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Notiziario Enti Locali della CGIL FP Piemonte Lu gli o 2 0 13 Num er o 2 0 - A n no I I

N. E . L .

Supplemento di INFORMAcigielle Periodico della Funzione Pubblica CGIL Torino - Aut. Tribunale di Torino n. 3273 del 24/3/1983

Voglio pagare l’IMU ! È con le tasse che si garantiscono i servizi ai cittadini. Se non ci fossero, i servizi sarebbero a pagamento e verrebbe meno quel principio di universalità dei diritti garantito dalla nostra Costituzione di Luca Quagliotti, segretario regionale CGIL FP Piemonte

A QUESTO NUMERO hanno collaborato: Matteo Barbero Cristina Bargero Marco Bussone Stefano Cariani Emanuela Celona Elena Ferro Serena Moriondo Gabriella Semeraro Barbara Tinello Gian Luca Vignale

L’ex Ministro Padoa Schioppa rilasciò, nell’ottobre del 2007, una dichiarazione con cui sosteneva: “Le tasse? Bellissime, un modo civile di contribuire ai servizi”. Come è noto fu massacrato dall’opinione pubblica, dalla destra populista e da tutto il mondo economico. Eppure l’allora ministro affermava una cosa semplicissima: è attraverso le tasse che si garantiscono i servizi ai cittadini. Come si pensa di finanziare l’istruzione, la sanità, il trasporto pubblico locale, l’assistenza agli anziani, gli investimenti su strade e ferrovie, ecc. se non attraverso un’equa fiscalità generale? Se non ci fossero le tasse, i servizi, inevitabilmente, sarebbero a pagamento: venendo meno - più di quanto già non sia - al principio di universalità dei diritti che la nostra Costituzione garantisce a tutti i cittadini.

Il Governo dovrebbe porsi il problema di evitare che aumentino, come previsto, i ticket sanitari e non di trovare le risorse per abolire l’IMU sulla prima casa per tutti. La salute è un bene comune. Riguarda tutti i cittadini che pagano le tasse per avere anche strutture efficienti e, per quanto possibile, gratuite. Al contrario ci troviamo a pagare i ticket sulle prestazioni diagnostiche e sui farmaci in aumento già il prossimo autunno.

Con le risorse dell’IMU si potrebbero: mantenere inalterati i ticket sanitari, garantire il fondo nazionale della non autosufficienza, ripristinare i fondi per i servizi all’infanzia, rifinanziare le funzioni delegate dallo Stato a Comuni e Province (il taglio previsto per quest’anno ricordiamo essere di quasi 3 miliardi di euro). Con i miliardi necessari ad abolire l’IMU Chi oggi vuole abolire l’IMU si potrebbero addirittura, con deve dire con chiarezza dove un’azione rivoluzionaria, rinnovare recuperare i 4/6 miliardi di euro i contratti dei settori pubblici necessari allo scopo. L’abolizione fermi dal 2009 e bloccati sino al dell’ICI ha costretto il Governo Monti, 2014, restituendo un principio di o quantomeno ne ha giustificato le diritto violato in questi anni. scelte, a interventi economici di una durezza mai riscontrata in passato. Ricordiamo, inoltre, che l’IMU era La stessa reintroduzione dell’IMU, nata come fiscalità locale: è stato così come l’aumento dell’IVA, sono Monti a snaturarla. E come fiscalità state scelte obbligate per cercare locale dovrebbe essere lasciata. di risanare i conti dello Stato messi Siano poi i Comuni a decidere a dura prova dalla contrazione delle se mantenerla, oppure toglierla, entrate e da scelte economiche e sulla base dei servizi erogati ai populiste fatte dal 2008 al 2011 dal cittadini. Muraro su laVoce.info afferma: “Abolire l’IMU sulla prima Governo Berlusconi-Tremonti. casa, in presenza di un addizionale Irpef che giustamente concede molte esenzioni in nome della progressività, significa ammettere che una forte minoranza di cittadini nulla paghi al proprio Comune al di fuori della tassa rifiuti. È difficile generare un senso diffuso di comunità responsabile se l’unico collante è rappresentato dai rifiuti” (!). Noi aggiungiamo: ripensare complessivamente il sistema fiscale italiano tornerebbe utile al nostro Paese, soprattutto nell’ottica di garantire quei principi della Carta Costituzionale oggi violati.


Pubblico impiego

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VOGLIAMO IL CONTRATTO...

... E non ce ne vergognamo!!! di Serena Moriondo, segretaria generale CGIL FP Asti Dichiarazione del Ministro D’Alia “Mi auguro che ci possa essere lo sblocco del rinnovo dei contratti della pubblica amministrazione, dal 2015, ma dipende da come andrà l’economia del Paese”. Secondo il Ministro occorre “responsabilizzare il sindacato perché la fase della rivendicazione è finita. Ciò non toglie che al tavolo con i sindacati nella prossima settima si possa discutere anche di questo per introdurre novità sul rinnovo. Possiamo cominciare a discutere sulla parte normativa del contratto”. Tuttavia, “risorse non ci sono - ha ribadito il ministro - perché ci sono altre priorità come il lavoro e il fisco”. Infine, ha sottolineato che “il blocco dei contratti è un grosso sacrificio per i dipendenti pubblici, ma fa parte dei sacrifici che stanno facendo tutti gli italiani”.

I SACRIFICI DI CHI? Questo Governo (come altri), è responsabile del mancato recupero di risorse determinanti per il futuro di questo Paese, che dovrebbero essere utilizzate per dare assistenza alle persone non autosufficienti, per finanziare i milioni di ore di cassa integrazione, per stabilizzare i giovani precari, per favorire la creazioni di nuovi posti di lavoro, per finanziare i servizi pubblici essenziali e, perché no, per rinnovare i contratti dei dipendenti pubblici che, insistiamo a dirlo, sono lavoratori come tutti gli altri. Delle mancate entrate per lo Stato, gli Enti locali, l’Inps, l’Inail, dal 2000 al 2012, per 807 miliardi di euro da parte degli evasori, pari a 1/3 del PIL, segnalati in un documento del MEF alla Commissione finanze della Camera, l’80% riguarda contribuenti che devono restituire, a testa, più di mezzo milione di euro. Le risorse ci sono basta andarle a recuperare. Gli unici a essere una palla al piede sono dunque gli evasori e i corrotti non chi si occupa dei nostri figli dall’asilo all’università, chi ci assiste, chi si occupa della manutenzione delle strade estate ed inverno, di

giorno e di notte, chi protegge la nostra salute, chi tutela l’ambiente, chi garantisce ogni giorno la funzionalità delle Istituzioni, chi si occupa di accertare e recuperare le imposte o i contributi versati.

Sulla necessità di superare le norme che stanno bloccando i contratti e il turnover basta essere obiettivi nel giudicare gli effetti dell’accordo sottoscritto il 30 aprile 2009 (da Cisl, Uil, Ugl, Confedir, Cida, Confsal ed Usae) che garantiva aumenti contrattuali per il pubblico impiego subordinandoli alla disponibilità della finanza pubblica. La gravità di quell’accordo, non sottoscritto dalla FP - CGIL, è l’aver rappresentato un precedente e un indirizzo generale che sta determinando un impoverimento che non ha precedenti. Con il blocco dei rinnovi contrattuali, dal 2010 i dipendenti dei settori pubblici hanno perso in tre anni nel complesso circa 3.000 euro lordi mentre altri 600 circa si perderanno nel 2013. Inoltre la Legge prevede espressamente – aspetto particolarmente grave - che gli aumenti che avrebbero dovuto essere generati dai rinnovi contrattuali del periodo, non saranno in alcun modo recuperati. È del tutto evidente che tale scelta genera un conseguente danno per tutto il sistema economico. Gli effetti del mancato rinnovo dei contratti avranno, inoltre, inevitabilmente anche un’incidenza sulle rendite pensionistiche con un’estensione della povertà anche ad età avanzata e dato che i dipendenti pubblici sono prevalentemente donne diventa semplice comprendere le ricadute di tale provvedimento anche sul piano sociale. Mentre il calo del numero dei dipendenti pubblici del 4,3% (da 3,43 milioni a 3,28 milioni) avvenuto, tra il 2007 e il 2011, sta determinando – secondo i dati del Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato – l’impossibilità di garantire i servizi essenziali, a partire dalla sanità. Se pensiamo che il decremento dovrebbe essere ancora più consistente negli anni successivi è evidente che il fenomeno sta


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assumendo una rilevanza anche superiore a ciò che sta avvenendo in alcuni settori del mercato del lavoro privato. Si conferma quindi un problema di legittimità costituzionale che interessa gli articoli 3 (pari dignità dei lavoratori pubblici e privati), 36 (diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro), 39 (diritti sindacali) e 97 (buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione). Il sindacato è, dunque, sempre più in difficoltà nel dare risposte certe e rispondenti alle necessità delle lavoratrici e dei lavoratori. Il monitoraggio dell’Aran sulla contrattazione integrativa lo conferma: 1. un forte rallentamento dell’attività contrattuale, causato per lo più dalla confusione normativa e dalla riduzione sempre più consistente delle risorse disponibili; 2. una frammentazione dell’attività contrattuale (sono in aumento gli enti che in un anno hanno contrattato più volte, per l’assenza di una vera programmazione); 3. un ritardo nella sottoscrizione dei contratti integrativi causati anche dalle disposizioni e dai pareri sugli aspetti finanziari molto spesso in contrasto tra loro; 4. una contrattazione integrativa sempre più limitata alla distribuzione dei fondi destinati al salario accessorio, con un raggio d’azione sempre più circoscritto dovuto all’attuale contesto

normativo ed economico e all’ambito dei tetti di spesa previsti dal D.L. 78/2010; 5. oltre alla prevalenza di ripartizione e destinazione delle risorse decentrate e di sistemi di incentivazione del personale e per quanto possibile delle progressioni orizzontali, in misura minore ma sempre più consistente gli accordi si occupano di criteri per l’attribuzione del lavoro straordinario e a nuove articolazioni e tipologie d’orario (a fronte della diminuzione di personale) e di mobilità interna, e, fino a quando è stato possibile, alla realizzazione di specifici progetti per andare a compensare il blocco contrattuale; 6. in misura inferiore si tratta sulle metodologie di valutazione e sugli indirizzi per la formazione del personale; 7. iniziano ad emergere i casi di regolazione unilaterale ai sensi dell’art.40, comma 3-ter, d.lgs. 165/2001; 8. la contrattazione a carattere normativo rappresenta un’eccezione; 9. infine, la percentuale di materie non più trattabili dopo il d.lgs.150/2009 si avvicina al 20%. Ci pare evidente che in questo contesto, dove ai vincoli nazionali sulla spesa per il personale si sta sommando il maggior ricorso, da parte delle amministrazioni locali, alla riduzione nei Fondi

integrativi delle risorse variabili non mancano neppure i primi casi di decurtazione di risorse dalla parte stabile (storica) dei Fondi con lo scopo di servirsene illegittimamente e per ripianare le gravi situazioni finanziarie dei bilanci. Andando oltre a quanto è consentito in caso di pre dissesto. Una posizione che deve essere fermata perché non potrà che determinare un peggioramento non solo delle retribuzioni ma anche delle relazioni negoziali. Per questo è essenziale il rinnovo dei contratti non solo sul piano normativo ma anche economico. E’ evidente che come sindacato dovremo essere capaci di portare avanti una stagione contrattuale davvero nuova, avendo la certezza che ognuno farà la sua parte. Ma ciò avverrà solo quando, chi come lei Ministro, sarà capace di riprendere agli evasori e ai corrotti quello che serve al Paese per rimettersi in gioco onestamente senza togliere ai lavoratori e alle lavoratrici i loro diritti. Su NEL di settembre troverete un approfondimento sulle linee della nuova piattaforma contrattuale.


L a r i ce r ca

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PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Chi sono i dipendenti pubblici? Troppi, iper-tutelati, immobili, poco propensi al cambiamento. Sono tanti i luoghi comuni sui dipendenti pubblici. Ma è veramente così? di Stefano Cariani, precario Regione Piemonte Una ricerca di Forum PA ci dice che i dipendenti pubblici hanno tanti difetti (scarsa mobilità, età media alta, poco qualificati), ma non sono troppi come si pensa comunemente. Semmai sono mal distribuiti. Nel Regno Unito, Paese modello per i liberisti che amano poco lo Stato e i suoi dipendenti, sul totale degli occupati ci sono più dipendenti pubblici di quanto accada in proporzione in Italia. Abbiamo una Pubblica Amministrazione con parecchie donne, che spesso sono discriminate e che raramente riescono ad accedere alle stanze dei bottoni. Nel quadriennio 20072011 i dipendenti pubblici sono diminuiti del 4,7%. I blocchi dei turn over hanno penalizzato soprattutto i giovani, facendo invecchiare la nostra PA. Percentualmente stanno aumentando i precari perché non si assume più a tempo indeterminato, ma le consulenze registrano uno

sfacciato +13.8% Dall’analisi di Forum PA emerge che non esiste “un’Italia” di dipendenti pubblici, ma “più Italie”: in Piemonte ci sono 50 dipendenti pubblici ogni mille abitanti (terzo valore più basso tra le Regioni italiane) e non è il sud “statalista” ad alzare la media nazionale: i nostri vicini valdostani si permettono quasi 91 dipendenti pubblici ogni mille abitanti, e alzano la media assieme ai capitolini del Lazio e agli autonomi del Friuli, che seguono immediatamente nella classifica degli stipendiati di Stato. Nella ricerca, scaricabile gratuitamente dal sito Forumpa.it, ci sono tanti altri dati interessanti. A quali conclusioni si arriva? Ad esempio, si potrebbe dire ai liberisti della domenica – quelli che si riempiono la bocca con la “crescita finanziata dalle risorse liberate da quelle zavorre dei dipendenti pubblici” – di passare meno tempo a lanciare accuse infondate, informandosi meglio sul nostro lavoro, sulla nostra condizione e sulle reali inadeguatezze. A proposito: la nostra PA è efficiente? Se no, perché? Prossimamente su NEL vi offriremo una breve riflessione sulla valutazione delle performance e sulla produttività. Anche lì troveremo molti luoghi comuni da sfatare.


L’ i nter vento

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POLITICHE SOCIALI

Le risorse in Piemonte La Regione Piemonte aveva assicurato di assegnare alle Politiche Sociali necessarie per una buona offerta dei servizi. Purtroppo così non è. E la proposta dell’assessore Cavallera rileva una differenza pari all’8,11% in meno rispetto il 2012 di Gabriella Semeraro, segretaria regionale CGIL FP Piemonte C’é chi sostiene che in Italia la crisi economica e finanziaria sta giungendo al termine e che finalmente si intraveda una fievole luce di ripresa. I fatti ci dicono il contrario: aumenta la disoccupazione, le imprese chiudono o trasferiscono gli impianti all’estero, la povertà ha toccato il ceto medio della popolazione italiana. Anche le scelte politiche vanno in senso contrario: si parla di IMU e di IVA ma nulla ancora oggi su sostegno al lavoro, giovani e famiglie. È paradossale quanto, nella nostra Regione, le priorità politiche cambino al variare dell’assessore di riferimento. Infatti, l’insidia dei tagli delle risorse nel bilancio regionale, riferite alle Politiche Sociali, sembra non avere mai fine. Qualche mese fa il precedente assessore aveva assicurato di assegnare, a questo capitolo, risorse economiche pari all’anno precedente. Purtroppo così non è. E la proposta dell’assessore regionale Cavallera rileva una differenza del totale delle assegnazione per le Politiche Sociali pari all’8,11% rispetto il 2012. L’operazione che ha fatto la Regione in merito alle assegnazioni delle risorse nel Fondo per le Politiche socio assistenziali è stata quella di non considerare le risorse

vincolate nazionali per la non autosufficienza - pari a Euro 21.752.000 - abbassando tutti gli altri fondi, compreso il fondo indistinto che da Euro 74.000.000 del 2012, interamente costituito da risorse regionali, si attesta, nel 2013, a Euro 49.577.922,97 di cui Euro 33.398.128,38 risorse regionali e 22.479.794,59 risorse statali. Per quanto riguardano le altre assegnazioni le stesse si attestano a 55.800.000,00 Euro cosi distribuite: 1. le quote riferite agli interventi socio sanitari a sostegno degli anziani non autosufficienti, al fondo per le disabilità ed al fondo per i servizi domiciliari per persone non autosufficienti non subiranno variazioni rispetto il 2012 e verranno così ripartite: 12.000.000 Euro per il primo, 17500.000 per il secondo e 5.000.000 per il terzo; 2. vi è una variazione in negativo per quanto concerne il fondo ex Province che passa da 10.858.622 € del 2012 a 6.300.000 € nel 2013; 3. per le quote destinate agli ex OP la Regione ha destinato per il 2013 € 15.000.000 così ripartite € 9.400.000 a copertura del saldo 2012, € 4.500.000 acconto 2013. Su questo tema CGIL CISL UIL hanno espresso giudizio negativo chiedendo all’assessore Cavallera il ripristino immediato delle risorse stanziate l’anno precedente, pari a 114.000.000 € più gli stanziamenti trasferiti dal Governo per la non autosufficienza. È evidente che le scelte politiche di questa Giunta Regionale, nel settore socio assistenziale, vanno nella direzione dei tagli indiscriminati e non nell’individuazione dei fabbisogni reali dei cittadini piemontesi. L’intenzione è chiara: smantellare lo stato sociale e ricostruire un sistema caritatevole già sperimentato in questo Paese agli inizi del secolo scorso, attraverso la Legge Crispi. Ma la CGIL non starà a guardare.


L’ i nter vento

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REGIONE PIEMONTE

Risanare e riorganizzare Incentivazione al part time, al telelavoro e alla mobilità, incoraggiamento al pensionamento e un concorso entro l’anno: è il piano di riorganizzazionen di Gian Luca Vignale, assessore al Personale della Regione Piemonte. Su NEL di settembre la posizione della CGIL. I dettami normativi, nazionali e regionali, in materia di personale degli ultimi anni hanno richiesto alla Regione Piemonte la predisposizione di interventi strutturali di revisione e riduzione della spesa pubblica. Con questa finalità la Regione sta avviando un complesso piano di risanamento e riorganizzazione, in grado di assicurare, oltre a una diminuzione degli oneri a carico della finanza pubblica, anche maggiore efficienza, riordino organizzativo, maggior coinvolgimento e ricambio generazionale del personale dipendente. Il piano redatto prevede azioni di incentivazione al part time, al telelavoro e alla mobilità interna o tra Enti, oltre che misure di incoraggiamento al pensionamento, che in Piemonte, prima regione in Italia, verrà proposto anche applicando i requisiti vigenti prima della riforma Fornero. Presto, inoltre, la Giunta regionale voterà una riduzione delle direzioni regionali, che passeranno da 16 a 12. Tra le misure finalizzate a ridurre le spese vi è infine l’internalizzazione di attività

regionali, che secondo una prima stima determinerebbe un risparmio stimato di circa 10 milioni di euro, parte dei quali verranno ridistribuiti al personale regionale attraverso un meccanismo di premialità. Al fine di favorire una più corretta e migliore allocazione del personale, stiamo lavorando alla predisposizione del piano occupazionale - l’ultimo risale al 2009 - che permetterà di bandire, entro fino anno, un concorso pubblico. Quindi, le misure proposte, alcune delle quali già votate in legge (lr. 8/2013) e in fase di attuazione, pur rispondendo a obblighi di riduzione della spesa imposti, dimostrano la volontà di questa amministrazione di migliorare il rapporto con il personale dipendente promuovendo misure positive in grado di valorizzarne ruoli e competenze. di Gian Luca Vignale, assessore al Personale e organizzazione, modernizzazione e innovazione della P.A della Regione Piemonte


P r e car ia m e n t e

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REGIONE PIEMONTE

I precari sono tutti uguali? Che differenza passa tra un collaboratore, uno staffista, un tempo determinato? È diverso il tipo di contratto e sono diverse le modalità con cui si è instaurato il rapporto lavorativo. E poi? di Emanuela Celona, precaria Regione Piemonte Prendiamo la Regione Piemonte. L’estate bollente comincia nei corridoi dell’Ente a metà giugno, nonostante un clima ancora quasi primaverile. La Corte Costituzionale, proprio in quei giorni, mette a rischio il posto di lavoro di oltre 200 collaboratori (tra Giunta e Consiglio) assunti da maggio 2011 in deroga alle indicazioni della finanziaria nazionale che ha fissato il limite del 50% di spesa del 2009 per le nuove assunzioni a tempo determinato e il 20% della spesa corrispondente alle cessazioni dell’anno precedente. La Regione elenca una serie di eccezioni contrastate dal ministero degli Affari regionali a cui i giudici della Corte dà ragione. Stop, quindi, ai collaboratori degli uffici di comunicazione, dei gruppi consigliari, ai portavoce e agli addetti esterni agli organi di vertice, stop ai direttori assunti con contratto a tempo determinato. Così, dalla sera alla mattina, decadono 230 contratti, ovvero: 230 persone senza lavoro. Ma per poco.

cui una proposta di legge da presentare prima dell’estate, con la volontà dichiarata da tutti i gruppi consiliari di trovare una soluzione. Tanto che, oggi, risulterebbero solo più una quindicina i collaboratori (della Giunta, e non del Consiglio) senza continuità con l’impegno dell’Amministrazione a risolvere la questione, mentre si attende il parere della Funzione Pubblica sulla corretta interpretazione della sentenza.

La Giunta, infatti, rinnova - a tempo di record - pressoché tutti gli staffisti (ovvero personale in staff) di piazza Castello rispettando i limiti della spending review mentre più complessa è la situazione in Consiglio: dove inizialmente rimangono “sospesi” oltre 100 collaboratori. Diverse le soluzioni ipotizzate, tra

Tra staffasti e non-staffisti, dunque, oltre 400 sono le “anime precarie” nei palazzi regionali. Hanno tutti il diritto di lavorare? Sì, secondo quanto dice la nostra Costituzione. Si trovano tutti nella stessa condizione? No, secondo quanto raccontano gli eventi. I precari - non di staff - con contratto a tempo determinato hanno superato un concorso pubblico, con la previsione e l’impegno istituzionale della Regione a una progressiva stabilizzazione. Questa riflessione, non per dire che un precario “vale” più di un altro, ma per descrivere situazioni differenti che, anziché dividere, potrebbero invece unire: perché sotto l’etichetta “precari” vive quell’anello debole citato da Cattaneo. E se c’è rammarico per persone che perdono il lavoro e dunque l’impegno politico immediato per la ricerca di una soluzione, c’è ragione di compiacersi: nella convinzione che lo stesso impegno – in eguale misura – venga profuso nell’interesse di tutti quei lavoratori “sospesi”. Nessuno escluso.

E mentre il presidente del Consiglio, Valerio Cattaneo, dichiarava agli organi di stampa: «La questione più urgente è tranquillizzare quei lavoratori che sono l’anello debole perché rischiano di restare senza lavoro da un giorno all’altro», qualche giornalista azzardava e andava oltre, ricordando quell’infausta incertezza che avvolge, oltre agli staffisti, anche i 193 tempi determinati che si trovano con contratti in scadenza a fine anno.


Montagna

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PROGRAMMAZIONE U.E.

La montagna rilancia il Piemonte Definire linee di intervento in grado di toccare le Terre Alte e non solo le aree urbane. Ma servono Enti locali forti in grado di cofinanziare i bandi di Marco Bussone, Uncem Piemonte Le necessità di crescita e sviluppo delle aree montane dovranno trovare un’adeguata collocazione nel documento strategico che la Regione Piemonte sta predisponendo per la programmazione dei fondi strutturali europei 2014-2020. Lo chiede l’Uncem Piemonte dopo l’incontro di lunedì 15 luglio scorso a Torino dove sono state illustrate le linee guida per l’uso dei fondi comunitari. Uncem ha predisposto un documento nel quale ribadisce che la montagna non sia appendice di qualche programma e strategia, ma che il 52% del Piemonte possa agire per un uso efficace dei fondi comunitari, tramite scelte misurate sulle esigenze economico-sociali delle Terre Alte. Il Fondo Europeo Agricolo di Sviluppo Rurale non può essere l’unico ad aprire prospettive di rilancio per le aree montane. E’ importante lavorare sull’innovazione, sulle politiche energetiche, sui beni naturali, sull’insediamento di imprese, sulla formazione, sui servizi alla collettività, dunque su tutti i Fondi disponibili. Al ragionamento attorno alle necessità di sviluppo delle aree urbane, è necessario unire la costruzione di una piattaforma condivisa per le aree montane. Uncem richiama l’attenzione su alcune misure della programmazione 2007-2013 che hanno lasciato eredità importanti e che dovranno trovare nuovo spazio nel prossimo settennato. Tra queste vi è sicuramente la 322 del Piano di Sviluppo rurale per il “rinnovamento dei villaggi” che ha permesso con quaranta milioni di euro di ridare vita a trenta borgate alpine, favorendo il reinsediamento di persone e imprese. Sempre all’interno del nuovo Psr servirà una migliore strategia di utilizzo delle risorse per la fruizione e la gestione del patrimonio forestale: i 980mila ettari di foreste piemontesi possono garantire, secondo i dati regionali dell’assessorato al Lavoro, oltre 3.000 posti di lavoro lungo tutta la filiera

legno. Uncem punta anche su una maggiore sensibilizzazione verso chi ha in mano le sorti della nuova programmazione, a Bruxelles, a Roma e Torino. La voce e le esigenze delle aree urbane sicuramente si faranno sentire. Le Terre Alte non possono restare indietro. Neanche sul piano dell’assetto e della governance degli Enti locali: serve a niente frammentare le aree montane in trenta o forse quaranta enti, di esigua dimensione, senza peso politico ed economico. Servono soggetti forti, non troppo piccoli, in grado di cofinanziare i bandi europei come lo hanno sempre fatto le Comunità Montane. Se così non sarà, il Piemonte verrà scavalcato da altre regioni. C’è poi un ultimo tema, che riguarda la ‘Strategia per le Aree interne’. Le Alpi e la porzione alpina della nostra regione devono trovare in essa adeguato spazio. Non c’è molto tempo. Si tratta di decidere quale ruolo la montagna e le Alpi in particolare possono giocare nell’Europa che muove verso il 2020. Di certo, come regione al centro del Vecchio Continente, non può essere marginale.


Ent i l oca li

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DECRETO DEL FARE

100 milioni per 6000 campanili Tra le novità del Decreto del Fare è previsto un finanziamento straordinario ai piccoli Comuni di Matteo Barbero, funzionario Regione Piemonte Fra le novità introdotte dal cosiddetto Decreto “del Fare” (al secolo dl 69/2013, art. 18, comma 9) c’è anche il primo “Programma 6000 campanili”. Si tratta di un finanziamento straordinario riservato ai Comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti e destinato alla realizzazione di interventi infrastrutturali di adeguamento, ristrutturazione e nuova costruzione di edifici pubblici, ovvero di realizzazione e manutenzione di reti viarie, nonché di salvaguardia e messa in sicurezza del territorio. Sul piatto ci sono 100 milioni di euro per il solo anno 2014. Entro il 22 luglio dovrà essere stipulata una convenzione tra il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti e l’Anci per disciplinare i criteri per l’accesso all’utilizzo delle risorse. Le domande dovranno essere presentate, tramite la stessa Anci, nei 60 giorni successivi alla pubblicazione della predetta convenzione. Ogni Comune può presentare un solo progetto. Il

contributo richiesto per il singolo progetto non potrà essere inferiore a 500.000 euro e potrà superare l’importo di 1 milione soltanto nel caso in cui le risorse finanziarie aggiuntive necessarie siano già immediatamente disponibili e spendibili da parte del Comune proponente. Si tratta di un’iniziativa lodevole, anche se non mancano le perplessità circa i tempi e le modalità con cui essa potrà essere portata avanti. In particolare, colpisce negativamente la mancanza pressoché totale di programmazione, che rischia di disperdere la somma disponibile in mille rivoli, anche a causa della estrema genericità delle sue possibili finalizzazioni. Forse sarebbero preferibili misure più organiche e mirate a fattispecie circoscritte (come, ad esempio, l’edilizia scolastica, su cui, peraltro, lo stesso DL 69 interviene).


Emergenza casa

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DIRITTO ALL’ABITARE

Se stare senza casa vi sembra poco... La Giunta regionale del Piemonte esprime il più totale disinteresse per le sorti di quelle famiglie che stanno lasciando quella che per loro è stata, per anni, la loro prima e unica casa di Elena Ferro - segreteria Regionale CGIL Piemonte Nel 2012 in Piemonte le sentenze di sfratto sono state 6000. Negli ultimi anni le risorse destinate al Fondo per la Morosità incolpevole e per il sostegno affitti sono state costantemente ridotte dalla Regione Piemonte. Oggi, a fronte di un fabbisogno di più di 30 milioni di euro ne sono stanziati solamente 5. Questi numeri ci consegnano un quadro di assoluta emergenza che ha determinato la scelta di CGILCISL-UIL Piemonte di promuovere lo sciopero e manifestazione del 18 aprile scorso con una piattaforma su stato sociale, trasporti e, per la prima volta, di diritto all’abitare. Nonostante la partecipazione di più di 30mila persone, la Giunta Regionale non solo non ha ascoltato,

ma esprime giorno per giorno il più totale disinteresse per le sorti di famiglie che stanno raccogliendo le loro cose mettendole fuori da una porta che è stata per anni la loro casa. E spesso senza sapere dove andare. I tempi di risposta delle ATC, qualora si soddisfino requisiti sempre più restrittivi per limitarne l’accesso, arrivano in media a 2 anni. E nel mentre? Non è forse un fatto di civiltà politica e istituzionale la necessità di individuare come prioritaria la risposta a un bisogno che è tanto più alto in quanto aggravato dalla crisi economica e produttiva e dalla mancanza di investimenti strutturali? Se fossero stati realizzati qualche anno fa, oggi potrebbero contribuire a dare una risposta. Invece se ne va l’occupazione, persino il lavoro così detto “povero”. E con esso, per molte persone se ne va l’idea di avere un tetto sulla testa. Per molte donne, spesso sole con figli, l’incubo diventa la sicurezza propria e della propria famiglia. La crisi ha cambiato la composizione sociale e di genere del disagio.


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Non solo migranti, ma donne sole e famiglie monoparentali. Il 50% dei nuclei sono individuali e di questi la maggior parte sono anziani. Non è incredibile come in questi anni si assista alla promozione della nuda proprietà come risposta alla caduta del reddito degli anziani , dopo una vita di sacrifici per potersi garantire una vecchiaia più sicura? Anche l’IMU, che deve essere revisionata in senso progressivo e legata ai grandi patrimoni, è stato uno strumento utilizzato indiscriminatamente per penalizzare la prima casa che, per quanto riguarda sempre coloro che rappresentiamo, è spesso la prima e unica casa. Serve un panel di interventi. Alcuni più urgenti, per rispondere all’emergenza sfratti, altri più strutturali, capaci di creare nuova offerta di edilizia pubblica attraverso il completamento del Piano Alloggi in forte ritardo, la messa sul mercato di più di 50.000 alloggi sfitti di privati attraverso forme di garanzia del pubblico e delle fondazioni (come il progetto LoCaRe che va diffuso su tutta la regione) lavorando su affitti economicamente più sostenibili. Infine sulla riforma delle Atc che riguarda più di 400 lavoratori del settore in tutto il Piemonte: essa non può rispondere a logiche di accentramento o smantellamento dell’ERP. Chiediamo trasparenza nella gestione amministrativa e sui costi diretti e indiretti delle molteplici società che sono state costituite, pensiamo in particolare a ATC Torino, contro il parere del sindacato e che a oggi pesano sul bilancio degli affitti. Possiamo dirlo forte: a distanza di più di 10 anni dalla loro costituzione il bilancio costi/benefici pesa in modo inaccettabile sulla prima voce. Sono costi inutili che possono essere risparmiati a beneficio di manutenzioni e nuova edilizia pubblica. O se preferite di quel “pubblico” che siamo noi cittadini piemontesi. Occorre piuttosto rafforzare il ruolo delle ATC come Enti di natura

pubblica, capaci di offrire e gestire servizi per il diritto all’abitare, ridando fiato a tante professionalità che pure ci sono e che rischiano di essere emarginate proprio come i cittadini che non hanno più una casa, sfrattati, espulsi dal tessuto urbano cui appartengono.

Serve una politica nazionale per l’edilizia pubblica abitativa che abbia riflessi su quella regionale e comunale per dare le risposte giuste a queste domande. La logica dei tagli e del far cassa va contrastata così come la dismissione del patrimonio pubblico, specie in campo edilizio. La CGIL prova a sollevare nuovamente il tema e lo pone a tutto il sindacato. Bisogna mettere in campo tutte le iniziative necessarie per affrontare la complessità del problema casa e per farlo serve il contributo di tutti, confederazione, categorie, lavoratori ma anche delle leghe dello SPI.

Serve uno sguardo nuovo sulle città. Occorre sperimentare forme nuove di rappresentanza sociale del disagio e proprio il tema della casa può diventare un ambito in cui cimentarsi. Perchè anche così si qualifica l’azione della CGIL sul territorio, a difesa del lavoro ma anche dei diritti e di uno Stato Sociale che non può e non deve essere smantellato.


L’approfondimento

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LAVORO & SALUTE

Quali soluzioni per l’ILVA? Il 29 luglio comincia in Senato la discussione del decreto legge sull’Ilva. Il decreto non riguarda soltanto Taranto e la Puglia, ma l’intero settore siderurgico del nostro Paese e il suo indotto di Cristina Bargero, ricercatrice IRES Piemonte e parlamentare PD Il decreto cosiddetto “ILVA” riveste un’importanza fondamentale non solo per l’Ilva di Taranto, ma per l’intera siderurgia italiana e il suo indotto su cui si gioca una partita decisiva per il futuro del Paese. Senza una soluzione in proposito l’Italia è destinata a uscire dal novero dei Paesi industrializzati. Oggi quello che stiamo facendo è far convivere - con buon senso e con responsabilità - un sito industriale importante e fondamentale, non dando in alcun modo spazio all’idea speculativa che si possa continuare a fare come prima (cioè a far guadagnare una dinastia industriale a prescindere da tutto il resto), ma non dando neanche l’idea che siamo disposti a rinunciare all’industria strategica nazionale. Le aziende “strategiche” nazionali sono quelle che fanno parte di una struttura dell’economia “strategica”

del Paese e non, genericamente, dell’economia nazionale Inoltre gli stabilimenti dell’Ilva non riguardano solo Taranto ma sono diffusi in altre zone del Paese: basti pensare, ad esempio, allo stabilimento di Novi Ligure, doove recentemente sono stati effettuati investimenti sia in nuove linee di produzione che in sicurezza degli impianti. Dobbiamo considerare poi l’indotto generato dal gruppo che produce oltre 10 milioni di tonnellate di acciaio all’anno e che è il primo gruppo europeo per produzione d’altoforno nel 2012 per un totale di oltre 16mila occupati diretti che diventano 26mila, se si considera l’indotto e con ricadute sul settore dell’auto e degli elettrodomestici. Nel provvedimento vi è il contemperamento di due diritti essenziali garantiti dalla Costituzione: quello del lavoro e della salute. Il commissariamento nasce prorpio da queste esigenze in cui la tutela della salute è il punto di partenza di ogni ulteriore decisione imprenditoriale e dell’intervento dello Stato, ma rispetto agli ordinari canoni della libera impresa è finalizzato a motivi ambientali. Qui si apre un’enorme opportunità, anche dal punto di vista economico, grazie a investimenti in tecnologie rispettose degli standard ambientali, così come accaduto in Germania dove c’ è stata una correlazione positiva tra competitività delle imprese e investimenti in nuove tecnologie. Questo provvedimento, nella tutela dell’ambiente e della salute, evita che il nostro Paese scivoli verso la china di una decrescita infelice.


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Riflessioni

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NUOVI DIRITTI

Le lesbiche “non esistono” di Laura, tratto “Comunicazioni di genere”

da

Di rappresentazioni femminili si parla spesso, sviscerandone la strumentalizzazione pubblicitaria, la mercificazione sotto un unico canone estetico, l’imposizione di stigma sociali. Queste rappresentazioni sono pensate e realizzate per lo più per uno sguardo attivo maschile, dunque in una prospettiva di attrazione eterosessuale, dominante nella propaganda sociale, ancor di più in quella mediatica. Le donne rappresentate, 99 volte su 100 sono donne eterosessuali, o comunque percepite tali solo per il fatto di porle e spogliarle in funzione del piacere e del godimento di uno sguardo maschio. Una donna lesbica subisce dunque un’ulteriore marginalizzazione dalle rappresentazioni mediatiche e un’ennesima discriminazione nelle forme di espressione in cui viene ritratta. Partiamo infatti dal presupposto che per lo più le lesbiche “non esistono”, cioè sono per lo più invisibili o con una visibilità mediatica minima, sempre superate in ambito omosessuale dall’apparente dominanza dell’uomo gay così come medium comanda. Quando poi una donna lesbica si vede rappresentata, si ritrova cuciti addosso stereotipi che riguardano a tratti la sua identità femminile, a volte quella dell’orientamento omosessuale. Se si uniscono danno vita normalmente al giudizio supremo: la troia anormale. Quella che osa avere una sessualità fuori dalla “natura” del sesso fatto con la scusa della riproduzione e che in ogni modo sfugge al controllo patriarcale. Ma partiamo dalle prime banalità Ancora oggi, la maggior parte delle persone crede che le lesbiche siano tutte maschiacce, abbiano i capelli corti, modi di fare considerabili “da uomo”, siano grezze, sfacciate, pelose. Tra i modi di fare “maschili” è incluso il bere alcolici, saper guidare, fare carriera. E che siano tutte acide, sagaci, incutendo un po’ di timore ai maschietti, proprio per una sorta di “invasione di campo”.

Tranne quelle dei film porno. Quelle no, non hanno un pelo neanche a cercarlo col microscopio, sono tutte molto femminili, fanno sesso sempre in pose a favore dello sguardo – maschile, certo, anche quello – di chi guarda, perchè in fondo non bastano neanche a se stesse. L’omosessualità femminile non estingue la considerazione delle donne quali oggetti sessuali, ma semplicemente le porta su un campo di fantasie maschili differenti, ma che comunque hanno gli uomini come protagonisti attivi. Le pornolesbiche esistono per eccitare le fantasie altrui. Maschili eterosessuali, ovviamente. Noi non siamo la tua fantasia. Noi siamo la nostra realtà. Perchè non anche quelle di altre donne lesbiche? Chi fa questa domanda di solito non ha mai visto un film porno “lesbo”, altrimenti la risposta se la darebbe da sè. Come mostra anche un documentario di Davey Wavey, “Real Lesbians React to Lesbian Porn”(Vere Lesbiche Reagiscono al Porno Lesbo), dove il tentativo è l’esplorazione della sessualità lesbo, messa di fronte a quella spacciata per tale dal porno mainstream e dall’immaginario maschile. Le reazioni – oltre che molto divertenti – confermano quanto già detto: il porno lesbo rappresenta donne lesbiche per uno sguardo maschile, tanto quanto il porno etero mainstrem rappresenta desideri e corpi femminili in funzione di un uomo che guarda. Qualche dettaglio rivelatore? Dal documentario ecco i commenti più rilevanti: - Nessuna lesbica ripete così spesso “sono lesbica, mi piacciono le donne”, quanto in un film porno: normalmente lo si dà per scontato nell’atto. - Le attrici hanno unghie lunghe, troppo lunghe! Artigli più seducenti per agguantare membri


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maschili che non per squarciare povere fanciulle. - Le decoltè a tacco 15 non sono di uso così comune… soprattutto per un uso che non sia metterle ai piedi. Conoscete altre assurdità sulle presunte pornolesbiche? Noi rimandiamo alla visione del mini documentario per ulteriore approfondimento! Sì, siamo lesbiche. No, non puoi guardare. Una donna lesbica subisce quindi tutte le discriminazoni e le ghettizzazioni del suo sesso biologico, ma a queste si uniscono, oltre i drammi esistenziali imposti da una società che finge di non vedere le differenze di genere, gli stereotipi e le banalizzazioni legate all’omosessualità femminile. Una donna lesbica è spaccata a metà tra chi la immagina come un ometta pelosa e dal rutto libero e chi la sogna a realizzare le fantasie sull’amore saffico per maschietti. Una donna lesbica deve lottare prima di tutto per esistere, poi per essere accettata, solo infine per capire i propri desideri, i propri sogni al di là di quello che le strumentalizzazioni le cercano di imporre. Fin qui sembra lo stesso percorso di una qualsiasi donna etero. Solo che una donna lesbica per molti sarà sempre prima lesbica che donna. E le sembrerà di doversi definire per sempre prima

lesbica che donna, per rivendicare se stessa. La categorizzazione sessuale pesa ancora di più su chi viola “la norma”, che su chi la rispetta e magari si concede qualche trasgressione nel limite dell’emancipazione consentita. Chiuse in scatole sempre più piccole, con etichette sempre più nette, come se non fosse possibile amare, fare sesso, inseguire i propri desideri fuori da un orientamento fisso e inequivocabile. Perchè ogni infrazione alla “norma” deve essere catalogata e fissata perchè non sia nociva dell’ordine costituito, perchè sia controllabile e reprimibile. Qualche settimana fa, a Roma, sulle mura del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli sono comparse scritte contro Rossana Praitano, candidata nelle liste del PD alle Comunali. Lesbofobia, paura delle lesbiche. Misoginia, odio nei confronti delle donne. Questi due atteggiamenti culturali si uniscono nell’avversione contro le scelte libere delle donne che non venerano il fallo. E, come per le codificazioni svilenti o violente contro le donne eterosessuali, è dannoso non rilevare il nesso tra questi messaggi, questa sub cultura purtroppo diffusissima e la crescente violenza contro le lesbiche.

Lesbiche al rogo. Praitano lesbica da curare. Donne a casa a fare figli Dagli stupri correttivi (di cui tempo fa si parlava solo riferendosi al Sud Africa, ma che accadono anche in Europa, anche in Italia) nel tentativo di “curare” la devianza sessuale del lesbismo, alle scritte, alle minacce e alle discriminazioni quotidiane, ognuna di queste violenze è supportata dalla diffusione di stereotipi sulle donne lesbiche (malate, infoiate, “maschi mancati”, ad uso e consumo dell’uomo) esattamente con quelle che si sviluppano verso le donne eterosessuali. Se non di più. In Italia non solo mancano leggi su matrimonio e adozione gay, ma soprattutto è costantemente in atto il tentativo di reprimere l’esistenza delle persone omosessuali ancora proponendole come malate/deviate o come fenomeni da schernire, ma non è raro che lo stesso uomo che si batte contro i diritti delle lesbiche si trastulli poi con qualche video porno sul tema o che la donna che le considera “fuori natura”, non faccia lo stesso col patriarcato che sfrutta la prostituzione o l’immagine femminile. Diritti no, porno sì. Desideri no, strumentalizzazione molta.


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Notiziario Enti Locali_ luglio 2013