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Notiziario Enti Locali della CGIL FP Piemonte Febb rai o 20 13 Nume ro 1 4- A nn o I I

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Supplemento di INFORMAcigielle Periodico della Funzione Pubblica CGIL Torino - Aut. Tribunale di Torino n. 3273 del 24/3/1983

Il piano del lavoro della CGIL Una proposta per il futuro La Cgil - nella Conferenza di Programma dello scorso gennaio - ha presentato al Paese la proposta di un nuovo “Piano del Lavoro”, 63 anni dopo quello di Giuseppe Di Vittorio. Abbiamo intervistato Alberto Tomasso, segretario generale CGIL Piemonte. Cosa ha spinto la Cgil a presentare questa nuova e straordinaria iniziativa sul lavoro?

IN QUESTO NUMERO interventi di Cristina Bargero Matteo Barbero Enrico Borghi Gianni Boscolo Stefano Cariani Emanuela Celona Rossana Dettori Francesco Faccilongo Giovanna Quaglia Luca Quagliotti Alberto Tomasso

La crisi profonda che ha scosso il Paese e che in Piemonte riscontriamo in tutta la sua tragica pesantezza è sotto gli occhi di tutti. La condizione delle persone è peggiorata in conseguenza alla chiusura di molte aziende, al ricorso alla cassa integrazione di cui possediamo il triste primato, alla precarietà diffusa, all’incertezza per il futuro di molti giovani, alla depressione nella quale è precipitato il Paese, alla perdita di funzione e di centralità dello Stato. A questo occorre aggiungere che il nostro stato sociale, che ha offerto, anche se non sempre in modo adeguato un sistema di servizi che almeno appariva sufficiente, è oggi inteso come un costo e un peso che deve essere ridimensionato invece che una ricchezza e una risorsa che può offrire occasioni di sviluppo. I tagli al sistema sanitario nazionale, la chiusura del fondo nazionale per la non autosufficienza, la riduzione dei finanziamenti alle Regioni e ai Comuni per i servizi socio assistenziali sono il segno della insofferenza del Governo Monti, e prima ancora di quello Berlusconi-Tremonti, per un sistema di protezione sociale per i cittadini del nostro Paese. Il piano del lavoro della Cgil non è il libro dei sogni ma un’occasione per offrire soluzioni e per iniziare a pensare al futuro. Possiamo fare qualche esempio su com’è possibile creare occasioni di lavoro e sviluppo?

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La cura alle persone, la dedica al loro benessere, insomma, il sistema di welfare può diventare un’occasione capace di offrire buona occupazione a patto che non sia considerato un costo, come invece lo intende l’Amministrazione della Regione, ma una risorsa sulla quale intervenire. I servizi sociali e assistenziali possono offrire nuove occasioni occupazionali e per questo ci opponiamo alle scelte che l’Amministrazione della nostra Regione vuole realizzare in questo settore. Un altro ambito nel quale intervenire è quello energetico. L’energia è un costo piuttosto rilevante sia per le famiglie che per le imprese. Occorre, dunque, puntare sulle fonti energetiche alternative. Nelle

risaie vercellesi è riversata ogni anno una quantità di acqua inimmaginabile: è possibile utilizzare quest’acqua anche per produrre energia elettrica? E ancora, in una regione come la nostra le cui vallate sono spesso attraversate da correnti d’aria, è fuori luogo pensare di utilizzare la forza del vento allo stesso scopo? E poi c’è l’annoso problema delle infrastrutture. Una Regione come il Piemonte ha bisogno di ammodernare e rendere più efficienti le sue vie di comunicazioni per facilitare il trasporto delle merci prodotte in loco ma anche per rendere più agevole gli spostamenti dei turisti che vogliono visitare i punti di attrazione culturali e storici delle nostre città. A proposito di viabilità e di suolo, nella nostra Regione, esiste anche un problema generale di sicurezza e protezione di un territorio che ha avuto spesso problemi per ragioni di dissesto. Come risolverlo? Anche questo è un problema sul quale è necessario e urgente intervenire e che può offrire occasioni di lavoro. Basterebbe, peraltro, rendere operativo il progetto di messa in sicurezza del Fiume Dora a Torino che potrebbe offrire lavoro per almeno otto mesi a un buon numero di persone. Ma anche il Piemonte, come in molte altre regioni d’Italia, non ha dedicato molta attenzione alla tutela e alla sicurezza del territorio. Eppure in questi ultimi anni le esondazioni di fiumi e torrenti hanno provocato danni ingenti alle cose e alle persone. Anche in questo settore, dunque, sarebbe necessaria un’azione preventiva invece che intervenire sempre “dopo” per riparare i disastri provocati dagli eventi naturali purtroppo sempre più frequenti. Per queste e altre ragioni, il piano del lavoro della Cgil è una buona opportunità per avviare momenti di incontro e di confronto anche con Istituzioni, Parti Sociali, Politecnico e Università perché, spesso, le soluzioni adatte a offrire occasioni di occupazione non sono solo tecniche ma anche culturali e politiche.


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CAMPAGNA ELETTORALE

Piano per il lavoro

Il grande assente: il lavoro di Rossana Dettori, segretaria nazionale CGIL FP Le proposte della CGIL rivolte a chi si appresta a governare il Paese nei prossimi anni: le parole di Rossana Dettori, segretaria nazionale della CGIL FP

La Conferenza di Programma della Cgil ha rappresentato, a mio giudizio, uno dei più alti momenti di proposta politica di una campagna elettorale che tarda a qualificarsi sotto il profilo programmatico. Le reazioni scomposte tanto della destra illiberale quanto della destra liberale sono la conferma della bontà di un progetto il cui obiettivo è quello di ancorare i programmi e i dibattiti elettorali sul grande assente, sul bisogno primario, sulla necessità impellente: il lavoro. Al piano del lavoro della Cgil, la categoria della Funzione pubblica ha offerto un contributo che oserei dire determinante, e non solo per le proposte specifiche sul lavoro e i servizi pubblici che lo stesso piano assume ma anche per la stessa sua impostazione generale: l’intervento pubblico, l’ampliamento dei suoi spazi, la rimessa al centro di un sistema di welfare universalistico e solidale anche come contrappeso alle iniquità e alle ingiustizie che la crisi, con la complicità delle destre, ci ha consegnato, sono il frutto di una elaborazione politica della Funzione pubblica della quale, come dirigente della categoria, vado fiera. Abbiamo scelto di lavorare a una proposta generale che, dentro la cornice del “Nuovo piano del lavoro”, potesse rappresentare, per l’insieme dell’Organizzazione, una vera e propria piattaforma sul lavoro pubblico, sulle pubbliche amministrazioni, sulle esigenze di riforma e di avanzamento del sistema dei servizi: tutto ciò provando a rimettere al centro il cittadino e i suoi bisogni. I punti che giudico fondamentali di quel piano coincidono non solo con la piattaforma della Fp Cgil ma rappresentano, almeno per me, l’intersezione precisa fra i bisogni generali del Paese e quelli dei cittadini che lo abitano, che ne fanno vivere il senso di comunità. Un nuovo piano occupazionale per il lavoro nei servizi pubblici: avanziamo proposte precise su sblocco del turn over, occupazione giovanile, precarietà, formazione professionale, riqualificazione. Riforme istituzionali: dopo le fallimentari stagioni falsamente riformatrici dei Governi Berlusconi e Monti, sosteniamo il bisogno di una grande e vera operazione di riforma dei servizi pubblici e delle pubbliche amministrazioni che, abbandonando l’unico criterio ossessivo della riduzione della spesa, provi a rimettere al centro dei futuri assetti le funzioni delle pubbliche amministrazione in stretta relazione con i diritti di cittadinanza e del lavoro. Sistema di welfare: la stagione che si

aprirà con il prossimo rinnovo della Legislatura dovrà caratterizzarsi, a giudizio della Fp Cgil, per una forte propulsione “sociale” dell’azione di Governo: riorganizzare i sistemi di welfare, ampliarne la sfera di intervento, ricalibrare i sistemi di responsabilità istituzionale, recuperare storture e ingiustizie che la crisi ci consegna è ciò che deve essere fatto. Tutto ciò provando a rimettere al centro dei ragionamenti proprio i cittadini per i quali va introdotto un sistema di partecipazione democratica alla gestione dei servizi. Rinnovo dei Contratti collettivi nazionali di lavoro e riforma della contrattazione: i Contratti collettivi nazionali di lavoro vanno rinnovati al più presto così come vanno riformati, con altrettanta urgenza, i sistemi contrattuali, pubblici e privati, che intervengono su ogni singolo settore dei servizi pubblici. La democrazia: la cancellazione dell’articolo 8 della legge 148/ 2011 e il sostegno all’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 devono poter rappresentare la testa d’ariete per una più complessiva riforma dei sistemi di rappresentanza e dei processi di partecipazione democratica delle lavoratrici e dei lavoratori alle scelte che li riguardano. La Fp Cgil, così come la confederazione tutta, giudica ormai irrinunciabile l’introduzione di una legge generale sulla rappresentanza che sancisca in via definitiva e senza più ambiguità il ruolo decisionale delle lavoratrici e dei lavoratori. Votare ogni accordo, votare le proprie rappresentanze e sulla base di ciò certificare la rappresentatività di ogni singola organizzazione sindacale è ciò che chiediamo, ciò che la legge deve poter garantire. Questo è ciò che il piano del lavoro della Cgil propone a chi si appresta a governare il Paese per i prossimi anni. Questo è ciò che la Funzione pubblica rivendicherà a cominciare dai primi giorni della prossima Legislatura.


Elezioni 2013

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IL 24 E 25 FEBBRAIO...

Fatti gli affari tuoi !!! di Luca Quagliotti, segretario regionale CGIL FP Qualche considerazione utile in previsione delle prossime elezioni In questi vent’anni, dall’avvento del berlusconismo, le numerose lobby presenti in Italia si sono adoperate per garantirsi un proprio tornaconto personale a discapito degli interessi del Paese. In primis, c’è chi ha fatto dell’evasione fiscale la propria filosofia di vita arrivando a un indebito arricchimento. Ma ci sono altre numerose lobby che nel corso di questi anni hanno agito per propri interessi: banchieri, industriali, commercialisti, farmacisti, taxisti... che hanno cercato di influenzare le scelte dei governi di turno, spesso riuscendo nell’intento. Al contrario, i lavoratori - e soprattutto quelli del pubblico impiego - hanno spesso creduto alle promesse elettorali, perdendo di vista i propri interessi. Ripercorriamo qui di seguito alcuni fatti accaduti nel corso di questi anni. Dal 2001 a oggi abbiamo avuto tre coalizioni di Governo e un Governo tecnico alla guida del nostro Paese. Dal 2001 al 2006 - Governo Berlusconi - viene varata la Legge 30, cosiddetta Legge Biagi che istituzionalizza 49 forme di precariato, vengono ridotti i finanziamenti alla scuola pubblica, alla Sanità, viene tolto il falso in bilancio, viene elevata l’età pensionabile e viene eliminato il cosiddetto gradone per le pensioni che accompagnava la riforma pensionistica in modo graduale, vengono bloccate le assunzioni nella pubblica amministrazione (ricordate le parole di Berlusconi? “Guardandomi allo specchio, se fossi un dipendente pubblico, mi vergognerei di me stesso”). Ovviamente non c’è stata nessuna diminuzione delle tasse sul lavoro, sulle famiglie e sulle imprese. Dal 2006 al 2008 - Governo Prodi - viene modificata la riforma pensionistica di Berlusconi con l’introduzione del cosiddetto gradino ovvero un approccio più graduale alla riforma pensionistica, viene modificata la Legge 30 con l’abolizione dello staff leasing e del lavoro a chiamata (due delle forme di lavoro più odiose previste dalla legge 30), viene introdotto l’obbligo delle dimissioni avanti alla DPL - Direzione Provinciale Lavoro - per porre freno alle cosiddette dimissioni in bianco, viene tolta l’ICI sulla prima casa per le abitazioni di piccole e medi dimensioni, aboliti i ticket sulle prestazioni sanitarie, migliaia di precari vennero stabilizzati nella Pubblica Amministrazione, fu firmato un protocollo di intesa per la riforma e la valorizzazione del lavoro

pubblico. Dal 2008 al 2011 torna Berlusconi che come primo atto abolisce l’ICI per tutte le abitazioni principali - quindi per quelle di grandi e grandissime dimensioni - reintroduce i tiket sanitari, reintroduce le forme di lavoro precarie soppresse dal Governo Prodi, cancella la norma contro le dimissioni in bianco, umilia i lavoratori pubblici attraverso una campagna di denigrazione volta a dipingerci come fannulloni e nullafacenti. “Riforma” la pubblica amministrazione unilateralmente – solo successivamente vi furono gli accordi separati con CISL e UIL – attraverso le Leggi Brunetta. Ricordate? Solo alcuni saranno meritevoli e verranno premiati. Berlusconi introduce il blocco del rinnovo dei contratti della PA e qualsiasi possibilità di carriera, il blocco del turnover e quello dei processi di stabilizzazione in atto, obbliga i Comuni sotto i 5000 abitanti (3000 se montani) ad associarsi per la gestione delle funzioni, in seguito “cancella” i Comuni con meno di 1000 abitanti, propone di abolire le Province. Dal 2011 al 2012 - Governo tecnico - Monti proroga di un anno il blocco del rinnovo dei contratti della PA, introduce il concetto di licenziabilità nella PA con l’introduzione della mobilità coatta, abolisce e poi - a seguito della rivolta istituzionale - riordina le Province; blocca le assunzioni nella PA, modifica l’art.18 dello Statuto dei lavoratori. Introduce la riforma pensionistica con l’aumento dell’età pensionabile e contributiva di 4 anni, creando il problema non ancora risolto degli esodati, e la diminuzione delle rendite pensionistiche. In questa campagna elettorale le coalizioni guidate da Monti e Berlusconi ripropongono le stesse ricette viste negli anni precedenti: tagli al lavoro pubblico, abbassamento delle tasse, riduzione dei diritti dei lavoratori. Per questo, alle urne, il 24 e 25 febbraio, FATTI GLI AFFARI TUOI!


L’inter vento

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CAMPAGNA ELETTORALE

Come uscire dalla crisi? di Enrico Borghi, presidente Uncem nazionale Finito il Novecento - e il suo binomio antitetico tra Stato e mercato - servono nuove forme organizzative della società Arriviamo da vent’anni in cui il modello individualista e padronale della politica ha permeato la società nei suoi gangli più profondi. I partiti e i movimenti politici, sull’onda del pensiero berlusconiano, sono stati trasformati da movimenti collettivi di valori e interessi a vuoti contenitori per cordate di classe dirigente che vuole perpetuarsi, prescindendo dal contesto storico e sociale circostante, secondo una logica proprietaria delle istituzioni. Però questo modello ha fallito. Quella che ieri sembrava la modernità – e cioè l’archiviazione della politica con il disprezzo verso tutto ciò che la rappresenta - oggi diventa improvvisamente una dimensione vecchia, che ha lasciato sul campo solo macerie. La nostra società si è accorta che non si può favorire l’individuale, il singolo, il particolare, dimenticandosi di ciò che è comune. La nostra società si è accorta che non ci si salva da soli, ma di fronte alla grande crisi di inizio secolo ce la faremo insieme. Facendo comunità. Mettendo in comune storie, passioni, volontà, idee. Finito il Novecento, e il suo binomio antitetico tra Stato e mercato, servono nuove forme organizzative, serve la voglia della politica di tornare a essere protagonista del cambiamento. Agli albori della questione sociale, il tema della politica era l’immissione delle masse

nella vita pubblica. Il famoso quadro sul Quarto Stato di Pellizza da Volpedo rappresentava la scommessa della politica di quel tempo. Oggi la politica ha di fronte un’altra, nuova sfida: come uscire dalla crisi non andando a ripescare vecchi schemi (il capitale da una parte, il lavoro dall’altra, lo Stato in mezzo che ridistribuisce con la spesa pubblica facendo debito), ma innovando partendo da valori e radici consolidate. Questa è la sfida. Perché nella costruzione di questa nuova dimensione pubblica e collettiva, va in soffitta il modello del “ghe pensi mi” e all’io sostituiamo il noi. Nel mondo in cui viviamo, immerso nella crisi economica, ci poniamo una domanda: fino a quando un mercato fondato sui beni privati consentirà la riproduzione di beni essenziali per la vita associata? Aria, acqua, suolo, lavoro, ambiente, cibo, salute rischiano di entrare nel frullatore di una logica finanziaria che ha creato questa crisi. Là dove il mercato finanziario ha distrutto, la politica deve ricostruire. Riscoprendo la comunità, e la cooperazione. Per dare un senso alla vita, e un futuro alle giovani generazioni. Negli ultimi quindici anni ho seguito direttamente le sfide e le

problematiche dei nostri enti locali, incontrando migliaia di sindaci e amministratori, in tutt’Italia. Con i sindacati degli enti e dei lavoratori abbiamo dovuto troppo spesso far fronte a leggi completamente slegate dalla realtà, incapaci di rispondere alle esigenze del tessuto di piccoli Comuni con quasi mille anni di storia; norme che hanno messo in crisi la finanza locale, l’impegno volontaristico dei sindaci e dei consiglieri comunali, che li hanno costretti troppe volte a scendere in piazza per chiedere dignità e attenzione ai diversi governi. Oggi questa spirale deve essere fermata. I dati economici e quelli relativi alle condizioni sociali della vita nelle nostre città e nei nostri paesi ci impongono un cambiamento. Gli enti locali non devono più essere additati come macchina impazzita dello sperpero del denaro pubblico, unici destinatari di tagli nei bilanci dello Stato, unici soggetti istituzionali costretti a riorganizzarsi tre volte in tre anni, come è successo in Piemonte e in molte altre regioni italiane. Il nuovo Parlamento dovrà completare un processo di riordino degli enti capace di mettere ordine nell’universo dei vari livelli e delle varie competenze, costellato da norme regionali anche molto diverse tra loro. Lo impone l’Europa, anche in vista della programmazione

2014-2020. Ce lo chiedono i sindaci e gli amministratori. Lo avevano espresso con forza incontrando a dicembre a Domodossola il Ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca: serve una strategia per le aree interne che, partendo dalle “buone pratiche” attorno a temi economico-sociali, permetta una diffusione di programmi e progetti lungo lo Stivale, e sia in grado di utilizzare di più e meglio i fondi europei (nella programmazione che si conclude quest’anno, il Piemonte è stato tra le Regioni che ha utilizzato meno fondi). Proprio il Piemonte, dove è nata la politica per la montagna italiana, dovrà dimostrare di essere all’altezza di questo cambiamento. Le grandi sfide del Paese passano dalla capacità di individuare un nuovo legame tra le aree urbane e le aree rurali e montane. Cambiare l’Italia significa anzitutto cambiare noi stessi. Avviare la costruzione di un percorso nel quale ciascuno possa sentirsi rappresentato e identificato. Per costruire in Piemonte quel luogo di confronto collettivo e di proprietà indivisa nel quale, di fronte alle grandi sfide di domani, ciascuno di noi possa specchiarsi e ritrovarsi per poi trovare – insieme - le risposte.


Cronaca

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MORTI “BIANCHE”

Senza lavoro non c’è dignità di Emanuela Celona, precaria Regione Piemonte Quanta disperazione c’è dietro un gesto estremo? E quanta esasperazione ci può essere per lasciare un messaggio tanto inequivocabile? Giuseppe Burgarella, 61 anni, un operaio di Guarrato, frazione di Trapani, si è impiccato il 9 febbraio scorso perché senza lavoro e per denunciare la mancanza di dignità che avvolge tutti coloro che si trovano in una condizione di disoccupazione. Nel suo messaggio d’addio ha citato l’art.1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Allora perché lo Stato non mi aiuta a trovare lavoro? Perché non mi toglie da questa condizione di disoccupazione?”. All’interno della Costituzione ha inserito l’elenco di tutti i morti per disoccupazione in Italia degli ultimi due anni, e al fondo ha aggiunto il suo. “Se non lavoro non ho dignità”, ha lasciato scritto. L’ultimo suo contratto risaliva all’anno 2000. Poi l’operaio edile aveva ricevuto per due anni 700 € mensili come indennità di disoccupazione, e poi più niente. La situazione era divenuta insostenibile, non tanto per questioni economiche – le cronache scrivono che non era sposato e non aveva figli – ma perché senza lavoro

non ci sapeva proprio stare. Colpisce che Giuseppe Burgarella fosse un dirigente sindacale, faceva infatti parte del direttivo provinciale della Fillea CGIL. Quanto può pesare per un uomo “orgoglioso e tutto d’un pezzo” - così come veniva descritto - non riuscire più a difendere il proprio lavoro? Walter Schiavella, responsabile nazionale Fillea ha dichiarato: “Vedo ogni giorno negli occhi dei lavoratori la paura di perdere il proprio posto di lavoro, e nella maggior parte dei casi la disperazione di non sapere come tirare avanti senza lavoro o con 700euro di cassa integrazione o vendendo la propria fatica per 20 euro al giorno nei mercati illegali delle braccia. E allora ti chiedi che ci stai a fare, come mai non riesci a fermare questa valanga impazzita”. Quando i carabinieri hanno trovato il cadavere di Giuseppe Burgarella, in tasca aveva due lettere: una per il presidente Napolitano e una per Susanna Camusso. Tutta la CGIL partecipa a un dramma che ha lasciato profondo sgomento nell’intera Organizzazione.


Regione Piemonte

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BILANCIO

Questione di soldi di Giovanna Quaglia, assessore al bilancio della Regione Piemonte Come stanno i conti della Regione Piemonte? Impegni di spesa superiori agli accertamenti delle entrate, pagamenti superiori agli incassi, taglio dei trasferimenti statali ed europei e una crisi di liquidità stanno compromettendo il sistema dei pagamenti della Regione. La Regione Piemonte ha avviato un importante percorso di collaborazione con le parti sociali, con le associazioni di categoria e con i rappresentanti degli Enti locali, con l’obiettivo di mettere in atto azioni concertate di governance del sistema Piemonte. L’attivazione di una cabina di regia si è resa fondamentale per affrontare le grandi difficoltà in cui versa il bilancio regionale, criticità che sono state rappresentate in modo dettagliato e trasparente a tutti i soggetti coinvolti.

pubblico locale che dovranno confluire, sia per il ferro che per la gomma, in un unico fondo in capo allo Stato e trasferito alle Regioni, alimentato con 1,6 miliardi di trasferimenti statali e da 3,334 miliardi di risorse sottratte dai bilanci regionali. Detto in parole povere, significa sui trasporti la Regione dovrà contare su risorse inferiori, senza più la possibilità di integrare i capitoli con fondi regionali.

Una scelta imprescindibile di fronte a un indebitamento complessivo che negli ultimi sei anni è salito alle stelle, passando da 3,2 miliardi a 8,8 miliardi di euro a fine 2011. Un record in negativo causato principalmente da una gestione del bilancio caratterizzata da impegni di spesa sempre superiori agli accertamenti delle entrate, da pagamenti superiori agli incassi effettivi, oltre che da un progressivo taglio dei trasferimenti da parte dello Stato e dell’Unione europea, scesi da 1,6 miliardi nel 2005 a 900 milioni nel 2011.

E’ chiaro che questo sistema non è più in grado di reggersi in piedi, soprattutto perché a differenza del passato, non è più possibile ricorrere all’indebitamento con l’iscrizione a bilancio di nuovi mutui.

Si aggiunga a questo scenario la forte crisi di liquidità che sta compromettendo il sistema dei pagamenti della Regione: il Piemonte vanta infatti un credito di circa 500 milioni di euro dallo Stato. Senza uno sblocco repentino di queste risorse, diventerà sempre più difficile provvedere al pagamento dei propri fornitori, quasi ingessando l’attività dell’ente alla riscossione del bollo auto e al pagamento degli stipendi del personale regionale. L’Ente ha sempre più le mani legate anche per la rigidità del sistema dei trasferimenti statali su cui la Regione si ritrova non avere più alcuna libertà di azione. E’ così da sempre per il Fondo sanitario nazionale, che si alimenta dalla compartecipazione Iva, dall’addizionale regionale dell’Irpef e dalla quota base dell’Irap che imprese e cittadini pagano. Da quest’anno sarà cosi anche per le risorse del trasporto

In attesa di ossigeno per le casse regionali, sollecitato nel corso di più incontri con il Ministero dell’Economia, la Regione ha iniziato da tempo un inevitabile programma di riduzione delle spesa interna, che ha già prodotto risparmi per circa un milione di euro. Per la prima volta, inoltre, la spesa sanitaria è sotto controllo, grazie a una razionalizzazione degli acquisti che ha comportato risparmi per 200 milioni di euro. Resta comunque un disavanzo di 500 milioni di euro all’anno cui far fronte, senza penalizzare i cittadini e gli enti locali, ma riducendo i costi di funzionamento della Regione, riqualificando le attuali erogazioni per assorbire una parte significativa dei debiti pregressi e dei disavanzi cumulati, utilizzando parte delle economie per lo sviluppo di investimenti, fondamentali per il futuro della nostra Regione.


Trasporto Pubblico Locale

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EUROPA E ITALIA Il TPL dal punto di vista dell’offerta di Cristina Bargero, ricercatrice IRES Piemonte L’industria del trasporto pubblico europeo presenta forme diverse di affidamento del servizio in concessione. Si rilevano due trend importanti: 1) una presenza crescente di aziende private, 2) un utilizzo crescente del meccanismo delle gare. Ciò ha comportato la crescita delle aziende di trasporto internazionali europee, con modalità diverse per le aziende francesi e britanniche che internazionalizzano il trasporto ferroviario passeggeri. Le aziende francesi sono attive in tutti i mercati europei aperti alla concorrenza, vale a dire in Germania, Gran Bretagna e Svezia. SNCF (l’operatore ferroviario pubblico francese) è responsabile dei treni ad alta velocità (Thalys) in collaborazione con gli operatori nazionali in Belgio e Olanda e con gli inglesi per i treni Eurostar. A eccezione di un’impresa, Arriva, le aziende inglesi non sono attive o si sono comunque ritirate dal mercato ferroviario passeggeri nell’Europa continentale. Quasi tutte le aziende inglesi hanno parzialmente disinvestito dal mercato del trasporto su gomma continentale, concentrandosi sul mercato interno e su quello nordamericano. Tutti i principali operatori i trasporto passeggeri si caratterizzano per una forte propensione alla internazionalizzazione e per un elevato livello di integrazione ferro-gomma. Il mercato europeo è caratterizzato da un forte divario dimensionale tra le grandi imprese

francesi e inglesi e la stragrande maggioranza degli altri operatori. La struttura dell’offerta del tpl italiano, invece, si mostra affetta da “nanismo”: abbastanza frammentata e caratterizzata dalla presenza di ex-municipalizzate, di dimensioni maggiori, ma pur sempre ridotte rispetto agli operatori stranieri. Anche in Piemonte, le aziende che gestiscono il tpl sono caratterizzate, eccetto che per il Gruppo Torinese Trasporto, da dimensioni ridotte: si tratta perlopiù in Piemonte exmunicipalizzate (prevalentemente per il servizio urbano), trasformate in seguito agli adempimenti normativi in S.p.a che spesso si configurano anche come multiutilities e operatori privati che hanno costituito consorzi anche le aziende pubbliche per la gestione del servizio extraurbano. Tra le aziende, ad azionariato pubblico, l’unica con un fatturato che supera i 100 milioni di euro è EXTRA.TO (ex GTT) . La trasformazione societaria che la legislazione ha imposto alle imprese ex municipalizzate ha rafforzato l’autonomia funzionale e la separazione tra comune e azienda operativa pone il comune in una situazione nuova: oltre agli obiettivi di servizio pubblico precedenti, il comune acquisisce anche, in quanto proprietario, un interesse a valorizzare gli assets detenuti massimizzando i ricavi e cogliendo le opportunità di crescita esistenti – possibilmente mantenendo il controllo.


L’approfond i m e n t o

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PUBBLICO IMPIEGO Stabilità in bilico? di Matteo Barbero, funzionario Regione Piemonte Da una parte, il divieto di rinnovare gli incarichi di consulenza. Dall’altra, la possibilità di prevedere una corsia riservata per i precari storici. È un uno-due importante quello previsto dalla legge di stabilità 2013 (l 228/ 2012) a favore della stabilità del lavoro pubblico. Il comma 147 ha modificato l’art. 7, comma 6, lett. c), del D. Lgs. 165/2001, precludendo il rinnovo dei contratti di lavoro autonomo, di natura occasionale o coordinata e continuativa, stipulati dalle PA. Eventuali proroghe sono consentite, in via eccezionale, al solo fine di completare il progetto e per ritardi non imputabili al collaboratore, ferma restando la misura del compenso originariamente pattuito. Merita sottolineare come non siano previste eccezioni per gli incarichi di natura “fiduciaria” e neppure per quelli c.d. etero-finanziati (ad esempio, grazie a contributi dell’UE) che spesso si sino rivelati degli autentici “precarifici”. Le altre novità sono contenute nei commi 400 e 401. Il primo consente a tutte le PA di prorogare fino al 31 luglio 2013 i contratti di lavoro subordinato a tempo determinato (sono escluse le altre forme contrattuali, come ad esempio, i cococo) in essere al 30 novembre 2012 che superano il limite dei 36 mesi comprensivi di proroghe e rinnovi, previsto dall’art. 5, comma 4-bis, del D.Lgs. 368/2001, o il diverso limite previsto dai contratti collettivi nazionali del relativo comparto. A tal fine, è necessario un previo accordo decentrato con le organizzazioni sindacali rappresentative del settore interessato. Restano fermi, oltre

alle previsioni di cui all’art. 36 del medesimo D.Lgs. 165/2001, i vincoli finanziari previsti dalla normativa vigente. In pratica, per gli enti locali, occorre non superare, a seguito dei rinnovi, il 50% della spesa sostenuta nel 2009 (art. 9, comma 28, del D.L. 78/2010). Sono fatti salvi gli eventuali accordi decentrati eventualmente già sottoscritti, purché nel rispetto dei medesimi limiti ordinamentali, finanziari e temporali. Il comma 401 integra l’art. 35 del D.Lgs. 165/2001 con un nuovo comma 3-bis, che consente alle amministrazioni pubbliche di avviare procedure di reclutamento mediante concorso pubblico: a) con riserva dei posti, nel limite massimo del 40% di quelli banditi, a favore dei titolari di rapporto di lavoro subordinato a tempo determinato che, alla data di pubblicazione dei bandi, hanno maturato almeno tre anni di servizio alle dipendenze dell’amministrazione che emana il bando; b) per titoli ed esami, finalizzati a valorizzare, con apposito punteggio, l’esperienza professionale maturata dal personale di cui alla lett. a) e di coloro che, alla data di emanazione del bando, hanno maturato almeno tre anni di contratto di cococo nell’amministrazione che emana il bando. Modalità e criteri applicativi sono rimessi a un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, che avrebbe dovuto essere adottato entro 31 gennaio 2013, ma che finora non ha visto la luce. Sarà questo il punto da cui dovremo ripartire per garantire ai nostri precari quel percorso di stabilizzazione finora negato.


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LEGGE SULLE PROFESSIONI

Attualità

Nuove figure professionali anche nel pubblico? di Stefano Cariani -precario Regione Piemonte E’ stata approvata la nuova legge sulle professioni non organizzate in ordini e collegi (Legge 14 gennaio 2013, n. 4). La norma disciplina la qualificazione delle competenze dei professionisti che esercitano la propria attività al di fuori di albi e collegi. Frutto di un lavoro bipartisan e della collaborazione di tutte le Organizzazioni sindacali, la legge interessa quei professionisti oggi poco rappresentati nel mondo del lavoro. Si tratta di una vera e propria bomba per il settore delle libere professioni, perché apre nuove prospettive per figure professionali quali ad esempio gli amministratori di condomini, gli animatori, i fisioterapisti, i bibliotecari, gli statistici, i pubblicitari, i comunicatori e i consulenti fiscali. Tuttavia, la novità non è da sottovalutarsi neanche nel settore pubblico. In un futuro non troppo lontano, la norma apre la strada al riconoscimenti di figure professionali nei contratti nazionali per il pubblico impiego. Con l’evolversi della Pubblica Amministrazione e con l’ingresso negli organici di nuove figure professionali (spesso con forme contrattuali precarie), molti lavoratori potrebbero essere interessati a essere inquadrati con le loro effettive mansioni e non genericamente come “tecnici” o “amministrativi”. Insomma, un percorso normativo da tenere d’occhio….!


La r iflessione

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AREE PROTETTE

Storia di un giornale di Gianni Boscolo, ex direttore di Piemonte Parchi Dopo oltre 30 anni di storia, il mesile delle Aree protette piemontesi sospende la pubblicazione. Una perdita importante per il mondo dei parchi. Sono arrivato all’ufficio stampa della Regione Piemonte nel 1982. Provenivo dal sindacato, allora c’era la Flm, i metalmeccanici unitari di Cisl-CgilUil. Al tempo, in Regione si facevano concorsi per le assunzioni: fu uno degli ultimi. Dopo qualche anno chiesi di passare al settore Parchi del quale avevo visto la rivista omonima e mi sembrava un’esperienza interessante da fare. Ne diventai direttore nel 1992. Nel 2007 andai in pensione. Queste note biografiche non sono di autocompiacimento, anche se chi ha fatto per anni questo mestiere ne può essere soggetto. Servono a ricostruire un percorso regionale e professionale. E per questo ripropongo l’ultimo editoriale che firmai: “Questo è l’ultimo numero di Piemonte Parchi che firmo come direttore. Dopo 16 anni, 122 numeri, molti “speciali”, fanno circa 5mila pagine. L’emozione è tanta. Sono stati anni intensi e ricchi di soddisfazioni e non solo professionali. In questi anni la rivista è passata da sei numeri bimestrali a cadenza mensile. Siamo stati per 13 anni, e restiamo, l’unica rivista di un ente pubblico che si mantiene, per il 50%, grazie agli abbonati paganti; e anche l’unica senza pubblicità. Siamo anche stati, in controtendenza in questi anni difficili per la stampa “naturalistica” e di “settore”, l’unica testata a non aver perso abbonati. Da quattro anni abbiamo dedicato risorse a Internet, registrando un nostro dominio che è diventato anche una testata giornalistica: Piemonte Parchi Web, affiancata da un esperimento “telematico” di editoria online dedicato agli studenti Piemonte Parchi Web Junior. Da poco, abbiamo raggiunto la soglia dei 5.000 abbonati alla nostra news letter […]. Credo di poter affermare che Piemonte Parchi ha contribuito a far conoscere e apprezzare il sistema dei parchi piemontesi, di cui ha cercato di raccontare lavoro e passioni. Ha raccolto consensi, è stata invitata in numerosi convegni, ha ricevuto dei premi, e spesso è considerata un punto

di riferimento nel mondo della “comunicazione” delle Aree protette italiane. […]. Una piccola grande sfida resa fattibile dalla “politica”: quella lungimirante degli assessori, dirigenti e funzionari che si sono succeduti al settore Parchi della Regione Piemonte. Un impegno che, sono certo, proseguirà immutato, anzi, migliorato e potenziato, per i piemontesi, ma non solo…”. Oggi apprendo dall’ultimo numero della rivista che Piemonte Parchi chiude, almeno sulla carta. Bisogna adattarsi ad anni di crisi economica, al fatto che l’informazione e la comunicazione cartacea è sempre più marginale... un mondo che cambia sempre più rapidamente. Forse troppo per noi, babyboomer del Dopoguerra. Ma forse chi ha frequentato la natura e le sue scienze ha capito che chi non cambia e non si adatta è destinato a sparire. Ora è tempo di comunicazione e strumenti digitali, i cosidetti nuovi media. Che non sono più quelli di ieri ma non sappiamo, e forse nemmeno immaginiamo, come diventeranno. Per chi, come me ha studiato su testi, toccando pagine di carta, rimanendo aggrappato all’intelligenza sequenziale (il cogito ergo sum) come potrà reagire o adattarsi al digito ergo sum, imperante nella mediasfera? Noi, immersi, forse travolti, sballottati dai social network, ci sentiamo spaesati e disorientati. Noi, ma forse anche voi giovani, tra blog, wikipedia, facebook, twitter, iPhone del tempo del touchscrenn? A noi pare di lavorare su incunaboli, non più rotoli di papiro, ma non ancora libri. Per questo c’è un certo rammarico per la fine di un’epoca - e di un giornale di carta - cui resto ancora affezionato.


La denuncia

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POLIZIA LOCALE

I problemi del N.E.T. di Francesco Faccilongo, coordinatore Polizia locale FP CGIL Piemonte L’Unione dei Comuni a Nord Est di Torino, in acronimo N.E.T., costituitasi ai sensi dell’art. 32 del T.U.E.L. il 17 febbraio 2011, comprende i Comuni di Borgaro, Caselle, San Benigno, San Mauro, Settimo torinese e Volpiano, raggiungendo una popolazione di quasi 120.000 abitanti, vale a dire la seconda città del Piemonte per numero di abitanti e un’estensione territoriale di oltre 140 km quadrati. Una realtà politicoamministrativa di rilievo che ha visto tra i suoi primi atti l’accorpamento dei 6 comandi di polizia locale dei rispettivi Comuni per dar vita, nel marzo 2012, al secondo Corpo di Polizia locale regionale con i suoi 105 componenti. La nuova struttura nasce con le migliori intenzioni: incremento di qualità e riduzione di costi nell’erogazione dei servizi finalizzati a garantire la sicurezza dei cittadini e al controllo e tutela del territorio dell’Unione. Nell’impatto con la realtà il Corpo di Polizia locale della N.E.T. denuncia però da subito alcune difficoltà. Primo: la carenza di personale. Se si tiene conto dei dati forniti dalla Regione Piemonte, si riscontra un Agente di polizia locale ogni 800 abitanti, quindi l’organico dell’Unione risulta di un buon 30% inferiore a quanto dovrebbe essere. Tale carenza è, ad esempio, riscontrabile nell’annunciata turnazione h24, ossia che la presenza di pattuglie sul territorio per l’intero arco della giornata si riduce a turni serali (in estate fino alle due di notte e d’inverno fino all’una), peraltro non sempre garantiti. Ciò vale anche per gli operatori della Centrale operativa del Corpo, i quali smistano le richieste di intervento della cittadinanza agli agenti impegnati sul territorio dell’Unione, perché in orario notturno le chiamate dei cittadini vengono “girate” al centralino della “Telecontrol” (società privata che eroga servizi di controllo e vigilanza) il quale a sua volta “passa” la richiesta di intervento alle altre Forze di Polizia (Carabinieri o Polizia di Stato). La mancanza di personale si riflette nell’attuale contenzioso tra lavoratori e Amministratori dell’Unione laddove quest’ultima ha unilateralmente deciso di disattendere quanto concordato con le OO.SS. rispetto agli orari di lavoro nei giorni festivi. Non potendo incrementare l’organico per garantire un’adeguata presenza di agenti nei giorni non lavorativi, in special modo in periodo estivo, l’Amministrazione ha unilateralmente deciso, in contrasto

con la volontà dei lavoratori che nel novembre scorso si erano dichiarati contrari a modificare quanto stabilito negli accordi tra l’Unione e le OO.SS., di suddividere il personale su più turni col probabile risultato che un singolo agente possa arrivare a fronteggiare le situazioni più disparate che i servizi di polizia locale comportano. Un secondo aspetto critico, non slegato da quanto sinora scritto, è la formazione degli appartenenti al Corpo perché, pur sapendo che tenere il passo con l’incalzante evoluzione normativa comporta un impegno di risorse che oggi è arduo reperire, resta però auspicabile che le azioni formative divengano parte di programmi preparati annualmente, e non iniziative estemporanee per far fronte in extremis all’entrata in vigore di norme e disposizioni: cosa che è accaduta per l’entrata in vigore (il 19 gennaio scorso) del decreto legislativo 59/2011 che, recependo per intero la direttiva europea sulle patenti 2006/ 126/CE, ha profondamente modificato alcune norme del Titolo IV del Codice della Strada (ossia quelle relative alle patenti guida). Ulteriore elemento di criticità, certamente imputabile alle ristrettezze di bilancio, è la mancata acquisizione di quei dispositivi tecnici annunciati in fase di costituzione del nuovo Ente e soprattutto di quel software che avrebbe dovuto utilizzare la nuova Centrale operativa per ottimizzare la gestione degli interventi. È evidente che il perdurare di tali disfunzioni non favorisce il raggiungimento degli obbiettivi che l’Unione si è posta quali, ad esempio, l’incremento della presenza degli Agenti sul territorio che - se in termini quantitativi risulta dimostrabile - non appare significativa se rapportata a quanto l’utenza effettivamente percepisce. Gli accorpamenti degli enti territoriali, sia attraverso le Convenzioni sia mediante le Unioni, sono iniziative da incoraggiare perché se ben gestite portano a indubbi vantaggi per i destinatari dei servizi e per chi li eroga. Ci auguriamo però che la N.E.T. sappia affrontare e risolvere i problemi sorti in questa prima fase e che ciò non avvenga a spese dei lavoratori.


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#parchibellaimpresa 28 marzo 2013 Torino, Museo Regionale di Scienze naturali Perchè servono i parchi? E un parco può fare impresa? La CGIL FP Piemonte e Federparchi organizzano il prossimo 28 marzo 2013 un convegno dal titolo “#parchibellaimpresa” per far incontrare il mondo delle Aree prottette (piemontesi e non) e i portatori di interesse del territorio per compredere come i parchi - da voce di costo dell’Amministrazione pubblica - possano divenire volano di sviluppo economico locale. Informazioni: parchibellaimpresa@gmail.com

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NEL 2013 _ n. 14 febbraio