CosĂŹ rimase tutto immobile, per un po' di tempo. Era tempo primaverile, prime gemme sugli alberi, fuori dalla finestra,

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al mattino, si poteva intravedere la fresca brina mattutina, gocce di rugiada dolcissime, luce calda e confortante, cielo chiaro al mattino e ciliegie succose e rosse da fare indigestione, mangiarne tre e metterne nella cavagna una quando si va a raccoglierle, e poi bere dei gran litri d'acqua subito dopo, così da morire d'infarto per via d'un mattone nello stomaco. Giornate un po' più lunghe, piogge più fresche e allegre, primi verdi, primi soli e primi amori. Primi pomeriggi a giocare di nuovo a pallone, prime classiche in bici e poi Giro d'Italia. Ed in tutto ciò: un ragazzo sull'orlo del collasso mentale. Alle prese con la preparazione di una tesina per la maturità, con il recupero delle materie insufficienti, una

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fidanzata da un po' di tempo a questa parte fredda e gelida. Senza voglia, senza passione, senza quell'abilità innata e praticamente appannaggio femminile di rompere le palle, era quasi sopportabile. Voglia di evadere, voglia di starsene in pace solo, a fissare il buio della stanza, ad odorare il proprio odore di piedi che permeava tutto, ma che non poteva sentire distintamente, perché troppo a lungo egli aveva vissuto lì dentro. Ad ascoltare il silenzio di un buio di una tapparella chiusa e rimirare il proprio caos catatonico dentro di sé, senza nulla, senza volere, senza potere, cercando qualcosa della quale è impossibile rassegnarsi all'inesistenza. Ameba per un po' e poi si vedrà. Gaia, una ragazzina quattordicenne che ne stava vivendo di cotte e di

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crude, che a scuola se la cavava, ma specialmente tirava avanti l'esistenza a forza di casini amorosi che si stava creando. Oramai dopo essere stata abbandonata, quasi per fortuna, da Leonardo, viveva di una segreta storia di sesso e passione con la fidanzata del suddetto ragazzo. Fiato sospeso, segreti, paura d'essere scoperti, passione e, insomma, tutti gli ingredienti per una relazione da cosiddetti 'amanti'. Amanti, sÏ. Marito spossato, moglie opprimente, succinte donne che nei film americani si trovano persino in mezzo alla strada, tanto che è pieno, relazioni extraconiugali, donna che assume un detective privato, intrighi internazionali e queste cose. Amanti! E infine la nostra cara e piccola

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Anita. Ignara di tutto, ma fulcro di tutto. Punto di congiunzione, d'estensione, delle due personalitĂ  prima descritte. La piĂš a rischio. La piĂš impaurita. La piĂš desiderosa di una vita semplice. Voti a scuola discreti, sabato sera divertenti, un fidanzato, poi da grande una bella automobile e poi famiglia, figli, chiesa, lavoro, mobili all'Ikea, nuovo televisore, lavatrice, lavastoviglie, forno a microonde. Rete del letto nuova, dipingere la cancellata, un cane da guardia ed uno da compagnia. E addio salute mentale. E con tutti questi propositi di vita scritti nel dna, volente o nolente, era in mezzo ad un bel casino. Senza la forza di pensare di continuare. Senza la forza di pensare di smetterla. Senza la forza di pensare.

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A volte l'amore, le storie giovanili, sono semplicemente una gran cacata.

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xvi Gaia sentiva d'amare quello che, per un po' di tempo, è stato il suo nemico. L'ostacolo che le privava di poter godere interamente della propria relazione. Ed uso la parola giusta. Nella sua insita pesantezza. Nella sua insita importanza. Nella sua insita insensatezza. Sentiva che lo smezzare il suo amore Anita con qualcun altro non glielo facesse godere appieno. Ed allora fu così, che, di nuovo, lei diventò protagonista. Diventò potere sotterraneo alla base delle decisioni, positive o negative. Diventò scintilla, e suggerì ad Anita di lasciare Leonardo. Di stare con lei, segretamente o pubblicamente.

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Intanto chi se ne fotte, non erano delle superstar o dei politici. In politica se ti scoprono finocchio non ti votano piÚ. In politica se ti scoprono finocchio ti mandano a zappare in Madagascar appresso ad un buco nero. In politica se sei l'unico uomo che può far andare bene un paese culturalmente in declino, anche in maniera pesante, e puoi farlo risorgere, se sei finocchio non ti votano. Ma non era questo il caso. Potevano fare outing. Al limite il chiacchiericcio di stupidi studenti o di stupidi insegnanti. O di stupidi genitori o di stupide persone pettegole. O di stupidi presidi o stupidi datori di lavoro. Si, beh, insomma, forse non era cosÏ 'una passeggiata' dichiararsi. Ma

lasciare

Leonardo

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era


categorico. Anita la voleva accontentare, in fondo si credeva innamorata pure lei (per quanto la sua percezione sensoriale delle cose potesse contare nella classificazione della faccenda). E poi, parlandoci chiaro, non aveva mai capito, non aveva mai percepito cosa stava passando Leonardo. Sia chiaro, non c'era nessun avvenimento lampante di particolare crudeltà, avvenuto nei suoi confronti. Non c'era materia per nessun tipo di lacrima in particolare, eccetto la vita. Eccetto la lacrima insensata mentre sei assorto nei tuoi pensieri, che poi è l'unica cosa veramente piena di senso di questo mondo. Anita lo fece. Lasciò solo Leonardo, allo stesso tempo colpevole ed incolpevole in tutto questo. Il suo destino era segnato. E mentre le due ragazze sorridevano

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e provavano, con tutte le difficoltà di sorta, a costruirsi una storia ed un piccolo futuro (la parola futuro è per gli stolti, ma loro non lo sapevano), nel buio di una buia stanza e di una buia vita, Leonardo pensava. Sì, in fondo in questa storia non mi sono comportato molto correttamente. Se c'è un karma o un dio o un'entità ordinatrice o qualcosa che spalma giustizia in questo mondo, le mie disgrazie me le sono meritate. Se devo dirla tutta, poi, non mi sento neanche particolarmente male così, solo, qui, a pensare. Però mi vengono i brividi. A pensare a quanto è labile la fiducia e quanto labile è l'amore. Fino a non pochi mesi fa ero convinto di amare una persona e

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poco dopo ancora mi una volta dalla mia

l'ho tradita. E più tardi sento quasi più leggero, che ha tolto il suo peso vita. Perché.

La solita, eterna domanda, parola di merda, da sparare a chi l'ha inventata. Perché. Perché allora due poveri giovani stolti devono pensare di potercela fare, assieme, non sapendo che non sarà così. Di costruire, di amare, di volersi bene, di crederci. Di credere nelle cose perché sono speciali, di credere nei sentimenti perché sono veri. Perché il mondo è così triste e cattivo da illudere chi ha sentimenti e pensieri così semplici. Perché ci dev'essere qualcosa che crea rottura, perché siamo così dannatamente istintivi da non pensare se esiste qualcosa di più grande di noi. Di più grande del nostro soddisfacimento sessuale.

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C'erano una volta, tutti i disillusi di questo mondo. Coloro che, prima, più di tutti credevano in qualcosa. Un qualcosa che è stato loro portato via, senza giustizia, senza pietà, senza possibilità di reagire. Coloro che credevano in qualcosa, allora, hanno cominciato a pensare che credere in qualcosa è per stupidi boccaloni. Che la verità sta nel sesso, nell'una via l'altra, nel fottersene e via discorrendo. Non solo. Che le cose, nella loro generalità, non esistono. Che il mondo è opportunismo, che tutto è inculare per non essere inculati. Fumare per non essere affumicati. E' una lezione che non hanno voluto imparare. O non sono riusciti. Leonardo divenne, a pieno titolo, uno dei grandi disillusi. Perse di

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vista il sentimento, ma lo rimpiazzò con un po' di faccia di tolla e sapore di merda. Questo, nel nostro mondo, nella nostra società, è più di un equo scambio. E' un affare. E' il ticket per il treno successo. Anita e Gaia. Beh, Anita e Gaia ci hanno provato, ma come tutti hanno dovuto soccombere. Si vocifera, anzi, che Anita abbia scoperto della relazione segreta tra Gaia e Leonardo ed abbia piantato su un casino. Le storie di sesso non sono fatte per durare. Solo il pensiero di tirarle avanti vuol dire che si è cagato fuori dal vaso. Che si è frainteso cos'è una vera storia di sesso. Ma questa è un'altra faccenda. Ognuno rimase così. Solo. Con una vita davanti ancora da vivere, ed un pochettino più tristi dentro. Ognuno era tradito e traditore. Ognuno aveva amato il suo nemico.

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Questa storia, che sì non ha un significato, che sì non ha un lieto fine, che sì non ha una morale, ha in verità un fine speciale. Un ultimo augurio, prima della definitiva piattezza di sentimenti, da parte mia. Questa storia è dedicata a chi crede in qualcosa. Anche, solo perché non è abbastanza intelligente per capire che è una stronzata. O perché lo sa benissimo, ma è talmente innamorato della vita che è capace di fare finta di niente. A chi sa di poter correre per qualcosa. Ma non per tagliare per primo il traguardo, che è quasi sempre una delusione, che provoca quasi sempre un senso di vuoto, ma, appunto, per poter correre. Per il piacere di stancarsi, come uno scalatore purosangue che non teme la salita, ma la attacca. Forse alla fine

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della corsa ci sarà una maglia di un nuovo colore ad aspettarlo, e mazzi di fiori, belle ragazze, un tripudio di tifosi, bagni di folla. Ma non è questo il pensiero di chi si alza sui pedali. Non è questo il movente per risalire in sella dopo una caduta. Questa storia è per chi ha amato e chi ama ancora. Per chi crede innocentemente in qualcosa. Qualsiasi cosa. Purché sia suo motore nei momenti di difficoltà. Per chi, tutti i giorni, sa ancora aspettare il sole. Questa storia è per tutti voi. E, chissà, forse anche un po' per me.

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commenti dei lettori entusiasti Marco DR.: 6 il nuovo moccia ^___^ Martina P.: guarda, volevo scriverti un commento intelligente, interessante e profondo ma purtroppo non mi viene niente. Alessandro F.: sembri sotto acido, complimenti. Silvia B.: Fare delle cose piĂš mondo.

bukowski

la cacca belle a

Haikel A.: complimenti... cagate le pensi di notte???

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è una questo

ma

ste


Matteo Z.: io ti amo Viola... Davide B.: mi ricordo che una volta mi parlasti di organizzare una royal rumble al posto della solita assemblea d'istituto. Gaia L.: riesci a raccogliere tutto ciò che frulla nella testa di ogni adolescente. Kevin R.: se fossi donna penso che dopo la lettura concluderei il tutto con "una toccata di quelle epiche" Silvia C.: non dico che tu sia irrispettoso, anzi! Solo che generalizzi... e credimi che esistono donne che amano il calcio, parlano di scoregge, e a cui

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piacciono le macchine :) La mia non era una critica negativa, capisco anche la generalizzazione se finalizzata all'ironia. Franco B.: Finalmente un elogio al kebabbaro con i contro cazzi, erano anni che lo attendevo. Michele Viola: ringrazio tutti voi per aver dato il vostro maggior numero di apprezzamenti al capitolo che mi pace di meno Mario C.: Linguaggio un po' troppo paludato, "da scrittore laureato". Ci lavorerei sopra: i ragazzi non parlano cosĂŹ e la loro vita e i loro pensieri non mi sembrano cosĂŹ lineari e ordinati. Dovresti

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partire da superarli.

Brizzi

o

Tondelli

e

Camilla C.: Resta il fatto che è il miglior finale che io ricordi di aver letto. Haikel A.: forse sei riuscito, non dico a cambiare, ma a migliorare qualcuno di noi e anche te stesso. Non mi resta che dirti grazie coglioncello.

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Ama il tuo nemico - una teen fiction per tender hearts e fag boys