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Notiziario Enti Locali della CGIL FP Piemonte

Supplemento di INFORMAcigielle Periodico della Funzione Pubblica CGIL Torino - Aut. Tribunale di Torino n. 3273 del 24/3/1983

D icem br e 201 3 Num e ro 2 5 - A n n o I I

N. E . L . ITALIA LA RIPRESA CHE NON C’E’! Stiamo davvero uscendo dalla crisi, come il Governo ripete quotidianamente, o ci viene detto solo per infonderci ottimismo? di Gianni Esposito, segretario generale FP CGIL Piemonte

A QUESTO NUMERO hanno collaborato: Stefano Cariani Simone Ceccarelli Emanuela Celona Gianni Esposito Massimo Esposto Cristina Masera Mariagrazia Nemour Luca Quagliotti

Io continuo a non vedere questa ripresa. Vedo ancora e soltanto aziende e negozi chiudere. Vedo licenziamenti, cassa integrazione, tanta gente che si unisce manifestando con rabbia, anche in modo sbagliato, contro un ceto politico che nonostante la crisi non dà il buon esempio, come è successo in molte Regioni e proprio qui, in Piemonte. Il comportamento di questi politici è una vergogna: e non solo perché avviene in un periodo nel quale intere famiglie si sono impoverite, faticano ad arrivare alla fine del mese e in certi casi addirittura a sopravvivere, i giovani non hanno ancora un’occupazione e molti disoccupati non riescono a programmare un futuro, ma anche perché, come abbiamo dovuto apprendere, le spese effettuate da certi amministratori non erano necessarie allo svolgimento del ruolo politico ma utili per faccende personali. Mi sembra di vivere in un Paese che va

sprofondando sempre più, in una crisi economico-sociale ma anche etica e morale. In questi anni abbiamo dovuto assistere all’insostenibile passaggio della distribuzione della ricchezza dal lavoro alla finanza. Ogni giorno molti economisti ripetono che - per uscire dalla crisi - è necessario intervenire sulla spesa pubblica, rivolgendosi però non a quella improduttiva, fatta di sprechi o tangenti (ben 60 miliardi annui), ma verso il taglio dei servizi e la diminuzione del numero dei lavoratori pubblici. Oggi è diventato difficile fare politica perché una buona parte di coloro che la rappresentano non è più credibile. Non ho mai ritenuto che l'età anagrafica potesse fare la differenza ed essere garanzia o meno di capacità e credibilità, ma oggi è diventato necessario che alcuni politici si facciano da parte,


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avendo purtroppo dimostrato di non essere più in grado di generare nuove aspettative. È ora che cedano il passo ad altri cittadini che, magari in campi diversi, hanno dimostrato di essere capaci ad affrontare e risolvere i problemi. Non possiamo più andare avanti così: abbiamo bisogno di risposte senza però creare nei cittadini la falsa illusione che potremo, prima o poi, tornare indietro, magari a una condizione simile a quella degli anni ’80-’90. Dobbiamo, invece, provare a diventare un Paese normale. In questi 5 anni il PIL è sceso dell’8%. I disoccupati sono più che raddoppiati. La spesa supera il 50% del PIL, la pressione fiscale oltrepassa il 47%, il debito pubblico è al di sopra dei 2000 miliardi di euro e su di esso paghiamo 100 miliardi di interessi annui. Il tutto può cambiare: facciamo pagare le tasse a tutti, combattiamo l’evasione fiscale che costa a tutti i cittadini, riduciamo la burocrazia, informatizziamo la pubblica amministrazione, riduciamo gli sprechi veri coinvolgendo davvero i lavoratori su questo argomento. Realizziamo una revisione della spesa reale che finalmente non sia più finalizzata alla diminuzione dei servizi, sempre più necessari in una fase di forte crisi come quella attuale. Riconvertiamo piccoli ospedali in case della salute, investiamo in sicurezza nelle scuole o nelle infrastrutture, facciamo la dovuta e corretta manutenzione delle nostre città, rinnoviamo il Contratto Nazionale di Lavoro scaduto dal

2009, riduciamo le tasse ai lavoratori dipendenti, ai pensionati e alle imprese che assumono lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Per realizzare tutto ciò, però, occorrono soldi, tanti soldi. La revisione della spesa può essere utile ma gli altri quattrini da qualche parte bisognerà pur trovarli. E allora noi proponiamo di procurarceli attraverso una tassazione sui patrimoni superiori agli 850.000 euro, aumentando le imposte sui guadagni di borsa che dovranno essere adeguati al tasso applicato nel resto d’Europa, corrispondente al 25% e facendo pagare la vecchia ICI ai cittadini che se lo possono permettere. La CGIL svolgerà il proprio Congresso a partire dal nuovo anno: abbiamo voluto un congresso sobrio, che parli dei problemi reali e di proposte per uscire dalla crisi, ma che sia allo stesso tempo un congresso in "ascolto". Noi, contrariamente a quello che qualcuno si ostina a sostenere, viviamo quotidianamente in mezzo a lavoratori e pensionati, e siamo certi di essere davvero l’unica forza sociale che possiede questo radicamento forte. Nonostante ciò, quanto sta succedendo nel nostro Paese - ormai da lungo tempo ma soprattutto in quei giorni di proteste che hanno invaso le principali città italiane - ravvisa anche una forte crisi di rappresentanza che evidentemente, e purtroppo, riguarda anche noi. Le nostre lavoratrici e i nostri lavoratori sono stati spaventati dalle accuse

ricevute per lavorare nel Pubblico, come se questo non significasse più svolgere il proprio dovere al servizio del cittadino, ma essere allo stesso livello di quei consiglieri regionali che sono saliti agli onori della cronaca per allegri e vergognosi sprechi. Dobbiamo avere tutti insieme la forza di cambiare, rischiando qualcosa in più ma con il dovere di metterci in gioco. Il sindacato confederale, oggi, è in grosse difficoltà, certamente a causa della crisi economica e produttiva (vedi trasformazioni e delocalizzazioni) e per le scelte fatte dai Governi sul mercato del lavoro negli ultimi 20 anni. Scelte – contrastate solo dalla CGIL – che hanno introdotto disparità tra vecchi e giovani scaricando su questi ultimi tanta precarietà. Ciò che davvero vorrei è un ritorno al passato su queste materie: un solo contratto prevalente, a tempo indeterminato; un secondo contratto a tempo determinato per imprese che abbiamo motivazioni - la stagionalità o la sostituzione di maternità, le lunghe malattie o gli infortuni - e un terzo, di apprendistato, che serva per entrare nel mondo del lavoro attraverso la formazione sul campo. Abbiamo bisogno di restituire fiducia alle persone e dare le risposte agli esodati e agli esonerati e ai tanti precari che aspettano un sostegno al reddito. Noi, come sempre, ci stiamo impegnando e continueremo a farlo.


Solidarietà

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PROVINCIA DI BOLZANO

Patto tra generazioni anche nella P.A. Il Patto generazionale approda nel Pubblico impiego: riguarda Bolzano, una Provincia autonoma che ha competenze sulla gestione del personale di Cristina Masera, FP CGIL Bolzano Il 26 novembre 2013 è stato sottoscritto in Alto Adige un accordo intercompartimentale riguardante il patto generazionale. L’accordo riguarda il personale dell’Amministrazione provinciale, dei Comuni e delle case di riposo per anziani e delle comunità comprensoriali, del servizio sanitario provinciale, dell’istituto per l’edilizia sociale dell’azienda di soggiorno e turismo di Bolzano e Merano e il comparto del personale insegnante, direttivo e ispettivo delle scuole elementari e secondarie di primo e secondo grado. Si tratta della quasi totalità dei dipendenti pubblici altoatesini che, in virtù dello Statuto di Autonomia che assegna le competenze per il personale alla Provincia, sono soggetti a contrattazione primaria autonoma. Il concetto è identico a quello sostenuto dal neo ministro del lavoro Enrico Giovannini e definito “staffetta generazionale”, a sua volta simile a precedenti

progetti italiani e francesi, ma applicato ai dipendenti pubblici. Sostanzialmente l’accordo prevede che il personale vicino alla pensione ( 3 anni) possa fare richiesta di diminuire il rapporto di lavoro in misura non inferiore al 25 % e fino ad un massimo del 50% e favorire così l’assunzione di giovani disoccupati e altre categorie da individuarsi in proporzione al risparmio generato dalle riduzioni. Il vantaggio per il richiedente è che la Provincia assicurerebbe il pagamento dei contributi di previdenza e quiescenza come se lo stesso lavorasse con lo stesso rapporto di lavoro di partenza. Le assunzioni avverrebbero quindi su posti resi vacanti dalla diminuzione, nel rispetto delle disposizioni previste nelle singole amministrazioni, con esclusione di maggiori oneri e a livello dei diversi comparti verranno regolati e contrattati gli aspetti più tecnici. L’operazione a costo zero dovrebbe consentire una specie di assunzione anticipata per una parte dei posti che si renderanno vacanti nei prossimi tre anni per pensionamento degli addetti, sempre rispettando la prevista diminuzione dei dipendenti pubblici. La discussione sindacale in cui la FP/ÖB CGIL/AGB si è impegnata per modifiche al testo, riguardava l’applicabilità reale al di là dell’idea condivisibile: il fatto, ad esempio, che il concetto di giovane disoccupato non sia chiarissimo e che inizialmente la Provincia intendeva evitare contrattazioni in merito limitando all’informazione il coinvolgimento delle parti sindacali. Dopo alcune modifiche e l’aggiunta di un impegno formale l’accordo è stato firmato. Per avere piena attuazione necessita ora di una legge provinciale che risolva i problemi dell’applicabilità.


Contrattazione

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IFOA - Istituto Formazione Operatori Aziendali Che senso ha legare i padri ai figli?

Il contratto di solidarietà espansivo funziona in modo semplice e consentirebbe la trasformazione delle collaborazioni in lavoro dipendente. Inps e Ministero, però, danno un’interpretazione inspiegabilmente restrittiva della legge. Perché? Si ringrazia per la collaborazione Simone Ceccarelli, NidiL CGIL Fermo restando il giudizio generalmente negativo sulla riforma del mercato del lavoro targata Fornero, il sindacato, in particolare la CGIL, prosegue nella sua opera di contrasto agli abusi e riconoscimento di diritti, utilizzando a tal fine tutti gli strumenti messi a disposizione dalle normative vigenti. Non deve dunque sorprendere se, in uno scenario di estrema frammentazione del mercato del lavoro e dei cicli produttivi aziendali, gli strumenti più adatti si rivelano essere degli articoli di legge promulgati trent’anni or sono e rimasti “in sonno” per tutto questo

tempo. A seguito della stretta sui contratti a progetto e dalla parziale modifica delle associazioni in partecipazione imposte dalla Legge 92, NIdiL e Filcams sono infatti riuscite ad inserirsi nei nuovi spazi di contrattazione apertisi con l’entrata in vigore della Legge 92/ 12, utilizzando in due casi (negli accordi con l’Istituto di formazione per operatori aziendali, Ifoa, e con le erboristerie Isola Verde) il contratto di solidarietà espansivo, uno strumento che da quando è stato introdotto nel 1984, non sembra mai essere stato utilizzato. Il contratto di solidarietà espansivo funziona in modo abbastanza semplice: la retribuzione dei lavoratori che aderiscono a tale contratto viene ridotta nella misura di quanto convenuto nell’accordo fra le parti, mentre l’impresa che ha stipulato il contratto riceve un riduzione sulla contribuzione dovuta per le nuove assunzioni pari al 15% per il primo anno, 10% il secondo e 5% al terzo, in cambio di un ampiamento del proprio organico.


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L’incentivo viene finanziato con un apposito stanziamento, previsto ovviamente dalla legge del 1984. Il primo accordo che utilizza lo strumento della solidarietà espansiva firmato da NIdiL e Filcams risale allo scorso 18 febbraio. Quel giorno infatti a Reggio Emilia è stata firmata l’intesa per la riorganizzazione delle attività e la verifica dei rapporti di lavoro dei collaboratori a progetto di Ifoa (Istituto formazione operatori aziendali): azienda che opera in più regioni italiane - con le principali sedi a Milano, Bari, Padova, Firenze, Bologna e Modena – con una struttura di 83 dipendenti e 74 lavoratori con rapporto di collaborazione a progetto. Coniugando normativa e organizzazione del lavoro, l’accordo opera le necessarie distinzioni fra l’impiego proprio dei lavoratori autonomi – per i quali è infatti previsto un percorso di inclusione nella contrattazione collettiva e nei diritti – e l’uso distorto delle collaborazioni come sostitutive di lavoro dipendente. Asse centrale dell’intesa è proprio la solidarietà espansiva così come prevista dall’art. 2 della legge 863/1984, che a seguito di una riduzione dell’orario di lavoro del personale già dipendente (per due anni) dà luogo a un contributo per la contestuale assunzione di nuovi lavoratori. Sebbene in un contesto di difficoltà per la riduzione dei finanziamenti pubblici destinati alla formazione e per la crisi economica che colpisce le aziende, l’accordo sottoscritto con Ifoa trasforma buona parte delle collaborazioni in lavoro dipendente, sia attraverso la stabilizzazione a tempo indeterminato del personale con funzioni strutturali (29 unità), sia attraverso l’uso della somministrazione (20 unità), con l’inserimento dei lavoratori in un bacino di prelazione triennale che garantisca la continuità occupazionale e la precedenza in caso di nuove assunzioni. Una vera e propria doccia fredda è però piovuta sull’accordo nelle scorse settimane quando Inps e Ministero, dando un’interpretazione

inspiegabilmente restrittiva della legge, hanno comunicato di poter erogare gli incentivi per l’assunzione a tempo indeterminato solamente per 4 persone, a fronte dei 29 lavoratori individuati nell’accordo. Si tratta di una mossa miope oltre che inspiegabile: i fondi per la solidarietà espansiva sono infatti rimasti intatti sin da quando furono stanziati nel 1984, ed eventuali soluzioni alternative che i sindacati saranno costretti a trovare con l’azienda verrebbero a pesare sulle casse dell’Inps in maniera molto maggiore. Appare paradossale, inoltre, che l’Inps consideri la riduzione oraria dei dipendenti Ifoa come un elemento strutturale e pertanto neghi la copertura figurativa della “decurtazione” salariale, quando è evidente che gli incentivi si riferiscono invece a

un periodo di tre anni. NIdiL e Filcams CGIL ribadendo che percorreranno ogni possibile strada e soluzione affinché non venga vanificato l’importante accordo raggiunto lo scorso febbraio, auspicano che il dialogo apertosi con il ministero nei giorni scorsi porti in breve tempo a una conclusione positiva della vicenda.


Tr a t t a t ive

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REGIONE PIEMONTE

Se stabilizzare significa (non) vincere La storia paradossale del percorso di stabilizzazione dei 200 precari dell’Ente Regione Piemonte di Luca Quagliotti, segretario regionale CGIL FP Piemonte Nelle scorse settimane, dopo due anni di estenuanti trattative, si è raggiunto un accordo con la Regione Piemonte per l’avvio del percorso di stabilizzazione che riguarda i 201 lavoratori a tempo determinato dell’Ente, tutti vincitori di concorso pubblico e che hanno maturato almeno tre anni di servizio alla data di entrata in vigore della L. 125/13, così come previsto dal D.L. 101/’13. L’accordo prevede che tutti i lavoratori coinvolti vedranno convertire il proprio rapporto di lavoro in un contratto a tempo indeterminato entro il 1 gennaio 2016. All’inizio della vertenza, nel lontano 2007, si era sottoscritto - ai sensi dell’art.1 comma 560 L. 296/96 - un Protocollo d’intesa per l’indizione di un concorso pubblico a tempo determinato con il 70% dei posti riservati al personale che aveva avuto contratti di collaborazione con la Regione per almeno un anno. Un concorso, dunque, finalizzato a una definitiva stabilizzazione. Da quella selezione derivarono tre graduatorie a tempo determinato, tutte esaurite in sei mesi: segno che quel personale alla Regione Piemonte serviva… E serviva eccome! Nel 2009, l’allora ministro Tremonti, insieme con il mai “dimenticato” ministro della Funzione pubblica Brunetta, modificarono la norma nazionale impedendo nei fatti la stabilizzazione del personale precario oltre l’anno 2009. Una doccia gelata per i 230 tempi determinati di allora. Fu allora che alcuni iniziano a cercare un’altra occupazione. Passano i 36 mesi e grazie all’impegno del sindacato (CGIL in testa), alla mobilitazione dei dipendenti e a un poco di “fortuna” (che ogni tanto è pure necessaria!) si riuscì - attraverso il sostegno dell’opposizione Consigliare regionale e in particolare degli esponenti di PD, SEL e FED - a far approvare un emendamento che prorogò i contratti a tempo determinato di un anno e posticipò la scadenza al 31 dicembre 2013.

Il tempo, per chi vede avvicinare la fine del proprio contratto, corre velocemente (!) mentre rimaneva ancora da trovare una soluzione, possibilmente definitiva, per garantire la continuità lavorativa dopo il 31 dicembre 2013, termine stabilito nella Legge regionale. La CGIL, a livello nazionale e non solo, ha cercato di riproporre all’attenzione del Governo la questione “precari della Pubblica Amministrazione” ed è riuscita a far approvare il DL n. 101’13 che ha affrontato in modo globale la questione. Purtroppo, però, il disegno di legge non ha risolto i numerosi problemi e le numerose sfaccettature dei problemi legati alla precarietà. E allora ci si ingegna. Attraverso la sensibilizzazione di alcuni parlamentari piemontesi dei diversi schieramenti, si è riusciti a far approvare – in sede di discussione del DL 101 sulla Pubblica Amministrazione – un emendamento espressamente “dedicato” alla situazione dei tempi determinati piemontesi. A premere sulla questione è stato tutto il Sindacato, e non soltanto la CGIL. Dopo la sua approvazione (tutt’altro che scontata!), l’assessore Vignale si è dichiarato disponibile ad avviare un percorso di stabilizzazione basato sulla nuova norma ponendo, però, una condizione “politica” indispensabile e parallela: l’indizione di nuovi concorsi pubblici aperti l’esterno. La CGIL ha rivendicato subito – rispetto ai concorsi – precedenza di assunzione ai dipendenti “stabilizzandi” ma la decisione l’ha presa la controparte e come spesso accade, “chiedere” non significa “ottenere”. La trattativa diventa intensa e tesa: non hanno aiutato le continue variazioni sui numeri e sui criteri impiegati per le stabilizzazioni, e non hanno aiutato gli interessi “particolari” portati al Tavolo da alcune Organizzazioni. I lavoratori a un certo punto sembrano dividersi:


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qualche direttore regionale “spinge” per salvaguardare i propri dipendenti e, di conseguenza, qualche dipendente si sente più rassicurato di altri. E proprio quando la trattativa sembrava dipanarsi nel migliore dei modi e i precari sono stati chiamati in Assemblea a esprimersi sulla proposta sindacale di stipulare contratti a tempo parziale per tutti a 24 ore settimanali, lo scenario è cambiato improvvisamente. Il 25 novembre 2013, il ministro D’Alia rende nota una Circolare, la numero 5 del dipartimento della Funzione pubblica, che mette a serio rischio il percorso di stabilizzazione, riducendo della metà le risorse disponibili e destinate al percorso intrapreso. Un’altra doccia fredda per i precari della Regione, e non compresa da tutti. Il giorno stesso viene convocata

dall’Amministrazione una riunione urgente, poi disdetta, e riconvocata per il pomeriggio successivo. Preoccupazione e tensione salgono alle stelle. Il giorno dell’incontro, l’Amministrazione propone la stabilizzazione per 134 lavoratori, proroghe per gli altri con contratti al 50% del salario, più 10 proroghe su fondi europei. La discussione si accende: le Organizzazioni sindacali chiedono la non applicabilità della Circolare, proposta messa in discussione da una parte del personale tecnico, responsabile della sottoscrizione dei nuovi contratti di lavoro. In sostanza: viene condiviso il giudizio di merito (una Circolare non “supera” una legge!) ma non quello di metodo (la Circolare non può essere ignorata!). Dopo un’estesa e “colorita” discussione, si giunge a un accordo: stabilizzazione immediata di 156

lavoratori al 50% del proprio orario (e salario!) e proroga per tutti gli altri al 100% della retribuzione, con contratti a tempo determinato finalizzati alla stabilizzazione. Inoltre, c’è l’impegno dell’Amministrazione a modificare i contratti par time appena si liberano risorse. Tutto è bene ciò che finisce bene?!? Non proprio. Questo accordo - il migliore possibile date le numerose difficoltà incontrate - ingoia “rospi” enormi. Il più grosso, indigeribile, è che a causa di una Circolare ministeriale si sia modificata la portata di una legge nazionale, riducendo drasticamente il salario di centinai di lavoratori che dal 1 gennaio 2014 si troveranno in serie difficoltà economiche. Il rovescio della medaglia è che nessuno rimarrà a casa. E, forse, di questi tempi, non è comunque poca cosa.


Precariamente

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SINDACATO Comunicare al tempo dei Social I social network stanno cambiando il modo di comunicare il Sindacato? Forse. Prendiamo il caso di Appigli Precari su Facebook... di Stefano Cariani, (ex) precario Regione Piemonte “Mi piace”, “ti seguo”, “condividi” sono parole sempre più utilizzate e l’ultima frontiera sembra essere quella delle trattative sindacali in diretta web, o quasi. L’esempio di Appigli Precari, la rete sociale dei precari della Regione Piemonte è un’esperienza emblematica che ci fa vedere oggi con un’eccezione quello che domani sarà la norma. Sull’impatto dei social network – Facebook e Twitter in testa – nella comunicazione politica e sindacale si è già scritto tanto e non vogliamo aggiungere un altro articolo alla collezione di pezzi, più o meno originali, che individuano nel “web sociale” delle potenzialità straordinarie per la comunicazione. Vogliamo solo aggiungere qualche dato, raccontando cosa è successo su Facebook sulla trattativa sui precari (ormai quasi tutti ex-precari) della Regione Piemonte. I fatti sono già stati narrati nell’articolo di Luca Quagliotti, segretario regionale della FP Piemonte e referente della trattiva. Ora analizziamo alcuni e cerchiamo di stabilire connessione:

numeri qualche

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Quasi 200: il numero dei precari “stabilizzandi”, ansiosi di avere informazioni sulla trattativa che da lì a poco avrebbe cambiato le loro vite;

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850 i contatti, tra “seguaci” e “amici” del profilo “Appigli Precari”;

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217 membri: componenti del gruppo aperto “Appigli Precari CGIL”.

“Appigli Precari” ormai è la storica etichetta con cui i precari della CGIL si identificano in rete per aggiornarsi a vicenda sulla propria situazione di precariato. Nati nel 2008 in versione cartacea, i volantini e i periodici dei precari della CGIL hanno sempre puntato a dare “Appigli” informativi a coloro i quali la precarietà ha tolto certezze e stabilità. Si noti che i precari della Regione Piemonte sono circa 200 e di questi circa 60 sono tesserati alla CGIL. Salta

subito all’occhio come i circa 1000 contatti stabiliti da Appigli Precari costituiscano una lista di contatti molto più ampia, dovuta certamente alla natura del “social network” (su Facebook l’amicizia o l’iscrizione ad un gruppo non la si nega quasi a nessuno), ma anche a qualcos’altro: Appigli Precari non è solo più una rete informativa di servizio tra precari della Regione Piemonte iscritti alla CGIL, ma è molto di più. La trattativa decisiva per i precari della Regione Piemonte si è tenuta tra il 2 e il 6 dicembre 2013. In quella settimana, ogni notizia postata sul gruppo aperto ha potuto vantare nel giro di pochi minuti 50 visualizzazioni. A trattativa conclusa, sono esplosi i commenti che hanno trasformato il gruppo di Facebook in una stanza virtuale dove molti utenti hanno espresso il loro parere sull’esito. Più di 30 i commenti per ogni “post”. Finita l’era delle grigie e fumose stanze in cui si faceva “l’analisi della trattativa”, ora è su Facebook che si discute di sindacato? Sì, ma i confini sono diversi. Se nelle grigie stanze degli apparati ci entravano solamente gli iscritti, su Facebook ci sono tutti: sulla pagina di Appigli Precari i commenti sono di iscritti alla CGIL, ma anche di non iscritti, e perfino di iscritti ad altre sigle sindacali. Si arriva al paradosso per cui molti commentano, ma fanno altri mestieri al di fuori dal settore pubblico! Solo il 32% delle interazioni del gruppo e del profili di Appigli Precari sono attivate con iscritti alla CGIL. C’è chi pensa che ciò non sia giusto, perché il sindacato è finanziato anche dalla quota associativa degli iscritti e fornire un servizio informativo universale lederebbe una sorta di loro “diritto di precedenza”. Forse è vero, ma le ultime esperienze politiche (si pensi al Movimento 5 Stelle o alle primarie del PD) insegnano che l’apertura è foriera di nuovi stimoli ed energie che non possono che fare bene. Come continuerà la storia di Appigli Precari su Facebook? Continuerà in altre forme… Quali? Beh, seguiteci e lo scoprirete!


Precariamente

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Cara redazione, vi scrivo per esprimere tutto il disagio di una ragazza della mia generazione. Una generazione che ha visto lo smantellamento dei diritti sociali acquisiti in anni di lotte e di opposizione. Dove sono finite le norme che avrebbero dovuto tutelare la dignità dei lavoratori? Con una regolamentazione contrattuale a termine e con prospettive future a intermittenza, alcune categorie di lavoratori non hanno nessuna difesa. Tra poco più di un mese mi scadrà l’ennesimo contratto di lavoro e io dovrò ricominciare da capo, ancora una volta. Cosa vuol dire dare l’anticipo per una casa, decidere di avere una famiglia, comprare una macchina? Ho 29 anni e per vivere devo accontentarmi delle briciole che mi vengono concesse da altri. Vorrei pensare a un futuro che vada oltre i sei mesi, ma sono solo una precaria, un fantasma senza diritti. Vi avevo scritto questa lettera nel 2007. Oggi vivo nelle stesse condizioni. In questi anni i governi hanno collezionato interventi basati, almeno

LETTERE Sono solo una precaria... I precari sono fantasmi senza diritti, in attesa di un cambiamento che non arriva mai. O quasi... di Emanuela Celona, (ex) precaria Regione Piemonte

in teoria, sulla semplificazione delle norme per facilitare le assunzioni, ma di fatto hanno preso decisioni estremamente discutibili. I precari, insieme al lavoro e alle tasse, sono diventati un argomento da campagna elettorale. Ma la verità è che nessuno ha fatto niente. Segue la firma. Tratto da Internazionale, numero 1029, 6 dicembre 2013 Questo è un editoriale letto - non a caso - durante i giorni della trattativa sui precari della Regione Piemonte, di cui ha scritto su questo numero Luca Quagliotti. Un esito che non mi lascia soddisfatta, perchè ci sono ancora 37 colleghi con contratti a termine e perchè noi stabilizzandi dovremo sopravvivere dal 1 gennaio 2014 (e non so per quanto) con metà stipendio. Mentre leggi e provvedimenti limitano doverosamente la spesa pubblica, i soldi pubblici se ne vanno via lo stesso, e non a causa delle spese pazze dei dipendenti, o degli (ex) precari, ma dei politici che dovrebbero amministrarla. Il mio disagio di quarantenne arriva dopo 14 anni di

precariato nello stesso Ente. Di diritti “acquisiti” ne ho beneficiato soltanto dopo 10 anni di contratti atipici, dopo un concorso pubblico e un contratto a tempo determinato. Prima lavoravo “soltanto”, senza poter avanzare richieste”. La dignità sul lavoro l’ho costruita con fatica, rapportandomi con colleghi e dirigenti che non mi hanno fatto mai sentire “diversa”, ma che erano in condizioni contrattuali differenti dalla mia, eccome! La mia vita lavorativa è stata tutta un’intermittenza: come le luci di un albero di Natale. Prospettive aleatorie e precarie. Ma dal 1 gennaio 2014 si volta pagina: il mio contratto non scadrà più. Dovrò accontentarmi delle “briciole” di uno stipendio dignitoso, ma non sarò più un fantasma. Dal 1 gennaio si cambia. Sarò una dipendente “dimezzata” nel salario ma non nei diritti: quelli acquisiti in anni di lotte e opposizione. Ma adesso, tutto ha da venire.


Ver tenze

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ASILI NIDO

L’insostenibile leggerezza dell’esternalizzazione Il Comune di Cuorgnè decide di privatizzare l’asilo nido “Gli Sbirulini”: protestano i dipendenti e i genitori dei bambini Massimo Esposto, CGIL Funzione Pubblica Canavese “Din… Don… Dan… Presto andiam non si dorme più...!”. E come potrebbero dormire sonni tranquilli le educatrici e gli ausiliari dell’asilo nido “Gli Sbirulini” di Cuorgnè, da quando il Comune ha deciso di recapitare loro un bel regalo di Natale: privatizzare il nido e passarli a un soggetto privato?!? Vediamo i fatti. Da qualche anno il Comune di Cuorgnè versa in gravi e oggettive condizioni economiche. L’ipotesi del dissesto finanziario è alle porte e la Corte dei Conti morde i polpacci come il più tenace dei pit bull. Immancabilmente va in scena la politica di breve respiro: si crede ancora nella vecchia farsa di spostare la coperta corta, decidendo di volta in volta quale parte della macchina comunale far rimanere scoperta. Ma questa volta il provvedimento draconiano trova la ferma e perentoria risposta della CGIL, insieme a CISL e UIL. Infatti, qualche settimana fa, una vox populi in poco tempo confermata (un brindisi! alle corrette relazioni sindacali), segnalava la volontà del Comune di cedere il ramo d’azienda

in questione a un privato, compresi i dipendenti comunali. In risposta alla nostra levata di scudi, viene recapitata una comunicazione che chiarisce le cause della decisione, corredata da un elenco di clausole di salvaguardia economica e occupazionale da inserire nel Capitolato di appalto destinato al soggetto privato aggiudicatario. Ergo, sei lavoratrici pubbliche svendute: sei lavoratrici che diventeranno precarie, al servizio di una cooperativa sociale che – secondo il Comune, avranno la garanzia di non essere spostate a piu’ di 20 km dall’attuale posto di lavoro (brindiamo a Ponzio Pilato!). Ci si è attivati immediatamente per chiedere un confronto agli amministratori ai quali, durante un’accesa discussione, abbiamo posto le seguenti richieste: 1. vogliamo l’applicazione della Legge regionale n.3 del 1973 che sancisce il bisogno, nonché dovere, di gestire gli asili nido pubblicamente per mano di Comuni e/o Consorzi: questa


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è considerata a tutti gli effetti una legge speciale così da superare anche i problemi del caso specifico; 2. vogliamo accedere a tutti i costi sostenuti dall’Ente nell’anno solare, dai mutui accesi alle spese di rappresentanza, dai soldi spesi per le manifestazioni alle spese dell’apparato politico, ecc... per capire quanto sia oculata la gestione economica del Comune di Cuorgnè. Tagliare un fondamentale presidio socio educativo pubblico nel proprio territorio è la panacea ai mali atavici ed economici dell’Ente comunale? Certo, non è logico e nemmeno lungimirante perdere la gestione diretta di un servizio che, a detta della stessa Amministrazione, risulta oggi perfettamente funzionante (e non a caso gli inserimenti dei bambini continuano fino al limite massimo della capienza). Il “costo” economico,

perciò, potrebbe essere del tutto fisiologico, soprattutto se consideriamo i costi della Giunta cuorgnetese che superano di gran lunga il predetto dato! E il Sindaco potrebbe evitare di ispirarsi alle note vicende di sopravvivenza del Conte Ugolino…. Tutte perplessità rese manifeste in un presidio davanti al Consiglio comunale, dove abbiamo ottenuto la completa solidarietà dei genitori dei bambini dell’asilo nido. Il silenzio e la decisione di congelare temporaneamente il provvedimento nell’attesa che si possa riconvocare il Tavolo di confronto fanno pensare che il “Re per qualche giorno sia nudo”.


Enti locali

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NUOVI DIRITTI

Coppie di fatto... e di affetto In materia di unioni basate sul legame affettivo, l’Ente locale può intervenire, nel rispetto dei limiti delle proprie competenze a cura dell’Ufficio Nuovi Diritti, CGIL Asti

In un ordinamento come quello italiano, in cui il legislatore nazionale continua a non voler disciplinare la diffusissima realtà delle unioni basate sul legame affettivo, l’Ente locale che opera da un punto di vista culturale ed economico, può intervenire, nel rispetto dei limiti delle proprie competenze. Soprattutto per le coppie omosessuali che oggi sono le più discriminate, i Comuni possono dimostrare di voler dare seguito alle affermazioni della Corte costituzionale che, con la sentenza n.138 del 2010, ha riconosciuto alle stesse il diritto "a vivere liberamente la propria condizione di coppia", inserendole a pieno titolo tra le formazioni sociali protette dall’art. 2 Cost., chiedendo al legislatore di intervenire con una disciplina generale. Nello stesso senso, si è pronunciata di recente anche la Corte di Cassazione che, con la sentenza del 15 marzo 2012, n. 4184, ha riconosciuto in capo ai membri della coppia legata da un vincolo affettivo stabile la titolarità del diritto a una "vita familiare" e del diritto inviolabile di vivere liberamente la condizione

di coppia, nonchè, in specifiche situazioni, il diritto a beneficiare un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata. A fronte di queste considerazioni, occorre soffermarsi sugli effetti che derivano dal riconoscimento dell’unione civile. I regolamenti comunali possono tutelare e sostenere le unioni civili al fine di superare ogni discriminazione e favorire la loro integrazione nel contesto sociale, culturale ed economico del territorio. I regolamenti, peraltro, possono indicare precisamente le aree tematiche in cui gli interventi del Comune, in questa direzione, sono prioritari in considerazione delle specificità del territorio. In particolare, si tratta di settori come la casa, la sanità e i servizi sociali, le politiche a sostegno di giovani, genitori e anziani, lo sport e il tempo libero, la scuola e i servizi educativi, i diritti e i trasporti. I regolamenti possono prevedere, altresì, che l’iscrizione al Registro delle Unioni civili sia idonea a conferire ai componenti dell’unione la qualifica di "parente prossimo" ai fini di possibilità di prestare assistenza, ovviamente all’interno dell’area comunale. In questi ambiti, quindi, per il Comune di riferimento sarà possibile riconoscere diritti e prevedere azioni di sostegno per le famiglie anagrafiche registrate ai sensi del Regolamento, che quindi vedranno così riconosciuto il proprio legame affettivo. Un secondo profilo su cui occorre soffermarsi, con riguardo al riconoscimento delle unioni civili, è quello sostanziale. Il riconoscimento delle unioni costituisce il presupposto essenziale affinchè il Comune possa predisporre azioni volte a tutelare e sostenere queste formazioni sociali, nel rispetto delle proprie competenze. E’ vera l’obiezione secondo la quale già


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ora il Comune può e deve operare in modo non discriminatorio, ma il riferimento alle coppie "registrate" consentirebbe all’Ente di operare in modo più chiaro e senza possibilità di equivoci. Occorre, infatti, rilevare come l’istituzione del Registro si riveli necessaria per la più piena attuazione di provvedimenti dei Comuni già volti in questo senso, tra cui si possono richiamare in particolare quelli a sostegno della città contro la crisi (come il Fondo anticrisi e le misure a sostegno delle assunzioni dei giovani) e i cui dati, presentati dall’assessorato alle Politiche sociali e Cultura della salute e dall’assessorato al Lavoro, dimostrano come il riconoscimento delle unioni civili attraverso un Registro consenta anche una verifica e un controllo delle realtà che possono accedere ai benefici previsti da questi provvedimenti. In ambito sindacale tali regolamenti possono trovare applicazione nella contrattazione di secondo livello, predisponendo accordi estensivi del diritto. Congedo matrimoniale. Riconoscimento del diritto alla fruizione con il conseguente trattamento economico del congedo matrimoniale retribuito a tutti i dipendenti non eterosessuali che scelgono: 1. di unirsi in matrimonio nei Paesi dove è consentito; 2. unioni di fatto, registrate presso l’anagrafe comunale. Congedi famigliari. Riconoscimento per gravi e documentati motivi

familiari La legge n. 53/2000 sui congedi parentali offre ulteriori possibilità ai lavoratori e alle lavoratrici che si trovano in momenti di particolare bisogno; tra queste figura il congedo per «gravi motivi familiari» (come decessi, malattie gravi di familiari, indifferibili esigenze personali). I dipendenti pubblici e privati possono chiedere un periodo di congedo per gravi motivi sia personali che familiari relativamente: - ai componenti della famiglia anagrafica; per famiglia anagrafica si intende «un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozioni, tutela, oppure legate da vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune». I gravi motivi per cui si può richiedere il permesso sono: necessità familiari a seguito della morte di uno dei familiari sopra indicati; necessità della presenza e dell’impegno del lavoratore per la cura e l’assistenza dei familiari; grave disagio personale del lavoratore stesso, al di fuori della malattia; patologie dei familiari sopraelencati, ad esclusione del richiedente il permesso. Iscrizioni alle casse mutua o fondi sanitari integrativi di settore. Il riconoscimento del diritto all’iscrizione come beneficiari delle prestazione delle casse mutua o fondi sanitari , come ad esempio Gruppo San Paolo.Gli aspetti sopra

trattati riguardano riconoscimenti di diritti in linea orizzontale, mentre in linea verticale, si devono fare alcune riflessioni come premesse di ordine in effetti non prettamente giuridici: dal riconoscimento di formazione di famiglia al concetto di genitorialità e quindi di omogenitorialità; dal riconoscimento dei diritti/ doveri dei genitori a quello del riconoscimento dei diritti dei figli e quindi non solo diritti in linea verticale dall’alto verso il basso ma una formulazione che renda esigibile un diritto verticale dal basso verso l’alto. I figli nati da unioni omogenitoriali e figli di famiglie ricostruite (e in questo caso non si possono intendere solo unioni omosessuali) hanno aspettative anche verso le persone non unite a loro da vincoli biologici, di assistenza e sussistenza. E al fine di sostenere la genitorialità e promuovere una cultura di condivisione di cura dei figli all’interno delle coppie ( a qualsiasi titolo ) ,per favorire una conciliazione dei tempi di vita e di lavoro si dovrebbero estendere i congedi parentali.


Riflessioni

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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Forconi e Forchette Fumo, spintoni, canti, questo si vede e si sente dalla finestra di casa mia, terzo piano, Torino. Scendo in strada perché voglio capire. Guardo le facce che sfilano, tanto per vedere se mi riconosco in qualche sguardo... di Mariagrazia Nemour, RSU di Borgiallo

Ed eccomi là, sono io quella ragazza che avrà più o meno diciotto anni, con la kefia al collo. Sono io che cammino per strada perché tutti sappiano che nella mia aula piove dal soffitto. Sono arrabbiata perché il prossimo anno voglio andare all’Università, ma non sono sicura di trovare i soldi per l’iscrizione, perché se non mi chiamano più spesso ad aiutare al bar e mio padre non fa straordinari, la banca certo non me li presta quei soldi. Non sono un buon investimento, io. Sono arrabbiata perché la facoltà di Scienze Politiche è stata rimpiazzata da quella di Fantascienze Politiche, e nessuno dice niente. Cambio marciapiede e continuo a osservare i manifestanti, cercandomi.

Mi ritrovo sotto al piumino di questa fioraia, che rigira tra le mani la fattura del commercialista. Ogni quindici del mese lo studio le invia gli F24 dell’IVA, l’acconto sull’Irpef, e la Tares, la Service Tax. Sì, sono io la fioraia che da dieci anni apre la serranda del negozio alla Falchera – e per vendere fiori, tra quei palazzoni, ce ne va tanta di fantasia

– sapendo che luce, fisco, affitto e fornitori si mangeranno tutto quello che scrivono gli scontrini. «Nero? Mai!», dicevo una volta, anche il ladrone a fianco di Cristo faceva nero. «Nero? Magari!», dico oggi, con gli occhi fissi sulla chiusura del trimestre, in rosso di 900 euro. E sono già fuori con il fido, in banca.

Mi faccio spazio tra la folla e mi riconosco in un uomo che se ne sta in disparte, con una lattina di birra in mano. Cammino con poca convinzione, ormai non ci credo più nel sindacato, e ancora meno nella politica. Non so neanche perché ho preso il pullman e sono venuto a Torino, oggi. Tanto per fare qualcosa, forse, perché non avere un lavoro, non avere un orario, vuol dire non avere una vita. Da due anni sto così. Prima la mobilità e poi il licenziamento. Ho provato e rifare il letto e lavare i piatti, mia moglie non dice niente, ma sistema ogni cosa dopo che passo. Le do’ un


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doppio lavoro, ho smesso di aiutare. Dall’interinale mi chiamano ogni tanto, e il lavoro dura una volta una settimana, un’altra volta tre giorni. Quatto ore. Mia figlia ha festeggiato la Comunione e non aveva un vestito nuovo. A Natale vorrei comprarle qualcosa, ma ho solo più la fede da impegnare, e quella la voglio tenere, al mio paese si porta nella tomba, la fede. Uno sul pullman mi ha detto che potrei vendermi un rene, quel mercato lì non è in crisi. Ma poi mi ha guardato e si è messo a ridere: “Sei mezzo alcolizzato, che ti vuoi vendere tu?”. Tiro un calcio a una macchina, e poi un altro. Vedo un poliziotto e mi dico che sua figlia aveva sicuramente un vestito nuovo per la Comunione, ora il calcio vorrei sferrarlo sulla sua tibia. Ma non ne sono capace. Chissà se di farmi fuori ne sono capace. Svolto in piazza e d’un tratto mi ritrovo nella testa di quel ragazzo bloccato in macchina, quello che batte pugni sul volante. Ho una bella donna seduta vicino, ma non sono felice. So che lei ha le occhiaie sotto al trucco, i lividi delle trasfusioni sulle braccia. Ha la sclerosi multipla e oggi c’è terapia. Dobbiamo essere alle nove in ospedale, ma sono fermo dentro sta macchina da non so quanto, prima la manifestazione sulla tangenziale e adesso in centro. Ne stirerei volentieri qualcuno di questi straccioni. Che vogliono da me? Che diavolo c’entro io? Andassero a Montecitorio.Giro la testa e mi ritrovo di nuovo sul marciapiede, mi passa vicino una ragazza che usa la bandiera

NoTav come mantello. Scivolo nei suoi pensieri: qua è tutto da cambiare, non ci credo in uno Stato che non mi permette di difendere la Valle in cui vivo, che conosco così bene. Uno Stato che non mi dà risposte, e che neanche riconosce il mio diritto di fare domande. Ho passato parecchie notti al freddo – e in Val Susa fa freddo davvero, mica per ridere – a spiegare le mie ragioni, e nessun poliziotto si è mai tolto il casco, anche se in mano non avevo armi, perché la mano l’appoggiavo sulla testa di mio figlio, a cui cercavo di spiegare che resistere è un diritto. La bandiera me la stringo addosso per dire che in Valle il lavoro non si porta con appalti a ditte mafiose, ma con investimenti sulla montagna, sull’acqua, sulle infrastrutture turistiche, su tutto il bello che già c’è, in abbondanza. Mi abbasso per legare la scarpa, i manifestanti avanzano e io mi ritrovo a fissare un uomo con la testa rasata che agita le braccia davanti a una vetrina. Tira un calcio. Il tabaccaio non la vuole tirare giù la saracinesca. «Manifestiamo anche per te, chiudi!». «Mica te l’ho chiesto io!». «Comunque tu chiudi lo stesso, sennò domani te la ricompri questa» dice l’uomo, battendo un pugno sulla vetrina. Il tabaccaio chiude la porta, e mentre abbassa la saracinesca fissa l’uomo che

ora gli sorride, alzando il braccio destro, teso. Al tabaccaio sale rabbia liquida agli occhi, perché a Torino quel saluto romano non lo aveva mai visto fare. Un saluto che suo padre disprezzava talmente da farsi fucilare, pur di non alzarlo, quel braccio. No, in quell’uomo proprio non mi ci riconosco, nella sua testa non ci so entrare. Così come non so entrare nella testa di quello là con la cravatta. Come si chiama già? È l’assessore del PDL che non manca mai alle inaugurazioni, alle sagre. Un giornalista ha scoperto che alle cene non pagava mai, però si faceva dare la fattura e chiedeva il rimborso al partito. Ma questo non lo ha fermato, pensa che fare il furbo sia un vanto, non un delitto. E probabilmente la Procura finirà per dargli ragione. Insomma, ho camminato avanti e indietro per le piazze e i viali di Torino e mi sembra che in giro ci siano tante forchette che da tempo non hanno più nulla da infilzare, il problema è che in qualche modo bisogna pur mangiare, almeno a pranzo. Qualche forcone c’è, ma la punta non si vede, ho il dubbio che me l’abbiano conficcata nei fianchi quella punta, e da tanti di quegli anni.


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...nonostante tutto

BUON ANNO dalla Redazione di N.E.L.

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Notiziario Enti Locali dicembre 2013