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In questo numero:

Luca Jurman

Vam Fest

Alberto Mandarini

Numero 22 Marzo 2010

Mensile Gratuito di Arte & Cultura

Nella Nebbia


ASSOCIAZIONE SANT’ANSELMO

Nella Nebbia_275x340.indd 1

26-02-2010 12:06:22


Sommario Marzo 2010

Editoriale Finisce Sanremo e a noi non ce ne frega più di tanto, siamo un giornale libero e come tale ci comportiamo con tutto

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luca jurman

quello che non ci interessa. In

Esordio discografico nel segno del soul

compenso troverete tra queste

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VAM Fest

pagine musicisti che per noi meritano di essere raccontati

Al via la terza edizione

anche se non si esibiscono in

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VIAGGIO DI 15 ARTISTI

prima serata, eccezione fatta

DA SAN PIETROBURGO A TORINO

per Luca Jurman che comunque

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Alberto Mandarini

consideriamo un vero e raro

La tromba d’oro della solarita’

professionista della musica. Quindi ci soffermiamo sul secondo vincitore del concorso di Nella

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IL DRITTO DI CHICAGO

Nebbia che trovate in copertina.

5o anni dalla morte del grande fred buscaglione

Federico Bollo nasce a Vercelli nel ’77 e risiede a Livorno Ferraris,

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dario camillotto

diplomato presso il liceo artistico “Ugo Foscolo” frequenta con

novara in giallo

successo un corso biennale per illustratori al Castello Sforzesco di Milano, partecipa a numerose mostre e nel 1999 conosce Sergio

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vercelli in musica

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r.

Albano, l’artista che diventerà suo maestro e di cui porterà sempre l’impronta. Nel 2007 si laurea all’Accademia Albertina di Torino con la votazione di 110 e lode scoprendo la scultura e nuove tecniche pittore.

alla ricerca del rock

Ci è piaciuta subito la sua opera, un bianco e nero fatto di linea chiara

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rubriche

potente, una sorta di macchia scarabocchiata che si sviluppa, prende

pensieri, idee e stravaganze

forma e si identifica in oggetti reali… un paesaggio? Un graffio

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agenda

nero sul bianco? Sicuramente un tratto in grado di raccontare ed

come, dove e quando

emozionare, proprio per questo ci piace.

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fumetto

Per saperne di più: bollofederico@gmail.com

harry hausen

http://artefedebollo.altervista.org/

NellaNebbia

Direttore Responsabile Andrea Bellavita

Editore:

Editor Testi: Eliana Frontini

Mensile Gratuito di Arte & Cultura

p.zza Risorgimento, 12 13100 Vercelli tel. 0161 1850396 Registr. Tribunale di Vercelli n.347/2008 del 15/04/2008 N.22 Marzo 2010 Rivista Mensile

Hanno collaborato Laura ALbergante, Guido Andrea, Francesco Canino, Marianna Caltavuturo, Elisabetta Dellavalle, Eliana Frontini, Veronica Gallo, Roberta Invernizzi, Elena Leone, Valeria Maggiora, Gianluca Mercadante, Simon Panella, Marco Pozzo, Fabio Ranieri, Erika Savio, Michele Trecate, Davide Vergnano

Concessionaria pubblicitaria StudioKaboom s.n.c. / Ufficio Commerciale Cristiano Carpo cell. 366 1689727

Copertina di Federico Bollo

tel. 0161 1850396 commerciale@nellanebbia.it

Stampa: Sarnub Via Santhià, 58 13881 Cavaglià (BI) Con il patrocinio di PROVINCIA DI VERCELLI

www.nellanebbia.it


04 Back To musica

testo: Guido Andrea

a c Lu n a m r Ju o c i f a r g o c s i d o i d r o s E l u o s l e d nel segno


F

orse più noto come arrangiatore e pianista di Laura Pausini, Luca Jurman debutta ora con un fantastico album, Back To Luca Jurman, in cui riesce finalmente a esprimere se stesso e la musica da lui amata fin da piccolo: è un disco fatto di canzoni in inglese e in italiano, che spicca per una calda, intonatissima voce che rivela profonde conoscenze nell’ambito jazz, blues, soul, funky. Abbiamo intervistato Luca Jurman, fresco di uscita dell’album, e pronto per una serie di concerti che lo vedranno protagonista in teatri e discoteche di tutt’Italia. Luca Jurman, dove nasce questa voce così soul, così blues? E’ difficile da dire, nel senso che la natura è quella, è qualcosa che permette suoni diversi da una persona all’altra. Tuttavia, per arrivare a questo timbro, devo dire che sono cresciuto ascoltando tanta musica nera, soul, blues, jazz. Mia madre era cantante e mio padre ascoltava un sacco di dischi di black music. Quindi è cresciuto affinando fin da subito i gusti musicali? Ricordo perfettamente quando mio padre mi portò a vedere il mio primo concerto, dopo che avevo già ascoltato un’infinità di questi bellissimi dischi blues, jazz, soul. Andammo a sentire un artista di nome… Ray Charles! Avevo dodici anni, Ray si esibiva al teatro Smeraldo di Milano, città dove abitavo e dove abito tuttora. Rimasi folgorato dalla bravura del cantante e del tastierista: un’arte imponente! Forse da lì è nato tutto, per quel che mi riguarda… E infatti… E infatti debuttai l’anno successivo, a tredici anni, in un jazz-club di Milano. Torniamo al suo nuovo disco, Back To (Edel Music), che segna un punto importante nella sua carriera… E’ stato come tirar fuori qualcosa che dopo tanto tempo rimane chiuso in un cassetto. E quando si decide di aprire questo cassetto, si dispiega un nuovo mondo! Nell’album lei canta sia in inglese sia in italiano. Perché? La scelta è venuta spontaneamente. Dal vivo ho quasi sempre cantato in inglese, ma trattandosi di un disco prodotto in Italia, ho pensato che era giusto farlo in entrambe le lingue, la mia, quella che parlo comunemente, ed il linguaggio della black music che credo di padroneggiare proprio nell’aspetto del sound e della musicalità. Ciò che colpisce nel disco, oltre la voce, sono anche gli arrangiamenti. Li ho scritti e curati tutti io. L’attività di arrangiatore è qualcosa che è cresciuta con me fin da ragazzo. Ho avuto la fortuna e l’onore di lavorare a fianco di arrangiatori importanti, dai quali ho appreso l’importanza, dopo che si scrive una canzone, di coordinare al me-

glio tutto ciò che riguarda l’assieme dei colori della musica. E tutto questo poi, per me, si è concretizzato da quando ho cominciato a lavorare al tour mondiale di Laura Pausini. Può parlarci in breve di quest’esperienza? Era la stagione 2000/2001 e Laura era uscita con The Best Of, e nei concerti abbiamo fatto il sold out (tutto esaurito), in tutto il mondo. Io avevo il ruolo non solo di arrangiatore del repertorio della Pausini, ma in tournée ero pure il direttore musicale, suonavo come pianista e talvolta chitarrista accanto a lei. E quest’opportunità mi ha spinto a mettere in pratica le mie idee. Lavorare con Laura poi è stato un piacere infinito grazie alla serenità ed alla fiducia che lei infonde in tutti i musicisti. Torniamo ancora a Back To Luca Jurman: è un disco tutto suo? Tutto mio al 100%, a parte la chitarra ed i fiati ho composto, arrangiato, cantato e suonato tutti gli altri strumenti! Nove brani in tutto, da Ora ho bisogno di te a Labbro sotto labbro sopra! Tutti meno uno… E in effetti il decimo, che in scaletta poi è il sesto, When The Sun Comes Down, reca la firma degli inglesi Incognito, lo storico gruppo di acid-jazz. E’ stata un’esperienza straordinaria, nata grazie alla proposta del mio discografico, Paolo Franchini, il quale fece sentire la musica che facevo ad un amico, senza dirmi niente… Poi, tempo dopo, mi rivelò che ad averla ascoltata erano gli Incognito. All’inizio quasi mi vergognavo, poi ricevetti un riscontro estremamente positivo. Ancora adesso non ci credo, quando guardo la copertina del disco o riascolto il CD. Sembra un sogno, una di quelle cose che si pensano o si dicono, ma non si fanno mai! E invece è successo! Una collaborazione eccezionale, non ho altre parole! Si può dire che anche il suo disco segna un risveglio d’interesse per questi stili black, per alcuni anni trascurati in Italia? Sono sicuro che sia in atto una vera e propria rinascita, per quanto si tratta più di una questione discografica che di concerti. Io personalmente sono vent’anni che faccio musica dal vivo con soul, funky, jazz, che piaceva sempre molto. Dunque era un problema di comunicazione discografica che mancava. Ora, grazie anche all’exploit di un Mario Biondi in Italia o di una Amy Winehouse in Inghilterra, cantanti che stanno letteralmente spopolando, anche nelle vendite discografiche, torna d’attualità la lezione dei grandi Ray Charles, James Brown, Sam Cooke... Che consiglio darebbe ai giovani che vorrebbero esordire con queste musiche? Studiare, studiare e poi ancora studiare. E in particolare affrontare la musica a 360° gradi. Provare e riprovare. Ma soprattutto studiare.

MANIFESTAZIONI PER IL CENTENARIO DEL MUSEO CIVICO DI CASALE MONFERRATO 1910-2010 Sabato 27 marzo 2010 - ore 10,30 Sala delle Lunette conferenza Il Museo Civico specchio della cultura figurativa piemontese a cura di Giovanni Romano (Università degli Studi di Torino) Domenica 28 marzo 2010 - ore 16,30 Chiostro di Santa Croce Concerto del Coro di Casale “Tra sacro e profano” ingresso libero

CALENDARIO VISITE GUIDATE Ogni domenica ore 15,30 Durata visita: 45 minuti

07 marzo

LINEA, TRATTO, SEGNO C. Biani La funzione e l’importanza di schizzi e disegni preparatori nell’arte

14 marzo

PERSONAGGI CASALESI M. Barbesino Mezzi busti di politici illustri in epoca risorgimentale

21 marzo

CARTA E INCHIOSTRO C. Biani Le diverse rappresentazioni di libri e materiale cartaceo nei dipinti del Museo Civico

28 marzo

IN ATTESA DELLA PASQUA C. Biani-L.Carrer-B.Corino Passione e resurrezione di Cristo nelle opere del Museo

Ingresso libero

Nella Nebbia

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06 cinema

testo: Laura Albergante e Elisabetta DellaValle

l e d e n o i z i d e a z r e t al via la

t s e f m va

Con l’arrivo della primavera prende il via il terzo appuntamento con il VAM Fest, che ritorna con un cartellone più ricco che mai. Il Festival Internazionale di cinema riapre i battenti a Vercelli il 4 marzo e si chiuderà il 7 dello stesso mese. Anche in questa edizione il VAM riconferma l’interesse per l’arte, proponendo una lunga cavalcata che tocca le più importanti correnti artistiche contemporanee. L’ispirazione viene dalla mostra della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia “Peggy e Solomon R. Guggenheim: le avanguardie dell’astrazione”, presente allo spazio espositivo Arca, Chiesa di San Marco a Vercelli (periodo di apertura 20 febbraio – 30 maggio 2010). I quattro giorni di festival saranno dedicati a diverse sezioni: si parte con la Retrospettiva, che include il cinema astratto di Hans Richter, Walter Ruttmann e Viking Eggeling, per approdare alla sezione Cinema e Città con la Venezia di Luchino Visconti e quella di Marco Risi; Parigi sarà protagonista del libro Amore e Psiche. Storyboard di un mito di Miriam Mirolla e del film culto di Bertolucci Ultimo tango a Parigi, che con la sua dirompente forza poetica ha saputo ritagliarsi uno spazio nei cuori desolati di tutto il mondo. La sezione Cinema degli Artisti ci offre Quijote di Mimmo Paladino mentre la sezione Contemporanea racchiude in sé i videoclip, le serie tv, i fumetti e la danza dei film di Thierry De Mey, eclettico regista e musicista belga che partecipa alla rassegna con Deep in the Wood. In questa edizione verrà assegnato il premio “Arti del cinema” per il miglior connubio tra regia, fotografia e scenografia nel cinema italiano odierno. Il tro-

feo andrà a Giulia non esce la sera di Giuseppe Piccioni. Un altro premio prestigioso, il “Cinitalia 2010”, verrà conferito all’attore Roberto Sbaratto, di origine vercellese, visto recentemente in Io, loro e Lara, l’ultima fatica di Carlo Verdone. Tra gli ospiti attesi per questa terza edizione troviamo Vanessa Gravina, che presenzierà alla proiezione del film di Marco Risi Colpo di fulmine, nel quale recitò, giovanissima, a fianco di Jerry Calà; il regista Giuseppe Piccioni, autore di Luce dei miei occhi, parteciperà ad un dialogo con il pubblico nell’occasione del ritiro del Premio Arti del Cinema, assegnato a lui, al direttore della fotografia Luca Bigazzi e alla scenografa Giada Calabria. Citazione obbligata per i vercellesi Les Fleurs USB, che saranno presenti domenica 7 marzo per la sezione Contemporanea – Cinema e videoclip. La direzione artistica del festival è affidata a Luca Bandirali, Guido Michelone e Enrico Terrone. Gli organizzatori definiscono il VAM come “un passaggio di tempo dove si coltiva il piacere della visione ma anche il gusto della riflessione, dell’incontro e del confronto, nella convinzione che le opere d’arte non vadano banalmente e ciecamente ammirate ma considerate criticamente come elementi della vita di una comunità”. E noi ci auguriamo che questo spazio venga il più possibile condiviso dagli appassionati di cinema e arte. Buona visione!

l e n o i z Se AM V a z n a D e a m Cine y

Me De y r o r t e i n e Th m i v o M o n r e t E

a Sezione ‘Cinema e Danza’ inaugurata in questa terza edizione del VAM Fest per proseguire nelle prossime, si concentra su di una forma d’arte, la filmografia della danza contemporanea, o il film che si nutre di danza, già estremamente diffusa e conosciuta nei Paesi del’Europa del Nord, quali Belgio e Francia, ora anche in Spagna e Portogallo, ma ancora poco conosciuta in Italia, dove è e cibo quasi per i soli addetti a lavori. Che la danza, soprattutto le nuove forme di espressione gestuale e corporea che hanno fatto seguito alle esperienze di coreografi eccezionali, quali Pina Bausch, tra i tanti, potesse essere giusta materia da plasmare ed imprimere sulla pellicola per renderla da fluida ed aerea, a ferma e tangibile, non è scoperta nuova, Isadora Duncan insegna. Ma ora si fa di più: nel progettare un ‘film di danza’, meglio una istallazione di video danza, opera filmica, scelte coreografiche, colonne sonore e quant’altro nascono all’unisono, partorite nel momento esatto in cui nasce nel regista, ma anche nel coreografo, l’esigenza del raccontare quella esatta sensazione, emozione, condizione, storia. Nato utile strattagemma per poter reiterare all’infinito l’impossibilità del movimento rendendolo eterno e concreto, il film di danza diviene esso stesso opera d’arte nel momento in cui non si limita alla ‘ripresa’ del ciò che accade, sul palco o fuori, da un solo punto di vista, fisso o in movimento, ma si crea l’unisono. Riduttiva la definizione di ‘film di danza’, quindi, che richiama alla mente genitori ossessivi ai saggi finali delle scuole di provincia, tesi ad accalappiare l’ultimo arabesque della figlia in tutù, meglio la più generica e veritiera ‘opera d’arte’per cercare di descrivere, nella povertà della lingua umana, la quantità, la qualità e la densità delle forme d’arte che devono essere chiamate in causa nel momento della creazione artistica. Architettura e pittura, musica e scultura, moda e design, etnologia e biologia, ma anche teatro popolare e citazioni da film d’essai, credenze religiose ed antiche leggende, ricordi d’infanzia misti a studi accademici: tutto, ma proprio tutto lo scibile resta incastrato tra le sue maglie, per poi lasciarsi cogliere all’occhio attento, dallo sguardo inquieto, dello spettatore. La prima Sezione Cinema e Danza del VAM Fest di Vercelli, ‘Eterno Movimento’, viene inaugurata dalla figura e dal lavoro di uno dei suoi più interessanti e poliedrici protagonisti, Thierry De Mey regista e compositore belga di fama internazionale, protagonista nel campo della video danza dal 1983.


Collaboratore e coautore dei maggiori nomi della danza contemporanea odierna, da Anne Teresa De Keersmaeker di Rosas, a William Forsythe, alla celebre sorella Michelle Anne De Mey, Thierry De Mey crea suggestioni di rara bellezza ed intensità emotiva grazie alla duplice natura della sua preparazione: la composizione e l’esecuzione musicale ed il linguaggio del corpo. Infatti, come compositore e regista al contempo, De Mey riesce a muoversi con estrema lievità in campi solo all’apparenza separati, come la danza, la composizione, il teatro, la musica classica, il documentario che, da lui cuciti in un unicum artistico e creativo, si trasformano in una nuova, impensata, opera omnia che affascina gli occhi ed attanaglia il cuore.

suoi danzatori, più di una settantina tra i più grandi nomi della scena europea della danza e della coreografia contemporanea, di interpretare a scelta un personaggio di fiaba o di mito: così Cenerentola e le ninfe dell’acqua, Hansel e Gretel e Narciso, Cappuccetto Rosso e la cattiva Matrigna, per citare solo i più evidenti, prendono corpo e narrano la loro storia tra i rovi e le spine, tra le imponenti colonne delle querce e degli abeti, nelle gelide acque dei fiumi scorrenti come nelle grotte e tra i greti dei fossati, in totale interazione con lo spazio, la natura, il clima, l’ora del giorno e la stagione. Pochi istanti ad ognuno, poi si passa ad altro: alla mente non viene concessa tregua, la suggestione e l’attenzione, restano continue. E mentre scorrono veloci le immagini ci accorgiamo a poco a poco che nelle ansie e nei lamenti, nelle strida e nei sussurri, nelle corse e nei salti, nelle movenze precise di quelle creature di fiaba c’è un po’ della nostra essenza più intima e ‘profonda’ di donne e di uomini e mentre leggiamo nei loro volti, nei loro occhi, la nostra stessa anima ci ritroviamo immersi, grazie alla suggestiva colonna sonora composta per l’occasione da De Mey, sempre di più nella ‘profondità del bosco, ‘Deep in the Wood’, appunto.

Dalla sua varia e vasta produzione filmica è stata scelta ‘Deep in the Wood’, l’opera sua più ludica ed onirica, la più adatta ad un pubblico non ancora così ‘abituato’ alla video danza come, in generale, il pubblico italiano, poco avvezzo alle forme di danza e di espressione corporea che non siano strettamente collegate al balletto classico. ‘Deep in the Wood’ nasce dall’incrocio tra letteratura e natura, tra classicità e modernità formale. Rappresentazione efficace dell’onirico universale, è stato girato nelle profondità degli immensi boschi europei dove, per più di due anni, il regista lascia libero spazio ai

L’installazione è stata presentata in Prima Italiana all’interno della Rassegna ‘Temps d’Images’, evento inaugurale Biennale Venezia Settore Danza Cinema Teatro nella rassegna ‘Temps d’images’ 1-10 febbraio 2002 Giardini della Biennale promossa dalla Biennale di Venezia, dal centro nazionale La Ferme du Buisson di Parigi, dal centro culturale Les Halles de Schaerbeek di Bruxelles e dal canale televisivo franco-tedesco Arte, scelta per inaugurare ufficialmente la Biennale 2002 alla presenza della madrina, Carolyn Carlson.

Colophon: VAM Fest Sezione Cinema e Danza a cura di Elisabetta Dellavalle Venerdì 5 marzo h.15.30 Titolo film: ‘Deep in the Wood’ Une installation pour six écrans de Thierry De Mey Musique électronique de Thierry De Mey Production : Eroica productions Durata : 01h 00 Anno 2002

piazza palazzo vecchio,1413100 Vercellitel.fax 0161215274www.arredidea.cominfo@arredidea.com

Criterio ed armonia, parole chiave per riempire superfici e pareti di casa donando a chi la vive benessere. Uno spazio da abitare va interpretato attraverso l’eleborazione di un’idea, il progetto quindi nasce e si evolve al fine di soddisfare in pieno chi lo deve utilizzare.

Nella Nebbia

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08 arte

testo: Erika A. Savio

C

5 1 DI VIAGGIO SAN DA ARTISTI URGO A B TRO PIE TORINO

ome volando tra la neve sul mortaio di Baba Jaga, un mondo di sogni misteriosi si è posato sulle pareti bianche del Mirafiori Motor Village. Sono le tele, le sculture, le incisioni degli artisti russi presentati dalla mostra “Viaggio di 15 artisti da San Pietroburgo a Torino” promossa da Riccardo Petrecca e coordinata da Julia Rolitch e Nicola Pettinà. Una quarantina di pezzi suggestivi, dal fascino potente, capace di ammaliare il visitatore fino a trasporlo in un mondo-altro: il regno delle antiche fiabe del popolo russo, con i suoi colori accesi, la decisa cromia e lo stile alquanto ieratico, che, come l’utilizzo degli ori, può essere interpretato quale discendente dall’eredità delle icone religiose bizantine. Così come le icone, infatti, queste opere sono pervase da una spiri-

ge otor Villa Mirafiori M o neo, Torin a t t a C a z z Pia 10 21 Marzo 20 – io a r ebb 12 f 19.30 ato 9.00 – b a s l a i’ d e l lun 0 orario: da – 15.00/19.3 0 .0 3 /1 0 .3 9 domenica:

tualità diffusa, da un mistero latente. Caratteristica questa che denota anche le sculture, ed è evidente nella giovanissima Maria Kasyanenko: Kofeek, opera in papier maché (cartapesta), rappresenta uno strano folletto con lunghe orecchie da coniglio, ritratto nel momento della pausa caffè, mentre guarda sornione, gli occhialetti pigramente in mano. La suggestione è ancora più forte nella figura allungata dell’angelo suonatore di Roman Shustrov, creato con una tecnica riconosciuta a livello internazionale come unica nel suo genere, fatta di legno, tessuto e carta. Questo autore, che pare egli stesso uno dei suoi personaggi vivaci e un po’ naif, è capace di ricreare tutto un intero universo, solamente inserendo nell’opera un piccolo oggetto che riesce magicamente a contestualizzarla e a crearne la storia in modo sintetico, ma evidente. Guardando le tele di questi autori, l’uso del colore è sapiente e

preponderante: se talvolta prende tratti più leggiadri e sognanti, quasi riecheggiando Chagall, come nelle “Bagnanti” geometriche e sospese di Nikolay Reznichenko (eseguite in olio graffiato) la maggior parte delle volte la cromia si impone decisa, anche quando la pennellata è più diffusa. Ne è un esempio il pensoso bambino seduto sulla riva di Alexander Bazarin, contraddistinto da occhi enigmatici e toni che sfumano dal pastello al fluo, avvolgendo l’opera in un’atmosfera di angelica pace. Stessa importanza - seppure in toni diversi - per il colore che delinea i personaggi quasi irrigiditi nei paesaggi cubisti di Andrey Sklyarenko. Arcane come le carte dei tarocchi appaiono invece le acqueforti di Elena Novikova e Kostantin Kalynovych, ma soprattutto il “Don Quijote” di Oleg Dozortsev. Ci si perde di mistero in incanto, guardando il mondo fatato di Dmitrj Yakovin. Giullari, viandanti, principesse e folletti dagli occhi vispi e


acquosi, densi di umanità e simpatia, eppure chiaramente provenienti da un fantastico luogo-altro, ricostruito con attenzione minuziosa. Non solo trine, gorgiere, turbanti e diamanti risvegliano nel visitatore le reminescenze delle leggende di un tempo, ma sbocciano fiori dai petali vellutati, compaiono enormi frutti, animali troppo piccoli o troppo grandi…è la ricostruzione trasfigurata di una sur-realtà evocata anche grazie ai toni sapienti della micro-pennellata spesso cosparsa di foglia d’oro. Sempre favola dorata, ma percorsa da una malinconia enigmatica sui volti dipinti da Armen Gasparian, colori caldi per le sue dame rinascimentali incastonate in paesaggi vaghi. L’artista, di origine armena, studia con attenzione i temi dell’antichità e li traspone in uno stile contemporaneo con l’uso combinato delle tecniche del dripping (sgocciolamento) e del surlignage (evidenziazione), affrontando quelli che sono i suoi temi prediletti: dalla danza alla musica, ai segni zodiacali. La vaghezza romantica contraddistingue anche le tele di Andrey Smirnov e Alexey Terenin, avvolte da una nuvola vaporosa. La familiarità con il teatro di quest’ultimo - che ha lavorato con il Bolshoj di Mosca - si deduce dalla composizione, che non si costruisce sulla narrazione o su un soggetto, ma solo sull’evocazione di una situazione. Differentemente, Smirnov declina il gusto per il teatro attraverso l’attenzione per le forme e la loro apparenza, il lasciarsi coinvolgere dalla menzogna e dal piacere attraverso gli occhi seducenti, un po’ orientali, delle sue deliziose mademoiselle ammiccanti. Ancora mistero e una certa aura di simbolismo per le vivide storie fantastiche narrate da Alexander Sigov; l’artista, anche grafico, viene

talvolta accostato ai preraffaelliti per l’atmosfera medievale, ma risulta unica e incisiva l’energia del messaggio veicolato dalle sue figure possenti. Il confine tra la realtà e il mondo delle favole inizia a manifestarsi attraverso le sue innegabili doti tecniche: dal sapiente uso della filigrana, Sigov sa ottenere effetti eleganti ed onirici. Appoggiate su una base quasi mosaicata, tutte le sue creature appaiono come irraggiate dalla luce chiara d’estate, quando il sole del mattino riverbera sull’acqua, vivace e leggera. Anche Natalia Krapivina, ne Il Camaleonte, usa una tecnica che lascia una incisione di forme nell’intricata texture che ricopre il corpo dell’animale, creata dalla rappresentazione di numerosi pezzi di metallo rattoppati insieme: un copriletto patchwork… o un robot meccanico da fantascienza anni Ottanta? La sua fantasia si esprime liberamente sulla tela, in forme innovative, ma eleganti. Leonid Sergeev fissa nelle sue opere i meravigliosi ritratti sormontati da curiosi copricapi dalle più svariate fogge, ognuno inserito in un affascinante universo, dove il cielo gravido di colori e sfumature contiene non solo pietre preziose, conchiglie colorate, palline e mongolfiere, ma anche occhi, farfalle e curiose creaturine marine e terrestri che ricambiano, come in un acquario, lo sguardo del visitatore. Una sorta di composizione alla Arcimboldo, dove tutto si poggia su equilibri rocamboleschi, ma necessari. Come nella “Giuditta” di Oleg Dozortsev: una ginnasta di colore con maschera e collana di perle pedala in bilico su uno strampalato triciclo da circo. Con una mano tiene la testa barbuta di Oloferne, con l’altra brandisce il coltello insanguinato verso nuvole da bufera che,

invece di pioggia, pare debbano far tempestare coriandoli colorati. Il carattere carnevalesco e teatrale di questa tela è innegabile: la cromia marcata, l’abbigliamento incongruo da ballerina del can can che ha perduto la gonna; il personaggio sullo sfondo, che esegue tranquillamente i suoi lavori riparato da un tavolino sproporzionato, su cui poggia un cesto pronto per un ideale picnic, ricolmo di alimenti, ma circondato da filo spinato. E dietro, il cielo visto dallo spazio: comete, costellazioni, stelle cadenti. Tutto rappresentato con paziente cura e sapiente maestria. Forse quello che più stupisce di questi autori raccolti al Mirafiori Motor Village è l’alta qualità delle opere esposte e la sbrigliata fantasia paradossalmente espressa con una perizia assolutamente impeccabile: inappuntabile da un punto di vista tecnico. Probabilmente il risultato del sistema accademico russo, dove, a differenza dell’Italia, l’insegnamento dei Grandi Maestri del passato è ancora molto forte e l’applicazione delle tecniche antiche viene puntualmente proposta e utilizzata come canale espressivo dalla maggior parte degli artisti. Si aggiunga, infine, che la Russia è davvero un universo iconografico molto distante dal nostro, basato su un immaginario le cui radici traggono linfa da altre esperienze culturali. L’arte russa presenta tratti distintivi indiscutibilmente personali, nonostante le influenze subite nel corso dei secoli: i colori vibranti e la marcata vitalità -costruite soprattutto sull’eredità iconografica bizantina del X secolo - non possono che colpire l’immaginario del visitatore. Ma è soprattutto la presenza delle creature fantastiche e surreali che continua a sopravvivere nei quadri, tramandandosi e moltiplicandosi nei secoli, diventando una caratteristica fondamentale ed affascinante di questa arte. Arte che non poteva che arrivare da San Pietroburgo, la città che, nell’immaginario occidentale, è tutta la Russia: è avvolta nella neve lungo il fiume Neijva dove passeggia Dovstojevski; è ammantata dell’oro e del rosso delle icone che risplendono alla luce tremolante delle candele, nella penombra di una piccola chiesa; è attorniata dai fitti boschi di betulle, abitati dalle creature mitiche di cui si racconta nelle fiabe, e, dalle quali escono, come per incanto, per farsi ritrarre sulle preziose tele di questi eccezionali artisti.

Nella Nebbia

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10 musica

testo: Elisabetta DellaValle foto: Whitelight

o t r be Al i n i r a d n Ma

o r o ’ d a b m o La tr ita’ r a l o s a l l de

(…) Quando un giorno da un malchiuso portone tra gli alberi di una corte ci si mostrano i gialli dei limoni; e il gelo del cuore si sfa, e in petto ci scrosciano le loro canzoni le trombe d’oro della solarità. Da ‘I Limoni’ di Eugenio Montale - Ossi di seppia – 1925

“Mi sembra inutile cercare di spiegare a parole ciò che eseguiamo ogni volta in modo differente…forse sarebbe più utile una partitura...” : e come dargli torto? Ma carta siamo e lettori, e scrittori, restiamo, quindi aspettando di farci deliziare dalle mille note blu della sua morbida tromba, e dai potentissimi polmoni, non ci resta che cercare di conoscere un po’ meglio, ma mai abbastanza, questo nostro Alberto Mandarini solare e gentile, uomo generoso di gesti e di affetti, ed in questo caso anche di parole e che, nonostante la denunciata reticenza e la effettiva scarsezza di tempo utile, causa vita vorticosa tra docenze e concerti, famiglia e progetti, dischi da incidere e direzioni di Festival, ha trovato modo e voglia di rispondere a tante, forse troppe, domande. Tra i mille progetti in ballo, il concerto del 18 aprile a Vercelli, pensato come tappa finale della serie di appuntamenti musicali creati a corollario della mostra su Peggy Guggenheim: di cosa si tratta? Quali i presupposti culturali? I collaboratori, quali saranno?

Lo spettacolo Astratte Mutazioni nasce dalle emozioni che mi hanno trasmesso le opere esposte in Arca. La mia idea è quella di trasformare le sensazioni emotive che le immagini regalano in emozioni questa volta musicali in modo da creare una diretta relazione tra quadro, sensazione emotiva e opera musicale. L’apertura, di grande effetto, prenderà forma dal battito cardiaco, tutto parte da lì perché è il primo sintomo emozionale; sala buia, silenzio e solo il suono della cassa della batteria che simula, appunto, il battito del cuore… Il fulcro dello spettacolo, che sarà anche la parte più difficile e imprevedibile, sarà caratterizzato dalla cosiddetta painting music o conduction, ovvero la totale improvvisazione dell’orchestra su mia conduzione attraverso una serie di segni convenzionali. La Conduction sarà ispirata dal quadro Scontro di situazioni di Emilio Vedova. Tutto lo spettacolo sarà arricchito dall’intervento di tre ballerine ed un ballerino che armonizzeranno coreografie sulla musica suonata e da un fotografo che proietterà direttamente su uno schermo le immagini realizzate in diretta tra palco e pubblico in sala. Astratte Mutazioni è un tipo di spettacolo ancora poco utilizzato in Italia perché di grande difficoltà tecnica, ma anche di grande impatto, soprattutto se si pensa che lo scopo ultimo è quello di mantenere sempre alti l’attenzione e l’entusiasmo del pubblico presente, con ogni mezzo disponibile! Questi i miei collaboratori: l’Orchestra Sinfonica Bartolomeo Bruni di Cuneo, i Solisti jazz Diego Borotti (sax tenore e sax soprano), Gianni Vialone (sax), Corrado Stuffo (chitarra elettrica), Daniele Tione (pianoforte), Stefano Profeta (contrabbasso e basso elettrico), Stefano Bertoli (batteria), Arkhé Danza di Casale Monferrato (coreografie di Melissa Balbo), Roberto Ciffarelli per le sequenze fotografiche e Lucia Torchio, assistente musicale e costumi. Tengo particolarmente a sottolineare la presenza di Maria Pia De Vito (voce e voce recitante),

straordinaria cantante jazz di fama internazionale e apprezzata in tutto il mondo, della quale amicizia mi onoro. E torniamo all’inizio, al passato: ci racconti l’innamoramento per la musica e per uno strumento tanto raro e prezioso, soprattutto in pieni anni ’80 e per un ragazzino così giovane, come la tromba? Il vero inizio risale ai miei quattro anni, quando ho iniziato a giocare con la tromba del mio bisnonno che era un musicista; la tromba naturalmente era rotta e non suonava, ma io marciavo per casa fingendo di suonarla emettendo il suono con la voce… A sette anni poi ho iniziato davvero a suonarla, non saprei dire perché, semplicemente volevo farlo, non ho potuto evitarlo. Mio papà era un grande appassionato di musica, l’apprezzava anche più di me (basti pensare che quando voleva assistere agli spettacoli del Teatro Alfieri, alle 5 del mattino era già là in coda per prendere i biglietti!), eppure non mi ha mai indirizzato verso lo studio di uno strumento, sono stato io ad avvertire questo desiderio innato. Poi, quando mi chiese cosa volessi fare da grande, gli risposi: “il falegname”! Non convinto di questa scelta mi domandò se non avessi altro da scegliere e a quel punto ammisi di non aver più una gran voglia di studiare, e… decisi quindi di iscrivermi al Conservatorio. Il risultato è stato che oggi, a 44 anni, sono ancora totalmente assorbito dallo studio e sicuramente più di prima… In effetti gli anni del Conservatorio non sono stati facili, ogni anno pensavo di abbandonare, ma poi, quando mio papà, con grande noncuranza, mi proponeva di vendere la tromba, allora io mi arrabbiavo e andavo avanti. Gli anni passano, e non pochi: scorrendo ora la tua biografia sal-


tano all’occhio i mille progetti e l’amore per tanti generi e tanti mondi. Direi, a grandi linee, di averne identificati tre: la musica classica (e la musica da Camera delle formazioni di soli ottoni), il jazz in ogni sua forma e colore, da solo e con altri, (e che altri!), la passione per la docenza e la direzione artistica. Tante anime che vanno un po’ spiegate ai non addetti a lavori, e che si mescolano con voluttuoso piacere. Non sento di amare un mio lavoro più di un altro, direi invece che li amo tutti perché solo se li si considera nel loro insieme mi rappresentano. Sono la mia storia artistica e personale, ciò che ho fatto, ciò che faccio e ciò che mi piace. Non faccio una particolare distinzione tra generi, mi piace quello che mi piace e questo dipende da come la musica “mi parla”; ad esempio in Astratte Mutazioni si ascolterà di tutto un po’, dal rock alla classica passando per il jazz, ci sarà una chitarra elettrica che suonerà con un’orchestra sinfonica…Come docente mi sento particolarmente soddisfatto quando riesco a trasmettere ai miei studenti qualcosa che risolve loro dei problemi o semplicemente dar loro nozioni che ancora non hanno; questo non è scontato perché arrivano a lezione con una preparazione di base molto alta. Attualmente sono docente di Tromba e Composizione e Arrangiamento ad indirizzo Jazzistico per i Conservatori di Como e di Trieste oltre che per la Scuola Musicale “F. A. Vallotti” di Vercelli, l’Istituto di Musica “G. Verdi” di Asti e l’Istituto Musicale “Carlo Soliva” di Casale Monferrato.

Ma non manca l’amore per la musica più “leggera”, per Luigi Tenco e gli Anni Sessanta. Come nasce? Ho visto un LP da un sito, cover di pezzi bellissimi. Love Song è un progetto che ho realizzato semplicemente per cercare di avvicinare un genere, il jazz, ancora considerato troppo d’elite, a più persone possibile. Per uno come me che non fa distinzione tra generi musicali diversi aprioristicamente, ma anzi che si cimenta nella fusione di diversi stili, è naturale progettare e creare sempre qualcosa di diverso e tentare nuove scommesse. Ogni mio album è rappresentativo di un particolare momento, sicuramente vissuto con grande intensità; Rome-Istanbul, il mio lavoro d’esordio del 1998, ha ottenuto ottime recensioni in tutto il mondo e lo richiedono ancora adesso; l’ultimo album invece, Totocorde, interamente suonato in duo con il pianoforte è stato in assoluto il mio lavoro più difficile e impegnativo e ha riscosso grande favore di critica portandomi ad essere invitato per presentare l’album a numerosi Festival in tutta Europa. Suonare in duo è terribilmente impegnativo e ti lascia completamente “a nudo”, non hai vie di fuga, se fai un errore non ti salvi, ecco perché il fatto che se ne parli come di un ottimo lavoro mi gratifica molto. Fa sempre colpo ricordare la tua lunga collaborazione con Paolo Conte: noi che ti abbiamo sentito suonare, con lui e con altri, non ci stupiamo che ti abbia scelto, ma cosa hai provato quando te l’ha detto, quando hai iniziato le tournée? Qual è la sua canzone che preferisci ed il teatro più magico nel quale vi siete esibiti? Suonare con Paolo Conte per tanto tempo è stato per me una vera scuola; ho imparato moltissimo in quei dieci anni. Come in tutte le cose, la pratica è un aspetto fondamentale e decisivo, e con Paolo ne ho fatta davvero molta e ho imparato moltissime cose che ancora non conoscevo; è stato con lui che ho imparato a stare sul palco. Quando mi ha chiamato per chiedermi di prendere parte al suo tour ero eccitato, confuso e preoccupato al tempo stesso. Mi allarmava il pensiero di come si sarebbe trasformata la mia attività musicale, cosa sarebbe cambiato nei confronti del mondo del jazz a cui ero legato e nei confronti dei suoi musicisti in

particolare. In effetti per un certo periodo mi sono trovato ai margini della comunità jazzistica e in particolare di quella piemontese. Ovviamente mi è dispiaciuto molto, ma tutto sommato credo di aver perso poco e aver acquisito moltissimo! Il teatro che mi ha emozionato maggiormente è stato in assoluto il Berliner Philharmoniker, è un tempio della musica e ricordo di aver avvertito sul palco una tensione come mai prima, né mai dopo. Quando ero bambino adoravo Onda su Onda e Azzurro senza nemmeno sapere che fossero canzoni di Paolo Conte. Erano sicuramente le mie canzoni preferite e non avrei mai immaginato di avere il privilegio di suonare con il loro autore! Ed in ultimo libera i pensieri, improvvisa con le parole. In realtà non mi riconosco nella figura del trombettista, per me i trombettisti devono essere dei kamikaze perché la tromba è contemporaneamente uno strumento bellissimo e odioso; può far dormire i bambini e svegliare i reggimenti. Mi riconosco di più in spettacoli come Metamorfosi e Astratte Mutazioni (concettualmente simili) nei quali posso sbizzarrire le mie abilità, posso creare, comporre, inventare, dirigere, suonare; insomma trovo limitativo suonare uno strumento e basta e non mi accontento più solo di questo. Quando suoni la tromba l’impegno fisico è notevole e la probabilità di errore è abbastanza alta, così a fine esecuzione ti ritrovi stravolto a pensare solo a cosa tu possa aver sbagliato e a quello che potrai migliorare, mentre nella direzione d’orchestra (dove, si badi, non diminuiscono le probabilità, anzi….) e nella composizione, è maggiore l’applicazione dell’intelletto e hai la possibilità di vivere più intensamente la musica. La sensazione che si prova è quella di essere parte integrante della musica, e lasciarsi attraversare e pervadere da essa è una sensazione che non si può descrivere. Credo che queste emozioni siano per me la cosa più eccitante ed appagante in assoluto. Solo stare con i miei bambini e con mia moglie si trova al di sopra di questo. In ogni caso da vecchio mi vedo solitario su una barca in mezzo al mare, con Lucia (mia moglie), senza nessun altro che ci disturbi. Rigorosamente senza cellulare, ma assolutamente con un vecchio giradischi!

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S i o r g a n i z z a n o e v e n t i e C at e r i n g S u P r e n o ta z i o n e


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ricorrenze

il dritto di chicago Testo originale:

testo: Gianluca Mercadante disegni: Marco Guerrieri colori: Freak Ink

Fred Buscaglione (Ed. Nuova Fonit Cetra, 1959)


o i r a d o t t o l l i m ca

“S

llo a i g i d e g n i novara si t

e avete un figlio, e un uomo lo uccide, non affidate quell’uomo al giudizio di Dio e non consegnatelo al castigo degli uomini. Cercatelo, trovatelo, e strappategli il cuore”.

Questo l’incipit dell’ultima fatica letteraria di Dario Camilotto, scrittore specializzato nel genere thriller più coinvolgente, che ha già dato prova della sua bravura qualche anno fa con il romanzo “Il manipolatore di sogni”. Si tratta di una scritta che l’autore ha trovato graffita su di una delle vecchie case edificate nel Parco del Ticino, nelle vicinanze di Novara. Avevo letto il suo primo libro, e ne ero rimasta assolutamente affascinata. Mi aveva inchiodato dalla prima all’ultima pagina, senza possibilità di fuggire, regalandomi un finale che mi aveva lasciato letteralmente a bocca aperta. Ricordo che avevo pensato che fosse il miglior libro del genere che avessi mai letto… ignorando che l’autore fosse di Novara, la mia città. Lo venni a scoprire anni dopo, in questi giorni, quando un’amica giornalista mi mandò una mail di invito alla presentazione di un thriller, “L’uomo di Innichen”, scritto da un suo conoscente… Dario Camilotto! Fui sorpresa, scrissi subito all’autore, e mi trovai di fronte una persona molto disponibile, pia-

cevolissima, lontana anni luce dalla spocchia che potrebbe vantare quello che è a tutti gli effetti il Dan Brown italiano. Ho letto in poche ore anche “L’uomo di Innichen”, e il romanzo non ha deluso le mie aspettative: se possibile, ancor più appassionante del “Manipolatore di sogni”, sicuramente più ricco d’azione e di scene a volte davvero raccapriccianti. Ci accordiamo per l’intervista, ed un soleggiato pomeriggio di febbraio entro in una casa luminosa, arredata con gran gusto, ornata delle pitture iperrealiste che Dario dipinge per hobby. Nulla a che vedere, insomma, con gli interni da incubo descritti nel romanzo. Attenta spettatrice dell’intervista è la figlia di Dario, Virginia, di 13 anni, che trasmette entusiasmo, serenità e… da grande vuol fare la giornalista. Comincio con le domande, conscia che ogni tanto non posso fare a meno di confondere la realtà con la fantasia, complici il modellino del camion Peterbilt e la grande testa di Tirannosauro Rex che fanno bella mostra di sé in ingresso, i due oggetti co-protagonisti nel romanzo. Com’è nata l’idea della storia che narri nell’”Uomo di Innichen”? Dalla scritta sul muretto trovata al Parco del Ticino. Non lo so perché, è difficile rispondere, non c’è una risposta. Spesso le idee compaiono come delle farfalle, sta a te capire se sono buone o no. Poi, da una particella di idea, viene fuori pian piano il romanzo. E il tutto deve essere tradotto in maniera ordinata, tutto dev’essere documentato. Da un foglio ne sviluppi due, poi tre, fino a che ne hai di più e allora cominci a scrivere. Io ho la cartina di tornasole… che è mia moglie, sottopongo l’idea a lei, che mi dice se va bene o no. Ti sei documentato tanto… Questa volta sì. Non per quanto riguarda il mondo della pubblicità, ma per il resto sì. Ho incontrato fotografi di cronaca nera, ho intervistato il presidente dell’Associazione dei Papà Separati di Novara, ed alcuni esponenti delle Forze dell’Ordine, ho frequentato la famiglia dei camionisti, viaggiando per qualche giorno con uno di loro. Mi è servito tantissimo perché sono riuscito ad entrare nella mentalità dei camionisti, nel loro linguaggio, nel loro modo di comunicare, che poi risolve il romanzo. Mi sono reso conto che i camionisti sono gravati da pregiudizi comuni, ma per lo più possiedono un grande orgoglio ed una grande etica professionale. Fanno un mestiere faticosissimo. Mi sono recato ad Innichen, che in italiano viene tradotto con San Candido, in Alto Adige, per cercare lo chalet dove ambientare la dimora del protagonista, Olf. Io non considero il male incarnato nel personaggio del protagonista. E’ qualcosa di più sottile. E’ il tentativo di corrompere

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letteratura

testo e foto: Eliana Frontini

l’animo di un’altra persona. Io assolvo Olf, il “cattivo” da quello che ha commesso nel romanzo, perchè non è colpa sua. Quanto c’è di autobiografico, ne “L’uomo di Innichen”, oltre alla professione del protagonista “buono”, Dan? Ci sono delle stanze sbarrate nella nostra coscienza, dentro le quali prolificano fantasmi che stanno nascosti in noi, e ne abbiamo paura. Io nel libro entro in queste stanze, identificandomi sia con il protagonista che con l’antagonista. C’è molto di autobiografico, di intimo, che spaventa, per questo per un anno ho dovuto sospendere la stesura. Novara non ne esce benissimo… Non poteva essere altrimenti, perchè è vista con gli occhi del protagonista, che in questa città perde un figlio. Ma io sono in debito con Novara, quando sono venuto qui, da Milano, mi ha accolto molto bene. All’inizio non riuscivo a dormire per il troppo silenzio! Per uno scrittore quasi sconosciuto come me (!), c’è stato un interesse spaziale, magico… Qui a Novara ho avuto il piacere di conoscere tutti i giornalisti, ed anche il Sindaco mi ha telefonato dicendomi che mi vuole conoscere. Progetti per il futuro? Ho una mezza idea, ma è così ancora sottotono che non saprei cosa dire… Non mi dispiacerebbe chiudere il cerchio su una trilogia sulla pubblicità, ma ho paura che diventi poi ridondante, poco spontanea. Vedremo. Ma faresti leggere “L’uomo di Innichen” a tua figlia? A mia figlia sì, perché ha seguito, seppure come semplice spettatrice, la stesura del romanzo, venendo con me e mia moglie in Alto Adige, sentendo spesso parlare dei testi. (interviene Virginia, dicendo che vorrebbe anche leggere il romanzo del suo papà… se non fosse costantemente impegnata nelle versioni dal greco e dal latino!). La trama Dan, fotografo pubblicitario milanese, è un papà separato che cerca faticosamente di ricostruire un rapporto con Roby, il figlio undicenne che vive a Novara con la madre ed il nuovo compagno di questa. Poi un incidente d’auto, apparentemente casuale, uccide Roby. Affiancato da Chiara, una giornalista novarese, sul filo delle parole pronunciate da una sensitiva, Dan si lancia alla ricerca dell’uomo che ha ucciso suo figlio, precipitando nel mondo di un serial killer che uccide nel cuore della notte con agghiacciante ferocia e fuori da qualunque schema. Pagina dopo pagina, si apre il sipario su una vicenda che toglierà il sonno ai lettori e che lascerà affiorare le paure più recondite e primitive, quelle che sono in grado di annichilire anche la ragione. Nel mese di aprile, il libro verrà presentato anche a Vercelli. “L’uomo di Innichen”, Mursia 2010, pagine 440, euro 18.00. www.uomodiinnichen.it


16 vercelli a c i s u m n i

MUSICA

testo: Guido Andrea

C

he Vercelli sia una città musicale è quasi fuor di dubbio: il libro Vercelli nel Juke Box (Whitelight Editrice), pubblicato nel settembre scorso e scritto da Guido Michelone elenca ben 152 musicisti di tipo rock, pop, folk, jazz e classico che operano sul territorio nazionale, basandosi esclusivamente su quelli in attività che hanno almeno pubblicato un disco ufficiale a proprio nome; nel computo sono presenti ovviamente le band e le orchestre e se a queste si aggiungessero anche i nomi dei solisti e quelli che i dischi se li autoproducono (o non li registrano affatto), il numero dei musicisti a Vercelli oggi salirebbe a qualche centinaia: il che dimostrerebbe la tesi appunto di una città votata l’arte musicale. Ma quale arte? Qui il discorso si fa complesso perché le risorse creative sono tante e le proposte appaiono serie e diversificate: facendo riferimento anche solo alle pubblicazioni fonografiche successive a Vercelli nel Juke Box, dunque ai CD editi in questi ultimi 4-5 mesi, la situazione risulta assai florida, con ben 23 CD recensiti, e quindi fa-

cale (voluto dal ministro Maria Stella Gelmini) colmerà la lacuna, ma il rischio è che lo faccia al contrario, diventando fin da subito troppo teorico. Detto questo, ci si può davvero consolare, arrivando persino al plauso o alla vanteria con questa bella pila di nuovi 23 Cd, che dimostrano, alla faccia di più o meno croniche lacune, come la musica vercellese sia viva e in ottima forma e non abbia bisogno di gratificazioni dall’alto (anche se queste, per alcuni musicisti, non mancano), per manifestarsi: basta un CD e la musica resta da qui all’eternità (corrente elettrica, permettendo). Cominciando dunque dalla musica classica, la summenzionata Camerata Ducale d’origini torinesi è protagonista di svariati lavori tutti di alto livello, a partire dalla partecipazione al CD/DVD degli Avion Travel Nino Rota l’amico magico (Sugar), in cui la voce di Beppe Servillo canta le colonne sonore, accompagnato dall’ensemble qui giustamente denominato Orchestra Camerata Ducale di Vercelli, proprio per il contributo che alla città sta dando la formazione di Guido Rimonda (violino) e Cristina Canziani (pianoforte), mattatori, a loro volta, in duo di Petite Ecole

il sestetto di Paolo Baltaro (basso) e Sandro Marinoni (ance) rilegge in chiave avanguardista talune canzonette italiane con risultati sorprendenti. Per quanto riguarda invece Alberto Mandarini, va segnalata la sua partecipazione in Main Scream Five (CMC) di Fiorenzo Bodrato: la tromba del biccio-trino-astigiano nel quintetto del bassista torinese nobilita un album di modern jazz assai originale. Funky e soul invece per il Max Duo in Alter Ego 2.1 (Splasch), dove i biellesi Tempia (organo) e Serra (percussioni) si prodigano in ritmi accattivanti, così come fanno i veterani del quintetto prog Il Castello di Atlante nel nuovo Cap. 7. Tra le antiche mura (Venus) ottimo connubio tra rock e jazz e atmosfere magiche e trasognanti. Passando invece al rock ecco finalmente il primo disco ufficiale, trent’anni dopo, di Sorella Maldestra con Maltempo (Banksville) prodotto da Baltaro, che vi suona la batteria, assieme a un altro new entry, Ranghino, al basso elettrico, mentre del gruppo originario sono rimasti Aceto e Zanello (voci), Gandino (tastiere) e Ciulini (chitarre): punk demenziale ancora attualissimo e una band di culto in Europa. Giungendo infine a realtà più giovani, Fluido (Mi Disturba Records)

rebbe ben sperare in un futuro radioso per la stessa musica vercellese. Restano però ancora irrisolti alcuni punti che non riguardano direttamente i musicisti, ma che purtroppo hanno a che fare con la loro talvolta sofferta attività concertistica. I luoghi per suonare ed esibirsi dal vivo sono ancora relativamente scarsi: ci sono gli istituzionali come il Teatro Civico (meta di grandi eventi sinfonici e leggeri), il Salone Dugentesco, il Museo Borgogna (appannaggio di recital cameristici), mentre i privati propendono per sonorità più trend e innovative e si concentrano soprattutto nell’ex Montefibre tra Area 24 (rock, cover, heavy metal), Casa Noego (techno, reggae, nu-jazz) e Officine Sonore (rap, blues, indie-rock, jazz, canzone d’autore). Oltre ai due Viotti in concorrenza, la breve stagione lirica comunale, l’operetta gestita dal Belvedere e i cantanti pop al Civico dentro la rassegna di prosa, risultano spesso effimere o di breve durata le iniziative di altri generi, ad eccezione forse del Jazz Re:found, all’aperto, in stile Woodstock, con due edizioni alle spalle, incentrato su fusion, soul, electro, e r’n’b. Anche le scuole di musica come la Vallotti (pubblica) o il CVC (privato) si limitano a formare buoni strumentisti, mancando di una visione culturale d’assieme: forse il nascituro Liceo Musi-

de la mélodie (Chandos) ad eseguire in prima mondiale, su etichetta francese, alcune sonate di Saint-Saens, Danda e Massenet; e ancora la Camerata è protagonista di Soffio d’amore (INAC) del compositore settantenne Federico Gozzelino che rinnova la sua poetica neoromantica anche in altri due nuovi compact dai titoli Aggregazioni e Antologia 2, entrambi ancora in collaborazione con l’Istituto Nazionale d’Arte Contemporanea, per vari interpreti ed esecutori. Anche il jazz è ben documentato, anzitutto dal batterista Dario Mazzucco che in Light Lunch (Silta) esordisce alla grande radunando un quartetto italoamericano e registrando nel New Jersey un bell’album di hard bop. Primo disco anche per Gianni Dosio con la Vercelli Jazz Filarmonica che in VJF for Anffas (Anffas) raccoglie trascinanti brani dal vivo fra swing e mainstream con una big band infarcita di sommi maestri (uno su tutti il compianto Gianni Basso al sax tenore). E che dire di Cesare Picco? Anche lui, pur giovane, già un maestro del pianoforte jazz, che seduce ed entusiasma nel doppio Piano piano (Edel) e che riserva un’intera parte a Blind Date, ossia improvvisazioni al buio: semplicemente geniale. E altrettanto geniali sono i SADO in Imprescindibile momento di cultura italiana (AMS Records):

degli R (erre) e The Beast Is Back (Banksvile) dei Toxic Poison, sono di due quartetti accostabili non solo perché in entrambi c’è la forte voce del cantante Marco Valli, ma soprattutto per il fatto che tutti e due propongono un solido hard rock che talvolta sconfina nell’heavy metal. E metallo pesante, ma tutto strumentale, è la prova solista di Dimitry con Evolution realizzato in Norvegia, dove il chitarrista si lancia in perigliosi solismi. Vicini invece ad un gusto pop-rock sono i Roulette Cinese che, in Ibrido Meccanico (Egea), hanno compiuto il salto di qualità, passando ad un’etichetta maggiore. Confortanti anche i risultati ottenuti dai morbidi Stereo Plastica con Eleven (Mousemen), dai tenaci The Grace con Four Little Human Beings (a.p.) e dagli arrabbiati ETB con Rock Napalm Roll (Canalese Noise Records), mentre sul fronte cantautoriale, in attesa dell’album di Roberto Cappella, è interessante Aldo Barosso con Jack Walks Alone (a.p.) dedicato a Fabrizio de André e il debutto di Une Passente con More Than One In Number (Anna-the-grammy Records) con ospite Carlot-ta al pianoforte: quest’ultima è forse la figura più promettente fra i nuovi musicisti vercellesi e, tra cover e original, dopo un bel promo, la si attende al varco del disco d’esordio.


a l l a a c r e c i r k c o r l e d r.

come rock, anche se non è da qui che deriva la scelta, ma da Rated-R (vietato ai minori per gli USA), ruvido e romantico rock per una band vercellese formata nel 2003 e maturata fino ad oggi con la pubblicazione del loro cd Fluido. Incontrarli non è soltanto incontrare persone affini, dure, eppure capaci di commuoversi fino alle lacrime per quattro note ben assestate, ma anche musicisti sognanti e concreti fino a sapere che per loro e per tutti quelli che come loro suonano per pura passione, Sanremo e tutte quelle cose lì sono un altro, diverso pianeta e che di cavarci un lavoro o anche solo qualche euro da questa passione è cosa dura, impossibile. Marco Valli (voce), Nicola Larizza (chitarra), Alessandro Brullo (basso) e Max Balanino (batteria) sono un vero gruppo, uno di quelli che col tempo si trasformano in una famiglia dove suonare, comporre ed esibirsi. Tutto questo, negli anni, diventa la base per costruire un legame forte in grado di accompagnarti in un mondo tutto tuo, diverso da quello che ti sta intorno. Fluido arriva dopo anni di esperienze fatte di “Rock Targato Italia”, dove per quattro edizioni sono sempre arrivati in finale, di una vittoria all’“Under Ground Parade” del 2004 con il brano “I giochi del tempo e del Destino” e di tante canzoni scritte e suonate, una quarantina per

la precisione, contenute nei demo “Session n.1” (2004) e “Session n.2” (2005). Nel 2006, con la produzione di Lele Battista (La sintesi) realizzano l’EP “Universi d’Istinti” distribuito nei webstores in formato digitale con distribuzione Kiver. Dieci canzoni, perché è la canzone che sta al centro di tutto… ok il sound, ok l’arrangiamento, ma se produci musica rock e la canti in italiano devi vedertela con la canzone, perché se il testo è debole, se il ritornello non c’è, se in chi ti ascolta non smuovi un’emozione, i tuoi sforzi stentano a stare in piedi. Fluido, registrato a Torino nello studio Transeuropa e seguito da vicino da Casasonica Management, è quasi un disco in due parti, con le prime quattro canzoni decisamen-

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musica

testo: Marco Guerrieri foto: Marianna Caltavuturo

te radiofoniche, incisive, dove non stupisce trovare anche una ballad come “Ape Regina” ed una seconda parte, come dicono loro, più libera, dove è la canzone stessa che condiziona il modo in cui la si suona. Scrivere una canzone significa raccontare un fatto o una sensazione e Fluido racconta tanto e bene, non è immediato, ma ci vogliono solo un paio di passaggi per rendersi conto che conosci già a memoria parole e melodia dei ritornelli… e dietro a questa magia non c’è il ricco discografico con l’occhio lungo, non c’è l’acuto arrangiatore, non c’è l’infallibile autore pronti a confezionare quello che devi sentire e comperare, ma ci sono gli R., e per questo lato del fare musica l’importante è farla in libertà e con manciate di passione. Battiato cantava “l’Impero della musica è giunto fino a noi carico di menzogne, mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura...” e forse sta proprio qui il senso di fare musica slegati dagli zoo televisivi. L’unica cosa che mi resta da dire è compratelo, ascoltatelo e vi renderete conto di quanto sia bello fare musica rock in libertà.

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RUBRICHE

Note biografiche: Laura Bosio, nata a Vercelli, vive e lavora a Milano. È autrice dei romanzi “I dimenticati” (Feltrinelli, 1993 - Premio Bagutta Opera Prima), “Annunciazione” (Mondadori, 1997 -.Premio Moravia), “Le ali ai Piedi” (Mondadori, 2002) e “Le stagioni dell’acqua” (Longanesi, 2007), arrivato finalista all’edizione 2007 del Premio Strega. Ha inoltre pubblicato, in materia saggistica, “La ricerca dell’impossibile. Voci della spiritualità femminile” (Leonardo-Oscar Mondadori, 1999) e “Teresina. Storie di un’anima” (Mondadori, 2004). Nel 1997 ha lavorato al soggetto e alla sceneggiatura del film “Le acrobate” di Silvio Soldini.

Scrittori Nella Nebbia a cura di Gianluca Mercadante

Cinema Lux

Quanti cinema Lux ci saranno in Italia, e non solo qui? A Roma è una multisala, nel romanzo di Janine Teisson è il luogo fiabesco dell’incontro tra due ragazzi che il mercoledì, mentre il signor Piot, in cravatta a farfalla, proietta sullo schermo i classici del cinema, scoprono di amarsi e, dietro gli occhiali che li nascondono, di essere entrambi ciechi. Il mio Lux è una sala nella periferia di Vercelli, non distante dalla casa dove abitavo da bambina. Ci andavo la domenica pomeriggio in compagnia di un’amichetta, non saprei più dire chi, mi viene in mente Paola, che non aveva il padre e viveva con una madre piccolissima, quasi una nana, e un’infinità di gatti che ogni tanto precipitavano dal balcone. Credo andassimo verso le tre, da sole. Attraversavamo la grande piazza d’angolo con i grandi palazzi liberty, piazza Galileo Galilei, e poi fiancheggiavamo un piccolo fiume che per un tratto scorreva all’aperto prima di interrarsi. Il cinema era di fronte a un campetto di calcio dove capitava che guardassi qualche partita, seduta sotto una fila di platani sulle lunghe panche di legno. Il papà di un’altra amichetta, Daniela, instancabile inventrice di giochi, era un ex portiere e allenava una squadra di ragazzini. Ricordo le liquirizie arrotolate all’ingresso,

di Laura Bosio

con lo zuccherino colorato al centro, e poi il buio della sala… È come se fossimo arrivate sempre a film cominciato, perché non ho immagini della sala illuminata. Non so quali film vedessimo, tranne uno, mai dimenticato, Il fantasma dell’Opera, probabilmente una riedizione… Il “mostro” che vive nei sotterranei, il suo amore protettivo e ossessivo per la bella cantante, e soprattutto l’occhio che ogni tanto compare nello specchio dove lei si pettina e si trucca prima di andare in scena... la finestrella che si apre di scatto, l’occhio che guarda, fissa, scruta… Intere notti con gli occhi sbarrati sul soffitto senza dormire, con quell’occhio davanti agli occhi che non mi lasciava. Nemmeno i miei animali nel bosco dentro il muro, quelli che mi scortavano nelle ore dei sogni, potevano calmarmi. O forse se ne erano già andati. Ho continuato a vederlo, quell’occhio, quando al cinema Lux, dieci anni più tardi, organizzavo un cineclub, in carenza di liquirizie ma ben provvista di sigarette, in mezzo a ore di discussioni, ciclostili, dibattiti affumicati, e film per me incancellabili… Il potere di Augusto Tretti, singolare e suggestivo “saggio” contro ogni potere costituito, dall’età della pietra alla colonizzazione del West, al neocapitalismo contemporaneo,

girato con provocatoria povertà di mezzi, o Simon del deserto, l’ultimo film messicano di Buñuel, blasfemo e profondamente religioso, con un monaco in ascetico ritiro su una colonna, coriaceo all’indifferenza altrui ma non alle lusinghe del diavolo, che lo tenta sotto sembianze di donna, e poi sotto quelle del Buon Pastore, e alla fine lo trasporta in un club newyorchese, o I 39 scalini di Hitchcock, thriller con ritmo di commedia dove i veri protagonisti sono l’incredulità, lo scetticismo, la menzogna, un’aggressività senza fine. Hitchcock, come sempre, è presente: ironico, leggero, troneggiante. Passa per strada durante la conversazione in treno tra due rappresentanti di biancheria femminile e getta via la carta di una caramella. Un’educazione sentimentale. Non ho potuto ignorarlo, l’occhio del fantasma, guardando, totalmente sola, senza liquirizie, senza sigarette e senza un’ombra di commento, un film di Ferdinando Maria Poggioli che avevo avventurosamente noleggiato per fare la tesi di laurea: Gelosia, dal Marchese di Roccaverdina di Luigi Capuana, storia di follia e di omicidio ambientata in una Sicilia assolata e deserta, dominata dalla paura, dove i protagonisti sono osservati da lontano, come gli eroi di una tragedia di Racine, chiusi in un dolore

che li separa dal resto dell’umanità. Un fantasma lo stesso Poggioli, con la sua vita pacatamente turbinosa che da Bologna e dagli studi di economia lo aveva portato a Roma e al cinema, schivo, amante della vita, omosessuale senza complessi in una società come quella fascista che di complessi ne aveva e ne creava, appassionato di antiquariato e di cucina, morto nel ’45 per una fuga di gas, quando l’Italia e il cinema stavano per voltare pagina, anche su di lui. Sono ritornata al cinema Lux tre anni fa, una sera fra Natale e Capodanno, insieme a due degli amici con cui organizzavo il cineclub e che, a differenza di me, abitano ancora a Vercelli. I venti centimetri di neve della giornata, le pigrizie del dopo festa e degli imminenti nuovi preparativi, e forse il titolo malinconico del film in proiezione, Lost in translation, avevano scoraggiato quasi tutti. Nella sala eravamo in sette, con una scelta di caramelle e i cappotti a fare da coperta. Persi come i protagonisti che nel film cercano vie per ritrovarsi in una Tokio spaesante e in un grande albergo dove si gioca a golf in una stanza. L’occhio era là, fisso, sgranato, inquieto, e a volte mi chiedo se si sia mai più richiuso.


Terapia e borsette di Veronica Gallo

Commessa delle mie brame COMMESSA DELLE MIE BRAME Nel mondo delle fashion victim, e di tutte noi comuni mortali che alla voce hobby scriviamo shopping, esiste una specie di personaggio fantastico che, a seconda dell’umore suo e nostro, può diventare un’alleata o una nemica, una persona che può influenzare in modo infallibile il nostro guardaroba, che può restituirci il sorriso in un giorno bigio o lasciarci tremanti e piangenti in uno striminzito camerino: la commessa. Questo personaggio ai limiti del mitologico si divide in tante categorie, partiamo quindi da quella che meno ci intimorisce: la commessa-amica. Da quando è stata assunta non passa sabato che non vi fiondiate nel negozio, proviate il campionario e vi facciate tenere da parte l’ultima 46. E’ decisamente una manna dal cielo in tempo di saldi, ma se non è la proprietaria o ha una bravura tale da vendere i ghiaccioli in Groenlandia, il suo lavoro ha vita breve: in un negozio dove bivaccano perennemente sul divanetto

le amiche della commessa difficilmente entreranno altre ragazze! Lunga vita lavorativa ha invece l’amica dell’amica, la conoscente o la parente dal terzo grado in poi: entrate in negozio perché vi sentite a vostro agio, lei vi tratta bene e vi fa lo sconto e voi avete un’unica possibilità: comprare perché non vi osate ad uscire a mani vuote. Pericolosissima! I commessi maschi hanno una categoria tutta loro: pur imbarazzate li adoriamo belli belli belli anche se non necessariamente giovani, così possono fare i galanti senza sembrare falsi. Se sono giovani e ci accolgono con “buonasera signora” usciamo immediatamente dal negozio e lo cancelliamo anche dal TomTom. Ed infine vengono loro: le dee delle boutiques del centro. Quelle bellissime, alte, sempre perfettamente truccate e pettinate che ti vien voglia di chieder loro: “Ma se lavori dal lunedì pomeriggio al sabato sera, quando vai dalla pettinatrice? C’è un salone di bellezza aperto il lunedì mattina che fa trucco e parrucco a tutte le

commesse-dee della provincia?” Ma no, loro nascono così e comunque nessuna di noi avrebbe mai il coraggio di fare tali domande. Sicuramente nell’esperienza di tutte voi c’è stata una commessa taglia 38 che vi ha squadrato dalla testa ai piedi e vi ha fatto sentire come la vostra Prof di Matematica del liceo (le maiuscole sono una forma di rispetto per la mia, della quale nutro ancora una sana paura!) Ricordo ancora una spedizione shopping a Milano ed un negozio centralissimo: lì le commesse erano di un solo gradino sotto le modelle da sfilata ed alla mia richiesta di provare una tuta di Naf Naf mi risposero: “Arrivo solo fino alla 44, pensi di entrarci?” . In quel momento tutto il mio orgoglio di bimba in carne, ragazza prosperosa e ventenne procace venne fuori, entrai nel camerino, mi infilai in quella tuta ed uscii per rimirarmi allo specchio. Poi con un sorriso mi rimisi i miei abiti e dissi “ E’ perfetta, la prendo” e dopo quelle parole finalmente… potei riprendere fiato!

Abitare sostenibile di Marco Pozzo

Turisti per casa “Io credo nelle persone però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza...” “Vabbé: auguri!” Caro diario Fino a un paio di anni fa girava questa leggenda metropolitana, che non ho mai avuto modo di verificare, su gruppetti di vecchiette inglesi che, con il carrellino per la spesa, si aggiravano con passo incerto ma sguardo deciso dalle parti del piccolo aeroporto di Bergamo. Si diceva che abitassero a Stansted, sede di un altrettanto piccolo aeroporto a un’ora di treno da Londra, e che trovassero molto più conveniente venire mensilmente a fare compere nel gigantesco centro commerciale che si trova di fronte all’aeroporto lombardo piuttosto che affrontare i prezzi infuocati della capitale britannica. L’idea nasceva dall’istituzione del collegamento fornito da Ryanair che, a fronte di un viaggio di un paio d’ore, riusciva ad offrire il volo aereo per una decina di euro (prenotando con largo anticipo) invece della cinquantina richieste per l’andata e ritorno per Londra. Ora, a causa del cambio molto meno favorevole fra euro e sterlina, e delle più complesse regole di sicurezza sui voli aerei quest’operazione è diventata un po’ più difficile, però rimane un solido mercato turistico che collega le città i cui aeroporti ospitano compagnie a basso costo, grazie al quale, ad esempio, la meta favorita per gli addii al celibato inglesi è Tallin (Estonia)(!!) oppure che rendono conveniente passare da Berlino per poter andare con pochi soldi al mare a Madeira, che si trova dalla parte opposta, in mezzo all’oceano atlantico... Il biglietto inter-rail (con il quale si può viaggiare in treno in Europa per un mese) che ha segnato le vacanze a basso costo di un paio di generazioni, è diventato una soluzione per ricchi, sostituito dalle compagnie aeree low cost che scodellano destinazioni inso-

spettabili (ricompensando le popolazioni locali con un rilascio di inquinanti nell’aria paragonabile solo ad un esercito di orchi mangiatori di fagioli...). Insomma la comunicazione globale che trasforma il nostro mondo in un virtuale villaggio a portata di parola è in parte confermata dallo sviluppo di mezzi di trasporto che tendono a ridurre i tempi di comunicazione verso alcuni luoghi privilegiati anche nel mondo fisico. Il risvolto negativo (??) di queste operazioni di marketing territoriale sta nel conseguente improvviso isolamento turistico in cui si sono trovati intere regioni tagliate fuori dai flussi principali. Il territorio che si vede dai finestrini dei treni ad alta velocità è diventato più difficile da raggiungere per i portafogli dei passeggeri e questo è probabilmente uno dei principali timori di chi protesta contro la TAV in Valsusa. Ma c’è chi, invece di protestare, ha pensato di combattere con le stesse armi dell’innovazione. Semplificando: per deviare le correnti principali dettate dai flussi turistici bisogna avere una scritta sfacciatamente attraente che appare sopra il tetto del proprio albergo quando si apre google maps, o una frecciona che dall’alto del cielo punta sulla porta del mio ristorante quando un pullman di americani guarda attraverso lo schermo del loro iphone usando un programma di realtà aumentata [questa è bellissima ma la spiegherò meglio un’altra volta...] Ecco due idee per entrare nel flusso: - La certificazione europea ecolabel che mira a identificare con un marchio (e successivamente a sorvegliare) le strutture ricettive che si impegnano a rispettare nel tempo tutta una serie di requisiti e di comportamenti non solo per ridurre l’impatto ambientale della struttura, ma anche per qualificare il territorio in cui questa si trova.

Al contrario di quello che si pensa in Italia, l’adesione a questo programma non è un azzardato gesto da pionieri ma piuttosto un investimento minimo, recuperabile immediatamente visto il numero sempre maggiore di turisti che, in Europa, si affida a questa rete di alberghi. - Gli alberghi diffusi, che non sono propriamente un’idea nuova (le chambres d’hôtes francesi offrono qualcosa di simile anche se più spartano), diventano uno strumento di attrazione molto potente se uniti alla straordinaria visibilità anche a grande distanza offerta da internet. Si tratta di strutture in cui differenti proprietari mettono a disposizione camere o piccoli appartamenti in piccoli borghi o nei centri storici delle città d’arte con il supporto di un blocco centrale in cui sono radunate le funzioni comuni di reception ed eventuale ristoro. Un esempio di questo tipo è la rete villaggi valle elvo costituita nei comuni di Graglia, Sordevolo e Muzzano, sulla collina biellese. Un’idea semplice che con pochi investimenti può ridare vita a luoghi straordinari. Non mi preoccuperei più di tanto se il turismo in Italia sembra fatto solo di code sulla A14 in agosto, o di gente che vuole andare a sciare l’8 di dicembre o che sopporta giorni di sofferenza per arrivare in Antartide solo per poter postare un autoscatto su Facebook... Per fortuna per tutti gli altri vale il vecchio aforisma che suggerisce di innamorarsi di quello che non tutti capiscono, perché se non si capisce non si può distruggere. www.ecolabel.it www.villaggivallelvo.it

Nella Nebbia

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20 AGENDA marzo

4 giovedì Cinema

Vercelli VAM Fest - Vercelli Art Movie Festival Cinema Nuovo Italia e la Cripta di Sant’ Andrea Per Info: www.vamfest.it

Musica

Vercelli “Area 24 live” Concerto di Helluminium e Motherhead Ore 23.00 Area 24 via Caduti sul Lavoro

5 venerdì Inviaci le tue segnalazioni a: agenda@nellanebbia.it

INFORMAGIOVANI CITTA’ DI VERCELLI

C.so Libertà, 300 - 13100 Vercelli Tel. 0161.25.27.40 - Fax 0161.54.384

E-mail: informagiovani@comune.vercelli.it

Web: www.informagiovanivercelli.it

“Cultura”

da Lun. a Ven. alle ore 17.40

“Segnalibri”

da Lun. a Ven. alle ore 18.40

Incontri

Vercelli Officine Sonore “I Ragazzi del Mucchio” Parteciperanno: Silvio Bernelli, Carlo Bordone, Roberto Vernetti Ore: 21.00 Per info: www.officinesonore.org

Cinema

Vercelli VAM Fest - Vercelli Art Movie Festival Cinema Nuovo Italia e la Cripta di Sant’ Andrea Per Info: www.vamfest.it

Teatro

Biella Cittadellarte Fondazione Pistoletto “Layout – nuove idee per lo spettacolo” Ore 21.00 Per info: Tel. 340 5868260 o 393 0343809 www.fondazionectp.it info@mdscoop.com

6 sabato Michele Trecate

www.vercellink.com Eliana Frontini

Cinema

Vercelli VAM Fest - Vercelli Art Movie Festival Cinema Nuovo Italia e la Cripta di Sant’ Andrea Per Info: www.vamfest.it

Musica

Vercelli Viotti Festival Teatro Civico esibizione al pianoforte di Alexander Lonquich Ore 21.00 Per Info: Associazione Camerata Ducale Tel. 011.755791 Vercelli Officine Sonore Music Contest - Finale Ore: 22.00 Per info: www.officinesonore.org Vercelli Love me Tonight Cd&Dvd Showcase Party Salone Dugentesco Ore 18:30 Per Info: 339 7722799

Mercatini

Vercelli “NaturalVercelli” Mercatino biologico per chi cerca uno stile di vita più sano. Piazza Cavour dalle 8.00 alle 20.00 Per info: Confesercenti Tel. 0161.50.15.95

Teatro

Vigliano Biellese Teatro Erios Vigliano in scena “Non c’è più il futuro di una volta” – di Gaspare e Zuzzurro Ore 21.00 Per info: Comune di Vigliano Tel. 015 512041

www.teatrogiacosa.it info@ilcontato.it Biella Cittadellarte Fondazione Pistoletto “Layout – nuove idee per lo spettacolo” Ore 21.00 Per info: Tel. 340 5868260 o 393 0343809 www.fondazionectp.it info@mdscoop.com

7 domenica Cinema

12 venerdì Fiera

Gaglianico padiglioni di Biella Fiere “Motor Vacanze Biella 2010 – Salone piemontese del plein air” dalle 18,30 alle 22,30 Per info: www.biellafiere.com

Teatro

Vercelli VAM Fest - Vercelli Art Movie Festival Cinema Nuovo Italia e la Cripta di Sant’ Andrea Per Info: www.vamfest.it

Biella Teatro Sociale Villani “Il Barbiere di Siviglia” Ore 20.45 Per info: Accademia Perosi - Tel. 015 29040

Incontri

Musica

Vercelli Tè del Cardinale Sala Capitolare dell’Abbazia di Snat’Andrea Prof.ssa Baucero racconterà la missione del Cardinale Guala Bicchieri (fondatore della basilica) alla corte del Re d’Inghilterra dalle 14.30 alle 17.00 Info: Ass. Chesterton Tel. 345.3382906

Mercatini

Vercelli “Barlafus” Mercatino del piccolo antiquariato e del collezionismo. Piazza Cavour dalle 8.00 alle 19.00 Per info: Confesercenti Tel. 0161.50.15.95

Incontri

Vercelli Visite Guidate in Sinagoga Apertura dalle 14.30 alle 18.30, con inizio visite alle 14.30, 15.30, 16.30 e 17.30. L’ ingresso alla Sinagoga è consentito solo con visita guidata. Per info: 339.2579283

8 lunedì Musica

Vercelli Viotti d’oro Teatro Civico consegna del Premio alla grande pianista Angela Hewitt in concerto con la Bachakademie di Stoccarda Ore 21.00 Per info: Società del Quartetto Tel. 0161.255575

10 mercoledì Arte

Biella Sala Convegni del Museo del Territorio Mercoledì dell’Arte del F.A.I. Ore 18.00 Per info: Assessorato alla Cultura del Comune - Tel. 015 4507212 www.eventi.comune.biella.it palazzoferrero@comune.biella.it

11 giovedì Musica

Vercelli “Area 24 live” Concerto di Citizen Dick Ore 23.00 Area 24 via Caduti sul Lavoro Vercelli Officine Sonore Nicholas Joseph Roncea + CARLOT-TA Ore: 22.00 Per info: www.officinesonore.org

Cinema

Biella CineTeatro Odeon Spettacolo di Giuseppe Giacobazzi

Vercelli Officine Sonore LOME’ Ore: 22.00 Per info: www.officinesonore.org

13 sabato Musica

Vercelli Good Afternoon Peggy Salone Dugentesco concerto “Viaggio Atantico” eseguito dalla cantante Claudia Pastorino e dal quartetto di violoncellisti “Cello Fans” Ore: 17.30 Per info:www.guggenheimvercelli.it

Teatro

Biella Teatro Sociale Villani Stagione Lirica 2009/10 “Don Pasquale” – di Gaetano Donizetti Per info: Soc. Coop. Buonsegno - Tel. 015 2524259 o 015 2562793 www.teatrosocialevillani.com pier.buonsegno@libero.it

14 domenica Incontri

Vercelli Tè del Cardinale Sala Capitolare dell’Abbazia di Snat’Andrea Prof.ssa Baucero racconterà la missione del Cardinale Guala Bicchieri (fondatore della basilica) alla corte del Re d’Inghilterra dalle 14.30 alle 17.00 Info: Ass. Chesterton Tel. 345.3382906 Vercelli Visite Guidate in Sinagoga Apertura dalle 14.30 alle 18.30, con inizio visite alle 14.30, 15.30, 16.30 e 17.30. L’ ingresso alla Sinagoga è consentito solo con visita guidata. Per info: 339.2579283

Teatro

Cossato Teatro Comunale Stagione teatrale 2009/10 “L’acqua cheta” – di Augusto Novelli Ore 15.30 Per info: Teatro Comunale - Tel. 015 93899 www.teatrogiacosa.it info@ilcontato.it

16 martedì Incontri

Vercelli FAI un aperitivo con la cultura Pasticceria Twenty “La bellezza riparata. Appunti di lavoro fra mondo antico e nuovo mondo” a cura di Gionata Rizzi Ore 17:30 Per Info: Tel. 339.3146351


18 giovedì

Vercelli Art & Decoupage in piazza Cavour Per Info: Anva / Confesercenti 0161 501595

Vercelli “Area 24 live” Concerto di Omega Flare e Cyon Project Ore 23.00 Area 24 via Caduti sul Lavoro

21 domenica

Musica

Vigliano Biellese Teatro Erios, Via Q. Sella Vigliano Jazz Season Ore 21.00 Per info: Teatro Erios Tel. 015 510568 o 015 2536417 www.cineteatroerios.com erios@mclink.it

Incontri

Vercelli La Santa Sindone e il suo mistero Presso il Salone SOMS di Via F. Borgogna 38 verrà presentata una copia in grandezza naturale, il negativo fotografico e alcuni strumenti di tortura. Ore 21.00 Per info: 339.2579283 Vercelli Bye Bye Peggy Salone Dugentesco “L’immagine dell’Astratto” a cura di Luca Massimo Barbero Ore 18.30 Per info: www.guggenheimvercelli.it

19 venerdì Teatro

Biella Teatro Sociale Villani Stagione Teatrale 2009/10 Zuzzurro e Gaspare presentano “Rumors” Per info: Soc. Coop. Buonsegno Tel. 015 2524259 o 015 2562793 www.teatrosocialevillani.com pier.buonsegno@libero.it

20 sabato Mercatini

INFORMAGIOVANI CITTA’ DI VERCELLI

Teatro

Vercelli Stagione Teatrale 2009/2010presso il Teatro Civico per la sezione “Emozioni brillanti” rrappresentazione de “La commedia dell’amore - Jack e Jill” Ore 17.00 Per info: Circuito Teatrale del Piemonte Tel. 011.5185933

Mercatini

Vercelli Fiera storica del Lupino torna la fiera con i lupini, le noccioline e gli altri “passatempi gastronomici” V.le Rimembranza Dalle 8.00 alle 20.00 Per Info: ASCOM Tel. 0161.250045

Incontri

Vercelli Tè del Cardinale Sala Capitolare dell’Abbazia di Snat’Andrea Prof.ssa Baucero racconterà la missione del Cardinale Guala Bicchieri (fondatore della basilica) alla corte del Re d’Inghilterra dalle 14.30 alle 17.00 Info: Ass. Chesterton Tel. 345.3382906 Vercelli Visite Guidate in Sinagoga Apertura dalle 14.30 alle 18.30, con inizio visite alle 14.30, 15.30, 16.30 e 17.30. L’ ingresso alla Sinagoga è consentito solo con visita guidata. Per info: 339.2579283

25 giovedì Musica

Vercelli “Area 24 live” Concerto di Jonna e Divieto di Sosta Ore 23.00 Area 24 via Caduti sul Lavoro

26 venerdì Musica

Vercelli Stagione Lirica Teatro Civico “Elisir d’Amore”, opera di Gaetano Donizzetti Ore 20.30 Per info:Comune Tel. 0161.596347

27 sabato Mercatini

Vercelli Campagna Amica - il tipico delle terre d’acqua per chi vuole mangiare sano e tenere d’occhio le etichette, conosce bene parole come “filiera trasparente, tracciabilità, disciplinari di produzione” piazza Cavour Dalle 8.00 alle 19.00 Per info:Tel. 0161.261600

Musica

Vercelli Good Afternoon Peggy Salone Dugentesco concerto “Images” eseguito da Ensamble Chabrier

Ore 17.30 Per Info: www.guggenheimvercelli.it

28 domenica Teatro

Vercelli Stagione Teatrale 2009/2010presso il Teatro Civico per la sezione “Emozioni brillanti” rappresentazione di “Sottobanco” Ore 17.00 Per info: Circuito Teatrale del Piemonte Tel. 011.5185933

Incontri

Vercelli Visite Guidate in Sinagoga Apertura dalle 14.30 alle 18.30, con inizio visite alle 14.30, 15.30, 16.30 e 17.30. L’ ingresso alla Sinagoga è consentito solo con visita guidata. Per info: 339.2579283 Vercelli Tè del Cardinale Sala Capitolare dell’Abbazia di Snat’Andrea Prof.ssa Baucero racconterà la missione del Cardinale Guala Bicchieri (fondatore della basilica) alla corte del Re d’Inghilterra dalle 14.30 alle 17.00 Info: Ass. Chesterton Tel. 345.3382906

Bottega artigianale, vendita e riparazione lavori su misura di divani poltrone e sedie tendaggi personalizzati con rifiniture a mano Via Torino 9 13048 Santhia (VC)

Il nostro show room lo potete trovare in corso Nuova Italia, 138 a Santhià e visitare il nostro sito internet www. designsalotti.it 016194764 tel/fax info@design salotti.it

Nella Nebbia

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Nella Nebbia #22  

Rivista mensile con uno sguardo trasversale sull’arte

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