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Notiziario Enti Locali della CGIL FP Piemonte

Supplemento di INFORMAcigielle Periodico della Funzione Pubblica CGIL Torino - Aut. Tribunale di Torino n. 3273 del 24/3/1983

Febbr aio 2 014 Num e ro 2 7 - A nn o I I I

N. E . L . UNIONI E CONVENZIONI IL CASO DELLA POLIZIA LOCALE E’ impossibile fare un bilancio dell’associazionismo piemontese ma si può valutare se c’è stato un miglioramento dei servizi riorganizzati dopo le Unioni e le Convenzioni di Luca Quagliotti, segretario regionale FP CGIL Piemonte

A QUESTO NUMERO hanno collaborato Eleonora Artesio Matteo Barbero Cristina Bargero Marco Bussone Stefano Cariani Guido Catoggio Emanuela Celona Stefano Corgnati Elena Ferro Luca Quagliotti

Il tema dell’associazionismo obbligatorio è all’ordine del giorno da ormai quattro anni, tra rinvii, proroghe e modifiche varie. Una situazione che – in attesa della trasformazione del decreto Del Rio, se mai avverrà – procrastinerà la gestione associata della funzioni fondamentali ancora per parecchi mesi. È del tutto evidente come sia impossibile fare un bilancio realistico dell’associazionismo piemontese in tema di Enti locali mancando, in molte realtà, un’uniformità rispetto all’applicazione delle norme e non essendoci dati aggiornati sulle nuove Unioni e le Convenzioni. È però possibile fare una valutazione delle ricadute sul miglioramento dei servizi che si avranno dalla riorganizzazione di quelli

territoriali, non potendo procedere all’assunzione di personale, anzi, rispettando l’obbligo di ridurne la spesa negli Enti locali associati. Occorre infatti ricordare come, ormai da un decennio negli Enti territoriali, siamo in presenza di vincoli assunzionali che hanno prodotto una diminuzione della forza lavoro pari al 10% rispetto al 2004, a cui occorre aggiungere i vincoli del Patto di stabilità previsti per i Comuni sopra i 1000 abitanti ed entrati in vigore nel 2013. Limiti che, ricordiamo, obbligano le Amministrazioni a rispettare il vincolo della spesa del personale e a non poter assumere, se non nel limite del 40% delle risorse destinate al personale cessato. Occorre altresì ricordare che nei Comuni sotto i 5000 abitanti, così come in tutta la Pubblica


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Amministrazione, siamo in presenza di una forza lavoro piuttosto avanti con gli anni e, in molti casi, prossima alla pensione, insieme a una carenza di organico e alla presenza di lavoratori che ricoprono più mansioni rispetto alla categoria di appartenenza. L’effetto perverso di questa dinamica, per lo meno per la nostra Regione, è che la sommatoria del personale utilizzato per i servizi associati non garantisce la continuità dei servizi destinati ai cittadini, nei Comuni in cui questi sono dipendenti, e non amplia nemmeno quelli dove i lavoratori vanno a prestare la propria attività, sia in Convenzione che in Unione. Oggi le funzioni più associate sono il catasto, che non ha personale ed è una funzione sulla “carta”; la funzione sociale, che era già una funzione svolta in associazione attraverso delega alle ASL o consorzi; la Polizia locale e in qualche caso i tributi o il servizio finanziario. Dal punto di vista della carenza di organico, che qui vogliamo denunciare, il caso della Polizia locale nella nostra Regione è emblematico. Il numero di operatori della Polizia Locale dovrebbe essere di 5.417, secondo la normativa regionale. Al 31/12/2009 gli operatori erano 4.682, il 29% in meno rispetto i parametri legislativi regionali. I Comuni senza alcun operatore di Polizia Locale in dotazione organica

erano 478 (al 31/12/09), mentre 728 erano quelli che avevano almeno un operatore. I Comuni senza operatori di Polizia Locale in servizio erano 695. Nei Comuni con meno di 1000 abitanti era presente il 5,1% della forza lavoro complessiva, mentre nei Comuni tra 1001 e 5000 abitanti era presente il 13,84% della forza lavoro complessiva. Ovvero meno del 20% dei lavoratori della Polizia Locale era presente, nel 2009, nei Comuni che obbligatoriamente devono associare le funzioni fondamentali. Se andiamo a vedere poi il numero di operatori per kmq sommato al numero di operatori per abitante, il dato assume proporzioni veramente eclatanti. Gli operatori per kmq sono, infatti, pari a 0,20/kmq mentre il numero di operatori per abitante è pari a 1 ogni 1000. Tutti questi dati per spiegare come, in assenza di una capacità assunzionale da parte degli Enti, anche attraverso l’associazionismo non si potrà risolvere il problema dei servizi destinati ai cittadini e, contestualmente, peggioreranno le condizioni di lavoro dei pochi operatori rimasti. Abbiamo voluto evidenziare il caso della Polizia Locale perché è quello più facilmente percepibile da parte dei cittadini e, sotto il profilo del servizio, non sostituibile con l’esternalizzazione. Come si evince dalla normativa regionale e dal monitoraggio dell’assessorato

regionale competente, più della metà dei Comuni piemontesi vìola, a causa dei blocchi assunzionali, una legge regionale. Analoga situazione la troviamo nei servizi all’infanzia, nei servizi alla persona, nel numero di assistenti sociali, etc. L’unica salvezza per gli amministratori locali e i dirigenti comunali è che per la violazioni delle leggi regionali non vi sono sanzioni previste, al contrario delle leggi nazionali che prevedono una risposta in solido da chi ha violato le norme. Un sistema sanzionatorio, questo, che blocca gli enti, diminuisce i servizi ai cittadini, abbassa i livelli occupazionali e impoverisce il sistema delle Autonomie locali. Una riforma seria del sistema dovrebbe, invece, partire da politiche di programmazione: in caso contrario, anziché unirsi per migliorare i servizi e razionalizzare le risorse, si metteranno insieme delle debolezze che nulla muteranno rispetto l’attuale situazione, con il rischio di aumentare i costi. Ovvero, l’esatto opposto dell’obiettivo prefissato. Del resto, le “nozze con i fichi secchi” non si possono fare!


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N.E.L. ha raggiunto

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Grazie

a tutti Continuate a partecipare!


Enti locali

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COMUNE DI NOVARA Quel terribile pasticciaccio... Esodati negli Enti locali: scoppia il caso nel Comune di Novara di Guido Catoggio, segretario generale CGIL FP Novara Quando la Pubblica Amministrazione predispone i propri atti esclusivamente sulla base di valutazioni di natura economica - e non tiene in considerazione i risvolti che questi potrebbero avere sui lavoratori o sui servizi destinati ai cittadini - raramente approda a qualcosa di buono. E’ quanto avvenuto recentemente nel Comune di Novara, in merito alla scelta di collocare unilateralmente a riposo, con i requisiti precedenti alla riforma Fornero, alcuni dipendenti avvalendosi delle recenti disposizioni contenute nel DL 101. La FP CGIL dai primi di dicembre ha subito evidenziato il possibile problema della sostenibilità dei servizi, essendo la stessa disposizione di legge invocata a dire che le posizioni di lavoro corrispondenti ai dipendenti “in soprannumero devono essere immediatamente cancellate dalla dotazione organica (e che i relativi posti, o quelli analoghi, non possono essere ricoperti con altre assunzioni). La perplessità maggiore però l’abbiamo fin da subito espressa in merito alla tutela del personale interessato, pur non essendo contrari all’applicazione dei requisiti della cosiddetta pre Fornero. Infatti, a fronte della nostra richiesta di garanzie sulla procedibilità in mano l’Amministrazione, ci siamo sentiti rispondere che l’unica certezza era una “semplice” rassicurazione verbale rilasciata dal Dipartimento ministeriale competente. Chi del Dipartimento? Boh! C’è voluto un po’ di tempo per capire quale Servizio fosse stato contattato. Neanche la diffida che FP CGIL, CISL FP e UIL FPL Piemonte hanno inviato alle Amministrazioni è servita per far tornare il Comune sui propri passi. Perché il Comune aveva già deciso tutto. Aveva già parlato con i lavoratori, convincendo la maggior parte ad aderire alla proposta di pensionamento e aveva già fatto i calcoli del risparmio sulla spesa del personale. Il sindacato – come spesso accade - è stato interpellato soltanto a giochi conclusi. A rincarare la dose, il Comune di Novara non ha voluto aspettare le naturali scadenze: dando ai dipendenti che risultavano in possesso dei requisiti, la possibilità di essere licenziati subito (che paradosso!) per anticipare il pensionamento. A fronte di questa opportunità, i dipendenti avrebbero

dovuto rinunciare all’indennità di mancato preavviso… Ma a fronte di una pensione “anticipata” e a condizioni più vantaggiose… perché farsi sorgere dubbi? Così l’Amministrazione ha creato un ulteriore danno e i risultati li abbiamo letti su tutti i giornali. E adesso? Bisogna accertare tutte le responsabilità sulla vicenda. Quelle politiche e quelle di chi ha firmato quel provvedimento. Ma la nostra priorità resta quella di tutelare i lavoratori, trovando le soluzioni più opportune, sia a livello locale che nazionale, attivando anche i nostri rappresentanti del Comitato Nazionale INPS. Contemporaneamente, a seguito di quanto avvenuto a Novara, ma non solo, il nostro segretario nazionale con delega alle AALL, Federico Bozzanca, nella giornata del 17 febbraio ha diramato a tutte le strutture una nota di aggiornamento sulla situazione: ovvero, il proprio impegno a promuovere tutte le azioni possibili presso Palazzo Vidoni affinché le disposizioni applicative possano essere emanate nel più breve tempo possibile per dare all’INPS la possibilità di procedere. Se tutto questo andasse storto è chiaro che la CGIL non lascerà soli questi ex-lavoratori. Confermeremo la nostra disponibilità a un sostegno anche legale, ove risulti necessario, e per tutti. Anche per quei lavoratori che ci esortavano a non metterci di “traverso” dinnanzi al loro imminente (?!?) pensionamento. Speriamo, almeno, che questo brutto pasticciaccio serva come monito alle altre Amministrazioni che stanno predisponendo provvedimenti simili: ci pensino bene, prendendosi tutto il tempo necessario per evitare simili situazioni a quella novarese. E speriamo che la prossima volta (se proprio dovesse capitare), la voce di dissenso del sindacato non sia come al solito strumentalmente interpretata: perché il sindacato non è contrario su tutto a prescindere, ma quando vuole migliorare l’azione amministrativa stessa. Ed evitare danni… O almeno brutte figuracce !


L’ i nt er v ist a

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UNIONI DI COMUNI Insieme nelle Terre del Riso Stefano Corgnati, sindaco di Livorno Ferraris spiega l’Unione tra il suo Comune con Palazzolo Vercellese e Fontanetto Po Quali sono le ragioni che hanno portato alla creazione di una Unione? Il primo passo è stato riflettere sulle imposizioni legislative. Le ragioni sono legate alla necessità di accorpamento delle funzioni dei Comuni entro fine anno; attraverso l’Unione, si è deciso di anticipare questa scadenza in modo tale da guidare in modo più razionale il processo di aggregazione delle funzioni stesse. Con l’Unione si andranno a fondere le funzioni fondamentali dei nostri Comuni, le quali saranno accorpate in un unico Ente che diverrà l’erogatore dei servizi ai singoli Comuni facenti parte dell’Unione. Quindi pur mantenendo l’assoluta indipendenza i singoli Comuni troveranno nell’Unione l’Ente di riferimento che erogherà i servizi fondamentali delle attività comunali e amministrative. E le questioni sul personale ? Ci sono anche ragioni legate all’opportunità di potenziamento del personale. Come ben noto le leggi di stabilità impongono che ogni singolo Comune non possa ogni anno spendere più di quanto speso per il personale nell’anno precedente. questa è una limitazione per quei Comuni che hanno subito un depotenziamento del personale nel corso degli anni. È il caso del mio Comune. Conseguentemente l’Unione diventa un’opportunità: come Ente indipendente, l’Unione ha la possibilità di integrare il personale già esistente attraverso l’attivazione di mobilità. Quindi, pur nel rispetto del Patto di stabilità, è possibile attraverso l’Unione creare un processo di potenziamento del personale. Ritengo che questa opportunità/strategia definisca un forte valore aggiunto rispetto alla forma associativa della “Convenzione”, nella quale l’attività di ogni risorsa umane viene frammentata su ogni Comune senza una vera a propria unificazione dei servizi. Il modello della Convenzione è una risorsa umana con operatività suddivisa su diversi Comuni mentre l’Unione è una risorsa umana con operatività sull’Unione che eroga servizi ai diversi Comuni. Ci sono altre sono ragioni d’interesse? C’è una grande opportunità: creare una nuova importante politica per il territorio. Se vogliamo far crescere nuovamente il nostro territorio dobbiamo uscire dalle logiche campanilistiche e ampliare i confini del nostro territorio, iniziando politiche più ampie soprattutto con quei Comuni con cui si ha una linearità di vedute e un’affinità di tipo storicoculturale. Questo aspetto è importante anche perché con il processo iniziato di

Unione si crea un’opportunità non solo per i tre Comuni che hanno cominciato insieme questo percorso ma si può creare un processo aggregativo anche con i comuni limitrofi. Io ritengo che siamo riusciti a concepire uno Statuto ben strutturato, concepito attraverso la compartecipazione di tutti gli attori. In particolare, il confronto con tutte le rappresentanze sindacali locali e territoriali è stato essenziale per calibrare in modo ottimale tutti gli aspetti legati alla tutela del personale. Un confronto che è iniziato subito, fin dai primi momenti di concezione dello Statuto: conseguentemente, attraverso un dialogo costruttivo, le diverse indicazioni pervenute sono state integrate passo a passo con lo sviluppi del testo statutario. Per me è stata un’esperienza significativa e costruttiva. E’ stata la base per sviluppare un testo democratico che definisce la politica locale non solo in termini aritmetici ma con una visione più ampia: questo ci consente di esercitare una certa attrattiva sui Comuni limitrofi in una situazione di difficile operatività e i Comuni che si sentono sempre più isolati possono trovare nella nostra Unione un soggetto nuovo e di supporto. Sono fiducioso: l’operazione che abbiamo iniziato adesso insieme tra i tre Comuni potrà allargarsi anche a Comuni limitrofi. Una considerazione finale? Con questa aggregazione, Livorno, Palazzolo e Fontanetto creano un nuovo Ente territoriale di circa 7.000 abitanti, un numero significativo per il nostro territorio che pone questo nuovo soggetto in grado di interloquire con i Comuni di grande dimensione della bassa Vercellese, come Trino e Crescentino. In un’ottica nuova di ridistribuzione della politica territoriale, un’Unione di questo tipo può essere di interesse per quei Comuni di dimensioni contenute al di sotto dei 5.000 abitanti e che possono ritrovare all’interno dell’Unione stessa un contenitore utile per attuare da un lato le politiche comunali e dall’altro per definire opportunità importanti di crescita collettiva del territorio, anche grazie alla messa in comune delle risorse: risorse culturali, imprenditoriali industriali, commerciali e agricole, ambientali e naturalistiche che anche grazie al lavoro della Provincia di Vercelli stanno sempre più caratterizzando questo territorio, culla di biodiversità .


M o nt ag na

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PIEMONTE In attesa della nuova Legge... Potrà il Consiglio regionale approvare il DDL 373 sulla montagna? E’ la domanda che attraversa da tre settimane le vallate alpine, dalla Val Chisone all’Ossola. di Marco Bussone, UNCEM Piemonte I pareri giuridici si incrociano e susseguono. Voci danno risposte opposte. Urgono chiarimenti. Già, perché il DDL Vignale-Molinari è più che mai urgente. Non solo farebbe ordine nel caos istituzionale creatosi dopo la Legge n. 11 del 2012, quella del “liberi tutti senza regole”, ma definirebbe anche, una volta per tutte, cespiti e destinazioni del fondo regionale montagna. I soldi. A bilancio vi sono 14 milioni di euro, la stessa cifra del 2013. Devono servire per pagare spese di funzionamento, ovviamente i dipendenti delle Comunità Montane e garantire l’avvio delle Unioni Montane di Comuni. Ma senza legge è difficile organizzare la distribuzione del finanziamento (è previsto oggi che vada ai singoli Comuni, con scompensi enormi tra piccoli e grandi centri e senza una vera politica integrata di utilizzo, possibile solo nella dimensione territoriale della vallata). Il DDL approvato dall’Assemblea di Palazzo Lascaris farebbe chiarezza, stabilendo chi fa che cosa, nonché individuando le Unioni Montane di Comuni come destinatarie dei finanziamenti per lo sviluppo. E non è vero, come affermano alcuni amministratori, che le Unioni sono incompatibili con le Convenzioni per la gestione dei servizi. Si tratta di strumenti diversi, che nascono con finalità diverse, che possono essere utilizzati insieme come già previsto dal Testo Unico degli Enti locali, il 267 del 2000, poi modificato dalle leggi di montiana memoria, “manovre” estive che hanno complicato non poco le partite per i piccoli Comuni, obbligati a gestire tutte le funzioni fondamentali (e a cascata i servizi) in forma associata. Ma questo lo sanno anche le pietre delle strade militari che si arrampicano sui versanti alpini. Torniamo al DDL montagna, varato in Giunta a settembre 2013 e poi nella Commissione del Consiglio regionale il 7 gennaio 2014. Prima, dunque, dello scossone dato dalla sentenza del Consiglio di Stato. È con l’atto amministrativo arrivato da Roma che sorgono domande e sfide. Il DDL 373 può ancora andare in aula per la verifica e l’approvazione definitiva? Secondo alcuni tecnici e altri politici sì, vista la necessità e l’urgenza per il Piemonte di avere una legge sulla montagna. Emergono qui i dubbi di carattere giuridico, più che politico: l’Aula può ancora intervenire e approvarlo? Sarebbe uno degli ultimi atti della legislatura targata Cota, assieme alla definizione dei piani per la gestione e l’utilizzo dei fondi europei

2014-2020, altra partita fondamentale per la quale non si può attendere. C’è già comunque chi assicura che il nuovo Consiglio regionale potrà, entro tre mesi dall’insediamento, far diventare legge le proposte della precedente gestione. Da chiarire. Come da capire è chi potrà, nella futura Giunta (targata Chiamparino?) gestire questi temi. Di sicuro dovrà essere un esperto conoscitore del territorio e, se è vero che la delega alla montagna verrà unita all’agricoltura e alle foreste, l’obiettivo vero, ancora una volta, sarà lo sviluppo socio-economico che passa appunto da energie rinnovabili, risorse ambientali, gestione attiva delle foreste, costruzione della filiera legno, miglioramento dei servizi e delle condizioni di vivibilità. Temi che, proprio nel DDL MolinariVignale, sono stati assegnati alle Unioni Montane di Comuni, assieme alla bonifica territoriale (opere per la prevenzione del dissesto idrogeologico, come avvenne dagli anni Sessanta), informatizzazione innovazione Ict e servizi informativi per i Comuni, ricomposizione fondiaria, sistemazione idrogeologica e idraulico-forestale, economia forestale, energie rinnovabili, opere di manutenzione ambientale, difesa dalle valanghe, turismo in ambiente montano, artigianato e produzioni tipiche, mantenimento dei servizi essenziali, servizio scolastico, incentivi per l’insediamento nelle zone montane. Temi chiave per le Terre Alte che i Comuni da soli non sono più in grado di gestire ma che, in una dinamica di unione e superamento dei campanilismi, possono generare crescita economica, benessere e investimenti di imprese. Su questo dovremo concentrarci. Il tempo è poco e i primi bandi europei della nuova programmazione sono già aperti (si pensi agli Horizon 2020 e al grande lavoro già fatto in Regione Piemonte su Fesr, nonché l’avvio della concertazione sul Psr-Feasr). Ecco perché la legge montagna deve presto andare all’esame del Consiglio regionale. L’accordo tra i gruppi politici raggiunto in Commissione dimostra che sulla montagna serve una politica integrata che abbandoni gli schieramenti partitici e la demagogia del biennio 2011-2012 e riscopra invece la necessità di ragionamenti attorno all’assetto istituzionale, a garanzia del futuro del 52% del Piemonte dove vivono 700mila persone.


Sani t à

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REGIONE PIEMONTE Giù le mani dai diritti Le Giunte regionali di diverso colore politico hanno sempre riconosciuto la “non autosufficienza” come una condizione di malattia. Tranne la Giunta Cota di Eleonora Artesio, presidente Federazione Sinistra Europea, Consiglio Regione Piemonte La recente sentenza del Tar del Piemonte che, accogliendo il ricorso avanzato da Enti locali, sindacati e associazioni, ha demolito l’impianto della Giunta Cota sul tema delle cure sanitarie per le persone colpite da non autosufficienza è una conferma del lavoro delle opposizioni che costantemente in Consiglio regionale avevano osteggiato quei provvedimenti. Le tre delibere oggetto della censura del Tar rispondevano a un principio culturale che avrebbe fatto arretrare gravemente i diritti soggettivi conquistati attraverso anni di mobilitazione e così sanciti dalle legislazioni nazionali. Riconoscere che la non autosufficienza è una condizione di malattia e in quanto tale comporta l’obbligo per il sistema pubblico di garantire le cure senza limite di durata è stabilito dai livelli essenziali di assistenza ed era stato praticato con l’organizzazione di servizi e prestazioni da amministrazioni regionali di colore politico diverso.

Solo la Giunta Cota ha tentato di rendere inesigibile questo diritto e purtroppo, come confermano le liste d’attesa, in gran parte l’ha reso impraticabile. Con gli atti contestati si è cercato di ridurre l’accesso alle prestazioni con criteri di valutazione della condizione socio-sanitaria sempre più restrittivi, quasi che alzando il punteggio del requisito di ammissione le persone diventino perciò in grado di svolgere autonomamente gli atti essenziali della vita. Con l’introduzione delle nuove tariffe residenziali si espelleva dalla competenza sanitaria, ascrivendola quindi a carico del malato, una serie di interventi: e poco conta la promessa di devolvere i risparmi così indotti verso nuove convenzioni di posti letto, visto che ciò che non è avvenuto, come dimostrano le liste di attesa. Il Tar è intervenuto sulla residenzialità, ma altrettanto grave è l’approccio utilizzato nelle delibere sulla domiciliarità del dicembre 2013. Con quegli atti la competenza sanitaria si riduce all’assistenza domiciliare integrata (ADI) del medico di medicina generale e degli operatori sanitari, mentre i restanti interventi rientrerebbero nella spesa assistenziale, compreso il costo dell’assistente domiciliare, precedentemente condiviso dalla sanità con l’assegno di cura. Non solo è diseconomico contrastare le cure domiciliari, che ritardano la istituzionalizzazione ben più costosa, ma è anche profondamente ingiusto rispetto alla qualità della vita delle persone.


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TRIBUTI

Leggi&Decreti

Si scrive TASI, si legge IMU L’Imu 2013 è stata abolita ma solo in parte, quella 2014 solo per finta, mentre Comuni e contribuenti non ci capiscono più niente! di Matteo Barbero, funzionario Regione Piemonte Tre decreti-legge già approvati e convertiti, la legge di stabilità appena approvata ma che già necessita di ulteriori modifiche, un nuovo decreto in arrivo (sempre che il nuovo Governo Renzi trovi il tempo…). Più una lunga serie di adempimenti a carico di ministeri, Comuni e contribuenti. Il tutto per cancellare con una mano l’Imu sulle prime case e reintrodurre, con l’altra, un’imposta (la Tasi) quasi identica a quella “abolita”. Per assecondare le promesse elettorali del centro-destra, l’ormai ex esecutivo Letta si è imbarcato in una delle peggiori imprese normative degli ultimi anni: dapprima (col DL 54) è stato sospeso il pagamento dell’acconto Imu 2013, poi cancellato dal DL102 (con tanto di trasferimenti compensativi a favore dei Comuni). Infine, col DL 133, la stessa sorte è toccata al saldo, ma in tal caso la mancanza di fondi ha imposto di far pagare ai contribuenti la cosiddetta miniImu. Quindi, quella che doveva essere un’abolizione totale, è stata solo parziale.

Per il 2014, dal cilindro del legislatore è uscito un nuovo tributo, denominato Iuc. L’acronimo sta per “Imposta unica comunale”, ma di unico ha ben poco: essa, infatti, ingloba al suo interno una tassa (la Tari, per finanziare il servizio rifiuti) e due imposte, la Tasi, destinata a finanziare i servizi indivisibili dei Comuni (verde, illuminazione pubblica, polizia locale, manutenzione strade, ecc.), e, udite udite, l’Imu. Sì, proprio l’Imu, che però non si applicherà più sulle abitazioni principali, come promesso da Berlusconi. Tutto bene, quindi? No, perché le cosiddette prime case pagheranno comunque la Tasi, che altro non è se non una sorta di Imu mascherata. La sua base imponibile, infatti, è la stessa della cara, vecchia (si fa per dire, essendo stata applicata per la prima volta nel 2012) imposta municipale. I due tributi, quindi, si somigliano come due gocce d’acqua. Le uniche differenze riguardano la misura delle aliquote e le detrazioni e rendono la Tasi un balzello più odioso, in quanto più regressivo dell’Imu. In pratica, rischiano di pagare la Tasi anche gli immobili di valore più basso, finora esenti (o quasi) dall’Imu. Da qui la necessità di correre ai ripari, modificando norme (quella della legge di stabilità) ancora fresche d’inchiostro sulla Gazzetta Ufficiale. Ma di mezzo ci si è messa la crisi di governo ed ecco che i correttivi sono slittati. Nel frattempo, i Comuni non sono in grado di chiudere i bilanci e i contribuenti non sanno più a che santo votarsi. In pratica: l’Imu 2013 è stata abolita ma solo in parte, quella 2014 abolita solo per finta e sostituita da un tributo che penalizza i meno abbienti, Comuni e contribuenti non ci capiscono più nulla. Un vero capolavoro!


L’analisi

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ECONOMIA Più facile il credito alle PMI Semplificazioni per le imprese con il “Destinazione Italia” di Cristina Bargero, ricercatrice IRES Piemonte L’Italia si caratterizza per una relazione molto stretta tra sistema bancario e mondo delle imprese: prestiti alle imprese non finanziarie costituiscono circa il 20% dell’attivo delle banche.

il resto dai fondi di investimento. L’esperienza internazionale mostra come sia possibile far ricorso a strumenti di finanziamento alternativi a quello del credito bancario.

In un ciclo economico di recessione, come quello attuale, si è innescato un circolo vizioso per cui la crisi delle imprese va a incidere sui bilanci delle banche a causa delle perdite derivanti dal mancato rimborso dei prestiti (che vanno a gravare sul conto economico e a incidere sul patrimonio), mentre sulle imprese pesa lo shock connesso al restringimento dell’offerta di credito.

Con il “Destinazione Italia” e grazie a un lavoro congiunto del Governo e del Gruppo PD della Commissione Finanze, si è ampliato l’ambito di applicazione delle misure per favorire il credito alle piccole e medie imprese al fine di rendere più esplicita la possibilità di cartolarizzare particolari titoli di credito quali, ad esempio, le cambiali finanziarie e per rendere ancora più robusta la struttura delle operazioni italiane di cartolarizzazione, così da migliorare il rating dei titoli emessi. Inoltre è stata estesa anche ai fondi pensione, alle assicurazioni e a nuovi operatori finanziari di gruppi bancari la possibilità di acquistare i “minibond” emessi dalle piccole e medie imprese e sono state previste semplificazioni per la circolazione e l’emissione di titoli e cartolarizzazioni dei crediti da parte delle Pmi.

Meno 44 miliardi: di tanto sono crollati l’anno scorso i prestiti della banche alle imprese italiane, stima Standard & Poor’s. La struttura del settore finanziario in Italia è in larga misura dominata dalle banche, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti. I crediti bancari negli Usa rappresentano meno di un terzo del totale dei finanziamenti che per metà, invece, trovano origine da assicurazioni e fondi pensioni e per


L’inter vento

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GREEN ECONOMY La CGIL c’è ! Dopo l’iniziativa che la CGIL ha promosso sulla green economy e le energie rinnovabili, si sta lavorando sulla scia delle proposte lanciate lo scorso 24 gennaio di Elena Ferro, segretaria CGIL Piemonte, @bunnister L’idea è chiara: dare corpo alla proposta di Piano per il Lavoro avanzata dalla CGIL qui in Piemonte anche puntando sullo sviluppo sostenibile per mettere al centro l’obiettivo lavoro di qualità. Una proposta che guarda soprattutto alle giovani generazioni, anche perchè è proprio in questo settore che i giovani trovano occupazione, largamente stabile. La crisi che stiamo attraversando non è solo l’effetto di un modello economico e produttivo che va cambiato, ma è anche il portato di una crisi energetica e di una dipendenza che incrementa il costo della produzione aumentando il costo dell’energia. Ciò ha effetti diretti sui cittadini, aggravando ulteriormente i bilanci familiari già provati dalla stagnazione. La strada di utilizzare con intelligenza e rispetto la considerevole dotazione ambientale del Piemonte per incrementare la quota di produzione energetica da fonti rinnovabili, abbassare i costi dell’energia e creare lavoro di qualità, è percorribile. Torino è da questo punto di vista tra le città più caratterizzate da insediamenti produttivi nel settore della green economy. Ma occorre fare di più e su tutto il territorio. C’è uno iato tra la potenzialità che può liberare la ricchezza di risorse naturali in Piemonte, la necessità di garantire la difesa e tutela del territorio, la possibilità di produrre energia da fonti rinnovabili accessibili e poco costose come il mini eolico, e la percentuale delle imprese e degli occupati. Bisogna colmarlo. E’ chiaro che la transizione da un’economia tradizionale a una più sostenibile va governata per evitare effetti negativi sull’organizzazione del lavoro, sulle professionalità e sull’occupazione in generale. Ciò significa che dobbiamo porre molta attenzione alle crisi che si stanno determinando e che stanno vedendo giorno per giorno ridursi il perimetro della produzione industriale e manifatturiera di beni e servizi con gravissime ripercussioni sull’occupazione. Dobbiamo sottoporre all’attenzione della politica questa emergenza che può e deve essere gestita subito con una pianificazione di carattere strategico o meglio, come proponiamo noi, con un Piano Strategico per l’Energia, l’Industria e il Territorio, per offrire soluzioni non solo di recupero e di

tenuta ma anche di rilancio. Pensiamo alla riqualificazione degli edifici esistenti che possono restituire a nuova vita alloggi di edilizia pubblica che altrimenti non sarebbero rimessi in gioco per rispondere all’emergenza abitativa che, come noto, è in continuo aumento. Serve dunque in Piemonte una stagione nuova. Rilanciamo l’iniziativa unitaria insieme a CISL e UIL per frenare l’emorragia, per ridare fiato a settori tecnologici e ambiti di investimento sui quali è possibile contare su risorse europee, che insieme a quelle inutilizzate che giacciono nelle casse di Finpiemonte (per effetto di inefficienze in parte dovute alle scelte della Giunta Cota) potrebbero rappresentare il volano per il rilancio dell’economia in Piemonte. Certo occorre un progetto, e una rete forte per poterlo realizzare. Noi abbiamo individuato quattro direttrici sulle quali cominciare a lavorare: mobilità sostenibile, produzione da energia rinnovabile e riduzione del costo a cittadini e imprese, riqualificazione edilizia, tutela e valorizzazione del patrimonio boschivo e del territorio. Ma occorre agire subito, perchè la crisi ha messo in evidenza tutte le debolezze del sistema: la distribuzione di finanziamenti senza efficaci misure di verifica, la difficoltà di giocare in rete spesso all’interno dello stesso settore istituzionale, la mancanza di un mercato per l’energia rinnovabile, la mancanza di una politica nazionale e locale per l’energia che abbia come obiettivo un cambiamento strutturale e sistemico di rotta. E poi, ripartire dalla cultura. Che possa pervadere i comportamenti di ciascuno di noi, perché l’Italia che abbiamo oggi, in fondo, un po’ ci rappresenta. L’Europa sulle sfide della decarbonizzazione e dello sviluppo sostenibile sta aspettando l’Italia e il Piemonte. E i lavoratori, i pensionati, i cittadini piemontesi stanno aspettando delle risposte. Il sindacato confederale vuole rappresentare questa domanda di cambiamento con un obiettivo concreto e percorribile: creare almeno 10.000 posti di lavoro in 3 anni, soprattutto per i giovani. Per questo la CGIL, insieme alle sue categorie, pensa che il Piemonte non debba perdere questa occasione.

Info sul sito www.cgilpiemonte.it


Aree protette

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AMBIENTE-ITALIA Un valore economico nascosto La Conferenza nazionale “La Natura dell’Italia. Biodiversità e Aree protette: la green economy per il rilancio del Paese” si è tenuta a Roma lo scorso dicembre 2013 e ha stimolato riflessioni sul sistema “Ambiente-Italia” Acqua e aria pulite, cibo sano e di elevata qualità, varietà alimentare, pesce in abbondanza, impollinazione naturale, prevenzione delle frane alluvionali, barriere naturali antierosione, mitigazione del clima, farmaci fondamentali per curare gravi malattie: questo e molto altro è garantito da un alto livello di biodiversità, ossia dalla ricchezza nel numero di specie animali e vegetali ospitate da un territorio. E l’Italia ha un patrimonio da invidiare da questo punto di vista: prima in Europa per diversità della vita, si trova al centro del Mediterraneo, inserita tra i 10 hotspot mondiali per la biodiversità. L’Ambiente-Italia rappresenta una grande e nuova risorsa per l’economia. È questo il messaggio che il Ministero dell’Ambiente ha lanciato durante la Conferenza nazionale ‘La Natura dell’Italia. Biodiversità e aree protette: la Green Economy per il rilancio del Paese’ organizzata a Roma lo scorso dicembre 2013 da Federparchi-Europarc Italia, Unioncamere e Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. Ma quanto valgono, in termini economici, I cosiddetti ‘servizi ecosistemici’ – quelli forniti gratuitamente dalla natura? A livello globale, da stime parziali del mensile Nature, risulta che 17 principali servizi ecosistemici (tra cui la protezione del suolo dall’erosione, la regolazione del clima, il controllo dei gas inquinanti in atmosfera, la produzione del cibo) in 16 habitat di importanza mondiale (oceani, estuari, barriere coralline, zone umide, foreste tropicali ecc) in termini monetari valgono abbondantemente il prodotto interno lordo globale. Altri calcoli, come quello pubblicato nel 2000 sulla rivista Ecological Economics, fanno salire questa valutazione a 180 mila miliardi di dollari annui, sempre tenendo conto solo di una parte del valore degli ecosistemi. Secondo gli economisti, soprattutto anglosassoni, il valore medio per ettaro di una palude è di circa 2.300 dollari l’anno per servizi che vanno dal controllo delle inondazioni al filtraggio delle acque al turismo. Le aree umide europee producono complessivamente oltre 300 milioni di dollari l’anno. Nel Mediterraneo, secondo il Blue Plan delle Nazioni Unite, gli ecosistemi di confine come i delta, le paludi costiere, le lagune, valgono 2,4 milioni di euro l’anno per

chilometro quadrato. Solo i benefici prodotti dagli ecosistemi marini nel nostro Paese valgono 9 miliardi l’anno, più di due IMU. Esistono poi stime dei ritorni degli investimenti per la tutela degli ecosistemi. Secondo i dati Teeb (The Economics of Ecosystems and Biodiversity) i benefici economici netti assicurati in 40 anni dal restauro ambientale di un ettaro delle nostre foreste sono pari a 26.300 dollari (con un tasso di ritorno dell’investimento del 20%), per un ettaro di prateria a 22.600 dollari (con un tasso di ritorno dell’investimento del 79%), per un ettaro di fiume o di lago a 69.700 dollari (con un tasso di ritorno dell’investimento del 27%), per un ettaro di zona umida dell’entroterra 171.300 dollari (con un tasso di ritorno dell’investimento del 12%), per un ettaro di coste a 935.000 dollari (con un tasso di ritorno dell’investimento dell’11%). Dividendi che – se venissero effettivamente calcolati dalla finanza e della politica – potrebbero effettivamente capovolgere l’agenda delle priorità mondiali. Fondamentali anche le valutazioni legate alle politiche di difesa dell’atmosfera e di contenimento dei danni prodotti dal cambiamento climatico: le foreste danno un contributo importante in termini di assorbimento dei gas serra che destabilizzano il clima. E questo contributo aumenta con l’aumentare della biodiversità che rende più vitale l’ecosistema bosco: ogni ettaro di superficie boschiva nei parchi nazionali accumula 5,1 tonnellate con il contributo di carbonio in più rispetto a un ettaro di foresta non protetta (la differenza al 2020 salirà a 6 tonnellate per ettaro). In totale il sink annuale (la capacità di cattura delle emissioni) per il sistema dei parchi nazionali è di 6 milioni di tonnellate di carbonio (è il 6% dell’obiettivo che l’Italia si è impegnata a raggiungere firmando il protocollo di Kyoto). Per saperne di più: www.minambiente.it


Pubblica Amministrazione

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TRASPARENZA Siamo o no sulla strada giusta? Pensare a Internet come una grande vetrina in cui gettare dati pubblici non può bastare: è compito della PA organizzarli e offrirli a cittadini e imprese in modo comprensibile di Stefano Cariani, (ex) precario Regione Piemonte Trasparenza, accessibilità alle informazioni, anticorruzione: la legge italiana sembra aver imboccato con decisione la strada della buona comunicazione pubblica per venire incontro alle istanze e ai bisogni dei cittadini. Come sta andando questo processo? Va tutto bene o siamo ancora nella fase delle “tante parole e pochi fatti?” Partiamo dalle leggi: il D. lgs. 150/2009 è stato un passo fondamentale verso la trasparenza delle informazioni nel settore pubblico, seguito a ruota dalla legge anticorruzione (190/2012) e dal cosiddetto decreto trasparenza (D. lgs. 33/2013) che descrive la trasparenza come accessibilità totale alle informazioni dell’amministrazione pubblica. Si può dunque dire che l’apparato normativo sia possente. E come andiamo con la prassi quotidiana? Abbastanza male. Se si parla di trasparenza è d’obbligo portare lo sguardo sugli open data; con Open Data si intende la messa a disposizione di dati da parte della Pubblica Amministrazione. Tali dati devono essere fruibili attraverso l’uso di database e possono essere riferiti ai temi e alle competenze più varie: cartografia, genetica, chimica, fisica, geografia, morfologia, formule matematiche e scientifiche, dati medici, anagrafici. Tutti dati nudi e crudi, senza interpretazione. Il Piemonte è all’avanguardia: la Regione Piemonte ha varato il servizio dati.piemonte.it e la nascita del portale governativo dati.gov.it di ottobre 2011 ha aperto l’era dei

dati pubblici sul web anche a livello centrale. Ma è davvero questo che serve a cittadini e imprese? Dati “non impacchettati” da scoprire sul web? Il livello di alfabetizzazione informatica dei cittadini fa pensare che tali servizi siano quelli giusti? E le imprese possono permettersi costi di analisi e interpretazione? Sembrerebbe di no. L’ISTAT, nel suo rapporto su cittadini e tecnologie del 2013 evidenzia come l’uso del web sia in aumento tra i “contribuenti” italiani, ma non per fruire delle informazioni della PA. Il motivo? Perché non è facile trovarle. E per quanto riguarda le imprese, la trasparenza rimane una terra promessa se gli “open data” non sono affiancati da “servizi on line” che li rendano utilizzabili e fruibili (a tal proposito è interessante quanto emerso dal convegno “Open Data, cooperazione tra pubblico e privato per una fiscalità più trasparente verso imprese e cittadini e nuove opportunità per l’economia digitale” tenutosi a Roma il 10 febbraio scorso). Un recente studio sui Comuni italiani capoluogo di provincia ha mostrato che la trasparenza offerta dai siti web della PA italiana sia debole. Essi sono orientati a offrire una trasparenza formale, ma non sostanziale. Trovare i dati è difficile e non sempre si tratta di un’operazione alla portata dell’utente medio di Internet. Liberare dati serve, ma siamo sicuri che gli “open data” migliorino effettivamente la vita delle comunità? O bisogna implementare la “nuda” presentazione dei dati con un buon uso dei social media e con strumenti interpretativi e di comunicazione che rendano le informazioni pubbliche veramente fruibili? Pensare a Internet come una grande vetrina in cui gettare informazioni nel mare magnum della rete non può bastare: è compito della PA organizzare i dati e offrirli a cittadini e imprese in modo che gli stessi non diventino solo una foglia di fico per coprire le opacità amministrative che sembravano superate con i recenti interventi normativi. La parola “trasparenza” deve diventare sinonimo di “fruibilità”, altrimenti le leggi sopra citate rimarranno solo buone intenzioni.


XV I I Congresso

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SINDACATO Memorabile tensione Il S. Valentino del 2014 verrà ricordato in CGIL per la rissa scoppiata all’attivo regionale lombardo e trasmessa da tutte le televisioni. Ciò che si è visto e il racconto di chi c’era. di Emanuela Celona, (ex) precaria Regione Piemonte, @emanuela_cel Botte e spintoni. È così che verrà probabilmente ricordato il S. Valentino 2014 dell’attivo CGIL regionale lombardo che ha radunato i delegati in vista del XVII Congresso nazionale. Giorgio Cremaschi, ex segretario generale della categoria dei metalmeccanici, si è presentato con qualche iscritto Fiom all’incontro intitolato «Estendere gli accordi su democrazia e rappresentanza a tutti i luoghi di lavoro» e ha chiesto di intervenire. Pare, invece, che siano partiti inviti poco gentili a lasciare l’assemblea: urla e spintoni davanti gli occhi di giornalisti e telecamere che hanno riportato con questa lettura l’accaduto su giornali e televisioni. Certamente sono stati momenti imbarazzanti per tutti, soprattutto per chi non era presente e li ha vissuti davanti alla Tv. Ma viene da chiedersi: perché Cremaschi si è presentato all’incontro indossando vistosi cartelli appesi al collo? È noto il suo dissenso nei confronti dell’accordo sulla rappresentanza firmato lo scorso 10 gennaio, argomento peraltro molto discusso all’interno della CGIL: è

su questo dissenso che intendeva provocare un “caso mediatico”? Racconta Florindo Oliverio, segretario generale della FP Lombardia e presente all’incontro: «A Cremaschi è stato detto che, sentiti i delegati delle categorie e prima delle conclusioni di Camusso, si poteva valutare di dare spazio a un loro intervento ma lui, entrato in sala, ha cominciato subito a provocare fino a quando ha cercato con i suoi di occupare il palco». E’ seguita poi molta confusione su chi Cremaschi rappresentasse in quella sala: certamente non la FIOM, tanto che sull’episodio ha preso le distanze il segretario generale della categoria, Maurizio Landini, dichiarando che i metalmeccanici non erano presenti all’iniziativa e che la FIOM «dissente, rivendica, ma non provoca». Landini però ha aggiunto che gli avrebbe concesso “la parola”. Infatti è questo il messaggio lasciato dalle TV e dai giornali: la CGIL non lascia intervenire. Cosa che si stenta a credere se si conoscono tutti i processi e i passaggi di vita democratica sui quali poggia lo Statuto della nostra Organizzazione: momenti e luoghi deputati al confronto durante tutto il percorso congressuale. «La CGIL resta una associazione di lavoratori liberi che condividono programmi e regole che l’organizzazione democraticamente si dà. L’egemonia delle minoranze, a maggior ragione se con azioni che fanno venire meno quel senso di riconoscimento e appartenenza reciproca, non può confondersi con la democrazia di un’organizzazione», ha precisato Oliverio. Purtroppo, però, un fatto è vero soltanto quando è ripreso dalla Tv, e questo Cremaschi lo sa bene. E la CGIL dovrebbe saperlo altrettanto: a volte, opportunità politica e mediatica possono non coincidere.


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La CGIL è Social ! #EffePi #EffePi è l’hashtag che la Funzione Pubblica CGIL ha inaugurato per raccontare le esperienze congressuali organizzate nei luoghi di lavoro in tutta Italia, fino a inizio maggio, quando a Rimini si concludera il XVII Congresso nazionale. L’hashtag è una modalità usata su Twitter e da qualche tempo anche su Facebook per “raggruppare” conversazioni di interesse comune, come il Congresso CGIL.

#JobFact Nel Piano del Lavoro della CGIL nazionale ci sono molte cose. La CGIL nazionale ha deciso di riassumerle in 100 tweet con l’hashtag #JobFact. Gli hashtag vanno uniti a commenti personali, testimonianze, video e foto per laccontare la propria esperienza.

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Notiziario Enti Locali febbraio 2014  
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